11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Accadde l'11 gennaio 2008.

Non fu qualcosa di programmato o di pianificato. Semplicemente avvenne.
Uscivo da un periodo complicato della mia vita, o quantomeno qualcosa che all'epoca mi sembrava essere tale, e dopo aver avuto l'ennesima riprova di quanto non serva a nulla impegnarsi per piacere agli altri, volli iniziare a sforzarmi di essere un po' più egoista, dedicandomi a fare qualcosa solo e unicamente per me stesso.
Presi in mano la matita azzurra, che usavo per abbozzare le vignette, e tracciai tre riquadri: nel primo, il volto di una donna con occhi chiari e corti capelli neri; nel secondo, il busto della medesima, mostrando un braccio di armatura sulla destra e una spada nella mancina; nel terzo, la figura intera, facendola apparire in piedi, in una palude, circondata da zombie.
Mi innamorai subito di quella donna. E capii che, se davvero avessi voluto darle una possibilità avrei dovuto scrivere di lei, anziché disegnare le sue avventure, con tempistiche ineluttabilmente più impegnative.
Così posai la matita e aprii Word, iniziando a tradurre in parole quelle immagini: "Due occhi color ghiaccio."



Oggi è l'11 gennaio 2020!

Questo è per noi, Midda...!

Sean, 11 gennaio 2020

martedì 18 febbraio 2020

3190


Bloccata per buona parte della propria vita su una sedia a rotelle, e figlia del suo tempo e del suo mondo, Nóirín Mont-d'Orb avrebbe potuto molto facilmente, troppo facilmente, finire con il restare vittima di se stessa, nonché di una vita allor dedicata alla sedentarietà, al cibo spazzatura, al televisore e, perché no…?, ai videogiochi, la cui esplosione commerciale avrebbe avuto a dover essere riconosciuta proprio in contemporanea agli anni della sua infanzia, prima, e adolescenza, poi, in termini tali per cui, allora, più che giustificata ella avrebbe potuto riconoscersi nell’eventualità in cui ne fosse finita per essere vittima.
Per propria fortuna, però, allorché smarrire completamente ogni coscienza di sé in tal senso, trasformandosi nella versione peggiore di chi avrebbe mai potuto essere, Rín, sempre ispirata e sostenuta dalla presenza del proprio amato padre, nonché della propria adorata sorella Maddie, non si era mai concessa opportunità di sprecare un solo, fugace, istante della propria esistenza, e di quella propria esistenza che pur avrebbe avuto a doversi apprezzare qual fortunato dono, e dono a lei comunque concesso, malgrado ogni danno collaterale, nel medesimo giorno in cui, purtroppo, propria madre non si era vista garantita un’eguale opportunità. E se pur, una parte di lei si poneva ancor estremamente insoddisfatta, nella quieta convinzione che, se solo avesse avuto più coraggio, se solo avesse avuto più intraprendenza, certamente avrebbe potuto ottenere molto più di quanto già non avesse ottenuto, ella non avrebbe potuto neppur ovviare a riconoscersi una certa soddisfazione per il proprio percorso di vita. E, dopotutto, per quel percorso di vita che, alla fine, l’aveva condotta sino a quel giorno, sino a quel momento…
… circondata da zombie e intenta a sparare loro una quantità improponibile di proiettili incandescenti da un mitragliatore a sei canne, come nei più classici e ignoranti videogiochi ai quali, pur, aveva sempre dedicato un interesse marginale delle proprie giornate!

« Se avessi saputo che la mia vita sarebbe potuta dipendere dalla mia bravura in un FPS… forse mi sarei concessa maggiore opportunità di interesse in tal senso! » commentò fra sé e sé, non negandosi, a margine di tutto, una certa ironia e quell’ironia che, in un tale frangente, avrebbe potuto allor aiutare a non perdere completamente il senno.
« Un… cosa?! » domandò M’Eu, al suo fianco… letteralmente al suo fianco, praticamente a lei abbracciato, nella necessità di ovviare a poterle essere d’intralcio nei rapidi movimenti circolari che si stava ritrovando costretta a compiere, per spostare la traiettoria di fuoco da un fronte a un altro, a seconda dell’incalzare dei loro antagonisti.
« Uno sparatutto in prima persona… un tipo di videogioco, solitamente molto simile a quanto stiamo vivendo in questo momento! » tentò di spiegare l’altra, dimentica, per un momento, di quanto il proprio interlocutore non avrebbe mai potuto avere coscienza di cosa potesse mai essere un videogioco, in termini tali da non potergli realmente chiarire le idee in una simile puntualizzazione.
« … » esitò l’altro, aggrottando per un istante la fronte e poi decidendo di proseguire oltre senza invocare ulteriori chiarimenti, prendendo per fede quelle parole e non ponendosi ulteriori domande a tal riguardo « A destra! » avvisò quindi, nel ravvisare una nuova carica in quella direzione, e una carica che, allora, non avrebbe potuto promettere nulla di buono.

Per quanto, infatti, l’approccio adottato dalla donna dai rossi capelli color del fuoco e dagli azzurri occhi color del ghiaccio avrebbe potuto, sicuramente, vantare una certa efficacia, fosse anche e soltanto per il terribile potere d’impatto di quei proiettili, tali non soltanto da colpire, ma da letteralmente deflagrare intere porzioni dei corpi avversari, rispedendoli all’indietro di diverse decine di piedi a ogni nuova raffica; il numero di quei non morti non sembrava voler in alcun modo diminuire, al contrario crescendo in maniera praticamente esponenziale attorno a loro e richiudendoli, in questo, in un negromantico mare di morte e putrefazione, dal quale, allora, difficilmente avrebbero potuto guadagnarsi un’opportunità di uscita in quel modo, o in qualunque altro modo. Ciò senza neppur dimenticare quanto, invero, essi non avessero neppur da rappresentare il loro effettivo antagonista, laddove questi, a margine di tale contesto, avrebbe sempre avuto a doversi ricordare essere secondo-fra-tre, il quale, dall’alto, osservava con quieto interesse il procedere di quell’assurdo assedio, e di quell’assurdo assedio che, al pari di ogni assedio, non avrebbe potuto condurre a nulla di buono.
E se anche, in quel frangente, rapida fosse stata l’acquisizione di quell’informazione da parte della donna e il suo spostamento nella direzione suggeritale, a respingere quella nuova terrificante orda, su molti altri fronti, da ogni altra direzione, nuove cariche si stavano già dimostrando in rapida ripresa, pronti a travolgerli senza alcuna pietà… qual mai, del resto, simile sentimento avrebbe potuto essere riconosciuto proprio di un mero cadavere rianimato da un oscuro potere.

« Non vorrei apparire pessimista… ma non riesco ad apprezzare molte possibilità di sopravvivenza per noi due in questa situazione. » constatò M’Eu, distendendo le labbra in un sorriso tirato, mosso dal duplice imbarazzo di aver a esprimere una simile verità nel contempo in cui, comunque, ben poco contributo egli avrebbe avuto lì a poter offrire.
« Permettimi di raccontarti una storia… » replicò allora l’altra, non volendosi concedere l’opportunità di lasciarsi dominare dallo sconforto, nella quieta consapevolezza di quanto, in quel particolare mondo, l’unico limite che avrebbe mai avuto a potersi riservare sarebbe stato quello imposto dalla propria stessa mente, dal proprio stesso cuore e dal proprio stesso spirito « E’ la storia di lady Hangaku, o Hangaku Gozen, per maggiore correttezza, una straordinaria donna guerriero del mio mondo d’origine. » iniziò quindi a narrare, continuando, nel contempo di ciò, a far risuonare il proprio roboante mitragliatore e, in questo, costringendosi, invero, quasi a gridare ogni singola parola per essere certa che il proprio compagno avesse un qualche opportunità di apprezzare quanto ella stava così dicendo « Sul finire del periodo Heian, esplose un violento conflitto fra il clan Taira e il clan Minamoto, conosciuto con il nome di guerra Genpei. Tale guerra fu vinta dal clan Minamoto. Ma una giovane esponente della famiglia guerriera dei Jō, Hangaku, non avrebbe avuto a doversi fraintendere concorde con tale epilogo, ragione per la quale, insieme a proprio nipote Sukemori, ebbe a porsi alla guida di un esercito di tremila soldati, allo scopo di detronizzare lo shogunato Kamakura. Purtroppo ben presto Hangaku e il proprio esercito si ritrovarono assediati, in quel del castello di Torisakayama, da ben diecimila soldati avversari, in una situazione che, a loro volta, non avrebbe potuto apparire per nulla rosea… un po’ come la nostra! »
« Dimmi che c’è un “ma” a margine di questa vicenda… » domandò M’Eu, avendo seguito, in verità, quella storia con maggiore semplicità di molte altre frasi da lei pronunciate nel corso del tempo, essendo tutto ciò, in fondo, decisamente più prossimo al proprio concetto di realtà, e alla realtà per così come egli non avrebbe potuto ovviare a conoscere nel proprio mondo.
« Ma Hangaku Gozen non si abbandonò ad alcuna negatività… e, per giorni e giorni, settimane addirittura, gli uomini da lei capitanati resistettero indomitamente all’assedio, mentre dall’alto degli spalti del castello di Torisakayama, la potente guerriera scagliava le proprie frecce a discapito di tutti i propri nemici! » sorrise e annuì Rín, confermando l’esistenza di quel “ma” da lui richiesto, e di quel “ma” che avrebbe potuto, allora, restituire loro una certa positività a margine di quella spiacevole situazione.

E, nel mirabile incanto proprio del tempo del sogno, il mondo intero, attorno a loro, ebbe allora a riplasmarsi nel mentre di quelle ultime parole così scandite dalla donna dagli occhi color ghiaccio, sostituendo al parco giochi, o, quantomeno, a quella nuova e sgradevole versione del parco giochi, un ben diverso ambiente, e un ambiente consono con la narrazione che ella aveva appena offerto, trasferendoli sull’alto degli spalti di un  castello e precipitando, in ciò, le orde di zombie pocanzi attorno a loro parecchie decine di piedi sotto di loro, a ricreare, a modo proprio, il leggendario assedio di lady Hangaku.

lunedì 17 febbraio 2020

3189


Divenuta improvvisamente cieca e sorda al mondo esterno, H’Anel ebbe a maturare velocemente la certezza di esser ormai morta. E, per quanto la questione non avesse a certamente a rallegrarla, essa non avrebbe potuto neppure sconvolgerla, nella quieta consapevolezza propria di qualunque avventuriera mercenaria nel merito di quanto, in tale genere di esistenza, la vecchiaia non avesse a essere concretamente considerata come una possibilità: non che, in ciò, si sarebbe potuta considerare felice… ma da ciò a riconoscersi sconvolta, beh, avrebbe avuto a comportare, da parte sua, un certo, spiacevole livello di solida ingenuità.
Quanto, allora, non avrebbe potuto tuttavia attendersi accadesse fu tornare a percepire, al di sopra di quell’assordante silenzio impostole dal Progenitore, la voce di Midda. E a sentirla non tanto con le proprie orecchie, ma, in effetti, direttamente all’interno della propria mente, in misura poi non dissimile da quanto sino a quel momento compiuto dal loro divino antagonista…

“H’Anel…” avvertì quella voce richiamarla, inizialmente fraintendibile qual un sussurro, seppur, in breve tempo capace di riservarsi maggiore volume, divenendo, in ciò, decisamente più definito all’interno della propria mente “… riesci a sentirmi?!” domandò, ora con l’intensità propria di una normale conversazione.
« … Midda…? Sei tu…?! » replicò la giovane, avvertendo il proprio cuore colmarsi di gioia a confronto con quella voce, e con quella voce da sempre amata, con quella voce che, nella sua mente, nei suoi ricordi, ormai si era praticamente sostituita a quella di sua madre, della sua vera madre, non per mancanza di riguardi nei confronti della stessa, quanto e piuttosto perché, obiettivamente, della medesima non le erano rimasti poi troppi ricordi ai quali potersi appellare, in termini tali che, pur impropriamente e, sicuramente, anche in maniera immeritata, la Figlia di Marr’Mahew ne aveva obiettivamente preso il posto.
“Sì. Sono io…” confermò l’altra, per poi aggiungere “… e tu stai morendo.”
« Mi dispiace… » esitò H’Anel, sinceramente rammaricata per ciò, e per quanto occorso senza che neppure potesse avere occasione di ribellarsi a tutto quello.
“A me no.” replicò tuttavia la voce di Midda, escludendo sgradevolmente ogni partecipazione a quel dolore “In effetti, tutto questo potrebbe anche essere una gradevole liberazione!”
« … perché parli in questo modo…?! » domandò quindi la giovane, non potendo credere a quello che stava sentendo e, intimamente, sperando fosse tutto frutto di un qualche strano scherzo della propria mente.
“Perché tu e tuo fratello siete sempre stati una palla al piede per me!” insistette tuttavia la Figlia di Marr’Mahew, impietosamente a discapito della giovane “Io desideravo soltanto divertirmi un po’ con vostro padre… e mi sono ritrovata a dovervi fare da balia. Senza dimenticare che buona parte delle disgrazie occorsemi sono state anche conseguenza del mio incontro con la fenice… un incontro che non sarebbe mai stato se non mi fossi dovuta impegnare a salvarvi!”
« … Midda… stai dicendo cose bruttissime… » protestò H’Anel, sconvolta da tutto quello.
“Dannazione… ho persino lasciato il nostro mondo per cercare di tagliare ogni ponte con il passato. E chi mi vengo a ritrovare alla fine…?! Ancora una volta te e quell’imbranato di tuo fratello…”
« … Midda… »
“E poi basta con questa lagna del volermi considerare un surrogato di vostra madre!” continuò a insistere la prima, senza arrestarsi, senza concederle occasione di tregua a margine di tutto ciò “Innanzitutto non mi è mai interessato nulla di voi… e in secondo luogo non ho mai neppure sopportato quella cagnetta arrogante: era solo una stupida e una debole, che per qualche strana ragione è riuscita a irretire vostro padre!”
« … Midda… » tentò nuovamente di opporsi, ora con maggiore enfasi rispetto a prima.
“Già: quell’idiota di vostro padre!” incalzò ancora, in maniera sì odiosa da apparire irreale, per quanto, purtroppo, quelle parole stessero effettivamente risuonando nella mente della giovane “Avrebbe potuto conquistare il mondo intero al mio fianco… avrebbe potuto fare qualsiasi cosa se soltanto mi fosse rimasto vicino… e invece… cosa?! Ha deciso di ritirarsi a vita eremitica fra le montagne, sposandosi con la prima sciocca cagnetta che ha trovato a portata di mano e mettendo al mondo due inutili esseri come voi!”
« … Midda! » ruggì alfine, furibonda nei riguardi di quella donna, e di quella donna che tanto stava inveendo contro di lei, contro suo fratello, contro sua madre e persino contro suo padre, e lo stava facendo senza una ragione utile.
“Lasciati morire, lurida vacca che non sei altro… lasciati morire e libera finalmente ogni dannatissimo mondo della tua presenza!”

