11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

mercoledì 26 settembre 2012

1712

 
Scena V

(Riprendendo direttamente la conclusione della scena precedente, restino Mu’Rehin e le guardie morti al centro del palco, in una macabra montagnola di disperazione e tragedia.)
(In tal scenario, faccia tardiva comparsa colei che, indirettamente, possa considerarsi responsabile per l’eroica, o la folle, fine del cugino mai realmente tale. Ed ella si guardi attorno con aria smarrita, non riconoscendo in alcuno di quei morti un volto noto, e, per questo, non dimostrando il benché minimo dolore all’evidenza di tale strage.)
(Entra Ah’Reshia, da sinistra.)
Ah’Reshia – In questo palazzo vi è forse solo morte?! (Domanda, in maniera retorica, parlando con se stessa, o forse con i fantasmi che, ormai, non la circondano né l’accompagnano più.) Possibile che, sino a questo momento, non abbia incontrato una sola persona viva a cui poter fare riferimento per conoscere le risposte che cerco? Possibile che io non abbia lasciato alcuno in vita, coinvolta nella foga della missione che qui mi ha condotto? Cerco un nome, dannazione, cerco solo un nome…
(Approssimandosi ai cadaveri, si chini, ella, per rivoltarne molti, nell’evidente volontà di confrontarsi con i loro volti e, in ciò, sperare di trovare una qualunque risposta ai propri quesiti, rievocando in loro grazia i ricordi di un passato per lei completamente azzerato.)
Ah’Reshia – Niente. (Scuote il capo.) Potrebbero essere anche tutti miei fratelli, e non sarei in grado di definirlo. Li guardo e nella mia mente vi è solo il vuoto. Un vuoto nel quale tanto la loro identità, quanto la loro morte è fagocitato senza pietà alcuna, forse e persino con maggiore ferocia rispetto a quella che posso aver loro dimostrato quando li ho uccisi…
(Si rialzi, facendo atto di pulirsi le mani contro le gambe, con assoluta serenità, con completa indifferenza innanzi a quello spettacolo e a tanti morti.)
Ah’Reshia – Se solo vi fosse ancora un moribondo, fra loro, potrei domandargli di riferirmi il mio nome. Potrei costringerlo a pronunciarlo un’ultima volta, in cambio, magari, di una morte più rapida e benevola. rispetto a quella a cui si ritroverebbe a essere condannato… (Commenta, con malcelata delusione.) Purtroppo alcuno di loro mi sarà mai d’aiuto. Alcuno di loro potrà mai rivelarmi le verità a me, ora, ignote.
(Si inizi ad abbassare, improvvisamente e inaspettatamente, il sipario, nel mentre in cui Ah’Reshia avanza verso il bordo più esterno del palco, continuando a guardarsi attorno con aria tanto confusa, quanto serena, non individuando ragioni per le quali aversi da considerare preoccupata.)
Ah’Reshia – Qualcuno… (Soggiunga, parlando con tono più moderato, quasi fosse una considerazione fra sé e sé.) Qualcuno che mi riveli quanto sa. E’ questo che mi occorre. E’ questo che mi serve.
Un sopravvissuto,  con il quale io possa avere un dialogo, con il quale mi possa confrontare, e possa comprendere quanto è qui avvenuto e, soprattutto, perché è qui avvenuto. E’ forse domandare tanto? E’ forse pretendere troppo?!
(Con il sipario ormai calato alle spalle, a coprire quanto lì dietro stia accadendo per risistemare la scena, resti ella per un istante in silenzio, per poi sollevare le mani, ancora disarmate, e portarle accanto alla bocca, per permettere alla sua voce di risuonare con maggiore incisività.)
Ah’Reshia – C’è nessuno? (Grida, a pieni polmoni.) C’è nessuno con cui possa parlare?!
(Proprio da dietro il sipario calato, a quel richiamo, giunga una risposta. Una risposta per voce di Mu’Sah.)
Mu’Sah – Ci sono ancora io… maledetta! (Ringhia, con tono trasparentemente straziato dal dolore.)
(Ah’Reshia si volti e, nel contempo di ciò, si rialzi il sipario, mostrando una scena completamente diversa da quella precedentemente mostrata. Non vi siano più i corpi delle guardie e quello di Mu’Rehin, ma quello di Mu’Sah, ancora vivo, che, chino a terra, sorregga fra le braccia il corpo privo di vita della moglie, là dove, presumibilmente, questa si è andata a impattare al seguito della caduta. Il volto dell’uomo appaia rigato di lacrime, sinceramente sconvolto dal suicidio della sposa verso la quale, pur, non ha mostrato alcun rispetto. Come già all’inizio dell’opera, quindi, si presenti quale una figura estremamente combattuta, a suo modo non meno folle di quanto non sia divenuta la figlia, capace di desiderare la morte della moglie, di violentarla con l’impugnatura del proprio pugnale e, malgrado tutto, di piangerla disperato, nel momento in cui la scopre morta, suicida.)
