11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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il Diario - l'Arte

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

domenica 31 ottobre 2021

3810

 

« Ohi! Non sarò più una ragazzina, ma sono ancora in grado di reggermi in piedi da sola, gente. » replicò la donna guerriero, aggrottando la fronte e inarcando un sopracciglio in risposta alle parole della sorella « E, comunque, sono qui di mia spontanea iniziativa. » sottolineo, stiracchiandosi per un attimo sul giaciglio, come un pigro gatto appena ridestatosi, prima di balzare in piedi con un sol, agile gesto, a dimostrare quanto pocanzi asserito sulla sua indiscussa indipendenza fisica « Spero bene che non abbiate ucciso nessuno, venendomi a salvare... »

La reazione della Figlia di Marr’Mahew colse decisamente in contropiede tanto Howe quanto Lys’sh. E, dopotutto, non sarebbe potuto essere altrimenti, nel considerare tutto l’impegno che loro, e non soltanto loro, stavano allor ponendo nella volontà ritrovarla e di aiutarla a fuggire alle grinfie della Progenie della Fenice.

« Che cosa significa che tu sei qui di tua spontanea iniziativa...? » protestò lo shar’tiagho, strabuzzando gli occhi con impeto tale da vederli quasi uscire dalle proprie orbite « Ti stiamo cercando in lungo e in largo, rischiando la pelle in luoghi dimenticati dagli dei, e tu sei qui di tua spontanea iniziativa...?! »
« E’ un discorso un po’ complicato. » minimizzò la donna, piegando la testa a destra e a sinistra, a distendere i muscoli del collo, prima di iniziare a muoversi in direzione della soglia sulla quale erano i due amici, e al di là della quale, ormai, il rumoreggiare proprio dei membri della Progenie si faceva sempre più forte « Avete ucciso qualcuno venendo a salvarmi...?! » domandò di nuovo, insistendo sull’argomento, in un quesito che, allora, non doveva essere stato posto in maniera fine a se stessa.
« Abbiamo riversato un branco di zombie ai piani superiori... cosa poi possa essere accaduto non lo sappiamo. » rispose quindi la giovane ofidiana, neppur avendo a citare la morte di Loho, là dove, per l’appunto, tale evento non avrebbe avuto a doversi fraintendere nulla di permanente « Ma sono gli stessi che volevano radere al suolo Kriarya... sterminando chiunque al suo interno. Non esattamente qualcuno verso cui avere particolare riguardo. »
« La necessità procura strani compagni di letto, sorellina. » sospirò Midda, superando i due compagni per frapporsi fra loro e coloro i quali stavano allor giungendo lungo il medesimo percorso da loro appena affrontato « Ora lasciatemi parlare con loro... e poi vedrò di spiegarvi meglio la situazione. »

Fosse stato chiunque altro a chiedere loro ciò, probabilmente né Howe, né Lys’sh avrebbero accettato di starsene buoni, preferendo, anzi, ritenere compromesso il proprio interlocutore e, in tal senso, considerandolo a propria volta al pari di un nemico, e un nemico da combattere non diversamente da chiunque stesse sopraggiungendo alle loro spalle, per porli in trappola.
Ma a esprimersi in tal senso, allora, era stata Midda Bontor, la loro amica, la loro sorella, quella figura da entrambi amata e rispettata, e verso la quale entrambi non avrebbero potuto mancare di provare una fiducia smisurata, in termini tali da essere pronti a seguirla anche nell’oltretomba ove ciò fosse stato necessario. E non qual frase retorica, nel ben considerare quanto soltanto poco tempo prima, in effetti, la stessa donna guerriero si era ritrovata a compiere un rapido viaggio nell’oltretomba o, per la precisione, in una zona di confine a metà fra il mondo dei vivi e quello dei morti, a recuperare, ivi, i propri figli e i loro amici, nonché lord Brote. E laddove Midda Bontor stava loro domandando un atto di fede, essi non avrebbero potuto in alcun modo negarlo... benché ogni barlume di razionalità stesse gridando loro di prepararsi a combattere, e a combattere fino allo stremo delle forze, per guadagnarsi l’uscita da quel sotterraneo attraverso il sangue dei propri nemici.
Così, con buona pace di ogni spirito di autoconservazione, Howe e Lys’sh si limitarono a restare fermi dietro alla propria amica, per così come da lei richiesto...
... e, così facendo, in un attimo ebbero a ritrovarsi assediati da una mezza dozzina di uomini e donne della Progenie della Fenice, i quali, con le armi in pugno, ebbero a invadere rapidamente l’anticamera unica loro possibile occasione di fuga da quella stanza.

« Intrusi! » esclamò con vigore uno dei nuovi arrivati, non dimostrando alcun entusiasmo a confronto con ciò e, anzi, digrignando i denti con fare aggressivo innanzi a loro.
« Intrusi! » ripeterono più voci, quasi a far eco alla prima.
« Calma... calma... » scosse il capo la Figlia di Marr’Mahew, levando le mani con i palmi verso di loro, a dimostrare quanto non avesse a dover essere frainteso alcun desiderio di confronto da parte sua « Non sono intrusi. Sono soltanto una coppia di amici a cui mancavo e che hanno squisitamente deciso di venirmi a trovare. » argomentò ella, con un quieto sorriso « Dopotutto era da tempo che vi stavo chiedendo in tutti i modi di sbrigarvi, proprio per evitare simile incomodo... »
« Erede... fatti da parte. » replicò il primo ad aver parlato, ancora ben lontano dall’avere a riconoscersi acquietato da quella spiegazione « Quelli sono intrusi e saranno trattati in quanto tali... » dichiarò, avanzando con decisione verso di loro, pronto a superare Midda Bontor quasi neppure avesse a essere lì considerata presente.

