11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

giovedì 24 maggio 2018

2555


Fra tutte le nuove tipologie di armi, e di armi da fuoco che, nel proprio incredibile viaggio fra le stelle, Midda Bontor aveva avuto occasione di scoprire, di conoscere, e, persino, di sperimentare, anche e purtroppo in maniera spiacevolmente passiva, sicuramente le armi al plasma avrebbero avuto a dover essere considerate fra quelle dotate di un potenziale distruttivo maggiore, se non, addirittura, il maggiore in assoluto. Utilizzate a basso regime, simili risorse sarebbero state eventualmente in grado di stordire un obiettivo, proiettando in suo contrasto una pur non gradevole scarica energetica. Utilizzate a medio regime, tali armi sarebbero state altresì in grado di fulminare un bersaglio, nel confronto con un simile principio. Ma impiegate al più alto regime, alla maggiore potenzialità distruttiva, esse sarebbero state in grado di incenerire, se non, addirittura, di disintegrare il proprio obiettivo, di esso lasciando ben poco, se non, addirittura, nulla.
In tempi sgradevolmente recenti, in effetti, la donna guerriero non aveva mancato di ritrovarsi esposta a un attacco al plasma, condotto in maniera infame alle proprie spalle, di sorpresa, da una distanza incredibilmente prossima: attacco che, probabilmente, non aveva ipotizzato di incenerirla ma, comunque, sicuramente, di ucciderla. Uccisione, la sua, che allor non era occorsa solo in grazia al proprio braccio destro, a quella meravigliosa protesi che, alimentata da un nucleo all’idrargirio, aveva assorbito la maggior parte dell’energia di quell’aggressione, permettendole, non senza riportare dolorosi danni, a ciò. Da quel momento, quindi, la Figlia di Marr’Mahew aveva sviluppato due contrapposte emozioni nel confronto delle armi al plasma e del proprio arto artificiale: verso le prime, ovviamente, non avrebbe potuto che considerarsi assolutamente ostile, al punto tale che, francamente, ella non avrebbe mai potuto pensare di impiegarle a discapito di qualcuno in luogo a una più onesta, a una più sincera arma bianca; innanzi al secondo, altresì, non avrebbe potuto che essere indiscutibilmente e ancor più innamorata, paradossalmente e grottescamente grata al periodo di prigionia, e di lavori forzati, al quale si era ritrovata a essere condannata subito dopo il proprio arrivo fra le stelle, per uno spiacevole equivoco giudiziario.
Al di là di tutta la propria personale avversione a quel genere di armi, pertanto, in quel momento, in quel frangente, ella non avrebbe potuto ovviare a riconoscere la straordinaria razionalità propria della meravigliosa ofidiana nell’abbattere quel golem di sabbia: nulla meglio di un’arma al plasma avrebbe potuto arginare la minaccia rappresentata da una simile creatura. E così, in effetti, avvenne…
Il colpo vomitato dall’enorme cannone, infatti, coprì rapidamente la distanza esistente fra loro e il loro antagonista e, giunto esattamente al centro del suo colossale corpo, deflagrò, e deflagrò in una gigantesca sfera di energia luminosa, una sfera di energia luminosa all’interno della quale quell’oscuro nemico venne avviluppato, scomparendo per un fugace istante alla vista e, subito dopo, semplicemente scomparendo, svanendo nel nulla, disgregato nella propria stessa struttura fisica in termini irreversibili, a confronto con i quali alcuna stregoneria, alcun incantesimo, avrebbe potuto allor permettergli di ritornare a minacciarli.

« Ecco fatto! » sorrise, non senza una certa soddisfazione, la squisita Lys’sh, schioccando le dita e lasciando svanire, sotto ai propri piedi, attorno a sé, l’intera torretta che, lì, aveva appena evocato, aveva appena creato, per ritornare a contatto con il suolo e, già che ne stava avendo l’occasione, per sostituire la presenza ormai non più utile di quell’assurda arma, con dei vestiti, con un minimo di abbigliamento in grazia al quale, finalmente, coprire pudicamente le proprie forme pur scevre da qualunque possibilità di critica, al di là della propria natura non umana.
« Scusate se ho tagliato corto, ma, francamente, non credo che ad alcuno fra noi andasse un nuovo estenuante combattimento. » soggiunse immediatamente, esplicitando in tal maniera il perché del proprio intervento, benché, obiettivamente, alcuno fra i presenti, neppure Desmair, avrebbe mai potuto criticare una simile scelta, un tale, mirabile risultato a confronto con il quale, quello che avrebbe potuto essere un sin troppo lungo impegno, improvvisamente era stato nullificato nelle proprie fondamentali ragioni d’essere « E, finalmente, mi sono rivestita anche io… » sottolineò, con una breve piroletta, a evidenziare quanto, ora, il proprio abbigliamento intimo fosse ricoperto da un comodo paio di pantaloni e una maglietta senza maniche, in una scelta semplice, sì, e pur indubbiamente pratica, nell’inconsapevolezza su quanto ancora avrebbero avuto a dover affrontare.
« E ci chiedi anche scusa…?! » ironizzò Carsa, ridiscendendo in mezzo a loro, con ancora i due pargoli in braccio, dall’alto dei cieli, là dove aveva trovato, per la salvezza degli stessi, estemporaneo rifugio, rifugio la necessità del quale, ormai, non avrebbe avuto più a dover essere riconosciuta esistente « Ragazza mia… io credo di essermi appena innamorata di te! »

Nell’ingombro che, allora, quelle bianche ali avrebbero avuto a offrirle, la meravigliosa combattente dalla pelle color della terra lasciò riassorbire simili estremità all’interno della propria schiena, là da dove le aveva già fatte comparire e ricomparire pocanzi, ispirando, indirettamente, per tutti loro, la consapevolezza di quanto, in quel mondo, in quella realtà, soltanto la loro mente, la loro creatività avrebbe avuto a doversi considerare un limite. Scelta, la sua, che venne parimenti condivisa anche da parte di Rín, la quale, in aggiunta, a imitazione anche di Lys’sh, ebbe allora a riporre i due pesanti mitragliatori nel nulla dal quale li aveva lì evocati, pur, ovviamente, non negandosi la possibilità, allora, di continuare a camminare, di poter continuare a sorreggersi sulle proprie gambe, in quello che, se tutto ciò non fosse stato pressoché un sogno, avrebbe avuto a doversi considerare semplicemente un miracolo.
Solo Midda, in tutto ciò, conservò estemporaneamente le proprie ali rossiccio-castane: e non per una qualche particolare esigenza, non per una qualche effettiva necessità, ma, semplicemente, perché nel crescendo degli eventi, ella aveva già avuto occasione di dimenticarsi della loro stessa presenza, della loro semplice esistenza dietro di lei, esistenza nel merito della quale, pur, Tagae e Liagu non mancarono di esprimere il proprio giudizio, non appena furono riappoggiati a terra da Carsa e poterono cogliere l’occasione per correre dalla propria genitrice…

« Mamma! Mamma! » esclamarono quasi in coro.
« Bambini! » sorrise ella, chinandosi per accoglierli a sé, sinceramente grata, in cuor suo, all’antica amica che, lì, in maniera del tutto inaspettata, era allor ricomparsa non soltanto per offrire loro un importante aiuto insperato nella loro maturata confidenza con quel luogo, ma, ancor più, aveva lì concesso la possibilità, l’opportunità a quei due pargoli di eludere quell’ultimo scontro, invero poi risoltosi in maniera più semplice di quanto non avrebbe potuto essere allor previsto, e, ciò non di meno, potenzialmente temibile e dannoso per tutti… e, soprattutto, per quei due piccoli, i suoi due piccoli.
« Che belle le tue ali! » esclamò Tagae, nel mentre in cui ebbe ad abbracciarla e, ovviamente, ad allungare una manina a cercare contatto con il piumaggio delle stesse, in un gesto che, francamente, sarebbe stato più che giustificabile in chiunque, specialmente in un bambino « Le terrai per sempre, mamma?! »
« Oh… » esitò la Figlia di Marr’Mahew, voltandosi appena all’indietro, a verificare la presenza ancor immutata di quelle estremità, non senza una certa sorpresa « … me ne stavo sinceramente scordando. » sorrise in risposta, ricambiando l’abbraccio suo e di Liagu « Ma, per quanto possano essere carine e utili, credo proprio che averle sempre addosso sarebbe complicato negli spazi ristretti della Kasta Hamina… » soggiunse poi, in un’osservazione tutt’altro che priva di senso, così come, lo stesso frugoletto, volle allor confermare dall’alto del proprio giudizio.
« Mmm… hai ragione. » sospirò egli, annuendo appena « Peccato però… sono veramente belle! » insistette, non volendosi negare l’occasione, l’opportunità di ribadire quella presa di posizione, quel giudizio nel confronto con l’immagine attuale offerta dalla propria genitrice.

mercoledì 23 maggio 2018

2554


Al di là della propria nomea, al di là della leggenda che ella incarnava, la donna guerriero non si era mai concessa occasione di credere di potersi considerare estranea a qualunque possibilità di errore. Al contrario, ella si era imposta, da sempre, una quieta attenzione a restare sempre cosciente di quanto anche i migliori avrebbero potuto, presto o tardi, commettere errori, e, ancor più, di quanto, malgrado i propri pur innegabili successi, ella stessa avrebbe avuto a doversi considerare ben distante dall’eventuale qualifica di migliore, così come, e ancor più, la lista degli errori da lei commessi nel corso della propria vita, della propria esistenza, avrebbe avuto a doversi riconoscere obiettivamente estesa, per non dire addirittura impegnativa in un’eventuale stima della propria lunghezza.
In ciò, pertanto, Midda Bontor non avrebbe mai potuto sorprendersi particolarmente all’idea di aver commesso un qualche errore di sorta, anche in quello stesso momento, in quel particolare frangente. Quanto, piuttosto, avrebbe avuto a poterla sconvolgere, sarebbe piuttosto stata l’evidenza della propria palese ingenuità nel confronto con quell’ovvietà appena espressa da parte del proprio mai amato sposo. Un’ingenuità obiettivamente imperdonabile da parte sua che, sin troppo concentrata nel tentare di scendere a patti con le regole proprie di quel mondo, di quella realtà, si era stupidamente distratta nel confronto con le dinamiche altresì proprie del suo mondo, della sua realtà, e le dinamiche che, in particolare, non avrebbero avuto a dover banalizzare quel golem di sabbia al pari di una qualunque gargolla… non, quantomeno, laddove, per l’appunto, esso avrebbe avuto a doversi considerare, a doversi riconoscere, in tutto ciò, già un agglomerato di pietra frantumata, in misura spiacevolmente utile da vanificare qualunque impegno che lei, o chiunque altro, avrebbero potuto porre nel cercare di ridurlo a pezzi.
Una realtà banale, un’evidenza sciocca, che, dopotutto, avrebbe avuto a doverle risultare ovvia anche e soltanto in conseguenza a quanto accaduto alla comparsa di Carsa Anloch, l’azione della quale era stata completamente vanificata nella propria occorrenza, come l’integrità strutturale del mostro da lei appena abbattuto avrebbe potuto dimostrare. E, ciò non di meno, una realtà che ella non aveva adeguatamente considerato, un’evidenza della quale si era subito dimenticata, nel mantenere tutta la propria attenzione, tutto il proprio interesse, soltanto al generare quelle ali dietro la propria schiena e, ancora, a manipolare l’arma in suo possesso per tradurla in quell’enorme, e ormai abbandonata, spada attraverso la quale si era, quindi, soltanto illusa di poter avere avuto facile possibilità di successo nel confronto con quella creatura stregata…

