11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte

News & Comunicazioni

E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta RM 002 - Reimaging Midda: Camminando su vetri rotti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta RM 002 - Reimaging Midda: Camminando su vetri rotti. Mostra tutti i post

sabato 4 marzo 2017

RM 062


Ancora una volta la distanza fra il significato e il significante di quelle parole avrebbe avuto a doversi considerare potenziale ragione di concreto imbarazzo per chiunque, tanto la realtà dei fatti si poneva distante dalla semplicità di quanto ella si stava lì impegnando a riportare.
Era accaduto tutto in maniera incredibilmente rapida, subito al termine dell’ennesimo confronto con un emissario di Anmel, il confronto con il quale le era costato anche una mattinata di permesso in azienda, laddove non le aveva neppure offerto riguardo sufficiente dal rispettare le esigenze proprie di un orario di lavoro. La nuova, ultima minaccia di quell’avversaria per lei ormai considerata necessariamente qual propria, dopo tutto quello che era accaduto, seppur, obiettivamente, inizialmente soltanto ereditata, era stata appena abbattuta e Maddie non aveva avuto neppure il tempo di pensare di aver bisogno di tornare a casa al più presto e farsi una doccia, sicuramente prima di andare al lavoro, quando una voce era tornata a presentarsi nella sua mente: una voce che avrebbe dovuto sorprenderla e stupirla, forse persino spaventarla, nel riconoscerla, obiettivamente, estranea al proprio pensiero, e che pur le impose, come già era accaduto in passato, nell’unica altra occasione di contatto fra loro, una certa quiete, una certa serenità, una sensazione di calore e conforto.
La prima volta, quella voce, era intervenuta in suo soccorso di fronte alla tragedia rappresentata dalla morte della sua mentore e maestra d’arme e, con lei, della fine, entro certi versi, della seconda adolescenza che, accanto a lei, aveva avuto occasione di vivere. E, all’epoca, solo tre frasi erano state scandite, suggerendole di reagire di fronte a quanto stava accadendo, per non rendere vano quanto, sino a quel momento, era stato compiuto. Nella concitazione della situazione, tuttavia, la giovane guerriera aveva persino quasi dimenticato quel particolare, quanto accaduto, relegando l’evento a una mera reazione del suo cervello per spronarla a combattere… e a combattere per la propria vita.
Ma quando quella voce aveva fatto ritorno, presentandosi, allora, accompagnata anche da un corpo di luce, di fuoco, di pura energia, ella aveva subito compreso con chi avesse a che fare, dal momento che, a lei, Midda, non aveva mai mancato di offrire riferimento...

« Presumo, se non ho inteso male, che ti sia stato offerto un lavoro… » ipotizzò Jacqueline, piegando appena il capo di lato con fare curioso, nel cogliere l’evidente tentativo di mantenere una certa riservatezza attorno a tale argomento e nel non voler, in ciò, forzare le esigenze della propria assistita, pur, ovviamente, non potendo fare a meno di tentare, in quella rielaborazione, di cercare quantomeno una conferma « … e un lavoro che ti stia chiedendo di trasferirti altrove. »

“Salute a te, Madailéin Mont-d'Orb…” aveva voluto omaggiarla quella creatura magnifica, sorgendo, straordinaria e incantata, di fronte a lei.
« Tu… tu sei la fenice… la Portatrice di Luce! » aveva constatato l’altra, sorpresa non tanto dall’essere posta di fronte a lei quanto, e piuttosto, dal ricollegare improvvisamente quella voce a quanto accaduto in passato e, in ciò, a comprendere come, anche se non l’aveva mai veduta, probabilmente essa era stata sempre presente accanto alla sua perduta amica.
“Lo sono.” aveva confermato questa, piegando il capo in avanti, in una sorta di elegante inchino “E, dal momento che tu sai chi io sia, sono certa che tu possa anche immaginare la ragione per la quale io sia qui comparsa…”

« Sì. » annuì Maddie, a conferma delle ipotesi della propria terapista, offrendole un lieve sorriso, e celando quanto l’utilizzo di simili eufemismi avrebbe potuto altresì divertirla « Non che io abbia cercato questa opportunità, sia chiaro. » soggiunse subito dopo, a escludere simile eventualità « Ma… una persona di una certa importanza mi ha notata, ha apprezzato l’impegno con il quale io sono capace di svolgere il mio lavoro e, in questo, mi ha chiesto di potermi unire a lei in qualcosa di… grosso. Di molto grosso… »
« Sono felice per te! » esclamò la donna dalla pelle color della terra, sorridendo in maniera assolutamente sincera verso di lei, soddisfatta per quella notizia « Tuttavia… per quanto tu sia sempre stata incredibilmente frustrata all’idea di non vederti adeguatamente riconosciuto il merito delle tue azioni, se mi posso permettere, non sembri così entusiasta di questa prospettiva. » osservò, aggrottando lievemente la fronte innanzi a quanto, sia nella scelta delle sue parole, che nell’espressione del volto dell’altra, avvertiva qual trasmesso « Qualcosa ti turba…? »

« Amnel si è arresa. » aveva definito, a colpo sicuro, la giovane, ricordandosi di quello che le aveva detto Midda Bontor riguardo al fatto che avrebbero saputo che la loro battaglia era lì terminata nel momento in cui la fenice fosse nuovamente comparsa per chiederle di proseguire oltre, di continuare a inseguire l’Oscura Mietitrice in un’altra dimensione, per salvare un’altra di loro che, altrimenti, avrebbe potuto essere facilmente uccisa da lei « Ma… Midda è morta. Midda è morta quasi un anno fa… e tu dovresti saperlo, visto che c’eri. E che hai cercato di aiutarmi! »
“Non mi è concesso di intervenire in maniera diretta nel corso naturale degli eventi…” aveva negato la fenice, allora scuotendo il capo “In questo, non ho cercato di aiutarti. O, altrimenti, Midda sarebbe ancora viva e, oggi, non sarei apparsa innanzi a te.”
« Avresti potuto salvarla…?! » aveva domandato, temendo, in verità, di poter conoscere la risposta a quella domanda, laddove non avrebbe avuto a essere considerato suo desiderio quello di attaccar briga con quella meravigliosa creatura, all’idea che Midda avrebbe potuto essere curata e, così, invece, non era stato.
“Non avrei potuto. Non questa volta.” aveva escluso l’altra “In passato, in almeno due occasioni, mi era stata concessa l’opportunità di intervenire a ripristinare il giusto corso degli eventi, laddove esso era stato alterato in maniera del tutto innaturale. Ma, in questa occasione, Midda… la versione di voi tutte che tu hai conosciuto, è stata l’unica artefice del proprio destino, nel rendere qual propria questa guerra contro colei che chiamate Anmel Mal Toise.”

« Sai… » sospirò, osservando gli occhi castani della donna con i propri color ghiaccio, in essi cercando di riuscire a interpretare le sue emozioni così come l’altra sembrava essere straordinariamente in grado di compiere con lei « Quando siamo bambini, fra le tante storie che ci raccontano, c’è sempre anche quella di Adamo ed Eva: un uomo e una donna che, oltremodo felici, nel possedere tutto ciò che potrebbero mai desiderare, o immaginare di desiderare, vivono nel paradiso terrestre. E lì vivono, privi di dolore, malattie, sofferenze o morte, nell’unico limite imposto loro di non assaporare mai il frutto proibito dell’albero della conoscenza del bene e del male. Il resto della storia la conosciamo bene: ovviamente il frutto viene mangiato, Adamo ed Eva vengono scacciati dal paradiso e… tutto il resto. » evitò di rievocare l’intera narrazione, nel preferire focalizzare la propria attenzione sotto un altro aspetto « Ciò che, tuttavia, in genere, da bambini, non notiamo mai, prestando attenzione alla morale volta al rispetto delle regole, al timore delle proibizioni, è un altro particolare: quando Dio cerca Adamo ed Eva dopo che il frutto è stato colto, ed essi si celano fra gli alberi dell’Eden, ciò che li tiene bloccati non è tanto il timore della punizione divina, quanto la propria vergogna, nell’essersi improvvisamente scoperti nudi. »
« Ed è proprio da questo che Dio comprende che si sono nutriti del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male… » annuì Jacqueline, nell’offrire evidenza di quanto stesse allor seguendo il discorso « Se vogliamo è quasi una metafora del passaggio dall’infanzia all’età adulta: quando siamo bambini, tutto è bello, tutto è felice, il bene e il male, e sotto certi aspetti persino le identità di genere non esistono, la malizia è un concetto alieno; e solo con gli anni dell’adolescenza si inizia a scoprire che esistono differenze fondamentali fra uomini e donne, si matura il proprio concetto di bene e il proprio concetto di male, con gioie e dolori annessi e connessi. » commentò, per poi, con un cenno della mano, restituirle quietamente la parola, evidentemente curiosa di comprendere in che termini quella dissertazione biblica potesse riguardare con la sua situazione.
« Fino a due anni fa, per quanto io fossi convinta del contrario, non avevo mai avuto occasione di comprendere realmente la realtà a me circostante. » proseguì pertanto, cercando di dare un senso alle proprie parole « E solo dopo aver assaggiato il frutto proibito, ho avuto realmente occasione di aprire gli occhi e di scoprire non soltanto la mia nudità, ma l’esistenza, attorno a me, di quel paradiso perduto, nel quale, proprio grazie alla conoscenza del bene e del male, ho avuto finalmente occasione di iniziare ad apprezzare. Perché l’Eden, in fondo, non è un miraggio lontano, quanto la serenità che ognuno di noi può costruire, può ricercare, nella propria quotidianità. »  dichiarò, volgendo il proprio pensiero alla sua famiglia e al suo compagno… coloro che per lei erano, e sempre sarebbero stati, il suo Eden « E ora… per quanto io sia perfettamente consapevole di dover partire, di dover lasciare il paradiso terrestre, giacché, dopo aver assaporato il frutto proibito non potrei mai restare qui ferma, ignorando la conoscenza del bene e del male che ho acquisito attraverso di esso… ho paura. »

« Ho paura… » aveva ammesso, non potendo neppur prendere in considerazione l’idea di mentire a uno dei principi fondamentali del Creato stesso, qual era la fenice lì paratasi innanzi a lei.
“Paura di cosa…?” aveva chiesto la Portatrice di Luce, quasi incuriosita da quella sua affermazione.
« Di quello che mi stai per chiedere di fare… » aveva tentato di rispondere, nel sapere perfettamente quello che sarebbe accaduto e, in tutto ciò, nel non sapere in che modo confrontarsi con il proprio destino.
“Io non ti chiederò nulla…” aveva tuttavia negato la fenice “Questa guerra è la guerra di Midda… non la tua.”
« … allora… ho paura di quello che ti sto per chiedere di fare. » si era corretta, riformulando l’affermazione precedente con i giusti soggetti e complementi.

« Di cosa hai paura, Maddie? » domandò la terapista, invertendo la posizione delle gambe, pur mantenendole elegantemente incrociate innanzi a sé.
« Ho paura di non essere più in grado di tornare indietro. » dichiarò, con totale trasparenza, non avendo nulla da nascondere a tal riguardo « Ho paura di perdere per sempre il mio Eden, proprio dopo averlo appena ritrovato. »

“Cosa mi stai per chiedere di fare, Madailéin…?”
« … di portarmi via con te. »

venerdì 3 marzo 2017

RM 061


« Devo ammettere che la tua telefonata mi ha lasciato sinceramente sorpresa… » esordì Jacqueline, sedendosi di fronte a lei e accavallando, con un gesto estremamente elegante, le lunghe gambe innanzi a sé, a lisciandosi poi il vestito chiaro nel quale la sua pelle color della terra risaltava squisitamente, esaltando ancor maggiormente la bellezza di una giovane donna a dir poco stupenda, che, malgrado i suoi seri studi universitari, molto facilmente avrebbe potuto essere considerata una modella ancor prima che una terapista « … sono trascorsi quasi due anni dal nostro ultimo incontro e, in verità, iniziavo a temere che non saresti più passata da queste parti. » sorrise, con bianchi denti attorno a carnose labbra color rosso sangue, a margine di un delizioso viso lievemente ovale completato da un sottile, aggraziato naso e due profondi occhi castani, al pari dei suoi lunghi, lunghissimi capelli legati, dietro la nuca, in un’alta coda.
« Mi dispiace, Jackie… » rispose Madailéin, seduta su un divanetto esattamente di fronte a lei, esprimendo in maniera sincera la propria contrizione nell’aver ignorato la propria dottoressa, e, sotto molti aspetti, amica, per così tanto tempo, e, ancor più, nell’essere tornata da lei soltanto per quella particolare occasione « Ma quest’ultimo periodo della mia vita è stato… quantomeno complicato. » cercò di giustificarsi, nell’abuso dell’idea stessa di eufemismo che avrebbe fatto arrossire chiunque ma non lei, non dopo tutto quello che aveva vissuto e con il quale aveva dovuto imparare a convivere.
« Ti va di parlarmene…? » la invitò la sua interlocutrice, appoggiando entrambe le mani in grembo, e mantenendo il proprio intenso sguardo fisso su di lei, a volersi dimostrare assolutamente attenta e dedita alla propria ospite.

