11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
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martedì 3 giugno 2008

145


« U
na spada è tutto ciò di cui una come me può aver bisogno. » confermò Midda, con naturalezza.

Rivestita dei propri consueti abiti, i soli che mai avrebbe voluto quotidianamente indossare, la mercenaria mostrava al di lei fianco la lucente lama dono di Lafra Narzoi, risplendente in azzurri riflessi sotto la luce del sole: pratica e perfetta sostituzione della propria antica arma ormai perduta nel naufragio, essa appariva in effetti quasi come se fosse stata plasmata solo per tale fine, solo per assolvere al compito di essere lì posta, per accompagnarla nelle future sfide. Dal proprio canto, il fabbro non considerava, e probabilmente mai aveva considerato, quella come una ricompensa per la donna, come un pagamento rivolto ad una mercenaria in conclusione dell’assolvimento del proprio compito, al contrario di ciò ella insisteva a far apparire: tale spada era appartenuta alla Figlia di Marr’Mahew probabilmente fin dal momento stesso della propria creazione, assolvendo solo per di lei mano al proprio compito di salvaguardare la vita di colei a cui era stata dedicata, Heska, figlia del suo creatore ed ormai sorella di fato della stessa Midda.

Dopo un lungo momento di silenzio, in nuova contemplazione dell’immenso orizzonte proposto davanti ai loro occhi, Hayton riprese a rivolgersi a lei, pur non ancora guardandola: « Cosa pensi di fare ora che hai ritrovato la tua identità e le tue memorie, ora che la tua vita non è più alla deriva degli eventi? »
« Riprenderò il mio cammino. » spiegò la donna, sorridendo con un lieve velo di malinconia nello sguardo al ricordo del proprio recente passato « Gli eventi che mi hanno condotto a voi, mi hanno costretta ad abbandonare alcuni amici, lasciandoli in balia di eventi appartenenti al mio destino e di cui essi sono rimasti vittime inconsapevoli. »
« Una situazione decisamente complicata. » annuì l’uomo, non avendo la possibilità di comprendere pienamente la situazione ma non volendo indagare nel rispettare la propria interlocutrice « Ho sentito salperai domani, con la Har’Krys-Mar. »
« Sì. » sorrise la mercenaria « Il capitano Cor-El si è generosamente offerta di concedermi un passaggio fino ad un porto sicuro. »
« Da come questa notizia mi era stata riferita, ella ti aveva proposto un ruolo nel proprio equipaggio. » la corresse, con aria sorniona.
« Per anni ho solcato il mare, ma orma sono altre le vie che mi competono e che mi attendono. » precisò a quel punto, salvo poi spostare l’attenzione del discorso sullo stesso interlocutore « E tu? Ora che hai concluso ciò che era rimasto in sospeso sei intenzionato a partire? »

Nonostante tutta la propria esperienza, tutta la propria maturità, Hayton non poté non dichiararsi sorpreso dall’acume della donna guerriero, capace con quella semplice domanda, posta in tono assolutamente rilassato e sereno, di sovvertire l’intero ordine del creato, offrendo accettazione a ciò che, probabilmente, molti altri non avrebbero potuto avere possibilità di comprendere.

« Sei una donna veramente straordinaria, Midda. » commentò egli, continuando a fissare il mare e cercando di dissimulare lo stupore conseguente a quelle parole « Quando lo hai compreso? »
« Non lo so di preciso, ma credo pochi giorni dopo il mio risveglio ed il nostro primo dialogo. » sorrise la donna, sollevando per un istante le spalle per poi lasciarle nuovamente ricadere « Era una sensazione più che una certezza, che solo nell’assemblea di quella sera trovò molte conferme nelle espressioni da te utilizzate. »
« Comprendo. » annuì l’alcalde « Assurdo come io stesso, inizialmente, non ne avessi avuto il benché minimo sospetto. Ma credo che siano cose che possano capitare in questi casi. »
« Immagino di sì. » ipotizzò la mercenaria « Fortunatamente non ne possiedo esperienza diretta, almeno credo. »
« Comunque è giusto e naturale che io parta. » confermò egli, riprendendo la domanda rimasta in sospeso.
« Si porranno molte domande… a cui non sapranno offrire risposta. » replicò ella, piegando appena il capo a rivolgere ora verso di lui per la prima volta dall’inizio di quel dialogo il proprio sguardo di ghiaccio « E ti rimpiangeranno. »
« Anche questo è giusto e naturale. » si ripeté.

La mercenaria osservò intensamente l’uomo, non potendo evitare di provare una certa ammirazione per il suo carisma, la sua indomabilità: fedele al proprio ruolo, egli aveva superato ogni legge umana e divina per poter riunire la gente a cui si era votato, per portare a termine la propria missione di vita. In fondo, sebbene spinti da diverse motivazioni, loro due non erano così diversi ed i principi sui quali avevano fondato le rispettive esistenze avevano sicuramente molto in comune.

« Non mi capita di dirlo spesso… ma mi mancherai. » sorrise verso egli, per poi voltarsi ed iniziare ad allontanarsi, rispettandone i desideri ed il fato « E’ stato un onore conoscerti, Hayton Kipons. »
« Anche per me, Midda Bontor. » rispose, chiudendo gli occhi nei quali l’immensità del mare, del suo mare, era e sarebbe rimasta riflessa in eterno.

Una settimana dopo la partenza della Figlia di Marr’Mahew la vita nell’isola di Konyso’M aveva ritrovato i propri ritmi, la propria serenità, il proprio corso: le lacrime per i morti, anche da parte di coloro che non li avevano precedentemente pianti, erano ormai terminate e la quotidianità si era nuovamente imposta su ogni abitante. L’inverno aveva avuto ormai inizio e, probabilmente molto prima di quanto chiunque di loro si sarebbe atteso, un nuovo anno ed una nuova primavera li avrebbero sorpresi con i propri doni, facendo apparire i ricordi degli eventi tragici che avevano appena vissuto come lontani, quasi sbiaditi. Quella era del resto la vita: necessariamente vissuta nel presente laddove il passato non sarebbe mai stato modificato e modificabile ed il futuro non sarebbe mai stato previsto e prevedibile. Mab’Luk e sua moglie Heska, in quella nuova avventura di una ruota in perenne movimento, avevano posto la propria abitazione là dove un tempo era la famiglia di lui e dove, un giorno, sarebbe tornata ad essere nuovamente, con la nascita dei loro figli. Lafra, vicino agli unici affetti rimastigli, aveva ripreso il proprio mestiere, plasmando nuovamente il ferro per dar vita ad altre meravigliose spade, nella consapevolezza che alcuna sarebbe mai stata pari a quella posseduta dalla figlia acquisita in quella drammatica avventura, ormai partita per ignote destinazioni e che, forse, mai avrebbe potuto avere il piacere di rincontrare.
In qualità di uno degli ultimi anziani rimasti su tutta l’isola, sopravvissuti all’assalto dei pirati, proprio il fabbro venne richiamato a metà di quella tranquilla mattina, richiedendone la presenza su una spiaggia non lontana dal centro abitato. Accorrendo accompagnato dai figli, egli si ritrovò rattristato nell’animo e nel cuore a dover offrire l’estremo saluto ad un caro amico, illuso quale era stato fino a quel momento di non averlo perduto nella tragica battaglia contro i pirati dell’ultimo giorno di Khooc. Mab’Luk ed Heska, a loro volta, non poterono non essere addolorati nell’incontrare la salma dell’uomo a cui solo, forse, avrebbero mai potuto rivolgere i propri ringraziamenti per aver permesso al loro amore di concretizzarsi, al loro matrimonio drammaticamente interrotto di trovare compimento. Tutti e tre, così come ogni altro abitante dell’isola, evitarono di prestar caso, di offrire peso alle condizioni nelle quali il mare aveva restituito quel corpo ed alle implicazioni che tutto ciò comportava: avrebbero dovuto inorridirsi al pensiero di quanto fosse accaduto ma, al contrario, non poterono che rinnovare il sincero affetto che li aveva uniti ad egli, nel comprendere ciò che era riuscito a compiere per tutti loro.
Solo in quella mattina di inizio inverno Hayton Kipons, alcalde di Konyso’M, si offrì realmente ai suoi concittadini, dopo oltre quaranta giorni durante i quali i suoi resti mortali avevano vagato nelle acque da lui tanto amate, nelle onde da cui egli era nato ed in cui aveva trovato la morte per difendere la sua isola e la sua gente.

lunedì 2 giugno 2008

144


« D
avanti agli dei, nella benedizione di Thare, io mi offro a te, Heska, come sposo, compagno, amico ed amante. » pronunciò con chiarezza la voce del giovane, mentre il suo viso appariva illuminato dalla gioia più grande concessa da tale occasione « A te io non dono nulla, perché impossibile sarebbe offrirti ciò che già ti appartiene: il mio cuore, la mia mente, il mio animo ed il mio corpo. Nella volontà dei creatori, io sono stato plasmato per essere al tuo fianco, per trovare in te ragione di vita e completamento, nell’amarti, nell’onorarti in ogni istante. Nella mia volontà, io oggi dichiaro al mondo intero il legame che a te mi unisce da prima della nostra nascita e che neanche la morte potrà mai infrangere: non due, ma uno. Oggi e per sempre. »

Oltre un mese era trascorso dal giorno in cui l’alcalde e tutta l’assemblea degli abitanti dell’isola si era riunita per la celebrazione delle nozze fra Heska e Mab’Luk. All’epoca, che appariva tanto lontana, era la conclusione del mese di Khooc, l’ultimo giorno che tradizionalmente sarebbe stato utile ad un matrimonio prima del mese di Tynov e della successiva stagione invernale, laddove mai un’unione sarebbe stata celebrata: quel giorno, in contrasto ad ogni pregiudizio e superstizione, il mese di Mekde era da poco iniziato e, nonostante tutto, nessuno aveva osato mancare al momento di gioia tanto a lungo rimandato.
Hayton non poté evitare di sentirsi fiero, in cuor suo, per quel piccolo popolo ricco di valori e di coraggio che aveva avuto l’onore di servire in quegli ultimi anni della sua vita e, in contrasto ad ogni destino avverso, era stato in grado di fronteggiare l’orrore più grande, il ricordo più doloroso che da tredici anni avevano tentato di seppellire senza successo. Nella vittoria contro i pirati e nella riunificazione di tutti gli esuli, l’isola di Konyso’M, principale nell’arcipelago di Lodes’Mia, aveva dato luce ad un nuovo spirito, ad una nuova era: nulla sarebbe potuto essere considerato come in passato ed, in questo, solo benefici sarebbero derivati agli abitanti troppo a lungo sopravvissuti a loro stessi, nella vana illusione del mantenimento di una pace nell’accettazione silente di ogni sopruso.

« Davanti agli dei, nella benedizione di Vehnea, io mi offro a te, Mab’Luk, come sposa, compagna, amica ed amante. » pronunciò con altrettanta chiarezza la voce della giovane, con entusiasmo vivo e palpabile in quelle parole « Lungo e tortuoso è stato il percorso che ci ha visto giungere ad oggi, dove entrambi siamo stati posti alla prova dai nostri demoni personali, dagli incubi che più profondamente avevano annidato i semi della distruzione nei nostri animi, nelle nostre menti, nei nostri cuori, nei nostri corpi. Nella forza del nostro amore, tali orrori sono venuti meno, sono stati sconfitti, permettendoci di comprendere al pieno il nostro destino e la nostra scelta di unione eterna: non due, ma uno. Oggi e per sempre. »

Lo sguardo dell’alcalde non poté evitare, nel seguire il corso dei propri pensieri e della promessa di Heska, di condursi verso Midda Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, involontaria spettatrice ed attrice in quel dramma di morte e rinascita: giunta probabilmente per volere divino dai mari, ella aveva assolto pienamente ai propri incarichi, riconducendo a casa i profughi che erano stati imprigionati a Kirsnya dalla crudeltà e dall’egoismo di un uomo. Molte giovani ancora stavano cercando, nell’affetto delle proprie famiglie, di recuperare coscienza di sé, di superare gli orrori di quel periodo e delle violenze che evidentemente avevano subito seppur non ne fossero riuscite a far parola: fra esse, solo una, la protagonista principale di quel matrimonio, sembrava esser stata capace di lasciarsi quel passato alle spalle, trovando la forza e la volontà di ricominciare, sebbene nel di lei animo qualcosa fosse cambiato radicalmente. Hayton sospettava che in quella diversa reazione, in quella migliore capacità di recupero da quel tremendo periodo di prigionia, fosse stato l’intervento della mercenaria, utile probabilmente a creare una possibilità di nemesi e catarsi per ella, ma aveva tenuto per sé ogni domanda, ogni commento: qualsiasi cosa fosse accaduta, qualsiasi destino avesse atteso lo sventurato che contro di loro e contro la loro gente aveva osato levar violenza ed abuso, non era ormai di suo interesse e se un giorno la giovane Heska avesse trovato desiderio e volontà di confidarsi con qualcuno, un padre affettuoso ed un marito fedele sarebbero stati al di lei fianco, a concederle tale possibilità.