« D’accordo… sono un’idiota. » sospirò la Figlia di Marr’Mahew, non riuscendo a trovare parole più gentili per descriversi, e per descriversi non soltanto a confronto con la correttezza delle frasi pronunciate dal semidio dalla pelle simile a cuoio rosso, ma, ancor più, a confronto con i due cumuli di sabbia nera lì tutt’altro che inermi, che il suo colpo aveva così generato, dividendo in due parti eguali il mostro « Diciamolo tutti insieme, in coro: “Midda sei un’idiota!”. »

Benché, al pari di chiunque altro contraddistinto da un minimo di amore verso se stesso, l’Ucciditrice di Dei non avrebbe potuto apprezzare l’idea di darsi dell’idiota, o di sentirsi dare dell’idiota, fondamentalmente obbligata fu a esprimersi in tal senso nel confronto con la riprova concreta del proprio imperdonabile errore di valutazione. Un errore di valutazione che, in quel momento, stava vedendo quei due cumuli di sabbia nera animarsi in grazia a una qualche insana stregoneria, per ritornare, in un caotico turbinio, a ricomporre, un pezzo alla volta, l’intera, colossale figura propria di quella creatura.
Ovviamente nessuno, lì attorno, volle soddisfare l’invito proprio della loro amica, della loro compagna, e non perché alcuno avesse allor compreso la dinamica degli eventi occorsi, quella stessa dinamica inizialmente sfuggita anche alla medesima donna guerriero e, in quel momento, indubbiamente palese innanzi al loro sguardo, quanto e piuttosto perché consapevoli di quanto, in fondo, un eguale errore di valutazione fosse stato allor commesso da tutti nel momento in cui tutti loro avevano parimenti esultato per quel successo, per quel traguardo, erroneamente confidenti di quanto tutto ciò potesse essere stato sufficiente a ucciderlo, a porre fine a quella battaglia.
Neppure Desmair, in effetti, si degnò di concederle tale soddisfazione, almeno nell’immediato, essendosi riservato già, in precedenza, amplia possibilità di insulto a suo discapito e, in tal senso, non abbisognando di ulteriori, gratuite concessioni a tal riguardo, nel preferire riservarsi simile occasione per il successivo errore che, presto o tardi, ella avrebbe commesso. Un errore che, in effetti, non ebbe a lasciarsi attendere per troppo tempo, giacché l’enorme lama da lei lì creata, e da lei abbandonata là dove era stato sferrato l’attacco al mostro, non mancò da parte dello stesso, alfine rigeneratosi, di essere raccolta e di essere impugnata, in una sproporzione inversa rispetto alla precedente, e tale da farla apparire più simile a un temperino nelle sue ciclopiche e grottesche mani, e, ciò non di meno, comunque, un temperino con una lama di dodici piedi per due, in misure tali per cui, se adoperata contro di loro, avrebbe potuti falciarli tutti quanti con un unico gesto, con un singolo attacco.

« Midda… se un’idiota! » ebbe quindi a dichiarare il semidio, scuotendo il capo e storcendo le labbra verso il basso a quella vista, nel confronto con l’intelletto dimostrato da quella creatura priva di cervello e, ciò non di meno, sufficientemente attenta da non mancare di rendere propria l’occasione concessa da quell’arma abbandonata « E non lo dico per quello che tu stai pensando… ma per il fatto che gli hai lasciato anche la tua spada, a renderlo, se possibile, ancor più pericoloso per tutti noi! »
« Questo me lo merito. » confermò la donna guerriero, sinceramente demotivata da quel duplice, plateale fallimento, a confronto con il quale quella giornata, già sufficientemente negativa, non stava dimostrando il benché minimo interesse a migliorare.

E se, a confronto con quell’immagine, Rín non esitò a tornare a impugnare i due pesante fucili mitragliatori per essere pronta ad aprire nuovamente il fuoco in direzione del golem di sabbia nera; a pretendere l’attenzione di tutti, e, in particolare, del loro avversario, fu allora la splendida ofidiana, la quale, in parte motivata dal desiderio di ovviare a essere nuovamente assordata dal frastuono di quelle armi, in parte, sicuramente, animata dalla volontà di offrire il proprio contributo, e il proprio contributo speranzosamente risolutivo nella questione, ebbe a riservarsi, allora, l’opportunità di intervenire e di intervenire sfruttando anch’ella, in maniera del tutto inedita, i poteri intrinsechi di quel luogo, per plasmare, apparentemente dal nulla, le proprie fantasie, le proprie idee.
Ma non diversamente da quanto, prima di lei, Carsa, Rín e Midda avevano compiuto, nel dar sostanza a delle armi con le quali sentirsi sufficientemente confidenti di avere una qualche speranza di successo, anch’ella ebbe quindi a dar sostanza a un’arma, concentrando su di essa tutti i propri pensieri, tutta la propria mente, senza neppur concedersi, allora, la vana distrazione di un paio di ali, così come le sue compagne prima di lei: perché per porre in essere il suo piano, sarebbe stato necessario prendere il volo, quanto, e piuttosto, mantenere i piedi ben saldi per terra, e ben saldi nella misura in cui, dal suolo vulcanico sotto ai propri piedi, ella ebbe lì a far comparire, a materializzare, una torretta blindata, con al suo centro un grosso, potente cannone al plasma, il più grande che mai la Figlia di Marr’Mahew avrebbe potuto vantare di aver visto nel corso dei propri ultimi due anni trascorsi fra le vastità siderali. E già in piedi all’interno di quella torretta blindata, già pronta ad aprire il fuoco, tutto ciò che Lys’sh ebbe a dover compiere fu prendere la mira, operazione tutt’altro che complessa nel confronto con una creatura sì abnorme, e premere il grilletto, vedendo sull’enorme bocca di quel cannone materializzarsi una terrificante sfera di pura energia, energia che, in ciò, venne proiettata, venne sparata contro il mostro di sabbia, in termini decisamente più silenziosi rispetto a quelli dei mitragliatori di Rín, ma, non per questo, meno letali… anzi.

martedì 22 maggio 2018

2553


« Oh… porca l’oca… » esclamò Rín, cessando il fuoco nel ritrovarsi allibita a confronto con l’evidenza di quanto, ciò pur da lei ispirato, pur da lei suscitato nel proprio estemporaneo ruolo di maestra, stava allor venendo, senza ombra di dubbio alcuno, superato dalla Figlia di Marr’Mahew, con ciò che si stava dimostrando in grado di realizzare.

Impugnata da entrambe le mani della donna guerriero, infatti, l’ascia di Carsa ebbe improvvisamente, inaspettatamente, e improbabilmente, a mutare, in forma e, ancor più, in dimensioni, assumendo le proporzioni gigantesche proprie di una lama e di una lama che, malgrado una normale impugnatura da spada a due mani, già a partire dalla guardia si sarebbe allargata improvvisamente in una dimensione di quasi due piedi, per poi, da quel punto, allungarsi addirittura per oltre dodici piedi di lunghezza prima della propria punta, dando così corpo, offrendo in tal maniera sostanza, a qualcosa di totalmente assurdo, difficile da considerare effettivamente qual un’arma nel ritrovarsi a essere ipoteticamente priva di qualunque possibilità di essere maneggiata, o anche soltanto sollevata, ma che, ciò non di meno, dalla sua ideatrice, dalla sua creatrice, da colei che l’aveva lì immaginata e resa realtà, in grazia alle possibilità proprie di quel particolare e folle piano di realtà, non mancò di essere mantenuta senza apparente sforzo, senza alcuna reale difficoltà, nel mentre di quel volo in direzione del proprio, colossale antagonista.

« Ma… che… diamine… » sussurrò, balbettò quasi, Be’Wahr, con gli occhi fuori dalle orbite, semplicemente sconvolto non soltanto dall’improvviso volo della sua vecchia amica, quanto e ancor più da quella mostruosa arma, quella spada disumana, in aperta avversione a ogni raziocinio, e pur, lì, in quel momento, in quel frangente, esistente, ed esistente innanzi al suo stesso sguardo… allo sguardo di tutti coloro lì presenti.
« Ritorna polvere, dannato golem! » ruggì la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, preparandosi a dar sfogo, in tal maniera, a tutta la propria combattività, a tutta la propria furia in contrasto a quella creatura stregata, a quell’essere che, certamente, nulla di più avrebbe avuto a dover essere considerato rispetto a una gargolla e che, come tale, avrebbe potuto sconfiggere soltanto distruggendola, e distruggendola con impeto sufficiente a non permetterle di potersi più animare in loro contrasto.

E se, senza apparente sforzo, senza alcuna reale difficoltà, non soltanto ella mantenne quella grottesca e gigantesca spada fra le proprie mani, ma, ancor più, con paradossale eleganza, quasi con naturalezza, l’Ucciditrice di Dei non mancò persino di rotearla nel mentre dell’ultimo tratto di volo, sino a sollevarla al di sopra della propria di sé, per poter, in tal maniera, da quella posizione, menare uno straordinario e distruttivo fendente in contrasto alla testa del mostro di sabbia, lasciando precipitare su di lui quella spada e aggiungendo al peso sicuramente considerevole della stessa, una forza, un impeto sufficiente non soltanto ad aprirgli, letteralmente, in due il cranio, o qualunque cosa lì esso avrebbe potuto vantare di possedere, ma, addirittura, da tagliare il suo intero corpo lungo la propria verticale, lungo quell’asse longitudinale, dall’alto verso il basso, arrivando, addirittura, a precipitare la punta di quella lama contro alcune pietre della piramide nera precedentemente lì attorno smosse, frantumandole quasi fossero fatte di semplice burro, fossero prive di qualsiasi resistenza, di qualunque solida densità, e sollevando, lì attorno, una piccola nube di terra e sabbia nera, in conseguenza a quello stesso impatto e alla sua devastante energia.

