Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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il Diario - l'Arte
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 019 - Caccia all'uomo. Mostra tutti i post
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mercoledì 19 maggio 2010
859
Avventura
019 - Caccia all'uomo
Una rinnovata, e sempre silenziosa, quiete non poté allora essere evitata in conseguenza della conclusione raggiunta da parte della donna, un finale sicuramente non gradito dalla sua interlocutrice e, pur, impossibile da rifiutare dalla medesima, dal momento in cui appariva evidente come alcuna voce, alcuna insistenza in senso contrario, sarebbero pur state apprezzate, accolte, accettate. E così, dove anche per Ras’Jehr sarebbe stato preferibile potersi ritrovare a essere soggetto di una qualsivoglia accusa da parte dell'altra, non solo per poter, in ciò, espiare quella che avvertiva esser una propria mancanza, un proprio torto nei confronti della propria interlocutrice, ma anche allo scopo di poter, contemporaneamente, ritrovare una nuova ragione di antipatia per una figura tanto ammirevole al di là di ogni legittimo pregiudizio a suo discapito, la giovane shar'tiagha non poté fare altro che accettare la sconfitta così impostale, storcendo le labbra verso il basso in un misto di rammarico, vergogna e disprezzo per tutta quell'assurda situazione, per il vicolo cieco nel quale, nonostante ogni impegno, si era pur ritrovata a essere così sospinta.
« Sebbene sia per me difficile accettare che il sangue di due esponenti della mia famiglia, di cui ti sei macchiata, non potrà mai essere adeguatamente vendicato, ragione per la quale non potrò mai evitare di provare, nel profondo del mio animo, nel profondo del mio cuore, disprezzo per l'orrore che la tua stessa esistenza in vita pur rappresenta… » premesse, ritrovando alfine voce, nel comprendere quanto altrimenti sarebbe stato inutile insistere con la propria laconicità « … nel confronto diretto e personale con te, con il tuo modo di essere, per quanto estraneo al mio mondo, alla mia realtà quotidiana, credo di aver cominciato a intuire, a comprendere le ragioni per le quali il mio parente, Be'Sihl, si sia invaghito di te. » ammise, scuotendo il capo con un profondo sospiro, ambasciatore di tutti i sentimenti contradditori da lei sì provati.
Per tutta riposta a tali parole, a una simile asserzione, Midda si limitò ad aprirsi in un amplio sorriso, mostrando una lunga fila di denti bianchi qual reazione a complimenti più che apprezzabili, e apprezzate, quali si proposero pur essere quelli così a lei implicitamente rivoltile. Nell'accettazione delle ragioni che avrebbero potuto permettere a Be'Sihl di apprezzarla, di amarla, Ras’Jehr stava infatti pur riconoscendole i meriti, le virtù a cui qualsiasi donna shar'tiagha avrebbe dovuto spingersi per riservarsi occasione di interesse maschile, prima fra tutte l'affermazione della propria emancipazione, in netto contrasto con quanto pur vigente nella predominanza delle altre nazioni del continente o, forse, di tutte le terre emerse. Oltre a ciò, a tale valore tutt'altro che ovvio, ben lontano dal potersi considerare scontato, il coraggio, l'audacia, la forza d'animo, nonché il senso dell'onore, tutte qualità ampiamente dimostrate nel corso della Grande Caccia, non avrebbero potuto mancare di affascinare qualsiasi esponente maschile del popolo eletto, per quanto caratterizzanti, come in quel particolare caso, non una propria connazionale, quanto, piuttosto, una straniera, considerabile praticamente barbara nella propria origine tanto meridionale, da terre all'interno delle quali, per quanto concesso loro di sapere, di conoscere, non senza un inevitabile, e per questo non meno sbagliato, pregiudizio, chiunque avrebbe venduto anche propria madre, moglie o figlia per il giusto prezzo.
« Per inciso… » proseguì la giovane guardia, aggrottando la fronte con evidente dubbio nel merito della reazione con la quale accogliere l'espressione di soddisfazione così offertale da parte dell'altra « Credo sia giusto renderti partecipe del fatto che egli è giù in viaggio, nel desiderio di poterti qui raggiungere. »
« Chi? Cosa?! » esclamò la mercenaria, subito smarrendo il sorriso prima dimostrato, nel confronto con quella notizia forse prevedibile, e pur, ugualmente, inattesa, al punto tale da voler essere persino rifiutata dalla sua mente, dalla sua stessa coscienza « Be'Sihl sta giungendo a Teh-Eb? » domandò, sforzandosi allo scopo di non dimostrarsi eccessivamente irrazionale, benché quell'annuncio avesse scatenato in lei una tempesta di emozioni non facili da gestire, al di là della sua pur abituale freddezza.
« Ho provveduto a inviargli una missiva al momento stesso del tuo arresto, per informarlo dell'accaduto, e, qualche giorno fa, nel mentre della tua convalescenza, ho ricevuto da lui risposta. Come prevedibile, è stato suo immediato interesse mobilitarsi al fine di raggiungerti e sopperire a quanto necessario per la tua liberazione. » spiegò, con assoluta tranquillità, celando in maniera particolarmente abile l'inevitabile e intimo godimento che pur in quel momento doveva esserle proprio innanzi alla reazione di trasparente panico alfine estorta alla propria interlocutrice, alla controparte che pur, sino a quel momento, aveva dimostrato grande abilità a mantenere le redini del giuoco nelle proprie mani « Nella migliore delle ipotesi, credo potrà raggiungerci entro la fine di settimana prossima. » aggiunse, con fare sornione.
Cedendo per un fuggevole istante a una sincera agitazione nel confronto con tale novella, la donna guerriero non poté escludere, in maniera aprioristica, l'ipotesi di una propria figura, di un proprio immediato allontanamento da quella città, da quell'intera area, prima dell'arrivo del proprio amato, non sentendosi ancor pronta al tanto rimandato confronto con lui, non più affrontato da dopo gli eventi che l'avevano vista squartare un suo fianco, per fortuna in maniera meno grave di quanto era pur inizialmente apparso. Nel ritrovarsi innanzi a quell'uomo, e a tutti i sentimenti pur innegabilmente appartenenti al proprio stesso cuore nei suoi riguardi, ella avrebbe infatti dovuto non solo fronteggiare le proprie responsabilità nei suoi confronti, rendendolo finalmente edotto nel merito delle ragioni che avevano causato la sua apparente follia in quei tragici giorni fortunatamente sempre più distanti, ma, anche e peggio ancora, avrebbe dovuto probabilmente riesaminare, ridiscutere, il senso dell'evoluzione che entrambi avevano permesso potesse caratterizzare il loro rapporto, il significato delle lunghe e appassionanti ore trascorse insieme, in quel genere di conversazioni, di tematiche, di fronte alle quali colei pur in grado di dichiarare battaglia a un esercito intero di zombie bramosi di fresca e viva carne umana, non si era purtroppo mai dimostrata essere capace di affrontare, preferendo, puntualmente, ineluttabilmente, una discreta fuga tanto priva di "addii", quanto altrettanto priva di più semplici e disimpegnati "arrivederci".
Nel contempo di tale, inevitabilmente, attonita reazione in Midda, Ras’Jehr non avrebbe potuto evitare di provare vivo appagamento per il successo finalmente così ottenuto nei suoi riguardi, in un'affermazione tale da farle supporre la possibilità di poter essere ancora in grado di intervenire in soccorso dell'onore della propria famiglia, nel dividere quella coppia pur apparentemente destinata al ricongiungimento.
Una speranza che, senza alcuna ipocrisia, ella non mancò di esprimere in termini estremamente chiari.
« Riesco a immaginare come tu possa preferire ovviare all'idea di esser costretta al confronto con il mio parente… » propose, con tono quasi complice nei suoi riguardi « Confida, pertanto, in tutto il mio più leale supporto al fine di poter porre maggiore distanza possibile fra te e questa città prima del suo arrivo. »
In conseguenza a tutte le riflessioni che l'avevano ritrovata qual protagonista in quegli ultimi giorni di convalescenza, di riposo forzato entro quelle stanze, assurda sarebbe allora risultata qualsiasi decisione della donna dagli occhi color ghiaccio in tal merito, a simile riguardo, là dove, suo malgrado, in questa occasione, così come in ogni altro paritario frangente, sarebbe risultata banalmente essere non un'evasione dal proprio compagno, dal proprio amante, quanto, piuttosto, da se stessa, dai propri sentimenti, in un circolo vizioso che l'avrebbe condannata al pari, o anche peggio, di una maledizione. Perfettamente consapevole di ciò, qual, invero, da sempre si era proposta essere, e, ancor più, consapevole di non potersi concedere, in questa particolare occasione, la stessa facile soluzione che pur aveva puntualmente abbracciato ogni qual volta si era ritrovata costretta a compiere una scelta relativa alla propria sfera emotiva, ella non avrebbe potuto pertanto ritrarsi davanti a Be'Sihl: non, certamente, dopo quanto, comunque, egli si era impegnato a riconoscerle nella buona e nella cattiva sorte, fosse anche, banalmente, qual segno di rispetto nei suoi riguardi, ancor prima di una dimostrazione d'amore verso di lui.
« Sono certa che da parte tua non sarebbe mancato assoluto impegno in tal senso. » annuì la mercenaria, con tono volutamente ironico, malizioso, verso la giovane guardia, nel non poter evitare, al di là dell'evidente, aperta e meritata ostilità riservatale, di apprezzare lo stile sì dimostrato « Tuttavia, mi trovo costretta a rifiutare questa ipotesi, ove non desidero arrecare offesa al tuo parente più di quanto, purtroppo, non gliene abbia già abbondantemente riservata in questi ultimi mesi, con la mia assenza dalla sua vita… »
« Desideri quindi attenderlo?! » domandò Ras’Jehr, storcendo le labbra verso il basso, con evidente disappunto per tale improvvisa svolta, per quel colpo di scena sì sgradito « Sei certa di ciò? »
« Assolutamente. » annuì l'altra, tornando a sorridere nel volersi dimostrare sinceramente convinta da tale decisione, benché tutt'altro che tale nel profondo del proprio intimo « Inoltre, mi sono giunte voci a riguardo di una possibile missione per la quale, la famiglia che ora mi sta generosamente ospitando nella propria dimora, vorrebbe acquistare i miei servigi: lasciare la città in questo momento, pertanto, rappresenterebbe da parte mia una totale mancanza di professionalità della quale non intendo rendermi protagonista. » aggiunse, verace in simile esposizione, dal momento in cui, effettivamente, tali voci erano pervenute alla sua attenzione, ritrovando, in lei, una concreta occasione di interesse.
Tentando, senza eccessivo successo, di dissimulare la reale irritazione per quella nuova vittoria psicologica pur resa propria da parte della mercenaria, alla giovane shar'tiagha sua controparte in quel dialogo non poté essere offerta altra possibilità se non quella di accettare, suo malgrado, quanto ormai inevitabile, limitandosi a sperare, in cuor suo, che da tutto ciò, in futuro, non sarebbe derivato altro dolore per i propri parenti.
« Se tale è la tua volontà, immagino di non poter fare altro che rassegnarmi ad accettarla. » decretò, in un nuovo e profondo sospiro « Certa del fatto che ci saranno offerte altre occasioni di dialogo, credo che sia giusto, ora, concederti giusta possibilità di riposo… » proseguì, a preludere a un imminente saluto.
« Solo un'ultima questione. » la arrestò, prontamente, la mercenaria, levando la mancina a richiamarne l'attenzione, prima che ella potesse effettivamente prendere congedo da lei, secondo le intenzioni così chiaramente annunciate « Il mercante che mi ha accusata si chiama Be'Rehal Maheh-Eb… è corretto? »
« Sì… » confermò Ras’Jehr, a seguito di un istante di dubbio a tal riguardo « Da qual sentimento sorge una tale domanda? » insistette, osservando la donna con serietà quasi drammatica, nel temerne i pensieri.