« Nella benedizione della dea Vehnea, madre celeste, e del dio Thare, signore della terra, io Hayton Kipons, alcalde di Konyso’M per volontà dei suoi indomiti abitanti, sancisco l’unione fra questa donna e quest’uomo. » annunciò con orgoglio l’anziano ex-capitano a tutta la congrega lì riunita « Che ogni creatura, mortale o immortale, offra rispetto a questo matrimonio, voluto ed amato dagli dei: essi mai concederanno pietà a chi, oh sciagurato, dovesse decidere di porsi in suo contrasto. Longevo possa essere il loro amore, numerosa possa essere la loro prole, a permettere al loro sangue ed al retaggio dei loro antenati l’immortalità che meritano: non due, ma uno. Oggi e per sempre. »

Un’esplosione di gioia seguì l’annuncio a conclusione della celebrazione, mentre un bagno di folla, formato dai sopravvissuti di Konyso’M e dai vari equipaggi che avevano permesso a tutti loro di riunirsi, si chiuse attorno ai due sposi. Quel matrimonio, quelle nozze, non erano più un semplice rito d’unione fra una donna ed un uomo, fra uno sposo e la sua sposa: esse avevano acquisito un nuovo ruolo, diventando incarnazione di quel periodo, rappresentative della rinascita di un intero popolo. La festa di Heska e Mab’Luk, per questo, in ciò che tutti avevano vissuto nell’ultimo mese, appariva quale momento di reale gioia collettiva, di elogio per la vita e per il suo valore, come mai altrimenti sarebbe potuto essere: quel giorno, tanto a lungo rimandato, non sarebbe probabilmente stato dimenticato per molte generazioni a venire, venendo ricordato come il primo di un nuovo periodo, di una nuova epoca di pace e di consapevolezza piena dell’esistenza come a pochi, nel mondo, era e sarebbe mai stato concesso di possedere.
L’anziano alcalde sorrise nell’osservare i due sposi finalmente riuniti e la felicità pura e genuina che li circondava: dopo averli stretti a sé con sincero affetto quasi paterno, rinnovando i propri auguri per una vita piena di gioia e di amore, si ritrasse rispettosamente da quell’assemblea per allontanarsi in silenzio, quasi di soppiatto. E nella gioia dei festeggiamenti solo uno sguardo si accorse di quel movimento, prestando ad esso la propria attenzione.

Svestito il proprio manto dorato, Hayton si ritrovò dopo poco sulla spiaggia, in silenzio ad osservare il mare, come aspettando dell’arrivo di qualcuno: la sua attesa non venne delusa, nei passi leggeri e quasi impercettibili che mostrarono la donna guerriero comparire dopo poco al suo fianco, unica ad essersi accorta del suo allontanamento dalla festa in corso, del suo isolamento dai propri concittadini che a lui tanta fedeltà e tanto rispetto sempre avevano offerto.

« Sapevo saresti giunta. » commentò con un lieve sorriso l’uomo, non voltandosi verso di lei e continuando ad osservare il mare del quale tutti loro erano figli, quell’infinità azzurra dalla quale tutto era venuto e nella quale tutto, un giorno, sarebbe scomparso.
« Era prevedibile del resto. » rispose Midda, ponendosi al di lui fianco nel rivolgere a propria volta lo sguardo alle onde ed al cielo, quasi mischiate in una sola e meravigliosa danza d’amore.
« Ciò che non avrei mai potuto prevedere sarebbe stata la tua rinuncia ad ogni ricompensa. » ammise egli, aggrottando appena la fronte « Non offenderti per queste parole, ma è decisamente insolito che una mercenaria agisca spinta da un puro principio, altruistico per giunta, senza alcun tornaconto personale. »
« Questa verità potrebbe apparire come insulto solo ad uno sciocco. » replicò tranquilla, scuotendo appena il capo « Nessuna offesa, anche se è inesatto quanto hai detto: il pagamento per le mie azioni l’ho richiesto e l’ho ottenuto. »
« Tutto per una spada, quindi? » domandò divertito l’anziano alcalde.

domenica 1 giugno 2008

143


P
rima che lord Sarnico potesse avere qualunque possibilità di reazione contro Heska, Midda si mosse simile ad un felino predatore, afferrando nella propria mano destra il polso sinistro di egli, ove reggeva l’arma di cui era diventato indegnamente proprietario imprigionandone il mastro creatore: in quella presa, in tale morsa inviolabile, le preziose e fragili ossa di quell’articolazione si sgretolarono sotto l’impeto offerto da ella, che decise di non offrire ulteriori indugi alla terminazione del proprio compito.

« Stupido sciocco. » sussurrò verso l’avversario « Avresti potuto riservarti almeno altre tre colpi prima di morire. »

La giovane promessa sposa, a non più di cinque piedi da loro, si mostrò per un lungo istante incerta, intontita, come se si fosse appena risvegliata dopo un periodo eccessivo di riposo, come se fosse appena uscita da un sonno troppo a lungo protratto. Ed a tutti gli effetti quella fu la sensazione che la fanciulla provò, impiegando diversi secondi prima di poter rimettere a fuoco tutto ciò che la circondava e ricostruire il lungo e tragico percorso che l’aveva condotta fino a quel momento, assistendo quasi dall’esterno al dramma da lei stessa vissuto in quegli ultimi giorni. Quando alla fine il senno le fu nuovamente proprio, non timore si offrì nel di lei sguardo, ma una fredda e, quasi, spietata determinazione: ancora molti dettagli di tutta quella vicenda restavano per lei oscuri, ma un compito le si proponeva innazi come il proprio stesso destino, nell’adempimento ai voti espressi verso una dea quand’ancora neanche la speranza le era più concessa.

« Non so chi tu sia… » espresse con tono delicato, rivolgendosi verso la mercenaria, a lei sconosciuta « … ma se brandisci quella lama non puoi che essermi amica, sorella davanti a tutti gli dei per volontà di nostro padre. Sei davvero tale? »
« La tua gente mi ha donato l’appellativo di Figlia di Marr’Mahew e tuo padre mi ha concesso questa spada in cambio dei miei servigi per la tua liberazione e salvezza. » si presentò la donna guerriero, stringendo ancora il polso frantumato dell’avversario, ripiegato a terra davanti a lei « Il mio nome è Midda Bontor. »
« Marr’Mahew… » ripeté socchiudendo appena gli occhi la giovane.
« M-midda Bontor? » intervenne balbettando il prigioniero, sbarrando gli occhi a quel nome « Tu sei la mercenaria di Kriarya? »

Nell’udire la presentazione della propria avversaria, di colei che lo aveva piegato e sconfitto, lord Sarnico comprese pienamente quanto fossero stati arroganti tutti i pensieri che fino a quel momento aveva avuto, nel credere di poter trovare non solo salvezza, ma addirittura vittoria contro di ella: la fama della mercenaria di lord Brote era diffusa presso ogni corte di Kofreya, nella narrazione delle di lei gesta, delle di lei eroiche imprese al servizio del proprio signore compiute negli angoli più sperduti del continente di Qahr, sfidando indomitamente ogni nemico, mortale o immortale che egli potesse essere. Le ultime notizie che aveva avuto in merito alla donna erano quelle relative al di lei successo nell’espugnare la palude di Grykoo, sconfiggendo indescrivibili orrori e recuperando delle prodigiose reliquie per il proprio mecenate: in tale territorio senza speranza di vita, entro il quale solo un suicida si sarebbe addentrato nella consapevolezza dell’impossibilità di ritorno, aveva ritrovato gloria ed onore la stessa guerriera contro cui egli aveva pensato di poter levare la propria spada e che, ora, avrebbe di certo decretato la sua fine.

« I-io ho sentito parlare di te! » riprese, tremante sotto la di lei presa « H-ho sentito delle tue gesta! S-sei una mercenaria, la migliore di tutto il regno. »
Silenzio venne offerto da Midda nei confronti del proprio nemico, osservandolo con disprezzo in quel patetico tentativo di trovare salvezza da lei.
« I-io ti posso pagare. N-non uccidermi... ed ogni mia ricchezza sarà tua. » supplicò il giovane, senza più alcun orgoglio, dominato dal terrore più puro per il proprio destino già scritto.
« Ma io… » sorrise la donna con tranquillità, osservandolo sorniona « … non intendo assolutamente ucciderti. »
« C-come?! » esclamò il nobile, non riuscendo a credere alle proprie orecchie, non riuscendo ad offrir loro fede.
« Assolutamente no… » scosse il capo ella, liberando il polso di lui « Non sono pagata per farlo, in fondo. »

A quella risposta il tempo stesso parve fermarsi, insieme all’intero universo, attorno a lord Sarnico. Le parole a lui offerte, quella grazia non sperata, in cui alcuna fede avrebbe mai riposto, stava venendogli donata gratuitamente, nell’evidente freddezza calcolatrice di colei che agiva unicamente dietro lo stimolo di una ricompensa, di un’adeguata somma d’oro a ripagare ogni di lei atto. Un’irrefrenabile desiderio di ridere lo colse, per il sollievo concesso dall’allontanamento improvviso della sensazione di morte da lui, dal proprio futuro immediato: sciocco era stato nel temere la propria fine, nel non considerare che mai una mercenaria, del rango di colei che gli era di fronte, avrebbe levato la propria spada in sua offesa senza un esplicito ordine, un chiaro incarico. E la missione che, senza remore, ella aveva dichiarato ancor prima del loro scontro prevedeva unicamente la liberazione dei prigionieri di Konyso’M, per l’esecuzione della quale non risultava ora più necessaria la sua morte, il suo decesso: egli era stato sconfitto ed ella avrebbe avuto ciò che desiderava senza rischiare di inimicarsi altri nobili, altri possibili mecenati, con la propria violenta azione.
Nel mentre il giovane non pose limite alla propria liberatoria risata, gettandosi a terra e gioendo fragorosamente nella letizia che era tornata propria in lui, Midda spostò la propria lama ad essere sorretta dalla mano destra, lasciando quindi la mancina libera di chinarsi a raccogliere la spada che egli aveva sottratto senza diritto a Lafra. L’aveva immediatamente riconosciuta non appena i propri occhi si erano posati su di essa, nella memoria del viaggio compiuto in compagnia dell’anziano fabbro e del di lui figlio, promesso sposo della fanciulla appena liberata: era senza dubbio un’arma di valore, non pari alla propria ma di fattura pregevole, assolutamente sprecata nelle mani di un verme quale era stato il suo usurpatore. Improvvisamente, senza che alcun preavviso potesse lasciar intendere quell’azione, la mercenaria face roteare la lama accanto a sé, per poi muoverla a porsi perpendicolare al suolo e piantarla con violenza a terra: nell’esatto istante in cui quel gesto venne compiuto, la felicità del nobile si spezzò di colpo, lasciando calare nuovamente il silenzio nell’anticamera. Egli si ritrovò, così, ad osservare quella lama penetrare attraverso il proprio ventre e scendere in esso fino all’elaborata elsa, affondando in lui e nel pavimento sotto di sé come un coltello nel burro caldo.

« C-cagna m-maledetta… » rantolo stupefatto verso avversaria che lo aveva così indegnamente colpito a tradimento.
« Risparmiati gli anatemi, feccia. » sorrise la donna, alzandosi sopra di egli « Ho detto che non intendo ucciderti ed, in effetto, non l’ho fatto. »

Heska, rimasta fino a quel momento da parte nel non interferire con la guerriera, offrendo ad ella ogni fiducia in virtù di ciò che aveva compiuto e della spada che ella impugnava, comprese immediatamente le intenzioni della nuova sorella che il fato le aveva concesso ed, in tale consapevolezza, si aprì in un largo sorriso: nei di lei occhi, nessun orrore per la violenza che le era di fronte ed, anzi, un macabro e sadico desiderio di sangue e dolore si mostrò con prepotenza, venendola avanzare verso il suo torturatore e la mercenaria.

