11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
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lunedì 7 giugno 2021

3665

 

« Lei sta bene... » asserì quindi, scuotendo appena il capo a sottolineare quanto, da parte di H’Anel, non vi sarebbe stata necessità di riservarsi cruccio per tutto ciò « Ma non è qui. » soggiunse, a titolo di puntuale precisazione a tal riguardo, accompagnandosi con un lieve sorriso di difficile interpretazione nel merito del proprio stesso significato, forse animato da una timida positività o forse, e piuttosto, contraddistinto da una certa frustrante insofferenza a confronto con tutto ciò.
« E dov’è...?! » domandò d’istinto l’altra, rendendosi conto, un solo istante dopo aver scandito quell’interrogativo, di quanto assurdo esso avesse a doversi intendere, nell’indubbia impossibilità da parte della sua interlocutrice a concederle una risposta.
« Questo non lo so... » escluse allora Duva, stringendosi appena fra le spalle « Però la fenice si è espressa in maniera abbastanza chiara a tal riguardo. Sul fatto che non sia qui... e sul fatto che sia ancora in vita. » spiegò, a offrire un’argomentazione puntuale nel merito del perché della propria presa di posizione a tal riguardo « E se l’ha detto la fenice, francamente credo che possiamo anche stare tranquille di quanto tutto ciò corrisponda al vero. » sancì, in quello che non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual un atto di fiducia nei suoi riguardi, quanto e piuttosto la mera definizione di uno stato di realtà, e di uno stato di realtà allor estraneo a ogni possibilità di discussione.

In effetti, a confronto con quella dichiarazione, anche H’Anel non mancò di rammentare una delle poche frasi condivise dalla fenice con lei, e quella frase che, scandita al plurale, le aveva fatto comprendere di non poter essere fraintesa sola all’interno della luce della fenice, di quel dolce abbraccio infuocato nel quale le era stata donata la vita, sotto molti aspetti diversi.

« Perché proprio io...?! » aveva domandato alla fenice, incerta sul perché proprio lei avesse a poter essere riconosciuta meritevole di salvezza.
“Potete considerarlo un favore verso colei che ha dovuto rendere proprio un fardello troppo pesante per chiunque.” aveva allor replicato la Portatrice di Luce, in un riferimento tutt’altro che criptico verso Midda Bontor “Il suo impegno in favore della ricerca di un giusto equilibrio è lodevole. E non desidero che possa avere a subire la tragedia della vostra perdita...”

Una frase che, se pur sul momento aveva stuzzicato la sua attenzione soltanto dal punto di vista della peculiare declinazione al plurale, allorché al singolare, non avrebbe avuto tuttavia a dover essere ignorata neppure dal punto di vista proprio del riferimento stesso a Midda: non un riferimento scandito in termini ipotetici, quanto e piuttosto quietamente assertivi, volti a definire necessaria la loro salvezza per non avere a dispiacere la stessa Figlia di Marr’Mahew, anche e soprattutto in considerazione dell’impegno che ella stava ponendo nel cercare di non usare, e soprattutto non abusare, dei poteri della regina Anmel, nel tutt’altro che incomprensibile timore di avere ad assomigliare eccessivamente alla stessa, nel male ancor prima che nel bene.
Là dove, quindi, l’impegno di Midda era stato riconosciuto dalla fenice come lodevole, non declinando il verbo all’imperfetto, o peggio ancora al passato, quanto e piuttosto al presente, e all’indicativo presente, tutt’altro che velata avrebbe avuto a potersi considerare l’informazione dell’ancor indiscussa esistenza in vita della stessa donna guerriero, a dispetto della sua scomparsa e di ogni impegno in senso opposto da parte della medesima Progenie della Fenice.

« Ora che mi ci fai pensare, anche a me ha detto qualcosa utile a essere certi che sia ancora viva. » confermò H’Anel in direzione di Duva, annuendo con positività a tal riguardo.
« Non che potessero esservi dubbi a tal riguardo... » scosse il capo la Furia Nera, sorridendo divertita a confronto con quell’affermazione « Nell’ipotesi che veramente i vostri dei possano esistere, e a prescindere a quelle che possono essere le mie convinzioni personali, sono certa che non permetteranno che ella abbia a morire. Non oggi, né, forse, neppure mai. »
« Perché la amano troppo...?! » domandò allor la figlia di Ebano, con tono chiaramente provocatorio là dove mai avrebbe potuto attendersi una risposta tanto banale da Duva e, anzi, impegnandosi più che volentieri a servirle l’occasione utile per completare la propria personalissima presa di posizione a tal riguardo.
« ... perché ne hanno troppa paura! » ridacchiò tuttavia l’altra, ammiccando verso di lei « Anche perché quella non sarebbe capace di restare tranquilla neppure dopo essere morta. E sono convinta che nessun dio immortale gradirebbe correre il rischio di ritrovarsi faccia a faccia con lei per il resto dell’eternità! »

Esplodendo in una sonora risata, H’Anel accolse quindi quell’analisi per così come proposta da Duva. Una risata, obiettivamente, più marcata di quanto pur quella battuta non avrebbe potuto meritare e, ciò non di meno, una risata allor da lei quietamente ricercata al solo scopo di ritrovare il proprio giusto equilibrio interiore, offrendo libero sfogo a tutte le contrastanti emozioni che tanto a lungo l’avevano caratterizzata in quelle ultime ore.
Certo: la loro missione, in effetti, avrebbe avuto a doversi riconoscere fondamentalmente fallita, a confronto con l’insuccesso da loro riportato nel ritrovare Midda Bontor e nell’aiutarla a riconquistare la propria libertà perduta. Ma, al di là di tutto ciò, la certezza di quanto, comunque, ella avesse a doversi intendere in vita e in salute non avrebbe potuto ovviare a rappresentare, per entrambe, una più che ragionevole motivazione per essere decisamente contente del tempo presente e, soprattutto, per continuare a conservare la propria positività, con la speranzosa convinzione di poter presto tornare a riabbracciare l’amica perduta. E così, per quanto quella missione non fosse stata certamente un successo, non avrebbe neppure avuto ragione di che abbatterle. Anzi.
Dopotutto la loro, sin dall’inizio, era soltanto una possibilità su quattro. E una possibilità su quattro nel confronto con l’evidenza di quanto, comunque, soltanto quattro erano state da loro identificate quali alternative utili a giustificare la sparizione della stessa Midda Bontor. Il fatto che, quindi, ella non fosse stata da loro rintracciata non avrebbe avuto necessariamente a escludere che ciò non avrebbe potuto già essere occorso in grazia a M’Eu e Be’Wahr, ritrovandola nella fortezza un tempo prigione di Desmair; o in grazia a Howe e Lys’sh, recuperandola da quel terrificante dedalo sotterraneo che era stato utile, già per secoli, millenni addirittura, a custodire la corona della regina; o, ancora, in grazia di Rín e Be’Sihl, riportandola a casa dalle infinite possibilità proprie del tempo del sogno.
Insomma: Midda Bontor era ancora in vita.
E ovunque ella fosse potuta andare a cacciarsi, presto o tardi qualcuno fra i loro compagni, i loro amici, i color fratelli e sorelle di clan, l’avrebbe sicuramente rintracciata. Non sarebbero state loro, proprio malgrado, ma, comunque, l’avrebbero rintracciata, e riportata a casa.

« Rimettiamoci in viaggio... che la strada per Kriarya è lunga. » suggerì con un profondo sospiro Duva, non appena le risate furono scemate « E, francamente, non ho intenzione di restare qui vicino un solo ulteriore istante... » puntualizzò, rivolgendo uno sguardo scettico all’indirizzo dell’ingresso del tempio della fenice e, indirettamente, a tutti i propri misteri e pericoli « Senza offesa per la padrona di casa! »
« Non vorrai dirmi che ora sei tu a non sopportare questo posto...?! » sorrise H’Anel, non potendo ovviare a cogliere l’ironia della sorte, proprio nel momento in cui ella, ormai, non avrebbe più avuto a potersi considerare a disagio con tutto ciò.
« Naaa... figurati. » scosse il capo l’altra, inarcando appena un sopracciglio « E’ un posto così tranquillo e accogliente che penso dovrebbe essere considerato come meta di vacanze per chiunque! E, in particolare, per chiunque voglia non uscire vivo dalle proprie vacanze...! »

domenica 6 giugno 2021

3664

 

« Duva! » gridò, con sincero entusiasmo nel poter ritrovare finalmente la propria compagna di ventura, la propria amica, dopo esser stata certa che non avrebbe avuto altre occasioni di rivederla, a confronto con quella che, proprio malgrado, era parso il termine ultimo della sua stessa vita.
« H’Anel! » replicò l’altra, contraddistinta da non minor sorpresa nel confronto con la giovane figlia di Ebano, sgranando gli occhi nel ritrovarsela quasi di fronte « Per tutte le lune di Ronn-Ha’G... stai bene?! »

H’Anel, in effetti, stava bene. E anche Duva, per quanto ancora non se ne fosse resa conto, stava bene. Tanto infatti le ustioni e le ferite riportate dall’una, quanto la spalla lussata dell’altra, erano improvvisamente state sanata, quasi nulla fosse realmente loro occorso, quasi allora si stessero semplicemente risvegliando da un bizzarro sogno. Ma sogno quello non era stato, così come avrebbero potuto comprovare le due spade ancor sorrette da H’Anel, o la sua intera figura ricoperta di sangue, così come la cintura legata attorno al braccio sinistro di Duva a tenerlo in posizione o, anche, i suoi piedi scalzi... e questo senza dimenticare la perdita della lancia di H’Anel o della spada di Duva. Tutto ciò che avevano affrontato, pertanto, era accaduto realmente. Ed estremamente reale, quindi, era stata per loro l’eventualità di morire.

« Sto... bene. » rispose, rendendosi conto di quanto quell’affermazione non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual una frase di circostanza, quanto e piuttosto una sincera descrizione della propria attuale condizione, e di una condizione a confronto con la quale non avrebbe potuto che dimostrarsi persino sorpresa, non avendo avuto alcuna ragione per attendersi qualcosa di simile « Sto bene, per tutti gli dei. Meglio di quanto non avrei immaginato di poter stare... »
« In effetti anche io. » confermò Duva, gettando soltanto allora uno sguardo in direzione della propria spalla sinistra soltanto per averla a scoprire nuovamente nella propria giusta sede, quasi nulla fosse accaduto « E’ probabile che sia stato merito della fenice. »
« La fenice! » esclamò H’Anel, trovando in ciò conferma evidente al proprio sospetto precedente, e quel sospetto che, in effetti, avrebbe avuto a non dover essere più frainteso qual tale nella replica offertale dalla diretta interessata « E’ stata lei veramente a salvarci, quindi... » affermò, non negandosi, malgrado tutto, un certo stupore a confronto con tale idea « Ma come... e perché...?! »

Domande tutt’altro che retoriche, quelle allor formulate dalla giovane, che, tuttavia, avrebbero potuto restare prove di risposta a confronto con l’evidente sparizione della fenice, e di quella fenice che, in effetti, ella neppure aveva avuto realmente occasione di vedere, nel ritrovarsi direttamente immersa nella sua luce benefica esattamente nel momento in cui era certa avrebbe avuto, altresì, a precipitare nelle tenebre dell’oblio derivanti dall’avversario presentatole innanzi.

« E’ andata via... » osservò, guardandosi attorno e non ravvisando evidenza concreta della presenza della fenice vicino a loro « ... senza una parola... senza una spiegazione. »
« Ehm... » esitò allora Duva, sorridendo con aria vagamente imbarazzata « Questo non è del tutto vero. » puntualizzò, aggrottando lievemente la fronte.
« In che senso...?! » insistette H’Anel, tornando con lo sguardo alla compagna d’armi, senza comprendere cosa ella potesse star desiderando asserire in quel frangente.
« Nel senso che, in verità, io ho avuto modo di parlare con lei prima che le sue fiamme mi avvolgessero. » ammise, in termini a confronto con i quali tutto ciò che era accaduto avrebbe potuto ritrovare un senso, non delineando l’ingresso in scena della fenice qual un evento casuale, quanto e piuttosto conseguenza di qualcosa di ben preciso.
« L’hai trovata, allora! » esclamò l’altra, prima esprimendo una certa sorpresa e poi aprendosi in un amplio sorriso di soddisfazione a confronto con tutto ciò « Ero certa che saresti riuscita ad arrivare sino in fondo! »
« Il fatto che sia stata io a trovarla mi pare un’affermazione quantomai dubbia... » sospirò la Furia Nera, non per falsa modestia, quanto e piuttosto per onestà intellettuale « Diciamo che, più che altro, c’è mancato poco che non le cadessi addosso. In senso metaforico, ovviamente... »

Fu così che, in maniera concisa ma completa, Duva offrì alla compagna di viaggio un resoconto su quanto accaduto dopo la loro separazione, non soffermandosi particolarmente sulle difficoltà affrontate, fra trabocchetti e lombrichi giganti, nonché rovinose cadute dalle scale, che pur alcun concreto valore avrebbero potuto aggiungere alla questione, quanto e piuttosto mirando ad arrivare all’ultimo capitolo della vicenda, e a quanto aveva avuto a trovare soltanto dopo essersi perduta a sua volta nell’oscurità...