« Oh… nulla per cui tu debba riservarti pensiero o preoccupazione. » minimizzò Midda, scuotendo il capo e, nel mentre di ciò, accarezzando con dolcezza la lama bastarda appena riconsegnatale, finalmente ritrovata dopo un distacco sì eccessivamente prolungato « Semplice curiosità! »
martedì 18 maggio 2010
858
Avventura
019 - Caccia all'uomo
Fu in conseguenza delle parole che seguirono, delle lunghe, necessarie e, ora, sincere spiegazioni che Ras’Jehr non mancò di presentarle, che alla Figlia di Marr'Mahew fu finalmente offerta possibilità di comprensione nel merito di tutti i comportamenti denotati quali propri di tutti i detenuti partecipanti alla Grande Caccia, sino a quel momento giudicati assurdi, paradossali, di quella loro passività di fronte all'idea, all'ipotesi di una propria possibilità di evasione, che pur non sarebbe potuta essere da lei precedentemente apprezzata, entro i limiti di quanto a lei offerto di sapere per voce della medesima giovane shar'tiagha. Ove, infatti, la Grande Caccia le era stata presentata quale un'impresa utile a offrire al detenuto partecipante una speranza di amnistia, di liberazione dalla propria condanna, di condono della propria pena, quella festività avrebbe invece dovuto essere considerata quale offerente al detenuto eletto al ruolo di preda una certezza assoluta di remissione per le proprie colpe, in un'occasione, pertanto, tale da non poter essere riconosciuta a chiunque, e da rendere necessario un attento riesame da parte dei magistrati per ogni singolo caso coinvolto. In conseguenza della propria semplice partecipazione alla Caccia, pertanto, ella aveva sin da subito ottenuto l'indulto desiderato, al pari di tutti i propri compagni, di tutte le altre prede lì coinvolte, giocatori che, per tal ragione, non avrebbero avuto mai ragione di sforzarsi più di tanto nel proprio ruolo, mantenendosi più che prevedibilmente passivi in simile occasione di confronto, addirittura disincentivati nell'ipotesi di una qualsivoglia ribellione dal timore, comunque infondato, che, in tal modo, essi avrebbero potuto perdere la libertà già loro assicurata.
Ogni sforzo da lei compiuto per vincere non solo uno dei cacciatori, ma tutti quanti loro, impegno che, comunque, a causa della distrazione riservatasi con l'uomo serpente non era stato condotto effettivamente a termine, sarebbe dovuto essere pertanto considerato quale estremamente fine a se stesso, del tutto inutile nel confronto con quanto da lei desiderato, da lei ricercato.
« La mia malizia, in tal senso, è stata assolutamente consapevole e volontaria, dal momento che mio desiderio non era quello di concederti in maniera gratuita la libertà già a te garantita con la mia testimonianza in tuo favore in sede di giudizio per l'ammissione alla Grande Caccia. » sottolineò Ras’Jehr, con tono tutt'altro che pentito, per quanto, oramai, sincero e trasparente « Nonostante il perdono a te riconosciuto da mio cugino e dalla sua famiglia, infatti, desideravo che tu potessi essere minimamente punita per le tue colpe nei loro confronti… punizione che, malgrado tutto, hai saputo altrimenti trasformare in un'occasione di glorificazione personale. »
In silenzio, così come era rimasta sino a quel momento, Midda accolse anche quelle nuove parole, quelle scuse che, pur formalmente e sinceramente tali, non stavano in verità prevedendo da parte della propria interlocutrice un concreto rammarico per tale scelta, per simile decisione, se non, forse, proprio in virtù del successo riportato dalla stessa mercenaria in quella che, inizialmente, aveva sperato sarebbe potuta essere un'opportunità di concreta umiliazione, in una sfida che aveva evidentemente ipotizzato ella non avrebbe saputo superare. E se, da un lato, la donna guerriero era consapevole di come avrebbe dovuto reagire con irritazione, con risentimento verso quella giovane pur a lei sostanzialmente sconosciuta, per quanto aveva pur ordito a suo discapito, su un fronte diametralmente opposto, ella non avrebbe potuto riconoscerle alcuna colpa, alcuna effettiva e negativa responsabilità per quanto occorso: nei propri desideri, nella propria speranza così, ora, tanto apertamente dichiarata, ammessa, la giovane shar'tiagha aveva pur agito non solo in conseguenza di sentimenti del tutto umani, ma addirittura condivisibili dalla sua stessa ipotetica vittima, ricercando quella vendetta in modi, addirittura, estremamente meno crudeli di quanto ella, al suo posto, non si sarebbe riservata. Dopotutto, pur nella bramosia di mortificazione nei suoi riguardi, Ras’Jehr si era dimostrata comunque estremamente generosa verso di lei, non solo agendo nella volontà di liberarla da una pena ingiusta, ma anche imponendole una prova dalla quale mai sarebbe dovuta uscire comunque ferita, se non nel proprio orgoglio personale.
« Per questa ragione, desidero offrirti le mie più sentite scuse. » concluse, chinando il capo innanzi a lei, in un gesto, trasparentemente, più oneroso di quanto si sarebbe potuto ritenere in quel particolare frangente, in quella delicata situazione « Non paga di questo, se ciò fosse tua volontà, sono anche pronta a denunciare immediatamente al magistrato il mio comportamento, dopotutto indegno del ruolo che ricopro all'interno di questa città. Il male che tu hai imposto sulla mia famiglia, non può giustificare, innanzi alla nostra legge, la viltà della mia azione a tuo discapito. »
Un istante di quiete seguì il termine dell'intenso monologo offerto dalla giovane guardia, ritrovando, ora, accanto al mantenuto silenzio della donna guerriero, anche quello così sopraggiunto dell'altra, in un laconico confronto che, narrato all'interno di un poema epico, sarebbe probabilmente durato a lungo, valendo più di molti discorsi, più di infinite discussioni, e conducendo, addirittura, a un aperto scontro fra le due figure lì protagoniste. Ciò nonostante, quello non sarebbe dovuto essere considerato un poema epico, quanto una nuda e cruda realtà, un mondo vero, formato da persone vere, particolarmente votate all'errore e, se non ipocrite, anche capaci di riconoscere e ammettere i propri sbagli, così come, in quella stessa spiegazione, pur aveva appena compiuto la stessa Ras’Jehr, o così come, prima di quell'interruzione, anche la Figlia di Marr'Mahew pur si stava impegnando a fare nel confronto con la propria intimità.
In ciò, quindi, quella tranquillità, non riuscì a perdurare più di un fuggevole istante, venendo allora, improvvisamente, interrotta da una fragorosa esplosione di ilarità proveniente dal profondo del cuore della destinataria di tante parole, di tante invocazioni di perdono.
« Thyres! » sorrise, aggrottando la fronte con aria divertita e stupita « Ma sei davvero convinta di ciò che stai dicendo?! » domandò, con fare retorico.
« Probabilmente la mia conoscenza della tua lingua si riserva dei drammatici limiti, là dove, ti assicuro, le mie parole non desideravano offrirti ragione di dilettevole intrattenimento. » precisò l'altra, osservandola con aria quasi indignata per la reazione forse eccessivamente sguaiata dimostrata dall'altra in risposta a un intento assolutamente serio, quale era stato quello che aveva animato le sue ultime asserzioni.
« A eccezion fatta per il tuo accetto y'shalfico, ti assicuro che le tue parole sono state impeccabili. » negò la mercenaria, subito proseguendo « Forse qui in Shar'Tiagh avete raggiunto realmente un livello di civilizzazione diverso da quello a cui sono abituata, ma ti prego di credermi se ti dico che, da dove vengo io, la tua reazione non avrebbe mai potuto essere minimamente accettata, ma solo perché troppo lieve, troppo generosa nei miei stessi riguardi, nel confronto con le mie colpe. » argomentò, continuando a sorridere ma lasciando da parte, ora, toni scherzosi, a non voler concedere alcuna possibilità di fraintendimento per le proprie parole « Quindi… mi dispiace per te, ma non procederò a ufficializzare alcuna accusa a tuo discapito, dal momento in cui, altrimenti, dovrei denunciare prima di tutto me stessa per quanto compiuto in contrasto alla tua famiglia, sebbene fossi purtroppo priva di possibilità di raziocinio in tale spiacevole situazione, mi fosse negata qualsiasi possibilità di reale consapevolezza sul mondo a me circostante. »
« Non conosco la realtà barbara dalla quale affermi di provenire, ma qui il mio comportamento è meritevole di punizione. » insistette la giovane, ora apparendo addirittura scandalizzata per il rifiuto offertole da parte della propria interlocutrice, quasi fosse sua volontà il poter essere castigata per quella considerata quale una propria colpa.
« Se desideri cercare occasione di riappacificazione con la tua coscienza, non sarò di certo io a impedirti di agire così come ritieni più opportuno. » puntualizzò la Figlia di Marr'Mahew, inarcando il sopracciglio destro nell’osservarla « Ma non ti attendere alcuna testimonianza a tuo sfavore da parte mia. A te, che ti sia gradito o no questo pensiero, io debbo solo la mia gratitudine per avermi concesso occasione di ovviare all'ingiusta condanna attribuitami… »
lunedì 17 maggio 2010
857
Avventura
019 - Caccia all'uomo
Nonostante l'impegno dei migliori cerusici di Teh-Eb, tale ella alfine scoprì essere il nome della città in cui il fato e il proprio peregrinare l'avevano sospinta, a Midda Bontor occorse più di una settimana di tempo prima di poter vedere le proprie ferite richiuse sotto uno strato di nuova, sì delicata, sì leggera, quasi trasparente nel proprio offrirsi, e pur, indiscutibilmente, pelle, a definire concluso ogni rischio di infezione, ogni possibile complicazione in conseguenza della stupida battaglia da lei ricercata.
L'assistenza medica, all'interno della stessa capitale nella quale ella era stata precedentemente condannata qual ladra, le fu assicurata non solo in virtù della propria partecipazione, e indiscussa vittoria, all'evento conosciuto quale Grande Caccia, quanto, ancor più, per l'intervento, il desiderio, di un giovane aristocratico di nome Be'Gahee, il quale, sebbene sconfitto per primo dall'impeto di quella donna straniera, più di chiunque altro si era impegnato a dimostrare verso di lei la propria riconoscenza, la propria stima, nel coinvolgere tutta l'influenza e la ricchezza della propria famiglia al fine di assicurarle una rapida guarigione e una più che onorevole degenza presso uno dei migliori palazzi di medicina dell'intera città, se non dell'intera regione. Numerose e maliziose non erano, in effetti, mancate le voci attorno a simile particolare dimostrazione di gratitudine verso quella donna nonostante l'umiliazione a lui da lei imposta, chiacchiere secondo le quali l'interesse del giovane nobile avrebbe dovuto essere considerato conseguenza di desideri di natura particolarmente licenziosa verso quella stessa figura: di tali dicerie, sicuramente utili a intrattenere l'interesse proprio degli abitanti della grande città, già scatenato in maniera più che fervente, addirittura incontrollata, attorno all'immagine di forza, di carisma, meritatamente fatta propria da quella femmina barbara proveniente da una terra incivile qual solo avrebbe potuto essere considerata Kofreya e, in particolare, Kriarya, città del peccato in essa, alcun eco giunse però in quei giorni alla protagonista delle medesime, la quale, anche ove informata a tal riguardo, difficilmente avrebbe offerto una qualche particolare reazione esterna al mero divertimento. La Figlia di Marr'Mahew, dal canto proprio, si impegnò ad approfittare di quel necessario periodo di riposo, impostole allo scopo di concedere al proprio corpo di recuperare la propria consueta prestanza, per permettere alla propria mente di prendere in seria analisi il proprio stesso comportamento negli ultimi mesi, non solo limitatamente agli eventi appena occorsi e alla sfida contro l'uomo serpente, ma anche a quanto occorso in precedenza, spingendosi, addirittura, alla maturata decisione dell'estate precedente di simulare la propria morte allo scopo di comprendere l'identità di un proprio ancor ignoto avversario, celato entro le mura della stessa città del peccato.
Da tale lunga, seria, concentrata riflessione, la donna guerriero, dai capelli corvini e dalla pelle d'avorio, non poté evitare di giungere a un'amara conclusione in propria aperta critica, non rinnegando e pur, neppure, trovando ragione d'orgoglio per una lunga serie di decisioni che, in quell'ultimo periodo, sembravano averne caratterizzato l'esistenza, in una parabola costantemente decrescente, in un declivio tale da spingerla persino a dubitare della propria solitamente indiscussa capacità di giudizio. Impossibile definire se tanti errori, o, forse, tanti dubbi attorno a simili pur umani sbagli, avessero da esser considerati legittimi e inevitabili o, meno gradevolmente, conseguenza di un tempo in costante e irrefrenabile corsa, tale da spingerla sempre più lontana dagli anni comunemente considerati qual giovinezza. Invero, senza ipocrisie o menzogne di sorta, la mercenaria non aveva mai cercato di ingannarsi nel merito della propria età, della propria maturità, ben comprendendo di appartenere a una generazione in via di estinzione: ben pochi, soprattutto nell'ambiente proprio della sua particolare professione, avrebbero potuto vantare un'età pari alla sua, e coloro che simile ragione d'orgoglio avrebbero pur potuto dichiarare qual propria, difficilmente si stavano mantenendo ancora attivi in tale impiego, in simile, pericoloso, impegno, preferendo vie diverse allo scopo di assicurarsi la possibilità di poter raggiungere lo straordinario traguardo rappresentato dai quarant'anni. Nel confronto con tanti sbagli, con tanti errori di giudizio qual soli ella avrebbe dovuto giudicare quelli da sé compiuti in quell'ultimo periodo, la donna dagli occhi color ghiaccio non avrebbe potuto evitare, pertanto, di domandarsi se, forse, ormai non sarebbe stato giusto, anche per lei, ritirarsi a una vita più tranquilla, più quieta, magari proprio accanto all'amato Be'Sihl, che tanto sincero sentimento a lei aveva ampiamente dimostrato, non solo nel proprio ultimo e plateale sacrificio, quanto ancor più in tutti gli anni trascorsi insieme, in quel lungo periodo nel corso del quale entrambi avevano preferito rifiutare qualsiasi complicazione amorosa mantenendosi, formalmente, semplicemente quali leali e fedeli amici. Nonostante mai ella sarebbe potuta divenire madre per i figli dello shar'tiagho, sicuramente avrebbe potuto condividere con lui ancora molti anni di sincera complicità, di illimitato sentimento, tale da non far rimpiangere ad alcuno dei due simile decisione.