« Se io fossi inesperta, sicuramente il colpo appena inflitto ti avrebbe già condotto innanzi alle tue divinità. » spiegò con tranquillità la donna guerriero, arretrando leggermente nel cogliere con la coda dell’occhio l’avvicinarsi della fanciulla « Ma per tua sfortuna è raro che io muova una spada a caso. »
Privo di fiato, per il terrore più che per il dolore, il giovane osservò le due donne sopra di lui, mentre anche nella di lui mente iniziò a farsi strada una chiara intuizione in merito alla volontà della sfregiata, portandolo quasi all’isteria nello sgomento di quel destino.
« Non morirai per mano mia. » continuò fredda e sorridente Midda, ora voltandosi per offrire ad egli le proprie spalle, nel dirigersi verso le vesti abbandonate non lontano all’inizio di quello scontro « Quella spada ti terrà inchiodato al pavimento, ma non ti ucciderà: non rapidamente come vorresti per lo meno. »

In quelle parole di condanna, la promessa sposa di Mab’Luk, la vittima prediletta di lord Sarnico, iniziò a chinarsi sul proprio rapitore, aguzzino, stupratore, mostrando un volto illuminato da luce nuova e perversa, crudele, spietata, ed in quel gesto un impercettibile ringraziamento venne rivolto a colei che le stava offrendo l’occasione di adempiere alle promesse espresse verso la dea Marr’Mahew, a colei che, in un inequivocabile segno del volere divino, era stata definita dalla sua gente come la di lei Figlia.

sabato 31 maggio 2008

142


H
eska era sempre stata una ragazza normale: nata in un’isola tranquilla, forse anche troppo serena ed innocente nella sua lontananza dal continente, ella era cresciuta in un ambiente protetto, nel quale aveva maturato idee, convinzioni, principi, sogni. Nessuno avrebbe potuto definirla una sciocca nell’aspirare ad una vita quotidiana placida come le acque di un lago, nel non immaginare di vivere grandiose avventure oltre ogni limite umano, nel non inseguire qualche scopo irraggiungibile, che l’avrebbe potuta trascinare lontana da casa alla ricerca di una completezza impossibile da raggiungere e, soprattutto, non necessaria. Qualcuno, sicuramente, avrebbe potuto pregiudicarla basandosi su assurde illazioni, proponendo i lei progetti come eccessivamente piatti, privi di un reale carattere, inadatti a permetterle di realizzarsi veramente nella propria esistenza, destinandola ad un presente frustrato e ad una vecchiaia colma di infiniti rimorsi e rimpianti per tutto ciò che sarebbe potuto essere e che non era stato. Ma alla figlia di Lafra tutto ciò non era mai interessato: mai ella aveva concesso spazio nella propria mente e nel proprio cuore alle vane parole proposte da menti tanto ottuse, eccessivamente limitate nel loro essere capaci di vedere solo nella sopraffazione, nell’arricchimento, nell’imposizione personale su altri, a qualsiasi livello, una ragione utile per vivere. Nel di lei animo, al contrario, aveva sempre provato grande pena nel confrontarsi con mentalità di quel genere, con persone appartenenti a simili categorie: vedeva in esse dei condannati ad una pena eterna, ad un’invisibile prigione edificata su preconcetti tanto errati quanto dannosi, che avrebbero impedito di poter godere di ciò che gli dei concedevano loro nella propria generosa bontà, che avrebbero negato ogni possibilità di raggiungere il riposo dei giusti. Se, invece di rincorrere continuamente ciò che non possedevano, tutti quegli individui si fossero fermati a contemplare, ad ammirare, tutto quello che già li circondava, quanto era nelle loro vite, sicuramente avrebbero potuto essere più felici, più completi.
Heska era sempre stata una ragazza normale: nei di lei sogni, principi, convinzioni ed idee ella da sempre aveva desiderato solo la possibilità di amare il proprio compagno, costruendo accanto ad egli il proprio futuro nella serenità dell’isola di Konyso’M, la loro isola. Nulla di più e nulla di meno aveva mai pregato di ottenere agli dei: per sé e per Mab’Luk, il sostegno e l’amore di una vita intera, ella aveva immaginato una vita ricca d’amore, di quiete nella loro tranquilla casa, continuando l’arte dei loro genitori, proseguendo nel mantenimento di quelle che erano le loro attività, il loro retaggio. Fatta eccezione per la tremenda tragedia che aveva visto le loro famiglie eternamente segnate dalla prematura e violenta fine delle loro madri e di sua sorella, ella aveva infatti sempre invidiato, positivamente, con tutto il proprio cuore, la pace raggiunta da suo padre Lafra, ed, in tale ammirazione, spesso aveva invocato la grazia delle proprie divinità, la benevolenza di Vehnea e di Thare, la forza di Tyareh e di Marr’Mahew, nella speranza di poter godere di un’esistenza ad egli simile, della fortuna di un destino tanto generoso. Vasta era la stima che provava per egli, per colui dal quale aveva appreso tutto ciò che sapeva, dal quale aveva imparato a vivere come viveva e come avrebbe desiderato sempre vivere: da sempre uomo formidabile, non aveva mai permesso a nulla, soprattutto se futile, di oscurare il proprio orizzonte, affrontando con positività, con speranza, con spirito costruttivo ogni problema, in contrasto al comune agire che ritrovava le persone vittime delle sciocchezze più banali, capaci di ingigantire ogni fatto pur insignificante per trovare ragioni di insoddisfazione, di autocommiserazione, di disprezzo per il prossimo e, peggio, per se stessi. Suo padre non era mai stato così ed, anche posto di fronte all’assassinio di propria moglie e della propria figlia maggiore, egli aveva reagito con coraggio e forza, non concedendosi di distruggersi come sarebbe stato naturale accadesse di fronte a simili eventi ma, anzi, ricevendo da essi uno sprone a vivere con maggior intensità la propria esistenza, nell’amare con assoluta dedizione la figlia minore, sola famiglia rimastagli.
Heska era sempre stata una ragazza normale e proprio per la di lei normalità, per quella di lei splendida semplicità ed immensa bontà, si era ritrovata a crollare ed a veder crollare l’intero universo attorno a sé negli orrori dai quali era stata sommersa, disgrazie che avevano trovato il proprio apice nella figura del padre esposta moribonda ai suoi occhi e costretta ad assistere al suo disonore, alle violenze perpetrate contro di ella. Il volto sanguinante di Lafra era stata l’ultima immagine che la sua mente aveva accettato, prima di spegnersi di colpo, come se la notte si fosse sostituita perennemente al giorno ed ella fosse precipitata in un sonno privo di sogni: in rari sprazzi di coscienza, ella intuiva l’esistenza di un universo attorno a sé, ma immediatamente se ne allontanava con disprezzo, tornando nelle tenebre della propria mente e nell’assenza di una reale ragione utile ad abbandonarle, utile a cercare di salvarsi da quel destino privo di speranza. Impossibile fu per lei, in tale reazione, in tale nuova e disperata fase della propria vita, comprendere quante ore, giorni, mesi, se non addirittura anni, potessero essere trascorsi da momento in cui era incominciato quel suo conscio ed inconscio rifiuto per l’esistenza nel momento in cui si ritrovò ad osservare una lama dagli azzurri riflessi che in lei condusse una strana luce, nuova eppur antica allo stesso tempo. Spezzando con violenza l’oscurità in cui aveva cercato protezione, la luminosità di quella spada sembrò chiamarla a sé, come la promessa di una nuova esistenza o, forse, del ritorno alla sua esistenza, alla sua vita reale, lontana dall’assurdo incubo in cui era precipitata.

Insieme a quell’immagine, un suono, una voce umana si propose verso di ella, cercando di raggiungerla all’interno dell’assordante silenzio che le sue orecchie le concedevano di poter solo sentire: « Heska. »

Una figura femminile, una donna nuda di fronte a lei.
Una persona che impugnava quella lama e la richiamava, la invocava, cercando di trascinarla come un pesce appeso ad un amo fuori da un profondo oceano di sofferenza, di smarrimento, di oblio. Una parte di lei non voleva dare spazio a quella voce, non voleva offrire ascolto a quell’evidente carisma, temendo di poter trovare in ella nuovo dolore, nuovo patimento, nuovo desiderio di morte: un’altra parte di lei, però, spingeva verso quella straniera, verso quell’immagine guerriera, suggerendole un’apparente immotivata fiducia per ella, con l’illusione di una nuova speranza di libertà.

« Heska. » scandì con forza la guerriera, mantenendo alta la propria spada fra loro « Osserva la spada. Guarda la lama che tuo padre creò per te. »

Una lama, una spada posta davanti a sé, davanti ai propri occhi cieci.
Lucida nella propria estensione, le concedeva ricordi lontani che nella sua mente erano stati sepolti, erano stati isolati per proteggerla dal dolore: un dragone nascente dalle acque degli oceani, dalle onde in costante movimento sull’elsa, simbolo dei mari e delle sue divinità, del loro impeto indomabile, della loro forza irrefrenabile. Non era nuova quell’immagine, non era nuova la visone offertale: apparteneva a lei, era parte del proprio passato, del proprio presente, del proprio futuro, di una vita intera dalla quale era fuggita e che, da qualche parte, la stava attendendo. Quella spada era lei, era il suo animo, era il suo corpo, plasmato dalle stesse mani di suo padre nel giorno della propria nascita.
Suo padre, Lafra, fabbro di Konyso’M.

« Heska. »

Le tenebre si infransero a quel nuovo richiamo ed alla consapevolezza che quella lama le concedeva, alla forza che non avrebbe mai potuto rifiutarle. Gli occhi smarriti della giovane ritrovarono la luce perduta, la coscienza prima intrappolata nel patimento del proprio cuore, ed ancor prima che ella si potesse rendere conto dell’intero ambiente a lei circostante, ancor prima che la sua pelle comunicasse alla sua mente la sensazione di freddo e di pericolo presente all’altezza del proprio collo, ella focalizzò un riflesso nella spada davanti a sé. In quell’improvvisato specchio ella vide il proprio nemico, l’aguzzino, lo stupratore, che ancora una volta la stringeva a sé, la obbligava con il proprio abbraccio ad un contatto non voluto, disprezzato, odiato: contro di egli, istintivamente la promessa sposa scattò, liberando tutta la forza, tutta l’energia, tutta la violenza che fino a quel giorno non aveva mai saputo di avere. E la di lei nuca, con rabbia, colpì il viso di lord Sarnico, frantumandone il setto nasale. Nel suono di quella rottura, nel calore del sangue che grondò contro di lei all’impatto, nel gemito che alto si levò nell’aria vedendola sospinta in avanti, libera da quella stretta, ella gioì, con il cuore, con la mente, con l’animo e con il corpo.

venerdì 30 maggio 2008

141


S
enza lasciarsi frenare da indugi, lord Sarnico cercò di non concedere il tempo e l’occasione all’avversaria di raggiungere la propria spada, temendo sinceramente tale eventualità dopo il risultato del primo scontro con ella, nel quale aveva visto vanificato il proprio attacco e colpito violentemente il proprio viso. La posizione all’interno dell’anticamera si offriva in effetti a suo completo vantaggio, obbligando la mercenaria a superarlo per raggiungere la propria arma: il nuovo colpo che tentò, in affondo all’altezza del di lei ventre nudo, avrebbe potuto e voluto trapassarla da parte a parte, per porre fine ad ogni ulteriore conflitto. Ovviamente ciò sarebbe avvenuto se tale aggressione fosse giunta a segno ma, nuovamente, Midda si dimostrò all’altezza della propria fama, ad egli ancora ignota, evitando l’offesa con una semplice ed elegante piroetta, simile ad un passo di danza. La lama dell’avversario, così, si limitò a fendere l’aria dietro alla di lei schiena mentre ella si portava al suo fianco, ad offrirgli in risposta un colpo secco con il proprio gomito destro, scaraventandolo lontano da sé ed arrivando quasi a lussargli la propria spalla destra.

« Combatti come un bambino. » lo rimproverò ella, continuando a camminare con apparente tranquillità verso la propria arma, che a lei si proponeva in quieta attesa « Oh… scusa: scordavo che sei un bambino. »
« Come osi? » ringhiò egli, rialzandosi in piedi e trasferendo la spada nella mancina, nel provare eccessivo dolore all’articolazione della spalla lesa per poter pensare di combattere degnamente con tale arto « Ti ucciderò per questo e dopo stuprerò il tuo cadavere fino a quando i vermi non lo consumeranno! »
« Che pensieri morbosi. » commentò la donna guerriero, aggrottando appena la fronte ed allungando la propria mano sinistra verso l’elsa della spada bastarda « Devi essere veramente frustrato se l’unico modo che riesci a trovare per raggiungere il cuore di una donna è quello che passa attraverso il suo sterno. »

Tirando un violento calcio contro un poggiapiedi, il signore della magione indirizzò il medesimo in contrasto alla donna, per poi scattare a sua volta all’attacco nel mirare in tale occasione alle di lei gambe: la speranza racchiusa in una simile azione era ovviamente quella che la duplicità di bersagli rivolti all’indirizzo di ella riuscissero a concederle distrazione sufficiente per soccombere sotto i colpi della di lui lama. Se la spada dell’uomo, infatti, fosse riuscita a giungere al proprio obiettivo, ella non avrebbe più avuto possibilità di movimento, ritrovandosi completamente impotente di fronte a lui ed a qualsiasi genere di pena avrebbe potuto o voluto infliggerle.
Ciò di cui egli non aveva tenuto in considerazione in tanta affrettata e scialba tattica era l’esperienza della donna contro cui stava tentando di prevalere: Midda, guerriera temprata nel corso di innumerevoli battaglie, sopravvissuta a prove che avrebbero e che avevano visto molti valenti combattenti cedere e perire, non avrebbe potuto ritrovarsi in inferiorità nel confronto con egli neppure se fosse rimasta priva di lama. Per quanto sadico fosse, per quanta crudeltà risedesse nel suo animo e nelle sue azioni, egli era e restava un giovane aristocratico, cresciuto nel vizio ed in un’eccessiva considerazione di sé e delle proprie capacità: molto lontano, quindi, dall’essere vagamente paragonabile alla sua avversaria, a quella mercenaria alla quale nulla nella vita era stato concesso se non per merito, se non in conseguenza del caldo ed abbondante sudore della fronte.
La guerriera, pertanto, ritrovato contatto con la propria spada la sollevò quasi con eleganza dal cuscino, prima di evitare con un semplice movimento laterale il poggiapiedi lanciato contro di ella, per parare successivamente il colpo rivoltole semplicemente impostando la propria lama con la punta verso il basso e controbilanciandola appoggiando la mano destra sul pomello alla base dell’impugnatura. Quieto fragore ed una piccola fontana di scintille sancì l’incontro fra i due metalli ed il conseguente fallimento di lord Sarnico nel proprio attacco.