« … ecco fatto… » sussurrò ella, leggermente ansimante a seguito di quanto compiuto, ritrovandosi ancora per aria, nel restare lì in sospensione, lì in volo in grazia alle proprie grandi ali, e, in tutto ciò, osservando le due metà del mostro da lei aggredito, e da lei in tal maniera sconfitto, con un solo, meraviglioso fendente, un unico colpo qual mai aveva avuto occasione di menare nella propria intera esistenza e qual mai, obiettivamente, avrebbe potuto sperare di avere possibilità di ripetere, nelle condizioni che, a margine di tutta la sua bravura, di tutta la sua foga, avevano comunque contraddistinto quel gesto, e quel gesto così estraneo a ogni possibile senso di realtà tale per cui persino in una canzone, in una leggenda, in un mito, sarebbe risultato probabilmente troppo assurdo per essere giudicato accettabile.
« Woah… » commentò Lys’sh, ancora frastornata per l’assordante rumore dei colpi di mitragliatrice da lei subiti in termini ancor più dolorosamente lesivi rispetto a chiunque altro e, ciò non di meno, testimone, come tutti coloro allor presenti, di quanto accaduto, e della straordinaria vittoria della propria amica, della propria sorellona, in omaggio alla quale, pertanto, non poté trattenersi dal battere le mani e dal gridare verso di lei, con entusiastica foga « Brava! Bravissima! »

Un’approvazione, quella dell’ofidiana, che non restò isolata e che, anzi, vide anche Maddie e Rín immediatamente aggregarsi e, su imitazione di quel gesto, e di quel gesto che pur non avrebbero potuto vantare di conoscere nel proprio significato, per quanto, in quel contesto, sufficientemente intuibile, uno alla volta anche Be’Wahr, Seem e Be’Sihl, insieme a nuove grida di congratulazioni per aver, ancora una volta, trasformato in realtà qualcosa di altresì ipoteticamente irrealizzabile, da tutti loro semplicemente inimmaginabile.
E se, con un sorriso, la donna guerriero non poté che accogliere necessariamente soddisfatta quel giubilo da parte dei propri compagni, dei propri amici, di quella propria eterogenea famiglia, quanto, voltandosi verso di loro, non poté mancare di insospettirla, e, in conseguenza a ciò, di preoccuparla, fu la serietà con la quale, altresì, Desmair si stava impegnando a seguire quel momento, e a osservare con attenzione, i detriti ricaduti a terra attorno a lei a seguito di quel colpo, di quell’unico attacco con il quale aveva posto fine all’avanzata di quella gigantesca creatura di sabbia. Purtroppo, anche laddove ella avrebbe sicuramente gradito poter banalizzare quella mancanza di entusiasmo, di partecipazione ai festeggiamenti, da parte del proprio sposo qual l’ennesima, irritante dimostrazione dell’avversione del medesimo a lei e a ogni suo operato, posizione dopotutto quietamente e ben volentieri reciprocamente condivisa da parte sua a di lui discapito; in quell’attenzione, in quella serietà, ella non avrebbe potuto ovviare a cogliere un segnale di pericolo e di pericolo imminente, per se stessa e per tutti loro.

« Che succede, Desmair?! » gridò verso il semidio, priva di ironia, priva di qualsivoglia possibile sarcasmo, e animata, in tal senso, soltanto dalla volontà di capire il senso di quel turbamento, qualunque esso avrebbe avuto a doversi lì intendere.
« A volte mi domando se tu sia veramente stupida… o se tu stia soltanto cercando di mantenere valido ogni pregiudizio volto a sostenere l’esistenza di un rapporto inversamente proporzionale fra l’abbondanza della circonferenza toracica di una donna e il suo stesso quoziente intellettivo. » replicò egli meno amichevolmente, non negandosi la possibilità di aggredirla verbalmente in maniera del tutto gratuita, e, ciò non di meno, subito dopo concedendole comunque la risposta da lei attesa, con la spiegazione del perché dei propri dubbi, della propria perplessità « Quello è un mostro di sabbia animato dalla magia… »
« … è quindi?! » replicò ella, lasciando l’impugnatura dell’enorme spada soltanto per potersi dirigere, in volo, in direzione del resto del gruppo e, lì, avere occasione di più comodo confronto con il proprio sposo e con le sue enigmatiche affermazioni « Le gargolle sono addirittura di pietra… eppure, una volta fatte a pezzi, non possono più nuocere ad alcuno. » argomentò, soprassedendo sugli insulti a lei così rivolti, nel preferire, piuttosto, concentrarsi sulla questione lì in discussione.
« La sabbia è già pietra fatta a pezzi! » insistette Desmair, non senza dimostrare una certa esasperazione nel confronto con la difficoltà, da parte della medesima, di comprendere quanto lì stava cercando di comunicarle, e di comunicarle al di là di ogni possibile avversione preesistente fra loro, in un avviso che, obiettivamente, non avrebbe potuto considerare così difficile da interpretare nel proprio significato e nel pericolo a esso, in tal maniera, correlato.

lunedì 21 maggio 2018

2552


Benché un enorme colosso di forse centocinquanta piedi stesse lentamente avanzando verso di loro, rallentato nel proprio incedere soltanto dal costante flusso di piombo che, in sua opposizione, stava venendo vomitato dalle estremità dei due mitragliatori imbracciati da Rín, la punta dei quali, da nera che era, addirittura iniziò ad arroventarsi, divenendo rosso acceso, nella continuità di quegli spari, apparentemente volti a ignorare, oltre a qualunque idea di peso o di contraccolpo, anche quello della pur obbligata limitatezza del numero di proiettili che una qualunque arma del genere avrebbe potuto vantare a propria disposizione; per un fugace istante, Midda Namile Bontor tentò di isolarsi, mentalmente, dal mondo a sé circostante, da quella sempre più folle realtà attorno a lei, al solo scopo di riuscire, per un momento, a concedere possibilità al suggerimento ricevuto, al consiglio offertole, all’invito rivoltole, di dimostrare la propria efficacia. Giacché, al di là di quanto tutto ciò avrebbe sicuramente potuto apparire privo di senso, inappellabile avrebbe avuto a doversi considerare l’evidenza dei fatti, della realtà in quel momento chiara innanzi a tutti loro, una realtà tale non soltanto da concedere, nuovamente, un corpo a chi non ne avrebbe più potuto vantare uno, come Desmair, ma anche da riportare in vita i morti, come Carsa Anloch, o da permettere a una persona prima costretta sulla sedia a rotelle, di ritrovare la propria libertà di movimento, non soltanto rimettendosi in piedi ma, addirittura, riservandosi persino un meraviglioso paio di ali e, con esso, una rumorosa, ma comunque efficace, coppia di armi da fuoco, lì maneggiate senza apparente ostacolo, senza apparente fatica, da colei la quale, pur, non avrebbe avuto a poter vantare alcuna precedente esperienza bellica, almeno per quanto la Campionessa di Kriarya avesse lì avuto modo di comprendere. E se una singola riprova avrebbe potuto essere trascurabile e due avrebbero potuto considerarsi una mera coincidenza, la terza avrebbe avuto, necessariamente, a dover essere intesa qual la dimostrazione concreta di una teoria: una teoria che Rín aveva chiaramente compreso, arrivando a dominare quella realtà, e che, in quel momento, in quel frangente, anch’ella non avrebbe potuto che impegnarsi a rendere propria, nella volontà di assicurare, a tutti loro, una speranza di domani in contrasto a quell’osceno mostro.
Doveva farcela…

« Thyres! » sospirò, ora non in un’imprecazione, quanto e piuttosto in una sincera preghiera, e in una preghiera volta a concederle la grazia dell’aiuto della propria dea prediletta, una dea, la signora dei mari, che non avrebbe mai concesso miracoli ad alcuno dei propri figli, nel desiderio, nella volontà che ognuno, fra loro, potesse avere occasione di conquistare per diritto, per merito, il proprio posto nel mondo, e che pur, certamente, avrebbe sempre osservato con orgoglio gli sforzi compiuti in tal senso, benedicendoli con l’amore di una madre.

Così, impugnando saldamente l’ascia di Carsa nella propria destra, la Figlia di Marr’Mahew mosse un primo passo in avanti, e poi un secondo, e un terzo, in sempre più rapida successione, in una corsa sempre più sfrenata e diretta in una tanto semplice, quanto suicida, direzione, quella propria di quel gigante di sabbia nera. E a ogni passo, a ogni nuovo movimento, ella, ancora estraniata dal mondo a sé circostante, non avrebbe potuto che concentrarsi su quanto allora avrebbe avuto a dover compiere, su quanto allora avrebbe dovuto riservarsi occasione di portare a compimento, al di là di quanto, tutto ciò, avrebbe avuto a doversi considerare assolutamente folle, del tutto insensato, privo di qualunque logica, di qualunque senno, in un mondo, tuttavia, all’interno del quale non sarebbe stato il senno, non sarebbe stata la logica, a dover guidare il loro cammino.

« Midda! » esclamò Be’Sihl, osservandola non senza una certa preoccupazione, laddove, in quel momento, in quel frangente, e al di là di ogni riprova loro offerta dall’esempio proprio di Rín, tutto ciò non avrebbe potuto ancora ovviare ad apparire troppo estraneo a qualunque senso di realtà per poter essere accettato.
« Mia signora! » gli fece eco Seem, egualmente in ansia per lei, e, ciò non di meno, spinto dalla propria fedeltà al suo cavaliere, impegnandosi anch’egli in un’ancor più folle corsa sui suoi passi, lì armato soltanto da un corto pugnale che nulla avrebbe mai potuto in contrasto a un avversario del genere, e, ciò non di meno, del tutto indifferente al rischio, ritornato, in cuor suo, a essere lo scudiero di un tempo, quel giovane che, pur disarmato, avrebbe affrontato persino gli dei per il suo cavaliere, e per, in ciò, offrire un senso alla propria esistenza, riservarsi il proprio ruolo nel mondo.

Richiami inutili, quelli così a lei rivolti, giacché nelle orecchie della donna guerriero, in quel momento, altro non avrebbe avuto che a risuonare il crescente battito del suo cuore, con una foga, con una forza persino superiore a quella dei colpi sparati da Rín, assordandola e, in ciò, isolandola da tutto e da tutti, nella necessità, lì, di riuscire a trovare dentro di sé la forza per superare i limiti della propria percezione della realtà e arrivare compiere quanto, dopotutto, persino Desmair aveva dichiarato lì sarebbe potuto avvenire: perché quanto in quel mondo, in quella dimensione, essi avrebbero legato, sarebbe stato legato anche nel loro, e quanto essi avrebbero sciolto, sarebbe stato sciolto anche nel loro. Ella, che per tutta la propria vita aveva lottato soltanto nella volontà di rendere propria la libertà, e la libertà più assoluta, la propria autodeterminazione davanti al fato e agli dei tutti, in quel momento, in quel luogo, avrebbe avuto simile opportunità, simile possibilità. E non avrebbe dovuto lasciarla sprecata… non, soprattutto, nel confronto con un tanto temibile avversario qual quello innanzi a loro.
Un passo dopo l’altro, quell’incedere sfrenato iniziò ad assumere le sembianze di una ricorsa, e di una rincorsa volta ad assicurarle la possibilità di proiettarsi in un alto salto, un salto che, ovviamente, mai le avrebbe permesso di coprire i centocinquanta piedi di altezza di quella creatura, e, ciò non di meno, un salto che ella avrebbe dovuto impegnarsi a compiere, per il loro bene, per la loro salvezza. Un salto il quale, allora, ella non esitò a tentare…

« Ora! » si spronò, in un alto grido, un ruggito rivolto a se stessa, e all’universo intero, a sottolineare, a enfatizzare quanto, lì, avrebbe quindi compiuto.

