Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 035 - La tragica storia di Carsa Anloch. Mostra tutti i post
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giovedì 27 settembre 2012
1713
Avventura
035 - La tragica storia di Carsa Anloch
(Prima che una sola altra parola possa essere pronunciata, Mu’Sah si precipiti contro colei che un tempo, poche ore prima, era stato solito considerare al pari di una figlia.)
(I suoi movimenti, probabilmente proprio in funzione di ciò, risultino, al tempo stesso, rapidi e decisi, ma anche volutamente imprecisi, in accordo con quell’intima dualità che lo ha caratterizzato sin dall’inizio della rappresentazione. Egli desidera uccidere la figlia per la sua ribellione, qual già ha considerato qual tale ancora prima di parlare con lei. Ma, al tempo stesso, egli adora ancora quella fanciulla con tutto se stesso, ragione per la quale sarebbe quantomeno improbabile, per lui, riuscire ad agire così come potrebbe volere.)
(Proprio malgrado, in tanta incertezza, in simile incapacità ad assumere una posizione chiara, fra l’evidenza delle proprie colpe e un intimo desiderio di riscatto, egli si ritrovi vittima della sua stessa, potenziale, vittima. Perché ella, scartando agilmente quel duplice affondo, non faccia altro che allungare le proprie mani ad afferrare il capo dell’uomo e, con un movimento secco, a spezzarne l’osso del collo. Così, con incredibile banalità e senza la benché minima spettacolarizzazione, muoia Mu’Sah, ricadendo al suolo, quasi oltre il bordo del palco, come una marionetta alla quale, all’improvviso, siano stati tagliati tutti i fili.)
Ah’Reshia – … Anloch… (Quasi sussurra fra sé e sé, per poi ripetere con voce più convinta.) … Anloch… è così che mi chiamo! Che si chiamava mio padre! (Gioisce, già dimentica della morte della propria ultima vittima, più interessata, oggettivamente, a recuperare la propria memoria perduta che a compiangere un morto appena divenuto tale per un suo intervento diretto in tal senso.) Sì. Anloch. Anloch. Anloch! (Ripete più volte, quasi il ripeterlo possa essere per lei occasione di maggiore confidenza con quelle parole.)
Ho appena ucciso quest’uomo, questo folle reso tale dalla morte della moglie, e mi è tornata memoria del mio nome? (Soggiunge, rendendosi forse sol ora conto di quanto avvenuto.) Come è possibile? Esiste forse un legame oppure… oppure…
… no. Che sciocchezze. Come potrebbe mai esistere un legame fra costui e me? Fra costui e la mia famiglia? (Scuote il capo, minimizzando la questione.) Sicuramente mi sono lasciata influenzare in maniera eccessiva dai suoi deliri, al punto tale da riconoscergli ragione anche ove essa non esiste, né mai potrebbe esistere. Perché è semplicemente assurdo tentare di idealizzare l’esistenza di un qualche legame fra lui e me. Non, per lo meno, tale da precludermi completamente ogni ricordo a suo merito, lasciandolo apparire qual un completo estraneo. Perché se non fosse già stato tale, ne sono certa, la mia mente si sarebbe ribellata, e mi avrebbe permesso di condividere il suo dolore, per la morte di quella povera donna. (Asserisce, con assoluta convinzione.) E, invece… invece di ricordarmi di lui, ho rammentato il nome della mia famiglia, il nome della stirpe di mio padre, che è anche la mia.
Ora… ora manca solo un nome da associarvi. Il mio nome. (Osserva, desiderosa di risolvere tale nodo.)
Ma sento che sta tornando. Sento che sta per riemergere anch’esso dai meandri della mia memoria. (Insiste, con palese entusiasmo, muovendosi ora con fare addirittura frenetico, avanti e indietro, passeggiando quasi sopra al corpo di Mu’Sah, lì nuovamente dimenticato nella propria presenza e nella propria morte.)
Il mio nome… Anloch… Anloch… Anloch…
… Carsa…
… Carsa… Anloch. Carsa Anloch! (Arriva praticamente a gridare, nella gioia del risultato ora raggiunto, quasi la morte del principe avesse sciolto gli ultimi freni inibitori della sua mente e, ora, la follia abbia da considerarsi completamente libera di agire, e di condurla lungo le vie che più la possono consolare, che più la possono soddisfare, sino a quel nome frutto della fusione fra il nome della madre e il cognome del padre, che assume qual proprio.) Dannazione, sì!
Carsa Anloch! Questo è il mio nome completo. Mercenaria e aristocratica. Assassina e nobildonna.
Non che, abitualmente, un aristocratico non sia anche un assassino. (Riflette ad alta voce.) Or mi sovviene alla memoria l’oscena storia di un uomo, un pazzo, che geloso del proprio potere, arriva a considerare chiunque qual proprio nemico, qual proprio avversario nonché cospiratore, ragione per la quale prima uccide i propri fratelli, poi stupra la propria sposa, con tale violenza per la quale ella, al termine di quell’assurdo e imperdonabile gesto, preferisce togliersi la vita, piuttosto che concedersi un solo, ulteriore, istante ai ricordi di quell’orrore. (Riassume, inconsapevole di aver appena descritto la tragedia che, in parte, si è consumata proprio innanzi ai suoi occhi, in quel palazzo.)
Tuttavia io sono diversa dagli altri nobili di questo dannato Paese… o del resto del mondo conosciuto. (Insiste, sempre senza che nessuno possa levare una mano in opposizione a quelle parole e, soprattutto, a quella conclusione più retorica che sostanziale.) Quanto io compio… quanto io ho compiuto, l’ho sempre fatto soltanto per il piacere della sfida, e di nuove, e sempre più ardimentose prove sulle quali cercare di offrire un significato ultimo a tutto ciò, alla mia intera esistenza.
Chi ho ucciso, compreso quest’uomo, l’ultimo caduto di una lunga serie di vittime, non è caduto perché, da parte mia, è mancato il controllo su me stessa e sulle mie azioni, oppure perché soggetto di un qualche sentimento di gelosia… o peggio. Chi ho ucciso ho ucciso perché, nella sua morte, era mio interesse definire il mio presente e il mio avvenire, con la stessa serenità con la quale un fabbro abbatte quotidianamente il proprio martello sull’incudine, con la stessa quieta indifferenza con la quale un falegname accarezza ogni volta il legno con la pialla.
Non mi si giudichi, pertanto, una donna orrenda per le morti che mi sono imputabili e che, di certo, io non rinnegherò. Non mi si giudichi, quindi, una nobile crudele e meschina, al pari di altre esponenti dell’aristocrazia di questo regno… o del regno dal quale io provengo. Perché, in me, non è maggiore crudeltà di quella che anima un gatto, domestico o selvatico che sia, nei confronti di un topino di campagna. E se, a volte, posso anche trovare di che sollazzarmi nel corso di una missione, come il felino può concedersi di giuocare con la propria vittima prima di terminarne l’esistenza, ciò non deve essere considerata ragione di condanna nei miei riguardi. Non ove, per lo meno, da parte mia non sia mai voluto essere altro che un impiego, un mestiere, un lavoro, come molti altri esistono, come chiunque professa nella propria esistenza quotidiana.
Certo… il mio nome, il nome di Carsa Anloch, al pari di quello di una prostituta, potrà essere considerato dagli stolti, dagli sciocchi, quello di una donna priva di merito, di una… cagna… priva di onore o valore. Perché il mio mestiere, al pari di quello di una prostituta, è da molti osteggiato, ma da ancor più ricercato, sovente con l’ipocrisia del benpensante, incapace ad ammettere le proprie esigenze, le proprie emozioni, e, come tale, incapace ad accettare l’esistenza di mercenari e prostitute al mondo, benché, probabilmente, anch’egli, o ella, prima o poi si servirà degli uni o delle altre per un proprio affare.
(Un breve momento di riflessione segua quel monologo, quella digressione sul proprio mestiere e, soprattutto, sulle proprie motivazioni, al di là del pensiero comune.)
Ah’Reshia/Carsa Anloch – Qui altro non mi resta da compiere… (Sancisce, in conclusione.) Qualunque fosse la mia missione, essa si è certamente compiuta e, mio malgrado, non vi è in me memoria del mecenate a cui dover fare riferimento per domandare il giusto compenso per le mie azioni.
Qualunque maleficio si sia abbattuto sulla mia mente, mi ha lasciato molta… troppa confusione… e, in ciò, la mia sola speranza, è che colui, colei o coloro responsabili di ciò, siano già fra le numerose vittime di questo palazzo, forse persino fra gli spettri che, pocanzi, mi hanno assediata, primo ricordo realmente concessomi da questo mio strano… risveglio.
Conclusa la missione, e, peggio, perduto il mio giusto compenso, altro quindi non ho da fare se non partire. Partire priva di meta, come sempre partono coloro miei pari, alla ricerca di nuove avventure, di nuove imprese nelle quali poter dimostrare tutto il nostro valore, e nelle quali poter far crescere, di volta in volta, la nostra fama e con essa il compenso che dalla medesima seguirà.
(Si volti, offrendo per un istante le spalle verso il pubblico. Le spalle nude sulle quali possano ancora essere ben distinte le ali tatuate. Su quel particolare, venga quindi concentrata l’attenzione di tutti, nel mentre in cui ella rilassi i muscoli del collo e delle spalle, offrendo, addirittura, l’impressione di poterle scuotere e, perché no?, dispiegarle nella volontà di allontanarsi per sempre da lì, dal luogo nel quale è nata e cresciuta, ma che, ormai, non le appartiene più, da lei percepito addirittura qual estraneo.)
(E senza aggiungere altro, senza neppur un sospiro o qualunque altra espressione di sé, ella si volti nuovamente verso il pubblico e si incammini giù dal palco e attraverso tutta la platea, lasciando la scena dall’ingresso principale del luogo preposto a teatro di tale rappresentazione. Un cammino che, da parte sua, venga condotto con assoluta fierezza, schiena eretta, spalle larghe, fronte alta, priva, del resto, di qualunque motivazione per non incedere in tal modo, con simile trionfale andatura.)
(Esce Ah’Reshia, dall’ingresso principale.)
(Entrano, rispettivamente da destra e da sinistra, Reja e Sha’Maech, gli unici sopravvissuti, oltre ad Ah’Reshia/Carsa Anloch.)
(L’uomo si dimostri sufficientemente sconvolto dagli eventi occorsi, per come occorsi. La donna, al contrario, non si neghi un sorriso di palese soddisfazione, avendo, alfine, ottenuto vendetta per la morte di Kona e per tutto il dolore vissuto nel corso di quegli anni.)
Sha’Maech – Avevi ragione. (Ammette, con tono timoroso, spaventato per ciò di cui è stato tanto obbligato, quanto silente testimone.) Hai sempre avuto ragione. Una tragedia sarebbe presto stata consumata entro queste mura, e io non ti ho voluto offrire ascolto, non ti ho voluto concedere attenzione. E per questo, troppi innocenti sono morti…
Reja – Una innocente è morta. (Scuote il capo, negando simile tesi.) Kona.
Sha’ Maech – (Riflettendo per un istante su tali parole.) Due innocenti, allora…
Reja – (Riflettendo a sua volta.) … sì. Due innocenti. Kona…
Sha’Maech – … e Ah’Reshia. (Soggiunge, coprendosi poi la bocca e scuotendo anch’egli il capo, quasi potesse negare, in tal modo, l’orrore di quanto accaduto.)
Reja – E la loro storia, la vera storia della loro tragica morte, non sarà mai conosciuta da alcuno. (Osserva.)
Sha’Maech – Da alcuno. (Conferma, alfine ritrovandosi completamente d’accordo con lei.) La loro memoria non abbia da essere ridotta a intrattenimento per alcuno, qual semplice riempitivo per una tediosa serata attorno a un fuoco, così come sempre, ogni orrore, ogni tragedia, finisce per essere tradita, nelle parole dei bardi e dei cantori. Di coloro che, per primi, dovrebbero rendere loro onore…
Reja – Addio, Sha’Maech… vecchio amico mio. (Lo saluta, consapevole del valore di quella parola.)
Sha’Maech – (Esita.) … addio, Reja. (Deglutisce, per poi non riuscire più a trattenere le lacrime e, alla fine, scoppiare in un mesto pianto.)
(Cala il sipario.)
mercoledì 26 settembre 2012
1712
Avventura
035 - La tragica storia di Carsa Anloch
Scena V
(Riprendendo direttamente la conclusione della scena precedente, restino Mu’Rehin e le guardie morti al centro del palco, in una macabra montagnola di disperazione e tragedia.)
(In tal scenario, faccia tardiva comparsa colei che, indirettamente, possa considerarsi responsabile per l’eroica, o la folle, fine del cugino mai realmente tale. Ed ella si guardi attorno con aria smarrita, non riconoscendo in alcuno di quei morti un volto noto, e, per questo, non dimostrando il benché minimo dolore all’evidenza di tale strage.)
(Entra Ah’Reshia, da sinistra.)
Ah’Reshia – In questo palazzo vi è forse solo morte?! (Domanda, in maniera retorica, parlando con se stessa, o forse con i fantasmi che, ormai, non la circondano né l’accompagnano più.) Possibile che, sino a questo momento, non abbia incontrato una sola persona viva a cui poter fare riferimento per conoscere le risposte che cerco? Possibile che io non abbia lasciato alcuno in vita, coinvolta nella foga della missione che qui mi ha condotto? Cerco un nome, dannazione, cerco solo un nome…
(Approssimandosi ai cadaveri, si chini, ella, per rivoltarne molti, nell’evidente volontà di confrontarsi con i loro volti e, in ciò, sperare di trovare una qualunque risposta ai propri quesiti, rievocando in loro grazia i ricordi di un passato per lei completamente azzerato.)
