Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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il Diario - l'Arte
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 037 - Eufonia. Mostra tutti i post
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sabato 26 gennaio 2013
1833
Avventura
037 - Eufonia
« Io… conobbi?! » esclamò la prima, non riuscendo a comprendere a cosa potesse star offrendo riferimento con quelle parole, che nella propria assurdità la colpirono molto più di qualunque altro riferimento a oscuri poteri arcani, e, tuttavia, nel profondo del proprio spirito, vennero comprese quali lontane dal poter essere una menzogna… e non soltanto perché a lei proposto da quella particolare figura.
“Sì. Tu conoscesti.” ripeté e confermo l’altra, animata dalla propria consueta e apparentemente inamovibile quiete “Perché, così come per due volte hai valicato i confini del tempo e dello spazio in grazia agli scettri del faraone, proiettando la tua coscienza nel futuro e cogliendo fugaci visioni di ciò che potrebbe essere, di uno dei molteplici futuri che, dalle tue azioni, dalle tue scelte potrebbero derivare; tali non sono stati gli unici viaggi che hai compiuto, le uniche vite alternative che hai vissuto.”
Troppe parole insieme. Troppi significati insieme, di valore ben superiore a quello dei significanti scelti.
E benché la Vedova di Desmair, in quel momento, stesse vivendo un momento di particolare apertura mentale, in conseguenza a quella particolare epifania, difficile sarebbe stato per lei valutare a quale fra le innumerevoli questioni suggerite offrire priorità, riconoscere maggior peso. Perché se da un lato, una parte di lei avrebbe gradito approfondire l’accenno all’impredicibilità del futuro, argomento che da sempre le era stato a cuore e che, in conseguenza all’arrivo di quei dannati scettri nella propria vita sembrava essere stato posto in serio dubbio; da un altro fronte non avrebbe potuto permettersi di trascurare la richiesta di un approfondimento nel merito dei presunti viaggi che avrebbe compiuto attraverso lo spazio e il tempo, in quella che non avrebbe esitato a riconoscere qual una follia se solo, in quegli ultimi anni, non avesse vissuto, conservandone memoria, situazioni estremamente analoghe, ultima ma non meno importante quella che l’aveva veduta riunirsi, sino a pochi istanti prima, con altre sei se stessa.
Così, fra tutte le domande che avrebbe potuto esprimere a contorno di quell’asserzione, ciò che ella si riservò di definire fu una questione decisamente meno profonda, meno filosofica, e pur più pratica nel merito di quanto fosse accaduto e soprattutto del perché…
« … non rammento nulla di tutto ciò?! » questionò, aggrottando la fronte con espressione sinceramente turbata, non tanto dall’idea di aver vissuto tali esperienze, quanto e piuttosto di non conservarne alcuna memoria, a dispetto di quanto, una simile avventura, avrebbe sicuramente richiesto da parte sua « Quando è successo? Come è successo?! »
“Due volte. La seconda per mezzo della stessa Oscura Mietitrice, decisa a servirsi di te per recuperare qualcosa che Anmel desiderava possedere e che, scioccamente, non aveva previsto le sarebbe stato negato proprio a causa tua.”
« Gli scettri…?! » ipotizzò ella, interrompendo fugacemente tale replica per cercare conferma a quella repentina illuminazione attorno a tal definizione.
”Esattamente.” confermò la fenice, subito proseguendo ”La prima per tua stessa scelta, per tua sola colpa, benché anche in quel frangente la nostra comune antagonista non abbia allor mancato di intromettersi nella questione, rendendo possibile il mio intervento.”
« … rendendo possibile il tuo intervento?! » ripeté Midda, perdendosi nel mentre di quelle spiegazioni come solo poche volte, nella propria vita, era accaduto, ritornata improvvisamente a essere la vivace bambina di un tempo, intollerante a quello che considerava troppo cianciare da parte di sua nonna Namile, benché, a posteriori, non avesse mai mancato di ringraziarla in cuor suo per tutto il tempo dedicato all’istruzione sua e della sua gemella, in assenza della quale sarebbe stata soltanto l’ennesima ignorante in un mondo dominato dall’analfabetismo ma controllato da coloro che, altresì, avevano avuto l’occasione di un’educazione.
“Temo che troppe nozioni insieme possano generare qual effetto finale quello dell’assenza della trasmissione di qualunque informazione.” commentò l’altra, senza in ciò, comunque, lasciar trasparire la benché minima ragione di scoramento “Comunque sia, è necessario che tu comprenda come fra l’Oscura Mietitrice e me il contrasto è antico ancor più del Creato stesso. E sebbene nemiche da sempre, la nostra esistenza è del tutto complementare: io esisto in quanto ella esiste; ed ella esiste in quanto io esisto. Nessuna di noi potrebbe esistere in assenza dell’altra e nulla, in questo e in altri universi, potrebbe esistere in nostra assenza.”
« Tu… tu sei la Portatrice di Luce? » esitò la Figlia di Marr’Mahew, iniziando a comprendere o, quantomeno, sperando di star iniziando a comprendere.
“E’ uno dei numerosi nomi con la quale sono stata indicata, così come questa è una delle numerose forme con le quali sono conosciuta.“ annuì la fenice, con una semplicità a dir poco sconvolgente, quasi ciò di cui stesse parlando “Puoi considerare l’Oscura Mietitrice e me quali due principi fondamentali dell’esistenza stessa, o, per meglio dire, due aspetti contrapposti di un solo, unico, principio fondamentale.”
« Vita… e morte. » suggerì, in un filo di voce, nell’iniziare a intuire, soltanto tardivamente, quanto avesse sottovalutato sia la fenice, sia Anmel, non semplicemente due possibili avversarie dotate di un incredibile potenziale distruttivo, ma qualcosa di superiore e, forse, addirittura trascendente il concetto di divinità.
“Qualcosa di simile…” confermò nuovamente la Portatrice di Luce, senza, in ciò, offrire tuttavia una conferma assoluta, e alimentando, di conseguenza, il dubbio che la realtà sarebbe dovuta essere riconosciuta qual ancor più complessa, ancor più imponente, ragione per la quale sarebbe stato meglio, per la donna mortale lì presente, evitare di sospingersi eccessivamente in un tentativo di comprensione che avrebbe potuto costarle il senno “Ti basti ora sapere che entrambe, in conseguenza alla nostra stessa condizione, non abbiamo la possibilità di interagire in maniera diretta con la realtà… con alcuna realtà, motivo per il quale l’Oscura Mietitrice ha dovuto attendere l’occasione offertale da un’ambiziosa monarca per tentare di espandere, ancora una volta, la propria influenza sul mondo intero. E non solo…”
« Anmel! » esclamò Midda, per poi arrestare repentinamente il proprio stesso respiro, e con esso, quasi, il battito del proprio cuore, nel comprendere quanto Anmel non fosse stata l’unica ambiziosa attrice coinvolta in quello strano giuoco delle parti, laddove, proprio malgrado, altre donne, dopo di lei, avevano contribuito a restituire all’Oscura Mietitrice la possibilità di espandere la propria ombra sull’umanità intera… e non solo, come puntualizzato dalla fenice « E io che, guidata dall’ambizione, ho recuperato la corona perduta. E Lavero che, spinta dall’ambizione, l’ha pretesa qual propria. E Nissa che, ispirata dall’ambizione, l’ha indossata, facendone proprio l’osceno retaggio. »
“E anche colei che si faceva chiamare Carsa Anloch.” puntualizzò l’altra, senza rimprovero, senza critica nel proprio incedere, ma a semplice completamento dell’elenco da lei suggerito “Sì… tutte voi, in una misura o nell’altra, avete contribuito all’ascesa della mia complementare, benché alcuna di voi, a parte Anmel, avrebbe potuto, né potrebbe, considerarsi un’ospite perfetta per l’Oscura Mietitrice.” soggiunse, in quella che, forse fraintendendola, la Campionessa di Kriarya volle considerare pari a una possibilità di redenzione innanzi al giudizio degli dei per tutte loro “In un futuro che tu hai vissuto e di cui non conservi chiara memoria, laddove la tua mente potrebbe spezzarsi peggio di quella della tua amica Ah’Reshia se solo non ti fosse stata negata simile consapevolezza, se solo non ti fosse stato sottratto il peso di due intere vite vissute in tempi e luoghi diversi da quello che per te è considerato familiare; era stata proprio Carsa ad accogliere, in sé, il retaggio di Anmel e dell’Oscura Mietitrice. Ma, in tal gesto, ella era stata ispirata dall’amore che provava per te… che prova per te: un sentimento che non avrebbe mai potuto permettere, pertanto, alla mia controparte di trionfare. Così come, effettivamente, non è accaduto.”
Lungo, in conseguenza a quelle parole, fu il tempo che la Figlia di Marr’Mahew volle riservare alla riflessione, non tanto e solamente su quegli ultimi accenni, sulle ultime questioni così proposte, quanto e ancor più sull’intera faccenda, sulle dinamiche conflittuali esistenti fra la Portatrice di Luce e l’Oscura Mietitrice, sino a quel momento ritenuti due appellativi attribuiti storicamente alla leggendaria regina Anmel e solo allora scoperti, invece, qual indicativi di due entità ben distinte e fra loro interagenti soltanto in maniera indiretta, così come, almeno dalle parole della fenice, sembrava essere trapelato.
In tale folle giuoco, tuttavia, pur avendo ben compreso il ruolo occupato da Anmel e, in conseguenza, da sua sorella Nissa quali ospiti della forza malevola definita qual Oscura Mietitrice; Midda non aveva ancora ben compreso qual altro ruolo avrebbe dovuto occupare ella stessa, ove, sicuramente, non avrebbe dovuto essere considerato quello di ospite per la Portatrice di Luce, dal momento in cui, se così fosse dovuto essere, sarebbe sicuramente già stato da tempo, risparmiandole, per inciso, l’inimicizia della Progenie…
« Sono confusa. » ammise pertanto, riprendendo alfine voce « In tutto questo io quale posizione dovrei occupare? Hai accennato alla necessità di una mia collaborazione… di un mio sacrificio, addirittura, per riportare a nanna la tua vecchia amica. Ma come potrei mai io oppormi a qualcosa del genere? Come potrei mai io essere in grado di contrastare l’oscena alleanza di Nissa, Anmel e dell’Oscura Mietitrice, laddove a stento, in questi anni, sono riuscita a sopravvivere alle insidie soltanto della prima?! » spiegò, non negando la propria evidente inferiorità alla sorella, per quanto ciò fosse estremamente sgradevole da dichiarare e dichiarare apertamente così come stava compiendo allora « Senza nulla voler togliere alla tua capacità di giudizio… credo che tu mi stia valutando decisamente meglio di quanto io non sia in realtà. » definì, storcendo le labbra verso il basso « Per quanto mi sia spinta sempre al di là di quelli che i più considerano quali propri limiti, non mi illudo di essere un’eroina mitologica… sono solo una donna mortale. Estremamente donna ed estremamente mortale. »
“Tu sei questo… e sei molto di più di questo, bambina mia.” la corresse la Portatrice di Luce, scuotendo lentamente e armoniosamente il proprio capo dalle fattezze di uccello di fuoco “E anche la nostra avversaria ne è consapevole, per quanto, a oggi, le emozioni della sua ospite non le abbiano ancora permesso di agire così come avrebbe potuto fare per distruggerti.” esplicitò, in quello che, pur volendo apparire qual un commento rassicurante, sembrò riservarsi l’occasione opposta “E per quanto io non abbia la possibilità di intervenire direttamente in questo conflitto, così come forse potresti credere sarebbe meglio per tutti noi; sappi che, ogni qual volta l’Oscura Mietitrice ha cercato di allontanarti da questa realtà, da questo spazio e da questo tempo, per impedirti di combatterla, tu non sei mai stata sola contro di lei.”
« Senza offesa, ma, se il tuo voleva essere un tentativo di incoraggiamento, avresti dovuto cercare di impegnarti un po’ di più. » ironizzò Midda Bontor, con un sorriso tirato, ancor lontana dal potersi considerare realmente convinta, e pur cosciente di non potersi sottrarre da tale guerra, fosse anche e soltanto perché, inconsapevolmente, aveva contribuito a darle inizio « Per il resto… da che parte iniziamo?! »
venerdì 25 gennaio 2013
1832
Avventura
037 - Eufonia
« D’accordo. Ho detto un’idiozia. » ammise, sollevando nuovamente la propria spada bastarda solo per riporla, con delicatezza, all’interno del proprio fodero, con un gesto meno controllato di quello che avrebbe potuto gradire compiere, in conseguenza alle spiacevoli condizioni del proprio braccio mancino, destinato soltanto a peggiorare di istante in istante, di ora in ora, fino a quando, per lo meno, non fosse tornata in città e non avesse trovato un bravo cerusico che potesse rattopparla in maniera adeguata « Una nuova idiozia. Speriamo l’ultima. » soggiunse, sospirando.
“Dopo tutto quello che hai vissuto, è comprensibile che tu sia stanca.” osservò la fenice, con un tono per il quale Midda avrebbe potuto dirsi certa che stesse sorridendo “Non temere, pertanto: da parte mia non sussiste alcuna brama d’accusa a tuo discapito; alcun desiderio di rimprovero a tuo sfavore.”