Maddie riconobbe la retorica propria di quell’interrogativo: dopotutto, dal momento in cui ella aveva richiesto quell’incontro, risultava sufficientemente palese che avesse desiderio di confrontarsi con lei, fra le altre cose.
Ripensando a quegli ultimi mesi, a tutto quello che era accaduto da quando Midda Namile Bontor era entrata nella sua vita e, ancor più, a quanto era poi occorso nel momento in cui ella ne era tragicamente uscita, la giovane guerriera, qual ormai avrebbe avuto a poter essere descritta a pieno titolo, non avrebbe onestamente saputo da che punto poter iniziare a raccontare… e, soprattutto, cosa avrebbe avuto senso poter condividere con lei.
Certo: suo padre Jules, sua sorella Rín e il suo compagno Eliud le avevano offerto chiara riprova di quanto, per quanto assurdo, per quanto folle e pazzesco, quel suo racconto, la saga epica in cui la sua vita era improvvisamente precipitata, avrebbe potuto essere comunque razionalmente accettato. Tuttavia, tutti loro, avevano avuto modo di scendere a patti con quella nuova, straordinaria chiave di interpretazione della realtà stessa nella maniera più brusca, più violenta possibile, nel ritrovarsi direttamente a confronto, con un bizzarro senso dell’ironia dimostrato dal fato, con lo stesso genere di assurda, mostruosa creatura che, molto prima, aveva costretto anche lei ad accettare di conoscere solo una parte estremamente ridotta della realtà… e di ogni realtà.
Così, a voler rispettare l’intelletto della sua terapista e, ciò non di meno, a non volerla porre eccessivamente alla prova con concetti che, sicuramente, non avrebbe potuto quietamente accettare, scelse di condividere con lei una determinata lettura dei fatti, partendo dall’incontrovertibile presupposto dell’inesistenza della verità, o, quantomeno, di una qualche Verità Assoluta.

« E’ incominciato tutto poco dopo il nostro ultimo incontro… » accettò, quindi, di iniziare a raccontare, certa di quanto non una sola delle parole da lei usate, di quelle da lei evitate, e soprattutto di tutto quello che, a contorno di ciò, avrebbe espresso attraverso linguaggio para-verbale e non verbale, sarebbero state accuratamente soppesate dalla propria ascoltatrice « … un evento traumatico… una violenza perpetrata nel mio vecchio appartamento, mi pose a confronto con tutto quello che, fino a quel momento, avevo considerato importante: le frustrazioni lavorative, i miei per nulla disinteressati colleghi, il rispetto delle scadenze con tutte le nevrosi collegate, l’assenza di riconoscimenti, premi o promozioni. Nel ritrovarmi posta innanzi alla morte, qualcosa in me si è sbloccato… e mi sono resa conto di quanto, tutto quello che io avevo sino a quel momento considerato vita era, piuttosto, un surrogato di vita, dal momento in cui, distratta da troppo rumore di fondo, da troppi falsi valori, mi stavo scordando di vivere, realmente, ogni singolo momento mi sarebbe mai stato concesso. »
« Quello che dici, se mi permetti il termine forse poco tecnico, è semplicemente sacrosanto. » annuì Jacqueline, con un luccichio di viva approvazione nel suo sguardo, e, per quanto persino più giovane rispetto a lei, con un fare addirittura materno nell’approvare simile maturata consapevolezza, per come le stava venendo lì testimoniata « E… cosa hai fatto, allora? »
« Ho riportato ogni cosa nel proprio giusto ordine di priorità. » continuò Maddie, non senza una certa soddisfazione di fronte a quella reazione, lieta del riconoscimento in ciò tributatole dalla propria controparte « Ho dato meno importanza, o l’ho proprio negata, a tutto ciò che non ne meritava. E ho restituito il giusto peso, il giusto valore, a tutto quello che, altresì, lo meritava: la mia vita, la mia famiglia, i miei affetti. »

Senza necessità di ricorrere ad alcun genere di parafrasi, la giovane guerriera riportò allora quanto meravigliosamente mutato nel rapporto con la sua famiglia e non solo: con suo padre e con la sua gemella, ai quali, ancora e dopo tutto quello che era accaduto, si era scoperta vicina come mai prima nella propria vita; ma anche con il suo meravigliosamente comprensivo e premuroso Eliud, l’uomo migliore che probabilmente avrebbe mai avuto possibilità di incontrare, e che solo una persona priva di senno avrebbe mai potuto ipotizzare di lasciare, nella consapevolezza di quanto, mai, le sarebbe stata concessa opportunità di incontrare un altro amore simile, un compagno, un complice, un amico, un confidente, un amate suo pari.
Solo una persona priva di senno avrebbe mai potuto rinunciare a tutto quello…

« Poi… quasi un anno fa… un'altra tragedia mi ha vista protagonista. » proseguì, nella propria narrazione, arrivando, suo malgrado, a un dolore che, ancora, nel profondo del suo cuore, non aveva avuto occasione di sopirsi « Una mia cara amica… quasi una seconda madre, mi è stata negata con non meno violenza rispetto a quanto accaduto a mia mamma. E, devo essere onesta, a ripensarci ora, a distanza di mesi, ancora non mi capacito di come, tutto questo, non mi abbia reso a dir poco folle, e fatta ricadere in una situazione peggiore rispetto a quella da cui ero partita. » ammise, chinando per un momento lo sguardo verso le eleganti scarpe con tacco a spillo indossate da Jacqueline, nella necessità di isolarsi, fugacemente, da quel dialogo per concedersi, ancora, un attimo di elaborazione del lutto « Ciò non di meno… ce l’ho fatta. Grazie a mio padre, a mia sorella e al mio compagno, sono riuscita andare avanti. E andare avanti lungo strade che, ancora volendo essere oltremodo sincera, mai avrei potuto immaginare avrebbero incontrato la loro approvazione… »
« Non credevi che ti sarebbero stati vicini…? » le domandò la terapista, incuriosita da quanto appena asserito.
« No. Invero no… » scosse il capo Maddie, rialzando lo sguardo verso di lei e ritrovando il contatto con i suoi occhi castani « Ma non per mancanza di stima verso di loro, quanto, e piuttosto, perché a stento avrei potuto accettare l’idea di restare anch’io vicino a me stessa, di fronte alla nuova strada che, con fare discreto, avevo iniziato a percorrere. » sorrise, quasi in imbarazzo per la propria così dichiarata mancanza di fiducia in se stessa, per la quale sicuramente Midda l’avrebbe rimproverata se solo fosse stata ancora presente « Tuttavia mi sbagliavo. Mi sbagliavo su di loro e mi sbagliavo, persino, su me stessa. Giacché, quando pochi giorni fa sono stata… contattata… per una nuova opportunità, è stato grazie a tutta la solidarietà che ognuno di loro ha saputo dimostrarmi, malgrado quanto, tutto ciò, avrebbe potuto significare per il nostro futuro, che ho deciso di accettare. »

giovedì 2 marzo 2017

RM 060


Quattro piani. Quindici metri circa, spanna più, spanna meno, rispetto al suolo.
Da quando la giovane aveva iniziato a frequentare la propria versione alternativa, da quando aveva iniziato ad apprendere da lei molto più della mera arte della guerra, di una serie di tecniche di combattimento, quanto, e piuttosto, una filosofia di vita, scoprendo, per suo tramite, quella parte della propria identità che da sempre era rimasta repressa nel profondo del suo animo e che, solo in quell’ultimo anno, aveva trovavo occasione di essere scoperto e di manifestarsi, molto della propria maestra, di quel proprio modello, era stato da lei, più o meno consciamente, assorbito e assimilato, non soltanto a livello caratteriale, quant’anche, seppur ovviamente contraddistinto da minor valore, a livello espressivo, tanto nel linguaggio non verbale, quanto in quello verbale. E se, in tutto ciò, alcune gestualità, alcune abitudini proprie della mercenaria tranitha erano finite per divenire anche sue gestualità e abitudini, anche senza una reale intenzione in tal senso; parimenti alcune esclamazioni, parte del suo particolare gergo era stato da lei adottato, a incominciare dal richiamo, anche in quello stesso istante immancabilmente rivolto, alla divinità signora dei mari della religione del regno di Tranith… la dea Thyres. Definire, in tutto ciò, se quell’invocazione avesse a doversi considerare vuota abitudine verbale quanto, e piuttosto, dimostrazione di un qualche, reale, intento di fede, obiettivamente sarebbe stato difficile da parte sua, giacché, anche prima di quell’ultimo anno, nel corso della propria intera esistenza, il suo rapporto con la religione, e con qualunque concetto di divino, avrebbe avuto a doversi riconoscere quantomeno controverso. Ciò non di meno, che esistesse realmente un Dio unico, o uno stuolo di divinità, che avesse a chiamarsi in un modo, piuttosto che in mille altri, anche in quel suo controverso rapporto con la fede, e con il sacro, ella non volle allora impegnarsi in quella coppia di sillabe con il mero intento di colmare un momento di silenzio con un verso, con un suono a caso.
Quattro piani. Quindici metri circa, spanna più, spanna meno, rispetto al suolo.
Chiunque, in quel momento, esistesse a vegliare su di lei, dall’alto dei cieli, piuttosto che dalle profondità del mare, avrebbe dimostrato pietà di lei, graziandola di fronte a una simile prova? Le avrebbe concesso quanto, in tutto quello, ella desiderava?
E, a scanso d’ogni equivoco, in quella fugace preghiera, in quel gesto di fiducia neri riguardi di qualunque entità più grande di lei potesse esistere, non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual una banale richiesta di grazia. Poiché, ritrovandosi posta a confronto, per un interminabile attimo, per un infinitesimale frazione di eternità, con quell’abisso, in sospensione sopra di esso, ad accompagnare in quel drammatico volo la propria feroce avversaria, Maddie non ebbe a temere per la propria sorte nell’eventualità della propria morte o, persino, per il dolore che avrebbe potuto esserle riservato nel momento in cui, altresì, fosse riuscita a sopravvivere a tale salto, ove, ineluttabilmente, terrificante sarebbe quindi stata la condizione nella quale ella si sarebbe ritrovata a dover affrontare il resto della propria esistenza, probabilmente ridotta in un’infermità persino maggiore rispetto a quella della propria gemella. Quanto attanagliò, altresì, concretamente, fermamente, ossessivamente il suo pensiero, fu allora l’idea della possibile futilità di quel gesto, di quell’atto sicuramente estremo, e, in conseguenza al quale, tuttavia, alcuna garanzia di successo avrebbe potuto esserle mai riservata, avrebbe potuto esserle mai promessa, dal momento in cui, al contrario, se in quella caduta non fosse riuscita a distruggere la creatura, ineluttabilmente la partita si sarebbe conclusa con la sua sconfitta, la sua morte e, molto probabilmente, l’ancor non esclusa morte di tutti coloro a lei più cari.
Quattro piani. Quindici metri circa, spanna più, spanna meno, rispetto al suolo.
Quell’altezza sarebbe stata sufficiente a uccidere il mostro? Sarebbe stata adeguata a concedere, al corpo straziato, e in tal modo oscenamente stuprato, della propria defunta mentore, occasione di requie così come, ancora, non aveva avuto possibilità di sperare? Oppure, e tragicamente, il morbo cnidariano sarebbe stato in grado di rigenerarne le membra, curarne le ferite, e rimetterla in piedi con la medesima ovvietà già dimostrata nel confronto con le ferite prima subite all’interno dell’auto?

In quell’istante scolpito per sempre nell’inarrestabile corso del tempo, che pur, in tutto ciò, dal suo personale punto di vista parve, addirittura, essersi fermato, a restituire ogni possibilità di pensiero, di riflessione, che pocanzi ella si era negata nel preferire, altresì, agire; la giovane dai capelli color del fuoco ebbe la possibilità di osservare, in una folle anteprima, tutto quello che da lì in avanti sarebbe potuto occorrere, sarebbe potuto avvenire, nel seguire, quasi al rallentatore, il corpo un tempo appartenuto a Midda Bontor precipitare, inesorabilmente, verso il suolo. Terzo piano: sorpresa, sconcerto nel realizzare quanto stesse accadendo, nel comprendere come, dall’essere appena entrata all’interno dell’appartamento, dopo averne abbattuto la porta, la creatura si fosse ritrovata improvvisamente catapultata oltre, verso il cielo della sera e, da lì, in sfumature sicuramente meno poetiche, verso l’oscura solidità del manto stradale sotto di loro. Secondo piano: rabbia, furia espressa da un movimento incontrollato delle devastanti fauci di quell’essere, ad azzannare il vuoto davanti a sé, l’aria che sferzava sul suo corpo, nel mentre in cui un ruggito di contrarietà sorgeva dalla sua gola, a esprimere in maniera assolutamente chiara, intelligibile per chiunque, quanto dolore avrebbe voluto imporre alla propria antagonista per quanto, lì, aveva appena compiuto. Primo piano: paura, inquietudine, in prossimità ormai al termine di quell’orrida caduta, per quanto avrebbe potuto avvenire, per l’evidente mancanza di certezza, anche da parte sua, della propria capacità a sopravvivere, a superare la prova lì riservatale, in termini che, ineluttabilmente, non avrebbero potuto ovviare a confortare la giovane guerriera, offrendole la speranza di quanto, in fondo, tutto quello non avrebbe avuto a doversi considerare vano. E, infine, l’impatto…
… l’impatto al suolo, con un suono difficile da descrivere, difficile da definire, nell’aspettativa, probabilmente, di qualcosa di diverso, nell’idea che un corpo schiantato a terra dopo una simile caduta, dopo un tale volo, sarebbe potuto risultare qualcosa di più dall’apparire un banale tonfo, assolutamente privo dell’enfasi che, in tutto ciò, ci si sarebbe potuti attendere.
Sarebbe stato sufficiente? No… non nel momento in cui, malgrado il terribile impatto, la devastante frantumazione di un numero spropositato di ossa, quell’osceno mostro ancora appariva in grado di muoversi, ancora pareva vivo, o qualunque cosa esso fosse, e, forse, di lì a breve avrebbe raccolto energie sufficienti per rialzarsi e per riprendere là dove lasciato in sospeso.
Tutto sarebbe risultato vano? No… non nel momento in cui, forse qual espressione della divina benevolenza alla quale Maddie si era appellata, il 13 sopraggiunse, rendendosi conto del corpo presente esattamente lungo la traiettoria dei binari troppo tardi: troppo tardi, per un tranvai, per potersi frenare, troppo tardi per poterlo risparmiare, troppo tardi per evitare di travolgerlo in pieno, squartandolo sotto il proprio devastante peso, fra le ruote metalliche e i binari.