Ma una figura come quella della Figlia di Marr’Mahew, dell’Ucciditrice di Dei, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual abituata a essere posta da parte con tanta sufficienza, ragione per la quale, stringendo le labbra e piegandone le estremità verso il basso in una smorfia di disappunto, ella ebbe ad arrestare il tentativo di incedere dell’uomo, piantandogli il palmo della propria destra, e della propria destra in lucido metallo cromato, contro il muscoloso petto, solo per poi esercitare, in tal direzione, una minima pressione, e una pressione pur sufficiente a catapultarlo all’indietro, attraverso la stanza, fino alla parete alle sue spalle, per andare lì a schiantarsi in maniera decisamente rumorosa.

« Vi ho domandato la cortesia di stare tutti calmi. Così che anche io abbia a poter restare tranquilla... » scandì allora la donna guerriero, con tono decisamente più duro verso di loro, a il tono di chi non avrebbe allor tollerato alcuna risposta negativa alla propria richiesta « Questi due sono miei amici. Sono membri della mia famiglia. E se davvero desiderate fare loro del male, sarà bene per voi avere a richiamare i vostri titani, con la speranza che siano sufficienti a contenere la mia ira. »

Fosse stato chiunque altro ad ascoltare quelle parole, probabilmente l’imperativo allor scandito dalla Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto che risultare eccessivamente sprezzante, impropriamente altisonante, animato più dalla boria, dall’arroganza, che da una qualche, effettiva, ragione di minaccia.
Ma la donna dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco, in quel momento, stava avendo a rivolgersi a uomini e donne della Progenie della Fenice, fanatici religiosi votati sin dal giorno della propria nascita a compiere tutto il possibile, e l’impossibile, per opporsi al potere della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice, in termini tali da, quantomeno, ben comprendere l’effettiva portata di tale potere e quanto, di conseguenza, decisamente errato sarebbe stato avere a banalizzare quelle parole, e la minaccia presente in esse. Ragione per la quale, non senza rinunciare a molto del proprio orgoglio, quegli uomini e quelle donne dovettero imporsi di frenare il proprio spirito belligerante, per avere ad affrontare la questione in maniera più costruttiva...
... e costruttiva nella misura utile, quindi, a rinfoderare le proprie armi, come segno concreto di buona volontà da parte loro.

« Ecco. » commentò Midda, tornando a sorridere con una certa soddisfazione « Vedete? In fondo basta poco per rendermi felice... »

sabato 30 ottobre 2021

3809

 

« Ma cos...?! » tentò di protestare allora Howe, volgendosi in direzione dell’amata con gli occhi quasi fuori dalle orbite.
« Arriva gente. » replicò ella, senza concedersi possibilità utile a tergiversare sull’argomento e, anzi, spronando il proprio amato a proseguire oltre spingendolo da dietro la schiena « E comunque non l’ho mica ucciso. » soggiunse, quasi a giustificare il senso del proprio intervento « Fosse così semplice ucciderli, a Lysiath non avremmo avuto problemi... »

A differenza di Howe, che a Lysiath era sopraggiunto soltanto nelle ultime battute, Lys’sh aveva avuto occasione di vivere, accanto a Midda e a Duva, l’intero assedio della città, e quell’assedio allor guidato da una ritornata Nissa Bontor a comando di uno sterminato esercito di non morti, e un esercito composto, in effetti, da tutti i ritornati, in un numero calcolabile in alcune decine di migliaia di individui, umani e non, provenienti da quello e da altri mondi. Un esercito in contrasto al quale, allora, le tre sorelle d’arme si erano dispiegate al comando di non più di un migliaio di volontari, e di volontari impegnati, in quella strenua difesa della città, non tanto nella convinzione di poter ovviare a quell’invasione, alla caduta di Lysiath, quanto e piuttosto nella speranza di poter, in tal maniera, guadagnare tempo utile a permettere a tutti gli altri abitanti della città di fuggire, e di fuggire abbastanza lontano da non poter rischiare di essere sterminati, per così come, comunque, i ritornati avrebbero impietosamente fatto, in cieca ubbidienza ai comandi di Nissa Bontor.
In quelle difficili ore, e in quelle ore che le erano valse il titolo di Sterminatrice di Mostri, un appellativo quasi paradossale per colei che, in effetti, in molti non avrebbero avuto esitazione a definire a propria volta qual un mostro, Lys’sh, al pari di tutti gli altri presenti, aveva avuto spiacevole occasione di confrontarsi con le straordinarie capacità rigenerative dei ritornati, capacità tali, addirittura, da rendere inefficace persino il fuoco contro di loro. Capacità rigenerative a confronto con le quali, quindi, quella decapitazione sarebbe stata un incidente di poco conto per Loho, con buona pace del disappunto che allora Howe avrebbe potuto avere a mostrare per la violenza con la quale ella aveva così agito.
Non che, comunque, Howe desiderasse mostrarsi particolarmente affezionato al proprio nemico, benché, inutile negarlo, egli non aveva potuto ovviare a sviluppare un minimo di simpatia nei suoi confronti in quegli ultimi minuti, e quei minuti necessari a imbastire quell’inganno nei suoi confronti, impegnandosi a guadagnare la sua fiducia.

« Andiamo da Midda! » spronò allora egli, annuendo alle parole della propria compagna e, ora, iniziando a muoversi autonomamente, allorché essere da lei sospinto in avanti.

Passando innanzi alla testa di Loho, riversa a terra in un angolo, egli non poté ovviare a sentirsi un poco in colpa per tutto ciò, in termini tali per cui, addirittura, avrebbe potuto persino ipotizzare di avere a fermarsi per domandargli scusa. Ma se emotiva avrebbe avuto a doversi considerare quella reazione, la sua razionalità non avrebbe potuto impedirgli di proseguire oltre, e di proseguire in direzione della propria amica, nonché della ragione per la quale, in fondo, si erano sospinti sin là sotto.

