11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 007 - I quattro cavalieri. Mostra tutti i post
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domenica 5 ottobre 2008

269


A
ttraverso il fuoco e le sale incandescenti, seguendo un cammino chiaramente a lui noto, Be’Wahr condusse i propri compagni fino ad un’apertura nella parete, sufficientemente largo da permettere il passaggio di una persona alla volta: tale varco non si proponeva in conseguenza dell’azione dell’uomo ma, più probabilmente, di quella dei ragni che lì avevano creato la propria via di accesso alla Biblioteca. Davanti ad esso, diversi corpi di grossi aracnidi morti giacevano lambiti dalle fiamme o già semi carbonizzati, segno evidente di come il giovane dovesse aver già proposto la propria azione in quel punto, forse a cercare liberazione per sé o, forse, ad aprire la strada per la fuga da quell’incendio con i propri compagni, qualora li avesse ritrovati. Senza una sola parola, ormai difficile da pronunciare nell’aria intossicata di quelle sale, i quattro si gettarono nell’oscurità di quel cammino, a trovare fuga dal destino loro riservato dalla regina dei ragni: Carsa, chiudendo il cammino dietro ad Howe, conficcò prudentemente sulla lama della propria scure un ciocco di legno infuocato, al fine di portare con loro un po’ di luce utile nell’affrontare le tenebre ed i pericoli che in esse sarebbero potuti essere loro riservati.
Il cunicolo in cui cercarono salvezza si propose ai loro sguardi decisamente stretto e claustrofobico, scavato nella nuda terra di Lysiath con il chiaro scopo di ospitare creature non umane nel proprio abbraccio: retorico, quasi, fu il ragionamento che vide i mercenari dover offrire il proprio ringraziamento per quel passaggio alla presenza della donna ragno fra le fila avversarie, laddove altrimenti lo stesso non avrebbe mai avuto ragione di essere scavato in dimensioni sufficienti a permettere loro la fuga. Nonostante l’incendio dovesse aver disperso gli aracnoidi custodi della Biblioteca, nessuno nel gruppo poteva permettersi di abbassare la guardia in una simile situazione: sarebbero infatti stati sufficienti pochi avversari, o peggio una robusta ragnatela di dimensioni e resistenza proporzionale alla stazza dei ragni maggiori, per bloccarli indefinitamente in quel sotterraneo, condannandoli a morte non diversamente dalle fiamme proposte dietro a loro. Fortunatamente, comunque, per quanto viziata apparisse, l’aria del cunicolo si presentava sufficientemente pulita da permettere il ritorno ad una normale respirazione, e con essa alla normale percezione della realtà a loro circostante, per le due donne ed i due uomini, quasi soffocati quali si erano ritrovati ad essere nel confronto con l’incendio da loro stessi causato.
In silenzio il loro cammino proseguì per un tempo ed una distanza che a posteriori si presentò difficile da stimare, proponendosi sostanzialmente rettilineo ed uniforme fino a quando una prima diramazione non li pose in dubbio. Essendo Be’Wahr davanti a tutti, seguito a ruota da Midda, si ritrovava ad essere sua la scelta e la responsabilità sul cammino migliore da seguire ma, purtroppo per lui, nessuna idea poteva avere su quale alternativa li avrebbe realmente condotti alla superficie.

« Dobbiamo prestare attenzione… » raccomandò la donna guerriero, appoggiando la propria mano destra sulla di lui spalla per domandargli un istante di riflessione « Se questi cunicoli sono realmente opera dei ragni, sicuramente si proporranno quale un labirinto da cui potremmo non riuscire più ad emergere… »
« Soprattutto se, nella svolta errata, ci ritrovassimo ad essere gettati fra le loro zampe… » annuì il biondo.
« Stiamo tutti bene? » domandò Carsa, approfittando di quel momento per comprendere il loro attuale stato.
« Per Lohr… ma dove eri andato a finire? » chiese Howe, sovrapponendosi alla voce della compagna nel rivolgersi verso il fratello « Perché non sei ritornato al campo base? »
« Ero stato catturato da quegli insetti troppo cresciuti… » rispose l’interpellato, dimostrando imbarazzo nella propria voce ed una comprensibile ignoranza nelle proprie parole « Mi hanno preso di sorpresa e non sono riuscito a fare nulla per oppormi a loro. Poi è scoppiato l’incendio e sono riuscito a liberarmi… a proposito, è stata opera vostra vero? »
« Sì. » ammise con apparentemente freddezza Midda « Non ci hanno lasciato molte alternative… »

Scegliendo pressoché a caso la svolta entro cui proseguire, i quattro ripresero il cammino, nella speranza di un fato positivo che riuscisse a condurli a riveder le stelle: inevitabilmente, però, dopo poco un altro bivio si propose a loro e con esso nuova incertezza sulla via migliore attraverso cui poter proseguire. Fu a quel punto che la decisione presa da Carsa nel condurre con loro il ciocco di legno, ormai quasi completamente carbonizzato per effetto della fiamma viva su di esso, si rivelò fondamentale per la loro sopravvivenza: attraverso il movimento del fuoco, infatti, i quattro riuscirono ad identificare la presenza di una corrente d’aria, evidentemente in movimento fra l’edificio e l’esterno, seguendo la quale avrebbero potuto pertanto trovare fuga da quei sotterranei. E quando finalmente, così facendo, raggiunsero uno sbocco sul terreno sopra di loro, lasciando illesi i sotterranei senza imbattersi ancora nei loro aracnoidi nemici, il cielo si propose al loro sguardo in toni decisamente chiari, con forti tinte rosse ed arancione, al punto tale da lasciarli per un istante completamente spiazzati nel pensiero che una nuova alba potesse già essere sopraggiunta: tale fraintendimento, però, perdurò solo il tempo necessario a loro di voltarsi ed osservare, in lontananza, il complesso della Biblioteca completamente in balia delle fiamme, in uno spettacolo terrificante.
Dove nei lontani secoli passati sorgeva lucente ed incantato una delle più importanti meraviglie a cui l’umanità si fosse spinta, fulcro di cultura e di conoscenza, riferimento per genti di ogni regno; dove negli ultimi decenni un silenzioso monumento all’ignoranza ed all’imbarbarimento della civiltà si poneva sigillato, a negare il proprio importante tesoro al mondo intero; da quel punto, da quello stesso luogo, ora si levavano alte fiamme verso il cielo, in un rogo incredibile e tremendo tale da illuminare a giorno la notte oscura, spegnendo nella propria violenza, nel proprio impeto, anche la luce della luna e delle stelle: ciò che avrebbe dovuto rappresentare ad imperitura memoria l’intelletto dell’uomo e la sua ascesa verso l’onniscienza riservata solo agli dei, in quella momento era stato trasformato nel simbolo della brutalità dei mortali, della loro stolidità, della loro incapacità e della totale mancanza di volontà ad ergersi al di sopra dei propri limiti. Midda sicuramente aveva offerto la scintilla necessaria a quella rovina, ma la sua era stata solo l’azione finale di un processo lento ed inesorabile, proponendola quasi come strumento di un destino già deciso da molti anni e che, se non fosse stato per lei, si sarebbe ugualmente compiuto per mano di altri: tale pensiero, però, non fu concesso alla mente della mercenaria, la quale posta di fronte a ciò che aveva causato, a quanto aveva fatto, non poté che provare immensa pena per se stessa, nella propria incapacità di soffrire per un simile crimine. Ella aveva agito per la propria sopravvivenza, barattando la propria vita con il retaggio culturale di epoche remote: non poteva perdonarsi per quanto compiuto, certamente, ma in questo non poteva neanche trovare modo di rimproverarsi, lasciandola pertanto simile ad una statua di ghiaccio di fronte ad uno spettacolo che, altresì, era capace di togliere il fiato anche a Howe e Be’Wahr, a coloro che, a differenza di lei, non avevano mai avuto l’occasione di abbeverarsi alla fonte della conoscenza ma che, nonostante ciò, comprendevano perfettamente quanto era stato fatto.

« Che Lohr ci perdoni… » sussurrò il shar’tiagho, con gli occhi colmi di lacrime.

Attorno alla Biblioteca, da cui i quattro cavalieri erano ormai lontani, i soldati del reggimento si agitavano con disperazione per cercare di arginare l’incendio, di riuscire a salvare qualcosa di quel complesso, proponendosi però privi di ogni possibilità in opposizione a tutto quello: se essa non fosse stata abbandonata per tanti anni, se non fosse stato imposto al mondo di dimenticarla, se… se… se… forse i loro sforzi non sarebbero stati vani, forse le fiamme si sarebbero potute domare ed il disastro evitare.
Ma a quel punto la catastrofe era ormai compiuta e solo un senso di impotenza ed ineluttabilità del destino era ciò che anche a loro restava.

« Siamo vivi… » commentò il biondo, stringendo la labbra in una smorfia di dolore al pensiero del prezzo pagato per le loro vite « … ma ora? »

ln quelle fiamme, oltre ad uno dei tesori più importanti e meno considerati di quella parte del continente, bruciava infatti anche lo scopo della loro missione in quella provincia, il volume grazie al quale essi avrebbero potuto tradurre la scitala e, con essa, ritrovare la corona perduta richiesta dai desideri della loro mecenate.

« Ed ora? » domandò a sua volta Carsa, gettando da parte l’ascia e lasciandosi ricadere a terra, nell’osservare con orrore ciò che avevano fatto « Ed ora nulla… il governo imputerà la colpa di tutto questo ad Y’Shalf e la guerra contro di essi troverà così una nuova scusa per continuare violenta e sanguinaria come sempre. Ed in questo gioco bellico, nessuno potrà o vorrà mai darci la colpa di quanto accaduto… »
« Nessuno a parte coloro che ci accompagneranno per sempre nei riflessi di ogni specchio che avremo la sfortuna di incontrare… » scosse il capo Howe, con tono funereo « Per Lohr… la Biblioteca di Lysiath… vi rendete conto di quanto abbiamo compiuto? » incalzò poi, con una nota accusativa nella propria voce, rivolgendosi inevitabilmente verso colei direttamente responsabile per tutto quello.
« Preferivi essere morto? » rispose prontamente la compagna, prendendo le difese di Midda mentre ancora ella restava in silenzio, immobile, inespressiva « Non abbiamo avuto scelta… »
« C’è sempre una scelta… » sussurrò quasi non udibile Be’Wahr, chinando lo sguardo, non riuscendo in fede a colpevolizzare nessuno per quanto accaduto ma, al tempo stesso, non potendo neanche offrire perdono per la medesima ragione.

Un momento di silenzio calò così sul gruppo, fra i quattro mercenari riuniti da lady Lavero per una missione ormai fallita, impossibile anche solo nell’ipotesi del proprio proseguo. Nelle loro menti era ancora quella domanda innocente e forse retorica, che sembrava non riuscire a trovare risposta: ma ora? Nonostante il momento tragico, nonostante il rogo acceso davanti ai loro occhi, quella domanda non poteva restare priva di risposta e quanto proposto da Carsa indicava loro solo ciò di cui non avrebbero dovuto preoccuparsi, ciò di cui non avrebbero avuto di che temere, ma nulla di quanto avrebbero dovuto fare, di come si sarebbero dovuti comportare a seguito di quegli eventi.

E l’unica, inevitabile risposta fu riservata alla Figlia di Marr’Mahew, con poche, semplici e fredde parole: « Zero volte il compenso pattuito. »

sabato 4 ottobre 2008

268


« S
eguiamola, presto! » gridò la donna, verso i due compagni.

Pur avendo sconfitto la minaccia offerta dai ragni, il gruppo era ben lontano dal potersi considerare in salvo: l’incendio, infatti, da loro alleato si era ormai tramutato nel loro potenziale assassino e se non avessero quanto prima trovato a loro volta fuga da quell’edificio, tutto ciò che avevano compiuto fino a quel momento sarebbe stato vano. La prima e logica via di evasione si proponeva essere la stessa finestra dalla quale erano entrati nella Biblioteca la notte precedente, così vicina a loro e così semplice da raggiungere dalla loro attuale posizione. Purtroppo se avessero scelto tale strada, la morte loro offerta non sarebbe poi stata migliore di quella riservata all’interno delle mura del complesso: i soldati del reggimento posto a guardia del medesimo non avrebbero potuto di certo ignorare ciò che essi avevano generato e non appena uno di loro avesse provato a mostrare il proprio volto all’esterno, probabilmente, lo avrebbero abbattuto senza concedergli neppure la possibilità di raggiungere il suolo, prendendoli come facile bersaglio per i propri dardi. Escludendo pertanto di perseguire una simile conclusione alla propria avventura, ai tre l’unica possibilità di sopravvivenza era altresì offerta da parte della stessa donna ragno: ella, in fuga da quel rogo, li avrebbe potuti infatti condurre fino a qualche gruppo di gallerie sotterranee, forse frutto del lavoro degli stessi aracnidi o, più probabilmente, dei costruttori di quel complesso, come immancabilmente si era soliti procedere nelle architetture di una certa epoca.
Dai combattimenti sostenuti contro i ragni, Carsa ed Howe erano usciti sostanzialmente illesi, mentre sul corpo di Midda, al contrario, non mancavano gli evidenti segni dello scontro con la regina, in lividi che sarebbero emersi ancor più delineati il giorno dopo se fosse stata loro concessa tale possibilità: ciò nonostante, proprio la Figlia di Marr’Mahew fu la prima ad aprire la via verso la salvezza, gettandosi rapida e senza esitazione fra le fiamme per non rischiare di perdere di vista la loro nemica. Nel dedalo concesso dalla particolare struttura della biblioteca, infatti, essi avrebbero potuto smarrirsi troppo facilmente se solo per un istante il loro sguardo si fosse separato dalla figura mostruosa della loro ignava guida.