Fu troppo. H’Anel, pur amando Midda al pari di una madre, pur rispettandola e, quasi, idolatrandola, non avrebbe potuto resistere un solo istante di più a confrontarsi con tanta urticante malignità per così come da lei allor espressa, per così come da lei allor insistentemente scandita a discapito di una moribonda. E, in questo, il suo cuore, prima in pace persino all’idea della morte, ebbe allor a gonfiarsi di un ben diverso sentimento, e di un sentimento di rabbia, di risentimento, di violenza in risposta al tradimento emotivo che, in tutto ciò, non avrebbe potuto ovviare a provare…
… e, spinta da tale furia, improvvisamente il mondo tornò a esistere attorno a lei!

« Midda! » gridò con rabbia il nome della donna, e di quella donna che, allora, avrebbe volentieri ucciso con le proprie mani, e di quella donna che ebbe a ritrovare china su di sé, nel momento in cui lo sguardo tornò a restituirle consapevolezza di tutto « Io ti ammazzo! »

H’Anel e M’Eu non avrebbero potuto vantare il fisico statuario di loro padre, quella nerboruta possanza che, negli anni della propria giovinezza, lo aveva reso sì celebre all’interno della pur smisurata moltitudine di mercenari esistenti in quel di Kofreya e, ancor maggiormente, in quel di Kriarya, città del peccato. Ciò non di meno, tanto H’Anel, quanto M’Eu, dal sangue paterno avevano pur chiaramente ereditato una chiara determinazione alla vittoria, e alla vittoria a discapito di qualunque genere di avversario, fosse questi umano o mostro. Una determinazione che, in quegli ultimi anni, e in quegli ultimi anni vissuti, anch’essi, come mercenari, erano valsi loro molto più persino rispetto alla propria nomea, e alla nomea di figli di Ebano: perché pur essendo figli di loro padre, se soltanto essi non si fossero allor dimostrati determinati a vincere, difficilmente sarebbero mai potuti sopravvivere, e sopravvivere a lungo in un mondo violento qual il loro.
In virtù di tale determinazione, e di tale straordinaria determinazione, nel momento in cui H’Anel, accecata dalla rabbia, ebbe a identificare in Midda la propria avversaria, e quell’avversaria quietamente degna di morte, nulla avrebbe potuto trattenerla dall’agire, e dall’agire a discapito di colei che pur, fino a pochi istanti prima, sarebbe stata felice di poter chiamare “madre”. E così, una ferrea morsa si ebbe a chiudere attorno al collo della Figlia di Marr’Mahew, nel momento in cui la giovane, ribaltando le loro posizioni, ebbe a stringere le proprie mani attorno a tale tornita superficie, nell’intento, inequivocabile, di tener fede alle proprie ultime parole, a quella promessa così scandita.

« Lode a Thyres! » esclamò, in un fugace momento di palese gioia la stessa Ucciditrice di Dei, accogliendo il ritorno in sé della giovane con un amplio sorriso carico di un autentico sentimento di felicità e di concreta felicità per quanto, così, stava accadendo « Ci sono riuscita! »
« Taci, maledetta! Taci e muori! » ringhiò tuttavia H’Anel, allor totalmente priva di ogni senso di ragione dopo tutte le cattiverie di cui era stata destinataria « L’unica cosa che sei riuscita a fare e stata farmi arrabbiare! »
« Ed era quello che volevo, stupida che non sei altro… » rise la donna guerriero, non opponendosi alla minaccia pur impostale dalla quella letale stretta, che stava iniziando ad arrossarle il volto, rendendole difficile esprimersi verbalmente « … per sfuggire al controllo mentale del Progenitore, l’unico antidoto è la rabbia! » sancì, prima di appoggiare, con maggiore delicatezza possibile, il palmo della propria mano destra, in freddo metallo, contro il petto della propria interlocutrice, e iniziare a esercitare una crescente pressione, nell’intento di allontanarla da sé a ovviare alla comunque non gradevole possibilità di finire ammazzata proprio da colei che pur era riuscita, in tal modo, a salvare « Se poi tu volessi volgere tanta ira a contrasto del nostro vero antagonista, potresti anche essermi finalmente d’aiuto! »

domenica 16 febbraio 2020

3188


Se pur tutto ciò che stavano allor vivendo altro non avrebbe avuto a doversi intendere se non un costrutto proprio del tempo del sogno, e, in questo, ben lontano dal potersi ricollegare a un qualunque senso di realtà, né Howe, né Be’Wahr, né tantomeno neppur Duva, priva di pregresse memorie in tal senso, avrebbero potuto avere a fraintendere tutto quello qual meno che reale, per così come se, effettivamente, avessero allor lasciato il tempo del sogno per fare ritorno in Kofreya, o Tranith, o dovunque si trovasse in quel momento il circo per lì avere a riservarsi quell’occasione di incontro. Un incontro inatteso, certo, un incontro persino insperato, forse,  pur un incontro reale… o, quantomeno, sufficientemente realistico per poter essere percepito qual reale. Soprattutto nel momento in cui, ravvisando la presenza di una donna fra i due fratelli d’armi e di vita, le rispettive famiglie non ovviarono di saltare immediatamente, su fronti diversi e pur accomunati da un’unica aspettativa, alle conclusioni sbagliate.

« Ma guarda un po’… il nostro fratellino ha finalmente trovato una donna! » esclamò, per primo, uno dei fratelli di sangue di Howe, stuzzicando con il gomito un altro fra i propri compari.
« Sempre a saltare frettolosamente alle conclusioni sbagliate, Be’Kohr… » escluse tuttavia una delle sorelle di Be’Wahr, scuotendo il capo innanzi a quella sì convinta presa di posizione, tale da attribuire la presenza di Duva in favore allo shar’tiagho anziché al loro unico fratello maschio « Chi ti dice che non sia piuttosto il nostro fratellino ad aver trovato una donna?! » sorrise quindi maliziosa, ammiccando in direzione della propria sorella e in lei avendo a ricercare sostegno in favore a quella propria tesi.
« Concordo con Lesha. » confermò quindi la seconda, così incalzata « E’ chiaramente il tipo giusto per Be’Wahr! » insistette, annuendo vigorosamente.
« Il mio bambino è tornato a casa per sposarsi…?! » domandò, seppur con tono decisamente affermativo, la madre di Be’Wahr, sgranando gli occhi e aprendosi in un amplio e felice sorriso, evidentemente rallegrata dalla notizia, e dalla notizia che avrebbe avuto a doversi comprendere quantomeno inattesa da parte sua, quasi a tal riguardo avesse avuto ormai a considerare un capitolo chiuso ogni aspettativa in tal senso.
« No… zia Paye. » intervenne tuttavia a diniego un altro dei fratelli di Howe, non Be’Kohr, che già si era espresso a tal riguardo, quanto quello da lui stuzzicato con il gomito « Quella è la donna di nostro fratello Howe! » puntualizzò, considerando ormai qual verità assoluta quell’arbitraria e assolutamente infondata presa di posizione.
« Stai zitto, Be’Rahn! » protestò tuttavia la seconda sorella di Be’Wahr, non Lesha, che già aveva contraddetto Be’Kohr, ma l’altra che immediatamente aveva supportato quella ben diversa tesi « Per poter sopportare il caratteraccio di Howe, quella poveretta dovrebbe essere cerebrolesa… »
« Te ne intendi parecchio, Tahree, considerando che razza di fratello ti sei ritrovata a crescere! » ridacchiò per tutta replica un altro dei fratelli di Howe, non Be’Kohr e neppure Be’Rahn, prendendo voce in sostegno del resto della propria combriccola.

A confronto con simile scena, e una scena che da un punto di vista esterno ben poca comunione avrebbe potuto esprimere fra le due famiglie, a dispetto di ogni informazione pregressa a tal riguardo, Duva Nebiria non poté che ritrovarsi quietamente attonita e disorientata, non sapendo esattamente né come poter intervenire nella questione, magari a chiarire quanto ella non avesse a doversi fraintendere compagna di alcuno fra i due fratelli, né, tantomeno, potendo discernere se fosse effettivamente il caso in intervenire, e di intervenire in un discorso a confronto con il quale, allora, probabilmente avrebbe fatto meglio a considerarsi semplicemente estranea, lasciando che a risolvere la questione avesse a essere qualcun altro.
Tuttavia, i due possibili “qualcun altro” in questione, in tale frangente, non sembravano particolarmente entusiasti di avere a prendere una qualsivoglia posizione nel battibecco in corso, né, parimenti, sembravano sorpresi dal medesimo. Ragione per la quale, nel crescendo di insulti da un estremo all’altro della compagnia lì radunatasi, Duva decise alfine di provare a riprendere voce in direzione dei propri due alleati, a tentare di capire se e come avere a intervenire…

« … ehm… » esitò ella, spingendo appena in fuori le labbra, per poi storcerle verso sinistra, con aria perplessa « … non credete che, forse, dovremmo intervenire prima che si possano scannare…?! »
« Figlia unica, vero…?! » domando tuttavia Howe, stringendosi appena fra le spalle e incrociando le braccia al petto, a dimostrazione di quanto da parte sua non avesse a doversi considerare alcuna volontà di intervento in quella questione.
« … sì, perché?! » confermò la donna, inarcando appena un sopracciglio con aria ancor più disorientata da quell’interrogativo apparentemente del tutto estraneo a quanto allora in corso.
« Beh… questa è semplicemente un sano e amichevole scambio di opinioni fra fratelli e sorelle. » minimizzò allora l’altro, a escludere qualunque ipotesi di dramma a margine di tutto ciò « Un po’ come tutte le volte che io e Be’Wahr ci insultiamo… senza che pur nulla di quanto viene detto possa realmente ferire l’altro. »
« In verità sei sempre tu a insultare me… e qualche volta fa un po’ male. » puntualizzò Be’Wahr, stringendo appena le labbra in un sorriso tirato.
« Questo è perché tu non hai altri fratelli al di fuori di me, testone… » sospirò tuttavia il primo, scuotendo il capo e levando per un istante lo sguardo al cielo « … le tue sorelle non ti hanno mai permesso di affrontare la vita dal lato giusto. »
« … misericordia… » sospirò Duva, coprendosi il volto con una mano, improvvisamente desiderando poter tornare a confrontarsi con il Progenitore pur di non permettere a tutto quello di avere ancora a proseguire a lungo.
… già… il Progenitore!...
« Dannazione! » esclamò quindi ella, con tono di voce così elevato da arrivare a zittire, involontariamente, tutti i presenti, congelando metaforicamente la scena e attirando a sé ogni sguardo e ogni attenzione da parte degli astanti « Ci stavamo dimenticando del Progenitore e dei nostri compagni… » ricordò allora in direzione di Howe e di Be’Wahr, a pretendere da parte degli stessi una maggiore concentrazione nel merito di quanto, in tutto ciò, avrebbe avuto a doversi intendere realmente importante « Mi dispiace per voi, ma non possiamo continuare a indugiare qui, in questo modo! »

Uno sguardo nostalgico animò allora gli sguardi di Howe e di Be’Wahr nei riguardi della loro famiglia, e di quella famiglia che, pur lì non effettivamente presente, non avrebbe potuto ovviare ad apparire reale innanzi ai loro sguardi e ai loro cuori, anche e soprattutto nella consapevolezza di quanto, in lotta contro un dio, ben poche possibilità entrambi avrebbero mai potuto avere per rincontrare tutti loro altrove.
E se pur un giusto e umano egoismo avrebbe potuto suggerire loro di non allontanarsi da lì, né l’uno, né l’altro avrebbero avuto a potersi considerare sì pavidi, sì codardi, e, soprattutto, sì privi di fedeltà nei riguardi dei propri amici, dei propri compagni, per potersi allor nascondere entro il pur affettuoso abbraccio delle proprie famiglie, e di quelle famiglie dalle quali, pur, da molti anni si erano allor allontanati animati dall’intento di poter trovare altrove un senso alle proprie esistenze, alla propria quotidianità.