E quasi a dimostrazione di quanto quelle parole non celassero alcuna menzogna, non che la Figlia di Marr’Mahew avrebbe potuto prendere in esame una tale eventualità in associazione a quella particolare figura, a quella straordinaria creatura; essa… ella si mosse con grazia incommensurabile, con leggerezza straordinaria, scivolando lungo il bordo del vulcano artefatto, straordinario monumento concepito per lei forse qual rifugio, forse qual ara, sino a raggiungerla e, ancora una volta, come già in passato, abbracciarla, avvolgendola nel calore delle proprie fiamme.
Fiamme non di morte, così come la donna guerriero non avrebbe potuto che ricordare perfettamente, nel volgere la propria memoria a uno dei rari momenti di assoluta pace nella propria complessa e combattuta esistenza; quanto e piuttosto fiamme di vita, di vita e di rigenerazione, di rinascita, nella benedizione delle quali ogni affanno sarebbe stato dimenticato, ogni dolore sarebbe stato obliato, ogni ferita sarebbe stata curata. Un dono, quello che la fenice le volle così concedere per la seconda volta, del quale mai come allora non avrebbe potuto evitare di avvertire qual immeritato da parte propria, lei che sino a quel tempio sotterraneo si era sospinta, sino a un istante prima, sol animata dalle peggiori intenzioni. Un dono, tuttavia, che non le venne negato e che, inevitabilmente, fu da lei non soltanto apprezzato, ma addirittura adorato, idolatrato, in una misura che, ne era al contempo certa e imbarazzata, tutti gli uomini e le donne che si proclamavano Progenie della Fenice non avrebbero mai potuto realmente rendere propria. Perché se solo essi avessero avuto occasione di godere di quanto ella stava lì allora godendo, non avrebbero mai potuto fallire, non avrebbero mai potuto perdere, né contro di lei, né contro alcun altro avversario, umano o divino che esso fosse, dal momento in cui per alcuna ragione al mondo, neppure la morte, si sarebbero negati la possibilità di tornare a beneficiare di tutto quello, di quell’abbraccio nella dolcezza del quale l’intero Creato avrebbe smarrito qualunque significato.
Più di qualunque lussuriosa passione, più di qualunque afrodisiaco nettare, più di qualunque eccitante droga, tanto era inebriante, sconvolgente e assuefante il contatto con la fenice, in una misura tale per cui, nel momento in cui esso fosse venuto meno, troppo semplice sarebbe stato il rischio di una crisi isterica, di un subitaneo moto di depressione, qual sola e ineluttabile risposta all’astinenza che, in ciò, sarebbe stata imposta. E neppure per la Campionessa di Kriarya ciò avvenne in maniera indolore, per quanto, come già in passato, mirabile effetto collaterale di quell’unione avrebbe dovuto essere riconosciuta una miracolosa rigenerazione di tutto il suo corpo, non soltanto limitatamente alle ultime ferite subite, ma anche, e ancor più, a qualunque senso di stanchezza, di frustrazione e di impotenza qual, malgrado le sconvolgenti imprese da lei compiute, da ormai troppo tempo gravavano sul suo cuore e sul suo animo, oltre che sul suo corpo e sulla sua mente, effetto di quel vortice negativo di eventi che, sin dal proprio ritorno dal lungo viaggio in Shar’Tiagh insieme all’amato Be’Sihl, l’avevano vista quasi sempre protagonista e, in una misura indubbiamente sgradevole seppur relativamente minore, talvolta vittima.
Simile a un divino colpo di spugna, quindi, si era nuovamente dimostrato quell’abbraccio, quel gesto apparentemente semplice e del quale, comunque, non esisteva alcuna testimonianza, non limitatamente, quanto meno, alla conoscenza di Midda dei miti e delle leggende, per lei pur irrinunciabilmente necessari nell’esercizio della propria professione, laddove, nella maggior parte delle proprie avventure, solo in grazia al vasto bagaglio di conoscenze sulla mitologia e sulle meno comuni credenze, ella aveva avuto occasione di salvezza. In grazia a esse, e alla propria mente che in tal senso aveva rivolto riferimento, ancor prima che ai propri muscoli, ove se così non fosse stato qualunque spacca crani avrebbe potuto raggiungere la gloria che soltanto lei era altresì riuscita a conquistare.
“Spero che ora tu possa sentirti più tranquilla…” definì, ritraendosi da lei e, in ciò, allontanandosi di sei piedi dal suo corpo, pur, nella propria accecante luminescenza, riscaldandone ancora le carni con la propria imparagonabile energia.
« Più… tranquilla?! » ripeté l’altra, sgranando gli occhi con aria attonita, quasi le fosse stato comunicato di come la terra avesse preso il posto del cielo, e il cielo quello del mare « Dei… se fossi più tranquilla di così, sarei morta. » sorrise, sincera in quell’espressione forse sin troppo colorita nel rapporto con una creatura qual la propria particolare interlocutrice in quel momento « Morta e cremata, per la precisione. » specificò, laddove troppe volte si era venuta a scontrare con dei morti che, malgrado tutto, non erano poi così morti come avrebbero dovuto essere.
Improvvisamente guarita da ogni ferita, improvvisamente sanata da ogni stanchezza, debolezza o ansia, la Midda Bontor già chiamatasi Monca, visse allora due reazioni emotive, in rapida successione: un momento di incontenibile ilarità, nel quale esplose a ridere e a ridere di gusto, per la sensazione della quale stava nuovamente godendo, di quella serenità che, da troppo tempo, non era in grado di avvertire più qual propria; e, subito dopo, un momento di probabilmente inevitabile eccitazione, fisica e mentale, emotiva e spirituale, per la quale, allora, avrebbe voluto essere con il suo adorato locandiere ma, anche, avrebbe voluto essere nuovamente a cospetto della propria duplice avversaria, Nissa Bontor e Anmel Mal Toise, certa che, in entrambe le condizioni, avrebbe avuto ragione di indicibile divertimento.
E fu proprio quel pensiero fugacemente rivolto a colei che, sotto ogni profilo, avrebbe dovuto essere considerata la propria nemesi, che la costrinse a ritornare seria e concentrata sul presente, e sulla fenice innanzi a lei, laddove, se dalla medesima non avrebbe potuto pretendere vendetta, ingiusta e immotivata, quantomeno avrebbe potuto richiedere una qualche spiegazione…
« Credo che sia giunto il tempo che tu mi spieghi qualcosa, vecchia mia… » riprese pertanto voce, a lei… o essa, rivolgendosi con la stessa familiarità ricevuta. « Cosa sta accadendo? Al centro di quale guerra sono, inconsapevolmente, precipitata?! »
“Dici bene.” annuì l’altra, piegando appena il capo in avanti, nel mentre in cui continuò a fissarla con i propri immensi occhi neri, allora più che mai dominanti su di lei a una distanza tanto ravvicinata “E’ giunto il tempo che io ti spieghi tutto. Perché, al di là del proprio immotivato fanatismo, coloro che si definiscono mia Progenie hanno ragione su una questione: il ritorno di colei che chiami Anmel Mal Toise, l’Oscura Mietitrice, potrebbe segnare la fine di tutto.”
« E’ già la seconda volta che ti appelli ad Anmel definendola come “colei che io chiamo”… perché questa precisazione? Perché questa necessità di puntualizzazione? » domandò la Figlia di Marr’Mahew, tornata a essere così lucida, così padrona di sé da non potersi concedere opportunità di indifferenza attorno a quella particolare definizione, per così come scandita « Non è forse ella la defunta regina Anmel? Colei che le leggende ricordano come la Portatrice di Luce e come l’Oscura Mietitrice? »
“Sì… e no.” confermò e negò, ancora una volta, la fenice, ribadendo in ciò quanto superficiale avesse da considerarsi la consapevolezza della sua interlocutrice su quanto stava accadendo attorno a lei, tale da concederle soltanto mezze verità, mezze verità in conseguenza alle quali una probabile vittoria avrebbe potuto trasformarsi in una sicura sconfitta “Perché a dominare la tua sorella gemella Nissa, non è soltanto l’ombra di colei che tu conoscesti con il nome di Amie, figlia dell’ultimo dei faraoni di Shar’Tiagh, ma anche un potere più arcano, un principio più antico, che in lei ebbe occasione di crescere rigoglioso, nutrendosi della brama di dominio, e di dominio assoluto, che la spinse, ancora fanciulla, a ordire la morte del suo stesso padre, che pur lei aveva sempre e oltre luogo amato pur consapevole di come ella sarebbe stata la fine del regno del popolo eletto per così come era stato decine di secoli.”
giovedì 24 gennaio 2013
1831
Avventura
037 - Eufonia
Privo d'ogni vago compiacimento,
e, con esso, di altro sentimento
al di fuori d’ovvio turbamento,
un'occasione di ravvedimento
il pavido Lohn cercò con tormento
temendo rapido decadimento.
Ma allorché muto ravvedimento,
lì insistette con affannamento
a dichiarare il proprio lamento,
per ottenere qualche giovamento,
a colpa imponendo mutamento
a sé obliando riferimento.
« Credi, parlo senza ingannamento,
nel considerar fraintendimento,
in te, signora dello scoramento!
Perché non mio è l'accanimento
a tuo presunto dispiacimento,
non pocanzi, non in questo momento! »
Nondimeno, alcun convincimento
poté far proprio quello sciocco vento,
del tutto privo di discernimento.
E del pavido Lohn, non un portento,
non un genio, eppur sempre contento,
non restò neppur un solo frammento!
... buona notte, povero, pavido Lohn!
Pavido, il protagonista di quella filastrocca, avrebbe dovuto essere riconosciuto a dispetto dell’apparente, e sicuramente folle, coraggio nel rapportarsi a viso aperto con l’incarnazione dell’ultimo, ineluttabile traguardo d’ogni mortale; proprio in conseguenza al suo stolido tentativo di salvaguardare la propria integrità, la propria salute, il proprio futuro, a qualunque costo, fosse anche quello di spingersi a ricusare apertamente le proprie responsabilità, la propria parte di colpa, sino a considerarsi addirittura una vittima innocente.
Un comportamento vile, con se stessi ancor prima che con gli dei tutti, del quale, proprio malgrado, anche la Figlia di Marr’Mahew si era macchiata nel momento stesso in cui si era lasciata convincere dall’evidenza delle proprie visioni a considerare qual sol responsabile, sol colpevole per ogni propria disgrazia non tanto colei il cui volto avrebbe potuto cogliere riflesso in qualunque superficie metallica. E del quale, ancora, si stava dimostrando straordinariamente convinta in termini addirittura imbarazzanti, nell’insistere ad accusare la fenice per quanto, palesemente, era stata ella a compiere, senza alcuna possibile costrizione esterna, neppur da parte di una creatura tanto potente qual, certamente, essa era. Perché la corona perduta della regina Anmel era stata da lei recuperata nel mentre di una missione come molte altre ella aveva affrontato in passato e molte altre ancora avrebbe avuto piacere di affrontare in futuro, a soddisfare la propria inesauribile brama di avventura, di sfida, di pericolo, a livelli sempre più alti.
Così, a meno di non voler rinunciare a ogni pudore intellettuale, e con esso a qualunque barlume di amor proprio, quell’oscena imitazione del povero, pavido Lohn avrebbe dovuto interrompersi al più presto. E, per quanto spiacevole a pensarsi, doverose scuse avrebbero dovuto essere concesse a chi, pur, non le aveva ancora offerto trasparenza di desiderar imporre la benché minima rimostranza…
« D’accordo… d’accordo… » sospirò, mantenendo la punta della propria spada, stretta nella mancina, rivolta verso il suolo e sollevando appena la destra innanzi a sé, a palesare la propria resa « Qualunque cosa stia accadendo, ho indubbiamente iniziato questa cosa con il piede sbagliato. E, per questo, domando il tuo perdono. » proclamò, sincera, e, nel profondo del suo cuore, lieta di essere rinsavita, sotto una simile prospettiva, sotto un tale punto di vista.
“Per quanto le tue parole siano gradevoli e gradite, ti assicuro che non è mio interesse pretendere od ottenere da te una qualche richiesta di scuse.” negò la fenice “Ciò di cui ho bisogno è della tua collaborazione, del tuo impegno, del tuo sacrificio, ove necessario, per rimediare all’errore compiuto pur in buona fede nel restituire a colei che chiami Anmel la possibilità di nuocere all’umanità intera. Oggi come in passato.”
« Ed è per questo che mi hai scatenato contro quei fanatici…?! » esitò la Campionessa di Kriarya, non comprendendo come tali parole potessero collidere con l’evidenza del comportamento adottato dalla sua interlocutrice negli ultimi mesi, nell’averla trasparentemente marchiata qual avversaria ancor più che qual possibile alleata.
“Ti prego di non offendere la tua stessa intelligenza ancora una volta, bambina mia…” le suggerì la creatura di fuoco, senza rimproverò, senza aggressività, ma semplicemente qual amorevole consiglio, lo stesso che una madre avrebbe potuto rivolgere alla propria figliuola innanzi a un comportamento errato della medesima “Credi veramente che potrei mai recarti offesa?”