« E tu… che ti lamentavi del suono del tram sotto casa… » cercò di ironizzare una voce a lei ben nota, sopraggiungendo alla sua attenzione e, in ciò, sorprendendola.

Non una semplice, folle proiezione della sua mente, ella ebbe allora occasione di comprendere, avrebbe avuto a doversi riconoscere tutto quello, il volo a cui aveva assistito, l’impatto al suolo e, successivamente, il colpo di grazia inferto dal sistema di trasporto pubblico, mai come allora amabile nella propria presenza tanto ravvicinata. Perché, al di là del proprio gesto suicida, del proprio impeto volto al sacrificio senza in ciò porre la benché minima esitazione, riservarsi la pur minima possibilità di freno, la giovane guerriera si trovava ancora a quei quattro piani di altezza, a quei quindici metri circa, spanna più, spanna meno, rispetto al suolo, da dove avrebbe avuto a dover incominciare la propria caduta, lì sospesa, in un eterno attimo scolpito nel tempo, non per una bizzarra percezione rallentata degli eventi, quanto, e piuttosto, per una grossa mano che, saldamente, ne aveva miracolosamente afferrato la caviglia all’ultimo minuto, trattenendola, in ciò, appesa a testa in giù oltre il limitare della terrazza… una grossa mano color ebano che rispondeva al nome di Eliud.

mercoledì 1 marzo 2017

RM 059


Un’offensiva a mani nude, in contrasto a un corpo morto rianimato, e posseduto, da un morbo mutagene di origine aliena e interdimensionale, armato con un braccio robotico e, ancora, con una lunga mazza metallica, difficilmente avrebbe potuto terminare in maniera realmente propizia per la giovane guerriera. In tal maniera avvenne, nel momento in cui la creatura si premurò di indirizzare la propria reazione verso la vita dell’altra, alla volta dei suoi fianchi, colpendola, in quel punto, con fermezza e, prima ancora che questa potesse avere occasione di comprendere quanto stesse accadendo, proiettandola per aria, non diversamente da una palla respinta con violenza dal gesto perfettamente calibrato di un battitore. Un colpo devastante, quello che Maddie in tal modo ebbe a subire, che solo in grazia all’implacabile addestramento subito non ebbe, letteralmente, a spaccarla in due, così come, potenzialmente, avrebbe anche potuto se solo ella non si fosse dimostrata in grado di incassarlo, e di incassarlo non in maniera indolore, per quanto, comunque, neppur letale. Tanti, infatti, erano stati i colpi che la sua maestra d’arme, la sua straordinaria mentore, le aveva insegnato a incassare, e tanti erano stati i colpo che ella aveva dovuto proprio malgrado subire nel corso di quell’ultimo anno, in misura tale da insegnarle, di conseguenza, a reagire d’istinto, ancor prima che in maniera consapevole, a un nuovo attacco, per quanto inatteso, così come, lì, era appena occorso.
In tutto ciò, per quanto non poté ovviare a emettere un alto gemito di dolore, e per quanto, per un fugace istante, la giovane perse completamente di vista l’intero Creato a sé circostante, annebbiata nella propria vista dal terrificante dolore provato, i suoi muscoli allenati, i suoi riflessi pronti, le permisero di minimizzare il danno, riportando, sicuramente, qualche sgradevole lesione interna, e pur, ancora, conservando la propria integrità e, particolare non di minore importanza, la propria coscienza, la consapevolezza di quanto stesse accadendo attorno a lei e di quanto, ancora, avrebbe avuto a dover compiere. Ovviamente, fra l’idea di un azione e l’azione stessa, il passo non avrebbe avuto a potersi considerare poi così immediato, automatico, scontato… soprattutto nel momento in cui, come allora, a stento si sarebbe potuta considerare in grado di respirare, ancora a terra là dove era ricaduta dopo essere stata slanciata per aria non diversamente da una bambola disarticolata, per mano di una bambina particolarmente annoiata.
Pur, quindi, cosciente di ciò che ancora avrebbe dovuto fare, e di come ciò avrebbe avuto a dover essere posto in essere, la giovane dai rossi capelli color del fuoco, così colpita in maniera tanto violenta quanto, forse, persino meritata, in risposta a un tentativo a dir poco suicida nel confronto con quanto richiestole dal particolare contesto attuale, ebbe a ritrovarsi spiacevolmente inerme di fronte all’immagine della propria antagonista nuovamente diretta verso la porta, lì davanti gettando la propria improvvisata arma per potersi liberare le mani e, con esse, e con il pugno destro in particolare, tornare a esprimersi in favore di una qualunque ipotesi di apertura della medesima, per riprendere esattamente da dove pocanzi iniziato, per non lasciar cadere nel nulla il discorso idealmente rimasto in sospeso con le sue tre, potenziali, vittime all’interno di quell’appartamento. E se, a un secondo colpo, per quanto ancora provata, la blindatura ebbe a reggere, a dimostrarsi in grado di sostenere il devastante impeto di quell’iniziativa; fu al terzo, temibile attacco che, suo malgrado, l’intera soglia venne sostanzialmente scardinata, nel veder cedere, alla fine, non tanto il metallo della stessa, quanto, e paradossalmente, il muto lì attorno, che si sgretolò sotto l’effetto di quella dirompente insistenza…

« … no… » sussurrò Maddie, ancora a terra, nell’osservare, attonita e spaventata, quell’ultimo baluardo per la salvezza dei suoi cari crollare.

Fu in quel momento, nella certezza di quanto, rimosso quell’ultimo ostacolo, nulla avrebbe impedito al mostro di far strage di Eliud, di suo padre o di Rín, che qualcosa ebbe a muoversi, ad agitarsi, a insorgere e a ribellarsi nel profondo dell’animo della giovane guerriera. Perché, per quanto avrebbe potuto convivere con il ricordo della morte della propria mentore, e per quanto avrebbe potuto tollerare l’idea della propria fine, anche in maniera straordinariamente violenta, ella non avrebbe mai potuto accettare passivamente la prematura conclusione dell’esistenza della propria gemella, del proprio genitore o, seppur ancora da così poco parte della sua vita, del suo compagno… non, soprattutto, laddove la responsabilità per tale tragica eventualità avrebbe poi avuto a ricadere esclusivamente su di lei, nella consapevolezza che, se solo avesse ubbidito per tempo alla propria versione alternativa, tutto quello avrebbe potuto forse essere evitato.
Nello stesso modo in cui nel ricorrere l’auto la sua mente razionale era venuta meno, era stata disconnessa di prepotenza dal suo corpo a opera del sistema limbico, in quello che Jacqueline sicuramente avrebbe definito con il termine di sequestro emotivo, e che, invece, in grazia di Midda Bontor aveva compreso essere il suo miglior alleato, sovente l’unico reale discriminante fra il successo e la sconfitta, fra la vita e la morte; ella tornò quindi, e nuovamente, ad agire, e ad agire prima ancora che qualunque possibile elaborazione di pensiero potesse condurla a valutare quanto, tutto quello, sarebbe stato quantomeno folle, se non, in maniera più propriamente detta, un concreto atto di suicidio. Poiché ella conosceva alla perfezione il proprio appartamento: ne conosceva ogni centimetro quadrato, ogni piastrella, ogni angolo e pertugio, per quanto relativamente da poco tempo si fosse lì trasferita. E nel conoscerlo, ella sapeva come, superata quella soglia, il mostro avrebbe potuto accedere a una modesta area di ingresso, alla destra della quale l’avrebbe atteso il soggiorno con l’angolo cottura e a sinistra del quale, altresì, la camera da letto e il bagno: più importante, tuttavia, rispetto a ciò, addirittura fondamentale per quello che il suo corpo aveva deciso prima ancora della sua mente, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta la presenza, esattamente di fronte alla porta d’ingresso, a tre metri e ventisette centimetri di distanza, di un ampio finestrone, utile a connettere tale area direttamente con un modesto terrazzino, e, ciò non di meno, uno dei dettagli che più le era piaciuto di quell’appartamento, nella piacevole sensazione di luminosità che, fin da quel punto, era quindi garantita all’intera struttura, esposta, oltre a quel fronte, ben su altri due lati… un particolare che, ancora una volta, non avrebbe potuto ovviare ad apprezzare, per quanto, probabilmente, avrebbe rappresentato la fine della propria storia.
Così, solo un passo venne concesso, alla creatura, all’interno di quell’appartamento. Solo un passo prima che, ponendo ogni frammento di energia all’interno ancora presente in lei, Madailéin agisse. E agisse caricando, con straordinaria foga, con devastante forza, la propria antagonista, la propria avversaria, senza neppur offrire attenzione alle asce ancora conficcate nella sua schiena, e sulle quali, ineluttabilmente, ebbe a dolorosamente a infrangersi, soltanto per abbracciarla saldamente e continuare ad avanzare, di corsa, senza esitazione e senza freno alcuno, a cercare di accumulare più energia cinetica possibile prima dell’ineluttabile impatto, e dell’impatto contro quel grande finestrone di fronte a loro, oltre il quale il cielo della sera si apriva al di sopra dei tetti delle case a loro circostanti: un cielo verso il quale sembrò allor voler tendere, in sfida agli uomini e agli dei tutti, a dimostrare quanto ella, sicuramente indegna del retaggio della Figlia di Marr’Mahew, sicuramente indegna del nome con lei condiviso, sarebbe comunque stata in grado di difendere la propria famiglia e il proprio compagno, sarebbe stata comunque in grado di vivere, e di morire, qual donna e guerriera.
E a quel cielo, l’allieva della figlia della dea della guerra ebbe davvero modo di tendere, nel momento in cui, spingendo senza paura e senza esitazione l’orrendo mostro stretto fra le proprie braccia attraverso il vetro innanzi a loro, non ebbe ad arrestarsi neppure nel confronto con la balaustra della terrazzina, sulla quale, oltre la quale, semplicemente, ella e la sua preda, la sua designata vittima, ebbero a rotolare, aprendosi alfine, e senza ulteriori ostacoli, la via verso il vuoto innanzi a loro…

« … Thyres… »

martedì 28 febbraio 2017

RM 058


Semplicemente ignorando la sopraggiunta presenza della giovane guerriera, l’essere dalle fattezze di Midda Bontor ebbe a volgere tutta la propria attenzione, altresì, nei riguardi della porta blindata di fronte a sé, alla quale, allora, destinò un primo, violento colpo offerto con il proprio pugno destro, per effetto del quale, non solo ebbe a prodursi un assordante boato nell’intero edificio ma, ancor peggio, una prima, sgradevole, evidenza di cedimento ebbe a riguardare sia la superficie di legno della porta, che venne fondamentalmente ridotta in trucioli e segatura, sia la sottostante struttura metallica, che fu, altresì, spiacevolmente incrinata, per quanto, ancora, fortunatamente, non ebbe a cedere.

« Ehy! » protestò violentemente Maddie, sgranando gli occhi a quella scena « Tu sarai anche un dannato mostro senza cervello… ma con il padrone di casa, poi, devo essere io a parlare per queste cose. E non hai idea di quanto lui sia affezionato a quella porta! » argomentò, in termini che, allora, ebbero a risuonare non poi così ironici qual, probabilmente, nelle sue intenzioni avrebbero avuto a dover essere, nella preoccupazione, comunque sincera, di cosa avrebbe potuto dire loro il proprietario dell’appartamento.

Ancora una volta, la creatura parve impegnarsi a trascurare in maniera quantomeno assoluta la propria supposta avversaria, preparandosi a scagliare un nuovo colpo. Se nonché, quest’ultima, non accettò, allora, di essere tanto gratuitamente esclusa dalla sua lista di priorità, avventandosi, quindi, contro di essa con un balzo non meno deciso rispetto a quello che l’aveva condotta, poco prima, ad ancorarsi al cofano dell’auto. In tale occasione, tuttavia, ad attenderla non avrebbe avuto a dover essere considerata un’ampia superficie metallica, quanto, e piuttosto, il corpo della propria defunta maestra, nella schiena della quale, allora, affondarono con straordinario vigore entrambe le asce.
Un colpo mirabile, e potenzialmente letale, il suo, se solo non fosse stato rivolto a discapito di una vittima del morbo cnidariano, per fermare la quale, invero, sarebbe occorso molto di più. Sebbene, infatti, le lame delle due armi affondarono facilmente nelle carni e nelle ossa della creatura, questa non ebbe a dimostrare il benché minimo dolore per quanto accaduto, reagendo, al contrario, con un violento movimento utile ad allontanare da se stessa l’antagonista, quasi un insetto fastidiosamente posatosi sulla propria schiena, per, poi, voltarsi finalmente verso di lei, a concederle, nuovamente, la propria attenzione e il proprio volto. E del volto orrendamente ferito che, pochi minuti prima, l’aveva contraddistinta, in quel momento, non si palesò più alcuna evidenza, laddove non soltanto nessun taglio o graffio avrebbe potuto essere riconosciuto sulla sua pelle ma, addirittura, l’occhio precedentemente perduto aveva lì già fatto ritorno, pur, ancora, caratterizzato tristemente da quella più completa assenza di coscienza che, fin dalla morte della donna, aveva contraddistinto il suo sguardo: il morbo aveva già avuto successo nel riparare i danni subiti dal proprio ospite, restituendo al medesimo la propria parvenza originale.
Una parvenza, tuttavia, che allora non ebbe a perdurare più di molto, ove, nuovamente, una sottile linea perpendicolare attraverso per un istante il suo intero viso prima che, in maniera mai visivamente piacevole, l’intero capo della donna si ritrovasse diviso in due parti speculari, intento a porre in evidenza una lunga fila di sottili denti affilati.

