11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

venerdì 10 aprile 2020

3242


« Inizia pure tu… » sorrise, al di sotto del burqa, la donna guerriero, volendo riconoscere all’amica quel diritto di precedenza, fosse anche e soltanto in conseguenza alla propria colpevole mancanza di tatto nei suoi confronti « … cosa hai udito? »
« Invero non riguarda l’udito, ma l’olfatto. » puntualizzò tuttavia l’altra, non senza ora un certo moto di fierezza, e di fierezza nella consapevolezza di quanto poco fossero abituati, gli umani, a ricorrere all’olfatto come senso principale, ponendolo, insieme al gusto, in una posizione minoritaria, benché, a tutti gli effetti, avrebbe potuto essere in grado di concedere loro sovente molte più informazioni rispetto anche alla vista o all’udito, soprattutto in riferimento a tutte quelle minacce poco evidenti, e quelle minacce che, mistificate nell’ambiente circostante, avrebbero potuto sorprendere coloro i quali abituati ad affidarsi soltanto su tali, due sensi « Dietro alcuni di quei tendaggi sono nascosti dei passaggi di servizio utilizzati dalle guardie eunuche per muoversi agilmente all’interno del tempio: il loro odore impregna le tende e ne denuncia l’impiego frequente. Quei passaggi, inoltre, ritengo che scendano in profondità, certamente almeno fino al livello delle cucine, a giudicare dall’odore di vivande, ancora in fase di preparazione, che emerge da essi: la è possibile che la comunità religiosa viva all’interno di queste mura…?! » domandò poi, a cercare conferma alle proprie intuizioni, e a quelle intuizioni che le erano allor state garantite solo in grazia all’impiego dell’olfatto e di un olfatto indubbiamente straordinario.
« Più che possibile, direi proprio certo… » confermò  la Figlia di Marr’Mahew, non riservandosi sorpresa di sorta nel confronto con la straordinaria analisi compiuta dall’amica, ben conoscendo le sue mirabili doti, e, ciò non di meno, non mancando di apprezzare, e apprezzare vivamente tutto ciò, laddove obiettivamente, in assenza di simile straordinario olfatto, improbabile sarebbe stato per chiunque riuscire a rilevare l’esistenza di quei passaggi senza rischiare di dare eccessivamente nell’occhio con qualche analisi diretta di quegli stessi tendaggi e di quanto essi avrebbero potuto celare « … complimenti! Credo che tu ci abbia appena riservato un’ottima via di accesso ai sotterranei. »
« O, quantomeno, al principio degli stessi, giacché non penso proprio che troveremo quello che cerchiamo fra i coltelli della cucina… » puntualizzò tuttavia Lys’sh, apprezzando il riconoscimento rivoltole e, ciò non di meno, contenendolo nel proprio eventuale valore, laddove la strada che ancora avrebbero avuto da compiere avrebbe avuto a doversi intendere obiettivamente lunga e complicata.
« Perché no…?! » si strinse fra le spalle Midda, non volendo escludere neppure quella possibilità, per quanto obiettivamente grottesca « Magari ne ignorano il reale valore e la usano per affettare il pane. » ammiccò, ancora una volta dimentica di quanto, a causa del burqa, quel suo gesto sarebbe risultato del tutto impercettibile all’esterno, tanto per la sua amica, quanto per chiunque altro.
« E, invece, tu cosa hai visto…? » domandò quindi curiosa la giovane donna rettile, nel sincero desiderio di comprendere quanto la sua ridotta capacità visiva le potesse aver fatto ignorare nel merito di quell’area.
« Ho notato che tutte le finestre hanno delle inferriate troppo fitte per poter sperare, in qualche modo, di avere a superarle. » rispose l’altra, in termini che troppo facilmente avrebbero potuto allor escludere, da parte sua, qualunque reale risultato di sorta in quella loro ricerca « Diverso discorso, invece, è per i lucernari… » soggiunse tuttavia un attimo dopo, a escludere che il suo impegno potesse essere realmente stato tanto infruttuoso « A meglio sfruttare la luce del giorno, sono presenti sopra le nostre teste degli ampli lucernari, costruiti a doppia intercapedine in maniera utile a permettere sì alla luce di filtrare e, ciò non di meno, evitando alla pioggia e ad altre intemperie di avere a superare la barriera propria del soffitto. » illustrò all’amica, a sopperire alle di lei ridotte capacità visive « E’ un sistema semplice ma intelligente… e che, tuttavia, non ha apparentemente previsto la necessità di proteggerlo da intrusioni di sorta, evidentemente non attendendosi antagonisti dall’alto… »
« Il vantaggio di essere in un mondo dove nessuno vola… » puntualizzò Lys’sh, consapevole di quanto, in altri pianeti più progrediti rispetto a quello, assolutamente improprio sarebbe stato riservarsi un errore sì banale quale quello di lasciar scoperto l’accesso all’edificio dalla volta superiore « … credi che potrebbe essere così anche all’interno del tempio?! » domandò poi, riflettendo fra sé e sé a tal proposito.
« Non ne ho la più pallida idea… » escluse la Figlia di Marr’Mahew « … proseguiamo e andiamo a controllare. » la invitò pertanto, approfittando del fatto di aver raggiunto, con mirabile, e del tutto casuale, puntualità, l’estremo dell’atrio in quel preciso momento, in termini utili a permettere loro di spingersi più avanti, in direzione del cuore del santuario « Stai pensando che potremmo accedere direttamente da lì…?! » domandò poi all’amica, incerta nel merito del senso ultimo di quell’interrogativo, e di quell’interrogativo pur non improprio nella prospettiva in tal modo proposta.
« Potrebbe essere una possibilità… » confermò la donna rettile, a non escludere simile eventualità alla base del proprio interrogativo, per poi meglio esplicitare « Ovviamente la questione potrebbe riservarsi un proprio significato soltanto nel momento in cui Duva trovasse un’utile ragione per noi di avere accesso proprio in quel punto… altrimenti, la soluzione da me individuata potrebbe comunque restare una valida alternativa, e un’alternativa utile a farci avanzare, seppur magari solo di un passo, in direzione del nostro obiettivo. »
« Ovunque si trovi di preciso il nostro obiettivo… » non mancò di evidenziare la donna guerriero, aggrottando la fronte, nella quieta rassegnazione propria del non avere la benché minima idea a tal riguardo e nella certezza di quanto, ogni loro pur raffinato piano, avrebbe poi avuto a doversi scontrare, a tempo debito, con la realtà dei fatti, e di fatti che ben poco spazio avrebbero potuto avere a lasciare a tutta la loro pur indispensabile teoria.

Proseguendo quindi oltre, e avanzando lungo una lunga scalinata arrotata attorno a uno spesso muro, Midda e Lys’sh, circondate da molte altre donne, conquistarono finalmente l’accesso, per così come conquistabile da una donna, al cuore del tempio, e a quel cuore nel quale già da qualche tempo, allora, avrebbe avuto a doversi riconoscere presente la loro amica, intenta a seguire, con apparente attenzione, il rito di benedizione e di preghiera che, allora, stava officiando il sacerdote che ivi l’aveva condotta, rito utile ad accogliere l’offerta da lei presentata e, in ciò, a sperare di ingraziare il volere del dio.
Un rito in conclusione al quale, allora, l’uomo estrasse da sotto la propria rossa tunica un corto coltello, e un coltello dalla foggia chiaramente rituale, a confronto con l’immagine del quale la donna non poté mancare di temere per la sorte dell’animale. Una sorte che, stolidamente, ella stava continuando a dimenticarsi aver a doversi intendere obiettivamente già segnata dal momento stesso della sua nascita e, ciò non di meno, una sorte che non avrebbe potuto mancare di ispirarle qualche remora nel caso avesse avuto a consumarsi proprio in quel preciso momento e proprio innanzi al suo sguardo. Ma il coltello, fra le mani del sacerdote, non ebbe allor a ricadere brutalmente sull’animale, sulla sua gola o su qualche altra parte del suo corpo, quanto, e semplicemente, ebbe ad accarezzarne il manto, ricavando dalla sua morbida e bianca lana una ciocca, e una ciocca che, quindi, dopo aver elevato al cielo, ebbe ad avvicinare alle fiamme del braciere a loro più prossimo e, con una nuova invocazione al dio, ebbe lì a gettarlo, a chiara esemplificazione dell’altrimenti più completo sacrificio dell’intera bestia.
E se, fra quelle fiamme, quel ciuffo di morbida peluria avrebbe potuto bruciare senza ragione di particolare enfasi, Duva non poté mancare di sorprendersi nel notare quanto, inaspettatamente e immotivatamente, la fiamma ebbe allor a ravvivarsi con un’inattesa e vivace colorazione azzurra, quasi bianca a tratti, permanendo in tal maniera per qualche istante prima di ritornare alla propria consueta tonalità…

« Il dio Gau’Rol, nostro signore, accetta il tuo olocausto. » le comunicò, non senza una certa soddisfazione, il sacerdote, aprendosi verso di lei in un amplio sorriso benevolente « Preghiamo insieme, ora, per ringraziare il nostro dio, il quale, nella propria infinita benevolenza, stenderà la propria mano misericordiosa su di te e sulla tua famiglia. » annunciò, per poi soffermarsi per un istante, dimostrando un’evidente incertezza « Hai una famiglia al tuo seguito, non è vero…?! »

giovedì 9 aprile 2020

3241


Seguendo il sacerdote, Duva si ritrovò ad attraversare i due chiostri per giungere sino alle porte del cuore del santuario, in un percorso che anche sola, ineluttabilmente, avrebbe finito per rendere proprio. Come già previsto da Midda, nessuno ebbe a prestare attenzione a lei, e non tanto in conseguenza alla presenza del sacerdote a farle strada, quanto e piuttosto semplicemente in virtù dell’effettivamente straordinaria mole di persone che avrebbe avuto a dover essere riconosciuta presente in quel contesto, in termini tali da renderlo, obiettivamente, molto più simile a quanto avrebbe potuto essere atteso presso un mercato, presso una fiera, ancor prima che presso un qualsivoglia luogo di culto.
Complice certamente il provenire da un ben diverso genere di società, e una società che della propria scienza, della propria tecnologia aveva reso il proprio unico dio, Duva non avrebbe avuto a poter vantare, in verità, alcun genere di credo religioso, né, parimenti, avrebbe avuto a poter vantare alcuna particolare confidenza con l’idea stessa del culto religioso, in termini tali da far apparire, tutto ciò, semplicemente incomprensibile innanzi al proprio quieto giudizio. Non che ella potesse avere a pregiudicare negativamente alcuno di coloro lì presenti, lì intenti a muoversi, in maniera più o meno ordinata, all’interno del tempio, nella volontà di spingersi a rendere onore ai propri dei, e offrire loro sacrifici di sorta: semplicemente ella non era in grado di comprenderli, non era in grado di capire il senso di tutto quello… né del perché essi stessero agendo in quella maniera, né, tantomeno, di cosa, agendo in tal maniera, essi avrebbero mai potuto sperare di ottenere da chissà chi. Difficile, del resto, sarebbe stato per lei comprendere come o perché mai un dio avrebbe dovuto donare loro salute, o ricchezza, o potere, o amore, o quant’altro potessero star desiderando, in cambio del sacrificio di un agnello, di un capretto, di un vitello o di un colombo… o di qualunque altra creatura, entro quelle pareti, stesse venendo condotta, ipoteticamente, al proprio destino. E pur tutto ciò stava accadendo… e anche ella stessa, in coerenza con il ruolo che stava lì interpretando, non si stava mancando di offrire apparentemente desiderosa di compiere il medesimo sacrificio, l’offerta di un eguale olocausto, e di un olocausto in grazia alla quale veder riconosciuti i propri desideri, veder avverate le proprie speranze e i propri sogni.
A onor del vero, comunque, Duva non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta, lì, qual l’unica voce critica attorno a un tal genere di approccio. La stessa Midda Bontor, pur essendo nata e cresciuta in quel mondo, ed essendo stata educata al rispetto verso gli dei e alla venerazione, in particolare, per Thyres, signora dei mari, non avrebbe egualmente potuto comprendere il senso di tutto quello, ritrovandolo, al contrario, quantomeno puerile da parte di coloro i quali, in tal maniera, avrebbero desiderato affidare, in tutto e per tutto, il proprio destino, il proprio futuro, al capriccio di un dio, o di una dea, corruttibile in grazia a una banale offerta. Non a caso, Thyres, al pari di Tarth, il suo corrispettivo maschile, avrebbe avuto a dover esser riconosciuta qual una divinità estremamente particolare, peculiare, all’interno del complesso pantheon di quell’angolo sud-occidentale del continente, e di un pantheon che, fatta eccezione per opportune declinazioni linguistiche, avrebbe avuto a doversi intendere, invero, praticamente comune fra Tranith, Kofreya e Y’Shalf: agli dei del mare, infatti, non avrebbero avuto a potersi destinare sacrifici di sorta, non avrebbero potuto essere destinate eclatanti celebrazioni o manifestazioni, giacché, al pari del mare, in alcun modo il loro volere, il loro capriccio, avrebbe mai potuto essere corrotto da una simile banalità. No! A Thyres e a Tarth, quanto realmente avrebbe avuto a poter interessare, sarebbe stato esclusivamente il valore del cuore proprio dei figli e delle figlie del mare, e quel valore che sol le azioni, nella vita quotidiana, avrebbero potuto definire, con buona pace per qualunque possibile olocausto a loro dedicato.
Non tutti gli dei, e non tutte le dee, però, avrebbero avuto a poter essere assimilati a Thyres e a Tarth. Anzi. Nella maggior parte dei casi, le divinità sembravano apprezzare quel genere di banali sforzi utili a cercare di ispirare da parte loro una qualche benevolenza, ognuno secondo il proprio stile, ognuno nel rispetto delle caratteristiche proprie del relativo dominio. E a Gorl, o a Gau’Rol, signore del fuoco, ineluttabilmente avrebbe avuto a dover essere associato un sacrificio attraverso il fuoco, per così come, non in maniera poi completamente errata, inizialmente temuto dalla stessa Duva.
E così, all’interno di quell’amplio spazio circolare, coperto da un’immensa volta, numerosi avrebbero avuto a doversi riconoscere gli ampi bracieri presenti, atti a ospitare calde fiamme pronte ad accogliere qualunque genere di tributo avrebbe voluto essere loro offerto…

“Dannazione…” non poté ovviare a pensare Duva, storcendo appena le labbra verso il basso, nel temere quanto, allora, la rassicurazione promessale dall’amica potesse avere a scoprirsi semplicemente falsa, anche ed eventualmente non per sua malizia, quanto e piuttosto per la pura e semplice ignoranza, e giustificabile ignoranza, nel merito di quanto lì potesse accadere, nel ben considerare quanto, in fondo, non vi fossero lì presenti donne, ma soltanto uomini… fatta eccezione, ovviamente, per ella stessa.