« Lohr, dall’alto della sua grazia, ci ha voluto concedere un’ultima occasione per salutare i nostri cari… » annuì quindi Howe, allungando il proprio destro a circondare le spalle del biondo sodale, per stringersi affettuosamente all’amico di sempre, a offrirgli il conforto della propria presenza e, al contempo, a ricercare in lui la forza di proseguire oltre.
« … ma ora dobbiamo andare. » confermò e concluse Be’Wahr, estendendo quell’abbraccio anche in direzione di Duva, accanto a loro, davanti a loro, prima di chiudere gli occhi e cercare di cancellare dalla propria mente quelle emozioni, quei sentimenti, quei ricordi che lì, allora, li avevano condotti.

sabato 15 febbraio 2020

3187


« Sono anch’io estremamente felice di rivederti, Be’Sihl. » sottolineò la mercenaria dai capelli corvini, incrociando le braccia sotto ai seni e inarcando il sopracciglio destro, per cercare di offrire un’espressione sufficientemente grave nei confronti del proprio caro e fedele amico, la persona a lei, sostanzialmente, più vicina, più familiare, ormai da lunghi anni « Considerando come, a quest’ora, avrei dovuto essere morta, il tuo trasporto verso di me ha un che di commovente. »
« … questa storia sta iniziando a diventare stancante. » sbuffò per tutta risposta l’ex-locandiere, levando gli occhi al cielo prima di voltarsi in direzione di Lys’sh, girando le spalle innanzi all’immagine passata della propria amata per allontanarsi da lei senza neppure degnarla di una qualche risposta « Inizio a pensare che stiamo approcciando alla questione in maniera sbagliata. » suggerì verso l’ofidiana, storcendo le labbra verso il basso con aria di palese disappunto.

Tanto Be’Sihl, quanto Lys’sh, avrebbero potuto vantare la propria partecipazione alla comune, passata disavventura entro i confini del tempo del sogno e, in questo, al pari di tutti coloro che già avevano avuto lì occasione di precedente confronto con tutto ciò, avrebbero potuto affermare una pur minima confidenza con la follia loro circostante. In ciò, in termini decisamente migliori rispetto alla loro prima volta entro quella dimensione, entro quella realtà, essi avrebbero potuto riservarsi una qualche possibilità di controllo sugli eventi, sempre entro i limiti propri del controllo della propria mente e del proprio cuore, nella misura utile a ovviare di essere imprudentemente sbalzati da un lato all’altro dell’universo o, quantomeno, di avere la percezione di poter essere sbalzati da un lato all’altro dell’universo, a seconda dell’emozione che più avrebbe potuto prendere allor il sopravvento entro i loro animi. Ma da questo a poter vantare una qualsivoglia opportunità di controllo su tutto quello, su quel mondo e sulle sue regole, francamente, ancora molta strada avrebbe avuto a dover essere riconosciuta loro…
… molta strada tale da negare loro, a tutti gli effetti, una qualche, effettiva opportunità di ricongiungersi ai compagni dai quali, pur involontariamente, si erano allor separati. Se infatti non stavano mancando gli sforzi, da parte di entrambi, allo scopo di ritrovare contatto con Midda, o con Duva, o, addirittura, con Howe e Be’Wahr, tale impegno ebbe a dimostrarsi ben presto distante da qualunque opportunità di concreto successo, portandoli sì innanzi a Midda, o a Duva, o, anche, a Howe e Be’Wahr, ma mai, in effetti, permettendo loro di ricongiungersi, effettivamente, con i loro compagni e amici, quanto e piuttosto con degli eco dei propri passati, immagini estrapolate dai loro ricordi, dalle loro menti e dai loro cuori, per offrire a entrambi un’evidenza di quanto pur stavano cercando, senza, in questo, permettere tuttavia loro di raggiungere, realmente, il proprio obiettivo.
Così, anche in conseguenza a quell’ultimo tentativo, allorché ritrovarsi al cospetto della vera Midda Bontor, Be’Sihl e Lys’sh erano stati trasportati in quel di Kriarya, fra le rovine dell’arsa locanda un tempo propria dello shar’tiagho, in quell’epoca ormai lontana in cui, allo scopo di fingere la propria morte, la stessa Figlia di Marr’Mahew le aveva dato fuoco, distruggendone tutto il piano superiore. E fra quelle rovine, l’uomo e la giovane donna rettile erano stati allor posti sì a confronto della donna guerriero, ma di una versione palesemente passata della medesima, non soltanto di una decina d’anni più giovane, in termini tali, persino, da farle guadagnare terreno su Maddie, ma, anche e persino, fisicamente diversa, con i propri capelli ancor tinti di nero, così come era solita mantenerli in quell’epoca, e con il proprio destro ancor rimpiazzato dalla propria vecchia protesi, e da quel braccio di armatura così antiestetico e ingombrante che, obiettivamente, aveva già avuto ragione non soltanto di sorprendere Lys’sh, la prima volta nella quale si erano ritrovati a confronto con esso, ma, persino, di disorientare lo stesso Be’Sihl, il quale, ormai ben abituatosi al nuovo rimpiazzo tecnologico, decisamente più elegante e, a modo suo, quasi naturale, non ebbe a potersi negare un certo stupore nel confrontarsi con l’immagine del tempo che fu, e con ciò che, allora, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual il profilo della propria amata.

« Per lo meno questa volta era vestita… » osservò per tutta replica Lys’sh, tutt’altro che aliena, allor, allo sconforto dimostrato dall’amico nel confronto con l’ennesimo insuccesso e, ciò non di meno, neppur desiderando concedersi l’occasione di lasciarsi dominare da un qualche sentimento di disfattismo, nell’impegnarsi, pertanto, a cercare di mantenere alto l’umore collettivo anche in grazia a qualche ironica puntualizzazione divertita, come quella « Cioè… sia chiaro: sono estremamente felice per la passione alla base del vostro rapporto, e per quanto, anche a distanza di tanti anni, essa riesca a continuare a offrirsi ricca e piena come i primi giorni. Ma non posso ovviare, anche, di iniziare a considerarmi in lieve imbarazzo all’idea di quante volte ci siamo già ritrovati innanzi a qualche ricordo… osé… estratto dalla tua mente. » ridacchiò, stuzzicando con una lieve gomitata il proprio compare « Potrei anche essere giustificata a credere quanto, ormai, tu abbia in mente soltanto quello in riferimento alla mia amica! »

E se pur, nel confronto con la frustrazione di quell’assurdo peregrinare fra i ricordi, l’uomo avrebbe anche potuto accogliere in maniera piccata quell’osservazione a propria critica; egli aveva avuto, nel corso di quegli ultimi anni, e, soprattutto, nel corso di uno dei periodi più difficili della propria esistenza in quegli ultimi anni, molteplici occasioni utili a maturare un forte legame di amicizia nei riguardi di quell’ofidiana, in termini tali per cui, a buon titolo, ella avrebbe potuto vantare di essere, oltre a una fra le migliori amiche della stessa Midda Bontor, un’inaspettata, ma sicuramente amata sorella acquisita lì fra le infinite distese siderali, anche una fra le più importanti amicizie dello stesso Be’Sihl Ahvn-Qa. Ragione per la quale, pertanto, mai egli avrebbe potuto fraintendere, anche in quel tanto frustrante momento, il reale e positivo intento della propria interlocutrice, in termini tali per cui, quindi, mai avrebbe potuto avere di che prendersela a male per quell’osservazione, e per quell’osservazione il cui unico scopo, anzi, sarebbe per l’appunto stato quello utile a stemperare gli animi.
E proprio alla luce di tale consapevolezza, egli ebbe allor a formulare la propria replica, offrendole, per tutta risposta, toni non poi così dissimili da quelli da lei impiegati a proprio ipotetico discapito…

« Non credo che tu possa essere nella posizione migliore per sollevare critiche a tal riguardo, mia cara Har-Lys’sha… » dichiarò, scandendo per intero il nome di lei, a concedere a quella sentenza un senso di maggiore formalità « … o desideri davvero che abbia a pormi qualche domanda nel merito del perché, la prima volta in cui sei stata tu a tentare di ricongiungerci a Midda e Duva, io mi sia ritrovato a osservarle nude sotto la doccia?! » sorrise sornione, non potendosi negare un certo divertimento all’idea di potersi giuocare allora quella carta, e quella metaforica carta a momento dell’uscita della quale dal mazzo delle loro rimembranze, egli si era concesso un’elegante contegno, soprassedendo sulle dinamiche e sulle ragioni della cosa, e permettendo alla propria interlocutrice di proseguire oltre senza troppi appunti.
« Be’S! » protestò ella, sgranando gli occhi per lo stupore, non attendendosi che egli potesse replicare in quei particolari termini « Non far finta di non sapere che quel ricordo risale alla nostra prigionia insieme, e ai primi incontri clandestini fra noi! » sancì, cercando di giustificare tutto ciò, salvo rendersi tardivamente conto di quanto ancor più fraintendibili avrebbero potuto essere quelle affermazioni, confrontandosi con l’espressione maliziosamente divertita dell’uomo e il suo, allor, palese impegno a non farle pesare maggiormente la cosa « Oh uff…! Ci siamo capiti! » soggiunse, aggrottando la fronte.
« Ci siamo capiti… » confermò egli, non desiderando incedere in quella direzione più del dovuto, e, comunque, avendo avuto occasione, effettivamente, di un piacevole momento di distrazione dall’altrimenti crescente tensione di tutto quello, e della frustrante serie di insuccessi nel ricongiungersi al resto della loro squadra « Nota a margine, e che rimanga fra noi: sono fermamente convinto che Lange abbia commesso un madornale errore a divorziare… senza nulla togliere a Rula, sia chiaro! » concluse concedendosi, a dimostrazione del senso di complicità che pur desiderava condividere con Lys’sh in quel frangente, un tale indiretto apprezzamento nel merito di quanto, in tutto ciò, gli era stata concessa opportunità di contemplare nel merito di Duva Nebiria, non trovando alcuna possibilità di addebito a suo discapito.

venerdì 14 febbraio 2020

3186


« Schifosi ammassi di carne, sangue e ossa! » esclamò furente il vicario, in conseguenza alla violenza dell’attacco subito e di quell’attacco che, pur fondamentalmente incapace a nuocergli, non aveva potuto negarsi l’occasione di infastidirlo, e di infastidirlo parecchio « Neppure della più fondamentale educazione siete in possesso… io stavo soltanto cercando di parlarvi! » osservò, storcendo le labbra verso il basso, a palese dimostrazione di disappunto nel confronto con tutto ciò « Ma se è solo il linguaggio della violenza che avete a intendere, sarò lieto di accontentarvi! » promise loro, con parole che non avrebbero avuto, allor, a dover essere equivocate quali retoriche, quali prive di una pericolosa concretezza.

Fu questione di un istante, infatti, è il mondo attorno a loro ebbe a essere rivoluzionato… e non in positivo.
Se infatti, dal punto di vista proprio di M’Eu, quello che gli era stato presentato come parco giochi avrebbe avuto a doversi intendere sì rumoroso, sì confuso, sì affollato, sì caotico, sì alieno e, ciò non di meno, a modo proprio accogliente, anche e soprattutto nella considerazione di quanto, comunque, tutto ciò l’avesse salvato dalla spiacevole fine alla quale altrimenti si sarebbe visto condannato nella propria caduta; la colorata allegria di quel luogo ebbe a essere repentinamente corrotta a opera della furia propria di secondo-fra-tre, ritrovandosi tramutata in uno scenario degno di un pessimo incubo… e di uno di quegli incubi all’interno dei quali, pur, lo stesso M’Eu, così come sua sorella H’Anel, e, al loro fianco, Howe e Be’Wahr, nonché, negli ultimi anni, anche Maddie, avevano avuto più volte occasione di muoversi nelle proprie disavventure quali mercenari, in un mondo pur non sempre allegro e non sempre piacevole qual avrebbe avuto a doversi riconoscere il loro pianeta natale.
Il cielo, prima azzurro e chiaro sopra le loro teste, volse così improvvisamente ai toni propri di una notte nuvolosa, priva di stelle a rischiarare l’ambiente circostante, ma, ciò non di meno, caratterizzata da un’inquietante luna rossa, enorme e bassissima all’orizzonte, che nulla di romantico, nulla di piacevole, nulla di suggestivo avrebbe potuto avere a promettere a qualunque trasognante osservatore. I colori del mondo loro circostante, prima accesi e allegri, volti a solleticare fantasie infantili e non, ebbero a spegnersi nei propri toni, a sbiadirsi, impallidendo in maniera non dissimile all’incarnato proprio di un cadavere, offrendo un profondo senso di inquietudine e di morte nella stessa misura nella quale, pocanzi, avrebbero potuto avere a suggerire gioia e vita. Le musiche che pocanzi colmavano l’aria, accavallandosi confuse dalle più variegate direzione, e lì tutte convergendo in maniera sicuramente cacofonica, e pur, ciò non di meno, a modo proprio persino piacevole, ebbero a risuonare improvvisamente stridule e graffianti, prive di qualunque armonia, di qualunque melodia, e più simili a un confuso accavallarsi di rumori casuali ancor prima che un qualche ipotetico componimento cosciente. Ma, più del cielo, più dei colori e più delle musiche, quanto ebbe allor a rimescolare le carte posizionate sulla tavola dalla volontà di Rín, a offrire a lei e a M’Eu una qualche possibilità di salvezza dal baratro nel quale, altrimenti, sarebbero precipitati, ebbero a essere gli innumerevoli ospiti di quel luogo, e quegli ospiti che, un istante prima intenti ad affrontare con indifferente gioia le variegate sfide proprie di quel parco, si ritrovarono improvvisamente mutati in un qualcos’altro… e in qualcosa che, francamente, non avrebbe potuto entusiasmare i due malcapitati all’interno di quell’inedito incubo…

« … cielo! » gemette Rín, sgranando gli occhi e contemplando l’orrore nel quale, così, si erano ritrovati immersi, da un istante all’altro, nel tempo proprio di un mero battito di ciglia o, forse, ancor meno « Ma questi sono… »
« … zombie! » completò la frase M’Eu, ben riconoscendo i non morti dei quali, allor, ebbero a ritrovarsi circondati, e quei non morti in contrasto ai quali, in quel della palude di Grykoo, seguendo le orme della propria mancata madre, si era ritrovato già a dover combattere, in una sfida assolutamente priva di qualsivoglia speranza di vittoria, giacché improbabile, per un vivente, sarebbe stato sconfiggere qualcuno che già, da tempo, aveva abbandonato ogni barlume di vita.