« Presto! » incitò Carsa, nel tirare con sé Howe.

Nonostante il desiderio di vivere non mancasse in egli, l’uomo si ritrovò ad essere frenato nei propri movimenti dal pensiero del fratello, del compagno di una vita intera che, forse, era rimasto intrappolato ancora vivo in una di quelle sale, condannato per la loro azione a bruciare orrendamente. Ad ogni rumore, così, l’esitazione frenava i suoi passi, facendogli credere di aver udito un gemito, un lamento, un qualche indizio della presenza di Be’Wahr, nella speranza di poterlo così trovare, raggiungere, salvare: purtroppo per lui, però, quelli erano solo scherzi della sua immaginazione, creazioni della sua mente che gli offrivano la possibilità di credere in ciò che egli voleva fortemente. Senza la compagna accanto a sé, a tirarlo a volte con violenza per costringerlo a proseguire la corsa alle spalle di Midda, egli probabilmente si sarebbe smarrito fra le fiamme che ormai quasi tutto avvolgevano impietosamente.
Purtroppo, per tutti loro, comunque, la donna ragno non aveva mancato di avvertire quelle presenze dietro di sé e, per quanto ovviamente mirasse alla propria sopravvivenza, al tempo stesso non poté evitare di cercare la morte di coloro che la inseguivano, macchiatisi del crimine più orrendo che avrebbe mai potuto concepire. Se le fiamme non avessero divorato immediatamente tutto ciò che a loro veniva offerto, la creatura avrebbe ben volentieri sigillato con una robusta ragnatela il cammino alle proprie spalle, magari giusto dopo una svolta così da far ricadere in trappola i propri nemici: purtroppo l’unica possibilità che le restava concessa, in una simile condizione, era quella di riuscire a distanziarli, di riuscire a condurli a perdersi entro le vie della Biblioteca, a lei tanto conosciuta quanto a loro ignota, al punto da non concedere loro alcuna speranza di immeritata vita.

« Morite… maledetti! Maledetti! » continuò a inveire contro di loro, muovendosi quanto più rapidamente poteva esserle concesso di fare dal proprio corpo, dalle proprie sei zampe inferiori.

Forse in conseguenza delle azioni o delle maledizioni della creatura, forse in conseguenza di un castigo divino per quanto compiuto dalla mercenaria, forse per una semplice ed inevitabile fatalità, per effetto del calore dell’incendio la pur solida struttura della Biblioteca iniziò ad offrire i primi gemiti di dolore e, con essi, a lasciar cadere le prime macerie incandescenti sopra i fuggitivi: fra esse, un pesante arco posto sopra ad un passaggio cedette di colpo proprio davanti al volto di Midda, dividendo in ciò il tre guerrieri dall’unica speranza che avevano di trovare fuga da quell’incendio.

« Thyres! » gemette la donna guerriero, frenando di colpo la propria corsa nel cercare di non ricadere sopra a quei detriti infiammati.
« Per Lohr! » esclamò a sua volta Howe, raggiungendola un istante dopo insieme a Carsa, al suo fianco « Siamo perduti! »

Sebbene le vie attorno a loro non mancassero, proponendo immancabilmente fiamme accecanti e calore sempre crescente in un’aria ormai quasi irrespirabile per effetto del fumo, impossibile sarebbe stato a quel punto per i tre riuscire a comprendere in quale direzione volgere i propri passi, troppo inoltratisi quali erano all’interno dei corridoi labirintici di quel complesso per poter tornare indietro o, semplicemente, avere percezione della propria esatta posizione: nell’inseguire la propria avversaria, infatti, avevano commesso il mortale errore di non considerare la possibilità di smarrirsi all’interno dell’edificio, spronati a non prendere in esame tale alternativa nella fretta precipitosa di quella fuga. Tale leggerezza, in quel momento, avrebbe potuto condannarli definitivamente a morte.

La voce della donna ragno, rauca e mascolina, ancora una volta risuonò con violenza e derisione in quelle stanze, quasi a sancire l’inevitabile conclusione: « Morte… morte su di voi… maledetti! »

Ma se davvero in quella situazione i tre erano stati catapultati in conseguenza di tali anatemi o di un divino dissenso per aver innescato quel tremendo rogo, da quella stessa condizione essi vennero altresì posti in salvo per il volere di un comune mortale, nell’indiscutibile dimostrazione di come anche di fronte alla collera degli dei, o dei loro figli, l’umana volontà si poteva sempre proporre superiore, imponendosi con forza e decisione sopra allo stesso fato, apparentemente ineffabile ed immenso.

Dalle fiamme della morte opposte ai tre, emerse così la figura inattesa ed inattendibile del loro compagno creduto morto, che con un gesto deciso li invitò a seguirli: « Da questa parte! »
« Be’Wahr! » esclamarono tutti, quasi in coro.
« Ma come…? » tentò di domandare Howe, incredulo nella gioia di ritrovarlo.
« Non c’è tempo ora… presto, prima che crolli tutto! » lo zittì Carsa, spingendolo in avanti.

Per Midda, che recentemente aveva avuto modo di affrontare il calore stesso della terra, confrontandosi con il magma incandescente e quasi morendo di fronte ad esso, l’incendio che senza tregua divampava attorno a loro non offriva alcun particolare problema, altrimenti rappresentato, invece, dall’assenza di aria respirabile: fra il fumo soffocante e l’ossigeno sottratto dalle fiamme, infatti, per tutti loro quell’ambiente stava diventando ad ogni istante sempre più insopportabile, privandoli non solo di lucidità mentale ma anche di forza fisica.

« Dobbiamo uscire di qui! » gridò la Figlia di Marr’Mahew, verso il biondo redivivo, affidandosi completamente a lui in quelle parole « Non resisteremo ancora a lungo! »

venerdì 3 ottobre 2008

267


I
l risultato della reazione di Midda, del gesto estremo da lei compiuto per la salvezza della propria vita ed, in conseguenza, di quelle dei propri compagni, si propose con maggiore potenza distruttiva di quanto alcuno avrebbe mai potuto supporre. Anche ripensando a posteriori a ciò che avvenne in quella notte, ella non riuscì mai pienamente a capacitarsi di come da una semplice scintilla, offerta sicuramente con l’intento di generare un principio di incendio e con esso mettere in fuga i propri nemici, si fosse potuto tanto rapidamente propagare un simile disastro, una primordiale e caotica forza incontenibile tale da richiamare alla mente di tutti l’idea della stessa fucina del dio Gorl: evidentemente qualche particolare condizione dell’ambiente della Biblioteca, nella commistione fra libri, ragnatele ed altro, doveva aver concesso a quella breve esplosione di faville, generata nell’incontro del nero metallo del braccio destro della donna con quello azzurro della di lei lama, di attecchire facilmente al punto tale da proporsi incontrollata ed incontrollabile. Da un gesto non nuovo per lei, la quale in quel modo era solita accendere il proprio fuoco alla sera quando si poneva accampata all’aria aperta, così derivò la conclusione di ogni discussione con gli aracnidi: non appena il fuoco si propose, infatti, l’istinto primordiale di sopravvivenza generò il panico fra le fila dei ragni. I più piccoli furono i primi a scomparire, disperdendosi rapidamente e lasciando in tal gesto ricadere a terra i frammenti luminescenti che fino ad un istante prima avevano retto quale unica fonte di luce lì presente; i medi, se in un iniziale istante cercarono di resistere al proprio istinto per non abbandonare i compagni, subito dopo fuggirono, svanendo con mortale fretta; i maggiori, invece, pur dimostrando un’evidente irrequietezza, resistettero ai propri timori, mantenendo le posizioni o, addirittura, gettandosi in un improvvisato e scoordinato attacco contro i propri avversari, coloro che avevano condannato al rogo tutti loro nel luogo che avevano eletto a propria dimora.

« Pazza! » gridò sconvolta la regina, di fronte al fuoco generato in un istante davanti ai propri occhi increduli, quasi come se tale fiamma fosse scaturita direttamente dal braccio della donna umana « Cosa hai fatto?! »

Ma il tempo delle parole ormai si propose come concluso, forse per la volontà omicida espressa dai ragni o forse in conseguenza dell’azione della mercenaria, e così anche la creatura, imitando o guidando i compagni ancora presenti al suo fianco, si gettò con furia verso la Figlia di Marr’Mahew, per porre fine ad una vita evidentemente indegna di essere tale, laddove capace di macchiarsi di un simile crimine con tanta freddezza. Né Midda, né Howe, né Carsa, però, permisero alle proprie menti, ai propri cuori, ai propri animi un solo istante di incertezza, di dubbio, ponendosi fronte ai propri avversari: rimasti infatti quelli di dimensioni maggiori, per quanto possenti, forti e temibili, essi rappresentavano ai loro occhi una minaccia quasi accettabile nel confronto con quella precedentemente proposta dalla presenza delle schiere complete di ragni. Paradossalmente, infatti, difendersi da uno di quei mostri delle dimensioni di un levriero si concedeva decisamente più fattibile rispetto all’idea di affrontare un gruppo di aracnidi molto più piccoli ma, in questo, non meno velenosi o letali: contro avversari tanti grandi, invece, le armi impugnate dai tre trovavano facile bersaglio, muovendosi con rapidità e controllo, determinazione e consapevolezza.
Erano tutti guerrieri, tutti mercenari addestrati alla guerra ed alla morte, all’assassinio finalizzato alla propria sopravvivenza o, semplicemente, al successo della propria missione ed in quel momento, tutti e tre, stavano combattendo unicamente per sperare di rivedere una nuova alba, lontano da quelle mura maledette entro le quali, forse, già avevano perso anche un compagno. La conclusione dell’incarico loro assegnato, nel recupero della corona e del libro necessario a tal fine, era giustamente passato in secondo piano di fronte all’eventualità di dover rinunciare alla propria stessa vita: il loro sacrificio in quel momento non avrebbe avuto, invero, alcuna ragione mentre, al contrario, combattendo per la propria esistenza avrebbero potuto riservarsi la possibilità di arrivare lo stesso a trovare una via per raggiungere quella reliquia perduta o, eventualmente, avrebbero potuto quanto meno riservarsi la possibilità di affrontare nuove avventure.

« Dove è il nostro compagno?! » domandò la donna guerriero, tagliando in due il corpo di un grosso ragno gettatosi contro di lei prima di poter fronteggiare apertamente l’avversaria principale.
« Ti rendi conto di ciò che hai fatto?! » inveì nuovamente la donna ragno.

Sorda alle richieste a lei rivolte, ella menava pericolosi fendenti con le proprie lunghe e forti zampe aracnoidi contro la folle piromane: quei colpi, apparentemente frutto dell’isteria conseguente alla paura verso il fuoco in continua espansione, si dimostravano al contrario potenzialmente letali, in un’epidermide tanto resistente da apparire più minerale che animale nel non trovare ferita contro la lunga spada della mercenaria.
Midda, nonostante in molti l’avrebbero potuta delineare quale una combattente solitaria, conosceva fin troppo bene il valore dell’essere parte di un gruppo e, per tale ragione, era assolutamente decisa a non abbandonare Be’Wahr al proprio destino, qualunque esso potesse essere o essere già stato: per tale ragione i di lei gesti, in contrapposizione all’unica controparte dotata di umana favella, non si concedevano indirizzati alla morte dell’avversaria, non almeno fino a quando ella non si fosse proposta collaborativa nell’offrire risposte alle di lei domande.

« So perfettamente cosa ho fatto e, di certo, non mi perdonerò mai per essere arrivata ad un simile gesto… per aver destinato alla polvere tutto questo… » replicò la mercenaria, parlando a denti stretti nello sforzo di resistere alla violenza di quell’attacco « Ma, nella superiorità di cui fai tanto vanto, accetta la tua responsabilità in quanto è accaduto… ed aiutaci invece di combatterci: insieme potremmo ancora salvare parte della Biblioteca… »

Tutt’altro che vana era, in effetti, la proposta della Figlia di Marr’Mahew, laddove l’estensione di quel complesso e la sua particolare struttura modulare avrebbero probabilmente potuto permettere di circoscrivere quell’incendio se preso con sufficiente prontezza, se mantenuto ancora all’interno di un’area non troppo vasta: purtroppo più il tempo scorreva, però, e meno possibilità in ciò sarebbero state conservate, data la velocità con cui il fuoco si propagava di piede in piede, divorando scaffali in legno, libri in carta, rotoli in pergamena e le centinaia di ragnatele che tutto avvolgevano in quel luogo e che, come una miccia, sembravano trasportare la scintilla letale ovunque nell’edificio.
Accanto ad ella, altre battaglie si combattevano con maggiore furia, nel solo obiettivo della distruzione dell’avversario per la conservazione della propria vita su ambo i fronti: l’ascia di Carsa, con maestria e controllo assoluto, si infrangeva senza sosta contro i sempre meno avversari che tentavano di opporsi a lei, di mantenerla a bruciare all’interno delle fiamme da loro stessi scatenate, in una sorta di giustizia poetica che avrebbe dovuto prevedere agli invasori di morire nel rogo del loro stesso incendio; la spada dorata di Howe, in lunghi e parabolici gesti, di appiccicosa linfa vitale vedeva la propria splendente superficie sporcarsi senza alcuna tregua, attraversando con prepotenza le carni a lui nemiche muovendosi nell’unico e preciso scopo di porre rapidamente fine a quelle esistenze, per preservare la propria e, forse, per vendicare quella sacrificata del fratello.
Non senza fatica, senza un impegno imprevisto ed imprevedibile, anche la lama di Midda riuscì a portare a termine diversi colpi perfetti, nessuno di essi volutamente mortale ma tutti decisamente debilitanti per la propria controparte, sempre più in difficoltà nel proseguo di quello scontro per la presenza del fuoco attorno a sé: per quanto, infatti, la parte “umana”, se così si poteva considerare, di quella creatura le offrisse la forza di resistere al timore delle fiamme, l’altra parte “animale” le chiedeva di disimpegnarsi, di lasciare il campo di battaglia prima che fosse troppo tardi. E nel ritrovarsi così ferita, potenziale vittima per quelle che avrebbero dovuto essere le proprie prede, decise di seguire l’istinto nel cammino intrapreso dalla maggior parte dei suoi fratelli e sorelle.