Una domanda tutt’altro che retorica, quella in tal modo formulata, laddove, addirittura, la stessa mercenaria sua interlocutrice l’avrebbe scandita in termini leggermente diversi e tali da richiedere se, veramente, si avrebbe potuto credere nella necessità di coinvolgere quegli stessi fanatici nella questione, laddove vi fosse stata volontà di eliminarla. Tuttavia, tenendo fede alla propria immagine, alla propria straordinaria figura, la fenice non suggerì alcuna possibile minaccia, né diretta né indiretta, né esplicita né implicita, preferendo, invero, focalizzare il nocciolo della questione su un aspetto assolutamente antitetico, qual la stessa possibilità di recare in qualunque modo offesa, con o senza uno stuolo di esaltati a operare in proprio nome.
Una domanda tutt’altro che retorica, e che, ciò nonostante, per così come allora formulata, non avrebbe potuto evitare di includere nella propria stessa definizione anche la risposta che ne sarebbe allora dovuta conseguire, nella negazione più completa di una simile ipotesi, di una tale eventualità, riconosciuta, allora, del tutto estranea alla stessa e intrinseca natura della fenice, incarnazione del concetto stesso di vita e di salvezza, e non di morte o di perdizione. E benché la stessa Midda Bontor lì rimasta a confrontarsi con tale creatura, qualche anno prima l’avesse veduta distruggere senza esitazione alcuna il folle che aveva cercato di conquistarla, di soggiogarla, di asservirla; impossibile sarebbe stato fraintendere, pur malevolmente, la natura di quegli eventi, volti a preservare, in quella sola morte, la salvezza di troppi pargoli innocenti e, soprattutto, non reale conseguenza di un’azione della fenice, quanto, e piuttosto, dell’assenza di una qualunque azione della medesima, all’epoca lasciatasi uccidere e, successivamente, divorare da quel folle antagonista, nei termini che questi aveva desiderato, aveva preteso e che, alla fine, lo avevano condannato.
Soltanto una risposta, pertanto, avrebbe potuto scaturire allora dalla gola dell’avventuriera più famosa di quell’angolo di mondo, qual giusta replica non tanto alla fenice quanto, e piuttosto, alle proprie stesse accuse a suo discapito…
mercoledì 23 gennaio 2013
1830
Avventura
037 - Eufonia
« Ma… cosa…?! »
Sette Midda Bontor erano state sino a un istante prima di superare la soglia della sala del vulcano, quello straordinario altare eretto per celebrare il mito della fenice, per rendere grazie alla sua esistenza, per onorare la sua divinità. Una sola fu colei che si ritrovò oltre quel varco, quell’apertura, privata delle proprie compagne con maggior semplicità, con maggior banalità, di quanto non avrebbe potuto esserlo nel venire separata da un sogno al momento del risveglio mattutino.
Tuttavia il suo non era stato un sogno; non era stata un’illusione; non era stato un miraggio. Quanto era accaduto era accaduto realmente, così come avrebbero potuto ben testimoniare le sue ferite ancora sanguinanti e a stento fasciate, primitivamente medicate. Quanto era occorso era accaduto realmente… sebbene secondo alcuna logica, secondo alcun raziocinio, secondo alcuna ragione, quanto era avvenuto avrebbe dovuto essere riconosciuto qual veramente avverabile, violando ampiamente addirittura i confini abitualmente caratteristici dei sogni, propri delle più sfrenate fantasie. In termini che, beninteso, mai avrebbe potuto riconoscerla coinvolta, ove mai era stato suo interesse, sua brama, quella di ritrovarsi a confronto con altre sei versioni di se stessa, neppur immaginando, oggettivamente, che potessero esistere.
E se quell’improvvisa e repentina scomparsa, qual già la straordinaria e imprevista comparsa, non avrebbe potuto essere in alcun modo da lei giustificata; in suo soccorso, in suo aiuto, venne allora l’ultima fra tutte le figure che mai si sarebbe potuta attendere le avrebbe offerto spontaneamente una qualche spiegazione, benché, di base, ella lì si era spinta animata dalla speranza di riceverne molte. Perché fu proprio allora che la voce della fenice, se tale avesse potuto essere definita, tornò a risuonare nel profondo della sua mente e, forse, della sua stessa anima, accarezzandola in maniera così intima da dover essere condannata quale un’esperienza disturbante, se solo non fosse stata tanto piacevole, se solo non fosse stata sì gradevole al punto tale da domandarsi in qual modo le fosse stato possibile sopravvivere sino a quel giorno senza di lei…
“Non preoccuparti per la sorte delle altre… ognuna è tornata alla propria realtà, alla dimensione dalla quale l’avevo sottratta.”
Parole prive di suono, e che pur risuonarono allora qual straordinariamente quiete, serene, e capaci di acquietare, rasserenare qualunque cuore, fosse anche il più tormentato, il più combattuto, qual, sicuramente, in quel momento era quello della Figlia di Marr’Mahew, della Campionessa di Kriarya, la quale non avrebbe potuto che definirsi estremamente lieta, gaudente addirittura, all’idea di esser ritornata a confronto con quella cara, vecchia amica, e pur, al contempo, non avrebbe potuto evitare di essere sconvolta dalla rabbia, dall’ira, nell’impossibilità a comprendere per quale assurda ragione ella… essa… si fosse dedicata a giuocare con il suo destino, così come le era stato rivelato essere avvenuto.
« L’avevi… sottratta?! » ripeté la donna, cercando di non lasciarsi eccessivamente sorprendere da quella diversa forma di comunicazione, già sperimentata, già nota, e pur sempre straordinaria, qual straordinaria era la creatura che, ancora in lontananza, le si stagliava innanzi « Quindi è vero. E’ tutto vero quanto mi è stato mostrato dagli scettri. Mi stai trattando come una pedina del chaturaji! … ci stai trattando… tutte noi! » accusò e puntualizzò, nell’estendere l’argomento anche alle proprie ormai non più presenti sei compagne, avvertendo già, nel profondo del proprio intimo, un certo disagio per quel distacco, una certa nostalgia per la loro presenza negatale.
“Mentirei se ti rispondessi di no. Eppure mentirei persino se ti rispondessi di sì.” replicò la fenice, osservandola dall’alto della propria posizione con i propri grandi e profondi occhi neri, nei quali già in passato ella aveva avuto timore di potersi smarrire e, al contempo, era stata desiderosa di perdersi “Perché se è vero che sono intervenuta nel corso del tuo destino; è altrettanto vero che non ho in alcun modo influenzato le tue scelte, le tue decisioni: quanto hai deciso di fare, l’hai fatto sempre in assoluta autonomia, bambina mia….”
« Ma io non ho mai desiderato scatenare una guerra santa contro il dannato spettro di una regina morta secoli fa! » obiettò, storcendo le labbra verso il basso, in aperta critica alla posizione assunta dalla propria interlocutrice, sebbene non accennò un solo, singolo passo verso di la medesima, quasi allora dimentica di ogni proposito offensivo a suo discapito « Quella è la tua guerra, non la mia! »
“Ancora una volta non hai torto. Per quanto, tuttavia, tu non abbia neppur ragione.” rispose la creatura, senza scomporsi, senza offrire la benché minima evidenza di inquietudine, di ansia o anche solo di eccitazione nel confronto con lei e con le sue accuse “Perché se è vero che questa guerra è la mia guerra; è comunque vero che quanto hai compiuto, per come l’hai compiuto, ti ha coinvolto a pieno titolo nella questione, per quanto questo possa non piacerti.”
Tutt’altro che stolida, anche laddove trascinata, proprio malgrado, in una questione chiaramente più grande di lei, Midda comprese perfettamente il significato di quelle parole e la responsabilità che, in esse, avrebbe dovuto esserle attribuita. Nonostante ciò, ella si sforzò di negare l’evidenza, ove, se solo l’avesse abbracciata, avrebbe anche dovuto ammettere quanto la ragione fondamentale di quello stesso viaggio, di quel lungo peregrinare sino a quel tempio sotterraneo, con tutti gli ostacoli, le sfide e le battaglie combattute lungo la strada, fosse stato pressoché inutile, quantomeno nel confronto con la speranza che l’aveva accompagnata e che l’aveva spinta a credere che, malgrado tutto, le sarebbe stata concessa la possibilità di uscire dalla questione con maggiore dignità di quella che aveva già dato prova di meritare, al di là della propria nomea, della propria straordinaria fama.
Perché lì, ella aveva sospinto i propri passi rinvigorita dall’idea di reindirizzare una parte delle proprie responsabilità, delle proprie colpe, a discapito della stessa fenice, benché obiettivamente non fosse stata la fenice a costringerla a disseppellire la corona perduta della regina Anmel e, con essa, a liberare il funesto spirito che a essa era rimasto legato, qual un’oscura maledizione. E in tale, ottuso comportamento, ella non era stata migliore per povero, pavido Lohn, protagonista di una filastrocca per bambini che ella conosceva fin dalla più tenera età e che pur avrebbe dovuto esserle di insegnamento, guida con la propria saviezza popolare e pur mai priva di solide ragioni…
Non un genio, e neppur un portento,
il pavido Lohn viveva contento.
Passeggiando con passo un po' lento,
non temeva alcun peggioramento.
Fino a che, folle sconvolgimento,
contro Morte inciampò disattento.
« Chi sei tu, o giovane irruento... »
interrogò senza divertimento
« ... che su me cadi senza pentimento,
laddove tutti hanno sol spavento? »
« Non mia colpa è dell'abbattimento!»
disse « M'hai quasi rotto il mento! »
« Proprio a me parli d'abbattimento? »
sorrise « Io, per tuo chiarimento,
son colei contro cui alcun cimento,
è mai valso quel sol patimento
che in me trova suo compimento…
io che di Vita son ribaltamento! »
martedì 22 gennaio 2013
1829
Avventura
037 - Eufonia
« Thyres… » non poterono evitare di gemere tutte e sette, in un inquietante ridondanza della medesima voce nello scandire le medesime sillabe, quell’unico nome con un solo tono, offrendo risalto, mai come allora, a quella folle eufonia da loro stesse rappresentata, non semplicemente in quanto versioni alternative di una comune figura, ma, ancor più e soprattutto, in quanto manifestazioni di un solo spirito comune, una sola straordinaria coerenza con se stessa, così come mai avrebbe dovuto essere considerata ovvia, banale, scontata, naturale e implicita.
Forse in grazia alla benevolenza della propria dea, o forse e soltanto in conseguenza alla propria mera, e stupefacente, abilità, Monca ebbe allora occasione di ovviare al peggio, all’eventualità, quantomeno irritante, di quel volo verso la distruttiva potenza del magma, nel confronto con il quale di lei non sarebbe rimasta null’altro che la memoria. E superato quel momento di incertezza nei riguardi del proprio avvenire, nulla avrebbe potuto trattenerla, né la trattenne, dal completare quell’invisibile tratta, e dal raggiungere, in conseguenza, le proprie compagne, le proprie pari, che, malgrado avessero tutte già raggiunto occasione di salvezza al di là della sala, non avrebbero potuto evitare di temere accanto a lei, insieme a lei, l’eventualità di quella sempre prematura fine, soffrendo con lei quella comune pena e, soprattutto, godendo insieme a lei di quell’ancor più comune vittoria, di quello straordinario trionfo finale.
Un’esultanza la loro, la quale, tuttavia, si dimostrò allora destinata a una vita spiacevolmente breve, smorzata nelle proprie ragioni, nella propria gioia, dalla consapevolezza di quanto, superata anche quell’ultima prova, null’altro avrebbe potuto attenderle se non il confronto finale, e già troppo a lungo rimandato, con la fenice. Un confronto, in verità, l’idea del quale non avrebbe potuto trovare alcuna fra loro particolarmente galvanizzata… non in misura maggiore, quantomeno, a quella che avrebbe potuto caratterizzare un bambino posto a spiacevole confronto con l’evidenza dell’inconsistenza dei propri sogni, delle proprie fantasie, dei propri fanciulleschi eroi. Tale, del resto, si era imposta la fenice nelle loro menti, nei loro cuori, sin dal giorno del loro primo incontro, trasparente di una meravigliosa e sovrannaturale perfezione entro il calore e la luce della quale ogni affanno, ogni dolore, ogni paura, sarebbe stato alfine dimenticato, dolcemente obliato, così come solo avrebbe potuto essere a chiunque riservato dall’abbraccio di una madre, una madre amorevole e caritatevole, sempre pronta all’ascolto, sempre aperta al perdono per ogni marachella, laddove, in fondo, ma nulla sarebbe stato più che tale, non, quantomeno, ai suoi occhi, al suo sguardo che mai malizia avrebbe potuto cogliere.
Inevitabile, ragionevole, addirittura necessaria, in ciò, avrebbe dovuto essere considerata la loro ritrosia all’idea di sospingersi sino alla pur tanto ricercata conclusione di quella loro avventura e, con essa, al confronto con la verità celata dietro all’immagine che avevano voluto rendere propria della fenice sino a quel giorno, a quel momento. Ciò nonostante, alcuna fra loro avrebbe potuto definirsi una bambina; alcuna fra loro avrebbe potuto vantare qual propria necessità quella dell’abbraccio consolatorio di una madre, benché tale figura fosse tutte loro prematuramente mancata; e, in conseguenza, alcuna fra loro avrebbe potuto scegliere di celare la testa sotto delle metaforiche coperte, rinunciando alla consapevolezza propria della verità, della realtà, in favore all’illusione caratteristica dei sogni, per quanto indubbiamente più piacevoli, più gradevoli, più confortanti. Motivo per il quale, facendosi coraggio e impugnando saldamente ognuna la propria spada prediletta, le sette avanzarono compatte in direzione di quell’ultima soglia, e da lì alla stanza della fenice, al cuore di quel tempio dimenticato e da lei… da loro, da tutte loro, per due volte conquistato.