Uomini e donne, anziani e bambini, personale del parco e bizzarri personaggi in costume: tutti i presenti, lì attorno a loro, ebbero a subire una tanto oscena e radicale mutazione, e una tanto oscena e radicale mutazione che nulla avrebbe avuto a che fare con i quieti ricordi d’infanzia della stessa Rín, dalla mente dei quali, pur, originariamente, erano stati evocati. E se, nei propri ruoli di mere comparse sullo sfondo di quell’innocente ricordo, nessuno di loro aveva sino ad allora dimostrato di aver a offrire la benché minima attenzione nei riguardi della medesima donna dai rossi capelli e dagli occhi color del ghiaccio, né, tantomeno, dal suo giovane e avvenente accompagnatore dalla bronzea pelle; lì ritrovatisi così convertiti in quell’incubo degno della peggiore indigestione della Storia di tutte le indigestioni, essi ebbero, ovviamente e ineluttabilmente, a mutare il proprio atteggiamento, abbandonando quella quieta indifferenza nei loro riguardi e, improvvisamente, voltandosi tutti nella loro direzione, con vacui sguardi entro il mortale pallore dei quali, pur, null’altro avrebbe potuto essere loro suggerita se non una qualche promessa di morte.

« … come rovinare per sempre un ricordo felice… » sussurrò fra sé e sé la donna, mordicchiandosi il labbro inferiore non priva di un certo nervosismo a confronto con quella situazione, con quelle immagini, e con quelle immagini che, temeva, le sarebbero allor rimaste impresse per sempre all’interno della memoria.
« Qualunque genere di arma sia quella… rivolgila contro di loro senza alcuna pietà! » suggerì tuttavia l’altro, dimostrando maggiore presenza d’animo e maggiore concentrazione sulla questione allor chiaramente più urgente, più importante: quella propria della loro stessa sopravvivenza « Perché, siine certa, da parte loro alcuna pietà ti sarà mai offerta! »

E se, per un fugace istante, Rín si ritrovò prossima a voler rispondere qualcosa come “Sì, grazie. Conosco anche io i film di Romero…”, ella ebbe a rendersi autonomamente conto di quanto quella frase sarebbe certamente risuonata priva di qualunque significato nel confronto con una persona come M’Eu, e una persona proveniente da un mondo contraddistinto da una sorta di bizzarro tardo medioevo fantastico, come quello nel quale, pur per una fugace visita, ella si era ritrovata brevemente a esplorare accanto alla propria gemella, a lui e a tutti gli altri membri di quella loro piccola ma variegata compagnia.
Un mondo, il loro, nel quale certamente i film di Romero non avrebbero avuto a dover essere intesi qual conosciuti, né, tantomeno, il concetto stesso di film avrebbe avuto a dover essere inteso qual conosciuto. E, di conseguenza, un mondo nel quale, laddove egli avrebbe avuto a poter vantare una qualsivoglia genere di confidenza con gli zombie, tale avrebbe avuto a poter essere solo e unicamente in grazia a una ben diversa tipologia di interazione… e un’interazione decisamente più diretta.

« Aspetta!... » esitò quindi ella, voltandosi appena verso di lui con aria stranita e fronte aggrottata, sgranando gli occhi al pensiero di quanto avrebbe potuto significare ciò che egli aveva così appena dichiarato « … stai forse cercando di dirmi che hai già avuto occasione di combattere contro degli zombie nel corso della tua vita? »
« … perché tu no…?! » domandò l’altro, non meno stranito rispetto a lei, proprio malgrado provenendo da una realtà nella quale la cremazione dei defunti avrebbe avuto a doversi intendere più qual una necessità concreta che una qualche possibile scelta di ordine pratico, morale o religioso.

E se, quell’interrogativo di risposta ebbe a valere, in effetti, più di qualunque possibile affermazione, Rín ebbe allor a preferire soprassedere sulla questione e ad aprire il fuoco, lasciando nuovamente tuonare le sei canne rotanti del proprio mitragliatore ora in direzione dei loro nuovi antagonisti… e di quegli antagonisti che, francamente, avrebbe preferito continuare a immaginare qual semplice frutto della fantasia, ancor prima che potenziali realtà.

giovedì 13 febbraio 2020

3185


Se vi era stato un insegnamento che H’Anel e M’Eu, figli di Ma’Vret Ilom’An, del celebre mercenario Ebano, avevano avuto occasione di apprendere sin da bambini, tanto nell’esempio loro offerto dal loro tanto famoso padre, quant’anche nella comprova presentata loro da parte dell’ancor più leggendaria donna che avrebbero avuto piacere a poter riconoscere qual propria nuova madre adottiva, e che pur, in tal senso, non si aveva mai purtroppo pensato di impegnarsi, tale insegnamento avrebbe avuto a dover essere inteso qual l’inutilità propria della rabbia all’interno di un combattimento. Agire sospinti dalla rabbia, allorché da più moderati e controllati sentimenti, infatti, avrebbe potuto offrire soltanto un vano senso di superiorità. Vano senso che, a meno di non avere a opporsi ad antagonisti assolutamente ridicoli nella propria offerta offensiva, avrebbe avuto ben rapida occasione di dimostrarsi in quanto tale, palesando colpi soltanto in apparenza più forti, più impetuosi, ma, nella sostanza, del tutto equivalenti al solito nella propria intensità, ma drammaticamente meno controllati, meno precisi e, di conseguenza, meno efficaci nella propria offerta.
Tale consapevolezza, non a caso, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual abitualmente atta a giustificare quell’approccio sovente canzonatorio, palesemente irrispettoso e spiccatamente irritante, che avrebbe avuto a dover essere ricordato qual proprio della stessa Figlia di Marr’Mahew in molti, moltissimi suoi scontri, scontri nei quali, quando le era stata offerta la possibilità di interagire con un antagonista dotato di intelletto umano, e di umana capacità di comprensione di simili provocazioni, ella non si era mai negata l’opportunità di impegnarsi in tal direzione, spinta dalla sola e cosciente volontà di indurre, in ciò, in errore la propria controparte, spingerlo a lasciare scoperto un fianco altrimenti troppo complicato da raggiungere, e, in ciò, a soccombere in sola e unica conseguenza alla propria stessa rabbia, allorché a chissà qual altro ingrediente mistico. Invero, e per amor di cronaca, proprio la stessa Ucciditrice di Dei non si era mai lasciata mancare l’occasione di prendersi giuoco, di farsi beffa, anche di antagonisti incapaci a cogliere le sue provocazioni, privi di quella pur minimale capacità di interazione utile a permettere a tutto ciò di avere un qualche significato: in tal senso, tuttavia, simile impegno, da parte propria, non avrebbe avuto a dover essere frainteso se non qual rivolto a proprio esclusivo vantaggio, in termini utili, dietro a tanto cianciare, a ignorare la possibilità, piuttosto, di aver a ponderare nel merito di situazioni sovente ben oltre i limiti della follia, e a confronto con i quali ogni emotività avrebbe avuto a dover essere adeguatamente controllata, giustamente indirizzata, al fine di ovviare all’eventualità di aver a scadere, in maniera più che motivata, nell’isteria, e nell’isteria propria della quieta consapevolezza della propria imminente fine.
In ciò, quindi, tanto in confronto a uomini, quanto a mostri, quanto a dei, H’Anel e M’Eu, sin da bambini, avevano imparato quanto, dietro al mirabile successo della loro mancata madre, di Midda Bontor, altro non avrebbe avuto a dover essere frainteso se non un’attitudine mentale, e quell’attitudine mentale volutamente positiva e propositiva, sempre allegra in termini tali da poter risultare addirittura irritante, e irritante, sovente, non soltanto per gli antagonisti, ma anche e peggio per gli alleati, e per quegli alleati che, non conoscendola, non avrebbero avuto a comprenderne il significato, la ragione, e una ragione più che condivisibile.
In ciò, ancora, H’Anel non avrebbe potuto che accogliere con una certa riluttanza l’invito allor offertole dalla propria compagna d’armi, dalla propria alleata, dalla stessa Midda Bontor, la quale, in quel particolare momento, e nel momento forse meno appropriato per lasciarsi dominare dall’ira, la stava incalzando in tal senso, invitandola a perdere il controllo sulle proprie emozioni senza che ciò potesse avere una qualunque motivazione utile a giustificarla…

“Morite, stupide cagne!”

Prima che, tuttavia, ad H’Anel fosse concessa l’opportunità di comprendere il senso ultimo dell’invito della propria mancata genitrice, qualcosa ebbe a disordinare nuovamente le già confuse carte in tavola, e a disordinarle nell’ordine di misura in cui, inaspettatamente ella ebbe a scoprire di non potersi più riconoscere padrona del proprio stesso corpo, né dei propri sensi, né, parimenti, della propria volontà.
Quasi si fosse ritrovata, in maniera del tutto imprevedibile, sotto l’effetto di qualche strana droga, la giovane figlia di Ebano ebbe a subire quelle ultime parole, per così come scandite dal proprio antagonista, allo stesso modo in cui l’esile stelo di una pianta di grano avrebbe potuto subire la violenza propria di un forte vento, e di un vento di tempesta, atto a lasciarlo rimbalzare, inerme e confuso, da un lato all’altro, senza la benché minima opportunità di comprensione degli eventi, né, tantomeno, di controllo sugli stessi. Inspiegabilmente privata di ogni possibilità di gestione delle proprie membra, e persino di percezione sulle stesse, H’Anel non avrebbe più neppur potuto affermare né di essere in piedi, né di essere seduta o neppure di essere sdraiata a terra, così come non avrebbe più potuto essere certa neppure del fatto di essere ancora cosciente o meno, ravvisando il mondo a sé circostante qual spiacevolmente confuso, quasi perduto dietro a una coltre di mistica nebbia.
Ella sapeva di possedere delle mani, di possedere delle braccia, e delle gambe, e persino dei piedi: era orgogliosa della propria perfetta forma fisica, una forma sicuramente meno estremizzata rispetto a quella del proprio colossale padre, del proprio scultoreo genitore, e, ciò non di meno, una forma frutto di tenace lavoro quotidiano, di serio impegno, in quegli esercizi la necessità dei quali aveva appreso, ancora una volta, proprio da Midda Bontor, e da quella donna che, dietro a ogni proprio successo non avrebbe avuto a dover riconoscere mera fortuna, quanto e piuttosto costante preparazione, allenamento continuo, giorno dopo giorno, a forgiare il proprio corpo con la stessa attenzione con la quale un mastro fabbro avrebbe avuto a plasmare il metallo per dar forma a una spada, e alla migliore fra tutte le spade. Ella sapeva di possedere delle mani, di possedere delle braccia, e delle gambe, e persino dei piedi… ma non riusciva più a percepirli, né nel bene, né nel male: fossero ancora lì presenti, o fossero stati strappati a forza dal suo corpo, impossibile sarebbe stato per lei allor discriminarlo, in quell’improbabile anestesia mentale con la quale la proprio coscienza era stata strappata a forza dal proprio corpo.

