11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

lunedì 13 luglio 2020

3336


« Per quanto l’idea mi possa intrigare, non credo che rappresenterebbe un palliativo efficace ai nostri problemi. » osservò la Figlia di Marr’Mahew, escludendo quell’ipotesi.
« Buon per noi, allora… » sospirò Duva, gioendo dello scampato pericolo.
« Beh… » esitò tuttavia l’altra, tornando a volgere lo sguardo all’esercito nemico « … in effetti ho in mente qualcosa che potrebbe farvi rivalutare in positivo l’idea di un balletto per i nostri uomini. » soggiunse quindi, scuotendo appena il capo per cancellare, con quieta banalità, la supposta ritrovata quiete psicologica dell’interlocutrice.

E benché la donna dalla pelle color del bronzo e dagli occhi color dell’oro ebbe ad alternare lo sguardo fra l’amica e i loro antagonisti, cercando di andare a indovinare cosa potesse starle frullando per il cervello in quel frangente; purtroppo una parte del suo intelletto era già stata in grado di entrare sufficientemente in sintonia con lei, permettendole di intuire quanto ella avrebbe avuto, allora, a voler suggerire. E quanto, pur offrendo finalmente loro l’occasione di un po’ di movimento, non avrebbe necessariamente avuto a poterla entusiasmare…

« Decisamente avrei preferito mettermi a ballare per i nostri uomini… » sussurrò fra sé e sé Duva, di lì a breve, nel mentre in cui, accanto a Lys’sh, si ritrovò impegnata nell’attuazione dell’ultima, brillante idea della propria amica, là dove nel merito dell’aggettivo “brillante” avrebbe ancora avuto a dover discernere il giusto livello di sarcasmo destinabile.
« Beh… Midda l’aveva previsto, in effetti. » sorrise per tutta replica Lys’sh, non disprezzando completamente la situazione e, al contrario, avendo quasi a essere contenta di quella proposta e di quella proposta che, quantomeno, avrebbe loro concesso un’occasione di riscatto psicologico nei confronti di quegli zombie, e di quegli zombie che con troppa facilità, con troppa banalità, avevano avuto la meglio su di loro la prima volta.
« Eh… grazie! » puntualizzò la prima, inarcando appena un sopracciglio « Non è poi diversi dal suggerire di bere un bicchiere di urina in alternativa a uno di aceto. »
« Bleah! » protestò l’altra, sputando fuori la lingua dalla bocca, nel mentre in cui questa si contorse verso il basso in segno di palese disgusto « Due esempi meno sgradevoli non avresti potuto proprio trovarli…?! »
« Considerando quello che dobbiamo fare…? No! » negò tuttavia Duva, ribadendo a modo propria una certa contrarietà nei riguardi di quell’iniziativa « … anzi, impegnandomi sono certa di poter trovare qualche immagine ancora peggiore. »
« No, grazie. » rifiutò tuttavia la giovane donna rettile, levando una mano a chiederle di tacere a tal riguardo « Gradirei evitare di vomitare la cena di ieri sera. »

A giustificare tanto l’entusiasmo di Lys’sh quanto la contrarietà di Duva, la richiesta formulata loro dall’amica sororale avrebbe avuto, obiettivamente, a doversi intendere qualcosa di ben distante dal potersi fraintendere qual banale e, tantomeno, qual accomodante.
In effetti, anzi, quanto ella aveva loro richiesto di compiere avrebbe avuto a doversi considerare, a tutti gli effetti, un compito ingrato, e potenzialmente suicida, tale da poter sollevare legittimi dubbi sull’affetto che ella era solita vantare nei loro riguardi… se non fosse stato che, nel chiedere proprio a loro qualcosa del genere, ella stava parimenti dimostrando tutta la propria più incommensurabile fiducia nei riguardi delle amiche, non desiderando né escluderle dall’azione, né porle sotto una teca di cristallo, a proteggerle da qualunque minaccia, per così come, già in passato, aveva obiettivamente sbagliato nel compiere, non soltanto verso di loro, quanto e ancor più verso molti altri prima di loro. In ciò, quindi, la pericolosità stessa di quel compito, e di quel compito, in effetti, neppur così strategicamente rilevante, avrebbe avuto a doversi comunque intendere espressione dell’impegno più sincero che ella aveva deciso di rendere proprio nel rapporto con le due amiche, e con quelle amiche che, sempre e comunque, si sarebbe impegnata a considerare proprie pari, per così come, del resto, avevano abbondantemente dimostrato di essere nel corso di innumerevoli avventure insieme.

« Dobbiamo offrire un segnale positivo alle truppe… » aveva dichiarato la Campionessa di Lysiath, nel comunicare alle proprie amiche l’idea che le era così sorta in mente « … qualcosa che dimostri chiaramente quanto possiamo comunque vincere su quei mostri. »
« Non mi piace per nulla dove stai andando a parare… » aveva anticipato Duva, per l’appunto avendo già intuito il percorso mentale alla base del ragionamento così da lei compiuto, e il risultato finale del medesimo.
« Il trucco delle frecce incendiarie, purtroppo, si è rivelato del tutto inefficace. E gli onagri non stanno offrendo risultati particolarmente più incisivi… » aveva puntualizzato l’altra, scuotendo il capo « … abbiamo bisogno di dimostrare loro che i nostri nemici non sono invincibili. Abbiamo bisogno di dimostrare loro che la nostra battaglia non è già perduta in partenza. »
« Facciamolo. » aveva annuito, in maniera propositiva, Lys’sh, intuendo allor anche lei dove ella desiderasse andare a parare e, in questo, più che disposta a impegnarsi a contribuire « Anzi… posso farlo da sola. » aveva precisato, a escludere la necessità di una qualche collaborazione in tal senso « Sarò libera di muovermi più silenziosamente e di sorprenderli, venendomene via prima che possano aver compreso cosa stia succedendo. »
« Duva… » aveva tuttavia apostrofato Midda, nel rivolgere lo sguardo, e la parola, in direzione dell’altra amica, in un’implicita richiesta, e in una richiesta volta a non permettere a Lys’sh di rischiare da sola « … me la sbrigherei io stessa, se soltanto potessi. » aveva voluto ribadire, a scanso di qualunque possibilità di equivoco « Purtroppo allontanarmi da qui è esattamente ciò che non posso fare, in questo momento... »
« Chiaro. Chiaro. » aveva quindi e alfine annuito l’altra, con quieta rassegnazione « Uno è sufficiente…? »
« Uno è perfetto. » aveva sorriso la Figlia di Marr’Mahew « E non ho neppure preferenze sul suo aspetto, anche se, probabilmente, potrebbe essere utile individuare colui dall’aspetto più brutale fra tutti coloro che potrete vedere. »

Come offrire un segnale positivo alle truppe? Cosa fare per dimostrare chiaramente le loro possibilità di vittoria su quell’esercito di non morti…?
Semplicemente, o eufemisticamente tale, catturandone uno e dimostrando a tutta Lysiath quant’anche quelle creature avrebbero potuto essere ferite e uccise, ancora una volte e, in questa occasione, definitivamente.
Poter avere occasione di veder annichilito, innanzi ai propri occhi, anche e soltanto uno di quei mostri, non avrebbe potuto che ravvivare il fuoco della speranza nei cuori degli uomini e delle donne di Lysiath, e di coloro i quali, di istante in istante, di ora in ora, non avrebbero potuto che considerare obiettivamente sempre più disperata la propria posizione, con l’unica, personale, e pur speranzosa, soddisfazione di poter aver contribuito, seppur magari con poco, alla salvezza di molti altri. E di altri che, in caso contrario, si sarebbero ritrovati sgradevolmente esposti a una fine certa, a una condanna inappellabile, qual, se solo avessero avuto libertà di agire, quelle creature non avrebbero mancato di imporre a tutti loro.

« Ora silenzio. » richiese Lys’sh, a porre la parola fine attorno a quel momento di sfogo da parte della sorella d’arme, più che giustificabile nella propria occorrenza e, allor, anche giustificato.
« Temi ci possano sentire…?! » cercò ragguagli Duva, in considerazione ancora dell’amplia distanza esistente fra loro e il loro obiettivo.
« Temo di essere io a non riuscire a sentirli… » puntualizzò l’altra, con una quieta risatina divertita a quell’interrogativo, laddove, per quanto commisurate, le chiacchiere dell’amica non avrebbero potuto che distrarla dalla propria attenzione all’ambiente circostante « … hai una voce importante, lo sai vero?! »

domenica 12 luglio 2020

3335


Quasi in contemporaneo rispetto alla propria gemella, in un parallelismo a dir poco inquietante se soltanto fosse stato reso consapevole a entrambe le parti, anche sul fronte degli assedianti lì assediati, non mancò di essere espresso un commento che dir simile avrebbe significato chiaramente impegnarsi in una quieta banalizzazione retorica.

« Non potranno continuare così ancora a lungo. » commentò Nissa, con aria quietamente soddisfatta, ferma lì dove era stata nelle ultime ore, senza dimostrare di accusare la benché minima stanchezza « Non tanto per i proiettili… di quelli ne avranno l’infinito, almeno fino a quando vi sarà ancora un edificio in piedi all’interno della città. » puntualizzò, seguendo in tutto e per tutto il ragionamento compiuto dalla propria antagonista e, in ciò, rivolgendosi ai propri commilitoni a lei più prossimi « E’ l’umore delle persone che dovrebbe preoccuparli… dubito che qualcuno fra coloro i quali sono riusciti a collocare nelle proprie fila abbia una qualsivoglia formazione utile a sostenere i tempi di una guerra. E, presto, qualcuno potrebbe iniziare a dar di matto… »

Un’analisi sviluppatasi in contemporanea e in parallelo, quella propria delle due donne, volta a giungere al medesimo risultato e a un risultato, in effetti, tutt’altro che erroneo nella propria formulazione… anzi.
Entrambe guerriere esperte, entrambe condottiere nate, le due gemelle Bontor, in fondo, avrebbero avuto a doversi riconoscere prive di quell’ingenuità che, in quel frangente, avrebbe potuto giustificare una qualunque, altra prospettiva per l’immediato futuro. Credere… illudersi di quanto, allora, un esercito più o meno arrangiato in non più di mezza giornata all’interno di una città abitualmente estranea al suono di qualunque tamburo di guerra potesse essere allor in grado di gestire in maniera corretta la tensione psicologica propria di tutto ciò, in fondo, sarebbe per l’appunto stata una vana illusione. Una vana e pericolosa illusione alla quale Midda non avrebbe mai potuto concedersi di aggrapparsi e che, obiettivamente, si sarebbe dimostrata in tutto e per tutto in favore di Nissa.
E se già un assedio tradizionale avrebbe potuto mettere alla prova la fermezza dei cuori di quei disgraziati, l’idea stessa di quel particolare assedio, e di un assedio condotto, allor, da non morti apparentemente inarrestabili, per così come, pur, si erano anche dimostrati a confronto con le fiamme, non avrebbe potuto, certamente, essere minimizzato nel proprio valore. E nel proprio tremendo valore psicologico ed emotivo.

« Pensi sia giunto il momento di avanzare…? » domandò uno dei suoi interlocutori, in dubbio su qual genere di interpretazione aver a offrire a quelle parole, incerto sull’averle a ritenere qual un invito ad attendere ulteriormente piuttosto che, al contrario, qual un invito a concludere quell’offensiva, dopo sì prolungata attesa e un’attesa che, in fondo, al di là di ogni assenza di stanchezza fisica a loro discapito, non avrebbe potuto ovviare a gravare sulle loro menti, fosse anche e soltanto nella più completa noia, e in una noia a confronto con la quale, forse, si sarebbero persino già addormentati, se soltanto avessero avuto ancora possibilità di farlo.
« Hai fretta…? » replicò tuttavia la donna armata di tridente, scuotendo appena il capo e con esso i propri rossi capelli, ordinati in un’alta treccia « L’idea stessa del tempo dovrebbe ormai perso significato per tutti noi: quanto può valere un’ora, un giorno, una settimana o un mese… o addirittura un anno o un decennio… per coloro i quali hanno a disposizione l’eternità intera?! » questionò, scuotendo appena il capo « Se volessimo, potremmo anche restare qui fermi ad attendere l’estinzione naturale di quell’intera città, senza in questo avere a renderci conto di nulla… »
« Non per obiettare… ma, in tal modo, la minaccia da te levata in opposizione a tua sorella perderebbe non poco di significato. » osservò tuttavia quello, non desiderando contraddirla e, ciò non di meno, non poter fare a meno di temere la prospettiva da lei in tal maniera evocata, e quella prospettiva volta quasi a tradurli in statue, nella paziente attesa della pur ineluttabile morte di tutti i loro potenziali antagonisti.