« Ti concedo altri nove tentativi d’offesa. » sorrise la donna, assolutamente serena « Considerala una lezione d’umiltà, ammesso che tu abbia mai sentito parlare di una simile qualità. »

Evidentemente irritato ed intimorito dalla propria nemica, l’uomo tentò una nuova e rapida sequenza di offese, levando ripetutamente la spada nel tentare colpi fendenti, dritti, rovesci ed affondi senza riuscire a superare in alcun modo la guardia della mercenaria: ella, restando praticamente immobile di fronte ad egli, si limitò a scandire con la propria lama un ritmo mortale, nell’intercettare e vanificare ogni attacco a sé rivolto.

« Otto… sette… sei… » elencò ad ogni mossa di egli, con una lieve ironia nella propria voce « Cinque… quattro… »

Solo a quel punto, temendo l’esaurirsi di quel conteggio, l’aristocratico balzò all’indietro, a cercare di creare spazio fra loro, nel naturale desiderio di ipotizzare, ora, una fuga da colei che gli si stava proponendo come l’incarnazione della morte, della sua morte: fu proprio in quell’istintivo e non controllato gesto che egli si ritrovò ad inciampare nella dolce Heska, ancora immobile nella stessa posizione in cui era stata lasciata dopo il suo ingresso in quell’anticamera. In quell’incontro, le pupille della donna per un istante si ingrandirono ad offuscare il ghiaccio delle di lei iridi, salvo successivamente comprimersi quasi a tentare di scomparire in esse. Egli non colse la disapprovazione rappresentata da quella reazione emotiva incontrollata, ma, per quanto spaventato da ciò che stava accadendo, non sprecò l’occasione che il destino sembrava volergli suggerire ed offrire, nel porre la sua schiava fra le sue braccia proprio in quel momento.: rapido, quasi frenetico, egli circondò il corpo della fanciulla con il proprio braccio mancino, portandola davanti a sé quale scudo umano ed appoggiando la lama della propria spada al di lei collo, evidentemente pronto ad ucciderla se necessario.

« Sei interessata a questa cagnetta, vero? » inveì con chiaro panico nella voce, rivolgendosi verso l’avversaria « E’ per liberarla che vieni pagata, vero? »
Midda restò assolutamente immobile di fronte a quegli eventi, evitando di offrire qualsiasi risposta a quelle domande retoriche, indicative di una mente fuori controllo e, per questo, dotata di un potenziale estremamente pericoloso.
« Ora non sei più sprezzante come prima, vero? » chiese l’uomo, scoppiando a ridere in maniera quasi folle « Credevi di essere migliore di me, ma sei solo una cagna. »
La donna mantenne il proprio silenzio, portando lo sguardo verso quello dell’ostaggio, cercando con i propri occhi azzurri quelli blu di Heska, la quale si offriva ancora tranquilla, sorridente, nonostante la lama puntata alla di lei gola, nonostante la morte incombente su di lei.
« Deponi la tua arma, cagna. » gridò egli, non comprendendo quel silenzio, tradendo il proprio nervosismo di fronte ad un’avversaria non prevista, ad uno scontro evolutosi in vie inattese « Gettala a terra… ora! »

Praticamente isolata dal resto del mondo, ignorando anche il proprio nemico, la mercenaria mantenne il contatto visivo con la promessa sposa, cercando di infrangere il velo di indifferenza presente nella di lei mente e chiaramente identificabile in quegli occhi. Aveva già incontrato, in passato, un simile stato d’animo, in conseguenza di orrori troppo grandi, troppo violenti, eccessivi per poter essere accettati da mente umana: in molte battaglie, spesso aveva trovato simili espressioni su chi, troppo giovane, si era spinto là dove non avrebbe dovuto, assistendo ad un eccesso di morte, di dolore, tale da perdere il senno, da smarrire coscienza di sé ritrovandosi simile ad un burattino vivente, privato di ogni consapevolezza. Ed anche nella fanciulla, in quel momento, la donna poteva individuare quell’estremo tentativo di difesa dall’intera esistenza, quella chiusura psicologica ed emotiva di fronte all’intero creato, l’unico modo, forse, per quelle vittime di sopravvivere, contemplando una nuova e più felice realtà, lontana da quella che li aveva piegati, dominati, distrutti.

« Heska. » esclamò con tono forte, rivolgendosi alla fanciulla e sollevando la spada davanti a sé, appena sotto alla linea ideale del proprio sguardo « Guardami, bambina. Osserva questa lama: la riconosci? Ravvisi l’opera di tuo padre in essa? »

giovedì 29 maggio 2008

140


D
opo aver attraversato diversi corridoi interni, di congiunzione fra l’edificio centrale e le sue diverse appendici, e dopo esser ascesi lungo una larga scalinata in pietra, ad inoltrarsi nella torre vecchia, i quattro giunsero all’anticamera degli alloggi privati del signore. Essa, ricavata a trenta piedi sopra la base della costruzione, si presentava come un vasto locale di ampiezza paritaria all’intero piano, riccamente adornato con morbidi tappeti e colorati arazzi: in tale luogo, solitamente, lord Sarnico si riservava il diritto di ricevere eventuali ospiti personali, suoi pari e compagni di malefatte, offrendo loro un’adeguata riservatezza pur senza permettere visione delle proprie ricchezze o della propria camera da letto, poste a livelli ancora superiori.
Giunti all’interno di tale elegante spazio, il giovane aristocratico volse lo sguardo verso Lesia, levando una mano prima di prendere parola.

« Appoggia pure qui il tuo fardello e torna indietro, attendendo il nostro ritorno sulle scale. » si espresse con tono formale ed autoritario verso il secondo in comando della Har’Krys-Mar « Il tuo servizio non è ulteriormente richiesto. »
Comportandosi in maniera perfettamente consona al proprio ruolo di valletto, il giovane attese conferma da parte di Midda prima di prestare ubbidienza ad un simile comando, mantenendo ancora saldamente la spada di ella appoggiata sul morbido cuscino che trasportava con sé.
« Puoi andare. » annuì ella, sorridendo con un’aria volutamente giuliva, quasi simile a quella di Heska « Il mio signore ed io ci tratterremo in privato. »

Solo a quel punto Lesia chinò quindi il capo in segno d’assenso, per poi appoggiare il proprio carico, con delicatezza, su un tavolino in legno lucido posto al centro della stanza: concluso in tal modo il proprio compito, secondo gli ordini ricevuti, lasciò la stanza richiudendo la soglia alle proprie spalle. Da quel momento in poi sarebbe stato compito della mercenaria condurre il resto della partita, sola contro il nobile, mentre lui avrebbe potuto spostarsi quasi indisturbato alla ricerca degli altri esuli di Konyso’M, i quali, sicuramente, dovevano essere stati rinchiusi da qualche parte nella vastità di quella residenza.

« Che Tyareh possa guidare la tua lama. » sussurrò praticamente inudibile il giovane, allontanandosi dalla compagna.

Solo dopo aver serrato la pesante porta in legno e ferro a chiusura dell’anticamera, ad impedire ulteriori disturbi, il nobile tornò a voltarsi verso la propria ospite, in tranquilla attesa dei suoi desideri: ma in quel momento, l’espressione sul di lui viso, rimasta fino ad allora smarrita nella contemplazione della femminilità offertagli tanto generosamente dalle forme di ella, cambiò completamente, acquistando una fredda lucidità non ancora dimostrata in quella serata.

« Ed ora… “cugina”… » esordì con un nuovo tono sprezzante lord Sarnico, restando immobile ad alcuni passi di distanza « Dimmi quali sono i tuoi piani e, forse, eviterai di costringermi a farti a pezzi. »
« Mmm... » sorrise ella, comprendendo in quell’attacco verbale diretto che il tempo delle farse era concluso e, sinceramente, provandone un certo sollievo « E’ stata la spada a tradirmi, vero? » domandò alzando la mano sinistra verso il volto, a liberarlo dalla maschera con immutata tranquillità.
« La mano di un mastro fabbro resta sempre riconoscibile nelle sue opere. » confermò l’uomo, sfoderando la propria lama come a sottolineare il pieno senso di quell’affermazione « Sarebbe stato un buon piano, il tuo, se non avessi fallato sui particolari. »

Senza scomporsi, Midda lasciò ricadere a terra l’ampia stola che in quella serata aveva avvolto le di lei braccia, rivelando il metallo nero dai rossi riflessi del destro ed il complesso tatuaggio di toni turchesi del mancino: nel compiere tale azione, lentamente mosse il capo verso una spalla ed, immediatamente dopo, verso quella opposta, ripetendo più volte il gesto a sciogliere la muscolatura del collo leggermente intorpidita.

« Mi dispiace essere costretto ad ucciderti. » commentò egli, osservando con attenzione i nuovi dettagli offerti alla sua vista, prima accuratamente celati al punto tale che non ne avrebbe mai potuto indovinare l’esistenza « Saresti potuta essere una compagna invidiabile… »

Ignorando apparentemente ogni parola da egli pronunciata, ella condusse le mani dietro al collo per sciogliere l’unione delle due spalline del proprio abito, liberandone così la stoffa prima tesa su di lei, come una seconda pelle, per guidarla con delicatezza verso il basso. Il di lei corpo, a quel gesto, si mostrò così nella propria integrità, meraviglioso e nudo nelle sole eccezioni concesse da un modesto perizoma a coprirne le intimità e dal prezioso girocollo ancora adagiato sopra i di lei seni: alcun pudore venne offerto da ella nel rivelarsi al giovane nobile nella propria piena generosità, con una spontanea e disarmante naturalezza, esattamente come in passato mai aveva dato prova di vergogna per il proprio fisico, non di fronte a donna, non di fronte a uomo.

« Credi forse di potermi comprare in questo modo? » domandò lord Sarnico, tradendo l’apparente freddezza che evidentemente desiderava dimostrare con un lieve ma visibile fremito del proprio corpo.
« Se fossi una meretrice potrei risponderti di sì. » rispose ella, concludendo la propria svestizione nel liberarsi anche delle scarpe e restando, in tal modo, scalza di fronte ad egli « Ma sono spiacente di comunicarti che la mia professione è quella di mercenaria e che il mio attuale incarico consiste nel restituire la libertà alla gente che hai rapito e posto in schiavitù. »
« E pensi di farlo mostrandoti nuda a me? » replicò, scuotendo appena il capo a negare tale eventualità, più per cercare di convincere se stesso che l’interlocutrice, davanti a cui stava risultando sempre più difficile mantenere il controllo.
« No. Penso di farlo uccidendoti. » corresse la donna con estrema calma, restando eretta e fiera di fronte a lui, sicura e carismatica come se il proprio corpo fosse protetto da un’armatura inviolabile piuttosto che offerto in maniera non dissimile da quello di un neonato appena partorito.
« Ma hai idea di quanto possa essere difficile combattere con due tacchi di sei pollici sotto ai piedi ed un abito soffocante a stringerti il corpo e le gambe? » domandò poi, con tono diviso fra serio e faceto « Per dovere di cronaca tengo a precisare che quel vestito mi è solo stato prestato e non intendo di certo rovinarlo, con il rischio di doverlo poi ripagare al legittimo proprietario. »

In un atavico ed istintivo timore per la sicurezza dimostrata dalla propria avversaria, lord Sarnico superò l’inibizione e l’ebbrezza concessa dalle forme di ella, tanto erotiche ed ammalianti, trovando forza e stimolo per gettarsi in avanti, levando la propria spada in aria: per quanto la sua lussuria gli stesse suggerendo di tentare di piegare anche quella donna al proprio desiderio, di costringerla ai propri abusi, alle proprie violenze fino a quando non sarebbe stata ella stessa a supplicarlo di non smettere, lo stesso raziocinio che in passato aveva condotto alla morte dei suoi genitori e dei suoi fratelli gli imponeva di non offrire alcuna pietà a quella guerriera, certo che da ella non ne avrebbe ricevuta. Una donna capace di spingersi sola e con controllo assoluto nella tana del leone come lei aveva fatto, nel violare la sua residenza, nell’attaccarlo nella sua stessa dimora, non era un nemico da sottovalutare: lasciarsi distrarre dalla di lei nudità avrebbe potuto costargli caro, più di quanto non fosse disposto a pagare.
Midda, restando assolutamente immobile nello slancio del nemico, mosse rapida e precisa il proprio braccio destro a parare la discesa della lama contro di sé, replicando a tale offesa con un pugno forte e controllato contro il volto avversario: il giovane, pertanto, venne respinto con violenza all’indietro, colto di sorpresa dalla velocità dei movimenti di ella, nel mentre in cui il suo naso esplose in un abbondante flusso di sangue che ne macchiò il volto e le vesti.