Ah’Reshia – Niente. (Scuote il capo.) Potrebbero essere anche tutti miei fratelli, e non sarei in grado di definirlo. Li guardo e nella mia mente vi è solo il vuoto. Un vuoto nel quale tanto la loro identità, quanto la loro morte è fagocitato senza pietà alcuna, forse e persino con maggiore ferocia rispetto a quella che posso aver loro dimostrato quando li ho uccisi…
(Si rialzi, facendo atto di pulirsi le mani contro le gambe, con assoluta serenità, con completa indifferenza innanzi a quello spettacolo e a tanti morti.)
Ah’Reshia – Se solo vi fosse ancora un moribondo, fra loro, potrei domandargli di riferirmi il mio nome. Potrei costringerlo a pronunciarlo un’ultima volta, in cambio, magari, di una morte più rapida e benevola. rispetto a quella a cui si ritroverebbe a essere condannato… (Commenta, con malcelata delusione.) Purtroppo alcuno di loro mi sarà mai d’aiuto. Alcuno di loro potrà mai rivelarmi le verità a me, ora, ignote.
(Si inizi ad abbassare, improvvisamente e inaspettatamente, il sipario, nel mentre in cui Ah’Reshia avanza verso il bordo più esterno del palco, continuando a guardarsi attorno con aria tanto confusa, quanto serena, non individuando ragioni per le quali aversi da considerare preoccupata.)
Ah’Reshia – Qualcuno… (Soggiunga, parlando con tono più moderato, quasi fosse una considerazione fra sé e sé.) Qualcuno che mi riveli quanto sa. E’ questo che mi occorre. E’ questo che mi serve.
Un sopravvissuto, con il quale io possa avere un dialogo, con il quale mi possa confrontare, e possa comprendere quanto è qui avvenuto e, soprattutto, perché è qui avvenuto. E’ forse domandare tanto? E’ forse pretendere troppo?!
(Con il sipario ormai calato alle spalle, a coprire quanto lì dietro stia accadendo per risistemare la scena, resti ella per un istante in silenzio, per poi sollevare le mani, ancora disarmate, e portarle accanto alla bocca, per permettere alla sua voce di risuonare con maggiore incisività.)
Ah’Reshia – C’è nessuno? (Grida, a pieni polmoni.) C’è nessuno con cui possa parlare?!
(Proprio da dietro il sipario calato, a quel richiamo, giunga una risposta. Una risposta per voce di Mu’Sah.)
Mu’Sah – Ci sono ancora io… maledetta! (Ringhia, con tono trasparentemente straziato dal dolore.)
(Ah’Reshia si volti e, nel contempo di ciò, si rialzi il sipario, mostrando una scena completamente diversa da quella precedentemente mostrata. Non vi siano più i corpi delle guardie e quello di Mu’Rehin, ma quello di Mu’Sah, ancora vivo, che, chino a terra, sorregga fra le braccia il corpo privo di vita della moglie, là dove, presumibilmente, questa si è andata a impattare al seguito della caduta. Il volto dell’uomo appaia rigato di lacrime, sinceramente sconvolto dal suicidio della sposa verso la quale, pur, non ha mostrato alcun rispetto. Come già all’inizio dell’opera, quindi, si presenti quale una figura estremamente combattuta, a suo modo non meno folle di quanto non sia divenuta la figlia, capace di desiderare la morte della moglie, di violentarla con l’impugnatura del proprio pugnale e, malgrado tutto, di piangerla disperato, nel momento in cui la scopre morta, suicida.)
Mu’Sah – Ora sarai soddisfatta immagino! (Insiste verso Ah’Reshia, dando ormai per scontato che tutto sia trapelato, che la verità sia conosciuta qual, in effetti, era prima che la follia in lei maturata cancellasse ogni ricordo di ciò, fonte, in verità, di tanto disturbo.) O non ancora? Non sei ancora appagata, in quanto è morta solo lei e non anch’io al suo fianco?!
E perché non anche tutti gli altri? Perché non Reja, che pur ti ha posta al mondo? O Sha’Maech, che ti ha cresciuta ed educata? Perché non ucciderci tutti, per il mero piacere di una vendetta ormai priva di significato?!
Maledetta… che tu sia maledetta… e maledetto il giorno in cui ti ho accolta nella mia casa!
Ah’Reshia – Tu… mi conosci? (Domanda, esitante, non comprendendo alcuna fra le parole d’accusa a lei rivolte, motivo per il quale non abbia ragione di apparire più di tanto sconvolta per tanta violenza verbale.) Tu sai come mi chiamo? E per quale ragione io sono qui?!
Mu’Sah – No! Io non ti conosco, lurida cagna! (Inveisce, sputando veleno contro la figlia per la quale, sino a poche ore prima, sarebbe stato disposto a uccidere e a morire.) Io non ti conosco né mai ti ho conosciuta.
Il tuo nome?! Non l’ho mai saputo… non l’ho mai saputo, maledetta, né mi è mai interessato! (Rinnega, in maniera totale, la figlia, ora considerandola un’estranea, senza poter immaginare quanto ella, a tutti gli effetti, si stia già considerando tale.)
Ah’Reshia – Se non mi conosci, a quale ragione fa capo tanto rancore nei miei riguardi, uomo?! (Questiona, dimostrando una certa intolleranza a quell’insistente crescendo di insulti verso di lei.) Se non mi conosci, cosa ho compiuto in contrasto a te o alla tua famiglia, tale da giustificare tanta invettiva a mio discapito? Dovrebbe essere mia, quantomeno, una colpa per motivare questo turpiloquio…
Mu’Sah – L’aver ucciso mia moglie non è forse una colpa sufficiente?! (Esclama, fuori di sé per la rabbia, scuotendo il corpo morto della sposa che regge fra le braccia.) Guarda a cosa hanno condotto le tue scelte! Contempla a cosa ha portato il tuo operato, razza di traditrice! E gioisci per tutto questo, se è ciò che desideravi… se a questo volevi giungere quando hai deciso di disonorare tutta la fiducia, tutto l’amore che in te avevamo riposto.
(La fanciulla resti per un attimo incerta innanzi a quelle parole, che non sa come poter sostanzialmente interpretare. Poi, nell’incertezza, decida di restare fedele alle poche certezze che la caratterizzano al momento attuale, rispondendo semplicemente…)
Ah’Reshia – Non gioirò, perché in quanto è accaduto non vi è stato nulla di personale da parte mia. (Scuotendo il capo.) Ho agito per così come era necessario agire e, se proprio lo desideri, posso riconoscerti della compassionevole benevolenza ricongiungendoti alla tua amata sposa, se questo potrà farti sentire meglio… potrà placare il tuo dolore. (Si offre in maniera sincera e spontanea, non avendo nulla contro di lui e, onestamente, ritrovando nell’ipotesi della sua dipartita un modo estremamente pratico per porre fine a tante sofferenze.)
Mu’Sah – E’ in questo modo che, quindi, ha da finire tutto?! (Domanda, appoggiando delicatamente il corpo della moglie morta a terra, solo per rialzarsi e lasciar comparire due pugnali, uno per mano.) Con lo scontro fra noi, nel nome di una vedetta reciproca?!
Se è questo che vuoi, non temere… (La rassicura, inspirando ed espirando.) Questo avrai! Perché non riuscirò a essere appagato sino a quando il tuo sangue non purificherà questa terra dal morbo che l’affligge… sino a quando non purificherà questa terra liberandola dalla tua immonda presenza!
martedì 25 settembre 2012
1711
Avventura
035 - La tragica storia di Carsa Anloch
Mu’Rehin – Ma… cosa…?! (Esclama, soffocato, osservando quel trono vuoto con stupore trasparente, sorpresa palpabile e, necessariamente, una certa irrequietezza, nel confronto con la consapevolezza di quanto, ormai, ogni piano, ogni strategia, ogni sogno, abbia a considerarsi drammaticamente priva di valore, nel confronto con una realtà assolutamente estranea, non prevista e, necessariamente, ostile.) Ella lo sapeva… ella sapeva di certo che qualcosa è mutato… ed è per questo che non si è mostrata, razza di saffica cagnetta rognosa.
Devo scappare! (Osserva, un istante dopo.) Qui non è sicuro per me… non può essere sicuro per me, esposto qual mi ritrovo a essere a ogni genere di agguato, di trappola, che, addirittura, può essere stata concepita al fine ultimo di farmi ritrovare a essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, in misura tale da trasformarlo nella mia tomba, ucciso così come avrei dovuto essere già dal sacrificio di Kona, e poi risparmiato solo nel rispetto tributato al sangue di quella povera, vergine innocente.
(Nel contempo in cui egli, tuttavia, sta compiendo un passo verso sinistra, ecco comparire da sinistra una prima coppia di guardie, forse lì non in maniera premeditata, non organizzata come da lui supposto e temuto, quanto e più semplicemente perché impegnate nella sua ricerca.)
(E laddove egli tenti la fuga verso il fondo del palco, altre due guardie si palesino in tal punto. Così come altre due risalgano dalla platea, per escludere anche tale opportunità.)
Mu’Rehin – Ah, maledetti! (Commenta, sguainando la spada sino a quel momento rimasta a riposo lungo il suo fianco.) Quindi mi stavate aspettando, con la medesima tenacia con cui solo la Morte incarnata sa attendere. Maledetti traditori… è questo che cercate? E’ la mia morte che desiderate?!
Eppure sono stato io a rendervi gli uomini che oggi siete. Sono stato io a forgiarvi e a plasmarvi, concedendovi la dignità di guerrieri. E ora… in questo modo avete deciso di ricompensarmi? In questo modo volete tributarmi il giusto onore, qual vostro mentore e guida?!
Tu… (Additando uno dei due uomini comparsi dalla sinistra del palco.) Credi forse che mi sia già dimenticato di te? Del fatto che, come contadino, ti eri indebitato oltremodo in conseguenza a troppe cattive annate, e, in ciò, tutte le tue terre sarebbero presto state confiscate dal visir e a te e a tua moglie non sarebbe rimasta altra via che quella del mendico, confidando sulla generosità dei passanti per sopravvivere.
O tu… (Additando, ora, uno dei due uomini comparsi dal fondo del palco.) Anche di te mi rammento, sai?! Del fatto che, con la medesima foga con cui ora tu mi tradisci, solo un paio di anni fa mi hai supplicato, chiedendomi di accoglierti fra le guardie di corte, e di addestrarti a questa nuova vita, per abbandonare l’umile retaggio offertoti in eredità dai tuoi genitori, semplici, ma orgogliosi, maniscalchi.
E tu… (Additando, infine, uno dei due uomini comparsi dalla platea, a lui già estremamente prossimo.) Non ho scordato il nostro primo incontro e quanto è accaduto, lo sai? Del fatto che, come bracconiere, ti ho sorpreso entro i confini delle foreste appartenenti al principe, e di come in cambio della tua vita, che avrebbe dovuto essere mia, tu mi hai giurato eterna fedeltà e riconoscenza, io che sarei sempre stato riconosciuto qual tuo capitano… tuo comandante… tuo riferimento!
Guardatevi in volto, l’un l’altro. E come voi i vostri compagni, che ho raccolto dalla strada con non inferiore generosità rispetto a quanta non vi abbia mai negato, elevandovi a uno dei ruoli più alti, più importanti fosse anche nella quotidianità relazionale con la vostra famiglia, i vostri cari o i vostri pari. (Consiglia loro, con il tono di un ordine ancor prima che di un semplice suggerimento.) Io vi ho reso ciò che siete. Io vi ho condotto al ruolo di guardie del principe, tali non per la mera capacità di saper sorreggere una lama di un certo stampo e peso, quanto, piuttosto, perché consapevoli di tutto l’impegno che sarebbe dovuto essere proprio in questa occupazione, e già addestrati, sempre per mia mano, a tradurlo in fatti, a porlo in essere.
Io vi ho creato, come guardie… e ora voi siete pronti a ribellarvi contro di me, vittima innocente di un padrone che, anche poi, sapete essere nel torto?! E’ questo che, realmente, siete pronti a compiere per il vostro folle principe, che a stento è consapevole della vostra esistenza, nella vostra specifica individualità?
(Domanda, quella dell’ex-capo delle guardie, che riecheggia solitaria nel vasto spazio della sala del trono, non riscontrando, in alcuno dei suoi avversari, il desiderio di impegnarsi in una qualche risposta di sorta. Se anche, quindi, dovesse esistere in loro un certo ripensamento qual conseguenza di quel monologo, nessuno lo dia a vedere, restando fermo nei propri propositi.)
Mu’Rehin – D’accordo… (Approva, chinando appena il capo in segno di resa innanzi all’evidenza dei fatti.) Avrei preferito evitarlo… ma, così come io vi ho reso ciò che siete, io vi posso distruggere. E vi distruggerò, se mi costringerete a farlo!
(Parole dure, ora addirittura intransigenti, con le quali tutti i presenti si abbiano a che confrontare e scontrare, ognuno reagendo secondo coscienza. Qual sentimento collettivo, tuttavia, si confermi la fiducia verso il principe e la fedeltà al proprio impiego, ragione per la quale, uno dopo l’altro, tutti loro tentino un approcciò in antagonismo al loro ex-capo.)
(Inizino, in tal modo, ad accumularsi corpi morti al centro del palco, vittime non colpevoli in misura maggiore rispetto a Kona, che si offrano in sacrificio per tentare di arrestare Mu’Rehin. E se pur alcuno riesca a sopravvivere, di tanto in tanto, qualche letale carezza, condotta dalle loro lame, raggiunga l’obiettivo prefisso, colpendolo, certo, ma non ottenendo successo nel fermarlo, nel bloccarlo al suolo così come, altresì, ognuno di loro è alla fine. E Mu’Rehin, malgrado ogni ferita, malgrado ogni affondo, fendente, montante, dritto o rovescio capace di raggiungerlo, non si arresti, non arresti le proprie difese e le proprie offese, in risposta a ogni stolto che decide di attaccarlo.)
(Ai primi sei, man mano che i corpi si accumulano, si aggiungano altre guardie, coinvolgendo in tal scena praticamente la totalità dei figuranti della compagnia, i quali, uno dopo l’altro, muoiano uccisi da Mu’Rehin, molti pur con la soddisfazione del pensiero di essere comunque riusciti a raggiungerlo. Di aver, malgrado la propria forse ineluttabile fine, collaborato al comune scopo di arrestare l’impeto di quell’uomo, di colui che tutti li ha formati e che, ora, tutti li sta conducendo al macello.)