« Comunque vada… » sussurrò Destra, prendendo flebilmente voce verso le compagne, quasi avesse timore di poter disturbare la sacralità propria di quel momento con il proprio irrispettoso intervento « … e qualunque cosa succederà fra poco, sappiate che sono stata felice di conoscervi. Per quanto tutto questo potrebbe apparire estremamente egocentrico. »
« Credo che ciò valga per tutte noi. » si azzardò a ipotizzare Rossa, per tutta risposta, senza nulla voler negare al valore delle parole espresse dalla compagna, e pur appropriandosene, quasi avessero a considerasi patrimonio dell’umanità o, quanto meno, della minuscola porzione di umanità da loro stesse ìì rappresentata « E’ stata un’esperienza indubbiamente… significativa. » cercò di espandere il concetto, offrendo in tale termine il proprio punto di vista, per quanto, probabilmente, atto a intendere tutto e nulla al tempo stesso.
« Significativa e… divertente. » annuì Amazzone, non negandosi l’occasione di un sorriso, per quanto leggermente tirato, per quanto necessariamente teso, fosse anche e soltanto nel confronto con il contesto nel quale quelle parole stavano venendo pronunciate.
« Direi persino inquietante. » suggerì Treccia, aggrottando appena la fronte « Senza offesa… ritrovarmi a far conversazione con me stessa è qualcosa che mi capita sovente, ma non in questi stessi termini. E non sono ancora certa di quanto tutto ciò mi piaccia e di quanto, invece, mi spaventi. »
« Se ti può consolare, non credo che avremo altre occasioni di ritrovarci in futuro… » commentò Nera, in replica alla compagna piagata dalle ustioni « In linea generale, non sono neppure certa che ci sarà concesso di capire come o perché ci siamo ritrovate già ora. » soggiunse poi, sebbene, a dispetto di tali parole, in lei, così come nelle compagne, fosse la speranza di comprendere, quanto prima, anche quel particolare, insieme a ogni altro dubbio nel contempo accumulato.
« Comunque sia, è stata indubbiamente un’esperienza interessare, di quelle con le quali riempire le serate di chiacchiere a casa, quando ci torneremo… » concluse Corazza, con un sospirò quasi nostalgico all’idea così rievocata, e al carico di emozioni a essa collegata « Già immagino le risate di Brote all’idea di vedermi posta a confronto con altre sei me stessa, in ogni combinazione immaginabile. »
Fu proprio in quel momento, in quel singolo istante che, con un piede ormai oltre il varco d’ingresso al cuore del tempio, Monca si voltò in direzione dell’ultima compagna ad aver preso voce, concedendosi un’espressione a metà fra lo stupore e la curiosità, nel cogliere, in quelle parole, una strana peculiarità.
« … Brote?! » ripeté, in cerca di una qualche conferma, implicitamente volta a un concetto ben più esteso di quello così banalmente suggerito.
Perché se, nel mentre in cui l’altra aveva parlato, anch’ella aveva reso propria, nell’intimità della propria mente, un’idea estremamente simile, del tutto equivalente; tale immagine aveva visto coinvolto, qual suo primo e possibile interlocutore, non tanto il suo pur apprezzato mecenate e amico, lord Brote, quanto e piuttosto il suo dolce locandiere, Be’Sihl, fra le braccia del quale ormai era prossima a non sperare più di potersi nuovamente immergere. E, così come ella aveva volto le proprie fantasie, le proprie ambizioni all’amato shar’tiagho, sarebbe stata pronta a scommettere che Amazzone aveva fatto altrettanto, offrendo personale e silenzioso riferimento al fiero Ma’Vret, suo sposo.
Ragione per la quale, pertanto, improbabile sarebbe stato ritenere che la scelta compiuta da parte di Corazza in favore del mecenate avesse da considerarsi qual frutto di una semplice casualità o, anche, di un pur non comune rapporto di amicizia e di complicità...
« Certo… » confermò la mercenaria in armatura, così interrogata, voltandosi a sua volta a osservare la compagna con aria interrogativa, non cogliendo la motivazione alla base di quell’apparente disorientamento da parte della stessa « Anche perché se non dovesse credermi il mio compagno, chi altri potrebbe farlo?! » sorrise, facendo spallucce.
Ma prima che a Monca fosse concessa occasione di ribattere, di dimostrare la propria sorpresa a quella scoperta persino più sconvolgente dell’ormai assimilato matrimonio fra Amazzone e Ma’Vret; il passo oltre la soglia alla dimora della fenice venne compiuto e, in conseguenza a quanto allora accadde, e a come ciò accadde, ogni possibile commentò a quell’ultima affezione venne privato di significato…
lunedì 21 gennaio 2013
1828
Avventura
037 - Eufonia
Ritornate a costituire un unico gruppo, le sette Midda Bontor non sostarono troppo a lungo innanzi al baratro dischiuso al di sopra del fiume di lava. Benché, infatti, all’apparenza non vi fossero vie utili a passare oltre, a superare la morte certa dal medesimo rappresentata a discapito di chiunque, lì, avesse osato spingere i propri passi, sette menti quali le loro, addestrate in anni di avventure e disavventure oltre ogni umano limite, non vennero rallentate eccessivamente da tale ostacolo, da simile impiccio, riuscendo sin troppo rapidamente a comprendere come, ancora una volta, in loro contrasto stesse evidentemente giocando una stregoneria, un inganno volto a dimostrare l’assenza del ponte di cui tutte avevano memoria, posizionato al centro della sala, così come degli apparentemente più pericolosi gradini ricavati siti altresì lungo i bordi esterni e in letale prossimità al magma incandescente sotto di loro.
Non sono improbabile, ma addirittura impossibile, sarebbe stato infatti ritenere che la Progenie della Fenice, pur dimostratasi tutt’altro che lungimirante nelle proprie scelte, nelle proprie valutazioni, fosse stata tanto ottusa e estremista nella propria posizione contro di loro da spingersi ad abbattere completamente ogni possibilità di passaggio, isolando in maniera irrecuperabile, in tal modo, il cuore stesso del tempio e, con esso, negandosi ogni possibilità di contatto con quella stessa creatura che pur avevano eletto al centro di quel loro insano culto, con la fenice della quale si proclamavano discendenti, per quanto simile definizione non potesse far altro che confermare la follia intrinseca nella propria professione di fede.
Così, dopo un’accurata ricerca lungo tutta la sala o, quantomeno, laddove avrebbero potuto essere in grado di spingersi, le sette si accorsero di come, al di là di ogni apparenza, di ogni evidenza visiva, esistesse ancora un sottile passaggio proprio al centro della stanza, in sostituzione alla passerella che tutte loro ricordavano esistere, sebbene in dimensioni decisamente più contenute, più ristrette, e tali da rendere quella prova più simile a un atto di fede allorché a un vero e proprio ostacolo da superare. Una fede che, certamente, ad alcun membro della Progenie della Fenice sarebbe mancata, proponendosi questi sin troppo integralisti, fondamentalisti, estremisti, per non essere più che ben disposti a gettarsi all’interno di un fiume di lava per guadagnarsi il diritto a incontrare la propria signora, la propria dea prediletta; e che pur, invece, non avrebbe potuto egualmente animare i cuori di tutte loro, decisamente più affezionate alla propria esistenza in vita per potersi permettere di metterla in forse per soddisfare le fantasie autolesioniste dei propri avversari. Ciò nondimeno, ognuna di loro avrebbe dovuto essere riconosciuta qual più che motivata a spingersi sino in fondo alla questione, non desiderando né considerare sprecato tutto l’impegno e tutto il sangue sino ad allora versato, né, ovviamente, rinunciare al completamento di quella sfida quand’ormai si ponevano essere così prossime al traguardo finale, all’obiettivo prefisso.
Animante, pertanto, da tale più che solida motivazione, e sospinte a un senso d’urgenza non soltanto dalla brama di concludere quanto prima quell’avventura, facendo ritorno ognuna alla propria dimora, quanto e soprattutto di ovviare all’incursione di qualche nuovo esaltato portavoce della Progenie in sostituzione a quello appena ucciso, e successivamente scaricato all’interno della lava bollente allo scopo di assicurarsi per il medesimo una degna, seppur non meritata, sepoltura; le mercenarie non avrebbero potuto che dimostrarsi desiderose di affrontare, quanto prima, quella traversata, per quanto tutte consapevoli della difficile prova che, nel corso della medesima, sarebbe stata loro imposta, a confronto con l’insopportabile e ustionante calore proveniente dalla lava sotto ai loro piedi. Ma dove già una volta quella traversata era stata completata, a maggior ragione non avrebbe potuto che esserlo anche in quella seconda occasione, che nulla di nuovo, a parte l’avanzare inesorabile dell’età e una più ristretta, e invisibile, via di passaggio, avrebbe potuto addurre a quella precedente, tale da giustificare un qualche, eventuale fallimento.
In non rapida, e pur psicologicamente tale, successone, pertanto, le sette mercenarie più famose di quell’angolo di mondo, nei propri, rispettivi sette mondi, spinsero pertanto i propri passi lungo quella via apparentemente inesistente, offrendo l’impressione di star camminando sul vuoto, e pur, non di meno, appoggiando i piedi sopra un solido supporto, la resistenza del quale, comunque, non vollero porre alla prova, evitando di calcar eccessivamente il passo sul medesimo e, soprattutto, evitando di muoversi in più di una singola unità alla volta sulla sua superficie, non potendo valutare, in alcun modo, se e per quanto avrebbe mai potuto resistere a eventuali sollecitazioni. E dovendo scegliere qual fra loro promuovere a eletta, per affrontare per prima quella traversata, la decisione non aveva potuto che ricadere su colei che già si era guadagnata il secondo soprannome di Fortunata, offrendole, quasi in maniera scaramantica, l’occasione di sperimentare per prima quella via.
« Desidero sottoporre alla vostra attenzione come questa faccenda dell’essere fortunata mi stia venendo un po’ a noia… » aveva commentato Destra, storcendo le labbra nel mentre in cui era stata costretta, dal fato e dalla propria stessa volontà, ancor prima che dalle proprie compagne, a sospingere la punta del proprio piede mancino in avanti, a tastare quell’invisibile supporto sul quale avrebbe dovuto avanzare in esplorazione « Se fossi veramente tanto fortunata, a quest’ora sarei a casa, immersa in una vasca di acqua calda e saponosa, con un calice in mano a brindare all’ennesimo successo insieme al mio uomo, invece che essere qui, pronta a impegnarmi in questo nuovo ed entusiasmante ballo con la morte. »
Dopo che Destra ebbe superato quella traversata, era stato il turno di Amazzone, seguita, di lì a breve, da Nera, la quale si era, nel frattempo, dichiarata qual nuovamente padrona di sé in misura sufficiente dall’ovviare a uno spiacevole tutto nel magma incandescente. Un’asserzione, la sua, non gratuita, non trasparente di mero entusiasmo e desiderio di non sfigurare innanzi alle compagne, ma evidenza di un realmente ritrovato controllo sui propri muscoli dopo la dura prova alla quale questi erano stati sottoposti nella sfida al gigantesco mastino del genocidio, i cui dettagli non avevano ovviato di essere riferiti alle altre se stessa quando, nel mentre in cui tutte loro si erano impegnate alla ricerca di una via per proseguire oltre, non avevano perso occasione di aggiornarsi reciprocamente.
Raggiunta anche Nera l’altra sponda, era poi sopraggiunto il turno di Treccia e, dopo di lei, quello di Rossa, alle spalle della quale si era voluta impegnare Corazza, non per ultima e, tuttavia, neppur per prima, nella consapevolezza, poi condivisa, di quant’anche questa prova avrebbe potuto rappresentare per lei fonte di disagio. Fortunatamente, però, nel ritrovarsi a percorrere una via sostanzialmente retta, e priva di particolari ostacoli, ella non dovette affrontare le stesse difficoltà del percorso precedente, sopra l’oscuro abisso di morte nel quale aveva anche rischiato di precipitare, benché, comunque, il calore lì sviluppato dal fiume di lava non riuscì a esserle d’aiuto, di conforto, soprattutto nel considerare a proprio discapito, anche la presenza di una pesante, e lì soffocante, armatura a peggiorare la già pessima percezione del calore nel mentre di quel tanto particolare percorso.
Ultima, per ordine ma non per importanza, aveva alfine desiderato essere Monca, la quale, più di tutte le proprie compagne, aveva necessitato di un intervallo di tempo utile a riprendersi, e a contrastare gli effetti negativi del non banale dissanguamento sino a quel momento subito. E benché, abbattuto Eunuco, fosse stato subito interesse di tutte le altre Midda Bontor quello di soccorrerla, decisamente precaria e insufficiente era stata la medicazione lì impostale, la fasciatura lì riservatale, a stento utile a contenere la perdita di sangue, a tamponare quella continua offerta nei riguardi del mondo circostante, che, alla lunga, avrebbe potuto costarle la vita. Perfettamente conscia, in tutto ciò, di essere ben distante da poter vantare la propria forma migliore, nulla desiderando sottrarre a Nera o a Corazza, comprensibile avrebbe dovuto essere riconosciuto il suo desio di mantenere per sé l’onere di chiudere quella sofferta processione verso il rifugio della fenice, nella speranza di riuscire, comunque, ad arrivare allora stesso, malgrado tutto.