Per il tempo proprio di un effimero battito di ciglia, l’Ucciditrice di Dei si ritrovò semplicemente sollevata rispetto al suolo, in quello che nulla di più di un normale balzo avrebbe avuto a poter essere considerato.
Ma dopo quel fugace istante, nel momento stesso in cui entrambi i piedi lasciarono il contatto con il terreno vulcanico sotto di loro, una nuova coppia di grandi ali castano-rossicce ebbe a esplodere dal retro della sua schiena, squarciando la parte posteriore della sua casacca e dispiegandosi magnificamente nel cielo avvelenato della Terra di Nessuno, per spingerla, con un potente gesto, verso l’alto, facendole coprire oltre sessanta piedi con un singolo movimento, con una sola azione. E se quanto accade ebbe a sorprendere pressoché tutti, nella sola eccezione di colei che, tutto ciò, aveva ispirato, aveva incalzato nella propria occorrenza, anch’ella, anche la medesima Midda, non poté che essere a sua volta stupita, strabiliata dal successo di quanto aveva compiuto e, ancor più, dallo scoprirsi in volo, e in volo sorretta da una tanto mirabile coppia di ali.

« Thyres… ha funzionato! » esclamò, rinfrancata da tutto ciò, da simile, concreta riprova, nelle proprie convinzioni, nella fermezza del proprio pensiero, e, in questo, pronta a osare ancor più, ad andare oltre e a sospingersi alla volta del loro avversario.

Ma laddove un’ascia, per quanto straordinaria essa avrebbe potuto essere, non sarebbe stata certamente sufficiente a eliminare una tanto temibile creatura, la donna guerriero ebbe allora a richiedere un’arma più adeguata, a costo, in tal senso, di sfidare ogni comune idea di buon senso, ormai consapevole di quanto, lì, il buon senso avrebbe avuto a doversi considerare qualcosa di superato.

domenica 20 maggio 2018

2551


« Che diamine…?! »

In diverse declinazioni, tale comune interrogativo fu espresso da tutti all’interno del gruppo. Tutti coloro i quali, solo un istante prima, erano appena stati scagliati in aria dalla deflagrazione della parete della piramide nera sotto ai loro piedi, e che lì, improvvisamente, ebbero a ritrovarsi, sufficientemente illesi, a terra, non sparpagliati in maniera disordinata, ma raggruppati gli uni vicino agli altri, non poterono ovviare a esprimere, in tal maniera, la propria sorpresa, e la propria sorpresa per quanto era accaduto. Non che, alcuno fra loro, sarebbe stato in grado di esprimere, con precisione, cosa effettivamente fosse accaduto… o su come fosse possibile per loro essere giunti sino a quel punto.
Ma quanto ancor più ebbe a sorprenderli tutti, un istante dopo, fu rendersi conto della nuova figura alata presente innanzi a loro. Una figura che, in un primo istante, tutti associarono necessariamente a Carsa, salvo, tuttavia, rendersi subito conto di quanto non avesse a dover essere fraintesa con lei, fosse anche e soltanto per la lunga chioma di capelli rossi che, sulle sue spalle e sulla sua schiena, stava lì ridiscendendo. Chioma che, per quanto assurdo, fra tutti i presenti avrebbe avuto a dover essere ricondotta soltanto a una figura: non Midda Bontor, i cui capelli erano allora portati in un taglio estremamente corto, chiaramente militare; non Madailéin Mont-d'Orb, i cui capelli avrebbero avuto sì a dover essere riconosciuti più lunghi di quelli della propria versione matura, e, ciò non di meno, acconciati appena a sfiorarne le spalle, ma la terza rosa presente nelle loro schiere… e l’unica che, in quel momento, sarebbe stato ancor più assurdo a potersi riconoscere lì in piedi, innanzi a loro, con un paio di grandi ali aperte dietro la schiena.

« Rín…?! »

Ancora una volta fu quasi un coro quello che ebbe a esclamare il suo nome, così distratti nell’osservarla, nel contemplarla lì fieramente eretta, con quelle meravigliose ali bianche aperte ai lati del corpo, da trascurare, persino e paradossalmente, il colossale mostro che, oltre di lei, stava allor emergendo dalla piramide, facendo strada fra le enormi pietre della stessa, quasi fossero semplici ciottoli, per poter avanzare verso di loro, a offrire loro sfida e, speranzosamente dal suo punto di vista, morte.
E se pur tutti, per un fugace momento, ebbero in tal maniera a essere distratti, più concentrata, più attenta ebbe a doversi ancora una volta indicare proprio la destinataria di tutti i loro riguardi, colei fra le mani della quale, allora, ebbero a materializzarsi, apparentemente dal nulla, una coppia di pesanti armi, l’eccessiva dimensione delle quali, tuttavia, non sembrò rappresentare per lei problema alcuno: due grandi e potenti fucili mitragliatori, nel merito dell’utilizzo dei quali non avrebbe potuto vantare alcuna pregressa esperienza, ma che, in un numero troppo elevato per poter essere ricordato, ella aveva avuto occasione di vedere all’opera in televisione, in numerosi film e serie. E in una realtà nella quale, allora, l’idea sarebbe stata più importante rispetto alla pratica, nulla di più rilevante avrebbe avuto a dover essere quindi riconosciuto rispetto alla semplice idea, e all’idea di quelle armi, per poterle rendere lì perfettamente operative e immediatamente pronte all’uso…

« Sì. Sono io… » sorrise la donna, sollevando la coppia di fucili mitragliatori, in termini che mai sarebbero potuti essere possibili nella realtà, per prepararsi ad aprire il fuoco, e ad aprire il fuoco in direzione di quel mostro gigantesco, quel colosso di sabbia nera che, ormai fuoriuscito dalla piramide, non avrebbe tardato ad attaccarli « … e se volete darmi una mano, sentitevi liberi di immaginare l’arma che più vi aggrada e di unirvi alla battaglia. » suggerì loro, premendo, subito dopo, entrambi i grilletti e dando vita al frastuono più assordante che tutti loro avrebbero potuto immaginare, nella roboante duplice raffica di colpi che, dai due fucili, ebbe a uscire, e a uscire nella direzione del loro antagonista.

Midda, Be’Sihl e Lys’sh, che pur avrebbero potuto vantare una certa confidenza con le armi, e con le armi da fuoco, quali armi laser, armi al plasma e, perché no?, armi soniche, restarono semplicemente sorpresi dal baccano che, quella coppia di fucili fu in grado di generare, nel mentre in cui grandi fiammate ornavano la punta degli stessi a frenetici intervalli regolari, nell’esplosione di ogni singolo colpo in rapida successione, in qualcosa di così diverso, di così estraneo da tutto quello che avrebbero potuto vantare di conoscere. Per Be’Wahr e Seem, poi, tutto quello non poté che risultare addirittura incomprensibile, nel non riuscire neppure a elaborare quali strani strumenti, quali strane armi, avrebbero potuto essere giudicate quelle da lei così impugnate, estranee a qualunque cosa avrebbero mai potuto dichiarare di aver visto nella loro intera esistenza. Più confidente con tutto quello, altresì, avrebbe alfine avuto a dover essere giudicata Maddie, la quale, dal canto proprio, non avrebbe potuto ovviare facilmente, comunque, all’idea di poter osservare sua sorella reggersi in piedi sulle proprie gambe, con due grandi ali bianche dietro la schiena e, ancor più, con due pesanti fucili mitragliatori in mano, lì quieta e serena quasi tutto ciò nulla fosse di più di un semplice videogioco in realtà virtuale.
A margine di ciò, la più contrariata fra tutte le reazioni, indubbiamente, non poté che essere quella del mostro, e di quel gigante di sabbia nera, una sorta di colosso dalle fattezze umanoidi che, emergendo dalla piramide, avrebbe avuto a doversi considerare contraddistinto da un’altezza non inferiore a cento… forse centocinquanta piedi, e che, ciò non di meno, non ebbe a dimostrare di gradire gli effetti della pioggia di proiettili che, contro di sé, stavano venendo in tal maniera così riversati da parte della nuova donna angelo. Una raffica di colpi che, al di là della sua particolare struttura, di quel potenzialmente indistruttibile corpo di sabbia, non avrebbero potuto ovviare ad aprire grossi fori lungo tutto il suo corpo, indubbiamente ostacolandone i movimenti, pur, in ciò, non potendo sperare di imporgli danni duraturi: non, quantomeno, a confronto con la rapida rimarginazione di ogni supposta ferita nel riproporsi di nuova nera sabbia al posto di quella in tal maniera dispersa, in un processo probabilmente non dissimile da quello che l’aveva veduto recuperare il proprio arto nel momento in cui questo era andato perduto in conseguenza alla violenza impostagli dall’azione offensiva di Carsa Anloch.

« Per tutti gli dei… » commentò Be’Sihl, osservando con stupore quanto stava lì accadendo, e vedendo le proprie parole essere completamente sovrastate dal frastuono, in termini tali per cui quella stessa invocazione andò perduta nel nulla.
« E quelle da dove sono uscite…? » domandò Seem, subito soggiungendo « E, soprattutto, che diamine di armi sono…?! »
« In gamba quella donna. » sorrise Desmair, non potendo che approvare l’acume nuovamente dimostrato da Rín, in quello che, mai prima di allora, avrebbe potuto essere considerato quasi un moto d’ammirazione da parte sua « Se anche Nissa era così, temo proprio di aver sposato la gemella sbagliata… » asserì, in quello che avrebbe potuto essere frainteso qual l’ennesimo attacco a discapito della mai amata moglie, e che, non potendo tuttavia giungere alle sue orecchie, avrebbe avuto a dover essere altresì riconosciuto qual una semplice constatazione fra sé e sé, un’introspezione sancita con tono più alto di quanto non avrebbe probabilmente voluto essere.

