11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

lunedì 3 settembre 2012

1689


(Ritornino, in scena, in ordine sparso, le guardie inviate dal giovane in diverse direzioni. Come già nel confronto precedente, non occorrano parole al protagonista per esprimere i propri desideri, né, tantomeno, ai suoi subalterni, per comunicargli il fallimento della loro missione. Sospiri Mu’Rehin e con nuovi gesti silenziosi li invii verso nuove mete nella speranza di un migliore risultato, restando, in breve, nuovamente solo con se stesso e con i propri pensieri, con le proprie domande e, soprattutto, con l’assenza di risposte da associare loro.)
Mu’Rehin – In quale dannato angolo ti sei andata a cacciare, cugina mia?! (Domanda, ancora esprimendo ad alta voce i propri dubbi e le proprie ansie.) Temo che ti possa essere accaduto qualcosa. Temo che tu ti sia invischiata, forse senza neppure comprenderlo, in una questione ben più grande di quanto tu possa gestire. E temo che, malgrado ogni possibile insistenza in senso contrario, tu possa avere, ora più che mai, bisogno di un aiuto… bisogno del mio aiuto. Ma io non sono lì accanto a te… non sono lì al tuo fianco, come dovrei essere e, soprattutto, come sarebbe naturale che fosse…
… e mi dispero nell’evidenza della mia inutilità.
Sì… Inutilità. In quali altri termini esprimere l’assenza di sostegno che ti sto offrendo? Perché…? Perché sei fuggita ancora una volta, allontanandoti da me e dal mio braccio, dalla mia spada?!
So che desideri la tua libertà. So che brami la tua indipendenza. Ma la conquista della libertà, il raggiungimento dell’indipendenza, non sono mai stati privi di un costo… di un prezzo da pagare, sovente ben più alto di quanto mai ci si sarebbe potuti immaginare, di quanto si avrebbe potuti attendere. (Sospira profondamente, ancora una volta, nel confronto con poche, semplici verità, pur cariche di un significato ben più profondo di quanto egli stesso avrebbe piacere a dichiarare.)
Ogni evoluzione ha un costo, ogni cambiamento porta un carico estremamente pesante, seppur non immediatamente percettibile, sovente offuscato da quei pregi, quei vantaggi, nella ricerca dei quali ci si è impegnati in tal senso. E purtroppo, più è vasto il pregio ottenuto, più si rivelerà essere oneroso il costo di tale apparente trionfo. Credimi… credimi ti prego… (La supplica, invocando da lei una comprensione che, sicuramente, in questo momento, non potrà offrirgli, in quanto troppo distante per ascoltarlo, per poter reagire a quelle parole e alle richieste intrinseche nelle medesime.)
Stai crescendo, cara cugina, stai crescendo e le tue esigenze stanno mutando insieme al tuo corpo. (Riprende, sempre a lei rivolgendosi, in un monologo dal sapore di dialogo.) Ieri eri una bambina, domani sarai una donna, e oggi non ti senti più né l’una, né l’altra. E questo può creare confusione, può generare incomprensioni. Ma non c’è da avere paura di questi cambiamenti, o del loro prezzo. Anche se non credo che tu possa realmente temere tutto questo: tuo, piuttosto, è un entusiasmo tanto estremo da apparire addirittura dannoso. Dannoso nel momento in cui ti porta a scomparire così come sei scomparsa ora, dimenticando che… non sei sola.
Non sei sola, Ah’Reshia. Non sei sola, né lo sei mai stata. (Afferma, con tono serio, che non vuole lasciare spazio ad ambiguità di sorta.) E non intendo riferirmi ai tuoi genitori, con i quali il rapporto, lo so e lo comprendo, non è semplice, non nel momento in cui il tuo solo desiderio è essere libera e il loro solo desiderio, al contrario, appare quello di renderti schiava, fosse anche in ciò motivati dall’amore che provano per te. No. Io non parlo di loro, ma di noi. Di Reja, che per te è come un madre e tale si sente, e che non si potrà mai perdonare per non aver inteso, prima, il tuo disagio, concedendoti l’occasione di allontanarti senza alcun confronto con lei e con i consigli che avrebbe certamente saputo fornirti. Di Kona, che in te non vede semplicemente un’amica, ma una sorella maggiore, nella qual cercare consiglio e sostegno, al di là di ogni stupida e vana divisione sociale. Di Sha’Maech, che pur tanto serio e tanto irreprensibile in nome della propria scienza, non può negare quei mai dichiarati sentimenti di paterno e illimitato amore, un sentimento che esula da tutti i suoi studi e che, pur, lo porterebbe non di meno a impazzire se solo ti accadesse qualcosa di male, qualunque cosa. E di me, tuo cugino, che era accanto a te nel giorno in cui hai imparato a camminare, pronto a sorreggerti al benché minimo segno di incespico. Di me, tuo cugino, che era accanto a te nel giorno in cui sei voluta salire per la prima volta a cavallo, pronto a raggiungerti e soccorrerti alla prima evidenza di disagio. Di me, tuo cugino, che, forse, ti ha deluso una volta di troppo, ti ha soffocato, con il proprio affetto, una volta di troppo, motivo per il quale, alla fine, hai invocato un’occasione di libertà anche da me, anziché la ricerca di un maggior contatto, di una più intensa interrelazione, qual… forse… e, sottoneo, forse… avrebbe ovviato all’insorgenza di questo momento e di quanto a esso collegato.
