Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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il Diario - l'Arte
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 006 - Condannata. Mostra tutti i post
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giovedì 21 agosto 2008
224
Avventura
006 - Condannata
La donna che si era proposta di fronte alla mercenaria la entusiasmo decisamente meno della presenza attesa dei cerberi, i quali, per quanto orride creature, sarebbero stati preferiti a quella figura imprevista e sconosciuta della quale nulla sapeva ma che, nel conoscere il di lei nome, già di troppe informazioni era evidentemente al corrente.
« Chi sei? » domandò la Figlia di Marr’Mahew « Come mi conosci? »
Superato il primo iniziale momento di smarrimento a causa della sorpresa, il tono della voce di Midda tornò ad essere freddo e controllato, mentre le di lei membra si tesero con forza nel non abbandonare la postura aggressiva ed, anzi, nel prepararsi all’eventualità di un nuovo scontro, non più in opposizione a creature a lei potenzialmente superiori ma a semplici umani.
« Il mio nome è Carsa. » si presentò la sconosciuta a quella richiesta, tendendo verso di ella entrambe le braccia in segno di saluto, a dimostrazione dell’assoluta fiducia che desiderava offrire verso la propria interlocutrice nonostante l’evidente ostilità ricevuta « Ti stavamo aspettando e non nego che sia un piacere ed un onore incontrarti… »
La mercenaria socchiuse appena gli occhi, chiari e glaciali nell’oscurità in cui ormai si trovava ad essere immersa a seguito dello spegnimento della torcia, osservando con cura la propria controparte, nel cercare di recuperare dalla propria memoria informazioni riguardo a quel nome, a quel volto, senza ritrovare successo sebbene non apparisse completamente estranea al di lei sguardo, alla di lei mente: doveva aver già sentito quell’appellativo, forse addirittura già incontrato quella donna, per quanto in quel momento non riuscisse a ricordare nulla a tal riguardo.
« Dove sono i cerberi? » chiese, storcendo le labbra verso il basso in segno di disapprovazione verso se stessa per la mancata identificazione della potenziale avversaria.
La sconosciuta, a quella domanda, ritrasse le mani inutilmente tese verso di lei fino a quel momento, per voltarsi e compiere un paio di passi ad allontanarsi dalla soglia, invitandola in ciò, con un gesto della mancina, ad avanzare, indicando nel contempo qualcosa al di fuori del di lei attuale campo visivo: in un simile movimento, la schiena di ella venne concessa alla donna guerriero, che fra lunghi capelli scuri ondeggianti stretti in un’alta coda poté ammirarne la vellutata pelle scoperta ed un tatuaggio inciso all’altezza delle scapole, rappresentante due ali piumate poste a riposo, come se esse fossero parte di lei e come se da quel delicato punto potessero dischiudersi per concederle la possibilità di spiccare il volo. Fu quel particolare a scuotere la memoria di Midda, facendole rimembrare chi fosse colei presentatasi come Carsa: quel nome, che sapeva non esserle ignoto, era quello di una mercenaria abbastanza famosa, una donna guerriero esperta al punto da essere ottimamente valutata dai mecenati kofreyoti. Per quanto le fosse dato di conoscere, ella non si proponeva ai propri livelli, alle proprie quotazioni, ma nonostante questo non risultava neppure essere una principiante, sicuramente di abilità e destrezza superiori al molti altri combattenti nell’essere ancora in vita dato il proprio lavoro, lo stile di vita scelto per se stessa, nei propri limiti e nelle scarse speranze che esso offriva verso il futuro.
Per quanto sospettosa, nel riconoscere la propria interlocutrice e nel vedersi così invitata ad avanzare, la mercenaria mosse piccoli passi in avanti, fino a giungere sul confine di quell’ingresso, fino a porsi in posizione utile a gettare il proprio sguardo all’interno della sala che già aveva attraversato e che ricordava con non sufficiente positività, spinta dalla curiosità di comprendere di più su cosa stesse accadendo: ben diverso, però, si propose alla vista quell’ambiente noto rispetto a quanto ricordato, presentando uno spettacolo del tutto inatteso e, per certi versi, stupefacente.
« Thyres… » sussurrò a denti stretti.
Oltre a Carsa, due uomini erano presenti all’interno della sala, tranquillamente seduti al centro della stessa, apparentemente distratti da ciò che accadeva attorno a loro nell’impegno posto in una disputa a dadi: premio di quella partita d’azzardo, valuta adoperata in pagamento reciproco per le proprie sconfitte, erano i resti mutilati delle cinque creature precedentemente poste a guardia di quel complesso carcerario, forse fin dalla notte dei tempi idealmente situate lì per restare in eterno a custodia delle scelte della giustizia kofreyota che in quel luogo trovavano esecuzione. Quelle bestie mitologiche, possenti, indomabili, feroci erano state abbattute e ridotte a brandelli, ritrovando la propria carne, tranciata similmente all’opera di un macellaio su un bovino, utilizzata cinicamente dai loro presumibili uccisori senza alcun riguardo, quasi fosse la cosa più ovvia da fare, la scelta più normale del mondo. Midda, avendo avuto in passato possibilità di confrontarsi con tali animali, era conscia della loro mortalità, dell’umana possibilità di porre fine alle loro esistenze al di là di ciò che imponevano le leggende, ma nonostante tutto non reputava tale eventualità come banale, come banalmente scontata: i cerberi erano, similmente ad altre creature loro pari, meritevoli di ogni rispetto, non di timore, di terrore, ma sicuramente di ammirazione guerriera. Ed il pensiero che quel gruppetto ristretto, quel trio di combattenti, quali essi si proponevano, avessero abbattuto l’intera assemblea li presente non poté che lasciare nuovamente stupita la mercenaria: chiunque fossero, qualsiasi potessero essere le loro intenzioni, essi non sarebbero potuti essere considerati come normali avversari, semplici sfidanti con i quali, magari, intrattenersi anche volentieri in un combattimento mortale nella certezza della conclusione. Non erano molte le persone al mondo che avrebbero potuto tener testa ad un cerbero solitario, unici pertanto risultavano essere indubbiamente gli individui che avrebbero potuto abbatterne cinque contemporaneamente.
« Chi siete? » domandò nuovamente, mantenendo ora più che mai la posizione di guardia, conscia del pericolo che avrebbe potuto presentarsi su di lei « Cosa volete? »
« Siamo mercenari, esattamente come te. » spiegò tranquilla l’unica interlocutrice con cui aveva dialogato fino a quel momento, la sola del gruppo che sembrava offrirle interesse, tornando a voltarsi nella sua direzione « Probabilmente non ai tuoi livelli, sicuramente meno famosi, ma comunque siamo tutti stati capaci di costruirci una certa fama nel nostro ambiente… »
« Lo so. Non subito, ma ti ho riconosciuta… » confermò la prima, restando immobile ed attenta ad ogni minima evoluzione della situazione in corso, controllando con la coda dell’occhio anche i due uomini per quanto apparentemente distratti, cercando nel contempo di identificarli.
« Questo non può che rendermi orgogliosa! » ammise la seconda, mostrando un aperto sorriso « Comunque, siamo stati mandati qui da una conoscenza comune: lady Lavero. » continuò, sorridendole ancora tranquilla, come se stesse parlando con una cara vecchia amica d’infanzia « Ella aveva previsto che tu non avresti accettato l’ultimatum imposto con le quarantotto ore e ci ha inviato qui in attesa della tua evasione: del resto nessuno dubitava che ciò sarebbe avvenuto. »
Il silenzio Midda restò ad ascoltare quelle informazioni, cercando di mascherare dietro un’espressione fredda e controllata ogni emozione a quelle rivelazioni.
« Anzi, come mai ci hai messo tanto? » aggiunse Carsa, con evidente curiosità nella voce.
« Ho già detto a lady Lavero che ora non ho tempo da dedicare alle sue questioni… » rispose la donna, ignorando quell’ultima domanda « Credo che il vostro viaggio sia stato del tutto inutile. »
« Lady Lavero, invece, ritiene di avere qualcosa di interessante da offrirti, oltre a quanto già promesso, in cambio dei tuoi servigi. » replicò la controparte, sorniona verso di lei « Riguarda la Jol’Ange: la conosci vero? »
Cercando di mantenere l’assoluta freddezza impostasi fino a quel momento di fronte a quel riferimento esplicito nei riguardi della nave da lei ricercata, la Figlia di Marr’Mahew guardò con maggiore sospetto l’altra e mantenne di nuovo il silenzio, in un tacito consenso quale replica.
« La nostra nuova mecenate ha mobilitato le proprie risorse per entrare in possesso delle informazioni che cerchi in merito a quella goletta ed al suo equipaggio, le stesse per le quali ti sei fatta rinchiudere in questo luogo. » riprese a spiegare l’altra « Complimenti per l’audacia del piano, fra l’altro: personalmente non credo mi sarei mai spinta fino a questo punto per puro interesse personale. » aggiunse poi, apparendo nuovamente sincera in quell’ammirazione.
Midda restò ancora muta di fronte a quelle rivelazioni, che confermarono le impressioni avute in merito a lady Lavero al loro primo ed unico incontro: quella donna sapeva gestire le proprie risorse ed i propri affari in maniera non meno esperta di come lei stessa gestiva quotidianamente i propri, per quanto i relativi campi d’azione fossero diversi. Invero, quindi, esse sembravano proporsi quali due facce di una sola medaglia: così come la mercenaria riusciva a giostrare in guerra con agilità ed intelligenza, la mecenate appariva in grado di muovere la politica con simile bravura, con medesima mano ferma e mente concentrata. Ora, probabilmente in conseguenza di non semplici indagini, la nuova signora di Kirsnya non solo aveva compreso ogni mossa da lei attuata ma era stata forse in grado di ottenere quanto da lei desiderato e non raggiunto, nonostante l’incontro con Tamos, ed ovviamente, in quello che era il normale rapporto fra mecenate e mercenaria, per entrare in possesso di simili informazioni avrebbe dovuto accettare la missione per cui ella l’aveva cercata. Pur vero restava l’ipotesi di impegnarsi in altre vie per ottenere lo stesso scopo, provando a ricostruire autonomamente i dati in merito all’ubicazione della goletta, ma imprevedibile sarebbe stato il tempo e la fatica richiesta in un tale sforzo, in contrasto alla certezza altrimenti proposta dalla giovane nobildonna.
« Se non si può avere una persona con le cattive, perché non provare con le buone? » commentò in conclusione a tale pensiero, scuotendo il capo e rilassando finalmente il proprio corpo, in tacita resa.
A quelle parole, a simile decisione, per quanto scontata potesse probabilmente apparire, Carsa tese nuovamente le braccia verso di lei, tentando nuovamente di accoglierla con fiducia come aveva già fatto poco prima: « Benvenuta in squadra, sorellona. »
mercoledì 20 agosto 2008
223
Avventura
006 - Condannata
Nella limitata comprensione di ciò che le si offrì davanti agli occhi durante l’osservazione dei meccanismi d’attivazione di quel complesso sistema di sicurezza, la donna guerriero poté denotare una struttura tutt’altro che elementare composta da una serie di contrappesi tutti in stretta connessione l’uno con l’altro. Nella tranquillità concessa da quel passaggio, da quello stretto cammino scavato a fianco di tutto ciò, la donna si concesse un minimo di studio nei riguardi di un simile sistema, per quanto poco riuscisse a comprenderne, derivando quale ipotesi più ovvia e solida quella che prese in considerazione la possibilità che il movimento di tutte le porte all’interno del passaggio sopra di lei non derivasse da singoli comandi imposti su ogni soglia ma addirittura da un solo ordine, che ponesse in azione l’intero complesso in conseguenza dell’esigenza di accesso o uscita dal carcere. Paradossalmente, pertanto, per ella apparve più agevole e rapido il passaggio sotterraneo scoperto, per quanto il futuro lì concesso le sarebbe stato ignoto fino all’ultimo piede percorso nella possibilità di ulteriori ostacoli in esso, rispetto a quello che in tal modo stava aggirando: pur ammettendo, infatti, di scoprire in qual modo attivare l’intero meccanismo, ritrovando attraverso di esso possibilità di uscire dal Cratere, nel ripercorrere quella strada ella si sarebbe stata al ritmo imposto dai singoli movimenti delle pesanti soglie in pietra, in alcun modo diversamente disponibili. E come, comunque, il pericolo si sarebbe potuto imporre su di lei all’interno della via scelta, uguale rischio avrebbe gravato su di lei anche attraverso il percorso superficiale, nella possibilità di essere individuata e, in virtù di un qualche sistema di blocco d’emergenza, essere rinchiusa per sempre in quel tunnel dal quale non avrebbe mai potuto trovare fuga o speranza di libertà al di fuori di quella definita “morte”.