Una speranza che, sfortunatamente, per un fugace istante sembrò maledettamente posta in dubbio, e in grave dubbio, da un’esitazione, da un tentennamento, in conseguenza al quale ella ondeggiò pericolosamente al di sopra dello stretto, e invisibile, ponte, rischiando in misura eccessiva di ritrovarsi catapultata al di fuori dello stesso, e in direzione di quel rovente abbraccio dal quale non avrebbe avuto occasione di salvezza…
domenica 20 gennaio 2013
1827
Avventura
037 - Eufonia
Un consenso, quello così ricevuto, che non trovò alcuna esitazione, alcuna incertezza nella donna guerriero verso la quale simile invito era stato rivolto, vedendola agire immediatamente, e agire con fermezza a dir poco spietata… non crudele, non malevola, e pur spietata. E se, in conseguenza a tutto ciò, allo sventurato Eunuco venne concessa o meno una reale consapevolezza sulla propria sopraggiunta fine, sulla conclusione della propria esistenza, non fu data occasione ad alcuno di saperlo, benché i più, fra i testimoni allora presenti, sarebbero stati disposti a scommettere sull’eventualità negativa.
Perché quando Monca ricevette quel beneplacito a proseguire, a incalzare, a concludere l’azione e, con essa, la battaglia sin troppo a lungo protrattasi, egli non si fece cogliere del tutto impreparato, non si limitò ad accogliere, quietamente, l’occorrenza della propria fine, altresì, ancora una volta, reagendo innanzi alla stessa, e reagendo con tutta la forza, con tutto il potere concessogli in grazia alla propria lunga asta, a quello strano bastone nero dalle estremità argentate che già più volte, in quell’ultima ora gli aveva concesso l’opportunità di confidare in un’indomani, in un qualche futuro, e in un futuro di gloria, nel quale, accanto al suo nome, sarebbe stato ricordato quello scontro, e la volta in cui egli aveva avuto la meglio su Midda Bontor, su ogni Midda Bontor, nemica della fenice. Così, benché il colpo, uno straordinario affondo condotto, necessariamente, da solo la mancina della propria controparte, fosse stato diretto verso il suo cuore, verso il centro del suo petto, l’intervento di quella propria straordinaria risorsa da lui magistralmente manipolata, gli permise di credere, ancora una volta, nella propria salvezza e, soprattutto, nella possibilità di imporre l’ennesima dolorosa ferita a quella sciocca che, lentamente e pur inesorabilmente, sarebbe riuscito a scuoiare viva, un attacco dopo l’altro. Tuttavia, in quell’occasione, la stessa sciocca in questione non si limitò a osservare passivamente il proprio colpo venir ridiretto verso una nuova destinazione ma, nell’assistere a ciò, decise di imporre nuova energia al proprio braccio, al proprio polso, a costo di vederlo spezzarsi in conseguenza all’impeto del confronto, dello scontro, per rendere propria la possibilità di scegliere l’obiettivo finale, così come sua intenzione sin dall’istante in cui aveva diretto la propria lama verso il cuore avversario.
Laddove disgraziatamente reale fu il rischio di vedere effettivamente il suo polso, o il suo intero avambraccio, spezzarsi in conseguenza al terribile sforzo richiesto da tale azione, da simile strategia; più che apprezzabile fu, parimenti, il risultato allora conseguito, nel riuscire a opporsi al tragitto scelto dal nero bastone e rivolto, ancora, al suo braccio sinistro, contro il quale già tanto si era accanito, in favore del suo collo, obiettivo inedito e immacolato. Collo contro il quale, senza concedersi possibilità di timore, di terrore inibente per quanto avrebbe potuto pur accadere, ella si volle abbattere con violenza quasi disturbante, spingendo la propria temibile lama dagli azzurri riflessi attraverso quella esile forma, quella fragile presenza, impossibilitata a riservargli maggior ostacolo rispetto a quanto non avrebbe potuto offrirle del burro caldo, spingendosi da un fronte a quello opposto e, ancora, proseguendo oltre, quanto sufficiente, addirittura, a divellere dalle mani del proprio antagonista la sua malefica arma stregata.
« Thy… »
E se, per un fugace istante, non solo Monca, ma anche Amazzone, Treccia, Corazza, Destra, Nera e Rossa, ebbero ragione di trattenere il fiato, nel timore di poter vedere non tanto il capo dell’uomo, quanto quello della donna sua antagonista, decollare, nel separarsi senza pietà alcuna dal resto del corpo, del tronco; l’estenuante, apparentemente eterno e pur tanto rapido da apparir effimero, evolversi degli eventi, vide un fiotto di sangue macchiare, per la prima volta, la carne dell’uomo, prima che, simile a un conato di vomito, a un rigurgito, la sua testa fosse rigettata dalla propria naturale posizione a opera di un nuovo e più vivace flusso di sangue e ricadesse al suolo, seguita, rapidamente e inderogabilmente, dalla restante parte del suo cadavere, di quell’esile presenza ormai completamente privata di qualunque possibile fattore di minaccia.
« … res! »
Stremata dalla tensione, oltre che, necessariamente, dal parziale dissanguamento e dall’affaticamento fisico conseguente a quel lungo confronto, Monca crollò a sua volta a terra, inginocchiata, prima, e quasi prostrata, poi, gemendo il nome della propria dea ora indubbiamente simile a una preghiera, a un inno di ringraziamento, di lode per quanto, in sua grazia, le era stato possibile compiere. E, in tal caduta, ella volle riservar qual proprio non tanto un accenno di sconfitta, quanto e piuttosto un momento di riposo, di requie, nella consapevolezza di quanto, malgrado tutto ciò, la loro sfida non avesse da considerarsi già conclusa, ma solo, e semplicemente, appena iniziata, nella misura nella quale, purtroppo, ancora la prova del fiume di lava le stava attendendo e, dopo di essa, il confronto finale con la ragione della loro comune venuta in quel tempio sotterraneo e dimenticato dagli dei tutti… la fenice.
Ma prima di proseguire oltre, prima ancora di dover riservare alle proprie compagne una legittima e doverosa spiegazione nel merito di come potesse essere accaduto quanto era accaduto, la sconfitta di Eunuco a dispetto di ogni evidenza in senso contrario, ella si volle concedere quell’occasione di pausa, quel momento di riposo, distaccandosi, un attimo, dall’intero universo a sé circostante, qualunque esso fosse, per tornare a concentrarsi soltanto su se stessa, sul proprio corpo, sulle proprie ferite e sulla propria stanchezza, allora ben lontane dal potersi definire sgradevoli o sgradite, in quanto riprova palese del fatto che ella, malgrado tutto, fosse ancora in vita. Perché se pur concreta avrebbe dovuto essere riconosciuta la sua vittoria sul proprio avversario, a discapito di ogni stregoneria, altrettanto concreto avrebbe dovuto essere riconosciuto il rischio da lei corso in quell’azzardo, in quella tattica priva di certezze, priva di sicurezze e, soprattutto, priva d’ogni possibilità di errore.
A suo vantaggio, a suo sostegno, infatti, si era offerta solo l’evidenza di quanto, al di là del proprio potere, al di là della propria palese capacità di trasferire i danni riportati su coloro che li avevano causati; il suo antagonista non avesse ma ridiretto un loro attacco in direzioni potenzialmente letali, ma sempre e solo utili a generare danni superficiali, tagli certamente dolorosi ma non per questo mortali… non, quantomeno, nell’immediato. Una scelta, quella da lui compiuta, che non avrebbe potuto essere in alcun modo giustificata se non con un’inespressa, e pur presente, ritrosia all’idea di poter subire un’offesa più incisiva, un’aggressione peggiore, al di là della propri apparente invulnerabilità. Una ritrosia, di conseguenza, che non avrebbe potuto essere in alcun modo giustificata se non con un’inespressa, e pur presente, incapacità a gestire un’offesa più incisiva, un’aggressione peggiore, quasi come se il potere intrinseco nella sua arma, nel suo bastone, non avesse da considerarsi un dono in termini assoluti, quanto, e piuttosto, una risorsa da dover adeguatamente gestire, da dover impiegare per la propria difesa in maniera consapevole. Motivo per il quale, se solo un attacco fosse stato tanto violento da strappargli, repentinamente, la vita dal corpo, forse… e solo forse… egli non avrebbe potuto impiegare alcuna stregoneria in propria difesa, a propria protezione, così come, in grazia alla benevolenza della sua dea prediletta e degli dei tutti, era avvenuto.
« Monca! » esclamò la voce di Amazzone, improvvisamente accanto a lei, sopra di lei, nel trasmetterle l’evidenza di come, nel mentre in cui la sua mente si era separata dal resto dell’universo, questa fosse sopraggiunta allo scopo di assicurarsi delle sue condizioni « Monca… stai bene?! »
« Non direi proprio, proprio bene… » sorrise la mercenaria così interrogata, sforzandosi di alzarsi da terra quanto sufficiente, per lo meno, a permetterle di ritornare a porsi in ginocchio « Comunque sono ancora viva… e questo è un inizio. »
« Sì… » annuì l’altra, rasserenata dalla sua replica, trovandola adeguata alla condizione in cui ella riversava « Direi sicuramente è che un inizio per noi. » confermò, appoggiandole delicatamente la mancina sulla schiena, quasi, in quel contatto, volesse rassicurarla della propria presenza accanto a lei, per qualunque necessità le sarebbe potuta essere propria « Mentre per il nostro amico è decisamente una fine. » soggiunse, a sottolineare la morte dell’eunuco, ove ve ne sarebbe potuta essere necessità.
sabato 19 gennaio 2013
1826
Avventura
037 - Eufonia
Assolutamente sincere erano state le parole rese proprie da Monca. Parole sincere, trasparenti di una posizione sincera e irrevocabile, in merito alla fermezza della quale né Amazzone, né alcun’altra Midda Bontor lì presente ebbe ragione o volontà di porre in discussione, di mettere in dubbio.
Al contrario, tanto da parte dell’una, quanto da quella delle altre, non poté venir meno il diffondersi di un crescente sentimento di timore e di curiosità nel merito di quanto sarebbe avvenuto da lì a tre mosse, in una misura tale da rendere difficile comprendere se quell’evoluzione finale suscitasse più ritrosia o attrazione, per quanto, tutte loro, fossero assolutamente consce di quanto ogni eventuale interesse in tal senso avrebbe dovuto essere riconosciuto non dissimile da quello di una falena per la fiamma di una lampada, sì splendida, sì affascinante, e pur, ineluttabilmente, letale. Malgrado, quindi, la rossa mercenaria dai corti capelli avrebbe impiegato tutta la propria abilità guerriera per tentare di porre fine a quel combattimento ben prima della fatidica terza mossa dopo la quale non le sarebbe stata concessa ulteriore possibilità di intervento a salvaguardia del futuro della propria sodale; una parte di lei, per profondo del suo spirito, non avrebbe potuto ovviare a essere incuriosito dalla possibilità di osservare quanto sarebbe potuto accadere se solo la propria compagna avesse avuto la possibilità di spingersi fino in fondo con il proprio proposito, con le proprie intenzioni, compiendo quanto probabilmente sarebbe stato comunque necessario compiere per decretare la fine di quell’antagonista, in un impegno che, sino ad allora, era stato solo, e prudentemente, posticipato.
La prima delle tre mosse a lei concesse, venne impiegata da Amazzone in un nuovo volteggio che, mirando alle ginocchia del proprio antagonista, la vide reindirizzata alle sue spalle e, in conseguenza di ciò, alle proprie, sulle quali si aprì un nuovo, e doloroso, solco, squartando per l’occasione non soltanto la sua pelle, ma anche la stoffa residua di quella che in un tempo lontano era stata una casacca e che, ormai, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual, soltanto, un cencio utile, insieme a una stretta fascia al di sotto dello stesso, a non rivelarne le altresì prorompenti grazie. Purtroppo, nel vederne eliminata una spallina, quella stoffa residua rimase praticamente priva di utilità, e, in effetti, addirittura d’intralcio, nel ciondolare senza controllo fra l’altra sua spalla e il suo addome più in basso; ragione per la quale, non appena ella ebbe occasione di ritrarsi, di sottrarsi al proprio antagonista prima ancora che una sfera argentata le potesse ricordare quanto ulteriormente doloroso avrebbe potuto essere lì incedere eccessivamente, l’intero cencio venne da lei stessa strappato e gettato al suolo, poco lontano, vedendola così coperta, dalla cintola in su, solo per grazia di quella stessa intima fascia abitualmente preposta al semplice contenimento dell’esuberanza delle sue forme.
In alternanza a ciò, la prima delle tre mosse che, implicitamente, anche Monca si concesse, la vide impegnare la propria lama non nel fronte affilato, quanto e piuttosto nella parte piatta, con la quale sembrò desiderosa di colpire il bel volto dell’eunuco, con uno schiaffo metallico che la sua destra ormai assente non avrebbe più potuto rivolgergli, e che, tuttavia, la sua spada bastarda avrebbe potuto ancora dedicargli. Anche tale gesto, prevedibilmente e puntualmente, venne vanificato nelle proprie aspettative, nelle proprie speranze, sebbene probabilmente non letali, dall’intervento della lunga e nera asta del medesimo, la quale sembrò addirittura divertirsi a condurla, ancora una volta, in contrasto a quello stesso braccio già eccessivamente ferito, già completamente ricoperto di sangue in misura tale da apparir di un rosso persino più intenso rispetto a quello dei capelli di una certa rappresentanza di Midda Bontor lì impegnate ad assistere agli eventi, ora lasciandola precipitare sul proprio avambraccio e, di conseguenza, su quello di lei, già straziato in senso longitudinale da una delle precedenti aggressioni riflesse. Ineluttabile, e pur comprensibile, in tutto ciò, fu così un’invocazione da parte della stessa in direzione della propria dea, il cui nome risuonò nell’aria con tono più prossimo a quello di una bestemmia allorché a quello di una preghiera.