“… sentitevi liberi di immaginare l’arma che più vi aggrada…”: su queste parole, altresì, la mente della Figlia di Marr’Mahew tentò, altresì, di focalizzarsi, e di focalizzarsi a dispetto del frastuono che, pur, avrebbe lì reso complicato persino riuscire a pensare, e a concentrarsi su questioni molto più sciocche rispetto a quella. Un’indicazione sufficientemente chiara, quella loro così offerta, che avrebbe forse avuto a dover essere giudicata persino troppo chiara… al punto da apparire quasi banale. Ma davvero la soluzione a tutto quello avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual addirittura banale?!

sabato 19 maggio 2018

2550


Quando la consapevolezza raggiunse la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, il tempo stesso, attorno a lei, parve per un momento arrestarsi. E, forse, in effetti, si arrestò, e si arrestò proprio in diretta conseguenza al suo volere, e alla necessità, per lei, di valutare quanto, da lì in poi, avrebbe avuto a dover essere compiuto per il bene comune.
Meno di chiunque altro, fra i presenti, ella avrebbe avuto a potersi considerare il benché minimamente confidente con quanto lì stesse accadendo. Non soltanto a un livello neppur fugacemente paragonabile rispetto a quello della propria gemella, Maddie, o della sua versione invecchiata, Midda, le quali, sicuramente più di lei avrebbero avuto a potersi fregiare del titolo di protagoniste di quella storia. Ma anche, e ancor più, rispetto a chiunque altro: Desmair, Be’Wahr, Lys’sh, Be’Sihl, Seem… e, persino, rispetto ai due bambini, a Tagae e Liagu, i quali, a dispetto della propria età infantile, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti, nel confronto con la follia di quanto lì stava accadendo, più che maturi, più che controllati, nelle proprie emozioni e nelle proprie azioni, al punto tale, sino a quel momento, di essere stati, obiettivamente, un peso inferiore rispetto a quanto ella stessa non avrebbe avuto a doversi, impietosamente, considerare.
Un giudizio severo, il suo a proprio stesso discapito, ma, ciò non di meno, probabilmente giusto, se non, addirittura, giustificato, e giustificato nel confronto con la realtà dei fatti, l’evidenza concreta e sincera di chi ella fosse. Non un’impavida avventuriera, non una leggendaria guerriera mercenaria, non un temibile semidio immortale o una straordinaria donna rettile, e, neppure, un ex-scudiero: ella era soltanto una donna comune, sovente pronta a considerarsi anche meno di una donna comune, nella propria condizione, nella propria paralisi, nel confronto con le tragiche conseguenze di quel lontano incidente che, oltre ad averla privata di una madre, le aveva portato via anche l’uso delle proprie gambe, e di tutta la metà inferiore del proprio corpo, costringendola, nel confronto con la tutt’altro che benevola società dell’unico mondo che, prima di allora, avesse avuto mai occasione di immaginare esistente, a giudicarsi soltanto un peso per l’intera comunità, per la società.
Una società, una comunità che, del resto, non avrebbe mancato di ricordarle tutta la propria indifferenza, se non tutto il proprio astio, in ogni occasione l’avesse posta a confronto con anche solo un singolo gradino volto a impedirle l’accesso a un monumento, a un edificio, a un negozio, a un locale, nel momento in cui, senza tale insormontabile ostacolo, ella avrebbe altresì potuto andare a visitare una mostra, a fare compere, a vedere un film al cinema, presentarsi a un esame o a una visita sanitaria o, persino, a adempiere al proprio dovere civico di voto durante un’elezione, senza, in ciò, ritrovarsi costretta a votare in un cortile, fra gli sguardi a volte imbarazzati, altri, e peggio, scocciati, degli scrutatori, o del presidente del seggio, che soltanto per buona creanza, o, peggio, per pietà verso di lei, non le avrebbero così consigliato di ritornarsene a casa, senza imporre ulteriore disturbo a chicchessia. Impietosa ella aveva così imparato a essere nei propri stessi riguardi, in conseguenza all’avversione di un intero mondo attorno a sé, capace di ricordarsi di una persona nelle sue condizioni soltanto nell’eventualità che questa fosse divenuta, a discapito di tutto, un campione o una campionessa sportiva, riservandosi la propria opportunità di gloria, pur, ovviamente, con doverosi distinguo, tali da non rischiare di mischiare gli atleti “veri” da quelli paralimpici: distinguo tristemente dimentichi di quanto, nei primi anni del secolo precedente al loro, un certo signore con un orrido taglio di baffi aveva fatto di tali distinzioni un’arte, e un’arte volta allo sterminio di massa di tutti coloro che non fossero rientrati nelle proprie idee di adeguatezza fisica, e non solo.
Ma in quel momento, lontana dal proprio mondo, lontana dalla propria realtà, immersa in quella follia forse priva di senso, e circondata da tanti, straordinari eroi, impavidi e coraggiosi, anch’ella non avrebbe potuto ovviare a volersi per un fugace momento estraniare da quanto, altresì, per lei avrebbe avuto a dover essere considerata la propria quotidianità e, in ciò, a cercare un’occasione di riscatto. Un’occasione di riscatto che, nella fattispecie, non le sarebbe derivata, direttamente, dal proprio corpo danneggiato, quanto e piuttosto dalla propria mente, e dalla propria mente attenta, dalla propria mente sveglia, da quella mente che, negli anni, non aveva mai smesso di allenare, non aveva mai cessato di spronare ad apprendere sempre nuove lingue, nuove materie, nuove nozioni, tanto per il proprio lavoro di traduttrice, quanto e, ancor più, per la propria passione di scrittrice. Una mente, pertanto, che della fantasia, del sogno, aveva fatto la propria naturale dimora, non soltanto nelle ore notturne, quanto e ancor più in quelle diurne, e che, allora, in quel tempo del sogno, non avrebbe potuto concedersi opportunità di essere scioccamente limitata, di essere incoerentemente vincolata, così come, pur, sino a quel momento, ella si era riservata occasione di restare. E di restare, almeno, sino all’arrivo in scena di quella donna alata… una donna che, per quanto le era stata offerta opportunità di comprendere, nessuno avrebbe avuto ragione di attendersi qual lì potenzialmente presente, benché l’eterogenea composizione del loro gruppo avrebbe avuto a dover ormai assuefare le loro menti, e che, ancor più, non avrebbe avuto a dover essere considerata abitualmente ornata da una tanto meravigliosa coppia di ali qual apparentemente naturale prosecuzione delle proprie scapole.
Quella donna alata, quella splendida ed elegante figura così straordinariamente entrata in scena a discapito di ogni razionalità, non avrebbe potuto ovviare a spingere la mente di Rín a ragionare. E a ragionare su una banalità, su un’evidenza tanto ovvia da risultare paradossalmente difficile da cogliere e che, in effetti, alcuno, sino a quel momento, aveva colto.
Perché se quello era il tempo del sogno, o, quantomeno, qualcosa di quanto più ipoteticamente prossimo all’idea degli aborigeni a tal riguardo, in quel luogo non avrebbero avuto a dover essere considerate qual predominanti le regole proprie della razionalità, quanto quelle della creatività. E, in ciò, il solo limite che tutti loro avrebbero avuto a doversi riconoscere, sarebbe stato quello delle proprie menti e, ancor più, della propria immaginazione…

« Ora è chiaro. » sorrise, per quanto scaraventata verso l’alto dei cieli, in un volo che avrebbe potuto troppo facilmente sancire la sua morte e la morte della sua gemella, e dei loro nuovi e vecchi amici.

Nóirín Mont-d'Orb sorrise. E sorridendo arrestò, per un istante, il tempo attorno a lei, attorno a loro. Arrestò il proprio volo, e la conseguente caduta. Arrestò l’insorgere del mostro e, con esso, la battaglia che, nell’immediato, sarebbe conseguita. E se pur, al termine di quell’istante congelato nel tempo, gli eventi avrebbero avuto a dover riprendere il proprio corso, in quel frammento di eternità, ella avrebbe avuto tutto il tempo necessario per agire.
Così ella agì. E agì raddrizzandosi in quell’altresì scomoda posizione sospesa nella quale si era arrestata, riassumendo una postura verticale e spolverandosi la polvere dai propri abiti, nel mentre in cui, osservandosi attorno, ebbe a cogliere le posizioni di tutti i propri compagni. Fatto ciò, ella ebbe a immaginare una meravigliosa coppia di ali sulla propria schiena, a imitazione di quelle già proprie di Carsa, e, quando le percepì presenti, ebbe a muoversi, e a muoversi in quella scena surreale, in quella bizzarra fotografia tridimensionale, per andare a raggiungere, uno a uno, Maddie, Lys’sh, Be’Wahr, innanzitutto, ma anche, più in basso, e pur egualmente coinvolti nell’esplosione di quella sezione della piramide, Midda e Seem, e Be’Sihl, e persino il demoniaco Desmair, facendosi carico di ognuno di loro, uno dopo l’altro, soltanto per condurli sino al suolo, al suolo da una trentina di piedi di distanza dalla piramide, a una distanza di sicurezza utile per garantire loro di sopravvivere indenni a quanto allora sarebbe accaduto.
Solo quando tutti furono adagiati a terra, ella si concesse occasione di appoggiare, a propria volta, i piedi al suolo, tornando a reggersi sulle proprie gambe, su quelle gambe che, nella realtà, avrebbero avuto a doversi considerare inermi, e che pur, lì, null’altro sarebbero state se non una proiezione della propria volontà. E, così predisposta, ella ebbe a concedere al tempo di riprendere il proprio naturale scorrere, restando lì, in piedi, con le due grandi ali aperte dietro di sé, a simboleggiare, idealmente e praticamente, la protezione che, da quel momento in avanti, non avrebbe mancato di offrire a tutti i propri nuovi amici…

venerdì 18 maggio 2018

2549


« I bambini… prendili e portali via! » ordinò la Figlia di Marr’Mahew all’amica ritrovata, liberandola dall’abbraccio per concederle occasione di agire, e di agire immediatamente, non ponendosi allora ulteriori dubbi sul come ella potesse essere lì, o come potesse avere una coppia di ali a scomparsa dietro la schiena, ma, piuttosto, preoccupandosi in maniera estremamente pragmatica del benessere di Tagae e Liagu e, in ciò, affidandoli a colei che, sola, in quel particolare momento, in quella particolare occasione, avrebbe potuto difenderli, avrebbe potuto proteggerli, levandosi nell’alto dei cieli e, in tal maniera, allontanandosi da tutto quello, e da qualunque altra minaccia quel mostro di sabbia nera avrebbe potuto tentare di imporre loro.
« D’accordo. » annuì la donna dalla pelle color della terra, senza battere ciglio, senza scomporsi, e, semplicemente, decidendo di agire, e di agire secondo quella richiesta, in ottemperanza a quell’ordine, immediatamente lasciando ricomparire la coppia di grandi ali bianche dietro di sé, e, nel contempo di ciò, offrendo alla propria diretta interlocutrice la pesante ascia che, ancora, stava lì impugnando « In cambio, tu potresti tenermi questa per un po’…?! » domandò, lasciando in tal maniera apparire quasi un favore richiesto quanto, altresì, avrebbe avuto a dover essere considerato un favore offerto, e un favore offerto nel concedere, così facendo, la propria arma alla propria vecchia amica, per aiutarla nella battaglia che, di lì a breve, avrebbe avuto ad affrontare « Forza bambini… venite dalla zia Carsa: non capita tutti i giorni di poter volare, in fondo. Non è vero…?! »

E i due pargoli, che pur non avevano avuto alcuna precedente occasione di conoscere quella donna in particolare, non ebbero esitazione alcuna a fidarsi e ad affidarsi a lei, non soltanto nell’evidenza di quanto quello fosse il desiderio della loro genitrice, ma, ancor più, nella pura e semplice volontà di approfittare dell’occasione per poter tornare a volare, e volare ancora una volta in braccio a quella donna angelo.
Una donna il cui nome, del resto, non avrebbe comunque avuto a dover essere loro sconosciuto, nell’esser ella stata, più volte, al centro delle straordinarie storie loro narrate dalla medesima Figlia di Marr’Mahew nel merito del proprio passato, del proprio mondo, e delle proprie imprese, gesta, allor, costellate di tanti, tantissimi personaggi, quali lo stesso Seem, o il biondo Be’Wahr e suo fratello Howe, e ancora altri nomi, altri volti loro descritti nel minimo dettaglio in termini per cui, ormai, ognuno fra loro avrebbe potuto essere quietamente riconosciuto anche laddove fondamentalmente estraneo.