« Maledetti… che voi siate sempre maledetti dagli dei! » proclamò con disprezzo la creatura, cercando fuga da quelle fiamme e dalla morte per lei ormai così apparentemente inevitabile.

giovedì 2 ottobre 2008

266


« S
ono l’unica a cogliere un non senso in ciò che stai affermando? » riprese voce Midda, con il proprio solito tono calmo e controllato.
« Di cosa parli? » domandò la donna ragno, volgendo verso di lei i propri otto occhi, in un’espressione di chiara incomprensione per delle parole apparentemente vane, forse gettate al vento in un inutile desiderio di sopravvivenza.
« Vi siete proposti come guardiani di questo luogo, come custodi del tesoro celato in esso, protetto tanto accuratamente dalle vostre ragnatele nel riconoscere chiaramente il valore custodito in questi testi. » rispose la mercenaria, con tranquillità, con freddezza nella voce « Eppure continui a ripetere che la nostra razza è primitiva, barbara, inferiore alla vostra sotto ogni profilo. Quale ragione, allora, sussiste per spingervi a proteggere il frutto dell’intelletto, nonché la storia, di una progenie tanto rozza? »

Immobili e silenziosi, gli otto occhi neri dell’avversaria fissarono a lungo la donna guerriero, analizzando in ciò il significato delle parole da lei pronunciate, la logica concreta nascosta dietro a tale questione. La mercenaria era ben lontana dal sentirsi vittoriosa in quel confronto psicologico, ma si proponeva sufficientemente certa del fatto che le proprie frasi non sarebbero comunque passate ignorate: avrebbe presto avuto una risposta a tono, senza ombra di dubbio, ma in essa avrebbe potuto ritrovare altra materia su cui basare successive argomentazioni.

« L’obiezione è più semplice di quanto tu possa immaginare, donna. » affermò con sprezzo nella voce la creatura « La vostra razza, pur nella propria inferiorità, si ritiene quale superiore a chiunque, a qualunque cosa, a qualunque regola: non avete rispetto per la vostra stessa vita, ed in questo alcuna speranza di convivenza con le altre razze che vi circondano è impossibile dove già non siete in grado di convivere con voi stessi… »
« Per noi, come per la maggior parte di ogni altra specie senziente, è differente. » continuò la donna ragno, scuotendo il capo « Coloro che voi siete soliti chiamare “mostri” sono semplicemente esseri che la vostra mentalità limitata non riesce a comprendere, non riesce ad accettare e per questo sa solo uccidere. Per noi, invece, ogni creatura merita rispetto, anche coloro di cui noi ci nutriamo per sopravvivere. Ed in questo, pertanto, anche il valore contenuto in questi testi, sui quali vegliamo fin dall’erezione stessa di questo complesso proposto con prepotenza là dove un tempo era il nostro territorio, la nostra vita, merita di essere protetto. »
« Protetto da chi? » intervenne Carsa.
« Ma da voi stessi… dalla vostra mentalità barbara che non merita simili tesori, che non ha diritto a mantenere ciò che ha rifiutato, segregandolo in queste mura e condannandolo all’oblio in un mondo dove l’ignoranza diventa un valore. » replicò l’altra « Voi, che tanto cercate con queste chiacchiere di mostrarvi differenti da chiunque altro penetrato qui in passato, non lo siete assolutamente: è forse il desiderio di sapere che ha spinto i vostri passi entro questi confini? E’ forse la sete di conoscenza che vi porta alla ricerca di quel volume? »

Immobili e silenziosi, a quel punto, si proposero gli occhi azzurro ghiaccio della Figlia di Marr’Mahew, rivolgendosi verso la donna ragno, nell’analizzare nuovamente la loro situazione: purtroppo, in effetti, la logica offerta dalla loro interlocutrice si proponeva sicuramente in opposizione a loro e la risposta all’ultima domanda imposta sopra di essi avrebbe potuto sancirne una rapida fine.
Ma quali alternative potevano essere riservate alla donna guerriero in quel mentre? Combattere, forse?
I ragni che li circondavano, nell’escludere la presenza di quella loro regina, se così si poteva definire, erano troppo numerosi e probabilmente troppo letali per sperare di sopravvivere ad un eventuale scontro diretto: non era in grado di sapere su quale livello di tossicità potessero fare affidamento, ma denotando l’evidente stazza dei più grossi, non aveva dubbi sul fatto che avrebbero facilmente potuto abbattere un toro di tremilacinquecento libbre in pochi istanti. Assurdo in una simile situazione sarebbe stata l’eventualità di uno scontro diretto, ritrovandolo ad essere troppo simile ad un suicidio per attirarne l’interesse, l’attenzione: era una mercenaria e, come tale, non proponeva mai l’esito della propria missione al di sopra sella propria vita, laddove nella morte non avrebbe avuto alcuna occasione di rivendicare il proprio compenso.

« No. » ammise con sincerità, nel silenzio dei propri compagni che, evidentemente, avevano deciso di affidarsi alla di lei esperienza per sperare di sopravvivere « Non è la sete di conoscenza che ci porta a cercare quel libro, perché noi siamo mercenari ed in quel libro è la chiave per raggiungere un tesoro proibito, del cui recupero noi siamo stati incaricati. »
« Non menti a te stessa, per lo meno… » sorrise la creatura.
« Ma… » la interruppe Midda, levando la propria mano sinistra a chiedere ancora un istante di silenzio ed attenzione « … questo libro… il libro di cui la mia compagna già si è impossessata, conducendolo con sé a noi questa stessa sera, non è stato preso in virtù di un qualche compenso, di un pagamento a noi promesso. Questo libro è stato colto dall’incuria del tempo a cui era altrimenti stato condannato per poter essere utile ancora una volta a chi abbisogna della conoscenza custodita in essa. »
« Se è vero che ci avete sempre ascoltato e seguito come hai affermato un istante fa, non potrai negare la veridicità di questa mia affermazione… » continuò ella « Forse non tutte le nostre intenzioni si sono proposte rivolte all’accrescimento personale, ad una maturazione culturale come sarebbe stato meglio avvenisse, ma in noi non è neppure questa barbarica brama di possesso a discapito di ogni valore quale tu desideri addurci… »

Purtroppo ed inevitabilmente, con quella risposta, la mercenaria comprese di aver raggiunto una posizione definitiva: il confronto con la donna ragno non sarebbe potuto più proseguire se non con la risoluzione, in positivo o in negativo, di quella situazione, laddove tutte i pezzi sulla scacchiera erano ormai stati disposti da ambo le parti. Se la loro interlocutrice avesse scelto di proseguire per la via a loro avversa, non avrebbero avuto altra possibilità se non quella di spingersi oltre la catastrofe e per quanto ella stressa non avesse alcun desiderio di assumersi la responsabilità di un’azione tanto grave, compromettendo probabilmente per sempre l’esito della missione per cui già tanto avevano dato, non avrebbe mai concesso alla propria vita di essere altrimenti sprecata.

« Ciò che dici non si propone completamente errato… » ammise la creatura, osservando con curioso interesse la donna « Purtroppo per voi, comunque, non è nostro interesse permettervi di lasciare impunemente i confini di questo luogo: la fama di gloria e di ricchezze che sprona i vostri passi, ora che avete avuto modo di comprendere quanto entro queste mura è celato, potrebbe spingervi a tornare, per offrire nuovo saccheggio, per concedere altra distruzione. »
A quelle parole Midda comprese che non avrebbe avuto scelta e che, purtroppo, presto si sarebbe dovuta macchiare di un crimine al confronto del quale l’uccisione della fenice sarebbe apparsa quale un banale peccato veniale.
« Il vostro sacrificio, comunque, non sarà vano come potete pensare: la vostra carne ci nutrirà, diventando parte di noi tutti, alimentando la nostra vita e con essa la difesa del luogo verso il quale una parte di voi sembra voler offrire rispetto… » sorrise la donna ragno.
« Mi dispiace… ma non mi offri altra scelta… » commentò la Figlia di Marr’Mahew con freddezza nella voce, in risposta a quelle ultime parole.

Ed agendo con l’impeto della dea della guerra a cui le ballate ormai associavano il di lei nome, indicandola quale sua discendente, ella levò la propria spada al cielo con la mancina, abbassandola poi rapidamente contro il bordo del braccio destro, nel creare una fontana di sfavillanti scintille.

mercoledì 1 ottobre 2008

265


P
er chiunque, peggio di ritrovarsi ad essere circondati sarebbe potuto essere solo ritrovarsi ad essere circondati da un nemico impossibile da identificare, da riconoscere e per questo da affrontare: così per i tre mercenari, l’oscurità in cui spesso avevano confidato, trovando una meravigliosa ed infallibile alleata, in quel momento si proponeva quale la principale avversaria, complice di coloro che avevano preso in ostaggio il loro compagno.

« Questo luogo è abbandonato da decenni… come potete accusarci di aver distrutto qualcosa? » intervenne Carsa, prendendo parola in un moto di rabbia.
« Cosa avete fatto a Be’Wahr? Dove è il nostro compagno? » chiese Howe, unendosi al discorso a sua volta tutt’altro che sereno, nel timore di ciò che poteva essere accaduto a fratello.
« Se la nostra considerazione per la vita fosse equivalente alla vostra, di certo egli sarebbe già morto. » replicò il loro invisibile interlocutore « Ma per vostra e per sua fortuna, nonostante molti fra noi abbiano rischiato di restare uccisi nei vostri attacchi, la nostra razza si propone superiore a quanto mai voi umani potrete sperare di raggiungere nelle vostre patetiche esistenze. »

A quelle parole la mente della Figlia di Marr’Mahew si mosse rapida, elaborando con precisione e puntualità tutte le informazioni fornite a lei da quel dialogo con il loro nemico, così come era solita fare nell’analizzare ogni fattore coinvolto in uno scontro o in una battaglia: del resto, invero, quelle affermazioni erano tutto ciò che era loro concesso di sapere sul pericolo incombente e, per questo, oltre a non farle cessare era invece necessario sfidarle, cercare di porle in dubbio nel tentativo di ottenere sempre più dati. Ai di lei occhi resi ciechi dalla notte, improvvisamente, un complesso mosaico formato da piccoli tasselli sembrò ricomporsi, vedendo ogni colore posizionarsi con cura in un quadro generale, un’immagine che finalmente poteva identificare coloro con cui avevano a che fare.