« Thyres! »
Fosse stata sola, fosse stata priva di qualunque vincolo, di qualunque impegno preso con Amazzone e, in maniera indiretta, con le altre cinque se stessa, Monca non si sarebbe allora limitata a subire passivamente quella ferita, quell’offensiva, ennesima e sempre più dolorosa, strazio imposto al suo braccio per veder risanato il quale, sicuramente, le sarebbero stati necessari diverse settimane, forse mesi, di convalescenza, senza, in ciò, sperare di potersi liberare dal pericolo di una serie di nuove e spiacevoli cicatrici, per non pensare, ancor prima, al rischio di infezione, in conseguenza al quale troppo semplice, e troppo frustrante, sarebbe stato per lei morire. Fosse stata sola, fosse stata quella una sua consueta avventura, una sua comune impresa, ella non avrebbe avuto dubbi, non avrebbe avuto esitazioni, e avrebbe reagito a quell’ennesima ingiuria a proprio discapito così come solo sarebbe stato giusto reagire: nel cercare la morte del proprio antagonista anche a costo di rischiare un azzardo, qual quello che aveva espresso avrebbe comunque reso proprio di lì a breve, non appena altre due mosse fossero state condotte a termine senza successo di sorta, accorciando quei tempi di altresì inutile attesa, qual solo le sarebbero stati propri nell’indugiare ulteriormente, nel posticipare ancora quanto pur, presto o tardi, avrebbe dovuto avvenire a meno che, per qualche folle ragione, Eunuco non avesse deciso di porre fine autonomamente alla propria esistenza, in una soluzione estremamente comoda, benché improbabilmente auspicabile. Fosse stata sola, gli eventi avrebbero potuto prendere una piega indubbiamente diversa…
… ma, purtroppo per lei, non era sola. E sebbene, in senso lato, non avrebbe neppure potuto affermare di essere in compagnia, non avrebbe neppure potuto affermare di essere sola con se stessa, soprattutto nel considerare come di se stessa, in quel frangente, vi fosse una particolare abbondanza.
« Ancora due mosse… » quasi ringhiò, nel costringersi a indietreggiare, per mantenere fede alla parola data.
Vincolante, infatti, ella non avrebbe potuto evitare di considerare l’impegno preso, anche a costo di dover pagare tale fedeltà con il proprio stesso sangue, così come già stava abbondantemente accadendo, dal momento in cui, ciò era contemplato all’interno di quella serie di principi, di regole non scritte sulla base delle quali ella aveva da sempre fondato la propria intera esistenza. Non per un qualche ipotetico senso dell’onore, parola troppo generica e spesso vuota, privata di ogni significato da un eccessivo sfruttamento della medesima anche in contesti del tutto inappropriati; ma per un puro, e tutt’altro che semplice, mantenimento di coerenza con se stessa, in assenza del quale difficile, per lei, sarebbe stato riuscire a giostrarsi con sufficiente equilibrio in un mondo troppo frenetico e caotico qual era il suo, anche in conseguenza alla sua particolare professione.
Uno sforzo, quello da lei vissuto, che non solo venne compreso in tutta la sua pienezza dalle sue compagne, dalle sue sodali, così come altresì difficilmente avrebbe potuto avvenire se non fossero state, a loro volta, altre versioni di se stessa, con tutti gli annessi e connessi; ma che, anche e soprattutto, venne da queste apprezzato e rispettato, in una misura tale che difficilmente avrebbe potuto trovare altri altrettanto sensibili, altrettanto bendisposti a cogliere, in quegli stessi, tanto particolari, termini. E proprio perché tutte loro, Amazzone in testa, ebbero immediata possibilità di ben comprendere le ragioni del freno da lei impostosi, le profonde e sincere motivazioni che le impedivano di insistere nell’aggressione non perché priva di volontà o di sprone in tal senso, quanto e piuttosto perché legata al rispetto dell’impegno impostosi; esse poterono concederle l’unica voce di reale soccorso che ella avrebbe mai potuto apprezzare in un momento come quello, soprattutto nel ritrovarsi scandita dalle labbra della medesima alleata con la quale aveva formulato e contrattato esplicitamente i termini di quella decisione…
« Fallo, Monca! » approvò la mercenaria dai corti capelli color del fuoco, stringendo i denti e storcendo le labbra verso il basso, in segno di disapprovazione non tanto per lei, quanto e piuttosto per quello che lei, suo pari e forse in misura ancor peggiore, si era ritrovata a subire per mano di quell’eunuco « Rinuncio alle mie due mosse. Fallo ora! »
venerdì 18 gennaio 2013
1825
Avventura
037 - Eufonia
Idiota totale o no che Eunuco fosse, la volontà espressa da parte di Monca, e quietamente condivisa da Amazzone, avrebbe dovuto essere rispettata da tutte le loro altre se stesse, e tale sarebbe rimasta sino al momento in cui non fossero state proprio entrambe loro a esprimersi in termini diversi, e tali da garantire alle loro compagne l’occasione di intervenire in maniera aperta in contrasto a quell’unico, solo avversario che pur troppo le stava lì trattenendo, le stava lì bloccando, sebbene probabilmente ormai a solo un passo, o poco più, dal loro obiettivo.
Per tale ragione, quando tanto l’una quanto l’altra tornarono a ipotizzare un’occasione d’offesa a discapito del loro antagonista, nessuna delle cinque altre Midda Bontor lì radunate, ipotizzò, anche solo per un istante, di intervenire, suppose di potersi schierare nella questione, a prescindere da quanta difficoltà poté apparir qual propria delle loro compagne nel confronto con un pur apparentemente semplice avversario, qual avrebbero considerato semplice da battere e da abbattere in meno di pochi istanti, con non maggior impegno di quanto non avrebbero dovuto rivolgerne in direzione di un moscerino troppo petulante. Tuttavia, a tutte e cinque fu subito evidente la motivazione per la quale quel conflitto si era protratto così a lungo nel momento in cui, tanto ad Amazzone, quanto a Monca, venne richiesto un nuovo dono di sangue, un nuovo tributo in termini di dolore e di rabbia, qual apparentemente inevitabile pegno per l’audacia dimostrata, nell’aprirsi di nuovi tagli sulla loro perfetta pelle, sulla loro stupenda carne, senza apparente ragione, senza alcuna giusta causa utile a definirne il perché. Un perché, comunque, assolutamente e violentemente presente, innanzi al quale tutte loro ebbero di che sorprendersi, almeno quanto, inizialmente, anche le due giostranti si erano stupite, si erano sbalordite.
Per Monca e Amazzone, tuttavia, il tempo della sorpresa, l’epoca dello stupore, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual ormai conclusa, qual ormai passata, fortunatamente, sebbene non per questo avrebbe dovuto essere altrettanto considerata trascorsa, dimenticata, l’epoca nella quale sulle loro dolci forme, sulle loro femminili curve, si erano presentati i segni delle assurde aggressioni per loro derivanti dall’incontro delle proprie lame con il bastone antagonista e, contemporaneamente, con il suo corpo. Tale, infatti, si era dimostrata essere la condizione necessaria, e follemente sufficiente, per riversare in loro medesimo contrasto i colpi condotti a compimento dalle loro stesse spade, in un trasferimento di danno non soltanto spiacevole, ma addirittura frustrante, quale, di istante in istante, si stava dimostrando essere sempre di più.
Purtroppo, superficiali o no che quelle ferite potessero essere considerate, il loro crescere, presto o tardi, avrebbe iniziato a rappresentare un serio problema per la coppia di mercenarie, ragione per la quale non avrebbero potuto permettersi di proseguire in quel modo ancora a lungo. Ciò non considerando la presenza, attorno a loro, davanti a loro, delle loro altre cinque versioni alternative, innanzi agli occhi delle quali, fra l’altro, avrebbero preferito evitare di sfigurare, sebbene, in apparenza, tutte loro avessero affrontato, sino a quel momento, sufficienti disavventure da potersi considerare più che sature per quello e ancora per molti giorni a venire, in una misura sufficiente da assicurar loro adeguata immunità da eventuali scherni, qual pur, personalmente e a ruoli invertiti, difficilmente si sarebbero lasciate mancare.
« Ancora tre mosse e ci provo. » annunciò Monca, in direzione della propria diretta sodale, dopo l’ennesimo insuccesso di entrambe, in quel loro continuo, ma non apparentemente utile, alternarsi nel confronto con il portavoce della Progenie « Ti avviso per correttezza. » soggiunse, senza esplicitare in misura più approfondita il soggetto sottinteso dietro a tale propria asserzione, nel considerarlo più che trasparente all’attenzione, quantomeno, della rossa dai corti capelli che, con lei, aveva condiviso quella battaglia sin dai propri arbori e che, per questo, avrebbe sicuramente inteso in maniera immediata.
« Non hai modo di sapere se funzionerà… » contestò Amazzone, dimostrando di aver ben compreso quanto l’altra desiderasse suggerire, ma, ciò nonostante, di non riuscire a condividerlo pienamente, nel timore derivante da un’incognita che la sua interlocutrice sembrava star volutamente trascurando, ignorando, nel minimizzarla qual poco importante « Potresti rimetterci la pelle. »
« Se è per questo potrei rimettercela anche continuando ad aspettare il momento migliore per agire. » osservò la prima, proprio malgrado, suggerendo malgrado tutto di aver ben preso in esame il rischio che le sarebbe stato proprio e, ciò nonostante, di aver scelto in favore del medesimo, qual alternativa a una più rude, e pur ancor velata, certezza, nell’essere spiacevolmente conscia di quanto non avrebbe potuto permettersi di continuare quel balletto in eterno, e che, nono appena le forze le fossero venute meno, si sarebbe ritrovata sicura vittima dell’eunuco e di ogni proprio possibile capriccio « Preferisco agire finché sono ancora sufficientemente lucida per farlo, piuttosto di rimandare a quando tutto potrebbe diventare realmente pericoloso per il mio avvenire… »
« Tre mosse ancora. » si concesse di ricordarle l’altra, nel rievocare quella condizione da lei stessa scandita un istante prima, nella speranza di poter approfittare di quell’intervallo, quel preludio, per vincere la propria sfida, la loro sfida, e in ciò ovviare alla compagna il rischio derivante dalla strategia da lei in tal modo proclamata qual propria, con ogni annesso e connesso « Non anticipare! » le raccomandò, storcendo le labbra verso il basso, nel timore di quanto un simile margine non le avrebbe concesso sufficiente possibilità di manovra, benché, in cuor suo, non avrebbe potuto riservar torto alla sodale e, soprattutto, alle sue preoccupazioni nel merito dell’autonomia della quale avrebbero potuto ancor offrir vanto, dopo tutto quello.
« Tre mosse e lo faccio fuori. » confermò la mercenaria dagli scuri capelli corvini, sorridendo con trasparente soddisfazione, quasi una bambina posta innanzi alla promessa di uno splendido dono « E se lo abbatto, il suo bastone resta a me. » sottolineò, a non concedere ambiguità di sorta nel merito del fato di quell’arma stregata, la quale, secondo le comuni regole non scritte di qualunque avventuriera, avrebbe dovuto essere considerata destinata ad appartenere di diritto a chiunque fra loro fosse riuscita ad avere la meglio sul suo attuale proprietario « Per lo meno, la sua vendita mi ricompenserà di un po’ delle assurde spese che ho dovuto sostenere in questi ultimi mesi… »
Un’affermazione straordinariamente veniale, quella che ella volle concedersi, che, malgrado il momento necessariamente drammatico, ed estremamente prossimo all’apparir tragico, non poté evitare di risuonare incredibilmente paradossale, grottesco e, in ciò, straordinariamente divertente, soprattutto nella certezza di quanto nulla di tutto quello, niente in quell’affermazione, avrebbe dovuto essere considerata qual una semplice beffa, qual una mera affermazione scherzosa, quanto e piuttosto una mera constatazione, una banale evidenza nel merito dei fatti per così come avrebbero dovuto svolgersi di lì a breve, nel momento di quella vittoria tanto desiderata quanto, ormai, quasi non più sperata. Non sperata, ma, nonostante ciò, ancor certa, e attesa, da Monca, tanto quanto sufficiente a ipotecare già la vendita del trofeo che per le sarebbe stato proprio al conseguimento di quel trionfo, di quel traguardo.
Difficile, pertanto, fu per Amazzone evitare di scoppiare a ridere, così come, per tutte le altre, mantenersi sufficientemente serie e concentrate da non saturare l’intero, e pur vasto, ambiente, con la propria ilarità, che pur forte e decisa avrebbe voluto allora esplodere così incitata, così invocata.
« Non hai neppure tentato di smentirti… non è vero?! » le domandò, scuotendo appena il capo non tanto allo scopo di minimizzare il valore delle parole appena ascoltate, quanto e piuttosto di scrollarsi di dosso quella risata a stento soffocata.
