11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

venerdì 21 settembre 2012

1707

 
Ah’Reshia – Non posso odiarti. (Ammetta candidamente.) Neppure volendo potrei odiarti, madre. (Si ripeta.) E sì… ti continuerò a chiamare così, perché, benché non nel tuo ventre io sia stata concepita, tu sei l’unica madre che, in grazia al tuo buon cuore, mi è stata offerta occasione di conoscere e di amare.
E se anche, nei prossimi anni, io non troverò il mio cammino lungo la strada che tu potrai auspicare per me, allora come in passato, ciò non toglie che ti riconoscerò sempre e per sempre il mio affetto, il mio amore filiale, qual naturale ringraziamento per tutto ciò che tu mi hai concesso sino a oggi.
(Sia ora il turno di Ah’Lashia di restare in silenzio, in parte sorpresa, in parte addirittura sconvolta dalle parole della figlia. Non sappia ella come reagire, cosa rispondere a tanta dimostrazione di immeritato affetto, qual ella lo considera. E, per questo, scoppi nuovamente in lacrime, affondando il viso sul letto, spinta da un senso del pudore che le impedisce di mostrarsi in lacrime innanzi alla propria interlocutrice.)
Ah’Reshia – Quando io ho pianto, nel cuore della notte, chi mi consolava? (Domanda, allungando una mano ad accarezzarle i capelli, con delicatezza, con dolcezza.) Quando i temporali mi hanno terrorizzata, costringendomi a cercare assurdi nascondigli per proteggermi da un male che non comprendevo, chi mi soccorreva? Chi mi raccontava storie di epiche battaglie al di sopra delle nuvole, tali da appassionarmi al punto tale da invocare un nuovo tuono e un nuovo lampo, a dimostrazione della vittoria, di volta in volta, del mio eroe preferito? (Insiste, scuotendo il capo.) Ogni volta che sono caduta, sbucciandomi le ginocchia, chi accorreva a me, per risollevarmi e placare le mie lacrime?
Ah’Lashia – Ti… ti sgridavo, però… (Singhiozza, risollevando appena il capo giusto il tempo utile a far sentire la sua voce senza fastidi.)
Ah’Reshia – Ma anche questo era giusto… era giusto ove, quanto compivo, avrebbe potuto danneggiarmi in misura persino maggiore di quanto avrebbe potuto essermi utile, aiutandomi a crescere e a sviluppare senso dell’equilibrio e agilità… (Minimizza l’importanza di quei rimproveri.) Non commettere l’errore di credere che un genitore abbia soltanto a complimentarsi con il proprio figliolo nei momento in cui questo compie qualunque azione. Un genitore, e l’ho capito tardivamente solo in questi ultimi mesi, deve aiutare proprio figlio a crescere, spronandolo quando necessario; frenandolo quando altresì non meno che utile a ovviare a rovinose cadute… e peggio; e applaudendolo quando realmente meritato, quando corretto e, soprattutto, educativo. Perché né la sola repressione, né la sola esaltazione permetteranno a un bambino di divenire uomo, a una bambina di divenire donna, inculcandogli, altresì, pericolose e deviate idee per le quali tutto gli ha da essere concesso o, peggio, in alcuna strada egli o ella potrà agire in assenza della supervisione del proprio genitore. O di chi per lui.
Ah’Lashia – … parli con la maturità di una madre… eppure, a oggi, sei sempre e solo stata una figlia… (Osserva, sollevando nuovamente il viso ma, ora, mantenendolo lontano dal materasso, per poterla, altresì, contemplare, in un misto di incredulità e, soprattutto, di approvazione, orgoglio per lei, per quanto ella è riuscita a divenire nonostante tutto.)
Ah’Reshia – Parlo consapevole di quanto sto dicendo… e consapevole di quanto importante abbia a considerarsi la presenza dei genitori, di almeno un genitore, nella formazione e nella crescita di un figlio o di una figlia, non tanto da intendersi quale un rigido sistema di regole da seguire, quanto e ancor più quale un addestramento alla vita, e a tutte le prove che, dalla medesima, potranno derivare.
Perché così come un guerriero non potrà mai divenire tale in sola grazia della propria volontà a divenire tale, quanto in conseguenza alla formazione psicologica e fisica di un maestro d’arme, di un istruttore in grado di iniziarlo alle regole della nuova vita che desidera abbracciare; allo stesso modo un uomo o una donna non potranno mai divenire tali in sola grazia alla propria volontà a divenire tali, o, peggio, al mero scorrere del tempo e, con esso, alla maturazione dei propri corpo. E proprio i genitori, nel bene o nel male, hanno da essere considerati quali i primi maestri, i primi istruttori in grado di iniziarli alle regole della quotidianità, dell’esistenza, psicologicamente e fisicamente, permettendo loro di crescere tanto nell’uno quanto nell’altro.