Nell’affrontare quel cammino e nel ripensare alla soglia lasciata aperta alle proprie spalle, ella non poté evitare di sorridere amaramente per l’ennesima conferma di quanto la di lei presenza all’interno del carcere avrebbe potuto dare vita ad una reazione a catena dall’imprevedibile conclusione. Se davvero, infatti, la via nella quale ella si stava inoltrando l’avesse condotta verso la realtà che in quei giorni, in quelle settimane le era stata negata, l’evidente presenza di quella nuova porta proposta sulla parete interna del vulcano avrebbe senza dubbio rappresentato per tutti gli abitanti lì rinchiusi la speranza per un futuro diverso, l’alternativa alla condanna imposta su di essi o sui loro antenati. Ovviamente ciò sarebbe potuto accadere solo se e quando essi fossero stati in grado di trovare il coraggio, l’autodeterminazione e la coscienza necessari per decidere di affrontare un mondo per loro completamente nuovo: vasti territori completamente diversi da quelli che ormai avevano imparato a considerare come propria casa; persone nuove ed assolutamente estranee rispetto alla semplificazione presente nella prigionia di quelle mura naturali; sfide tanto pericolose o, addirittura, tanto crudeli che per la maggior parte di loro sarebbero risultate inimmaginabili. Un’esistenza che, per tanto, agli occhi della maggior parte delle persone lì segregate sarebbe probabilmente apparsa non meno aliena di quanto a Midda era risultata essere la situazione inversa. Impossibile, quindi, ipotizzare se di fronte a tutto quello e davanti alla fine di Jodh’Wa, principale risorsa fisica concessa alla giovane Sa-Chi per il mantenimento del proprio potere e del proprio ruolo, El’Abeb avrebbe realmente offerto a tutti coloro che da lui dipendevano, che a lui si erano affidati, la libertà promessagli o se, al contrario, egli non avrebbe cambiato idea, nel timore per una realtà tanto lontana da tutto ciò che a sua volta si era abituato a conoscere e, forse, ad apprezzare.
Non concedendo ulteriore attenzione a quel pensiero, Midda riportò la propria concentrazione unicamente alla prova che probabilmente presto avrebbe dovuto affrontare, laddove quel passaggio sotterraneo avrebbe potuto trovare una prima naturale conclusione proprio nel raggiungimento della sala dei cerberi, non offrendole possibilità di evitare il mortale pericolo da essi rappresentato. Ritrovandosi in una situazione di netta inferiorità, non solo per il numero degli avversari ma anche per l’assenza di armi degne di essere definite tali a sua disposizione, la donna si impose quale sola preoccupazione quella della scelta di una strategia utile a sconfiggere i propri avversari, del vaglio di una tattica da attuare nel superamento di quella prova. In effetti, nel proporsi contro creature di un simile stampo, difficile era prendere in esame un qualche piano d’azione: elaborare ipotesi risultava essere senza dubbio un’interessante attività mentale, ma nulla di più di questo laddove priva di qualsiasi informazione sulla psicologia dei propri avversari si ritrovava ad essere ella. Diversa era, infatti, la pianificazione di una battaglia, la scelta delle azioni e delle reazioni in un combattimento contro altri esseri umani, il cui pensiero poteva essere analizzato, studiato ed, eventualmente, utilizzato anche come arma contro loro stessi: in opposizione a simili avversari, invece, tutto sarebbe stato e sarebbe sempre rimasto semplicemente un azzardo, un giuoco di fortuna in cui la di lei sorte si sarebbe decisa prevalentemente in conseguenza dell’abilità che avrebbe dimostrato nel porsi istantaneamente alla ricerca di un vantaggio sui propri nemici, al di là di qualsiasi idea si fosse creata un attimo prima.
Come previsto, dopo aver ripercorso circa ottanta piedi, superando i tredici gruppi di contrappesi propri dei meccanismi attualmente abilitati nella chiusura delle soglie sopra di lei, il cammino sotterraneo fino a quel momento sereno offertole si interruppe di colpo, nel confronto con una breve risalita ed una parete apparentemente compatta, una porta probabilmente del tutto simile a quella che aveva dischiuso sul versante opposto. Quasi privata della luce della torcia che aveva condotto con sé, ormai consumata, la donna pose nuovamente la propria mano sinistra a percorrere la superficie offertale, certa questa volta di riuscire ad individuare, dall’interno, il meccanismo che ne avrebbe concesso l’apertura: se dall’esterno, infatti, l’unica possibilità offertale per farsi strada attraverso quel varco era risultata essere la forza, dall’interno un mezzo diverso avrebbe dovuto attenderla, avendo servito prima di lei coloro che tutto ciò avevano ideato e costruito. In momenti come quelli, meno rari di quanto altri avrebbero potuto immaginare, ella rimpiangeva sinceramente la perdita della mano destra, nel limite imposto dall’utilizzo unico della mancina laddove alcuna sensibilità era donata al metallo dell’arto artificiale: in conseguenza di tale mancanza di percezioni sensoriali, ovviamente ella era anche posta in difficoltà nella gestione delle armi, laddove non avrebbe mai potuto maneggiare una spada in maniera efficace con quella mano, nell’impossibilità a saggiarne gli equilibri, i pesi, le vibrazioni come altresì le era concesso dalla propria carne. Nonostante tutto, però, il tempo si propose a favore della mercenaria in tale ricerca: ormai ella poteva infatti considerarsi relativamente protetta dal pericolo rappresentato dagli abitanti del Cratere e, presto o tardi, avrebbe trovato ciò che ricercava.. Il di lei pensiero, la di lei opinione a quel riguardo ritrovò effettivamente conferma dopo breve, nel momento in cui le di lei dita sfiorarono una leva posta accanto al di lei corpo prima sfuggita allo sguardo nella quasi totale assenza di luce e nel colore pressoché uniforme di tutta quella realtà lavica.
Nel spingere con forza la leva verso il basso, il meccanismo che all’ingresso ella doveva aver forzato con la violenza dei propri colpi si azionò in maniera naturale, conducendo la soglia lentamente e rumorosamente schiudersi davanti a lei ed offrendole, in ciò, nuova luce e la possibilità di una nuova mortale sfida. Rapida ella estrasse il primo dei pugnali, stringendolo nella sinistra e ponendosi in guardia con la destra davanti a sé, a protezione del proprio corpo, senza avanzare ulteriormente verso la sala propostale oltre quell’apertura, ambiente che già conosceva, che già aveva avuto modo di osservare nel percorso d’accesso al carcere, e che sapeva le avrebbe donato ben cinque cerberi in libertà, pronti a squartare le di lei carni con i propri denti, con gli artigli simili a lame. Uscire allo scoperto con enfasi, gridando pronta alla lotta senza tregua, sarebbe stata la mossa più stupida che mai avrebbe potuto compiere: data la ristrettezza del passaggio in cui attualmente si trovava, infatti, i di lei avversari non avrebbero mai potuto neanche ipotizzare di raggiungerla, di aggredirla, mentre ella si sarebbe potuto riservare la possibilità di studiarne le mosse, analizzarne il contesto nel proseguimento della propria ricerca di una tattica vincente. Lunghi secondi trascorsero pertanto in totale silenzio, in un freddo controllo da parte della mercenaria sul proprio animo, sulle proprie emozioni nella consapevolezza del pericolo che avrebbe dovuto affrontare, ma quando quelle frazioni di tempo iniziarono a diventare minuti, senza che alcun segno di attività o, semplicemente, di vita dall’interno della sala si proponesse a lei, ella non poté evitare di compiere brevi passi verso il varco, per cercare una migliore vista sullo spazio davanti a sé e scoprire il perché di tanta quiete.
Fu in quel momento che un volto sorridente le si propose di fronte, osservandola con aria sorniona, divertita forse dalla serietà con cui, al contrario, ella si presentava, concentrata e pronta alla lotta: un viso umano, femminile, dalla pelle scura e dagli occhi chiari, ben lontano da tutto ciò che la donna guerriero si sarebbe attesa, si stava aspettando di trovare in quella sala.
« Midda Bontor, suppongo… » pronunciò con voce dolce e sensuale la nuova apparsa.
martedì 19 agosto 2008
222
Avventura
006 - Condannata
Trascorso un ultimo momento di silenzio eretta al di sopra del corpo abbattuto, la mercenaria si riscosse dai propri pensieri nella consapevolezza di quanto permanere ulteriormente in quel luogo avrebbe potuto risultare pericoloso per lei e per il di lei piano: nonostante fosse convinta che il suo avversario avesse avuto premura di presentarsi da solo di fronte a lei, nel desiderio di essere l’unico predestinato a poter godere della vittoria sognata e non raggiunta, ella comprendeva che a lungo lì si fosse fermata, maggiori sarebbero potute essere le probabilità di essere scoperta ed, in questo, minori sarebbero risultate le probabilità di abbandonare senza ulteriori complicazioni quel carcere, quel vulcano inattivo, il Cratere. Recuperando così in silenzio il proprio pugnale, ad esso ella aggiunse anche i due appartenuti al compagno d’arme ormai deceduto, Tamos, preparandosi contemporaneamente a livello psicologico per ciò che sapeva attenderla: tre, invero, si proponevano le sfide davanti a lei, di cui solo una avrebbe richiesto l’utilizzo delle armi raccolte, mentre le altre avrebbero preteso da lei abilità fisica e mentale fuori dal comun, nel superare il blocco imposto dalla lunga serie di porte.
Posizionandosi di fronte all’ultima soglia che meno di due settimane prima si era richiusa alle di lei spalle, confinandola ipoteticamente per sempre in quel luogo, la donna mosse il suo sguardo ad analizzare con cura l’intero ambiente attorno ad essa, per cogliere il più minimo indizio su ciò che era decisa a ritrovare. Consapevole che il meccanismo di movimentazione di un simile complesso sistema di sicurezza non poteva evitare di prevedere una vasta area sotterranea preposta all’azionamento delle porte, ella era decisa a trovare una qualche possibilità di accesso a simile zona, per inoltrarsi là dove solo i costruttori del carcere, in epoche remote, avevano spinto i propri passi, là dove, probabilmente, da centinaia di anni alcuna anima viva aveva mai ipotizzato di avventurarsi. Tentare di affrontare direttamente il passaggio, infatti, avrebbe significato prendere in esame la fuga attraverso la sola via assolutamente protetta, la sfida alle barriere erette come contrasto di tale possibilità, di simile eventualità: aggirare, invece, l’ostacolo di fronte a sé poteva forse concederle la possibilità di venire a capo del mistero di quelle carceri, del segreto celato per generazioni dai custodi del Cratere che, similmente ad un ordine religioso, veneravano quel luogo di prigionia quale unica ragione della propria esistenza.
Fortunatamente, nonostante la notte e l’intrinseca sua oscurità, in proprio aiuto Midda poté annoverare la presenza delle torce utilizzate precedentemente dalle sentinelle preposte a guardia del passaggio da Sa-Chi. Grazie ad esse, ella poté godere di luce in tutta la larghezza di tale via, a concedere al di lei sguardo possibilità di esplorazione lungo simile superficie: il caldo chiarore dell’alba, probabilmente, avrebbe per lei rappresentato un beneficio maggiore, una possibilità migliore di raggiungere il proprio fine, ma in quel momento dovette accontentarsi di ciò che il fato le aveva concesso e fare di esso una virtù, non un ostacolo. Non fu semplice individuare il punto cercato, per quanto ella avesse accumulato grande esperienza con simili arti, in conseguenza di tutti i templi violati, di tutte le antiche tombe profanate per concedere ai propri mecenati reliquie dimenticate dall’umana memoria eppur dotate di grande potere o, semplicemente, incommensurabile valore: in verità, essendo l’unica ad essere mai sopravvissuta a certi luoghi proibiti, la donna guerriero avrebbe anche potuto considerarsi come l’unica reale professionista in tal capo, ma proprio in conseguenza di tante disavventure ella sapeva che raramente un trappola mortale di quel genere si proponeva simile ad altre, soprattutto nel concetto celato dietro ad essa. L’unica certezza che possedeva era quella dell’esistenza di un accesso, sicuramente nascosto e probabilmente sigillato, ai meccanismi, alle ingegnerie lì celate, essenziale nella propria presenza per l’installazione stessa di tutto quel complesso sistema di controllo, di sicurezza: in virtù di tale convinzione la donna guerriero non si scoraggiò di fronte alla frustrazione dell’insuccesso ed insistette nella propria ricerca fino a quando, dopo oltre un’ora di attento esame, ella avvertì la presenza di una sottile area vuota nei pressi dell’ingresso medesimo. Una cavità appariva celata dietro a quella roccia e per quanto la pietra lavica della parete naturale non le offrisse le stesse risposte chiare concesse da altri materiali, quale il marmo ed il travertino con cui erano stati eretti i sistemi da lei precedentemente affrontati, ella si ritenne fiduciosa di quel risultato tanto da proseguire in quel frangente le proprie indagini: sebbene, infatti, una probabile via d’accesso era stata individuata, ancora alcuna informazione possedeva su come aprire tale percorso, ottenere ingresso a quella zona segreta.
Se, come temeva, ogni passaggio si fosse rivelato sigillato al termine dell’edificazione di quella serie di porte, nulla avrebbe potuto fare entro il nuovo sorgere del sole, entro la successiva aurora, laddove avrebbe dovuto attaccare direttamente la pietra con qualcosa di abbastanza solido, di abbastanza forte da perforarla, ammesso di scoprire in quale modo all’interno del Cratere essa veniva lavorata, di carpire i segreti degli artigiani lì rinchiusi con lo scopo di poter violare ciò che era stato considerato inaccessibile. Ma una speranza continuò a brillare lucente in lei, e nelle di lei preghiere innalzate a Thyres nel silenzio dell’operato della propria mano sinistra, alla ricerca del minimo indizio che potesse attirare i di lei sensi, la di lei vivace intelligenza: quella di individuare i limiti di tale soglia, laddove essa fosse solo stata celata e non protetta, laddove ancora per coloro che ne custodivano il segreto fosse possibile aprirla senza infrangerla. Dove individuare la cavità non le aveva sottratto un’eccessiva quantità di tempo, l’operazione successiva, quella ricerca di una possibile apertura della medesima, vide la donna guerriero arrivare a salutare le prime pigre luci di un nuovo giorno prima senza ancora raggiungere alcun successo. Esausta a livello psicologico ancor più che fisico, la Figlia di Marr’Mahew iniziò a trattenere a stento il nervoso conseguenza di tale fallimento fino a quando tali sentimenti non la videro slanciare con violenza il pugno metallico della propria mano destra contro quell’enigmatica pietra, colpendola in un impeto d’ira.