Ma così come, oltre dieci anni prima, ella si era ritrovata a confronto con una similare proposta, un'idea estremamente prossima a quella ora presa al vaglio, rivoltale dal meraviglioso Ma'Vret, antico amante ed ex-mercenario accanto al quale aveva vissuto molte avventure, pericolose e appassionate, prima del suo ritiro dalla scena, e aveva preferito rinunciare al sicuro calore di quelle forti braccia per mantenere indiscussa la propria libertà, ancora una volta il suo spirito tanto affine al volubile mare, non le avrebbe facilmente permesso di accettare la fine delle proprie avventure, di quelle incredibili sfide a uomini e dei, utili ad affermare, in contrasto a ogni volontà contraria, il suo diritto all'autodeterminazione, e la sua disponibilità a lottare senza tregua per esso.
« Io… credo di doverti delle scuse. »
A interrompere l'ennesimo, e ormai sempre uguale a se stesso, flusso di pensieri proprio della mercenaria, attorno a un tema tanto delicato per lei, nel primo giorno in cui ella, finalmente, osò indossare nuovamente i propri martoriati, e rattoppati, abiti, fu una voce con cui ormai la donna aveva indubbiamente sviluppato una certa confidenza, obbligata, probabilmente, dal momento in cui entro i confini propri di quella città era stata la propria principale interlocutrice. Nel voltarsi, così, verso l'ingresso delle stanze nelle quali aveva trovato occasione di ospitalità, dal balcone sul quale si era affacciata nella volontà di osservare il mondo esterno e, lì, psicologicamente smarrirsi, non vi poté essere alcuna sorpresa, in lei, nel riconoscere l'immagine della giovane guardia cittadina presentatasi qual parente del buon Be'Sihl, Ras’Jehr.
« Scuse?! » domandò, risollevandosi con grazia, con naturale eleganza, dalla postura precedentemente fatta propria, per offrirsi eretta di fronte all'interlocutrice, nonostante alcune spiacevoli sensazioni di dolore non avessero ancora abbandonato la sua schiena e le sue gambe « Non comprendo il motivo per cui dovresti, a me, delle scuse. » scosse il capo con sincera tranquillità « Dopotutto è merito tuo se ora sono libera… nonostante l'ingiustizia propria della sentenza a cui ero stata condannata. »
« Non è esattamente così. » asserì, per tutta risposta, la giovane guardia, arrestandosi davanti a lei e rivelando innanzi ai suoi occhi un'inattesa sorpresa, qual solo sarebbe potuta essere considerata, in quel particolare momento, la restituzione della sua spada bastarda « Ma prima di ulteriori e doverose spiegazioni, desidero che tu possa riavere quanto ti appartiene. Mi è parso di comprendere come, per te, questa spada abbia un certo valore sentimentale… »
« Oh… » aggrottò la fronte la donna guerriero, incerta su come reagire innanzi a quella gradita offerta, se pur accompagnata da parole estremamente criptiche quali quelle relative a ipotetiche scuse delle quali avrebbe dovuto considerarsi creditrice « Ti ringrazio, Ras’Jehr. Ammetto che, nella confusione di questi ultimi giorni, mi ero praticamente scordata del fatto che mi fosse stata requisita, dando per scontata la sua presenza a mia disposizione. »
« Non ringraziarmi. » scosse il capo l'altra, con tono estremamente serio « E' una tua proprietà e, venuta meno ogni condanna, secondo la nostra legge avrebbe dovuto esserti restituita immediatamente. » volle precisare, a ovviare a ogni possibile equivoco « Ho preferito, tuttavia, attendere che tu fossi nuovamente in forze prima di consegnartela e, soprattutto, prima di presentarmi a te invocando il tuo perdono. »
« Ancora questa litania… » storse le labbra Midda, non comprendendone le ragioni e, spinta dalla curiosità in tal senso, neppure riuscendo a riservarsi di godere al pieno per il ricongiungimento con la propria lama, pur occasione gaudio per lei « Spiegati, te ne prego. »
domenica 16 maggio 2010
856
Avventura
019 - Caccia all'uomo
« E ora vediamo quanto sei bravo a trattenere il respiro… » lo stuzzicò, muovendo con sapienza la sola mano rimasta a disposizione del suo libero arbitrio, sotto il suo controllo, con movimenti decisi rotatori, atti a stringere maggiormente, ove possibile, la morsa attorno al collo dell'avversario.
In quella sorta di garrotta così imposta a proprio discapito, l'uomo serpente intuì immediatamente l'improvvisa e sopraggiunta presenza di un'oscura ombra proiettata sul proprio futuro, sulla propria speranza di sopravvivenza prima mai posta in discussione, in dubbio, dal momento in cui, per quanto invulnerabile sarebbe potuta essere considerata la sua pelle squamosa, anch'esso avrebbe dovuto respirare, avrebbe necessitato di aria per i propri polmoni. Ma se, in sua opposizione sarebbe allora dovuto essere considerato il semplice scorrere del tempo, inesorabile, irrefrenabile e terribilmente letale, in suo aiuto, in suo soccorso, avrebbe altresì potuta essere considerata la medesima postura ricercata dalla propria avversaria, dalla propria nemica, sì la sola posizione da lei possibilmente adottabile nel condurre a termine tale attacco, simile offensiva, e pur, palesemente, anche tale da offrirla troppo apertamente, troppo facilmente a ogni possibile reazione da parte del proprio stesso ostaggio, del proprio obiettivo. Così, senza perdere un solo istante, risorsa troppo preziosa per poter essere sprecata con tanta leggerezza, la creatura reagì immediatamente in contrasto alla propria preda proclamatasi predatrice, tentando con le proprie braccia e le proprie mani artigliate di strapparsi di dosso quella sgradita presenza.
La violenza similmente riversata sulla mercenaria e, in particolare, sulla sua schiena, vide numerosi squarci imposti non solo sulla stoffa dei suoi abiti, ma anche sulle sue carni, dilaniate senza pietà alcuna da quegli attacchi, dalla foga di quegli artigli uncinati, tanto forti, tanto affilati, da riuscire, addirittura, a penetrare sino alle sue stesse ossa, accarezzandone le costole con una prepotenza priva d'eguali, per quanto giustificata dalla situazione, dagli eventi in corso.
« Thyres! » gemette la donna guerriero, in un alto grido utile a esprimere il dolore così da lei vissuto, così a lei imposto da quella reazione, prevedibile e prevista, e pur, forse stolidamente, accettata nella volontà di spingere a compimento, a conclusione, un conflitto che nonostante tutto non avrebbe avuto ragion d'essere, di sussistere e per l'insistenza nel quale, evidentemente, ora gli dei tutti le stavano domandando un legittimo pegno « Mi stai rovinando i vestiti… lurido cane! » ringhiò, quasi cieca per la sofferenza così provata.
Costringendosi a ignorare tanto dolore, nonché la sconfortante sensazione derivante dal calore del proprio sangue, grondante dalle piaghe così aperte sulla pelle della propria schiena lungo la medesima e ancora sino ai glutei e alle gambe, la donna guerriero resistette all'umano impulso di mollare la presa conquistata sul proprio nemico, paradossalmente incrementando, ove possibile, la fermezza della propria stretta, nella consapevolezza di come solo attraverso il successo di tale azione, le sarebbe potuta essere riconosciuta effettiva occasione di sopravvivenza dall'ira similmente scatenata nel proprio nemico. Le sue gambe, a tal fine, si chiusero ancor più saldamente attorno al busto della creatura, incrinando in ciò le sue costole al punto tale, fortunatamente per la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, da costringerlo a rinunciare all'offensiva scatenata contro la sua schiena al solo scopo di riversare l'energia dei propri artigli su quelle stesse forme che ora tanto ne stavano torturando il busto.
Una scelta tattica, quella allora compiuta da parte del mostro, che probabilmente ne decretò la sconfitta, dal momento in cui, se solo l'uomo serpente avesse proseguito nella via già imboccata, nel cammino già reso proprio, avrebbe potuto riservarsi occasione di successo nel proprio intento, sarebbe forse riuscito a privare dei sensi, o persino della vita, la propria avversaria prima che ella potesse negargli possibilità di respiro tanto a lungo da ottenere, a propria volta, successo in senso opposto. Così facendo, benché il dolore imposto alla Figlia di Marr'Mahew, sicuramente, ebbe occasione di moltiplicarsi, nel sopraggiungere di nuovi squarci sulla sua carne, sulle sue forme, ora coinvolgendo in maniera estremamente pericolosa le sue cosce e i suoi polpacci, alla stessa mercenaria fu comunque concessa la libertà necessaria a incrementare l'azione della propria garrotta, della cintola avvolta attorno al collo del mostro, sino al punto di non ritorno, al momento in cui, in conseguenza dell'assenza di aria ad alimentare la propria furia, la propria energia dirompente e distruttiva, anche gli artigli della creatura non riuscirono più a riversare in so contrasto la medesima violenza prima desiderata, prima ricercata in suo contrasto, ricadendo come morte insieme all'intero, gigantesco, corpo del rettile.
« Per Thyres… » gridò Midda, piombando a terra insieme alla propria vittima, nel mentre in cui, dalle sue gambe e dalla sua schiena una interminabile serie di fitte dolorose, angoscianti, quasi la privarono persino del respiro « Thyres… dannazione… » imprecò, a denti stretti, cercando di isolare nella propria mente quella sensazione ingestibile, intollerabile, di sofferenza, di pena, per la quale anche solo formulare un pensiero di senso compiuto, in quel frangente, sarebbe apparsa qual un'impresa epica.
Necessariamente obbligata a rifiutare qualsiasi ipotesi di svenimento, di perdita dei sensi, nella consapevolezza di come il suo nemico, il suo avversario, non fosse ancora effettivamente stato sconfitto, abbattuto, ma, semplicemente, avesse perduto contatto con la realtà in conseguenza al principio di soffocamento impostogli, la mercenaria si impegnò allo scopo di recuperare una posizione eretta e, così facendo, di barcollare sino a raggiungere la testa del mostro, per portare a conclusione l'opera così iniziata.
Ma prima ancora di chinarsi su di lui, di abbracciare il suo serpentino capo con il proprio arto destro, ancora vincolato alle catene e pur libero, con innegabile impegno, di potersi riservare possibilità d'uso, nella volontà di spezzare definitivamente il suo collo e decretarne, in tal modo, la fine tanto testardamente ricercata, ella esitò, nell'osservare la creatura priva di coscienza ai propri piedi, l'essere inumano contro cui aveva scatenato quella lotta, senza, effettivamente, alcuna reale ragione per procedere in tal senso se non quale sfogo per tutta la propria personale frustrazione repressa, accumulata nelle ultime settimane, negli ultimi due mesi, in conseguenza di quanto occorso al villaggio della famiglia di Be'Sihl. In tal silenzioso confronto, in simile riflessione, ella si rese allora conto di come, al di là di ogni possibile giustificazione psicologica, quanto appena occorso e, ancor più, la condanna che avrebbe ora potuto infliggere su quell'avversario, sì fenomenale e pur attualmente inerme, sarebbe potuta essere paradossalmente considerata in contrasto con ogni suo principio di vita, con ogni sua abituale regola.
In quanto mercenaria, infatti, ella aveva fatto proprio un semplice canone di comportamento, grazie al quale essere sempre in grado di compiere una scelta coerente con se stessa innanzi a ogni possibile dubbio: mai agire senza un guadagno utile a compensare tale impegno. Nel rispetto di simile norma, usualmente, ella era mai stata solita domandare la morte di un avversario se non quando effettivamente resa necessaria, dalla situazione vissuta o nell'assolvimento di un qualche proprio incarico, condizioni che, entrambe, non si erano presentate in giustificazione di quanto avvenuto, nel momento attuale, nel contesto di quella lotta senza esclusione di colpi, dal momento in cui, oggettivamente, nonostante la propria pericolosità, l'uomo serpente non si era riservato alcuna reale occasione di offensiva nei suoi stessi riguardi almeno sino a quando non era stata ella stessa ad agire in tal senso, a dichiarare battaglia a chi innocentemente eletto quale proprio nemico.