Ti dirò di più. (Prosegua, sussultando ella stessa alle parole che sta per pronunciare.) Persino Mu’Sah, nelle vesti di padre, ha assolto a una parte di un tanto importante compito, insegnandomi la differenza fra quanto è giusto e quanto è sbagliato, fra uccidere e assassinare, fra amare e possedere. E senza di lui, senza questa sua formazione così violentemente impostami, probabilmente non avrei mai avuto modo di maturare e divenire la donna che sento di essere divenuta.  Una donna non a lui assoggettata, ma capace di reagire, di opporsi  a lui e, soprattutto, di arrestare la sua follia.
(Ah’Lashia ascolti le parole della figlia senza intervenire ulteriormente, comprendendo quanto, ormai, ella non abbisogni d’altre parole per proseguire, tanto nel proprio discorso, quanto e ancor più nella propria esistenza.)
Ah’Reshia – L’unica ragione per la quale, tuttavia, il mio cuore piange, è la consapevolezza del sacrificio che tu, mia madre, hai dovuto compiere per concedermi tale opportunità di crescita, per permettermi di incamminarmi nel cammino che mi ha condotta a essere la donna che desidero essere e che tanto, in questi mesi, ho combattuto per divenire. (Ammette, chinando appena lo sguardo.)
Purtroppo l’orrore che hai dovuto vivere, per donarmi tutto ciò, è privo di giustificazioni. Ragione per la quale non intendo né giustificare, né tantomeno perdonare, il principe tuo sposo. In lui non riconosco un padre, ma solo un nemico. Il nemico che mi ha sottratto l’innocenza nella più tenera infanzia, immergendomi nel sangue dei miei genitori naturali. E il nemico che mi ha sottratto l’innocenza nella mia più spensierata adolescenza, nel sangue di suo fratello e di sua moglie… l’unica madre che ho mai potuto conoscere. (Ripeta e riassuma, elencando tutte le colpe che imputa al padre.) A completare l’opera, ove anche pur non sarebbe occorso, è stata poi la morte di Kona, la sorella che non ho mai avuto e che pur ho sempre amato qual tale, immolata simile a ostia su un’ara maledetta nel suo nome, a sua soddisfazione.
Per questo, per tutto questo, non posso tollerare l’esistenza in vita del tuo sposo, di questo principe tirannico e crudele. E per questo, per tutto questo, sono costretta ad agire non con la delicatezza della goccia che erode la roccia negli anni, nei decenni, nei secoli… ma con l’impeto della tempesta, qual figlia vendicatrice invocante qual proprio un diritto di sangue nei confronti di cotale sterminatore.
Ah’Lashia – Ucciderai Mu’Sah?! (Domanda, con tono quasi privo di emozione, impossibile da classificare qual spaventato o eccitato, qual contrariato o entusiasta.)
Ah’Reshia – Sì. Dopodiché tu e tuo nipote Mu’Rehin amministrerete il suo dominio, che diverrà vostro, mentre io cercherò il mio futuro lungo le stesse strade sulle quali, in giovinezza, si è sospinta mia madre Carsa, vivendo alla giornata della sua stessa professione. (Annuncia e conferma, con assoluta serenità, non qual proclama di guerra, quanto qual semplice dichiarazioni d’intenti.)
Ah’Lashia – Bene. (Annuisce, rialzandosi ora in piedi e passandosi le mani fra i lunghi capelli, cercando in qualche modo di rassettarli.) Con la nostra morte, gli spiriti dei tuoi genitori potranno finalmente riposare in pace… fieri di testimoniare innanzi agli dei quanto il loro ardore e il loro coraggio, ormai, risplendano in te con la stessa luminosità propria di una stella.
Ah’Reshia – Vostra?! (Ripeta, aggrottando la fronte.) Veramente non intendo torcere un solo capello a te, madre mia. (Nega simile eventualità.) Ti ho già det…
Ah’Lashia – Ricorda sempre che ti ho amato qual figlia mia, Ah’Reshia… o comunque ti vorrai far chiamare nel corso della tua nuova vita. (Afferma, con tono carico di solennità e trasparente di tutta la nobiltà che pur la caratterizza.)
(Prima che Ah’Reshia possa intendere cosa ella voglia nuovamente tentare, Ah’Lashia corra verso il fronte destro del palco e, giunta all’estremità del medesimo, salti fuori, all’esterno dell’area visibile al pubblico, senza levare un solo grido in quello che, si comprenda, essere un balzo mortale.)
Ah’Reshia – Madre…no! (Grida alzandosi dal letto e tendendo una mano verso di lei quando, purtroppo, ormai è troppo tardi, in quello che risulti simile a un lungo ululato, un ululato carico di straziante dolore.)

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