11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

sabato 5 maggio 2018

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Quasi lo scorrere del tempo potesse essersi arrestato per un fugace istante, l’ultimo, potenziale battito del cuore di Be’Sihl parve volersi estendere verso l’eternità, non soltanto per colui così direttamente coinvolto, quanto per tutti coloro che, lì attorno, non poterono ovviare a volgere la propria attenzione al suo indirizzo, nel certo timore di quanto, tragicamente, quello avrebbe avuto a essere l’estremo, terminale istante di vita dell’uomo.
Anche Midda Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, la Campionessa di Kriarya, nulla avrebbe potuto per impedire ciò, prezzo della propria errata strategia, di quella scelta che, in maniera troppo impulsiva, troppo poco razionale, stava così conducendo al proprio appuntamento con gli dei tutti il suo amato e che, forse, dopo di lui, avrebbe visto falciate altre vittime, altri malcapitati fra coloro i quali, a lei, alla sua guida, si erano affidati, e si erano affidati con cieca fiducia. Malgrado il proprio impegno, in quel momento, a volare, quasi letteralmente, al di sopra di quei mostri, saltando agilmente sulle loro schiene nella volontà di coprire la non breve distanza che, in quel frangente, avrebbe avuto a dover essere considerata esistente fra lei e il proprio compagno, ella non avrebbe potuto ovviare a essere cosciente dell’ineluttabilità di quel fato, e di quel fato di morte, qual allora sarebbe calato, con la violenza di una scure, sull’esistenza del proprio amato, di quell’uomo che a lei aveva dedicato la propria vita, la propria quotidianità, forse da sempre, sicuramente da ben prima che ella potesse anche soltanto prendere in esame l’eventualità di un coinvolgimento romantico con lui. E proprio a quell’uomo, a quello straordinario uomo che da sempre tanto amore le aveva così dedicato, al contrario, ella aveva riservato soltanto interminabili periodi di speranzosa attesa di un suo qualche ritorno, della conclusione di un suo viaggio, salvo, subito dopo, costringerlo impotente nell’osservarla nuovamente ripartire, per una nuova avventura, per una nuova missione nella quale, immancabilmente, avrebbe rischiato di perdere la vita: una costante, nel loro rapporto, che non aveva avuto occasione di mutare neppure nei momenti nei quali egli aveva preso la decisione di accompagnarla, di seguirla, di trasmutare la propria esistenza in una forma ipoteticamente più congeniale per esserle maggiormente al fianco, ultima fra le quali la scelta di accompagnarla nel proprio viaggio sulle ali della fenice, attraverso le vastità siderali, a scoprire una nuova realtà, una più amplia visione della realtà da loro, sino a quel momento, conosciuta. Mai egli le aveva rivolto un rimprovero per tutto ciò, mai egli aveva perso la pazienza verso di lei, mai aveva messo in dubbio il loro amore. E a ricompensa di ciò, ella ora lo stava conducendo alla morte, e a una morte tanto tragica quanto assurda, ucciso da un’orda di scolopendre giganti che, forse, neppur avrebbero avuto a dover essere considerate quali realmente esistenti, in quella realtà al di fuori di ogni realtà, in quell’assurdo e letale sogno non sogno che stavano tutti allor vivendo.

« Nooo! » gridò la donna dagli occhi color ghiaccio, in quel momento non più guerriera, non più assassina, non più leggenda, ma semplicemente donna, e donna innamorata, donna straziata al pensiero di quanto, senza che le potesse essere concessa la benché minima possibilità di intervento, sarebbe lì accaduto, sotto ai suoi occhi, innanzi al suo sguardo, nella nebbia delle lacrime di rabbia e di dolore che, già, stavano annegando la sua vista.

Un guizzo rosso fu tutto ciò che, ognuno di loro, poté alfine cogliere…
… e poi il nulla, nel groviglio di quegli osceni corpi da chilopodi nei quali l’immagine ebbe a scomparire.