Ovviamente Nissa non desiderava, comunque, attendere lì immobile il semplice evolversi naturale degli eventi, in quello che, non fosse stata immortale, avrebbe altrimenti avuto a doversi interpretare qual uno stallo. Nella sua mente, i tempi e i modi d’azione erano ben chiari. E decisamente molto più immediati rispetto all’eterna attesa così suggerita.
Ciò non di meno, anche e soltanto avere a riflettere, ad alta voce, nel merito di quell’eventualità, non avrebbe potuto ovviare a imporle un senso di soddisfazione, una ragione di appagamento, e un senso di soddisfazione, di appagamento, conseguenti alla consapevolezza di quanto comunque vani avrebbero avuto a dover essere necessariamente intesi tutti gli sforzi che mai la propria gemella avrebbe potuto ideare in suo antagonismo: se già, in passato, quando ancora ella era viva, mai aveva concesso una reale vittoria alla propria controparte, comunque e sempre umiliandola, comunque e sempre contribuendo in ogni maniera a rendere più che miserabile la sua vita quotidiana; ora più che mai ella non avrebbe potuto che raggiungere quel risultato, anche senza neppure compiere il benché minimo sforzo in tal senso. Perché ora, la sua vittoria, avrebbe avuto a doversi considerare già definita, e definita, semplicemente, dalla propria mirabile condizione.

« Non hanno intenzione di avanzare. » sospirò Duva, scuotendo appena il capo, a margine dell’osservazione della propria amica « Per quale motivo dovrebbero, poi…?! » si strinse appena fra le spalle « Sono dei dannatissimi zombie immortali: non devono ucciderci… basta loro aspettare che il tempo ci spazzi via, chiusi qui dentro. » puntualizzò, con un’osservazione utile a ben descrivere la loro attuale situazione, e la disperazione intrinseca della loro attuale situazione.
« E ti lamenti…?! » domandò Lys’sh, aggrottando appena la fronte « Alla fine tutto questo gioca solo a nostro favore. » osservò, inarcando un sopracciglio o, quantomeno, un’arcata sopraccigliare, pur priva di sopracciglio, con aria critica verso quell’osservazione « In fondo non abbiamo idea di quanto dovremo aspettare prima che… »
« Nissa non si lascerà sfuggire l’occasione di uccidervi con le proprie mani, sotto il mio sguardo impotente. » la interruppe tuttavia Midda, entrando in maniera spiacevolmente diretta nella questione, con quell’analisi tutt’altro che entusiasmante della prospettiva di futuro loro offerta o, piuttosto, dell’assenza di prospettiva per il futuro loro offerta « Presto compirà la propria mossa. Ma non prima di aver goduto nel lasciarsi sobbollire nel nostro stesso brodo. Non prima di aver ispirato quanta più sfiducia possibile in noi, dimostrando quanto ogni nostro atta abbia a doversi intendere vano… »
« E quindi…?! » domandò Duva, non comprendendo ove l’amica potesse voler andare a parare « Vuoi che Lys’sh e io ci mettiamo a ballare per risollevare l’umore delle truppe…?! » commentò ironicamente « Mi sembra doveroso sottolineare che, comunque, c’è anche un’esigua componente femminile nelle nostre schiere, la quale potrebbe non apprezzare comunque questo genere di intrattenimento… »
« … senza considerare quanta distrazione potremmo finire per imporre alla restante, e maggioritaria parte. » sorrise divertita Lys’sh, scuotendo il capo a escludere già fermamente il senso di una tale potenziale iniziativa « Non direi che questo suggerimento abbia a intendersi realmente costruttivo. »
« Non che volesse esserlo… » volle comunque sottolineare l’altra, a scanso di ogni possibilità di equivoco attorno alla propria ultima affermazione « Ti prego, non chiederci di metterci a ballare per risollevare l’umore delle truppe! » soggiunse poi, ricercando un po’ di compassione nell’amica, nonché Campionessa Di Lysiath.

E se pur, dal canto proprio, Midda non avrebbe mai richiesto qualcosa di simile alle proprie amiche, fosse anche e soltanto per rispetto nei loro riguardi, l’immagine evocata da tale idea, unita alla supplica pietosa di Duva, non poté che strapparle un sorriso divertito, piacevolmente utile a contrastare fugacemente la tensione di quel frangente.

sabato 11 luglio 2020

3334


Trascorse la prima ora.

Una prima ora in cui, a intervalli regolari, le catapulte si impegnavano in una nuova serie di scariche di pietre e altri proiettili di varia natura a discapito delle schiere più distanti dei non morti, salvo non riuscire, puntualmente, a suscitare in essi alcuna reazione.
Non che i colpi non andassero a segno: aggiustato il tiro, dopo i primi due, ineluttabili, tentativi, tutti gli onagri erano ormai perfettamente in grado di andare a impattare esattamente là dove desiderato, potendo contare, oltretutto, sul favore conseguente a un’assurdamente amplia distesa di antagonisti, all’interno della quale anche un margine di errore di trenta piedi avrebbe potuto essere quietamente tollerato senza, in ciò, compromettere l’esito finale dell’offensiva. Purtroppo, sebbene ogni colpo raggiungesse perfettamente il proprio obiettivo, nessuno di quegli attacchi parve riscuotere successo. E sebbene, nell’immediato, qualche corpo smembrato seguisse puntualmente quelle scariche, l’incidenza percentuale di quell’offensiva avrebbe avuto a doversi intendere comunque troppo bassa per risultare efficace. Ciò senza considerare quanto, ancor peggio, nessuno di quei corpi fosse effettivamente destinato a restare smembrato, laddove, contraddistinti dalla stessa tenacia dei membri della Sezione I, le varie parti sparse di quelle creature tendevano, puntualmente, a ricongiungersi le une alle altre, ricostituendo l’integrità originale dell’individuo quasi nulla fosse accaduto.
E se Midda, in grazia ai propri trascorsi con il suo sposo semidivino e immortale, fortunatamente ormai dimenticato nelle immensità siderali, avrebbe ben potuto vantare di conoscere la frustrazione conseguente all’opporsi a una creatura contraddistinta da una tale tenacia, e una tenacia utile a vanificare qualunque impegno fisico a suo discapito; l’idea lì di non avere a doversi confrontare con un singolo individuo, quanto e piuttosto con un’intera nazione, qual in fondo avrebbe avuto a doversi intendere quella lì schierata innanzi al suo sguardo, di tali esseri, non avrebbe potuto ovviare a risultare psicologicamente demotivante.

Una prima ora in cui, al di là di tutto l’impegno proprio delle catapulte, nessuno dei non morti ebbe a smuovere un altro, singolo passo: non fra quelli più distanti, non fra quelli più prossimi, tutti in quieta e paziente attesa di un qualunque segnale, di un qualunque ordine da parte della loro comandante.
Una pazienza ampliamente sfociata nell’indifferenza, quella propria di quegli individui, che non avrebbe potuto, ulteriormente, contribuire a compromettere ogni entusiasmo, ogni fiducia, ogni speranza, in coloro i quali si erano quindi schierati a difesa di Lys’sh. Perché dietro a tanta pazienza, altro non sarebbe stata promossa che l’evidenza della disumanità propria di quegli esseri, di quei non morti, e di quei non morti che, pur animati da desideri e passioni umane, prima fra tutte la vendetta a discapito della loro ucciditrice, si stavano comunque dimostrando più che umani, proponendosi con un controllo che mai, in alcuna circostanza, avrebbe egualmente potuto essere proprio di un umano. E con un controllo, in fondo, semplice conseguenza di quell’intrinseca e incontrovertibile certezza di non aver a poter essere ulteriormente influenzati dalle ansie proprie dei mortali, dalle paure di chi, in fondo, consapevole di quanto caduca abbia a essere la propria esistenza stessa, tale per cui un qualunque errore, per quanto banale, avrebbe potuto tradurre una vita in una morte, ma mai avrebbe potuto occorrere il contrario malgrado ogni impegno, malgrado ogni sforzo o desiderio:  per loro, per quelle creature, tanto la vita, quanto la morte, avevano perduto francamente di significato, a confronto con una nuova, costante e inalterabile esistenza.
E se soltanto uno stato di esistenza avrebbe avuto a dover essere identificato lì caratterizzante il loro essere, a prescindere da ciò che sarebbe potuto occorrere, a prescindere da ciò ch avrebbe potuto avvenire, forse essi non soltanto non avrebbero più avuto a doversi intendere quali semplici uomini, ma, anche e ancor meglio, avrebbero potuto avere a ergersi a un livello divino… o, quantomeno, semidivino. Uno stadio ultimo dell’esistenza tale per cui, paradossalmente, essi avrebbero potuto restare lì, immobili, per i successivi dieci mesi, fino a quando, all’interno delle mura della città, non fossero esaurite tutte le scorte, e l’assenza di cibo non avesse, in luogo a ogni loro alternativo sforzo, cancellato completamente la popolazione di quell’urbe.

Una prima ora in cui, nel confronto con la futilità di ogni sforzo e con la più completa indifferenza offerta dai loro antagonisti, Midda Bontor non poté mancare di riservarsi ogni possibile senso di incertezza sulle proprie scelte, sul proprio operato, pur rinfrancata dalla consapevolezza che, per lo meno, una prima ora fosse trascorsa in maniera obiettivamente positiva, nell’assenza, almeno per il momento, di ulteriori vittime la colpa per le quali non avrebbe allor mancato di gravare sul suo cuore, anche ove non fosse stata direttamente ella a muovere la spada atta a troncare tali vite.
Invero, nel confronto con l’incolmabile disparità fra le forze lì schierate, ogni singolo minuti conquistato avrebbe avuto a doversi intendere comunque positivo per loro. E, forse, speranzosamente utile a permettere alla loro ultima risorsa di poter essere giuocata in tempo utile a ovviare alla più completa disfatta di Lysiath. Ragione per la quale, ove Nissa aveva lì deciso di tergiversare, per la sua gemella, per la Campionessa di Lysiath, tutto ciò altro non avrebbe avuto a dover essere interpretato se non in maniera positiva, quasi al pari di un gradevole dono del cielo a proprio favore. Purtroppo, al di là di quella che avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual una positiva, estremamente positiva, constatazione nell’ordine di misura dell’economia globale di quella battaglia, e del suo apparato strategico, il senso tattico della donna guerriero non avrebbe potuto ovviare a dimostrarsi insoddisfatto per tutto ciò, nell’evidenza di quanto, in fondo, da parte loro stesse lì occorrendo solo un inutile dispendio di energie e di risorse in attacchi privi di qualunque scopo. E pur in attacchi che, allora, non avrebbe potuto interrompere senza, in tal maniera, condividere con tutti il senso di sfiducia che in quel frangente non avrebbe potuto che esserle proprio.
Così, malgrado tutto ciò altro non avrebbe potuto esser inteso se non vano, Midda Bontor non ebbe a comandare il cessate il fuoco, non ebbe a richiedere agli onagri, e ai loro manovratori, di arrestarsi nel proprio incedere, anzi assicurandosi, anche con la collaborazione di Duva e Lys’sh, che tutto continuasse in maniera incessante, non concedendo alcuna possibilità di requie alle proprie controparti, per quanto, in effetti, le stesse non stessero apparendo minimamente bisognose in tal senso.

Trascorse la prima ora. E alla prima ora ne ebbe a seguire una seconda, un terza e addirittura una quarta, fino a quando il sole non ebbe a levarsi alto nel cielo, sino allo zenit.
Solo allora la Campionessa di Kriarya ebbe a comandare il cambio delle squadre di manovratori, affinché le prime potessero riservarsi occasione utile a riposarsi e a rifocillarsi, mentre altri loro pari avrebbero ripreso e continuato il loro operato, nulla lasciando trasparire, all’esterno, di quanto dietro quelle mura potesse star accadendo. E se, quel continuo e cadenzato muoversi di persone e di onagri, avrebbe potuto generare troppo facilmente un senso di alienazione rispetto alla realtà delle cose, nessuno mancò di rendersi conto di quanto, effettivamente, il tempo fosse trascorso. E fosse allor trascorso tanto in un senso di positività comune, e di quella positività conseguente al loro semplice essere ancora in vita, quant’anche di inquietudine diffusa, nella consapevolezza di quanto, malgrado tutti i loro sforzi in quel costante attacco, alcuna particolare evidenza di successo era stata loro offerta da parte della Campionessa, altresì impegnata a richiedere loro un ulteriore sforzo, un ulteriore impegno.