« Sei una stupida arrogante… » si rimproverò, a conclusione di quel spiacevole confronto con la propria coscienza, dal quale, suo malgrado, era uscita completamente sconfitta, vinta sotto ogni profilo, ogni possibilità di analisi, sebbene apparentemente vincitrice nella sfida con il mostro giacente ai suoi piedi, in attesa del colpo di grazia « Cosa accidenti pensavi di ottenere da tutto questo? »
E sì priva di qualsiasi speranza di risposta, nella retorica propria di una simile domanda, alla Figlia di Marr'Mahew non restò allora altro da fare che raccattare i propri effetti personali, la propria cintola e i resti della propria tunica, prima di allontanarsi quietamente da quella piramide, da quei confini che non si sarebbe dovuta permettere di superare e, per la violazione dei quali, avrebbe allora potuto considerarsi già punita, dall'atroce sinfonia di inutile, vano dolore proveniente dalle numerose e sanguinanti ferite guadagnate in tanta follia, in tanta dissennatezza.
sabato 15 maggio 2010
855
Avventura
019 - Caccia all'uomo
« Ehy, tu! Non puoi lasciarmi così… dove accidenti pensi di poter andare?! » insistette, balzando in avanti.
Nell'impugnare la propria cintola, ora, quasi fosse divenuta una frusta, la mercenaria dimostrò in maniera chiara, inoppugnabile, la propria totale disapprovazione nel confronto con l'idea di una simile conclusione a tale scontro, termine in conseguenza del quale solo assoluta insoddisfazione sarebbe rimasta in lei nel ricordo di quegli eventi, volti più a proprio chiaro discapito che a propria possibilità di onore, di gloria, di vittoria. Successo, quello da lei sì ricercato, non nella volontà di un'effimera e volubile celebrità pubblica, quanto più allo scopo di ribadire, sottolineare nuovamente, in maniera assoluta, la propria capacità di imposizione su ogni apparentemente ineluttabile fato, così come da sempre ella si era impegnata a ricercare nella propria esistenza, violando ogni confine stabilito da mortali e divinità. Colpendo, similmente armata, più volte l'epidermide dell'uomo serpente, la donna guerriero cercò di richiamarne l'attenzione, di invocarne la ribellione in suo contrasto, per spingerlo all'ira e alla ripresa delle ostilità dalle quali, ora, sembrava altrimenti deciso a cercare distacco, evasione, fuga.
Saldo sulle proprie posizioni, il mostro parve tuttavia ignorare ogni impegno da parte della propria nemica in tal senso, proseguendo nel proprio fiero allontanamento da lei, quasi ella nulla fosse di più di un semplice moscerino, sicuramente fastidioso, ma tutt'altro che meritevole di particolari attenzioni, di alcuna reazione in propria offesa.
« Dannazione! » storse le labbra la Figlia di Marr'Mahew, cercando di non concedergli l'occasione da lui desiderata qual propria, di non permettergli quel distacco pur chiaramente ambito, nell'inseguirlo e nell'incalzare in sua offesa con la propria cintura di cuoio, nonostante, sino a quel momento, tanta petulanza fosse apparsa del tutto inutile « Voltati quando ti parlo, lurido lombrico invertebrato, indegno figlio di una biscia frigida… » lo insultò, non riuscendo, in effetti, a trovare termini migliori per tale fine, dov'anche qualsiasi verbo utilizzato sarebbe stato del tutto sprecato in quel particolare contesto.
Incurante, ormai, di ogni necessità di difesa, di protezione nel confronto con un avversario che pur non avrebbe dovuto o potuto permettersi di sottovalutare, la donna guerriero si slanciò in un nuovo tentativo d'offensiva, un nuovo attacco che, questa volta, si sentiva certa non sarebbe potuto restare ignorato, non avrebbe potuto lasciare la creatura a lei indifferente così come pur si stava impegnando ad apparire. Sospinta dalla propria stessa enfasi, ella si gettò pertanto in aria, roteando, in tal insano gesto, su in fianco al solo scopo di poter spingere in fuori, nel limite di quanto concessole dalle proprie catene, il proprio braccio destro, in modo tale da offrire la solidità del proprio gomito metallico in contrasto alla carne dell'altro e, in particolare, alle sue ossa, alle sue vertebre, che, al di là di un'evidente, ovvia ignoranza in lei nel merito dell'anatomia propria dell'avversario, non avrebbero potuto evitare di caratterizzare quella forma a meno di non voler offrire inattesa ragione ai suoi insulti, alle offese appena formulate. E dove l'impatto prodotto da tal tentativo, raggiunse il proprio obiettivo, imputando su quel pur solido scheletro la violenza propria di un colpo tremendo, Midda non poté che considerarsi pienamente appagata nell'ascoltare il grido di dolore, di rabbia, che per la priva volta caratterizzò la gola avversaria, in una necessaria reazione alla pena derivante da tanta brutalità.
« Eccellente… » sorrise ella, sebbene costretta a risollevarsi rapidamente dal proprio nemico e a dover sfuggire il più rapidamente possibile da lui, al fine di evitare l'immediata reazione che, in conseguenza di tanto ardire a suo discapito, avrebbe potuto vederle anche negata ogni possibilità di sopravvivenza, non tanto per il veleno del mostro, quanto più per la furia che ne avrebbe caratterizzato i gesti.
Non tradendo ora le aspettative della propria controparte, l'uomo serpente, sì leso, sì colpito con energia tale che forse mai gli era stata precedentemente imposta, reagì con prontezza stupefacente, proiettando la propria lunga coda alla ricerca del corpo della propria avversaria, non semplicemente allo scopo di colpirlo, di spazzarlo via, così come era accaduto nelle occasioni precedenti, quanto più di catturarlo, di stringerlo con impeto fra le proprie spire, comprimendo le sue ossa sino a infrangerle tutte, trasformandola in un ammasso di carne molliccio, privo di consistenza e di vita.
In sua opposizione, nel dimostrarsi meno ingenua e precipitosa di quanto, pur, sarebbe potuta esser stata considerata in virtù del proprio folle attacco, Midda si presentò perfettamente pronta al confronto, alla battaglia sì invocata, sì ricercata e ora ottenuta, liberando con rapidità, precisione, coordinamento assoluto fra mente, cuore, anima e corpo, ogni traiettoria percorsa dal corpo del proprio nemico nel negargli, senza esitazione alcuna, qualsiasi possibilità di raggiungerla, di farla propria, in un genere di sfida che, dopotutto, non avrebbe potuto essere considerata qual suo desiderio, qual coerente con l'attuazione del piano appena ideato. Reggendo, così, sempre saldamente a sé la propria cintola, e continuando a confidare nella presenza dei propri pantaloni ai suoi fianchi anche in assenza della medesima, là dove, in caso contrario, la situazione sarebbe dovuta precipitare in uno sviluppo a dir poco grottesco, oltre che, ovviamente, letale, ella evitò accuratamente di offrire qualsiasi possibilità di soddisfazione a quelle spire, alla legittima ira del proprio nemico, incitandolo, nel contempo, a cercare di impegnarsi di più, nella speranza di accoglierlo nuovamente impegnato in quella che si era rivelata essere per lui la più naturale strategia d'attacco.
« Non mi deludere, amoruccio mio bello! » esclamò verso di lui, con tono canzonatorio, nel muoversi davanti al suo sguardo apparentemente cieco con gesti ritmici, addirittura prossimi a passi di danza, allo scopo di istigarne l'offensiva tanto esplicitamente ricercata « Possibile che tu non abbia più alcun desiderio nel confronto con le mie carni? Ti posso assicurare che, nonostante l'età, sono ancora meravigliosamente gustose, succulente, tali da poter ampiamente onorare il desco di un signore qual tu indubbiamente sei… »
Evidentemente esasperato dai propri continui insuccessi, dalla propria incapacità ad arginare l'irruenza e la prepotenza proprie di quella figura, di quella straniera giunta all'interno dei propri domini, della propria tana senza invito alcuno e al solo scopo di condurre un'arbitraria guerra contro un nemico sconosciuto e neppur immaginato prima di allora, l'uomo serpente cedette, alfine, al proprio istinto, precipitandosi contro di lei e ricercando, con le proprie zanne grondanti veleno le sue forme, la soda morbidezza di quelle curve nelle quali sarebbe volentieri affondato al solo scopo di decretare, finalmente, la conclusione di quell'assurda giostra, di quella battaglia non ricercata né bramata. Suo malgrado, così facendo, il mostro seguì esattamente i desideri della propria avversaria, portandosi nell'esatta posizione da lei attesa, da lei ricercata con l'insistenza di quegli ultimi attacchi, sciaguratamente prestandosi al suo giuoco e, così facendo, concedendole l'occasione per attuare il proprio piano, la tattica da lei tanto rapidamente elaborata.
Paga per tale reazione, per la risposta tanto attesa, sebbene effettivamente del tutto priva di reali certezze sulla possibilità per tale idea di essere condotta a compimento, la Figlia di Marr'Mahew trasformò senza esitazione alcuna il pensiero in azione e, con agilità, con maestria incommensurabile, non si limitò, banalmente, a evitare l'offensiva del proprio nemico, quanto più, addirittura, a rispondere alla stessa, balzando nella direzione di quelle fauci spalancate in sua condanna e, con agilità, oltrepassandole in un'amplia capriola, un gesto estremamente pericoloso e pur utile a condurla oltre il capo serpentino del suo avversario. Lì sopraggiunta, ancor prima che l'altro potesse effettivamente maturare una consapevolezza di tale sviluppo e, in ciò, tentare di privarsi di quell'incomoda presenza, ella chiuse le proprie gambe, le proprie coscie, attorno al torso del mostro, incrociando i piedi innanzi al suo addome per potersi saldamente lì ancorare, nel mentre in cui, con un movimento deciso della propria mancina, guidò la propria cintola in un'ampia rotazione attorno al collo del medesimo, allo scopo di ottenere, su quel delicato punto, un'occasione di controllo assoluto e letale.
venerdì 14 maggio 2010
854
Avventura
019 - Caccia all'uomo
Altri tre attacchi seguirono, entro breve tempo, i precedenti, confermando, sciaguratamente per la donna guerriero, i timori in lei già maturati, già prepotentemente sorti, nella sempre più rapida successione con la quale si presentarono, si imposero, senza riservarle la benché minima occasione di immobilità, di quiete, di tranquillità, di requie, nel doversi sempre impegnare in continue evasioni, capriole, balzi, al solo scopo di tentare di mantenersi in vita. Un'imposizione a mantenersi sulla difensiva, quella così riservatale, che mai avrebbe potuto ritrovare il suo benestare, avrebbe potuto riscontrare in lei un qualsivoglia sentimento di soddisfazione, nella consapevolezza di quanto, mantenendosi su una via similmente definita, alcun futuro le sarebbe potuto essere proprio.
Fu, tuttavia, proprio in occasione una nuova offensiva a lei dedicatale dal proprio avversario, dell'ennesimo attentato alla sua sopravvivenza imposto dalla violenza di un già noto movimento serpentino a suo desiderato discapito, a donarle, alfine, l'idea, l'intuizione, da lei sì ricercata e pur, sino a quel momento, non ancora focalizzata, non chiaramente individuata nella propria mente, innanzi al proprio sguardo. Un'ispirazione, invero, derivata addirittura da un suo stesso commento, dall'ultimo tentativo d'ironia allora rivolto al proprio nemico, dimostratosi senza ombra di dubbio qual minaccia assolutamente degna di ogni rispetto, la sfida da lei tanto invocata nel corso di quella stessa giornata.
« Ti prego… lasciami un po' di spazio! » esclamò con tono grottescamente esasperato, nel catapultarsi lontana da una parete contro la quale, suo malgrado, l'uomo serpente era riuscito a sospingerla nell'insistenza delle proprie aggressioni, nella furia dei propri attacchi « Comportandoti in questo modo non riuscirai mai a conquistarmi: una donna ha bisogno della propria libertà. » lo avvertì, subito dopo meglio esplicitando il concetto « Smettila di soffocarmi… mi manca l'aria! »
Parole semplici, pronunciate con lo stesso sentimento, con lo stesso animo di molte altre già espresse prima di quelle, al solo scopo di canzonare quella creatura pur evidentemente del tutto indifferente a qualsiasi impegno in tal senso, in quella particolare direzione, probabilmente non solo non apprezzata, ma neppure compresa, che pur, sorprendendo la loro stessa autrice, si dimostrarono allora utili a definire nella sua mente una possibile strategia da adottare, una tattica da far propria, nella volontà di portare a termine una lotta, una battaglia, già eccessivamente prolungatasi.