Terrorizzata Rín strinse maggiormente a sé i due pargoli, nella devastante consapevolezza che, in quel momento, erano lì divenuti orfani di padre, avevano lì appena perduto metà della propria vita, della propria felicità, così come, molti anni prima, era accaduto anche a lei, era accaduto anche a lei nel momento in cui le era stato improvvisamente e violentemente negato l’affetto della madre.
Attoniti Be’Wahr, Seem e Lys’sh contemplarono quanto era lì appena accaduto, l’intreccio di scolopendre giganti sotto le quali il loro amico era scomparso, in una morte assolutamente priva di epica, alla quale era stato negato qualunque aura di mito,  così come, consapevolmente, sarebbero state presto o tardi tutte le loro morti, forse non in quel giorno, forse non in quel luogo, e pur, tragicamente tali, al di la di quanto impegno avrebbero mai potuto porre nel cercare di vivere ogni istante in maniera straordinaria.
Confusa Maddie vide scomparire quell’uomo che a stento aveva avuto occasione di conoscere personalmente, e del quale, pur, tanto aveva sentito parlare da parte di tutti coloro che lo avevano conosciuto, e che non potevano fare a meno di rimpiangerne l’assenza, al punto tale da averlo forse idealizzato dentro la propria mente, al proprio sguardo, non potendo ritenere possibile quanto, in maniera sì banale, sì apparentemente insignificante, era appena accaduto: Be’Sihl Ahvn-Qa, in quel mondo, in quell’universo, faceva parte della leggenda di Midda Bontor non meno rispetto alla stessa donna guerriero, e una leggenda non avrebbe mai dovuto poter morire… e non, di certo, in quella maniera.
Ben oltre la rabbia, ben oltre la furia, ben oltre qualunque sì flebile sentimento, non poté che riconoscersi, allora, Midda Namile Bontor, nel gettare verso l’alto dei cieli un grido che avrebbe dovuto spaventare persino gli dei tutti alla prospettiva di quanto, allora, ella avrebbe potuto compiere per rimediare all’accaduto: giacché ella, leggenda vivente, mortale che aveva abbattuto immortali per tutta la propria esistenza per semplice senso di sfida, non avrebbe certamente ceduto di fronte all’idea stessa della morte per riavere quell’uomo, per poter stringere nuovamente a sé il suo amato, arrivando a dichiarare guerra al Creato e all’Increato, e a distruggere il senso stesso della Realtà, per colmare il senso di vuoto che, in quel momento, in quell’assenza, si era venuto a creare nel profondo del suo cuore e del suo animo. E, a suo confronto, persino la Portatrice di Luce e l’Oscura Mietitrice sarebbero state allor impotenti, due principi fondamentali, due idee primigenie che, a confronto con la sua determinazione, con la sua volontà, avrebbero avuto a doversi a lei piegare o innanzi a lei a soccombere, per restituirle il suo dolce Be’Sihl, il suo premuroso Be’Sihl, quell’uomo che, stolidamente, non si era ancora riservata possibilità di amare a sufficienza, per come egli avrebbe meritato, per come solo egli avrebbe avuto a dover essere amato.
E se gli dei tutti, in quel frangente, avrebbero avuto a trattenere il respiro a confronto con gli eventi lì in atto, e con le catastrofiche conseguenze degli stessi, dopo quell’interminabile istante scolpito nel tempo e nella Storia, la realtà riprese il proprio normale corso e, con un fremito improvviso, le scolopendre aggrovigliatesi attorno allo shar’tiagho ebbero letteralmente a esplodere, deflagrando come per effetto di una bomba al loro centro, nel cuore di quell’abbraccio mortale.

« Ma… cosa…?! »

Là dove avrebbe avuto a dover essere supposto il corpo martoriato del defunto Be’Sihl, tuttavia, ebbe inaspettatamente e straordinariamente ad apparire sì una figura rossa come il sangue, ma non per sangue, non per effetto di ferite, squarci o smembramenti, ma per propria stessa, intrinseca natura. Una figura dalla pelle simile a cuoio rosso, una figura a sua volta colossale, e con un osceno capo ornato da corna. Una figura che alcuno avrebbe potuto allora equivocare nella propria identità, ben riconoscibile anche da coloro che l’avevano appena conosciuta…

« … Desmair?! »

Tale era stato il guizzo rosso da tutti colto un istante prima della fine.
Tale era stato il semidio, lì precipitatosi a proteggere Be’Sihl, offrendosi qual scudo con il proprio corpo, per impedire a quelle creature di raggiungerlo, per impedire a quei mostri di avere la meglio su di lui e, in ciò, forse per salvare l’intera Creazione da quella che, incontenibile, sarebbe stata l’ira di Midda nel confronto con quella morte: una morte che, quindi, non era occorsa, ritrovando incolume lo shar’tiagho sotto l’enorme corpo di quel vecchio nemico, o forse più caro amico, che mai egli avrebbe potuto sperare di avere.

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