« Non potremo continuare così ancora a lungo. » commentò Midda in direzione delle proprie amiche, lì necessariamente promosse a consiglieri e luogotenenti « Non tanto per i proiettili… di quelli ne abbiamo l’infinito, almeno fino a quando vi sarà ancora un edificio in piedi all’interno della città. » puntualizzò, sottintendendo, senza troppa enfasi, quanto sarebbe stata disposta a comandare l’abbattimento delle case, ove necessario, per riservarsi nuove risorse balistiche per caricare gli onagri « E’ l’umore delle persone che mi preoccupa… non scordiamoci che, in fondo, nessuno di loro è formato a sostenere i tempi di una guerra. E, presto, qualcuno potrebbe iniziare a dar di matto… »

venerdì 10 luglio 2020

3333


« E poi… chi può dire che anche Anmel Mal Toise, qualche migliaio di anni fa, non avesse iniziato a sua volta in questa maniera…? » suggerì Duva, palesandosi accanto a loro di ritorno dal giro delle catapulte, in tempo utile per intercettare, quantomeno, l’ultima parte del discorso, e quel discorso di condanna da parte della propria amica a discapito di quelle creature « Per quanto ne sappiamo, gli zombie di Grykoo, un tempo, magari si mostravano esattamente come i nostri simpatici antagonisti là davanti… ciò senza voler sminuire, in alcun modo la straordinarietà di quanto hai involontariamente compiuto. »

Già. Chi avrebbe potuto dirlo…?
Anche la posizione di Duva, pur costringendo a volgere l’attenzione in una direzione decisamente poco piacevole, non avrebbe avuto a doversi fraintendere per nulla assurda o priva di ragione: del resto, nel merito dell’origine stessa della negromanzia, o, più in particolare, di quella terrificante piaga negromantica spiacevolmente presente nel suo mondo a differenza di altri mondi in tutto il resto dell’universo, Midda non avrebbe potuto vantare alcuna consapevolezza di sorta, in termini tali per cui, allora, qualunque ipotesi avrebbe potuto riservarsi la medesima valenza di qualunque altra. E così, all’occorrenza, la situazione che per lei avrebbe avuto a potersi considerare realtà quotidiana, forse, non avrebbe avuto a doversi fraintendere tale in un’epoca passata, e in un’epoca antecedente a quella della propria predecessora, offrendo in tal maniera quieta giustificazione all’esistenza, in tempi antichi, di grandi necropoli nelle quali offrire sepoltura ai propri morti allorché bruciarli, per così come, in tempi moderni, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta la soluzione più salubre, a ovviare al rischio di spiacevoli ritorni degli stessi in condizioni decisamente meno gradevoli rispetto a quelle per loro proprie un tempo.
Ma se in tal maniera avesse avuto realmente a dover essere riletta la Storia, se in tal direzione avesse avuto a dover essere realmente interpretata la responsabilità della passata Oscura Mietitrice nel corso degli eventi; ella nulla avrebbe avuto allor a compiere se non, inconsapevolmente e pur non meno colpevolmente, il proprio necessario ruolo all’interno di una qualche sorta di dinamica universale, nel proprio attuale ruolo di Oscura Mietitrice e con buona pace, altresì, per ogni suo impegno in direzione di un qualche progresso come Portatrice di Luce. Un’interpretazione quantomeno spiacevole della situazione attuale e un’interpretazione volta a dischiudere la possibilità a scenari, ove possibile, ancor più raccapriccianti rispetto all’attuale…

« O magari gli zombie di Grykoo sono conseguenza del tentativo di Anmel Mal Toise di rimediare alla una situazione simile a questa… » rifletté ancora Duva, con incedere quasi provocatorio, nel suggerire, in fondo, alternative sempre peggiori e volte a contemplare una sorta di ineluttabilità del destino a discapito di qualunque sforzo, di qualunque impegno da parte delle tre amiche « Ragione per la quale, forse, la cosa migliore che tu potresti ora fare sarebbe evitare di compiere una qualunque azione a discapito della tua gemella, laddove, forse, tutto ciò potrebbe finire soltanto per complicare ulteriormente le cose. »

L’intento della donna dalla pelle color del bronzo e dagli occhi color dell’oro era semplice: stuzzicare l’intelletto dell’amica per cercare di scuoterla da ogni possibile apatia che, a confronto con propri, eventuali, sensi di colpa, avrebbe potuto prenderla, avrebbe potuto dominarla, compromettendone il giudizio, ponendo sgradevoli dubbi su qualunque propria scelta. E giacché, certamente, quegli stessi dubbi ella non avrebbe mancato di riservarseli, tanto sarebbe valsa la pena di riversarli addosso a lei in maniera così esplicita e, sotto certi versi, grottescamente antipatica, quasi interpretando un ruolo antagonistico a suo discapito e, ciò non di meno, speranzosamente, suscitando in lei una qualunque possibilità di reazione, di riscossa psicologica ed emotiva.
E se tale era l’intento di Duva, simile ragione non si ritrovò a essere vanificata, vedendo la Figlia di Marr’Mahew ritrovare, effettivamente, cognizione di causa nella situazione, al di là di ogni possibile sentimento avverso e avverso, in effetti, a proprio medesimo discapito…

« O magari dovresti smetterla di gettarmi addosso più ansia di quanta non ne abbia già a poter provare… » sorrise sorniona Midda, quasi a titolo di rimprovero a discapito dell’amica, e un rimprovero dietro il quale, tuttavia, aveva a volersi celare un affettuoso ringraziamento, per aver saputo, ancora una volta, scandire le parole giuste al momento più opportuno « … per favore e grazie! » concluse, apparentemente ancora ironica e, ciò non di meno, sicuramente onesta in quel “grazie”.
« Prego. » ammiccò per tutta replica l’altra, volgendo lo sguardo oltre le mura « Sbaglio o si stanno fermando…?! » osservò quindi, aggrottando appena la fronte.

Duva non si stava sbagliando, per così come anche Midda e Lys’sh poterono rapidamente constatare. E laddove un attimo prima la falange alla testa della quale era Nissa si stava muovendo in costante avanzamento in direzione della città, indifferente persino alla parete di fuoco che avevano supposto potesse fermarla, ora appariva lì ferma, arrestatasi nel proprio incedere con aria quasi serena: composti, ordinati, e pur non frementi, pur non scalcianti, quanto e piuttosto quasi in quieta attesa, e in questa attesa di qualunque evoluzione degli eventi la sorte avrebbe potuto offrire loro.

« E ora cosa diamine ha in mente di fare mia sorella…?! » sussurrò quasi fra sé e sé la Campionessa di Lysiath, sporgendosi appena in avanti, quasi a cercare, in tal maniera, di poter osservare meglio la scena, di poter meglio distinguere i dettagli della situazione, per quanto ancora almeno un miglio avesse a distanziarla da quell’armata di non morti.

E quasi quelle parole potessero essere state udite a tanta distanza, dall’altra parte di quella scena Nissa ebbe a concederle un’inascoltata replica, scandita in quel frangente con un sorriso di quieta soddisfazione, e quieta soddisfazione conseguente alla perfetta consapevolezza di quanto, allora, tutto ciò avrebbe avuto a disorientare la propria gemella, offrendole, in buona sostanza, né più, né meno di quanto ella stessa avrebbe all’occorrenza compiuto a parti inverse, a ruoli rovesciati, e quanto, ancora, in effetti, ella avrebbe lì avuto a desiderare poter compiere, se soltanto ella le avesse concesso occasione utile in tal senso…

« Eccoci qui, mia cara. » scandì quieta, alla testa degli uomini e delle donne che in quella marcia l’avevano accompagnata, l’avevano seguita, anche attraverso le fiamme che avrebbero potuto distruggerli e che, al contrario, ormai avrebbero avuto a doversi intendere sostanzialmente dimenticate dalle proprie carni, dai propri corpi « Cosa farai se non saremo noi a compiere la prima mossa…? A cosa potrai mai reagire se non vi sarà alcuna azione…?! » la volle provocare, ridacchiando con soddisfazione « Riuscirai a resistere all’ansia dell’attesa di un attacco che non avrà a occorrere o, forse, ti spazientirai e prenderai tu l’iniziativa…? »

Così bloccandosi nel proprio incedere, quasi per assurdo, Nissa volle rovesciare l’idea stessa alla base di quel presunto assedio, rifiutandosi di tentare di muovere un solo, ulteriore passo a discapito della città e, semplicemente, limitandosi ad attendere che fosse la città a muoversi verso di lei, nella consapevolezza di quanto, comunque, il tempo avrebbe avuto a doversi comunque intendere dalla loro, in favore di coloro i quali, non morti e, ciò non di meno, neppure vivi, non avrebbero avuto necessità di riposare, o di dormire, o di mangiare o di bere, a differenza di coloro i quali, lì all’interno delle mura della città, non avrebbero potuto rinunciare a compiere neppure volendo.

giovedì 9 luglio 2020

3332


In quell’occasione, tuttavia e purtroppo, qualunque fosse stato il danno che Nissa avrebbe avuto a imporre, a discapito di anche un solo, singolo, abitante di quella capitale, la colpa, già facilmente attribuibile a se stessa, avrebbe avuto, necessariamente, a doversi riconoscere a maggior ragione qual propria, e non più qual una partecipazione di responsabilità, in quanto ispiratrice di tanta violenza, quanto e piuttosto un’esclusiva attribuzione, e quell’esclusiva attribuzione conseguente alla sgradevole consapevolezza di essere stata ella a restituire al mondo quella pazza, offrendole, oltretutto, un sì sterminato esercito di degni compagni di ventura. Ragione più che sufficiente, quindi, a motivarla ad agire, e ad agire con fermezza, onde evitare che la propria gemella potesse essere in grado di riservare il benché minimo danno a chicchessia, amico, conoscente o, anche, semplice estraneo l’avrebbe avuto a poter incrociare il proprio passo con il suo in una tanto sventurata situazione.
E se, per un istante, per un fugace istante, nel cuore, nell’animo e nella mente di Midda Bontor fu chiara la necessità, per lei, di precipitarsi al di là di quelle mura, per avere a cercare, in qualche modo, di imporre la parola fine a quel delirio, a quella follia, in misura tale a spingerla a sporgersi oltre la balaustra innanzi a sé molto più di quanto non avrebbe avuto a doversi riservare opportunità di compiere, una parte minoritaria del suo intelletto, e, fortunatamente, quella parte preposta al controllo del suo arto destro in lucente metallo cromato, ebbe a essere contrario a una tanto stolida soluzione, imponendole di afferrare saldamente il limitare di quelle mura, di quel torrione, per lì ancorarsi, e ancorarsi sì saldamente in misura allor utile non soltanto a evitare cadute involontarie, ma, persino, ove ciò fosse occorso, evitare le conseguenze negative di una qualche spinta omicida a lei eventualmente imposta. Perché se pur ridiscendere da quelle mura e cercare un confronto diretto con la propria gemella avrebbe potuto allor soddisfare nell’immediato la propria frustrazione, e quel sommesso senso di inadeguatezza all’attuale contesto; gli eventi occorsi alla Biblioteca avrebbero avuto a dover dimostrare, con una certa chiarezza, quanto ella, né sola, né accompagnata dalle sue amiche, avrebbe mai potuto sperare di ottenere un qualche risultato in contrasto a quella smisurata massa di non morti, e di non morti tanto peculiari, finendo, al più, soltanto con l’abbandonare i propri compagni d’arme, e tutti coloro che, in quel frangente, in lei stavano riponendo la propria fiducia e la propria speranza, per una stolida rivalsa egoistica e, obiettivamente, del tutto inutile.
Così ella si ritrasse indietro, prendendo un profondo respiro e cercando di ricacciare, dal proprio cuore, dal proprio animo e dalla propria mente, quell’insalubre proposito, per tornare a confrontarsi in maniera fredda e distaccata con quella situazione. Per quanto difficile fosse sempre stato, per lei, avere a confrontarsi in maniera fredda e distaccata con qualunque situazione concernente la propria gemella.

« Io ti ho riportata in vita… e io ti distruggerò! » sospirò in un alito di voce, scuotendo il capo e sancendo, così, una promessa concreta verso quella figura e quella figura che pur, paradossalmente, e al di là di qualunque complotto ordito dall’altra Anmel, avrebbe avuto a doversi intendere realmente intenzionata a riportare in vita, a restituire al mondo e, in particolare, all’abbraccio delle proprie figliuole... ma non così!
« Bisogna sempre prestare attenzione a quello che si desidera… » sorrise Lys’sh, facendo capolino alle sue spalle, e non mancando di cogliere l’affermazione così da lei intimamente scandita, in grazia al proprio fine udito « … soprattutto quando si possiede il potere di riplasmare la realtà a proprio piacimento. »
« Bella storia. » commentò Midda per tutta risposta, scuotendo appena il capo « Se possedessi veramente quel potere, a quest’ora avrei già ricacciato tutti quei mostri nell’oscurità dalla quale li ho evocati… » protestò la Figlia di Marr’Mahew, per nulla convinta nel proprio ipotetico ruolo di Portatrice di Luce e di Oscura Mietitrice, ruolo nel quale, almeno per il momento, non aveva saputo dimostrarsi di essere a proprio agio, né, in effetti, avrebbe avuto piacere a dimostrarsi di essere a proprio agio.
« Lo pensi davvero…?! » domandò la giovane donna rettile, aggrottando appena la fronte per tutta replica.