« Credo che tu possa apprezzare quanto restai sorpresa a confronto con l’evidenza di essere giunta esattamente là dove desideravamo, all’ultima prova prima dell’accesso al cuore del tempio... »
« Hai raggiunto il fiume di lava! » esclamò H’Anel, anticipando di poco le parole dell’interlocutrice nel merito di quanto ebbe ad attenderla alla fine delle tenebre « Ma che fortuna....! »
« Puoi ben dirlo. » confermò Duva, annuendo vistosamente a confronto con quella definizione, e quella definizione che non volle in alcuna maniera porre in dubbio, quanto e piuttosto, addirittura, confermare e ribadire « Ho avuto una fortuna sfacciata...! »
« E così sei giunta sino a lei... »
« Già. » confermò nuovamente, ancora annuendo nel confronto con quell’ultima definizione « E, credimi... tutto ciò che Midda ci ha detto su di lei è semplicemente vero. » osservò, offrendo riferimento esplicito all’amica perduta, e all’amica per ritrovare la quale si erano impegnate in tutto quello, purtroppo senza conseguire alcun risultato utile « Parlare con la fenice è stata un’esperienza a dir poco mistica. Una di quelle esperienze che ti cambiano nel profondo... »
« Capisco perfettamente quello che vuoi dire. » replicò H’Anel, la quale, pur essendosi ritrovata a confronto per troppo breve tempo con la fenice, non avrebbe potuto ovviare a confermare senza esitazione alcuna quanto così dichiarato, quanto così raccontato.

Per un istante soltanto il silenzio ebbe quindi a imporsi fra loro, nel mentre in cui entrambe si riservarono l’occasione di rielaborare la propria personale esperienza con la fenice.
Un istante di silenzio che, tuttavia, fu alfine interrotto dalla voce di H’Anel, la quale, per quanto grata alla fenice di averla salvata, non avrebbe potuto ignorare l’evidenza di quanto, così facendo, le aveva impedito di completare la propria esplorazione del covo della Progenie, alla ricerca di Midda Bontor...

« Purtroppo il vostro intervento di salvataggio nei miei confronti è giunto prematuramente. » spiegò quindi, storcendo le labbra verso il basso e tralasciando l’evidenza di quanto, in assenza di tutto ciò, ella non sarebbe sicuramente sopravvissuta un solo istante di più « Non so quanto tu abbia coscienza di quello che è successo, ma mentre tu hai avuto la fortuna di raggiungere la fenice, a me è stata concessa un altrettanto significativa dimostrazione di favore da parte degli dei, nel raggiungere il covo della Progenie della Fenice. » semplificò ai minimi termini, in favore della propria interlocutrice « Ma il posto è molto grande... e non ho fatto in tempo ad assicurarmi della presenza, o dell’assenza, di Midda... »

Ma, interrompendola, intervenne allora la voce della stessa Duva, a concedere risposta ai suoi dubbi a tal riguardo.

sabato 5 giugno 2021

3663

 

H’Anel non aveva dubbi sull’imminenza della propria morte. Non ne aveva avuti sino a quel momento e, certamente, non ne avrebbe potuti avere a confronto con la proposta di un antagonista qual quello, che esso avesse a dover essere inteso un alfiere direttamente dalla zona grigia a metà fra la vita e la morte, o che fosse espressione del mito alla base dell’appellativo dell’Oscura Mietitrice, o, persino, entrambi; l’ingresso in scena di quel mostro non avrebbe potuto che comportare, necessariamente, la sua fine. E, così come già prima che esso avesse a fare la propria apparizione, l’unico interrogativo che avrebbe potuto lì ancor valere sarebbe dovuto essere soltanto uno: quanti antagonisti sarebbe stata in grado di condurre seco nella morte, nel sempre minor tempo rimastole?!
Proprio malgrado, però, quella sadica fanatica della Progenie sembrò candidarsi a essere l’ultima fra le sue possibili vittime, là dove, senza esitazione alcuna, e in probabile risposta ai desideri dei propri evocatori, l’imponente colosso ammantato di nero ebbe allor ad avanzare verso di lei con rapidità, e con movenze simili a quelle di uno spettro ancor prima che di una creatura in carne e ossa, nel levitare al di sopra delle teste degli uomini e delle donne della Progenie della Fenice senza che questi avessero minimamente a importarsi della sua presenza, nella quieta consapevolezza di quanto, in fondo, non sarebbe stato loro imputato alcun male.

« Padre... » sussurrò allora H’Anel, a denti stretti « ... spero che tu possa scoprire, un giorno, quanto tua figlia abbia reso onore al tuo nome quest’oggi. »

Chinandosi allora per raccogliere due spade da terra, l’una impugnata nella destra e l’altra nella sinistra, la giovane guerriera richiamò a sé tutte le proprie energie, tutte le ultime forze rimastele, per prepararsi a compiere un ultimo balzo, un ultimo salto in direzione di quell’antagonista, e di quell’antagonista che, anche ove ella non si fosse mossa, sarebbe giunto a lei di lì al tempo proprio di un battito di ciglia, ma a confronto con il quale, comunque, ella non avrebbe desiderato restare in sottomessa attesa dell’ineluttabilità del proprio fato.
Dovendo morire, ella sarebbe morta come era vissuta. Sarebbe morta combattendo, slanciandosi con fierezza nella mischia, pronta a sferrare il proprio attacco. Sarebbe morta da donna guerriero.

« M’Eu... perdonami se non riuscirò a tornare a casa! » sussurrò rivolta al proprio fratellino, e a colui che più di chiunque altro, era certa, avrebbe avuto dispiacere con la propria morte, finendo con il gravare, sul suo cuore, sulla sua mente e sul suo spirito con quella nuova tragedia in associazione a quel luogo evidentemente maledetto per loro.

E così, estendendo di scatto le proprie gambe, ella ebbe a compiere uno straordinario balzo in avanti, accompagnandosi con un alto grido, un urlo nel quale ebbe a esprimere tutta se stessa, certa di quanto, allora, non vi sarebbe stata per lei ulteriore possibilità di imporre la propria voce in quello o in altri mondi...

... ma, nell’esatto istante in cui ella avrebbe dovuto precipitare nelle tenebre di quella spettrale figura, nell’esatto istante in cui ella avrebbe dovuto morire, allorché oscurità si ritrovò a essere avvolta dalla luce, e da una luce abbagliante e, ciò non di meno, accogliente, confortevole, protettiva, come l’abbraccio di una madre o, forse, anche più.
Mai, nel corso della propria intera esistenza, ella aveva avuto occasione di provare qualcosa di simile a quello. E mai avrebbe potuto immaginare potesse esistere qualcosa di simile a quello. Non era certa che potesse esistere una parola utile a descrivere la propria attuale condizione, ma se tale parola fosse esistita certamente sarebbe stata “beatitudine”. Non semplicemente “felicità”, non banalmente “pace”, quanto e per l’appunto “beatitudine”.
A confronto con tale stato di beatitudine, quindi, H’Anel si sentì certa di essere morta. E, diversamente dalla promessa fattale dalla propria sadica antagonista, di essere ascesa in gloria agli dei, in quello che, per forza di cose, doveva essere l’aldilà e l’aldilà riservato ai giusti, ai prodi, ai valorosi.

“No. Non sei morta.”

Una voce, tuttavia, la raggiunse a negare quel pensiero. E la raggiunse non attraverso il proprio udito, quanto e piuttosto imponendosi direttamente nella sua mente.
E per quanto ella non avesse avuto precedente occasione di relazionarsi direttamente con la fenice, la figlia di Ebano non ebbe esitazione a riconoscere l’identità della propria interlocutrice.

“Sono io.” confermò la medesima, in risposta a quel nuovo pensiero, e quel pensiero che ella aveva formulato nella propria mente senza parole, venendo comunque colto dalla Portatrice di Luce.
« Che cosa è successo...? » esitò allora H’Anel, non desiderando certamente apparire ingrata nei riguardi della propria soccorritrice e, ciò non di meno, non riuscendo neppure a comprendere come o perché tutto ciò stesse avvenendo « Mi hai salvata...?! » domando, in un quesito allor sufficientemente retorico nella propria formulazione.
“Né tu, né la creatura contro la quale stavi combattendo, appartenevate alla realtà in cui eravate. E ciò mi ha concesso la possibilità di ovviare alla tua morte, un istante prima che essa avesse ad avvenire, per ristabilire il giusto corso delle cose...” spiegò la fenice, cogliendo il reale interrogativo dietro a quelle domande e, in ciò, rispondendo direttamente al medesimo “Ho già avuto occasione di agire così anche con Midda Bontor, in tempi passati. Per quanto ella non possa rammentarlo...”
« Perché proprio io...?! » questionò, ancor non per mancanza di riconoscenza alla propria salvatrice, quanto e piuttosto nella necessità di comprendere.
“Potete considerarlo un favore verso colei che ha dovuto rendere proprio un fardello troppo pesante per chiunque.” replicò la fenice, con incedere quieto, nel riferirsi evidentemente e nuovamente alla Figlia di Marr’Mahew “Il suo impegno in favore della ricerca di un giusto equilibrio è lodevole. E non desidero che possa avere a subire la tragedia della vostra perdita...”

H’Anel non poté ovviare a notare quanto, allor, la fenice stesse esprimendosi ricorrendo all’uso della seconda persona plurale ancor prima della seconda persona singolare, in termini tali per cui, evidentemente, in quella luce non avrebbe avuto a doversi fraintendere sola.

« Duva...?! » esclamò allora, cercando contatto verbale con la compagna di ventura, e quella compagna dalla quale si era separata nelle tenebre e con la quale, in mirabile contrapposizione, si stava or riunendo nella luce.

Fu allora che la luce iniziò a scemare e l’immagine di un mondo attorno a lei ebbe occasione di iniziare a tornare a essere riconoscibile. Un mondo a lei noto, nel configurarsi come l’ingresso stesso al tempio della fenice, là da dove tutto ciò aveva avuto inizio. E un mondo nel quale, accanto a lei, a meno di un piede di distanza, avrebbe avuto a poter essere riconosciuta la presenza di Duva Nebiria, con un’espressione dipinta sul viso che non avrebbe avuto a dover essere fraintesa, probabilmente, particolarmente differente dalla sua, nello stupore, nella confusione e, ancor, nella beatitudine conseguente a tutto ciò che era appena accaduto.

venerdì 4 giugno 2021

3662

 

« Io forse oggi morirò... » sospirò quindi, osservando la mezza lancia rimastale in mano e, con essa, le minime possibilità di sopravvivenza rimastale « ... ma, quantomeno, tu verrai con me! » soggiunse, e, nel mentre di tali parole, non mancando di proiettare con tutta la propria forza quella mezza lancia dritta contro il proprio attuale interlocutore, con un gesto tanto potente quanto inatteso a confronto con il quale egli non poté far nulla.

Così, mantenendo istantaneamente la parola data, ella ebbe a strappare la vita dal corpo di quel fanatico, nel trapassargli il cuore, e l’intero busto con esso, da parte a parte, a non lasciar sprecata quella mezza lancia così rimastale e, anzi, a concederle un ultimo momento di gloria.
Un gesto, quello di lei, al quale ebbe a far seguire un rapido movimento di entrambe le mani in direzione dei due corti pugnali presenti ai propri fianchi, corti pugnali che, ancor senza battere ciglio, ebbe a proiettare in un unico, fluido gesto in direzione delle due persone, un uomo e una donna, ai fianchi della propria ultima vittima, andando a colpirli entrambi con precisione chirurgica nel bel mezzo della gola e, in ciò, sancendone la fine.
Inutile, dopotutto, sarebbe stato per lei avere a conservare quelle armi qual motivo d’ornamento sul proprio corpo, là dove, come ormai ben accettato, la sua fine avrebbe avuto a doversi intendere ormai prossima. Senza contare quanto, comunque, attorno a lei avesse lì accumulato un certo numero di cadaveri, e di cadaveri che, almeno nelle prime cariche, avrebbero avuto a doversi riconoscere tutti armati. Motivo per il quale, comunque, non avrebbe avuto a correre il rischio di restare disarmata prima di avere a riconsegnare la propria anima fra le mani degli dei.

« Avanti, cani maledetti! » tuonò quindi, rotolandosi al suolo per sfuggire a una nuova lingua di fuoco e, al contempo, per raccogliere una spada, precedentemente impiegata in sua ipotetica opposizione « Io sono H’Anel, figlia di Ma’Vret Ilom’An, il guerriero conosciuto con il nome di Ebano. E vi giuro, su tutto ciò che ho di più caro, che non me ne andrò da questo mondo senza condurre meco tutti coloro che sarò in grado, nel nome di Midda Namile Bontor! »

Se quella doveva essere la fine, H’Anel si sarebbe allor impegnata a renderla quanto più possibile degna del nome di suo padre e di quello della Figlia di Marr’Mahew, affinché di lei, e di quel giorno, si potesse avere a parlare ancora a lungo negli anni a venire.
Non che ella desiderasse allor morire. Non che ella bramasse di non poter più tornare a casa, di non poter più riabbracciare suo fratello M’Eu. Ma, semplicemente, in quanto guerriera, in quanto avventuriera e in quanto mercenaria, ella era consapevole di quanto ogni propria missione avrebbe potuto essere l’ultima. E, necessariamente, aveva accettato tutto ciò da molto tempo, là dove, altrimenti, non si sarebbe potuta permettere di vivere la vita che aveva scelto qual propria.
E, innanzi allo sguardo di tutti i propri dei, ella non mancò di dimostrare allora il suo valore. E di dimostrarlo, se possibile, con ancor più vigore rispetto a quanto compiuto sino ad allora.
Come una stella capace di rifulgere con maggiore forza prima di spegnersi, ella ebbe a mostrare a quei fanatici il proprio splendore, mai accusando uno solo fra gli attacchi che pur ebbero a raggiungerla e, anzi, riservandosi ove possibile maggior impeto a confronto con ogni scarica di dolore: degna figlia di suo padre, degna erede di Midda Bontor.
Purtroppo, però, la sproporzione non avrebbe potuto essere allor colmata né da Ebano in persona, né dalla stessa Ucciditrice di Dei. E per quanto a dozzine caddero sotto i suoi colpi, vedendola coprirsi interamente del loro sangue e di ogni loro fluido corporeo, ella non avrebbe potuto mai vincere quello scontro...
... non, soprattutto, nel momento in cui gli evocatori nelle retrovie ebbero a completare la propria opera, e a evocare il proprio campione.