I timori di Duva, pur non irragionevoli, avrebbero tuttavia avuto a doversi intendere del tutto infondati, laddove, sebbene, in effetti, nessuna figura femminile fosse allor presente nel pur ampio spazio lì offerto al suo sguardo, molte avrebbero avuto a dover essere intese le donne, di qualunque età ed estrazione sociale, lì intente ad affollarsi dietro alle grate metalliche che sembravano soltanto ornare un loggiato superiore, e un loggiato, dal quale, altresì, proprio alle stesse sarebbe stata concessa una fugace occasione di prendere parte ai riti, e ai riti, più in basso, allor officiati dai rispettivi compagni. Non uno spettacolo privato, quindi, quello proprio dell’interno del tempio, quanto e piuttosto uno spettacolo pubblico, e pubblico per tutte quelle donne che, pur immeritevoli di essere lì presenti in prima fila, avrebbero avuto egualmente la possibilità, quasi generosa concessione loro destinata, di seguire ogni sacrificio, per così come anche, in quel frangente, non avrebbero mancato occasione di riservarsi anche Midda e Lys’sh, se soltanto fossero già giunte sino a lì.
Le due compagne d’armi di Duva, le sue due sorelle di vita, le sue due complici in quell’avventura, tuttavia e a differenza sua, non avevano avuto occasione di porsi a confronto con l’interesse di un qualche sacerdote, e di un sacerdote che, obiettivamente, ma si sarebbe abbassato a interagire con due donne, comuni o non comuni che esse avrebbero potuto avere a dimostrarsi essere. In ciò, quindi, nel mentre in cui l’una avrebbe avuto a doversi riconoscere già sopraggiunta all’interno dell’area più sacra del tempio, nel cuore stesso del culto di Gau’Rol in quel di Y’Rafah, le sue due amiche stavano ancora confrontandosi con gli altri di accesso al matroneo, studiandone con attenzione e interesse ogni peculiarità, animate in ciò dalla consapevolezza, non priva di ragioni, di quanto proprio su quel fronte, probabilmente, avrebbero avuto ragione di essere indirizzati i loro prossimi sforzi, e quegli sforzi di clandestino accesso al tempio stesso.
In conseguenza, infatti, di ogni negativo pregiudizio patriarcale a discapito delle donne, certamente più semplice sarebbe stato sperare di individuare dei punti deboli, più semplici fronti di accesso, attraverso quegli spazi discriminatori, ancor prima che nelle aree riservate agli uomini: in quel di Y’Shalf, del resto, mai un pericolo, mai una minaccia, avrebbe potuto essere considerata tale se proveniente da una donna e, in questo, mai all’interno di un luogo di culto avrebbe avuto ragion d’essere ipotizzata la possibilità di un pericolo a partire proprio da quegli spazi.

« Hai visto qualcosa di interessante…? » si ritrovò, proprio a tal riguardo, a sussurrare Midda in direzione di Lys’sh, in quella che avrebbe avuto a dover essere intesa qual una questione di ordine meramente retorico, avendo già perfetta consapevolezza della risposta che, allora, l’altra avrebbe avuto a doverle offrire.
« Ti ricordo che per me, in questo momento, vedere è decisamente complicato… » puntualizzò tuttavia la donna rettile, non priva di frustrazione in conseguenza alla castigante oppressione impostale dal burqa « Ciò non di meno, ho sentito qualcosa di interessante… e qualcosa che, forse, a te potrebbe essere sfuggito. » soggiunse poi, non priva di un certo, e giustificato, orgoglio per quanto, allora, avrebbe potuto vantare a compensazione delle proprie pur ridotte capacità visive « Prima tu o prima io…?! »

mercoledì 8 aprile 2020

3240


« Non oso immaginare come potrebbero reagire, allora, se scoprissero Duva… » commentò, non a torto, la donna rettile, ineluttabilmente timorosa per la sorte dell’amica, e per la sorte dell’amica a cui, solo un paio di ore prima, aveva rifatto il trucco, cercando di impegnarsi, nuovamente, per renderla quanto più possibile credibile, almeno al pari, se non meglio, rispetto all’improvvisata del giorno precedente.
« Di sicuro non reagirebbero bene… » scosse il capo l’altra, riservandosi tuttavia occasione di quieta serenità a confronto con il pensiero di una tale eventualità « … ma non ti preoccupare, sono certa che andrà tutto bene! Se siamo state in grado di passare i controlli all’ingresso della città, questa passeggiata al tempio sarà… beh… una passeggiata, per l’appunto! » si strinse nelle spalle, dimostrando, in tal senso, di non volersi concedere neppure una qualche scaramanzia di sorta, nell’affrontare quell’argomento.
« Spero che tu abbia ragione… » sospirò Lys’sh, desiderando avere fiducia nell’amica e nella sua capacità di giudizio in misura probabilmente maggiore rispetto a quanto non avrebbe potuto dimostrare di possederne verso se stessa e la propria capacità di mistificare l’aspetto di Duva per farle assumere le sembianze di quel fantomatico Mu’Sah.

Nel contempo di tali parole, e di tale speranza per così come formulata da parte di Lys’sh, la medesima compagna oggetto di tanto interesse, Duva, allor stava ritrovandosi intenta a percorrere, con attenzione, l’intero perimetro dei due chiostri esterni, e a percorrerli non una, ma addirittura due volte, e non animata, in tal senso, da una qualche possibile mancanza di indirizzo verso il quale muovere i propri passi, quanto e piuttosto nella necessità di non rendere vano tutto quello, riservandosi possibilità di studiare quanto più possibile l’ambiente a sé circostante, per maturare confidenza con lo stesso, maturando quella minima conoscenza dalla quale, pur, a tempo debito, sarebbe potuta conseguire un’importante differenza fra la vita e la morte.
Duva, al pari di Midda e di Lys’sh, del resto, in quanto guerriera, non avrebbe potuto mai minimizzare, nel confronto con una qualunque impresa, accanto all’importanza della preparazione fisica, anche la forse e ancor più importante preparazione mentale, e quella preparazione mentale non semplicemente di natura psicologica, quanto e soprattutto di natura conoscitiva, tale da far dipendere in maniera squisitamente diretta la riuscita di una missione dal numero di informazioni che, anticipatamente, si sarebbero potute vantare nel merito della medesima, a partire dalla geografia propria dello scenario della stessa, per poi passare ai pericoli in esso presenti, le possibili caratteristiche dei propri potenziali avversari e così via dicendo. La più straordinaria preparazione fisica, la più incredibile abilità guerriera, da sola, non sarebbe valsa a molto nel momento in cui non fosse stata accompagnata, nel proprio incedere, da tutto ciò: magari non sempre, magari non per qualunque genere di battaglia, ma, sicuramente, per molte fra esse… e, in particolare, per tutte quelle nelle quali più facilmente si sarebbe potuto rimetterci la vita.
A confronto con tale pensiero, quindi, essere consapevoli di quante, eventuali, porte, passaggi, o anche soltanto tombini, avrebbero avuto a potersi elencare anche e soltanto in quei due chiostri, memorizzandone dimensioni e posizioni, valutandone l’usabilità o meno e, a prescindere da ciò, riservandosene comunque ricordo, avrebbe potuto, al momento più opportuno, avere a scoprirsi essere quel livello di informazione non soltanto utile, ma, addirittura, indispensabile a tutte loro per riuscire a uscire vive da quel luogo. Ragione per la quale, avendo l’occasione di visionare tutto ciò in anticipo, e, in tal senso, di minimizzare l’aleatorietà propria di tutto ciò, ella non si sarebbe negata occasione di più serio impegno a tal riguardo.

« Che la benedizione di Gau’Rol ti accompagni, pellegrino… »

Con queste parole, in maniera del tutto inaspettata, ebbe a sorprenderla una voce, ovviamente maschile, sopraggiungendo alle sue spalle e costringendola, di conseguenza, a voltarsi, e a voltarsi nella direzione della stessa, per avere a confrontarsi con l’imprevisto interlocutore. E, così facendo, colui che ebbe a presentarsi innanzi allo sguardo della donna non avrebbe potuto essere frainteso in alcun altro modo se non qual un sacerdote, identificabile in quanto tale per la caratteristica tunica rossa che, entro i confini propri di quel tempio, solo un sacerdote avrebbe avuto ragione di indossare, per così come fortunatamente anticipatole da Midda. Quanto, tuttavia, ella non si sarebbe potuta attendere, in una sgradevole assenza di dettaglio preventivo utile a meglio confrontarsi con tutto quello, sarebbe stata la possibilità di avere a incrociare un sacerdote già in quei chiostri, prima ancora di entrare, a tutti gli effetti, all’interno delle mura del santuario, nel cuore pulsante di quell’edificio di culto: evidentemente, il fatto che Midda non fosse mai entrata in quel tempio, e, soprattutto, non vi fosse mai entrata dall’ingresso riservato agli uomini, aveva reso viziata la propria aspettativa in tal senso, concedendo, quindi, a quell’uomo di avere a sorprenderla. Ma, mancanza di informazione a parte, sorpresa a parte, Duva ebbe comunque a rendere proprio sufficiente autocontrollo da non fare, o non dire, nulla di inappropriato. Anzi… da non dire nulla, e basta, laddove, qualunque cosa fosse accaduta, ella avrebbe avuto a doversi ricordare di dover essere muta, pena l’impossibilità a mantenere ancora quella fittizia identità di copertura dietro alla quale, sino a quel momento, si era incredibilmente riuscita a mascherare.
In tutto ciò, quindi, nel riconoscere in quel giovane y’shalfico, un uomo sulla trentina o forse meno, con corti, cortissimi capelli a ornare il proprio capo e non un filo di barba sul proprio volto, un sacerdote, e un sacerdote del culto di Gau’Rol, ella restò entro i confini del personaggio allor interpretato, accennando un sorriso, con denti tornati a essere, ancora una volta, spiacevolmente rovinati, ingialliti laddove non addirittura anneriti, e offrì un lieve, reverenziale inchino, portando poi la mano destra alle labbra,  e scuotendo quindi il capo, a escludere, da parte propria, la possibilità di avere a potergli offrire una qualunque risposta verbale.

« Oh… » esitò il sacerdote, aggrottando appena la fronte, a dimostrare una certa sorpresa innanzi a ciò, per poi, comunque, recuperare immediatamente il controllo della situazione e aprirsi in un amplio sorriso carico di quieta compassione per il proprio interlocutore « … comprendo… » annuì, prima di volgere il proprio sguardo all’agnello, e a quell’agnello che Duva stava continuando a condurre seco, guidandolo attraverso una corta corda tenuta con la propria mancina « … immagino che questa splendida e candida creatura sia un dono per il nostro amato dio. » sancì quindi, anticipandola nel proprio possibile desiderio d’offerta, mosso da una probabile benevolenza nei suoi riguardi, e una benevolenza atta a non permettergli di avere a doversi umiliare più del dovuto nel cercare di esprimersi innanzi a lui.

Duva, pur contrariata dall’aver così rapidamente incontrato un sacerdote, e un sacerdote che avrebbe potuto dimostrarsi di spiacevole ostacolo alla propria esplorazione del tempio, non poté che apprezzare quell’apparente sincero impegno da parte del proprio interlocutore per avere a favorirla, e a favorirla, quantomeno, nelle proprie più palesi, e ufficiali, intenzioni: evidentemente, al di là di tutte le indubbie mancanze proprie del popolo di Y’Shalf, qualcuno, entro quei confini, ancor avrebbe avuto a doversi riconoscere animato da modi gentili e un mai detestabile altruismo, per quanto, in quel momento, per lei obiettivamente incomodo. E così, sorridendo nuovamente in direzione del proprio interlocutore, e accennando a un altro inchino di ringraziamento in suo favore, ella non mancò di annuire, confermando quanto da lui ipotizzato, in coerenza, comunque e del resto, con le premesse che lei e le sue amiche non avevano mancato di rendere proprie.