“Comunque ora comprendo perché Carsa Anloch fosse pazza...” sospirò in cuor suo, scuotendo il capo per imporre la propria razionalità al di sopra della propria emotività, e, in tal senso, per non avere a sentirsi più in colpa per la sorte di quel ritornato, e di quel ritornato che, dopotutto, avendone la possibilità, non avrebbe sicuramente esitato a ucciderlo.

Dopotutto, importanti da ricordare avrebbero avuto a dover essere considerati i termini della minaccia con la quale la Progenie della Fenice si era ripresentata alle soglie di Kriarya, evocando ivi ben dodici titani attraverso i quali essere quietamente pronta a radere al suolo tutto quanto, sterminando ogni singolo essere vivente all’interno di quelle mura dodecagonali, nel solo scopo, in ciò, di aver anche a uccidere proprio la stessa Midda Bontor, l’erede di Anmel Mal Toise. E nel non dimenticare quanto, in tal senso, essi non avrebbero avuto a doversi fraintendere nuovi a simili azioni, improbabile avrebbe avuto a doversi considerare semplice fola una tale minaccia... anzi.
Superato così il cadavere di Loho, e quel cadavere che, pur, non sarebbe rimasto lì disteso a terra per molto tempo, Howe e Lys’sh proseguirono oltre la soglia da lui sorvegliata, e quella soglia oltre la quale la giovane ofidiana aveva percepito essere l’odore della sua amica sororale. Odore che, nella fattispecie, avrebbe avuto a doversi intendere provenire da una stanza, e da una stanza adiacente all’anticamera nella quale, allora, ebbero a proiettarsi. Una stanza che, come già quell’anticamera, non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual inibita nelle proprie possibilità di accesso da alcuna porta, presentando, anzi e semplicemente, un passaggio del tutto libero da ogni qual genere di ostacoli, di impedimenti, in termini decisamente strani a confronto con l’idea di prigione che pur, tutto ciò, avrebbe dovuto incarnare.
Non concedendosi, tuttavia, esitazioni di sorta, a confronto con l’evidenza di quanto, comunque, il tempo loro concesso avrebbe avuto a doversi intendere ben minimo, i due avventurieri proseguirono oltre, infilandosi nella stanza e, lì, immediatamente, invocando il nome dell’amica, fosse anche e soltanto per renderla partecipe del loro ingresso in scena...

« Midda! »

E Midda Namile Bontor, l’Erede, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, la Campionessa di Kriarya e di Lysath, effettivamente avrebbe avuto a doversi riconoscere presente all’interno di quella stanza. E, per la precisione, sdraiata su un quieto giaciglio, rigirata in maniera tale da dare le spalle alla porta e, così, cercare occasione di riposo. Riposo che, ovviamente, la loro entrata ebbe a interrompere, vedendola voltarsi verso di loro e, in maniera decisamente disorientante, dimostrare quasi un certo disappunto a confronto con quella loro presenza che, altresì, avrebbe dovuto colmarle il cuore di gioia a confronto con l’idea di essere stata così, alfine, soccorsa dai propri amici.

« ... sei tu?! » esitò Howe, non riconoscendo impedimenti di sorta che potessero tenerla lì bloccata e, ciò non di meno, non comprendendo per quale ragione ella non avesse avuto a tentare una qualunque ribellione di sorta innanzi ai propri carcerieri.
« Certo che sono io. » sospirò ella, rigirandosi verso di loro e mettendosi a sedere sulla branda sopra la quale si era appena risvegliata « Howe... Lys’sh... allora siete arrivati. » constatò, ancora peccando di mancanza di evidente entusiasmo a confronto con quella che pur avrebbe avuto a dover essere intesa la più bella notizia degli ultimi tempi « State tutti bene, vero? La Progenie della Fenice non vi ha fatto del male, voglio sperare... »
« Noi stiamo bene. » confermò Lys’sh, a sua volta disorientata dalla reazione della propria sorellona innanzi all’evidenza del loro impegno in suo aiuto « Tu, piuttosto, stai bene? Non mi sembri esattamente in forma... anzi... »

Prima che, tuttavia, ella potesse avere occasione di rispondere, in grido d’allarme giunse alle loro spalle, provenendo da parte di chi, evidentemente, doveva aver appena individuato a terra il cadavere di Loho.

« Accidenti. » ringhiò l’ofidiana, voltandosi vero la porta dietro di loro « Non abbiamo tempo da perdere. Ce la fai a camminare, sorellona...?! Howe... aiutala! »

venerdì 29 ottobre 2021

3808

 

Purtroppo, però, Howe non aveva propriamente immaginato di agire in una qualche direzione precisa, limitandosi a mettere in moto gli eventi e a sperare, via via, di farsi venire in mente la soluzione più giusta per uscire da quello stallo. E, proprio malgrado, non aveva la benché minima idea di quanto stava accadendo in quel momento, nel contempo di quella sua amichevole chiacchierata, in termini tali da poter presupporre la necessità di una qualche azione, e di una qualche azione volta a risolvere rapidamente quella situazione.