« Dei... » gemette ella, passandosi la mancina sul volto a cercare di ripulirsi dal sangue che le annebbiava la vista, nel timore di non aver colto correttamente quanto allor stava emergendo dal terreno dietro alla prima linea di nemici.

Purtroppo per lei, il suo sguardo non l’aveva tradita. E a confronto con quella creatura, proprio malgrado, ella fu certa di sapere in che maniera sarebbe allor morta.

« E’ inutile che raccomando l’anima ai tuoi dei! » reagì una donna fra la schiera della Progenie della Fenice, ridendo con sadica soddisfazione a confronto con lo sgomento allor colto sul volto della propria antagonista « Essa non li raggiungerà mai...! »

Vi era una ragione per la quale Anmel Mal Toise era ricordata come l’Oscura Mietitrice, appellativo atto a rendere palese la propria relazione con la morte. E tale ragione avrebbe avuto a doversi rifare a un’antica rappresentazione dell’idea stessa di morte, qual una figura ammantata di nero che, in grazia a una lunga falce, soleva miete le vite dei mortali così come un contadino avrebbe potuto fare con le spighe di grano in un campo.
Un’immagine sicuramente evocativa, quella così presentata, che non avrebbe avuto necessità di particolari spiegazioni, di reali analisi, e che pur, comunque, avrebbe potuto vantare a propria volta un’ulteriore etimologia, e un’etimologia offerente riferimento a un mito ancor antecedente: un mito atto a ricordare l’esistenza di una genia di antiche creature non meglio descritte, e che pur nel corso dei secoli, dei millenni, avevano finito, come molte altre, a essere associate all’idea propria delle ombre, delle tenebre della notte, abituate a nutrirsi non di carne e di sangue, quanto e piuttosto di anime. Creature, probabilmente, non poi così distanti da quegli alfieri l’esistenza dei quali era stata loro narrata da Tagae e Liagu, e da tutti gli altri loro compagni di disavventura, al ritorno dal proprio viaggio nel regno dei morti, o più probabilmente da una sorta di limbo antistante il regno dei morti, nel merito della terrificante fine imposta alla disgraziata Nass’Hya, la quale, pur già soltanto spirito, aveva incontrato una seconda e più drastica morte, e una morte che le avrebbe allor impedito persino di raggiungere la gloria dell’aldilà al cospetto degli dei tutti.
In verità, né Tagae, né Liagu, né alcun altro dei loro compagni di disavventura, avevano avuto effettiva occasione di contemplare l’aspetto di un alfiere, per poter confermare o meno una qualche correlazione con l’idea alla base del mito dell’Oscura Mietitrice. E, in ciò, H’Anel non avrebbe potuto asserire, in fede, che quanto stesse emergendo in quel momento dal suolo innanzi a lei avesse, effettivamente, a doversi intendere qual un alfiere. Ciò non di meno, e certamente, quella creatura, e quella creatura alta non meno di nove piedi, e forse ancor più, non avrebbe potuto ovviare a incarnare perfettamente quella leggenda, con il proprio manto di tenebra a coprire una figura non meglio riconoscibile, e con una lunga e inquietante arma simile a una falce sorretta nella propria destra, con la fierezza propria di un re o di un dio.
Un’immagine decisamente evocativa, quella così presentata, che, unita alle parole scandite da quella sadica donna della Progenie della Fenice non avrebbe potuto ovviare a evocare lo scenario peggiore, e lo scenario della morte della sua stessa anima immortale a confronto con quella terrificante creatura. E per quanto, innanzi a tutto ciò, più che comprensibile sarebbe stato un suo possibile crollo emotivo, dopo un fugace istante di necessario smarrimento H’Anel ebbe ancora a reagire, ed ebbe a reagire gettando la propria spada, quasi fosse un pugnale o una lancia, dritta contro il petto della propria ultima interlocutrice, a imporle necessario silenzio...

« Inizia ad andare avanti tu, lurida cagna... » ringhiò, a dimostrare quanto, malgrado tutto, ella non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual già sconfitta.

giovedì 3 giugno 2021

3661

 

H’Anel Ilom’An non si era mai sentita invidiosa di un’altra donna, almeno fino a quando non aveva conosciuto Har-Lys’sha. Ove pur, infatti, i più non avrebbero potuto apprezzare da parte sua un qualche senso di invidia per la giovane ofidiana, in quest’ultima nulla di più riuscendo a cogliere se non un inquietante ibrido fra una donna e un rettile, così spaventosamente simile alla comune idea di una gorgone o di altre terrificanti creature mitologiche; la figlia di Ebano, in taluni momenti, avrebbe fatto carte false per potersi scambiare di corpo con Lys’sh. E non tanto per quell’esotica sensualità che pur non era in grado di rifiutarle, riconoscendo quietamente la sua bellezza seppur così aliena a ogni umano canone; quanto e piuttosto per le sue mirabili capacità ofidiane, e quelle capacità che nessun essere umano avrebbe potuto vantare... neppure la stessa, e straordinaria, Midda Bontor.
Pur difettando, forse, nel senso della vista, infatti, Lys’sh avrebbe potuto far affidamento su un udito e un olfatto privi d’eguali. E, ancora, di un’agilità e di una velocità semplicemente impressionanti, soprattutto ove accompagnate dalla capacità di muoversi nella maniera più discreta assoluta, in termini tali per cui, a titolo esemplificativo e tutt’altro che puramente casuale, se soltanto fosse stata Lys’sh a essere lì presente, in quel momento, in quel frangente, innanzi a quell’accampamento della Progenie della Fenice, ella avrebbe potuto muoversi al suo interno con quieta disinvoltura, riuscendo a sottrarsi a qualunque sguardo quasi fosse dotata di una qualche sovrannaturale invisibilità.
Per H’Anel, proprio malgrado, ciò non avrebbe avuto a poter essere considerato possibile. Ragione per la quale, pur non negandosi tutto il proprio più serio impegno ad avanzare in maniera quanto più possibile discreta e prudente all’interno di quell’enorme spazio sotterraneo, nella volontà di esplorarne l’intera estensione al fine di assicurarsi della presenza o dell’assenza di Midda Bontor al suo interno, o, all’occorrenza, dell’evidenza del fatto che Midda Bontor potesse essere stata lì in un qualche periodo sufficientemente recente; ella finì solamente per giungere a all’altezza della seconda coppia di colonne e di quelle colonne che, viste da vicino, non avrebbero potuto ovviare a risultare ancor più imponenti nelle proprie colossali proporzioni, prima di essere spiacevolmente scoperta, e di ritrovarsi costretta a combattere, sola, per la propria vita.

In verità, per così come anche la stessa Figlia di Marr’Mahew avrebbe potuto quietamente affermare, l’essere sola a confronto con un numero schiacciante di avversari non avrebbe avuto necessariamente a doversi fraintendere qual uno svantaggio. Non là dove, comunque, ci si sarebbe potuti concedere l’occasione di menare colpi a destra e a manca senza minimamente avere a interessarsi all’identità di coloro in contrasto ai quali tali colpi sarebbero stati portati a segno, nella quieta consapevolezza di quanto, comunque, sarebbero giunti a discapito di un avversario.
Forte di tale indiscutibile assunto, e quietamente consapevole della propria posizione di indubbia inferiorità numerica, in una sproporzione forse di uno a cento, se non, persino, maggiore, H’Anel, figlia di Ebano, decise di non cedere a buon prezzo la propria pelle, in pace con se stessa e con gli dei tutti all’idea che forse, o probabilmente, ella avrebbe potuto morire in quella battaglia, e, ciò non di meno, decisa a condurre seco, innanzi al cospetto dei propri dei, quanti più avversari possibili, al fine di guadagnarsi, grazie a loro, il diritto a essere annessa alla schiera dei grandi guerrieri della Storia, sentendo brindare, nell’aldilà, alla gloria delle proprie gesta. E, invero, per un primo momento ella parve persino avere l’occasione di dominare al di sopra di tutti i propri avverarsi, stillando abbondante sangue dalle loro carni a ogni movimento della propria lunga lancia, e di quella lancia che, instancabile, vorticava a destra e a manca, colpendo senza pietà alcuna chiunque si appropinquasse troppo a lei e, al contempo, negando a chiunque una qualche e sostanziale occasione per effettivamente raggiungerla.
Purtroppo, benché molti corpi iniziarono ad accumularsi attorno a lei, la sproporzione esistente fra lei e i propri antagonisti avrebbe avuto a doversi intendere tale da non poter obiettivamente accettare a livello razionale l’idea di poter sopravvivere a quella battaglia, anche ove, attorno a lei, fossero stati riconosciuti schierati soltanto semplici e comuni guerrieri. Ma, in effetti, la maggior parte di coloro attorno a lei schierati non avrebbero potuto essere in alcuna maniera fraintesi qual semplici e comuni guerrieri, motivo per il quale, ben presto, ella ebbe a doversi confrontare con la sfida d’improbabile positiva risoluzione rappresentata da una schiera di stregoni, di evocatori della peggior specie, che a sui contrasto iniziarono a impiegare non tanto armi di metallo, quanto e peggio i propri mistici poteri.

E così, in contrasto a ogni facile entusiasmo, ella ebbe presto ad accusare doverosa difficoltà a confrontarsi con le prime lingue di fuoco che iniziarono a guizzare in suo contrasto, evocazioni elementali di semplice richiamo per coloro schierati a lei in maggiore prossimità, utili a concedere a coloro altresì posti nelle retrovie di organizzarsi con soluzioni più impegnative e, necessariamente, più letali. Non che, comunque, quelle lingue di fuoco avessero a potersi fraintendere qual prive di pericolo, per così come una dolorosa ustione sul di lei fianco destro avrebbe potuto permetterle di testimoniare.

« Infedele! » ruggì con sadico entusiasmo il responsabile dell’attacco che era riuscito a ferirla, e di quell’attacco che, ove ella non fosse stata sufficientemente lesta a spostarsi lateralmente, l’avrebbe allor presa in pieno addome, probabilmente attraversandola da parte a parte e condannandola, in ciò, a morte certa « Come hai osato avventurarti sino a qui...?! Pagherai a prezzo della tua vita tanta stolida audacia... »
« Come avete osato voi insudiciare questo luogo con la vostra folle presenza, fanatici che non siete altro! » protestò H’Anel, per tutta replica, non essendo ancora riuscita a cogliere segno della presenza di Midda e, ciò non di meno, non potendo neppure escluderla, nel confronto con il poco che ella era stata in grado di avanzare « Vi definite Progenie della Fenice... ma la fenice non ha nulla a che fare con alcuno di voi! »
« Credi forse di poterne sapere più di noi riguardo alla Portatrice di Luce...?! » rise l’altro, aggrottando la fronte a confronto con l’impudenza di quell’affermazione, e di quell’affermazione così scandita dalle labbra di una condannata a morte « Noi che sin dalla notte dei tempi proteggiamo questo mondo nel suo nome...?! »
« Ma almeno avete mai avuto occasione di parlare con lei...? » replicò la figlia di Ebano, scampando fugacemente a una nuova fiammata, e a una fiammata che, ciò non di meno, ebbe a investire la metà inferiore della propria lancia, carbonizzandola « Perché io conosco ben due persone che hanno avuto occasione di chiacchierarci... e nessuna di loro è fra voi, in questo momento. »
« Non parlare di ciò che non conosci. Non prendere posizione su ciò che non puoi comprendere. » le raccomandò, tuttavia, l’uomo, esprimendosi con fare contrariato dall’appunto che ella aveva loro così sollevato « E, soprattutto, non avere a credere che chiunque possa relazionarsi con la fenice. » escluse, scuotendo il capo « Ella è un’entità primigenia, è il principio stesso della Creazione. E per alcuna ragione al mondo potrebbe mai abbassarsi a cercare contatto con un essere inferiore come noi. »

