11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

giovedì 27 settembre 2012

1713

 
(Prima che una sola altra parola possa essere pronunciata, Mu’Sah si precipiti contro colei che un tempo, poche ore prima, era stato solito considerare al pari di una figlia.)
(I suoi movimenti, probabilmente proprio in funzione di ciò, risultino, al tempo stesso, rapidi e decisi, ma anche volutamente imprecisi, in accordo con quell’intima dualità che lo ha caratterizzato sin dall’inizio della rappresentazione. Egli desidera uccidere la figlia per la sua ribellione, qual già ha considerato qual tale ancora prima di parlare con lei. Ma, al tempo stesso, egli adora ancora quella fanciulla con tutto se stesso, ragione per la quale sarebbe quantomeno improbabile, per lui, riuscire ad agire così come potrebbe volere.)
(Proprio malgrado, in tanta incertezza, in simile incapacità ad assumere una posizione chiara, fra l’evidenza delle proprie colpe e un intimo desiderio di riscatto, egli si ritrovi vittima della sua stessa, potenziale, vittima. Perché ella, scartando agilmente quel duplice affondo, non faccia altro che allungare le proprie mani ad afferrare il capo dell’uomo e, con un movimento secco, a spezzarne l’osso del collo. Così, con incredibile banalità e senza la benché minima spettacolarizzazione, muoia Mu’Sah, ricadendo al suolo, quasi oltre il bordo del palco, come una marionetta alla quale, all’improvviso, siano stati tagliati tutti i fili.)
Ah’Reshia – … Anloch… (Quasi sussurra fra sé e sé, per poi ripetere con voce più convinta.) … Anloch… è così che mi chiamo! Che si chiamava mio padre! (Gioisce, già dimentica della morte della propria ultima vittima, più interessata, oggettivamente, a recuperare la propria memoria perduta che a compiangere un morto appena divenuto tale per un suo intervento diretto in tal senso.) Sì. Anloch. Anloch. Anloch! (Ripete più volte, quasi il ripeterlo possa essere per lei occasione di maggiore confidenza con quelle parole.)
Ho appena ucciso quest’uomo, questo folle reso tale dalla morte della moglie, e mi è tornata memoria del mio nome? (Soggiunge, rendendosi forse sol ora conto di quanto avvenuto.) Come è possibile? Esiste forse un legame oppure… oppure…
… no. Che sciocchezze. Come potrebbe mai esistere un legame fra costui e me? Fra costui e la mia famiglia? (Scuote il capo, minimizzando la questione.) Sicuramente mi sono lasciata influenzare in maniera eccessiva dai suoi deliri, al punto tale da riconoscergli ragione anche ove essa non esiste, né mai potrebbe esistere. Perché è semplicemente assurdo tentare di idealizzare l’esistenza di un qualche legame fra lui e me. Non, per lo meno, tale da precludermi completamente ogni ricordo a suo merito, lasciandolo apparire qual un completo estraneo. Perché se non fosse già stato tale, ne sono certa, la mia mente si sarebbe ribellata, e mi avrebbe permesso di condividere il suo dolore, per la morte di quella povera donna. (Asserisce, con assoluta convinzione.) E, invece… invece di ricordarmi di lui, ho rammentato il nome della mia famiglia, il nome della stirpe di mio padre, che è anche la mia.
Ora… ora manca solo un nome da associarvi. Il mio nome. (Osserva, desiderosa di risolvere tale nodo.)
Ma sento che sta tornando. Sento che sta per riemergere anch’esso dai meandri della mia memoria. (Insiste, con palese entusiasmo, muovendosi ora con fare addirittura frenetico, avanti e indietro, passeggiando quasi sopra al corpo di Mu’Sah, lì nuovamente dimenticato nella propria presenza e nella propria morte.)
Il mio nome… Anloch… Anloch… Anloch…
… Carsa…
… Carsa… Anloch. Carsa Anloch! (Arriva praticamente a gridare, nella gioia del risultato ora raggiunto, quasi la morte del principe avesse sciolto gli ultimi freni inibitori della sua mente e, ora, la follia abbia da considerarsi completamente libera di agire, e di condurla lungo le vie che più la possono consolare, che più la possono soddisfare, sino a quel nome frutto della fusione fra il nome della madre e il cognome del padre, che assume qual proprio.) Dannazione, sì!