(E quando i figuranti terminano, offrendosi qual montagna di carne e ossa attorno a Mu’Rehin, questi barcolli, restando tuttavia ancora ostinatamente in piedi, con la spada ora stretta in entrambe le mani, a offrirsi ancora pronto a chiunque altro possa desiderare aggredirlo.)
Mu’Rehin – E’ in questo modo, pertanto, che doveva concludersi tutto? (Domanda, parlando ora a fatica, lasciando trasparire tutto il dolore conseguente ai colpi letali infertigli, dai quali, ne è consapevole, non potrà riprendersi.) E’ così che, gli dei o chi per essi, hanno deciso avesse a terminare la nostra storia?!
Io vi ho resi un esercito. Io vi ho addestrati. Io vi ho suggerito uno scopo nel quale impiegare la vostra esistenza. E ora… ora io sono stato costretto a condannarvi tutti a morte, qual legittima difesa di un uomo morente. (Geme, crollando in ginocchio, e lasciando ricadere la propria lama fra quei corpi, senza più controllo neppure su di essa.)
Sappiate… sappiate comunque… che non vi giudico per quanto avete compiuto. Per quanto siete stati spinti a compiere. (Concede loro, con voce sempre più debole.) Siete morti innocenti, così come innocente è morto mio padre e, ora, sto morendo io… perché ogni sogno di gloria, o di predominio, non avrà alcuna occasione di concretizzarsi. E i miei sbagli, gli sbagli che avrei potuto compiere, non… non saranno tali.
Precedetemi, or dunque, miei compagni, nell’aldilà. (Comanda, o forse supplica, nella speranza di potersi, malgrado tutto, considerare ancora coeso a quegli uomini, morti per lui come per lui erano vissuti.) Che ci sia dato di giungere compatti innanzi al giudizio degli dei, cosicché le debolezze dei singoli abbiano a perdersi nella forza del gruppo… così come è sempre stato.
E che… nella vita oltre la morte….ci sia offerta maggiore gloria, maggiore rispetto, di quanto non ci è mai stato tributato in questa. (Si augura, qual estremo saluto.) Soldati… guerrieri… paladini… dimenticati per sempre.
(E con queste parole, anch’egli crolli al suolo, morto.)
lunedì 24 settembre 2012
1710
Avventura
035 - La tragica storia di Carsa Anloch
Scena IV
(Questa penultima scena dell’ultimo atto, prevede il ritorno alla sala del trono di Mu’Sah. Venga, quindi, nuovamente presentato l’ambiente caratterizzato da due ideali file di colonne parallele che, da sinistra a destra, conducano verso il trono del principe. Il trono, come già nelle scene precedenti, non sia subito sospinto in scena, ma compaia al momento opportuno, offrendo l’immagine di una sala molto più lunga di quanto non potrebbe essere offerta dall’estensione del palco.)
(Con fare furtivo, si palesi in scena Mu’Rehin, celandosi, idealmente, dietro una colonna e guardandosi preoccupato alle spalle, nel timore che qualcuno possa averlo intravisto o seguito.)
(Entra Mu’Rehin, da sinistra.)
Mu’Rehin – Ah’Reshia è stata di parola. Delle guardie a lei fedeli mi hanno fatto evadere. (Riassume, a beneficio del pubblico.) Tuttavia è una schiera estremamente ristretta, al contrario di quelle fedeli al principe: uomini che, un tempo, avevano votato la loro esistenza all’ubbidienza ai miei ordini, ma che ora, se solo mi trovassero qui, fuggito dalla cella in cui ero stato confinato, sono certo che non avrebbero dubbi ad aggredirmi, e ad uccidermi, fosse loro riconosciuta l’opportunità di farlo.
Ma non sarà così. Non secondo i piani di Ah’Reshia. Perché il principe morirà ben prima che chiunque possa trovarmi, possa avere notizia della mia fuga. E nella sua morte, io sarò il nuovo principe e i traditori dovranno tornare a offrirmi la loro fedeltà. (Sorride a tale pensiero.) Ovviamente colui che è stato causa della morte di Kona, tentando di conficcarmi un dardo in mezzo alle spalle, sarà giustiziato, come è giusto che sia. Ma agli altri, a coloro che hanno commesso il solo errore di credere alle menzogne di Mu’Sah, sarà offerta un’opportunità di redenzione, che dovranno impiegare per ritrattare il loro rinnegarmi, e per invocare il mio perdono per l’errore commesso. In buona fede, certo, ma pur errore.
(Guardandosi attorno, per assicurarsi di non essere visto, si lasci scivolare verso la colonna successiva, e verso il centro del palco, lì celandosi nuovamente e aspettando l’evidenza dell’assenza di sorprese a proprio discapito.)
Mu’Rehin – Brava Ah’Reshia. (Riconosce nuovamente, citando ancora colei che ha sempre considerato qual propria cugina.) Tanto odiosa quanto amabile. (Commenta, scuotendo appena il capo nell’evidente tentativo di allontanare da sé l’immagine di lei.) Se non avessi da temerla, sarebbe una compagna meravigliosa… soprattutto ora che ho scoperto non essere mai stata mia cugina.
Purtroppo ho scoperto anche altre cose di lei, come un interesse tale da precludermi qualunque fantasia a lei dedicata. E ciò è un peccato. E’ un vero peccato. O, tale sarebbe, se non fosse nelle mie prerogative l’eventualità di liberarmi di lei dopo essermi liberato del principe. (Annuncia, con tono cospiratorio.) Dopotutto non posso permettermi che ella muti idea, e decida di mantenere qual proprio quel trono sul quale non è suo diritto sedere. Così… sebbene non le appartenga il medesimo sangue dell’assassino di mio padre, sarà parimenti mia premura quella di vendicarne la morte, con massima incisività e necessaria crudeltà. Provvedimenti forse non popolari, almeno in un primo momento, ma che saranno presto dimenticati nel confronto con l’inizio di quella nuova era di luce che caratterizzerà la mia presenza in questo palazzo, in questa reggia.
In me, come mai in mio zio, rifulgerà l’eredità della nostra gloriosa famiglia, il cui nome verrà riportato ai fasti di un tempo… di quel tempo in cui persino il sultano era solito confrontarsi con noi prima di maturare un’opinione, fosse anche su qual nuova moglie eleggere al proprio fianco.
(Nuova colonna conquistata, questa volta mimando, ancor più che compiendo, il movimento utile ad avanzare, a proseguire innanzi, e pur, malgrado ciò, raggiungendo idealmente una terza colonna, contro la quale egli trovi ancora rifugio.)
Mu’Rehin – Io rappresento il futuro di questa famiglia. Mu’Sah, così come Ah’Reshia, ne rappresentano semplicemente gli errori passati. Errori che sarà mia premura evitare di ripetere, onde non cadere allo stesso modo in cui loro presto cadranno.
La storia dell’umanità è basata sull’evoluzione, non sull’involuzione, e laddove Mu’Sah non ha migliorato nulla, peggiorando altresì tutto, e laddove Ah’Reshia non potrebbe migliorare nulla, non avendo alcun interesse in tal senso, è la Storia ad autorizzarmi, a impormi di prendere le redini di questo folle giuoco, prima che tutto possa essere distrutto, prima che quanto i nostri avi hanno realizzato possa finire al macero. (Spiega, giustificando in tal modo ogni propria possibile azione, ogni scelta che ha compiuto e che, ancora, compierà.) Il mio ha da intendersi, a ben vedere, quale un dovere morale… non quale una semplice volontà personale. E nel nome di questo dovere morale io agirò.
Io agirò. E se agirò con troppa durezza, o con eccessiva leggerezza, sarà la Storia stessa a giudicarlo, colpevolizzandomi o assolvendomi, ma comunque ricordandomi come l’uomo del cambiamento, l’uomo che ha saputo trasformare una tragedia in un nuovo inizio, un’occasione di resurrezione, così come solo una fenice sarebbe altresì in grado di compiere.
(Parole esaltate, le sue, che risuonino quali espressioni dei suoi pensieri, ancor prima che un concreto monologo, lì altrimenti del tutto inopportuno, dato il luogo e dato il momento. Il suo avvicinarsi al trono, e all’avversario lì ricercato, infatti, abbia a considerarsi assolutamente discreto, silenzioso e potenzialmente letale, qual egli desidera, infatti, essere per il principe.)
(Il cospiratore, ex-capo delle guardie, avanzi ancora, conquistando una nuova colonna pur senza sostanzialmente muoversi rispetto alla propria posizione attuale sul palco. Un movimento nel quale, come in ogni altra scena in questo particolare contesto, dovrà essere posto tutto l’impegno recitativo e fisico dell’attore onde evitare di apparire simile a pantomima, tradendo in tal modo la tragica serietà del momento.)
Mu’Rehin – Ancora pochi passi… (Riprende a commentare, osservandosi attorno per assicurarsi di non essere seguito.) Ancora pochi passi, e raggiungerò il principe. E sarò nuovamente al cospetto del mio antagonista, dell’uomo che avrei già dovuto uccidere ma che non ho avuto ancora la possibilità di affrontare così come ho desiderato per giorni, sin dall’annuncio della morte di mio padre.
Ma… Ah’Reshia? (Domanda poi, con una certa irrequietudine.) Dove è finita?!
Non sia mai che io affronti il principe senza che ella, con la propria presenza, avalli la legittimità di questa rivolta, di questa ribellione in contrasto al suo potere sovrano, rendendo la morte di Mu’Sah non un semplice omicidio, quanto, e piuttosto, la deposizione di un tiranno, motivo per il quale alcuna voce, dal popolo, si potrà levare in contrasto a questa morte, da accogliersi, altresì, qual atto di liberazione.
Ma… dove si è cacciata? Dopo tanta severità a mio discapito, possibile che sia proprio ella a violare i termini della sua stessa strategia?!
(Un lungo istante di silenzio sia concesso allora dall’uomo, nel mentre in cui ingresso in scena di Ah’Reshia venga vanamente atteso. Purtroppo, per gli eventi ai quali il pubblico ha pocanzi assistito, impossibile ha da considerarsi simile apparizione, benché, ovviamente, al Mu’Rehin non sia concessa tale consapevolezza, non avendo neppure avuto occasione di essere informato nel merito della morte della zia.)
Mu’Rehin – Mi spiace per lei… ma non posso permettermi di aspettare altro tempo. (Conclude, storcendo le labbra verso il basso.) Se voglio sorprendere il principe e vincerlo prima dell’arrivo di qualche nuova guardia in sua difesa, devo agire ora… e agire deciso, senza che stupide chiacchiere mi possano distrarre dal mio fine ultimo, come è giù accaduto al primo tentativo. (Sancisce, dimostrando di voler apprendere dai propri errori per non commettere più le propri e stesse, precedenti ingenuità.)
Mu’Sah deve morire… ora!
(Animato da tale intento, egli balzi verso destra, compiendo qualche passo rapido verso iil fronte opposto del palco. Nel contempo di ciò, il trono venga spinto, come già in precedenza, all’interno del palco, comparendo sull’estremità destra del medesimo, a dimostrazione dell’ormai completo avvicinamento compiuto da parte del cospiratore. Purtroppo per lui, però, tale scanno si presenti completamente… vuoto.)
domenica 23 settembre 2012
1709
Avventura
035 - La tragica storia di Carsa Anloch
(Un istante di silenzio caratterizzi l’epifania personale di Ah’Reshia, nel mentre in cui le ombre continuino non arrestate e inarrestabili il loro moto circolare, la loro danza macabra. Privata di ogni consapevolezza su se stessa dalla violenza degli eventi, da quel crescendo di morti in continua e serrata successione, ella sta cercando in qualche modo di sopperire alla mancanza di una verità oggettiva a cui far riferimento a modo proprio, tuttavia palesando in tal senso una chiara e contemporanea perdita di senno, nell’allontanarsi, ogni istante di più, da un concreto contatto con la realtà.)
Ah’Reshia – Sono una guerriera e sono una mercenaria. Quindi. (Assuma, ritornando a esprimersi, con tono in parte rinfrancato dall’idea di essere riuscita a iniziare a delineare la propria identità. O quasi.) E se ho ucciso vi deve essere un fine ultimo, un obiettivo per il quale sono stata ingaggiata. Così come vi deve essere un mecenate, qualcuno che ha voluto assicurarsi i miei servigi, in cambio della giusta somma…
… ma per quale obiettivo posso essere stata ingaggiata? E, soprattutto, da chi?!
Neppur riconosco il luogo ove mi trovo. Improbabile, in ciò, può solo essere ricordare chi, o perché, mi ha assunta. Un nome… mi occorre un nome… (Esitazione.)
Cosa ho detto?! (Si domanda, o forse si rivolge agli spettri attorno a lei, pur sordi a ogni sua domanda, a ogni sua questione.) Mi occorre un nome…?!
Dei… non rammento neppure il mio nome. Come è possibile? Qual maledizione si è imposta sulla mia mente, tale da rimuovermi ogni memoria persino sulla mia stessa identità, e con essa sul mio passato?
Un nome, diamine! Il mio nome!
Quello è quanto mi occorre per primo. (Asserisca, ora persino con rabbia, verso se stessa.) Innanzi a quello del mio mecenate, del mio obiettivo o, persino, del luogo ove mi trovo.
Mi devo sforzare… mi devo costringere a ricordare qualcosa, in contrasto a qualunque stregoneria possa avermi coinvolta! (Dichiara, tornando a stringersi le tempie fra le mani, or non più per il dolore ma per meglio catalizzare lo sforzo mentale che vuole obbligarsi a compiere.) E non appena ricorderò il mio nome, ricorderò sicuramente anche il nome di chi ha tentato di privarmi della mia identità, per poterlo cercare e adeguatamente ringraziare. (Soggiunga, implicitamente minacciosa.)