« Sono ragni! » esclamò con freddezza, rivolgendosi ai propri compagni.
« C-cosa? » domandò Howe, non comprendendo il senso di quelle due semplici parole.
« Sono ragni… » ripeté la donna, stringendo maggiormente l’elsa della propria spada in mano « Ripensate a tutte le loro affermazioni… a ciò che noi avremmo distrutto, alle colpe che ci vengono imputate: non possono essere altro che ragni! »
« Ragni parlanti?! » replicò con stupore e poco convincimento Carsa, pur riuscendo a ricondurre tutto il cammino indicatole dalla compagna nel raggiungere quella stessa deduzione.
« Non tutti… non come intendete voi, per lo meno: ai miei fratelli ed alle mie sorelle non serve parlare il linguaggio rozzo e primitivo di voi umani… » intervenne la voce del loro avversario « Complimenti per l’acume, donna. » aggiunse poi, evidentemente rivolto a Midda « In molti si sono avventurati per la strada di morte che voi avete voluto intraprendere… ma in pochi hanno compreso effettivamente con chi avevano a che fare. »

Forse in conseguenza della deduzione della donna guerriero, o forse nel proseguo di un piano già definito da parte dei loro aggressori, una improvvisa ed innaturale luce violacea si propose ad illuminare l’ambiente loro circostante, concedendosi emessa da una moltitudine di piccoli frammenti di roccia luminescenti: la mercenaria, fra i tre compagni, fu la sola a riconoscere quei cristalli, aver già avuto modo di assistere ad un simile fenomeno naturale in quelle che erano state definite semplicemente “pietre viola” dall’equipaggio della Jol’Ange, una goletta a cui il di lei destino sembrava essere indefinitamente legato nel passato e nel futuro. Per quanto però ella già avesse conosciuto tali minerali, non poté che essere sorpresa di ritrovarli anche in quel contesto, trasportati quali piccoli frammenti da una moltitudine di ragni, comparsi attorno a loro nell’unico scopo di offrire quell’inquietante luce: per quanto le fosse stato dato di sapere, la provenienza di simili pietre si proponeva in lontananza a levante, lasciandole decisamente fuori dal loro ambiente naturale in Kofreya o nelle terre confinanti. Alcuna occasione, però, ella si riservò per riflettere ulteriormente attorno a quel dettaglio per non perdere di vista il contesto globale in cui esso era offerto.
Un vero e proprio esercito di aracnidi avevano circondato il gruppo da ogni parte, dall’alto, dal basso, dai fianchi, presentandosi in dimensioni tanto variegate quanto impressionanti. Se le pietre, infatti, erano state affidate a creature di proporzioni consuete, accanto a loro altri compagni e compagne si presentavano in misure sempre crescenti, passando da quelle di un roditore a quelle di un piccolo cane fino a spingersi a quelle di un levriero. Al centro di simili mostri, che già si proponevano sufficientemente terribili allo sguardo dei tre guerrieri, emergeva poi in maniera evidente colui che era stato fino a quel momento il loro interlocutore: anzi, colei che era stata la loro interlocutrice, nonostante la voce bassa e rauca avesse fatto pensare ad un essere maschile. Quale una creatura femminile, effettivamente, ella si presentava, in un orrido aspetto ibrido fra umano e ragno: laddove la di lei metà superiore offriva evidenti forme muliebri, la parte inferiore del di lei corpo si presentava simile a quella di un aracneo, quasi ad imitazione di un centauro o di altre simili creature leggendarie, con tre coppie di lunghe, nere e pelose zampe emergenti da quella che ipoteticamente si sarebbe dovuta considerare come la di lei vita. Nero pelo, del resto, ricopriva interamente le fattezze di ragno da lei offerte mentre il suo viso, in coerenza con quel tremendo miscuglio di caratteri genetici, si donava con quattro coppie di occhi completamente neri disposti verticalmente lungo una fronte spaziosa, sopra ad un naso e ad una bocca assolutamente umani: alcuna presenza di orecchie poi si concedeva ai lati della sua testa, mentre lunghi e lisci capelli neri ridiscendevano su spalle muscolose, coprendo in parte la di lei schiena ed in parte seni alti e perfettamente formati che, se non fossero stati proposti su un simile orrore, sicuramente avrebbero potuto attrarre con interesse un paio di sguardi presenti. Sugli avambracci, terminanti in normali mani umani, una folta peluria ugualmente nera era infine concessa ad ornamento di una carnagione altresì pallida, quasi diafana.
Alcuna arma era apparentemente impugnata da membri dell’esercito che circondava i tre avventurieri, ma invero nessuno fra essi poteva ipotizzare che una concezione umana di armamento potesse interessare quelle creature, dalle più piccole di loro alle maggiori, così come anche alla loro portavoce: nulla conoscevano della loro esatta natura o cultura, delle loro potenzialità offensiva, ma non avevano dubbi sul fatto che uscire da quella particolare situazione sarebbe stato estremamente arduo se non impossibile.

« Avete commesso un madornale errore violando i confini del nostro territorio, ostinandovi nella distruzione delle nostre opere… » riprese a parlare la creatura, osservando il gruppo con i propri inumani occhi, all’interno dei quali tutti potevano vedere riflessa la propria immagine.

Nel mentre in cui le labbra di ella si muovevano ad offrire libertà a quelle frasi, Midda poté notare come oltre le stesse alcuna chiara presenza di dentatura sembrava riconoscibile, forse celata nello strano effetto offerto da un materiale appiccicoso che ne colmava la bocca: la precisa funzione di quella specie di bava non risultava identificabile, ma sicuramente la vista della stessa concorreva a rendere ancor meno piacevole l’intero quadro.

« Non eravamo a conoscenza della vostra presenza in questo luogo… altrimenti ci saremmo comportati in modi diversi. » tentò di argomentare Carsa, avendo ritrovato improvvisamente la calma di fronte all’orrore di quello spettacolo, di quella vista.
« Non avete forse visto le nostre ragnatele? » domandò con pungente sarcasmo l’altra « Non vi siete accorti di star rivolgendo l’azione delle vostre armi contro ciò che altri avevano edificato prima del vostro arrivo, con pazienza e dedizione? »
« Non potevamo immaginare che dei rag… » iniziò a rispondere Howe, salvo lasciar scemare le proprie parole nell’accorgersi come esse avrebbero potuto rappresentare una scelta diplomaticamente errata.
« Che dei ragni potessero essere vostri pari? Che potessero avere un qualche diritto a vivere la propria esistenza in maniera pacifica esattamente come vorreste vivere voi? » rispose con evidente rabbia, con trasporto più che palpabile nella voce « Sì… certo… questo lo sappiamo: voi umani non vi siete mai resi conto della distruzione che conducete al vostro fianco in ogni vostro movimento… »

martedì 30 settembre 2008

264


I
l tempo inesorabile trascorse ed in quel mentre la luce del tramonto divenne sempre più tenue, fino ad eclissarsi completamente insieme al sole oltre il confine dell’orizzonte, lasciando nell’oscurità più completa il continente e, con esso, i mercenari accampati dentro alla Biblioteca. Be’Wahr, in quel frangente temporale, purtroppo non aveva ancora fatto ritorno ed ormai, per quanto nessuno si fosse spinto ad ammetterlo in maniera trasparente, una certa inquietudine nei riguardi del compagno disperso stava crescendo fra i tre.

« Ma dove accidenti si è andato a cacciare, per Lohr? » esplose improvvisamente Howe, non trattenendo ulteriormente la propria preoccupazione « Volete vedere che ha tardato ed ora si è perso? »

In realtà, però, tanto nell’uomo quanto nelle sue due femminili compagne non poteva essere scordata la sensazione provata meno di un’ora prima, quell’ipotesi di un’aliena presenza attorno a loro, di un pericolo sconosciuto in agguato fra le ombre dell’edificio che li aveva tutti e singolarmente posti in guardia. Ciò che era accaduto poc’anzi, invero, non era stato fra loro condiviso, nell’esser da ognuno di loro accantonato come il frutto della stanchezza, di quella loro comune ed eccessiva prudenza tendente alla paranoia: nonostante ciò, essi non potevano evitare di collegare quelle percezioni al ritardo compiuto dal biondo ed, in conseguenza, al timore di una sua possibile scomparsa.

« Se si è perso, ormai non possiamo farci nulla… » commentò Midda, storcendo le labbra verso il basso « Anche ipotizzando di poter accendere un fuoco senza porre in allarme le guardie all’esterno la quantità di ragnatele presenti offrirebbe un rischio d’incendio eccessivo. E senza una fonte di luce, muoversi alla cieca all’interno di questo dedalo sarebbe una follia. »
« Ah… ma se si è davvero perso, domani mattina gli darò io una bella lezione sul rispetto degli appuntamenti, tanto che non avrà più voglia di fare ritardo. » replicò il shar’tiagho, scuotendo il capo.
« “Ma se si è davvero perso”… » ripeté Carsa, prendendo parola, con tono serio nella voce « Che alternative potrebbero esserci? » domandò incerta nell’offrire spazio a ciò che tutti stavano pensando in quel momento.
« Si potrebbe essere ferito? » propose preoccupato l’uomo, immaginandosi una libreria crollata sulla testa del fratello durante la ricerca del volume « Accidenti al peso di questi testi… non potevano pensare a delle protezioni più leggere quando li hanno rilegati? »
« Non siamo ridicoli… » scosse il capo la donna guerriero, a quella prospettiva « Non è uno stupido e di certo non si farebbe male in una maniera tanto maldestra… »
« Che alternative abbiamo, allora? » insistette l’altra, cercando di far emergere l’argomento temuto.

Un istante di silenzio calò su gruppo, mentre ogni possibile ipotesi venne formulata nel tentare di escludere la presenza di altre entità all’interno della Biblioteca, laddove illogica sembrava proporsi una tale soluzione: purtroppo ogni altro pensiero non si concedeva in effetti migliore rispetto all’idea che Be’Wahr fosse stato vittima di una valanga culturale e in questo, ben presto, i tre furono messi alle strette.

« So che sembra assurdo… » si espresse Howe, prendendo per primo parola « Ma questa sera, mentre tornavo, avrei giurato di non essere solo… »
« Anche io ho avuto una simile sensazione. » ammise Carsa, dopo un ulteriore momento di riflessione « Ma è impossibile che vi sia qualcuno entro queste mura… »
« Impossibile? » domandò Midda, affrontando l’argomento con evidente pragmatismo « Eppure noi siamo entrati. Cosa impedirebbe ad altri di aver violato l’embargo su questi confini come abbiamo fatto noi? E con questo sottolineo che anche io ho vissuto una situazione similmente a voi… »
« Avremmo trovato dei segni della presenza di altri… » negò l’uomo « O no? »
« Non necessariamente… » scosse il capo la mercenaria « In fondo quanto di questo complesso abbiamo realmente visitato e quanto è ancora inesplorato? E’ vero che tutto sembra fatiscente ed abbandonato, ma è altrettanto vero che in stanze da noi neanche supposte come esistenti, oltre porte da noi non ancora attraversate, potrebbe celarsi chiunque… »
« Quindi credi che Be’Wahr possa essere incappato in questi altri? » chiese la compagna, seguendo il filo di pensiero proposto.
« Non lo escluderei, così come non escluderei a propri la presenza di estranei in queste mura… »
Ma prima che chiunque altro potesse replicare a quelle parole, una voce tuonò con forza nelle sale a loro circostanti, pronunciando con tono alterato la propria posizione sulla questione: « Estranei? Così noi saremmo “estranei”?! »

Per quanto immersi nell’oscurità più completa, i tre compagni scattarono in piedi ponendosi istintivamente a cerchio, nel rivolgersi reciprocamente le spalle e nell’estrarre le proprie armi, in posizione di difesa verso l’esterno: qualsiasi mossa diversa da quella, del resto, avrebbe visto il rischio di un ferimento reciproco nella cecità indotta loro dalle tenebre della notte, eventualità che non potevano concedersi.

« Chi va là? » replicò con forza nella voce la Figlia di Marr’Mahew, cercando di spingere i propri sensi al massimo nel buio a sé circostante.

Improvvisamente ciò che prima era apparso quale silenzio e desolazione, sembrò colmarsi di infiniti piccoli rumori, di sottili suoni quasi non udibili che circondarono i mercenari, richiamando la loro attenzione, la loro difesa verso troppi diversi punti, verso troppe direzioni, confondendoli completamente, non permettendo ad essi di sperare di trovare chiarezza in ciò che non potevano comunque vedere. Purtroppo per la donna guerriero, così come per i di lei compagni, l’ambiente in cui avevano posto il campo base non si proponeva sufficientemente noto come sarebbe stato necessario fosse per permettere alle proprie percezioni sensoriali di offrire una chiara idea di quanto le si poneva attorno: al contrario, il dedalo di corridoi e stanze, uniti alla fantasiosa architettura tranitha, rendeva ogni impressione assolutamente discutibile, non concedendo alcuna fiducia su ciò che sembrava dato loro di credere. Avrebbero potuto essere completamente circondati, così come assolutamente soli: in quel momento impossibile era per i tre comprendere in quale situazione, in quale alternativa fossero ricaduti.