« Non ci posso credere… »
Un’esclamazione spontanea fu quella da lei proposta di fronte alle conseguenze di quel gesto d’impazienza, di quella reazione incontrollata: dove un istante prima la parete si proponeva solida ed uniforme, un attimo dopo quella stessa superficie presentava una leggera rientranza, appena distinguibile, simile ad un miraggio ma assolutamente reale. Senza offrire un solo istante di indugio, la mercenaria caricò un nuovo colpo portando il braccio destro accanto al fianco prima di gettare il proprio pugno nuovamente nel punto già colpito, questa volta con ritrovata freddezza, con recuperato controllo attraverso il quale poté dosare in modo migliore la propria forza, nei propri gesti, per rendere ancor più potente quel gesto: la parete vibrò, risuonando con forza a quel nuovo impatto, e nel proporre un simile suono, una tale reazione, essa apparve rientrare di una nuova frazione di spazio. Ritrovando in tutto ciò quanto ella stava cercando, Midda trattenne a stento un giubilo, portandosi in una posa ferma, solida, con gambe aperte, appena piegate tali da concederle di essere stabile sul suolo, prima di iniziare a colpire con forza e movimenti ritmici del braccio destro quella porta sempre più distinguibile, quella via sempre meno nascosta davanti ai di lei occhi. Non sarebbe stata un’operazione semplice o rapida ed, anzi, in tanto rumore ella avrebbe potuto attirare interessi indiscreti che avrebbe preferito risparmiarsi, ma tanto vicina al successo non voleva ora allontanarsi, laddove ritirarsi in tale istante non le avrebbe donato alcuna sicurezza di poter tornare dopo il tramonto per riprendere da dove interrotto nel momento in cui sicuramente la strage lì avvenuta, i dodici uomini morti a terra, non sarebbero passati inosservati ed avrebbero probabilmente richiesto un incremento notevole di sorveglianza in quella zona, prima considerata sicura e priva di pericolo. Con respiro costante, in una continua alternanza di contrazione e rilassamento che coinvolse tutta la muscolatura del suo corpo, ella impose la propria forza contro quella parete, contro l’accesso in essa delineato, fino a quando quella via così bloccata da tempo immemore non rispose con un violento sbuffo d’aria e di polvere scura, che si levò contro la mercenaria nell’esatto istante in cui una nera apertura si donò al di lei sguardo, proponendosi a lei stretta e tenebrosa ma, al contempo, larga e luminosa come solo può essere la strada verso la libertà, verso la salvezza.
Disinteressandosi all’intero mondo attorno a lei, alle genti che dietro alle proprie spalle avrebbe abbandonato ed ai loro conflitti, ella si gettò senza ulteriori perdite di tempo all’interno di quel nuovo percorso, ad abbracciare con gioia quell’oscurità quasi essa rappresentasse la migliore delle compagne, la più appassionata delle amanti, lasciando aperta quella soglia dietro di sé, verso la quale ogni attenzione risultava ormai perduta.
lunedì 18 agosto 2008
221
Avventura
006 - Condannata
« Io sono meglio di mio padre! » sussurrò Jodh’Wa, mostrando con ferina fierezza i propri denti.
Midda sorrise verso di lui, scuotendo il capo in risposta a quell’affermazione: nei di lui gesti, in quelle reazioni animalesche che probabilmente egli stesso si illudeva essere segno di sfida, ella vedeva soltanto ira a stento trattenuta, una perdita di sicurezza, di freddezza, per quello che era il di lui confronto con la figura paterna.
« Strano, visto che ancora, dopo tutti questi anni, a lui ti affidi, a lui ti aggrappi in ogni tua convinzione. » commentò con asprezza la donna, iniziando a prendere il controllo della situazione, intravedendo ora una tattica per la propria vittoria « Dimmi: è stato lui ad informarti che io sarei giunta qui, vero? »
Apparentemente ignorando le parole a lui rivolte, l’uomo caricò a testa bassa l’avversaria per la terza volta, gettandosi verso di lei con una contorsione così assurda, nei di lei canoni di combattimento, da lasciare sinceramente spiazzata la donna guerriero: scattando frontalmente verso di lei, infatti, sempre con il proprio addome radente al suolo, egli evitò volontariamente quello che sarebbe potuto essere un colpo diretto, un affondo del tutto simile a quanto precedentemente proposto, per superare il di lei corpo e, contemporaneamente, rigirarsi sul proprio asse ottenendo in tal modo accesso diretto alla di lei schiena, scoperta di fronte a lui, con le proprie potenzialità offensive. Un movimento fluido e continuo, simile a quello di un serpente più che di un normale uomo, che ancora una volta denotava la di lui straordinaria preparazione fisica, laddove una presenza tanto massiccia, possente nella figura scultorea dei propri muscoli, risultava in grado di agire con simile scioltezza.
La mercenaria riuscì solo all’ultimo momento a comprendere lo scopo di quell’azione, di un simile gesto, cercando evasione dallo stesso con un balzo in avanti, ad allontanarsi da egli e dalla sua lunga lama: ancora una volta, però, i di lei riflessi risultarono troppo lenti nel confronto con un nemico così fuori dal comune, per quanto assolutamente umano, tale per cui la di lei schiena all’altezza delle reni riportò una lunga ferita, simile a quella già presente sulla di lei coscia, per la quale a malapena riuscì a trattenere un gemito, più di sorpresa che di dolore. Immediatamente si dette della sciocca per aver permesso quella seconda violazione del suo corpo, un risultato che da lungo tempo alcun avversario umano si concedeva nei di lei confronti: per una simile ragione ella comprese di non poter più considerare, almeno da un punto di vista fisico, l’albino come un comune avversario o, così facendo, gli avrebbe consentito di portare a segno altri colpi e, forse, addirittura sconfiggerla.
« Perché non mi rispondi? » insistette verso di egli, riprendendo a parlare dopo essersi rapidamente voltata e posta nuovamente in guardia « Provi vergogna nell’ammettere che ogni tuo risultato, qui ed oggi, sarà solo conseguenza della benedizione di tuo padre? »
« Non è vero! » gridò improvvisamente l’uomo, evidentemente furioso verso di lei « Io sono il più forte! Io sono il più agile! Io ti sconfiggerò! Mio e di nessun altro sarà questo merito! »
Nessuno al mondo, uomo, donna o creatura, era mai apparso invincibile agli occhi della Figlia di Marr’Mahew, la quale, anche nelle situazioni peggiori, era riuscita sempre ad individuare un punto debole nei propri avversari, quel breve frangente in cui poter mirare i propri colpi migliori per prevalere contro di essi. Non sempre, specialmente contro nemici dotati di intelletto simile a quello umano, tale punto di debolezza risiedeva in un aspetto fisico: in una realtà dove la spada era solita dividere la vita e la morte, pochi erano coloro che, combattendo, si concedevano stoltamente di non aver cura del proprio corpo, forgiandolo quotidianamente, al contrario, come la migliore fra le armi. Al contrario, nella maggior parte dei casi risultava essere l’aspetto intellettuale ed emozionale a produrre una criticità, conducendo alla morte che non si avrebbe mai ritenuto di poter raggiungere tanto precocemente: la concentrazione in un duello risultava, pertanto, essere essenziale ed indurne lo smarrimento nell’avversario, trovando una giusta leva, avrebbe potuto portare alla vittoria.
Jodh’Wa in quel momento, in quel combattimento, risultava possedere una forza indubbiamente superiore a quella della propria controparte, un’agilità altrettanto elevata, una destrezza nell’uso delle armi di pietra incomparabile ed una conoscenza del terreno pressoché unica, in contrasto a quella di Midda tanto limitata che risultava essere già un risultato straordinario per ella mantenersi in costante equilibrio su un suolo che neppure riusciva a vedere, oscura pietra frastagliata nelle tenebre della notte. Ma, nonostante tutto, egli stava dimostrando la propria debolezza nel rapporto con il suo genitore, in quel confronto continuo che ricercava nei riguardi del mito paterno, inconsciamente noto come insuperabile. E proprio su tale fragilità ella avrebbe potuto raggiungere la propria salvezza nella di lui sconfitta.
« Tu sei e resterai sempre suo figlio, il sangue del suo sangue, la carne della sua carne, cresciuto ed addestrato da lui! » rimproverò la donna, quasi come se tutto quello fosse un insulto, un’offesa « Ogni risultato che otterrai non sarà mai per merito tuo! Resterai sempre nella sua ombra, ricordato come una sua copia mal riuscita… »
Gridando con tutta l’aria che risiedeva nei di lui polmoni, l’albino tigrato si mosse nuovamente verso la mercenaria, deciso a metterla a tacere una volta per tutte: questa volta, però, ella non restò ad attenderlo, non gli concesse la possibilità di raggiungerla come era stato fino a quel momento, scattando a sua volta contro ad egli, in un gesto altrettanto sfrenato. L’azione fu subitanea e da un osservatore esterno sarebbe risultata impercettibile nella rapidità dei movimenti che la caratterizzarono: nel contempo in cui l’uomo si propose quasi sdraiato al suolo, tanto minima era la distanza fra il suo corpo ed il terreno, in quello stile di combattimento praticamente impossibile da affrontare, la donna si mostrò gettata lungo la stessa direzione ma in verso contrario, sopra di egli, parallela con le proprie membra a quelle di lui, quasi a contatto con la schiena dell’uomo ora a lei offerta tanto generosamente. Di fronte ad una tale proposta, davanti a quell’imperdonabile distrazione concessale probabilmente in conseguenza della rabbia cresciuta in egli, la donna non indugiò un solo istante, non si pose alcuna incertezza, conficcando con violenza e forza il proprio pugnale, un tempo appartenuto all’avversario, nella di lui carne, affondando in essa fino all’impugnatura.
Un istante dopo tale fugace contatto, entrambi i combattenti rotolarono al suolo, in posizione reciprocamente opposta: ma fra i due nemici, solo uno ebbe la possibilità di rialzarsi.
« Che tu sia maledetta, Midda Bontor… »
In silenzio, con una sorta di rispetto, la donna prestò ascolto a quelle che risultavano essere le ultime parole, gli ultimi respiri, di un uomo morente, sconfitto in conseguenza del proprio risentimento verso colui che al mondo l’aveva posto e che, forse, contro di lei l’aveva inviato sperando proprio in una simile conclusione, nella cinica e crudele possibilità di liberarsi di uno dei suoi due peggiori avversari, i figli rinnegati che probabilmente mai avrebbe trovato la forza di uccidere personalmente.
« Thyres… » sussurrò la donna, scuotendo il capo.
Volente o nolente, la mercenaria si rese conto di aver svolto alla perfezione il ruolo che El’Abeb aveva pianificato per lei, sovvertendo gli equilibri esistenti all’interno del Cratere secondo i di lui desideri, secondo le di lui previsioni: la morte di Jodh’Wa, che per lei rappresentava la possibilità di fuga da quel carcere, avrebbe condotto ad una reazione a catena, in una serie di eventi il cui esito finale ora appariva del tutto incerto, ma che forse egli aveva già avuto modo di studiare, con freddezza e controllo assoluto.
In una simile prospettiva, nell’idea di essere comunque stata utilizzata per scopi nei quali ella non aveva avuto possibilità di parola, di decisione, Midda si sentì sconfitta non meno dell’uomo che ora giaceva privo di vita ai suoi piedi, stuprata nel proprio libero arbitrio, nella propria libertà, nella propria indipendenza delle quali tanto semplicemente era stata privata.
domenica 17 agosto 2008
220
Avventura
006 - Condannata
« Dieci… » contò il giovane, nell’elencare i cadaveri accumulati al termine dell’azione offensiva « Ci sono tutti: possiamo andare! »
Nel volgere il capo verso di egli, prima di poter offrire qualsiasi replica a quell’affermazione, la donna guerriero ritrovò il destino del compagno di ventura attenderlo alle di lui spalle, dimostrandosi non più pietoso di quanto ella non fosse stata nei riguardi degli uomini e delle donne appena assassinati: non ebbe neanche il tempo di provare a gridare, di tentare di scattare verso di lui, ritrovandosi costretta dall’inevitabilità del fato ad assistere impotente al breve percorso di una lunga lama nera che trapassò il marinaio da parte a parte, attraversando la schiena ed il petto, con freddezza e controllo. Una fine non diversa da quella che mesi prima egli ed il suo compagno Ron-Hun avevano concesso a Ja’Nihr ed a Salge Tresand gli era stata così donata in quel momento, in quel fugace istante, nell’evidenza di un disegno di giustizia superiore a tutti loro.
« Undici… » commentò con un sorriso sarcastico Jodh’Wa, spingendo a terra il corpo privo di vita di Tamos « Stavate conteggiando i morti, non è vero? »
« Thyres… » sussurrò a denti stretti la donna guerriero « Come è possibile? »
« E’ normale che una spada attraversando un corpo si sporchi di sangue… non lo sapevi? » domandò con aria divertita l’albino tigrato, nel far volteggiare attorno a sé la propria lama, nel spargere la linfa vitale della sua vittima.