« Comunque è strano che fino a oggi non ci siamo mai scambiati neppure una parola... » osservò Loho, concedendosi un attimo di riflessione nel merito del contesto corrente « Per carità: siamo la metà di mille qui... ma pensavo, nel bene o nel male, di aver avuto occasione di vedere in faccia chiunque almeno una volta. »
« Ah... ma sicuramente sarà così. » sorrise Howe, per tutta replica « Semplicemente, e non mi offende assolutamente pensarlo, ho un volto tranquillamente dimenticabile... » ammiccò quindi, in direzione dell’interlocutore.
« Mmm... no. Non è quello. » scosse il capo il ritornato, socchiudendo appena gli occhi a cercare di sforzarsi a tal riguardo « Anche perché, in effetti, ho l’impressione di averti già incontrato prima. »

Un dettaglio nel merito del quale il mercenario shar’tiagho non si era concesso occasione di soffermarsi, nell’ideare rapidamente quella tattica e nel porla in essere, pur con straordinaria e ammirevole confidenza, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto nella natura stessa di quel particolare interlocutore, nel suo essere un ritornato e, in questo, nel suo essere una passata vittima della Figlia di Marr’Mahew.
Tutti coloro che la crudeltà dell’altra Anmel Mal Toise e, in particolare, del suo vicario secondo-fra-tre, avevano fatto ritornare indietro per mezzo del potere ereditato da Midda Bontor, e di quel potere da lei ancor non pienamente gestito o, per meglio dire, per nulla gestito, avrebbero avuto infatti a doversi intendere trascorse vittime della medesima donna guerriero, la maggior parte delle decine di migliaia delle quali uccise direttamente da lei in qualche scontro, in qualche battaglia e, una non meglio precisata minoranza, della quale pur avevano individuato almeno un celebre esponente, uccisi in conseguenza a scelte da lei compiute, ed esplicitamente compiute in tal senso, anche in assenza di un personale coinvolgimento diretto nella loro morte.
Partendo da un tale, importante, presupposto, allora, necessario sarebbe stato per Howe soffermarsi sull’identità di quello stesso interlocutore, di quell’avversario, e soffermarsi sul fatto che, facendo egli parte della Progenie della Fenice, doveva essere probabilmente rimasto ucciso necessariamente in un qualche confronto passato al quale anche lui e Be’Wahr avevano partecipato, giacché, accanto alla loro amica, si erano già ritrovati a essere schierati a confronto con quei dannati fanatici religiosi. Motivo per il quale, allora, la dubbiosa sensazione espressa dall’uomo avrebbe potuto risolversi in una spiacevole rimembranza di quanto allor effettivamente accaduto, e del suo coinvolgimento diretto con Midda Bontor.

« Deciditi... » ridacchiò quindi Howe, aggrottando la fronte « MI hai già visto prima o non mi hai mai visto prima...?! » lo provocò, in termini giocosi e atti a cercare di stemperare ogni possibile dubbio nel merito della sua identità e, di conseguenza, della legittimità della sua presenza lì sotto.

Chissà come si sarebbe potuta risolvere la questione, se soltanto avesse avuto occasione di proseguire ancor per qualche momento? Chissà se Loho avrebbe effettivamente ricollegato il volto di Howe alla Figlia di Marr’Mahew o se, piuttosto, avrebbe minimizzato la cosa, riconoscendolo quindi né più né meno qual un proprio compagno nella Progenie della Fenice? Difficile a dirsi, difficile a prevedersi, là dove tanto l’una, quanto l’altra alternativa avrebbero potuto riservarsi eguale possibilità di occorrenza.
Alla fine, tuttavia, né l’una, né l’altra possibilità alternativa ebbero a occorrere, là dove, a cambiare le carte in tavola, intervenne allora un nuovo elemento, e un nuovo elemento lì introdotto dall’intervento di Har-Lys’sha.
La giovane ofidiana, infatti, fece la sua improvvisa apparizione da dietro le spalle di Howe, non in senso metaforico quanto e piuttosto in senso pratico, lì sopraggiunta senza essere notata né dallo stesso shar’tiagho, né, tantomeno, dal suo interlocutore, soltanto per avere a estrarre, con un gesto rapido e deciso, la lama dorata del suo compagno d’armi dal fodero nella quale era riposta e, con essa, per decapitare con un colpo deciso il povero Loho, facendo decollare la sua testa verso l’alto, senza neppur, a margine di ciò, avere a proferire la benché minima parola.
Una violenza disarmante, quella così da lei condotta a compimento, che non poté ovviare a disorientare in primo luogo lo stesso Howe, il quale si ritrovò decisamente colto in contropiede da tutto ciò e, per un istante, persino spaventato a confronto con quanto avvenuto, nel non aver avuto occasione di comprendere immediatamente l’evolversi degli eventi. E una violenza disarmante, quella propria di Lys’sh, che pur non avrebbe potuto che essere banalizzata nelle proprie reali conseguenze a confronto con l’evidenza di quanto, in fondo, quella decapitazione non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual nulla di definitivo per il disgraziato in questione, non, quantomeno, nel confronto con la sua natura, e la sua natura di ritornato.
In effetti, dal proprio personale punto di vista, Loho ebbe piena coscienza degli eventi per così come accaddero, vedendo comparire quella donna rettile dalle spalle del proprio interlocutore in maniera così subitanea da non avere neppure il tempo materiale utile a pensare di reagire, e ritrovandosi in tal senso decapitato senza aver potuto neanche lanciare un mezzo grido d’allarme. Decapitazione, la sua, che avvenne in maniera del tutto priva di ogni sensazione di dolore, e che, in effetti, non poté che essere accolta semplicemente con un certo disagio e un deciso disappunto da parte sua, disagio nel confronto con l’idea di essersi lasciato sorprendere in maniera tanto banale e disappunto innanzi all’evidenza di quanto ella, così facendo, avesse operato nell’unica direzione utile a impedirgli una qualunque reazione per qualche tempo, non permettendogli di muoversi né, tantomeno, di parlare e, quindi, di gridare, almeno fino a quando la sua testa non fosse ritornata attaccata al resto del suo corpo; e, ciò non di meno, non negandogli la possibilità di avere a seguire l’evoluzione di quella scena, nel conservare, malgrado tutto, piena coscienza di sé e del mondo a sé circostante, come se nulla di grave, in effetti, fosse accaduto. Perché, obiettivamente, in quanto ritornato, nulla di grave in quel momento era accaduto, rappresentando per lui, quella decapitazione, meno di quanto non avrebbe potuto essere una botta in testa per qualunque altra persona ancor vivente...