« … grazie. » non poté ovviare a dimostrare la propria riconoscenza verso di lei, con un lieve movimento di assenso del capo, tanto in riferimento all’impegno in tal maniera dimostrato in favore dei suoi figli, quanto e non di meno per l’arma in tal maniera affidatale, un’arma che, allora, non avrebbe esitato a sfruttare, e a sfruttare con tutta la propria ferocia, con tutta la propria combattività, per porre, quanto prima, la parola fine a tutto quello, in contrasto a qualunque avversario sarebbe stato loro offerto.

Nel contempo di ciò, lì attorno, gli altri membri della compagnia, ripresisi dall’apparizione improvvisa di Carsa, non avrebbero potuto fare altro che prepararsi psicologicamente a quanto, di lì a breve, sarebbe nuovamente accaduto, al ritorno di quel colossale mostro, del quale, sino a quel momento, avevano veduto soltanto una mano, semplicemente un pugno, e che, probabilmente, presto avrebbe tentato di ucciderli tutti, anche e soltanto, banalmente, lasciandoli crollare sotto il peso delle enormi pietre che componevano quella piramide. Ciò non di meno, al di là del rischio che lì tutti non avrebbero potuto ovviare a correre, e che, allora, avrebbe potuto sancire per loro la prematura fine delle loro vite, o, forse, in diretta conseguenza a esso, e nella quieta volontà di cercare, in qualche modo, di ovviare psicologicamente a esso, a concedersi occasione di concentrarsi pericolosamente su qualcosa di così distruttivo, Rín sembrò volersi interessare maggiormente alla figura angelica lì piombata fra loro, ancor prima che a qualunque altra questione…

« Ma quella non è Jacqueline…? La tua terapista…?! » domandò rivolgendosi in direzione della gemella, osservando da breve distanza, e per lo più di spalle, quella donna sconosciuta, e ciò non di meno non potendo ovviare a riconoscere un certo parallelismo fra la medesima e l’antico supporto psicologico della sorella, più nell’eleganza delle sue forme, e nella comprensibile beltade di quella figura, che per un’effettiva identificazione della medesima.
« Dici…? » esitò Maddie, colta un attimo in contropiede da quell’affermazione e cercando, in ciò, conferma, per quanto, obiettivamente, difficile sarebbe stato associare, in quel momento, in quel particolare contesto, il ricordo di Jacqueline a quella donna, fosse anche e soltanto nel ben diverso vestiario con il quale lì si stava presentando, sostituendo agli eleganti completi della prima, una sorta di bustino rosso, utile a lasciarle completamente scoperte le spalle e, in ciò, a garantire mobilità alle sue grandi ali bianche, e dei pantaloni bianchi, di stoffa leggera, forse e addirittura seta, che fasciava alla perfezione le sue forme, non ostacolando tutta l’ammirazione, e l’eventuale invidia, che lì avrebbe potuto essere provata per quei glutei praticamente perfetti, e irriverentemente emergenti, nelle proprie curve, al di sotto degli stessi « Non lo so… e probabilmente ora non ha da considerarsi neppure importante saperlo. » minimizzò la questione.
« Quella è Carsa Anloch. » intervenne, tuttavia, la voce di Be’Wahr, che nel frattempo si era riavvicinato a loro, felice di verificare quanto Rín, fortunatamente, fosse in salvo « Vi siete fugacemente incrociate il giorno del tuo arrivo nel nostro mondo… e l’hai conosciuta come Ah'Reshia. Ma, forse, nella confusione di quell’occasione, non ci hai prestato caso. »
« Intendi dire il giorno in cui sono comparsa nuda di fronte a una trentina di persone durante una cerimonia commemorativa?! Sì… effettivamente ho ricordi molto confusi, e molto imbarazzati di quel momento. » replicò la viaggiatrice dimensionale, non potendo ovviare a provare ancora un certo disagio a quel ricordo, nell’essersi così ritrovata, emergendo dal fuoco, a confronto con sostanzialmente tutti i parenti, gli amici e i conoscenti di Midda e di Nissa, nell’evidenza di una discutibile, per non dire pessima, scelta di tempi e di luoghi da parte della fenice.
« E quelle ali…? » insistette Rín, nel mentre in cui, a fronte di una nuova, violenta scossa sotto di loro, Carsa accolse fra le proprie braccia i due bambini, i figli di Midda, per elevarsi in volo, con una straordinaria spinta assicurata proprio da quelle mirabili, e del tutto innaturali, estremità « Le ha sempre avute? E’ anche lei come Lys’sh…? » domandò, cercando di comprendere se quanto stessero lì osservando fosse qualcosa di consueto, qualcosa di normale, così come la squisita ofidiana che, a sua volta, era giunta al loro fianco, ricompattando, almeno su quel fronte superiore, i loro ranghi, per prepararsi al peggio.
« Assolutamente no… ma non è di certo la cosa più strana che sta accadendo in questo luogo, no?! » minimizzò il biondo, in risposta alla richiesta di Rín, non comprendendo le ragioni di tanto interesse per qualcosa che, nella follia lì imperante, non avrebbe avuto certamente a doversi considerare fuori luogo.

Benché, in quel mentre, in quelle domande, Rín stesse avendo le proprie ragioni, nel proprio costante impegno a comprendere quel luogo e le sue leggi, laddove non le sarebbe potuta essere offerta la possibilità di combattere; qualunque possibilità di replica da parte sua, o di ulteriore inchiesta, venne tuttavia violentemente interrotta, frenata, dal ritorno del mostro di sabbia nera e, in tale nuova occasione, da un ritorno ancor più devastante rispetto alla prima venuta. Tanto devastante, nella fattispecie, da non limitarsi a scagliarli, come già pocanzi, a terra, negando loro qualunque possibilità di equilibrio, ma, addirittura, direttamente in aria, come già accaduto per Tagae e Liagu, vedendoli violentemente proiettati, da un’improvvisa deflagrazione dei gradini sotto ai loro piedi, verso l’alto di quel cupo cielo, lassù dolorosamente sospinti verso un fato che, se non sarebbe lì stato di morte, certamente non avrebbe avuto a doversi ipotizzare piacevole, nelle conseguenze della caduta che, alfine, li avrebbe attesi.

giovedì 17 maggio 2018

2548


Ah'Reshia Ul-Geheran: con tale nome, Midda aveva inizialmente apostrofato la sua inattesa interlocutrice, non errando nella propria identificazione della medesima. Sebbene, infatti, colei lì di fronte a lei, per quanto impossibile avrebbe avuto a doversi considerare, stesse rispondendo al nome di Carsa Anloch, Ah'Reshia e Carsa avrebbero avuto a doversi considerare la medesima persona… o, per meglio dire, due diverse personalità della medesima donna.
Vittima di una storia tanto complessa quanto tragica, molti anni prima Ah'Reshia Ul-Geheran, giovane nobildonna y’shalfica, per sopravvivere alla propria stessa vita, e alle vicende più terribili della medesima, aveva perduto il senno e si era risvegliata nei nuovi e inediti panni di Carsa Anloch, una straordinaria donna guerriero, una temibile mercenaria, che, accanto a un’ammirevole abilità nel combattimento, avrebbe potuto vantare una bellezza, una soave presenza tale per cui nessun uomo, e ben poche donne, avrebbero potuto ovviare ad ammirarla, se non, addirittura, a innamorarsi di lei, bellezza che, da lei, non avrebbe mancato di essere sfruttata per i propri scopi, per i propri interessi, tanto al fine di infiltrarsi nelle linee nemiche, quanto a quello di carpire segreti o, ancora, di commettere furti e omicidi su commissione, secondo la volontà del miglior offerente. Oltre a ciò, Carsa avrebbe potuto vantare una straordinaria capacità di immedesimazione in altre identità, in altre personalità, vere e proprie ulteriori frammentazioni del suo io nelle quali, all’occorrenza, avrebbe potuto celarsi, arrivando, anche senza l’ausilio di particolari travestimenti, ad apparire qual una persona completamente diversa pur, fisicamente, restando sempre la stessa, al punto tale che chiunque, posto innanzi a lei, ne sarebbe rimasto ingannato, non riuscendo, in alcuna maniera, a ricondurre l’effimera identità del momento al suo vero io… o, quantomeno, a ciò che ella stessa, per lungo tempo, aveva considerato essere tale.
Ma quando, alla fine, in un estremo atto di sacrificio per la salvezza di colei lì descritta qual la propria miglior nemica, o forse la peggior amica, Carsa Anloch si era frapposta fra lei e la morte certa, quella straordinaria personalità alternativa aveva incontrato la conclusione dei propri giorni, gemendo un’ultima, e forse tardiva, dichiarazione d’amore per colei per la quale, lì, aveva accettato di morire. E benché, poi, dalla morte fosse stata risparmiata, vedendo il suo corpo risanato da un potere eguale, se non addirittura superiore, a quello che l’aveva priva quasi distrutto, a risvegliarsi, a ritrovare contatto con la realtà dopo tanti, troppi anni di oblio, non era più stata la guerriera mercenaria, quanto e piuttosto la stessa Ah'Reshia Ul-Geheran, non più fanciulla, ineluttabilmente confusa su quanto fosse accaduto, e, ciò non di meno, meravigliosamente viva, e nuovamente padrona di sé, del proprio corpo e della propria mente.
Quattro anni erano ormai trascorsi da quegli eventi: quattro anni nel corso dei quali, nel loro mondo, Ah'Reshia aveva avuto occasione di riscoprire i piaceri di una vita serena in quel della piccola isola di Konyso’M, là dove, accanto ad antichi amici della sua eroina d’infanzia, della stessa Midda Namile Bontor, non aveva mai palesato neppur l’ombra della micidiale guerriera che era stata in passato, obiettivamente inconsapevole, persino, di quanto, durante la propria lunga assenza, fosse effettivamente accaduto. In ciò, quindi, tempo del sogno o no che quello fosse, a dir poco sorprendente, se non, addirittura, assurdo, non avrebbe potuto che essere per Midda, Be’Sihl, Seem o Be’Wahr, ritrovarsi posti innanzi a colei che non avrebbe più potuto esistere, e che, ciò non di meno, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual la sola ragione lì esistente dietro alla salvezza di Tagae e Liagu dall’attacco di quell’osceno mostro di sabbia…

« Ehy… perché mi guardate tutti come se aveste visto un fantasma…?! » domandò la donna, inarcando il sopracciglio destro con aria dubbiosa a tal riguardo, non potendo ovviare a provare un certo imbarazzo nel confronto con simili sguardi « Sono stata via per un po’… è vero. Ma anche voi non è che non vi siate dati da fare, nel frattempo. » obiettò, per poi indicare i volti per lei sconosciuti all’interno del gruppo, con particolare attenzione a Lys’sh e, ancor più, alle due sorelle Mont-d'Orb, riunitesi nel momento in cui Maddie aveva approfittato di quel fugace intervallo di quiete per raggiungere la propria gemella « Tre Midda al prezzo di una: deve essere il mio giorno fortunato… o uno strano sogno erotico. »