« Per Thyres… come ho fatto a non pensarci prima?! » domandò con sincera irritazione a proprio discapito, concretamente delusa dall'evidenza di quella propria mancanza, del limite da lei allora dimostrato nell'assenza di quella particolare agilità mentale che avrebbe altresì preferito le fosse propria in quel frangente, in quella particolare situazione « Anche tu devi respirare, razza di vipera troppo cresciuta! »
Portando rapidamente la mancina ai propri pantaloni, negandosi ulteriori possibilità di incertezza prima di tramutare l'idea in azione, il pensiero in opera, ella si ingegnò al fine di slacciare, con maggiore destrezza e minore impaccio possibile, la cinta di cuoio che li stava mantenendo fermi ai propri fianchi, sperando di poter riservare loro sufficiente affidamento anche in assenza di tale supporto almeno per quanto sarebbe così rapidamente seguito, per l'azione che l'avrebbe dovuta ritrovare qual necessaria protagonista, dal momento in cui, dopotutto, le sue forme si concedevano oggettivamente sufficientemente generose da offrire comunque, in maniera naturale, un'occasione di sostegno per le sue vesti. Così armatasi della propria cintola, una striscia di solida pelle che avrebbe potuto garantire sicuramente una resistenza superiore a quella necessariamente effimera pocanzi dimostrata dal litham, ella si predispose, mentalmente e fisicamente, ad accogliere il nuovo e immancabile attacco che il rettile non avrebbe sicuramente mancato di offrirle, offensiva che, questa volta, non si sarebbe semplicemente limitata a evitare, ma avrebbe sfruttato qual occasione utile per condurre a termine il proprio piano, quella strategia tanto rapidamente elaborata e pur abbracciata con tutta la fiducia di cui si sarebbe mai potuta dimostrare capace.
Ciò nonostante, quasi la controparte ne avesse compreso le intenzioni, o, più probabilmente, ne avesse percepito la rinnovata vigoria psicologica, morale, l'uomo serpente apparve, al contrario, incredibilmente titubante nel confronto con la prospettiva di concederle simile occasione e, in ciò, invece di riproporre immediatamente il proprio attacco nei suoi confronti, allo stesso modo in cui, dopotutto, aveva agito sino a quel momento, si e le concesse, per la prima volta, un'inattesa occasione di pausa, un'interruzione riflessiva, utile a prendere in esame lungo quale via spingere i propri passi in un confronto che, anche innanzi alle sue possibilità di considerazione, non avrebbe potuto evitare di essere giudicato qual eccessivamente protrattosi.
« Maledizione… mi hai bellamente ignorata sino a questo momento e proprio ora decidi di concedermi possibilità d'ascolto?! » commentò ella, aggrottando la fronte con inevitabile ammirazione per quel mostro, dopotutto sufficientemente riflessivo, e non semplicemente istintivo, da evitare di spingersi in maniera troppo banale in una trappola da cui, speranzosamente per lei, non avrebbe più avuto occasione di uscire « Avanti! Sfodera le tue zanne, mostrami ciò di cui sei capace… vieni a addentarmi, o temi, forse, che il tuo veleno possa risultare del tutto inefficace a mio confronto? »
Incapace di apprezzare le parole a sé rivolte, e pur evidentemente in grado di comprendere, di percepire a livello empatico le emozioni celate nell'animo e nel cuore della propria avversaria, l'essere dimostratosi apparentemente invulnerabile non si concesse, innanzi a lei, con così tanta ingenua foga da porre stolidamente in pericolo la propria esistenza, nell'essere stato posto in effettivo allarme dall'improvvisa fiducia in sé da lei similmente sbandierata, tale da permettere di prevedere come, probabilmente, in conseguenza di un nuovo attacco, di una nuova offensiva, ella non si sarebbe più impegnata nella volontà di una rapida fuga dalla morte certa su di lei così imposta, quanto, piuttosto, sarebbe forse persino corsa incontro a tale minaccia, al solo scopo di affrontare il pericolo lì per lei rappresentato e negare, in tal modo, ogni interrogativo associato al medesimo. Simile repentino mutamento nell'atteggiamento, nell'animo della donna, non avrebbe potuto essere ignorato da un qualsiasi animale, da una qualsiasi bestia anche dove del tutto priva di particolari unicità, qual pur quel mostro stava apparendo al confronto con l'esperienza propria della sua oppositrice, e, tanto meno, avrebbe potuto allora essere rapidamente archiviato, e conseguentemente ignorato, qual semplice casualità, inconsistente minaccia.
« Per essere un mostro apparentemente privo di cefalo, devo ammettere come tu stia dimostrando maggiore giudizio critico rispetto a un'ampia maggioranza prima te… » riconobbe la Figlia di Marr'Mahew, nell'offrirgli legittimo tributo per i meriti allora ampiamente dimostrati « Ora, per bontà divina, vuoi deciderti ad attaccarmi, così da non prolungare questo balletto un istante più del dovuto? Sai… ho degli impegni per cena. E, tuo malgrado, alcuno fra essi prevede la mia presenza qual cena. »
Ignorando ogni impegno verbale in sua opposizione, in sua sfida, tuttavia, l'uomo serpente si concesse ancor meno bramoso di confronto rispetto a prima a seguito di quell'ultimo intervento, di quell'ultima presa di parola da parte della mercenaria, ormai eccessivamente sprezzante nei suoi confronti da negargli qualsiasi interesse nei propri riguardi. E così, paradossalmente, incredibilmente, in contrasto a qualsiasi aspettativa propria della sua avversaria e, ipoteticamente, di chiunque altro sarebbe potuto esser allora schierato in sua opposizione, la creatura dimostrò, al contrario, una chiara volontà a disimpegnarsi da quel confronto, da quella sfida, nel tentativo di allontanarsi da lei, di riprendere la politica di fuga inizialmente pur apparsa qual propria per il medesimo.
« Non voglio crederci! » sussurrò ella, sinceramente sorpresa da simile iniziativa, da quella ricerca di evasione da parte del proprio avversario, pur impostosi, sino a quel momento, qual chiaramente a lei superiore nel duello in corso « Lo giuro… per quanto lo stia vedendo, non voglio crederci! » scosse il capo stupefatta, probabilmente preparata a qualsiasi eventualità ma non a quella, non a quel risvolto del tutto imprevisto e, forse, persino imprevedibile.
giovedì 13 maggio 2010
853
Avventura
019 - Caccia all'uomo
Solo una corretta, e istintiva, reazione al colpo impostole, alla brutalità dell'aggressione da lei subita, probabilmente imprevista da entrambe le parti in gioco e pur dimostratasi più efficace di qualsiasi altro tentativo sino ad allora compiuto da parte del mostro, permise alla donna guerriero di conservare lucidità, coscienza, a seguito dell'incredibile volo così compiuto, in conclusione al quale ella era inevitabilmente ricaduta a terra con irruenza tale, non solo da negarle ogni possibilità di respiro per qualche istante, ma, anche, da privarla di ogni residuo d'aria nei propri polmoni, in un alto e incontrollato gemito necessariamente derivante da simile patimento. Se anche, infatti, quell'attacco non avrebbe potuto essere considerato qual uno fra i peggiori mai subiti nella propria intera esistenza, neppur avrebbe potuto da lei essere giudicato qual piacevole, gradevole, né a livello meramente fisico né, tantomeno, a livello psicologico, qual espressione di un altro proprio errore, di un'ingenuità tattica che, fortunatamente, non le era costata la vita, ma che avrebbe tranquillamente potuto segnarne la fine. Ancora priva di respiro e di fiato in corpo, con la vista temporaneamente annebbiata per il dolore insistentemente comunicato all'attenzione della sua mente da tutte le sue ossa e le sue membra, con particolare riguardo per quelle site lungo la sua schiena, Midda si costrinse, comunque, a risollevarsi da terra e a cercare di allontanarsi quanto più rapidamente da quel punto e dal proprio avversario, onde evitare di restare così eccessivamente esposta ai capricci, alle possibili offese dell’altro.
Una scelta, quella in tal modo da lei abbracciata, resa propria nonostante la difficoltà propria di un tale movimento, di un simile impegno, che, immediatamente, ebbe occasione di dimostrarsi tutt'altro che sconsiderata, dal momento in cui l'uomo serpente non si concesse, effettivamente, alcuna occasione di incertezza, alcuna possibilità di dubbio e, estremamente rapido, mortalmente deciso, tentò nei suoi confronti una nuova aggressione, certo di poterla, ora, raggiungere e dominare, di poterla finalmente sconfiggere, avvelenare, uccidere e, probabilmente, anche nutrirsene. Sollevatosi da terra, erettosi nuovamente in tutta la propria altezza con gesti sinuosi e ricchi di una naturale eleganza, il mostro non perse un solo istante e, con violenza, tornò nuovamente a precipitare verso di lei, per poterla inchiodare senza pietà al suolo, quasi fosse un semplice topolino di campagna nel confronto con quella sua mole, con una vigoria nettamente superiore.
« Thyres… » ansimò soffocata, in un richiamo, un'invocazione immancabilmente rivolta alla propria dea qual segno di concreta fiducia in lei, o, più probabilmente, di irrinunciabile abitudine innanzi a un chiaro segno di pericolo, volontariamente ricercata nonostante una concreta e assoluta impossibilità a esprimersi, ancora frastornata e, soprattutto, impegnata a dedicare ogni propria attenzione, ogni propria energia, alla propria salvezza, ben lontana dal poter essere data per certa, per assoldata allo stato attuale dei fatti.
Obbligata dalla situazione a rifiutare ogni possibilità di requie, la Figlia di Marr'Mahew rotolò in maniera sì priva di grazia, ma estremamente efficace, oltre alla posizione in cui, in assenza di simile evasione, il proprio avversario l'avrebbe definitivamente abbattuta, riuscendo a schivare quella nuova offensiva per uno scarto sì infinitesimale da poter perfettamente percepire il movimento dell'altro alle proprie spalle, la pelle ruvida e vellutata del medesimo strofinarsi con foga contro la propria schiena, in una frizione tale da imporle una sensazione di bruciore, quasi fosse stata legata per le gambe a un cavallo in corsa e trascinata attraverso le vie ghiaiose di una città. Simile rinnovato e spiacevole dolore, comunque, ebbe anche il pregevole effetto di imporle una rapida ripresa, una veloce riconquista delle proprie capacità mentali, tali da farle proseguire nel gesto così accennato e, un istante dopo, ritornare con ritrovata eleganza a una postura eretta, ora assumendo una necessaria posizione di guardia, là dove, nonostante l'implicita ammissione di inferiorità propria di quella sua scelta, di quella sua iniziativa, non avrebbe potuto permettersi alcuna possibilità alternativa, nella volontà di riservarsi un'occasione utile ad assistere alla successiva alba o, anche solo, alla conclusione stessa del tramonto in corso.
Soddisfatta per il risultato precedentemente ottenuto, per l'insperato successo nel confronto con quella nemica, la creatura decise allora di tentare nuovamente un attacco similare a quello già condotto con successo a termine, contraendo, improvvisamente, tutto il proprio corpo e ricercando in ciò, ancora una volta, contatto con quello di lei, per spazzarlo con foga anche superiore a quella prima riservatale senza effettiva malizia, senza alcuna premeditazione di sorta. In questa occasione, tuttavia, tanto impegno non riuscì a essere adeguatamente compensato, nel vedere la mercenaria reagire con sufficiente prontezza, con adeguata tempestività, utile a proiettarsi al di sopra dell'arco percorso dalla violenza di quell'atto, roteando agilmente oltre il corpo avversario e, lì sopraggiunta, cercando addirittura nuovamente di fendere il corpo avversario con la solidità propria dell'improvvisata arma rappresentata da quel femore spezzato, gesto destinato, comunque e prevedibilmente, a ritrovarsi a essere vanificato nel contrasto con la salda elasticità propria di quella particolare epidermide.
« Se solo avessi la mia spada, non ti mostreresti più tanto sicuro di te… » commentò ella, storcendo le labbra di fronte al nuovo insuccesso ottenuto e, peggio ancora, ritrovandosi immediatamente costretta all'ennesima capriola utile a sfuggire all'immediata reazione avversaria.
Tutt'altro che scoraggiata nel confronto con l'apparente invulnerabilità propria di quel nemico, la Figlia di Marr'Mahew impegnò allora la sua mente a prendere in esame ulteriori possibilità di successo in tale confronto, in simile sfida.