Avendo la possibilità di disquisire con quei folli, H’Anel avrebbe avuto probabilmente piacere a tentare di analizzare l’insensatezza evidente dietro a simili ragionamenti. E un’insensatezza volta a dichiararli al servizio di un’entità generatrice di vita e, ciò non di meno, così evidentemente animati da un desiderio di morte; così come atti ad arrogarsi il diritto di conoscere il di lei volere e, ciò non di meno, incapaci persino di concepire l’idea di avere a relazionarsi con lei.
Midda aveva ragione nel definire la Progenie della Fenice un gruppo di fanatici. Purtroppo, però, e così come molti fanatici, essi avrebbero potuto comunque vantare risorse importanti, e risorse in contrasto alle quali, molto presto, ella sarebbe caduta, senza neppure avere occasione di scoprire se tutto ciò avesse a doversi fraintendere invano... oppure no.

mercoledì 2 giugno 2021

3660


Duva Nebiria iniziava a sentirsi insoddisfatta di sé. Proprio malgrado, da quando era entrata in quel dannato tempio sotterraneo, non era riuscita a esprimersi al meglio… anzi. Aveva operato scelte terribili, aveva perso H’Anel, era riuscita a perdere i propri stivali e, peggio ancora, era riuscita a ferirsi malamente cadendo letteralmente dalle scale. E, proverbiale ciliegina sulla torta, era stata costretta a una rocambolesca fuga da un lombrico gigante, e da un lombrico per liberarsi del quale aveva dovuto rinunciare persino alla propria spada. Insomma: non fosse stato tutto terribilmente reale, ella non avrebbe potuto ovviare a convincersi che tutto quello avesse a dover essere inteso né più, né meno, qual uno scherzo perverso.
Certo: l’eventualità di uno scherzo non avrebbe avuto ancora a doversi escludere, là dove avesse avuto ad accettare l’idea dell’esistenza di una qualche entità superiore, una divinità, in grado di manipolare la realtà a proprio piacere, e, di conseguenza, di prendersela malamente con lei. Purtroppo ella proveniva da una civiltà troppo progredita per poter ancora avere ad accettare di credere in questioni di magia e di superstizione, e per quanto, obiettivamente, ella non avesse modo di comprendere la maggior parte delle cose che stavano accadendole attorno sin da quando aveva incontrato Midda Bontor, ella non avrebbe potuto restare quietamente fedele al pensiero che tutto quello, comunque, altro non avesse a dover essere inteso se non qual espressione di qualche scienza a lei ancora sconosciuta, e le cui regole, anche in quello stesso mondo, erano andate perdute da tempo immemore, in maniera tale da ritrovarla, allor, adoperata nella più completa ignoranza del come e del perché tutto ciò avesse a funzionare in tal modo, in termini tali da confonderla per qualcosa di arcano, di mistico, di magico per l’appunto. Così, benché, con buona pace di ogni raziocinio, la sua migliore amica, per lei al pari di una sorella, avesse avuto a ereditare dallo spirito di una regina morta secoli o millenni prima il potere della Creazione e quello della Distruzione, potendosi addirittura permettere di plasmare dal nulla interi universi così come di riportare in vita i morti, rigenerando per loro nuovi corpi e nuovi corpi immortali, in termini tali per cui, probabilmente, chiunque avrebbe potuto avere a considerarla né più né meno al pari di una dea incarnata; Duva non avrebbe potuto ovviare a conservare il proprio quieto scetticismo, e a ritenere che anche Midda Bontor, fondamentalmente, si fosse ritrovata destinataria di qualche arcana scienza, e di una scienza così progredita da permetterle di compiere letteralmente miracoli.
E dopotutto, a sostegno di ciò, la semplice esistenza in vita di Be’Sihl avrebbe avuto a poter essere intesa qual un’evidente e utile riprova, là dove nulla di miracoloso avrebbe avuto a dover essere inteso alla base di ciò, quanto e piuttosto la semplice applicazione di una progredita nanotecnologia, e una progredita nanotecnologia purtroppo però malfunzionante nel confronto con il proprio intento originario, nella misura utile a permettere di riportarlo indietro una volta, ma non in quella utile a mantenerlo imperituramente in vita quanto e piuttosto a condannarlo a trasformarsi in uno zombie decerebrato laddove la sua morte fosse nuovamente occorsa. Insomma: una riprova più che concreta di quanto anche l’idea stessa di negromanzia, pur particolarmente diffusa in quel mondo, non avrebbe avuto a poter essere considerata espressione di magia, quanto e piuttosto di scienza, e, addirittura, di una scienza palesemente fallimentare nel confronto con i propri propositi originali.
E ancora, e sempre a sostegno dell’idea che divinità e poteri arcani non avessero a poter essere parte della realtà, e di alcuna realtà nel multiverso, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta la loro pregressa esperienza con i Progenitori, creature che facilmente avrebbero potuto essere fraintese quali dei e che pur, semplicemente, in grazia alla propria scienza e conoscenza, erano riuscite a trascendere i confini della propria stessa natura mortale, facendo proprio quella sorta di retaggio divino. Insomma: anche ammesso che tutte le sventure che le stavano avvenendo avessero a potersi attribuire a un’entità superiore, e a un’entità superiore che doveva averla presa palesemente di mira, tale entità non sarebbe mai stata da lei equivocata qual una divinità. E ove ella avesse alfine avuto a scoprire quanto, effettivamente, tutto ciò avesse a doversi attribuire a un’entità superiore, certamente il suo più profondo desiderio sarebbe stato quello di avere a fare a pezzi quell’entità, per ringraziarla del favore riconosciutole.
Purtroppo, e per l’appunto, ella non avrebbe avuto a poter cedere così facilmente alla superstizione, ragione per la quale, anziché avere a rimproverare qualche non meglio definita entità esterna, la Furia Nera non avrebbe potuto mancare di rivolgere tutto il proprio disappunto a proprio stesso discapito. Disappunto per aver sottovalutato la pericolosità di quel luogo, disappunto per aver posto H’Anel in pericolo ignorando la sua pur evidente opinione contraria, disappunto per essersi dimostrata addirittura incapace di scendere delle scale senza avere a rischiare di rompersi l’osso del collo…

« Mio padre lo diceva sempre… chi è causa del proprio male, pianga se stesso. » sospirò, commentando la propria situazione, nelle tenebre nelle quai era precipitata.

Scalza, con una spalla lussata e un braccio pressoché inutilizzabile, nonché armata soltanto di un lungo stiletto, ella non avrebbe potuto ovviare a provare una crescente sfiducia in sé e nelle proprie capacità, in misura tale per cui, a confronto con quell’oscurità imperante, ella non avrebbe potuto ovviare anche a domandarsi se, forse, non avesse avuto a compiere la scelta sbagliata nello spingersi, volontariamente, in quel diverso piano dimensionale, e un diverso piano dimensionale immerso in tal maniera nell’oscurità più totale.
Unica nota positiva, a margine di tale, non facile situazione, avrebbe avuto a dover essere intesa l’idea che, per lo meno, quella nuova rampa di scale da lei affrontata, e affrontata parzialmente immersa nelle tenebre, era stata allor superata senza nuove, improbabili cadute. E, del resto, se così non fosse stato, ella avrebbe quietamente preso in considerazione l’idea di ritirarsi a vita privata, là dove, chiaramente, una vita avventurosa non avrebbe più avuto a poter essere considerata ideale per la sua salute.

« Certo che se Midda stesse aspettando me per essere salvata… » si rammaricò, scuotendo appena il capo, impietosa nel proprio giudizio a proprio stesso discapito « … diamine! Che situazione imbarazzante potrebbe essere. »

Imbarazzo a parte, comunque, Duva Nebiria non si sarebbe mai tirata indietro. E, ove le fosse stata concessa anche e soltanto una fugace occasione di contribuire in maniera positiva al riscatto della propria amica sororale, ella avrebbe certamente fatto tutto il possibile e anche l’impossibile per lei.
Così ella non ebbe assolutamente a rallentare nel proprio incedere e, sforzandosi di dimenticarsi di ogni dolore, insistette a proseguire oltre, e proseguire in direzione del proprio obiettivo finale… metaforicamente parlando, quantomeno, là dove a livello sostanziale ella non avrebbe potuto riservarsi la benché minima idea nel merito di dove, realmente, potesse star andando.
Tuttavia, nel proprio peregrinare, ella ebbe alfine a cogliere, in lontananza, innanzi a sé, un bagliore luminoso, e, senza esitazione alcuna, ebbe a dirigersi verso lo stesso, certa di quanto, in fondo, qualunque cosa avrebbe potuto attenderla lì sarebbe stata necessariamente meglio di continuare a errare senza meta all’interno di quelle tenebre. Quanto allora, però, la Furia Nera non avrebbe mai potuto attendersi di incontrare, di avere a raggiungere muovendosi in maniera così priva d’ogni concreta opportunità di orientamento, sarebbe stato proprio ciò a confronto con il quale, raggiunta quella fonte di luce, ebbe a trovarsi a essere…
… o, per meglio dire, chi a confronto con il quale raggiunta quella fonte di luce, ebbe a trovarsi a essere.

« Per tutte le lune di Ronn-Ha’G... » esclamò, non trovando modo migliore per esprimere il proprio stupore innanzi a quanto vide.

martedì 1 giugno 2021

3659


Ovviamente l’enorme mostro galleggiante non ebbe a risponderle, là dove non soltanto non avrebbe potuto comprendere nulla di quanto ella stava domandando ma, anche e ancor più, anche nell’ipotesi che esso avesse potuto comprenderla in qualche maniera, improbabile sarebbe stato per lui avere a riservarsi un’opportunità di replica nei suoi riguardi. Motivo per il quale, intimidito dalla presenza di quell’arma in misura evidentemente maggiore di quanto non avrebbe potuto essere considerato entusiasta all’idea di sbocconcellarla, esso ebbe a insistere nel proprio proposito di quieta ritirata da lei, abbandonando quella possibile battaglia e, soprattutto, quell’intera area.
Nell’osservarlo retrocedere, ovviamente, H’Anel non avrebbe potuto avere a riservarsi la benché minima ragione di disappunto, dovendosi considerare, al contrario, più che lieta a confronto con la prospettiva di una tanto semplice risoluzione di quel potenziale conflitto, e di un conflitto comunque del tutto gratuito, inutile, là dove certamente non avrebbe in alcun modo potuto avvicinarla al proprio fine ultimo… alla liberazione di Midda Bontor. Ma se pur, a confronto con tale consapevolezza, ella avrebbe potuto quietamente procedere oltre, riprendendo a girovagare alla cieca in quel dedalo dominato dall’oscurità, improvvisamente la figlia di Ebano ebbe a decidere di tradurre un’estemporanea idea in azione: un’idea delineatasi in quei medesimi, ultimi istanti; un’idea forse infondata, probabilmente farlocca, e, ciò non di meno, un’idea che, se pur nulla avrebbe potuto aggiungere al proprio altrimenti errabondo peregrinare, al tempo stesso nulla avrebbe avuto a togliere, non potendo di certo rappresentare un’alternativa peggiore.
E così, non senza concedere a quella creatura un certo distacco, utile a non suscitare in essa la preoccupazione di una possibile minaccia da parte sua, H’Anel ebbe a seguire l’enorme mostro galleggiante o, per lo meno, la luce da questi prodotta, quasi esso potesse avere, effettivamente, a tracciare per lei una via. Salvo, in effetti, avere ad attendere il primo bivio utile per, contraddittoriamente, avventurarsi alla cieca nella direzione opposta da quella da questi scelta qual propria. Giacché, infatti, quel mostro aveva avuto precedenti occasioni di confronto con persone armate in termini utili a imporgli della prudente ritrosia innanzi alla minaccia rappresentata dagli stessi; non improbabile sarebbe stato ipotizzare che, allora, esso avesse a muoversi all’interno di quel dedalo prestando ben attenzione a evitare quelle aree dove avrebbe avuto a rischiare di incrociare simile ragione di minaccia: un’idea forse infondata, probabilmente farlocca, e, ciò non di meno, un’idea che non avrebbe potuto essere considerata necessariamente peggiore all’unica, possibile alternativa allora in suo possesso.
Precipitata, così e nuovamente, nelle tenebre, ella dovette tornare a rendere proprio il metodo abbracciato precedentemente a tutto ciò, passando la propria lancia sulla destra e riportano al propria mancina alla parete alla sua sinistra, qual quieto riferimento all’interno di quell’oscurità. E se pur, per un primo momento, ella non poté negarsi quasi una certa nostalgia nei riguardi di quel pesce d’aria, e di quell’orrendo pesce d’aria che, molto probabilmente, avendone la possibilità non avrebbe mancato di eleggerla a proprio pasto; quando innanzi al proprio cammino ebbe a riconoscere una nuova scalinata discendente ella non poté ovviare a intendere ciò come un’apprezzabile conferma di quanto, allora, non avesse completamente sbagliato nella propria scelta, e nella scelta volta a prendere quella creatura come una non guida all’interno di quel labirinto.

“… con la speranza di non starmi dirigendo verso una trappola.” puntualizzò nella propria mente, non potendo escludere, per amor di raziocinio, quella possibilità.

Discesa lungo quei nuovi gradini, per un tempo e una distanza di difficile valutazione, ella ebbe a trovarsi nuovamente innanzi a un bagliore lontano, e a un bagliore lontano che, all’occorrenza, avrebbe potuto guidarla da un nuovo mostro simile a quello da lei appena incontrato. Ciò non di meno, nell’eventualità che, comunque, tutto ciò avesse a potersi anche interpretare in maniera differente, ella scelse di arrischiarsi ancora una volta a far propria quella luce come guida all’interno di quelle tenebre, pronta a qualunque possibilità avrebbe quindi potuto attenderla.
O, per lo meno, così ella si sarebbe dovuta riconoscere illusa di poter essere giudicata, là dove, comunque, incontrovertibile fu la sorpresa che ebbe a esserle propria innanzi a quanto, alfine, le si palesò davanti allo sguardo…

“… dei!”