(Per un fugate attimo tutto, persino il moto degli spettri, si arresti, a sottolineare l’incredibile sforzo che ella sta compiendo. Subito dopo, tuttavia, ella emetta un altro gemito, crollando al suolo in ginocchio. E, a quel risultato, i morti riprendano il loro cammino, senza dimostrare ulteriore empatia verso di lei.)
Ah’Reshia – Non rammento nulla… nulla… (Commenta, quasi in lacrime.) Come è possibile che non una sola sillaba riaffiori dai meandri della mia mente, concedendomi la serenità di cui abbisogno?!
E non mi si rimproveri di non porre impegno in questo tentativo, in questo sforzo, laddove, come chiunque, nulla come il mio nome ritengo indispensabile conoscere. Se infatti è pur vero che un nome è un semplice mezzo per appellarsi a qualcuno, per riferirsi a una terza persona senza ricorrere a un più prosaico “Ehy, tu!”, il proprio nome rappresenta il proprio retaggio, l’eredità della propria famiglia e, in taluni casi, persino dei propri avi. Solo a un orfano non è dato di conoscere il proprio nome e, per tutti gli dei, io non desidero pensare a me qual tale.
Voglio avere un nome. Devo avere un nome. E devo riuscire a ricordarmi qual esso sia.
A costo di spaccarmi il cranio per cavarlo fuori dalla profondità della mia mente a mani nude!
(Altro sforzo di concentrazione, in conseguenza diretta a queste parole, si impossessi di lei, vedendola tornare con le mani alle tempie, e le dita, ora, ben artigliate contro il suo cranio, nello sforzo di estrarre, inginocchiata qual già si trova, da esso le informazioni utili, seppur, meglio per lei, in termini più metaforici che pratici rispetto a quelli appena suggeriti. Ancora una volta gli spettri arrestino il proprio moto e, tutto si arresti in quello sforzo, in quel tentativo, per lei, di ricreare l’ordine a partire dal nulla, laddove nella sua mente non le è stata concessa neppure una sicuramente più apprezzabile situazione caotica. Ancora una volta, tale sforzo si concluda con un alto grido, un grido carico di frustrazione, segnale utile, alle ombre di coloro che furono, per riprendere il loro funereo girotondo.)
Ah’Reshia – Sono una guerriera… e sono una mercenaria… (Ansima, cercando di mantenere saldamente a sé quei due concetti già assoldati.) ... guerriera… mercenaria… guerriera… mercenaria… (Ripete, quasi simile a un mantra.) … guerriera… mercenaria… (Insiste.) … guerriera… mer…
… Midda… Midda Bontor! (Esclama, alzandosi di scatto in piedi, entusiasta all’idea di aver raggiunto un nome a cui associare la propria identità.)
(L’entusiasmo, tuttavia, duri non più dell’esclamazione, subito soffocato da nuovi pensieri, nuove immagini nella sua mente.)
Ah’Reshia – … no. Non posso essere io. (Commenta, sollevando le mani a coprire i propri giovanili seni e chinando lo sguardo verso gli stessi, a osservarli, in un momento di grottesco umorismo, quasi involontario, atto a stemperare il dramma del momento, più per lei che per il pubblico.) Non ricordo molto… ma ricordo che, di certo, non possiedo determinati… attributi per poter essere lei.
Ma, allora, chi è Midda Bontor, per essere così importante da essere presente nella mia mente, con il suo nome, ancor prima rispetto al mio?! (Questiona, lasciando ricadere le mani lungo i fianchi, con trasparente frustrazione.) Dei… spero per il bene di chiunque di non essere aggredita in questo momento, perché, armata o meno che io sia, potrei fare una strage tanto mi sento furente. (Ammette, umettandosi le labbra con la punta della lingua.)
E voi che diamine avete da continuare a ballare innanzi ai miei occhi?! (Esclama, nervosa, rivolgendosi ora agli spettri, gettandosi in avanti, per travolgerli, riuscendo, tuttavia, solo a passare loro oltre.) Non ricordo i vostri nomi. Non ricordo i vostri volti. Non ricordo neppure il mio di nome o di volto… ciò non vi è sufficiente? Ciò non appaga la vostra sete di vendetta nei miei confronti?!
Oppure… oppure non in mio contrasto è la vostra ira, non in mia opposizione è la vostra brama di vendetta, ma in contrasto a colui o colei che realmente ha da considerarsi responsabile per la vostra dipartita? (Ipotizza, cercando di ritrovare un minimo di controllo su di sé e sulle proprie emozioni, non volendo offrirsi completamente vittima delle circostanze qual già, indubbiamente, è.) Forse è vostro desiderio quello di aiutarmi, aiutarmi a vendicarvi, e a vendicare me stessa, innanzi a un comune avversario, innanzi a un solo nemico responsabile tanto per la vostra condizione quanto per la mia.
Ma se così è veramente… perché non parlate? Perché non vi esprimete liberamente con me?! (Soggiunga, ritornando rabbiosa, in maniera quasi schizofrenica qual, in verità, sta diventando, passando da un istante di gioia a uno di dolore, da un momento di entusiasmo a uno di frustrazione, dalla volontà di collaborazione a quella di netto rifiuto di chiunque attorno a sé.) Se questo è tutto il contributo che potete offrire a me e alla mia causa, allora siete solo delle inutili ombre di ciò che è stato, e la vostra presenza mi sta giungendo a noia! (Dichiara rabbiosa.) Andatevene, maledette! Tornate nell’oscuro limbo dal quale siete tutte emerse!
Non ho interesse alcuno per voi e per la vostra sorte! Io sono una guerriera e sono una mercenaria! Io sono una trionfatrice, sono una conquistatrice, sono una… una… una principessa. E voi… voi non siete nulla!
(In tal modo ripudiate dalle parole di Ah’Reshia, gli spettri arrestino la propria danza e, sempre senza a lei rivolgersi direttamente, neppure con uno sguardo, si disperdano uscendo lentamente, con la medesima solennità con la quale erano pocanzi entrati.)
(Escono tutti, tranne Ah’Reshia.)
Ah’Reshia – Ecco… ecco per gli dei! (Sospira, profondamente, quasi ansimando la propria soddisfazione.) Ora… ora si inizia a ragionare. (Afferma, benché, a tutti gli effetti, non sia in grado di ravvisare un qualche particolare miglioramento rispetto alla propria precedente condizione.)
Ho bisogno di fare due passi… ho bisogno di schiarirmi le idee… (Sancisca, a tal punto.)
Ricorderò il mio nome… ne sono certa. Ma ora ho bisogno di distrarmi. Ho bisogno di allontanare da me l’aura di morte che quelle ombre hanno condotto seco, e con la quale mi hanno circondata.
Ricorderò il mio nome… e la mia missione. Io sono una guerriera, una mercenaria e una principessa.
Sono nata per conquistare. E nessuno mi potrà sconfiggere. Nessuno.
(Esce, barcollando, Ah’Reshia, da sinistra.)
sabato 22 settembre 2012
1708
Avventura
035 - La tragica storia di Carsa Anloch
Scena III
(La nuova scena riprenda laddove si era interrotta la precedente. Ah’Reshia, ancora in piedi con una mano tesa, stia osservando allibita il punto dal quale sua madre si è suicidata. E non una sola parola, dall’ululato di dolore, sia seguita sulle sue labbra.)
(Mentre ella appare quasi pietrificata, il letto venga discretamente e rapidamente portato via, lasciandola essere sola, al centro di un palco vuoto. E in un tale contesto, inizino a scorrerle attorno coloro che sono morti, coloro che ella ha perso. Senza parlare, senza soffermarsi, ma solo circondandola e continuando a camminare quietamente, in una lenta, macabra danza che, si possa intuire, sia più all’interno della sua testa che, realmente, attorno a lei.)
(Entrano Midda Bontor/Carsa Le’egah tenendosi per mano a uno sconosciuto, un figurante mai apparso prima, che possa impersonare il padre naturale della giovane.)
(Entra Mu’Reh, solo. Accodandosi dietro alla coppia.)
(Entra Kona, sola. Accodandosi dietro al fratello di Mu’Sah.)
(Entra Ah’Lashia, sola. Accodandosi dietro alla povera fanciulla innocente, chiudendo al tempo stesso il giro nell’offrirsi, anche, innanzi ai genitori naturali della propria adorata figlia.)
(Nessuno parli. Nessuno rivolga un qualche sguardo diretto verso Ah’Reshia. Ella sia come invisibile ai loro occhi, benché, palesemente, al centro della loro attenzione, unica concreta ragione per la loro presenza lì, in quel momento, tutti insieme. Parimenti, essi non riescano a distrarla dallo sgomento in cui ella è precipitata, a seguito del suicidio della madre.)
(Solo dopo un tempo che appaia straordinariamente lungo, quasi eterno, e scandito nel proprio evolversi dalla rotazione degli spettri, Ah’Reshia abbassi il proprio braccio teso, chiuda la propria bocca ancora aperta, e chini il capo, con aria sconfitta, verso il suolo.)
Ah’Reshia – Cosa resta…?! (Domanda posta a se stessa, eppure, nel contesto proprio di quella situazione, a tutti, fantasmi e pubblico.)
Cosa resta al termine di una vita, quando questa s’infrange contro gli scogli della violenza?
Cosa resta al termine di una vita, quando questa non è mai stata realmente vissuta, celata abilmente dietro troppe menzogne per poter essere apprezzata nella propria concreta essenza?
Cosa resta al termine di una vita, quando… quando resti sola?
Sola.
Tutti, attorno a me, sono morti. O quasi.
Sono morti gli innocenti al pari dei colpevoli. Sono morti coloro che hanno commesso l’errore di amare. Amare me, amarsi reciprocamente, amare la vita più in generale. L’amore, per tutti loro, ha rappresentato cupa condanna. L’amore, per tutti loro, è stato sinonimo di morte.
Morte e amore. Amore e morte.
Nell’amore io sono stata concepita. Nella morte sono nata e rinata. Nell’amore sono cresciuta. Nella morte sono maturata.
A braccetto vanno amore e morte. E io nel mezzo. Troppo viva per essere morta. Troppo sola per essere amata. Perché coloro che mi amavano sono morti.
E a me… cosa resta?!
(Un grido si levi alto, mentre ella si stringa le tempie fra le mani, lasciando libero sfogo a tutto il proprio dolore, un dolore psicologico che diventa fisico e che non sembra poterle offrire scampo.)
Ah’Reshia – Dei… cosa resta?! (Urla, conficcandosi le unghie nel cranio, con forza tale da imporre il timore nel pubblico sul fatto che ella possa arrivare a frantumarselo, con le proprie stesse mani.)
Cosa resta all’imbrunire, quando il sole si tuffa oltre i monti Rou’Farth e lì sprofonda, affidando l’umanità alle tenebre della notte e alla fredda luce della luna, così lontana, così indifferente a noi tutti, alle nostre vite e alle nostre speranze?
Sono nata tre volte. Eppure… sono mai vissuta? Sono mai realmente vissuta? Sono mai… realmente esistita? Oppure… sino a oggi, altro non sono stata che la fantasia di chi mi ha desiderata al mondo?
Dopotutto, io non ho avuto altra vita se non quella che è stata sognata per me. Non ho avuto altra ambizione se non quella che è stata bramata per me. Principessa d’Y’Shalf o figlia vendicatrice che sia. E, in questo, non mi potrei definire autonomamente, al di fuori di quello che altri hanno desiderato per me.
Ma ora che coloro che mi hanno inventata sono morti… cosa resta di me? Della mia vita e del mio futuro?
Come un sogno che s’interrompe bruscamente al mattino, così è la mia esistenza, interrotta bruscamente all’alba di quella che sarebbe dovuta essere una nuova era. E come sogno… ora non posso fare altro che vagare. E vagare confusamente, priva di ambizione o meta. Priva d’identità.
Chi sono…?! Non lo so…
(Questione, quest’ultima, formulata con tono ipoteticamente retorico ma che, sillaba dopo sillaba sembra sempre più reale e realistico, trasparente di una concreta necessità di risposte da parte di qualcuno. Qualcuno che, tuttavia, non esiste più… o forse non è neppure mai esistito.)
Ah’Reshia – Sono stata realtà troppo diverse fra loro per poter essere considerate compatibili. Sono stata personaggi troppo diversi fra loro per poter essere considerati affidabili.
Il mio passato è un ricordo confuso a metà fra la cronaca e la menzogna. Il mio presente è del tutto privo di riferimenti in grazia ai quali indirizzarsi. E priva tanto del passato quanto del presente, è per me improponibile, ipotizzare un qualunque futuro.
Chi sono…? Chi sono stata…? Chi sarò…?!
Rammento il nulla. Né un recapito al quale appellarsi, né, tantomeno, la più semplice memoria nel merito del proprio presente, a partire addirittura dalla sua localizzazione. Dalla mia localizzazione.
Dove sono…? E perché sono qui…?!
Rammento il nulla. O forse no. Forse non il nulla. Forse un’ascia. Un’ascia da guerra. Un’ascia da guerra insanguinata fra le mie mani.
Chi sono…? Forse una guerriera…?!
Mi sembra impossibile l’idea. Ma nella più totale inconsapevolezza sulla propria effettiva identità, ogni idea ha da riconoscersi qual fattibile, possibile, addirittura auspicabile. Perché è sempre meglio essere una guerriera senza memoria e senza meta, che donna senza memoria e senza meta. Quantomeno, in tal modo, una prima consapevolezza la puoi avere…
(Ragionamento privo di fondamento, il suo, che pur nelle sue attuali condizioni appaia qual estremamente logico, addirittura ovvio, tanto quanto assurda abbia da essere considerata questa sua perdita di coscienza sul proprio mondo, sul proprio presente e il proprio passato.)
Sono una guerriera. Una guerriera che possiede un’ascia. Una guerriera che ha ucciso sicuramente molti con la propria ascia.
Questi spettri ne sono forse la riprova? Queste donne e questi uomini sono stati da me uccisi? E questa fanciulla, tanto triste, è anche lei vittima della mia lama?!