« Perché?! » replicò l’altra, per tutta risposta, aggrottando la fronte con aria apparentemente sorpresa, spiazzata, quasi non cogliesse le ragioni di quella provocazione « Vuoi forse farmi credere che non hai pensato anche tu a quanto oro potrebbe valere una simile arma…? » esplicitò, in un interrogativo trasparentemente retorico, dal quale alcuna replica sarebbe stata attesa « Non so come ti è andata negli ultimi tempi, ma per me è un lungo periodo di magra. Quindi…. »
giovedì 17 gennaio 2013
1824
Avventura
037 - Eufonia
« Forse serve loro un aiutino… » suggerì Corazza, inevitabilmente presente accanto alla compagna, così come all’altrettanto immancabile Treccia, sopraggiunta insieme a loro dal corridoio dimenticato alle spalle del rappresentante della Progenie della Fenice, lì ritrovatosi in tal modo semplicemente, e pericolosamente, accerchiato.
« No! » intervenne Monca, con tono di voce fermo e privo di qualsivoglia inflessione scherzosa, a non concedere alcuna possibilità di fraintendimento nel merito delle proprie parole, con quella propria negazione a tale proposta eventualità « Questo combattimento è stato iniziato da Amazzone e da me, e dovremo essere noi a concluderlo. » sancì, in quella che parve dover essere interpretata pertanto qual una questione di principio ancor prima che in alcuna altra possibile via, in qualunque altro modo.
E benché, probabilmente, Eunuco, al pari di un qualunque antagonista di una delle molteplici versioni della figura lì coinvolta, non avrebbe saputo apprezzare la profondità del senso d’onore, del rispetto dei propri principi, intrinseco in tale affermazione, in simile, netta e incontrovertibile, presa di posizione, giudicandola in maniera affrettata e superficiale qual una comune mercenaria, qual una semplice avventuriera bramosa in egual misura d’oro e di gloria, e gloria utile a guadagnar ancor più oro; tanto Corazza quanto Treccia e Destra, non poterono restare indifferenti innanzi a ciò, riconoscendo, oggettivamente, quella dichiarazione per così come avrebbe dovuto essere allora riconosciuta: non un capriccio, non un’eccentrica esuberanza, quanto piuttosto un sincero desiderio di definizione del proprio impegno, del proprio valore, nella sconfitta di quella controparte, che loro due aveva eletto a proprie avversarie, loro due aveva aggredito e offeso, e da loro due, e da nessun altra, avrebbe dovuto essere sconfitto e abbattuto, a dimostrazione di quanto tragicamente errato fosse stato il suo calcolo, la sua valutazione, nel volersi innalzare a loro ipotetica nemesi, senza tuttavia possedere le doti necessarie a tal fine.
Perché nella vita di tutte loro, di ogni Midda Bontor, non erano mai mancate le sfide, non erano mai venute meno le possibilità utili a porsi in giuoco, e mai, senza una solida ragione a giustificare una simile iniziativa, alcuna di loro aveva abbandonato il campo di battaglia prima che il massacro fosse giunto a compimento. E dove anche, da parte loro, non erano mancati dei momenti di riesame delle proprie priorità, in misura tale da permettere loro l’idea dell’abbandono prematuro di un conflitto in corso, era solitamente e generalmente stato in occasione di conflitti da loro stesse mai ricercati, mai desiderati, e nel vortice dei quali non avrebbero avuto alcun interesse, alcun desiderio di lasciarsi coinvolgere e precipitare, senza per questo venire meno ai propri principi, alle proprie personali regole utili a confrontarsi con la vita in maniera sempre coerente. In caso contrario, paradossalmente e banalmente, ella non avrebbe neppure potuto concedersi la possibilità di abbandonare il confine fra Kofreya e Y’Shalf, in quelle occasioni nel corso delle quali, in gioventù, si era lì impiegata qual supporto alle forze militari ordinarie lì stanziate, e lì impegnate in un conflitto sempiterno, una faida l’origine della quale tutti avevano da tempo scordato, e la conclusione della quale, probabilmente, alcuno avrebbe avuto mai occasione di poter prendere parte. Ma ella, che pur aveva avuto, all’epoca, solide motivazioni utili a giustificare dei periodi più o meno estesi lungo quel fronte, prima fra tutte quella di temprare la propria indole da combattente nell’osceno fuoco della guerra, per acquisire maggiore esperienza, maggiore forza e maggiore confidenza con le proprie capacità di sopravvivenza anche nel confronto con i peggiori scenari; non avrebbe potuto rendere propria alcuna motivazione utile a trattenerla fra quelle trincee per il resto della propria esistenza, o, in tal caso, allorché scegliere una professione da mercenaria e avventuriera, avrebbe abbracciato il cammino del militare, ottenendo, accanto a un compenso periodico assicurato, l’indubbia possibilità di crescere, e di crescere persino velocemente, all’interno della gerarchia militare, in grazia a quel carisma del quale, a prescindere dal proprio ruolo, ella era intrisa.
Nel contesto specifico di quello scontro, di quel confronto, tuttavia, né Amazzone, né la stessa Monca che lì aveva preso voce, avrebbero potuto vantare qual proprie delle motivazioni utili ad abbandonare la sfida in atto, né, tantomeno, avrebbero potuto contemplare con quieta serenità l’eventualità nella quale il loro neppur realmente ingestibile avversario avrebbe meritato di essere abbattuto da più di una sola fra loro, motivo per cui, come pur probabilmente non era allora stato neppur colto, né tantomeno apprezzato da Eunuco, sino a quel momento non avevano neppur preso in considerazione l’idea di un attacco coordinato, di una duplice offensiva, su due fronti contrapposti, stringendo il quale fra la violenza degli stessi, avrebbero potuto probabilmente concludere in termini molto più semplici, e rapidi, quel conflitto già adeguatamente protrattosi. E se tanto Corazza quanto Destra e Treccia non si riservarono il benché minimo dubbio nel merito dell’interpretazione da offrire a quella richiesta, e a tutti gli annessi e connessi; il portavoce della Progenie non si dimostrò altrettanto sensibile a tal riguardo, neppur prendendo in considerazione l’idea di una propria eventuale sconfitta.
Al contrario, egli dimostrò addirittura l’evidenza della propria più completa mancanza di contatto con la realtà nel momento in cui, a commento delle parole appena ascoltate, volle condividere con le cinque Midda Bontor la propria folle versione nel merito di quale piega avrebbero preso gli eventi di lì a breve…
« Concluderlo?! » ripeté, aggrottando la fronte con palese sorpresa, quasi Monca avesse appena suggerito l’eventualità secondo la quale il cielo potesse essere inteso qual sito in luogo alla terra e viceversa « Tutto ciò che potrete concludere, temo, sarà la vostra esistenza in questo mondo. » avvertì, ora cedendo a toni quasi beffardi, nel mentre in cui scosse il proprio capo con aria divertita « Morirete. Voi morirete. E dopo di voi anche le altre moriranno. » soggiunse, voltandosi appena in direzione delle tre nuove arrivate « Tutte voi morirete! Perché così è stato deciso! »
Ironia e sarcasmo fu tutto ciò che, comunque, egli riuscì a ottenere in risposta a un tanto assurdo intervento, a una così insensata promessa di morte contro ben cinque versioni alternative di una guerriera che, da sola, avrebbe già dovuto preoccuparlo a sufficienza.
Un’ironia e un sarcasmo che non furono, allora, proposte da alcuna delle cinque presenti prese in considerazione sino a quell’istante, ma provennero direttamente dalle labbra di Nera, la quale, quasi trascinata di peso sin lì dalla propria sodale Rossa, appesa letteralmente al suo collo, sulle sue spalle, con il proprio braccio destro, nel mentre in cui il sinistro reggeva ancora, quasi dimentico di tutto e di tutti, la propria spada, con la lama ancor non ripulita dal sangue del mastino del genocidio, da loro abbattuto.
« E chi lo avrebbe deciso, per grazia divina?! » domandò la mercenaria che, in assenza di migliori definizioni, era stata soprannominata semplicemente sulla base del colore dei propri capelli corvini « No… davvero… chi lo avrebbe deciso?! » insistette, esprimendosi con tono vivace, malgrado l’evidente debolezza che ancora la dominava, dopo essere rimasta quasi schiacciata sotto il peso di una creatura colossale « Se è stato deciso, qualcuno dovrebbe averlo deciso. E i casi sono solo due: o l’hai deciso tu, e questo ti classifica qual un idiota totale, nel pensare di poterci sconfiggere da solo; o l’ha deciso qualcun altro per te, e questo ti classifica qual un idiota totale, nell’esserti lasciato convincere tanto banalmente a dichiararci guerra in un modo tanto stolido. »
« Quindi, in qualunque caso, è un idiota totale… » osservò la sua stretta alleata, dalla chioma color del fuoco, nell’arrestarsi accanto alle altre tre loro se stesse in attesa al termine del corridoio dal quale erano lì sopraggiunte, e nel prendere voce non tanto in direzione dell’eunuco, quanto dell’intero gruppo di loro versioni alternative, per condividere solo con loro tale pensiero, simile osservazione « E siamo tutte qui in serena attesa che un idiota totale decida in qual modo suicidarsi, incerto fra accettare il freddo delle nostre lame, e il calore della lava là dietro?! Questo è meglio che nessuno di noi vada a raccontarlo in giro, quando usciremo: la nostra fama potrebbe sinceramente risentirne. » concluse, dimostrando anch’ella, come già Corazza, di mal tollerare quell’attesa, a una distanza tanto minima dal loro obiettivo finale.
mercoledì 16 gennaio 2013
1823
Avventura
037 - Eufonia
« Se avete deciso di semplificarmi a tal punto il compito di uccidervi, non sarò di certo io a obiettare! » eccepì egli, in aperta negazione alle proprie stesse parole, non potendo trattenersi da simile reazione emotiva qual sola risposta al comportamento delle proprie nemiche, giudicato privo di ogni possibilità di giustificazione dal proprio personale punto di vista « E’ spiacevole, tuttavia, pensare che il mito della cosiddetta Figlia di Marr’Mahew, della Campionessa di Kriarya abbia a concludersi in una maniera tanto stolida… » soggiunse, cercando, evidentemente, con le proprie parole, di aprirsi una nuova occasione di breccia nell’animo delle proprie controparti.
Ancora una volta, malgrado ogni suo impegno, ogni suo sforzo in tal senso, alcuna delle Midda Bontor lì presenti dimostrò un qualunque interesse nei riguardi del tono di sfida loro destinato, preferendo, a effimere parole, delle quali pur avrebbero potuto riempirsi la bocca, sostituire l’ineccepibilità dei fatti, nella solida fermezza dei propri gesti. Solida fermezza che, per Amazzone, avrebbe dovuto essere allora intesa non soltanto in un tondo dritto, offerto dalla sua lunga e lucente lama dagli azzurri riflessi, in essa rievocanti il mare dal quale il mito la vedeva generata, forgiata, plasmata, non diversamente da colei che la stava allora impugnando; ma anche, e soprattutto, in un montante, lì posto in essere dal suo pugno destro, in nero metallo dai rossi riflessi, e inquadrato verso il mento dell’eunuco, incontrando il quale non avrebbe certamente offerto minore impeto rispetto a quello che avrebbe potuto contraddistinguere l’altra arma, l’altra sua risorsa offensiva.
Un duplice attacco, quello tanto serenamente proclamato nella propria allora immediata offerta, nella propria subitanea esecuzione, la resa del quale lo vide riconoscersi qual a dir poco impeccabile, praticamente perfetto, in misura tale, per la prima volta, da spingersi a preoccupare seriamente il destinatario del medesimo e, soprattutto, le sue possibilità difensive innanzi al medesimo. Perché, laddove né il pugno, né la lama avrebbero potuto essere tollerati, ove condotti a compimento, rendendo sicuramente proprio un potenziale distruttivo a dir poco letale, non semplicemente difficile, quanto addirittura improbabile avrebbe dovuto essere considerato da parte del difensore della Progenie riuscire a muovere con rapidità e precisione il proprio bastone, la propria asta, in termini sufficienti da poter arginare e reindirizzare il percorso di entrambe le armi versi di lui in tal modo rivolte. Ma, come già entrambe le mercenarie si erano concesse l’opportunità di intuire, di supporre e, soprattutto, di sperare, ove quella particolare gestualità, da lui già in più occasioni resa propria nel rispondere alle offensive a lui destinate, non si fosse ancora una volta puntualmente riproposta, i limiti del suo potere sarebbero lì finalmente risultati evidenti, tradendolo e, proprio malgrado, condannandolo. E svelate le dinamiche esistenti a regolamentazione di quelle stregate, innaturali capacità di difesa e di offesa, per le quali già sufficiente pegno le due avventuriere avevano pagato, almeno nel confronto con le proprie preferenze, con i propri desideri, con i propri entusiasmi; non facile, non ovvio, non banale, e pur, egualmente, più semplice, più apprezzabile sarebbe stato per le due professioniste della guerra riuscire a valutare in quale modo porre, nei tempi più stretti possibili, quella controparte tanto arrogante, tanto piena di sé, e pur, sino a quel momento, rivelatasi sostanzialmente vuota, praticamente priva di un qualsivoglia carisma, al punto tale da essere sopravvissuta sino ad allora solo in grazia all’esistenza di una protezione mistica a sua difesa.