Carsa Anloch! Questo è il mio nome completo. Mercenaria e aristocratica. Assassina e nobildonna.
Non che, abitualmente, un aristocratico non sia anche un assassino. (Riflette ad alta voce.) Or mi sovviene alla memoria l’oscena storia di un uomo, un pazzo, che geloso del proprio potere, arriva a considerare chiunque qual proprio nemico, qual proprio avversario nonché cospiratore, ragione per la quale prima uccide i propri fratelli, poi stupra la propria sposa, con tale violenza per la quale ella, al termine di quell’assurdo e imperdonabile gesto, preferisce togliersi la vita, piuttosto che concedersi un solo, ulteriore, istante ai ricordi di quell’orrore. (Riassume, inconsapevole di aver appena descritto la tragedia che, in parte, si è consumata proprio innanzi ai suoi occhi, in quel palazzo.)
Tuttavia io sono diversa dagli altri nobili di questo dannato Paese… o del resto del mondo conosciuto. (Insiste, sempre senza che nessuno possa levare una mano in opposizione a quelle parole e, soprattutto, a quella conclusione più retorica che sostanziale.) Quanto io compio… quanto io ho compiuto, l’ho sempre fatto soltanto per il piacere della sfida, e di nuove, e sempre più ardimentose prove sulle quali cercare di offrire un significato ultimo a tutto ciò, alla mia intera esistenza.
Chi ho ucciso, compreso quest’uomo, l’ultimo caduto di una lunga serie di vittime, non è caduto perché, da parte mia, è mancato il controllo su me stessa e sulle mie azioni, oppure perché soggetto di un qualche sentimento di gelosia… o peggio. Chi ho ucciso ho ucciso perché, nella sua morte, era mio interesse definire il mio presente e il mio avvenire, con la stessa serenità con la quale un fabbro abbatte quotidianamente il proprio martello sull’incudine, con la stessa quieta indifferenza con la quale un falegname accarezza ogni volta il legno con la pialla.
Non mi si giudichi, pertanto, una donna orrenda per le morti che mi sono imputabili e che, di certo, io non rinnegherò. Non mi si giudichi, quindi, una nobile crudele e meschina, al pari di altre esponenti dell’aristocrazia di questo regno… o del regno dal quale io provengo. Perché, in me, non è maggiore crudeltà di quella che anima un gatto, domestico o selvatico che sia, nei confronti di un topino di campagna. E se, a volte, posso anche trovare di che sollazzarmi nel corso di una missione, come il felino può concedersi di giuocare con la propria vittima prima di terminarne l’esistenza, ciò non deve essere considerata ragione di condanna nei miei riguardi. Non ove, per lo meno, da parte mia non sia mai voluto essere altro che un impiego, un mestiere, un lavoro, come molti altri esistono, come chiunque professa nella propria esistenza quotidiana.
Certo… il mio nome, il nome di Carsa Anloch, al pari di quello di una prostituta, potrà essere considerato dagli stolti, dagli sciocchi, quello di una donna priva di merito, di una… cagna… priva di onore o valore. Perché il mio mestiere, al pari di quello di una prostituta, è da molti osteggiato, ma da ancor più ricercato, sovente con l’ipocrisia del benpensante, incapace ad ammettere le proprie esigenze, le proprie emozioni, e, come tale, incapace ad accettare l’esistenza di mercenari e prostitute al mondo, benché, probabilmente, anch’egli, o ella, prima o poi si servirà degli uni o delle altre per un proprio affare.
(Un breve momento di riflessione segua quel monologo, quella digressione sul proprio mestiere e, soprattutto, sulle proprie motivazioni, al di là del pensiero comune.)
Ah’Reshia/Carsa Anloch – Qui altro non mi resta da compiere… (Sancisce, in conclusione.) Qualunque fosse la mia missione, essa si è certamente compiuta e, mio malgrado, non vi è in me memoria del mecenate a cui dover fare riferimento per domandare il giusto compenso per le mie azioni.