« Ottimo… seguimi allora. » la invitò il sacerdote, ancora una volta dimostrandosi squisitamente accomodante verso di lei, benché ella… anzi, egli avesse a doversi intendere un perfetto sconosciuto per lui, un pellegrino fra molti altri lì chiassosamente presenti e, ciò non di meno, forse più singolare rispetto a chiunque altro proprio in conseguenza al fatto, allora, di non essere egualmente contraddistinto da una tanto rumorosa presenza « Ti farò strada all’interno del tempio. »

martedì 7 aprile 2020

3239


Ciò non di meno, e ovviando a qualunque facile ipocrisia, assolutamente corretta avrebbe avuto a doversi intendere l’argomentazione proposta dalla medesima donna guerriero, a confronto con il ricordo, ancor non obliato, e non così facilmente banalizzabile, della squisita tenerezza delle carni proprie del seksu. E così, con buona pace di quell’agnello, tanto apparentemente inconsapevole della brutalità del mondo a sé circostante, nessuna fra loro avrebbe potuto, effettivamente, sollevare remora di sorta, a meno di non voler apparire decisamente incoerente nel proprio approccio con il mondo.

« Mi spiace piccolo… » concluse quindi Duva, stringendosi appena fra le spalle e rivolgendosi direttamente all’indirizzo di quell’innocente olocausto, il destino del quale, in un verso o nell’altro, non avrebbe avuto a doversi intendere poi così promettente « … prendila positivamente: morire bruciato sarebbe decisamente molto peggio! » argomentò a cercare di rassicurarlo, benché, da parte del cucciolo, null’altro se non uno sguardo indifferente le poté essere allor offerto, in lei, o, per meglio dire, in lui, nulla riconoscendo meritevole di qualche approccio più entusiastico a qualunque senso avrebbe voluto offrire al proprio immediato futuro.

Avendo quindi equipaggiato Duva dell’agnello utile all’eventuale sacrificio al dio, Midda ebbe allora a indirizzare le proprie amiche sino all’ingresso del tempio, là dove, pertanto, le loro strade avrebbero avuto a dividersi. E con un ultimo, invisibile sorriso in direzione della propria compagna di ventura, lì nelle vesti di un improponibile marito, non che, per carità, il suo effettivo sposo avesse a doversi intendere più sensato nella propria stessa proposta… anzi; ella si avviò insieme a Lys’sh, sua supposta figliola, nella direzione del matroneo, l’area di culto riservata alle donne, lasciando Duva libera di potersi, al contrario, muovere verso il tempio vero e proprio.
Fatta eccezione per le proprie dimensioni, e quelle dimensioni necessariamente commisurate tanto al prestigio della città in cui era collocato, tanto al prestigio proprio del dio a cui era stato dedicato, il tempio di Gau’Rol nella città di Y’Rafah non avrebbe potuto vantare, almeno a un primo impatto, alcuna particolare peculiarità rispetto ad altri templi dedicati ad altri dei, in quella o in altre città.
Superato il primo cortile d’ingresso, là dove, per l’appunto, uomini e donne avrebbero avuto a doversi separare, riservando al contempo, alle stesse donne, in una paradossale contraddizione, tanto un certo, inedito, grado di libertà, quanto, e comunque, una chiara discriminazione di genere; l’accesso al santuario avrebbe previsto necessariamente il passaggio da almeno altri due o tre cortili, scoperti per gli uomini, coperti per le donne, al contempo utili a incamerare il vivace traffico di persone lì presente e, accanto a ciò, a imporre maggiore solennità al confronto con il divino. Allo stesso modo in cui, del resto, un ambasciatore o un dignitario non avrebbe mai potuto essere ammesso, immediatamente, al cospetto di un sovrano, dovendo prima attraversare diverse stanze, diversi ambienti, generalmente contraddistinti anche da un alto numero di soldati al servizio del potente di turno, lì schierati a sua protezione, sol alfine conquistando la possibilità di essere ammessi alla presenza del proprio anfitrione; allo stesso modo mai, in un templio, vi sarebbe potuta essere un’immediata possibilità di confronto con il sacro, richiedendo ai fedeli pazienza sufficiente ad affrontare, ogni volta, una sorta di metaforico, e fisico, percorso iniziatico, e un percorso iniziatico utile a garantire loro il raggiungimento della migliore condizione mentale e spirituale possibile per presentarsi innanzi al divino. Così, nel mentre in cui Duva ebbe a condurre il proprio agnello attraverso una coppia di grandi chiostri circolari, il perimetro esterno dei quali avrebbe avuto a dover essere riconosciuto ornato da un’elegante colonnato; Midda e Lys’sh si ritrovarono ad attraversare due ampie stanze su pianta rettangolare contraddistinte da una lunga serie di finestre, lungo i propri perimetri, completamente ricoperte, nella propria superficie, da una fitta grata metallica, e da una grata che se già, a stento, avrebbe permesso dall’interno di poter intuire il mondo esterno, ancor meno avrebbe permesso all’eventuale mondo esterno di spingere il proprio impudente sguardo all’interno, in una versione sicuramente più amplia, ma contraddistinta dalla medesima valenza, della retina con la quale, nei loro burqa, anche i loro sguardi di offrivano castigati. Una precauzione a tutela delle donne, o piuttosto, a ulteriore, oppressivo loro discapito, che non avrebbe comunque concesso alle medesime una qualche libertà di avere a mostrare i propri volti, a liberarsi, almeno in parte, dei propri burqa, non laddove, comunque, a mantenere un attento controllo patriarcale su tutte loro non sarebbero mancati, anche lì dentro, degli uomini, eunuchi, certo, e pur sempre uomini, a supervisione e controllo di quelle aree, al cospetto dei quali, quindi, i loro volti avrebbero egualmente e obbligatoriamente dovuto restare celati.
Offrendo ragione alle anticipazioni della donna guerriero dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco, tanto i chiostri maschili, quanto quegli atri femminili, avrebbero avuto a doversi intendere contraddistinti da un grande traffico di persone, persone in ingresso e persone in uscita, che, pur animate ragionevolmente dai medesimi intenti, avrebbero lì avuto a doversi riconoscere caratterizzate da comportamenti molto diversi, nell’uno o nell’altro spazio. Là dove, infatti, i chiostri maschili avrebbero avuto a dover essere intese quasi dei veri e propri cortili, nei quali gli uomini si muovevano con grande confusione e con elevate sonorità, generate da chiacchiere continue e vociare incessante a dispetto di qualunque supposta necessità di purificazione mentale e spirituale per giungere preparati al cospetto del divino; gli atrii femminili avrebbero avuto a dover essere altresì riconosciuti qual dominati da un quieto, e quasi ansiogeno, silenzio, appena turbato, dai gruppetti di intraprendenti, da un sommesso bisbigliare, sì soffocato al punto tale che persino a cospetto con il fine udito di Lys’sh nulla di più di un semplice sussurro avrebbe potuto essere effettivamente apprezzato. Una situazione non sgradevole per la giovane donna rettile, abitualmente frastornata dalla confusione a lei circostante in mondi in cui, purtroppo, l’udito dei più non avrebbe avuto a doversi intendere sensibile qual il proprio, che pur non poté ovviare a inquietarla, nell’evidenza di quanto, allora, potesse obiettivamente intendere meglio i discorsi propri degli uomini, per così come lì condotti dall’aria attraverso le inferriate alle finestre dal cortile esterno, rispetto alla voce delle donne lì pur egualmente radunate, lì pur egualmente in movimento, in ingresso e in uscita dal santuario: dimostrazione chiara, in tutto ciò, non di quanto gli uomini avessero a doversi intendere più rumorosi rispetto alle donne, ma quanto, in quella città, in quel regno, le donne fossero così abituate a non avere possibilità di espressione da non arrivare neppure a maturare il pensiero di esprimersi autonomamente neppure avendo l’occasione di farlo. Con buona pace per qualunque velleità di emancipazione…

« Il burqa è il minore dei mali, in questo regno... » sancì quindi verso Midda, anch’ella in un sussurro sì lieve da risultare simile a un respiro sibilato « … ben altre sono le catene a soffocare la libertà delle donne. Soprattutto all’interno delle loro stesse menti! »
« Benvenuta in Y’Shalf… » replicò l’altra, scuotendo appena il capo e, tristemente, ritrovandosi praticamente costretta a minimizzare la cosa, più che consapevole della medesima già da molto, troppo tempo « Qui ogni cosa nasce con l’intento di castigare le donne. Anche questa stessa stanza. »
« … già… una stanza a parte per le donne, ma controllata dagli uomini. » osservò giustamente Lys’sh, in riferimento alla presenza degli eunuchi lungo tutto il perimetro di quel vasto atrio, disposti in maniera pressoché regolare in corrispondenza di qualunque finestra.
« Fosse solo quello. » negò tuttavia la Figlia di Marr’Mahew, con tono mesto « La questione è molto più profonda e subdola. La cultura propria di questa nazione disdegna gli angoli negli edifici, almeno tanto quanto in Kofreya sono disdegnate le curve: e di che forma è questa stanza…? Rettangolare… » puntualizzò, ponendo l’accento su un particolare apparentemente banale ma che, posto a confronto con la mentalità propria di quella realtà avrebbe avuto ad assumere una valenza terrificante « Solo gli spazi destinati alle donne, nei templi, hanno forme squadrate allorché curve, a enfatizzare, ancora una volta, la natura indegna delle donne… donne che, in ciò, neppure hanno a meritare uno spazio giudicabile qual “normale”. » esplicitò, a scanso di qualunque possibilità di fraintendimento.

lunedì 6 aprile 2020

3238


In quel di Y’Rafah diversi avrebbero avuto a dover essere intesi i luoghi di pubblico interesse, oltre alla celeberrima accademia militare. Molte case di nobili famiglie, per lo più visir di altissimo lignaggio. Molti centri di potere, politico ed economico, principalmente, ma anche religioso, con le abitazioni di alcuni fra i più importanti sacerdoti di tutto il regno. E, ovviamente, molti templi: templi importanti, templi dedicati ai maggiori dei di tutto il pantheon y’shalfico, affollati, giorno e sovente notte, da dozzine e dozzine, centinaia di persone, fra fedeli e sacerdoti, i primi alla ricerca del favore degli dei, e i secondi ben pronti a riconoscerglielo, in cambio del più appropriato tributo. E proprio presso uno di tali templi, uno fra i più antichi e importanti di tutta Y’Rafah, finirono ineluttabilmente per muovere i propri passi le tre donne al mattino seguente al proprio arrivo, per un primo sopralluogo utile a permettere loro di prendere le misure con il luogo e di meglio comprendere cosa avrebbe potuto attenderle, se non nella propria totalità, almeno in una minima misura, e quella minima misura pur utile a ridurre, almeno in parte, l’aleatorietà del successo della loro missione. E tale tempio, forse superfluo a sottolinearsi, altro non avrebbe avuto a doversi intendere se non il tempio stesso di Gau’Rol, signore del fuoco.

In accordo con le informazioni raccolte da lord Brote, infatti, l’ultima notizia certa nel merito del fato della leggendaria spada della misericordia l’avrebbe veduta collocata in quel di una camera segreta realizzata nel cuore del templio stesso del dio Gau’Rol, antagonista della dea Teh’Maeth, signora dei pascoli, e, in ciò, in fiero contrasto a quella stessa arma da lei così benedetta, per questioni che, più che di ordine religioso, quindi, avrebbero avuto a doversi intendere in effetti quasi di natura politica. Come e perché, poi, quella lama incantata potesse essere giunta in quel di Y’Shalf, e, in particolare, in quel di Y’Rafah, e potesse essere stata lì sotto segregata, difficile sarebbe stato immaginarlo. Così, seppur in grazia di informazioni decisamente nebulose, per non dire del tutto prive di qualunque credibilità, e, ciò non di meno, conscia di essere partita, in passato, per missioni caratterizzate persino da minori certezze, Midda Bontor aveva colto al volo quell’occasione, quella possibilità, pur remota, di ottenere quanto desiderato, e si era gettata in quell’avventura, desiderosa di esplorare indomitamente quella pur effimera eventualità e di scoprire, in ciò, quanto effettivamente poco fondata avrebbe avuto a doversi intendere quell’informazione e quanto, piuttosto, espressione di una qualche benevolenza divina nei suoi stessi riguardi.
Ovviamente, se già non semplice avrebbe avuto a doversi intendere avventurarsi in quel di Y’Shalf per tre donne, per tre donne straniere, e per tre donne straniere provenienti, in particolare, da Kofreya, la lunga strada che le tre amiche avevano avuto a percorrere per giungere sino a lì avrebbe avuto a doversi intendere finanche un noioso preludio a confronto con quanto, di lì in avanti, avrebbe potuto loro attendere. Perché se già non semplice avrebbe avuto a doversi intendere avventurarsi in Y’Shalf, e ancor meno semplice avrebbe avuto a doversi intendere penetrare entro le alte mura della città di Y’Rafah, assolutamente sfidante sarebbe stato violare una qualche sconosciuta camera del tesoro celata al di sotto di uno dei più importanti templi della città… e un tempio per violare il quale, ineluttabilmente, sarebbero state messe alla prova tutte le loro abilità.
E così, dopo una notte di quieto riposo in quel di una locanda fra le tante presenti in città, e una locanda in cui Mu'Sah Al-Lisaen, sua moglie Nass'Hya e loro figlia Fath’Ma avevano avuto occasione di riposare, oltre che, forse e ancor più, di godere finalmente del piacere proprio di un caldo bagno, le tre donne, ancora interpretando i ruoli che così avevano reso propri, si diressero di buon’ora al tempio, per quel, speranzosamente, utile sopralluogo.