In verità, proprio considerando tutto ciò, tale desolante assenza di un carattere degno di nota a completamento di una figura pur potenzialmente interessante, quale egli avrebbe potuto pur essere riconosciuto essere; difficile sarebbe stato ipotizzare per l’una o l’altra avventuriera di aver realmente a che fare con uno stregone, o, comunque, con qualcuno in aria di stregoneria, qual pur, probabilmente, avrebbe preferito essere considerato. Perché in un mondo sin troppo oberato da falsi maghi, capaci giustappunto di pochi fumosi trucchi utili ad abbindolare il sovrano di turno in misura sufficiente a riservarsi sicuro alloggio e indubbio vitto; coloro contraddistinti da reale potere difficilmente non maturavano uno spessore psicologico adeguatamente proporzionato, un fascino opportuno, un ascendente conforme a quanto la medesima gestione di una simile energia avrebbe preteso, tanto in positivo quanto in negativo. Così, ove pur mai alcuna fra loro avesse conosciuto una strega o uno stregone, indegno di un fato certo di morte, inappellabile e incontrovertibile; parimenti mai alcuna fra loro aveva conosciuto una strega o uno stregone, o anche solo un negromante, per quanto addirittura inconsapevole dei propri stessi poteri, meno che regale nella propria più intima essenza: regalità non superficiale, non di mera apparenza, ma sostanziale, concreta, palpabile, in una misura che, al di là di ogni gesto elegante e portamento raffinato, mai avrebbe potuto essere neppur immaginabile all’eunuco loro antagonista.
Ma ben consapevole, anch’egli, di quanto sarebbe stato controproducente per sé e per il proprio avvenire commettere l’errore di cedere all’impeto di un solo attacco, di una sola offensiva, senza replicare puntualmente il piccolo miracolo di sangue che già aveva visto alcune ferite più o meno superficiali segnare i corpi delle proprie antagoniste; Eunuco evitò accuratamente di porsi in una posizione tanto scomoda, tanto disgraziata, arrivando, per tal scopo, a rinunciare persino a quel momento di confronto, a quella difesa e alla conseguente offesa, per la prima volta evadendo a un’aggressione ancor prima di contenerla, con un agile e deciso balzo all’indietro, che lo condusse al di fuori delle speranze di aggressione della controparte. Un gesto, il suo, che suo malgrado non avrebbe potuto che essere inteso qual dimostrazione di debolezza, una rinuncia a confronto trasparente di quanto terribilmente errato sarebbe stato riconoscergli una qualunque particolare invulnerabilità, una qualsivoglia invincibilità, qual avrebbe potuto anche essergli stata erroneamente attribuita alle origini di quel confronto, di quella sfida, quando tale un attributo era apparso per lui proprio.
Ove, comunque, la mercenaria soprannominata qual Monca, in tempi recenti era giunta persino e addirittura a dichiarar battaglia a un dio, un dio minore eppur sempre un dio, e a vincerlo; improbabile sarebbe stato per lei cedere a eventuali momenti di sconforto a tal riguardo. E ove, parimenti, tutte loro, Midda Bontor, erano lì sopraggiunte motivate solo e unicamente dalla volontà di affrontare apertamente l’y’shalfica fenice, ossia quanto di più vicino a un dio avrebbe mai potuto essere concepito fra tutto ciò che, in quanto appartenente al Creato, non era considerato appartenente a un rango divino; ancor improbabile, se non assurdo, sarebbe stato per loro cedere a eventuali momenti di sconforto nel confronto con un uomo apparentemente indifferente a qualunque ipotesi d’offesa.
Apparentemente… così come egli stesso aveva confermato con quella sua ultima, sventurata, scelta tattica. Un errore al qualche cercò, in termini addirittura imbarazzanti, di rimediare, comprensibilmente senza rendere proprio particolare successo…
« I vostri giuochi mi hanno stancato. » proclamò, tentando di giustificare in tal senso il proprio essersi sottratto innanzi agli stessi « La vostra morte è stata sentenziata nell’istante stesso in cui avete posto piede all’interno di questo tempio, animate dal desiderio di spingere i vostri blasfemi passi sino a cospetto della nostra Signora. » ribadì, nulla di nuovo adducendo al loro confronto, fosse anche soltanto verbale « E per questo perirete, oscurandovi nel fulgore delle fiamme per tutti noi simbolo di rinascita, e per voi soltanto di morte… e di morte certa! »
Un forte sbadiglio, a contrariare la supposta solennità di quel momento, fu quanto si levò allora in sua risposta, a suo commento, non provenendo però dal fronte occupato dalle due mercenarie già inquadrate e affrontate, quanto e piuttosto dalle sue spalle… e da una formazione di altre donne guerriero lì ancor nuove, e probabilmente neppur attese nella propria improvvisa comparsa.
« Per la pazienza infinita di Thyres! » esclamò la voce di Destra, con tono stranito, utile a rivendicare la proprietà del profondo inspirare rimbombato nell’intero antro un istante prima « E’ mai possibile che non abbiate ancora accoppato questo dannato damerino castrato?! »
martedì 15 gennaio 2013
1822
Avventura
037 - Eufonia
Una carica di indubbio ottimismo, quella che così venne recepita da entrambe le Midda Bontor coinvolte in quel duello, sufficiente a permettere alle stesse di ignorare completamente il dolore derivante dai colpi ricevuti e dalle ferite, seppur superficiali, inflitte loro; per ritornare al confronto più forti, decise e combattive rispetto a quanto non avrebbero potuto dimostrarsi essere prima. Perché accanto all’intima certezza nel merito di quanto impossibile sarebbe stato per loro accettare l’eventualità rappresentata da un avversario invincibile e potenzialmente immortale, si poneva allora la palese evidenza nel merito di quanto anche il loro stesso antagonista non fosse poi così confidente con il pensiero di una propria imperitura sopravvivenza a discapito di qualunque eventuale offensiva scatenata in suo contrasto, qual certamente avrebbe dovuto essere in tal caso..
« In guardia! » avvisò Monca, inspirando profondamente aria nei propri polmoni nel prepararsi a una nuova carica, a un nuovo tentativo d’aggressione in contrasto al proprio antagonista.
Premura, quella in tal modo a lui riservata, che non avrebbe potuto in alcun modo essere equivocata nelle proprie ragioni, nelle proprie motivazioni, nel venir riconosciuta, oggettivamente, qual dimostrazione di quanto, ormai, le sue due controparti avessero superato ogni possibile inibizione, ogni eventuale e spiacevole dubbio, sebbene pocanzi mai apertamente espresso, nel merito della sua imbattibilità; arrivando addirittura e paradossalmente a considerare necessario, per mantenere quel confronto su un piano equo, avvertirlo preventivamente nel merito di quando sarebbe sopraggiunta la nuova offensiva, l’ennesima supposta aggressione a suo discapito, malgrado la più completa e immutata assenza di risultati sino a quel momento. E più di ogni allusione, per quanto esplicita, alla sua mutilazione genitale, ciò che sembrò contrariare maggiormente e apertamente l’uomo fu proprio quella mancanza di fiducia nella propria autonomia, nella propria indipendenza, nella propria maturità guerriera, improvvisamente minimizzata a livelli abitualmente propri di uno scudiero, se non, peggio, a quelli di un apprendista per simile ruolo, e tali da rendere utile e necessaria quella precauzione, quasi a prevenire la possibilità di imporgli, involontariamente, eccessivo danno.
« In guardia?! » ripeté egli, accigliandosi e, per un istante, obliando alla propria apparenza tanto composta ed elegante, improvvisamente dimentico di tutto l’incedere da cicisbeo che, sino a quel momento, lo aveva caratterizzato « I colpi che ti ho imposto hanno forse segnato a tal punto la tua psiche da renderti tanto confusa, tanto smarrita nel merito di quale effettiva minaccia io abbia a rappresentare innanzi al tuo sguardo? Oppure tale è il tuo distacco dalla realtà da non permetterti di comprendere quanto disgraziata abbia comunque a considerarsi la tua posizione in questo delicato momento? »
Quello, tuttavia, apparve essere il turno della mercenaria per ignorare le parole e le provocazioni offerte dal proprio antagonista, non cedendo a una pur tanto semplice istigazione, e concentrando tutto il proprio interesse, tutti i propri sforzi, nella sola direzione di quella nuova aggressione fisica, alla quale, allora, mai avrebbe rinunciato, non desiderando in alcun modo ritrovare le proprie parole travisate nel loro stesso significato, il proprio avvertimento vanificato nelle proprie ragioni, così come sol sarebbe necessariamente avvenuto se, allorché rivolgere in suo contrasto i propri gesti, si fosse limitata, banalmente, a renderlo destinatario di una qualche nuova sequenza di improperi.
Così, proiettatasi in direzione dell’uomo, ella si impegnò in quello che, almeno in un primo momento, apparve essere uno sgualembro roverso, salvo, all’ultimo, ritrovarla impegnata in una rapita piroletta atta a vanificare l’esito di quell’offensiva per trasformarla, al secondo giro, in un meno ovvio ridoppio roverso, non più in ciò diretto alla spalla destra del proprio antagonista, quanto e piuttosto alla sua anca, nelle carni del quale, se solo le fosse stata concessa l’occasione, avrebbe potuto affondare con violenza tale non solo da distruggergli, completamente, l’intestino, ma anche, e soprattutto, da fargli letteralmente esplodere il bacino, colpendo l’osso con una violenza tale da frantumarlo all’istante, ancor prima che inciderlo o tagliarlo, quasi la sua pur affilata lama si fosse allora mutata in una temibile e brutale mazza. E sebbene ella si spinse straordinariamente prossima al risultato desiderato, già pregustando l’osceno fetore che da quell’offensiva sarebbe derivato, accompagnando l’agonia e la morte del portavoce della Progenie; ancora una volta non le venne concessa possibilità di soddisfazione, nel trovarlo malgrado tutto sufficientemente concentrato da intuire il movimento pur non previsto, e impossibile a prevedersi, e, in ciò, da arginare gli effetti letali del medesimo, con un nuovo intervento del proprio lucente bastone, della propria lunga asta stregata, la quale si frappose con fermezza a qualsivoglia ambizione di sangue e di morte a suo discapito, levando a proibizione di ciò la propria più ferma e decisa negazione.
Con un’inedita deflagrazione di scintille lucenti, pertanto, la lama della mercenaria scivolò ancora una volta contro la superficie di quell’asta, venendo deviata, in grazia a un amplio movimento, in direzione della spalla mancina dell’uomo, alla quale, tuttavia, alcun danno venne riservato, nel destinarsi, con puntualità indubbiamente frustrante, a discapito della medesima spalla della sua stessa antagonista, aggiungendosi pertanto al taglio lì in prossimità già apertosi, con un nuovo, e preoccupante, spruzzo di sangue.
« Dannazione! » ringhiò la donna guerriero, rendendo propria, malgrado tutto, sufficiente prestanza utile a sottrarsi all’avversario un istante prima del suo nuovo contrattacco, ovviando, se non a quella ferita, quantomeno a un nuovo incontro ravvicinato con una delle estremità argentate di quell’asta.
Se il primo taglio, per quanto molto più esteso, non era apparso, almeno nell’immediato, qual particolarmente grave, quella seconda ferita venne da lei avvertita qual decisamente meno piacevole, meno accattivante, non tanto da rappresentare per lei una fonte di preoccupazione ma, tuttavia, da non concederle neppure la possibilità di trascurarla nella propria presenza qual un mero graffio. In quell’occasione, infatti, la lama si era spinta decisamente più a fondo e, a tal riguardo, tutte le sue terminazioni nervose in quell’angolo di corpo stavano esprimendo tutta la propria ostilità, richiedendo da lei una maggior prudenza, una maggior attenzione, allo scopo di non aggiungere ulteriori, antipatiche incisioni sulla sua sempre troppo vituperata pelle, seppur oggettivamente avrebbe dovuto essere riconosciuta qual ispiratrice di carezze e baci a propria glorificazione invece che di percosse e lesioni a propria mortificazione.
« Ora è il mio turno! » annunciò in quello stesso istante Amazzone, proiettandosi in avanti, quasi a frapporsi fra la compagna e il loro comune bersaglio, la loro unica preda che, dal canto proprio, avrebbe preferito poter essere riconosciuto qual predatore.
Anch’ella, come già Monca, preferì quindi un’insolita trasparenza nei confronti dell’eunuco, volendolo in tutto ciò espressamente denigrare nel rifiutargli l’onore, la distinzione, l’elevatezza che sarebbe derivata dall’imporgli un’offesa priva di qualunque premessa, di qualunque preambolo, quali quelli che, verbalmente, entrambe si erano allora riservate per richiamarne l’attenzione, per invocarne l’interesse, quasi, altrimenti, egli sarebbe stato tanto ingenuo da non concederne, da non serbarne.
E, come già in occasione della precedente premura in tal senso, colui che lì avrebbe voluto considerarsi dominatore allorché dominato, ebbe ragione di che provare un moto di sincero risentimento, non accettando tanta serenità, addirittura prossima alla noncuranza, da parte di coloro che era pur certo aver avuto ragione di sorprendere, di stupire, di disorientare in conseguenza ai pur indubbiamente controversi risultati di ogni ipotesi d’offesa a suo supposto discapito.
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