Eppure non sento di provare alcun rancore verso di lei così come verso alcun altro fra i presenti. Avendoli uccisi io dovrebbe essere così. O forse no…
Forse… probabilmente… sicuramente, non sono solo una guerriera, ma anche una mercenaria. E queste persone, queste ombre che mi si stanno scatenando contro, sono le ombre di coloro che io ho ucciso pur priva di una qualche ragione… semplicemente perché ero stata pagata per farlo.
E’ questo che sono? Sono una guerriera mercenaria, capace di uccidere dei perfetti estranei semplicemente perché in tal direzione sospinta dal pensiero dell’oro pattuito?!
venerdì 21 settembre 2012
1707
Avventura
035 - La tragica storia di Carsa Anloch
Ah’Reshia – Non posso odiarti. (Ammetta candidamente.) Neppure volendo potrei odiarti, madre. (Si ripeta.) E sì… ti continuerò a chiamare così, perché, benché non nel tuo ventre io sia stata concepita, tu sei l’unica madre che, in grazia al tuo buon cuore, mi è stata offerta occasione di conoscere e di amare.
E se anche, nei prossimi anni, io non troverò il mio cammino lungo la strada che tu potrai auspicare per me, allora come in passato, ciò non toglie che ti riconoscerò sempre e per sempre il mio affetto, il mio amore filiale, qual naturale ringraziamento per tutto ciò che tu mi hai concesso sino a oggi.
(Sia ora il turno di Ah’Lashia di restare in silenzio, in parte sorpresa, in parte addirittura sconvolta dalle parole della figlia. Non sappia ella come reagire, cosa rispondere a tanta dimostrazione di immeritato affetto, qual ella lo considera. E, per questo, scoppi nuovamente in lacrime, affondando il viso sul letto, spinta da un senso del pudore che le impedisce di mostrarsi in lacrime innanzi alla propria interlocutrice.)
Ah’Reshia – Quando io ho pianto, nel cuore della notte, chi mi consolava? (Domanda, allungando una mano ad accarezzarle i capelli, con delicatezza, con dolcezza.) Quando i temporali mi hanno terrorizzata, costringendomi a cercare assurdi nascondigli per proteggermi da un male che non comprendevo, chi mi soccorreva? Chi mi raccontava storie di epiche battaglie al di sopra delle nuvole, tali da appassionarmi al punto tale da invocare un nuovo tuono e un nuovo lampo, a dimostrazione della vittoria, di volta in volta, del mio eroe preferito? (Insiste, scuotendo il capo.) Ogni volta che sono caduta, sbucciandomi le ginocchia, chi accorreva a me, per risollevarmi e placare le mie lacrime?
Ah’Lashia – Ti… ti sgridavo, però… (Singhiozza, risollevando appena il capo giusto il tempo utile a far sentire la sua voce senza fastidi.)
Ah’Reshia – Ma anche questo era giusto… era giusto ove, quanto compivo, avrebbe potuto danneggiarmi in misura persino maggiore di quanto avrebbe potuto essermi utile, aiutandomi a crescere e a sviluppare senso dell’equilibrio e agilità… (Minimizza l’importanza di quei rimproveri.) Non commettere l’errore di credere che un genitore abbia soltanto a complimentarsi con il proprio figliolo nei momento in cui questo compie qualunque azione. Un genitore, e l’ho capito tardivamente solo in questi ultimi mesi, deve aiutare proprio figlio a crescere, spronandolo quando necessario; frenandolo quando altresì non meno che utile a ovviare a rovinose cadute… e peggio; e applaudendolo quando realmente meritato, quando corretto e, soprattutto, educativo. Perché né la sola repressione, né la sola esaltazione permetteranno a un bambino di divenire uomo, a una bambina di divenire donna, inculcandogli, altresì, pericolose e deviate idee per le quali tutto gli ha da essere concesso o, peggio, in alcuna strada egli o ella potrà agire in assenza della supervisione del proprio genitore. O di chi per lui.
Ah’Lashia – … parli con la maturità di una madre… eppure, a oggi, sei sempre e solo stata una figlia… (Osserva, sollevando nuovamente il viso ma, ora, mantenendolo lontano dal materasso, per poterla, altresì, contemplare, in un misto di incredulità e, soprattutto, di approvazione, orgoglio per lei, per quanto ella è riuscita a divenire nonostante tutto.)
Ah’Reshia – Parlo consapevole di quanto sto dicendo… e consapevole di quanto importante abbia a considerarsi la presenza dei genitori, di almeno un genitore, nella formazione e nella crescita di un figlio o di una figlia, non tanto da intendersi quale un rigido sistema di regole da seguire, quanto e ancor più quale un addestramento alla vita, e a tutte le prove che, dalla medesima, potranno derivare.
Perché così come un guerriero non potrà mai divenire tale in sola grazia della propria volontà a divenire tale, quanto in conseguenza alla formazione psicologica e fisica di un maestro d’arme, di un istruttore in grado di iniziarlo alle regole della nuova vita che desidera abbracciare; allo stesso modo un uomo o una donna non potranno mai divenire tali in sola grazia alla propria volontà a divenire tali, o, peggio, al mero scorrere del tempo e, con esso, alla maturazione dei propri corpo. E proprio i genitori, nel bene o nel male, hanno da essere considerati quali i primi maestri, i primi istruttori in grado di iniziarli alle regole della quotidianità, dell’esistenza, psicologicamente e fisicamente, permettendo loro di crescere tanto nell’uno quanto nell’altro.
Ti dirò di più. (Prosegua, sussultando ella stessa alle parole che sta per pronunciare.) Persino Mu’Sah, nelle vesti di padre, ha assolto a una parte di un tanto importante compito, insegnandomi la differenza fra quanto è giusto e quanto è sbagliato, fra uccidere e assassinare, fra amare e possedere. E senza di lui, senza questa sua formazione così violentemente impostami, probabilmente non avrei mai avuto modo di maturare e divenire la donna che sento di essere divenuta. Una donna non a lui assoggettata, ma capace di reagire, di opporsi a lui e, soprattutto, di arrestare la sua follia.
(Ah’Lashia ascolti le parole della figlia senza intervenire ulteriormente, comprendendo quanto, ormai, ella non abbisogni d’altre parole per proseguire, tanto nel proprio discorso, quanto e ancor più nella propria esistenza.)
Ah’Reshia – L’unica ragione per la quale, tuttavia, il mio cuore piange, è la consapevolezza del sacrificio che tu, mia madre, hai dovuto compiere per concedermi tale opportunità di crescita, per permettermi di incamminarmi nel cammino che mi ha condotta a essere la donna che desidero essere e che tanto, in questi mesi, ho combattuto per divenire. (Ammette, chinando appena lo sguardo.)
Purtroppo l’orrore che hai dovuto vivere, per donarmi tutto ciò, è privo di giustificazioni. Ragione per la quale non intendo né giustificare, né tantomeno perdonare, il principe tuo sposo. In lui non riconosco un padre, ma solo un nemico. Il nemico che mi ha sottratto l’innocenza nella più tenera infanzia, immergendomi nel sangue dei miei genitori naturali. E il nemico che mi ha sottratto l’innocenza nella mia più spensierata adolescenza, nel sangue di suo fratello e di sua moglie… l’unica madre che ho mai potuto conoscere. (Ripeta e riassuma, elencando tutte le colpe che imputa al padre.) A completare l’opera, ove anche pur non sarebbe occorso, è stata poi la morte di Kona, la sorella che non ho mai avuto e che pur ho sempre amato qual tale, immolata simile a ostia su un’ara maledetta nel suo nome, a sua soddisfazione.
Per questo, per tutto questo, non posso tollerare l’esistenza in vita del tuo sposo, di questo principe tirannico e crudele. E per questo, per tutto questo, sono costretta ad agire non con la delicatezza della goccia che erode la roccia negli anni, nei decenni, nei secoli… ma con l’impeto della tempesta, qual figlia vendicatrice invocante qual proprio un diritto di sangue nei confronti di cotale sterminatore.
Ah’Lashia – Ucciderai Mu’Sah?! (Domanda, con tono quasi privo di emozione, impossibile da classificare qual spaventato o eccitato, qual contrariato o entusiasta.)
Ah’Reshia – Sì. Dopodiché tu e tuo nipote Mu’Rehin amministrerete il suo dominio, che diverrà vostro, mentre io cercherò il mio futuro lungo le stesse strade sulle quali, in giovinezza, si è sospinta mia madre Carsa, vivendo alla giornata della sua stessa professione. (Annuncia e conferma, con assoluta serenità, non qual proclama di guerra, quanto qual semplice dichiarazioni d’intenti.)
Ah’Lashia – Bene. (Annuisce, rialzandosi ora in piedi e passandosi le mani fra i lunghi capelli, cercando in qualche modo di rassettarli.) Con la nostra morte, gli spiriti dei tuoi genitori potranno finalmente riposare in pace… fieri di testimoniare innanzi agli dei quanto il loro ardore e il loro coraggio, ormai, risplendano in te con la stessa luminosità propria di una stella.
Ah’Reshia – Vostra?! (Ripeta, aggrottando la fronte.) Veramente non intendo torcere un solo capello a te, madre mia. (Nega simile eventualità.) Ti ho già det…
Ah’Lashia – Ricorda sempre che ti ho amato qual figlia mia, Ah’Reshia… o comunque ti vorrai far chiamare nel corso della tua nuova vita. (Afferma, con tono carico di solennità e trasparente di tutta la nobiltà che pur la caratterizza.)
(Prima che Ah’Reshia possa intendere cosa ella voglia nuovamente tentare, Ah’Lashia corra verso il fronte destro del palco e, giunta all’estremità del medesimo, salti fuori, all’esterno dell’area visibile al pubblico, senza levare un solo grido in quello che, si comprenda, essere un balzo mortale.)
Ah’Reshia – Madre…no! (Grida alzandosi dal letto e tendendo una mano verso di lei quando, purtroppo, ormai è troppo tardi, in quello che risulti simile a un lungo ululato, un ululato carico di straziante dolore.)
giovedì 20 settembre 2012
1706
Avventura
035 - La tragica storia di Carsa Anloch
Scena II
(La scena inizi con Mu’Rehin ancora al suolo. Questo venga trascinato rapidamente fuori dal palco da una coppia di figuranti, nel mentre in cui altri riportino al centro del palco il letto di Ah’Lashia, madre adottiva di Ah’Reshia, già presentato in precedenza. Partendo dall’ambientazione della prigione, quindi, il contesto muti palesemente in quello della camera da letto della principessa consorte, ove già una tragedia si è consumata e, presto, avrà a consumarsene una nuova.)
(Nel mentre in cui escono i figuranti, considerabili in ciò semplici attrezzisti di scena, faccia la sua ricomparsa la stessa Ah’Lashia che, ancora vestita a lutto, avanzi con passo lento e pesante in camera, sola, lasciandosi alfine cadere sul letto, quasi priva di energie.)
(Entra Ah’Lashia.)
(La donna, distesa sul letto, pianga lacrime amare. Lacrime che non si comprendano se rivolte, nella loro stessa esistenza, all’ultimo lutto, in ordine temporale, consumatosi all’interno del palazzo, oppure al proprio mai pienamente superato dramma.)
(Levandosi lentamente dal letto, la donna si privi del pesante velo che ne copriva il viso e, quasi, si stracci la veste nera, con gesti a tratti isterici. Pianga e gema in tutto ciò, disinteressandosi a quanto le sue forme, fra gli squarci aperti nella stoffa nera, possano essere o non essere intuite.)
(Lasciando il giaciglio, ella si muova con passo pesante, addirittura trascinato, verso il fronte destro del palco, là dove venga offerta, attraverso la sua recitazione, l’evidenza di una finestra. Una finestra alla quale, ella, in un primo momento si limiti ad appoggiarsi, e oltre la quale, in un secondo istante, tenti di spingersi, singhiozzando disperata.)
Ah’Reshia – Fermati! (Esclama, voce fuori campo sul fronte opposto del palco.)
(Entra Ah’Reshia, da sinistra, con passo rapido. E si precipiti, immediatamente, ad afferrare Ah’Lashia, trascinandola con impeto, con forza, non solo nuovamente all’interno della stanza ma, addirittura, sospingendola sin a raggiungere il letto. nel suo centro.)
Ah’Reshia – Cosa tentavi di fare?! (La rimprovera, ben comprendendo cosa ella desiderasse compiere e, proprio per questo, non potendola giustificare.)
Ah’Lashia – Io ti ho sempre amata qual figlia mia, Ah’Reshia. Ti ho sempre amata qual figlia mia. (Gema, pronunciando parole che non avrebbe ragione di pronunciare, qual palese conseguenza di un crollo psicologico conseguenza dei troppi eventi tragici occorsi.) Ho sempre voluto il tuo bene, credimi. E se mai ti ho rimproverata, se mai ti ho ripresa, è stato solo per amore, nella speranza di poterti vedere un giorno felice più di quanto io non sia mai riuscita a essere, con un uomo realmente degno di te.
Ah’Reshia – Madre… (Esita, non riuscendo a negarle quel riconoscimento, non riuscendo a considerarla un’estranea così come, sino a un istante prima, sarebbe stata lieta di considerare.) Madre io…
Ah’Lashia – Non tua madre, bambina, non tua madre purtroppo io sono. (Scuote il capo, coprendosi il viso con le mani e piangendo disperata.) E solo oggi, pentimento tardivo, mi rendo conto di quale errore sia stato, da parte mia, negarti la verità, negare la tua identità, costringendoti a riconoscerti qual figlia di quel bruto che già impera su di me. (Parla, con voce rotta dalla disperazione.)
Ma se non sono stata una buona madre in vita, per questa mia imperdonabile colpa, credimi… lo diventerò quantomeno ora, sul punto di morte, rivelandoti la verità su tutto. E sottraendoti, al prezzo del mio sangue, alla terrificante ombra dell’uomo che ritieni essere tuo padre.