Mu’Sah – Ora sarai soddisfatta immagino! (Insiste verso Ah’Reshia, dando ormai per scontato che tutto sia trapelato, che la verità sia conosciuta qual, in effetti, era prima che la follia in lei maturata cancellasse ogni ricordo di ciò, fonte, in verità, di tanto disturbo.) O non ancora? Non sei ancora appagata, in quanto è morta solo lei e non anch’io al suo fianco?!
E perché non anche tutti gli altri? Perché non Reja, che pur ti ha posta al mondo? O Sha’Maech, che ti ha cresciuta ed educata? Perché non ucciderci tutti, per il mero piacere di una vendetta ormai priva di significato?!
Maledetta… che tu sia maledetta… e maledetto il giorno in cui ti ho accolta nella mia casa!
Ah’Reshia – Tu… mi conosci? (Domanda, esitante, non comprendendo alcuna fra le parole d’accusa a lei rivolte, motivo per il quale non abbia ragione di apparire più di tanto sconvolta per tanta violenza verbale.) Tu sai come mi chiamo? E per quale ragione io sono qui?!
Mu’Sah – No! Io non ti conosco, lurida cagna! (Inveisce, sputando veleno contro la figlia per la quale, sino a poche ore prima, sarebbe stato disposto a uccidere e a morire.) Io non ti conosco né mai ti ho conosciuta.
Il tuo nome?! Non l’ho mai saputo… non l’ho mai saputo, maledetta, né mi è mai interessato! (Rinnega, in maniera totale, la figlia, ora considerandola un’estranea, senza poter immaginare quanto ella, a tutti gli effetti, si stia già considerando tale.)
Ah’Reshia – Se non mi conosci, a quale ragione fa capo tanto rancore nei miei riguardi, uomo?! (Questiona, dimostrando una certa intolleranza a quell’insistente crescendo di insulti verso di lei.) Se non mi conosci, cosa ho compiuto in contrasto a te o alla tua famiglia, tale da giustificare tanta invettiva a mio discapito? Dovrebbe essere mia, quantomeno, una colpa per motivare questo turpiloquio…
Mu’Sah – L’aver ucciso mia moglie non è forse una colpa sufficiente?! (Esclama, fuori di sé per la rabbia, scuotendo il corpo morto della sposa che regge fra le braccia.) Guarda a cosa hanno condotto le tue scelte! Contempla a cosa ha portato il tuo operato, razza di traditrice! E gioisci per tutto questo, se è ciò che desideravi… se a questo volevi giungere quando hai deciso di disonorare tutta la fiducia, tutto l’amore che in te avevamo riposto.
(La fanciulla resti per un attimo incerta innanzi a quelle parole, che non sa come poter sostanzialmente interpretare. Poi, nell’incertezza, decida di restare fedele alle poche certezze che la caratterizzano al momento attuale, rispondendo semplicemente…)
Ah’Reshia – Non gioirò, perché in quanto è accaduto non vi è stato nulla di personale da parte mia. (Scuotendo il capo.) Ho agito per così come era necessario agire e, se proprio lo desideri, posso riconoscerti della compassionevole benevolenza ricongiungendoti alla tua amata sposa, se questo potrà farti sentire meglio… potrà placare il tuo dolore. (Si offre in maniera sincera e spontanea, non avendo nulla contro di lui e, onestamente, ritrovando nell’ipotesi della sua dipartita un modo estremamente pratico per porre fine a tante sofferenze.)
Mu’Sah – E’ in questo modo che, quindi, ha da finire tutto?! (Domanda, appoggiando delicatamente il corpo della moglie morta a terra, solo per rialzarsi e lasciar comparire due pugnali, uno per mano.) Con lo scontro fra noi, nel nome di una vedetta reciproca?!
Se è questo che vuoi, non temere… (La rassicura, inspirando ed espirando.) Questo avrai! Perché non riuscirò a essere appagato sino a quando il tuo sangue non purificherà questa terra dal morbo che l’affligge… sino a quando non purificherà questa terra liberandola dalla tua immonda presenza!

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