A proprio vantaggio, ella non avrebbe potuto evitare di considerare i successi caratterizzanti il proprio stesso passato nel confronto con numerose creature che, similmente a quell'uomo serpente, avevano dimostrato un'apparente, o una concreta, invulnerabilità cutanea. Nel confronto con un ippocampo, sulla cui coriacea pelle neppure la meravigliosa lama di una propria antica, e poi purtroppo perduta, spada era stata in grado di prevalere, a esemplificazione di tale concetto, ella aveva potuto riportare successo individuando l'unica via attraverso la quale poter imporre la morte al proprio avversario, infilando il proprio braccio destro nella profondità della sua terribile bocca rivestita da denti incredibilmente affilati, al solo scopo di raggiungerne il cervello con un uncino. Simile tattica, successivamente, era stata anche utilizzata nella sfida contro uno scultone, mostro gigantesco dallo sguardo pietrificante al pari delle gorgoni, nelle cui fauci, addirittura, ella si era slanciata integralmente, facendosi da esso apparentemente divorare al solo fine di poter, in tal modo, riservarsi accesso diretto al suo cranio e scavarsi, attraverso il medesimo, una via per la fuga. Simile tattica, tale strategia, per quanto già più volte adottata con gradito successo, non avrebbe potuto essere considerata da lei applicabile al contesto attuale, là dove, a proprio svantaggio, avrebbe dovuto considerare l'assenza di un arto destro in solido metallo da poter contrapporre al proprio avversario e, ancor peggio, il veleno proprio di quelle zanne simili a pugnali, in conseguenza del più semplice contatto con il quale, anche ove conquistata una possibile vittoria, alcuna occasione per gioire della medesima le sarebbe pur stata riservata.
Incerta sulla tattica nella quale potersi impegnare, per quanto certa dell'esistenza di una via, di una strada per raggiungere la vittoria bramata, consapevolezza in virtù della quale mai si sarebbe arresa in tale confronto, in simile sfida, la donna dagli occhi color ghiaccio fu, nel mentre delle proprie riflessioni, nuovamente costretta a ricercare evasione da una terza offensiva del proprio avversario, da un nuovo gesto del tutto equivalente ai precedente, e ancor, suo malgrado, estremamente prossimo a colpirla, a renderla propria, in un costante miglioramento del propri attacchi tale da doverla preoccupare, ove, così proseguendo, entro breve forse non sarebbe più stata in grado di evitarlo, di evadere da quella furia.
« Stai diventando estremamente ripetitivo. » lo rimproverò, aggrottando la fronte, non rinunciando, proprio in quel momento di particolare pericolo, di sincera e naturale crisi, alla propria ironia, e alla possibilità di relazionarsi verbalmente con il proprio quieto nemico, qual innegabilmente utile valvola di sfogo psicologico « Continua a dimostrarti così noioso, privo di fantasia e iniziativa, e ti assicuro che ti ritroverai a giocare da solo… » lo minacciò, in una scelta di termini probabilmente non appropriata, dal momento in cui avrebbe potuto offrire spazio anche a ipotesi tutt'altro che positive a suo stesso riguardo.
mercoledì 12 maggio 2010
852
Avventura
019 - Caccia all'uomo
Distrutta con furia la pur debole fascia preposta, in contrasto a ogni sua volontà, al contenimento delle sue fauci, la creatura si erse per oltre sette piedi d'altezza nel confronto con la propria avversaria, nell'evidente desiderio di definire l'esatta misura della propria superiorità rispetto a lei e, contemporaneamente, di riservarsi una posizione di controllo sulla medesima. In tal modo, infatti, il mostro avrebbe potuto dominare su ogni gesto della controparte, e, soprattutto, avrebbe potuto riservarsi, a propria volta, occasione d'offesa su di lei, senza, in tutto questo, concederle possibilità di previsione sulla traiettoria che avrebbe potuto seguire nel proprio attacco, che avrebbe potuto caratterizzare quanto sarebbe così apparso prossimo al volo in picchiata di un rapace o, in termini più appropriati, all'impeto di un cobra verso la propria preda.
« No, scusami. Fammi comprendere. » esclamò la donna guerriero posta a confronto con una simile scelta, ora imponendosi assoluta immobilità per non scatenare un nuovo attacco verso di sé, almeno sino a quando non avrebbe avuto occasione di riservarsi idea su come evitarne le conseguenze peggiori, quelle derivanti da una propria violenta sconfitta « Prima, mi fai cadere a terra e, ora, solo perché mi sono permessa di protestare per questo, ti rimpettisci in cotale maniera?! » scosse il capo, in segno di biasimo « Non ci si comporta così… assolutamente… »
Ancora una volta, nel mentre di tali parole, utili a permetterle di considerare il proprio avversario pari a semplice creatura mortale e non essere superiore e invincibile, di fronte al quale era, ancor peggio, offerta proprio malgrado addirittura disarmata e incatenata, ella non concesse requie alla propria mente, cercando di prendere in esame ogni alternativa possibile, ogni strategia per lei attuabile in quel frangente, nella consapevolezza di quanto, persino per il migliore fra tutti i guerrieri, inutile sarebbe stata la forza fisica o la più affilata fra tutte le lame in assenza di un'accurata, e necessariamente rapida, analisi della situazione così impostagli dal fato, utile a comprendere entro quali obiettivi, quali percorsi impegnarsi a incanalare i propri sforzi, le proprie energie, e quali, invece, evitare, nel desiderio di massimizzare le proprie possibilità di vittoria e minimizzare quelle di morte certa.
A dispetto di quanto le sarebbe potuto essere lì offerto se quel rifugio fosse stato realmente occupato da un branco di predoni del deserto, ladri e tagliagole bramosi solo di incrementare le proprie ricchezze a discapito di chiunque si fosse posto sul loro cammino, alcuna evidenza di spade, pugnali, lance, alabarde o altre armi di sorta le era stata offerta all'interno dei ruderi di quella piramide, negandole, così, ogni speranza, ogni pensiero rivolto all'idea di impossessarsi delle medesime e sfruttarle contro quel temibile avversario. Privata della possibilità di ricorrere al proprio braccio metallico, e avendo ora così perduto anche il proprio litham, dimostratosi alfine, per quanto pur in maniera effimera, utile nella propria presenza al suo fianco, ella avrebbe potuto considerare, qual a sé offerti in aiuto, unicamente gli abiti attualmente indossati, i resti della propria tunica gettati a terra non lontano da lei, nonché tutte le ossa lì ordinatamente sparse, le quali, con sufficiente fortuna, si sarebbero potute anche rivelare utili risorse in contrasto al mostruoso rettile. Nelle proprie catene, di quel ferreo vincolo imposto attorno alla sua vita, al suo braccio destro e a solida congiunzione fra tali punti, purtroppo, ella non avrebbe cercare alcuna possibilità d'aiuto, dal momento in cui, suo malgrado, le stesse erano state accuratamente studiate in modo tale da impedirle non solo qualsiasi occasione di movimento per il suo arto metallico, quanto, ulteriormente, qualsiasi eventuale riutilizzo di tale mezzo per un possibile scopo offensivo, che si sarebbe dimostrato in assoluto contrasto con i principi propri dell'evento caratterizzante quella giornata oltre che, peggio, del tutto contraddittorio con la necessità stessa di impedirle l'impiego del proprio stesso braccio.
« Pensi di restartene là in alto ancora per molto? » domandò la mercenaria nel rivolgersi alla volta del proprio avversario, aggrottando la fronte nella volontà di esprimere un chiaro sentimento di insoddisfazione verso di lui per tale mancanza di reattività, nonostante, sino a quel momento, ancora poche sarebbero potute essere da lei conteggiate le strategie elaborate e degne di attenzione, meritevoli di interesse, alcuna delle quali, purtroppo, avrebbe potuto conquistarsi la sua fiducia al punto tale da poterla considerarla attuabile « Almeno ti rendessi utile: non ti accorgi di quanto questo posto sia in condizioni veramente pietose? Potresti impegnarti al fine di offrire ai tuoi ospiti un ambiente migliore… »
Impossibile sarebbe allora stato definire se la reazione dell'uomo serpente sarebbe dovuta essere giudicata qual conseguenza delle parole della donna, sicuramente per l'insistenza di quel suo vociare ancor prima che per un'effettiva comprensione nel merito delle medesime, o, più banalmente, di un maturato desiderio di conclusione nei riguardi di quel confronto, di quella sfida dal suo punto di vista del tutto imprevista e, certamente, sgradevole e sgradita. A prescindere, però, dalle ragioni proprie di quel gesto, quanto si pose lontano da ogni possibilità di dubbio, di incertezza, fu la nuova offensiva che il mostro volle riservarsi in contrasto alla mercenaria dagli occhi color ghiaccio, scagliandosi dall'alto della propria posizione verso di lei con una velocità e un'energia a dir poco impressionanti, tali da non riservare a un proprio qualunque avversario alcuna occasione di evasione, alcuna speranza di fuga.
Per propria fortuna, tuttavia, la Figlia di Marr'Mahew non doveva la propria fama, la propria nomea, a semplici voci, a banali chiacchiere, quanto a un'esperienza maturata in anni trascorsi fra conflitti e battaglie di ogni genere, tali da averla addestrata, da averla formata, a non cercare affidamento unicamente ai propri sensi, alle proprie percezioni, quanto, ancor più, alle proprie intuizioni, utili a garantirle la possibilità di difendersi da un attacco mirato alle proprie spalle anche ove impegnata nel contrasto a un nemico sul proprio fronte, situazione assolutamente consueta in un qualsiasi combattimento in zona, senza necessità di citare, qual ulteriore riprova, particolari situazioni al limite dell'incredibile. Così, anche in quell'occasione, ella non si propose passiva nel confronto con il proprio nemico, comprendendo di dover fuggire dalla violenza del suo colpo ancor prima che il medesimo fosse effettivamente scagliato, e, in questo, garantendosi la possibilità di evadere a un attacco dal quale non avrebbero potuto ritrovare altrimenti speranza di sopravvivenza, di salvezza.
Rotolata, con eleganza, con grazia forse discutibile, ma efficacia lontana da ogni occasione di dubbio, lontana dalla letale traiettoria compiuta dal mostro, ella non si concesse allora neppure un istante di incertezza, un effimero momento di dubbio, recuperando immediatamente posizione eretta e, nel contempo di tale atto, ritrovando stretto nella propria mancina un lungo osso, probabilmente il femore di un cavallo, che, in un gesto rapido, riuscì a scheggiare, a infrangere con abile maestria, per ricercare in esso non la morbidezza di un'estremità tondeggiante, quanto la violenza propria di una pericolosa punta. E in tal modo finalmente armata, la donna guerriero si catapultò immediatamente nella direzione del proprio avversario, dell'enorme serpe ancora prossima al suolo, lì in necessaria conseguenza di un attacco appena concluso e dell'incertezza derivante dal medesimo, dall'incomprensione sulle modalità della pur effettiva salvezza raggiunta dalla propria controparte, nella volontà di poter approfittare del disorientamento da esso dimostrato in suo stesso contrasto, per coglierlo di sorpresa e trafiggerlo, o almeno tentare i farlo, con la propria improvvisata arma ossea.
Purtroppo, nonostante l'energia da lei imposta nel proprio affondo, quel femore scheggiato a nulla valse nel contrasto con la pelle della creatura, scivolando su di essa senza neppure scalfirla, venendo respinto con spiacevole tensione elastica all'indietro.
« Thyres. » imprecò, storcendo le labbra e cercando, in conseguenza a tale insuccesso, di ritrarsi rapidamente, prima di poter essere facile preda per il proprio nemico « Una pelle decisamente coriacea… »
Ma la velocità da lei dimostrata in questa nuova occasione non si concesse, suo malgrado, qual sufficiente, nel lasciarla esposta a una rapida reazione da parte dell'uomo serpente, il quale, con una contrazione improvvisa del proprio corpo, dei muscoli della propria lunga coda, la respinse con incredibile impeto lontana da sé, proiettandola in aria per diversi piedi di lunghezza e di altezza, quasi semplice granello di polvere in proprio contrasto.
martedì 11 maggio 2010
851
Avventura
019 - Caccia all'uomo
In contrasto a quanto pur ella si stava attendendo qual naturale sviluppo per la situazione in cui si era ritrovata a essere, per quella salda presa, quella morsa forse inviolabile imposta attorno al proprio corpo da parte della coda dell'essere, il medesimo non sembrò, altresì, intenzionato a tentare di stritolarla, di rompere le sue ossa, quanto più, banalmente, di avvicinarla a sé, al proprio volto. Fu in tal modo che alla mercenaria venne riconosciuta, finalmente, occasione per studiare da vicino il proprio avversario e per comprendere, in ciò, con assoluta chiarezza, le ragioni proprie di quella scelta, di quella strategia apparentemente clemente, pietosa, nei suoi riguardi, che tale non sarebbe ovviamente dovuta essere giudicata.