Ah’Reshia – Già so, madre. Già so tutto. (Afferma, con un profondo sospiro.) E dove anche, in un primo momento, ti ho considerata colpevole almeno quanto il principe, ora, nel tuo dolore, nella tua sofferenza, io comprendo come tu non sia stata, in questi anni, meno vittima di quanto non lo sia stata io. In tutto ciò, comunque, trovando anche occasione per riconoscermi quell’affetto, quell’amore materno del quale, altrimenti, non avrei mai avuto l’occasione di godere.
Non affliggerti più, pertanto, a causa mia… perché alcuna condanna mai ti sarà imputata in grazia alle mie labbra o alle mie azioni.
Ah’Lashia – Già… sai?! (Esita, vivendo un sincero momento di confusione a quell’asserzione.) Già sai… tutto?! (Insiste, ritenendo impossibile quell’eventualità.)
Ah’Reshia – So di essere figlia di Kolna Anloch e di Carsa Le’egah, l’uno mercante, l’altra mercenaria. E di essere nata in grazia all’aiuto della buona Reja, in quella che sol qual falsa generosità avrebbe dovuto essere a posteriori riconosciuta da parte del principe. (Riassume, a beneficio della madre.) E so che i miei veri genitori morirono entro i confini di queste stesse mura, uccisi a tradimento dal loro anfitrione, dimentico di ogni obbligo d’ospitalità. Dal loro sangue io rinacqui a questa nuova, falsa vita, per me pianificata da voi, per rendermi vostra, nel sopperire all’impotenza del principe, tuo sposo.
Ah’Lashia – E’ così. (Annuisce, coprendosi di nuovo il volto dietro le mani.) E’ così, bambina mia, e per questo non posso che invocare il tuo perdono, la tua comprensione e il tuo perdono, laddove mi sono approfittata, per tanto tempo, di un ruolo che non avrebbe dovuto essere mio… che non avrebbe potuto mai essere mio, non restando fedele al mio sposo come sono sempre stata.
Perché, credimi… credimi se ti dico che fra me e Mu’Reh altri non vi era che mera amicizia, nel rispetto, immeritato, che entrambi abbiamo sempre tributato a Mu’Sah. (Afferma, lasciando riaffiorare tutto il proprio dolore per la morte del primo e, necessariamente, per la violenza subita dal secondo.)
Non lo ha capito. Non lo ha mai capito, quanto noi tutti lo abbiamo sempre amato. (Riferendosi evidentemente allo sposo.) Egli… egli ha sempre sofferto per la propria impossibilità a procreare e nella gioia di Mu’Reh per il figlio concessogli dalla sua sposa egli ha sempre e solo visto un affronto, un insulto contro di sé e contro il proprio potere, la propria autorità.
Ma né Mu’Reh, né tantomeno io, gli abbiamo mai mancato di rispetto, abbiamo mai tradito la sua fiducia, impegnandoci sempre, anzi, per cercare di onorare il suo nome e il suo volere. (Spiega, piangendo.) E’ per questo che ti ho cresciuto qual figlia mia, senza mai rivelarti la tua reale origine, senza mai spiegarti chi erano i tuoi genitori. Perché se tu lo avessi saputo, avresti rinnegato tuo padre, il principe, e, di ciò, ci avrei sofferto tanto da morirci.
Ah’Reshia – Madre… io non ti porto rancore… (Cerca nuovamente di tranquillizzarla.)
Ah’Lashia – Non chiamarmi in questo modo. Non me lo merito. Come non mi merito la tua compassione. (La rimprovera, levando verso di lei il volto solcato da calde lacrime.) Perché ho compreso troppo tardi quanto errato fosse destinare verso di lui il mio amore. E’ stato solo allora che ho deciso di rifiutarmi a ogni abuso di tuo padre, decidendo di preoccuparmi solo per te, e per il tuo futuro. E, ti giuro, ho fatto davvero tutto quello che ho potuto per te, per preservarti da ogni male e per permetterti di godere di una vita normale, di una vita serena qual, malgrado tutto, meritavi…
… no… non malgrado tutto. Malgrado noi. Malgrado il principe e io, sua complice nelle azioni che hanno distrutto completamente il tuo passato, il tuo presente e, forse, il tuo avvenire.
Odiami, Ah’Reshia. Odiami… perché ho osato privarti del nome dei tuoi genitori, ho osato sottrarti alle loro mani, per stringerti fra le mie braccia, egoista e vile, nel volerti a me e nel non interrogarmi su quanto giusto sarebbe stato crescerti come ti ho cresciuta, privarti del tuo retaggio come ho compiuto.
Odiami. Odiami. Odiami.
(Ah’Reshia resti per un lungo istante in silenzio, contemplando la propria interlocutrice. Nei suoi occhi, tuttavia, non sia visibile odio, ma solo pietà. Una pietà totale e disarmante, per una donna che non riesce a trovare colpevole di nulla, se non di aver amato un uomo al quale non avrebbe mai dovuto neppure concedersi di avvicinarsi.)
mercoledì 19 settembre 2012
1705
Avventura
035 - La tragica storia di Carsa Anloch
(Mu’Rehin appaia sconvolto da tale notizia. Forse e persino in misura maggiore a quella relativa alla morte del padre, assassinato dal fratello. Risulti in ciò implicito, non palese, come il giovane abbia coltivato sin dai primi anni della propria pubertà un interesse verso colei considerata qual propria cugina ben più marcato e profondo di quanto non avrebbe potuto e dovuto essere, lasciandosi irretire dal suo fascino e, in ciò, proponendosi per lei pronto a morire non qual semplice parente o capo delle guardie, quanto, e piuttosto, qual disperato spasimante. E, per questo, l’idea di quanto ogni suo sogno non abbia più da considerarsi in violazione alle leggi e alla morale, lo spiazzi completamente, lasciandolo attonito e incapace di reagire in maniera degna del proprio nome.)
Ah’Reshia – Mu’Rehin? (Lo richiama, notando tanta sua distrazione dalle proprie parole e dal momento presente, quasi nulla di quanto a lui circostante, ora, possa avere da considerarsi meritevole di attenzione.)
Mu’Rehin – S-sì?! (Esita egli, non comprendendo perché stia venendo chiamato.) Cosa… cosa accade?!
Ah’Reshia – Non osare più trasalire in questo modo. (Protesta ella.) Non hai il diritto di sottrarti a me, o alle tue responsabilità, fingendoti privo di senno.
Mu’Rehin – Privo… privo di senno? (Ripete, non riuscendo ad apprezzare nulla di qualunque nuova asserzione a lui rivolta, troppo distratto dall’idea di quella straordinaria notizia riportatagli, dell’assenza di una qualunque parentela con Ah’Reshia.)
Ah’Reshia – Ascoltami bene, razza di decerebrato. (Si impone ella, avanzando di scatto verso le sbarre invisibili lì presenti e arrestandosi di scatto contro le medesime, sebbene con un braccio, in destro, riesca a spingersi in avanti quanto sufficiente per agguantare il proprio interlocutore e trascinarlo, di prepotenza, a sé, a sua volta contro quelle stesse sbarre dalle quali ora si sottragga.) Per causa tua mia sorella è morta. E non ti permetterò di scontarla tanto generosamente come ti ha concesso di fare il principe. Perché non solo hai da considerarti il principale responsabile per la sua prematura dipartita; ma, anche e ancor peggio, in ciò hai da considerarti qual traditore della mia fiducia, io che in te avevo riposto fede, concedendoti di partecipare in maniera attiva alla strategia che avrebbe dovuto condurre alla disfatta definitiva di quel dannato assassino di Mu’Sah. (Spiega, rancorosa.)
Quindi, lurido figlio d’un cane, ascoltami bene. Perché, te lo giuro, non avrei avuto problemi a farti a pezzi ritenendoti mio cugino, e tantomeno ne avrò considerandoti nipote, e potenziale erede, dell’uomo che ha sterminato la mia famiglia, e mi ha cresciuta vittima di un terribile inganno. (Dichiara con forza.) E se tu, ora, non ti dimostrerai collaborativo con me, ti assicuro che porrò alla prova tutta la mia fantasia perversa e malata su di te, imponendoti un dolore tale da farti rimpiangere di non essere morto sotto il peso della mia ascia quando ne hai avuto la possibilità… (Gli ripromette.) Sono stata chiara?
Mu’Rehin – Io… (Ancora incerto, non sa esattamente in quali termini poter reagire di fronte a quelle parole, delle quali, in effetti, ha sentito meno della metà e ne ha ascoltate in una percentuale ancor minore.)
(Ah’Reshia, senza esitazione e senza imbarazzo, muova allora la propria mano destra oltre le sbarre, ad afferrare con violenza il cavallo dei pantaloni dell’uomo e, chiaramente, sotto di esso le principali ragioni della sua virilità. Una mossa evidenziata da un improvviso gridolino di Mu’Rehin, che, se non fosse mantenuto con la testa in alto dal braccio sinistro di lei, si ripiegherebbe, allora, per il dolore provato.)
Ah’Reshia – Sono stata chiara?! (Insiste, quasi ringhiando quelle parole, mentre la mano si contorce fra le game di lui, stringendo maggiormente quella zona tanto delicata.)
Mu’Rehin – S-s-s-s-s-sì… (Replica soffocato, un alito privo di energia dalle sue labbra appena dischiuse, ormai persino incapace di gridare per il dolore che ella gli sta imponendo.)
Ah’Reshia – Bravo…
(Sorrida ella, lasciando i suoi testicoli con la destra, mentre la mancina spinga il suo corpo un attimo all’indietro per, poi, tirarlo con forza verso di sé e verso le sbarre, contro le quali lo porti a sbattere con impeto irrefrenabile, prima di lasciarlo ricadere, definitivamente, a terra, quasi privo di sensi.)
Ah’Reshia – Io non voglio essere amata da te. Non desidero essere rispettata da chi già responsabile della morte di Kona. (Dichiara, spuntando veleno a ogni singola sillaba.) Tuttavia desidero la tua collaborazione, e la desidero sospinta dal timore di quanto potrei farti, di quanto dolore potrei importi se solo tu mi tradissi un’altra volta.
Hai già avuto la tua occasione per agire con la mia approvazione e l’hai tradita. (Ricorda ella.) Ora dovrai compiere quanto io ti dico soltanto perché io te lo dico. E quanto te lo dirò, dovrai essere pronto a saltare nel vuoto se tale sarà il mio ordine, perché, in caso contrario, nel vuoto ti ci getterò io stessa, con un calcio che ti farà crescere nuove appendici al centro del collo.
Mu’Rehin – C… cag… cagna…. (Geme, contorcendosi al suolo con le mani a protezione delle proprie parti intime, già poste a dura prova da lei.)
Ah’Reshia – Sì… un po’ come tutte le donne dal tuo punto di vista, non è vero?! (Scuote il capo.) Sii pronto a ubbidire agli ordini di questa cagna, Mu’Rehin, ed entro un paio di ore sarai libero, soccorso da uomini che a me, e solo a me, hanno giurato la loro fedeltà. (Annuncia.)
Tradiscimi, e per te non ci sarà altra occasione di recupero. Altra possibilità di espiazione. Perché contro di te rivolterai la sottoscritta, e la mia ira non conoscerà eguali. (Enuncia la possibilità alternativa alla prima occasione ) E spero che questa volta non vi sia bisogno per me di ripetermi…
Mu’Rehin – Ho… ho capito… razza di…
Ah’Reshia – Cosa c’è, cuginetto?! (Domanda sarcastica, interrompendo quell’ennesimo insulto a proprio discapito.) Già speravi di trovare in me un’amante compiacente e sei rimasto male nel vedere quanta poca grazia io sia in grado di rivolgere alla tua virilità?
Mu’Rehin – Ti… ti piacerebbe… (Tenta di negare, colto in fallo da quelle parole.)
Ah’Reshia – No. Assolutamente no. (Nega, tornando improvvisamente fredda, ed ergendosi altera innanzi a lui.) Forse a te piacerebbe. Forse a te potrebbe sollazzare il pensiero di sapermi intenta a preoccuparmi di te e, perché no, dei figli che dal tuo seme speri possano germogliare nel mio ventre. Ma… incredibile novità: mi fai schifo! Mi fai schifo, Mu’Rehin, perché la mia amica Kona è morta fra le sue braccia dichiarandoti un amore immeritato ma illimitato. E tu… tu come hai reagito?! Restando immobile, silenzioso e imperturbabile, quasi ti avesse proposto le proprie opinioni nel merito del tempo nella prossima settimana…
E’ se questo sei tu… se questo è tutta la compassione di cui sei capace… mi dispiace ma non conoscerai mai cosa sia l’amore. Non per una donna, quantomeno, da te evidentemente giudicata immeritevole di un simile sentimento. (Decreta, amareggiata.) Forse amerai il tuo cane da caccia. Forse il tuo destriero da corsa. Forse ancora il tuo stesso membro, simbolo del tuo fallico potere sulle masse. Ma mai… mai… mai… sarai in grado di amare una donna. E sventurata colei che, sciaguratamente, dovesse commettere ancora una volta l’errore di amarti, l’errore di essere pronta a dare la propria vita per te.
(Mu’Rehin ora taccia, ferito nel proprio orgoglio da quelle parole, certo, e pur non sapendo quale difesa poter ergere a propria tutela. Che Kona sia morta, purtroppo, è un semplice dato di fatto. Così come, disgraziatamente, che ella sia morta dichiarando il proprio amore per lui… un amore innanzi al quale, egli, non ha avuto alcuna ragione di reagire, di scomporsi, più preoccupato per il fatto che, fra le sue braccia, stava morendo una cara amica della propria amata cugina che altro.)
Ah’Reshia – Giura che seguirai i miei ordini, e che sarai al mio fianco nel complotto che porterà alla morte il crudele Mu’Sah… e io ti permetterò di sopravvivere abbastanza da vendicare la morte di tuo padre. (Concluda ella, tornando all’argomento iniziale.) Giuralo!