« Non ti ho sentito arrivare! » ammise la mercenaria, portandosi in posizione di guardia di fronte a quell’avversario.
« Non ho voluto farmi sentire. » replicò lui, con evidente soddisfazione personale « Non farne un cruccio: in fondo io stavo aspettando la tua venuta mentre tu non stavi di certo attendendo la mia. »
La verità non eccessivamente nascosta dietro a quelle parole apparve decisamente evidente agli occhi della Figlia di Marr’Mahew: erano stati traditi. Qualcuno, forse lo stesso El’Abeb, non solo si era accorto della loro fuga, come era prevedibile avvenisse con il nuovo sole, ma aveva anche informato i dimessi di quelle che sarebbero state le di lei ovvie mosse, permettendo loro di organizzarsi, permettendo a quell’uomo di porsi in loro attesa per intervenire al momento migliore.
« Perché hai atteso che massacrassimo i tuoi compagni? » chiese ella, mentre la di lei mente rapida cercava di elaborare le alternative migliori in quel duello, riprendendo in esame tutto ciò che aveva avuto modo di apprendere in merito all’albino.
« Perché di loro, come del tuo amico, non mi interessava nulla. » sussurrò egli, ancora sorridente « E’ con te che desidero combattere, fin dal primo giorno in cui sei giunta qui… Midda Bontor. »
« Quindi hai sempre saputo… » aggrottò la fronte a quella rivelazione, abbastanza inattesa per quanto prevedibile.
Rapido al punto tale da renderne difficile la percezione di movimento, l’uomo si mosse con forza, con violenza verso di ella, non frenando più i propri gesti come al loro primo scontro ma, al contrario, agendo con l’unico, chiaro e semplice obiettivo di ucciderla. Basso pose il suo corpo, parallelo al suolo tale per cui sebbene più grosso ed alto rispetto all’avversaria, egli risultò attaccarla dal basso, in un gesto che sarebbe apparso del tutto imprevedibile se ella non avesse avuto precedentemente modo di assistere ad una simile mossa, reagendo così in maniera immediata ad essa. I muscoli delle di lei gambe, in tensione come il resto del suo corpo nel concederle la possibilità di scattare in qualsiasi momento, la spinsero pertanto ad elevarsi sopra all’uomo, saltando in un’ampia rotazione che la condusse alle di lui spalle nel mentre in cui la lunga lama nera attraversava l’aria in cui ella sarebbe dovuta permanere.
Approfittando di quell’occasione, la mercenaria non si pose alcun dubbio nel tentare un’offesa a di lui discapito, muovendo rapida il proprio pugnale in un affondo verso la schiena ora scoperta: egli, però, dimostrò in quel mentre di non essere un guerriero di poco conto, un combattente comune, intuendo il di lei gesto ancor prima di percepirlo e, conseguentemente a ciò, lasciandosi rotolare di lato, ad evadere alla morte incombente su di sé.
Un istante dopo, i due erano nuovamente uno di fronte all’altra, reciprocamente in guardia.
« La tua fama in questo luogo è seconda solo a quella di mio padre. » rispose Jodh’Wa, in quella breve pausa, riprendendo l’ultima frase pronunciata dall’avversaria « Credevi davvero di poter nascondere la tua identità dietro a nomignoli assurdi? »
« Ammetto di averlo sperato… » commentò la Midda, scuotendo appena il capo « E per questo desideri affrontarmi? Desideri sconfiggermi? »
Un secondo attacco venne rivoltò da parte dell’uomo, che nuovamente prese l’iniziativa nuovamente gettandosi in avanti ma, ora, muovendosi in gesti del tutto alieni alla mentalità della donna, al di lei stile di combattimento, secondo le tecniche da ella già ammirate in lui nel corso dell’assalto alla cittadella: una successione di rapide rotazioni lo videro letteralmente rimbalzare da un punto all’altro dell’area di combattimento, spazzando con la spada tutto ciò che alla sua portata poteva essere offerto, ancora una volta mantenendosi tanto vicino al suolo da rendere difficile la sola idea di riuscire a colpirlo.
Forse se alla mercenaria fosse stata concessa la propria lama dai riflessi azzurri, quella meravigliosa spada bastarda a cui aveva dovuto rinunciare nell’attuazione del piano che l’aveva condotta in quel luogo, ella sarebbe riuscita a giungere ad egli, a colpirlo nonostante tutto: armata, altresì, di quel pugnale tozzo e privo di equilibrio, almeno nei di lei canoni, ella dovette nuovamente incedere nella fuga, nel disimpegno da quello scontro, saltando nel tentativo di sfuggire alla lama dell’uomo. Questa volta, però, la donna non riuscì a raggiungere una sufficiente elevazione, non abituata quale era ad un simile genere di scontro, e l’arma avversaria riuscì ad accarezzarle la gamba destra. Se invece di pietra lavica fosse stato metallo, sottile ed affilato, di certo il danno che sarebbe conseguito a tale incontro sarebbe risultato più grave, forse addirittura letale nella possibile recisione di un’arteria: fortunatamente per ella, l’effetto abrasivo risultò altresì predominante, ferendola sì, ma limitandosi a ledere superficialmente il muscolo della coscia. Ritrovando contatto con il suolo, la mercenaria non donò al proprio nemico neppure la soddisfazione di un gemito, restando seria e concentrata verso di egli, rimproverandosi interiormente di avergli concesso addirittura un simile risultato.
« Il primo sangue. » esclamò l’albino tigrato, risollevandosi in posizione verticale « E’ sempre il migliore in fondo… »
« Non importa di chi sia il primo sangue versato. » rispose la Figlia di Marr’Mahew, socchiudendo appena gli occhi di ghiaccio, all’interno dei quali la pupilla nera sembrò svanire assorbita dalla fredda immensità delle iridi azzurre « Ciò che varrà veramente sarà l’ultimo. »
« Comunque il mio non è un semplice desiderio. » continuò egli, roteando nuovamente la spada attorno a sé, a dimostrarne il totale controllo forse anche come scherno verso l’avversaria che non era riuscita neppure a mantenersi in equilibrio maneggiandone una simile « La mia è una volontà, una certezza: io ti sconfiggerò, Midda Bontor, così tutti sapranno chi è il più forte, chi è l’ultimo vero guerriero di questo mondo perduto. »
« Tuo padre forse potrebbe pronunciare degnamente simili parole… non tu! » replicò la mercenaria, iniziando ad intuire la psicologia del proprio interlocutore in quelle affermazioni « Egli ha dimostrato il proprio valore in reali battaglie, in guerre così incredibili per le quali voi, qui rinchiusi da sempre, non potete neanche avere immaginazione… tu puoi forse dire tutto questo? Tu puoi forse affermare di aver visto gli dei cedere di fronte alla volontà dei mortali laddove interi popoli hanno trovato orrida fine nonostante tutta la propria fede, tutte le proprie preghiere? »
sabato 16 agosto 2008
219
Avventura
006 - Condannata
Nel quantitativo di dieci anime si poté misurare la dimensione del contingente preposto alla sicurezza dell’accesso al Cratere, uomini e donne scelti fra la gente facente capo a Sa-Chi per custodire la risorsa più preziosa controllata da quella cittadella, da quell’insediamento. A garantire l’immediata possibilità di comunicazione fra il complesso fortificato e l’ingresso era stato realizzato un complesso meccanismo di segnalazione, la cui esatta funzionalità non era nota a nessuno al di fuori dei dimessi, da utilizzare ogni qual volta qualsiasi attività fosse rilevata in quella zona: azionato dalle stesse guardie, tale allarme permetteva un richiamo immediato delle forze operanti nella cittadella, rendendo loro possibile l’accoglienza di qualsiasi nuovo prigioniero, come era accaduto anche per la Figlia di Marr’Mahew, o l’erezione di un’immediata nuova linea difensiva a protezione di tale frontiera, nonostante la distanza che separava quelle due zone fra loro prossime.
Oltre un giorno di cammino richiese lo spostamento della coppia di fuggitivi attraverso le lande deserte del carcere per raggiungere nuovamente quel punto di focale interesse dalla città di El’Abeb. Concedendosi anche una pausa per ritemprare la mente ed il corpo, i due arrivando ivi in piena notte, pronti ad approfittare delle tenebre per conquistare rapidamente la zona in un piano che risultava essere al contempo estremamente semplice e potenzialmente efficace: tale strategia prevedeva un’azione diversiva da parte di Tamos, il quale si sarebbe dovuto mostrare chiaramente alle guardie per attirarne l’attenzione nel mentre in cui Midda avrebbe mosso il proprio attacco a sorpresa agli elementi che fra quelle sentinelle fossero risultati più vicini all’azionamento dell’allarme, a prevenire tale spiacevole possibilità. Sbarazzatisi di simili intralci, le altre guardie sarebbero potute essere facilmente contrastate, facendo ottenere ai due fuggiaschi una rapida possibilità di vittoria e, da lì, di evasione dal Cratere: la mercenaria, infatti, aveva anche elaborato una strategia per aggirare il complesso meccanismo di sicurezza rappresentato dalle porte multiple, nel percorrere un’ipotetica via della cui natura non aveva ancora voluto condividere alcuna informazioni con il suo compagno di ventura.
« La sorte ci arride… » sussurrò la donna guerriero, appostata insieme al marinaio in attesa dell’attuazione della strategia pianificata « Sono pochi e fra loro non vedo Jodh’Wa. »
L’assenza dell’albino tigrato offriva senza dubbio un forte incremento alle probabilità di successo di quella tattica, laddove uno scontro con il figlio di El’Abeb avrebbe sicuramente previsto da parte della mercenaria un impegno maggiore rispetto a dieci semplici guardie quali erano quelle davanti a loro proposte. Evidentemente, nella propria qualità di guerriero più forte fra i dimessi, nonché nel proprio ruolo di fratello di Sa-Chi, all’uomo era richiesta una permanenza in città, a prevenire nuovi attacchi da parte dei loro avversari, piuttosto che venir sprecato in semplice ronda attorno a quell’ingresso. Del resto, per quanto le era stato dato di conoscere, i tentativi d’offesa rivolti a loro discapito si proponevano da sempre verso l’insediamento, laddove dirigersi direttamente alla meta senza avere alcuna idea su come affrontare le difese lì erette dai custodi della prigione non avrebbe portato ad alcuna possibilità vittoria ed, al contrario, avrebbe concesso agli difensori di quel limite l’occasione di riorganizzarsi ed imporre sugli aggressori una triste sconfitta: in una simile consapevolezza, l’impiego di un così ristretto contingente a sorvegliare quella zona doveva essere stato più che sufficiente fino a quella fatidica notte e, di certo, vana sarebbe stata considerata la presenza di un personaggio tanto potente in tale contesto.
« Muoviamoci… » incitò Midda, rivolgendosi al proprio compagno prima di separarsi da lui.
Scivolando rapida e leggera nelle tenebre, la donna guerriero si mosse simile a spettro tale da far rabbrividire lo stesso Tamos nell’osservarla entrare in azione, il quale non ebbe esitazioni nel ritenere che proprio in virtù di simili capacità, di tale destrezza, il mito, la leggenda esistente attorno al di lei nome trovava continuamente vigore e ragion d’essere laddove, altrimenti, ella sarebbe apparsa solo una fra le tante, mercenaria non diversa dalla carne da macello normalmente gettata dai mecenati nel campo di battaglia senza pietà e senza contegno. Ma la Figlia di Marr’Mahew non era una come altre e prima che egli potesse finire di formulare quel pensiero ella era già scomparsa, in attesa della sua mossa: concedendosi così alcuni respiri profondi, per riprendere il controllo del proprio battito cardiaco e delle proprie emozioni prima di muoversi a sua volta, il giovane guercio estrasse i due pugnali che aveva condotto con sé e si preparò ad affrontare i dimessi.
« Salve gente! » esclamò, sorgendo dalle tenebre dal lato opposto a quello verso cui si era diretta la compagna « Mi hanno detto che ho guadagnato un permesso d’uscita! »
« Allontanati… » intimarono immediatamente le guardie, estraendo le proprie lame di pietra per volgersi ad egli « Nessuno può lasciare il Cratere! »
« Mi spiace per voi, ma credo proprio che non seguirò il vostro cordiale suggerimento… » commentò, prima di slanciarsi verso gli avversari, con i pugnali in mano.
« Attenti… è armato! » gridò una delle sentinelle, riconoscendo le due lame laviche prima non viste nell’oscurità.
Come programmato, la mercenaria colse efficiente e silenziosa l’occasione concessale dal marinaio, emergendo a sua volta dall’oscura notte vicino alle due guardie rimaste a controllare l’allarme, incerte ancora se porre in allerta la città oppure se gestire in autonomia il folle che solitario stava tentando loro offesa, ai loro occhi certamente non una minaccia reale: con un movimento rapido della mano sinistra e della lama trattenuta in essa la gola di una donna venne recisa da lato a lato nel mentre in cui il pugno destro, chiuso, crollò sulla base del collo di un uomo, con violenza tale da non concedergli alcuna possibilità di opposizione. Entrambe le guardie caddero a terra ed ella, a conclusione di quanto iniziato, non mancò di recidere la giugulare anche all’uomo, prima di gettarsi alle spalle degli otto superstiti in lotta contro Tamos.
« Sono in due! » tentò di avvertire un altro uomo.