« So di poter essere apparsa maleducata pocanzi, nel conficcarti due asce nella schiena… » riprese voce la giovane, reagendo ormai all’orrore di quella scena con sorprendente autocontrollo « … ma potresti, per cortesia, restituirmele?! Purtroppo, dovendo fare di corsa, non ho avuto occasione di portare con me altre armi! » osservò, in riferimento alla propria spiacevolmente palese situazione attuale, nella quale, malgrado l’ammirevole attacco, oltre a non aver avuto occasione di danneggiare la propria avversaria, si era ritrovata a essere persino disarmata.

Sviluppo positivo: Maddie era riuscita a ovviare, almeno estemporaneamente, alla possibile aggressione da parte della creatura a discapito della sua famiglia e del suo compagno, così come, sino a quel momento, non sembrava essere stata capace di compiere a dispetto tutti i propri precedenti sforzi.
Sviluppo negativo: Maddie non aveva la benché minima idea nel merito di come poter chiudere quanto prima quel confronto, benché, proprio malgrado, fosse sufficientemente confidente con il fatto che, più il combattimento si fosse protratto, più ella si sarebbe dimostrata eccessivamente stanca per riuscire a continuare a tener testa alla propria avversaria. Sempre ammesso che, particolare non banale e assolutamente non scontato, ella fosse riuscita a individuare un qualche modo di tener testa a quell’essere mostruoso senza, in questo, anticipare drammaticamente la propria fine così come già era stato, sciaguratamente, per colei che l’aveva fatta divenire guerriera.
Soddisfatta, pertanto, dallo sviluppo positivo ottenuto, dalla piccola vittoria che era pur stata appena in grado di ottenere, la giovane cercò allora di non soffermarsi più di troppo sullo sviluppo negativo, giacché, in tal frangente, agitarsi non sarebbe comunque servito a molto… al contrario. Conservando tutta la propria calma, impegnandosi, sopra a ogni cosa, a mantenere un certo equilibrio interiore, ella assunse, nel pur ristretto spazio offerto dal pianerottolo, di un paio di metri quadrati di spazio, una postura di guardia, per così come insegnatole dalla propria mentore, pronta ad accogliere qualunque genere di offensiva le si fosse potuta riversare contro. Così, quando il mostro si fiondò contro di lei, con fauci spalancate nell’unico scopo di poterle strappare la testa dal collo o, in alternativa, un'altra qualunque estremità a proprio piacere, ella reagì con straordinaria puntualità, scattando a sua volta lateralmente nel cercare, e nel trovare, sostegno nel corrimano lì a fianco al solo scopo di poter fare perno lì sopra e roteare, con un’incredibile agile acrobazia, lontano dalla propria posizione iniziale al fine di liberare la traiettoria resa propria dall’avversaria e, al contempo, ritornare a offrirsi esattamente alle sue spalle.
Trascinato dalla foga del proprio stesso attacco, quindi, l’orrore lì schieratosi in sua aggressione non ebbe occasione di maturare con sufficiente rapidità l’evidenza di quanto, là dove prima ella era, nulla fosse rimasto, in ciò, ineluttabilmente, andando a gettarsi, con straordinaria foga, contro il muro un attimo prima sito alle spalle del suo obiettivo, di quella sguisciante rossa dalla lingua fin troppo attiva…

« Inizia a piacermi questa giostra… » osservò, invero, in tutto ciò, limitandosi a temporeggiare nella speranza che, in tal maniera, la sua mente avrebbe avuto occasione di elaborare un qualche piano, una qualche strategia, volta ad assicurarle di ridurre quel corpo a un ammasso informe di carne, ossa e sangue, secondo l’esempio concessole dalla sua maestra d’arme, per quanto, dal suo personale punto di vista, meno facilmente attuabile « … se sei d’accordo, potremmo anche provare ad allestire un piccolo spettacolo, e tentare di proporlo in televisione: non so… un’alternativa moderna alla cara, vecchia tauromachia. » sorrise sorniona, a quell’idea « Chi non adora la tauromachia…?! »

L’ipotetico toro di quel supposto spettacolo, suo malgrado, non si dimostrò particolarmente favorevole alla proposta in oggetto, motivo per il quale, anzi, esso ebbe ad afferrare con fermezza il medesimo corrimano sul quale ella, un attimo prima, aveva individuato il proprio provvidenziale punto di appoggio, per scardinarlo e, con essa, scardinare ben più di un metro di solido metallo, con il quale, in tal maniera, improvvisare un’arma, un qualche strumento di confronto con la propria antagonista e, ipoteticamente, candidata distruttrice. E laddove, le due asce tattiche ancora conficcate nella sua schiena, avevano avuto immediata occasione di dimostrarsi fondamentalmente inutili, quella primitiva mazza metallica, ove fosse riuscita a raggiungere il proprio bramato obiettivo ultimo, difficilmente si sarebbe dimostrata egualmente vana nel proprio valore. Così, allorché attendere l’ineluttabile, Maddie tentò un’azione quantomeno disperata, decidendo di lanciarsi contro di lei e aggredirla ancor prima le fosse stata concessa l’occasione di ipotizzare la sua condanna a morte.

lunedì 27 febbraio 2017

RM 057


Sebbene, probabilmente, Maddie avrebbe allora preferito potersi concedere un istante di riposo, fosse anche soltanto per valutare, rapidamente, lo stato delle proprie ossa, a verificarne eventuali rotture o lussazioni, suo malgrado la battaglia non avrebbe potuto ancor considerarsi qual conclusa… anzi, obiettivamente, sino a quel momento, non avrebbe potuto ancor considerarsi realmente iniziata. Per tale ragione, sfidando ogni buon senso e ogni principio di autoconservazione, la giovane dai capelli color del fuoco, ancor stringendo le due asce tattiche, si costrinse, con un deciso colpo di reni, a rialzarsi repentinamente in piedi, per verificare, con un rapido sguardo, cosa potesse essersi persa in quegli ultimi istanti in cui il proprio massimo concetto di svago serale avrebbe avuto a dover essere riconosciuto fare a slalom fra le automobili, cercando di ovviare a un decisamente poco gradevole impatto.
Così ella ebbe a rendersi sgradevolmente conto di quanto, nel contempo di quel nuovo intrattenimento sportivo urbano, ciò che le era venuto meno avrebbe avuto a doversi riconoscere il contatto visivo con la propria auto e la sua oscena occupante, la quale aveva quindi approfittato della sua estemporanea perdita di contatto con il cofano, conseguenza della brusca inchiodata, per riprendere la propria strada verso casa e verso i propri, nuovi obiettivi…

« Maledizione! » ringhiò, non concedendosi neppure l’opportunità, in tutto ciò, di gemere il proprio disappunto, dal momento in cui, solo in conseguenza alla propria debolezza, alla propria esitazione, ella era allor arrivata a quel punto, a quella situazione, ponendo a rischio non tanto la propria incolumità, quanto, e peggio, quella della sua famiglia, di tutti coloro a cui ella volgeva il proprio amore.

Nella sventura di quella caduta, Madailéin ebbe lì a rendersi conto dell’evidenza di una pur minima benevolenza divina, nello scoprirsi, in realtà, a meno di due isolati da casa propria, motivo per il quale, ignorando ogni palese, e viva, segnalazione di dolore proveniente da quasi tutte le membra del suo corpo, ebbe a rimettersi a correre, per cercare di sanare il vantaggio pur così conquistato dall’altra, nella speranza di non giungere quand’ormai troppo tardi.
Molto, in verità, sarebbe allor dipeso da Eliud, nonché da suo padre e da sua sorella. Ove la creatura dalle sembianze di Midda, anzi di Carsa Anloch per quanto a loro noto, si fosse presentata alla soglia del loro appartamento e il proprio compagno, dimostrandole fiducia così come non avrebbe avuto ragione per ovviare a fare, le avesse aperto la porta, probabilmente ella sarebbe giunta in tempo soltanto per perdere il senno, nel ritrovare tutti i propri cari orrendamente fatti a pezzi o, peggio ancora, a loro volta infettati dal morbo cnidariano. Ove, tuttavia, Rín avesse già avuto occasione di ascoltare il messaggio vocale che lei le aveva lasciato, forse… forse avrebbe potuto sospettare qualcosa nel veder giungere Midda alla soglia di casa, e, quindi, tutto si sarebbe giocato, banalmente, su cosa ella avrebbe avuto occasione di sospettare: se, infatti, la sua gemella, nel vedere giungere Midda, avesse temuto che proprio a lei fosse capitato qualcosa, nella volontà di informarsi sul suo stato di salute avrebbe potuto chiedere a Eliud di lasciarla entrare, dando vita, in ciò, alle medesime, precedenti conclusioni; ove, invece, ella avesse sospettato che qualcosa di strano stesse accadendo, nell’assenza di un nuovo contatto telefonico da parte sua a seguito di quel pur, probabilmente assurdo, messaggio vocale, forse avrebbe potuto convincere gli altri a mantenere la porta chiusa. Poi, ovviamente, anche le recenti ferite inferte al corpo della creatura avrebbero potuto volgere a suo favore nella speranza di sopravvivenza dei suoi cari, giacché, forse, nel verificare l’oscena condizione del suo volto, e l’apparente mancanza di qualsiasi espressione di dolore sul medesimo, tutti loro avrebbero potuto avere modo di cogliere una profonda innaturalezza in quanto stava accadendo, ovviando ad accoglierla fra loro: d’altro canto, però, proprio alla luce di quelle ferite, il suo bel paramedico avrebbe potuto sentirsi coinvolto nella questione, desideroso di prestare aiuto e, in ciò, tragicamente, condannando se stesso, e tutti gli altri, a un osceno fato di morte.
Molto, quindi, sarebbe allor dipeso dal suo compagno, così come da Jules e Nóirín: molto, sì… ma non tutto. Perché, quel flusso di pensiero nel quale ella stava impegnando la propria mente nel contempo in cui il corpo stava cercando di ovviare al vantaggio guadagnato dal mostro, stava forse erroneamente trovando il proprio fondamento, la propria valenza, a partire dalla scena vissuta più di un anno prima nel suo vecchio appartamento, dove un'altra vittima del morbo cnidariano si era presentata alla sua soglia nel rispetto di ogni consuetudine, arrivando, persino, a suonare il campanello d’ingresso e ad attendere che qualcuno andasse ad aprire. Tuttavia, obiettivamente, quell’essere, quella creatura, avrebbe potuto trovare facilmente occasione di farsi strada verso le proprie vittime senza dover, necessariamente, sottostare alle regole della civiltà moderna, annunciando il proprio arrivo e attendendo, pazientemente, l’invito a entrare… al contrario: partendo dall’evidenza del ricordo di quanto occorso al termosifone nel suo vecchio appartamento, unito alla consapevolezza di quanto potenzialmente letale avesse a doversi comunque considerare il braccio destro della creatura, ereditato dalla trapassata di cui aveva occupato il corpo, addirittura banale sarebbe stato considerare l’eventualità in cui essa si fosse concessa occasione di violare i confini del suo nuovo appartamento semplicemente sfondandone la porta, con buona pace della blindatura della medesima.
Nel mentre in cui, con tali pensieri, ella tentava di analizzare la questione, in realtà individuando, ancor prima che soluzioni e speranze, soltanto ottimi motivi per potersi dire semplicemente terrorizzata alla prospettiva di quanto sarebbe potuto accadere ancor prima del suo arrivo a casa; Maddie riuscì comunque a coprire la distanza che ancora la separava dal proprio indirizzo, giungendo giusto in tempo per intuire la sagoma della propria antagonista superare il portone d’ingresso per dirigersi verso le scale o l’ascensore e, di lì, al quarto piano, dove si trovava l’appartamento che ella condivideva con Eliud. Correndo, pertanto, il rischio di farsi esplodere il cuore nell’impegno di quel folle inseguimento, la giovane, che pur già stava spingendo i propri muscoli al massimo, decise di forzare ulteriormente il passo, non volendo accettare che alcuna delle ipotesi sino ad allora formulate all’interno della sua testa potesse trovare possibilità di avverarsi. E giunta, a sua volta, al portone d’ingresso, suo malgrado, ebbe a verificare quanto, come temuto e previsto, il mostro non stesse riservandosi tattiche particolarmente eleganti, avendo preferito sostanzialmente scardinare la pesante porta di metallo dalla propria sede, ancor prima che perdere tempo con il citofono. Catapultatasi oltre l’ingresso, ella corse quindi verso le scale e, saltando letteralmente i gradini tre alla volta, iniziò a risalire nel solo desiderio di giungere alla propria porta di casa prima che potesse essere troppo tardi.
A spingerla in tal senso, ormai, non avrebbe avuto neppure a considerarsi semplice adrenalina, laddove, a simili livelli, persino l’adrenalina stessa avrebbe probabilmente fallito nel proprio intento: ad animarla, a concedere forza ed energia alle sue membra, a spronare i suoi movimenti anche oltre i propri umani limiti, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta, probabilmente, soltanto la sua forza di volontà e nulla di più. Una forza di volontà che, molto più della forza o resistenza fisica, o dell’utilizzo di innumerevoli genere di armi diverse, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual il primo, e principale obiettivo di tutto il percorso di addestramento nel quale, in quell’ultimo anno, la Figlia di Marr’Mahew l’aveva accompagnata giorno dopo giorno, mese dopo mese… a partire, addirittura, dal loro primo allenamento insieme, quella lontana mattina in mezzo al prato, là dove, a essere posta alla prova, non era stata tanto la sua capacità di resistere ai ripetuti attacchi a cui l’aveva sottoposta, o, men che meno, di difendersi dagli stessi, quanto, e piuttosto, proprio la sua forza di volontà e, con essa, la sua effettiva possibilità di trasformare l’impossibile in realtà, così come, da sempre, era stato per lei.
E quando, finalmente, ella conquistò il quarto piano, la distanza fra lei e il suo obiettivo si ritrovò a essere alfine azzerata, mostrando, miracolosamente, la creatura ancora al di fuori della porta d’ingresso, probabilmente lì a sua volta appena arrivata e, in questo, non ancora posta in condizione di nuocere agli occupanti dell’appartamento.