Il capo di quell'essere, sino a quel momento rimasto in ombra, negato all'attenzione della donna guerriero, si dimostrò chiaramente ispirato, nelle proprie fattezze, nelle proprie forme e nei propri colori, ai pericolosi cobra del deserto: mostrando un profilo particolarmente largo e allungato in avanti, ma privo di un concreto spessore, quasi piatto, esso era, altresì, reso in apparenza più marcato, nelle proprie forme, nella propria sagoma, da una duplice estensione laterale ai bordi del suo collo, un cappuccio quasi ellittico, probabilmente di natura mobile, tale da essere similmente enfatizzato solo in momenti di particolare tensione, offrendogli, in ciò, in assoluta coerenza con i suoi cugini minori, un'occasione utile per incutere maggiore timore psicologico ai propri avversari, ai propri nemici, nel dimostrare maggiore possanza rispetto a quanto pur propria. Le scaglie della sua pelle, in tonalità quasi metalliche, simili al bronzo e all'oro, al contempo ruvide e vellutate, per quanto tale immagine sarebbe potuta apparire paradossale, si imponevano proprio attorno alle spalle e oltre, a risalire, con un maggiore dettaglio, con una trama più visibile rispetto a quella riservata lungo l'intero suo corpo, quasi a sottolineare una robustezza estremamente marcata, una solidità particolarmente accentuata in quel punto rispetto al resto della sua epidermide, in una zona là dove, dopotutto, maggiore sarebbe stata l'esigenza di protezione, di difesa nel confronto con possibili attacchi esterni. I suoi occhi, piccoli e tondi, completamente bianchi e situati l'uno in opposizione all'altro ai lati del suo viso, se osservati con superficialità, avrebbero potuto offrire un'erronea impressione di cecità, per quanto tale presunzione non avrebbe, in verità, potuto ritrovare particolare sostegno nei suoi movimenti, nei suoi gesti, dotati di una sicurezza assoluta, di una confidenza con l'ambiente a sé circostante priva di ogni possibilità di dubbio, a meno di non voler far propria l’ipotesi di un diverso genere di vista, di una diversa capacità di interrelazione sensoriale da parte della creatura con il mondo a sé circostante, eventualità che, in effetti, la donna guerriero non avrebbe potuto evitare di prendere al vaglio, nel non poter escludere nulla in maniera pericolosamente superficiale o stolidamente aprioristica. E se già, nella forma del proprio capo e nella presenza di quelle estensioni ai lati del suo collo, quell’essere avrebbe potuto chiaramente evocare l'immagine di un cobra, a eliminare qualsiasi possibilità di dubbio nella propria controparte in tal senso, a negare in lei ogni altra idea supposizione nel merito delle ragioni alla base dell'apparente assenza di interesse a ricercare nella potenza delle proprie spire, nonostante le sue dimensioni smisurate, il proprio vero fattore di forza, la propria concreta pericolosità verso un qualsiasi avversario qual costrittore, le due zanne, simili a lame ricurve nella propria forma e nelle proprie proporzioni, che esso mostrò aprendo la propria bocca e dilatando le proprie fauci oltremisura, evidenziarono quanto nel proprio veleno quell'uomo serpente avrebbe altresì riposto la propria fiducia in un combattimento: un veleno al contatto con il quale, probabilmente, alcuna speranza di salvezza, alcuna occasione di misericordia, sarebbe stata riservata al malcapitato così condannato.
« Immagino che nessuno ti abbia offerto, prima d'oggi, i propri complimenti per il tuo splendido sorriso… o sbaglio?! » commentò la mercenaria, ricorrendo all'ironia, allo scherno, qual mezzo per esorcizzare i propri pur naturali timori mortali, per umanizzare il proprio avversario e renderlo, nel confronto con la sua stessa psiche, non quale un mostro orrendo e forse impossibile da sconfiggere, quanto piuttosto un avversario come altri, che presto o tardi sarebbe stato da lei vinto, sarebbe caduto come già molti prima di lui « Eppure, ti assicuro che non ho mai avuto occasione, in passato, di ammirare dei denti pari ai tuoi… »
Nel mentre di tali parole, che avrebbero potuto esser pur fraintese qual segnale di distrazione da parte della donna guerriero, ella si impegnò altresì con assoluta concentrazione, nonché con la libertà di movimento comunque propria del suo braccio mancino, posto in tale favorevole condizione sia perché estraneo alla spiacevole presenza di catene a vincolarne il movimento, sia perché esterno all’imposizione pur soffocante di quella stretta attorno al proprio corpo imposta dall'avversario, al solo scopo di manipolare la lunga fascia del litham, per ottenere, con esso, unica arma in quel momento concessale, una sorta di cappio. Per l’impiego di simile risorsa, tuttavia, ella attese con innegabile pazienza, gelido autocontrollo, l'occasione offertale da un'inevitabile ed estrema vicinanza con il capo del proprio avversario, con quelle zanne, delle quali più semplice graffio avrebbe sicuramente decretato la sua prematura scomparsa: agire con eccessivo anticipo, del resto, avrebbe rappresentato non semplicemente un gesto trasparente di sentimenti di isteria, quanto, piuttosto, una vera e propria dimostrazione di stolidità, nello sprecare, in tal modo quella che, in simile frangente, sarebbe probabilmente dovuta essere considerata la sola possibilità riservatale, la sola speranza di sopravvivenza lì riservatale. Così, solo quando fu condotta a essere tanto prossima alle fauci della creatura da poter giudicare, a ragion veduta, la spiacevole qualità del fetore proveniente dalla profondità della sua gola, delle sue fauci, la Figlia di Marr'Mahew si mosse, con rapidità non inferiore a quella dimostrata dal proprio nemico, con destrezza e precisione degna di lode e meritevole della sua fama, al fine di condurre il proprio litham, conformato simile a capestro, sebbene non di solida corda, non di efficace più canapa, ad avvolgersi attorno al muso rettile del proprio avversario, immediatamente stringendo con forza, con decisione, il nodo in tal modo conformato allo scopo di costringere il mostro a richiudere improvvisamente quell'oscuro e orrido pozzo prima aperto sul suo destino.
« Scusami… ma ti assicuro che essere sottoposta a quell'oscenità che ti ostini a definire qual alito, è una punizione già più che sufficiente per ogni colpa a me potenzialmente imputabile! » commentò ella, avvolgendo ancora, più volte, il tessuto attorno a quella bocca, nell'approfittare, in ciò, dello stupore, della sorpresa pur necessariamente derivante da simile offensiva.
Effettivamente vasto e sincero, fu lo sconcerto nella creatura in conseguenza a quell'attacco inatteso, e, dal suo personale punto di vista, addirittura inattendibile, là dove mai alcuna propria preda si era mai similmente ribellata alla morte certa promessa dalle sue zanne, dai suoi denti aguzzi, al punto tale da far perdere al rettile la precedentemente conquistata aderenza con la parete alle proprie spalle, con quei pur precari punti d'appoggio ricercati al solo scopo di condurre la propria aggressione ai danni di quella donna umana, costringendo, pertanto, il mostro a precipitare con violenza a terra, e ad allentare, in conseguenza ciò, in maniera incontrollata, la propria presa sulla controparte, la morsa imposta su di lei, tanto quanto sufficiente a concederle possibilità di evasione, di fuga da tale pressione.
« Per Thyres… maledizione! Cerca di fare più attenzione! » protestò, in una falsa imprecazione con tono volutamente modulato ad apparir polemico, critico in conseguenza della caduta nella quale ella stessa era stata così fragorosamente coinvolta, pur approfittando della stessa per sfuggire, con un’agile capriola, alla prigionia e ritrovare, rapidamente, il proprio equilibrio, nonché l’indipendenza prima negatale.
« Avremmo potuto farci decisamente male tutti e due. » lo rimproverò, subito dopo, impegnandosi a riservare un necessario, giusto spazio fra loro, tale da poterle permettere maggiore occasione di manovra e, soprattutto, di sperare, in qualche modo non meglio definito, di poter prevalere in quel confronto « Che ti serva di lezione. Come diceva sempre mio padre: mai giocare con il cibo! »
Tutt'altro che sconfitto, l'uomo serpente superò con celerità l'effimero istante di stupore, di sbalordimento conseguente alla reazione della propria nemica, recuperando a sua volta il proprio equilibrio e, subito, impegnando le proprie estremità artigliate al solo scopo di liberare il suo stesso muso da quella spiacevole presenza posta a suo contenimento, nel dimostrare in tal senso, nel mentre di simile impegno, trasparentemente irritato per quanto occorso, per quell'offesa arrecatagli, benché, al momento, più morale che fisica, più psicologica che corporale.
lunedì 10 maggio 2010
850
Avventura
019 - Caccia all'uomo
Il cammino nell'oscurità, condotto con passo prudente e sensi tesi oltremisura, nella chiara necessità di sforzarsi di percepire qualsiasi minimo segnale di pericolo proveniente dalla realtà a sé circostante, riservò alla mercenaria meno pericoli, meno imprevisti, di quanti ella non ne avesse temuti, conducendola, lentamente ma inesorabilmente, sino al cuore di quella costruzione fatiscente senza imporle alcuna occasione di scontro, alcun agguato da parte di uno o più nemici. In un clima di decisa tranquillità, pertanto, le fu allora permesso di giungere assolutamente incolume là dove l'assenza di un'elevazione verticale per la costruzione si imponeva con prepotenza tale da negare persino un qualsivoglia soffitto sopra la testa della stessa donna guerriero, nel restituirle, in ciò, inattesa, non sperata e pur gradita, possibilità di confidenza con il mondo attorno a lei, nella luminosità caratteristica di un giorno ancora non concluso, di un sole ancora non tramontato, non scomparso oltre l'orizzonte occidentale.
Fu proprio in quel momento, in immediata conseguenza al suo ingresso in quella nuova area, che, ancora rapido e fuggevole nei movimenti, quasi a indicare un sentimento di timore ancor prima di un desiderio di offesa, il profilo serpentino già intuito precedente, e frettolosamente attribuito a una gorgone, fuggì nuovamente innanzi allo sguardo della propria avversaria lì sopraggiunta, nel non concederle, in ciò, alcuna possibilità, alcuna occasione per comprendere, effettivamente, con qual genere di creatura stesse avendo a che fare, stesse cercando occasione di confronto.
« Ma che ambiente ameno e pieno di vita… » commentò ella, con tono tranquillo, consueto, non particolarmente moderato e non eccessivamente sostenuto, nel non riservarsi ragioni di sorta per desiderare negare l'evidenza della propria presenza all'interno di quello spazio, là dove già nota alla propria controparte, e neppur, però, di forzare la mano al proprio o ai propri avversari, almeno per quel primo momento, mancandole ancora una sufficiente confidenza con il medesimo e, ancor più, con l'ambiente a sé circostante, il teatro candidato per il loro scontro « Immagino che questa sia casa tua… chiunque tu sia… »
In epoche remote probabilmente caratterizzata da una magnificenza e da un'imponenza prive d'eguali, una sala enorme fu quella che, in tal inattesa evoluzione, venne incontro allo sguardo della nuova arrivata, aprendosi innanzi a lei, nonché alla sua destra e alla sua sinistra, quale una sconfinata piazza, maggiore rispetto a ogni reale spiazzo cittadino sino a quel momento da lei incontrato, e proporzionata, in tale immane estensione, alle dimensioni dell'architettura eretta attorno a sé. Di ciò che, un tempo, lì doveva essere stato, ormai, solo l'idea, l'ombra effimera, sarebbe potuta essere individuata, ove, malgrado tutto, il trascorrere degli anni, dei secoli, probabilmente, nonché l'azione di saccheggio compiuta dagli stessi abitati della vicina città per l'edificazione del proprio nuovo insediamento, aveva cancellato ogni immagine, ogni simbolo di quanto, concretamente, sarebbe potuto essere stato lì offerto a un possibile osservatore. In tanto splendore, ormai non più presente ma comunque facilmente intuibile, immaginabile, soprattutto nel confronto psicologico con corrispettive strutture, quali, prima fra tutte, quella in cui la stessa mercenaria dagli occhi color ghiaccio era stata recentemente giudicata dal magistrato, nonostante tutta la propria onesta ignoranza nel merito della cultura e della storia shar'tiagha, anch'ella non poté allora negarsi immediata e corretta comprensione sull'utilità storica di quello spazio, oggi trasformato nel covo di un'ancora ignota creatura rettile, ma in passato sicuramente un tempio, luogo di culto non dissimile all'idea per lei più consueta di tale concetto.
« Un tempio perduto, sconsacrato, in una città dimenticata, segnata da un infausto passato, infestato da una creatura mostruosa, certamente carnivora. » osservò sorridendo, quasi divertita dall'ironia del fato nei propri confronti « Sembra che determinati scenari non possano proprio abbandonarmi, a prescindere da quale angolo di mondo io mi impegni a raggiungere… »
Nella contemplazione della vasta sala attorno a sé, che avrebbe potuto tranquillamente ospitare, al proprio interno, diverse centinaia di persone, ella non poté evitare di cogliere la presenza di numerose ossa sparse in maniera apparentemente ordinata, nell'essere raggruppate in diversi piccoli tumuli, per tutta l'area lì proposta, macabra e inquietante scoperta che, pur, non fu in grado di sorprenderla, di coglierla di reale sorpresa, nel proporsi qual risvolto più che atteso nel confronto con quell'ambiente e il suo particolare inquilino, così come, dopotutto, da lei già affermato, già annunciato.