« Cagna. » sussurrò a denti stretti, prima di sputare a terra per liberarsi la bocca dal proprio sapore.
« Per te sono la signora Cagna. » sorrise ella, iniziando ad avanzare verso la propria spada, là dove Lesia l’aveva lasciata appoggiata.

mercoledì 28 maggio 2008

139


M
idda sorrise sorniona alle parole di lord Sarnico, ripensando alle giornate trascorse a pesca, con canna e lenza, quand’ancora era bambina: puntualmente lunghi erano i periodi di paziente attesa della preda ma solo l’istante in cui il pesce si presentava all’amo, iniziando ad assaporare il gusto dell’esca, era quello decisivo, l’attimo in cui la mano ferma e l’abilità del singolo sarebbe emersa nel non lasciarsi sfuggire il frutto di un’accurata pianificazione strategica, di una tattica potenzialmente vincente che mal giocata non avrebbe portato alla vittoria sperata. Nella reazione del giovane nobile ella vedeva il pesce piluccare l’esca attorno all’amo, ancora incerto fra tentare di afferrarla o lasciarla perdere: quello era il momento di agitare piano la lenza, per concedere all’ignara vittima l’illusione di poter avere la meglio, di essere al sicuro con il proprio pasto.

« Mio signore. » chinò appena lo sguardo, simulando un lieve imbarazzo di fronte a quella frase tanto ardita nei di lei riguardi « Io non merito tanta gentilezza. » aggiunse poi, dimostrando nei propri occhi evidente e palpitante malizia, in assoluto contrasto con quanto appena pronunciato.

Con aria innocente, in un movimento apparentemente casuale ma assolutamente controllato come quello di un pescatore, ella mosse delicatamente la propria mano mancina, l’unica visibile al di sotto della stoffa della larga stola, per sistemarsi un ciuffo di capelli e poi, lentamente, guidarla a ritornare al suo posto, offrendo in ciò l’occasione perfetta di intervento per il proprio interlocutore. Egli, non deludendo le aspettative, nel credere di avere raggiunto il proprio obiettivo intercettò con prontezza di riflessi e rapidità d’esecuzione il movimento di quell’arto, come se la mano di ella fosse stata diretta verso le proprie poste ad accoglierla, a fornirle un comodo e caldo appoggio in cui riposare.

« Non dire così, cugina. » sussurrò, con voce appassionata, traendo a sé la pelle delicata di ella per poterla assaporare in un bacio lascivo, portando le proprie labbra ad accarezzare le dita di ella, guidando la punta celata della propria lingua a stuzzicarne sapientemente i punti conosciuti quali più delicati e sensibili « Tu meriti molto, molto di più di quanto il destino non ti abbia concesso finora. »

Il pesce aveva abboccato e lo strattone della lenza si dimostrò in un semplice, ampio e consensivo sorriso che trasmise desiderio di complicità dalla donna alla sua preda: come contro la maggior parte dei suoi avversari, la mercenaria aveva trovato vantaggio nell’eccessiva fiducia in sé dell’aristocratico, abituato quale egli era ad ottenere sempre, in ogni modo ed, soprattutto, impunitamente ciò che stuzzicava i propri desideri, le proprie fantasie. Non riservando al resto delle donne del mondo una considerazione superiore a quella rivolta verso Heska, lord Sarnico non avrebbe potuto sospettare la trappola in cui si stava gettando con tanto ardore, con tanto sprezzo: nel vanto della propria virilità, nella volontà di dimostrarla nuovamente e pubblicamente compiendo la conquista di colei che in quel momento era nei viziosi pensieri di quasi tutti i presenti, egli non sarebbe stato in grado di immaginare che ella potesse non accettare l’onore delle proprie attenzioni. E su simili vanità, su tale debolezza, la donna guerriero non risparmiò i propri colpi migliori.

« Mio signore… » riprese ella, non ritraendo la mano da lui catturata ed, anzi, cercando un contatto maggiore con egli nel stringere delicatamente le proprie dita attorno alle sue, intrecciandosi ad esse « Prima che la serata possa proseguire e la tua attenzione possa esser distratta da altri piaceri, permettimi di offrirti dono di un futile presente. »

Lesia, cogliendo al volo l’invito implicito, si mosse ad avanzare di un passo verso la nuova coppia, chinando il capo ed offrendo in avanti la meravigliosa lama dai riflessi azzurri creata dalla sapiente mano di Lafra, al confronto della quale anche la spada da poco acquisita dal nobile e sfoggiata al di lui fianco, forgiata dalla medesima mano, risultava quasi priva di valore, di eleganza, di bellezza. Il marinaio a stento aveva trattenuto l’ilarità di fronte alla commedia offerta con maestria ed eleganza dalla mercenaria, ammirandone sinceramente la bravura nel giostrare con le emozioni e l’intelligenza, se tale si poteva definire, del giovane nobile, guidandolo come una marionetta lungo un percorso già segnato, a seguire inconsapevolmente un copione già scritto: se la di lei maestria in battaglia fosse risultata minimamente pari a quella che stava dimostrando in quel momento, di certo pochi avversari sarebbero mai stati in grado di preoccuparla.
Lord Sarnico, volgendo quindi a fatica lo sguardo verso il dono presentatogli, osservò con cura la lama ed il fine lavoro posto in essa, contemplando l’arte così rappresentata, prima di tentare di porre le proprie mani sull’elsa di un simile prezioso tesoro, ritrovandosi altresì bloccato dalla delicata ma forte stretta di lei.

« Ti prego. » sussurrò ella, avvicinandosi a lui, inebriandolo con il proprio profumo « Non qui. Non privarmi del piacere di dimostrarti personalmente le qualità di questa spada, di concederti prova della mia abilità nel maneggiarla. » aggiunse, in modo che solo egli potesse udirlo, con tono volutamente allusivo, a lasciar intendere altri desideri in quella richiesta « E’ da molto che il destino non mi permette di farlo. »

L’anfitrione, nel cogliere immediatamente il senso celato dietro a tali parole, dimostrò un momento di eccitato smarrimento, lasciando ricadere lo sguardo in maniera naturale verso l’ampia scollatura offertagli tanto generosamente da quella distanza ravvicinata, da quel contatto quasi fisico con il corpo di ella. Un movimento evidente del di lui pomo segnalò una chiara deglutizione, mentre le di lui mani fremettero in quella dell’ospite, trasmettendo senza alcuna dissimulazione tutto il desiderio che in quel momento lo stava dominando, lo stava piegando al di lei fascino, al di lei dominio.

« C-credo… » tentò di esprimersi, ritrovandosi per un momento privo di voce, strozzato dalle proprie emozioni « Credo sia tempo di ritirarci lontano da occhi indiscreti. » suggerì verso la donna.
« Sì… » annuì la mercenaria, muovendo lentamente le lunghe ciglia in assenso a tale proposta, ritraendo appena la propria mano stretta da egli e portando, come per caso in conseguenza di tale atto, le di lui estremità a posarsi fra le forme voluttuose dei propri seni.
« Voi… » esclamò l’uomo, scattando di colpo a quel contatto e voltandosi verso coloro che li circondavano, un piccolo gruppo di tirapiedi incaricati della sua sicurezza, testimoni dei fatti fino a quel momento occorsi « Restate qui ed assicuratevi che nessuno ci possa disturbare. Tu…» rivolgendosi verso Heska, prima dimenticata « Poniti al nostro seguito. »

Rapidamente, nello sprone offerto dalla forza della lussuria del giovane nobile, il compatto gruppo formatosi per suo desiderio si mosse ad abbandonare la sala del ricevimento, disinteressati quali erano ormai agli eventi della festa in corso. La promessa sposa, ancora vittima dello stato catatonico nel quale sembrava essersi perduta, aveva affiancato senza una parola il suo padrone, non mostrando alcuna reazione al di fuori di un compiacente e felice sorriso nella di lui richiesta, mantenendo del resto la medesima espressione offerta fino a quel momento.
Al loro seguito silenziosa ed immancabile era la presenza di Lesia: nel ruolo del valletto Aisel, il marinaio si ritrovava infatti implicitamente autorizzato ad aggregarsi a tale trasferimento dagli usi della nobiltà kofreyota, secondi i quali, intrisi di perbenismo, non sarebbe stato altrimenti consentito ad una donna non sposata di appartarsi in compagnia maschile senza veder per questo messi in dubbio i propri valori morali. Ovviamente, nella pratica di tale costume, la presenza di simili figure assolveva unicamente al compito di salvaguardare l’apparenza: al momento giusto, valletti ed ancelle venivano, nel migliori dei casi, posti da parte laddove non era loro richiesto, nell’eventualità peggiore, di restare come immobili spettatori dei piaceri sessuali dei propri signori, costretti poi ad un ovvio silenzio in merito agli stessi.

martedì 27 maggio 2008

138


F
ascino.
Quella parola, nel momento in cui la mercenaria si propose allo sguardo di lord Sarnico, trovò la propria più piena completezza, realizzazione, incarnazione: ella, infatti, era oltre la semplice bellezza, nella quale probabilmente la stessa Heska l’avrebbe superata, sfociando direttamente nell’essenza più profonda della femminilità, in un potere di seduzione quasi oscuro che la di lei sensualità emanava in maniera pressoché naturale, centuplicata dalle forme dell’abito indossato per quell’occasione. In realtà ella, in quel momento, non offriva nulla di più di quanto normalmente non concedesse con le proprie consuete vesti, ritrovandosi per certi versi castigata anzi nell’enorme impiego di stoffa posto a copertura delle di lei gambe, del di lei dolce ventre, e solo nella scollatura donava alla luce generose curve solitamente coperte: ma, nonostante ciò, l’aura che in tale momento la circondava risultava fuori dal comune anche per lei. Costretta, qual poi era, dai tacchi alti delle scarpe, tanto scomode nel confronto con i propri calzari fasciati, ella vedeva la propria andatura forzatamente indotta all’ancheggio, trasmettendo maggiormente, se possibile, l’eros dei propri fianchi, dei propri lombi. Nessuno sguardo, nel percorso che ella compì fino all’aristocratico, poté esimersi dall’osservarla, dal bramarla laddove maschile e dall’invidiarla quando femminile. Nessuno, fra i presenti, non poté poi evitare di odiare la maschera dorata che ne celava in larga parte il volto, che privava loro della piena visione di quella sicuramente incantevole visione: tutti avrebbero pagato a peso d’oro il privilegio di poter spingersi per un solo istante a violare quella barriera, a svelarne le piene fattezze, per scoprire a quale nome quella nobildonna, sicuramente vedova data la maturità delle sue forme, rispondesse.
Nelle menti anche dei più giovani nacque uno spontaneo desiderio di possessione per ella, tale da far dimenticare le eventuali compagne presenti ai loro fianchi: simile fu, quindi, la reazione dell’anfitrione, il protagonista di quella festa, la cui cupidigia e lussuria non poterono evitare di rivolgersi frementi e bramose verso quel’offerta così invitante. E così, ancor prima della conclusione di quel percorso a lui rivolto, lord Sarnico aveva già liberato il braccio dall’incomoda presenza della sua schiava e vittima, quasi fastidiosa in quel momento, per potersi inchinare di fronte alla misteriosa ospite.

« Mio signore. » riverì ella, mostrando un amplio sorriso « Ti ringrazio per l’immenso onore concessomi nell’essere qui presente, in questa splendida sera: che gli dei possano vegliare sulla nobile creatura che ti è al fianco e su colui che tanto l’ama. » salutò con un sincero augurio, in un gioco di parole che sfuggì ovviamente a tutti i presenti salvo a Lesia, al di lei fianco nel ruolo di valletto.
« Sono le tue parole a rendermi onore, cugina adorata. » rispose egli, risollevando il capo e salutandola come proprio pari.

Come Midda aveva previsto, egli stava dando per scontato che ella fosse effettivamente ciò che appariva, nonostante nella sua memoria non vi potessero essere tracce di una donna tanto ammaliante, eccitante quale era colei che a lui si offriva in quel momento, dato che mai prima di allora si erano incontrati. In tale situazione, del resto, sarebbe stata un’imperdonabile assenza di tatto nei di lei confronti porle questioni sulla propria identità, per quanto il giovane aristocratico stesse letteralmente impazzendo dentro di sé nel tentativo di identificarla, nel cercare di comprendere quale nome possedeva colei che non sarebbe potuta non essere sua sposa.

« La tua presenza a questa mia festa non può colmare di gioia il mio cuore. » riprese l’anfitrione, ormai dimentico dell’interno mondo attorno a loro « Ti prego, cugina, parlami della tua famiglia dato che da troppo tempo non mi sono giunte loro notizie: tuo padre gode di ottima salute come sempre, non è vero? »
La donna guerriero comprese subito il tentativo indiretto da parte del giovane di giungere alla di lei identità attraverso la ricostruzione del di lei albero genealogico e, sorridendo in cuor suo per l’innegabile divertimento di quella scena, si mostrò immediatamente crucciata in conseguenza di una simile affermazione: « Mio signore. Credevo fossi stato informato. »
L’espressione che comparve sul volto di lord Sarnico a quel punto, fu tale che per la mercenaria non risultò semplice evitare di scoppiare a ridere: « Cosa intendi, cugina? Non so nulla… »
« Il lord mio padre è venuto a mancare ormai undici mesi or sono. » scosse il capo ella, con simulata commozione e malinconia, coprendosi appena gli occhi nell’appoggiare la mano sulla propria maschera come a non voler mostrare delle lacrime inesistenti.
« Oh… questa notizia mi strazia il cuore, rendendo funesto un giorno altrimenti lieto. » commentò egli, in imbarazzo per la tremenda mancanza di tatto offerta con la propria domanda « Le mie più sincere condoglianze per la tua perdita, cugina: egli era un uomo come pochi esistono o sono esistiti in tutta Kofreya. Piango per la sua perdita. »

Mentre Midda si divertiva nel beffeggiare il proprio nemico, simile ad un gatto in gioco con il topo, il di lei compagno in quell’avventura, pur restando in silenziosa disparte come era nel proprio ruolo, cercava di catturare con il proprio sguardo quello di Heska, la quale al contrario sembrava persa in un mondo lontano: più volte i loro occhi si erano incontrati, ma da parte di ella non era giunta alcuna reazione, alcun segno di riconoscimento verso colui che pur non poteva aver già scordato. Per quanto poteva apparire a Lesia, era quasi come se ella fosse fisicamente lì ma, al tempo stesso, non avesse alcun controllo su di sé o sulle proprie azioni, forse drogata con qualche erba proveniente da levante, dal continente di Hyn: se così realmente era, inutile sarebbe stato ogni tentativo di risvegliarne la coscienza, ogni sforzo per farle intendere che, in quello stesso momento, una strategia di salvataggio per lei e per tutti i profughi di Konyso’M era in atto e che, presto, avrebbe potuto riconquistare la libertà perduta.