« … e ora… ti faccio a pezzi… » sussurrò, scoprendosi praticamente priva di aria nei propri polmoni, nell’aver percorso, forse, l’intera salita senza neppur concedersi reale occasione di respirare.

domenica 26 febbraio 2017

RM 056


Fu allora che, dopo oltre un anno, la giovane dai rossi capelli ebbe occasione di iniziare a comprendere, e di comprendere realmente, il discorso della propria compianta mentore nel merito dell’impiego del proprio istinto nel corso di una battaglia, come unico discriminante fra il successo e la sconfitta, fra la vita e la morte, là dove il pensiero cosciente avrebbe dovuto essere considerato, comunque, troppo lento per risultare efficace. Ed ella lo ebbe a comprendere nel ritrovarsi ad agire ancor prima di aver realmente pensato a farlo, anche perché, se solo si fosse soffermata a rifletterci per un solo, fugace istante, se solo avesse tentato di decidere consapevolmente di muoversi, probabilmente non avrebbe riconosciuto qual sensato il benché minimo passo in avanti: al contrario, invece, Maddie non compì solo un primo passo, ma anche un secondo, un terzo, e molti altri a seguire, nel correre, con mirabile scatto, con straordinaria accelerazione, a inseguire la propria auto e a farlo prima che essa potesse lasciare il parcheggio.
Suo malgrado, tuttavia, il suo precedente ingresso in quel parcheggio era stato così rapido da aver lasciato praticamente metà auto già in mezzo alla strada, in ciò, come se non bastasse, facilitando straordinariamente il compito della creatura. Nuovamente, quindi, dovette intervenire il suo istinto a ovviare al peggio, rivelandosi, nell’azione che ella ebbe a compiere, un istinto chiaramente folle, palesemente autolesionista, o, quantomeno, decisamente poco rispettoso nei confronti dell’idea di una sua quieta sopravvivenza, laddove, nell’agire, tale istinto la spinse a impegnarsi in uno straordinario salto in avanti e, nel mentre di quel salto, a ruotare le asce tattiche già saldamente impugnate allo scopo di volgere, sul fronte anteriore, non tanto la lama, quanto il fronte appuntito, per lasciarlo precipitare, con spiacevole violenza, sulla lamiera della carrozzeria del cofano della sua auto, lì andandosi a conficcare con vigore. Non un gesto completamente gratuito, il suo, dal momento che si dimostrò utile a concederle un saldo supporto nella follia di quell’atto, di quel movimento volto a negare al proprio antagonista la possibilità di distanziarla: sicuramente un gesto del tutto privo di quanto comunemente definito qual buon senso laddove, sebbene ella ebbe a ovviare all’allontanamento relativo del mostro, in termini assoluti la macchina ebbe comunque a continuare a muoversi, e a essere guidata, con dubbio riguardo nel confronto del codice della strada, trasportandola, in ciò, aggrappata al cofano, con tutte le difficoltà e i rischi del caso.

« Così, la prossima volta, imparo a parcheggiare meglio e a non lasciare le chiavi in auto… » sibilò a denti stretti, cercando di mantenere la presa sul cofano, e sulla asce infisse nel cofano, anche nel mentre in cui, una stretta curva presa a folle velocità, tentò di scaraventarla lontano, di catapultarla a qualche metro di distanza quasi un proiettile in una fionda.

Ovviamente la scena non ebbe occasione di passare inosservata: malgrado l’ora prossima alla cena, per le strade della città ancora molte erano le persone in movimento, tanto a piedi quanto in auto, e, ineluttabilmente, a nessuna di loro poté sfuggire l’immagine di una giovane donna sdraiata sopra il cofano in un auto, e lì aggrappata tramite una coppia di asce, così come da parte di pochi, in effetti, ebbero a essere ignorate le imprecazioni che, a ogni curva, a ogni frenata e successiva accelerata, si levavano ad accompagnamento di ciò, utili a evidenziare quanto poco piacevole avrebbe avuto a doversi considerare quell’alternativo modo di viaggiare. E se pur, a contorno di tutto ciò, molti furono i testimoni che misero mano ai propri telefoni cellulari, nessuno fra loro ebbe a riservarsi la premura di contattare le forze dell’ordine in merito a quanto stava accadendo, giacché tutti, al contrario, dimostrarono qual proprio, unico interesse quello volto all’eventualità, non facile, non banale in quel contesto, di riuscire a riprendere qualche fotogramma dell’accaduto, per poterlo poi condividere fra parenti, amici e conoscenti, nel riconoscerne sì la straordinarietà, e, ciò non di meno, nel reagire anche di fronte a tutto entro i consueti limiti dell’ordinarietà delle proprie esistenze.
Nulla di tutto questo, necessariamente, fu colto dalla protagonista della scena. Per quanto, probabilmente, Maddie avrebbe avuto di che ridire anche a discapito di tale moltitudine di sciocchi, suggerendo anche destinazioni poco appropriate ed estremamente volgari nelle quali volgere i propri telefoni cellulari, in quel particolare momento, in quel preciso contesto, ella era troppo impegnata nei riguardi del mantenimento della posizione conquistata per potersi preoccupare di simili futilità. Al contrario, dovendosi preoccupare di qualcosa, in effetti, un pensiero molto specifico non avrebbe potuto evitare di coglierla in quel frangente: un pensiero rivolto alla strada che la creatura alla guida dell’auto stava percorrendo. Non una strada qualunque, non una successione di vie scelte a caso, quanto, e piuttosto, la palese evidenza di come la destinazione ultima di quel viaggio altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta nel suo stesso punto di partenza di quella sera, il suo appartamento, là dove, ormai, probabilmente, già la stavano attendendo suo padre, sua sorella e il suo uomo.

« Ferma subito quest’auto, dannata figlia d’un cane… » imprecò, in direzione della figura alla guida dell’auto che, mantenendosi del tutto inespressiva così come, sino a quel momento, aveva offerto riprova di saper solo essere, parve ignorare completamente quelle parole, non offrendo loro attenzione o, forse, neppur realmente elaborandole, dal suo punto di vista mero rumore di fondo se paragonato al volere di colei che stava guidando i suoi passi « Non ti lascerò raggiungere il mio appartamento! »

Una dichiarazione d’intenti che avrebbe potuto restare semplicemente tale se solo, a supporto di tutto ciò, non fosse allor stato anche un impegno fisico: un impegno fisico, nella fattispecie, atto a estrarre la propria ascia destra dal cofano nella quale era conficcata e, non senza grande sforzo in tal senso, a lasciarla nuovamente precipitare, sempre dal fronte più acuminato, in contrasto al parabrezza anteriore, con l’evidente scopo di riuscire a infrangerlo. E se, al primo impatto, il vetro resistette, pericolosamente incrinandosi e, pur, ancor non cedendo; e al secondo tentativo, nuovamente, ebbe a dimostrare tutta la propria tenacia; fu al terzo colpo che, letteralmente, esso parve esplodere… ed esplodere, violentemente, in faccia a colei che, fino a pochi minuti prima, ancora era Midda Bontor.
Dozzine e dozzine di frammenti di vetro, di diversa forma e dimensione, ebbero pertanto a graffiare il volto della creatura, aprendo diversi tagli sulla sua superficie e, addirittura, una scheggia più grossa ebbe a penetrare dritta nel suo occhio sinistro, conficcandosi in profondità nell’orbita oculare: ma se, a fronte di tutto quello, chiunque avrebbe necessariamente dovuto offrire un’espressione di contrarietà, o, quantomeno, di dolore, il prodotto del morbo cnidariano parve resistere con sufficiente stoicismo, non scomponendosi e, anzi, sollevando per un istante la mancina dal volante con il solo scopo di recuperare il frammento che ne aveva trafitto l’occhio per estrarlo e gettarlo da parte, lasciando scoperta, in tal modo, l’orbita e, al suo interno, un miscuglio di sangue, umor vitreo e i resti del bulbo lì originariamente presente. E se Maddie, posta innanzi a tale spettacolo, sentì il proprio stomaco contrarsi violentemente, tale momento di distrazione ebbe a costarle caro, giacché, con mirabile prontezza la sua avversaria ne ebbe ad approfittare, per inchiodare nuovamente di colpo e, complice la presa sul cofano ristrettasi a un’unica ascia, dolorosamente catapultarla per diversi metri più avanti, a rotolare, non senza doverose escoriazioni, sul tiepido asfalto della sera.
Più della caduta, tuttavia, quanto rischiò di costarle la vita furono, allora, tre diverse auto che, in rapida successione, fu costretta a evitare, rotolando, ancora a terra, a destra e a sinistra, al fine di ovviare a divenire ella stessa un tutt’uno con la strada sotto di lei, in un’oscena danza per la propria sopravvivenza.

« Thyres… » invocò, o, probabilmente, bestemmiò il nome della divinità marina la supposta esistenza della quale aveva assimilato, più per imitazione che per una reale fede in tal senso, dalla propria defunta mentore, sulle labbra della quale sovente tale nome risuonava durante la giornata « … questo mi ha fatto male… » osservò, per nulla soddisfatta da quanto appena accaduto.

sabato 25 febbraio 2017

RM 055


Ma Midda non c’era. Midda Bontor era morta. E quello innanzi a lei era solo un mostro. Un orrido mostro dalle fattezze simili a quelle della sua perduta maestra. Un orrido mostro che, addirittura, avrebbe avuto a dover essere considerato qual il solo responsabile per la sua prematura fine, per la sua tragica uccisione. E quello stesso mostro, non ebbe esitazione alcuna a manifestarsi, e a manifestarsi non diversamente dal suo simile che, oltre un anno prima, si era presentato sulla soglia dell’appartamento in cui, allora, viveva la giovane dai capelli color del fuoco: lungo la linea mediana del volto sfregiato della donna dai capelli corvini ebbe ad aprirsi una lieve fessura, una lieve fessura che, a partire dall’alto della sua nuca, fino a scendere al collo, vide la sua testa separarsi in due metà speculari, due metà lungo le quali ebbe a sfoggiare una fila di lunghi denti sottili e affilati, a porre maggior enfasi sull’immagine di quella bocca che, già di per sé, avrebbe avuto a considerarsi semplicemente oscena.

“Midda è morta… ma tu ancora vivi.”
« Grazie per la precisazione… » replicò, alla voce udita dentro la propria testa, a quella probabile manifestazione di follia, da parte sua, e che, ciò non di meno, avrebbe allora rappresentato sicuramente il male minore « … avrei potuto arrivarci da sola, però. » commentò, storcendo le labbra verso il basso, con triste ironia.

Ironia, la sua, che forse aveva appreso dalla sua maestra, o che forse avrebbe avuto a doversi riconoscere qual innata nel suo carattere, nel suo modo di essere, laddove in fondo ella e la sua maestra non avrebbero avuto a dover essere dimenticate quali due versioni alternative della stessa persona. Ironia, la sua, che comunque, a prescindere dalla propria origine, in quel frangente, in quel momento, si presentò non dissimile da un segnale, da una inequivocabile dimostrazione di come, forse complice quella voce nella sua mente, forse complice l’orrida manifestazione presentatasi al suo sguardo, ella avrebbe avuto a doversi considerare psicologicamente predisposta alla lotta, alla battaglia che, lì, la stava richiamando. Giacché, in quell’ironia, ella, come Midda prima di lei, aveva imparato a sublimare la consapevolezza dei propri limiti, della propria evidente inferiorità rispetto alla sfida lì riservatale e, ciò non di meno, della volontà di porsi alla prova, di sfidarsi a superare tutto ciò, nel dimostrare la differenza fra l’uomo e il mito, fra ciò che chiunque avrebbe potuto compiere, senza in questo motivo di gloria, e ciò che nessuno avrebbe avuto il coraggio di immaginare, in ciò, comunque, non alla ricerca di effimera gloria, quanto, e piuttosto, alla conquista della propria libertà, della propria libertà di essere e di agire al di là di qualunque imposizione, mortale o divina.
Così, nel momento in cui la creatura che si era impossessata del corpo della Figlia di Marr’Mahew si catapultò verso di lei, ella non si propose più come l’indifesa vittima che, pochi istanti prima, ancora appariva essere, quanto e piuttosto qual la giovane guerriera che, in quell’ultimo anno, tanto si era impegnata, tanto sudore e sangue aveva versato, per poter divenire. E la carica del mostro, di quell’osceno abominio blasfemo, venne da lei nullificata, nei propri effetti, da una semplice, agile schivata, una facile capriola come migliaia e migliaia di volte proprio in quel seminterrato aveva imparato a compiere, nel corso di quattro lunghe stagioni di addestramento.