« Chi ha parlato?! » ripeté di nuovo Midda, cercando di spingere il proprio sguardo a fendere quelle tenebre, senza speranza di successo.
« Quanta arroganza nella voce di un invasore. » riprese la stessa voce che prima li aveva attaccati, con tono più tranquillo, pungente e sarcastico « Quanta presunzione nelle parole di un gruppo di ladri. »
« Non siamo ladri. »
« E noi non siamo stupidi! » controbatté l’ignoto avversario « Vi abbiamo osservato fin dal vostro primo ingresso in questo luogo, abbiamo seguito ogni vostra mossa ed abbiamo ascoltato ogni vostro discorso: sappiamo perché siete qui… sappiamo cosa avete fatto. »
« E’ vero… » ammise la donna, restando immobile nella posizione di guardia « E’ nostro desiderio prendere possesso di un libro… »
« … e già di uno vi siete impadroniti… »
« … e già di uno ci siamo impadroniti… » ripeté la mercenaria, accettando quella contestazione « Ma le nostre intenzioni non sono negative, non sono violente… »
« Avete imposto la vostra forza brutale su tutto ciò a cui noi abbiamo dato vita e davvero avete il coraggio di definire le vostre intenzioni quali prive di violenza? Per quanto ancora tenterai di prendermi in giro, donna? Per quanto ancora mi offenderai con la vacuità delle tue parole? »

lunedì 29 settembre 2008

263


I
l primo indizio della presenza di qualcuno o qualcosa all’interno del complesso venne offerto a Midda sul calare della sera: dopo aver trascorso l’intero pomeriggio immersa nella ricerca del volume, prendendo al vaglio ogni possibilità nella prima sala esaminata, la donna guerriero si era proposta ed imposta un momento di riposo prima di fare ritorno ai propri compagni, accomodandosi a terra, sedendosi in un angolo. Per quanto l’impegno a lei richiesto in quell’operazione non fosse di certo gravoso come quello di un combattimento, la stanchezza mentale conseguente ai troppi insuccessi nella lunga serie di ritmici controlli, di verifiche su ogni testo potenzialmente interessante, l’aveva lasciata più provata del previsto. Inoltre la polvere, la terra che si era accumulata sul suo corpo le donava una sensazione assolutamente sgradevole, a cui avrebbe posto felicemente rimedio con un bel bagno: purtroppo, però, tale idea si proponeva semplicemente quale fonte di rammarico e tristezza nella consapevolezza di quanto tempo avrebbe dovuto attendere prima che un simile proposito si fosse potuto realizzare, proiettandosi in un futuro sicuramente non prossimo. Nel formulare tali pensieri, la di lei mente corse rapida al ricordo di Kriarya e della sua stanza nella locanda di Be’Sihl, con la tinozza sempre calda e fumante in sua attesa, con un piatto sempre abbondante di buon cibo a lei concesso dalla premura del suo amico shar’tiagho: non le succedeva spesso di soffrire di simili attacchi di nostalgia, ma quando ciò avveniva, si offriva come chiaro e malinconico segnale che da troppo tempo aveva lasciato la Città del Peccato, quel luogo in cui, per quanto potesse essere assurdo ritenerlo, ella aveva trovato quanto di più vicino ad una “casa” potesse avere. Mesi erano passati da quando aveva attraversato per l’ultima volta quella provincia kofreyota, diretta in una missione che aveva erroneamente giudicato rapida e priva di difficoltà: purtroppo, nonostante ricondurre una giovane spaurita alla propria isoletta sita nel nord del continente non fosse apparso nulla di incredibile, in quel periodo ogni genere di eventi si erano affollati davanti a lei, ultimo e non meno importante quella collaborazione forzata con Carsa, Howe e Be’Wahr al servizio di lady Lavero.
Fu proprio nel mentre in cui quel flusso incontrollato di memorie e pensieri l’aveva trascinata a separarsi psicologicamente dal mondo circostante che proprio quello stesso mondo sembrò richiamarla prepotentemente a sé, riconducendola rapidamente e quasi violentemente alla realtà attuale con una forte sensazione di pericolo. Immediatamente ed istintivamente la donna scattò in piedi, sfoderando la propria lama dagli azzurri riflessi e guardandosi attorno, con occhi di ghiaccio nella contrazione delle pupille all’interno delle iridi. Gli istanti parvero eterni in quel frangente, mentre non un solo respiro venne concesso privo di assoluto controllo, nel tentativo di ella di sospingere i propri sensi fino al limite, a cercare di comprendere cosa esattamente le avesse richiesto di porsi in guardia, cosa le avesse donato una simile reazione.

« Chi va là? »

Non contemporaneamente alla Figlia di Marr’Mahew, ma comunque con simili parole, si propose anche Carsa. Avendo concluso a propria volta la fase di ricerca per quella giornata ed essendosi ormai avviata al ritorno verso il campo base, prima che l’oscurità potesse diventare tale da rendere improponibile attraversare quei labirintici corridoi, la donna stava conducendo con sé un libro trovato per caso ma che era certa avrebbe potuto interessare i due compagni del loro gruppo, proponendosi come testo d’istruzione alla lettura ed alla scrittura: ammesso ma non concesso che i due uomini si fossero proposti con sufficiente umiltà da riconoscere i propri limiti, quel volume non eccessivamente ingombrante avrebbe potuto ben presto divenire uno dei loro principali compagni di vita, in un cammino sicuramente non facile ma che con il tempo avrebbe potuto permettere loro di recuperare quanto avevano perduto fino a quel giorno. L’idea di star compiendo un furto all’interno della Biblioteca, quale in effetti esso era, non aveva minimamente sfiorato la mente della mercenaria, laddove mantenere lì rinchiusi quei volumi senza concedere loro uno scopo nell’utilizzo, invero, significava semplicemente sprecarne il potenziale, rifiutarne il valore: molto meglio era pertanto, dal di lei punto di vista, sottrarre quei volumi all’inevitabile decadenza del tempo per rendere la conoscenza contenuta nelle loro pagine impiegabile nell’accrescimento personale di almeno una, o in questo caso due, persone.
Nel percorrere con tali pensieri il proprio cammino, i di lei sensi vennero posti in allarme: ella si sentì come osservata da qualcuno, come spiata da qualche presenza non definita al di lei sguardo. Rapida lasciò appoggiare il volume a terra, per impugnare la propria ascia e farla roteare attorno al corpo, nel reggerla con entrambe le mani allo scopo di bilanciarla in tale movimento: per quanto apparentemente esile potesse sembrare il di lei fisico nel confronto con l’arma, la destrezza da ella dimostrata in tale azione avrebbe concesso invidia a chiunque, in gesti tanto rapidi quanto eleganti tali da farla apparire come giostrante con un giocattolo per bambini piuttosto che con una micidiale lama. Il di lei sguardo, concentrato come il resto dei propri organi sensoriali, si spinse indagatore a prendere al vaglio ogni minimo particolare della realtà a lei circostante, cercando di comprendere cosa potesse essere fuori luogo, cosa avrebbe potuto in qualche misura rappresentare per lei un pericolo.

« C’è qualcuno? »

Senza poter avere la possibilità di sapere che simile domanda era stata posta anche da Carsa, Howe propose quelle parole ad alta voce verso il nulla a lui circostante, verso quelle tenebre crescenti fra i tendaggi di ragnatele che tutto avvolgevano in un pallore mortale. Quasi giunto qual era al punto di ritrovo con i propri compagni, alle orecchie del shar’tiagho era pervenuta una sensazione di spostamento d’aria: non un suono vero e proprio, ma la percezione che qualcosa si fosse mosso laddove non era previsto accadesse. Egli era consapevole di come solo loro quattro fossero presenti in quelle mura, entro i confini della Biblioteca, laddove da decenni alcun uomo poteva piede, spingeva il proprio sguardo e la propria presenza: la polvere sui pavimenti e sugli scaffali, nonché quel fitto intrico di ragnatele, definivano chiaramente come quel territorio fosse tornato ad essere praticamente vergine dopo tanto tempo e come loro fossero stati i primi a tentare di violarlo, ad avventurarsi in quelle vie. Proprio quella situazione, quell’ indiscutibile stato di fatto, non concedeva alcun avallo sulla correttezza delle di lui percezioni, imponendogli di dubitare di sé. Invero, però, se non fosse stata su di lui la stanchezza di una giornata intera a confrontare dei simboli privi di significato ai suoi occhi, nonostante tutte le prove contrarie egli non avrebbe avuto incertezze in merito alla presenza di qualcuno o qualcosa negli spazi che lo circondavano: in quello stato fisico e mentale, purtroppo, non gli restò alternativa che dubitare di sé stesso, di ciò che la sua mente gli aveva suggerito ma che, probabilmente, alla sua stessa mente era limitato.
Scuotendo il capo e rinfoderando la propria spada dorata, Howe riprese ad avanzare, ripromettendosi di riposare quanto prima quella sera a concedere un minimo di tregua alle proprie meningi, prima che oltre a strani suoni potessero suggerirgli allucinazioni più corpose e sgradevoli. Proprio in quanto soli all’interno della Biblioteca, egli non poteva permettersi di lasciarsi dominare dalla paranoia, laddove l’eccessivo timore di ipotetici pericoli attorno a sé sarebbe stata solo dimostrazione di una debolezza indegna di lui.
Liquidando in quel modo ogni timore, egli fu il primo ad arrivare al luogo del ritrovo, venendo raggiunto dopo poco anche da Carsa e da Midda, senza sentire ulteriori ed inesistenti suoni attorno a sé.

« Novità? » domandò la donna guerriero, raggiungendo i due e notando per prima un volume nelle mani della compagna « E’ quello? »
« Purtroppo no… » rispose Carsa, scuotendo il capo « Questo è solo un pensiero per i nostri due amici. A proposito… Be’Wahr? Non è ancora arrivato? » chiese poi, guardandosi attorno.
« Si sarà attardato… » fece spallucce Howe, osservando con curiosità ma stanchezza quanto trasportato dalla donna, in un senso di naturale nausea di fronte al pensiero di un altro libro « Ho paura a chiederlo: di cosa si tratta? »
« Del vostro lasciapassare per un futuro di grandi letture… » sorrise ella, mostrando non senza un pizzico d’orgoglio quel testo, quasi fosse un trofeo conquistato dopo lunghe peripezie.
« Oh, mamma… » commentò l’uomo, coprendosi il volto con la mano destra.

domenica 28 settembre 2008

262


I
n conseguenza di un’idea sufficientemente semplice quanto banale, la condizione di Howe e Be’Wahr poté essere rapidamente superata, permettendo la divisione del gruppo così come inizialmente ipotizzato: al shar’tiagho furono pertanto riservate le stanze a settentrione, al biondo quelle a meridione, a Carsa quelle occidentali ed a Midda quelle orientali. Sicuramente il ritmo con cui le due donne avrebbero potuto analizzare i titoli della marea di volumi loro assegnati sarebbe stato superiore a quello con cui altresì avrebbero potuto agire i loro colleghi maschi, nel momento in cui essi si sarebbero dovuti spingere in un’operazione di confronto continuo fra quanto riportato sui libri e le lettere scritte loro da parte della Figlia di Marr’Mahew su due pezzetti di pergamena: ciò nonostante avrebbero potuto offrire anch’essi il proprio contributo, non gravando sulle compagne e non offrendo eccessivo rallentamento alla missione. Ribadendo l’appuntamento per mezzogiorno, pertanto, il gruppo si separò con tranquillità, indirizzandosi ognuno nella direzione della propria area di competenza.
La polvere e la terra accumulatasi all’interno delle sale non era seconda a quella depositata nel corso del tempo sulla superficie esterna della Biblioteca: se possibile, anzi, essa appariva in volume ancora maggiore, celando ogni cosa sotto uno strato apparentemente impenetrabile. Di certo, un tempo i pavimenti di quelle stanze dovevano apparire splendenti, riccamente decorati ed ornati da complessi mosaici smaltati in forme caotiche e del tutto imprevedibili: in quel momento, invece, sotto ai piedi dei quattro cavalieri si presentava solo una coltre compatta di terriccio sul quale, addirittura, vita vegetale stava cercando di prendere il controllo, iniziando con muschi e licheni per poi spingersi anche a piccoli ciuffi sparsi di erbacce. Continuando per quella via, per il cammino intrapreso, probabilmente con il passare di qualche altro decennio all’interno di quelle sale la natura avrebbe ripreso il controllo perduto con l’edificazione del complesso, ristabilendo il proprio dominio su ogni cosa: in quel giorno di vittoria per le forze primordiali del pianeta, una triste sconfitta sarebbe conseguita per tutte le genti di quelle terre, non solo per Kofreya o Tranith, ma anche per i regni lì confinanti, laddove i tesori lì conservati sarebbero definitivamente andati perduti nell’incuria a cui erano stati condannati. In tale situazione, in effetti, molti volumi, molte pergamene, già presentavano uno spiacevole deterioramento dovuto al tempo ed alla mancanza di attenzione, cui altresì sarebbe dovuta essere loro proposta: il danno culturale che il governo kofreyota stava stupidamente imponendo entro quelle mura, nell’ipotesi di proteggerle da un nemico esterno, si proponeva così di una gravità estrema, che ben presto sarebbe stata destinata a diventare catastrofica in quel particolare e distruttivo crescendo. Oltre alla terra ed al ritorno della vita vegetale, poi, non mancavano anche i segni più che distintivi di una riconquista anche animale in tal senso, sia nella presenza di una moltitudine di insetti e di qualche piccolo mammifero roditore, sia prevalentemente nell’immensa mole di ragnatele lì accumulatesi, ormai tanto fitte, tanto intricate da apparire simili a veri e propri tendaggi. Non molti si offrirono gli spazi sgombri da tali ragnatele, come era casualmente e fortunatamente apparso l’ingresso scelto da Midda per accedere alla Biblioteca e di fronte ad una simile elastica resistenza, ai mercenari non restò altra soluzione al di fuori del ricorso alle armi, per quanto potesse apparire esagerata, nell’aprirsi con le proprie lame il passaggio negli intricati corridoi o, più semplicemente, anche solo l’accesso ai libri riposti nei vari scaffali.

« Per Thyres… » tossì nuovamente la donna guerriero, avanzando a colpi di spada verso levante.