« Ti ringrazio per la tua partecipazione al dolore per questa incommensurabile perdita, mio signore, ma non è mia intenzione render tragica l’atmosfera in questo lieto evento. » intervenne dopo un momento di silenzio la donna, scoprendo nuovamente gli occhi per tornare a volgerli, nelle loro glaciali tonalità, verso la propria preda « Un’organizzazione impeccabile, degna di un sovrano. »
« Troppa bontà nel tuo giudizio, cugina. » sorrise egli, sempre più perso nell’estasi dei propri sensi per ella, lontano dal resto dell’universo, da chiunque altro fra i presenti.
« L’eleganza nelle decorazioni denota l’intervento di un gusto spiccatamente femminile. » continuò la mercenaria, compiendo un’ampia giravolta utile a meglio mostrarsi alla propria vittima e, formalmente, a prestare nuova attenzione al salone « Devo ipotizzare che l’incantevole fanciulla ancora non presentatami sia l’artefice di tutto questo? Tua sposa, dunque? »

Assolutamente smarrito nella contemplazione della propria ospite, il nobile si era del tutto scordato dell’esistenza della sua vittima, ritrovandosi in quella questione a domandarsi di cosa ella stesse parlando: solo dopo un lungo istante, egli riuscì a riprendersi, scuotendo il capo e voltandosi a guardare Heska per riportare alla propria memoria chi fosse e perché fosse lì.

« Lei? Oh… no. » scosse di nuovo capo quando ritrovò la coscienza perduta, esprimendo in questa occasione chiaro segno di diniego « Ella attende unicamente ad alcune esigenze personali: è una popolana, lontana dall’essere degna dell’onore riservato ai nostri pari… lontana dall’essere comparabile a te, cugina. »

lunedì 26 maggio 2008

137


S
ette giorni prima, quando anche i lividi peggiori delle violenze subite stavano iniziando a sgonfiarsi, seguendo le compagne Heska era stata condotta nuda davanti a lord Sarnico, così esposta come merce ad una fiera per essere esaminata e valutata: trattandole come oggetti, come proprietà, il giovane avrebbe dovuto decidere il prezzo minimo da accettare per ognuna di loro, studiandone a fondo le caratteristiche e prendendone in esame le potenzialità. In quell’osceno spettacolo, la promessa sposa si ritrovò ad attirare senza colpa l’attenzione del suo aguzzino ed, ancor prima di potersene rendere conto, ella fu separata dalle amiche per essere trasferita nella torre vecchia: a lei non sarebbe stata riservata la medesima sorte delle compagne, almeno per il momento, poiché fino a quando egli non si fosse stancato ella sarebbe stata destinata ad uso esclusivo e personale dei suoi piaceri, dei suoi voleri, esclusa da ogni trattativa futura. Per simili ragioni Heska avrebbe dovuto ritenersi fortunata, privilegiata rispetto alle altre: nonostante il pensiero di essere ancora toccata da quelle mani, da quelle labbra, da quel corpo, che pur non riusciva a ricordare in maniera precisa nell’orrore delle memorie della violenza di gruppo, la nauseasse, le rivoltasse lo stomaco e l’anima, facendole gridare disprezzo per la vita stessa, ella non poté permettersi di ignorare la folle idea che se solo si fosse comportata bene, se non avesse contrariato il proprio stupratore, con il tempo forse sarebbe riuscita a far riemergere una qualche traccia d’umanità dimenticata in egli e, con essa, una speranza di futuro per sé e per la propria gente. Solo quel pensiero, solo l’illusione di poter essere l’unica possibile chiave di libertà per tutti loro, le aveva dato la forza per non permettersi di cedere, per non cercare subito l’abbraccio della morte, unica fuga che era riuscita altrimenti ad immaginare per evadere da quella gabbia dorata.
Cinque giorni prima, laddove anche i segni più visibili delle violenze subite avevano lasciato il di lei corpo, lord Sarnico aveva ritenuto possibile giacere ancora al suo fianco, altrimenti offeso all’idea di concedersi ad una prostituta qualsiasi che altri avevano tanto evidentemente violato in precedenza. In tale occasione, per quanto lo stupro non fosse stato diverso dalla volta precedente, egli le aveva offerto meno ferocia, evitando di colpirla, di marcarne nuovamente la pelle con vergognosi lividi: la sua mente, probabilmente, era già rivolta al futuro, al momento in cui avrebbe potuto far sfoggio della bellezza di quell’acquisto durante i festeggiamenti per l’anniversario della propria nascita. Heska, figlia dei mari, subì freddamente la violenza, trattenendo le lacrime ed il dolore, la rabbia ed il disgusto: nel suo cuore sentiva crescere un sentimento di autodistruzione verso se stessa per ciò che stava subendo, ma al tempo stesso un desiderio di morte per il suo aguzzino il quale, senza una parola se non di insulto, abusava del suo corpo per il proprio piacere, riuscendo a trovare godimento in quell’unione che tale non era, in quella sessualità contro ogni naturale e divino volere. Osservando gli occhi bruni del suo nemico studiarla con bramosia, avrebbe voluto insinuare le proprie intere mani nelle di lui orbite oculari, strappandone i bulbi fin dal nervo e cacciandoglieli poi in bocca ed in gola così come egli la violava nella propria lussuria: in tali pensieri, in simili desideri, ella si spaventava e pur, al tempo stesso, si esaltava, votandosi alla dea Marr’Mahew nel pregarla di concederle quanto prima una simile possibilità. Impulsivi, ovviamente, restavano i momenti di tanta ardente reazione in lei, laddove nel rendersi conto che mai tale occasione le si sarebbe offerta, la desolazione e la disperazione tornavano ad essere le uniche emozioni dominanti.
Solo ventiquattro ore prima egli aveva espresso il desiderio di poterla esibire, simile ad un trofeo, durante l’imminente festa: le avrebbe fatto dono di abiti e gioielli adatti per l’occasione ed ella avrebbe dovuto gioirne, mostrandosi ardente ed entusiasta per lui davanti a tutti, a dimostrazione del proprio potere, della propria forza, della propria mascolinità. Ma se pur il corpo poteva essere facilmente sottomesso, il cuore, la mente e l’animo sofferenti di Heska non avrebbero potuto accettare di subire tanto, di rinnegare tutto il male che stava subendo nel concedersi giuliva agli ospiti del suo stupratore: per quanto egli la nominasse tale, ella non si sentiva una prostituta, non godeva del ruolo di meretrice a cui era stata ingiustamente condannata, e mai avrebbe potuto sorridere nel mostrarsi in sì pur magnifiche vesti in pubblico al di lui fianco. Il proprio ultimo sorriso era stato nel giorno del suo matrimonio, l’ultimo giorno della sua stessa vita per quanto le concerneva: al di fuori di esso, lontana da Mab’Luk a cui forse mai avrebbe avuto forza di ripresentarsi, nessuna gioia, neppur simulata, sarebbe potuta essere offerta, neanche sotto la minaccia di ripercussioni verso gli altri prigionieri. La giovane promessa sposa, nonostante l’evidente ira offertale dall’aristocratico, era riuscita in un primo momento a restare salda nella propria idea, nel proprio principio: egli l’aveva nuovamente violentata, trattenendo a stento la ferocia, ma questo non era valso a darle ragione di gioia ma, anzi, le aveva solo concesso nuovo sprone in quella piccola battaglia che non voleva perdere per non smarrire definitivamente se stessa e la propria anima.
Un’ora prima, posta nuda in ginocchio davanti a lord Sarnico nell’essere costretta a subirne nuovamente gli abusi, ella aveva gridato il proprio orrore infinito nel ritrovarsi di fronte la figura del padre, imprigionato in una pesante gogna di ferro e legno, con il viso grondante sangue ed il corpo segnato dai segni della frusta che ne avevano lacerato le vesti e le carni. Il ritrovare l’amato padre in tali condizioni, posto ad osservare la vergogna delle violenze inflitte a lei, sua unica figlia, era stato troppo per il di lei fragile cuore, per la di lei mente provata da eccessivo dolore, da troppa pena. L’animo che tanto aveva cercato di difendere, in quel momento, le venne strappato dal corpo con freddezza disumana, lasciandola rantolante a terra, non più simile a donna ma solo ad ombra di ciò che era stata un tempo.
Non Heska, pertanto, era la figura che agli occhi stupiti di Midda e Lesia appariva in quella festa sorridente e stupenda accanto a lord Sarnico, proprio carnefice, ma la di lei ombra, lo spettro di ciò che era stata, non più viva ma neppure morta, tanto che probabilmente non sarebbe sfigurata accanto agli zombie della palude maledetta di Grykoo. Gli occhi di ella, blu come il mare più profondo, celavano dietro all’apparente splendore un animo spento, una vitalità pari o inferiore a quella dei graniti e dei marmi che componevano il suolo e parte delle pareti di quell’edificio: come una marionetta, ella ubbidiva semplicemente ai comandi che riceveva, concedendo in quella maschera psicologica dietro la maschera fisica l’illusione di una ragazza allegra, felice, realizzata, a cui la fortuna aveva arriso nel farle incontrare il proprio destino nella figura del suo nobile protettore, in quel pigmalione generoso e cortese che l’aveva fatta uscire da una vita disperata per donarle le chiavi di un regno d’oro lucente.

« Non posso credere a ciò che appare. » commentò il secondo in comando della Har’Krys-Mar, rivolgendosi alla mercenaria con tono di voce tanto contenuto dall’essere udibile praticamente solo ad ella.
« Ed è giusto che tu non vi creda. » rispose lei, ad egual volume, offrendo poi un largo sorriso ad un paio di nobili che volsero a lei i propri saluti « In questa città sostanza ed aspetto si collocano su piani estremamente diversi, se non antitetici. »

Lesia annuì a tali parole, non potendo evitare di pensare a come il loro buon capitano entro quelle mura era stata considerata un pirata mentre un delinquente macchiatosi della morte della propria intera famiglia si offriva ad uno dei ruoli maggiori dell’elite locale. Con quel lieve cenno del capo, pertanto, comunicò alla compagna di aver intuito il senso della di lei constatazione, nell’inutilità di ogni giudizio basato sull’apparenza di quel momento: del resto, non era difficile ipotizzare una connessione fra la scomparsa di Lafra e quanto stava accadendo, nella possibile costrizione imposta ad Heska da parte di lord Sarnico.
La presenza della giovane bionda, comunque, non poté evitare di porre maggiormente in allerta i sensi del marinaio, il quale iniziò a scandagliare con lo sguardo la sala, nei limiti dei travestimenti lì presenti, alla ricerca di altre eventuali esuli di Konyso’M, che al pari della promessa sposa sarebbero potute essere state costrette a quella che ogni istante assumeva sempre più la forma di una grottesca parodia di festa più che di una reale celebrazione.