Qualunque maleficio si sia abbattuto sulla mia mente, mi ha lasciato molta… troppa confusione… e, in ciò, la mia sola speranza, è che colui, colei o coloro responsabili di ciò, siano già fra le numerose vittime di questo palazzo, forse persino fra gli spettri che, pocanzi, mi hanno assediata, primo ricordo realmente concessomi da questo mio strano… risveglio.
Conclusa la missione, e, peggio, perduto il mio giusto compenso, altro quindi non ho da fare se non partire. Partire priva di meta, come sempre partono coloro miei pari, alla ricerca di nuove avventure, di nuove imprese nelle quali poter dimostrare tutto il nostro valore, e nelle quali poter far crescere, di volta in volta, la nostra fama e con essa il compenso che dalla medesima seguirà.
(Si volti, offrendo per un istante le spalle verso il pubblico. Le spalle nude sulle quali possano ancora essere ben distinte le ali tatuate. Su quel particolare, venga quindi concentrata l’attenzione di tutti, nel mentre in cui ella rilassi i muscoli del collo e delle spalle, offrendo, addirittura, l’impressione di poterle scuotere e, perché no?, dispiegarle nella volontà di allontanarsi per sempre da lì, dal luogo nel quale è nata e cresciuta, ma che, ormai, non le appartiene più, da lei percepito addirittura qual estraneo.)
(E senza aggiungere altro, senza neppur un sospiro o qualunque altra espressione di sé, ella si volti nuovamente verso il pubblico e si incammini giù dal palco e attraverso tutta la platea, lasciando la scena dall’ingresso principale del luogo preposto a teatro di tale rappresentazione. Un cammino che, da parte sua, venga condotto con assoluta fierezza, schiena eretta, spalle larghe, fronte alta, priva, del resto, di qualunque motivazione per non incedere in tal modo, con simile trionfale andatura.)
(Esce Ah’Reshia, dall’ingresso principale.)
(Entrano, rispettivamente da destra e da sinistra, Reja e Sha’Maech, gli unici sopravvissuti, oltre ad Ah’Reshia/Carsa Anloch.)
(L’uomo si dimostri sufficientemente sconvolto dagli eventi occorsi, per come occorsi. La donna, al contrario, non si neghi un sorriso di palese soddisfazione, avendo, alfine, ottenuto vendetta per la morte di Kona e per tutto il dolore vissuto nel corso di quegli anni.)
Sha’Maech – Avevi ragione. (Ammette, con tono timoroso, spaventato per ciò di cui è stato tanto obbligato, quanto silente testimone.) Hai sempre avuto ragione. Una tragedia sarebbe presto stata consumata entro queste mura, e io non ti ho voluto offrire ascolto, non ti ho voluto concedere attenzione. E per questo, troppi innocenti sono morti…
Reja – Una innocente è morta. (Scuote il capo, negando simile tesi.) Kona.
Sha’ Maech – (Riflettendo per un istante su tali parole.) Due innocenti, allora…
Reja – (Riflettendo a sua volta.) … sì. Due innocenti. Kona…
Sha’Maech – … e Ah’Reshia. (Soggiunge, coprendosi poi la bocca e scuotendo anch’egli il capo, quasi potesse negare, in tal modo, l’orrore di quanto accaduto.)
Reja – E la loro storia, la vera storia della loro tragica morte, non sarà mai conosciuta da alcuno. (Osserva.)
Sha’Maech – Da alcuno. (Conferma, alfine ritrovandosi completamente d’accordo con lei.) La loro memoria non abbia da essere ridotta a intrattenimento per alcuno, qual semplice riempitivo per una tediosa serata attorno a un fuoco, così come sempre, ogni orrore, ogni tragedia, finisce per essere tradita, nelle parole dei bardi e dei cantori. Di coloro che, per primi, dovrebbero rendere loro onore…
Reja – Addio, Sha’Maech… vecchio amico mio. (Lo saluta, consapevole del valore di quella parola.)
Sha’Maech – (Esita.) … addio, Reja. (Deglutisce, per poi non riuscire più a trattenere le lacrime e, alla fine, scoppiare in un mesto pianto.)
(Cala il sipario.)

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