« Dannazione, H’Anel! » gridò Midda, inudita dalla propria compagna, dalla propria supposta commilitone, la quale, pur, in quel momento, le parve essere ritornata né più né meno la bambina di un tempo, e quella bambina per salvare la quale, insieme al di lei fratello e a molti altri bambini rapiti, aveva dovuto attraversare di corsa metà Kofreya « Dannazione! Arrabbiati! »

H’Anel non avrebbe potuto, purtroppo, percepire la voce della propria amica, della propria protettrice, della propria mancata madre: precipitata dalla voce del Progenitore in un osceno abisso di dimenticanza, ella avrebbe avuto a doversi riconoscere estranea a ogni cosa, aliena a ogni realtà, prigioniera in se stessa e nella propria stessa mente, nel proprio stesso corpo, incapace, allor, a reagire, a opporsi a tutto ciò o, anche e soltanto, a pensare di opporsi a tutto ciò.
Ma da quell’osceno abisso di dimenticanza, Midda lo sapeva perfettamente, la giovane non sarebbe allor uscita viva: ella stessa lo aveva sperimentato anni prima e, peggio ancora, aveva assistito agli effetti finali di quella morsa mentale, e quella morsa mentale che il Progenitore era in grado di imporre su tutti loro, semplici mortali. Una morsa mentale per opporsi alla quale l’unica soluzione che ella aveva avuto occasione di trovare, e di scoprire praticamente per caso, era stata quella propria della rabbia, di uno stato di alterazione biochimica tale da impedire alla propria mente quella recettività utile al loro antagonista per imporsi su di loro, per avere un sì facile giuoco in loro offensiva.
Purtroppo la rabbia avrebbe avuto a doversi intendere qual una condizione personale, una condizione mentale privata tale da non poter essere imposta dall’esterno se, dall’interno, non vi fosse stata una specifica predisposizione in tal senso: il fuoco dell’ira avrebbe potuto sicuramente essere alimentato dall’esterno, avrebbe potuto sicuramente essere ravvivato da parole e azioni utili a ferire il proprio interlocutore e, in ciò, da giustificare la sua furia… ma non avrebbe potuto essere allor arbitrariamente acceso da parte della donna guerriero senza la complicità della stessa H’Anel. E di quella giovane mercenaria che, purtroppo, in quel momento, aveva sì palesemente perduto la propria battaglia, ancor prima di aver la possibilità di iniziare a combatterla.

mercoledì 12 febbraio 2020

3184


A partire dalle primissime narrazioni nel merito di quella peculiare coppia di alleati, Midda Bontor aveva da sempre presentato, a Duva e a tutta la propria nuova famiglia della Kasta Hamina, Howe e Be’Wahr qual un’insolita coppia di fratelli: fratelli figli di diversi genitori, di diverso padre e di diversa madre, e che mai avrebbero potuto apparire più lontani l’uno dall’altro, nella propria discendenza shar’tiagha per il primo e nella propria discendenza tranitha per il secondo, moro l’uno e biondo l’altro, tanto scuro nella propria carnagione il primo quanto pallido l’altro, tanto alto e, quasi, dinoccolato l’uno e tanto altresì tozzo e muscoloso il secondo; e che pur, parimenti, mai avrebbero potuto risultare più prossimi l’uno all’altro, al punto tale, persino, da ritrovare i propri stessi nomi reciprocamente invertiti, laddove avrebbero avuto più ragione d’esistere Be'Wahr Ahlk-Ma e Howe Udonn, allorché, per così come altresì era, Howe Ahlk-Ma e Be'Wahr Udonn. In ciò, così uniti persino a livello antroponimo, Duva Nebiria non aveva potuto ovviare a immaginare, in verità, Howe e Be’Wahr qual due figli unici e, potenzialmente, orfani, immaginandosi, senza alcun particolare credito in tal senso, qualche peculiare storia d’altri tempi, concernente un orfanotrofio, una difficile infanzia contraddistinta da abusi e violenze e, magari, una rocambolesca fuga, nel cuore della notte, alla ricerca di una propria occasione di vita nel mondo esterno. Mai, tuttavia, ella avrebbe potuto aspettarsi di ritrovarsi a confronto con le loro famiglie, e di scoprirle, invero, tutt’altro che estinte per così come aveva avuto a immaginarsele.
Gli Ahlk-Ma, la famiglia di Howe, in particolare, avrebbero avuto a doversi riconoscere lì qual i più numerosi, contando, oltre al capofamiglia e a sua moglie, ormai in età avanzata, quattro baldi maschi e un’avvenente figura femminile, rispettivamente fratelli maggiori e sorella minore dello stesso shar’tiagho. Tutti contraddistinti da corpi squisitamente slanciati, forme longilinee quali quella propria di Howe, difficilmente avrebbero potuto essere confusi nella propria linea di sangue, e non tanto per il pur evidente retaggio derivante dall’antico regno di Shar’Tiagh, quanto e piuttosto per quelle loro caratteristiche fisiche, e somatiche, tali da ben comprovare, anche a confronto con lo sguardo meno attento, l’evidenza di un comune genoma dietro a tutti loro. E, come talvolta accade, interessante chiasmo avrebbe avuto a dover essere intesa una certa, più marcata somiglianza dei figli maschi con la madre e dell’unica femmina con il padre, tale da rendere gli zigomi alti e marcati di Howe, e di tutti i suoi fratelli, eredità materna, in contrasto a una sfumatura più olivastra della carnagione propria della sua sorellina, di derivazione altresì paterna. Unico, importantissimo, fattore comune tanto fra i figli maschi, quanto nell’unica femmina, degli Ahlk-Ma, avrebbe avuto a doversi intendere il verde dei loro occhi, e quell’intenso verde scintillante che, tanto Howe, quanto tutti gli altri avevano palesemente ereditato dal loro patriarca.
Su un diverso fronte, comunque, neppure gli Udonn, la famiglia di Be’Wahr, avrebbero avuto a doversi intendere qual propriamente in via d’estinzione, presentando, al seguito della capofamiglia e di suo marito, anch’essi non più giovanissimi, altre due donne, e due splendide donne che, in maniera non meno palese rispetto ai loro amici, condividevano un chiaro, comune retaggio di sangue con il biondo mercenario, oltre che, in questo frangente, con la loro matriarca. Un retaggio di sangue che, nel loro particolare frangente, non avrebbe avuto a doversi fraintendere, per loro stessa fortuna, in una comune corporatura rispetto al vigoroso Be’Wahr, quanto e piuttosto in quelle sicuramente interessanti definizioni cromatiche già per lui proprie, con pelle chiara, occhi azzurri venati di blu e lunghi, lunghissimi capelli biondi, di un’eleganza e di una bellezza più uniche che rare, e tali da ispirare immediatamente, nell’immaginazione propria di Duva, l’immagine di una coppia di modelle, o di attrici, o comunque qualcosa di assimilabile, qual sicuramente esse avrebbero avuto occasione di essere, in grazia a tali mirabili caratteristiche, accompagnate e completate da due corpi squisitamente sinuosi nelle proprie tornite forme, che, sicuramente, non avrebbero potuto mancar di ispirare invidia in qualunque donna e che, pur priva di ragioni in tal senso, non ovviarono a mancar di ispirarne anche nella stessa ex-primo ufficiale della Kasta Hamina.
E così, nel mentre in cui i propri due compagni di ventura si ritrovarono a correre a riabbracciare le proprie famiglie, lasciando con apprezzabile agilità quella rete di sicurezza e immergendosi, piuttosto, nella stretta dei loro cari; a Duva Nebiria non poté restare da fare altro se non continuare a litigare in solitaria con quella situazione ormai divenuta decisamente antipatica, non mancando inoltre, a margine di ciò, di porsi molteplici dubbi curiosi nel merito della reale biografia di quella strana coppia di avventurieri, palesemente lontani dall’immagine mentale che ella si era creata a loro riguardo, nonché di accusare uno sgradevole attacco al proprio femminile orgoglio a confronto con tanta generosa e affascinante varietà di nuove figure così subentrate sulla scena, quasi a negarle la temporanea egemonia della quale pur si era ritrovata a essere protagonista nel distacco dal resto del loro gruppo originale…

« … no… evidentemente non appartengono a una famiglia di pagliacci… » commentò sottovoce la donna, fra sé e sé, riconoscendo quanto il destino avesse allor voluto prendersi giustamente giuoco di lei per la propria precedente malignità.

E se per gli Ahlk-Ma Howe aveva già chiarito quanto essi avessero a doversi intendere una famiglia di acrobati, un inevitabile dubbio non poté che restare in Duva nel merito del ruolo proprio della famiglia Udonn, e di quella particolare coppia di conturbanti sorelle, a riguardo della quale Be’Wahr non aveva avuto occasione di sbilanciarsi in alcuna particolare presentazione, all’interno della complessa e variegata realtà propria di un circo.

« … contorsioniste…?! » si domandò, ormai rimasta a conversare sola con sé stessa, suggerendo in tal maniera possibili attività coerenti con quel contesto e con il fascino di quelle due donne, le quali, certamente, avrebbero allor meritato un posto d’onore al centro di qualunque spettacolo avrebbe avuto a poter essere allor lì organizzato « … domatrici di fiere…?! » insistette, cercando, in quella sorta di giuoco con se stessa, di contrastare la crescente frustrazione per quanto quella rete la stesse allor impacciando, facendola sentire improvvisamente incapace a muoversi « … lanciatrici di coltelli…?! » suggerì, desiderando in cuor suo, in quel mentre, di avere un coltello con il quale aver a tagliare quelle corde e a liberarsi dalle stesse una volta per tutte.

E se tale avrebbe avuto a dover essere riconosciuto suo sincero desiderio, Duva non poté che avvampare di vergogna, ringraziando in cuor proprio il fato per l’assenza di Midda e Lys’sh al proprio fianco in quel particolare momento, in quella precisa situazione, nel maturare consapevolezza di quanto, in effetti, ella possedesse un coltello, e uno splendido coltello, con il quale avere finalmente a porre la parola fine a quella tragicomica situazione prima che un attacco di isteria potesse aver occasione di coglierla. Purtroppo, e chiaramente, il destino non avrebbe ancor avuto a doversi considerare soddisfatto nel confronto con la punizione a lei così imposta per aver pensato che Howe e Be’Wahr potessero essere figli di una famiglia di pagliacci, giacché, nel momento in cui finalmente la sua destra riuscì ad agguantare il coltello riposto in un opportuno fodero all’altezza del suo polpaccio, questi ebbe a sfuggirle di mano, scivolando con mirabile precisione nelle maglie della rete e ricadendo in un sordo tonfo sulla superficie sabbiosa a cinque-sei piedi di distanza sotto di lei.
Ragione più che sufficiente per aver a imprecare, e a imprecare severamente a discapito di tutta quella situazione, nonché di se stessa e delle proprie mani chiaramente composte da molta, interessante materia, ma non certamente carne e ossa…

« … serve un aiuto?! » le si offrì, con tono divertito ma, insolitamente, non ironico né sarcastico, Howe, ritornato inaspettatamente al suo fianco, insieme, ovviamente, a Be’Wahr, evidentemente entrambi, malgrado ogni giusta emozione propria di quel momento, non poi così totalmente dimentichi di lei.

martedì 11 febbraio 2020

3183


Per quanto il contesto a margine di quella situazione non avrebbe potuto perdonare loro occasione alcuna di distrazione, nel non potersi permettere di obliare alla realtà dei fatti, e alla realtà dei fatti in accordo alla quale, allora, avevano dichiarato guerra a un dio e lo avevano trascinato, più o meno con l’inganno, all’interno del tempo del sogno; Lys’sh non avrebbe potuto ignorare la tragica evidenza di quel momento, e di quel momento di lutto per così come, drammaticamente, imposto ancora una volta al proprio amico Be’Sihl, nel confronto con quei ricordi nel merito dei quali ella non avrebbe potuto vantare la benché minima confidenza e innanzi ai quali, pur, difficile sarebbe stato potersi riservare alcuna possibilità di equivoco.
In funereo silenzio, quindi, la giovane ofidiana assistette al doloroso percorso compiuto dallo shar’tiagho sino a giungere alla pira funebre, e a quella pira funebre alle fiamme della quale ebbe, con un gesto semplicemente straziante, ad affidare il corpo della bella Deeh’Od. E seppur, in tutto ciò, Lys’sh non avrebbe potuto vantare la benché minima possibilità di pregresso rapporto con quella donna, e con quella donna l’esistenza stessa della quale aveva ignorato sino a pochi istanti prima, irrefrenabile fu la comparsa di una lacrima sul suo volto serpentino, a dimostrare tutta la propria più sincera e sentita partecipazione al lutto del proprio compagno d’armi.
E solo quando fu egli a tornare a lei, a posizionarsi accanto a lei, nell’osservare, con coraggio e con dolore, quel corpo fasciato essere colto dalle fiamme, e prendere ad ardere in quella raccapricciante dinamica propria di qualunque funerale; Lys’sh ebbe a concedersi l’opportunità di allungare, delicatamente, la propria mancina verso la spalla destra di lui, per sfiorarla con tocco leggero, a dimostrare tutta la propria più addolorata partecipazione a quel suo dramma personale…

« … dobbiamo andare… » sussurrò Be’Sihl, desiderando levare lo sguardo da quell’immagine di morte e, ciò non di meno, non potendo continuare a rivolgere a essa il proprio sguardo « … dobbiamo trovare gli altri. »
« Ma… » esitò Lys’sh, la quale, pur condividendo quella comune necessità, quell’esigenza pragmatica a confronto con la loro particolare situazione, non avrebbe potuto negarsi necessità di comprendere meglio ciò che era appena accaduto, e magari di offrire a quella tragica storia un epilogo diverso, per quanto, purtroppo, difficile sarebbe stato poter aggiungere qualcosa di più a quanto, già, lì si era consumato innanzi al suo sguardo.
« … queste sono solo ombre del passato… e di un passato molto lontano. » escluse lo shar’tiagho, sforzandosi di chiudere gli occhi, per porre una distanza psicologica fra sé e tutto quello, e per potersi permettere, in ciò, di concentrarsi su qualcos’altro, su una qualunque altra immagine al di fuori di quello « A tal riguardo non vi è altro che potremmo fare, neppur volendo. Ciò su cui ora dobbiamo concentrarci è il presente, e il futuro… per assicurarci che vi possa essere ancora un futuro dopo la fine di questa lunga giornata. »