giovedì 28 ottobre 2021

3807

 

« Quello che ti ha fatto...?! » esitò Howe, aggrottando appena la fronte, simulando tutto il proprio più vivo stupore a confronto con tale dettaglio, là dove, in fondo, non avrebbe dovuto sapere nulla di lui e della sua condizione di ritornato, né, conseguentemente, della di lei responsabilità nella questione.
« Ah... ancora non lo sai! » esclamò l’altro, prima di concedersi un sospiro, accompagnato da un lieve sorriso tirato « Io sono uno... di “loro”. » dichiarò pertanto, chiaramente desiderando riferirsi ai ritornati e, ciò non di meno, dimostrando un certo imbarazzo dell’avere a esprimersi troppo esplicitamente a tal riguardo, probabilmente in conseguenza al timore di una non completa accettazione da parte dell’altro.
« Di... loro?! » ripeté allora lo shar’tiagho, ancora una volta dimostrandosi confuso per tale dichiarazione, salvo poi sgranare gli occhi e annuire, offrendo evidenza di aver alfine compreso « Ah... “loro”! » annuì, quasi imitando il sorriso tirato dell’altro « Non lo sapevo... perdonami. » soggiunse poi, quasi l’altro avesse appena comunicato di essere stato contagiato da una qualche preoccupante malattia, da un morbo che non gli avrebbe permesso di arrivare all’indomani, benché, in effetti, la questione avesse a doversi intendere esattamente all’incontrario.
« Figurati. » si strinse nelle spalle il ritornato, a concedere la propria più quieta comprensione all’interlocutore « Non è che vado in giro con un cartello appeso al collo a tal riguardo. E, per inciso, non credo che tu e io abbiamo mai avuto occasione di presentarci... » soggiunse, cogliendo al volo l’occasione per affrontare quel piccolo dettaglio tutt’altro che trascurabile « Il mio nome è Loho Swai. »
« Lange... Lange Rolamo. » rispose prontamente l’altro.
« Lange Rolamo... non sembra un nome shar’tiagho, o sbaglio?! » domandò incuriosito Loho, non potendo fare a meno di notare quanto, comunque, l’origine dell’altro fosse decisamente palese, non soltanto in conseguenza a colore della sua pelle ma, soprattutto, all’acconciatura dei suoi capelli e, ancor più, ai suoi piedi scalzi, tipici, per l’appunto, della tradizione dei figli e delle figlie di Shar’Tiagh.
« In effetti sono shar’tiagho solo da parte di madre. » confermò allora Howe, con un quieto sorriso utile a mistificare la spudorata menzogna appena scandita, a tentare di rendere più credibile quella proposta soltanto un attimo prima in riferimento alla propria identità « E tu...? Dove hai vissuto prima di ritrovarti a dover fare la guardia a quella cagna maledetta...?! » soggiunse poi, a rigirare sull’altro la questione.

La scusa prontamente proposta da Howe, a giustificare il proprio nome, avrebbe avuto a potersi considerare sufficientemente credibile, in termini tali da non rendere del tutto assurdo il contrastante rapporto fra il suo nome e la sua pelle.
Un nome, quello che allora aveva fornito in alternativa al suo effettivo, che non avrebbe tuttavia avuto a doversi fraintendere inventato, per così come Lys’sh, da dietro al proprio angolo, non poté mancare di constatare, non negandosi un certo sorriso nostalgico nell’udire l’amato offrire un apprezzabile riferimento a un capitolo proprio del di lei passato, e a un capitolo indubbiamente importante, oltre che decisamente piacevole. Lange Rolamo, infatti, altri non avrebbe avuto a dover essere ricordato se non qual il capitano della Kasta Hamina, la nave stellare di classe libellula a bordo della quale, per circa cinque anni, Midda, Duva e lei avevano vissuto insieme, edificando quel solido rapporto per non avere a rinunciare al quale, alla fine, proprio ella e Duva avevano deciso di avere a seguire la Figlia di Marr’Mahew fino al suo mondo, nel momento in cui ella aveva deciso di concludere la propria estemporanea parentesi siderale.
Un nome vero, quindi, quello così scandito da Howe. E il nome di una persona che egli, fra l’altro, aveva anche avuto occasione di conoscere in occasione del viaggio che anche lui e Be’Wahr, accompagnando Maddie e Rín, avevano compiuto fra le stelle del firmamento, per andare a offrire manforte alla loro vecchia amica. Un nome, tuttavia, che non avrebbe avuto a poter certamente essere ricollegato ad alcun ricordo di Loho, il quale, pertanto, avrebbe avuto a poter essere più che giustificato a riconoscerlo qual vero.

