11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

sabato 22 settembre 2012

1708

 
Scena III

(La nuova scena riprenda laddove si era interrotta la precedente. Ah’Reshia, ancora in piedi con una mano tesa, stia osservando allibita il punto dal quale sua madre si è suicidata. E non una sola parola, dall’ululato di dolore, sia seguita sulle sue labbra.)
(Mentre ella appare quasi pietrificata, il letto venga discretamente e rapidamente portato via, lasciandola essere sola, al centro di un palco vuoto. E in un tale contesto, inizino a scorrerle attorno coloro che sono morti, coloro che ella ha perso. Senza parlare, senza soffermarsi, ma solo circondandola e continuando a camminare quietamente, in una lenta, macabra danza che, si possa intuire, sia più all’interno della sua testa che, realmente, attorno a lei.)
(Entrano Midda Bontor/Carsa Le’egah tenendosi per mano a uno sconosciuto, un figurante mai apparso prima, che possa impersonare il padre naturale della giovane.)
(Entra Mu’Reh, solo. Accodandosi dietro alla coppia.)
(Entra Kona, sola. Accodandosi dietro al fratello di Mu’Sah.)
(Entra Ah’Lashia, sola. Accodandosi dietro alla povera fanciulla innocente, chiudendo al tempo stesso il giro nell’offrirsi, anche, innanzi ai genitori naturali della propria adorata figlia.)
(Nessuno parli. Nessuno rivolga un qualche sguardo diretto verso Ah’Reshia. Ella sia come invisibile ai loro occhi, benché, palesemente, al centro della loro attenzione, unica concreta ragione per la loro presenza lì, in quel momento, tutti insieme. Parimenti, essi non riescano a distrarla dallo sgomento in cui ella è precipitata, a seguito del suicidio della madre.)
(Solo dopo un tempo che appaia straordinariamente lungo, quasi eterno, e scandito nel proprio evolversi dalla rotazione degli spettri, Ah’Reshia abbassi il proprio braccio teso, chiuda la propria bocca ancora aperta, e chini il capo, con aria sconfitta, verso il suolo.)
Ah’Reshia – Cosa resta…?! (Domanda posta a se stessa, eppure, nel contesto proprio di quella situazione, a tutti, fantasmi e pubblico.)
Cosa resta al termine di una vita, quando questa s’infrange contro gli scogli della violenza?
Cosa resta al termine di una vita, quando questa non è mai stata realmente vissuta, celata abilmente dietro troppe menzogne per poter essere apprezzata nella propria concreta essenza?
Cosa resta al termine di una vita, quando… quando resti sola?
Sola.
Tutti, attorno a me, sono morti. O quasi.
Sono morti gli innocenti al pari dei colpevoli. Sono morti coloro che hanno commesso l’errore di amare. Amare me, amarsi reciprocamente, amare la vita più in generale. L’amore, per tutti loro, ha rappresentato cupa condanna. L’amore, per tutti loro, è stato sinonimo di morte.
Morte e amore. Amore e morte.
Nell’amore io sono stata concepita. Nella morte sono nata e rinata. Nell’amore sono cresciuta. Nella morte sono maturata.
A braccetto vanno amore e morte. E io nel mezzo. Troppo viva per essere morta. Troppo sola per essere amata. Perché coloro che mi amavano sono morti.
E a me… cosa resta?!
(Un grido si levi alto, mentre ella si stringa le tempie fra le mani, lasciando libero sfogo a tutto il proprio dolore, un dolore psicologico che diventa fisico e che non sembra poterle offrire scampo.)
Ah’Reshia – Dei… cosa resta?! (Urla, conficcandosi le unghie nel cranio, con forza tale da imporre il timore nel pubblico sul fatto che ella possa arrivare a frantumarselo, con le proprie stesse mani.)
Cosa resta all’imbrunire, quando il sole si tuffa oltre i monti Rou’Farth e lì sprofonda, affidando l’umanità alle tenebre della notte e alla fredda luce della luna, così lontana, così indifferente a noi tutti, alle nostre vite e alle nostre speranze?
