11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

domenica 27 maggio 2018

2559


A preannunciare la comparsa del loro nuovo avversario, in maniera discreta e, via via, sempre più impositiva, sempre più marcata, fu una sorta di leggera nebbia, una nebbia nella quale il cielo sopra le loro teste, così come il mondo attorno a loro, iniziò ad assumere un’inquietante e innaturale colorazione rossa-bluastra, estranea a qualunque cosa mai, alcuno di loro, avrebbe potuto vantare di aver visto nel corso della propria esistenza…
… o quasi. Per Midda e Be’Wahr, innanzitutto, ma, poi, anche per Seem e Be’Sihl, quella nebbia, e quella nebbia sì innaturale e sì inquietante, non avrebbe potuto ovviare a richiamare alla memoria la memoria di un evento ormai lontano nel tempo, e, ciò non di meno, non abbastanza da poter essere obliato, non nella consapevolezza, nell’idea di colui che, a una simile nebbia, avrebbe avuto a dover essere associato: il vicario di Anmel Mal Toise, il terribile, terrificante e del tutto disumano, primo-fra-tre. Una nebbia non dissimile da quella che, attorno a loro, stava lì sorgendo, non aveva, infatti, mancato di accompagnare qualunque apparizione di tale creatura nelle loro esistenze, insieme a un’inquietante luce giallo-verdastra, e a sgradevoli promesse di morte, e di tragica morte, e di dolorosa morte, per tutti loro.

« E’ ancora lui…?! » domandò Be’Wahr, tutt’altro che entusiasta all’idea di ritrovarsi, nuovamente, a confronto con quell’essere, e con i suoi temibili poteri.

Poteri in contrasto ai quali, in passato, tutti loro avevano avuto occasione di sopravvivere soltanto in paradossale, e quasi grottesca conseguenza dell’esistenza di un vincolo matrimoniale fra Midda Bontor e Desmair, un vincolo contratto innanzi agli dei, e dagli dei riconosciuto, e tale da impedire a quell’onnipotente creatura di spingere a conclusione il proprio desiderio di strage soltanto perché impossibilitato ad agire in tal senso in contrasto a membri della stessa famiglia della sua signora, della sua padrona, la regina Anmel, della quale, che ella potesse apprezzarlo o meno, avrebbe avuto pur a doversi considerare nuora: la novecentoundicesima nuora, certamente, e pur sempre e comunque la sua legittima nuora.
Il fatto, tuttavia, di essere sopravvissuti almeno due volte al confronto con primo-fra-tre, non avrebbe rappresentato, per loro, garanzia di inequivocabile successo anche al terzo tentativo del medesimo: non in linea generale, non di certo in quel mondo, in quella folle realtà, nella quale, in effetti, ogni regola, ogni legge, naturale e non, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual riplasmabile secondo i propri desideri, secondo la propria più estemporanea volontà. E se, in quel momento, il medesimo biondo avrebbe potuto vantare di star stringendo, fra le proprie mani, due coltellacci materializzatisi dal nulla a sua più completa disposizione, quale sicurezza, qual rassicurazione avrebbe potuto loro promettere, o anche solo suggerire, di sopravvivere a un nuovo confronto con primo-fra-tre?

« … temo di no. » commento Midda, in risposta all’amico, al compagno e complice di mille avventure, a quel fratello minore mai avuto e che, pur, in lui aveva trovato.

Una scelta non banale, non scontata di parole, quella alla base di simile risposta, volta a sottolineare un particolare aspetto della questione, una particolare declinazione, a confronto con la quale tutti loro non avrebbero potuto ovviare a rabbrividire, con particolare riguardo per chi, appunto, aveva avuto precedente occasione di incontro con un tale antagonista o per chi, anche e soltanto, più banalmente, pur non avendone neppure mai sentito parlare, non avrebbe potuto ovviare, allora, a considerare l’identità di colei che tale sentenza stava pronunciando, e il valore che, in conseguenza, essa avrebbe potuto vantare per tutti loro, nella leggenda che aveva saputo costruire attorno al proprio nome proprio, e in particolare, nella propria capacità di affrontare anche l’impossibile, e di uscirne vittoriosa.
Fra tutti, a far emergere il dramma intrinseco nel confronto con una tale asserzione, non tardò a essere colui che, forse, fra tutti meno ella avrebbe potuto attendersi le avrebbe potuto rispondere, e le avrebbe potuto rispondere così apertamente come, altresì, non mancò di fare, in un momento necessariamente critico…