« Vengo da Urashia, anche se la mia nonna materna era y’shalfica. » spiegò il ritornato, correggendo in tal maniera l’erronea valutazione intimamente espressa a suo riguardo da Howe, là dove la sua non avrebbe quindi avuto a doversi fraintendere qual una semplice abbronzatura, quanto e piuttosto la naturale tonalità della sua carnagione « Anche se dubito che potrò mai avere occasione di tornarvi... anche nell’eventualità di riuscire a risolvere la questione con l’Erede. » puntualizzò poi, non privo di una certa nostalgia di fondo « In fondo, per la mia famiglia sono morto... ed è meglio che tutto abbia a restare così. » commentò, non riservandosi motivo alcuno per autocensurarsi nel merito di tale sfogo, là dove, in fondo, l’altro aveva apprezzabilmente dimostrato di non avere a riservarsi particolari pregiudizi verso di lui, malgrado fosse ciò che era.
« In effetti non deve essere una situazione semplice. » annuì Howe, in un commento per nulla artificioso, là dove, onestamente, era più che grato agli dei di non essersi spiacevolmente ritrovato in una situazione del genere, e per una situazione che non sarebbe assolutamente stata facile da gestire con i propri familiari o i propri amici, e quei familiari e amici che, dopo aver pianto la sua morte, si sarebbero allor ritrovati a confronto con il suo imprevedibile ritorno... e il suo ritorno nelle vesti di un non morto, seppur un non morto estremamente particolare, come erano i ritornati.
« Per nulla. » confermò Loho « Però posso comunque ritenermi fortunato nell’aver avuto la possibilità, quantomeno, di fare ritorno fra i membri della Progenie... » soggiunse, a cercare una nota positiva a margine di un discorso altrimenti troppo negativo « Almeno qui ho ancora uno scopo. »
« ... e una famiglia che, comunque, non ti lascerà solo! » precisò lo shar’tiagho, a non volergli permettere di trascurare quel dettaglio.
« Fossero tutti come te, amico mio, sarebbe un gran cosa. » commentò l’altro, con fare quasi criptico, nel tentativo di celare l’evidenza di qualche dissapore fra le loro schiere e, in particolare, di qualche dissapore strettamente correlato alla sua natura « Però sì... dai. Una famiglia. » annuì poi, lasciandosi convincere in tal senso « Dopotutto qualche piccolo dissenso è presente in ogni famiglia, non è vero?! »
« Assolutamente! » concluse Howe, pienamente concorde con lui.

Ancora in quieto ascolto, nell’angolo dietro al quale era nascosta, Lys’sh stava seguendo con attenzione quel dialogo, e quel dialogo nel quale Howe si stava riuscendo a dimostrare straordinariamente a proprio agio, come se, in effetti, egli non fosse lì un antagonista del tutto estraneo al proprio interlocutore, quanto e piuttosto un vecchio e caro amico, con il quale avere piacere a intrattenersi in qualche chiacchiera.
Chiacchiera che, purtroppo, si stava iniziando però a prolungare più del dovuto. In termini utili, allora, a mettere i suoi sensi in allarme nel confronto con l’evidenza della presenza di un’altra figura, e di un’altra figura che, pur ancora lontana da loro, si stava comunque muovendo nella loro direzione, in termini tali per cui il tempo a loro disposizione, da quelle parti, stava per divenire estremamente ridotto.
Perché se pur Howe avrebbe potuto ancora, e all’occorrenza, permettersi di proseguire in quella messinscena, difficile sarebbe stato per lei riuscire a fare altrettanto. E giunti a quel punto, suo malgrado, non avrebbero avuto a dover essere riconosciute presenti possibilità di fuga né, tantomeno, nascondigli di sorta, entro i quale avere a sospingersi, all’occorrenza, per levarsi di torno e, in tal maniera, evitarsi la sfortuna di avere a scatenare proprio quel genere di allarme per ovviare al quale, in quel frangente, lo stesso Howe si stava allor tanto impegnando.

“Sbrigati, dannazione...” sospirò quindi nell’intimo dei propri pensieri e del proprio cuore, sperando che tale incitazione potesse, per assurdo, giungere sino all’amato, spronandolo ad agire in qualunque direzione avesse immaginato di agire.

mercoledì 27 ottobre 2021

3806

 

Nel riprendere il cammino dopo aver rischiato di andare a scontrarsi con un gruppetto di ritornati, e di ritornati, per inciso, apparentemente non diretti verso i livelli superiori e, quindi, probabilmente non ancora coinvolti con l’allarme da loro generato qual diversivo, Lys’sh ebbe a riservarsi maggiore premura, maggiore cautela rispetto a quanto fatto proprio sino a quel momento, nel doversi assicurare di non avere a ripetere quel medesimo errore avendo a concentrarsi solo e unicamente sui battiti cardiaci, nell’inesatto presupposto di quanto, alla base della presenza di un antagonista, tale discriminante potesse essere ritenuto necessario e sufficiente.
Una premura tutt’altro che ingiustificata, la sua, e che ebbe, comunque, a dimostrare la propria ragionevolezza nel momento esatto in cui giunsero a destinazione, e nel momento in cui ella ebbe a circoscrivere la presenza di Midda Bontor al fondo di un corridoio e, innanzi a essa, la sgradevole presenza di un altro ritornato.

“Ci siamo!” esclamò all’interno della propria mente, per poi retrocedere quanto sufficiente per avvicinare nuovamente la propria bocca all’orecchio del suo compagno e avere lì a ripetersi, in un sussurro anche da lui così appena udibile « Ci siamo. » salvo poi soggiungere, a giustificare il perché di quella presa di posizione verbale verso di lui « Purtroppo sembra esserci un ritornato di guardia davanti a lei... »

Se la presenza di una guardia, a controllare la donna guerriero, avrebbe avuto necessariamente a doversi giudicare qual uno sgradevole ostacolo per la riuscita della loro missione, e per la riuscita discreta della loro missione, la presenza di una guardia ritornata avrebbe avuto ineluttabilmente a rappresentare quanto di peggio avrebbero potuto attendersi di trovare. Perché una guardia ritornata avrebbe avuto a rappresentare, per loro, una sicura occasione d’allarme e, di conseguenza, la certezza di dover affrontare tutta la Progenie della Fenice nella volontà di ritornare lungo i propri passi.
A meno che...