(Chini il capo e lo sguardo ancora una volta, or sospinto in tal gesto dalla vergogna. La vergogna propria dell’inadeguatezza e dell’impotenza da lui percepite in questo momento e obbligatoriamente accettate, per quanto poco tollerate.)
(Se solo gli fosse concesso, egli evocherebbe seduta stante la cugina, per cercare da lei spiegazioni e per, soprattutto, offrire a lei tutte le proprie scuse per quelle che riconosce quali propri mancanze, pur inesistenti. Ma tale possibilità non gli è concessa, ed egli permane a osservare il terreno sotto ai propri piedi per un lungo istante, per un momento di assoluto e avvolgente silenzio. Silenzio verbale e, probabilmente, anche silenzio psicologico ed emotivo, sospeso in un limbo nell’attesa dell’impensabile, e pur desiderata, repentina ricomparsa della propria famigliare perduta, giovane donna dopotutto per anche per lui nulla più di quella bambina con la quel è cresciuto.)
Mu’Rehin – Io ti troverò, Ah’Reshia. Ti troverò e ti salverò, se occorrerà salvarti.(Annuncia, alfine fiducioso delle proprie capacità, quasi in contrasto con quanto asserito sino a ora.) Ti troverò e combatterò accanto a te contro draghi e chimere, se occorrerà aiutarti. (Insiste, offrendo dignità alla propria cugina perduta.) Ti troverò e ti riporterò a casa, non qual prigioniera, ma qual signora, qual principessa che tutto può e a cui tutto è dovuto. (Promette, solennemente, in un impegno cavalleresco innanzi al quale solo disonore potrebbe per lui derivare se tale parola fosse violata.)
Perché questo è ciò che deve avvenire, questo è ciò che ti spetta. Non la cattura della fuggiasca, ma il ritorno della signora, a cui alcuno dovrà chiedere nulla, ma verso la quale tutti avranno da offrire il proprio affetto più indiscriminato. (Soggiunge a supporto delle proprie ultime parole, per poi immediatamente riprenderle e ripeterle.) Io ti troverò!
(Animato da tale proposito, da simile spinta, finalmente propositiva e costruttiva, non quali altre lo hanno contraddistinto nel principio del suo monologo, Mu’Rehin si apre in un amplio sorriso, già sognante il momento in cui quanto da lui annunciato diventerà realtà. E con tale sorriso accolga il ritorno dei suoi uomini, ancora conducenti seco una semplice negazione, l’assenza di quella conferma pur ancora invocata.)
(A ciò, quindi, il giovane risponda mantenendo ora uniti a sé tutti gli uomini che lo circondano, una volta che questi sono tutti rientrati. E venga loro offerto un annuncio, carico di un’indicazione ben diversa da quelle precedentemente ricevute.)
Mu’Rehin – Andiamo, uomini. (Li esorti, con parole e con fatti.) Non ha senso disperderci nella boscaglia, alla ricerca di un qualche spettro di speranza! Restiamo uniti e avanziamo compatti, mantenendoci l’uno accanto all’altro, e analizzando ogni singolo pollice di terra sotto ai nostri piedi…
Solo così, solo uniti in tal modo, avremo una speranza di trovarla e di raggiungerla. E io mi scuso con tutti voi per essere stato troppo concentrato su di me e sui miei problemi per rispondere prima a questa pur chiara esigenza con un’adeguata replica. (Puntualizza, inflessibile con sé non di meno di quanto non lo sia abitualmente con i propri uomini.) Andiamo ora… e al primo che saprà trovare il pur minimo indizio del passaggio della nostra signora lungo questa via, sarà riconosciuta una libbra di polvere d’oro!
Avete la mia parola.
(Fermento, pertanto, animi i cuori delle cinque guardie, le quali seppur già prima non si erano risparmiate, per amore della loro principessa, or di certo non si daranno tregua, nella bramosia di ottenere tale ricompensa, non tanto e solo per il valore materiale della medesima, pur innegabile, ma anche e ancor più per il suo significato intrinseco: la completa approvazione dell’uomo a cui hanno votato le loro vite.)
(Insieme in gruppo si avvii, quindi, verso la destra del palco.)
(Escono tutti.)

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