Ogni istante trascorso all’interno di quel complesso spingeva la mente della mercenaria a ritenere quasi impossibile quella loro missione di recupero, per l’enorme quantitativo di materiale lì archiviato: certamente i testi non dovevano essere stati riposti alla rinfusa, ma divisi in nette categorie nelle varie sale e nei vari scaffali all’interno di ogni stanza, tale da permettere un immediato recupero dell’informazione desiderata nei tempi in cui quel luogo era ancora in funzione, ed altrettanto certamente da quell’epoca remota, nessuno doveva aver imposto del disordine sulla Biblioteca. Conoscendo pertanto il sistema di catalogazione dei volumi il recupero del libro sarebbe anche potuto essere sufficientemente semplice: purtroppo, però, a nessuno di loro era dato di sapere il sistema con cui gli antichi, e probabilmente ormai tutti defunti, bibliotecari avevano deciso di gestire quel luogo e, in conseguenza di tale ignoranza, l’unica soluzione ammessa sarebbe dovuta essere quella della ricerca sistematica, del controllo di ogni singolo tomo nella speranza di individuare quello desiderato. I quattro compagni, comunque, erano in minima misura facilitati dalla descrizione ricevuta da parte di Sha’Maech, grazie alla quale forse addirittura la metà dei volumi lì archiviati sarebbero potuti essere scartati a priori non coincidendo in dimensioni e colori: nell’immensità di quanto presente, purtroppo, anche dopo una simile scrematura ancora innumerevoli sarebbero restate le possibilità loro offerte, senza così concedere effettivo aiuto nella risoluzione del problema.
Per ore la Figlia di Marr’Mahew si smarrì all’interno della prima sala da lei scelta, passando sotto al proprio sguardo attento uno ad uno tutti i volumi che corrispondevano alla descrizione da lei posseduta: come del resto prevedibile, alcuno corrispose all’oggetto della loro ricerca e quando il sole si presentò alto nel cielo solo una parete era stata quasi completamente analizzata. Interrompendo così il proprio lavoro, nello scuotersi la polvere di dosso, ella riprese il cammino verso il luogo scelto come campo base, per rincontrarsi con i propri compagni. Fu l’ultima ad arrivare, trovando i tre intenti a rinfrescarsi la gola ed a scambiarsi le prime impressioni.

« Abbiamo cibo sufficiente per una settimana o forse più, considerando anche un razionamento delle scorte… » stava commentando Howe, nel passare la borraccia verso Carsa « Ciò che mi preoccupa, invero, resta l’acqua. »
« Già… » annuì la donna a quell’affermazione, accogliendo l’offerta « Purtroppo già domani potrebbe esaurirsi… e l’ipotesi di uscire e rientrare dalla Biblioteca per rifornirsi non può essere presa in considerazione, nella presenza dell’esercito accampato qui fuori. »
« A mio avviso non dovrebbe esserci questa necessità… » propose Be’Wahr, intervenendo nel discorso « Da qualche parte, all’interno del complesso, deve esserci un pozzo o qualcosa di simile… »
« Concordo. » prese parola Midda, rivelando in ciò la propria sopraggiunta presenza « Ritengo anche io difficile che un edificio di questa complessità e di queste dimensioni non presenti al suo interno almeno un pozzo autonomo. »
« Bentornata! » salutò la compagna, tendendo verso di lei la borraccia dopo essersi abbeverata ad essa « Trovato qualcosa? » domandò con tono retorico, potendo ben vedere come anch’ella stesse tornando a mani vuote.
« Nulla. » scosse il capo la mercenaria, prendendo quanto presentatole e portandolo alle labbra secche « Purtroppo la questione è più complicata di quanto potessimo immaginare… »
« Avremmo dovuto condurre con noi anche Sha’Maech… lui di certo avrebbe saputo dove volgere lo sguardo. » suggerì il biondo, storcendo le labbra.
« Se l’avesse saputo ce l’avrebbe detto subito, spero bene. » negò il shar’tiagho.
« Comunque direi di trascorrere ancora il pomeriggio impegnandoci nella ricerca del testo. Se entro tale tempo ancora non otterremo risultato, domani mattina saranno altri i nostri problemi, nella necessità indispensabile di comprendere se e dove poter trovare il pozzo di cui accennavate ipotesi… » riprese parola Carsa, offrendo il punto della situazione « Risolto il problema dell’acqua, il resto sarà solo questione di tempo. »

Ritrovandosi tutti in comune accordo su tale prospettiva, i quattro così riuniti consumarono un tranquillo pasto a base di carne secca, scambiandosi reciprocamente i pareri su quanto avvenuto nella mattina appena trascorsa e concedendosi, in ciò, un momento di riposo. Dopo meno di un’ora, sazi e dissetati, si salutarono nuovamente, nel rinnovare l’appuntamento per la sera e nell’augurarsi di riuscire a trovare il volume necessario al saggio per tradurre la scitala e, così, permettere loro di raggiungere la corona perduta. Nessuno fra essi, attraversando nuovamente le sale della Biblioteca per ritornare ai propri luoghi di ricerca con calma e serenità, poté accorgersi di una moltitudine di occhi rivolti al loro indirizzo, in sguardi tutt’altro che benevoli nei confronti della loro presenza in quel complesso.

sabato 27 settembre 2008

261


L
a vita quotidiana il Kofreya, così come nell’intero continente, non trovava in quegli anni, in quell’era, una particolare pubblica devozione per le arti e la cultura in generale, considerando comunemente, tanto nel più ricco quanto e soprattutto nel più povero, uno spreco di tempo e di energie rivolgere la propria personale attenzione ad interessi che mai avrebbero condotto il pane sulla tavola o avrebbero permesso un particolare arricchimento, un incremento nella propria sfera di potere. Ciò nonostante, almeno nelle fasce più benestanti della popolazione, la maggior parte dei bambini aveva normalmente occasione in età infantile di affiancare ad un addestramento fisico, utile a garantire la propria sopravvivenza, un addestramento mentale: leggere e scrivere, per i nobili, i ricchi mercanti, i mecenati era attività comune, forse non da tutti apprezzata ma, per lo meno, da tutti conosciuta. Per i meno abbienti, altresì, rare erano le occasioni di lasciare uno stato di profonda ignoranza nel ricevere, per lo meno, l’insegnamento delle basi dell’arte della lettura: nella maggior parte dei casi, invero, erano proprio gli individui stessi a non ritrovare utilità in un simile diletto, a non vedere uno scopo in tale conoscenza, preferendo specializzarsi, o far specializzare il proprio figlio, in un qualche mestiere, in una qualche professione ancor prima di fargli perdere tempo per qualcosa che non gli sarebbe mai stato utile. Un addestramento vero e proprio alla lettura, invero, era fornito ed imposto all’esercito kofreyota, dimostrando in ciò una visione sufficientemente illuminata da parte degli antichi sovrani che tali regole avevano imposto: a tutti i soldati, a qualsiasi grado essi si proponessero, era richiesto di saper leggere, laddove spesso i comandi, gli ordini non potevano essere affidati unicamente al verbo e trovavano maggiore possibilità di comprensione nello scritto. Discorso già diverso, altresì, si proponeva quello della scrittura, dove ai semplici soldati non era domandata una tale capacità, riservandola altresì alle cariche maggiori, ai gradi più elevati.
In un simile contesto, per i mercenari la situazione non si proponeva omogenea come era invece per i militari arruolati: essendo, in tal caso, la loro formazione affidata unicamente a se stessi, il grado di familiarità di un mercenario con l’arte della lettura o della scrittura era tutt’altro che comunemente similare. Da un lato, così, vi erano mercenari come Midda, i quali, anche in virtù di una vita ricca di esperienze, avevano compreso l’importanza di essere in grado di scrivere e leggere, oltre che di parlare, non unicamente nella propria lingua natia ma, possibilmente, nel maggior numero di idiomi possibili, per non lasciarsi mai cogliere impreparati dal fato, dalle possibilità che il destino avrebbe potuto porre loro di fronte. Tali casi, invero, erano ben lontani da essere la maggioranza: la Figlia di Marr’Mahew, non a caso, si proponeva come un esemplare più unico che raro nella propria professione, pur non potendosi nascondere un’ignoranza decisamente superiore a quella che avrebbe altrimenti gradito possedere. Purtroppo, anche per lei, il tempo dedicato alla propria sopravvivenza, oltre che ovviamente al mantenimento del proprio perfetto stato fisico, inevitabilmente soffocava qualsiasi possibilità di ampliare il bagaglio culturale posseduto, come al contrario poteva permettersi di fare una persona simile a Sha’Maech. Al di là di casi rari e speciali come quello di Midda, poi, vi era tutta una vasta gamma di possibilità che vedevano coinvolti i mercenari: coloro che sapevano leggere e scrivere alla perfezione nella propria lingua, coloro che sapevano leggere ma non scrivere ed anche coloro che non erano in grado di proporsi né in un ruolo né in quello opposto. Del resto per andare in guerra, per uccidere qualcuno, o per difendere qualcun altro, saper leggere e scrivere non si proponeva quale un requisito fondamentale.
Per tutto questo, Midda non ebbe ragioni di trovare divertimento nell’essere informata di una particolare condizione del loro gruppo che, purtroppo, doveva essere sfuggita alla perfetta pianificazione di lady Lavero.

« Bene… ora che finalmente riusciamo a vedere quello che ci circonda, dobbiamo darci da fare… » incitò Carsa, rialzandosi da terra.

Nell’oscurità della notte, invero, impossibile, oltre che poco prudente, sarebbe stato per loro muoversi nella Biblioteca alla ricerca del volume desiderato dallo studioso: così essi avevano approfittato dell’occasione per restare tranquillamente a riposo fino al sorgere del nuovo sole, al riparo da ogni possibilità di sguardo indiscreto dall’esterno. Inevitabilmente, in tale lunga notte, le due donne avevano anche provveduto a scambiarsi nuovamente gli abiti, gratificando, nel ritorno a vesti per loro più consuete ed idonee, non solo i propri corpi ma anche gli sguardi estremamente indiscreti dei loro compagni che non avevano voluto assolutamente perdersi lo spettacolo, nonostante le minacce mortali rivolte a loro discapito. E se, dal punto di vista dei due compagni fraterni, fortunatamente le due donne, per ragioni diverse, non sembravano offrire particolari pudori o imbarazzi nel mostrare le proprie forme scoperte, sfortunatamente le medesime, ugualmente per ragioni diverse, non si sarebbero spinte a concedere nulla di più di quelle emozioni visive, lasciandoli soffrire dolcemente per ciò che mai avrebbero potuto possedere.

« Le indicazioni di Sha’Maech sono sufficientemente chiare. » commentò la donna guerriero, risollevandosi a sua volta « Purtroppo però non abbiamo alcuna idea di dove possa essere finito il volume: direi quindi che la strategia migliore per districarci in questo dedalo è quello di dividerci, dandoci un appuntamento a metà giornata di nuovo in questo punto per un aggiornamento e, in caso di insuccesso, ritrovarci di nuovo qui a sera. »
« Concordo. » annuì la compagna « Restare uniti in questo frangente non ci offrirebbe alcun vantaggio… »
Midda, sorridendo per quella conferma, iniziò ad indicare i punti cardinali per concedere loro una migliore separazione: « Bene… allora direi che possiamo fare così… »

Le parole, però, le morirono sulla bocca, nel momento in cui il proprio dito si diresse verso Howe e la sua mente elaborò finalmente un comportamento decisamente insolito in quella mattina, già notato ma non ancora compreso in ogni sua sfumatura: né uno né l’altro dei due elementi maschili della loro squadra aveva fino a quel momento aperto bocca ed entrambi, anzi, stavano scambiandosi sguardi decisamente smarriti, per non dire imbarazzati, in conseguenza della proposta appena espressa. Era lampante come qualcosa in quanto detto non li ponesse a loro agio e, per questo, lasciando momentamenamente perdere la divisione delle aree di competenza, la mercenaria li osservò con serenità a domandare spiegazioni.

« Cosa succede? »
Incerti i due si guardarono e solo dopo un lungo momento di silenzio, di fronte allo sguardo tranquillo di Midda ed a quello un poco spiazzato di Carsa, Howe prese coraggiosamente parola: « C’è un problema… »

Lady Lavero di certo aveva scelto con cura i propri mercenari in quella squadra, selezionandoli in base alle specifiche competenze, alle capacità che ognuno di loro avrebbe saputo offrire singolarmente e che avrebbe saputo concedere all’interno di un gruppo. Purtroppo, dall’alto della propria fiera intelligenza, anche alla nobildonna uno specifico particolare era sfuggito: nessuno fra i due uomini, invero, aveva mai ricevuto una qualche formazione nel campo della lettura o, tanto meno, in quello della scrittura. Forse era stato proprio in conseguenza di quella loro incapacità che, in qualche momento passato, essi avevano avuto cagione di incontrare una mente vivace come quella di Sha’Maech, che con le proprie conoscenze, con la propria vasta cultura, aveva sopperito fino a quel momento ad ogni loro esigenza: ma per quanto precise avevano potuto essere le indicazioni del saggio rivolte a loro sul volume da trovare, in quell’occasione egli sembrava non aver considerato come essi non avrebbero mai potuto leggere il titolo riportato sopra il tomo, per identificarlo nell’infinità di altri libri simili lì presenti.
La Figlia di Marr’Mahew, dimostrando una particolare sensibilità in tutto quello, comprese rapidamente la situazione dei due compagni e, interrompendoli con un gesto della mano prima che potessero proseguire in quell’ammissione inevitabilmente spiacevole per loro, sorrise e scosse il capo ad indicare l’assenza di necessità di ulteriori spiegazioni.