In verità, dal suo particolare punto di vista, effettivamente straordinario in quel ritrovamento sarebbe dovuta essere, e fu, considerata la natura di quelle ossa, le quali, a dispetto di quanto ella stessa avrebbe ritenuto ovvio, avrebbe considerato naturale dato l'ambiente e la situazione, non parvero proporre una natura umana, quanto più chiari tratti animali: attorno a sé, infatti, Midda fu in grado di riconoscere resti appartenuti a sciacalli, a cavalli, a piccoli roditori e, persino, a rapaci di diverse dimensioni, tali da definire una dieta decisamente variegata, particolarmente ricca, ma dalla quale, nonostante tutto, sembrava essere stata esclusa proprio la carne umana, almeno nei limiti di quanto a lei visibile, fisicamente prossimo.
« Che situazione affascinante. » non poté evitare di sottolineare anche verbalmente, nel mentre in cui la sua mancina corse, ora, a raggiungere il fagotto ancora presente alla propria cintola, per svolgerlo e prendere possesso, in ciò, della lunga fascia propria del litham, quanto di più prossimo a un'arma le sarebbe stato allora offerto in quel momento « Devo forse credere che questo mostro non sia interessato a banchettare con le mie dolci membra? Sarebbe un evento assolutamente affascinante… inedito, direi… »
Riservandosi occasione di ragionare sugli indizi così presentati, effettivamente, la Figlia di Marr'Mahew avrebbe potuto allora giungere a quell'insolita conclusione, a quella possibilità mai presentatale innanzi, in passato, costituita da una creatura mitologica non interessata a pulirsi i denti entro la carcassa di un malcapitato essere umano avventuratosi, più o meno volontariamente, entro i limiti propri della sua tana, del suo rifugio o, più in generale, del suo territorio di caccia.
Ma se anche un legittimo dubbio, in quel momento, in tale situazione, avrebbe allora potuto essere formulato nel merito dell'interesse proprio di quella creatura, di quel mostro, nel nutrirsi delle morbide carni della propria avversaria o nel bere del suo caldo sangue, alcuna occasione di incertezza, alcuna possibilità di fraintendimento il medesimo volle subito riservare alla propria antagonista nel merito della propria ostilità, decidendo, dopo un'eccessivamente prolungata politica di fuga, di timorosa ritirata dinnanzi a lei, di concedersi occasione di reazione in conseguenza di quell'invasione della propria dimora, in un'offensiva del tutto inattesa dalla mercenaria, in quanto, straordinariamente, proveniente addirittura da dietro di lei, da sopra di lei, nella sola direzione in cui ella non avrebbe ritenuto necessario dover ricercare il proprio obiettivo, il proprio antagonista. E così, agendo con discrezione assoluta, con movimenti silenziosi, degni del serpente chiaramente espresso nella sua stessa natura, quel mostro mosse la propria lunga coda verso la propria preda, cogliendola di sorpresa e avvolgendola, alla vita, in un rapido istante, negandole ogni possibilità di movimento, di evasione, e sollevandola, senza apparente sforzo, da terra, quasi semplice insetto alle prese con un avversario a sé eccessivamente superiore, in dimensione e forza, per poter sperare in una qualsiasi possibilità di competizione.
« Thyres! » gemette la donna guerriero.
Rimproverandosi in cuor suo per aver permesso all'avversario di coglierla similmente di sorpresa, avventatosi su di lei dall'alto di alcune pietre sconnesse sopra l'ingresso da lei appena superato, ella non poté, in quel momento, evitare che provare nel proprio cuore, nell'intimo del proprio animo, non un sentimento di timore, non una pur naturale paura verso la morte che avrebbe potuto esserle imposta, quanto una meravigliosa eccitazione, un'euforia quasi dimenticata, che la galvanizzò con entusiasmo tale da farla sembrare prossima a una festa in proprio onore, ancor prima che a un combattimento mortale, dal quale sarebbe potuta non sopravvivere.
domenica 9 maggio 2010
849
Avventura
019 - Caccia all'uomo
Nel fuggevole tempo di un effimero istante, dopo aver superato l'oscura soglia d'ingresso ai resti di quella piramide, la Figlia di Marr'Mahew temette di aver compiuto un estremo azzardo, forse, addirittura, l'ultimo errore della propria intera esistenza, nel riconoscere una sagoma estremamente simile a quella caratteristica delle gorgoni, creature figlie di Tarth, dio dei mari tranitha, da lei affrontate in giovinezza, quand'ancora la sua vita era donata all'infinito azzurro in una vocazione da marinaia, all'interno di un arcipelago a sud del lontano regno di Mes’Era.
Immagine confusa, in conseguenza di un'incredibile velocità di movimento, fu quella che le si offrì innanzi, mostrandole l'apparenza di una figura che, con estrema fantasia e sprezzo di ogni gusto estetico, avrebbe potuto essere considerata qual ibrida fra uomo e serpente. Dalla vita in giù, là dove i fianchi avrebbero dovuto caratterizzare la congiunzione fra il busto e le gambe in un normale uomo, si propose, esattamente come nelle gorgoni già note, già conosciute e, giustamente, temute, un'immagine ben diversa, un profilo più originale e, sotto certi aspetti, più armonico, più elegante, qual solo sarebbe potuto essere il corpo di un serpente, di un enorme ofide, la cui lunghezza, nonostante un'apparente altezza fisica equivalente a quella di un essere umano di media statura, avrebbe dovuto essere stimata in un'estensione di oltre nove piedi. Dalla vita in su, là dove, nelle parole di un bardo, sarebbe sicuramente stato descritto un profilo umano, addirittura, probabilmente, dotato di incredibile fascino, avvenenza, tale da poter facilmente incantare un qualunque osservatore, quanto invece ella ebbe occasione di intuire fu, sempre in equivalenza alle gorgoni, un busto solo ipoteticamente comparabile a una figura umana, in quanto caratterizzato dalla presenza di una coppia di spalle, da due grossi arti terminanti in quelle che sarebbero potute essere definite qual mani, anche se più prossime, in verità, a zampe, e da un collo, il quale sarebbe poi terminato nel corrispettivo di un capo, di una testa.
« Dannazione… » sussurrò, ringhiò quasi, ritraendosi rapida dietro una pietra sporgente dalle pareti proprie del corridoio nel quale si era tanto avventatamente proiettata, senza concedersi, probabilmente, la necessaria prudenza che avrebbe dovuto caratterizzare un gesto tanto appassionato « Una gorgone… » puntualizzò, in un implicito rimprovero a se stessa, più che legittimo dal momento in cui sarebbe occorso un semplice sguardo, alla propria avversaria, per poterla tramutare in pietra e negarle, per sempre, l'esistenza che pur tanto aveva preservato in contrasto a ogni pericolo.
Alimentata dall'adrenalina immediatamente prodotta dal suo stesso organismo, e pompata in ogni angolo del suo corpo attraverso il flusso sanguigno, anche la mente della mercenaria si offrì, in quel frangente di pericolo, qual estremamente reattiva, particolarmente agile nelle proprie elucubrazioni, in misura, se possibile, maggiore rispetto al proprio consueto, alla propria normalità. In ciò, Midda ebbe occasione di analizzare con sufficiente freddezza, con un certo innaturale distacco dalla situazione di potenziale pericolo nel quale pur si era trovata a essere, una serie di particolari minori, di dettagli che, nella loro singolarità, probabilmente non sarebbero avrebbero potuto lasciar intendere alcun particolare messaggio, alcun reale significato, ma che, nella propria collettività, invece, avrebbero offerto una chiave di lettura diversa a quanto stava accadendo in quello stesso momento. Una chiave di lettura che, in effetti, avrebbe negato la possibilità di essere a confronto con una gorgone.
Innanzitutto, per quanto a lei noto, le gorgoni avrebbero dovuto essere considerate creature dei mari. Come tali, nelle leggende, nelle ballate cantate a tal riguardo, simili esseri, tali mostri, erano sempre collocati entro i limiti di qualche isolotto sperduto, di qualche terra necessariamente disabitata entro i confini della quale nessuno si sarebbe mai sospinto se non nel desiderio di sacrificare la propria stessa esistenza, di porre, in tal modo, fine alla propria vita. L'idea della presenza di una gorgone in un territorio qual quello shar'tiagho, in simile prossimità all'aridità propria dei deserti, sarebbe in tal modo entrata in netto contrasto con tale principio assunto. Ancor più di simile informazione, però, un altro particolare avrebbe dovuto essere considerato indicativo nel merito dell'impossibilità, per quella creatura, di essere una gorgone: il suo stesso comportamento. Dove, infatti, già l'ipotesi di un quieto contegno nel semplice ruolo di spettatore degli eventi attorno a sé sarebbe risultato qual estremamente insolito anche per una gorgone solitaria, l'idea, la possibilità di un atteggiamento rivolto alla difensiva, qual sarebbe dovuta esser giudicata quella fuga, quella ritirata, ancor prima di una strategia offensiva, qual quella che sarebbe invece stata propria di un attacco risolutore, non avrebbe potuto evitare di entrare in serio conflitto con l'indole tipica delle gorgoni, creature che, grazie al proprio particolare potere, alla propria naturale capacità, difficilmente avrebbero celato il proprio volto innanzi a un potenziale nemico.
« D'accordo. » acconsentì in quel confronto interiore con se stessa, nel cercare di esprimere un giudizio di merito attorno al proprio antagonista « Ipotizzando che non sia una gorgone… che cosa è?! »
Spronata dall'abitudine, ancor prima che da una concreta necessità di agire in tal senso, a proseguire nel proprio cammino, nel confronto con quella minaccia, la mercenaria escluse la possibilità di un ritiro, di una fuga, impegnandosi al fine di sporgere, nei limiti della minima libertà di movimento concessale dalla propria catena, il braccio destro oltre la pietra dietro la quale aveva cercato rifugio, nella volontà di poter cercare un eventuale riflesso, sul metallo nero di tale arto, utile a rivelarle la situazione propria del mondo attorno a lei, e, in ciò, una qualche informazione in più sul proprio avversario, nel merito della sua natura e del pericolo così potenzialmente rappresentato per sé. Purtroppo, però, complice l'oscurità dell'interno dei resti di quella piramide, alcun genere di immagine le fu concesso attraverso simile, e collaudato, mezzo d'indagine, in maniera tale da costringerla, da obbligarla, a una necessaria scelta di campo, a una decisione ferma, che non le avrebbe, forse, permesso successive possibilità di rimorso, di rimpianto.
Nella protezione propria di quel velo di buio, in verità, non solo una, ma intere dozzine di quelle creature sarebbero potute essere presentate innanzi al suo sguardo, schierate in sua opposizione, in una competizione, una sfida, che l'avrebbe allora vista così offerta in una posizione di estremo svantaggio, nel proporsi disarmata e, per di più, addirittura parzialmente legata, trasformando quel semplice desiderio di appagamento personale in una trappola mortale. Dopotutto, però, in passato ella aveva accettato prove più disperate di quanto mai quella sarebbe probabilmente potuta allora divenire e nel ritirarsi proprio in quel momento, nel rinunciare a quella competizione solo perché fattibile di sconfitta, ella non avrebbe dovuto semplicemente rinnegare tutto l'orgoglio, l'amor proprio, che pur non avrebbe potuto mai negare caratterizzarla: peggio ancora, ella avrebbe allora dovuto ammettere di esser divenuta effettivamente troppo vecchia per lo stile di vita che pur aveva scelto qual proprio, entro il quale si ostinava a voler restare, accettando, in ciò, di non poter forse più tornare a essere la donna guerriero, l'avventuriera, la mercenaria protagonista di così tante ballate nei regni del versante sud-occidentale del continente, in una sconfitta morale, ancor prima che fisica, dalla quale non avrebbe potuto trovare occasione di ripresa.
« E' tutto il giorno che ti stai lamentando per l'assenza di una sfida degna di attenzione… » si rimproverò, aggrottando la fronte in conseguenza di quel proprio istante di indecisione, di quell'incertezza fra proseguire all'interno della piramide o, reciprocamente, allontanarsi dalla medesima più in fretta possibile, nel rifiutare quel confronto e il pericolo da esso rappresentato « Se ora decidi di andartene, sarà meglio per te evitare ulteriori sbruffonerie in futuro, dal momento in cui a chiacchiere sei tanto brava… ma nei fatti un po' meno. »
Non potendo accettare quella critica, soprattutto non quanto proveniente dalla propria stessa voce, la donna guerriero storse le labbra verso il basso nel rimpianto di non essere allora pagata per quella sfida, per quell'impresa assolutamente volontaria e priva di ogni possibilità di guadagno, prima di lasciare il proprio precario rifugio per potersi riservare la possibilità di avanzare all'interno di quel corridoio oscuro, di quelle tenebre imperscrutabili.
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