Tante avrebbero avuto a dover essere contate, in quel mentre, le domande a cui Lys’sh avrebbe desiderato offrir voce, a incominciare dalla più palese fra tutte, volta a dare un senso a quanto le era appena stato mostrato, e alle lacrime che, a propria volta, aveva così appena versato: chi era stata Deeh’Od?… e come era morta?
Ciò non di meno, ella non avrebbe potuto allor ignorare, oltre alla correttezza delle motivazioni addotte dall’uomo, anche l’evidenza concreta di un particolare, e di un particolare non secondario, ossia quanto nulla di tutto quello che lì aveva appena veduto avesse a doversi fraintendere qual a lei concernente, a lei riguardante. Anzi. Ella si era ritrovata, in maniera del tutto involontaria, infelice spettatrice di quella che, evidentemente, avrebbe avuto a dover essere intesa qual una delle pagine più infauste della vita di Be’Sihl… e, per l’appunto, tale avrebbe avuto a dover essere intesa essere proprio e soltanto la vita di Be’Sihl, nel rispetto della persona del quale, allora, non avrebbe potuto sollevare interrogativi, non avrebbe potuto muovere domande, se non fosse stato egli stesso a dimostrare evidenza di volersi confrontare a tal riguardo. Tale, in fondo, avrebbe avuto a dover essere inteso il rispetto per il proprio amico, per il proprio compagno d’arme: il rispetto per lui, e per il suo dolore.
Così, seguendone l’esempio, anch’ella scelse di chiudere gli occhi innanzi a quel macabro spettacolo, e di cercare di liberare la propria mente dalle immagini alle quali aveva appena assistito, per permettere a tutto quello di avere a scomparire, di avere a dissolversi, qual il funereo miraggio che, in fondo, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto essere.
Prima che, tuttavia, ciò potesse accadere, fu lo stesso Be’Sihl a pretendere nuovamente la parola… per esprimere qualcosa forse di palesemente retorico e, ciò non di meno, quantomeno obbligato in quel particolare momento, in quel particolare frangente.

« L’ho amata. » sussurrò, in un alito di voce, quieta ammissione non tanto in risposta agli interrogativi non formulati da parte dell’ofidiana, quanto qual necessaria dichiarazione utile a svoltare nuovamente pagina, a richiudere quei ricordi nelle quiete profondità del proprio cuore, della propria mente, e del proprio animo, per permettersi di proseguire oltre, di tornare al presente e al presente già sufficientemente complicato senza alcuna necessità di aggiungervi, allor, nulla di tutto quello « L’ho amata più di quanto avrei potuto immaginare possibile amare qualcuno. E probabilmente non ho mai smesso di amarla. » sancì, in una dichiarazione che nulla avrebbe desiderato rinnegare del proprio assimilabile sentimento nei riguardi della donna che, ora, così come negli ultimi dieci anni, avrebbe avuto a doversi riconoscere al centro della propria vita, appartenendo esse a due periodi ben distinti della propria vita, a due epoche così diverse, e così lontane fra loro, nella misura tale per cui, forse, il Be’Sihl di Deeh’Od non avrebbe avuto a poter poi spartire molto con il Be’Sihl di Midda.

E se un pesante silenzio ebbe a calare a seguito di quelle parole, e a quelle parole prive, dopotutto, di una qualsivoglia, ulteriore necessità di puntualizzazione; Lys’sh decise di riservarsi, allora, possibilità di intervento, a esprimere, in maniera forse non richiesta e forse, addirittura, inopportuna, la propria umile opinione a tal riguardo…

« Sono certa che ella lo sapesse. » asserì, priva di qualsivoglia retorica, non esprimendosi in tal senso al solo scopo di colmare quel silenzio, quanto e piuttosto esprimendo, con seria onestà, la propria idea, la propria sensazione, per quanto allor maturata su una tanto effimera base « E ovunque sia ora il suo spirito immortale, sono certa che non ha mai smesso di amarti, e di proteggerti… anche nei momenti in cui hai compiuto le scelte più stupide. » accennò un lieve sorriso, nel non poter dimenticare quanto, innanzi al proprio sguardo, egli avesse deciso di sprecare vanamente la propria vita in un attacco praticamente suicida, e, a posteriori, dimostratosi oltretutto del tutto privo di qualunque ragion d’essere, gesto in conseguenza al quale egli non aveva raggiunto al propria amata Deeh’Od soltanto in grazia all’innesto della nanotecnologia alla base dell’esistenza della Sezione I, nanotecnologia che gli aveva concesso una nuova occasione di vita… per quanto, a modo proprio, maledetta « E sappiamo bene entrambi che di scelte stupide, ultimamente, ne hai compiute parecchie. »
« … già… » sospirò Be’Sihl, non potendosi negare, a propria volta, un quieto sorriso colpevole, riuscendo, guidato dalla voce di Lys’sh e da quei pensieri, da quelle parole, ad allontanare i propri pensieri, la propria mente, dal ricordo di quegli anni lontani della propria vita, per ricondurli al tempo presente, e a un tempo presente nel quale, probabilmente, ancora molte scelte stupide sarebbero state necessarie a compiersi per riuscire a sconfiggere un avversario del calibro proprio di quel Progenitore « Speriamo che possa continuare a vegliare su tutti noi, allora: perché, ora come ora, qualunque aiuto non potrebbe che farci comodo, a confronto con la situazione in cui ci siamo andati a cacciare… »

lunedì 10 febbraio 2020

3182


Inattesa, seppur forse prevedibile nella propria occorrenza, ebbe a palesarsi nel cielo sopra il parco giochi, là dove Rín aveva condotto M’Eu, allo scopo di salvarlo dalla morte certa rappresentata da quell’oscura voragine, l’immagine di un individuo, una persona, umanoide e, a modo suo, apparentemente umana, la cui definizione di genere, così come d’età, ardua impresa sarebbe risultata, offrendosi, al contempo, tanto antico quanto giovine, così come tanto uomo, quanto donna. Non una figura intera, invero, ma solo una porzione della stessa fu quella che ebbe a comparire al centro di un vortice nebbioso, un’inquietante foschia dalla quale, allor, soltanto una porzione di quell’essere ebbe possibilità di manifestarsi visivamente, comprendendo un lucido capo, un glabro e tonico torso, due lunghe braccia… e nulla più: non mani ebbero a completare la definizione propria di quegli arti, così come non pube o gambe ebbero a concludere il disegno di quell’essere androgino e indistinto, e quell’essere che, in tutto ciò, non avrebbe potuto ovviare a richiamare alla mente l’orrore proprio di qualche oscena mutilazione fisica, di un qualche dilaniato cadavere, se soltanto, altresì, questi non avesse allor avuto a muoversi e a prendere voce, dimostrando quanto, in fondo, tanto dell’assenza delle sue mani, quanto della metà inferiore del proprio corpo, egli, o ella, non avesse a dover accusare alcun genere di patimento. Anzi.
E quando egli aprì bocca, per scandire la propria presentazione, Rín non poté ovviare ad anticiparlo, nel desiderio di avvisare, in tal senso, il proprio compagno d’arme dello smisurato pericolo così loro palesatosi innanzi. Un pericolo che, francamente, sperava non sarebbe più tornato a manifestarsi in conseguenza agli eventi occorsi in occasione del loro primo viaggio all’interno del tempo del sogno e che, altresì, e a complicare maggiormente il tutto, volle allor premurarsi di fare la propria ricomparsa proprio in quel giorno, proprio in quel mentre… e proprio innanzi a loro due.

« Io sono sec… » tentò di scandire egli, salvo ritrovarsi, per l’appunto, interrotto nel proprio altisonante incedere.
« E’ secondo-fra-tre! » gemette allor Rín, ben ricordando le difficoltà che il loro gruppo si era ritrovato ad affrontare nel confrontarsi con il medesimo, e non desiderando, francamente, avere a ripetere l’esperienza… non allora, non con soltanto M’Eu al proprio fianco.
« … » esitò il vicario, proponendosi incerto nel confronto di quell’interruzione, diviso fra l’offrirsi, allor, qual palesemente contrariato per quanto occorso e, forse e piuttosto, divertito dall’idea che una semplice mortale potesse aver agito in tal senso a proprio disturbo, evidentemente tutt’altro che abituato a ritrovarsi a confronto con simili dinamiche di relazione sociale « … esattamente. » confermò alla fine, annuendo appena con il proprio capo e offrendo un sorriso sulle proprie carnose labbra, quelle labbra che, allor, sarebbero risultate tanto attraenti se la sua immagine fosse risultata femminile, quanto se la sua immagine si fosse rivelata, a tutti gli effetti, maschile.

Il viaggio che Maddie e Be’Wahr, accompagnati, invero, anche dall’inedita presenza di Seem, antico scudiero della Figlia di Marr’Mahew, avevano condotto nel tempo del sogno qualche anno prima, era stato, del resto e invero, fonte di una così puntuale e ricorrente narrazione, in favore di coloro che a tale avventura non avevano avuto occasione di prendere parte, che anche Howe, H’Anel e M’Eu, invero, avrebbero potuto vantare una praticamente perfetta consapevolezza di quanto era occorso ai loro amici in quella folle esperienza onirica, e quell’esperienza onirica che, per la prima volta, dopo troppe stagioni dalla partenza della loro cara Midda, aveva offerto a qualcuno la possibilità di ritornare in contatto con lei, di scoprirla ancora in vita e, addirittura, di scoprirla aver avuto occasione di continuare proficuamente la propria vita, trovando nuovi amici, nuovi compagni ai quali affiancarsi nelle proprie imprese e, addirittura, due figliuoli, due pargoli che ella, in maniera tanto inedita quanto sorprendente, non si era imposta remora alcuna a voler adottare quali propri. In ciò, quindi, anche in assenza della precisazione di Rín nel merito dell’identità di quel vicario, M’Eu non avrebbe avuto a potersi riservare esitazione di sorta nell’identificarlo, e nel ricercare, immediatamente, contatto con una qualsivoglia arma, nella quieta consapevolezza della battaglia che, allor, non avrebbe potuto mancare di attenderli…

« Io sono secondo-fra-tre, vicario della… »

… ragione per la quale, quando il medesimo vicario ebbe a tentare di riprendere il filo del discorso per così come interrotto dalla donna dai capelli color del fuoco e dagli occhi color del ghiaccio, ancora una volta egli ebbe a ritrovarsi spiacevolmente anticipato nel proprio incedere da parte, ora, del giovane figlio di Ebano.

« So chi è! » intervenne M’Eu, in risposta diretta al monito di Rín, storcendo le labbra verso il basso nel rendersi allor conto di non avere nessuna arma a portata di mano per potersi opporre a quell’individuo e, in ciò, ritrovandosi quantomeno contrariato dalla palese disparità con la quale avrebbe avuto inizio quello stesso scontro « E’ il vicario di Anmel Mal Toise che vi ha aggredito la scorsa volta… » puntualizzò, osservandosi rapidamente attorno alla ricerca di qualcosa, di qualunque cosa, per potersi difendere e, speranzosamente, per poter contrattaccare « Maledizione… ci servono delle armi! »
« Ci penso io… » annunciò allora Rín, non lasciandosi sopraffare dalle emozioni e non dimenticandosi, allora, delle regole base di quel luogo, e di quel luogo che avrebbe potuto essere quietamente riplasmato sulla base dei propri desideri, delle proprie fantasie e che, pertanto, avrebbe potuto loro fornire qualunque arma della quale avrebbero potuto necessitare.