Ovviamente, all’interno del tempio, Duva, o per meglio dire Mu’Sah, avrebbe avuto a doversi separare dalla propria sposa e dalla loro figlioletta, laddove, inutile a dirsi, mai una donna avrebbe potuto accedere alle stesse aree proprie degli uomini in un luogo di culto. Ma questo, in fondo, non sarebbe poi stato completamente negativo, laddove, comunque, avrebbe permesso loro di esplorare una più amplia superficie, almeno nelle zone pubbliche, propria di quel santuario, cercando di raccogliere ogni informazione utile, anche solo a livello visivo, sull’architettura propria di quel luogo e sui propri segreti. Unica controindicazione: Duva, priva di un’utile confidenza con la lingua locale, sarebbe allor rimasta sola… e sola nel potenziale confronto con possibili interlocutori, con i quali, allora, avrebbe avuto a doversi arrangiare, all’occorrenza, a gesti. Ciò non di meno, nell’abituale affollamento proprio del tempio, sin dalle prime luci dell’alba di un nuovo giorno, ella avrebbe avuto buone probabilità anche di passare del tutto inosservata all’interno della calca, evadendo a qualunque possibile interesse proprio di un qualche sacerdote eccessivamente zelante.
Ovviamente, al di là di qualunque speranzosamente benevola complicità propria del destino, Midda non avrebbe mai mandato avanti la propria amica senza un minimo di preparazione nel merito di quello che avrebbe potuto attenderla e sebbene, personalmente, ella non avesse particolari esperienze pregresse nel confronto con quel tempio in particolare, molti avrebbero avuto a dover essere enunciati i delubri da lei visitati nel corso della propria vita, la maggior parte dei quali, certamente, ormai in rovina, e pur non tutti: e per quanto il proprio personale rapporto con Thyres, la dea tranitha dei mari, non avesse abitualmente a passare per un qualche tempio, ella aveva avuto occasione di frequentare abbastanza di quei luoghi per poter prevedere quanto sarebbe potuto essere necessario condurre seco all’interno di un tempio e di un tempio dedicato al signore del fuoco.
Ragione per la quale, ancor prima di giungere al tempio, ineluttabile fu un passaggio per l’affollato mercato antistante il suo ingresso, e un mercato nel quale avere ad acquistare l’offerta che, al momento opportuno, sarebbe stata presentata in gloria alla divinità…

« Non ci penso nemmeno a bruciare vivo un agnello… se è questo che mi stai chiedendo di fare! » sussurrò la diretta interessata, nel momento in cui, dopo aver contrattato con il mercante a suo nome, Midda ebbe a porgerle l’estremo di una corda, al cui altro capo avrebbe avuto a doversi intendere presente un morbido cucciolo dal candido manto.
« Ma figurati se lo bruciano vivo… » escluse fermamente la donna, scuotendo il capo « Neppure in Gorthia, e lì ti assicuro che sono parecchio esaltati a tal riguardo, consumano più sacrifici in onore del loro dio Unico: l’agnello ti servirà come valida copertura per entrare nel tempio e nel caso in cui, eventualmente, un sacerdote dovesse avvicinarsi a te domandandoti qualcosa. » la rassicurò, sorridendo al di sotto del burqa, in un’espressione che, tuttavia, non avrebbe potuto essere colta dalla controparte, rendendo necessariamente più complicato quel dialogo nell’eliminare, dalla comunicazione, tutto ciò che non avesse a intendersi esplicitamente verbale o paraverbale « Tu accenna al fatto di essere muto, consegnagli l’agnello e riceviti la benedizione di rito: l’animale verrà poi portato via e, nel migliore dei casi, sarà rivenduto domani mattina a qualche altro pellegrino… »
« E nel peggiore…?! » non poté fare a meno di domandare Lys’sh, in un sussurro quasi inudibile, avendo seguito perfettamente la discussione fra le due amiche per mezzo del proprio sensibilissimo udito.
« Nel caso peggiore, sarà servito stasera a cena… » si strinse nelle spalle la donna guerriero « Ma considerando che anche noi, ieri sera, abbiamo pasteggiato con carne d’agnello, non credo proprio che vi possa essere qualche ragione di remora a tal riguardo. »

L’ultima volta che Midda, Duva e Lys’sh si erano ritrovate a confronto con una potenziale cena, e una cena ancora in vita, le tre donne avevano avuto occasione di scoprire quanto, in effetti, le bestie in oggetto non avrebbero avuto a doversi fraintendere effettivamente soltanto quali delle bestie, quanto e piuttosto esponenti di una vera e propria civiltà senziente, una civiltà non umanoide e che, in questo, era stata palesemente fraintesa nella propria stessa natura, e ridotta, proprio malgrado, a consumo alimentare. Un’esperienza pregressa, la loro, che avrebbe necessariamente dovuto suscitare non pochi scrupoli nel merito di così facili sentenze, per come allora, la stessa Figlia di Marr’Mahew stava loro offrendo, richiedendo loro di domandarsi se, magari, non stessero compiendo ancora il medesimo sbaglio.

domenica 5 aprile 2020

3237


« Beh… hai fatto comunque bene a ucciderlo, scelta razionale o no che sia stata. » ribadì Duva, non provando francamente dispiacere per la morte del visir, e di quel maledetto che, in tal maniera, aveva fatto soffrire la propria amica.

Un momento di silenzio seguì la conclusione del racconto, nel mentre in cui Midda iniziò a levarsi in piedi dal tappeto sul quale era accomodata a pranzare e a riposare con le gambe incrociate, secondo gli usi locali. Usi locali l’adozione dei quali, in tal maniera resa proprio anche dalle tre amiche, avrebbe avuto allor a doversi intendere quantomeno obbligata, e obbligata anche e soltanto dal semplice fatto che il tavolo attorno al quale si erano potute sistemare avrebbe avuto a doversi riconoscere a non più di un piede da terra, rendendo in ciò quantomeno improbabile adottare una qualunque altra postura che non prevedesse il sistemarsi al suolo. Nulla a cui, invero, le tre donne non avrebbero avuto a doversi considerare abituate, laddove, nel proprio peculiare stile di vita, e nello stile di vita che avevano scelto qual proprio, una buona maggioranza dei propri pasti avrebbero avuto a doversi riconoscere consumati in condizioni anche più scomode rispetto a quella, senza la comodità di un tappeto sotto le terga, senza del buon vino da consumare in allegria e senza, ancor peggio, dell’ottimo e abbondante seksu da condividere convivialmente.
Pigramente, quindi, la Figlia di Marr’Mahew allungò la schiena all’indietro, a distendere al massimo i muscoli troppo a lungo rimasti quieti in una medesima posizione, e in una posizione che, allora, invocava una qualche rivoluzione di sorta, pretendendo da lei, dopo tanta quiete, un minimo di movimento allo scopo di evitare un antipatico atrofizzarsi dei medesimi. E così distendendosi, così allungando schiena e braccia in una mossa quasi felina, ella non poté mancare di offrire l’idea propria di un gatto, o di un altro più importante felino che, dopo essersi pigramente riposato, avrebbe avuto allor a doversi intendere pronto a riprendere la propria caccia, ovunque questa l’avesse condotto.

« Comunque siano andate le cose, ormai sono passate. » minimizzò allor la donna dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco, scuotendo appena il capo « Se vi ho raccontato tutto ciò è soltanto per non offrire l’impressione che, in qualche misura, io possa avere desiderio di nascondervi qualcosa… perché così non è! » puntualizzò, a offrire un senso a quel racconto e alla necessità del medesimo « Dopo gli eventi con Anmel Mal Toise, o preso un impegno con Be’Sihl e con tutti voi, ma soprattutto con me stessa, a non avere ulteriori segreti per le persone a cui tengo… e questa, quindi, potete considerarla qual una dimostrazione di buona volontà. »

Anche Lys’sh e Duva, allora, ebbero a risollevarsi in piedi, ben intendendo quanto, ormai, il momento del loro riposo avesse così a doversi intendere qual concluso. E se la prima ebbe a rialzarsi con un’eleganza inumana, qual, del resto, ella stessa avrebbe avuto a doversi intendere essere, neppur offrendo l’idea di un movimento muscolare, quanto e piuttosto di una semplice levitazione; la seconda ebbe ad accennare una lieve esitazione, segno evidente di quanto, proprio malgrado, forse avesse abbondato eccessivamente con quel vinello rosato, e quel vinello rosato che, per quanto buono e apparentemente leggero, doveva comunque star sortendo qualche effetto sul suo equilibrio.

« Oh-uff… » si lamentò la medesima Duva, scuotendo appena il capo come a cercare di ritornare in sé « Mi sa che sto iniziando a non reggere più tanto bene l’alcool. » ammise, non priva di una certa grottesca autoironia, nel ben rammentare quanto, in genere, nelle serate in quel di Kriarya, ella fosse solita competere con i migliori bevitori della città, in lunghe ed estenuati gare a base di alcolici contraddistinti da gradazioni decisamente maggiori rispetto a quella propria del vino da loro allor consumato.
« O, forse, inizi a essere un po’ troppo vecchia per lunghi viaggi a dorso di cavallo… » ridacchiò provocatoriamente la donna guerriero sua compare e complice, raccogliendo da terra il proprio burqa e preparandosi a indossarlo nuovamente.
« Cocca… guarda che, tecnicamente, tu sei persino più vecchia rispetto a me! » inarcò il sopracciglio destro la prima, socchiudendo appena gli occhi e arricciando le labbra con fare minaccioso verso l’altra, a dimostrare tutta la propria contrarietà a quell’accenno alla propria non più fanciullesca età « E non dimenticare che, dalle mie parti, i quaranta sono considerati al pari dei nuovi venti… » puntualizzò, impettendosi con un certo modo d’orgoglio a confronto con tutto ciò.
« Dalle tue parti, appunto… » strizzò l’occhio sinistro Midda, con fare divertito verso di lei « … ma da queste parti, siamo entrambe in età utile per essere considerate due nonne! » precisò l’altra, offrendo una lunga fila di bianchi denti in un amplio sorriso più che divertito da tutto ciò.

Non che Midda Bontor fosse solita considerarsi al pari di una nonna, avendo da poco, invero, iniziato a considerarsi al pari di una madre: ciò non di meno, indubbio avrebbe avuto a dover essere inteso quanto, ormai, ella avesse l’età che avevano le sue care nonnine quando ella era ancora una bambina… e, in effetti, una bambina di dieci anni, l’età alla quale ella decise di scappare di casa per avventurarsi, clandestina a bordo di una nave mercantile, alla scoperta del mondo.

« Dannazione… » sgranò gli occhi Duva, cercando una qualche complicità quantomeno in Lys’sh, la quale, dal canto proprio, non avrebbe potuto ovviare a sogghignare a confronto con quel dialogo « … ma in che razza di mondo siamo finite?! » domandò, sforzandosi di apparire quanto più possibile sconvolta « Posso comprendere la mancanza dei gabinetti. Posso sopportare la mancanza di una doccia. Posso tollerare un regresso tecnologico e scientifico a livelli poco più che primitivi. Ma essere considerata come una nonna… no!... dai… » scosse il capo, escludendo fermamente quella questione « Sono troppo bella per certe cose! »

Il che, detto in quel particolare momento, e in quel particolare momento nel quale tutta la sua obiettiva beltà avrebbe avuto a doversi purtroppo considerare celata e castigata dietro al camuffamento orchestrato dalla stessa Lys’sh, e da quel camuffamento atto a farla risultare, piuttosto, qual un brutto omaccione barbuto… beh… non avrebbe potuto ovviare a rendere il tutto ancor più grottesco e divertente, al punto tale che il quieto sogghignare della giovane donna rettile non poté che tramutarsi in una risata a pieni polmoni, per soffocare la quale dovette premersi la destra innanzi alla bocca.

