11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 23 maggio 2008

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L
a residenza di lord Sarnico si proponeva come perfettamente rappresentativa del potere politico, sociale, economico del suo signore in Kirsnya. Sita nella periferia settentrionale della città, quasi a ridosso delle alte mura esterne, essa era composta da un organicità di ben cinque edifici, nella quale si contavano due alte torri, un corpo centrale e due edificazioni accessorie quasi distaccate dal corpo centrale.
L’innalzamento delle torri risaliva a tre generazioni precedenti all’attuale proprietario, quando il nonno del nonno di lord Sarnico aveva visto sua moglie porre alla luce una coppia di gemelli: nel timore che essi potessero combattere per il diritto all’eredità, egli aveva saggiamente deciso di modificare la struttura originale del complesso, la quale prevedeva una sola torre a base ottagonale, per erigerne una seconda totalmente similare, al fine di offrire ai figli la speranza di continuare a vivere, al momento della propria morte, nella stessa perfetta armonia in cui erano nati. Purtroppo una violenta epidemia aveva strappato alla vita i due fratelli quand’essi erano ancora bambini, uccidendone in tale tragedia anche la madre e rendendo del tutto vani i lavori quasi conclusi per l’edificazione della nuova costruzione. Successivamente al superamento del lutto per la morte della prima moglie, il signore dell’epoca era riuscito a convolare a nuove nozze, offrendo successivamente al mondo un terzo figlio: questi, il padre del nonno di lord Sarnico, si era così ritrovato erede e padrone della nuova struttura, da quel momento considerata parte integrante della dimora fino ai giorni attualmente in corso. Nella torre antica, come da tradizione, era la stanza del signore vivente, posta al culmine più alto dell’edificio, affidando ai piani inferiori il compito di ospitare tesori e collezioni appartenenti alla famiglia, accumulati nel corso del tempo e delle generazioni: la torre nuova, al contrario, si proponeva come destinata ad ospitare i nuovi nati ed, in questo, l’attuale signore non aveva previsto di utilizzarla per ancora lungo tempo.
Il corpo centrale, posto fra le due torri, si erigeva su due diversi piani, ospitando le sale comuni e gli ambienti domestici propriamente detti, quali cucine, bagni e dispense, per riservare poi un ampio e sopraelevato spazio al salone dei ricevimenti, il medesimo in cui sarebbero stati celebrati i festeggiamenti per la ricorrenza della nascita dell’anfitrione. Tale struttura vedeva la propria base edificata completamente in pietra chiara, con forme geometriche tipiche dell’architettura kofreyota non diversamente dalle torri, presentando nello stile della città di Kirsnya il proprio ultimo piano ed il tetto completamente in legno scuro. Simili ad essa erano le due costruzioni accessorie, infine, dedicate una al mare e l’altra alla terra, nell’offrire una vera e propria carpenteria navale da un lato, con tanto di molo privato, e vaste stalle dall’altro, così da garantire la possibilità di movimento immediato in qualsiasi direzione per gli abitanti del complesso. Ma se da un lato l’edificio offerto all’infinito azzurro era stato realizzato con una vasta predominanza di legno in contrasto ad una minima presenza di pietra unicamente nelle fondamenta e nelle colonne portanti, l’altro si proponeva ad esso complementare, con una larga maggioranza di pietra ed una minima parte in legno, limitata unicamente al tetto.