« D’accordo… per sbloccarmi, mi sono sbloccata. » ebbe a constatare, in relazione a quanto appena compiuto, un piccolo riconoscimento per il proprio successo benché, obiettivamente, avrebbe potuto giungere prima a quel risultato « Se ora riuscissi anche a prendere in considerazione di farti a pezzi, forse potrei salvare la situazione… oltre alla pelle, s’intende. » continuò, in direzione della creatura, non priva di una velata autocritica, giacché, ne era consapevole, ancora avrebbe potuto accusare delle remore all’idea di compiere quanto pur richiestole, ordinatole addirittura, dalla propria maestra prima di morire.

Quasi ruzzolato a terra in conseguenza all’enfasi di quel proprio movimento privato di un concreto obiettivo, il mostro ebbe necessità di un istante per riguadagnare l’equilibrio e arrestarsi, voltandosi di nuovo verso Maddie. Per un lunghissimo attimo scolpito nel tempo, la scena sembrò congelarsi, nel confronto silenzioso fra quella grottesca parodia di umanità e la sua antagonista, intervallo nel quale la giovane guerriera cercò di convincersi a imprimere nel proprio sguardo, e nella propria mente, quanto più possibile dell’orrore rappresentato da quell’essere, in maniera tale da poterlo finalmente considerare per quello che veramente era e non, piuttosto, per la propria perduta amica, per la propria versione alternativa giunta nel suo universo per salvarla e, purtroppo, lì deceduta nel tentativo.
E quando, finalmente, l’erede della figlia della dea della guerra riuscì a iniziare a prendere in considerazione l’idea di voltarsi in direzione della rastrelliera delle armi per afferrarne una e predisporsi in maniera più adeguata al confronto, qualcosa avvenne, sorprendendola e sconvolgendo completamente qualunque ipotesi d’azione essa potesse aver avuto successo a concepire: il mostro, infatti, richiuse lentamente la propria bocca, il capo della defunta Midda, e, dopo un ulteriore momento di esitazione, nell’essere rimasto ancora a fissarla con i propri occhi privi di vita, esso si ritrasse rapidamente da lei e, con maggiore velocità di quanto l’altra non avrebbe potuto attendersi, conquistò l’uscita da quel sotterraneo.

« Dannazione… » gemette, allora, Maddie, sgranando gli occhi nel confronto con quella ritirata, imprevista ma non imprevedibile… non nel considerare quale fosse la mente celata dietro alle azioni del mostro « … Anmel… »

Resistendo al primo istinto volto a inseguirla senza neppur concedersi l’occasione di battere ciglio, la giovane guerriera ebbe allora sufficiente lucidità mentale per costringersi, prima di ciò, a voltarsi verso la varietà di armi appese alle proprie spalle, nel riuscire a giudicare altresì inutile qualunque tentativo di opposizione a mani nude a quell’essere.
Per quanto, infatti, fosse stata addestrata da Midda e per quanto geneticamente fosse a lei sicuramente identica, una differenza insanabile, e che sperava sinceramente sarebbe rimasta tale, la divideva dalla propria trapassata maestra d’arme: l’assenza di una protesi robotica in sostituzione del proprio braccio destro, proveniente da una realtà quantomeno fantascientifica, per quello che aveva avuto occasione di raccontarle, e in grado di schiacciare, come un enorme insetto, anche la vittima del morbo cnidariano, come l’ammasso di carne e ossa riverso in un angolo della loro palestra avrebbe potuto tanto facilmente, quanto laconicamente, dimostrare. In assenza di ciò, quindi, ella ebbe a votare per un paio di asce tattiche, armi sufficientemente pratiche e duttili, adatte sia nel combattimento corpo a corpo che, eventualmente, a distanza, con l’impiego delle quali aveva avuto modo di maturare confidenza circa un paio di mesi prima, e con le quali, sperava, di potersi riservare una qualche possibilità nell’improba impresa rappresentata da quel suo ultimo avversario.
In tal maniera armata, e consapevole di non aver speso più di una trentina di secondi per maturare la propria scelta e porla in essere, Maddie si catapultò all’inseguimento della propria avversaria, certa di poterla raggiungere lungo il marciapiede là fuori. Suo malgrado, purtroppo, un importante aspetto delle capacità proprie delle vittime del morbo cnidariano le stava sfuggendo in tutto quello: benché in apparenza bestiali belve comandate soltanto da primordiali istinti, esse non avrebbero avuto a dover essere confuse con meri, stolidi zombie, nell’essere dotati, al contrario, di sufficiente intelligenza da permettere loro di scegliere i propri avversari, elaborare tattiche in loro avversione, servirsi di armi, anche improvvisate come era stato il termosifone impiegato nel suo vecchio appartamento, o, all’occorrenza, di guidare un’automobile.

« Cagna maledetta… » gridò, in maniera spontanea e incontrollata, vedendo la creatura con le fattezze di Midda salita a bordo della propria auto impegnata a porla in moto, complice la straordinaria stupidità da lei dimostrata nel non premurarsi non soltanto di non chiudere il veicolo ma, addirittura, di lasciarne le chiavi direttamente appese nel nottolino di accensione « Non puoi davvero rubarmi l’auto! »

venerdì 24 febbraio 2017

RM 054


Terrificanti, per Maddie, furono gli istanti che ebbero a seguire l’addio della Figlia di Marr’Mahew, della Campionessa di Kriarya, della sua protettrice, mentore, maestra d’arme.
Di fronte alla morte, la giovane dai rossi capelli color del fuoco non avrebbe potuto ovviare a desiderare, quantomeno, la possibilità di un rispettoso momento di silenzio, di cordoglio, per continuare a piangere la propria pena e, forse, trovare la forza di iniziare ad affrontare il proprio lutto. Tuttavia, con buona pace per Jacqueline e tutti i suoi pur apprezzabili consigli, in quel frangente, in quel contesto, non le venne concessa neppure l’opportunità di iniziare con la prima delle cinque fasi dell’elaborazione della perdita, la negazione, giacché, al silenzio atteso, che le avrebbe garantito l’occasione di restare sola con i propri pensieri, con il proprio dolore, fu piuttosto sostituito il suono prodotto da una litania di gemiti e di rantolii, a contorno di improvvisi spasmi e violente contrazioni atti a sconquassare il corpo della defunta e trasparenti di quanto, dopo una vita purtroppo non facile, alla donna guerriero, alla mercenaria, a quella straordinaria viaggiatrice interdimensionale, non stava venendo garantita una morte semplice, una fine quieta… al contrario.
Così come la stessa Midda aveva tentato di descrivere, nel ricordare alla propria allieva ciò che ella già avrebbe dovuto sapere, nell’averne già a lungo parlato nel corso di quegli ultimi mesi, il suo corpo stava mutando, stava venendo riscritto, nella propria stessa natura, nelle proprie fondamenta biologiche, dal profondo. Un cambiamento, quello in corso, che aveva ormai già cancellato la mente, la personalità, tutto ciò che la donna guerriero era stata nel corso della sua straordinaria vita, in una perdita che, per quanto distintiva di un momento straordinariamente drammatico, avrebbe forse avuto a essere riconosciuta qual l’unico aspetto positivo in tale tragedia, risparmiando alla stessa mercenaria, quantomeno, l’orrore derivante dall’assistere coscientemente alla propria trasformazione in qualcun altro, in qualcos’altro… e qualcosa, oltretutto, non così dissimile da tutti i mostri, da tutte le creature contro le quali, nel corso della propria esistenza, ella aveva combattuto e vinto. Quella parola rimasta a metà, quella frase incompiuta, e dedicata alla famiglia abbandonata in un universo lontano, che mai avrebbe probabilmente avuto occasione di essere informata del suo fato, di riavere indietro il suo corpo per piangere la sua tragica morte, avrebbe avuto pertanto a doversi considerare qual il suo ultimo atto cosciente, la sua ultima azione da viva, giacché, quando quell’oscena, macabra musica di dolore si fosse interrotta, quel corpo avrebbe continuato a vivere, in una nuova forma, in una nuova essenza, benché di lei, di Midda Bontor non sarebbe rimasto più nulla.
E Maddie, tutto ciò, lo comprendeva… lo comprendeva perfettamente, per quanto avrebbe preferito poter godere ancora di un po’ dell’ignoranza che, fino a un solo anno prima, l’aveva contraddistinta, l’aveva caratterizzata e, forse, l’avrebbe lì potuta proteggere dal peso della propria colpa: la colpa di non star riuscendo a reagire innanzi a tale dramma. La parte razionale della mente della giovane guerriera, infatti, continuava a ricordarle, con amor di dettaglio straordinario, ogni spiegazione ascoltata da parte della sua compianta maestra d’arme, ogni informazione che aveva avuto occasione di apprendere in merito al morbo cnidariano; la logica del suo pensiero insisteva impassibile a imporle un’asettica, obiettiva e incontrovertibile, serie di dati relativi a quella dannata piaga, ai suoi effetti, a tutto ciò in cui la sua amata mentore stava mutando; e, a contorno di tutto ciò, il suo addestramento, quell’intenso anno trascorso a maturare in quanto combattente, non stava mancando di suggerirle almeno una decina di diverse tattiche da attuare al fine di iniziare ad arginare il problema, nell’intento di tentare di contenere l’arrivo del mostro, ferendo, danneggiando la sua vittima, affinché il processo potesse rallentare, ostacolato dalla necessità di ripristinare l’integrità di quel corpo nel mentre in cui, ancora, la sua natura stava venendo riscritta. Purtroppo, benché la sua parte razionale fosse ben consapevole di tutto ciò, benché ella non avrebbe potuto obiettivamente dirsi ignara nel merito di quello a cui stava andando incontro, la sua parte più emotiva non le stava permettendo, né le avrebbe potuto permettere, alcun genere di azione a offendere, a violare le spoglie di colei che tanto le aveva donato e a cui, ella, in ciò, era pur consapevole non avrebbe riconosciuto alcun rispetto, nel star dimostrando di voler ignorare quelle ultime volontà nel condividere le quali, pur, l’altra l’aveva lì fatta accorrere con tanta urgenza.
Così, divisa nell’intimo della propria mente, del proprio cuore, del proprio spirito, Madailéin si ritrovò come pietrificata, impossibilitata a prendere parte agli eventi di cui, pur, non avrebbe quindi potuto ovviare a essere testimone, e, in ciò, probabilmente, vittima, nel ritrovarsi, suo malgrado, già condannata a essere aggredita dal mostro che, da tanto dolore, sarebbe stato generato.

“Reagisci.”

Una voce. Una voce nella sua mente.
Forse il suo istinto che, pur da lei un tempo rinnegato nella propria stessa possibile esistenza, stava allora sforzandosi di spingerla a lottare, e a lottare per vivere, per guadagnare una possibilità di futuro così come, nel proprio immobilismo, non avrebbe mai potuto avere? O, forse, il segno della pazzia nella quale, suo malgrado, stava lì precipitando, nell’essere posta, ancora una volta, innanzi alla perdita di una figura materna… dolore che, con troppo accanimento, si era già riversato addosso a lei per ben due volte in appena trent’anni di vita?
Innanzi a lei, nel mentre di quel consiglio, di quell’invito, di quell’ordine, pur assolutamente corretto nelle proprie ragioni e nella propria formulazione, l’orrore stava intanto giungendo a compimento. E colei che un tempo era stata Midda Bontor, colei che un tempo era stata l’indomabile Figlia di Marr’Mahew, alfine libera da spasmi e contrazioni, alfine quietamente immersa nel sperato silenzio che, pur, in quel particolare contesto, non avrebbe potuto essere allora associato alla morte, iniziò lentamente a rialzarsi, a risollevarsi da terra, là dove era caduta pocanzi, per riassumere una posizione eretta e volgere, in direzione dell’unica altra figura lì presente uno sguardo alfine vuoto, alieno, nel quale in alcun modo, in alcuna condizione, Maddie avrebbe potuto fraintendere neppur l’ombra della donna che ella era stata un tempo, di colei a cui tutto il proprio affetto, tutta la propria gratitudine, stavano ancor venendo rivolti.
Qualunque cosa fosse quella risorta davanti al suo immobile e attonito sguardo, non era più la sua protettrice, la sua maestra, la sua mentore. E, pur sapendolo, pur essendone perfettamente consapevole, pur addirittura potendolo lì persino constatare, Madailéin ancora non era in grado di associare quel viso, quel corpo, quella figura, a quella di un avversario, a quella di un nemico, di un mostro da dover combattere e abbattere, prima che il peggio potesse occorrere.

“Accogli il tuo retaggio.”