« Stai ridendo di me…?! » domandò sconsolata l’altra, per un momento, forse, dimentica del proprio travestimento e, in questo, pur consapevole di star orchestrando quella sceneggiata per l’ilarità delle proprie amiche, tutt’altro che consapevole di quanto l’effetto finale della medesima non avrebbe potuto mancare che offrirsi straordinariamente moltiplicato « … cielo che razza di vipere mi ritrovo come amiche… » sbuffò, incrociando le braccia al petto, con aria sconsolata.
« Sai… credo che riusciresti a risultare più credibile nei tuoi lai se soltanto non avessi così tanti rimasugli di seksu incastrati nella barba… » suggerì allora Midda, nel mentre in cui Lys’sh, dal canto proprio, si ritrovò ora persino a faticare nel mantenersi in posizione eretta, tanto le risate, e le risate pur soffocate, le stavano facendo dolere gli addominali, costringendola a piegarsi in avanti.
« … » esitò quindi Duva, sgranando gli occhi, e sgranandoli ora non forzatamente, non per una qualche sceneggiata, quanto e piuttosto per una sincera sorpresa e una sorpresa innanzi all’inatteso ricordo del proprio travestimento, e di quel travestimento che, ancora, l’avrebbe avuta a dover contraddistinguere « … vi odio!... » sancì pertanto, storcendo le labbra verso il basso in un segno di evidente disgusto, e di disgusto all’idea di avere del cibo incastrato fra la barba « E solo i tuoi dei possono capire quanto io vi odi in questo momento! » incalzò, non sapendo neppure cosa poter fare per sistemarsi, e, in questo, restando in una imbarazzante situazione di stallo con le mani tremanti che pur avrebbero desiderato ripulirle la faccia, ma che lì non poterono mancare di frenarsi nel timore di compromettere, altresì, l’intero camuffamento quand’ancora avrebbe avuto a doversi intendere sicuramente utile.

sabato 4 aprile 2020

3236


« Audace… » sorrise Duva « Un po’ scontato, ma audace… » puntualizzò, non volendo riconoscere particolare originalità all’uomo e, ciò non di meno, non potendo neppure mancare di tributargli il giusto merito per aver deciso di reagire in tal maniera innanzi a una donna chiaramente intenzionata a ucciderlo… o, quantomeno, presumibilmente intenzionata a ucciderlo.
« Abbastanza. » annuì Midda « Abbastanza, per lo meno, da essere in grado di stuzzicare il mio interesse, la mia curiosità, e in ciò da spingermi a rispondergli a torno, con parole che probabilmente non avrebbero a loro volta avuto a doversi considerare particolarmente originali, e, ciò non di meno, adeguate al contesto. » precisò ella, giustamente critica nei propri riguardi tanto quanto aveva voluto allor dimostrarsi critica nei riguardi del proprio allor antagonista « Una provocazione né ispirò un’altra, una parola né richiamò un’altra, un attacco né suscitò un altro… »
« … e alla fine vi trovaste a letto insieme. » inarcò un sopracciglio l’altra donna guerriero, ben intuendo l’epilogo della questione.
« Ovvio… » confermò la Campionessa di Kriarya, senza imbarazzi, senza pudori, nell’aver sempre rivendicato con fierezza la propria libertà di pensiero e d’azione, tanto nelle leggendarie prove che la vita avrebbe potuto porle innanzi, quant’anche, e non meno importante, nei più comuni aspetti della propria quotidianità, includendo anche, e ovviamente, la propria sfera sentimentale e sessuale « Come ho già detto era bello e affascinate, intelligente e carismatico… e, in tutta franchezza, trascorremmo dei giorni meravigliosi insieme. »
« Giorni addirittura…?! » domandò Lys’sh, piegando appena il capo di lato « Non so perché mi ero convinta che la questione si fosse conclusa in breve tempo… »
« Oh no! No assolutamente! » scosse il capo la figlia di Marr’Mahew « Assunsi il nome di M'Aydah… che poi altro non è che la versione y’shalfica del mio nome tranitha, e vissi qui in quel di Y’Rafah per più di un intero anno, prima che gli eventi degenerassero. »
« Un anno intero?! » ripeté Duva, sgranando gli occhi e lasciando ricadere, per sbaglio, il bicchiere sul tavolo, tanto la sorpresa a confronto con quel dettaglio temporale, prima effettivamente non colto nella propria entità, nella propria effettiva importanza « Oh cielo! Allora non si trattò di una semplice avventura… »
« Fosse stata una semplice avventura, mi tormenterebbe ancora a distanza di così tanto tempo…?! » aggrottò la fronte Midda, dimostrandosi un po’ offesa dalla banalizzazione in tal senso compiuta dall’amica sororale « Per cortesia, Duva… dovresti conoscermi meglio di così! »
« In effetti… » piegò appena il capo di lato la diretta interessata, riconoscendo il proprio torto.
« Quindi… per un anno intero… per più di un anno, tu vivesti in quel di Y’Shalf, in tutto e per tutto come una donna y’shalfica?! » tornò al nocciolo della questione la donna rettile, non riuscendo, francamente, a immaginare la propria amica accettare la follia delle regole e delle consuetudini locali… non per qualche giorno, figurarsi, quindi, per un anno intero… anzi, per più di un intero anno.
« Beh… quasi. » ammise la donna, volgendo lo sguardo al cielo con aria riflessiva a tal proposito « Diciamo che, ufficialmente, avevo accettato, per amore, di piegarmi al modo di vivere locale… » ammise, riconoscendo in tal senso la propria debolezza « … in realtà, al di fuori delle pubbliche apparizioni accanto a Ta’Hinn, ero comunque restata la stessa donna di sempre, continuando a essere me stessa entro i confini della sua dimora, così come anche e sovente al di fuori, ogni qual volta partivo per qualche missione. »
« Figurarsi… » ridacchiò Duva, scuotendo il capo « Sarebbe stato veramente folle pensare che, per un anno intero, tu fossi potuta restare chiusa in casa a vivere come una brava mogliettina y’shalfica. » ammiccò poi, invero ben lieta di ciò, laddove, in caso contrario, la smisurata stima provata nei riguardi della propria amica avrebbe avuto sicuramente a risentirne.
« Non sarei stata io… » confermò l’altra, annuendo serenamente « E comunque, a differenza di Be’Sihl, Ta’Hinn avrebbe avuto a doversi riconoscere ben lieto della mia irrequietezza, così come della mia doppia natura, non negandosi, all’occorrenza, la possibilità di ricorrere alla medesima per i propri interessi, per i propri scopi, in termini che, comunque e del resto, avrebbero avuto a doversi considerare più che lietamente avallati da parte mia. »
« Insomma… andavate d’amore e d’accordo come si suol dire! » commentò Lys’sh, francamente sorpresa nell’udire tutto ciò, avendo fatto propria una diversa idea preventiva nel merito dello sviluppo di quella storia « Un uomo ricco e di potere, una donna forte e determinata, una magnifica magione, un figlioletto da crescere… cosa mai avrebbe potuto andare storto…?! » ironizzò amaramente, nel ben intuire che proprio a tal punto, necessariamente, avrebbe avuto a sopraggiungere il colpo di scena, e il colpo di scena già anticipato dalla canzone, e da quella canzone relativa a un tradimento da parte dell’uomo e all’ineluttabile morte dello stesso per mano sua.
« Già. Cosa mai avrebbe potuto andare storto…?! » ripeté Midda, scuotendo appena il capo « Era proprio la prospettiva che, stolidamente, avevo reso mia all’epoca, illudendomi di aver inaspettatamente raggiunto la felicità nell’ultimo posto al mondo dove mai avrei potuto immaginare di doverla andare a cercare. » sorrise, tristemente divertita dall’ingenuità che, in tutto ciò, ella aveva dimostrato « Purtroppo, o per fortuna, alla fine mi resi conto della realtà dei fatti… e di quei fatti che, allora, non avrebbero avuto a dover considerare alcun reale coinvolgimento emotivo da parte di quell’uomo nei miei riguardi, quanto e piuttosto un freddo calcolo di convenienza, e di convenienza a poter vantare, al proprio servizio, un’abile assassina l’identità della quale non avrebbe mai potuto essere supposta da alcuno e gli omicidi compiuto dalla quale, allora, non avrebbero mai potuto essere a lui ricondotti… »
« Omicidi…? Ti incaricò di uccidere i suoi rivali…?! » ipotizzò, non erroneamente, Lys’sh.
« Mi incaricò di molte cose… fra cui, sì, uccidere anche alcuni suoi rivali, e alcuni suoi rivali scomodi nella propria ascesa al potere. E a un potere dal quale avrebbe avuto a doversi intendere allor semplicemente inebriato, al punto tale da non potersi riservare alcuno scrupolo per poterlo veder accrescere… » confermò l’altra, annuendo ancora una volta « Fino a quando la mia stessa presenza si dimostrò incomoda nel confronto con i suoi piani… e con quei piani che, a un anno di distanza dalla morte della sua prima moglie, a rispettare il lutto per tale evento, lo videro desiderare rinfrancare la propria posizione all’interno della politica nazionale chiedendo in sposa un’altra figlia del sultano. »
« Credevo di aver inteso che qui la poligamia fosse di casa… » suggerì Duva, non riuscendo a comprendere il problema, per Ta’Hinn, nell’eventualità di ritrovarsi a confronto con una possibile nuova moglie e, al tempo stesso, un’amante o concubina o quant’altro che dir si potesse « Che fastidio gli avrebbe potuto dare la tua presenza…?! »
« L’uomo più potente di Y’Shalf, secondo solo al sultano, nonché marito di ben due figlie del sultano, che va a letto con una donna straniera…? E, soprattutto, una donna mio pari…?! » aggrottò la fronte Midda, trattenendosi a stento dallo scoppiare a ridere « Di fastidi ne avrebbe avuti parecchi… a meno di non convincermi a convertirmi completamente agli usi e costumi locali. Ma, anche nell’eventualità, improbabile, in cui fosse riuscito a ottenere tanto, inutile, per lui, sarebbe improvvisamente stata la mia presenza: a lui servivo come mercenaria, come assassina… non di certo come amante! »
« Figlio d’un cane… » commentò allora l’altra, sgranando gli occhi e storcendo le carnose labbra verso il basso « Hai fatto bene a ucciderlo! » confermò quindi, non potendo immaginare un fato migliore per lui.
« Non fu una scelta razionale da parte mia. » negò tuttavia la donna guerriero, escludendo simile possibilità, per così come pur, allora, più che quietamente, preventivamente giustificata dall’amica « Una notte, approfittando del fatto che io stessi dormendo, egli provò a uccidermi. E lo stesso pugnale con il quale avrebbe dovuto condannarmi a morte si ritrovò conficcato nel suo cuore fino all’impugnatura, in una reazione istintiva, in un gesto meccanico da parte mia che, per un fugace istante, neppure ebbi a comprendere cosa stesse accadendo o perché… »

venerdì 3 aprile 2020

3235


Caratteristica peculiare del tempo avrebbe avuto a dover essere da sempre riconosciuta quella di essere in grado di concedere alle persone una più corretta prospettiva sugli eventi occorsi, sulle scelte compiute e, perché no?, sulle emozioni provate. E, probabilmente, proprio in ciò avrebbe avuto a dover esser intesa la peculiarità intrinseca degli dei: godendo dell’eternità, nell’essere da sempre esistiti e nel poter esistere per sempre, agli dei non sarebbe mai mancata la possibilità di rivedere gli eventi occorsi, le scelte compiute e le emozioni provate in una migliore prospettiva, e in quella prospettiva di onnisciente superiorità che non avrebbe mancato di contraddistinguerli qual tali, alimentata, inevitabilmente, proprio da tutto questo, in un circolo virtuoso che, al loro potere, alla loro forza, alla loro saggezza, non avrebbe potuto ovviare ad aggiungerne ancora altra, reiterando il tutto all’infinito. Per un comune mortale, altresì, il tempo avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual una risorsa estremamente limitata, e sì limitata da non essere nota, invero, neppure nella propria effettiva quantità: per qualcuno si sarebbe potuto parlare di giorni, se non, addirittura, di ore; per qualcun altro di mesi e anni; per i più fortunati, addirittura, di decenni. Tempo limitato, quindi, quello proprio dei mortali, nel corso del quale, tuttavia, non sarebbe mancata occasione anche agli stessi di riporre nella giusta prospettiva gli eventi occorsi, le scelte compiute e le emozioni provate, accrescendo se stessi e il proprio rapporto con la vita, con la realtà, e con la Storia.
In tutto questo, per chi, al pari della Figlia di Marr’Mahew, avrebbe avuto a doversi riconoscere l’occasione di aver vissuto per un numero di anni ragguardevole, soprattutto nel ben considerare il suo stile di vita e la professione nella quale tanto a lungo si era impegnata, il tempo avrebbe avuto a dover essere considerato uno straordinario alleato, e un alleato tale da rivedere le proprie posizioni passate, i propri sentimenti, e offrire loro una valutazione più distaccata, più razionale, anche laddove sì incredibilmente dolorosi, almeno all’epoca.