Fugace fu tale richiamo, laddove pochi istanti dopo la sentinella che aveva gridato quell’avviso venne trafitta al cuore da uno dei due pugnali del marinaio, lanciato contro di egli nel mentre in cui l’altro si ritrovava impegnato a tener testa con l’unico pugnale rimastogli a due avversari. La tecnica di combattimento adottata, rispecchiando l’origine marina del tranitha, lo vedeva ricercare il proprio punto di forza in quella velocità, agilità ed equilibrio che solo una lunga vita trascorsa a bordo di navi poteva raggiungere, per poi essere posta in opposizione alla staticità ponderata dello stile adottato comunemente dagli abitanti della terraferma: il giovane, pertanto, muoveva le proprie membra rapidamente fra uno e l’altro avversario, evitando di impegnarsi con alcuno fra essi, evitando di ingaggiare un singolo duello che sapeva avrebbe potuto perdere facilmente, ed approfittando altresì delle tenebre come proprie alleate per sfidare tutti contemporaneamente. Non troppo diversamente agiva effettivamente anche Midda, figlia del mare a sua volta, sebbene i movimenti della donna non si proponessero di evitare lo scontro, di evadere dagli attacchi avversari, quanto più semplicemente di terminare nel modo più rapido possibile le loro esistenze, sorvegliandoli accuratamente in modo tale da non permettere ad alcuno di slanciarsi indietro, allo scopo di azionare il meccanismo dall’allarme.
Il combattimento, nonostante la disparità numerica iniziale, non si protrasse a lungo e non vide uscire vittoriosi i seguaci di Sa-Chi: tre furono uccisi da Tamos, mentre gli altri sette caddero sotto l’azione della mercenaria, instancabile, irrefrenabile in un confronto tanto banale, tanto elementare per le proprie capacità, per i livelli a cui era abituata. Del resto la preoccupazione principale per la donna in quel momento era rappresentata dai cerberi: nonostante una chiara via di fuga si fosse formata nella di lei mente, ella non aveva alcuna certezza di poter evitare facilmente quell’ostacolo, di poter aggirare quel pericolo ed ogni minima frazione di energia da lei posseduta doveva essere pertanto conservata al fine di non soccombere proprio in simile prova, in vista di uno scontro che, probabilmente, ancora una volta avrebbe avuto dell’epico.
venerdì 15 agosto 2008
218
Avventura
006 - Condannata
La luce della luna, entrando dalla finestra ricavata nel muro di pietra lavica, priva di imposte, avrebbe dovuto incontrare in quella stanza, su quel letto all’interno della dimora di El’Abeb, il conturbante corpo della donna guerriero, delicatamente posto lì a riposo, forse nudo sotto un leggero lenzuolo a coprirne le incantevoli forme, i seni prosperosi, i fianchi rotondi, il ventre delicatamente sporgente nella conformazione che ad ogni respiro avrebbe proposto forti addominali emergere da sotto la pelle candida, ancora segnata dalle piaghe a lei inferte ma ormai sempre più risanata, sempre più tendente alla sua meravigliosa normalità. I freddi e bianchi raggi dell’astro notturno avrebbero dovuto accarezzare il di lei volto placidamente immerso nel sonno, con palpebre leggermente frammenti nelle proprie lunghe ciglia, chiara epidermide appena segnata da tante piccole lentiggini concentrate soprattutto in prossimità del di lei naso, in uno spettacolo che avrebbe ceduto al fascino più che ad una vera e propria bellezza, in una malia che sola poteva rendere desiderato quel viso così brutalmente segnato da un profondo sfregio, il quale ne dilaniava il lato sinistro allo stesso modo in cui il nero metallo del di lei braccio creava un orrendo contrasto sul lato destro. Ciò sarebbe dovuto essere così presentato al selenico disco, ma nulla di tale lì apparve, niente di simile lì si concesse: vuoto, infatti, era il nero letto, privo di colei che avrebbe dovuto riscaldarlo ed ornarlo con la propria presenza, privo di colei che avrebbe dovuto essere ospitata in quell’abbraccio forse troppo ruvido ugualmente accogliente.
Midda, infatti, tutt’altro che nuda, rapidamente muoveva il proprio corpo fuori dalla stessa finestra, arrampicandosi con grazia e semplicità sulla parete dell’edificio diretta verso il tetto, silenziosa ed invisibile allo sguardo quale ombra nella notte. La planimetria secondo la quale era stata realizzata quella città, non diversamente da quelle del mondo esterno, le concedeva infatti la possibilità di muoversi con maggior efficienza e minor rischio da sopra i tetti delle costruzioni piuttosto che attraverso le strade posta fra essi, e così come già molte volte si era ritrovata a fare nella propria vita, anche in quell’occasione ella scelse per tale alternativa nel compimento del proprio piano, della propria idea. Raggiunto il vertice desiderato, la mercenaria osservò il panorama oscuro attorno a sé, entro i limiti offerti dal di lei sguardo, mentre la sua memoria, fortunatamente molto buona, le riproponeva con estrema precisione tutti i dati appresi nel corso di quella giornata sulle posizioni utili, sulle coordinate che avrebbe dovuto e voluto raggiungere. Verificando con prudenza che alcuna guardia si fosse accorta della sua passeggiata notturna, la Figlia di Marr’Mahew impostò un corretto ritmo alla propria respirazione prima di compiere la brevissima corsa utile ad acquisire il minimale di velocità necessario a spiccare così il volo in un salto fra quel tetto e quello di uno degli edifici vicini, atterrando in maniera più silenziosa e delicata possibile per evitare di attrarre interessi non graditi. Alcuna pausa si concesse, giunta in quel punto, prima di riprendere in direzione del tetto successivo, e da lì proseguire attraverso un tragitto accuratamente pianificato fino a raggiungere il proprio obiettivo.
Sporgendosi appena dal tetto per assicurarsi di aver scelto la finestra più corretta, la donna guerriero si lasciò scivolare in essa con un’agile capriola, grazie alla quale ella atterrò di fronte ad un marinaio addormentato.
Appoggiando la mancina sulle di lui labbra, per evitare che potesse offrire qualche sussulto di sorpresa, gli sussurrò: « Tamos… svegliati. »
Il giovane sbarrò gli occhi a quel tocco ed a quel richiamo, per poi osservarla in maniera interrogativa.
« So che ti sei fatto tanti amici in questo posto, ma io non riesco a fidarmi di nessuno di loro… » spiegò la donna, intuendo le di lui possibili domande, con tono delicato, quasi quanto un sospiro leggero « Prima di essere coinvolta in qualcosa di cui non potrei avere il controllo ho intenzione di cambiare aria e tu, ovviamente, verrai con me. »
Costretto al silenzio, egli non tentò alcuna risposta a quelle affermazioni, accennando appena con il capo un intento positivo.
« Bene… bravo ragazzo. » sorrise ella, liberandolo dalla propria mano « Vestiti in fretta e lascia qui tutto ciò che non ti è indispensabile. »
« Sì… » commentò finalmente, sollevandosi a sedere sul letto.
Midda si ritrasse così da lui, attendendo che egli si preparasse, ma il giovane restò immobile ad osservarla, come in attesa di qualcosa, fino a quando non domandò: « Allora? »
« Ehm… » sussurrò, chinando appena lo sguardo con evidente imbarazzo.
« Thyres! » sbarrò appena gli occhi ella, incredula « Va bene… ma sbrigati. Ti aspetto di sopra. »
Così dicendo, la donna tornò verso la finestra da cui era entrata per risalire da lì fino al tetto, ad aspettare che il compagno superasse i propri pudori e si decidesse a raggiungerla. L’attesa si prolungò per molto meno tempo di quanto ella non avrebbe creduto, e dopo breve anche Tamos si arrampicò senza fatica, seguendo il di lei percorso: vestito con i propri classici abiti, non portava con sé l’ingombrante tridente, in favore di un paio di semplici pugnali in pietra, non diversi da quello posseduto dalla donna.
« Eccomi. » dichiarò semplicemente « Dove andiamo ora? »
« Fuori di qui… » rispose ella, rialzandosi a preparandosi al nuovo tragitto « Se c’è qualcosa di estremamente semplice è di certo evitare l’attenzione delle guardie dovendo uscire da una città, laddove il loro interesse è evitare che qualcuno entri. »
Il cammino della donna, ora non più sola, riprese senza ulteriori indugi, dirigendosi verso il lato opposto a quello dell’unica soglia d’ingresso della città, scegliendo un punto equidistante fra le torrette di guardia in cui vi fossero minori possibilità di essere individuati. Effettivamente, come da lei sottolineato, l’interesse principale dei custodi di quell’insediamento risultava essere quello di evitare che estranei non autorizzati potessero giungere a turbare il sonno degli abitanti ma non quello di prevenire che qualcuno di questi ultimi avesse desiderio di lasciare la protezione offerta da quelle mura in pietra lavica: senza ostacoli, pertanto, la coppia poté saltare di tetto in tetto a giungere fino alla cinta protettiva e da lì ridiscendere silenziosamente fino a terra per poter poi correre a porre maggiore distanza possibile fra loro stessi e la città alle proprie spalle.
« Ora dovremmo essere al sicuro… » commentò la donna, arrestando infine quella fuga nel volgere il capo dietro di sé e constatare il cammino compiuto.
« Potresti allora offrirmi un minimo di spiegazione? » domandò il giovane, affiancandola finalmente, meno abituato a correre sulla terraferma rispetto ad ella.
« Cosa non è chiaro? » replicò ella, aggrottando la fronte verso di lui.
« Perché siamo scappati? » si provò a spiegare meglio egli, aprendo le braccia a sottolineare il proprio smarrimento con quel gesto enfatico.
« Perché non avremmo dovuto farlo? » rispose la Figlia di Marr’Mahew, osservandolo incuriosita « Per quanto El’Abeb abbia offerto spiegazioni più solide rispetto a quelle di sua figlia Sa-Chi, molti sono ancora i punti oscuri in tutta la politica di questa prigione e non ho interesse a spendere un solo minuto in più della mia vita per comprendere chi possa desiderare realmente prestarmi aiuto… »
« El’Abeb ci avrebbe aiutato a scappare: per domani era già stata indetta una riunione in tal senso. » osservò il marinaio, scuotendo il capo « Il tuo obiettivo è anche il loro… da anni! »
« La realtà, purtroppo, ha sempre più di un aspetto, Tamos… » sorrise ella, continuando a camminare « Ho grande stima per me e per le mie capacità, ma non sono portata a credere che la mia sola presenza potrebbe mutare le sorti di un conflitto che si protrae da più di un lustro. »
Il giovane restò in silenzio a quell’affermazione, non sapendo cosa e come replicare ad ella laddove tanto sicura appariva in quell’analisi.
« Potrei anche sbagliarmi… » sottolineò Midda, volgendo lo sguardo verso di lui « Ma preferisco pagare le conseguenze di un mio errore, piuttosto che ritrovarmi a dover prestare pegno per sbagli commessi da altri in mia vece. »
giovedì 14 agosto 2008
217
Avventura
006 - Condannata
« No… non meritavano di morire. » sussurrò Midda, appoggiando dolcemente la propria mancina sui di lui capelli arruffati, quasi materna in un simile gesto « E parte del loro sangue ricade su di me, in quanto essi sono stati uccisi unicamente per causa mia… »
« Lei ti odia. » rispose Tamos, ancora senza levare lo sguardo verso di ella « Non puoi immaginare a qual punto… »
« Posso, purtroppo posso. » scosse il capo la donna « Dimentichi da quanto ci conosciamo e ci combattiamo. E’ grazie a lei che il mio braccio è andato perduto… »
A quelle parole il giovane marinaio cercò di ritrovare contegno, di riprendere quel poco di raziocinio rimastogli per imporlo sulle emozioni, fermando il pianto per poi risollevarsi piano da terra, ergendosi di nuovo davanti alla mercenaria, a colei che sarebbe dovuta essere vittima delle sue azioni secondo i piani della sua mandante.
« E’ stata lei a volermi rinchiuso in questo luogo. » commentò tornando a volgere il proprio sguardo ad ella, osservandola l’unico occhio leggermente arrossato per il momento appena vissuto « Secondo le sue parole era al fine di farmi riflettere su quanto grave fosse stata la mia sopravvivenza di fronte al mio fallimento, ma ho compreso subito che non era così. »
« No… non è nel suo stile. » confermò l’interlocutrice « Ti ha posto qui unicamente per attirarmi in trappola, così che, in assenza di informazioni sulla Jol’Ange, io decidessi di seguirti in questo carcere nella speranza che tu mi avresti saputo dire qualcosa di più. »
« Non si può fuggire dal Cratere… e lei lo sapeva bene. » sussurrò egli, annuendo tristemente alle di lei parole « Ancora una volta, attraverso di me, ella è riuscita a colpirti. Mi dispiace… »
« Calma, per Thyres. » scosse il capo la donna guerriero, offrendo un aperto sorriso « Io sono Midda Bontor e fino a prova contraria sono ancora viva: ho affrontato insidie di gran lunga peggiori rispetto a questa prigione… e non saranno un paio di bestioni con qualche testa di troppo a fermarmi! »
Il resto della giornata, secondo anche quanto suggerito da El’Abeb, trascorse in tempi e modi assolutamente tranquilli, rilassati, in preparazione a quella che sarebbe stata l’assemblea del giorno dopo, nella quale l’intera comunità del nord si sarebbe mobilitata nell’appoggio alla mercenaria, nella pianificazione dell’azione da condurre per l’ultima grande battaglia contro Sa-Chi ed i suoi fedeli, per poter finalmente raggiungere la libertà da quella condanna eterna, per compiere ciò che alcun altro aveva mai potuto neanche immaginare prima di allora.