« Potremmo provare a ingannarlo...? » suggerì Howe, privo di particolare fiducia in tal senso e, ciò non di meno, non potendo ignorare la presenza di molti uomini e donne di etnie diverse all’interno della Progenie, uomini e donne che, per quanto avevano avuto occasione di notare sino ad allora, non avrebbero avuto a doversi giudicare accomunate da un qualche segno distintivo o, ancor meno, da una qualche uniforme, ragione per la quale, forse, anche la folle idea che si stava delineando nella sua mente non avrebbe avuto a doversi necessariamente ritenere così priva di possibilità di successo.
« ... in che senso...? » esitò l’ofidiana, non comprendendo che cosa egli potesse aver in mente di tentare di compiere in quella situazione e in quella situazione a loro palesemente sfavorevole, in termini tali per cui ella non riusciva a ravvisare alcuna possibilità utile a tradurre in pratica quanto da lui pur allora ipotizzato, ossia ingannare il loro antagonista « Ingannarlo... come?! » insistette, a meglio esplicitare il proprio dubbio a tal riguardo.
« Tu resta qui... e intervieni soltanto se vedi che mi sta per accoppare. » semplificò egli, non tanto per mancanza di fiducia verso di lei e verso le sue capacità di comprensione di quanto aveva in mente, quanto e piuttosto per una palese impossibilità da parte della stessa a rendere credibile quell’inganno, per palesi ragioni fisiche... e palesi ragioni fisiche quali, banalmente, il proprio aspetto inequivocabilmente non umano.

Così, quasi senza neppur attendere una replica da parte della medesima, egli approfittò di quella loro vicinanza per sfiorarla con un fugace bacio prima di allontanarsi, e di allontanarsi, con passo quieto e senza alcuna circospezione, in direzione di quella svolta e, oltre la stessa, del loro obiettivo.
Un obiettivo che, innanzi al suo sguardo, ebbe così a palesarsi qual un giovane uomo dalla pelle abbronzata, dai neri capelli e dagli occhi verde chiaro, palesemente annoiato innanzi a una soglia aperta, e a una soglia aperta oltre la quale, se Lys’sh non aveva preso una terrificante cantonata, avrebbe avuto a doversi intendere presente proprio la Figlia di Marr’Mahew.

« Ehilà! » prese subito parola verso il giovane, attirando, ove possibile, maggiormente l’attenzione a sé, e, a margine di ciò, sforzandosi a dimostrarsi quanto più possibile a proprio agio in quel momento, come se egli avesse a doversi riconoscere essere nell’unico posto in cui avrebbe avuto a dover allora essere « Come va qui sotto...?! »

Ovviamente il fatto che quella porta fosse aperta non poté sfuggire all’attenzione dello shar’tiagho, il quale non poté che domandarsi la ragione per la quale, malgrado ciò, Midda Bontor non avesse ancora tentato la fuga per così come, dopotutto, sarebbe stato non soltanto giustificabile, ma anche obbligatorio, avere ad attendersi da parte sua. Ma anche a confronto con tale apparente incoerenza, egli si impegnò a non avere a mostrare alcuna esitazione o sorpresa, per rendere più credibile la propria recita e, con essa, per sperare di far fruttare quell’azzardo, e quell’azzardo degno del nostalgico ricordo di Carsa Anloch, colei che di simili espedienti aveva fatto molto più di un’arte.
E per quanto, ovviamente, il giovane ritornato non potesse avere la benché minima confidenza con quello sconosciuto, e quello sconosciuto mai veduto prima di quel momento, la quiete propria del di lui approccio nei suoi riguardi non poté che costringerlo a rispondere a quella domanda di rito con la più consueta fra le possibile risposte a un simile interrogativo, allor quindi proposta in maniera quasi inconscia, conseguenza del più comune automatismo sociale del caso...

« Tutto tranquillo. Tutto tranquillo. » confermò pertanto, sforzandosi in maniera evidente di non rendere palese quanto, da parte propria, non vi fosse la benché minima confidenza con l’identità di quell’individuo e, ciò non di meno, non potendo ovviare a temere che tutto ciò avesse a doversi intendere qual una propria mancanza, e una propria imbarazzante mancanza nei riguardi di un proprio compagno d’arme « L’Erede è impaziente... ma, tutto sommato, è tranquilla. »
« Al solito, quindi. » si strinse nelle spalle Howe, scuotendo appena il capo con un lieve sorriso carico di rassegnazione « Con questa storia va a finire che non riusciremo a farle la pelle neppure questa volta, accidenti a lei! » protestò poi, rielaborando in maniera del tutto improvvisata i decontestualizzati concetti già uditi poco prima, in termini tali da sperare di rendere ancora più convincente la sua interpretazione, e quell’interpretazione volta a sperare di farlo apparire in tutto e del tutto comparabile a un vero membro della Progenie della Fenice.
« Lascia stare... » lo invitò l’altro, storcendo le labbra verso il basso, con palese insoddisfazione a tal riguardo « Considerando quello che mi ha fatto è meglio che io eviti di esprimermi a tal riguardo. O potrei risultare decisamente polemico e poco collaborativo nei confronti dei nostri capi! »

Poco lontana da loro, e pur a distanza di sicurezza da ogni possibile e indiscreto sguardo da parte del ritornato, Har-Lys’sha stava ovviamente seguendo con la massima attenzione l’evoluzione di quella situazione, non potendo fare a meno di ammirare l’audacia e la straordinaria capacità di adattamento che, in tal senso, stava allor dimostrando Howe, riuscendo a relazionarsi con l’altro con apparente normalità, in termini tali da non permettergli di avere a dubitare della sua reale identità.
Anche perché, dopotutto, chi, se non un membro della Progenie della Fenice, avrebbe mai potuto essere lì sotto, in quel momento, dimostrando assoluta confidenza con quella situazione ed esprimendosi con tanta confidenza nei suoi confronti...?!

martedì 26 ottobre 2021

3805

 

Lys’sh era stata colta decisamente in contropiede. Ed era stata colta così in contropiede da ritrovarsi costretta a ricorrere anche a quell’avviso verbale per rimarcare la pericolosità della loro situazione e l’urgenza di avere a trovare un nascondiglio adeguato.
Dopotutto come avrebbe mai potuto essere diversamente...?