Se alla prima interruzione, secondo-fra-tre aveva voluto dimostrare un certo grado di pazienza nel confronto con i propri interlocutori, soprassedendo sulla villania da questi dimostrata nel non lasciargli terminare una semplice frase; a quella nuova e assoluta mancanza di riguardi nei suoi confronti egli ebbe a dimostrare, allora, un più marcato disappunto, e un più marcato disappunto che non mancò di essere evidenziato da una ben visibile smorfia sul suo sì alieno, e pur gradevole volto, e una smorfia a confronto con la quale sufficientemente privo di ambiguità avrebbe avuto a doversi intendere quant’egli avrebbe preferito precipitare fra le fiamme dell’oltretomba quegli individui ancor prima che aver a insistere, ancora una terza volta, nei loro riguardi.
Ciò non di meno, recuperando il proprio autocontrollo, e quell’autocontrollo che pur, sino a quel momento, non aveva mancato di contraddistinguere quel suo rientro in scena, secondo-fra-tre cercò ancora una volta di ricominciare tutto da capo…

« Io sono secondo-fra-tre, vicario della… »

Il boato prodotto da una raffica di proiettili fu quanto, a quel terzo tentativo, ebbe a interrompere ancora una volta la presentazione del vicario: una raffica di proiettili esplosi da un enorme fucile mitragliatore a sei canne rotanti che, perfettamente ancorato al suolo innanzi a sé, Rín non aveva allor esitato a richiamare, e a richiamare nella volontà di dimostrare, almeno in quello che per lei avrebbe avuto a doversi riconoscere qual l’ambiente più congeniale, quanto non si sarebbe lasciata sopraffare dagli eventi, e quanto, in ciò, avrebbe combattuto con tutte le proprie forze contro quello e contro qualunque altra minaccia che avrebbe potuto allor manifestarsi in loro contrasto.
Ma se pur, quella violentissima raffica, con non meno di un centinaio di proiettili incandescenti, ebbe ad travolgere il vicario, a poco, se non a nulla, tutto ciò ebbe a servire in quel particolare contesto. No… in effetti non a nulla, laddove, almeno un effetto, essi ebbero a riservare qual proprio: quello di far, alfine, decisamente arrabbiare il loro antagonista!

domenica 9 febbraio 2020

3181


Il segreto della longevità di Midda Namile Bontor, donna guerriero, mercenaria e avventuriera, Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, Ucciditrice di Dei, la donna da dieci miliardi di crediti, non avrebbe avuto a dover esser frainteso in un qualche, particolare, potere mistico, né, parimenti, in qualche, speciale, capacità sovrumana tale ad avvantaggiarla rispetto a chiunque altro. Certo: nel sostituire, al proprio perduto arto destro, una protesi metallica, un tempo animata da arcane energie, e ora, altresì, mosso da servomotori alimentati da una batteria all’idrargirio, ella si era riservata l’opportunità di tradurre un proprio limite in un proprio vantaggio… o, quantomeno, a riequilibrare il danno impostole nell’averla privata di un braccio, e del proprio braccio predominante, nel riservarsi un’utile e sempre presente risorsa, difensiva e sovente anche offensiva, al proprio fianco. Ma ciò non avrebbe avuto a dove essere considerato, effettivamente, qual il segreto del proprio successo, là dove, in fondo, nulla di tutto ciò che ella aveva in tal modo ottenuto avrebbe avuto a doversi riconoscere qual esclusivo, qual unico e irripetibile, già nella propria prima versione originaria e, ancor meno, nei rinnovati termini tecnologici con i quali, ora, si stava quindi accompagnando. Così, se malgrado il proprio stile di vita non propriamente salubre, in una costante ricerca di nuove sfide, di nuovi nemici da combattere, di nuove avversità da superare, ovviamente e sempre tutte necessariamente letali nella propria offerta, Midda Bontor era stata in grado di sopravvivere a se stessa, e a quasi mezzo secolo di folli avventure oltre ogni limite mortale, tutto ciò ella avrebbe avuto a doverlo riferire, semplicemente, in direzione di una propria caratteristica psicologica, e una caratteristica psicologica che, per i più, sarebbe equivalsa a un antipatico difetto, ma che, per lei, avrebbe avuto a doversi intendere qual la più importante risorsa a cui avesse avuto possibilità di riferirsi: la propria paranoia!
Anche allora, in quel nuovo viaggio all’interno del tempo del sogno, chiunque altro, posto nei suoi panni, difficilmente avrebbe potuto prestare una qualsivoglia attenzione in direzione di quell’insolito riflesso luminoso, e di quel riflesso luminoso incoerente rispetto alla posizione del sole: particolare banale, a modo suo persino irrilevante, nel confronto con l’assurdità di tutto ciò che, allora, stava accadendo, fra la dichiarazione di guerra rivolta a discapito di una sorta di divinità primigenia, l’ingresso in una realtà al di fuori di ogni altra realtà, e la sensibilità propria di tale realtà, del tempo del sogno, alle fantasie, alle emozioni, ai sentimenti e alle paure dei propri occupanti, in maniera tale da offrir loro, un attimo prima, il pericoloso crinale di una montagna innevata e, un attimo dopo, la quiete di una serena spiaggia dei mari del sud. Ma se Midda Bontor non si fosse abituata a prestare la massima attenzione a quei particolari, a quei dettagli, difficilmente ella avrebbe potuto riservarsi l’occasione di superare i primi anni della propria esistenza quotidiana, e di quella propria quotidianità qual marinaio, prima, e qual mercenaria, poi, sempre in lotta, sempre in sfida contro incredibili avversari, contro terrificanti minacce, pericoli il sopravvivere ai quali, meritatamente, le era valso tutti gli altisonanti titoli con i quali ella era entrata nella leggenda, nel proprio mondo così come, ormai, anche in altri mondi. E così, anche allora, quel particolare apparentemente insignificante, quel dettaglio di sì minima rilevanza, quietamente trascurabile da chiunque, ebbe a risvegliare in lei lo spirito guerriero apparentemente sopito, ritrovando ogni membra del proprio corpo travolta da una straordinaria scarica di adrenalina e, in ciò, predisponendosi a qualunque pericolo sarebbe allor potuto sopraggiungere.

« H’Anel… attenta! » esclamò con tono deciso, ancor prima di poter identificare il pericolo e, proprio malgrado, già avendone perfetta presunzione, nel non doversi intendere qual dimentica delle ragione per le quali avevano allor fatto ritorno al tempo del sogno.

Fu questione di un battito di ciglia, o forse anche meno, e la giovane figlia di Ma’Vret ebbe a contemplare l’inquieta certezza della propria morte, l’occorrenza della propria fine, e di quella fine a confronto con la quale, proprio malgrado, nulla avrebbe potuto allor avere il tempo di compiere per sperare di sottrarsi. Non laddove, alle loro spalle, avrebbe avuto a doversi riconoscer qual riapparsa la tanto empia, quanto luminosa, immagine del Progenitore, e di quel progenitore che, tendendo allor la propria mano verso di lei, ebbe a proiettare nella sua direzione un fascio di energia, a confronto con il quale, ineluttabilmente, nulla avrebbe avuto a sussistere.
Ma se certa, in tutto ciò, avrebbe avuto a dover essere presunta la fine della giovane mercenaria, di ben diverso avviso avrebbe avuto a dover essere riconosciuta la sua mancata madre adottiva, quella donna che aveva avuto la possibilità di poterla crescere qual figlia sua e che ella sarebbe stata ben lieta di accogliere nella propria vita in luogo a quella madre naturale purtroppo prematuramente perduta. E così, quasi il tempo avesse avuto, improvvisamente e mirabilmente, a rallentare nel proprio imperituro moto, la Figlia di Marr’Mahew ebbe a raggiungerla con un balzo e, lì, a sottrarla alla certezza della morte allor promessale dal loro antagonista, dal loro avversario, offrendo a quell’attacco energetico soltanto l’eco della loro presenza, uno spazio vuoto in luogo alla decisamente più materiale presenza dei loro stessi corpi.

“Vi ucciderò!” tuonò nelle loro menti la voce non voce di quell’essere, risuonando, se possibile, ancor più disturbante, più assordante rispetto a quanto non si fosse offerta pocanzi “Vi ucciderò tutti!”

Ritrovandosi sospinta a rotolare a terra, su quella morbida e farinosa sabbia bianca, H’Anel non ebbe immediatamente a maturare la consapevolezza della propria sussistenza in vita. Né, tantomeno, di come ciò potesse essere occorso.
Ma così come la sua mancata madre ebbe allor modo di ricordarle, quello non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual il momento più opportuno per lasciarsi sopraffare dagli eventi. Non laddove, se ciò fosse occorso, di lei non sarebbe allor rimasto nulla… neppure il più vago ricordo nelle persone a lei più care, suo fratello M’Eu incluso.

« Muoviti, H’Anel! » la incalzò la propria salvatrice, colei che, ancora una volta, a distanza di anni, era giunta in tempo per preservare il suo diritto a esistere, come già occorso quand’ancora bambina « Avremo il tempo di dimostrarci atterrite dalla paura quando tutto questo sarà finito! »
“Sciocche!” replicò la voce del Progenitore, risuonando ora a metà fra l’indispettito e l’altero, evidentemente contrariato da tanto ostinato attaccamento alla vita per così come da loro dimostrato “Non esiste salvezza dall’ineluttabilità del fato che io rappresento.”

Per un fugace istante il mondo ebbe a bloccarsi attorno a Midda e H’Anel. Ma, questa volta, non qual effetto di un movimento sì repentino, da parte loro, tale da offrire la falsata illusione di aver piegato persino il corso stesso del tempo al proprio volere; quanto e piuttosto in virtù di una dolorosa morsa mentale che, insieme a quella voce, ebbe allor a raggiungerle, estraniandole, per un momento, dall’intero Creato loro circostante, e da quel Creato allor derivato soltanto dai ricordi della stessa Figlia di Marr’Mahew.
Un blocco, quindi, che le coinvolse e che le travolse, il quale non ebbe a risultare sì inedito alla donna guerriero dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco qual avrebbe potuto preferire fosse, nell’essersi già ritrovata similmente vittima del potere mentale di quello stesso Progenitore, e nell’esser a stento sopravvissuta al medesimo. Ciò non di meno, proprio il fatto che le fosse stata concessa pregressa occasione di confronto con tutto quello, ebbe allor a risultare particolare piacevolmente positivo, nell’offrirle immediatamente una facile possibilità di risposta a tutto ciò…

« Arrabbiati, H’Anel! » ordinò alla giovane al suo fianco, in un sibilo appena sussurrato a denti stretti, sì minimale avrebbe avuto a dover essere lì intesa la propria possibilità di reazione a tutto ciò « Arrabbiati come non ti sei mai arrabbiata prima d’oggi… »

sabato 8 febbraio 2020

3180


« Aspettate un momento! » esclamò quindi Duva, cercando in qualche modo di ritrovare un effimero senso di stabilità su quella rete di sicurezza e scoprendo quanto, in effetti, la questione non avesse a doversi fraintendere qual sì banale come avrebbe potuto altresì supporsi essere « Volete davvero dirmi che voi due siete cresciuti in un circo…?! »

Se pur la donna non avrebbe potuto vantare particolare pregressa esperienza di rapporto con quella coppia di strambi fratelli non di sangue, avendoli incontrati soltanto da poche settimane, e in settimane così confuse nel corso delle quali, pertanto, occasioni utili ad approfondire la reciproca conoscenza non erano state propriamente loro concesse; Howe e Be’Wahr avrebbero avuto a doversi riconoscere, insieme a Carsa Anloch, quali i principali coprotagonisti delle avventure sovente raccontate, negli ultimi anni, dalla propria amica Midda Bontor, in termini tali per cui, in effetti, ella avrebbe potuto illudersi di conoscerli sicuramente da molto più tempo rispetto a quanto non fosse realmente, quali personaggi, forse, ancor prima di persone reali, e, ciò non di meno, quali personaggi pur vivacemente presenti nella propria mente, nella propria immaginazione, in grazia alle vivide cronache a loro riguardo tanto puntualmente proposte a lei e a tutti i suoi compagni della Kasta Hamina. A margine di simile, indiretta, conoscenza pregressa, tuttavia, Duva Nebiria non aveva mai avuto occasione di sentir riferirsi nel merito di Howe e Be’Wahr qual due ex-circensi, né, in verità, aveva mai avuto occasione di sentir narrare, dalla voce di Midda, di alcun genere di circo, se non in accezioni decisamente meno ludiche rispetto a quello che, allora, le si stava offrendo innanzi allo sguardo: in effetti, ella non avrebbe mai potuto immaginare l’esistenza di un qualche simile genere di circo nel mondo d’origine della propria amica sororale, ritenendo quanto, nella violenza brutale propria di tale realtà, l’unico possibile significato di simile parola avesse a doversi intendere quello riferito ai combattimenti contro fiere e gladiatori in monumentali arene, riferimenti alle quali, invero, non erano mai mancati nelle narrazioni proprie della Figlia di Marr’Mahew.
In ciò, pertanto, più che giustificato avrebbe avuto a dover essere inteso un duplice senso di stupore da parte della donna in quel frangente: da un lato nello scoprire quanto, anche nel mondo natio della propria amica, potesse esistere un qualche senso di intrattenimento non necessariamente letale; dall’altro rendersi conto di un simile, inedito dettaglio nel merito della vita di Howe e di Be’Wahr, dettaglio nel merito del quale, in effetti, non avrebbe potuto ovviare a dubitare fosse allor effettivamente mai stato noto anche alla stessa Midda, la quale, altrimenti, ne avrebbe certamente fatto accenno anche e soltanto a meglio definire i due personaggi in questione…

« … in effetti questo renderebbe molto più comprensibili molte cose. » sorrise divertita, prima ancora di ricevere una qualche retorica conferma a tal riguardo, ironizzando sul continuo e comico battibeccare dei due fratelli, sovente al limite del grottesco, che ben si sarebbe potuto calare nella realtà propria di qualche scenetta propria degli intervalli di uno spettacolo da circo.
« Cosa vorresti intendere…?! » replicò tuttavia Howe, accigliandosi non poco nei riguardi della loro inaspettata ospite in quell’imprevisto viaggio di ritorno a casa e, in sua opposizione, reagendo piccato, nell’imporre alla rete sotto di loro un movimento utile a farle perdere completamente il precario equilibrio che, allor, pur ella si stava impegnando a tentare di recuperare, ricadendo goffamente con la faccia verso il basso e le terga al cielo « Per tua informazione, la famiglia Ahlk-Ma è una fra le più antiche e celebri famiglie di acrobati che tutta Qahr abbia mai conosciuto. » sancì, non senza palesare un certo orgoglio in tal senso.
« Ouff…! » sbuffò la donna, cercando di ritrovare un po’ di dignità dopo la giravolta impostale dall’interlocutore e, soprattutto, impegnandosi a tentare di recuperare una via di uscita da quella rete, e da quella rete che, pur avendo loro assicurata salva la vita, stava iniziando a risultarle spiacevolmente antipatica nell’evidente difficoltà propria del tentare di rapportarsi con la medesima « Chiedo venia… non desideravo sottintendere nulla di negativo. » mentì spudoratamente, là dove, chiaramente, ella aveva voluto offrir riferimento a una ben diversa realtà, e a una realtà connessa, magari, a dei pagliacci.
« Farò finta di crederti... » le concesse egli, aggrottando la fronte con aria di chi chiaramente consapevole di una ben diversa verità e, ciò non di meno, pur disposto allor a ignorarla per amor del quieto vivere, e del quieto vivere in una situazione già troppo complicata per potersi permettere di renderla ancor più complessa « Be’Wahr... » si rivolse quindi in direzione del proprio compagno d’armi, e del proprio compagno d’armi che, non perdendosi in chiacchiere, aveva già recuperato il contatto con il suolo sotto di loro, e si stava osservando con evidente entusiasmo attorno, ritrovando tutto ciò che di più caro entrambi avrebbero pur potuto vantare di possedere e ciò dal quale, malgrado tutto, avevano entrambi deciso di allontanarsi per cercare di offrire un diverso senso alle loro esistenze « … siamo davvero a casa…?! » domandò, rendendosi conto di quanto potesse sembrare insolito cercare conferma a qualcosa nel proprio biondo compare e, ciò nonostante, non potendosi considerare sì stupido dal non avere a doverlo riconoscere, lì, qual forse la sola persona realmente informata sui fatti, in termini utili ad aiutarlo a capire cosa stesse accadendo.