« Vieni, Aisel. » invitò Midda, con tono formale, iniziando a muoversi con passo sicuro ed un lieve ancheggiare alla volta della coppia patronale « Andiamo a rendere omaggio al nostro anfitrione: sono proprio curiosa di comprendere entro quali limiti sia sensibile all’influenza del fascino femminile. »

domenica 25 maggio 2008

136


V
enti giorni prima, ammesso che la sua mente le stesse concedendo ancora un barlume di mnemonica chiarezza, ella aveva creduto di aver raggiunto l’apice più elevato della meravigliosa parabola chiamata vita. Davanti ad Heska, infatti, era stato l’amato Mab’Luk, splendido in abiti porpora a lei offerto con il cuore in mano nella benedizione del dio Thare, i cui rossi fiori risplendevano meravigliosi sul di lui capo, intensi come la passione più irrefrenabile, l’amore indescrivibile che li rendeva un solo corpo, una sola mente, un solo cuore ed un solo animo da sempre. Avrebbe dovuto essere il giorno del loro matrimonio ed, offerta alla dea Vehnea quale si era ritrovata ad essere, ella avrebbe anche potuto morire in quello stesso istante e sarebbe rimasta comunque gaudiosa, perché nell’unione che stava per trovare il proprio coronamento, la propria ufficializzazione davanti a Konyso’M ed al mondo intero, la di lei esistenza aveva trovato completamento, aveva raggiunto una pienezza tale da non poter conoscere eguali. Ripensando a tali istanti, in effetti, la giovane promessa sposa non poteva evitare il rimpianto di non essere realmente deceduta in quel lieto istante, conservando per l’eternità nel proprio animo immortale la gioia che le era stata propria e che, probabilmente, mai sarebbe a lei ritornata. Negli stessi momenti in cui ella avrebbe dovuto pronunciare la propria promessa al marito, un tremendo annuncio aveva infranto lo stupendo sogno troppo brevemente concesso, vedendola così strappata al proprio piccolo mondo per ritrovarsi trascinata negli eventi, marionetta di un fato che non sentiva di meritare ma al quale non le era stato concesso modo di opporsi.
Diciassette giorni prima, a bordo della Har’Krys-Mar, Heska aveva incontrato nuovamente le bianche torri di Kirsnya, illudendosi di poter vedere in esse la speranza di un futuro, la gioia di un avvenire libero da ogni male. Insieme al padre aveva già conosciuto quelle forme, quel paesaggio, ed aveva ingenuamente creduto di aver acquisito familiarità con esso: non le era stato concesso di comprendere come presto, però, sarebbe stata violentemente gettata di fronte alle conseguenze di quel proprio madornale errore di valutazione. Al momento del loro sbarco, infatti, ancora molte erano state le chimere che, mostrandosi incredibilmente belle ed attraenti, l’avevano distolta dalla pericolosità della cruda realtà: il pregiudizio verso il quale il buon capitano Cor-El aveva espresso preoccupazione, l’astio innato ed immotivato verso lo straniero che quella donna aveva paventato da parte degli abitanti del continente, non le era risultato tale ed, al contrario, le reazioni della capitaneria di porto, seppur severe, erano apparse come giuste al suo sguardo. Per quanto ella fosse nata e cresciuta lontano dalla civiltà kofreyota, non si era giudicata tanto sciocca da non prevedere, da non poter comprendere un minimo di desiderio di controllo, un’accettabile reazione di prudenza da parte dei guardiani di quella città, coloro che avrebbero dovuto quotidianamente proteggerla dai mille pericoli che il mare avrebbe potuto loro offrire, ad evitare, per esempio, che altre giovani come ella potessero vedere i propri sogni infranti dall’arrivo dei pirati. All’arrivo in porto, la fanciulla si era così proposta ancora sinceramente convinta della buona fede dei loro ospiti, di coloro che, secondo la sua opinione, avrebbero offerto premura e cortesia nei loro riguardi fino al momento della necessaria nuova partenza.
Quindici giorni prima, ogni sogno, ogni illusione, ogni speranza avevano finalmente trovato inevitabile conclusione nell’istante in cui un giovane uomo, un aristocratico, era stato informato della loro presenza in città ed aveva voluto conoscerli, incontrarli. Nei di lui occhi, Heska aveva tremato, aveva sentito la propria pelle incresparsi come di fronte al peggiore degli orrori, all’abisso più profondo: per quanto fosse praticamente un di lei coetaneo, ella aveva scorto in egli l’animo più oscuro che avesse mai incontrato, dominato dalle tenebre dell’egoismo, della lussuria, della violenza. Nonostante quella che in lei poteva essere identificata come ingenuità, aveva immediatamente compreso come al di lui sguardo essi non fossero stati considerati quali esseri umani, persone senzienti dotate di libertà decisionale o di un qualche diritto: erano immediatamente stati valutati come oggetti, proprietà prive di desideri e sogni, che egli avrebbe potuto acquisire, controllare, dominare. Ed il capitano Cor-El, unica possibilità per loro di opporsi ad un tale ignobile fato, fu immediatamente imprigionata quale la peggiore delle criminali per permettere l’attuazione di tale piano: ella, che tanto generosamente aveva rischiato la propria vita, il proprio equipaggio e la propria nave per la salvezza della gente di Konyso’M, stava venendo in quel modo tanto indegnamente ricompensata. Purtroppo, però, né ad Heska né ad alcun altro esule giunto fino a quel porto a bordo del veliero, fu concessa la possibilità di compiangere la perdita di un’alleata, di un’amica tanto importante, tanto carismatica, tanto buona: nel mentre in cui il comandante della Har’Krys-Mar venne condotta alle carceri, infatti, tutti loro furono costretti a sbarcare, lasciando l’unico legame che avevano con la propria casa, la propria terra per essere trasferiti ad un nuovo luogo, predisposto nei desideri di lord Sarnico alla loro accoglienza.
Tredici giorni prima, dopo quarantotto ore trascorse in un’oscura prigione scavata sotto la residenza del nobile, privati di luce, cibo ed acqua, tutte le giovani fra i quindici ed i venticinque anni presenti nel gruppo di esuli vennero isolate dagli altri per essere poste di fronte ad una crudele alternativa: da un lato esse avrebbero potuto accettare di ubbidire senza opporre dinieghi ad ogni desiderio del loro proprietario, dall’altro avrebbero guadagnato il diritto a morire e veder morire di stenti tutti i loro concittadini lì intrappolati, anziane e bambini compresi. Quella sera stessa, Heska e le proprie compagne accettarono con coraggio privo di eguali l’orrore più grande, venendo ripetutamente stuprate da lord Sarnico e da un gruppo di altri giovani suoi pari nel corso di una festa privata a base di forti alcolici: private di ogni umana considerazione, bloccate sotto la minaccia della fine a cui avrebbero condannato tutti i loro cari in caso di rifiuto o ribellione, esse furono trattate come oggetti di piacere e di sfogo, non ricevendo alcun genere di delicatezza, alcun conforto. Al contrario, esse si ritrovarono ad essere violentemente picchiate, abusate in modalità prima di allora inconcepibili nelle loro menti, da parte di uomini che in quei gesti, in quella disgustosa carnalità lontana dal poter essere definita sessualità, cercavano di dimostrare la propria virilità, il proprio potere maschile: per tre giorni, per settantadue interminabili ore, le porte dell’enorme camera in cui fu consumato quell’abominio, restarono serrate attorno a loro e quando gli aguzzini se ne andarono, ridendo e ripromettendosi quanto prima nuovi simili momenti, le giovani donne vennero lasciate a terra, sporche e sanguinanti, come bambole prive di vita e di importanza, consapevoli che probabilmente neppure nella morte avrebbero trovato pace dai ricordi di quegli eventi.
Nove giorni prima, lord Sarnico aveva mutato la propria idea, non ritenendosi più soddisfatto da quanto accaduto: il divertimento orgiastico da lui ricercato lo aveva presto lasciato annoiato e le proteste dei suoi compagni di violenza non erano valse a permettere ripetere quanto era già stato perpetrato. Nuove idee si erano, infatti, già affollate nella sua mente per il destino delle ragazze di Konyso’M, rinchiuse nella torre nuova: così giovani, così innocenti, così sottomesse ad ogni suoi desiderio, sarebbero state una fonte di enorme potere per lui, se utilizzate nel modo migliore. Il destino, per come egli probabilmente lo aveva interpretato, gli aveva offerto una vera miniera d’oro e, purtroppo, Heska e le sue compagne ne erano il giacimento: sarebbero così state condannate per il resto della propria esistenza alla prostituzione, per accompagnare, per compiacere chiunque il loro padrone avrebbe desiderato, vendute per una notte, per una settimana, per un mese o per il tempo che sarebbe stato richiesto, necessario, passate di mano in mano come bestie da soma, senza alcuna speranza di pace o di libertà, facendo fruttare al giovane aristocratico non solo oro, ma anche favori, concessioni, privilegi. Tale annuncio era stato loro concesso in quella funesta giornata ed alla flebile opposizione che avevano tentato in reazione ad esso, egli aveva reagito con immediata freddezza, impartendo l’ordine di non concedere cibo ed acqua per le successive quarantotto ore ai prigionieri nelle segrete del palazzo: nessuna intemperanza sarebbe stata accettata e solo da esse e dalla loro fedeltà al nobile sarebbe dipesa la possibilità di sopravvivenza degli altri.

sabato 24 maggio 2008

135


« D
ovremmo essere anche noi con lei. » protestò a denti stretti Mab’Luk, trattenendosi a stento accanto al capitano della Har’Krys-Mar « Come puoi pensare che io resti qui ad aspettare come se niente fosse dopo la scomparsa di mio padre all’interno di quelle mura? »

A distanza di sicurezza dalla dimora di lord Sarnico, i due erano nascosti nel seguire, almeno dall’esterno, l’evolversi della situazione secondo le disposizioni della stessa mercenaria. Il giovane, del resto, avrebbe offerto all’anfitrione un viso già noto che sarebbe immediatamente risaltato fra i presenti non mancando di destare sospetti: la donna, a sua volta, avrebbe potuto attirare su di sé l’attenzione delle guardie laddove almeno un volto, di un servitore o un’ancella, sarebbe dovuto restare privo di maschera a concedere una parvenza di normalità all’ingresso in scena di Midda in quella festa appena iniziata. La scelta, pertanto, era ricaduta in maniera quasi naturale sul secondo in comando di Cor-El, Lesia, un giovane valoroso, dotato di un’intelligenza estremamente vivace e di una buona dose di creatività, utile ad uscire anche dalle situazioni peggiori: probabilmente sarebbe stato più sicuro, per tutti, ricorrere ad un altro elemento dell’equipaggio della nave, qualcuno verso il quale, magari, le guardie cittadine potessero offrire meno attenzioni. Ma compiendo un simile ragionamento, anche la presenza della stessa donna guerriero sarebbe dovuta essere posta in discussione e con essa l’intera operazione: una missione come quella, a tutti gli effetti, non poteva evitare di prendere in considerazione una certa percentuale di rischio e Lesia, fra tutti, risultava agli occhi del suo capitano come il migliore per una simile situazione.

« So che temi per la vita di Lafra, ma non possiamo permetterci colpi di testa proprio ora. » lo rimproverò con tono serio Cor-El, per tenerlo a bada « Vedrai che se egli è ancora vivo sarà presto liberato ed, in caso contrario, sarà presto vendicato. »
« Non posso pensare che anch’egli sia morto. » digrignò i denti il giovane, scuotendo il capo « Non me lo potrei mai perdonare, non riuscirei più a rivolgere lo sguardo verso Heska in una simile eventualità: avrei dovuto portare io la spada da quel figlio d’uno squalo… sarebbe dovuto essere il mio compito, non il suo! »
« Chetati, Mab’Luk. » lo invitò la donna, posando una mano sul di lui braccio « Lord Sarnico potrà essere feccia, ma non è di certo uno sciocco né, ritengo, un assassino. Non laddove non abbia un tornaconto nell’esserlo, per lo meno: l’uccisione di Lafra quale vantaggio gli avrebbe concesso? »
« Per quanto io ne possa sapere, potrebbe semplicemente non aver voluto accettare il prezzo richiesto per la spada acquistata. » replicò l’altro, rendendosi però conto da solo dell’assurdità di una simile risposta.

Il fabbro di Konyso’M, secondo gli accordi presi con Mab’Luk, avrebbe dovuto raggiungerlo al luogo dell’incontro con la Figlia di Marr’Mahew subito dopo la consegna della lama al giovane nobile: purtroppo così non era accaduto e l’anziano uomo non aveva mostrato il proprio viso nel lungo periodo di attesa che li aveva visti coinvolti fino al momento in cui l’evidenza dei fatti non era risultata trasparente. Le ipotesi sulle ragioni di quell’assenza si sarebbero potute sprecare, ma perdere la testa nel cercare una risposta o, peggio, in un preventivo desiderio di vendetta, non avrebbe aiutato nessuno: non di certo la gente dell’isola tenuta prigioniera in quella città e, forse, in quella stessa casa, non la mercenaria, incaricata di liberarli e riportarli a casa, seriamente intenzionata ad assolvere a tale compito con tutto il proprio impegno e con evidente ardimento di fronte ai pericoli che le si sarebbero di certo riposti davanti. In effetti, al di là della propria legittima preoccupazione per il padre, il giovane promesso sposo faticava a rendersi conto di quanto coraggio, o forse incoscienza, poteva richiedere un’azione come quella che Midda stava compiendo per loro e per le loro famiglie: cercata, braccata quale era dall’intero corpo di guardia cittadino, ella aveva deciso di avanzare a testa alta e sotto lo sguardo di tutti all’interno dei possedimenti del loro avversario, nella tana del predatore.

« Dobbiamo attendere il segnale. » ribadì Cor-El, con freddezza nella voce, non abituata ad aver a che fare con discussioni tanto animate nei confronti di propri ordini e forse dimentica per un istante di non essersi rivolta ad un membro del proprio equipaggio « E lo attenderemo. »
« Sì. » acconsentì infine egli, lasciandosi andare in un lieve sospiro e volgendo il capo ora alle due alte torri, che sopra di loro sembravano volersi ergere a rappresentanza del potere nemico.