« Non vi preoccupate… » li rassicurò con voce quasi dolce, in opposizione al proprio tono solitamente freddo e pungente « C’è una soluzione anche a questo. »

venerdì 26 settembre 2008

260


A
lla scomparsa di Inste, inevitabile fu il propagarsi del suono di diversi corni per tutta la zona a trasmettere l’allarme utile a convocare l’intero reggimento, levandosi verso il cielo in rapida successione in un effetto complessivo non diverso da quello che avrebbero offerto gli ululati dei lupi rivolgendosi alla pallida luna. Tutti i soldati del distaccamento vennero richiamati a rapporto, risvegliati dal sonno in cui stavano cercando di trovare riposo oppure sottratti dai propri posti di guardia attorno alla Biblioteca: la sorveglianza dell’edificio, in quel momento, si propose infatti in secondo piano laddove, di certo, esso sarebbe stato ancora lì dopo qualche ora mentre la povera fanciulla scomparsa, forse, sarebbe potuta essere uccisa dai propri aguzzini per impedirle di poterli eventualmente identificare e, conseguentemente, farli condannare a morte dalla giustizia kofreyota.
Il piano elaborato da Be’Wahr, pertanto, si dimostrò in grado di concedere i risultati sperati, spianando la strada ai quattro cavalieri verso la loro meta nella superba recitazione offerta da Carsa. Fu proprio la donna, emergendo dalle tenebre in cui si era nascosta con la complicità di un manto nero, ad offrire ai compagni il segnale di via libera nel momento in cui l’area loro necessaria per accedere al vasto complesso si propose privata dai propri sorveglianti, ed i tre, cogliendo immediatamente tale richiamo, non mancarono di raggiungerla, unendosi a lei in un angolo non troppo esposto del perimetro della Biblioteca. Nella forma estremamente particolare di quella costruzione, infatti, non mura nella concezione più classica del termine erano proposte a contenerne i tesori, quanto una serie di pareti “deformate”, almeno agli occhi di canoni più geometrici, che si componevano e concedevano in proporzioni imprevedibili: i gruppo di mercenari, pertanto, si era potuto riservare il diritto di scegliere il fronte che avrebbe offerto meno visibilità per ricavarsi una via d’accesso verso l’interno dell’edificio. Nel desiderio di non offrire risalto alla loro presenza in quel luogo, essi avevano dovuto evitare di prendere in considerazione l’ingresso attraverso una più tradizionale porta: tutte le soglie del complesso, infatti, erano da lungo tempo state sigillate e qualsiasi violazione in tal senso, ammesso che fosse stata possibile in maniera discreta, sarebbe comunque apparsa chiaramente evidente agli occhi dei soldati, i quali immediatamente avrebbero così avuto modo di comprendere il trucco orchestrato a loro discapito ed offrire in opposizione ad essi una caccia spietata.

« Appena avrò raggiunto la cima, lascerò ricadere la corda così potrete salire anche voi, uno alla volta… restate nascosti fino ad allora. »

Con quelle parole Midda aveva confermato ai propri compagni il proprio impegno in quella fase dell’attuazione della strategia concordata: lei, infatti, fra tutti aveva la maggiore esperienza e la migliore capacità fisica nell’arrampicata ed, in virtù di simili doti, ad ella fu riservato il compito di tracciare per loro la strada d’accesso alla Biblioteca, risalendo per prima lungo la parete irregolare allo scopo di fissare una corda lungo la quale gli altri avrebbero avuto meno problemi a risalire.
La superficie proposta di fronte a lei, invero, si proponeva forse come la più strana che avesse mai affrontato, laddove molte erano state le situazioni con cui si era dovuta confrontare in passato: pozzi umidi e scivolosi, canne fumarie rese roventi dal calore, alte e fredde torri di marmo così levigato da rendere improponibile l’ascesa per chiunque altro. In quell’occasione la forma assolutamente imprevedibile di quella parete, unita al rivestimento smaltato presente sotto strati di polvere accumulatasi nel corso degli anni, dei decenni su di essa, non solo le proponeva una sfida del tutto nuova ed originale, ma aggiungeva ad essa un chiaro coefficiente di difficoltà nella scarsa possibilità di presa su simile area. Liberando lo smalto dalla presenza della polvere e del terriccio, per analizzare quale delle due alternative le avrebbe potuto offrire maggiore attrito, ella non poté fare a meno di riflettere come una simile arrampicata, quando ancora quell’edificio si proponeva pulito e fiero nelle proprie forme, sarebbe stata potenzialmente impossibile durante il giorno: i tasselli con cui quelle curve apparivano rivestite, infatti, con l’aiuto dei raggi del sole sarebbero apparse quali una piastra senza dubbio utile a cuocere molto bene una bistecca alta quattro dita, ma sicuramente inadatta a concedere a mani mortali di adagiarsi su di essa senza fare la stessa fine di quella carne abbrustolita. Fortunatamente per lei ormai, anche sotto il sole del meriggio, quella superficie non avrebbe potuto riflettere più di quanto non avrebbe fatto un acro di terra bruciata: a prescindere da ciò, comunque, in quel momento non vi era alcun raggio caldo di sole sopra le loro teste e, per questo, ogni pensiero in tal senso si ritrovava ad essere semplice elucubrazione priva di fondamento. Senza ulteriori esitazioni, pertanto, ella mosse le proprie sapienti mani sul terriccio e sullo smalto, cercando aderenza sulla parete, desiderando una qualche possibilità di presa per risalire come era solita fare: invero, per quanto posta in difficoltà da molti elementi di quell’architettura, altre particolarità della medesima si proponevano in di lei aiuto, soprattutto dove non perfettamente verticale si proponeva tale muro ed un morbido angolo, quasi un risvolto di pietra, era conformato nel punto da loro scelto.
Con lentezza, pertanto, ma con inesorabilità la Figlia di Marr’Mahew iniziò la propria risalita verso il cielo, verso l’apice di quella superficie di cinta, alla ricerca di un pertugio, di una finestra, di una balconata o, anche solo, di un lucernario per avere accesso all’interno dell’edificio e, soprattutto, per fissare la corda da rilanciare ai propri compagni. Per quanto sarebbe potuto sembrare più complesso, ella preferì cercare il contatto con la superficie liscia presentata dallo smalto, allo scopo di evitare il confronto con le insidie presentate altrimenti da un terriccio tutt’altro che solido su di essa: ogni movimento delle mani o dei piedi, pertanto, era anticipato da una rapida pulizia dell’area sotto di lei, tale da concederle quanto desiderato, quanto ricercato.
Nonostante la discrezione presentata da quei movimenti, dai di lei gesti su quella superficie, impossibile sarebbe poi stata quell’ascesa se le guardie fossero rimaste ancora presenti a sorvegliare il perimetro come era fino a poco prima: ancora una volta, pertanto, era il gioco di squadra a dominare quella particolare missione, quasi a voler eseguire in maniera ferrea la volontà espressa da lady Lavero nella formazione di quel gruppo. E se, nei primi giorni di quella missione, in lei poteva essersi proposto il pensiero di lasciare indietro i propri compagni, quasi fossero solo un peso, per proseguire e concludere da sola la ricerca della corona, ormai risultava evidente come il fato desiderasse che tutti e quattro si muovessero in comune accordo, come del resto compiuto fino a quel momento. Raggiunta così una curva più dolce, quasi tendente al piano, nella parte superiore dell’edificio, lo sguardo attento, da predatore, della donna guerriero immediatamente identificò una finestra, un’apertura dai bordi quasi regolari in una forma trapezoidale, che le concesse il punto d’ingresso ricercato e, con esso, la possibilità di ancorare la fune arrotolata attorno al corpo per poi gettarla dietro di sé, verso gli altri elementi del gruppo rimasti in sua attesa. E solo un fischiettare delicato, del tutto confondibile con quello di un rapace notturno, si propose ad avvertire i compagni del successo nella propria azione.

Compiuto il proprio dovere, ella decise di superasse l’apertura raggiunta, senza ulteriori attese: « Per… Thyres… » tossì nel ritrovarsi a ricadere in un corridoio polveroso e buio, cercando poi di ridurre al minimo il rumore e di placare subito quella reazione alla nuvola di polvere levatasi in conseguenza del di lei stesso ingresso.

Solo in quel momento, nell’intravedere attraverso quella sottile ed artificiosa nebbia uno scorcio dell’interno della Biblioteca, la mercenaria ebbe per la prima volta reale comprensione di quanto la nuova fase della loro missione, ritenuta più che tranquilla nell’aver trovato un modo per evitare lo scontro con l’esercito, si sarebbe proposta complicata e stancante, ritrovandosi di fronte ad uno spettacolo colossale ed inimmaginabile di volumi, pergamene, rotoli e quant’altro che, invero, si proponevano solo come un frammento minimale dell’intero tesoro di cultura lì custodito, una sola stanza in un complesso vasto ed estremamente intrecciato. In conseguenza della loro ricerca, essi si sarebbero spinti a frugare fra reliquie di conoscenza che, probabilmente, ormai il mondo non meritava più di possedere, di consultare, e che sarebbero rimaste sepolte in quel luogo per le generazioni future: un’occasione unica, incredibile e meravigliosa, ma che avrebbe da loro anche preteso un impegno inatteso, traducibile per lei, molto prosaicamente, in un solo modo…

« Quattro volte la posta… » sussurrò, ancora tossicchiando.

giovedì 25 settembre 2008

259


A
ncora Inste tremava isterica, terrorizzata, quando venne condotta come ordinato fino alla tenda del cerusico, per poter essere lavata e curata, per poter essere custodita e protetta, lontana da coloro a cui era riuscita incredibilmente a fuggire.
Le giovani guardie, poco più che ragazzi, la guardavano con un misto fra pietà ed imbarazzo, per ciò che ai loro occhi comunque veniva offerto da quell’abbigliamento tanto succinto per mezzo del quale ben poco del di lei corpo appariva realmente coperto: senza una reale malizia risultava in effetti difficile non far ricadere il proprio sguardo su un profilo tanto sensuale, esaltato forse ancor più da quella particolare situazione, da quella stessa evidente fragilità utile a stuzzicare le corde più profonde della loro maschile sensibilità. Nell’esercito kofreyota, invero, la presenza femminile seppur minoritaria non faceva sentire la propria mancanza, presentando però un modello decisamente diverso di donna, offrendo guerriere addestrate al combattimento, alla morte, per le quali un compagno maschile non poteva ricoprire il ruolo di protezione che altrimenti la natura avrebbe a lui richiesto di impersonare: quella povera vittima, al contrario, si presentava a loro invocando la loro difesa, supplicando la loro forza, non ricorrendo a parole, per le quali non sembrava più avere forza, avere lucidità, ma semplicemente con uno sguardo meraviglioso ed infinito, in cui perdersi in eterno.

« Erano… non lo so… non… » tentò di ripetere nuovamente la cronaca della propria vicenda di fronte al cerusico, fallendo miseramente nel proprio intento.
« E’ stata aggredita non lontano da qui. » intervenne una delle quattro guardie preposte alla sua protezione, riferendo in sua vece « Non è ancora riuscita a dirci come abbia fatto a liberarsi: si chiama Inste. »
« Inste… è un bel nome, lo sai? » commentò con tono paterno il medico, invitando con gesti delicati la fanciulla a distendersi su una brandina « La figlia di mia sorella si chiama così… »
La giovane donna si limitò ad accennare un lieve movimento del capo, dimostrandosi ancora troppo scossa per riuscire in altro, anche fosse solo un tentivo di sorriso: in ciò, ella si lasciò guidare senza proteste verso il giacilio, accettando apparentemente di buon grado di potersi sdraiare su di esso.
« Non so se sei ferita o meno… e per questo dovrò controllare il tuo corpo. » spiegò l’uomo, chiedendo poi con un gesto alle guardie di lasciare la tenda per concedere un minimo di intimità alla povera vittima « Ti assicuro che non intendo farti del male… »

Ancora una volta un lieve annuire sembrò sottolineare comprensione da parte di ella, tanto da spingere le mani dell’uomo ad avvicinarsi delicatamente ai resti della casacca che la coprivano, senza malizia, senza bramosia nei propri gesti ma, unicamente, con il desiderio di assicurarsi che alcuna ferita fosse celata da quei pochi stracci, alcun graffio o taglio, possibile di infezione, si nascondesse sotto di essi.
Ma Inste, nonostante l’accordo concesso inizialmente, gettò in forte grido a quell’azione, reagendo in uno scatto quasi felino nel lasciare la branda e cercare protezione fra le braccia dell’unica guardia non ancora uscita dalla tenda, unico rimasto fra le persone che fino a quel momento non avevano apparentemente concesso particolare interesse al di lei corpo. E il cerusico, ritraendosi subito a quel movimento di lei, scosse il capo comprendendo che lo stato psicologico in cui la donna si trovava a riversare era ancora estremamente provato dalla violenza subita, impedendole così la comprensione di quello che non voleva essere su di lei alcun motivo d’offesa.