Difficile, in quel momento, sarebbe stato per chiunque riuscire a comprendere in quali termini confrontarsi con Carsa, nella ferma consapevolezza di quanto assurda fosse la sua esistenza in vita fra loro e, ciò non di meno, di quanto innegabile, allora, avrebbe avuto a dover essere considerata, con tutta la sua ironia, con la sua malizia, e con la sua magnifica presenza, armata, come di consueto, della propria scure, di quell’ascia nel rapporto con la quale quasi un paradosso avrebbe allor avuto a dover già essere riconosciuto, a confronto con il suo apparentemente esile fisico, così diverso dalle curve più marcate, dalla muscolatura meglio delineata, della sua prima interlocutrice. Per quanto, infatti, quell’intero contesto, quella situazione, avesse a doversi giudicare già sufficientemente assurda nelle proprie dinamiche, nelle persone lì insieme radunate e, soprattutto, in quelle mutevoli ambientazioni attorno a loro; l’introduzione in scena di quella particolare figura, e il modo in cui ella si era lì materializzata, non avrebbero potuto ovviare a spingere l’intera situazione a un intero ordine di follia superiore, tale per cui improbabile sarebbe stato per chiunque riuscire a elaborare razionalmente i termini più indicati per rapportarsi con quella particolare presenza.
Ciò non di meno, e probabilmente in termini del tutto privi di razionalità, dopo aver rischiato di perdere Be’Sihl, e aver assistito alla probabile morte di Tagae e Liagu, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto in alcun modo ignorare la benevolenza degli dei nel concederle una nuova, forse fugace, forse effimera, e pur, in quel momento presente, occasione di confronto con Carsa Anloch. Perché, per quanto Ah'Reshia potesse star vivendo finalmente serena la propria esistenza, lontana da tutto quello, al suo sguardo, alla sua attenzione, ella avrebbe avuto a doversi purtroppo considerare nulla di più di una semplice estranea, un’estranea che, per una semplice coincidenza, avrebbe potuto vantare un aspetto fisico simile, identico a quello di Carsa: ma per colei che, per tutta la propria esistenza, aveva dovuto impegnarsi a trovare occasione di discriminare la propria identità personale rispetto a una sorella gemella malvagia, la fisicità individuale, quello stesso corpo, avrebbe avuto a dover essere considerato di ben minimale importanza nel confronto con il cuore, con la mente e con lo spirito: cuore, mente e spirito, quelli di Carsa, assolutamente diversi da quelli di Ah'Reshia... e lì, per quanto impossibile, nuovamente presenti innanzi a lei.
Così, liberando i due bambini dall’abbraccio in cui li aveva stretti, e li aveva stretti a sé, a placare le proprie paure, a tentare di moderare le proprie ansie nel merito di quanto avrebbe potuto loro accadere, allorché impegnarsi in tentare di dialogare con quell’amica, o nemica, ritrovata, Midda Bontor si limitò ad alzarsi, a muovere un passo in avanti, e ad abbracciare fortemente anch’ella, al di là di ogni considerazione, al di là di ogni razionalità, al di là di ogni filosofia, semplicemente felice di averla lì, innanzi a sé, in quel momento…

« Wow… invecchiare ti sta un po’ rammollendo, sorellona. » sorrise Carsa, ciò non di meno ricambiando ben volentieri quell’abbraccio, e a lei, di rimando, egualmente stringendosi con dolcezza e affetto « Tutte queste effusioni, un tempo, le avresti disdegnate… »
« Sta zitta. » la rimproverò la prima, per tutta risposta, scuotendo appena il capo e tirandosi appena indietro rispetto a lei, per potersi riservare occasione di osservarla meglio, e godere ancora una volta della vista di quel volto meraviglioso, di quell’indubbia beltade che, da sempre, l’aveva contraddistinta, e che soltanto una sciocca non avrebbe saputo riconoscere « Mi sei mancata… va bene?! »

Prima, tuttavia, che quella conversazione potesse allor evolvere, e, magari, potesse concedere alla nuova arrivata occasione di chiarire le circostante della propria esistenza in vita, una nuova, violenta, scossa sotto i piedi di tutti loro altro non ebbe che a sottolineare quanto il mostro di sabbia nera non fosse stato tanto facilmente sconfitto, preannunciandone l’imminente ritorno e, senza particolare difficoltà di immaginazione, suggerendo quanto, in tal senso, non sarebbe certamente stato di buon umore nei loro riguardi, dopo la violenza del colpo da questi già subito.

mercoledì 16 maggio 2018

2547



Ma se, in quel grido, in quel ruggito, per un istante parve riproporsi, tragicamente, quanto già occorso a potenziale discapito di Be’Sihl, quella quasi condanna a morte sol ovviata, sol evitata, in quel momento passato, in grazia all’intervento di quel demoniaco semidio; in tale, nuova occasione, a scongiurare l’ineluttabile, a impedire allo sviluppo degli eventi di volgere nei termini peggiori, ebbe inaspettatamente, imprevedibilmente, a essere l’intervento di un’angelica figura. E un’angelica figura che, levandosi in volo in grazia a una coppia di meravigliose e candide ali piumate, precipitò una pesante arma, una gigantesca scure, su quell’enorme polso, attraversandolo quasi fosse burro caldo, e dividendo, in tal maniera, la mano dal resto del braccio. Un braccio e una mano che, in ciò, ebbero letteralmente a polverizzarsi, a tradursi in una cascata di nera sabbia vulcanica, dalla quale, sicuramente frastornati, certamente spaventati, e, ciò non di meno, ancora vivi, Tagae e Liagu ebbero a ricomparire, solo per rischiare di ricadere in tal maniera al suolo, e ricadere da un’altezza notevole, che difficilmente avrebbe avuto a potersi considerare gradevole.
Prima, tuttavia, che il peggio potesse in tal maniera anche solo essere elaborato, anche solo essere preso in considerazione, animando negativamente i cuori, le menti e gli animi di coloro che, in tal maniera, avrebbero appena potuto riprendersi dal timore di quella duplice tragedia solo per essere, quindi, posti a confronto con una nuova, terrificante, e purtroppo non particolarmente diversa, eventualità; i due bambini vennero, tuttavia, nuovamente soccorsi dalla loro sconosciuta salvatrice e, nel suo protettivo abbraccio, venendo accolti in esso con straordinaria delicatezza, con mirabile dolcezza, per poi, in tal maniera, essere condotti dalla loro genitrice, da colei che, con volto sconvolto dalla sempre crescente follia di quegli accadimenti, stava chiaramente iniziando a dimostrare tutti i propri più umani limiti, soprattutto nel confronto con l’idea della morte di coloro a lei più cari, dei propri amici, del proprio amato, della propria famiglia.
Una possibilità pericolo, un’eventuale minaccia, che, sicuramente, non avrebbero potuto essere equivocati qual nuovi, certamente non inediti, e che pur, in quel momento stranamente quieto della propria vita, in quella parentesi per lei insolitamente felice, non avrebbe potuto che rievocare quella condanna, quella maledizione contro di lei scagliata, molti anni prima, lustri addietro, decenni addirittura, dalla propria gemella, da Nissa Bontor, nel suo impegno a negarle, per sempre, qualunque occasione di gioia, qualunque speranza di serenità, come giusta punizione per quanto ella aveva compiuto, ancor bambina, abbandonando la quiete, la felicità che avrebbe potuto avere con lei, e con la loro famiglia, per impegnarsi lungo le vie dei mari, alla ricerca di una qualche possibilità di avventura. Ma se non soltanto difficile, ma, addirittura, improbo, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto, da parte sua, da parte di colei che pur avrebbe potuto essere considerata una leggenda vivente, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, la Campionessa di Kriarya, scendere a patti con quel proprio intimo demone personale, quell’ormai intrinseco timore nei confronti della serenità propria nell’amore di una famiglia, e di una famiglia non soltanto qual avrebbe potuto allor avere con Be’Sihl e con i bambini, ma, anche e più in generale, qual avrebbe potuto allor avere con l’equipaggio stesso della Kasta Hamina, così come con Howe, Be’Wahr e Seem, propri antichi compagni di ventura; l’avvento tanto improvviso, quanto improbabile di quella figura angelica, di quella donna alata armata di ascia, parve comunque volersi ergere, per lei, a dimostrazione concreta di quanto, se soltanto lo avrebbe desiderato, avrebbe potuto comunque farcela, avrebbe potuto comunque riuscire a ottenere la propria vita, la propria possibilità di gioia e di serenità, non temendo per la sorte di coloro a lei circostanti, ma, addirittura, affidandosi a essi per tale scopo, in una non semplice, non immediata inversione dei ruoli, da salvatrice a salvata, che pur, quell’angelo, sembrava volerle concretamente comprovare, semplicemente con la propria assurda esistenza in vita, in quel mentre, innanzi ai loro occhi, al loro sguardo…

« Dei… » gemette, sorpreso e sconvolto, Be’Wahr, in tal condizione mentale non soltanto per gli eventi in tal maniera occorsi, quanto e ancor più per l’identità di quella creatura alata, identità che, per quanto folle tutto ciò avrebbe avuto a doversi ritenere, ad alcuna altra immagine, ad alcuna altra persona avrebbe avuto lì a poter essere ricondotta se non a quella da lui, così, immediatamente riconosciuta.
« Non… è… possibile… » balbettò, in un non diverso stato emotivo, il giovane Seem, ancora aggrappato al braccio del proprio ex-cavaliere, ancora fondamentalmente appeso nel vuoto, in conseguenza allo sconvolgimento causato dalla fugace apparizione di quel gigantesco pugno di sabbia nera, e, ciò non di meno, in quel momento dimentico di tutto ciò, dimentico di ogni altra cosa, nel confronto con la splendida immagine di una donna che non avrebbe potuto essere lì, e che, soprattutto, non avrebbe potuto essere lì in tale forma, con quelle meravigliose ali dischiuse dietro la schiena, tali da concederle di volare, e di volare fra di loro, sopra di loro, con una naturalezza disarmante, quasi nulla di più ovvio avrebbe potuto lì occorrere.
« Come diamine…?! » tentò di elaborare, di razionalizzare, più in basso, Be’Sihl, assistendo anch’egli all’evolversi degli eventi e anch’egli null’altro potendo fare se non palesare tutta la propria più evidente confusione innanzi a quella donna alata, a quella donna che tutti loro avevano riconosciuto, in quanto da tutti loro ben conosciuta, e, parimenti, da tutti loro considerata morta.