Ancora quella voce. Una voce a lei estranea. Una voce che mai, prima, aveva avuto occasione di udire in vita sua e che, obiettivamente, neppur in quel momento aveva realmente ascoltato, nell’essere risuonata solo all’interno della sua mente. E pur, ciò non di meno, una voce in grado di trasmetterle, sorprendentemente, una profonda sensazione di pace, di serenità, persino di gioia, in quel momento, in quel contesto, nel quale pur alcuna gioia, alcuna serenità, alcuna pace avrebbe potuto né emotivamente, né razionalmente provare.
Stava davvero perdendo il senno?
Innanzi a lei, ancora osservandola con sguardo vuoto, l’ultima vittima del morbo cnidariano appariva ancora immobile, forse a scrutarla, forse a decidere di quale morte dovesse morire, o… possibile che, in qualche modo, per qualche ragione, quell’immobilismo potesse rappresentare quanto, in quella creatura, ancora fosse rimasta una leggera ombra di colei che era stata un tempo, in misura pur sufficiente, lì, a impedirle di scagliarsi contro la sua allieva?

« … Midda…? » sussurrò, esitante.

giovedì 23 febbraio 2017

RM 053


« No… » sussurrò la giovane, sentendo gli occhi colmarsi di lacrime a quell’idea, e nel ritrovarsi, proprio malgrado, posta innanzi alla consapevolezza di quanto, purtroppo, ancora una volta… per l’ultima volta… la propria mentore avesse ragione, così come, in quegli ultimi dodici mesi, in quelle stagioni trascorse insieme, mai una volta aveva mancato di avere.
« Devi uccidermi, Madailéin. » le ordinò, o, forse, la supplicò, in una sottile linea d’ombra, fra tali interpretazioni, per la quale difficile sarebbe stato definire la correttezza di un’interpretazione piuttosto che di un’altra « Devi distruggermi prima che io possa distruggere tutto il tuo mondo… » insistette, in tal senso riferendosi, allora, non tanto all’intero pianeta a loro circostante, quanto, e piuttosto, al padre, alla gemella, al compagno della sua interlocutrice… a tutti coloro che, per lei, costituivano il proprio mondo e che, certamente, avendone l’occasione, Anmel non avrebbe allor risparmiato per infliggere ancor più sofferenza a quella versione alternativa della propria principale avversaria « Devi farlo tu, perché io, da sola, non posso… o, credimi, lo avrei già fatto! »

Maddie non poteva, non voleva, accettare tutto quello. Solo un’ora prima, la sua ansia maggiore avrebbe avuto a doversi considerare destinata al livello di cottura del ripieno del pollo, nell’incertezza di aver saltato a sufficienza le patate, i fegatini di pollo e le olive in padella prima di farcire il piatto principale della serata e di infilarlo in forno, per lasciar concludere a quest’ultimo il lavoro. E, così, in maniera terribilmente repentina, assolutamente imprevista e, obiettivamente, imprevedibile, per la seconda volta nella sua esistenza il destino, gli dei, o chi per loro, stavano pretendendo da lei che rinunciasse impotente a una figura materna qual, per quanto assurdo tutto ciò avrebbe avuto a dover essere considerato, Midda era comunque divenuta, in quell’ultimo anno, per lei.
L’incidente automobilistico l’aveva privata della madre; il morbo cnidariano l’avrebbe allor privata della propria protettrice, mentore e maestra d’arme… e, in tutto quello, ella avrebbe dovuto non soltanto accettare di restare immobile a osservare, quanto, e ancor più assurdo, avrebbe dovuto intervenire, e intervenire in prima persona, al solo, terrificante scopo di eseguire, ella stessa, tale condanna già sancita da altri? Quale folle sadismo, qualche insensata perversione avrebbe mai potuto accanirsi a tal punto a suo discapito in maniera tale da negarle, addirittura, il mero ruolo della vittima nel pretendere, da lei, quello del carnefice? Con quale forza, con quale assoluta mancanza di sentimenti, avrebbe potuto anche solo immaginare di accettare di terminare in maniera tanto arbitraria, sì razionale, assurdamente calcolata l’esistenza di colei a cui doveva tanto, forse addirittura doveva tutto, nel non averle donato forse la vita, così come era stato per la sua genitrice, e, ciò non di meno, nell’averle concesso di poter iniziare, realmente, ad apprezzare la propria vita, il dono straordinario e meraviglioso che, per tanto tempo, per troppo tempo, aveva così stolidamente sprecato, senza neppure rendersene realmente conto?
No. Non avrebbe mai potuto rivoltarsi in tal maniera contro di lei, neppure nel momento stesso in cui, a chiederlo, era proprio ella stessa. Avrebbero dovuto trovare una soluzione. Avrebbero dovuto trovare un’altra soluzione… qualcosa che non prevedesse né la morte di Midda né, tantomeno, l’eventualità in cui fosse lei stessa a doverla uccidere.

« Deve esserci una cura… dobbiamo cercarla… dobbiamo trovarla… e tutto andrà a posto. » sancì, in termini che, probabilmente, avrebbero avuto a doversi riconoscere non dissimili da quelli propri di un bambino posto per la prima volta nella sua vita di fronte all’evidenza che, non sempre, le cose possono essere aggiustate, e, in questo, incapace ad accettarlo, incapace a scendere a patti con la dura realtà propria di quanto, al di là di ogni desideri, di ogni capriccio, di ogni pianto, quanto perduto non avrebbe potuto essere recuperato « Tu sei la Figlia di Marr’Mahew! Tu hai combattuto contro ogni genere di mostro! Non puoi essere sconfitta per così poco… non puoi morire per un semplice graffio… »
« Maddie… non capisci… » gemette l’altra, cercando di muovere un passo in direzione della rastrelliera e, in ciò, semplicemente crollando al suolo, cadendo violentemente in ginocchio di fronte all’altra, straziata, nella profondità del proprio corpo, delle proprie viscere, da un dolore come alcuna vocabolo coniato da mortale avrebbe mai potuto adeguatamente descrivere « … è come se io fossi già morta… e fra pochi minuti lo sarò per davvero, lasciando il posto all’orrore che prenderà il controllo del mio corpo e agirà al solo scopo di trasformare, qualunque osceno piano alla base di tutto ciò, in realtà. »
« Sei tu che non capisci… » si sentì sul punto di scoppiare in lacrime l’altra, osservandola in un misto di terrore e disperazione « Dopo tutto ciò che tu mi hai insegnato… dopo la vita che tu mi hai donato la possibilità di iniziare a vivere, laddove prima neppure la immaginavo possibile… come puoi credere che io possa ubbidire a questa tua richiesta di morte? »
« Madailéin… se mai mi hai offerto la tua stima… il tuo affetto… il tuo rispetto… la tua fiducia… ti prego… ti prego… uccidimi ora. » la implorò, ormai apertamente, qual ultimo desiderio di una condannata a morte, l’ultima concessione a chi, già, destinato inoppugnabilmente al trapasso « Non permettermi di ucciderti… o, peggio, di uccidere Jules, Nóirín o Eliud… o chiunque altro a te vicino. Non permettermi di divenire una mera marionetta nelle mani di Anmel… non farmi morire da schiava… io che per tutta la mia vita ho cercato, sempre e comunque, di porre la libertà a fondamento di ogni mia azione, di ogni mia decisione… »

Razionalmente, Maddie sapeva cosa avrebbe dovuto compiere. Al più, in quel mentre, avrebbe potuto dirsi incerta su come compierlo, su come riuscire non tanto a uccidere Midda, quanto e piuttosto a impedire alla creatura che sarebbe nata in conseguenza al contagio subito di risollevarsi da terra, nell’aver dimostrato, già un anno prima, grande tenacia, incredibile resistenza agli attacchi inferti. Razionalmente la sua attenzione, quindi, avrebbe avuto tutt’al più a doversi concentrare non sul perché, sul se o sul quando, quanto e piuttosto sulle modalità in cui ciò avrebbe avuto a dover avvenire.
Tuttavia, al di là di quello straordinariamente intenso anno di allenamento, e al di là della propria natura, di quella propria innata predisposizione ad affrontare con mente analitica le situazioni a sé circostanti, Maddie non avrebbe potuto ignorare il contesto a contorno di quella certezza, di quel come, psicologicamente ancora arrestata sul perché. Giacché ella non desiderava agire in quella direzione, non desiderava accettare l’apparente ineluttabilità di quel fato e, al di là di tutta la straordinaria stima, di tutto l’incalcolabile affetto, del saldo rispetto e della ferma fiducia che ella aveva sempre provato nei riguardi di quella propria versione alternativa, mai, comunque, realmente vista soltanto come tale, ella non era in grado di accettare di dover porre in essere la sentenza da lei stessa emessa.

« … troveremo il modo… » pianse, apertamente, straziata nel proprio stesso io, nel profondo del proprio animo, in quella disperazione considerandosi pronta, ove necessario, a rischiare ella stessa la sua vita, il suo avvenire, per non essere costretta a uccidere la propria amica.

Purtroppo per la giovane dai rossi capelli color del fuoco e dagli occhi azzurri color del ghiaccio, in quell’occasione, in quel contesto, nessuna lacrima avrebbe potuto rimediare alla situazione, risolvere il problema, e, in ciò, esserle realmente di aiuto. Perché, per quanto ella avrebbe potuto gridare tutta la propria pena, il destino di Midda Namile Bontor era ormai segnato… così come, nelle proprie ultime parole, la sua mentore volle esprimere, insieme al suo, allor, più grande rimpianto.

« Se mai… ti sarà concesso il modo… di incontrare i miei figli… mio marito… » rantolò, piegata a terra, con sguardo ormai annebbiato, incapace a cogliere, realmente, il mondo circostante « … di’ loro che mi dispiace… e che… li ho sempre amati… per quanto non sia stata in grado… di dimostr… »

mercoledì 22 febbraio 2017

RM 052


« I dettagli, purtroppo, sono troppo lunghi da spiegare… e spero, a Thyres piacendo, di avere possibilità in futuro di raccontarti ogni cosa in maniera adeguata. » continuò, quando ormai poco la separava dalla propria meta « Purtroppo, però, temo che questa sera potrebbe succedere qualcosa… e se, sciaguratamente, non mi fosse data possibilità di sopravvivere alla prova che temo mi sarà richiesto di affrontare, non voglio che tu, papà o Eli possiate trascorrere il resto delle vostre vite tormentandovi nell’incertezza sul mio fato. Desidero, anzi, che possiate sapere quanto vi amo… e quanto, in merito alla mia vita, non ho rimpianto o rimorso alcuno: tutto ciò che ho vissuto, e quest’ultimo anno in particolare, è stato per me molto più di quanto non avrei mai creduto di meritare… e, di questo, non posso che ringraziare tutti voi per l’amore che mi avete sempre donato. » concluse, con voce che si sforzò di lasciar risuonare serena, benché, nel contesto di quella situazione, ebbe ineluttabilmente a lasciar trasparire una certa emozione « Addio, Rín… a presto. »

Forte, in quel mentre, fu per lei il desiderio di cestinare il messaggio vocale, prima che esso potesse essere inviato: sarebbe stato sufficiente un semplice movimento del pollice per lasciar scomparire per sempre quella registrazione, ovviando a tutti i problemi che, dalla stessa, avrebbero potuto conseguire se soltanto, di lì a pochi minuti, avesse scoperto che la sua mentore l’aveva convocata in maniera errata, o che, comunque, nessun genere di pericolo mortale la stava attendendo, tale da giustificare un simile commiato dalla propria sorella gemella. Ciò non di meno, superficiale, disattento, se non, propriamente, stupido, sarebbe stato da parte sua ignorare l’evidenza di quanto, il messaggio ricevuto pocanzi non aveva precedente alcuno e che, ben consapevole, Midda, del suo impegno di quella sera, mai le avrebbe destinato un simile appello se non avesse avuto ragioni più che concrete di farlo. Ragioni la concretezza delle quali, trattandosi della figlia della dea della guerra, non avrebbero potuto ovviare a trasformarsi, quasi certamente, in un’incommensurabile minaccia letale…
In questo, alfine, ella permise al messaggio vocale di uscire dal proprio telefono cellulare, proprio nel mentre in cui lasciava la macchina affrettatamente parcheggiata e, volontariamente dimenticato al suo interno, il medesimo apparecchio, nella consapevolezza di quanto, qualunque cosa l’avesse allor attesa, di quello non avrebbe avuto alcun bisogno.

« … Midda? » domandò, entrando nel locale che avevano adibito a palestra per i loro allenamenti.