Per quanto, infatti, l’iniziale impatto emotivo con quelle immagini, con quell’ambiente, con quei colori e quei suoni, con quegli odori e quelle sensazioni, non avrebbe potuto ovviare a precipitarlo in una nostalgica spirale di ricordi infantili, Howe non avrebbe potuto negarsi sufficiente padronanza di spirito dal non dimenticarsi quanto era stato loro raccontato nel merito del tempo del sogno, e quanto, nel tempo del sogno, la realtà circostante avesse a doversi intendere incredibilmente mutevole, in termini tali da dar l’impressione di trasportarti, da un istante all’altro, in luoghi sempre diversi, a volte in mondi diversi, se non, addirittura, in dimensioni diversi, e, ciò nonostante, mai realmente lasciando il tempo del sogno stesso, nel bene così come nel male.

« Temo di no… » replicò Be’Wahr, sufficientemente conscio di essere stato egli stesso a rievocare lì quel luogo, per offrirsi in loro aiuto, in loro soccorso nel momento in cui più ne avrebbero avuto bisogno, in termini tali, allora, da non potersi illudere di qualche diverso intendimento attorno alla realtà dei fatti « … ma, sinceramente, non mi interessa molto in questo momento, se mi può dare l’occasione di salutare tutti loro! » soggiunse e sorrise, in termini che qualcuno avrebbe potuto intendere qual a dir poco egoisticamente infantili, nell’invitare con un cenno del capo l’attenzione del proprio interlocutore a spostarsi da sé a qualcun altro, e, nel dettaglio, a una piccola folla lì schierata a poca distanza da loro, intenti a osservarli con aria interrogativa, nel non comprendere, evidentemente, da dove potessero essere saltati fuori in maniera tanto improvvisa.

E se la carica di emozioni che, un attimo prima, aveva sconvolto il cuore di Howe era già stata più che significativa nel semplice confronto con l’immagine propria di quel circo, e di quel circo che, per loro, avrebbe avuto a doversi intendere quintessenza stessa del concetto di famiglia e di casa; quella che allor ebbe a travolgerlo, nel muovere lo sguardo da Be’Wahr al gruppetto lì davanti, non avrebbe potuto essere in alcuna maniera quantificata nella propria forza dirompente, e in quella forza dirompente che, allor, non avrebbe potuto mancare di sopraffarlo nel porlo a confronto con l’immagine di quei volti per lui e per suo fratello tutt’altro che ignoti…

« … mamma… papà… » sussurrò Howe, scoprendosi allor praticamente afono, incapace, in quel particolare momento, persino di respirare, tanta la gioia di quell’inatteso incontro con la propria famiglia, e con quella propria famiglia alla quale, da troppo tempo, aveva mancato di andar a offrire il giusto tributo di affetto e di rispetto « … fratelli… sorella… »

venerdì 7 febbraio 2020

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Ancora in un evidente senso di specularità con Midda, Deeh’Od avrebbe potuto vantare, a contorno del proprio capo, una vera e propria criniera, che se pur nella prima avrebbero avuto a doversi intendere squisitamente disordinati, una massa informe e indomabile rossa come il fuoco, nella seconda non avrebbero potuto mancare di risultare più giustificati, in quella naturale lanosità propria della sua etnia, lì non castigata in qualche stretto intreccio, né contenuta in un corto taglio, né tantomeno violentemente costretta a una più liscia distensione, quanto e piuttosto lasciata libera di esprimersi nella sua più vivace naturalezza, con morbide sfumature di colore fra il castano scure e il nero corvino. Insomma: a confronto con la pur non eccellente vista dell’ofidiana, non fosse stato per un’evidente differenza cromatica fra la colei che considerava, ormai, al pari di una sorellona, e quella sconosciuta lì chiaramente emersa dalle memorie di Be’Sihl, difficile sarebbe stato discriminare una qualche sostanziale ragione di distinzione fra loro, anche e soprattutto nel medesimo senso d’amore che Be’Sihl sembrava essere in grado di provare per entrambe. Forse, se proprio una diversità fisica avrebbe avuto a dover essere cercata fra le due donne, tale avrebbe avuto a dover essere individuata nelle proporzioni proprie dei loro corpi, giacché, all’insensata abbondanza della circonferenza toracica di Midda, sovente ragione di invidioso scherno da parte di Duva e Lys’sh, in Deeh’Od null’altro che un corpo meravigliosamente e sinuosamente delineato avrebbe potuto essere descritto, con seni più discreti, e in questo forse e persino più eleganti, in una misura intermedia proprio fra Duva e Lys’sh che, all’occorrenza, nessuna ragione di gelosa critica avrebbe potuto allor suscitare.

« … Deeh’Od… » ripeté il nome di lei lo shar’tiagho, separandosi per un solo istante dalle sue labbra e pur non allontanandosi da lei, quasi avesse in ciò timore di perderla nuovamente, nel mentre in cui la gioia di quell’incontro stava venendo pur chiaramente turbata, nel suo cuore, da un sentimento di dolore, di pena, per così come palesemente espresso da calde lacrime che, lente, ebbero a iniziare a scivolare lungo le sue guance: lacrime, le sue, che non avrebbero avuto a doversi fraintendere, allor, qual di gioia… non nel confronto con l’evidenza di quella voce rotta, del tono tragico con il quale egli non avrebbe potuto mancare di scandire le due sillabe di quel nome, e quelle due sillabe tanto mestamente sussurrate dalle sue labbra.
« Che accade, amor mio…? » domandò ella, in risposta a quella reazione emotiva, palesando allora un evidente senso di preoccupazione, di allarme nel confronto con l’emotività che egli stava lì dimostrando, e, con dolcezza, muovendo le proprie carnose labbra ad arginare la discesa delle di lui lacrime, con due delicati baci in corrispondenza delle sue gote « … sembri sconvolto. »

Difficile sarebbe stato, per Lys’sh, comprendere come avere a reagire innanzi a quella scena e a quella scena che, dal canto proprio, non avrebbe potuto ovviare a definire qual prossima a una reminiscenza, e a una reminiscenza ovviamente non propria, quanto e piuttosto di Be’Sihl, ancor prima che a un’esperienza inedita. In verità, improprio sarebbe stato definire tutto ciò qual una semplice reminiscenza, laddove, se soltanto a Lys’sh fosse stata concessa occasione di spingere il proprio sguardo all’interno del cuore dello shar’tiagho, ella avrebbe potuto lì trovare un posto da sempre riservato proprio a quella donna, e un posto dal quale, invero, neppur tutto il più sincero amore vissuto per Midda, e quell’amore in nome del quale era arrivato persino a sacrificare la propria stessa vita, l’avrebbe mai potuta scalzare. E proprio in nome di quell’amore, e di quell’amore mai dimenticato, il bacio fra Deeh’Od e Be’Sihl non poté ovviare che risultare pari a qualcosa di, a dir poco, struggente, qualcosa che, pur ovviamente suscitando necessario imbarazzo nell’ofidiana, non avrebbe potuto neppur mancare di evocare una certa ammirazione in lei, lasciandole desiderare, a propria volta, l’occasione di ritrovarsi destinataria di qualcosa di così mirabilmente bello quanto quello che lì stava occorrendo, nel rendersi allor mestamente conto di quanto, in effetti, ben poco curata avesse a doversi intendere la sfera sentimentale della propria vita, e di una vita nella quale, forse, avrebbe fatto meglio, presto ancor prima che tardi, a ridefinire qualche priorità.

« Io… » esitò egli, socchiudendo gli occhi e tornando a cercare le labbra di lei con le proprie, per un nuovo, meraviglioso e doloroso, fugace bacio, prima di tirarsi indietro, di costringersi con forza a lasciarla andare e di chiudere i propri occhi a confronto con quell’immagine, nel non voler ancora osservarla, nel non voler ancora contemplarla, tanto, troppo dolorosa essa avrebbe avuto a doversi considerare per lui « … non potrò mai smettere di invocare il tuo perdono, Deeh’Od. » sussurrò, in un alito di voce, e un alito di voce allor non rivolto alla figura lì presente innanzi al suo sguardo, e a quella figura mestamente compresa qual irreale, quanto e piuttosto alla vera Deeh’Od, ovunque ella allor avesse a poter essere « Non sono stato in grado di proteggerti… »

Ancora a dir poco confusa, e a dir poco confusa da tutto quello, da quella splendida sconosciuta, nonché da quel meraviglioso bacio, e, ovviamente, dalle reazioni contrastanti di Be’Sihl innanzi a lei, Lys’sh osservò quell’immagine, per così come venutasi a palesare innanzi a loro, essere improvvisamente cancellata, ed essere cancellata nella semplicità di cambio scena propria di un sogno, e, per così come già sperimentato in passato, anche propria di quella particolare realtà, del tempo del sogno. E laddove, un istante prima, l’affascinante Deeh’Od stava osservando confusa il proprio amato, non comprendendone le parole e le reazioni, nella confusa eccitazione di quel concerto in piazza; un attimo dopo l’ofidiana e lo shar’tiagho ebbero a scoprirsi in un ben diverso contesto, e un contesto che, per quanto straziante, fu lo stesso Be’Sihl a voler rievocare, a non permettersi di dimenticare quanto accaduto, a non permettersi di obliare alla realtà dei fatti, e a quella realtà che pur il tempo del sogno avrebbe potuto offrirgli occasione di scordare, di ignorare, in una fuga da se stesso e dalla propria storia personale tanto umanamente comprensibile quanto pur profondamente sbagliata, laddove fosse stata da lui abbracciata.
Così Lys’sh si scoprì essere stata trasportata ai confini di una città, di una grande città delimitata da colossali mura di chiara pietra, e circondata, nel suo esterno, da un vasto deserto sabbioso. E sull’esterno di quelle mura, al di fuori del perimetro di quella sconosciuta città per lei palesemente aliena nella stessa misura in cui avrebbe avuto a doversi, altresì, intendere quietamente familiare per il proprio compagno, ella non poté mancare di osservare un’alta catasta di legno, riconoscendola, seppur non immediatamente, nel non aversi a doversi considerare concetto consueto per lei, proprio per quello che avrebbe avuto a dover essere: una pira funebre.

“Perché una pira funebre…? Per chi una pira funebre…?!” ebbe a domandarsi la donna serpente, probabilmente già intuendo la risposta a quell’interrogativo e, ciò non di meno, avendo timore a pensarci, non volendo confrontarsi, dopo l’incanto proprio di quel bacio, con un simile epilogo e un epilogo che ben donde avrebbe avuto quindi a giustificare le lacrime di lui.

Ma, pur temendo la risposta a quell’interrogativo, ella non poté ovviare ad assistere anche all’epilogo di tutto ciò, nel voltarsi nuovamente verso Be’Sihl e nell’osservarlo, allora, ancor in lacrime, stringendo a sé, sorretta sulle proprie forti braccia, l’esile sagoma di un corpo strettamente avvolto in fasce, fasce che tutto avrebbero allor avuto a celare, e che pur, in quel momento, ben poco avrebbero potuto realmente nascondere della tragedia che lì si era allor consumata.

« … no… » gemette Lys’sh, non potendo negarsi un’empatica partecipazione al dolore proprio dell’amico, e di quell’amico che, in quel momento, in quel luogo, stava evidentemente rivivendo qualcosa che nessuno avrebbe mai dovuto rivivere… qualcosa che, fosse stato richiesto di compiere a lei, nei riguardi della propria perduta famiglia, l’avrebbe letteralmente fatta impazzire dal dolore.