E per quanto quella questione avrebbe potuto apparire retorica, il fatto che lì fosse stata così scandita da Lys’sh non avrebbe avuto a doverle permettere alcuna banalizzazione di sorta, spingendola, al contrario, a riflettere attentamente sul fatto e sull’evidenza di quanto, complice o meno l’azione di secondo-fra-tre, e non del secondo-fra-tre a lei facente riferimento, si fossero allora ritrovate in quella situazione.
Cosa intendeva sostenere Lys’sh? Che ella non avrebbe compiuto tutto il possibile, e anche l’impossibile per liberare il mondo da quella piaga? O che, addirittura, ella avrebbe potuto esserne complice, in maniera più o meno consapevole…?
Per quale motivo al mondo ella avrebbe mai potuto voler difendere quelle creature? Per quale motivo al mondo avrebbe mai potuto voler tutelare l’esistenza di quei mostri…?!
No. Ella non avrebbe potuto aver ragione per desiderare che quegli zombie potessero imporre la propria minaccia a discapito di Lysiath o di qualunque altra città di Kofreya o del mondo intero. Ella non avrebbe potuto aver ragione per difendere quell’abominio assurdo, quelle esistenze prive di vita, la cui sola presenza altro non avrebbe potuto che rappresentare una minaccia per il Creato stesso.
No. Non avrebbe potuto…

« … dannazione… »

Lys’sh aveva ragione. Una parte di lei, una parte remota del suo animo, non era contraria a tutto quello. Era contraria, certamente, alla minaccia di morte che Nissa aveva rivolto a discapito dell’intero continente, in una folle prospettiva di dominio del medesimo, traducendo tutti i vivi in morti, e in morti loro pari. Era contraria, sicuramente, all’idea di un’aggressione a discapito di Lysiath o di qualunque altra città di Kofreya o del mondo intero. Ma, al tempo stesso, quella parte di lei non avrebbe potuto anche che essere, in parte, appagata da quanto accaduto, da quell’inatteso, improvviso ritorno in vita, o qualunque avesse a doversi considerare la loro attuale condizione, di tutti coloro le morti dei quali avrebbero avuto a doversi attribuire la responsabilità. In una qualche maniera, e in una maniera sicuramente perversa, innaturale, forse e persino blasfema, tutti coloro i quali gravavano sul proprio cuore, sul proprio animo, erano lì stati riportati indietro, a cercare, in qualche maniera assolutamente sbagliata, di cancellare quel senso di colpa, in maniera poi non dissimile da quanto già era accaduto con i Progenitori e da quanto, del resto, ella stessa aveva coscientemente deciso di voler tentare di compiere in favore della propria stessa gemella.
Un risultato osceno, e pur straordinario, a confronto con il quale non avrebbe potuto ovviare a essere, forse e paradossalmente, grata a secondo-fra-tre e all’altra Anmel. E un risultato osceno, e pur straordinario, a confronto con il quale, probabilmente, non sarebbe riuscita a essere così fermamente decisa a schierarsi in contrasto… non per come avrebbe potuto desiderare essere capace di compiere in quel frangente, non per come, in effetti, sarebbe stato necessario ella fosse in grado di compiere in guel frangente.

« Magari esiste un altro modo. » commentò Lys’sh, propositiva, desiderando suggerire l’idea di una soluzione alternativa, e una soluzione che non avesse necessariamente a prevedere una nuova carneficina, e una nuova carneficina in contrasto a quell’infinità di persone allor ritornate alla vita, in una seconda, improbabile, occasione « In fondo, tecnicamente, non sono neppure degli zombie… non, per lo meno, per come sei abituata a considerarli. »
« No. » escluse tuttavia e con straordinaria fermezza la donna guerriero, non desiderano offrire spazio di manovra a certe idee, a talune proposte « Troveremo un altro termine per indicarli. Qualcosa di più appropriato. Ma ciò non toglie che siano dei mostri, oscenità che non avrebbero dovuto esistere e che sono tali soltanto per colpa mia. E ciò non toglie, ancora, che desiderino l’annichilimento della vita, per così come finora conosciuta, nell’intero continente… » scosse il capo, a ribadire tutta la propria contrarietà a soluzioni diverse dalla loro completa eliminazione « … dobbiamo distruggerli. E dobbiamo distruggerli fino all’ultimo esemplare. »

mercoledì 8 luglio 2020

3331


« Raramente si concede la prima mossa. » incalzò ancora, a sostegno della propria argomentazione « E anche quando ciò accade, tale azione occorre solo allo scopo di scuotere il proprio avversario di turno, per costringerlo a reagire e, in ciò, per muovere il proprio attacco. E, in questo modo, ella ottiene sempre il vantaggio della reazione. » puntualizzò, analizzando in maniera estremamente precisa l’operato della propria gemella, in termini tali che neppure ella stessa avrebbe potuto avere a rinnegare l’evidenza « Poi, sia chiaro… è brava nella reazione. Veramente brava! » confermò, concedendole comunque quel giusto tributo « Ma la sua è sempre e comunque una risposta, una reazione, per l’appunto. Mai un’iniziativa. Mai un’azione… e un’azione che, altresì, richiederebbe una certa dose di coraggio, una certa capacità di sorprendere il nemico, e un nemico che, sovente migliore di lei, non si farebbe altresì sorprendere. »
« Insomma: credetemi. » concluse ella, scuotendo appena il capo « Il mito attorno al nome di mia sorella è assurdamente gratuito, incredibilmente immotivato, e mirabilmente costruito ad arte al solo scopo di circondarla di un’aurea di invincibilità. » storse le labbra, con palese disappunto a confronto con tutto ciò « E non dimentichiamo di come, addirittura, sia stata talvolta persino ella stessa a scrivere le ballate in proprio stesso onore… » sancì, con disapprovazione totale a discapito dell’altra, e di colei che pur, in quel frangente, non avrebbe potuto esprimere alcuna parola in propria difesa.
« Addirittura…?! » non poté che sorgere, dubbiosamente, una voce non meglio identificata fra le schiere accanto a lei, non mancando di esprimere un certo dubbio a tal riguardo, non desiderando certamente prendere le difese della propria assassina e, ciò non di meno, non riuscendo francamente a immaginarla sì squallida dal promuoversi in termini così spudorati.
« Oh sì. » confermò tuttavia Nissa, non volendo concedere alcuna scusante alla propria gemella « E ne ho anche le prove. » sottolineò, a scanso di ogni possibilità di fraintendimento « Perché soltanto lei e io eravamo a conoscenza di taluni dettagli della storia della nostra infanzia… e nel momento in cui questi sono stati trasposti in una lunga e dettagliata canzone, e una lunga e dettagliata canzone utile a promuovere all’attenzione del pubblico l’informazione prima non propriamente nota della mia esistenza, da chi pensate ciò sia stato voluto?! »

In effetti, Nissa non aveva tutti i torti. E, anzi, nel caso specifico di quella canzone, era esattamente quanto occorso, per così come da lei riferito e per le ragioni da lei promosse: nella volontà, infatti, di non rischiare di perdere quanto, sino a quel momento, conquistato nella propria esistenza, nella propria quotidianità, dopo la morte di Nass’Hya, moglie di lord Brote di Kriarya, per mano della stessa Nissa, ella aveva ritenuto utile, anzi indispensabile, fare chiarezza attorno al proprio passato, e all’informazione, per l’appunto prima non propriamente pubblica, dell’esistenza di una sorella gemella, e di una sorella gemella animata dalle peggiori intenzioni verso di lei. Un particolare, quello così proprio della vita della Figlia di Marr’Mahew che, laddove non fosse stato reale, avrebbe potuto essere frainteso qual un banale espediente narrativo di un qualche cantastorie particolarmente privo di iniziativa. E pur, nel confronto con la realtà dei fatti, un particolare a confronto con il quale l’intera storia personale della donna avrebbe avuto a dover essere riletta, offrendo in tal senso utili dettagli a meglio comprendere, a meglio giustificare ogni cosa sino ad allora rimasta, obiettivamente, priva di un perché: il perché della sua cicatrice, il perché del suo braccio metallico, il perché, persino, dei suoi capelli, all’epoca tinti in tonalità di nero corvino al solo fine di avere stolidamente a distinguersi dalla propria gemella, quasi come se, all’occorrenza, anche la stessa Nissa non potesse egualmente tingersi i capelli nelle medesime sfumature.
Non che, ovviamente, ogni canzone, ogni ballata, ogni storia narrata attorno all’Ucciditrice di Dei avessero a doversi intendere frutto della sua stessa mano, in un’imbarazzante autopromozione che ben poca stima avrebbe potuto avere a ispirare nei suoi stessi confronti: ciò non di meno, però, così come quel lampante esempio, innegabile avrebbe avuto a doversi intendere quanto già in altre passate occasioni fosse stata la stessa Midda a sfruttare l’operato di cantori compiacenti, di bardi amici, per aiutare il proprio nome a imporsi sulla folla, quando ancora, come avventuriera mercenaria, avrebbe avuto a doversi intendere agli inizi della propria carriera, e di una carriera, in effetti, tutt’altro che semplice, in un clima di patriarcale sfiducia nei riguardi delle possibilità di una donna, e di una donna contraddistinta da una certa generosità nelle proprie forme e proporzioni, in qualunque altro ruolo che non prevedesse un letto qual principale collocazione.
Non calunnia, quindi, avrebbe avuto a doversi considerare quella propria di Nissa, quanto e piuttosto un’impietosa esposizione di quelle tecniche, tutt’altro che improprie, alle quali la sua gemella aveva fatto ricorso nel tempo tanto all’interno dei propri combattimenti, dei propri duelli, quant’anche esternamente a essi, nel corso della propria più semplice quotidianità. Tecniche che, pur prive di qualunque motivazione di necessario demerito, così esposte, così proposte, non avrebbero potuto ovviare a proiettare una sgradevole luce in contrasto alla medesima Midda Bontor, incrinando la solida fermezza del di lei mito per ridurla, impietosamente, alla semplice donna che ella comunque era…
… una semplice donna che, in ciò, non avrebbe avuto ragione alcuna di preoccupare quell’armata di non morti, e quell’armata di non morti così in marcia in suo contrasto.

« Questa volta, però, non le daremo soddisfazione. » escluse Nissa, scuotendo appena il capo « Non subito, quantomeno. » precisò, con un sorriso divertito « Perché se ella desidera aspettare a misurare le proprie reazioni soltanto in conseguenza alle nostra azioni, sarà nostra premura avere a scontentarla, negandole tale opportunità, tale possibilità. E costringendola, così, all’incomoda necessità di avere a prendere delle scelte. E delle scelte l’esito delle quali, come già avvenuto, ci impegneremo a vanificare. »

E sebbene nessuno fra i presenti avrebbe potuto vantare di comprendere, di preciso, cosa Nissa potesse avere in mente, la questione piacque loro. E piacque loro in maniera piacevolmente marcata. Marcata al punto tale da entusiasmarli e da guidarli in un improvvisato grido di esultanza in favore di quel piano e della loro comandante.
Del resto, al di là di ogni considerazione, facile sarebbe stato fomentare quei disgraziati a odiare la Campionessa di Lysiath. E promettere loro la piacevolissima possibilità di avere a ridurla in disgrazia, a umiliarla, ad abbatterla psicologicamente ancor prima che fisicamente, riducendola all’impotenza e facendole pesare, in tal senso, la propria condizione… beh… non avrebbe potuto mancare di entusiasmarli! E di entusiasmarli con intenso trasporto!

« … maledetta… » sussurrò Midda, in risposta a quel grido, e a quel grido di gioia che, comprese, essere stato ispirato da qualcosa suggerito dalla propria gemella.