Non avrebbe saputo dire come, non avrebbe saputo neppure dire perché, e, certamente, non avrebbe saputo tornare in quel luogo ove le fosse stato improvvisamente richiesto di tentare di ritrovare quel sito ricominciando tutto il percorso sin dall’ingresso al tempio della fenice.
Ciò non di meno, ella ce l’aveva fatta…

Amplia, innanzi al suo sguardo, ebbe ad aprirsi una sorta di caverna sotterranea, che pur difficilmente avrebbe potuto avere a fraintendersi qual naturale nella propria offerta. Le volte sopra la sua testa, a qualche decina di piedi di distanza, si intrecciavano con eleganza e maestosità degna di un santuario di un’epoca dimenticata, qual, a tutti gli effetti, quel complesso avrebbe avuto a dover essere inteso; nel mentre in cui le pareti perfettamente perpendicolari, e intervallate in maniera regolare da pilastri portanti, andavano a tracciare, con la collaborazione di due serie di imponenti colonne una triplice navata, entro la quale avere a ripartire quello spazio che definire importante sarebbe risultato certamente una semplificazione inaccettabile. E per quanto nulla di tutto quello si sarebbe potuto riconoscere edificato ricorrendo a materiali diversi da quelli del resto della struttura, scavanti in quel terreno roccioso ancor prima che lì condotti dall’esterno; palese avrebbe avuto a dover essere inteso l’intervento dell’uomo nel definire quell’architettura, nel dare un senso a quegli spazi, e, ancor più, nell’ornarli al proprio interno.
Perché tutto attorno all’amplio perimetro di quel tempio, o di qualunque altra cosa esso avesse a doversi intendere, numerosi avrebbero avuto a dover essere intesi arazzi e statue collocati in maniera tutt’altro che disordinata, e chiaramente atti a imporre a quelle forme e proporzioni una chiara identità culturale, e un’identità culturale avente come soggetto principe quello di un grande uccello di fuoco, e di molti, straordinari guerrieri intenti a combattere nella benevola luce di quella creatura per un non meglio definito bene superiore. Arazzi e statue, comunque, ben lontane dal potersi fraintendere comuni nella propria offerta… a meno di non voler considerare comune arazzi e statue letteralmente infuocati, animati da vivaci fiamme che, in grazia a qualche bizzarra stregoneria, pur non incendiavano nulla e non si estendevano al di fuori della propria zona assegnata, andando a rappresentare, di fatto, una mirabile decorazione a margine di tutto ciò. Qualcosa di straordinario, quindi e indubbiamente, ma tutt’altro che anomalo a confronto con l’idea, in fondo, di coloro i quali di erano dimostrati capaci di terrificanti poteri magici, quali quelli necessari per evocare ogni qual più disparato genere di creatura e che, pertanto, avrebbero avuto a definire semplicemente qual puerili eventuali difficoltà a dominare semplici fiamme, e fiamme lì allor utilizzate a titolo di mero ornamento.
Coloro i quali, per amor di dettaglio, si proponevano sparsi per tutta quell’ampia struttura, raggruppati in diverse aree, intenti a vivere le proprie vite, chi allenandosi, chi parlottando, chi nutrendosi e chi, persino, dormendo, in quanto, palesemente, non avrebbe potuto aver a essere frainteso in altro modo se non qual un accampamento. E non un accampamento qualsiasi, ma esattamente l’accampamento per raggiungere il quale Duva e lei si erano addentrate lì sotto.

… aveva trovato la Progenie della Fenice!

lunedì 31 maggio 2021

3658

 

Con tale incontrovertibile fermezza d’intenti, quindi, ella ebbe ad avanzare, ed ebbe ad avanzare decisa in direzione di qualunque minaccia avrebbe potuto attenderla alla sorgente di quel bagliore luminoso.
In quel momento, in quel frangente, ella non si concesse il lusso di alcuna distrazione, fosse anche e soltanto per avere a riflettere sulle probabilità che, in effetti, innanzi a sé avrebbe potuto trovare gli uomini della Progenie della Fenice e, soprattutto, Midda Bontor. Ove, infatti, si fosse concesse l’occasione di ponderare a tal riguardo, ella non avrebbe potuto ovviare a riflettere su quanto quella situazione avrebbe potuto riservarsi ben poche opportunità di rivelarsi per quanto da lei inteso e sperato, là dove, dopotutto, ella stessa non aveva a giudicarsi più neppur effettivamente collocata nella propria dimensione originale. Ciò non di meno, tentare di razionalizzare un luogo irrazionale quanto quello sarebbe probabilmente equivalso a rendere proprie ottime ragioni per perdere il senno, motivo per il quale, allorché perdersi in assurde elucubrazioni a tal riguardo avrebbe fatto meglio a proseguire a testa bassa, come se nulla fosse, seguendo, in tal senso, l’esempio proprio della Figlia di Marr’Mahew prima di lei: Midda, dopotutto, aveva già avuto occasione di affrontare per due volte quel tempio senza in ciò né smarrirsi all’interno del multiverso, né, tantomeno, riservarsi particolari premure onde ovviare a tal rischio, motivo per il quale, con buona pace per ogni prudenza, la soluzione più corretta avrebbe potuto avere a ipotizzarsi quella volta a ignorare, semplicemente, le peculiari caratteristiche di quel luogo per trattarlo, in buona sostanza, come un qualunque altro delubro dimenticato dal tempo, un santuario come molti altri egualmente costellati da trappole mortali e, sovente, abitati da creature tutt’altro che umane.
Imponendosi, quindi, una simile impostazione mentale, H’Anel non ebbe a riservarsi particolare ragione di sorpresa quanto, raggiunta alfine la fonte di quella luminescenza, non ebbe a incontrare né la Progenie della Fenice, né, tantomeno, Midda, quanto e piuttosto una creatura assolutamente non lontana e, con buona pace di ogni senso di razionalità, estranea a qualunque genere di creatura avrebbe mai potuto permettersi occasione di immaginare esistente al mondo. E, del resto, nulla di improprio avrebbe avuto a dover essere inteso a tal riguardo, là dove, in fondo, ella non avrebbe più avuto a doversi effettivamente riconoscere all’interno del proprio mondo.

« ... dei... » sospirò la giovane guerriera, storcendo le labbra verso il basso a confronto con l’immagine così presentatale innanzi allo sguardo.

La fonte della luce, e della luce che l’aveva guidata sino a lì, avrebbe avuto a doversi intendere una sorta di globo luminescente, più simile, per forma e concetto, alle luci “tecnologiche” che aveva avuto occasione di incontrare nel corso della propria fugace avventura spaziale, che non a una qualunque lampada a olio, o torcia, del proprio mondo. Un globo luminescente, per la precisione, appeso nella propria parte superiore a una lunga e sottile protuberanza, e a una protuberanza che, arcuandosi avrebbe trovato il proprio sostegno sulla fronte di una creatura di notevoli dimensioni, quasi utili a occupare l’intera sezione del corridoio e, in ciò, da concedere ben poche possibilità di movimento a chiunque altro oltre a se stessa. Una creatura che, per quanto H’Anel avrebbe potuto constatare, non sembrava rendere propria l’evidenza di alcuna gamba o assimilabile sotto al suo corpo, utile a sostenerla al di sopra del piano del pavimento e, ciò non di meno, che lì si stava pur proponendo separata dal suolo per non meno di un piede abbondante, forse addirittura due, quasi stesse galleggiando nell’aria. E, del resto, con un corpo pressoché sferico o, tutt’al più, oblungo, difficile a discriminarsi dal proprio punto di vista, simile idea di galleggiamento non avrebbe avuto a potersi fraintendere del tutto assurda, nel richiamare l’idea di una sorta di bizzarro pesce, e un pesce, tuttavia, in grado di muoversi nell’aria allorché nell’acqua, con buona pace, malgrado tutto, di ogni legge fisica. Un pesce, quello, che pur non avrebbe potuto aver a poter essere inteso in alcun’altra maniera se non mostruoso, nel presentare, sul proprio fonte anteriore, un’enorme bocca contornata da lunghi e sottili denti, al di sotto di due piccoli e inquietanti occhi vitrei, che, senza perdere tempo, puntarono immediatamente a lei non appena ella apparve nel suo campo visivo.
Impossibile sarebbe stato discriminare, in tutto ciò, se il globo luminoso, parte stessa di quella creatura, avesse lì ad assolvere al compito di concedere alla stessa una qualche occasione di flebile, e pur utile, visibilità all’interno dell’oscurità altrimenti lì imperante o se, piuttosto, essa avesse qual scopo quello di attrarre a sé potenziali vittime, prede perfette per quelle fauci letali. Quanto, tuttavia, apparve estraneo a ogni possibilità di discussione fu l’ardore con il quale quel mostro ebbe a scattare in avanti non appena colse la presenza di una figura estranea, non dimostrando alcuna perplessità, o, meglio ancora, alcun timore, quanto e piuttosto semplice entusiasmo, ed entusiasmo alla prospettiva, tutt’altro che spiacevole, di un comodo pasto offertosi con tanta ammirevole spontaneità.

« ... ehi! » protestò allora H’Anel, tutt’altro che desiderosa di accontentare la famelica brama della propria controparte, compiendo un balzo all’indietro e, nel contempo di ciò, lasciando roteare la propria lancia per redirigerne la punta innanzi a sé, pronta ad affondare nelle carni di quel mostro ove questi si fosse dimostrato eccessivamente appassionato nei suoi riguardi.

E là dove la prima reazione di quella creatura, di quell’assurdo pesce d’aria, era comunque stata quella di attaccarla, e di attaccarla senza esitazione alcuna, dimostrando implicitamente una certa confidenza con l’immagine da lei allor offerta, in termini sufficienti, quantomeno, a non apparir disorientato innanzi a lei; l’evidenza di un significativo pregresso da parte sua con gli esseri umani e, in particolare, con la pericolosità delle armi da loro impugnate ebbe a essere espresso dal freno che, immediatamente, ebbe a porre alla propria avanzata non appena ebbe a riconoscere il luccichio della picca, e di quella picca sufficientemente affilata da poterlo squartare senza imbarazzo alcuno.

« ... allora sai bene che cosa rischi ad avvicinarti troppo. » osservò la figlia di Ebano, non negandosi una certa sorpresa a confronto con simile reazione, e con una reazione abitualmente non propria delle creature selvagge con le quali si era ritrovata ad avere passate occasioni di confronto « Ergo non devo essere la prima umana che vedi. Né, tantomeno, la prima guerriera che incontri... » commentò, parlando come se l’altro potesse risponderle, benché evidentemente quel pesce troppo cresciuto non avrebbe avuto la benché minima possibilità di articolare suoni a lei comprensibili.

Anche senza necessità di parlare, tuttavia, la comunicazione fra loro apparve egualmente chiara, là dove, in fondo, ebbe a essere sufficiente la vista di quella lancia, e di quella lancia puntata nella propria direzione, per far mutare radicalmente atteggiamento alla creatura e offrirle un’evidente motivazione utile a dimenticare il proprio interesse verso di lei, in misura tale, addirittura, da vederla retrocedere, con atteggiamento prudente e guardingo, non distogliendo lo sguardo da lei nell’evidente preoccupazione che ella potesse avere a giocarle qualche brutto scherzo.