« Probabilmente fu perché lo vidi, per la prima volta, intento ad accudire il proprio bambino… » razionalizzò pertanto, non a giustificarsi, ma a cercare di offrire un senso a quella che, all’epoca, era stata evidentemente una propria debolezza « Non mi sarei mai potuta attendere di ritrovare tanta premura, tanto amore paterno, in un ricco e potente signore, fosse questi un visir di Y’Shalf, piuttosto che un lord di Kriarya o un nobile di Kofreya: e nel coglierlo con il proprio bambino stretto fra le braccia, cullandolo per farlo addormentare, non potei ovviare a frenare i miei passi contro di lui, e quei passi in grazia ai quali, rapidamente, avrei potuto porre fine alla questione, dopo essermi avventurata all’interno del suo palazzo, superando ogni guardia senza suscitare allarmi di sorta. »
« Oh sì… l’indiscutibile fascino del padre premuroso… » sospirò con fare grottescamente trasognante Duva, a stemperare ogni possibile dramma a margine di tale narrazione, non per mancanza di rispetto nei riguardi dell’amica, quanto e piuttosto per affetto verso di lei, nel cercare, buttando la questione in commedia, di aiutarla a scendere a patti con ricordi eventualmente dolorosi « Ti capisco benissimo! » confermò, annuendo ripetutamente « Conoscevo certi paparini che… » fece atto di accennare l’inizio di una qualche scabrosa memoria, salvo poi interrompersi con una risatina divertita e minimizzare la cosa « Perdonami, perdonami… vai pure avanti! » la invitò quindi a proseguire.
« Sta di fatto che mi fermai. Esitai. » annuì Midda, a non escludere il senso delle parole pur scherzosamente suggerite dall’amica « E quell’esitazione, per poco, rischiò di costarmi molto cara, giacché egli, levando lo sguardo dal suo pargolo, mi vide e, immediatamente, comprese perché fossi lì… »
« Ma neppure allora si levo alcun allarme… » suggerì Lys’sh, ben intendendo il proseguo della vicenda, nei soli termini che avrebbero potuto offrire un qualche senso logico all’evoluzione successiva « … giusto?! »
« Giusto. » confermò nuovamente l’altra, confermando l’intuizione propria della giovane donna rettile « Si limitò a osservarmi, annuendo con serena serietà, per poi appoggiare il bambino nella sua culla e muoversi a recuperare una spada, appoggiata allora contro un muro, deciso ad affrontarmi e ad affrontarmi a viso aperto, in uno scontro fra pari. »
« Possibile che ti avesse riconosciuta…? » domandò Duva, cercando di offrire una ragione a quella reazione da parte dell’uomo.
« Lo escludo. » negò tuttavia la prima, scuotendo appena il capo « La mia fama stava crescendo, certo, e il mio nome stava iniziando a essere noto in molte province kofreyote. Ma prima di giungere sino in Y’Shalf sarebbe occorso ancora qualche anno… e, probabilmente, gli eventi dei quali, successivamente, ci ritrovammo così a essere entrambi protagonisti. »
« Quindi era stato soltanto un impavido o, forse, uno sciocco, nel decidere di affrontarti direttamente senza richiamare a sé alcuna guardia in proprio aiuto… » commentò l’altra, aggrottando appena la fronte « Non che, in effetti, i due concetti si escludano reciprocamente… » soggiunse poi, a correggere la propria stessa affermazione « La maggior parte degli sciocchi che conosco sono incredibilmente impavidi. E viceversa… »
« Mi stai dando della sciocca…?! » ridacchiò Midda, inarcando un sopracciglio nel confronto con quel ragionamento, e quel ragionamento che pur non avrebbe potuto ovviare a sottoscrivere.
« Non so di cosa parli… » levò ambo le mani Duva, a non confermare, e al tempo stesso senza neppur smentire, quell’ultima conclusione « Comunque sia… stavi dicendo che vi affrontaste… »
« Sì. E fu un bel combattimento. » valutò l’Ucciditrice di Dei, in un giudizio che, in effetti, avrebbe avuto a dover rendere giusto omaggio al ricordo di quell’uomo, e di quell’uomo la cui abilità nella scherma era stata così positivamente valutata da una donna del suo calibro « Alla fine, comunque, riuscii ad avere la meglio. E fu proprio allora che il bambino esplose a piangere, forse agitato dal clangore delle armi, forse per una qualsiasi altra ragione infantile. » si strinse ella nelle spalle, non sapendo francamente in quali termini avere altresì a interpretare quella peculiare successione temporale degli eventi « Ta’Hinn si voltò immediatamente verso la culla, dimostrando quanto, anche in quel momento, avesse a dover essere più interessato al pargolo che alla sottoscritta, e alla minaccia tutt’altro che vana, che avrei avuto a dover essere riconosciuta rappresentare per lui. E quando ebbe nuovamente a voltarsi nella mia direzione, si scoprì inaspettatamente solo… e, ovviamente, ancora ini vita. »
« Avevi deciso di risparmiarlo…?! » domandò Lys’sh, sinceramente appassionata da quella narrazione.
« Avevo deciso di non voler uccidere un uomo dinnanzi a suo figlio, per quanto ancor troppo piccolo per riuscire anche e soltanto a comprendere cosa potesse star lì occorrendo. » puntualizzò la Figlia di Marr’Mahew, a giusta definizione degli eventi occorsi « I termini dei mio incarico non erano mutati… e fossi tornata in quel di Kriarya senza che la notizia della morte del visir mi annunciasse, avrei perduto molta della credibilità faticosamente acquisita in quei primi mesi, in quei primi anni in quanto mercenaria. » esplicitò, in un ragionamento che avrebbe potuto far rabbrividire molti ascoltatori, ma che non ebbe a suscitare particolare scandalo nelle sue interlocutrici, ben consapevoli del peculiare stile di vita per lei un tempo proprio « Decisi di riorganizzarmi, per riservarmi una nuova e più propizia occasione di confronto con lui. »
« Mai rimandare a domani l’omicidio che puoi commettere oggi… » ridacchiò Duva, iniziando a giocherellare con un bicchiere vuoto, non per distrarsi, ma, più che altro, come possibile dimostrazione di insofferenza psicologica alla troppa indolenza che allor si stavano lì concedendo, in quanto, chiunque altro, sarebbe stato altresì portato a definire qual un semplice momento di riposo postprandiale « Se tu l’avessi accoppato subito, oggi non ci sarebbe alcuna canzone a tormentarti. » argomentò, a meglio giustificare l’apparente cinismo della propria affermazione.
« Può essere… » confermò la donna guerriero « … ma proprio non me la sentii all’epoca. E, forse, anche tornando indietro, esiterei comunque a ucciderlo dinnanzi a suo figlio. » precisò, a non rinnegare la propria scelta passata « Là dove non esiterei, invece, sarebbe nell’incontro seguente… e in quell’incontro in cui, allorché trapassarlo da parte a parte con la mia spada, ponendo fine alla sua vita e alla mia missione, reagii di fronte a una sua provocazione verbale, nel momento in cui, cogliendo di nuovo la mia presenza, egli volle addirittura salutarmi e, con fare sornione, sottolineare quanto, evidentemente, mi dovesse essere mancata la sua persona, per spingermi, ancora una volta, a impegnarmi tanto per raggiungerlo. »

giovedì 2 aprile 2020

3234


« Oh! » commentò quindi la donna serpente, dimostrando ella un certo, obbligato imbarazzo a confronto con l’idea di tutta la propria insistenza a tal riguardo, e la propria insistenza allor destinata a rievocare ricordi evidentemente tutt’altro che gradevoli « Perdonami… non era certo mia intenzione costringerti a ripensare a qualcosa di sì negativo. »
« Non ti preoccupare… » scosse tuttavia il capo la donna guerriero, minimizzando l’accaduto e mostrandosi, in tal senso, più tranquilla e serena che mai « E’ successo veramente tanto… tanto tempo fa! E ormai è chiaramente qualcosa di assolutamente morto e sepolto… al pari dei maledettissimo figlio d’un cane in oggetto… » sorrise, in una smorfia che, tuttavia, non poté ovviare a palesare una certa amarezza, al di là delle parole da lei pronunciate.

Per un momento le tre donne tornarono così a osservare i piatti praticamente vuoti, e i bicchieri quasi asciutti, innanzi a loro, apparentemente a valutare se potesse essere il caso di ordinare qualcos’altro o se, giunte a quel punto, avesse a doversi considerare giusto avere a fermarsi. Ovviamente, però, nessuna delle tre avrebbe avuto a fraintendersi realmente interessata al contenuto del proprio piatto, o del proprio bicchiere, quanto e piuttosto alla storia così appena udita.
Una piccola storia ignobile della quale, allora, Duva e Lys’sh non avrebbero potuto vantare di conoscere molto di più, ma nel merito dell’approfondimento della quale, a quel punto, sinceramente si sarebbero ben guardate dall’insistere, non desiderando, certamente, riservarsi occasione di maggiore mancanza di discrezione nei riguardi della loro amica, nel merito di un argomento ancora, chiaramente, tutt’altro che privo di strascichi emotivi. Al di là di tali timori, tuttavia, Midda Bontor, meravigliosa donna dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco, con il proprio delizioso volto, contraddistinto da epidermide simile a porcellana tanto delicata avrebbe avuto a doversi intendere la propria eburnea carnagione, allor finemente decorato da un’abbondante spruzzata di efelidi, soprattutto in corrispondenza al naso e alle gote, e, ancora, accompagnato da morbide labbra capaci di rivaleggiare, senza sforzo alcuno, con la carnosa abbondanza propria di quelle di Duva, e ornato, più in basso, al centro del mento, da un’irriverente fossetta; Midda Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, la Campionessa di Kriarya, guerriera priva di rivali e, ciò non di meno, o, forse, proprio per merito di ciò, contraddistinta un corpo che, malgrado gli anni non più fanciulleschi, nulla avrebbe potuto avere a invidiare a nessun’altra più giovine controparte, dimostrando una mirabile tonicità, anche laddove l’abbondanza delle sue curve avrebbe, probabilmente, avuto ormai a dover cedere al peso degli anni, con seni che sembravano desiderosi di avere a sfidare la madre stessa di tutti gli dei nella propria generosità, con fianchi tondi e forti, e con glutei mirabilmente scolpiti, forme alle quali qualunque uomo, e molte donne, avrebbero certamente dedicato appassionati baci intrisi di pura lussuria; Midda Bontor, succeditrice della regina Anmel Mal Toise, potenzialmente nuova Portatrice di Luce o nuova Oscura Mietitrice, tanto forte nel corpo così come nella mente, nel cuore e nello spirito, tale da voler, malgrado ogni avversità affrontata, continuare a dominare il proprio fato allorché esserne dominata, pronta per questo proprio inalienabile diritto a dichiarare guerra a uomini e a dei, fronteggiando chiunque in termini contrari avrebbe avuto a potersi esprimere; Midda Bontor non si sarebbe mai riservata possibilità alcuna di permettere a un ricordo del proprio passato, per quanto spiacevole, per quanto doloroso, di influenzare sì negativamente il proprio presente e il proprio avvenire, né, tantomeno, il proprio rapporto con le proprie amiche, con quelle due sorelle che, alfine, il fato aveva voluto inaspettatamente donarle.
Ragione per la quale, dopo quella fugace parentesi di necessario silenzio riflessivo, senza che fossero loro a domandarle alcunché, fu ella stessa che volle riprendere voce, e riprenderla animata dall’intento di offrire loro qualche dettaglio in più rispetto allo scarno contenuto di quella canzone…

« Il suo nome era Ta’Hinn Re-Haf, ed era il più potente visir al servizio del padre dell’attuale sultano. » iniziò a raccontare, versando ancora qualche stilla di vino nel proprio bicchiere, le ultime gocce presenti in una caraffa ormai vuota, in un gesto più psicologico che fisico, laddove ella avrebbe avuto a doversi riconoscere quietamente conscia di quanto, lì dentro, il liquido rosato non avrebbe certamente avuto possibilità alcuna di rigenerarsi autonomamente « Aveva all’incirca trent’anni: un uomo bello, con un corpo forte, una mente colta, e uno spirito affascinante. Non era di origini nobili… in effetti era cresciuto per la strada e soltanto il suo ingegno, soltanto la sua abilità, l’avevano condotto a farsi strada nella vita sino a diventare il secondo uomo più potente di tutta Y’Shalf, sposo addirittura di una delle figlie del sultano, una sorella maggiore dell’attuale sovrano. »
« Un bel tipo, insomma… » commentò Duva, volendo dimostrare la propria attenta partecipazione a quella narrazione.
« Sicuramente un bel tipo. » confermò la donna guerriero, annuendo tranquilla « Quando io lo conobbi lui aveva da poco perduto la moglie, morta nel mentre in cui stava mettendo al mondo il loro primogenito. »
« Come vi incontraste…? » domandò Lys’sh, trovando quantomeno improbabile ipotizzare che potessero essersi incrociati causalmente per strada, soprattutto nel considerare come ella, tranitha e residente in quel di Kofreya, non avrebbe potuto certamente avere molte occasioni utili a incrociare il cammino proprio di un visir y’shalfico « Non mi dire che…?! » esitò, intuendo l’unica verità possibile, ma trovandola forse ancor più assurda rispetto all’ipotesi dell’incontro casuale per strada.
« … oh sì… esattamente. » annuì Midda, ben intuendo il corretto pensiero dell’amica « Fui incaricata di ucciderlo. » esplicitò, a non permettere ambiguità alcuna a tal riguardo « Ero ancora ai primi anni della mia carriera in quanto mercenaria, ma stavo riuscendo a farmi rapidamente un nome nell’ambiente in grazia a una serie di straordinari successi contro mostri mitologici dei quali, per lo più, la gente non avrebbe neppure potuto ipotizzare con certezza l’esistenza. » sorrise, necessariamente divertita al ricordo degli inizi del proprio percorso professionale « E così, come sovente accadeva all’epoca, venni praticamente sfidata ad avventurarmi in quel di Y’Shalf per giungere fino alla corte del visir Ta’Hinn, in quel di Y’Rafah, e ucciderlo. »
« Capisco il senso della sfida… ma perché proprio un visir, per quanto sicuramente potente, e non il sultano stesso…?! » esitò tuttavia la donna serpente, cercando di comprendere la logica propria della cosa, nello scuotere appena il capo, non negandosi una certa confusione a tal riguardo « Volendo raggiungere un obiettivo strategico, correggimi se sbaglio, il sultano sarebbe stato forse un obiettivo più azzeccato… »
« Non proprio… » scosse il capo la donna guerriero, per tutta replica « In altri regni, magari. A Gorthia, per esempio, la figura del monarca riserva a sé un potere praticamente assoluto, e non una sola scelta viene presa, per il governo del Paese, senza che si passi da lui. » puntualizzò, offrendo riferimento alla nazione guerriera su confine settentrionale di Kofreya « In realtà come quella di Y’Shalf, ma così come anche da noi in Kofreya, invece, il sultano è sovente più interessato a godersi la vita allorché amministrare il proprio regno, ragione per la quale delega ai propri ministri, o visir nel caso del sultano, tale onere. Uccidere il sultano, in buona sostanza, non avrebbe portato a nulla se non all’avvento anticipato del regno del suo erede… mentre uccidere un visir, e un visir potente come Ta’Hinn, avrebbe potuto riservarsi il proprio valore all’interno degli equilibri nazionali e internazionali. »
« E così, da brava mercenaria al soldo kofreyota, giungesti in quel di Y’Shalf per uccidere il più importante visir del regno… » riprese Duva, riassumendo la questione sino a quel momento « … per inciso, era stato lord Brote a chiedertelo…?! »
« No. » negò l’altra, ancora scuotendo il capo « Con Brote avevamo già iniziato una buona collaborazione, ma anche lui era ancora agli inizi del suo percorso di ascesa nel panorama politico di Kriarya e, in questo, sovente mi ritrovavo a dover accettare anche incarichi da altri mecenati per mantenermi comunque in attività. » spiegò, escludendo la responsabilità, in tal senso, del suo più consueto datore di lavoro « E comunque sì… da brava mercenaria al soldo kofreyota, giunsi in quel di Y’Shalf per uccidere il più importante visir del regno. » riprese ella stessa, dall’attacco fornitole dall’amica « Peccato però che, ancora troppo giovane e immatura, mi riservai degli scrupoli… »