Rimasta sola sulla torre di guardia, nel mentre in cui le proprie amiche stavano preoccupandosi di riorganizzare in maniera più mirata l’azione delle catapulte, la Figlia di Marr’Mahew non mancò di contemplare dall’alto la scena, ben comprendendo cosa stesse accadendo: la propria gemella, in grazia al proprio straordinario carisma, stava ispirando i propri compagni d’arme per l’imminente attacco. E per un attacco che li avrebbe allor visti agire spronati da tutta la violenza di cui mai avrebbero saputo dirsi capaci, animati dall’unico interesse, dall’unico scopo, di ridurre in cenere ogni cosa attorno a lei, senza, tuttavia, torcerle neppure un capello. Perché, dal punto di vista di Nissa, ella era e sarebbe dovuta restare intoccabile anche e soprattutto nel mentre in cui il resto del mondo, attorno a loro, veniva sterminato. Solo così, solo circondandola di morte e di distruzione, del resto, Nissa avrebbe potuto trovare soddisfazione, nel vederle in ciò restituito il favore che, dal proprio punto di vista, ella stessa le aveva rivolto molti anni addietro, abbandonandola ancor bambina e lasciandola, involontariamente e inconsapevolmente, sola negli anni della malattia e della morte della loro genitrice.

martedì 7 luglio 2020

3330


« … ho capito. » annuì Duva, con un sorriso tirato « La prossima mossa sarà la loro! »

La prima mossa era stata di Nissa, nel momento in cui aveva iniziato ad avanzare con i propri uomini o, quantomeno, con una porzione degli stessi, in direzione delle mura. Mossa alla quale Midda aveva così risposto con l’attacco degli arcieri, purtroppo poi rivelatosi vano.
La seconda mossa, quindi, era stata proprio di Midda, nel momento in cui aveva richiesto l’intervento degli onagri, indirizzando la propria offensiva, il proprio attacco a discapito del resto delle truppe, e di quell’immensità di uomini e donne, di non morti, contro i quali avrebbe avuto allor a non far cessare di rivolgere quell’offensiva, fosse anche in termini utili a tentare di rallentarli, se non, addirittura, demotivarli.
La terza mossa, a quel punto, non avrebbe potuto che essere, nuovamente, di Nissa, la quale, a quel punto, avrebbe dovuto per forza prendere una qualche posizione, rivelare una qualche propria strategia leggermente più impegnativa rispetto a quel mero avanzare.
In che maniera ella avrebbe mai potuto decidere di superare l’ostacolo rappresentato dalle mura…? Perché per quanto forse immortale e forse pressoché irrefrenabile avrebbe potuto aversi a giudicare nella propria nuova condizione di zombie, e di una zombie tanto particolare, tutta la sua irriducibilità non avrebbe potuto poi molto contro le alte e compatte mura di Lysiath, quelle mura così estranee all’architettura tranitha e altresì tipiche della mentalità kofreyota, e di una mentalità kofreyota che, pur con tutti i propri dovuti limiti, avrebbe potuto allor avere a dimostrarsi non soltanto utile, ma addirittura indispensabile per la salvezza stessa della città.
Certo: Midda aveva ancora altre carte da giocare, aveva organizzato ancora altre azioni e reazioni, utili a tentare, se non di vincere quella sfida, quantomeno di guadagnare più tempo possibile. Ma iniziare a impiegare, in troppo rapida successione, tutte le proprie risorse sarebbe allor equivalso a sprecarle. Ed ella non desiderava sprecarle, nella quieta consapevolezza di quanto, in un tale frangente, una scelta sbagliata avrebbe potuto quietamente segnare la differenza fra la vita e la morte.
Così la Campionessa di Lysiath, pur ordinando agli onagri di non cessare la propria offensiva, e quell’offensiva a discapito delle truppe più lontane, decise di non impegnare altre risorse in quel frangente, limitandosi ad attendere, e ad attendere l’ineluttabile, successiva scelta della propria gemella.

« … prevedibile… » commentò, dal canto proprio, Nissa, ancor a debita distanza dalla propria antagonista e, ciò non di meno, lì impegnata in un così diretto confronto psicologico che, la loro, avrebbe avuto a potersi considerare una vera e propria partita a chaturaji, quasi fossero lì sedute attorno alla medesima scacchiera, osservandosi dritte negli occhi.

Nissa Bontor, che ciò potesse piacere o meno alla stessa Figlia di Marr’Mahew, avrebbe avuto comunque avere a doversi intendere qual la persona che la conosceva da più tempo in assoluto. E non soltanto in grazia al fatto di essere gemelle, di essere cresciute insieme, nel ventre di loro madre, fin dal primo giorno, quanto e piuttosto in conseguenza a una vita, nel bene o nel male, a lei dedicata: prima per amarla, e poi per odiarla. Molti erano stati, nel corso della propria storia personale, i nemici contro i quali Midda aveva avuto a doversi rivolgere, la maggior parte dei quali, in quel frangente, avrebbe avuto lì a doversi riconoscere rievocata in quella peculiare condizione di zombie. Ma fra tutti questi nemici, in una tanto ricca varietà di antagonisti, soltanto una, in verità, avrebbe avuto a poter vantare una reale e intima conoscenza della stessa, del suo modo di essere, del suo modo di agire, avendola accompagnata, praticamente, lungo tutto il corso della propria esistenza, per imporre in suo contrasto tutta l’avversione della propria maledizione, e di quella condanna all’infelicità contro di lei emessa alcuni lustri prima.
Nessun altro, oltre a Nissa, aveva avuto occasione di odiare così profondamente Midda Bontor. Anche perché nessun altro, oltre a Nissa, aveva avuto, in precedenza, occasione di amare altrettanto profondamente Midda Bontor. E per quanto triste, per quanto folle tutto ciò avesse a potersi considerare, l’esatta misura dell’amore illimitato che quella bambina poteva aver provato, in un’epoca ormai lontana, per la propria sorella gemella, per la propria migliore amica, confidente, complice, aveva avuto occasione di tradursi, parimenti, in odio illimitato nella donna che poi ella era divenuta, e una donna contraddistinta da una straordinaria forza d’animo, da una mirabile intelligenza, e dal coraggio utile a osare, e a osare senza limite alcuno: caratteristiche tali da renderla, obiettivamente, molto più pericolosa rispetto a qualunque altro avversario ella avesse avuto a incrociare. Molto più di Anmel, molto più del Progenitore, molto più di Desmair, molto più di Kah, o di qualunque altro mostro o dio fosse entrato a far parte della sua vita.
Nissa Bontor era l’antagonista definitiva di Midda. Lo era sempre stata.
E in questo nessuna sfida avrebbe potuto allor essere più sbilanciata rispetto a quella, e sbilanciata, purtroppo, in quieto sfavore per la città di Lysiath e per i suoi abitanti: perché qualunque iniziativa Midda Bontor avrebbe potuto intraprendere in difesa della stessa, nulla di nuovo, nulla di originale, avrebbe avuto a poter apparire nel confronto con lo sguardo della propria gemella, sancendo, a prescindere, un’inferiorità psicologica, e tattica, a confronto con la quale il destino di quella sfortunata capitale avrebbe avuto a potersi intendere già sgradevolmente segnato.

« La fama di mia sorella è, al solito, immeritata. » lamentò Nissa, nel mentre in cui, ormai, la sua pelle stava dimenticando l’azione ustionante delle fiamme per così come imposto dalla devastante imboscata subita, ritornando a proporsi mirabile come sempre, simile ad avorio nel proprio candore appena turbato da qualche disordinata, e pur apprezzabile, spruzzata di efelidi « E’ priva del coraggio necessario per agire, preferendo limitarsi, di volta in volta, a reagire agli attacchi, tutt’al più riservandosi qualche apparentemente ardita azione volta a offrire l’impressione di una qualche idea di risolutezza da parte sua, benché, altresì, questa le abbia sostanzialmente del tutto a mancare. »

Destinatari di tale sfogo, qual avrebbe potuto essere considerato il suo, avrebbero avuto a doversi intendere gli uomini e le donne a lei più prossimi, in marcia verso le mura di Lysiath. Uomini e donne che ben conoscevano, ovviamente, Midda Bontor, a lei avendo a doversi riconoscere debitori per la propria stessa morte; e che pur, ovviamente, non avrebbero potuto condividere in maniera tanto semplicistica l’opinione così espressa dalla loro comandante, come il diffuso e silenzioso imbarazzo a confronto con quelle parole non poté ovviare a rendere palese. Del resto, dopo essere morti per mano di quella figura, ritrovarsi a dichiarare, da parte delle medesima, una tanto totale mancanza di iniziativa, avrebbe avuto a rendere decisamente controversi gli esiti dei propri passati scontri, ponendo un grosso dubbio sul merito della medesima Figlia di Marr’Mahew a tal riguardo e suggerendo, piuttosto, un qualche loro demerito in tal senso.
E se evidente non poté che apparire la diffusa incertezza nel merito di tale opinione, Nissa non volle negarsi l’opportunità di incalzare a tal riguardo, non lasciando cadere la questione nel nulla e, al contrario, cercando di smontare, a livello psicologico ed emotivo, quell’assurdo mito costruito attorno all’immagine della propria gemella: un mito che, del resto, avrebbe comunque potuto avere a minare il loro successo, la riuscita del loro operato, laddove nelle menti e nei cuori dei propri compagni d’arme vi fosse stato un qualche dubbio di sorta sull’effettiva possibilità per loro di riportare successo a di lei discapito…

« Se siete qui, è perché siete morti per sua mano. E se siete morti per sua mano, avete avuto probabilmente la sventura di entrare in combattimento con lei… » introdusse, quindi, il proprio ragionamento « E in questo sapete bene che non è mai lei a fare la prima mossa: attende sempre che sia la controparte ad agire per prima, limitandosi, generalmente, a vanificare il senso di quegli attacchi, evitando i colpi, evadendo a ogni offensiva… e lasciando stancare vanamente il proprio antagonista prima di agire a suo discapito, magari accompagnando il tutto con qualche fantasiosa retorica verbale, atta a sollevare dubbi nel merito della possibilità, per l’altro, di riportare un qualsiasi successo in suo contrasto. »

lunedì 6 luglio 2020

3329


Quando le truppe al seguito di Nissa videro volare la prima sequenza di proiettili, per un istante ebbero, umanamente e istintivamente, a temere il peggio, non frenandosi nel proprio incedere, e nel proprio incedere a seguito della loro condottiera, ma, comunque, esitando, ed esitando per il tempo utile a osservare quel lancio procedere alto al di sopra non soltanto di loro, ma anche dei loro compagni alle proprie spalle, del resto del loro esercito, della maggior parte del loro esercito, rimasti là dove la loro comandante aveva voluto avessero a restare.
Anche Nissa, ovviamente, non mancò di osservare quanto la propria gemella era stata in grado di organizzare, e di organizzare con un preavviso tanto ristretto. E, in questo, non poté che provare una certa stima per lei, una compassionevole stima nel confronto con tanta buona volontà, con tanto impegno pur destinato al nulla, nella quieta consapevolezza di quanto, allora, nessun proiettile, per quanto violento, per quanto distruttivo, avrebbe potuto avere a fermarli, neppure laddove incendiato, per così come mirabilmente dimostrato dalla loro passeggiata attraverso le fiamme. Per tal ragione, quindi, ella non frenò il proprio incedere, non rallentò i propri passi, proseguendo, anzi, con lo stesso piglio, con lo stesso impegno precedente, nella sola brama, nella sola volontà di raggiungere, quanto prima, le mura della città, per avere a bussare alle porte della stessa e, così, per avere a richiedere la resa incondizionata di tutti coloro che, in essa, si erano asserragliati, con la promessa, in cambio della loro collaborazione, di una morte pietosa, rapida e indolore, qual alternativa a quanto, certamente peggio, sarebbero potuti essere in grado di immaginare a discapito degli abitanti di Lysiath.