Sono nata tre volte. Eppure… sono mai vissuta? Sono mai realmente vissuta? Sono mai… realmente esistita? Oppure… sino a oggi, altro non sono stata che la fantasia di chi mi ha desiderata al mondo?
Dopotutto, io non ho avuto altra vita se non quella che è stata sognata per me. Non ho avuto altra ambizione se non quella che è stata bramata per me. Principessa d’Y’Shalf o figlia vendicatrice che sia. E, in questo, non mi potrei definire autonomamente, al di fuori di quello che altri hanno desiderato per me.
Ma ora che coloro che mi hanno inventata sono morti… cosa resta di me? Della mia vita e del mio futuro?
Come un sogno che s’interrompe bruscamente al mattino, così è la mia esistenza, interrotta bruscamente all’alba di quella che sarebbe dovuta essere una nuova era. E come sogno… ora non posso fare altro che vagare. E vagare confusamente, priva di ambizione o meta. Priva d’identità.
Chi sono…?! Non lo so…
(Questione, quest’ultima, formulata con tono ipoteticamente retorico ma che, sillaba dopo sillaba sembra sempre più reale e realistico, trasparente di una concreta necessità di risposte da parte di qualcuno. Qualcuno che, tuttavia, non esiste più… o forse non è neppure mai esistito.)
Ah’Reshia – Sono stata realtà troppo diverse fra loro per poter essere considerate compatibili. Sono stata personaggi troppo diversi fra loro per poter essere considerati affidabili.
Il mio passato è un ricordo confuso a metà fra la cronaca e la menzogna. Il mio presente è del tutto privo di riferimenti in grazia ai quali indirizzarsi. E priva tanto del passato quanto del presente, è per me improponibile, ipotizzare un qualunque futuro.
Chi sono…? Chi sono stata…? Chi sarò…?!
Rammento il nulla. Né un recapito al quale appellarsi, né, tantomeno, la più semplice memoria nel merito del proprio presente, a partire addirittura dalla sua localizzazione. Dalla mia localizzazione.
Dove sono…? E perché sono qui…?!
Rammento il nulla. O forse no. Forse non il nulla. Forse un’ascia. Un’ascia da guerra. Un’ascia da guerra insanguinata fra le mie mani.
Chi sono…? Forse una guerriera…?!
Mi sembra impossibile l’idea. Ma nella più totale inconsapevolezza sulla propria effettiva identità, ogni idea ha da riconoscersi qual fattibile, possibile, addirittura auspicabile. Perché è sempre meglio essere una guerriera senza memoria e senza meta, che donna senza memoria e senza meta. Quantomeno, in tal modo, una prima consapevolezza la puoi avere…
(Ragionamento privo di fondamento, il suo, che pur nelle sue attuali condizioni appaia qual estremamente logico, addirittura ovvio, tanto quanto assurda abbia da essere considerata questa sua perdita di coscienza sul proprio mondo, sul proprio presente e il proprio passato.)
Sono una guerriera. Una guerriera che possiede un’ascia. Una guerriera che ha ucciso sicuramente molti con la propria ascia.
Questi spettri ne sono forse la riprova? Queste donne e questi uomini sono stati da me uccisi? E questa fanciulla, tanto triste, è anche lei vittima della mia lama?!
Eppure non sento di provare alcun rancore verso di lei così come verso alcun altro fra i presenti. Avendoli uccisi io dovrebbe essere così. O forse no…
Forse… probabilmente… sicuramente, non sono solo una guerriera, ma anche una mercenaria. E queste persone, queste ombre che mi si stanno scatenando contro, sono le ombre di coloro che io ho ucciso pur priva di una qualche ragione… semplicemente perché ero stata pagata per farlo.
E’ questo che sono? Sono una guerriera mercenaria, capace di uccidere dei perfetti estranei semplicemente perché in tal direzione sospinta dal pensiero dell’oro pattuito?!

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