« Chiamate un paio di vostre compagne. » suggerì a quel punto, verso i soldati « Per sanarla c’è bisogno di comprendere se davvero è ferita da qualche parte ed in questo momento il terrore che la domina è imperativo su di lei al punto da non permettermi di agire in tal senso. Forse altre donne riusciranno ad avvicinarla senza un’eguale reazione di diffidenza… »
« Sì, signore. » annuì uno dei quattro soldati, tutti rientrati nella tenda al grido offerto dalla donna, prima di lasciare nuovamente quello spazio per l’esecuzione immediata del comando ricevuto.
« Proviamo a lasciarla un momento da sola… » suggerì poi, rivolgendosi a coloro che erano rimasti « La tranquillità è ciò di cui ora più ha bisogno, oltre al potersi sentire al sicuro. »
I soldati offrirono ancora totale accordo di fronte alla decisione del medico, la cui competenza ed autorità nel campo medico era indiscussa all’interno del loro reggimento, ponendosi in ciò secondo solo al comandante in capo.
« Noi resteremo qui fuori… nessuno potrà entrare a darti disturbo. » comunicò verso la donna, ancora stretta fra le tre guardie rimaste, cercando di mostrarsi sereno ed, in questo, di trasmetterle una tale quiete « Per qualsiasi cosa chiamaci… basterà una parola e saremo subito da te. »
« Come è stato ora… » suggerì uno dei presenti, cercando di rassicurarla sulla loro prontezza.

Dopo un momento di incertezza, di smarrimento, nuovamente Inste concesse un cenno di approvazione verso il cerusico da cui era appena fuggita fraintendendone le intenzioni, per poi osservare con occhi grandi e pieni di paura e dolore i propri protettori, lasciandosi da essi guidare alla branda, per lì distendersi: nel ricambiare lo sguardo, tutti loro sentirono una morsa stringersi attorno ai propri cuori, dimostrando chiaramente un forte risentimento nei confronti dei bruti macchiatisi di un simile crimine nei confronti della fanciulla, così simile a bambina in quel momento.

« A cosa serve andare a combattere contro Y’Shalf se poi simili orrori continuano ad essere perpetrati all’interno dei nostri stessi confini, da parte di nostri stessi connazionali? » borbottò uno dei soldati rivolgendosi ai propri compagni « Sono forse i nostri nemici peggiori di coloro per la cui difesa siamo pronti a dare la vita? »

Di fronte a simile domanda nessuno ovviamente sapeva offrire risposta, lasciando in silenzio la tenda e con essa la vittima di quelle atrocità in opposizione alle quali i loro animi si stavano infiammando: la loro comune speranza era che ella, restando sola con se stessa, riuscisse a ritrovare la propria pace perduta, insieme al controllo su se stessa e sul proprio futuro, l’avvenire che in quel momento probabilmente le appariva come perduto per sempre. In silenzio i tre soldati ed il cerusico attesero fuori dalla tenda l’arrivo del loro compagno e dei rinforzi femminili richiesti, ognuno riflettendo nel proprio cuore e nella propria mente su quanto accaduto, molto probabilmente ritrovandosi ad essere tutt’altro che soli in tale raccoglimento. Indubbio era, infatti, come nella tranquillità di quell’incarico di vigilanza attorno ad una Biblioteca invero dal mondo intero, l’evento offerto dalla tragedia di quella giovane fosse immediatamente diventato l’unico argomento dominante nei discorsi e nei pensieri di tutto il reggimento, in un rapido passaparola che non aveva lasciato alcuno disinformato a tal riguardo.

« Ma quanto tempo ci mettono? » domandò ad un certo punto il cerusico, osservandosi attorno impaziente per l’arrivo delle donne convocate.
« L’orario non è favorevole, signore… » provò a giustificare uno dei presenti « In questo momento o si è impegnati in un turno di guardia, impossibile da abbandonare, oppure si sta riposando. »
« Lo coprendo, ma… per la miseria… siamo parte dell’esercito: anche se addormentati dovremmo essere subito pronti a scattare in risposta ad un nemico. » replicò l’uomo, storcendo le labbra ed iniziando a battere nervosamente le dita della mano destra contro il braccio sinistro, disapprovando quel ritardo.

Diversi minuti furono richiesti al soldato inviato alla ricerca delle compagne per ritornare a loro, accompagnato da due donne con corti capelli spettinati ed aria decisamente trafelata, nella fretta imposta loro da quel risveglio anticipato e dalla necessità di rivestirsi. Inevitabile, per le malcapitate, fu oltre al danno del sonno interrotto anche la beffa del rimprovero dedicato loro dal cerusico, per la flemma con cui si erano presentate a rapporto. Non errata o spropositata, in effetti, era da considerarsi la di lui reazione, laddove a nessuno fra loro doveva essere permesso di dimenticare la natura marziale del loro incarico: il loro stesso futuro, la possibilità di sopravvivere per poter vedere un nuovo giorno all’interno di un esercito, si concedeva come conseguenza diretta anche della loro capacità di saper rispondere con prontezza agli ordini, non facendosi mai trovare impreparati di fronte ad alcun imprevisto.
Ma l’imprevisto di fronte a cui alcuno fra loro, neppure il cerusico stesso, si ritrovò ad essere preparato, fu quello che vide le due donne affacciarsi all’interno di una tenda vuota, osservando solo l’evidenza di uno scontro ed, in esso, del fallimento nel proteggere chi era stata loro affidata.

mercoledì 24 settembre 2008

258


N
essuno fra loro, ovviamente, aveva mai avuto particolari pregiudizi nei confronti di Be’Wahr, considerandolo un mercenario come chiunque altro in quel gruppo, sicuramente scelto da lady Lavero a ragion veduta. Nemmeno lo stesso shar’tiagho, al di là del proprio comportamento apparentemente burbero e polemico nei suoi riguardi, si proponeva come discriminante verso il fratello, a cui di certo era assolutamente affezionato, per quanto mai lo avrebbe ammesso. Il biondo possedeva del resto molte qualità ed il fatto che fosse ancora vivo, in un mondo come il loro e mantenendosi attraverso una professione come la loro, risultava comunque indicativo di una qualità di base non presente in tutti coloro altresì caduti sotto l’azione della sua lama per concedergli un simile diritto. Date simili premesse, comunque, difficile per tutti loro in quel momento risultava accettare la proposta di una strategia da parte sua: non come mancanza di fiducia ma, semplicemente, come puro realismo, laddove il giovane non si era mai proposto quale particolarmente dotato nell’analisi e nell’elaborazione dei dati più elementari, caratteristica assolutamente essenziale in un contesto tattico come quello in cui sembrava volersi slanciare in quel momento.

« Scusa… dicevi? » domandò Howe, sbattendo ripetutamente le palpebre verso il compagno.
« Che so come potremmo entrare… » ripeté sorridendo l’altro « Ci ho pensato su e non sembr… »
« Madornale errore. » scosse il capo il primo, coprendosi gli occhi con una mano « Sai che certe cose non dovresti farle… »
« Cosa? » chiese Be’Wahr, aggrottando la fronte senza comprendere.
« Pensare. Non ci sei abituato… non fa bene alla tua salute, lo sai. » replicò sorridendo sornione.
« Come sei spiritoso… »
« Ragazzi. » si impose Carsa, levando le mani a chiedere silenzio « Per favore… potremmo concentrarci sul nostro problema? »
« Se hai un’idea, esponila senza indugi. » intervenne a sua volta Midda, rivolgendosi verso il biondo.
« Qui finisce male… » sospirò il shar’tiagho, sospirando e levando gli occhi al cielo.

Il suo nome era Inste ed ella si presentò quale una giovane ed affascinante donna che, in lacrime, gridando disperata, cercava fuga da una coppia di bruti: le di lei vesti, sopra ad una pelle scura ed, in questo, sensualmente esotica, si mostravano stracciate, in una sdrucita casacca grigia che a malapena riusciva a coprirle il seno ed in luridi pantaloni rossi che ricadevano simili a stracci dai suoi fianchi, sopra a piedi scalzi. Insieme ad un simile vestiario, la pelle sudata ed i lunghi capelli arruffati e sporchi di terra e di erba non avrebbero lasciato dubbi sulla di lei storia, ed in questo ancor meno indugi concedeva il suo sguardo, la sua espressione, assolutamente stravolta, in preda ad un panico totale ed incontenibile.
Nessuno avrebbe mai potuto osservarla e rifiutare l’orrore della violenza da cui stava cercando fuga e, per questo, neppure i giovani soldati poterono restare calmi ed indifferenti: immediatamente l’allarme venne così suonato, richiamando l’attenzione di tutti i loro compagni a riposo e quella dei loro comandanti, nel non poter abbandonare la posizione di guardia assunta senza il rischio conseguente di incorrere in sanzioni severe, punizioni marziali. Per quanto nessun aggressore sembrava essersi spinto a seguirla fino a quel punto tanto sorvegliato, a quella frontiera di salvezza da ella raggiunta, immediatamente il comandante del reggimento ordinò a tre diversi gruppi di ricercare e condurre al proprio giudizio gli animali che avevano osato tanto nei confronti di una creatura così fragile, mentre la giovane vittima, ancora piangendo isterica, venne accompagnata dal cerusico del campo per poter ricevere le eventuali cure necessarie, affiancata e scortata da quattro guardie disposte a sua protezione. Probabilmente entro pochi mesi da quel giorno, qualcuno fra quegli stessi giovani soldati così indignati ora per il solo pensiero di uno stupro ai danni di una persona tanto indifesa si sarebbero a loro volta macchiati di crimini anche peggiori, nel contesto di paradossale imbarbarimento e perdita di ogni forma di onore della guerra: in quel momento, però, nessuno fra loro avrebbe potuto provare un sentimento diverso dalla pietà per ella, nella difesa della nobiltà di valori che dovevano caratterizzare il loro ruolo in tutto il regno di Kofreya.

« Devo ammettere che questa tua idea non è poi stata così sbagliata… » commentò Howe, verso il fratello, nel concedergli un giusto riconoscimento per i propri meriti.

Invero il consenso maliziosamente offerto dal shar’tiagho non si proponeva in virtù dell’apparente riuscita del piano suggerito, quanto in conseguenza di ciò che l’attuazione di una simile strategia aveva richiesto: gli abiti indossati da Carsa nell’improvvisazione di quel momento, nella creazione di quel nuovo personaggio, infatti, altri non erano che gli stessi indossati solitamente da Midda e tale scambio di vesti non solo aveva concesso loro l’occasione tutt’altro che spiacevole di poter ammirare i corpi delle due compagne quasi completamente denudati, ma aveva anche imposto sopra la Figlia di Marr’Mahew una mise estremamente attillata per le sue forme molto più generose rispetto a quelle della compagna, facendo in ciò risaltare, se possibile, sotto i loro occhi l’abbondanza delle sue curve. La casacca di Carsa, con il proprio intreccio di lacci lungo tutto l’addome, si proponeva attorno al corpo della donna guerriero simile ad un corsetto, mentre i pantaloni, decisamente inadatti alle sue gambe ed ai suoi fianchi, soffocavano quelle proporzioni risaltando i di lei glutei come mai era stato loro concesso di poter godere prima d’allora.

« Per Lohr… » invocò sottovoce l’uomo, sollevando gli occhi al cielo e cercando di distrarsi dal corpo della compagna, nel tornare a guardare verso la Biblioteca.
« Calma i tuoi bollenti spiriti, Howe… » suggerì con freddezza glaciale la mercenaria « O ti aiuterò io a ritrovare l’equilibrio interiore. »
« Magari il metodo potrebbe anche essere interessante… » sorrise sornione egli, tornando a volgersi verso di lei.
« Sei la prima persona al mondo che si dichiara interessata a morire. » rispose ella, inarcando il sopracciglio destro.

Per quanto naturalmente, e comprensibilmente, attratto dalla donna, di fronte a quel non velato avvertimento Howe ritornò in silenzio, incassando anche la reazione ovviamente divertita di Be’Wahr per quello scambio di battute: per quanto disteso e complice potesse essere il clima formatosi all’interno del loro gruppo, dopo tante settimane di viaggi e collaborazione, per il mantenimento della sua salute sarebbe stato infatti decisamente proficuo evitare di entrare in contrasto con la loro famosa, o famigerata, compagna, soprattutto in conseguenza di una motivazione tanto blanda. In lui non vi era dubbio in merito al fatto che ella avesse ben compreso le ragioni scherzose che avevano condotto ad una simile battuta, ma insistere in tal senso, soprattutto in un momento comunque delicato come quello in corso, avrebbe potuto portare a conseguenze tutt’altro che divertenti: meglio, eventualmente, rimandare a dopo simili discorsi ed accettare, ora, di godere tacitamente dello spettacolo offertogli.
Dal punto di vista di Midda, tutt’altro che nuova ad esperienze di collaborazione, di lavoro di squadra, quel particolare gruppo non si proponeva per nulla sgradito: al contrario, ella poteva dirsi più che soddisfatta della scelta compiuta da parte di lady Lavero, che si era dimostrata un’abile mecenate, capace di valutare correttamente i propri obiettivi ed i mezzi più adeguati per perseguirli, come del resto aveva intuito fin dal loro primo incontro giudicandola per questo una donna potenzialmente molto pericolosa. L’unico difetto, se tale si poteva considerare, in quella squadra era il rispetto che i suoi compagni le offrivano aprioristicamente: certo ciò che le veniva riconosciuto non era nulla di meno di quanto ella per tutta la vita non avesse fatto in modo di guadagnarsi, ma trovare un tale tributo nei propri collaboratori la poneva spesso a disagio e, peggio, rischiava di diventare potenzialmente lesivo per il corretto successo della loro missione. In risposta ad Howe, ad esempio, ella aveva semplicemente desiderato scherzare ma, purtroppo, la sua fama in tal senso l’aveva preceduta ponendo fine ad ogni confronto.

« Stiamo attenti… » invitò Be’Wahr, intromettendosi fra loro « A breve toccherà a noi… »