« Avanti! » ribadì, quindi, ai propri compagni e alle proprie compagne, per infondere loro fiducia, per non permettere loro di avere a demotivarsi, non in quel momento, non per così poco « Desidero che Lysiath sia nostra prima del meriggio! »

E se ella non ebbe a frenare il proprio incedere, i suoi luogotenenti, rimasti con il resto dell’esercito, con la maggior parte di quell’armata di non morti, ebbero a dimostrarsi degni della propria condottiera, non esitando, non fremendo, e restando quietamente immobili innanzi all’immagine propria del primo attacco mosso ipoteticamente a loro discapito, per quanto, allora, volato al di sopra delle loro teste, oltre di loro.
Del resto, al di là di ogni facile banalizzazione, per quanto nell’elenco delle vittime della Figlia di Marr’Mahew, lì riportate in vita dall’azione malevola di secondo-fra-tre, non avrebbero avuto a dover essere censiti soltanto anonimi soldati semplici, banali guardie capitate nel posto sbagliato al momento sbagliato e, in questo, finite per cadere, all’occorrenza anche innocentemente, sotto i colpi della donna guerriero: al contrario, ad animare, a popolare quelle schiere, quelle truppe, avrebbero avuto a dover essere identificati,  in una proporzione quasi maggioritaria, alcuni fra i più forti guerrieri di quello e di altri mondi, combattenti esperti, assassini prodigiosi, che avevano veduto la propria straordinaria parabola di vita interrompersi violentemente nel giorno in cui, per mille ragioni diverse, i loro cammini avevano avuto ragione di incrociarsi con quello della loro antagonista, poi divenuta loro ucciditrice. Uomini e donne, nella maggior parte dei casi, quindi, che difficilmente avrebbero avuto di che cedere al terrore di fronte a tutto ciò quando ancor avrebbero avuto a poter vantare di essere vivi, e uomini e donne che, ancora e a maggior ragione, non avrebbero potuto lasciarsi intimorire da tutto quello a confronto con la propria nuova condizione, e quella condizione innanzi alla quale nulla avrebbe potuto ferirli, nulla avrebbe potuto danneggiarli.
Del resto erano già morti. Ed erano tornati indietro dalla morte, riottenendo, addirittura, i propri corpi, esattamente per così come erano stati un tempo, con quieta indifferenza per ogni putrefazione e per ogni violenza subita: cosa avrebbe avuto, quindi, ragione di ferirli? Cosa mai avrebbe potuto danneggiarli?!
E senza il timore di un danno, senza l’intrinseca paura della morte propria di qualunque essere vivente, cosa mai avrebbe potuto fermarli…?!

« Lanciare! »

Il lontano grido di Midda Bontor, loro nemica, comandò allora una seconda raffica di colpi. Colpi che, al pari dei precedenti, si levarono alti nei cieli, compiendo un lungo moto parabolico, questa volta sufficiente per superare Nissa e il suo drappello, ma non per andar oltre l’esercito alle loro spalle, per così come era avvenuto. E se, la maggior parte di quei colpi ebbero a ricadere, pesantemente, sul terreno innanzi a loro, suggerendo ai loro antagonisti, ai manovratori di quelle catapulte, la necessità di un’ulteriore correzione nella propria mira, alcuni di quei proiettili giunsero, alfine, a travolgerli, colpendoli con tutta la forza della propria spinta, con tutta la durezza della propria solidità, e facendo necessariamente volare a destra e a manca molti dei loro corpi, o frammenti degli stessi, smembrandoli, all’occorrenza, in maniera violenta e impietosa.
E se pur, ancora una volta, una certa esitazione, un certo timore eco dei ricordi di una vita ormai non più loro, non poté che coinvolgere alcuni fra essi, l’assenza di qualunque percezione di dolore a confronto con quegli avvenimenti, con quella devastazione, con quelle mutilazioni, non poté fare altro che rinvigorire, a livello psicologico, l’armata dei morti, legittimando, ancora una volta, il loro incedere, e quell’incedere che, persino, avrebbe potuto considerarsi così desiderato dagli dei.

« Non muovetevi! » comandarono i luogotenenti, sparsi per tutta la vasta estensione delle truppe di Nissa, con particolare attenzione a color rimasti illesi a seguito di quella seconda scarica.
« E voi, ricomponetevi. » suggerirono ancora, a coloro i quali, al contrario, si erano visti travolgere da quei proiettili incendiati, venendo sbalzati a terra e sparsi in maniera disordinata lì attorno.

E se, una buona parte di coloro così colpiti, non ebbero difficoltà a rialzarsi e a rimettersi in posizione, all’occorrenza parzialmente ustionati dalle fiamme dei proiettili, o privi di un braccio, o di una mano, o di una qualunque porzione del proprio busto; un’altra, minoritaria, porzione fra gli stessi, e fra coloro che più erano stati smembrati in conseguenza di quell’offensiva, non ebbero occasione di offrire immediata replica a quell’ordine, abbisognando, chiaramente, di ancor un po’ di tempo per poter riconquistare il pieno controllo dei propri corpi, chi separato da una propria gamba, chi, addirittura, tagliato letteralmente in due tronconi, in uno spettacolo obiettivamente osceno, nauseabondo, e, pur, totalmente scevro da qualunque sensazione di dolore. E di un dolore che, in effetti, non avrebbe potuto caratterizzarli, nella propria nuova condizione di non morti.

« Ammetto che avrei preferito potermi riservare qualche soddisfazione in più… » sussurrò Midda, in direzione delle proprie amiche, osservando dall’alto della propria postazione di controllo e di comando l’evolversi degli eventi « … ma, comunque, potrebbe essere utile a disturbarli e a rallentarli. » constatò, speranzosamente, a confronto, comunque, con quel minimo di risultato conseguito « Aiutate, per favore, a correggere il tiro a coloro che ancora lo necessitano… nel mentre in cui io mi preparerò per la prossima mossa. »
« D’accordo. » annuì Lys’sh, senza esitazione a confronto con la richiesta della propria sorellona.
« Sì. » confermò a sua volta Duva, salvo, poi, riservarsi una certa curiosità nel merito di quelle parole « E, giusto per capire, la prossima mossa sarà…?! »

Midda non rispose immediatamente. Non a parole, quantomeno, nel rivolgere il proprio sguardo dritto in direzione della propria gemella sempre più prossima a loro, alla propria nemesi in avvicinamento, e a quella figura, sino ad allora, rimasta quieta, rimasta placida nel proprio incedere, ma che, certamente, non avrebbe avuto a proseguire, così, in eterno.

domenica 5 luglio 2020

3328


E sebbene impossibile sarebbe stato prevedere la conclusione di tutto quello, impossibile sarebbe stato riuscire a ipotizzare, con qualunque senso di critica realtà, l’esito di quella battaglia, quanto altresì avrebbe avuto a doversi intendere certo, quanto avrebbe avuto a non potersi negare, né allora, e neppure nel caso di una terrificante disfatta a discapito di quei figli e figlie di Lysiath; sarebbe certamente stata l’evidenza di quanto, allora, avessero già compiuto, e stessero ancor compiendo, con indiscutibile impegno, per dimostrarsi meritevoli del proprio diritto alla vita.
Midda, e come lei anche Duva e Lys’sh, che già molte spiacevoli situazioni di crisi avevano avuto a dover vivere e affrontare nel corso delle proprie vivaci esistenze, era, infatti, perfettamente consapevole di quanto, proprio un momento di crisi, e un momento di crisi qual necessariamente avrebbe avuto a potersi indicare esser l’attacco di un’armata di non morti a discapito della propria città, nell’intento di prenderne possesso uccidendo chiunque, lì, fosse stato trovato, avrebbe necessariamente sospinto la psiche delle persone a una qualche posizione forte, in un senso, quanto e piuttosto in un altro: in una situazione di crisi non avrebbero potuto esistere le sfumature di grigi fra il bianco e il nero, e chiunque, in base alla più autentica natura del proprio cuore, avrebbe reagito impegnandosi altruisticamente per il bene comune, nella quieta consapevolezza di non poter sopravvivere da solo, o egoisticamente per il bene personale, illudendosi stolidamente del contrario; avrebbe agito cercando una qualche occasione di salvezza, sospinto da un proattivo credo volto a rinnegare la fatalità del destino, o sarebbe rimasto in indolente rassegnazione, lasciandosi dominare dallo sconforto e attendendo la fine di tutto. E, sovente, proprio in tale dualistica divisione di animi, menti e cuori, avrebbe avuto a definirsi anche la condizione di vincitori e di vinti, giacché laddove uno si fosse arreso, ancor prima della battaglia, certamente non avrebbe mai potuto aver occasione di vincere, non avrebbe mai potuto dimostrare meritevole di poter godere di una nuova alba.
A confronto con ciò, gli abitanti di Lysiath avevano reagito con straordinaria positività, con ammirevole pro attività: certo, in una capitale con qualche centinaio di migliaia di abitanti, di ogni età, di ogni estrazione sociale, di ogni origine e storia, non erano mancate diverse reazioni, e reazioni contrastanti, a confronto con l’annuncio dell’imminente conflitto, per così come la loro nuova Campionessa aveva loro offerto il giorno precedente. Ciò non di meno, ed eccezion fatta per pur fisiologiche minoranze d’opposizione, praticamente tutti, in città, avevano dimostrato di aver compreso la gravità della situazione, e si erano subito dati da fare per reagire a confronto con la stessa, ponendo le basi per quella che forse non sarebbe potuta essere definita una sicura vittoria, ma che, quantomeno, non sarebbe stata neppure un’indubbia sconfitta.

« Lanciare! » sancì ella, ultimo comando in direzione di coloro addetti alla gestione degli onagri, e quel comando a confronto con il quale avrebbero tutti potuto quindi constatare l’efficacia degli sforzi compiuti non soltanto in quegli ultimi istanti, ma a partire dal giorno precedente, a partire dalla progettazione e dalla costruzione di quelle catapulte, in così breve tempo.

E in risposta a quella richiesta, le due dozzine di catapulte che erano state realizzate nel corso del giorno precedente furono azionate all’unisono, scandendo con forza tutta la violenza del proprio movimento al fine di proiettare alti nel cielo i propri proiettili, quelle pietre grezze rivestite di stracci imbevuti d’olio, a cui era così stato dato fuoco, quasi un olocausto gettato in direzione degli dei stessi, a invocarne l’aiuto nell’ora più oscura della Storia di Lysiath.

« Se anche non li dovesse fermare, speriamo che abbia quantomeno a rallentarli… » sussurrò Duva, in un quieto sospiro, quasi una preghiera, per quanto, personalmente, non avesse un qualche dio o dea, in particolare, a cui rivolgere le proprie richieste.

E se pur, allora, il fuoco aveva già dimostrato, entro certi limiti una certa inefficacia, la richiesta propria della Campionessa di incendiare i proiettili ebbe a permettere di seguire in maniera più chiara la parabola da questi compiuta nel cielo, e una parabola che, purtroppo, ebbe a vederli superare di gran lunga le schiere nemiche. E non tanto quelle in progresso verso di loro, quanto e piuttosto color in contrasto alle quasi desideravano in ciò rivolgersi, coloro che, a maggiore distanza, stavano quietamente attendendo eventuali ordini, se non dalla loro comandante, dai suoi luogotenenti, e da quei luogotenenti che pur, fedeli agli ordini ricevuti, stavano lì attendendo pazientemente.

« Correggere il tiro! » comandò Midda, dall’alto della propria posizione di osservazione, rivolgendosi ancora agli onagri e ai loro manovratori « Siamo andati lunghi di quasi mezzo miglio… »
« Purtroppo la traiettoria delle armi balistiche non è mai una scienza esatta… » cercò di minimizzare Lys’sh, tentando di non dare eccessivo peso al fatto che, purtroppo, quella prima scarica fosse andata spiacevolmente a vuoto « … almeno un paio di tiri, per prendere la mira, sono in genere necessari, a meno di non avere una fortuna sfacciata. »
« E la fortuna sfacciata, a noi, non piace… » ironizzò amaramente Duva, aggrottando appena la fronte a quell’osservazione e a quell’osservazione assolutamente ineccepibile, per quanto, in quel frangente, decisamente spiacevole nella realtà delle proprie conseguenze, se non fisiche, quantomeno emotive, nella possibile sfiducia che, da ciò, avrebbe potuto conseguire per le truppe.
« Meglio lunghi che corti… » intervenne tuttavia Midda, a offrire il proprio personale contributo alle osservazioni delle proprie amiche « … dimostra comunque che le nostre catapulte stanno funzionando. E stanno funzionando bene! »

Del medesimo punto di vista, probabilmente, avrebbero avuto a doversi riconoscere anche color preposti alla gestione di quelle armi, giacché, contrariamente a quanto supposto da Duva, l’umore, dopo quel primo tiro pur andato a vuoto, ebbe a dimostrarsi dei migliori, non arrivando, forse, a vere e proprie dimostrazioni di entusiasmo da parte loro e, ciò non di meno, proponendoli tutti decisamente soddisfatti del risultato ottenuto, e di un risultato che, addirittura, aveva veduto quel primo attacco superare la linea delle schiere nemiche più lontane. Con rapidità, quindi, le catapulte vennero manipolate non soltanto al fine di riposizionarne i bracci in collocazioni utili al tiro, quanto e piuttosto di ricalibrarne la traiettoria, per ottenere una parabola più breve, che avesse, speranzosamente, a travolgere quindi i loro avversari o, quantomeno, che avesse a superarli questa volta sul fronte opposto, offrendo in tal maniera una chiara indicazione, poi, per un terzo, decisivo attacco.