« ... conosci la Progenie della Fenice?! » domandò H’Anel, più che incuriosita da tanta remissività da parte del mostro, e tanta remissività che non avrebbe potuto derivare da null’altro se non da spiacevoli passate esperienze con altre persone e con altre armi, tali da ispirarle quella necessaria prudenza a confronto con la minaccia allor da lei rappresentata « Magari sai persino dove si nascondono...! » insistette la donna, quasi dimentica di star rivolgendosi a un enorme mostro galleggiante, nel confronto con la speranza di poter ottenere da esso qualche informazione utile a ritrovare la Figlia di Marr’Mahew.

domenica 30 maggio 2021

3657

 

Ormai assuefattasi alle tenebre, d’altro canto, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta H’Anel, la quale, obiettivamente, aveva perduto ogni cognizione del tempo e dello spazio immersa qual era in quell’oscurità, pur senza, in ciò, avere più a riservarsene un cruccio.
Certo: non era stato piacevole per lei, soprattutto all’inizio, avere a dover fare i conti con quella situazione. Ma la consapevolezza di quanto, comunque, a muovere i suoi passi avrebbe avuto a dover essere riconosciuta la volontà di salvare Midda Bontor, unita alla certezza, confermatale dal ritrovamento di quegli stivali, di quanto, comunque, Duva Nebiria stesse vegliando su di lei, in un modo o nell’altro, le aveva permesso di superare ogni incertezza, concedendole il giusto sprone a continuare oltre, malgrado tutto.
E così, in effetti, ella aveva fatto. E aveva fatto per un tempo, per l’appunto, per lei ormai indefinibile, là dove avrebbe potuto corrispondere a pochi minuti come anche a parecchie ore. Così come anche per uno spazio per lei indefinibile, là dove, ancora, avrebbe potuto corrispondere a poche centinaia di piedi come a diverse miglia. Del fatto che ella non fosse stata ferma sul posto, comunque, ne era sufficientemente certa. E ne era certa nella misura in cui, dopotutto, pur restando fedele alla parete alla propria mancina, ella aveva avuto la possibilità di mutare già diverse volte direzione, girando prima a sinistra, poi a destra, poi ancora a sinistra, poi due volte a destra, e finendo, addirittura, con l’incontrare una rampa di scale a scendere, ostacolo che, in un primo momento, le aveva riservato non poche incertezze, non comprendendo se tutto ciò avesse a doversi intendere, effettivamente, un’occasione piuttosto che una trappola. Anche perché, sino a quel momento, ella non aveva avuto ancora possibilità di incontrare molte trappole, escludendo quella per la quale era stata posta in guardia dagli stivali di Duva. O, comunque, era stata sufficientemente fortunata da non azionare alcuna trappola fra quelle che aveva incontrato, ragione per la quale, statisticamente, ella non avrebbe potuto ovviare ad attendersi di avere a inciampare presto in una di esse.
Verificata, tuttavia, quanto quella fosse null’altro che una scala, e una scala a scendere, in una misura più che utile a interpretare positivamente quell’evoluzione, nella consapevolezza, comunque, di dover avere a scendere verso il basso per raggiungere il cuore di quel tempio, H’Anel, coadiuvata efficacemente dalla propria lancia, e, per l’appunto, ormai abituatasi in maniera positiva a quella situazione di tanto assoluta, quanto e speranzosamente sol estemporanea cecità, era ridiscesa verso il basso senza incontrare particolare difficoltà, per poi avere a proseguire, ancora, lungo nuovi corridoi.

“Eppure i membri della Progenie devono conoscere un metodo per dominare su questo posto e sulla sua continua mutevolezza...” si era scoperta a pensare a un certo punto, portando la propria attenzione nuovamente al loro obiettivo, e a quegli avversari contro i quali presto, o speranzosamente presto, ella si sarebbe ritrovata a dover combattere “... se veramente hanno reso di questo posto la propria dimora, non è possibile che abbiano a viaggiare in maniera non determinista attraverso le pieghe del multiverso.”

Dopotutto H’Anel ben ricordava la pur confusa narrazione di Midda Bontor nel merito della propria ultima avventura all’interno di quel tempio, e quell’avventura nella quale si era ritrovata a combattere al fianco di altre sei versioni di se stessa, contro una ricca schiera di creature e minacce offerte loro dalla Progenie della Fenice. E per quanto folle avesse a dover essere intesa l’idea stessa di avere a poter combattere accanto ad altre sei diverse versioni di sé, in maniera tale per cui, in fondo, la presenza nella loro dimensione di Maddie avrebbe avuto a poter esser considerata quasi una banalità, ancor più folle, in tutto ciò, avrebbe avuto a dover essere intesa la quieta confidenza con la quale la Progenie sembrava essere in grado di interagire con quel luogo e con le sue peculiarità, al punto tale da non avere a potersi minimamente sorprendere neppure nel doversi ritrovare ad affrontare non una ma sette di loro.

“... magari, anche in questa occasione, non ne hanno catturata soltanto una...” ipotizzò a confronto con i propri stessi pensieri, non escludendo la possibilità che, nel corso di quell’avventura, ella si sarebbe potuta ritrovare a confronto con altre Midda Bontor.

Una prospettiva, tuttavia, che forse sarebbe stato opportuno avere a escludere per il momento per una serie di complicazioni che da ciò sarebbero necessariamente derivate, qual, prima di tutto, l’obiettiva difficoltà per lei ad avere a riconoscere la “propria” Midda Bontor a meno di reali ed evidenti differenze rispetto ad altre versioni di se stessa; così come, e ancor peggio, l’idea che, dietro alla Progenie della Fenice non avesse a doversi fraintendere soltanto un manipolo di fanatici dotati di straordinari poteri d’evocazione, quanto e ancor peggio una estesa organizzazione sviluppata e operante su più piani dimensionali, per così come, allora, avrebbe sicuramente spinto quella questione a un livello decisamente superiore a quanto mai ella avrebbe potuto permettersi di sperare di poter gestire.
E fu proprio nel mentre di tali pensieri che ella ebbe allor, e per la prima volta dopo troppo tempo, a essere attratta da un bagliore lontano, e un bagliore che, addirittura, in un primo istante i propri occhi non ebbero neppure a identificare nella propria stessa natura, disabituatisi qual ormai avrebbero avuto a dover essere intesi, a qualunque genere di luce.

“Eccoli!”

Arbitraria, forse, avrebbe avuto a dover essere intesa la sua deduzione, e quella deduzione volta a intendere la presenza della Progenie della Fenice dietro a quella luce. Arbitraria, allora, e pur non del tutto infondata, nel considerare quanto, comunque, non avrebbe potuto avere ad attendersi di incrociare alcun altro lì dentro, e, soprattutto, in quel piano di realtà a lei estraneo nel quale, chiaramente, doveva essere precipitata sin dal momento in cui le tenebre l’avevano abbracciata.
Così, dimentica allora della parete alla quale era pur rimasta fedele sino ad allora, per poter avere a tornare a impugnare a due mani la propria lancia, per essere pronta a combattere, ella ebbe così ad avanzare con passo leggero, ma rapido, nella direzione di quel bagliore, lasciandosi guidare da esso lungo una nuova sequenza di svolte, superata ognuna delle quali, via via, la luce di faceva sempre più intensa.

“Sangue freddo.” si raccomandò, a rinnovare in tal maniera l’invito alla calma e ad affrontare quei nemici con tutto il necessario autocontrollo, affinché non avessero in alcuna maniera a potersi fraintendere facilitati nel sopraffarla “Individua quanti sono. Verifica se non ci sia Midda fra di loro. E poi massacrali uno a uno senza pietà alcuna.”

Benché, infatti, Midda Bontor, nelle proprie inedite vesti di erede di Anmel Mal Toise, potesse aver deciso di ovviare a uccidere ancora, per limitare la possibilità a tradursi nell’Oscura Mietitrice, come già la sua predecessora prima di lei; simile, misericordioso impegno non avrebbe avuto certamente a dover essere considerato necessariamente o automaticamente esteso ai suoi amici, ai membri del suo clan.
Ragione per la quale, soprattutto nel considerare coloro contro i quali avrebbe avuto a che fare, la figlia di Ebano non si sarebbe certamente riservata il benché minimo scrupolo a strappare la vita dai loro corpi, spillando abbondante e caldo sangue dalle loro vene finanche a ritrovarsi completamente ricoperta dello stesso, per così come, del resto, era già stata molteplici volte nel corso delle proprie passate battaglie. La sua relativamente giovane età, e la sua indubbia natura femminile, infatti, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa come ragione utile a banalizzare o minimizzare la sua esperienza bellica, esperienza che, in quegli ultimi anni, prima sol accanto a M’Eu, poi insieme anche a Howe e Be’Wahr, e, alfine, in compagnia di Maddie, l’aveva vista combattere in numerose campagne, in contrasto a uomini, mostri e dei con la stessa determinazione e la stessa audacia che, un tempo, erano state già proprie di suo padre Ma’Vret.

sabato 29 maggio 2021

3656

 

Per quanto Duva Nebiria ebbe a stringere letteralmente i denti in misura tale da ritrovarsi con l’intera mandibola e mascella indolenzita in conseguenza alla pressione allor esercitata, ciò non fu sufficiente a evitare da parte sua una serie di violente e colorite espressioni più che degne del marinaio che ella era stata, ad accompagnare, a scandire addirittura, ogni singolo istante proprio di quella fuga. Una delle fughe peggiori della propria vita, come avrebbe avuto a ricordare a posteriori, e come avrebbe altresì preferito dimenticare, non soltanto in considerazione della ben poco onorevole natura dell’antagonista dal quale si era allor ritrovata a fuggire, ma anche, e ancor più, in considerazione del dolore che, comunque, ebbe ad accompagnarla in tutto ciò, oltre che, ovviamente, delle condizioni a contorno di quella situazione, prima fra tutte il sacrificio imposto, in tutto ciò, alla propria spada.
Non che la sua spada avesse a doversi intendere contraddistinta da un qualche intrinseco valore. Certo: era una spada di ottima fattura, per così come fra le stelle non era mai riuscita ad avere l’occasione di trovare avendo lì perduto, in favore dell’evoluzione industriale, la maestria artigianale che, altresì, contraddistingueva una buona parte delle armi in circolazione in quel mondo. Ma al di là della propria ottima fattura, era comunque una spada quietamente acquistata al mercato di Kriarya, in un giorno di compere in compagnia di Midda e di Lys’sh. Ma, al di là del valore intrinseco in quella spada, o dell’eventuale, e comunque inesistente, valore affettivo da lei rivolto alla stessa, il ritrovarsi costretta a rinunciare alla propria arma primaria a confronto con un antagonista del genere... beh... non avrebbe avuto certamente a poter essere ricordato qual uno dei momenti più alti della propria carriera.
Comunque, fra un’imprecazione e l’altra, per le quali ebbe a essere più che felice di doversi riconoscere sola in quel momento non desiderando apparire qual una donna capace di esprimersi soltanto attraverso improperi, Duva riuscì alfine a riguadagnare il corridoio e, di lì, un’occasione di fuga da tutto quello, anche in considerazione del fatto che il terreno sotto ai propri piedi avrebbe avuto a dover essere nuovamente riconosciuto lastricato di pietra e, in ciò, ipoteticamente avverso alle possibilità di movimento di quel lombrico gigante. Ovviamente, però, ella non ebbe lì a fermarsi per riservarsi occasione d’accertamento nel merito della valenza di tale teoria, preferendo, piuttosto, continuare a correre, per porre quanta più possibile distanza fra lei e lo sgradevole mostro alle sue spalle.
Questo almeno fino a quando non giunse a confronto con una nuova scalinata, e una scalinata a confronto con la quale, necessariamente, si ritrovò costretta a fermarsi per almeno due ottime ragioni: l’ultima scalinata da lei “ridiscesa” non aveva portato a risultati propriamente soddisfacenti; e una cupa zona d’ombra ammantava il percorso, a partire da pochi piedi dopo l’inizio stesso di quella nuova discesa.

« Eh... ma allora ditelo che volete proprio farmi rispolverare tutto il mio repertorio di bestemmie... » commentò, in maniera forse poco edificante, e che pur certamente sarebbe stata considerata condivisibile dalle proprie sorelle se soltanto Midda o Lys’sh fossero allo state lì presenti accanto a lei.

Innanzi a lei una scala che, oltre a richiamare alla mente un pessimo precedente, avrebbe avuto, ancor peggio, a declinare nelle tenebre e in quelle tenebre che, proprio malgrado, aveva già avuto occasione di comprendere avessero a doversi riconoscere qual un’altra dimensione. Alle sue spalle un verme gigante animato da intenzioni decisamente poco gradevoli nei suoi riguardi... oltre che, prima ancora, la scalinata da lei percorsa in maniera decisamente poco convenzionale, e sulla quale già si era giocata una spalla.
Insomma: ovunque si voltasse, non avrebbe avuto a poter riconoscere un roseo avvenire innanzi a sé.

« Inizio a pensare di essere pagata troppo poco per certe cose... » sospirò, non negandosi, a confronto con tutto quello, di avere a ricorrere nuovamente all’arma dell’ironia per darsi la forza di affrontare la situazione, a confronto con l’evidenza di quanto, comunque, ella non fosse assolutamente, né sarebbe mai potuta essere, pagata per affrontare tutto ciò.

Così, pregando in cuor proprio una non meglio precisata divinità, non avendo mai coltivato, a differenza di Midda o di Lys’sh, la propria sfera religiosa, al fine di riuscire quantomeno a ricongiungersi con H’Anel all’interno di quelle tenebre; Duva Nebiria ebbe a iniziare a ridiscendere quei gradini, con la speranza di non vederli, nuovamente, sbriciolarsi sotto i propri piedi come già accaduto.
E quando si ritrovò a confronto con il confine della zona d’ombra, quasi stesse valutando la temperatura di una vasca d’acqua prima di immergersi all’interno della stessa, ella ebbe a sospingere in avanti la punta del dito medio della propria mancina, ovviamente nulla incontrando a ostacolare quel movimento né, parimenti, ravvisando la benché minima differenza di percezione fra la zona di luce e quella di tenebra.