Mu’Rehin – Lo… lo giuro… (Risponda, ancora al terra, ancora piegato su di sé, nel tentativo di riprendersi dal dolore vissuto.)
Ah’Reshia – Ottimo. (Annuisce.) Sarai presto libero… (E, senza aggiungere altro, si avvii sul fronte sinistro, dal quale è pocanzi entrata.)
(Esce Ah’Reshia, camminando con il medesimo passo fiero che l’aveva vista entrare.)
martedì 18 settembre 2012
1704
Avventura
035 - La tragica storia di Carsa Anloch
Atto V
Scena I
(Si alzi il sipario. Vengano mostrati in scena Mu’Rehin e due guardie a sua sorveglianza. Il primo appaia seduto in terra, sul fronte destro del palco, con .braccia e gambe vincolate da pesanti catene. Gli altri due in posizione eretta, a non meno di tre piedi da lui. Fra loro, infatti, deve essere presentata l’evidenza di una solida parete, un limite invalicabile entro il quale è stato imprigionato il traditore figlio di traditore, colui verso il quale alcuna pietà o comprensione dovrà mai essere provata.)
(In tal contesto, Mu’Rehin non offra evidenza di particolare desiderio di ribellione. La sua appaia qual la quieta rassegnazione di chi ben in grado di comprendere i limiti impostigli dalla carne e, ancor più, dal metallo e dalla pietra rappresentanti, in quel momento, la propria prigione. D’altro canto, le guardie, non ritrovando in lui evidenza di una qualche brama di ribellione, non gli offrano particolare attenzione: è presente e imprigionato, certo, ma non osteggiato da alcun comportamento denigratorio nei suoi confronti, forse e anche qual forma di necessario rispetto per la posizione da lui stesso, sino a poche ore prima, occupata qual loro diretto superiore, loro riferimento e condottiero.)
(Entra da sinistra Ah’Reshia.)
(Ella cammini con passio deciso, portamento fiero e testa alta, palesando tutta la propria nobiltà e il proprio principesco retaggio. Lì non giunge qual ospite, ma qual padrona di casa. E alcuno, attorno a lei, dovrà permettersi l’ardire di levare voce in sua direzione o, peggio, a suo freno.)
(Così facendo, giunga quindi sino innanzi alla cella, fra le due guardie, e lì si soffermi, osservando il prigioniero innanzi a sé.)
Ah’Reshia – Lasciateci soli… (Comanda verso la coppia di secondini, con tono privo di dolce questione, e altresì carico di assoluta predominazione.)
Prima guardia – Ma gli ordini del principe…. (Esita, non desiderando contravvenire al signore del palazzo.)
Ah’Reshia – E quelli della principessa sua figlia?! (Replica, riferendosi a se stessa e pur, lì, offrendo un’immagine di sé necessariamente esterna a quella che chiunque avrebbe potuto abitualmente attendersi da lei.) Volete davvero scontentare i miei desideri? Contrariare la mia volontà? (Insiste, battendo la lingua su quell’unica, dolente nota in grado di suggerire a chiunque un approcciò meno prepotente con lei, al di là di ogni comando pregresso.) Avanti, procedete pure. E presto, di voi, resterà solo il ricordo entro queste mura. Il ricordo di quanto stolidi siete stati a perdere la solidità derivante da un incarico certo.
Seconda guardia – Credo… credo che qualche istante di requie possiamo concedercelo. (Interviene, in reazione alla prospettiva da lei paventata.) E’ già da molto che non separiamo lo sguardo dal prigioniero. E una pausa, un intervallo, non potrà solo che aiutarci a rendere in misura maggiore, a essere più efficienti nel nostro mestiere. (Suggerisce, dimostrando una maggior affezione al proprio incarico rispetto all’altra guardia, suo compare di turno in quel momento.)
Ah’Reshia – Esattamente…. (Annuisce, offrendo la propria benedizione a quell’idea, per così come appena formulata dal proprio ultimo interlocutore.) Sono lieta di constatare come, fortunatamente, esistano ancora persone capaci di intendere in quale direzione abbia da estendersi la propria autodeterminazione e in quale, altresì, è meglio che venga mantenuto un comportamento meno… arbitrario, e più arbitrato.
Prima guardia – Perdonami, mia signora… (China il capo, ben comprendendo quanto una frecciatina abbia da considerarsi rivolta a proprio discapito, in quanto colpevole di aver reagito con minore disponibilità rispetto al proprio compagno, al proprio collega.
Ah’Reshia – Andate. (Insiste, non desiderando affrontare ulteriormente la questione.)
(Escono le due guardie, allontanandosi sul fronte sinistro del palco.)
Ah’Reshia – E, ora, a noi due… (Riprende voce, in direzione dell’unico interlocutore rimasto, sempre rinchiuso davanti a lei, in uno spazio a cui non ha modo di accedere.) Dovrei dimenticarti qui a marcire, qual giusta ricompensa per le tue bravate!
Mu’Rehin – Hai dismesso le vesti da delicata figliuola nei quali ti eri così ben avvolta… cugina?! (Questiona, non privo di rimprovero per lei, per quella sua ambiguità che egli ancora non sopporta e non giustifica.)
Ah’Reshia – Per colpa tua, e della tua stupida impazienza, la mia migliore amica, nonché mia sorella di latte, è morta, sacrificatasi per un amore neppure riconosciutole nel mentre del proprio ultimo sospiro. (Commenta, duramente, storcendo le labbra verso il basso e mostrando i denti con disprezzo e aggressività.) Fossi al tuo posto, eviterei di muovere accuse di sorta… non, quantomeno, nel voler sperare ancora di offrire un senso alla tua ormai inutile esistenza, un significato a una vita difficile da riconoscere qual tale.
Mu’Rehin – Oh… come si vede che sei figlia di tuo padre. (Esclama, scuotendo il capo con trasparente commiserazione per colei che, in tali parole, desidera insultare.) Nulla ti divide da Mu’Sah… nulla ti differenza da lui, dall’uomo che affermi di odiare ma che, in realtà, altri non è che il tuo genitore e, come tale, prototipo di ciò che presto o tardi anche tu diverrai.
Ah’Reshia – Oh… come ti sbagli. Come ti inganni, soldatino. (Esclama ella, scuotendo il capo con altrettanta commiserazione, per colui che, proprio malgrado, non sa di cosa stia parlando.) In verità ti dico che, se solo tu mi fossi mai interessato, nulla ci potrebbe legittimamente impedire di unirci, tanto in matrimonio, quanto nel talamo nuziale.
Mu’Rehin – Di cosa stai parlando, cugina?! (Sgrana gli occhi a quelle parole, sinceramente sorpreso, stupito e, forse, persino incuriosito, eccitato, certamente in misura maggiore rispetto a quanto dimostrato in occasione della dichiarazione d’amore da parte di Kona, in punto di morte.) La salute sta completamente abbandonando la tua mente?!
Ah’Reshia – Forse… (Annuisce.) Probabilmente… (Riconosce.) E non potrebbe essere altrimenti, nel giorno in cui ti viene concesso di scoprire quanto sangue innocente è stato versato attorno a te, indirettamente per colpa tua, da colui che sino a quel momento hai considerato un padre e che, alla fine, nujll’altro è che un nemico e un impostore, da combattere e uccidere con tutte le proprie energie, con tutta la propria brama di vendetta… e di giustizia.
Mu’Rehin – Non comprendo… (Nega, onestamente.)
Ah’Reshia – E come potresti? Tu che, mio pari, sei cresciuto sin dalla più tenera infanzia convinto di una verità tutt’altro che tale, convinto di una certezza che sol oggi si ha a scoprire qual menzogna?! (Sospira, socchiudendo gli occhi.) Io non sono tua cugina, Mu’Rehin. Il tuo sangue non scorre nelle mie vene. Il mio sangue non è il sangue del padre di tuo padre, né quello del padre di mia madre.
Mu’Rehin – C-c-c-osa?! (Quasi grida, balzando in piedi malgrado le pesanti catene.)
Ah’Reshia – Io sono la figlia senza nome di chiamava Kolna Anloch e di Carsa Le’egah, un mercante e una mercenaria assassinati a tradimento dal principe Mu’Sah, geloso del loro amore e, soprattutto, della nascita di loro figlia, evento che mai avrebbe potuto allietare la sua casa, costringendolo, a conti fatti, a riconoscere il figlio di suo fratello qual proprio legittimo erede. (Spiega, nei termini più concisi possibili.) Tu dovresti essere il futuro principe, erede dell’attuale, Mu’Rehin. Tu… non io.
Mu’Rehin – Tu… io…. Mu’Sah… (Balbetta, cercando di ricostruire, più lentamente, con maggiore incertezza, quanto appena comunicatogli.) Noi… noi non siamo cugini?!
Ah’Reshia – No. Non lo siamo mai stati né mai potremo esserlo. (Conferma, cercando di trasmettere un messaggio il meno ambiguo possibile, laddove già, per la sua mente, tutto è troppo sorprendente e confuso per potersi permettere di giuocare attorno a simile verità.) Mu’Sah, Ah’Leshia, Sha’Maech, Reja e, probabilmente, persino tuo padre, il nobile Mu’Reh, ci hanno ingannato, ci hanno cresciuti con una convinzione volutamente mistificata e fondata, nella propria stessa origine, sul sangue di innocenti, versato a tradimento…
lunedì 17 settembre 2012
1703
Avventura
035 - La tragica storia di Carsa Anloch
Ah’Reshia – Madre! Madre!!! (Esclama, tentando di arrestare l’allontanamento della figura materna, quella sua silenziosa fuga, verso l’oblio dal quale, per lei, per aiutarla e sostenerla, aveva deciso di riemergere.) Non andartene… non andartene, madre! Ho ancora bisogno dei tuoi consigli, dei tuoi insegnamenti, della tua forza. (Ammette, sinceramente.) Non mi lasciare… ti prego!
(La nutrice, senza comprendere, si volti a cercare una qualche eventuale interlocutrice della fanciulla, senza però, ovviamente, trovarne. Ragione per la quale, a placarne l’animo turbato, si stringa maggiormente a lei, sperando di poter, in tal modo, concedere una qualche ragione di conforto.)
Reja – Calmati… calmati, bambina mia. (Tenta di tranquillizzarla.) Disgraziatamente tua madre se ne è andata molto tempo fa, a pochi mesi dalla tua stessa nascita. E non è cosa saggia disturbare il riposo dei morti, così come, con le tue grida, tenti di fare…
Ah’Reshia – Mia madre è stata con me in tutti questi mesi! (Protesta, cercando di condividere quanto, purtroppo, può essere intesa qual mera follia.) E’ stata lei ad aiutarmi e a proteggermi mentre sono rimasta lontana da casa, addestrandomi per divenire una guerriera qual anch’ella era. (Narra, del tutto indifferente al fatto di quanto, tali parole, potrebbero farla apparire furoi di senno.) Solo che io non avevo compreso che fosse lei. Non avevo compreso che fosse mia madre. Non avrei potuto, del resto, dal momento che non la conoscevo, che non ero stata neppure informata della sua esistenza. E così l’ho assimilata a Midda Bontor, alla protagonista di tutte le cronache che amo leggere e seguire. L’ho accolta come fosse ella e, malgrado ciò, di ciò, ella non mi ha mai mosso rimprovero. Al contrario… mi è sempre stata vicina. Sostenendomi e aiutandomi, guidandomi e formandomi, per divenire ciò che avevo bisogno di divenire, per accogliere il retaggio che, dagli impostori, mi era stato negato.
Reja – Mi spaventa sentirti parlare così, Ah’Reshia. (Dichiara, non riuscendo ora a minimizzare quelle parole quali conseguenza di un semplice momento di eccitazione o di depressione.) Quasi mi domando se sia giusto dirti quanto sto dicendoti, informarti nel merito di eventi propri di un passato troppo lontano per essere modificato e, pur, ancora capace di modificare il presente e l’avvenire, quali ripercussioni per sangue innocente versato allora come ora.
Ah’Reshia – Non solo è giusto, mia amata nutrice, ma, da parte tua, ora, ha da considerarsi addirittura obbligatorio, in quanto non sono solamente io a domandarti di donare giustizia ai morti, né, parimenti, sono soltanto i miei genitori. (Scuote il capo.) E’ tua figlia Kona a chiedertelo. E’ lei che te lo domanda, che ti supplica di mettermi a conoscenza di questi eventi, affinché la sua morte possa essere vendicata insieme a quella di tutte le altre vittime della follia del principe sanguinario, Mu’Sah.
Reja – E sia. (Annuisce, ritrovando, nella memoria della figlia morta così rievocata, una solida ragione per proseguire, per giungere sino in fondo alla faccenda.) Che si chiuda oggi quella triste parabola di morte incominciata quattordici anni fa. E che, la figlia vendicatrice, possa compiere il proprio destino, offrendo morte all’assassino dei propri genitori.
Ah’Reshia – Come sono morti? (Le domanda, pertanto, nel ricollegarsi alla questione e alla narrazione rimasta in sospeso.) Perché sono morti?!
Reja – Perché tuo padre era un uomo benestante e innamorato di sua moglie; perché tua madre era una donna forte e innamorata di suo marito; ma, soprattutto, perché sei nata tu. (Spiega, in effetti restando sufficientemente critica in questa prima asserzione.) Mu’Sah non poteva sopportare l’idea che una coppia potesse essere tanto felice, tanto benedetta dagli dei, non solo nel loro reciproco amore ma, ancor più, nella nascita di un’erede, un’erede fatta nascere dalle mani che avrebbero dovuto prendersi cura dei suoi figli, se solo egli avesse avuto modo di avere dei figli.
Ah’Reshia – Vuoi… vuoi dire che…?!
Reja – Sì. (Annuisce, ora con malcelata soddisfazione nel potersi concedere un simile annuncio.) Il principe è impotente. E tutto il suo potere, tutta la sua nobiltà, nulla può in contrasto a questo limite che gli dei, dall’alto della loro saggezza, gli hanno imposto.