« Ricaricare! » ordinò la Figlia di Marr’Mahew, senza rabbia nella propria voce, senza alcuna alterigia, quanto e piuttosto con tono incalzante, utile a non permettere ad alcuno di ignorare la tensione del momento, e quella giusta tensione in ascolto alla quale, allora, avrebbe potuto per loro essere colmata la distanza fra la vita e la morte.

E tutti agirono, ancora una volta secondo le sue richieste, ancora una volta secondo i suoi comandi, senza porli in dubbio, senza avere a sollevare la benché minima occasione di critica nel merito del perché di tutto ciò, animati, in tal senso, da quella razionale lucidità conseguente alla consapevolezza di quanto, se mai fossero sopravvissuti a quella giornata, ciò sarebbe certamente accaduto in grazia alla saggia guida e alla caparbia ispirazione di quella leggenda vivente.

« Incendiare i proiettili! »

sabato 4 luglio 2020

3327


« Thyres… »

Figlia del mare, Midda Bontor, come già i suoi genitori e i suoi nonni prima di lei, era solita rivolgere i propri pensieri a una singola divinità, pur all’interno del vasto e affollato pantheon tranitha. Thyres, signora dei mari, tuttavia, non era una dea come molte e, in questo, non era solita apprezzare preghiere di sorta dai propri seguaci: i figli del mare, fossero essi marinai o pescatori, del resto, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti ben consapevoli di quanto, obiettivamente, la loro dea, al pari del mare, non potesse essere né plagiata né corrotta, non in grazia di una preghiera, non per un qualche sacrificio, non per altro. Thyres, così come Tarth, il suo corrispettivo maschile, esigevano dai propri figli soltanto rispetto, il rispetto che qualunque marinaio, che qualunque pescatore, avrebbe avuto a dover rivolgere al mare, nella quieta certezza di quanto il mare non avrebbe mai potuto essere dominato, non avrebbe mai potuto essere controllato, ma avrebbe agito, sempre e comunque, secondo i propri desideri, secondo i propri capricci, capace di sorprendere, sempre e comunque, chiunque, dall’ultimo dei mozzi al più esperto e navigato comandante.
Figlia del mare, Midda Bontor, come già i suoi genitori e i suoi nonni prima di lei, raramente pregava Thyres, nella certezza di quanto, ella, non l’avrebbe ascoltata, preferendo piuttosto che ella dimostrasse da sola di essere in grado di arrangiarsi, di sopravvivere a ogni avversità, con quel piglio sol proprio, per l’appunto, di una vera figlia del mare. E, in questo, paradossalmente, Midda Bontor era piuttosto abituata a bestemmiare il nome della propria dea, anziché pregarlo.
Così come anche in quel momento.

« Non buono, vero…?! » commentò retoricamente Duva, ben comprendendo quanto non fosse buono già da sola, senza bisogno di conferme esterne, e, ciò non di meno, abbisognando di un confronto verbale con le proprie amiche, a cercare di contrastare l’oscena immagine di quei cadaveri ambulanti in quieto passaggio all’interno delle fiamme, quasi, allorché essere tutto ciò possibilità di sgradevole condanna, avesse a doversi intendere, piuttosto, una situazione altresì piacevole, quasi rinvigorente, qual, obiettivamente, rinvigorente avrebbe avuto a doversi riconoscere a livello psicologico.
« Non buono. » confermò Midda, trattenendosi da imprecare in maniera più colorita, non tanto per le proprie amiche, quanto e piuttosto per il resto delle truppe, degli uomini e delle donne che a lei, eletta loro Campionessa, stavano allor facendo riferimento con la speranza, sempre più blanda, di salvarsi « Va bene così, comunque. Non avevamo certezze che avrebbe funzionato. Avesse funzionato, sarebbe stato meglio… ma va bene così, comunque. » ripeté e ribadì, a cercare di rafforzare positivamente il concetto.

Invero, Midda non stava mentendo, non stava manipolando la realtà dei fatti, per quanto, obiettivamente, ella non avesse mancato di riporre molte speranze in quella prima carta così giuocata.
Ricorrere al fuoco, al tempo stesso, avrebbe avuto a doversi intendere il tentativo di chiudere, immediatamente, la partita, marcando, quasi senza impegno bellico, la vittoria di Lysiath, e, parimenti, l’impegno a tentare di meglio valutare in qual misura avrebbe avuto a doversi riconoscere l’effettivo potere di quegli anomali zombie. Un potere, purtroppo, così valutato in una misura decisamente spiacevole, avendo ereditato apparentemente le caratteristiche più importanti tanto dei non morti del suo mondo, quanto degli esperimenti della Sezione I, e avendo unito il tutto a una perfetta conservazione della propria coscienza, di quella coscienza, allor, mossa da intenti omicidi.
Al di là dell’esito di quella mossa, comunque, la strategia da lei ideata, pur probabilmente non degna di passare alla Storia, pur priva di mirabili colpi di genio, non avrebbe avuto a doversi ricondurre, esclusivamente, a quell’unica azione, ragione per la quale, allora, avrebbe avuto a doversi riconoscere ancora prematuro riservarsi l’opportunità di abbattersi, emotivamente e psicologicamente: quella battaglia era appena iniziata… e, a meno di qualche straordinario colpo di mano da parte di uno dei due fronti, avrebbe avuto a proseguire ancora a lungo.
Per ore, quantomeno, e, preferibilmente, per giorni. Giorni che avrebbero avuto a doversi riconoscere così necessari a garantire loro opportunità di giungere all’ultima e più disperata risorsa da tirare in giuoco…

« Arcieri, via. » ordinò allora, permettendo a quelle risorse di ritrarsi, di sottrarsi a eventuali controffensive da parte del nemico, il quale, certamente, non si sarebbe limitato ad avanzare in maniera inerme… non, quantomeno, sotto la guida di Nissa.
« Con cosa proveremo ora…? » domandò Lys’sh, al tempo stesso preoccupata e pur incuriosita da tutto ciò, e da quel genere di battaglia diversa da qualunque altra battaglia nella quale avesse mai avuto occasione di ritrovarsi a essere schierata in passato, proponendosi, nell’assenza di tecnologia, a modo suo più verace… e verace di quanto non avrebbe mai potuto riservarsi precedente occasione di sperimentare.

La Campionessa di Lysiath osservò con attenzione tanto la prima linea nemica, in avanscoperta e, lì, in indifferente movimento attraverso il lembo di terra ancor incendiato, quanto e con maggiore attenzione la seconda linea, il resto delle schiere agli ordini della propria gemella, quel vasto esercito rimasto in paziente attesa là dove il loro comandante li aveva lasciati, e lì, intenti allor a seguire l’evoluzione della situazione, con comprensibile interesse. Un interesse che, quindi, se non aveva mancato di vederli esitare innanzi a quelle fiamme improvvise, e quelle fiamme che, in maniera violenta, avevano avvolto i propri compagni, non aveva neppur tardato a vederli impegnarsi a esultare di entusiasmo a confronto con l’insuccesso proprio di tale crudele offensiva, nell’indomito proseguo del cammino del drappello in testa al quale avrebbe avuto a doversi intendere proprio la loro ispirata condottiera.

« Onagri! » tuonò quindi ella, rivolgendosi non tanto agli uomini con le presenti sulle mura, quanto a quelli schierati dietro alle mura, in quieta attesa di porre in essere qualunque suo ordine, di qualunque suo comando, così come allora e come non mancò di occorrere immediatamente a confronto con la sua richiesta.

L’elezione di Midda a Campionessa di Lysiath, pur sicuramente conseguenza dell’eccezionalità propria di quella situazione, avrebbe avuto a doversi riconoscere, indubbiamente, qual una delle fortune più grandi che quell’urbe, nella disgrazia propria di quella situazione, avrebbe allor potuto vantare.
Se infatti, la leggenda propria della Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto a dover essere associata a più duelli singoli che a vere e proprie battaglie o guerre, molte erano state le battaglie, e le guerre, a cui ella non aveva mancato di partecipare, soprattutto negli anni della propria giovinezza, e nel periodo in cui, ancora, ella abbisognava di crearsi un nome in quanto avventuriera mercenaria. E proprio in conseguenza alla propria partecipazione a molte battaglie in diverse guerre, ella non avrebbe avuto a potersi fraintendere del tutto estranea non solo alle dinamiche proprie delle stesse, quant’anche agli strumenti impiegati nel corso delle medesime…
… strumenti come quelle catapulte, e quelle catapulte che, nelle ultime ore, tutti gli artigiani, i falegnami, i maniscalchi e i carpentieri di Lysiath, non avevano mancato di impegnarsi a realizzare a tempo di primato, per soddisfare le sue richieste, per venire incontro a quanto a lei necessario a concedere una speranza concreta di sopravvivenza a quella capitale e ai suoi abitanti.

« Incendiare i proiettili! » comandò, nel mentre in cui grande frenesia, alle sue spalle, contraddistingueva l’opera degli uomini e delle donne lì sotto impegnati attorno a quelle armi, e a quelle armi con le quali non avrebbero potuto vantare alcuna precedente confidenza, e a confronto con le quali, pur, non avrebbero mancato di imporre tutto il proprio impegno per dimostrarsi meritevoli del proprio diritto alla vita.

venerdì 3 luglio 2020

3326


« Cagna maledetta… » gemette Nissa, socchiudendo gli occhi nel vedere le frecce piombare su di loro, e nell’attendere, in ciò, il riproporsi della propria fine, in maniera, se possibile, ancor più impietosa rispetto al passato.

Il volo di quelle frecce, ancora una volta, ebbe a durare il tempo proprio di un battito di ciglia o, forse, un’eternità intera, in quel paradosso proprio di qualunque frangente topico dall’esito incerto, tanto per il fronte di Midda, quanto per quello di Nissa.
Sul fronte di Midda, infatti, l’ansia dell’attesa, e dell’attesa di quell’apparentemente interminabile volo, avrebbe avuto a dover essere associata all’incertezza propria dell’esito stesso di quell’azione, di quel piano, e di quel piano allestito, per forza di cose, in tempi purtroppo estremamente ristretti, con una concitazione tale da rendere troppo semplice qualunque opportunità di errore nell’attuazione di un’idea obiettivamente semplice. Se, infatti, gli zombie propri di quel mondo erano contraddistinti da un’incommensurabile tenacia, e dalla tenacia propria di creature prive di un qualunque barlume di coscienza, prive di un qualsiasi genere di spirito vitale, e, piuttosto, inesorabilmente mosse dal potere della negromanzia, e da un potere in grado di imporre animazione tanto a un corpo intero quanto e persino a un singolo dito; soltanto il fuoco avrebbe avuto a dover essere inteso, in buona sostanza, il mezzo utile a porre fine a tale piaga, a meno, per carità, di non essere un negromante o di non avere, in alternativa, il potere di evocare qualcosa di sufficientemente violento da distruggere, sino alla più minuscola misura, questi stessi corpi in ogni loro singola parte. Il fuoco purificatore, in ciò, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto quanto di più semplice, di più ovvio, di più immediato da poter essere coinvolto in giuoco in un sfida fra viventi e non morti. O, quantomeno, fra viventi e non morti al pari di quelli che, normalmente, avrebbero avuto a dover essere intesi popolare quel mondo. Purtroppo, però, il fuoco non avrebbe avuto egual giuoco nel confronto, per esempio, con quel particolare genere di non morti conseguenti agli esperimenti della Sezione I, e con quel particolare genere di non morti a cui la malevolenza di secondo-fra-tre, unita alle fantasie oniriche proprie dell’incubo della nuova Portatrice di Luce e della nuova Oscura Mietitrice, si era ispirata per dare sostanza a Nissa e alla sua armata… motivo per il quale, obiettivamente, dubbioso avrebbe avuto a poter essere inteso l’esito di quell’iniziativa, e di un’iniziativa che, purtroppo, avrebbe potuto facilmente rivelarsi un fiasco colossale.
Sul fronte di Nissa, parallelamente, l’ansia della fine, e della fine imminente, per così come promessa da quelle frecce e dal fuoco che esse stavano conducendo loro, e, in particolare, al terreno opportunamente trattato sotto ai loro piedi, non avrebbe potuto che mischiarsi a un certo senso di rammarico per aver, forse, agito in maniera eccessivamente impulsiva, trascurando, con troppa semplicità, con troppa leggerezza, l’evidenza più ovvia di quanto qualcosa di semplice come il fuoco avrebbe potuto loro imporre, negando quella seconda, inattesa possibilità di vita, o, piuttosto, di non morte, che era stata loro concessa. Eppure, per quanto, allora, la fine potesse sembrar già definita, e così incombente sopra tutti loro, qualcosa nel profondo di quella donna non sembrava volerla accettare, non sembrava volersi rassegnare all’apparente ineluttabilità del fato. Poiché troppo banale, troppo stupido sarebbe stato, allora, essere fermati in quel modo dopo che, ancora, troppo poco essi avevano compiuto e, soprattutto, nella prospettiva di quanto, chiaramente, avrebbero avuto a poter ancora compiere: ella era Nissa Bontor, figlia di Nivre Bontor, un umile pescatore della piccola isola di Licsia, e, a partire da simile pregresso, ella era stata in grado di plasmare, praticamente dal nulla e fondandosi sul nulla, un vero e proprio regno, riunificando sotto ai suoi comandi, al seguito del proprio carisma e della propria forza, una potente nazione di pirati, e una nazione che, se soltanto ella avesse avuto piacere, avrebbe potuto far tremare i potenti di tutto il mondo. Ella aveva vissuto la sua vita pienamente, ottenendo sempre tutto ciò che aveva mai desiderato, riuscendo sempre nel proprio proposito in antagonismo alla propria gemella e, alfine, neppur, obiettivamente, venendo sconfitta dalla stessa, quanto e piuttosto lasciandosi sconfiggere da lei per propria libera iniziativa, per propria consapevole scelta, nella volontà, in tal modo, di liberarsi dall’oscura ombra che si era insidiata nella sua mente e nel suo cuore, e quell’ombra in conseguenza alla violenza distruttrice della quale, purtroppo, il suo primogenito era morto senza che ella avesse a battere un ciglio. Ella era Nissa Ronae Bontor rediviva… e Nissa Ronae Bontor non avrebbe mai potuto essere abbattuta in maniera così banale, in maniera così sciocca per come, pur, lì stava purtroppo avvenendo.
Una frazione d’istante, quella necessaria alle frecce in volo per completare la loro lunga parabola e precipitare a terra, e pur una frazione d’istante che parve prolungarsi per un’eternità intera…