mercoledì 1 aprile 2020

3233


« Non è il primo commento tutt’altro che nostalgico che rivolgi nel merito di Y’Rafah… » osservò Lys’sh, incuriosita da tutto ciò, piegando appena il capo di lato per meglio squadrare la propria amica, quasi a tentare, in tal maniera, di penetrare al di là della superficie della sua pelle e delle sue carni e spingersi, direttamente, a contemplarne i pensieri e le emozioni, la mente, il cuore e l’anima « C’è forse qualcosa che non ci hai raccontato nel merito di qualche tua particolare esperienza passata da queste parti…?! Se non rammento male, gli eventi concernenti la tua amica Nass’Hya non erano ambientati qui, quanto e piuttosto in quel di Y’Lohaf… »
« Esattamente. » confermò la donna guerriero, in tal modo interrogata, con un quieto sorriso carico di amara malinconia al ricordo di Nass’Hya, e di quell’amica che, purtroppo, avrebbe avuto a dover essere annoverata fra le tante innocenti vittime della lunga guerra con la propria ormai defunta gemella Nissa, ai suoi occhi spiacevolmente colpevole di essersi affezionata a lei, là dove, per la condanna la che la propria sorella aveva emesso a suo discapito, ella non avrebbe dovuto potersi riservare affetti o legami di sorta.
« Esattamente… cosa?! » insistette Duva, trovando quantomeno ambigua quella sì concisa replica « E’ esatto che fosse a Y’Lohaf che hai conosciuto Nass’Hya, o è esatto che tu abbia qualcosa da raccontarci nel merito di Y’Rafah?! » questionò sorniona, non volendo concedere all’amica ambiguità di sorta, ben consapevole di quanto, nell’ambiguità, ella avesse avuto a muoversi non poche volte in passato.
« Sono esatte entrambe le affermazioni… malfidente che non sei altro. » replicò l’altra, scuotendo appena il capo e poi mostrandole la lingua, in un gesto decisamente infantile per una donna matura suo pari, e pur con un incedere tutt’altro che forzato nel contesto conviviale di quel momento, e in un contesto indubbiamente informale e giocoso fra quelle tre amiche, quelle tre sorelle di vita e d’arme che, insieme, sarebbero state pronte ad affrontare qualunque sfida.
« Ergo… di cosa non ci hai ancora parlato in merito al tuo passato in quel di Y’Rafah…?! » non demorse Lys’sh, riempiendo nuovamente il proprio boccale con quel vinello leggero, e incalzando la loro interlocutrice nell’intento di estorcerle qualche informazione in più.
« Nulla di cui valga la pena ricordare, per quanto, purtroppo, vi sia addirittura una canzone che si impegna a non permettere né alla sottoscritta, né agli altri, di dimenticare quanto sia accaduto… » sancì Midda, storcendo le labbra verso il basso in segno di palese disapprovazione per la cosa.
« Piccolo inciso… » puntualizzò Duva, facendo atto, con la punta degli indici, di disegnare due parentesi, entro le quali contenere la deviazione dall’argomento principale che, allora, si sarebbe riservata occasione di proporre « Questa cosa delle canzoni, comunque, mi diverte sempre tantissimo: l’idea che le tue avventure siano così tanto di pubblico dominio da renderti protagonista di sonate e ballate è qualcosa di meravigliosamente assurdo! »
« Beh… voi la chiamereste “pubblicità”… » sorrise l’altra, aggrottando la fronte « … quando si è giovani, e ci si deve fare un nome nell’ambiente, è comunque comodo che la tua fama abbia a estendersi il più possibile, con ogni mezzo utile. » argomentò, facendo così riferimento all’inciso proposto dall’amica ancor prima che all’argomento principale « E’ quando poi invecchi che ti rendi conto come, comunque, troppa fama abbia il proprio prezzo da pagare, primo fra tutti perdere il controllo sulla storia stessa della tua vita, di cui chiunque altro può narrare secondo i propri capricci, senza che tu possa opporti a ciò. »
« E ancora una volta stai cercando di deviare dal tema principale! » ridacchiò Lys’sh, riconoscendo quanto la Figlia di Marr’Mahew non si stesse dimostrando assolutamente interessata ad affrontare seriamente la cosa… anzi « Si può sapere cosa è successo di tanto imbarazzante al punto tale da rifuggire così ostinatamente al discorso?! »
« Imbarazzante niente… » scosse il capo Midda, rifiutando tale ipotesi « … quando mai mi hai vista imbarazzata, da quando mi conosci?! » soggiunse poi, con tono di quieta sfida laddove, obiettivamente, di tante cose si sarebbe potuto accusarla, ma non di certo di provare imbarazzo, per qualsiasi situazione potesse esservi.
« Su… su… restiamo concentrate ora! » riprese il controllo Duva, ricorrendo alla prima forma plurale nel riconoscersi quietamente colpevole, pocanzi, di aver agito a propria volta in termini decisamente entropici nei riguardi della questione « Si può sapere che canzone hanno scritto, fra le tante, riguardante il tuo personale e controverso rapporto con Y’Rafah…?! »

Tutt’altro che desiderosa di avere a mettersi a cantare, fra tutte, proprio quella canzone, la Figlia di Marr’Mahew trasse un profondo sospiro, quasi a ricercare, dentro di sé, la forza per agire. E prima che la voglia di chiudere lì il discorso potesse essere più forte di quella di avere ad affrontare la cosa, e ad affrontarla con le proprie amiche, ella iniziò con quegli odiosi versi.

E bianca la luna in ciel si pose,
nel proibito Giardino della Vita,
ad ricoprir d'argento nere rose,
che in Y'Shalf ella avean rapita.

Dolci curve quelle della guerriera,
nella visir volontà nude paria,
dove in amor ella prigioniera,
si era condannata senz'angaria.

Ma nonostante tutta la passione,
dal tradimento non fu raggirata,
ed alle membra impose tensione,
uccidendo pria d'esser ammazzata.

Rossa di sangue si coprì la pelle,
nel flusso che sgorgò dalla lui gola,
con violenza che oscurò le stelle,
di mort...


« Aspetta… aspetta… » la interruppe Duva, levando una mano a cercare di rielaborare quanto appena udito, e quanto appena udito cantato in lingua y’shalfica, in termini tali per cui, necessariamente, ella non avrebbe potuto che faticare a elaborare, e a elaborare tutta insieme.
« Sì, scusa… è che una canzone è difficile da tradurre in un’altra lingua. » riconobbe Midda, giustificando il perché del proprio inatteso passaggio dall’uso della lingua franca all’y’shalfico « E, francamente, in un ipotetico elenco di tutti i testi su cui potrei volermi impegnare in uno sforzo di traduzione e adattamento, questo occuperebbe certamente l’ultimo posto. »
« Ho capito male o racconta di una guerriera e di un visir, e di come la guerriera fosse innamorata del visir…?! » domandò Lys’sh, divenuta improvvisamente seria nel confronto con il testo di quella canzone, anch’ella necessariamente in difficoltà a comprenderla in tutte le proprie sfumature.
« … già… » confermò la diretta interessata.
« E se non ho inteso male il visir, poi, tradisce la guerriera… e la guerriera lo ammazza. Giusto?! » proseguì Duva, in quell’impegno di comprensione del testo appena udito.
« … già… » confermò nuovamente la diretta interessata, or senza particolare entusiasmo.

martedì 31 marzo 2020

3232


Le memorie che Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew, avrebbe potuto vantare nel merito di quel di Y’Rafah erano molti. E nessuna, in verità, degna di esser ricordata.
Solo di una cosa, riguardo Y’Shalf in generale, e Y’Rafah in particolare, ella avrebbe potuto provare nostalgia: il seksu di Rabah’Am. E, nell’offrire la giusta priorità all’evoluzione degli eventi, non appena superata la soglia della città, ella non poté ovviare a indirizzare il cammino delle proprie amiche verso la periferia nord-est della stessa, in direzione, per l’appunto, della taverna di Rabah’Am, animata dal più sincero, e quasi nostalgico, desiderio di riassaporare ancora una volta quella particolare delizia.
Ovviamente, del perché nel merito di tale non lineare percorso all’interno della vasta e affollata capitale, né a Duva, né a Lys’sh poté essere offerta, almeno nell’immediato, trasparenza. Ragione per la quale, in buona sostanza, le due donne si limitarono a seguire le indicazioni offerte loro dall’amica, rivolgendole la più completa e incondizionata fiducia, sospinte in tal senso dall’idea, tanto razionale, quanto allor infondata, di essere in qualche modo dirette alla ricerca di quell’ipotetica spada della misericordia oggetto della loro attuale missione. Una ricerca che, allorché condurle in qualche esotico tempio, in un oscuro sotterraneo, o sulla cima di una mistica torre, le vide giungere, alfine, all’ingresso di un edificio comune, e di quello che, al di là di ogni possibile fraintendimento culturale, altro non avrebbe avuto a doversi intendere se non qual…

« … una taverna?! » sussurrò a bassa voce Lys’sh, accanto a Midda, nel contemplare un po’ stranita quanto lì offerto innanzi ai suoi sensi, e, in particolare, al suo olfatto e al suo udito, giacché, per così come da lei lamentato, al di sotto del burqa la sua vista avrebbe avuto a dover essere purtroppo intesa qual posta ancor più alla prova rispetto al solito « E’ qui che troveremo la spada di Kila…?! » cercò lumi, ancora sussurrando e sussurrando, in effetti, non in kofreyota, quanto e piuttosto nella lingua franca che anche Midda aveva avuto occasione di apprendere nelle vastità siderali, e quella lingua che, allor, anche laddove improbabilmente udita da qualcuno, non avrebbe permesso ad alcuno di intendere quanto potessero star dicendo.
« Ovviamente no. » replicò la donna guerriero, egualmente sottovoce ed egualmente in lingua franca, obiettivamente divertita da quella domanda, e dal fraintendimento a essa conseguente « In compenso, qui troveremo la possibilità di un’ottima cena… » sottolineò, a offrire un senso alla loro presenza lì, in quel frangente.
« … capisco… » esitò per tutta risposta la giovane donna rettile, poco convinta del fatto soprattutto in riferimento a Duva, e al fatto che difficilmente ella avrebbe potuto accogliere con entusiasmo l’ipotesi di dover reggere ancora a lungo il giuoco proprio del ruolo così impostole.