Proprio a causa di tale limite, tuttavia, egli non ha accettato l’idea che i tuoi genitori potessero avere una figlia e, così, non appena si ha avuto l’evidenza del tuo ottimo stato di salute, egli ha convocato a corte Kolna e Carsa, invitandoli entro le spire di una trappola mortale.
(Ah’Reshia trattenga quasi il fiato a quelle parole, come se un suo semplice prendere voce possa distrarre i suoi genitori da quegli eventi già passati e, ciò nonostante, per lei mai così presenti.)
Reja – Hanno combattuto. A glorificazione della loro memoria va ricordato quanto abbiano combattuto, impegnandosi con le unghie e con i denti per la loro sopravvivenza e per la tua salvezza.
Ma il numero di guardie mobilitate in loro offesa era schiacciante… e, alla fine, per quanto accompagnati da almeno un paio di dozzine di avversari, essi sono caduti. Tua madre per prima, offrendo il proprio corpo qual scudo per tuo padre, ed egli subito dopo, invero troppo sconvolto per potersi concedere di combattere ancora e, malgrado ciò, ancora combattendo, per la tua salvezza.
Ah’Reshia – No! (Geme, soffocata per il dolore di quella perdita, di quella cronaca già nota nella propria conclusione e, tuttavia, non più pietosa.)
Reja – Così è stato. (Annuisce, semplicemente.) E tu, coperta da capo a piedi dal sangue di tutti coloro in quel giorno caduti, ultimi dei quali i tuoi genitori, sei stata affidata nuovamente alle mie cure, come nel giorno della tua nascita. E in quel giorno, a tutti gli effetti, tu sei nata una seconda volta, qual figlia del principe Mu’Sah Ul-Geheran e di sua moglie Ah’Lashia. La figlia che entrambi non avrebbero mai potuto avere e che, al costo della vita dei tuoi genitori, hanno avuto.
Ovviamente quanto è avvenuto non è passato del tutto inosservato agli occhi del popolo e, in breve tempo, i fatti hanno assunto tratti a dir poco epici. E se sentirai questa storia narrata da altri, ti verrà riferito che sono morti due nobili d’Y’Shalf, e la loro figliola, di una casa opposta a quella del principe… o altre idiozie simili, utili sovente più a confondere le idee che a riportare la memoria degli eventi.
Ah’Reshia – … nata… due volte… (Ripete, sconvolta all’idea della morte dei suoi genitori, di quei genitori che non ha mai conosciuto e che sono morti a causa sua, nel cercare di difenderla da chi desiderava sottrarla loro.) Due nomi. Due famiglie. Due vite. Due retaggi. (Riflette, ad alta voce, confusa, sempre più confusa.) Ho vissuto una vita intera credendo di essere qualcuno. E nel sangue di coloro che reputavo miei parenti mi sono risvegliata alla mia vita precedente. La vita dalla quale mi ero allontanata, ancora una volta, attraverso il sangue. Sangue di vita e sangue di morte.
Il sangue che mi dona la vita, è il medesimo che conduce altri alla morte. E’ come fossi una vampira… una vampira che si nutre, inconsciamente, della vita di coloro che le sono vicini, arrivando persino, magari, a commettere l’imprudenza di amarla.
Per quanto dovrà ancora continuare? Quanto altro sangue dovrà essere versato prima che tutto questo termini? E, soprattutto… chi sarò io, domani?
Sarò l’ultima degli Ul-Geheran, principessa di Y’Shalf? Oppure l’ultima degli Anloch, mercenaria infallibile? O, forse, nessuna delle due, privata di qualunque identità o retaggio?
(Domande retoriche, le sue, che non possono prevedere un’effettiva risposta, laddove alcuna risposta potrebbe mai esserle sostanzialmente riservata. Ciò nonostante, Reja non l’abbandoni in questo momento di difficoltà, di smarrimento, per lei unico punto fermo fra la vita che avrebbe dovuto essere e la vita che è stata… e quella che, forse, un giorno sarà.)
Reja – Sarai semplicemente te stessa, bambina mia. Sarai colei che vorrai essere, aiutata dalla consapevolezza di quali siano effettivamente le tue origini. (Commenta, abbracciandola con dolcezza.) E nulla, al di là del nome che adotterai, cambierà l’amore che Kona ti ha sempre rivolto, qual sorella e amica. Così come l’amore che anch’io ti ho sempre rivolto, qual mia figlia non di meno rispetto a colei che ora, purtroppo, giace ai nostri piedi.
Ah’Reshia – Anche io l’ho amata, Reja. E amo te… (Conferma, ricambiando l’abbraccio.) E proprio per questo amore, ora so di dover procedere così come ho detto, così come ho già giurato che avrei fatto. (Sospira profondamente, ritraendosi appena da lei.) Ucciderò Mu’Sah. E con tal atto di giustizia porrò fine a questa orrida spirale di morte che dura da già troppo tempo… che dura, ormai, da quattordici anni.
(Un lungo momento di silenzio segua il rinnovo di tale promessa alla fine di questo penultimo atto.)
(Cali il sipario.)
domenica 16 settembre 2012
1702
Avventura
035 - La tragica storia di Carsa Anloch
(Nel mentre in cui Ah’Reshia si dimostri sufficientemente sconvolta dal non saper come pronunciarsi nel merito di quanto appena riferitole, Reja renda proprio un istante di silenzio, a introdurre, psicologicamente e praticamente, quanto andrà presto a spiegare, a raccontare.)
Reja – Il tuo vero nome non l’ho mai conosciuto. (Riprende voce, cercando ora un ordine mentale nel proprio discorso.) Il nome di tuo padre, invece, lo rammento bene. Si chiamava Kolna Anloch. Mentre tua madre si chiamava Carsa Le’egah.
Ah’Reshia - … Anloch… Carsa… (Sussurra, ripetendo parte delle informazioni che le stanno venendo comunicate, in maniera quasi meccanica.)
Reja – Le tue origini non sono nobili, qual i principi poi ti hanno resa. (Prosegua, non permettendole di interromperla.) Tuo padre era un commerciante tranitha e tua madre una mercenaria mes’eriana.
Ah’Reshia – Intendi dire che era una prostituta…?! (Soffoca un gemito, sconvolta all’idea di essere frutto di amor mercenario.)
Reja – Intendo dire che era una mercenaria. (Ripete e puntualizza.) Non crederai, forse, che la tua tanto adorata Midda Bontor sia stata la prima donna al mondo a intraprendere simile carriera?!…
Ah’Reshia - … una… mercenaria…?! (Sgrana gli occhi, se possibile ancor più sconvolta a quell’idea rispetto a quella della prostituta, benché, ora, sorpresa in positivo.)
Reja – Sì. Una mercenaria. (Annuisce, sorridendole ora pacatamente.) E forse è proprio il suo sangue, che ribolle nelle tue vene, a spingerti con tanta ostinazione a sognare un certo stile di vita, che ben poco ha a che vedere con il tuo futuro da principessa. (Osserva, aggrottando la fronte.)
Ah’Reshia – Come si sono conosciuti…? (Domanda, ora dimostrando vivo interesse affinché la nutrice prosegua nella propria narrazione.)
Reja – I tuoi genitori, Kolna e Carsa, si sono incontrati per la priva volta oltre i confini mes’eriani, là dove tuo padre si era spinto a capo di un convoglio mercantile per acquistare prodotti tipici locali. Il liquore mes’eriano, probabilmente ancora lo ignori, è uno dei più pregiati esistenti in quest’angolo di mondo… un vero affare per ogni mercante che si voglia considerare realmente tale e che operi in quest’area. (Puntualizza, nella volontà di facilitare la comprensione delle proprie parole da parte della giovane.) E’ stato allora che, aggrediti da un gruppo di banditi locali, è comparsa per la prima volta nella vita di tuo padre colei che sarebbe poi divenuta tua madre.
(Nel mentre di tali parole, l’ombra di Midda Bontor, rimasta immobile in un angolo, inizi a rassettarsi i capelli, spazzolandoli con cura affinché possano assumere una postura più ordinata.)
Reja – Ella, con la forza di una dozzina di uomini, sconfisse tutti i nemici di tuoi padre. Non per un qualche personale interesse in ciò, non per un tornaconto economico, ma, semplicemente, per pur divertimento. (Quasi ridacchia, malgrado la tragedia della morte della figlia, lì distesa ai suoi piedi.) Era una donna straordinaria tua madre… e, di ciò, ebbe subito a comprenderlo anche tuo padre, il quale se ne innamorò immediatamente.
(Ordinati i capelli, Midda Bontor inizi a ripulirsi il viso con un panno umido e, in sua grazia, si privi del trucco che, fino a un istante prima, creava l’effetto di una profonda cicatrice in corrispondenza al suo occhio sinistro.)
Reja – Non so bene i particolari… ma mi piace pensare che in quella stessa notte tu fosti concepita, nell’amore e nella passione più puri fra un uomo che sentiva di aver trovato finalmente colei che lo avrebbe completato e una donna che, parimenti, sentiva di aver trovato finalmente una ragione per non combattere più senza una reale motivazione, per non vendersi più qual semplice desiderio di appagamento, o di speranza di appagamento.
(Pulito il viso, Midda Bontor ora si sfili il braccio destro in nero metallo dai rossi riflessi, e mostri, in sua vece, un normalissimo braccio di carne e ossa. E con il suo ausilio, pulisca anche il proprio braccio sinistro, privandolo di quei complessi tatuaggi che, pocanzi, l’avevano lì decorata.)
Reja – Passarono i mesi e fu allora che tuo padre e tua madre, qual sposi, giunsero entro i confini del dominio di tuo padre, decidendo, non per semplice caso, come presto capirai, di far qui tappa per concedere a tua madre occasione di partorire. (Prosegue.) E fu proprio in quel malaugurato giorno che tuo padre si presentò alla porta del principe, domandando la possibilità di godere della mia assistenza al momento del parto di sua moglie, tua madre. Egli, per tale servigio, si dimostrò disposto a pagare una quantità d’oro oltremisura, tanto al principe, per ammansirlo, quanto a me, per invogliarmi a compiere quanto sarebbe stato necessario compiere affinché tua madre non morisse dandoti alla luce.
Devi sapere, infatti, che la sua gravidanza, forse anche in conseguenza allo stile di vita che aveva condotto, non fu delle più semplici e il timore che ella potesse essere costretta a donare la propria vita per la tua affliggeva tuo padre da lungo tempo, non permettendogli quasi di dormire…(Sospira, scuotendo il capo.) Per questa ragione, pertanto, egli volle giungere proprio qui, a Y'Lehan, là dove gli era stata indicata la presenza di una donna, una nutrice, che sarebbe stata in grado di offrire a tua madre l’aiuto che le occorreva. E, non per vantarmi, quella donna ero proprio io, a mia volta gravida, in quel periodo, della mia povera Kona.
(Ripulitasi anche dei tatuaggi, Midda Bontor si spogli delle proprie vesti logore e, restando coperta solo da una fascia per contenere i suoi seni, più modesti rispetto a quanto concessole prima da forme posticce, e per celare i suoi fianchi, si rivesta con altri abiti, più eleganti, seppur di foggia modesta, non da principessa, ma , comunque, da signora benestante.)
Ah’Reshia – Quindi… non vi è menzogna nel fatto che tu mi hai aiutata a venire al mondo…? (Domanda, cercando un qualche appiglio al quale appoggiarsi, per tentare di non impazzire, travolta qual altresì potrebbe essere dall’incredibile carico di informazioni così su di lei imposte.)
Reja – No, bambina mia. Non vi è menzogna. (Nega, rassicurandola con dolcezza.) Sono state le mie mani ad accompagnarti in quel breve, ma pericoloso, cammino attraverso il ventre di tua madre. E sono state le mie mani che, per prime, ti hanno costretta a emettere il primo vagito, aprendo i tuoi polmoni all’aria di questo assurdo mondo. (Sorride, quasi ritrovando, innanzi al proprio sguardo i ricordi di quel giorno lontano.) Eri così piccola, Ah’Reshia… così piccola che potevi restare comodamente sdraiata in una mano di tuo padre. Ed egli, per questo, quasi si spavento nel vederti, temendo di poter essere inadeguato a te, alla delicatezza che dimostravi.
Fu allora che tua madre disse…
Midda Bontor (o, per meglio dire, Carsa Le’egah, qual il pubblico avrà ormai compreso essere.) – “Non temere, amore mio. Questa bambina, che or ti appare tanto fragile, presto crescerà e, accanto alla bellezza di suo padre, avrà la forza di sua madre, che la renderà capace di mirabolanti imprese…” (Si cita.) “Ella è nostra figlia, e sarà capace di renderci orgogliosi a ogni suoi singolo passo. Perché non sarà un semplice passo, ma il continuo inizio di una nuova, …”
Reja – “…straordinaria avventura. La vita.” (Concluda, avendo offerto coro, sino a quel momento, alla voce di Midda Bontor/Carsa Le’egah.)
(E Ah’Reshia, che sino a quel momento non aveva offerto eccessiva attenzione all’ombra di Midda Bontor, maturi consapevolezza di quanto, in verità, ad averla accompagnata e cresciuta sino a quel momento non fosse stato il ricordo di una mercenaria mai conosciuta, quanto, e più probabilmente, quello di una madre non ricordata, e poi dalla sua mente rielaborata nelle fattezze della mercenaria da lei idolatrata.)
Ah’Reshia - …madre… (Geme, con un nodo alla gola, osservando Midda Bontor/Carsa Le’egah e, in tale sguardo, rimproverandosi per le incomprensione e l’ingratitudine alfine dimostratele, in occasione del loro ultimo confronto diretto.) Madre… io…
Midda Bontor/Carsa Le’egah – Shhh… (Le sorride, levando l’indice della destra innnanzi alle labbra, per suggerirle il silenzio.) Vivi la tua straordinaria avventura, bambina mia. Vivi la tua vita… e ricordati che i tuoi genitori ti amano. (E, con tali parole, arretri discretamente al di fuori del palco, scomparendo alla vista.)
(Esce da destra Midda Bontor/Carsa Le’egah.)
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