Sino al momento in cui la prima freccia raggiunse il suolo…

Sino al momento in cui dozzine, centinaia di frecce raggiunsero il suolo…

Sino al momento in cui il fuoco da essere condotto seco ebbe a incendiare il terreno sotto i piedi dell’armata dei morti, traducendo quasi istantaneamente una striscia di terra amplia non meno di trenta piedi, e lunga più di un miglio, in una vera e propria fornace…

… una fornace le fiamme della quale avvolsero Nissa e tutti gli uomini e le donne che, in quel momento, stavano avanzando insieme a lei verso le mura della città…

… una fornace le fiamme della quale avrebbero dovuto allor consumare quelle carni appena rigeneratesi, distruggendo per sempre quelle creature e ridonando, alle loro coscienze, la serenità della morte…

… una fornace all’interno delle fiamme della quale, tuttavia e purtroppo… nulla di tutto ciò accadde.

Se le fiamme, infatti, pur non mancarono di aggredire con violenza le carni di Nissa e dei suoi uomini, complice anche l’accelerazione proposta dalla pece e dall’olio con il quale era stato intriso il suolo sotto di loro; e se le loro carni, in un primo momento, non mancarono di farsi aggredire da quelle fiamme, raggrinzendosi, annerendosi, spaccandosi e saturando l’aria del terribile odore conseguente a quelle ustioni; tutto ciò ebbe a interrompersi di lì a pochi istanti, nel mentre in cui lo stesso processo rigenerativo che già aveva ripristinato la loro integrità fisica dall’iniziale condizione putrescente in cui avevano fatto ritorno alla luce, iniziò a operare, e a operare al fine di contrastare la degenerazione propria delle fiamme.
E se, in un primo istante, l’azione distruttiva delle fiamme ebbe a imporsi, necessariamente, con maggiore prepotenza; fu questione di poco prima che l’azione rigenerativa di quell’inquietante potere, inquietante, sì, ma apprezzabilissimo, soprattutto dal loro punto di vista,  non avesse a prendere il controllo della situazione, e, se non a invertire il processo degenerativo, quantomeno ad arrestarlo, lasciando i loro corpi terribilmente ustionati, mostrando le loro carni arse e lacerate dal calore di quella fornace, e, ciò non di meno, non imponendo loro ulteriore minaccia, né, tantomeno, alcuna sensazione di dolore.

« Se non è questo un segnale divino… non saprei proprio in quale altro modo poterlo interpretare. » commentò Nissa, quasi fra sé e sé, osservando le proprie mani, le proprie braccia, il proprio torso e i vestiti in fiamme su di esso, e pur non avvertendo pena per quanto lì stava accadendo, né, tantomeno, ravvisando l’evidenza dell’ineluttabilità di quella morte pur, necessariamente, temuta « Avanti, gente! » gridò poi, levando il proprio tridente al cielo, in segno di vittoria a confronto con quella prima sfida, e quella sfida a confronto con la quale non avrebbe dovuto sopravvivere e che, al contrario, non poté che rafforzarla, fosse anche e soltanto a livello psicologico… non che ella potesse averne bisogno « Neppure gli dei desiderano reclamare indietro le nostre esistenze! »

giovedì 2 luglio 2020

3325


« Arcieri! » ordinò, quindi, la Campionessa di Lysiath, con un comando scandito a voce alta e pur non gridato, al quale, ciò non di meno, fece immediatamente seguito la risposta di circa duecento, fra uomini e donne, i quali, improvvisamente, ebbero a comparire alla sua destra e alla sua sinistra, lungo le mura della città, a distanza regolare di non più di sette-nove piedi l’uno dall’altro, facendo capolino in rapida successione, in un effetto coreografico assolutamente non contemplato in quanto tale e che pur, allora, non avrebbe avuto a potersi considerare qual meno che soddisfacente.

Se Nissa e i suoi ebbero a cogliere quell’ordine, o ebbero a notare l’improvviso affollamento su quel fronte delle mura cittadine, non ebbe comunque a essere palese, giacché il contingente alla testa del quale la regina dei morti stava avanzando con passo deciso non ebbe ad alterare minimamente il proprio incedere, come se nulla fosse sostanzialmente occorso.

« Estrarre le frecce! » scandì la voce della Figlia di Marr’Mahew, in un insolito ruolo di comando, e di comando di un vero e proprio esercito, a confronto con il quale, pertanto, avrebbe avuto a dover comportarsi adeguatamente.

Come già pocanzi, quell’ordine non fu gridato, e ciò non di meno ebbe a propagarsi fino ai due estremi di quella catena umana al centro della quale erano proprio Midda e le sue sorelle d’arme, una catena lungo la quale, uno dopo l’altro, ogni uomo e ogni donne presente estrasse una freccia dalla faretra posta sulla propria schiena o al proprio fianco, mantenendola in mano in attesa dell’ordine successivo, con ineccepibile rigore militare, non scevri da giusti timori, non privi di necessaria paura, e, ciò non di meno, tutti consapevoli, lì, di dover così agire proprio al fine di ignorare la paura, affinché essa non avesse a dominarne le menti e i cuori e non impedisse loro quella lucidità mentale utile a confrontarsi efficacemente con la situazione.
E se Nissa e i suoi ebbero a cogliere quell’ordine, o ebbero a notare quella preparazione all’attacco, ancora una volta non ebbe a essere palese, anche in considerazione di quanto, obiettivamente, vana avrebbe avuto a dover essere giudicata ogni eventuale offensiva a loro discapito, un impegno privo di potenziale sostanza nel confronto con l’evidenza della propria attuale condizione.

« Infuocare le frecce! » incalzò, ancora una volta, la voce di Midda, nel mentre in cui altrettanti uomini e donne, accanto agli arcieri già disposti, si ebbero così a palesare conducendo seco degli acciarini, utili a dar fuoco agli stracci imbevuti d’olio o di pece e avvolti, preventivamente, attorno alle punte delle frecce, con la speranza di rendere più dirompente l’effetto di tale arma, e di un’arma, altrimenti, del tutto vana nei confronti con dei non morti.

Sempre in un mirabile effetto coreografico, dal torrione centrale occupato dalla Campionessa, estendendosi via via verso le due estremità, alla sua destra e alla sua sinistra, là dove già avevano fatto la propri apparizione gli arcieri, ora non poté mancare di brillare la pericolosa luce di una lunga sequenza di frecce infuocate, mantenute alte, innanzi al proprio volto, quasi una torcia, e una torcia accesa dal fuoco della speranza e della ribellione: speranza per una qualche possibilità di sopravvivenza, ribellione contro l’apparente ineluttabilità del fato.
Quest’ultima evoluzione della situazione, certamente, non avrebbe potuto ovviare di risultare chiara alla regina dei morti, la quale, pur quietamente sicura di quanto una freccia, o una dozzina di frecce, non avrebbero potuto certamente danneggiare né lei, né coloro al suo seguito; non avrebbe allor potuto considerarsi egualmente confidente con l’idea che le fiamme non potessero compromettere irrimediabilmente la loro condizione.
Ciò non di meno, se soltanto in quel momento essi avessero rallentato, o peggio ancora si fossero fermati o avessero indietreggiato, ciò avrebbe necessariamente dimostrato un’esitazione, un timore da parte loro, e da parte di un esercito di non morti a contrasto del quale, ipoteticamente, alcuna minaccia mortale avrebbe avuto a potersi imporre. E così, se anche Nissa e i suoi ebbero a cogliere quell’ultima evoluzione, non rallentarono il proprio incedere e, al contrario, quasi lo incalzarono, con una suicida frenesia di giungere, il prima possibile, alle mura di quella capitale.

« Incoccare le frecce! » comandò la donna guerriero più famosa di quell’angolo di mondo, scandendo ogni singolo, nuovo ordine, con cadenza quasi musicale, nel rispetto di un tempo praticamente perfetto, minimo necessario a garantire l’esecuzione dell’ordine senza, in questo, concedere ad alcuno occasione utile per tergiversare.

Tutte le frecce trovarono la propria naturale collocazione all’interno degli archi, al centro dell’estensione verticale degli stessi, nel mentre in cui la cocca delle stesse si ebbe a posizionare lungo il nervo. E nel contempo di ciò, gli uomini e le donne mossisi a infuocare le frecce ebbero nuovamente a scomparire dietro le merlature delle mura, quasi non fossero lì mai esistiti.
Nissa e i suoi continuarono nel proprio incedere, incalzante, ansiogeno, per così come, quasi, innanzi a loro non avesse a dover essere inteso né un enorme muro, né tantomeno una schiera di uomini e donne pronte a falciarli con una pioggia di frecce e di fuoco.

« Tendere le corde! » concesse alfine l’Ucciditrice di Dei, in quell’ultima azione antecedente al comando di attacco, e al comando di attacco che, presto, molto presto, avrebbe rivelato quale dei due fronti stesse dimostrandosi, a ragion veduta, tanto tranquillo, tanto sereno: se quello proprio degli abitanti di Lysiath, motivato dall’ordine e dalla disciplina del loro assetto difensivo, nonché dalla protezione delle alte mura costruite secondo i canoni kofreyoti; o se quello proprio dei loro aggressori,  altresì giustificato dalla quieta consapevolezza di essere già morti e, in questo, di non aver da poter temere molto altro.

Fu allora che Nissa percepì il pericolo. E lo percepì nell’aria. E lo percepì sotto i propri piedi. Lo percepì nell’odore pungente della pece e dell’olio nell’aria. E lo percepì nella viscosità del terreno di tutto ciò impregnato sotto ai propri piedi…
… sua sorella era stata decisamente furba…

« Scoccare! » tuonò, ora, letteralmente, la voce della leggenda vivente, in quello che non ebbe neppure a poter essere frainteso qual grido, quanto e piuttosto qual un ruggito, e un ruggito volto a scuotere violentemente le mura della città di Lysiath, raggiungendo, contemporaneamente, tutti gli arcieri lì sopra ordinatamente disposti e in paziente attesa del segnale, e di quel segnale a confronto con il quale avrebbero saputo cosa compiere.

Non un istante prima. Non un istante dopo. Circa duecento frecce infuocate furono scoccate contemporaneamente, sollevandosi in aria in un’alta traiettoria, e una traiettoria che avrebbe avuto, allora, a condurli esattamente là dove quell’armata di non morti si era impavidamente sospinta.
E Nissa, levando gli occhi al cielo, non poté fare altro che osservare con una certa rassegnazione quell’evento e l’ineluttabilità del medesimo, ben conscia di quanto, ormai, tentare di ritirarsi sarebbe stato a dir poco vano, nella confusione che un qualunque ordine diverso dall’avanzata avrebbe potuto imporre alle proprie truppe, a coloro i quali lì l’avevano seguita verso quella trappola letale.