« Mia signora… se tu hai temere l’eventualità che non sia primo-fra-tre, di chi dovremmo avere or paura?! » domandò il giovane Seem, privo di qualunque volontà polemica nei suoi riguardi, e pur non potendo ovviare a riflettere sulla particolare declinazione di quella frase, di quella sentenza, volta a suggerire, e a suggerire senza particolari giri di parole, quanto il loro nuovo antagonista avrebbe avuto a dover essere riconosciuto persino più temibile, persino più spaventoso rispetto al pur terrificante vicario della regina Anmel Mal Toise.
« Di colui a confronto del quale il potere di primo-fra-tre ha da considerarsi pari a quello di un semplice pargolo… » sancì una voce, in risposta all’ex-scudiero, imponendosi, in tal senso, sopra tutti loro, alla loro comune attenzione.

Una voce, quella che ebbe a risuonare alle loro orecchie, del tutto estranea a qualunque voce avessero mai avuto occasione di ascoltare nel corso delle proprie vite e, per quanto impossibile, pur in un luogo, in una realtà nella quale nulla avrebbe avuto a concedere ragione a una tale valutazione, una voce che non avrebbe avuto, effettivamente, a doversi fraintendere qual una singola voce, quanto e piuttosto una sorta di pluralità, un vero e proprio coro di diverse voci, di diversi timbri vocali, pur così perfettamente allineati fra loro da non poter essere intese nella propria individualità… o, forse, da non possedere alcuna individualità da poter essere intesa.
Perché per quanto, in tutto ciò, quello non avrebbe potuto ovviare a sembrare il frutto di una moltitudine di creature fra loro straordinariamente coordinate, molto più semplice, molto più banale avrebbe avuto a dover essere intesa la spiegazione alla base di tutto. Una spiegazione volta, lì, a non riconoscere un pluralismo ove inesistente, quanto e piuttosto una singolarità, e una singolarità riconducibile al medesimo antagonista schierati per attendere il quale avrebbero avuto a dover essere lì considerati.

« … e non fraintendetemi: vasto è il potere di primo-fra-tre, e temibile ha a dover essere intesa la sua ira. Ma, malgrado tutte le sue pur letali abilità, egli non avrebbe mai saputo condurvi fino a questo luogo, e in questo luogo rinchiudervi, qual prigionieri dei vostri stessi corpi, per l’eternità. » continuò ad argomentare quella voce plurale ancor priva di corpo, ancor priva di un qualche reale riferimento fisico al quale poterla allor associare all’interno di quella nebbia rosso-bluastra « Non che i vostri corpi abbiano, o abbiano mai avuto, l’eternità a disposizione: in questo caso, temo proprio che voi morirete, e morirete di sete, o di fame, o, comunque, di qualunque altra morte potrà esservi destinata, ben prima dell’eternità. »

Una posizione estremamente semplice, e, in tal senso, spaventosamente concreta, quella che il loro antagonista avrebbe, in tal maniera, potuto vantare, e vantò, innanzi alle loro coscienze, che ebbe a rendere quel luogo, quella realtà, un po’ più inquietante di quanto già non avrebbe potuto vantare essere, suggerendo alle loro menti, alle loro coscienze, anche un altro importante dubbio, sino ad allora pur sfuggito a tutti: se il tempo trascorso entro quel mondo non avrebbe avuto a dover essere tanto palesemente banalizzato nel proprio valore… quanto tempo, tutti loro, avrebbero avuto a dover già conteggiare di aver trascorso lì dentro? Pochi minuti? Ore intere…? O, addirittura e più terribilmente, giorni interi…?!
E, interrogativo ancor maggiore, di quanto tempo avrebbero potuto ancor godere prima dell’ineluttabile condanna in tal maniera loro paventata?!

« Chi sei, maledetto figlio d’un cane…?! » domandò la Figlia di Marr’Mahew, declinando la domanda al maschile senza pur, ovviamente, poter vantare una qualche confidenza, in tal senso, con il genere del proprio interlocutore, ben inteso che non necessariamente egli avrebbe potuto vantare un qualche genere, così come già, prima di lui, era stato per primo-fra-tre « Rivelati! »

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