Per la donna guerriero, ovviamente, tale fu l’occasione per poter finalmente ascoltare le parole di Tamos in merito a cosa era accaduto nel corso della tremenda tempesta che l’aveva vista separata dal resto dell’equipaggio della goletta, scaraventata in mare tanto violentemente da subire addirittura un breve periodo di amnesia. Il giovane marinaio, a differenza di ella, all’epoca dei fatti si era legato all’albero maestro insieme ai compagni traditi, riuscendo in tal mondo ad evitare come tutti gli altri di smarrirsi nella furia delle onde, restando altresì solidale con la nave e superando, insieme ad essa, i momenti peggiori dopo i quali il sole non aveva mancato di tornare a risplendere sopra di loro. Tutti, pertanto, si erano salvati: Noal, un tempo secondo in comando di Salge Tresand, era divenuto nella tragica morte di quest’ultimo il nuovo capitano della nave secondo le leggi del mare; Berah, ultima compagna del defunto capitano, aveva preso il ruolo di primo ufficiale nella volontà coesa di tutti i compagni; Av’Fahr e Masva, sopravvissuti a tutto, si erano ritrovati ad essere l’unico equipaggio degno di tale nome a bordo della Jol’Ange; ed infine anche Camne, da ospite era divenuta praticamente membro onorario di quella famiglia, in attesa del ritorno di Midda. Nelle parole del marinaio, infatti, la sua giovane protetta aveva rifiutato qualsiasi proposta da parte del gruppo di far vela verso nord, verso la sua amata Dairlan secondo quelli che invece erano ritenuti i desideri della mercenaria stessa, per restare insieme all’equipaggio, nella speranza di ritrovare attraverso essi la propria salvatrice e poter proseguire il proprio cammino insieme ad ella. Un proposito enigmatico che non lasciava chiaramente intendere i propositi della giovane, ma di cui la Figlia di Marr’Mahew non aveva di che preoccuparsi in quel momento: ogni spiegazione a tal riguardo si sarebbe raggiunta al momento giusto. Poche, oltre a quelle conferme di buona salute da parte dell’equipaggio, furono poi le informazioni che Tamos poté concedere in merito alla Jol’Ange: superata la tempesta, Noal aveva deciso di far rotta verso Kirsnya dove il giovane prigioniero, nell’assenza di fiducia che attorno a lui si era naturalmente creata, era stato consegnato alle autorità portuali denunciato per atti di pirateria. L’apprendere come la goletta avesse fatto scalo proprio alla capitale dove lei stessa aveva in quel periodo condotto i propri passi non poté che trovare disapprovazione nella donna nei confronti del fato: per quanto ne poteva sapere, ella sarebbe potuto essere stata a meno di una dozzina di piedi dai propri compagni senza aver avuto la possibilità di vederli, di incontrarli, di cercarli, in quelli che erano stati gli eventi caotici dell’attacco a lord Sarnico. Purtroppo rimpiangere il passato e le sue occasioni perdute non avrebbe mutato il presente e, così, la mercenaria dovette semplicemente accettare quella realtà dei fatti, senza ulteriori rimproveri contro se stessa.
« Mi spiace non avere ulteriori informazioni da concederti. » aveva commentato il giovane, a quel punto della propria narrazione.
Dopo la consegna di Tamos alle autorità portuali, la sua storia si era irrimediabilmente divisa rispetto a quella degli ex-compagni, di cui aveva pertanto perduto ogni traccia: l’unica informazione nota, e tutt’altro che inutile per la donna guerriero, era così la negazione di una rotta verso nord, verso Dairlan. Un simile dato, che non offriva indicazioni precise per localizzare la goletta, restringeva comunque di molto l’area di ricerca della donna che avrebbe potuto concentrare il proprio interesse nella costa sud-occidentale del continente dove era presumibile che essi avrebbero continuato a navigare in attesa di rincontrarla, forse tornando addirittura a Seviath, la città tranitha dove già avevano riunito i propri destini prima di quei tragici eventi. Un lungo dubbio, infatti, aveva dominato la mercenaria in tutto il periodo della ricerca di informazioni in merito alla Jol’Ange, laddove l’ultimo incarico accettato da quell’equipaggio aveva previsto un itinerario estremamente lungo nel corso del quale rintracciarli sarebbe stato assolutamente impossibile, considerando le difficoltà estreme in tal senso già in aree più ristrette.
« Non ti preoccupare. » sorrise ella, sentendosi decisamente positiva a riguardo « Li ritroverò… anzi, li ritroveremo, dato che non ho cambiato idea su quanto ho detto prima. »
« Sono stati loro a consegnarmi alle guardie: che senso avrebbe ricondurmi da loro? » domandò egli, scuotendo il capo.
« Meritano una spiegazione su cosa è successo loro, sul perché questo è successo, sia da parte tua sia da parte mia… » rispose la mercenaria, tranquilla « Desidero che siano pienamente consapevoli delle responsabilità di ognuno in ciò che è accaduto: delle mie, delle tue… e di quelle di lei. »
Nel ripensare ad ella, nel potare la propria memoria nuovamente a rivolgersi a quella donna, la Figlia di Marr’Mahew non poté evitare di stringere i denti e storcere le labbra verso il basso, nel ritrovare davanti ai propri occhi una lunga lista di immagini provenienti dal proprio passato, di ricordi vicini e lontani, in cui quella cagna aveva svolto un ruolo da protagonista nello sfogare contro di lei tutta la propria rabbia, tutta la propria frustrazione, tutta la propria ira. E nel rivivere mentalmente tutti quei momenti, non poté che pregare per il giorno in cui, finalmente, entrambe si sarebbero riunite, si sarebbero ritrovare una davanti all’altra, e tutte le questioni in sospeso fra loro, tutti i debiti mai saldati, avrebbero trovato la loro conclusione nel loro sangue.
mercoledì 13 agosto 2008
216
Avventura
006 - Condannata
« Tamos… »
Quando ormai nulla sembrava promettere alla donna guerriero la possibilità di raggiungere il proprio obiettivo, quando tutto sembrava essere perduto nel turbine dei conflitti familiari all’interno del Cratere, l’improvvisa comparsa del giovane sembrò riportare nella di lei mente la speranza di trovare salvezza da quel carcere e, con esso, ricongiungersi ai compagni perduti, per conoscere il loro destino e per riuscire finalmente a concludere ciò che aveva iniziato ma che non le era stata data la possibilità di terminare.
Il giovane tranitha non sembrava essere assolutamente cambiato da come lo ricordava, vestendo gli stessi abiti, impugnando ancora una volta un tridente, seppur riadattato al contesto lavico di quel mondo, quasi emergendo dalla di lei memoria per riportarla a quel giorno ormai lontano nel tempo in cui ella aveva dovuto affrontare la morte di un antico amante e di una nuova amica per volontà dell’inevitabile nemesi, servitasi anche di quell’uomo poco più che ragazzo per giungere a lei.
« So che di certo desideri uccidermi per quello che è successo. » esordì il giovane, appoggiando la propria arma contro lo stipite della porta prima di avanzare piano verso di lei, in un misto di timore ed ardimento, paura e coraggio « E non immagini quanto io abbia desiderato farlo: Ja’Nihr era anche amica mia. »
« Questo non ti ha impedito di assassinarla brutalmente… » sottolineo la donna di fronte a quell’affermazione, restando fredda e controllata davanti ad egli.
« Potrei dire che non avevo scelta, ma mentirei nello stesso modo in cui ho ingannato me stesso per lungo tempo. » ammise egli, fermandosi di fronte all’interlocutrice e cercando di mantenere il proprio sguardo in quello di lei, per quanto difficile potesse essere « Ja’Nihr ha pagato il prezzo della mia viltà, il costo del mio tradimento, con la propria vita, con il proprio ingiusto sacrificio ed il di lei sangue macchierà per sempre le mie mani, per quanto il tempo possa passare e per quanto pentimento nel mio cuore vi possa essere per ciò che è successo. Di questo ne sono tristemente consapevole ed il solo pensiero, spesso, mi porta sull’orlo della follia… »
« Se tanto è stato il tuo desiderio di morire, perché non lo hai mai fatto? » domandò con freddezza la mercenaria, osservandolo impietosa « Se così pesante è per te vivere con il rimorso per il tuo gesto, perché sei ancora qui, innanzi a me? »
In risposta alle di lei parole, a quel di lei verbale attacco rivoltogli, il giovane marinaio si mosse più rapido di quanto ella non si sarebbe attesa, estraendo con la destra da dietro la schiena un pugnale in pietra e muovendolo a rigirarsi fra loro, per posizionarsi con la punta rivolta al proprio petto, all’altezza del proprio cuore, e con l’impugnatura verso la donna. In una simile situazione, ad ella sarebbe occorsa una minimale pressione per porre fine a quell’indegna vita, per vendicare colei che per di lui mano aveva trovato la morte senza colpa alcuna.
« Perché io sono ancora troppo codardo per compiere ciò che andrebbe compiuto… » rispose Tamos, con sguardo fermo, con mano immobile nel reggere il pugnale « Ho pregato a lungo perché mi fosse concessa la morte, ma gli dei impietosi non mi hanno voluto ascoltare, non mi hanno voluto permettere la pace dell’eterno riposo che tanto ho bramato. » continuò, con tono costante, senza timori nella voce « Ti prego: se gli dei ti hanno guidata fino a qui è per offrire risposta alle mie suppliche, è per donare al mio animo la quiete che tanto brama. Compi ciò che devi… vendica Ja’Nihr e poni fine alla mia esistenza. »
Midda in silenzio scrutò a lungo quello sguardo, mentre alcuno tentò di intromettersi fra loro, rispettando la questione in corso, le reciproche posizioni all’interno delle quali chiunque altro sarebbe risultato estraneo: incerta la mercenaria sembrò restare di fronte ad egli, forse divisa fra il sentimento di rivalsa, di vendetta, che avrebbe voluto soddisfazione nella conclusione di quell’esistenza e la sete di conoscenza che altresì l’aveva spinta all’interno di quel luogo, di quella prigione, che non avrebbe mai potuto soddisfare con la di lui morte.
Ma quanto infine ella prese una decisione, una strana luce di consapevolezza era nei di lei occhi, nel di lei sguardo, a negare ognuna delle due precedenti ipotesi.
« Non so se davvero Sa-Chi ti abbia conosciuto o no, ma di certo quella cagnetta dalla pelle bianca ha visto qualcosa di corretto in te. » commentò la donna guerriero, con tono privo di emozioni « Tu non sei la stessa persona che ho conosciuto mesi fa e, soprattutto, a dispetto di ciò che dici non brami la morte e neppure la temi… »
« Cosa stai dicendo? » domandò l’altro, restando immobile con il pugnale appoggiato contro il proprio cuore.
« Quello che hai sentito. » rispose ella, tranquillamente, portando la propria mano su quella di egli e costringendolo ad abbassare l’arma, allontanandola da sé « Tu desideri solo espiazione per le tue colpe, per il sangue di cui ti sei bagnato, per il tradimento che hai compiuto a discapito di chi ti aveva offerto fiducia ed affetto, di quella che era la tua famiglia. Morire sarebbe una soluzione troppo rapida, una via di fuga troppo semplice, che sai di non poter intraprendere perché non meriti questa possibilità. »
Solo in quel momento, in risposta all’evidente perfetta descrizione che quelle parole avevano dato di lui, a come esse erano state capaci di leggergli dentro meglio di quanto egli non avesse voluto fare prima di allora, la di lui mano iniziò a tremare in quella di lei, incerta, timorosa, dubbiosa: nell’unico occhio dove prima era un fermo controllo, un’assoluta sicurezza, ora comparve lo sgomento, conseguenza della quiete presente in quelli azzurro ghiaccio ad esso antistanti, laddove evidentemente altro sentimento era atteso, sarebbe stato più facilmente accettato.
« Non ti ucciderò. » concluse la donna, inarcando appena gli angoli delle labbra, osservandolo con intensità « Anzi, ti condurrò fuori da questo luogo insieme a me, così che tu possa poi guidarmi a ritrovare la Jol’Ange: vivere sarà la punizione per la tua colpa, non morire. Questa è la sorte che tu stesso, consciamente o inconsciamente, hai scelto per te stesso. »
Nulla ad ella era stato ancora concesso di conoscere in merito alle ragioni per cui egli era stato lì rinchiuso, in merito all’identità di colui, o colei, che lì aveva voluto porlo, per il resto dei propri giorni o, forse, semplicemente nella speranza di attirarla in trappola a sua volta, ma, qualsiasi fossero state le risposte a simili incertezze, a tali dubbi, la mercenaria aveva ormai votato in favore di una nuova missione personale, una missione di recupero, di salvataggio, che avrebbe visto Tamos cambiare ruolo da preda a protetto, per concedergli una reale possibilità di affrontare la propria sorte, il proprio fato, come altresì all’interno del Cratere mai egli avrebbe potuto fare. Non fuggendo al mondo, infatti, egli si sarebbe offerto alla giustizia per la giusta condanna ma affrontando lo stesso mondo dal quale aveva cercato fuga, la realtà da lui tradita: forse neanche egli stesso aveva avuto la possibilità, fino a quel momento, di rendersene pienamente conto, ma l’unica reale possibilità di espiazione sarebbe stata il ritorno dai propri compagni, affrontando davanti ad essi il peso delle proprie responsabilità, delle proprie colpe.