Per un fugace istante, un terrificante dubbio ebbe ad attanagliarla: e se il messaggio ricevuto non le fosse stato inviato a opera della sua maestra d’arme quanto, e piuttosto, della loro avversaria? Possibile che Anmel avesse ordito qualche trappola e che, presentandosi tanto repentinamente laddove richiestole, ella non avesse fatto altro che permetterle di riunirle insieme là dove avrebbe avuto, in tal maniera, possibilità di colpirle a tradimento? Certo… il messaggio era arrivato dal numero della Figlia di Marr’Mahew e non da un qualche utente sconosciuto: tuttavia, per l’entità primordiale della distruzione, precedente alla stessa Creazione, quanto sarebbe potuto essere complesso ingannarla in tal maniera?
Tuttavia, paranoia a parte, in un angolo non lontano dalla rastrelliera delle armi, ebbe allora a individuare la figura della sua mentore che, nel sentirla, nel vederla sopraggiungere, ebbe a sollevare il proprio sguardo verso di lei, dimostrando così tanta serietà, da escludere, drasticamente, qualsiasi ipotesi atta a prevedere che ella non la stesse realmente attendendo. E se, per un istante, la drammaticità intrisa in quegli occhi color ghiaccio ebbe a distoglierla da ogni altro elemento lì attorno, focalizzandone l’attenzione in termini tali che ogni altro elemento a contorno parve sfumare in un miscuglio di tonalità omogenee e indistinguibili, ormai allenata, ormai addestrata a non lasciarsi sfuggire, tuttavia, qualunque altra informazione a margine, anche propria dell’ambiente circostante, laddove dalla corretta lettura di ciò avrebbe potuto dipendere, per lei, la differenza fra la vita e la morte; Maddie non poté ovviare a cogliere, in rapida successione, due altri dettagli, invero poi così non poco palesi, così non poco evidenti: la presenza di una lungo taglio in corrispondenza del braccio sinistro della donna, dal quale, lentamente, il sangue gocciolava verso terra, andando ad alimentare una piccola pozza di sangue; e la presenza di un corpo oscenamente ridotto in poltiglia poco lontano da lei, immerso, altresì, in un’enorme macchia di sangue e altri liquidi corporei. Un’immagine, quest’ultima, suo malgrado, ben lontana dal potersi considerare inedita, laddove, al contrario, avrebbe avuto a creare un inquietante collegamento fra quella scena, appena accennata e già contraddistinta da una tragica suggestione di fondo, e il loro primo incontro, più di un anno prima, quando, nel suo appartamento, la vittima di un’infezione da morbo cnidariano aveva, per la prima volta, attentato alla sua vita…

« Cosa è successo…? » chiese, in termini quasi retorici, giacché l’evidenza degli accadimenti risultava sufficientemente palese da rendere qualunque genere di risposta a quell’interrogativo quasi un insulto alla sua intelligenza.
« E’ successo che sono una stupida… » quasi sussurrò la donna guerriero, dimostrando una certa fatica nel parlare, quasi formulare anche una frase tanto semplice stesse da lei richiedendo uno sforzo sovrumano.

Istintivamente Maddie fece per avanzare nella direzione della propria maestra d’arme, per raggiungerla, per affiancarla e, all’occorrenza, prestarle i primi soccorsi.
In quell’anno trascorso insieme, la mercenaria era stata costretta, non piacevolmente, a offrire in più occasioni riprova della propria natura umana, dell’assenza di una reale onnipotenza al di là dell’aura di cui, pur, ella era palesemente avvolta e che sembrava rendere banale anche l’impresa più ardua, e che pareva escludere ogni possibilità, per lei, di poter essere ferita o, peggio, uccisa. In tutto questo, la sua allieva era perfettamente consapevole di quanto concretamente mortale ella fosse ma, ciò non di meno, la ferita da lei allora riportata, per quanto palesemente amplia e chiaramente non piacevole, non avrebbe dovuto tuttavia considerarsi tale da minacciarne, realmente, la sopravvivenza, da porne in dubbio il futuro, così come, altresì, nel tono da lei adoperato, e nella scelta di quelle parole di condanna a proprio stesso discapito, sembrava essere velatamente implicito.

« Non ti avvicinare… non così disarmata. » ebbe tuttavia a fermarla, verbalmente, con quello che, forse, avrebbe avuto a doversi ritenere un grido, un perentorio ordine d’arresto, e che, invece, apparve quasi simile a un rantolio.
E la giovane, abituatasi a prestare assoluta ubbidienza agli ordini da lei impartiti, ebbe a fermarsi, non potendo comunque ovviare a domandarle: « Midda… che cosa succede? »
« Il morbo… » commentò a denti stretti, offrendo l’evidenza di grande dolore da parte propria nello sforzarsi a parlare o, forse e più semplicemente, a mantenersi ancora lucida « … Thyres… che fine stupida, dopo tutto quello che ho passato… » soggiunse, non potendo ovviare a imprecare, in quel momento, al di là di quanta pena riuscire ad aggiungere quelle parole le stesse costando.
« Midda… » esitò l’altra, nel mentre in cui, sebbene la parte più razionale della sua mente avesse ormai elaborato l’intera situazione e avesse ben inteso le ragioni di quella convocazione, si poneva sospinta dalla sua parte più emotiva a rifiutare l’evidenza di quanto stesse accadendo e di ciò che, ancora, sarebbe dovuto avvenire.
« Te l’ho detto, un anno fa: quando si viene infettati dal morbo, si è già morti. » scandì la Figlia di Marr’Mahew, scuotendo appena il capo a escludere ogni altra possibilità « Sto cercando di resistere… sto sforzandomi a mantenere la lucidità… ma, lo sento, il mio corpo sta già cambiando, sto iniziando a mutare… e presto, di me, non resterà più nulla. » profetizzò, con tono quanto più possibile saldo, malgrado la situazione « E quando questo avverrà, Anmel mi utilizzerà per aggredire te e la tua famiglia. » soggiunse, piegandosi appena in avanti come a trattenere un forte dolore addominale « Maddie… devi farlo. Ora, finché, ancora, ho ancora un po’ di controllo… »

martedì 21 febbraio 2017

RM 051


Purtroppo per Maddie, e dando ragione a Midda, la loro temibile avversaria non avrebbe atteso ancora molto prima di tornare a manifestarsi… e, in quell’occasione, le conseguenze di tale battaglia sarebbero state a dir poco devastanti per entrambe, sconvolgendo, nuovamente e irrimediabilmente, ogni equilibrio faticosamente conquistato sino a quel momento.

L’inizio della fine ebbe a presentarsi, con sgradevole tempismo, proprio la sera del sabato in cui, dopo già qualche rinvio di troppo, Madailéin ed Eliud erano finalmente riusciti a invitare a cena, nei cinquantacinque metri quadrati di appartamento che condividevano, il signor Mont-d'Orb e Nóirín: un invito, quello da loro così formulato, senza un evento in particolare, senza una ragione precisa, ma, semplicemente, spinti dal desiderio di condividere con loro la serenità della propria quotidianità, nel loro ambiente domestico. L’idea iniziale, in effetti, sarebbe stata quella di coinvolgere, congiuntamente, anche la famiglia di lui ma, date le dimensioni contenute dello spazio a disposizione del loro soggiorno, e un numero di sedie non sufficiente per tutti, avevano deciso di ovviare all’eventualità di un eccessivo affollamento rimandando a un’altra occasione, e a un altro scenario, l’eventualità di qualcosa di più amplio. Così, i due giovani avevano alfine deciso di procedere per gradi, in primo luogo con la famiglia di lei, seguita a ruota da quella di lui, ipotizzata per la settimana seguente.
A Maddie, in verità, accanto a suo padre e alla sua gemella, sarebbe piaciuto estendere l’invito di quella sera anche alla propria maestra d’arme che, per ovvie ragioni, dal suo personale punto di vista, avrebbe avuto a potersi considerare al pari di un elemento della propria famiglia, ormai parte integrante, e irrinunciabile, della sua vita. Ciò nonostante, era stata la stessa Figlia di Marr’Mahew a insistere al fine di non essere coinvolta nella questione, non tanto perché desiderosa di mantenere le distanze dalla propria allieva, quanto, e piuttosto, per riuscire a conservare una certa credibilità nel proprio ruolo di semplice amica per la giovane. Trattandosi di una serata in famiglia, già costretta a numeri contenuti a causa dello spazio ridotto, non sarebbe stato facilmente giustificabile il suo contributo a quell’evento: per ragioni tanto obiettivamente condivisibili, pur sinceramente a malincuore nell’essere costretta a escludere, in tal modo, la propria versione più matura, la giovane dai rossi capelli color del fuoco aveva rinunciato a quell’idea, accettando di limitare la serata solo alla propria famiglia ufficiale.
Dopo aver trascorso praticamente l’intero pomeriggio a riordinare casa e a preparare la cena per la serata, a poco meno di un’ora dall’arrivo degli ospiti, Maddie si era resa conto che non avevano una bottiglia di vino rosso in casa e, per questo, Eli si era offerto volontario per fare un salto al supermercato poco lontano da casa, e fortunatamente ancora aperto a quell’ora, per rimediare a ciò. E se, a posteriori, l’assenza da casa del proprio compagno non avrebbe potuto che essere considerata una coincidenza decisamente fortuita dal punto di vista della giovane guerriera, dal momento in cui, in tal modo, ella ebbe a ritrovarsi da sola nel momento in cui il suo telefono cellulare ebbe a notificarle un messaggio da parte di Midda; tale avrebbe avuto a dover essere parimenti considerata l’ultima evidenza di buona sorte, di divina benevolenza, nel corso di quella serata, dal momento in cui, da lì in poi, tutto il resto sembrò destinato soltanto a volgere al peggio…

“Ho bisogno di te… vieni subito.”

Erano trascorsi circa sei mesi da quando la giovane aveva regato alla propria mentore un telefono cellulare, non perché ella ne abbisognasse, ma per concedere a se stessa la possibilità, laddove ne avesse avuto necessità, di contattarla. In quei sei mesi, Midda non aveva mai fatto una sola chiamata o, parimenti, inviato un solo messaggio, ragione per la quale, il ricevere una simile richiesta da parte sua, quella sera, non poté che generare un certo stato d’ansia nella giovane. Così, del tutto indifferente alla consapevolezza che da lì a breve, tornando a casa, Eli non l’avrebbe trovata e avrebbe avuto, sicuramente, ottime motivazioni per preoccuparsi; nonché del tutto indifferente all’idea di quanto, in poco meno di un’ora, anche suo padre e sua sorella sarebbero giunti ad aumentare la spiacevole entropia della situazione; Maddie non perse neppure un istante per concedersi possibilità di esitare attorno alla questione e, rapida, indossò le scarpe, raccolse il proprio giubbotto, prese le chiavi dell’auto, e si precipitò fuori di casa, diretta là dove, da mesi ormai, era solita ritrovarsi con la mercenaria per i loro allenamenti, per il suo addestramento.
Guidando spedita verso quel loro quieto rifugio, Maddie si ritrovò a prepararsi psicologicamente al peggio, non potendo ovviare a supporre che, alla base di quella richiesta, avesse a doverci essere qualcosa in chiara relazione alla regina Anmel, e qualcosa, allora, di decisamente grosso, laddove, altrimenti, di certo la sua maestra d’arme non avrebbe richiesto il suo aiuto, non avrebbe preteso la sua presenza, così come, invece, era avvenuto, in maniera del tutto inedita. L’idea dell’eventualità del tanto atteso confronto diretto fra loro, ineluttabilmente, non poté che dominarla, insieme a tutta una lunga serie di incognite che, necessariamente, non poterono evitare di attraversare la sua mente, a incominciare dal genere di battaglia che avrebbe potuto attenderla, per giungere, alfine, a legittimi dubbi su quanto dolore avrebbe potuto imporre non soltanto a suo padre e a sua sorella, ormai, ma anche al suo compagno, nel momento in cui, qualcosa, fosse andato storto e, sciaguratamente, ella non fosse riuscita a far ritorno a casa, scomparendo, in tal maniera, tragicamente nel nulla e lasciando, di conseguenza, tutti smarriti nell’inconsapevolezza su quanto, realmente, le potesse essere accaduto.
Per un istante, continuando a guidare, ella si ritrovò prossima a prendere in mano il proprio telefono cellulare per lasciare un messaggio vocale a suo padre, o a Eli… ma, subito, tale idea venne scartata, nell’evidente difficoltà a individuare, allora, le giuste parole con le quali potersi esprimere, attraverso le quali formulare un messaggio che, nell’eventualità in cui ella non fosse più tornata, potesse essere sufficiente per spiegare loro cosa accaduto mentre, nell’ipotesi più positiva di un suo quieto ritorno a casa, potesse essere adeguata per banalizzare l’intera questione, evitando di doversi impegnare in qualche sincera spiegazione che, nella migliore delle ipotesi, le sarebbe allor valsa un viaggio di sola andata per una qualche casa di cura. Tuttavia, ritrovandosi a ripensare a tutte le raccomandazioni di Midda nel merito dell’importanza di non escludere mai, dalla propria esistenza, le persone a lei più care, alla fine Maddie raccolse coraggio, o, forse, si concesse di perdere estemporaneamente il senno, e decise di contattare la propria gemella, affidando così a Rín il potenzialmente ingrato compito di ricostruire, a posteriori, quanto avrebbe potuto presto avvenire.

« Ehy… » esordì, con meno convinzione di quanta non avrebbe preferito imprimere a quel messaggio registrato « Ti chiedo scusa se apparirò un po’ confusa… ma, sinceramente, non so da dove iniziare e non ho neppure ben idea di dove andrò a andare a parare ora della fine. Ci tengo, tuttavia, a lasciare questo messaggio almeno per te, affinché, se mi dovesse succedere qualcosa, almeno tu possa sapere il perché… » premise, umettandosi appena le labbra per prendere tempo per riflettere sulle successive parole « Innanzitutto, e al di là dei dubbi che potranno sorgere, non sono pazza. E benché sappia che è lo stesso preambolo che utilizzerebbe un pazzo, ho bisogno che tu possa credere almeno a questo, perché, tutto ciò che seguirà, necessariamente, ti sembrerà folle come, più di un anno fa, era apparso anche a me, la prima volta che ho incontrato Midda Bontor. Questo è il vero nome di Carsa Anloch… e sì, la tua memoria non si sbaglia se ti pare di ricordare che con tale nome avevo identificato la persona responsabile della mia sparizione all’epoca. » spiegò, concedendosi poi un lungo sospiro « Rín… so che è difficile da capire. Ma sei la persona più intelligente che io conosca e, in questo, sono certo che, una parte di te, ignorando ogni raziocinio, ogni logica, lo abbia già capito da tempo… perché guardandola in volto, né tu, né io avremmo mai potuto ignorare l’evidenza di quanto ella sia simile a noi. E questo perché Midda Bontor e io siamo la stessa persona… »