« ... alla via così. »

In verità, comunque, quella non avrebbe avuto a doversi fraintendere un’esperienza inedita per lei: a conti fatti, in fondo, aveva già attraversato una zona d’ombra e ne era uscita illesa: priva della compagnia di H’Anel, certo, ma comunque illesa.
Così, al di là di facili suggestioni psicologiche, ella era ben consapevole di quanto, all’interno di quell’oscurità, avrebbe avuto a dover temere maggiormente di mancare qualche gradino sotto i propri piedi, ancor prima che di incontrare qualche mostro. O, per lo meno, ancor prima di incontrare qualche mostro che, comunque, non avrebbe avuto a poter parimenti incontrare anche nella propria dimensione... sempre ammesso, ma non concesso, che quella in cui ella era emersa dopo la prima zona d’ombra avesse, effettivamente, a doversi intendere la sua dimensione.
Del resto, avendo già avuto occasione di incrociare un’altra se stessa, con compagnia al seguito, ella non avrebbe potuto fraintendersi sicura di nulla a tal riguardo. Certo: da un punto di vista egocentrico, e non in termini negativi quanto e semplicemente nella misura in cui chiunque avrebbe avuto a potersi confrontare con il mondo a sé circostante, ella non aveva potuto evitare di avere a considerare “gli altri” come fuori posto in quel corridoio, riconoscendo se stessa, piuttosto, qual lì correttamente collocata. Ma sforzandosi di superare la banalità di una visione così limitata sulla realtà, nulla avrebbe avuto a poter confermare quella sua visione a discapito di altri punti di vista, e, a esempio, dell’eventualità in cui fosse ella stessa a dover essere intesa fuori posto e la propria controparte, al contrario, nella sua corretta collocazione.

“Sì... però partendo da questo presupposto, non riuscirò mai ad avere possibilità di salvare Midda.” non poté ovviare a considerare all’interno della propria mente, per invitarsi a un minor pessimismo anche la dove le fitte di dolore provenienti dalla sua spalla lussata non avrebbero avuto certamente a incitarle occasione di positività nei riguardi del proprio incedere all’interno di quel folle tempio e di quel folle tempio tanto instabile.

Costringendosi, allora, a restare concentrata sul presente e positiva nei riguardi del futuro, ella avanzò con cautela lungo quella seconda gradinata, e quella seconda gradinata resa ancora più spiacevole dall’oscurità nella quale era immersa e che nulla le avrebbe concesso occasione di percepire dell’ambiente circostante, a partire dagli stessi gradini sotto ai propri piedi. Gradini la percezione dei quali, pertanto, ebbe a essere affidata unicamente ai suoi piedi, in termini tali per cui, paradossalmente, ella ebbe a doversi scoprire persino grata all’idea di essersi lì ritrovata a essere scalza, per potersi garantire un migliore confronto, quindi, con il mondo lì sotto, costretta ad affidarsi unicamente al senso del tatto quasi a imitazione, proprio malgrado, del lombrico gigante del quale non avrebbe conservato alcun positivo ricordo.

venerdì 28 maggio 2021

3655

 

“... perché non mi sta attaccando?” si domandò, rendendosi conto di quella stranezza, e di quella stranezza obiettivamente ingiustificabile “Eppure a quest’ora avrebbe potuto facilmente schiacciarmi...”

Un’immagine, quella da lei in tal maniera evocata, che non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual semplicemente metaforica, quanto e piuttosto estremamente pratica, e pratica nella misura tale per cui, nel proprio estemporaneo stordimento, quel lombrico gigante avrebbe potuto letteralmente travolgerla con il proprio corpo, schiacciandola a terra e, probabilmente, uccidendola. Eppure, malgrado tutto, esso era lì, a muoversi in maniera incerta quasi, allora, stesse attendendo una qualunque azione da parte sua.
Certa soltanto di non avere alcuna possibilità di certezza sul perché di tutto ciò, ella ebbe allora a decidere di non poter certamente attendere lì immobile che il proprio avversario avesse a finirla. Ragione per la quale, non senza una certa esitazione, iniziò ad accennare un lieve movimento laterale, volto a cercare di concederle di allontanarsi di lì.
Ma non appena il suo piede sinistro ebbe a porre in essere quel movimento o, quantomeno, l’intenzione di quel movimento, il lombrico gigante ebbe a recuperare a sua volta improvvisamente lucidità di pensiero, scattando in avanti verso la sua direzione, con tutta la più evidente volontà di finire quanto iniziato.

« Dannazione! » gridò ella, balzando all’indietro e colpendo con tutta la violenza che le avrebbe potuto essere concessa quel corpo rosato.

Purtroppo, come conseguenza di quell’azione, ella ebbe probabilmente a subire più danno di quanto non ebbe, apparentemente, a imporne al proprio antagonista, vedendosi nuovamente rimbalzare dalla sua epidermide gommosa e avvertendo tale reazione distribuirsi su tutto il proprio corpo, ivi incluso il lato mancino, già decisamente provato a tutta la situazione.
Respinto, ma tutt’altro che vinto, il lombrico si ritrasse nuovamente, nel mentre in cui ella, dal canto proprio, si ritrovò costretta ad arrestarsi non tanto nel desiderio di conquistare una migliore posizione di guardia a confronto con quella sfida decisamente più complicata di quanto non avrebbe potuto avere piacere a pensare, quanto e piuttosto nella necessità di riprendere fiato, là dove, ancora una volta, il contraccolpo impostole le aveva imposto un gran dolore. Un pausa a confronto con la quale, comunque, ella non mancò di avere ad assumere una necessaria posizione di guardia, nella volontà di non lasciarsi sorprendere da un nuovo tentativo di aggressione da parte del proprio antagonista. Antagonista che, tuttavia, come già pocanzi non sembrò essere intenzionato a concludere celermente quel confronto, a sua volta temporeggiando.

“... cosa mi sta sfuggendo?” si chiese, ancora incerta a confronto con il comportamento di quell’avversario, e di quell’avversario così estraneo a qualunque concetto di umanità da risultare decisamente criptico nella scelta delle proprie azioni “Perché appare così confuso...?!”

Fu allora che ella sgranò gli occhi a confronto con un pensiero, un’idea, assolutamente banale e che pur, obiettivamente, avrebbe potuto offrire una pratica ragione a tutto ciò. Un pensiero, tuttavia, per verificare il quale si sarebbe ritrovata improvvisamente privata della propria spada, la principale risorsa alla quale potersi appellare nel corso di un combattimento e, in particolare, di quel combattimento, ritrovandosi proprio malgrado semplicemente armata da un lungo stiletto, e da uno stiletto celato, come arma d’emergenza, nella parte posteriore del corpetto da lei indossato.
Doveva arrischiarsi a cercare conferma a quell’idea o, forse e piuttosto, sarebbe stato per lei più saggio avere a ignorare quella possibilità, prendendo in esame idee meno pericolose rispetto a quella?
Purtroppo gli equilibri della situazione non avrebbero avuto a dover essere fraintesi a suo favore. Ragione per la quale, quindi, ella non avrebbe potuto permettersi il lusso di temporeggiare in maniera indefinita, nella vana attesa che una qualche più proficua illuminazione potesse emergere alla sua attenzione. Motivo per il quale, prestando attenzione a non smuovere i propri piedi, e a mantenere quanto più possibile inalterato il proprio baricentro, ella ebbe così a compiere una dolorosa torsione sul proprio busto, per imporre alla propria lama maggiore energia possibile prima di lanciarla lontano da sé, verso il centro di quell’amplia sala.
Un volo che, innanzi al suo sguardo contornato da lampi di luce in conseguenza del dolore provato dal suo corpo a confronto con tutto ciò, ebbe quasi a proporsi al rallentatore, ma che, alla fine, vide l’arma ricadere pesantemente a terra e, come da lei previsto e sperato, attrarre in tal direzione l’interesse del proprio antagonista. Perché quel lombrico gigante, sprovvisto di occhi o di orecchie, non avrebbe potuto avere alcuna possibilità di orientarsi nel mondo a sé circostante se non quella derivante dal senso del tatto, e da un senso del tatto utile a permettergli di rispondere efficacemente a qualunque vibrazione proveniente dal suolo nel quale era parzialmente immerso, e da quel suolo sopra al quale ella aveva commesso l’ingenuità di muoversi, attirando necessariamente la di lui attenzione.
Fu questione di un istante, di un fugace battito di ciglia, l’intervallo a lei concesso per tradurre l’idea in azione. E agendo ancor prima di concedersi una qualunque occasione di riflessione a tal riguardo, nella consapevolezza di quanto, altrimenti, i dubbi e il dolore l’avrebbero sicuramente frenata; ella ebbe ad approfittare della distrazione di quel mostro, e del suo repentino voltarsi verso la direzione della spada, per slanciarsi verso di lei, al fine di muoversi a propria volta, e di muoversi, tuttavia, nell’unica direzione che, sperava, avrebbe potuto concederle un minimo di vantaggio nei suoi riguardi...
... saltandogli direttamente sopra e piombando sul quel grosso e molliccio corpo rosa, con l’evidente intento di cavalcarlo.

« ... quanto mi manca l’assedio di Lysiath! » gemette disgustata da tutto ciò, nel mentre in cui, con un gesto rapido, la sua destra ebbe a raggiungere lo stiletto nascosto nel suo corpetto per estrarlo e, prontamente, averlo ad affondare nelle carni di quella creatura.

Là dove la lama della spada aveva fallito nel proprio intento, quella dello stiletto, più sottile e appuntita, ebbe a riservarsi il proprio successo anche in contrasto alla consistenza molliccia di quell’invertebrato, in un colpo che, se pur non avrebbe certamente avuto a ucciderlo e, forse, neppure a imporgli particolare ragione di dolore, le avrebbe quantomeno concesso un appiglio al quale fare riferimento in quel bizzarro rodeo nel quale, in tal maniera, si era così slanciata. E se l’immagine di un rodeo, in effetti, non avrebbe potuto ovviare a essere rievocata nella di lei mente, nulla di troppo diverso a ciò fu quanto allora ebbe ad attenderla, a confronto con la violenza di ripetuti movimenti di ribellione da parte del lombrico, e del lombrico evidentemente per nulla soddisfatto a confronto con l’idea di quella presenza sopra di lui.
Purtroppo un lombrico non avrebbe avuto a dover essere frainteso al pari di un cavallo. E per quanto l’imbizzarrita reazione avrebbe potuto anche essere considerata assimilabile, la concretezza di quella situazione ebbe a evolvere in una direzione che non avrebbe mai potuta essere propria di alcun cavallo, vedendo il corpo di quell’essere avere a rigirarsi verso di lei, nell’intento di arrotolarsi attorno a lei e di schiacciarla per così come alcun essere dotato di una spina dorsale avrebbe mai potuto permettersi di fare al suo posto nel considerarla, allora, posizionata al centro della sua schiena.
Fortunatamente per Duva, comunque, il predominio su quel mostro non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual un requisito necessario per proseguire nella propria missione, nel proprio cammino, laddove, anzi, tutto ciò altro non avrebbe avuto a dover essere considerato nulla di più se non un fastidioso contrattempo. Motivo per il quale, allora, ella non ebbe esitazione alcuna a sganciarsi dal esso prima che potesse essere troppo tardi, e a sganciarsi soltanto per slanciarsi nella direzione dell’uscita da quella stanza, e di quell’uscita che, nel contempo di tutto ciò, le si era mirabilmente avvicinata, complice la non casuale scelta da lei compiuta nel direzionare il volo della sua spada.

giovedì 27 maggio 2021

3654

 

Che Duva avesse a doversi considerare preoccupata per quel lombrico gigante, in verità, avrebbe avuto a potersi ritenere lesivo per il suo amor proprio. Dopotutto, per quanto sicuramente non contraddistinta né dalla stessa fama, né dalla stessa esperienza di sua sorella Midda, ella aveva affrontato comunque molteplici sfide, in lotta contro uomini, mostri e creature praticamente divine. Il suo stesso appellativo, Furia Nera, le era stato riconosciuto nel corso dell’assedio di Lysiath, quanto un esercito formato da decine di migliaia di ritornati, umani e non, ebbe a riversarsi contro le alte mura di quella capitale kofreyota, guidati da Nissa Bontor e animati dall’unico desiderio di estinguere completamente chiunque lì fosse stato trovato in vita o, peggio ancora, desideroso di opporsi al loro avvento. Insomma: ella non era solita considerarsi né pavida, né desiderosa di rifuggire innanzi a una sfida.
Ciò non di meno, in quel momento ella avrebbe avuto a dover prendere in considerazione almeno un paio di aspetti molti importanti, utili a invitarla a ovviare a un qualunque confronto diretto con quel mostro. Innanzitutto l’obiettiva urgenza di avere a ritrovare Midda Bontor, ammesso ma non concesso che effettivamente fosse lì trattenuta prigioniera, e a liberarla, prima che, come già la propria altra se stessa pocanzi incrociata, avesse a doversi ritrovare costretta a lottare per vendicarla. In secondo luogo, la propria palese ridotta capacità di combattimento, in conseguenza della propria spalla sinistra lussata e del braccio, pertanto, completamente inutilizzabile, a confronto con la quale sarebbe stato opportuno per lei ovviare a sprecare le proprie forze in una sfida vana, qual comunque sarebbe necessariamente stata quella offerta da quel lombrico gigantesco. Forte di tali più che ragionevoli motivazioni, quindi, ella ebbe a preferire impegnarsi ad aggirare quell’ostacolo ancor prima che fronteggiarlo in maniera aperta, benché, comunque, razionalmente non avrebbe avuto a doversi attendere una sfida particolarmente improponibile da parte di una simile creatura.

“... e poi fa proprio schifo...” soggiunse mentalmente, non potendosi negare un intimo senso di nausea all’idea di dover affondare la propria spada all’interno di quelle carni mollicce e, sicuramente, viscide, dalle quali non avrebbe voluto minimamente immaginare che cosa sarebbe mai potuto fuoriuscire.