In siffatto paesaggio, conformato da mente mortale ad immagine e somiglianza dell’idea di sé che egli desiderava offrire ai propri simili come sempre risultavano essere le opere umane, la quasi totalità della nobiltà cittadina si riunì al calare del sole, per poter onorare in quella ciclica ricorrenza il miracolo chiamato vita. Abiti di ogni colore e foggia si mostravano affollandosi nell’ingresso alla magione, mascherandosi in un ricco gioco di gioielli ed ornamenti come espresso nei desideri dei lord Sarnico, rendendo in ciò vane eventuali possibilità di controllo da parte di guardie: in effetti, quella del giovane nobile non era stata imprudenza, laddove alcuna necessità di paranoia esisteva entro le mura della capitale per egli o per i suoi simili. Tale era Kirsnya, città ricca, fiorente, piena di vita e di benessere, contraria eppur simile, quasi come in uno specchio, a Kriarya, città del peccato, i cui unici abitanti erano ladri, assassini, mercenari e meretrici: in quei confini mai si avrebbe avuta ragione di temere danno, soprattutto in occasione di una simile festa mondana. Ovviamente una presenza di guardie cittadine e personali, seppur minima e puramente formale, era comunque stata organizzata e prevista, ma ciò non turbò in alcun modo i piani che la Figlia di Marr’Mahew aveva organizzato per quella serata.
Ai piedi della stupenda e misteriosa figura, offerta ai presenti di quella serata di gala, erano due eleganti e morbide scarpette, in tessuto rosso vellutato, leggermente appuntite nelle estremità anteriori e sollevate con un alto tacco sul versante opposto, ad intrecciarsi attorno alle caviglie grazie ad numerosi lacci dorati. Sopra di essi, l’orlo inferiore di una lunga gonna, terminazione di un elegante abito nato all’altezza delle spalle, si presentava decorato in un sapiente lavoro artigianale di incredibili merletti neri e dorati, composti in una trama tale da confondersi con un similare ricamo ordito sulla stessa stoffa, rendendone la superficie indubbiamente raffinata e preziosa fino all’altezza delle ginocchia. Non ampia e setosa era tale gonna, ma quasi stretta attorno alle gambe dove, specialmente nella metà superiore, delineava perfettamente sotto il proprio tessuto color bordeaux la conformazione dei fianchi maturi e delle loro curve ricche, sensuali e femminili. Al di sopra di tale limite, stretta alla vita e priva di interruzioni la stoffa risaliva attillata sull’addome, ricoprendosi ancora una volta di intrecci artistici di ricami neri e dorati, disegnando in tal modo forme nelle quali si sarebbe potuto osservare qualsiasi scenario pur senza individuarne uno preciso: tale decorazione si presentava in tal modo fino i seni generosi e prorompenti, dove la stoffa tornava ad essere puramente rossa e si conformava in due coppe divise da una generosa scollatura, per poi risalire lungo le spalle e concludersi in un delicato legame dietro al lungo e tornito collo di ella. Totalmente scoperta, così, era lasciata la schiena, liscia e sinuosa nella propria chiara pelle vellutata, concessa attraverso una profonda apertura triangolare che solo in prossimità delle forme dei di lei glutei trovava il proprio apice. A proteggere tale epidermide troppo offerta alla frescura ed all’umidità della sera, al pari delle spalle totalmente nude lasciate scoperte quali erano dalla stoffa dell’abito, era un amplio scialle, in pesante velluto rosso vermiglio ornato oro lungo i bordi: sul lato destro del di lei corpo esso si avvolgeva attorno al braccio, mentre sull’altro versante solo la mano mancina si concedeva libera, con pelle chiara e perfetta, quasi pallida nel proprio candore. Con una simile ed elegante astuzia, pertanto, era lasciata totalmente celata la metallica natura di uno dei suoi arti ed i tatuaggi e la muscolatura atletica dell’altro, che ne avrebbero altrimenti permesso un’immediata identificazione. Coloro che fossero riusciti a sollevare lo sguardo al di sopra di tale sensuale e conturbante visione, in un misto di forme coperte eppur svelate, curve tanto femminili che anche nell’animo più casto avrebbero suscitato pensieri osceni, avrebbero incontrato due gemme azzurro ghiaccio ad osservarli, al confronto delle quali anche il ricco girocollo in oro e corallo, delicatamente appoggiato sulla scollatura di ella, fra i seni tondi ed alti, sarebbe apparso quale semplice bigiotteria priva di fascino: tali incredibili occhi, insieme a due carnose labbra rese color rubino da una mano sapiente di trucco, erano tutto ciò che del viso di ella risultava concesso attraverso una maschera dorata, abilmente posta a copertura della di lei cicatrice altrimenti troppo evidente su tale affascinante volto, circondato da folti e lucenti capelli corvini.
Accanto all’incredibile figura rappresentata da Midda, Lesia si offriva vestito a sua volta in abiti che evidentemente non gli appartenevano ma che risultavano utile a farlo apparire quale il di lei naturale valletto, con un completo modesto ma elegante in tonalità rosse simili a quelle della sua presunta padrona. Nessuna reale nobildonna, soprattutto se nubile o vedova quale evidentemente ella si voleva concedere nel presentarsi senza la compagnia di un compagno suo pari, si sarebbe mai mostrata ad un ricevimento senza un adeguato, seppur minimo, seguito di servitù, utile a rispondere ai di lei desideri ed a compiere eventuali sforzi che ella avrebbe potuto necessitare di compiere e che, in caso consueto, non sarebbe mai riuscita altrimenti a fare. Fra le braccia del giovane, in un simile contesto, si offriva risplendente su un morbido cuscino la lama dagli azzurri riflessi della mercenaria, quasi essa fosse un dono, sicuramente più che prezioso, destinato al festeggiato.
Se alla comparsa della donna misteriosa e del suo rosso valletto, discesi da una carrozza presa a noleggio unicamente per quell’ingresso in scena, ogni sguardo si rivolse verso di loro, nessuno fra i presenti, guardie o nobili che essi fossero, osò avvicinarsi ad ella o bloccarne il passaggio nel di lei cammino verso l’ingresso principale della residenza di lord Sarnico, quasi un simile gesto fosse assimilabile a blasfemia nella divina beltà di simile presenza.

« La partita ha inizio. » sussurrò Cor-El, osservando la scena in lontananza.

2 commenti:

coubert ha detto...

e ora vediamo che accade

Sean MacMalcom ha detto...

Ovviamente nulla meno del peggio possibile! :D