Lo sguardo del giovane indugiò a lungo su quelle due alte costruzioni, domandandosi interiormente se da qualche parte, in esse, fosse celata la sua compagna, fosse nascosta colei con cui sola avrebbe desiderato condividere la propria esistenza, fino all’ultimo dei suoi giorni: più volte ormai si era fatto ripetere dal capitano della nave su cui l’aveva vista partire, allontanarsi da lui e dal pericolo rappresentato dai pirati, la cronaca degli eventi occorsi dopo quell’infausto momento, della comparsa in scena di lord Sarnico e del suo interessamento a tutti gli esuli, partendo dalle giovani donne lì presenti. Ormai quei fatti erano così chiaramente focalizzati nella sua mente da sentirli come appartenenti a sé, alla propria memoria, quasi vissuti in prima persona e non quale semplice ascoltatore, spettatore esterno e lontano nel tempo e nello spazio. Quella notte, in grazia di Vehnea e Thare, egli avrebbe finalmente potuto riabbracciare la donna amata, stringerla di nuovo al proprio cuore ed invocarne il perdono per tutto ciò che con la sua assenza aveva permesso potesse accaderle.
Ciò che Mab’Luk non avrebbe mai potuto immaginare era che uno sguardo diverso dal suo, in quello stesso momento, aveva incrociato le forme delicate e stupende della giovane Heska, dai lunghi capelli scintillanti come il sole allo zenit, dai profondi occhi blu simili alle profondità imperscrutabili dei mari, ritrovandola nell’ultimo posto in tutto il mondo in cui si sarebbe mai atteso di poterla vedere, di poterla incontrare.

« Mia signora. » richiamò Lesia, sottovoce ma con tono formale, l’attenzione di Midda a sé, restandole al fianco eppur leggermente a lei arretrato, a dimostrare agli occhi di tutti una disparità di ceto e ruolo sociale.
« Esprimiti, Aisel. » lo invitò ella, con eguale discrezione e voce spontaneamente sensuale in quel tono contenuto, rivolgendosi ad egli con il nome precedentemente stabilito « Qualcosa turba i tuoi pensieri? »
« Lo spettro dell’incognito destino sempre in agguato a contrastare i desideri e le speranze dei comuni mortali, mia signora. » rispose a quel punto il giovane.

Gli occhi attenti della mercenaria si mossero a cogliere in esame ogni elemento a lei offerto nell’ambiente circostante, in una caos privo di ogni possibilità di controllo rappresentata da troppi abiti, troppi colori, troppe maschere, troppi invitati sciamanti come mosche attorno ad una carcassa in putrefazione: ella mai aveva avuto modo di incontrare lord Sarnico, ma nonostante fossero tanti i nobili di Kirsnya lì affollati, si poté ritenere abbastanza sicura della propria selezione, individuando il giovane signore al centro delle attenzioni di ogni ospite attorno a lui orbitante, vestito in sfarzose vesti e sfoggiante, al proprio fianco, una spada di splendida manifattura che non ebbe difficoltà a riconoscere quale opera di Lafra. Ma altro, sempre creazione dell’anziano fabbro, era sfoggiato accanto al padrone di casa, protagonista di quella festa, mostrandosi sorridente ed avvolta in un magnifico abito dorato che la concedeva quasi simile a regina, intonato ai lunghi e lisci capelli che dal suo capo ridiscendevano fino a metà schiena: anche in questo caso, pur non avendo mai avuto il piacere di incontrare Heska, la promessa sposa, e pur non potendone vedere il viso coperto in larga parte da una maschera non diversa dalla propria, ella non pose dubbi sulla di lei identità ed identificazione in quel contesto, storcendo appena le labbra verso il basso per quella sorpresa tutt’altro che prevista o gradita.

« Purtroppo credo di aver inteso, mio fidato compagno. » commentò con tono grave verso Lesia, nell’osservare nuovamente la scena a lei offerta quasi cercasse indizi di non veridicità in ciò di cui si stava ritrovando ad essere spettatrice « Per Thyres… »

venerdì 23 maggio 2008

134


L
a residenza di lord Sarnico si proponeva come perfettamente rappresentativa del potere politico, sociale, economico del suo signore in Kirsnya. Sita nella periferia settentrionale della città, quasi a ridosso delle alte mura esterne, essa era composta da un organicità di ben cinque edifici, nella quale si contavano due alte torri, un corpo centrale e due edificazioni accessorie quasi distaccate dal corpo centrale.
L’innalzamento delle torri risaliva a tre generazioni precedenti all’attuale proprietario, quando il nonno del nonno di lord Sarnico aveva visto sua moglie porre alla luce una coppia di gemelli: nel timore che essi potessero combattere per il diritto all’eredità, egli aveva saggiamente deciso di modificare la struttura originale del complesso, la quale prevedeva una sola torre a base ottagonale, per erigerne una seconda totalmente similare, al fine di offrire ai figli la speranza di continuare a vivere, al momento della propria morte, nella stessa perfetta armonia in cui erano nati. Purtroppo una violenta epidemia aveva strappato alla vita i due fratelli quand’essi erano ancora bambini, uccidendone in tale tragedia anche la madre e rendendo del tutto vani i lavori quasi conclusi per l’edificazione della nuova costruzione. Successivamente al superamento del lutto per la morte della prima moglie, il signore dell’epoca era riuscito a convolare a nuove nozze, offrendo successivamente al mondo un terzo figlio: questi, il padre del nonno di lord Sarnico, si era così ritrovato erede e padrone della nuova struttura, da quel momento considerata parte integrante della dimora fino ai giorni attualmente in corso. Nella torre antica, come da tradizione, era la stanza del signore vivente, posta al culmine più alto dell’edificio, affidando ai piani inferiori il compito di ospitare tesori e collezioni appartenenti alla famiglia, accumulati nel corso del tempo e delle generazioni: la torre nuova, al contrario, si proponeva come destinata ad ospitare i nuovi nati ed, in questo, l’attuale signore non aveva previsto di utilizzarla per ancora lungo tempo.
Il corpo centrale, posto fra le due torri, si erigeva su due diversi piani, ospitando le sale comuni e gli ambienti domestici propriamente detti, quali cucine, bagni e dispense, per riservare poi un ampio e sopraelevato spazio al salone dei ricevimenti, il medesimo in cui sarebbero stati celebrati i festeggiamenti per la ricorrenza della nascita dell’anfitrione. Tale struttura vedeva la propria base edificata completamente in pietra chiara, con forme geometriche tipiche dell’architettura kofreyota non diversamente dalle torri, presentando nello stile della città di Kirsnya il proprio ultimo piano ed il tetto completamente in legno scuro. Simili ad essa erano le due costruzioni accessorie, infine, dedicate una al mare e l’altra alla terra, nell’offrire una vera e propria carpenteria navale da un lato, con tanto di molo privato, e vaste stalle dall’altro, così da garantire la possibilità di movimento immediato in qualsiasi direzione per gli abitanti del complesso. Ma se da un lato l’edificio offerto all’infinito azzurro era stato realizzato con una vasta predominanza di legno in contrasto ad una minima presenza di pietra unicamente nelle fondamenta e nelle colonne portanti, l’altro si proponeva ad esso complementare, con una larga maggioranza di pietra ed una minima parte in legno, limitata unicamente al tetto.

In siffatto paesaggio, conformato da mente mortale ad immagine e somiglianza dell’idea di sé che egli desiderava offrire ai propri simili come sempre risultavano essere le opere umane, la quasi totalità della nobiltà cittadina si riunì al calare del sole, per poter onorare in quella ciclica ricorrenza il miracolo chiamato vita. Abiti di ogni colore e foggia si mostravano affollandosi nell’ingresso alla magione, mascherandosi in un ricco gioco di gioielli ed ornamenti come espresso nei desideri dei lord Sarnico, rendendo in ciò vane eventuali possibilità di controllo da parte di guardie: in effetti, quella del giovane nobile non era stata imprudenza, laddove alcuna necessità di paranoia esisteva entro le mura della capitale per egli o per i suoi simili. Tale era Kirsnya, città ricca, fiorente, piena di vita e di benessere, contraria eppur simile, quasi come in uno specchio, a Kriarya, città del peccato, i cui unici abitanti erano ladri, assassini, mercenari e meretrici: in quei confini mai si avrebbe avuta ragione di temere danno, soprattutto in occasione di una simile festa mondana. Ovviamente una presenza di guardie cittadine e personali, seppur minima e puramente formale, era comunque stata organizzata e prevista, ma ciò non turbò in alcun modo i piani che la Figlia di Marr’Mahew aveva organizzato per quella serata.
Ai piedi della stupenda e misteriosa figura, offerta ai presenti di quella serata di gala, erano due eleganti e morbide scarpette, in tessuto rosso vellutato, leggermente appuntite nelle estremità anteriori e sollevate con un alto tacco sul versante opposto, ad intrecciarsi attorno alle caviglie grazie ad numerosi lacci dorati. Sopra di essi, l’orlo inferiore di una lunga gonna, terminazione di un elegante abito nato all’altezza delle spalle, si presentava decorato in un sapiente lavoro artigianale di incredibili merletti neri e dorati, composti in una trama tale da confondersi con un similare ricamo ordito sulla stessa stoffa, rendendone la superficie indubbiamente raffinata e preziosa fino all’altezza delle ginocchia. Non ampia e setosa era tale gonna, ma quasi stretta attorno alle gambe dove, specialmente nella metà superiore, delineava perfettamente sotto il proprio tessuto color bordeaux la conformazione dei fianchi maturi e delle loro curve ricche, sensuali e femminili. Al di sopra di tale limite, stretta alla vita e priva di interruzioni la stoffa risaliva attillata sull’addome, ricoprendosi ancora una volta di intrecci artistici di ricami neri e dorati, disegnando in tal modo forme nelle quali si sarebbe potuto osservare qualsiasi scenario pur senza individuarne uno preciso: tale decorazione si presentava in tal modo fino i seni generosi e prorompenti, dove la stoffa tornava ad essere puramente rossa e si conformava in due coppe divise da una generosa scollatura, per poi risalire lungo le spalle e concludersi in un delicato legame dietro al lungo e tornito collo di ella. Totalmente scoperta, così, era lasciata la schiena, liscia e sinuosa nella propria chiara pelle vellutata, concessa attraverso una profonda apertura triangolare che solo in prossimità delle forme dei di lei glutei trovava il proprio apice. A proteggere tale epidermide troppo offerta alla frescura ed all’umidità della sera, al pari delle spalle totalmente nude lasciate scoperte quali erano dalla stoffa dell’abito, era un amplio scialle, in pesante velluto rosso vermiglio ornato oro lungo i bordi: sul lato destro del di lei corpo esso si avvolgeva attorno al braccio, mentre sull’altro versante solo la mano mancina si concedeva libera, con pelle chiara e perfetta, quasi pallida nel proprio candore. Con una simile ed elegante astuzia, pertanto, era lasciata totalmente celata la metallica natura di uno dei suoi arti ed i tatuaggi e la muscolatura atletica dell’altro, che ne avrebbero altrimenti permesso un’immediata identificazione. Coloro che fossero riusciti a sollevare lo sguardo al di sopra di tale sensuale e conturbante visione, in un misto di forme coperte eppur svelate, curve tanto femminili che anche nell’animo più casto avrebbero suscitato pensieri osceni, avrebbero incontrato due gemme azzurro ghiaccio ad osservarli, al confronto delle quali anche il ricco girocollo in oro e corallo, delicatamente appoggiato sulla scollatura di ella, fra i seni tondi ed alti, sarebbe apparso quale semplice bigiotteria priva di fascino: tali incredibili occhi, insieme a due carnose labbra rese color rubino da una mano sapiente di trucco, erano tutto ciò che del viso di ella risultava concesso attraverso una maschera dorata, abilmente posta a copertura della di lei cicatrice altrimenti troppo evidente su tale affascinante volto, circondato da folti e lucenti capelli corvini.
Accanto all’incredibile figura rappresentata da Midda, Lesia si offriva vestito a sua volta in abiti che evidentemente non gli appartenevano ma che risultavano utile a farlo apparire quale il di lei naturale valletto, con un completo modesto ma elegante in tonalità rosse simili a quelle della sua presunta padrona. Nessuna reale nobildonna, soprattutto se nubile o vedova quale evidentemente ella si voleva concedere nel presentarsi senza la compagnia di un compagno suo pari, si sarebbe mai mostrata ad un ricevimento senza un adeguato, seppur minimo, seguito di servitù, utile a rispondere ai di lei desideri ed a compiere eventuali sforzi che ella avrebbe potuto necessitare di compiere e che, in caso consueto, non sarebbe mai riuscita altrimenti a fare. Fra le braccia del giovane, in un simile contesto, si offriva risplendente su un morbido cuscino la lama dagli azzurri riflessi della mercenaria, quasi essa fosse un dono, sicuramente più che prezioso, destinato al festeggiato.
Se alla comparsa della donna misteriosa e del suo rosso valletto, discesi da una carrozza presa a noleggio unicamente per quell’ingresso in scena, ogni sguardo si rivolse verso di loro, nessuno fra i presenti, guardie o nobili che essi fossero, osò avvicinarsi ad ella o bloccarne il passaggio nel di lei cammino verso l’ingresso principale della residenza di lord Sarnico, quasi un simile gesto fosse assimilabile a blasfemia nella divina beltà di simile presenza.

« La partita ha inizio. » sussurrò Cor-El, osservando la scena in lontananza.