In ciò, quindi, pur cercando di mantenersi quanto più rapida possibile nel proprio incedere, ella ebbe a impegnarsi a cercare di procedere in maniera più silenziosa possibile, percorrendo una traiettoria amplia, e quanto più possibile rasente alla parete alla propria mancina, per mantenere prudentemente protetto il proprio arto già leso.
Ma per quanto silenziosa ella ebbe a cercare di proporsi, non ebbe neppure a superare un terzo del percorso previsto che il lombrico si scosse da quanto lo stava tenendo allor impegnato, per avere a dimostrare una certa eccitazione, sferzando per un istante l’aria a destra e a sinistra, quasi stesse cercandola. Un gesto, il suo, che ella volle convincersi stesse fraintendendo, stesse eccessivamente umanizzando, là dove, nel rispetto della propria apparente natura di lombrico, quel mostro non stava palesando l’esistenza di occhi o di orecchie, quanto e soltanto una grossa e disgustosa bocca priva di denti.
Purtroppo per lei, però, quella valutazione ebbe a scoprirsi spiacevolmente inesatta nel momento in cui, dopo un ulteriore paio di passi da parte sua, quella creatura ebbe a iniziare a muoversi e a iniziare a muoversi scattando verso di lei con una velocità decisamente sorprendente per l’idea che ella si era fatta di lui... e un’idea, chiaramente, tutt’altro che corretta.

« Dannazione! » esclamò Duva, non riservandosi occasione alcuna per ponderare sul come, o sul perché, tutto ciò stesse accadendo, ma, semplicemente, traducendo il suo precedentemente discreto incedere in una rapida corsa, e in una corsa verso il fronte opposto della sala, sperando di poter contare su una velocità superiore rispetto a quella del proprio avversario.

L’adrenalina, ovviamente, fece il proprio dovere e, in tutto ciò, le impedì di gridare per il dolore che quello scatto improvviso ebbe a imporre sulla sua spalla sinistra, in termini che certamente non l’avrebbero potuta aiutare a guarire prima e che anzi, ove possibile, avrebbero potuto sol compromettere la situazione corrente.
Ma adrenalina a parte, forse in conseguenza alla caduta precedente, o forse e semplicemente perché quel mostro aveva a doversi intendere più veloce di lei, ella non riuscì a distanziarlo per così come avrebbe desiderato. E, anzi, ebbe a perdere rapidamente terreno nei suoi confronti, in maniera tale che, giunta a circa due terzi del percorso, fu costretta a voltarsi rapidamente e a fendere l’aria con la propria spada per tentare di respingere l’assalto di quel mostro.
Se un tentativo ebbe a essere il suo, e un tentativo mosso anche da una giustificabile disperazione, tale esso fu condannato a restare, non tramutandosi nella concretezza di un’azione. Non laddove, purtroppo, la pelle di quel dannato mostro ebbe a risultare estremamente resistente, gommosa addirittura, in termini tali per cui la lama pur affilata della sua spada non ebbe a concedersi alcuna possibilità di successo, sostanzialmente rimbalzando, anzi, all’indietro e restituendole in direzione contraria tutta l’energia da lei impiegata in quel colpo.
Di ciò, tuttavia, ella non ebbe immediatamente a maturare consapevolezza, laddove, per effetto del cinetica propria di quell’azione, Duva ebbe spiacevolmente a perdere il controllo sul proprio equilibrio in conseguenza a quell’imprevista reazione, ritrovandosi catapultata in ciò contro il muro e lì sbattuta, malamente, proprio sul di lei fianco sinistro, già spiacevolmente compromesso.

« ... » gemette, o, per lo meno, si illuse di gemere, non riuscendo per un istante non soltanto a non vedere o sentire più nulla, ma neppure a respirare, ritrovandosi proprio malgrado cieca, sorta e muta al mondo a sé circostante.

Un istante estremamente pericoloso, quello che necessariamente ella ebbe a riservarsi, là dove, così sgradevolmente esposta al proprio antagonista, avrebbe potuto avere a essere da lui facilmente sopraffatta, se soltanto esso avesse agito in tal direzione.
Tuttavia, benché il di lei attacco non avesse portato ad alcun genere di risultato, tale azione non doveva essere stata né prevista, né compresa dal lombrico gigante, in termini tali per cui, addirittura, esso ebbe a retrocedere, quasi avesse avuto di che spaventarsi innanzi a tutto ciò.

“... calmati...” si impose allora Duva, restando immobile e, nella propria immobilità, cercando di recuperare contatto con il mondo a sé circostante e con il proprio corpo, malgrado l’ultima botta, subita contro la spalla già lussata, l’avesse decisamente frastornata, per non dire stordita “... non ti puoi permettere di perdere contro un verme...” si rimproverò, cercando di ricondurre la questione alla giusta idea, o, quantomeno, all’idea giusta per non soccombere nel confronto con quella spiacevole e dolorosa situazione.

Un secondo istante, quindi, non meno pericoloso rispetto al primo, ebbe lì a trascorrere. E ancora una volta, benché ciò avrebbe potuto dimostrarsi a completo beneficio dell’essere mostruoso innanzi a lei, questi continuò a offrirsi disorientato, muovendosi soltanto di pochi pollici a destra e a sinistra, quasi avesse a voler temporeggiare ancor prima che concludere, nel minor tempo possibile, quella lotta.
Un temporeggiare, il suo, che allora non avrebbe potuto che essere utile alla donna, concedendole esattamente ciò di cui ella aveva allor bisogno: tempo utile a ritornare padrona di sé, e a permettersi, nuovamente, di elaborare la situazione, e una situazione dalla quale, forse, non sarebbe poi stato così semplice avere a uscire viva.

mercoledì 26 maggio 2021

3653

 

“Accidenti a me...” si rimproverò in cuor proprio, arrabbiata con se stessa per essersi concessa troppa leggerezza attorno a quella questione.

Sino a quel momento, in verità, ella non aveva minimamente preso in considerazione la possibilità che la propria amica sororale potesse essere morta.
Dopotutto, in quegli ultimi anni, ne avevano passate così tante insieme, e non solo, in misura tale per cui nulla avrebbe potuto essere considerato troppo pericoloso per lei. E là dove persino nel porsi a confronto con lo smisurato potere di un Progenitore erano riuscite a cavarsela, quale minaccia avrebbe potuto mai avere realmente possibilità contro di loro...?!
Eppure un’altra Midda era morta. Ed era morta proprio in lotta contro la Progenie della Fenice, motivando i suoi amici, la sua famiglia, ad avventurarsi lì dentro per avere a vendicarla. E se un’altra Midda era morta, e, probabilmente, una Midda non poi così diversa dalla propria nel non ignorare il fatto che, comunque, in quel gruppo ella avesse visto se stessa e Lys’sh, per quale ragione ciò non avrebbe potuto accadere anche a discapito della propria...?!
Possibile che, a sbagliarsi, fossero stati lei e tutti gli altri suoi interlocutori in quel mondo, in quella realtà, minimizzando, banalizzando il pericolo imposto a discapito della Figlia di Marr’Mahew e, in fondo, nulla avendo a considerare di tutto ciò qual qualcosa di più rispetto all’ennesima avventura che, presto, si sarebbe ritrovata a essere cantata dai bardi di tutta Kofreya...?!
Riconoscendo in sé una certa ansia, e un’ansia crescente, ella avrebbe voluto dimostrarsi capace di scacciare simili preoccupazioni, tali pensieri dalla propria mente, nel muoversi con incedere deciso lungo il nuovo corridoio, fosse anche e soltanto per concedersi maggiore attenzione a dove avrebbe avuto a porre i piedi, per evitare spiacevoli trappole. Ma, obiettivamente, l’idea della morte di Midda l’aveva intimamente sconvolta in misura decisamente maggiore rispetto a quanto non avrebbe potuto gradire ammettere.

« Finalmente! »

Quasi un grido fu quello che esplose dalle sue labbra a confronto con la vista di una scalinata, e di una scalinata alfine volta a permettere di discendere verso il basso, verso i livelli inferiori e, speranzosamente, in direzione del cuore di quel luogo e del punto dove, all’occorrenza, ella sperava di essere in grado di rintracciare la Progenie e Midda Bontor insieme a loro.
Senza esitazione, senza incertezza alcuna, ella pose quindi il suo destro sul primo gradino, già slanciata al secondo con il sinistro, quando, proprio malgrado, si rese conto che la pietra alla quale aveva allor fatto affidamento non avrebbe avuto a potersi fraintendere così stabile per come aveva dato per scontato avesse a essere. Impossibile definire se quella avrebbe avuto a dover essere intesa qual una trappola o, semplicemente, l’opera del tempo e dell’abbandono di quel passaggio, ma il gradino sotto di lei ebbe allor sostanzialmente a sbriciolarsi prima ancora che ella potesse essere in grado di arrivare ad appoggiare il piede sinistro, privandola del proprio utile sostegno e, in ciò, stravolgendo il suo baricentro, in termini tali che, sommati all’inerzia, la videro mancare il gradino successivo, con un conseguente effetto a catena che, allora, la fece iniziare a precipitare lungo quella tanto desiderata scalinata, e quella scalinata improvvisamente tradottasi nell’ennesimo ostacolo sul proprio cammino.

« ... »

Impossibile sarebbe stato per lei avere a stimare per quanto tempo, o per quanto spazio, era rotolata lungo quella scalinata.
Dopo i primi tre, quattro piedi di distanza, infatti, ella aveva battuto spiacevolmente la testa contro una parete, o forse un gradino, ritrovandosi a rimirare, in ciò, soltanto un violento bagliore a seguito del quale le tenebre più oscure avevano avuto ad avvolgerla, a farla propria prigioniera. Tenebre dalle quali aveva avuto occasione di riemergere, recuperando contatto con il mondo a sé circostante, soltanto dopo un tempo non meglio definito, scoprendosi rovesciata supina lungo quei gradini, in una posizione tanto innaturale quanto terribilmente scomoda che, per un lungo istante, le fece temere di essersi rotta qualche osso.
Fortunatamente, dopo essere tornata padrona del proprio corpo, ed essersi riuscita a rigirare in una posizione più dignitosa, ella non parve riconoscere in sé nulla di rotto, benché, proprio malgrado, la spalla sinistra avrebbe avuto a doversi intendere sgradevolmente lussata, con la testa dell’omero dislocatasi rispetto alla cavità glenoidea della scapola: una condizione decisamente dolorosa, e dalla quale non avrebbe potuto uscire senza l’aiuto da parte di qualcuno che avesse a guidare nuovamente il suo braccio nella giusta posizione; e, ciò non di meno, una condizione a confronto con la quale potersi comunque considerare fortunata, nel doversi riconoscere in fondo comunque abile al combattimento in grazia all’uso della propria destra, e del fatto che la destra, comunque, avesse per lei a poter essere riconosciuta qual la mano dominante.
Slacciandosi la cintola alla quale era appesa il fodero della sua spada, quindi, ella si ebbe a legare il braccio sinistro al resto del corpo, per mantenerlo quanto più immobile possibile e non avere, di conseguenza, ad aggravare ulteriormente la propria situazione medica. E, non senza una certa rabbia, a contrasto di se stessa e del proprio avverso fato, ella ebbe a risollevarsi in piedi, raccogliendo nella destra la spada, ormai privata della possibilità di essere riposta in un fodero, per poter proseguire nel proprio cammino e, comunque, nella discesa lungo quella scalinata.

« ... ora cerca, però, di non completare l’opera spaccandoti del tutto quella testa dura che ti ritrovi... » si suggerì a denti stretti, tanto per contenere la rabbia, quanto per contenere il dolore.

Inizialmente un po’ zoppicando, e, ciò non di meno, poi ritrovando maggiore scioltezza, Duva ebbe così a rimettersi in moto, rallentata, forse, e pur tutt’altro che frenata nella propria volontà di andare avanti, e di avere presto a giungere a destinazione, ovunque, di preciso, essa potesse avere a collocarsi.
E dopo una discesa apparentemente infinita, ella ebbe allor a giungere a confronto con un’ampia stanza, e una stanza al centro della quale, proprio malgrado, non ebbe a trovare né Midda, né la Progenie, né, tantomeno, la fenice, quanto e piuttosto... un verme. Sì. Un lombrico. Ma non un lombrico normale, quanto e piuttosto un lombrico che, almeno nella parte che poteva allor distinguere fuori dalla terra, e intenta a divorare qualcosa... o qualcuno, un lombrico lungo non meno di una dozzina di piedi, e con una bocca abbastanza larga da potergli permettere di inghiottirla per intero, senza alcuna particolare fatica. Eventualità tutt’altro che remota nel confronto con l’evidente voracità con la quale si stava allor nutrendo.

“... che schifo...” pensò fra sé e sé, osservando l’aspetto di quella creatura, e di una creatura forse non poi così differente dai propri parenti di dimensioni consuete e che pur, in quella macroscopica proposta, non avrebbe potuto ovviare a rendere palese tutta la propria più disgustosa presenza, in termini a confronto con i quali, obiettivamente, ella non avrebbe potuto desiderare avere occasione di contatto... e, soprattutto, di contatto fisico.

La presenza di quel mostro, comunque, non avrebbe avuto necessariamente a doversi intendere qual per lei una ragione di pericolo... non ove fosse stata sufficientemente discreta, nel proprio incedere, in termini utili a riuscire a superarlo senza avere a impegnarsi con lui in battaglia.