Ma al di là di ogni timore proprio di Lys’sh, la scelta compiuta dalla mercenaria più celebre di tutta Kofreya, e di quell’intero angolo di continente, non ebbe a poter essere disapprovata a posteriori. E a posteriori, per la precisione, nel momento in cui, allora, le tre sorelle d’armi ebbero ad accomodarsi a tavola, e a vedersi servito, in un amplio tegame di terracotta, il seksu.
Il seksu, così come ebbero a scoprire Duva e Lys’sh, altro non avrebbe avuto a dover essere frainteso se non un piatto composto, principalmente, da granelli di semola di grano duro cotti al vapore, e accompagnati, nella propria offerta, da un’amplia varietà di carni e di verdure, abilmente miscelate, nella propria qualità e quantità, secondo le varie ricette e le varie interpretazioni personali dei cuochi. Nella versione propria di Rabah’Am, in particolare, e in accordo alla ricetta più classica della città di Y’Rafah per così come direttamente mutuata dal lontano regno di Far’Ghar, il seksu avrebbe avuto a prevedere un cosciotto d’agnello, di cui la polpa da utilizzare nella parte stufata e l’osso nel brodo, cipolle bianche, zucchine, carote, ceci e uva passa, tutto accompagnato da zenzero fresco, cannella, prezzemolo, pepe nero, sale e zafferano, in un tripudio di aromi e di sapori che non mancarono di deliziare i palati delle tre donne, offrendo ben ragione a Midda per la propria scelta, e la propria scelta volta a condurle, innanzitutto, fino a quel luogo.
Oltretutto, nel rispetto proprio delle leggi locali, quella taverna, al pari di qualunque altro luogo di pubblica aggregazione, accanto a un’area comune, il cui impiego avrebbe avuto a dover essere inteso più che altro qual destinato agli uomini, non mancava di prevedere anche una serie di salette riservate, ovviamente previo pagamento di un giusto sovrapprezzo, per le famiglie, a permettere anche alle donne, principalmente, di avere occasione di consumare il pasto senza, in questo, entrare in violazione con il divieto a mostrare il proprio volto a estranei: una norma sicuramente intollerabile dal punto di vista proprio delle tre amiche, quella propria a imporre un tale controllo patriarcale sulle donne, e, ciò non di meno, una norma allora quanto mai utile, a garantire loro quell’occasione di riservatezza che, altrimenti, non sarebbe stata loro garantita. Riservatezza utile, quindi, almeno per Midda e Lys’sh, a privarsi estemporaneamente dell’incomoda presenza dei propri burqa senza timore di essere scoperte in quanto straniere, e a Duva, seppur ancora impossibilitata a ritornare alle proprie più consuete sembianze, per avere la possibilità, quantomeno, di chiacchierare con le proprio compagne senza in questo compromettere la propria supposta identità maschile.
E così, gustandosi il seksu accompagnato da un leggero vino rosato, utile a ripulirsi la bocca dalla terra lì impastatasi dopo tante ore a cavallo, le tre sorelle d’arme poterono gustarsi quell’inatteso, e assolutamente piacevole momento conviviale, utile a conferire a quella missione il piacevole retrogusto proprio di un’allegra scampagnata, allorché un viaggio potenzialmente letale in una terra straniera e nemica, contraddistinta da leggi patriarcali, misogine e oppressive.

« D’accordo… lo ammetto! » sancì Lys’sh, aprendosi in un amplio sorriso, o, per lo meno, quanto nel suo caso avrebbe avuto a doversi intendere un sorriso, in assenza di labbra a meglio evidenziare tale espressione facciale « Ero dubbiosa nel merito dell’idea della taverna. Ma, in effetti, è stata un’ottima idea! »
« Assolutamente concorde… » confermò a sua volta Duva, con una lunga e splendida fila di denti ritornati del loro genuino e splendido candore originale, in conseguenza all’involontaria pulizia che quel cibo, e quel vino, le ebbero a offrire « Ma Be’Sihl non sa cucinare questo… sekus? »
« Seksu… » precisò Midda, non per dispiacere la propria amica quanto e piuttosto per aiutarla, e aiutarla a prendere confidenza con tutto ciò « … e no. Non, per lo meno, con questa ricetta. Diciamo che fra Shar’Tiagh e Far’Ghar i rapporti non sono mai stati particolarmente idilliaci e, in questo, sarebbe decisamente improprio chiedere a uno shar’tiagho di preparare il seksu secondo la ricetta far’gharia! »

Anche in quel frangente, sebbene la loro riservatezza avrebbe avuto a doversi considerare assolutamente garantita all’interno delle pareti proprie di quella loro stanza privata, le tre donne non si vollero negare l’occasione di continuare a parlare in lingua franca, sfruttando, in tal senso e a proprio peculiare vantaggio, la peculiare possibilità loro così offerta dal conoscere una lingua ignorata da chiunque altro in quell’intero pianeta, fatta ovvia eccezione per Be’Sihl, Tagae e Liagu, che pur, in quel contesto, non erano presenti. In questo, anche nell’improbabile eventualità che qualcuno potesse dimostrarsi interessato al loro dialogo, nulla di quanto avrebbero potuto avere a dirsi sarebbe potuto essere compreso, risultando, piuttosto, qual una successione di suoni del tutto privi di qualunque significato intelligibile.

« E la ricetta shar’tiagha dello… seksu… come è…? » domandò curiosa Duva, aggrottando la fronte all’idea di una possibile disfida culinaria fra due culture nemiche.
« Buona… ma diversa… » commentò l’altra, abbassando appena lo sguardo, quasi in imbarazzo a confronto con quell’indiretta critica a discapito del proprio amato « E poi, per quanto mi dispiaccia riconoscere qualcosa di buono a questa città dimenticata dagli dei, il seksu di Rabah’Am è obiettivamente qualcosa di straordinario, a prescindere dalla sua ricetta: non so quale sia il suo segreto, ma non potete comprendere quanto io sia felice di averlo ritrovato, dopo tanti anni, ancora in vita… e in attività! »

lunedì 30 marzo 2020

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« Il mio sposo dice: “Io sono Mu'Sah Al-Lisaen. Questa è mia moglie Nass'Hya. E lei…” » indicando Lys’sh « “… è nostra figlia Fath’Ma.” » presentò Midda, offrendo voce ai gesti privi di significato proposti da Duva e dando, agli stessi, un senso più che adeguato nel confronto con la domanda loro rivolta « “Sono un mercante di Y’Lohaf. E sono qui per tentare di ampliare la mia rete di vendita.” »
« Y’Lohaf… eh? » esitò la guardia, aggrottando appena la fronte « Il tuo nome è y’shalfico, ma la tua carnagione è un po’ troppo scura per essere tale. » denotò, in una considerazione non scevra di un certo, prevedibile razzismo di fondo, mascherato da scrupolo nell’assolvimento del proprio dovere « E dove sono le tue mercanzie… mercante?! Qui non vedo nulla al di fuori delle tue donne, a meno che tu non intenda vendere proprio loro… »

Ovviamente Midda non si lasciò cogliere impreparata da tali osservazioni.
Ben conoscendo la mentalità tanto di Y’Shalf, ma così come di Kofreya, Gorthia e di qualunque altro stato del sud, e una mentalità necessariamente pregiudiziosa nei riguardi di persone di etnie palesemente diverse, e di etnie provenienti dal nord e, in particolare, dai regni desertici centrali, non aveva escluso la possibilità che la presentazione di “Mu’Sah” potesse suscitare qualche reazione dubbiosa.
Ma ben conoscendo anche l’origine della gran parte dello stile di vista proprio di Y’Shalf, ella non avrebbe potuto neppure negarsi l’occasione di una facile replica a quell’osservazione. Così, dopo aver atteso che Duva compisse altri gesti, riprese a parlare a suo titolo…

« Il mio sposo dice: “Mia madre era una nobile figlia del regno di Far’Ghar, conosciuta da mio padre durante un viaggio a nord. La mia carnagione potrà essere più scura della vostra, ma il mio cuore, y’shalfico e far’ghario, è sicuramente più puro rispetto a tutti i vostri, nell’ubbidienza ai precetti dei nostri dei e nella fedeltà al nostro amatissimo sultano.” » sancì quindi Midda, prestando ben attenzione a non calcare eccessivamente i propri toni, da umile sposa y’shalfica, di una frase volutamente non priva di una certa orgogliosa arroganza, e un’arroganza che ineluttabile avrebbe avuto a dove contraddistinguere la figura di “Mu’Sah”, al di là della brutalità propria del suo aspetto.

Se, in quel di Y’Shalf, odio nella propria forma più pura avrebbe avuto a dover essere intesa per tutto ciò che avrebbe potuto riguardare Kofreya e i suoi abitanti, al contrario ammirazione nella propria forma più pura avrebbe avuto a dover essere intesa per tutto ciò che avrebbe potuto riguardare Far’Ghar, regno del lontano nord, sì, e pur origine ideale di tutta la cultura y’shalfica, che, nei propri aspetti peggiori, si era proprio ispirata a quel di Far’Ghar.
Poter far vantare, quindi, a Duva una discendenza far’gharia, in quel di Y’Shalf, sarebbe equivalso ad attribuirle un attestato di merito a confronto con il quale nessuno avrebbe avuto più a rivolgersi arrogantemente a suo discapito… non allora, né mai. E, della propria corretta valutazione in tal senso, ella ebbe a poter verificare gli effetti in maniera abbastanza immediata, nel momento in cui, a scandire semplicemente il nome Far’Ghar, un moto di eccitazione non poté ovviare a risultare evidente nei loro interlocutori, i quali non scattarono ovviamente sull’attenti ma, sicuramente, furono tentati di reagire in tal maniera, per l’improvviso, ma da lei tutt’altro che imprevisto, rispetto che si ritrovarono a provare nei riguardi di una sì eccellente figura.

« Il mio sposo dice anche: “Per quanto concerne le mie merci, vi posso assicurare che il genere di affari che io sono solito trattare non prevede grandi ingombri, ma soltanto grandi valori.” » soggiunse ancora Midda, a replica anche per il secondo punto, nel mentre in cui, ancora, le guardie stavano scendendo a patti con la rivelazione precedente « “E pur comprendendo il logorio psicologico e fisico che può essere proprio del vostro pur importante incarico di sorveglianza, non posso che essere francamente irritato dalla trivialità con la quale avete offerto riferimento a mia moglie e a mia figlia.” »

E se pur, ovviamente, Duva non aveva detto nulla di tutto quello, né tantomeno aveva neppur immaginato di poter dire nulla di tutto quello attraverso i propri gesti, ella non mancò di reggere il giuoco della compagna, offrendo un’altra smorfia di disgusto a discapito del proprio interlocutori, nell’intento di condannarli per la propria mancanza di rispetto, e quella mancanza di rispetto che, fosse dipesa da “lui”, sarebbe stata espiata a suon di frustate…

« P-perdonaci, nobile Mu'Sah… » si affrettò a replicare il portavoce delle guardie, subito piegando il capo e offrendo un vero e proprio inchino in favore di quel perfetto sconosciuto, e quel perfetto sconosciuto che, pur, in grazia alle parole scelte dalla Figlia di Marr’Mahew, era riuscito lì a risultare più che convincente nel proprio ruolo di gran signore « … avessimo saputo prima dell’arrivo tuo e della tua sposa e della tua figlia, avremmo agito diversamente. » tentò di giustificarsi, obiettivamente rammaricato di quanto pronunciato, sicuramente con troppa noncuranza.

Midda, ringraziando il burqa allor decisamente utile a celare l’espressione necessariamente divertita che altrimenti avrebbe contraddistinto il suo volto, tornò a indirizzare il proprio sguardo in direzione di suo “marito”, in attesa di un’eventuale nuova presa di posizione da parte del medesimo.
E Duva, ancora una volta ben interpretando il proprio ruolo, lasciò saggiamente trascorrere qualche interminabile istante prima di riprendere “voce” in capitolo, tornando a muovere le proprie mani e a gesticolare un qualche, ultimo e definitivo messaggio per i loro interlocutori.

« Il mio sposo dice: “Non intendo portarvi rancore.” » comunicò quindi la donna guerriero, ancora nel proprio ruolo di voce per la propria complice « “State soltanto assolvendo al vostro incarico, per la gloria di Y’Shalf e del nostro sultano: che gli dei possano custodirvi.” »
« Grazie, nobile Mu'Sah… » si inchinò nuovamente la guardia, subito ritraendosi, ovviamente imitata in tal senso anche da tutti i propri compari, per offrire libero passaggio al nobile signore « … grazie! » si ripeté, chinandosi ancora una volta « E che gli dei possano benedire te e tutta la tua nobile famiglia. » augurò, a beneficio suo e della sua sposa e della sua figlia, e di quella sposa e di quella figlia che pur, pocanzi, non aveva avuto esitazione a insultare gratuitamente nel non ravvisare la benché minima ragione per avere a offrire qualcosa di più a tre sconosciuti, apparentemente stranieri sol desiderosi di apparire quali y’shalfichi per trarli in inganno.

Ma per quanto corretta, in effetti, fosse stata quindi la prima impressione dell’uomo, la messinscena orchestrata dall’abilità verbale di Midda e dal trucco arrangiato di Lys’sh, nonché dall’interpretazione adeguatamente misurata e credibile di Duva, permise loro di guadagnare l’ingresso a Y’Rafah. E di guadagnarlo, in contrasto a ogni aspettativa iniziale, ovviando un insalubre passaggio attraverso le fogne della città, con i loro osceni miasmi che, certamente, poco avrebbero avuto a giovare a tutte e tre, e, soprattutto, alla giovane donna rettile; quanto e piuttosto attraverso l’ingresso principale e quell’ingresso che, così, ebbero a varcare a testa alta, in groppa ai propri equini sodali i quali, dal canto proprio, avevano così ovviato a ritrovarsi spiacevolmente abbandonati al di fuori della città dopo che pur, per tanto lungo viaggio, avevano avuto a comportarsi a dir poco egregiamente.
Ovviamente, però, lì entrate in quel di Y’Rafah, la loro avventura non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual conclusa, quanto e piuttosto qual soltanto appena iniziata.