E finalmente conscio di tutto questo, il giovane marinaio ricadde in ginocchio al suolo, davanti a Midda, coprendosi il viso con le mani per non svelare le amare lacrime da lui ora offerte, simili a quelle che già aveva pianto davanti a tutto l’equipaggio della Jol’Ange al momento della rivelazione dei fatti occorsi, eppur estremamente diverse da esse: non più il dolore di un bambino timoroso per la sorte che lo avrebbe atteso, ma la consapevolezza di un uomo sull’orrore delle proprie azioni.
« Ja’Nihr ed il capitano non meritavano di morire… » singhiozzò sottovoce egli, restando chino a terra.
martedì 12 agosto 2008
215
Avventura
006 - Condannata
Le rivelazioni offerte dall’anziano guerriero furono per la donna più interessanti di quanto avrebbe potuto prevedere o ammettere, e, per quanto non la riguardassero direttamente, ella era più che consapevole che dovendo muoversi in quel mondo avrebbe dovuto comprenderne il più possibile per avere qualche speranza di sopravvivenza.
Scoprire che Jodh’Wa era figlio di El’Abeb, le forniva la possibilità di conoscere l’origine del di lui addestramento e della di lui bravura, nonché, ovviamente, i benefici ereditari derivanti da un simile genitore: già considerato quale possibile e formidabile avversario, l’uomo tigrato appariva ora come un serio ostacolo al di lei cammino se solo avesse deciso di frapporsi in esso, laddove pochi guerrieri nel corso della storia avevano accumulato una fama simile a quella di El’Abeb, a cui la propria si avvicinava pur senza eguagliarla ancora. Quale carne della carne e sangue del sangue di suo padre, quel giovane uomo avrebbe già racchiuso in sé un fenomenale potenziale di morte: educato quale poi sicuramente doveva essere stato dal medesimo, egli poteva essere considerato una perfetta arma umana, un guerriero formidabile forse privo di eguali, non semplicemente nato, ma anche cresciuto per essere tale. Il dubbio, il timore assolutamente legittimo nella mercenaria, di non essere in grado di competere con un simile individuo, sorse spontaneo, subito però respinto dalla di lei mente che non voleva concederle di porsi in una posizione di inferiorità psicologica nei riguardi del proprio avversario: se mai fra loro sarebbe stato scontro, allora lo avrebbe affrontato con lo stesso rispetto offerto a qualsiasi avversario, conscia della propria possibilità di morte ma altrettanto speranzosa della propria possibilità di vittoria nei confronti di quella nuova sfida.
Scoprire, poi, che Sa-Chi era figlia di El’Abeb, offriva molte risposte ai numerosi dubbi accumulatisi fino a quel momento nei confronti della giovane albina: esattamente come per il fratello, il sangue e l’educazione offerte a lei dal padre avevano contribuito a creare l’individuo unico e, probabilmente, temibile, che aveva avuto modo di incontrare, capace di imporre la propria mente, il proprio pensiero, il proprio ragionamento su coloro che la circondavano al fine di ottenere da essi rispetto, timore, potere. Come la stessa Figlia di Marr’Mahew era pienamente consapevole, fondamentale per un grande guerriero non sarebbe mai stata solo la potenza fisica o l’abilità nel giostrare con le armi, quanto la di lui mente, la di lui capacità strategica di analizzare rapidamente ogni situazione al fine di comprendere i punti di forza ed i punti di debolezza di ogni situazione, di ogni avversario, così da poter uscire vittoriosi anche dalle imprese più disperate, compiendo quelle azioni che la storia avrebbe ricordato come epiche, sovrumane, leggendarie ma che, semplicemente, derivavano da una riflessione rapida, efficiente ed efficace di ogni ostacolo, di ogni avversità. Questa capacità particolare era quella di cui, indubbiamente, Sa-Chi aveva fatto la propria principale arma, il mezzo di controllo sugli uomini e sulle donne che a lei offrivano riferimento, diventando in questo sicuramente più temibile di qualsiasi guerriero in quanto, a differenza anche solo del fratello, ella non aveva concesso interesse allo sviluppo del proprio fisico in favore unicamente della propria mente.
« Dal tuo silenzio deduco che queste mie affermazioni ti hanno trovata più interessata di quanto non ti saresti attesa… » denotò correttamente El’Abeb, osservandola con le sue spettrali orbite vuote.
« Dici il vero. » annuì la donna, confermando quanto da egli proposto « La tua prole si propone quale temibile erede di un terribile retaggio. »
« Purtroppo ne sono consapevole, dal giorno in cui essi si sono ribellati a me, loro padre, proibendo la possibilità per chiunque di lasciare questo carcere. » affermò con evidente tristezza nella voce l’uomo « Probabilmente se fossi stato un genitore migliore, per entrambi, essi non si sarebbero spinti in una simile direzione, ma ormai ciò che è fatto è fatto e nulla mi è concesso per mutare il passato. »
« Perché hanno preso questa decisione? » chiede curiosa ella, ormai assetata di nuove conoscenze, di qualsiasi particolare che avrebbe potuto, forse, dividerla fra la vita e la morte in un futuro prossimo « Perché temono il mondo esterno al Cratere? »
« Perché non hanno mai conosciuto quella realtà, non hanno mai avuto contatto con essa, ma sono consapevoli di come all’interno di questo carcere essi possano essere pari a dei, mentre all’esterno di una simile prigione essi diverrebbero comuni mortali, privi di qualsiasi potere, privi di qualsiasi dominio sulla realtà a loro circostante. » spiegò il padre della coppia « Molti albini, figli di carcerati nati all’interno del Cratere e resi tali probabilmente da qualche veleno presente in questo terreno maledetto, la pensano come loro, appoggiano quella causa, comprendendo come sarebbero discriminati nel mondo dei loro genitori, dei loro nonni: altri, però, come hai potuto anche vedere tu stessa, appoggiano tuttora la mia causa, comprendendo come sia assurdo trovare godimento in una condanna, soprattutto in una condanna di cui non hanno colpa alcuna. »
« Capisco. »
Ammesso ma non concesso che l’esposizione dei fatti offerta dall’uomo fosse corrisposta al vero, per la donna guerriero il cammino in uscita da quel carcere sarebbe risultato estremamente più complesso di quanto avesse previsto fino a quel momento: non solo, infatti, avrebbe dovuto affrontare le insidie di un sistema di sicurezza praticamente perfetto, a prova di evasione; non solo avrebbe dovuto affrontare il pericolo rappresentato dai cerberi a guardia di quel luogo, a custodia di quell’ingresso; ma prima ancora di arrivare a tutto ciò avrebbe dovuto trovare una via per evadere i controlli dei figli di El’Abeb, per vincerli sul loro stesso territorio, laddove essi sorvegliavano sicuramente con premura assoluta l’unica via che avrebbe potuto condurre alla perdita del loro potere, dell’influenza da loro offerta sulla vita all’interno del carcere. Se solo ella fosse riuscita ad evadere dal Cratere, questo avrebbe creato un pericoloso precedente, uno sprone di grande valore per la causa di tutti coloro che bramavano la libertà, la speranza di un futuro diverso dal presente a cui erano legati, e questo, di certo, essi non lo avrebbero mai accettato, arrivando a qualsiasi gesto pur di impedirlo.
« Quali vie di fuga conosci da questo luogo? » domandò al termine di quella breve riflessione la mercenaria, tornando a rivolgersi al suo attuale anfitrione.
« Non esistono possibilità al di fuori dell’unico percorso che già hai compiuto per entrare… » rispose egli scuotendo il capo « In molti, nel corso del tempo, hanno provato a sfidare i bordi del Cratere, le sue infide pareti e nessuno ha avuto successo: scalatori esperti, gente capace di arrampicarsi meglio di un ragno, ma che di fronte a tale impresa è precipitata rovinosamente al suolo, a volte da un’altezza tale da vedere i propri umani resti sparpagliarsi per interi acri una volta giunti a terra. »
Midda storse le labbra ad una simile prospettiva, non gradendo l’idea di poter trovare conclusione alla propria vita smembrandosi in tal maniera: « Pessimo. »
« Avremo tempo per riflettere sul da farsi nei prossimi giorni. » concluse l’uomo, levandosi dalla sedia sulla quale si era accomodato « Ovviamente, spero sia chiaro, potrai contare su tutto il nostro aiuto per riguadagnare la libertà che vai cercando. »
« Ovviamente. » ripeté la donna, socchiudendo gli occhi nell’osservarlo non pienamente convinta da quelle parole, dalla semplicità di una simile alleanza.
« Ora, però, penso che altre questioni si imporranno alla tua attenzione… »
In quelle parole, l’uomo dal viso di scheletro sollevò la propria mano destra, indicando davanti a sé, e dietro alle spalle della Figlia di Marr’Mahew, la presenza di una nuova figura all’interno di quella stanza, non precedentemente notata da ella troppo assorta nei propri pensieri per coglierne l’avvicinarsi. Voltandosi così verso l’ingresso all’abitazione, davanti allo sguardo della mercenaria si presentò colui per cui ella aveva raggiunto quel carcere, accettando l’incognita offerta da un fato incerto nel compimento di qualcosa che da troppo tempo si era ripromessa e troppo a lungo aveva rimandato: Tamos.
« Midda… » esordì il giovane, tentando di mostrare un lieve e naturalmente imbarazzato sorriso.
lunedì 11 agosto 2008
214
Avventura
006 - Condannata
Per quanto poco entusiasta di quella possibilità, di quell’alternativa, non ritrovando offerta alcuna altra via la mercenaria dovette concedere buon viso a cattivo gioco ed accettare di seguire l’anziano guerriero.
Questi, nella quasi indifferenza della folla circostante, condusse la donna fino ad un edificio in nera pietra lavica, presumibilmente la propria dimora, entro la quale la invitò ad accomodarsi offrendole, non diversamente da quanto già aveva compiuto Sa-Chi diversi giorni prima, un bicchiere d’acqua come gesto di ospitalità nei di lei riguardi. La donna, ovviamente, non disdegnò simile offerta, laddove all’interno del Cratere quel bene prezioso risultava sempre troppo raro per i suoi gusti, per i suoi fabbisogni personali, nelle dosi a cui era abituata, gustando così a piccoli sorsi l’abbondanza concessale dal proprio anfitrione.
« Sono stato rinchiuso in questo luogo più di venticinque anni fa… » esordì tranquillamente l’uomo, nella spiegazione promessale, dopo essersi accomodato di fronte ad ella « … ma non sono molto sicuro sulle date, perché dopo un po’ il tempo sembra perdere di significato all’interno del Cratere. All’epoca io ero molto diverso ed anche questo luogo non era lo stesso che tu stai imparando a conoscere: era un posto più libero ed, in questo, più caotico, dove molti gruppi si confrontavano continuamente per il predominio degli uni sugli altri. »
In silenzio Midda prestò attenzione a quelle parole, pronta a confrontarle con quanto propostole dall’altra parte per riuscire a sperare, in ciò, di scoprire una minima verità comune, per quanto già quelle prime informazioni non le fossero state offerte.
« Devo ammettere che gran parte di ciò che è oggi, in effetti, è conseguenza del mio ingresso qui, dell’inizio della mia condanna all’interno di questi naturali confini: non ero giovanissimo, ma la forza ancora non aveva abbandonato le mie membra e, soprattutto, il mio nome sapeva incutere timore e rispetto. » commentò egli con quella che sembrava essere un’aria nostalgica, nuovamente un sorriso se gli fosse stata concessa tale possibilità « In fondo non eravamo poi diversi tu ed io o, meglio, io ero ciò che forse tu diverrai un giorno… »
« Il mio nome non è associato a stragi e massacri di innocenti. » intervenne freddamente la donna, punta nel vivo da quella nota.
« Ne sei certa? » insistette l’uomo dalla faccia di scheletro « Siamo decisamente tagliati dal mondo, qui nel Cratere, eppure l’eco delle tue gesta, o malefatte, è giunto anche qui. E, comunque, come già ti ho avvertita prima, non ritenermi l’uomo di cui hai sentito cantare: i bardi romanzano sempre troppo ciò che accade, trasformando la normalità in epica, il sangue in tragedia. »
Annuì la donna a simile affermazione, non potendo fare altro che constatare la veridicità di tali parole: lei stessa, spesso, aveva sentito delle proprie imprese totalmente stravolte ed, in questo, non poteva escludere che anche per il famigerato El’Abeb potesse esserci una simile situazione.
« Come stavo dicendo, all’epoca il mio ingresso introdusse un fattore inaspettato in quelle che erano le varie politiche, i vari equilibri esistenti, e ben presto io stesso mi ritrovai, non senza un mio desiderio in tal senso, a prendere il comando dell’intero carcere, ad imporre il mio dominio su di esso. » riprese a parlare egli, svelando particolari che avevano un che di incredibile « Fondammo così le prime città, che all’epoca non avevano alcuna cinta muraria a propria protezione, perché nulla doveva essere protetto. »
« Purtroppo, sì sa, due sono gli ideali cari all’umanità, pur troppo spesso in contrasto l’uno con l’altro: il potere e la libertà. » continuò l’uomo, portando un bicchiere vicino alla bocca per bere lentamente, pur senza labbro superiore quale si ritrovava ad essere « E così, dopo molti anni di apparente serenità, in me iniziò a nascere il desiderio di riconquistare la libertà perduta, mentre in altri di non perdere il potere acquisito entro questa desolata landa. »
« I dimessi? » provò ad ipotizzare la donna guerriero, iniziando ad avere una probabile idea della situazione.