Nel mentre di tutto ciò, nel contempo di tanto sconvolgimento, con un movimento leggiadro, l’esile, e pur squisitamente tonico, corpo di quella figura angelica, ebbe a posare i propri piedi innanzi a Midda, a lei riconducendo i due pargoli, straordinariamente illesi malgrado la condanna che, per un fugace istante, era parsa essere loro imposta.
E se, immediatamente, la donna guerriero ebbe a risollevare dal baratro sotto di loro Seem, in quel mentre quasi considerato privo di peso da parte sua, soltanto per avere possibilità di muovere le proprie braccia ad accogliere quella coppia, ad accogliere a sé e i propri figli, stringendoli delicatamente e sforzandosi, in tutti i modi, di trattenere le calde lacrime che, pur, costrinsero i suoi gelidi occhi a brillare quasi fossero stati ricoperti di stelle; tanta commozione non avrebbe mai potuto ovviare, anche da parte sua, all’interrogativo che, allora, aveva già animato le menti di tutti gli altri: un interrogativo al quale, tuttavia, non ebbe il tempo di offrire formulazione, prima che fosse la medesima donna alata a prendere voce, con un tono caldo e carezzevole…

« Ciao, sorellona… » sorrise, nel mentre in cui le due grandi ali bianche, alle sue spalle, sembrarono rimpicciolire, fino a scomparire dentro la sua schiena, sulla quale l’unico segno visibile che rimase di quanto lì un istante presente, altro non fu che un semplice tatuaggio, un elegante tatuaggio sulla sua meravigliosa pelle color della terra, appena visibile attraverso la lunga chioma castana che, pur raccolta in un’alta coda sulla cima della sua nuca, riusciva lì a ridiscendere sin quasi all’altezza dei suoi glutei « … ne è passato di tempo, non è vero?! » commentò, quasi nulla fosse accaduto, quasi ella avesse a doversi ancora considerare viva, o, quantomeno, esistente, benché da anni, di lei, alcuna traccia era rimasta nella realtà… o, quantomeno, nella realtà dalla quale avrebbero avuto a dover essere riconosciuti lì provenienti tutti loro, con la sola, ovvia eccezione di Maddie e Rín.
« Ah'Reshia…? » domandò la donna dagli occhi color ghiaccio, sollevando lo sguardo verso di lei e, ciò non di meno, restando ancora abbracciata ai due bambini, quasi nel timore che, lasciandoli, qualcosa sarebbe potuto accadere loro.
« … va bene che ne è passato di tempo… ma il fatto che tu non ricordi neppure il mio nome, potrebbe un pochino offendermi. » replicò l’altra, aggrottando appena la fronte ed esprimendosi con tono che, al contempo, avrebbe potuto essere inteso qual ironico, e, ciò non di meno, anche un po’ risentito, per l’errore così commesso da parte della propria interlocutrice « E io che ero convinta di essere stata la tua miglior nemica… o forse la tua peggior amica, difficile a dirsi, a volte! » soggiunse, ora apertamente critica verso se stessa, e verso il loro comune passato, un passato che considerare controverso sarebbe equivalso a un’eccessiva banalizzazione.
« … Carsa. » dichiarò quindi la Figlia di Marr’Mahew, in quel nome che non avrebbe mai potuto dimenticare, e che non aveva dimenticato, e che pur non aveva allor espresso nell’impossibilità della stessa a essere lì, in quel luogo, con quella particolare identità.

martedì 15 maggio 2018

2546


Fossero state, le dinamiche proprie di quella vicenda, contraddistinte dalla medesima, artefatta epicità delle molteplici leggende che, soprattutto nel pianeta natale della Figlia di Marr’Mahew, nel corso degli anni, dei lustri, erano sorte attorno al suo nome, quasi negandole il proprio stato di persona, per essere elevata, piuttosto, a quello di personaggio, una figura estranea alla realtà, non soltanto per la proprie mirabili capacità, ma, ancor più, per il proprio carattere, per la propria mentalità e, soprattutto, per il particolare svolgimento, la peculiare articolazione ed evoluzione degli eventi propri della sua quotidianità; altro istante non sarebbe stato migliore rispetto a quello, a quel preciso momento con confronto di quell’interrogativo specifico nel merito del responsabile di quanto stesse in tal maniera loro accadendo, per introdurre in scena il loro ancor sconosciuto antagonista, l’effettivo responsabile del loro arrivo nel tempo del sogno e, ancora, del loro posizionamento lì, alla piramide nera, in quel luogo che, più di qualunque altro, avrebbe potuto rivelarsi loro avverso, avrebbe potuto definire la prematura conclusione delle loro esistenze. Ciò non di meno, nulla nella pur straordinaria vita di Midda Namile Bontor, e di tutti coloro che, attorno a lei, l’avevano accompagnata in momenti diversi, in situazioni diverse, per tempi diversi, in tale cammino, avrebbe avuto a dover essere banalizzato qual mera epica, qual il semplice frutto di una fantasia a tratti troppo estrosa per poter apparire reale, per poter essere fraintesa qual mera testimonianza di accadimenti effettivamente occorsi: quanto ella aveva vissuto, in lotta contro uomini, mostri e dei, nel proprio mondo e al di fuori dello stesso, addirittura arrivando persino a varcare i confini della propria dimensione, null’altro avrebbe avuto a dover essere considerato se non realtà, se non espressione di eventi ormai divenuti Storia, la cui veridicità avrebbe potuto essere, dopotutto, confutata in dozzine, centinaia di testimonianze, di coloro i quali, attorno a lei, o, addirittura, insieme a lei, erano stati partecipi, in maniera più o meno passiva, a tutto ciò.
Così, benché non un momento migliore avrebbe potuto essere individuato per garantire al loro avversario, al loro antagonista, di esordire in scena, di presentarsi e di illustrare le ragioni del proprio malvagio complotto, ciò non avvenne. Al contrario, l’attenzione in tal maniera crescente nei confronti della possibile identità del loro antagonista, fu allora del tutto sviata dall’ennesimo imprevisto, dalla nuova minaccia che, non appena scampata la precedente, ebbe lì a riversarsi contro di loro, travolgendoli e travolgendoli, più precisamente, con la foga di un vero e proprio terremoto.
Termine improprio, quello di terremoto, per descrivere quanto lì avvenne, giacché, sebbene quanto presente sotto ai loro piedi ebbe lì a iniziare a tremare, e a scuotersi, e a scuotersi con straordinaria foga e totale assenza di preavviso, al punto da proiettarli a terra e lì costringerli a restare, faticando, ciò non di meno, a mantenere contatto con le enormi pietre di quella piramide nera; il resto del paesaggio attorno a loro, il resto della Terra di Nessuno, non si offrì egualmente animata, egualmente attraversata da simili violente scosse, localizzando, di conseguenza, quanto lì stava accadendo solo e unicamente all’interno di quella mirabile e colossale struttura. E, a prescindere dalle ragioni di tutto ciò, nulla in quel momento avrebbe potuto essere frainteso qual un benaugurante presagio…

« Rín! » esclamò Be’Wahr, nel ritrovarsi catapultato a terra senza neppur comprendere cosa realmente fosse accaduto e, ancor peggio, nello scoprirsi separato da lei, avendo perduto la presa su di lei e, nella confusione del momento, non avendo idea di dove ella potesse essere finita.
« Bambini! » richiamò Lys’sh, sforzandosi di mantenere l’equilibrio in grazia a un’indubbia, maggiore agilità rispetto a un semplice umano, e, ciò non di meno, neanch’ella potendosi concedere una qualche reale possibilità di successo in tal senso, in quel mentre, tuttavia, più preoccupata per i due pargoli, ai quali, come tutti a bordo della Kasta Hamina, già si era affezionata, che realmente per se stessa.
« Seem… attento! » gridò, dal canto suo, Midda, riuscendo a riservarsi occasione di afferrare il proprio ex-scudiero con la mancina, nel mentre in cui, con straordinaria violenza, la destra spinse le proprie sottili dita attraverso la roccia, per poter lì sprofondare e riservarsi un’occasione di aggancio, un ancoraggio che potesse evitare loro di ricadere e di ricadere in avanti, così come, al primo scossone, non avevano mancato di compiere, perdendo pericolosamente l’equilibrio.
« Mia signora! » replicò il giovane, aggrappandosi saldamente all’avambraccio tesogli.

E se Seem, in grazia alla straordinaria reattività del proprio ex-cavaliere, era stato raggiunto in tempo e, in tal maniera, vincolato a lei, da una stretta che ella non avrebbe per alcuna ragione perduto; l’impegno proprio dell’ofidiana non si ebbe a dimostrare sufficiente a ovviare ai due pargoli, a Tagae e Liagu, di ritrovarsi letteralmente sbalzati in aria, là catapultati con violenza da quella terrificante scossa, così come la preoccupazione propria del biondo mercenario non fu utile a permettergli di ritrovare colei che a lui era stata affidata, la sorella della propria amata…

… non, quantomeno, nel sempre più folle disordine degli eventi che, allora, videro quelle stesse pietre sotto i loro piedi e sopra le loro teste, essere brutalmente sospinte via, e sospinte via per effetto di quanto in alcun altro modo avrebbe potuto essere descritto se non nelle parole che, lì, ebbe a pronunciare Maddie, la prima a rendersi effettivamente conto dell’identità, della natura della nuova minaccia che, in tal maniera, era stata loro presentata: « E’ un enorme, dannatissimo pugno! »

Un enorme, dannatissimo pugno, in effetti, fu quello che, improvvisamente, ebbe a scuotere la superficie inferiore della piramide, proprio nei livelli intermedi fra il gruppetto inizialmente formato da Be’Wahr, Lys’sh, Maddie e i rispettivi protetti, e il secondo contingente costituito da Midda, Seem, Be’Sihl e Desmair. Un enorme, dannatissimo pugno, in effetti, fu quello che, violentemente, ebbe a fuoriuscire dalle profondità di quella piramide solo per ergersi verso il cielo, apparendo dello stesso colore, e forse della stessa consistenza della piramide e dell’intero territorio attorno a loro, quasi fosse anch’egli stato scolpito nella nera pietra lavica lì predominante. E un enorme, dannatissimo pugno, ancora e in effetti, fu quello che, inaspettatamente, ebbe alfine ad aprirsi, con una velocità quasi sconvolgente per quelle dimensioni, per quelle proporzioni che mai avrebbero potuto far pensare a una simile reattività, solo per richiudersi, con incredibile precisione, con straordinaria puntualità, attorno ai corpi di Tagae e Liagu, dei due pargoli che, per effetto del suo stesso operato, erano così stati catapultati nell’alto dei cieli, solo e unicamente per finire in tal maniera afferrati da quella mano, da quella gigantesca estremità all’interno della quale i loro corpi bambini ebbero per un istante a scomparire, lasciando presagire, lasciando temere soltanto il peggio.

« Nooo! » gridò Midda, rendendosi soltanto tardivamente conto di quanto, sopra la propria testa, stava allor accadendo, e nulla potendo ipotizzare di compiere per ovviare a ciò, per arrestare l’incedere di quel pugno e, con esso, la condanna a morte che, in esso, non avrebbe potuto che apparire rivolta a discapito dei due pargoli, dei suoi due figli, così innocenti e, pur, così continuamente avversati dal destino.

E se, in quel grido, in quel ruggito, per un istante parve riproporsi, tragicamente, quanto già occorso a potenziale discapito di Be’Sihl, quella quasi condanna a morte sol ovviata, sol evitata, in quel momento passato, in grazia all’intervento di Desmair, a quel provvidenziale soccorso da parte di quel demoniaco semidio che mai tale uccisione avrebbe potuto consentire, a meno di non desiderare perire a propria volta; in tale, nuova occasione, lo stesso Desmair non si dimostrò egualmente reattivo, parimenti interessato a intervenire, non tanto per dimostrare cattiveria, non tanto per comprovare il proprio stato di antagonista, quanto e semplicemente per il più puro e semplice disinteresse nella sorte di chiunque al di fuori di se stesso, quel candido egoismo tale da escludere, dalla sua concezione di morale, anche la possibilità di disagio, di sconforto, di dolore, per la prematura conclusione di due così giovani vite.