« Esattamente. » annuì l’uomo « Cinque anni fa fu la nostra scissione e l’inizio di un’eterna guerra: da un lato ci siamo noi, la mia gente ed io, i quali memori del mondo che ci aspetta là fuori non desideriamo accettare il destino di morte a cui siamo stati tutti condannati, sperando nella possibilità di liberazione per ognuno di noi; dall’altro ci sono coloro che definiamo “dimessi”, rassegnati e contenti di questa situazione, che temono il mondo esterno e non vogliono permettere ad alcuno di riguadagnare la libertà anche nel momento in cui gli sarebbe possibile. »
« Fammi provare ad indovinare… » continuò subito egli, rivolgendosi ora direttamente alla sua ascoltatrice « Saresti potuta uscire di qui dopo ventiquattro ore, ma la loro ospitalità, le loro cure, ti hanno trattenuta per una settimana intera prima di concederti di nuovo la libertà d’azione. Giusto? »
« Quarantotto. » annuì la mercenaria a quella domanda « Ma in ogni caso non avrei mai approfittato di tale possibilità senza aver prima potuto parlare con Tamos. »
« Sei interessata alle sorti della Jol’Ange, immagino… » tentò nuovamente di indovinare l’anziano guerriero, osservandola tranquillo.
Nel sentire quel nome Midda non poté che cogliere una prima sostanziale diversità fra tutto ciò che le aveva proposto Sa-Chi e ciò che, invece, le stava offrendo El’Abeb: mentre la ragazzina, con assoluta irremovibilità aveva continuato a sostenere di non conoscere alcun dettaglio del passato di Tamos, delle sue origini, delle ragioni per cui egli era stato lì rinchiuso, così come non aveva mostrato alcun sospetto nel meriti della di lei reale identità; l’uomo non solo stava sottolineando continuamente grande conoscenza su di ella, ma anche in quelle parole aveva rivelato di essere consapevole dei trascorsi di Tamos e, probabilmente, delle ragioni per cui egli era giunto in quel luogo di condanna.
« Tu cosa ne sai? » domandò la donna, cercando di restare tranquilla, controllata.
« Credo che sia meglio per te chiedere direttamente alla fonte queste informazioni… » rispose altrettanto tranquillo l’uomo « Ho già mandato a chiamare Tamos ed entro breve dovrebbe raggiungerci: temo, però, che la tua sete di conoscenza in tal senso resterà insoddisfatta, nonostante tutto il tuo impegno, tutta la tua fatica. »
Quella premessa poco piacque alla mercenaria, la quale storse le labbra verso il basso.
« In ogni caso non avere timore: la tua presenza in questo luogo non sarà male per noi. Così come io quasi trent’anni or sono rappresentai un elemento di novità, di cambiamento, ora tu potresti essere altrettanto e, forse, porre fine a questo conflitto fratricida. »
Anche quelle parole non soddisfecero la donna guerriero, per quanto questa volta dissimulò i propri sentimenti in un’espressione fredda e controllata: come aveva temuto in molti volevano servirsi di lei per i propri scopi, probabilmente offrendole di volta in volta versioni assolutamente personali e faziose sulla realtà e sulle proprie ragioni: chissà cosa avrebbe, anzi, potuto sentire da parte dei reietti, di coloro che, fino a quel momento, tanto Sa-Chi quanto El’Abeb stavano dimostrando voler ignorare.
« Cosa mi sai dire su Sa-Chi? » prese ora ella l’iniziativa nei confronti dell’uomo, sinceramente curiosa in tal senso « Come è possibile che una ragazzina abbia acquisito tanto potere? »
El’Abeb restò un momento in silenzio a quella richiesta, come incerto su cosa poterle rispondere, su cosa poterle spiegare e su cosa, al contrario, avrebbe fatto meglio a tacere.
« Due sono i fattori che hanno determinato l’ascesa al potere di Sa-Chi, esterni al carisma che quella ragazzina riesce ad esercitare su coloro che la circondano nonostante la propria giovane età. » iniziò a spiegare l’uomo, sciogliendo il silenzio dopo qualche istante « Il primo è suo fratello, l’uomo che sicuramente hai conosciuto con il nome di Jodh’Wa che per lei rappresenta la forza non posseduta personalmente, la combattività altrimenti a lei assente… »
« Fratello? » domandò ella, sinceramente spiazzata da quella rivelazione.
« … e la seconda è il suo retaggio, il sangue che scorre nelle di lei vene. » concluse egli, ignorando l’intervento della donna guerriero, con una nota d’amarezza nella voce « Il mio sangue. »
domenica 10 agosto 2008
213
Avventura
006 - Condannata
Un lungo bastone lavico, uno scettro, un simbolo di potere, identificò immediatamente il ruolo di colui che era intervenuto all’interno dello scontro fra il guercio e la mercenaria, sancendone la conclusione: diverso da quello di Sa-Chi, l’artefatto offriva alla sua estremità non un artiglio, o una mezzaluna a seconda di come lo si fosse interpretato, ma tre teschi umani, in un’apparenza decisamente più macabra, più violenta di quanto presentato dall’altra capofila, dalla guida dell’altra comunità. Scura, raggrinzita, rugosa era la pelle della mano che stringeva quel bastone, protetta come l’altra a lei simmetrica da una stretta fasciatura nera che risaliva oltre il polso perdendosi in quelle che erano le pieghe di una larga casacca biancastra, posta a copertura di un corpo magro, vecchio, stanco: dall’apertura della scollatura sul petto quasi potevano essere contate le ossa sotto la pelle, identificandosi chiaramente costola dopo costola a risalire verso un collo sottile, dall’aspetto estremamente fragile. Il volto, presente sopra tale apparenza, offriva uno spettacolo impressionante nel mostrarsi quasi completamente scheletrico nell’unica eccezione concessa dal mento: il termine “scheletrico”, invero, non desiderava indicare metaforicamente un deperimento o un’anzianità nell’individuo, ma una reale caratteristica fisica, che non trovava pelle e carne su quelle proporzioni quanto grigio osso in totale esposizione. Per un primo momento, Midda credette, sperò forse, di essere di fronte ad una maschera, ma osservando meglio l’uomo non poté rifiutare l’orrore di quella realtà, di quell’aspetto sfigurato, grottescamente umano, che presentava un’assenza di viso più che un volto: non naso, non occhi si mostravano a lei, per quanto fosse sicura che in quelle orbite vuote, oscure verso di ella, vi risiedesse ancora una scintilla vitale utile a non lasciare il proprietario sprovvisto del dono della vista. Sopra ed attorno a simile viso, dove avrebbe comunque atteso un cranio lucido e svelato, lunghi capelli bianchi scendevano lisci fino alle strette spalle, non offrendo, forse fortunatamente, ulteriori possibilità di indagine su quella realtà. Più in basso, le magre gambe, dritte e fiere nonostante il peso di un’età non riconoscibile, non qualificabile, si ponevano coperte da neri pantaloni, mentre i piedi risultavano protetta unicamente da una coppia di ciabatte, che ne mostravano ancora una volta la pelle incartapecorita.Se quell’uomo era, come appariva, realmente il capo di quella comunità, la donna guerriero si stava ritrovando ad osservare il leggendario El’Abeb, il distruttore, il conquistatore, il dominatore, il massacratore.
Nello sguardo del guercio, rivolgendosi verso l’uomo in risposta al di lui ordine, fu solo smarrimento e triste rassegnazione: « Ma… » tentò di protestare.
« Così ho parlato. » si impose nuovamente l’altro, avanzando verso di loro nel far gravare la maggior parte del proprio esile peso sul bastone, che assolveva evidentemente in modo perfetto a quella funzione di supporto « Sei un bravo ragazzo e nessuno di noi desidera perdere le tue braccia, la tua forza, la tua combattività in maniera tanto stupida… »
Alcuna opposizione fu nei confronti di quelle parole, di quel divieto che egli accettò senza offrire ulteriori lamentele, in contrapposizione a tutti gli inviti dell’avversaria alla resa, precedentemente rifiutati: « Sia. » annuì semplicemente, chinando il capo verso il proprio comandante « Ammetto la mia inferiorità nei confronti di Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew. » aggiunse poi, in esecuzione dell’ordine ricevuto.
La mercenaria restò per un istante smarrita di fronte a quello scambio di parole, di fronte all’improvvisa remissività da parte dell’uomo che un istante prima sembrava intenzionato a gettare la propria vita in una vana prova e che, semplicemente per un breve comando, aveva immediatamente cambiato atteggiamento, rivolgendole addirittura la dichiarazione da lei richiesta. Un naturale e reverenziale timore, per pochi istanti, non poté che essere in lei presente di fronte all’uomo con il volto di scheletro. Egli, qualsiasi fosse il di lui nome, si era rivelato decisamente più in linea con l’idea classica di capofila all’interno di un carcere, incarnando nella propria anzianità un’esperienza, una saggezza senza dubbio maggiori di chiunque altro attorno a lui: di fronte a tanta immediata reazione da parte di chi a lui subordinato si ritrovava ad essere, anche laddove alterato dall’ira, però, ella non poteva che rivelare rispetto per simile forza d’animo, simile carisma, superiore a quello che mai ella avrebbe forse potuto avere.
« Accetto le tue scuse. » disse ella, notando come tutti fossero in attesa di una di lei reazione a quella dichiarazione « Avevi le tue ragioni per offrirmi violenza e risentimento e le posso comprendere. »
Il guercio, piegato di fronte al proprio capofila ma non di fronte alla propria avversaria, storse le labbra con disprezzo a quelle parole, per poi voltarsi ed allontanarsi con passo deciso da ella, non offrendo alcuna ulteriore parola, non concedendole alcun ulteriore sguardo.
Non potendo fare altro che prendere atto di simile reazione, la donna guerriero volse lo sguardo ora nuovamente verso l’uomo che aveva posto fine a quello scontro, osservandolo con interesse ed ipotizzando: « El’Abeb? »
« Tale è il mio nome. » annuì egli, chinando appena il capo « Ma se stai cercando in me l’uomo di cui hai sentito cantare, del quale hai seguito gli orrori probabilmente fin da quando ancora eri una bambina, non troverai nulla di tutto ciò… »
Forse in conseguenza di tali parole, forse in maniera del tutto casuale, lo sguardo della donna ricadde sulla di lui mano destra, quella che sorreggeva il peso del corpo aggrappandosi bastone, per trovare in quel punto, avvolto attorno al polso, un rosario color rosso acceso: impossibile per lei fu poterne contare il numero di grani, per tentare di identificare a quale culto esso potesse far riferimento con precisione, ma nonostante ciò fu inevitabilmente chiaro come un simile simbolo religioso non si proponesse in linea con quanto ella sapeva in merito al macellaio El’Abeb, uomo in grado di sterminare intere nazioni, privo di qualsiasi morale, di qualsiasi credo, di qualsiasi rispetto. Impossibile a quel punto fu definire quanto le ballate potessero aver storpiato la realtà dei fatti o, altresì, quanto potesse essere lui cambiato rispetto a colui che era un tempo, forse in conseguenza dell’imprigionamento oppure dell’invecchiamento.
« Non desidero mancarti di rispetto, El’Abeb. » spiegò la donna, inchinandosi appena di fronte ad egli ed al ruolo di potere che rappresentava all’interno di quella comunità « Ma la mia venuta in questa città non è conseguenza di una ricerca che ti individua quale obiettivo. »
« Sono stato informato delle ragioni che ti hanno spinta in questo luogo. » annuì l’uomo, con un tono che di certo avrebbe incluso anche un sorriso se solo gli fosse stato concesso ancora di sorridere « Ma prima di poter autorizzare il tuo incontro con Tamos desidero comprendere il reale animo che si cela dietro a questo desiderio, a questa tua missione. »
« Egli è qui? » domandò la mercenaria, per comprendere se tutto ciò avese un senso o fosse unicamente un dialogo fine a se stesso.
« Sì. » confermò nuovamente El’Abeb « E’ membro della nostra comunità e per proteggerlo desidero conoscere le motivazioni che spingono le tue azioni prima. Spero che potrai comprendermi… »
« Quello che non comprendo è questo vostro… “Cratere”… » commentò Midda, aggrottando la fronte con sincerità in quell’espressione di smarrimento « Di fronte a questa stessa domanda ho ottenuto la medesima risposta anche da una ragazzina di nome Sa-Chi, che per una settimana mi ha trattenuto nella sua abitazione prima di comunicarmi dell’assenza di Tamos: mi devo attendere un eguale trattamento? »
« Sa-Chi è una dimessa: ciò che ha compiuto lo ha fatto per i propri scopi, per il raggiungimento dei propri obiettivi, nella speranza di convertirti alla propria causa… » spiegò l’uomo, con tranquillità « Comprendo però come questi discorsi possano apparire confusi e di difficile comprensione per chi è esterno alla reltà di questo carcere e, per tale ragione, sono pronto ad offrirti ogni spiegazione se vorrai seguirmi. »
Una sgradevole sensazione di déjà vu coinvolse la Figlia di Marr’Mahew a quell’invito, ritrovando nel comportamento di El’Abeb invero un tremendo parallelismo con quanto già proposto da Sa-Chi ed anche laddove l’altra, come da lui riferito, aveva agito unicamente per i propri fini, ella si sentiva disposta a scommettere che anche quest’uomo non avrebbe perseguito nulla di diverso, cercando di manipolarla a proprio piacimento.
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