« Hanno anche dei ritornati nelle loro schiere! » informò il proprio compagno, con un nuovo, fugace alito di voce, indicandogli poi la via entro la quale avrebbero avuto a doversi muovere, e la via alle loro spalle, ritrovandosi costretti a retrocedere per trovare un nascondiglio sicuro « Dannazione... »

Nel proprio incedere, e nel proprio incedere all’interno di quel sotterraneo occupato dalla Progenie della Fenice, ella aveva razionalmente, ma pericolosamente, dato per scontato che tutti gli occupanti di quella zona avessero a doversi intendere umani e viventi, fatta ovvia eccezione per i non morti dei quali ella stessa, con l’aiuto di Howe, aveva garantito possibilità di ingresso, alcuni livelli sopra alle loro teste. Per tale ragione, quindi, là dove, in un ambiente così contenuto, l’olfatto avrebbe avuto a poterle giocare qualche scherzo, ella aveva concentrato la ricerca dei loro potenziali avversari al solo senso udito, allor focalizzato principalmente sui battiti cardiaci dei loro antagonisti, nel non improbabile presupposto che tutti i loro avverarsi, quindi, avessero un battito cardiaco a contraddistinguerli. E quanto, in tal senso, ella aveva pericolosamente escluso dalla propria considerazione, avrebbe avuto a doversi riconoscere l’eventualità in cui uno, o più, dei loro antagonisti non avesse a possedere un cuore battente, in quella che, in qualunque altro contesto, in qualunque altra situazione, avrebbe avuto a doversi pur riconoscere una definizione sensata.
Purtroppo, però, il contesto in cui ella si era ritrovata a vivere da quando aveva conosciuto Midda Bontor, e, ancor più, da quando aveva deciso di trasferirsi in pianta stabile sul di lei folle mondo di origine, aveva rimesso in discussione l’idea stessa di definizione sensata, in termini tali per cui, proprio malgrado, anche riservarsi il presupposto di doversi porre a confronto con avversari dotati di un battito cardiaco avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un azzardata e ingiustificata restrizione di possibilità. Dopotutto in quel mondo i morti non sembravano particolarmente propensi a giacere in qualche condizione di “eterno riposo”, per così come avrebbe dovuto essere loro prerogativa. E, peggio ancora, da quando la stessa Figlia di Marr’Mahew aveva involontariamente riversato in quelle lande decine di migliaia di ritornati, la situazione era divenuta addirittura più critica.
In tutto e per tutto assimilabili a normali esseri viventi, non avendo a essere contraddistinti dall’odore della morte o della putrefazione, e, ciò non di meno, privi di qualunque respiro o battito cardiaco, i ritornati avrebbero avuto a doversi intendere l’incarnazione stessa dell’idea di falla nel ragionamento proprio della giovane ofidiana, ritrovandosi a rappresentare quella particolare condizione di antagonisti da lei pericolosamente ignorati nella propria presenza. Una presenza, la loro, che sarebbe stata allor, e per l’appunto, cagione di uno spiacevole incontro, se non scontro, con ben tre di essi se soltanto il tintinnare incostante del metallo delle loro armi non avesse avuto a suscitare in lei un paranoico dubbio nel merito dell’origine di simile suono, portandola a concentrarsi maggiormente in quella direzione e, in tal senso, a rilevare anche l’incedere dei loro passi.

“... ritornati?!” ripeté nella propria mente Howe, non negandosi una giusta sorpresa a confronto con tale affermazione, e tale affermazione che, tuttavia, non volle concedersi il rischio di porre in discussione, subito, anzi, reindirizzando i propri passi nella direzione indicatagli dalla compagna “Alla faccia della coerenza...”

Benché non fosse assolutamente di pubblico dominio la diretta responsabilità della Campionessa di Kriarya e di Lysiath nell’avvento dei ritornati in quel loro già sufficientemente complicato mondo, in termini tali per cui allora ingiustificabile sarebbe stata quella sua implicita critica all’incoerenza dimostrata da parte della Progenie della Fenice nel servirsi di creature in tutto e per tutto frutto del potere da loro stessi tanto osteggiato; tutt’altro che improbabile sarebbe in effetti stato presumere che essi fossero effettivamente a conoscenza di tale verità, anche in considerazione del semplice, e tutt’altro che scontato, fatto di quanto avessero a doversi intendere consapevoli di un altro segreto ignorato dai più: il ruolo di Midda Bontor qual erede della stessa regina Anmel Mal Toise e, con esso, dei suoi poteri di Portatrice di Luce e di Oscura Mietitrice. In considerazione, infatti, di quanto essi fossero perfettamente consapevoli di ciò, tutt’altro che assurdo sarebbe stato presumere che essi avessero anche perfetta consapevolezza di quanto fosse stata ella stessa a mettere in circolazione i ritornati nel mondo, ragione per la quale tutt’altro che sensato, che coerente, sarebbe stata l’accettazione, da parte degli stessi, di loro ex-compagni defunti e ritornati in vita.
Eppure così era. E con buona pace di ogni coerenza, Howe e Lys’sh ebbero appena il tempo di riuscire a gettarsi dietro a una porta per evitare di incappare in due uomini e una donna non morti, e due uomini e una donna che, in tal senso, sarebbero allor stati decisamente una sgradevole spina nel fianco per loro.
Per una lungo intervallo, quindi, Lys’sh restò in attento ascolto, a seguire il silenzioso passaggio di quei tre, fino a quando non si furono allontanati abbastanza da non rappresentare più, per loro, un ostacolo di sorta. E solo allora ebbe occasione di riprendere ancora voce, questa volta per esprimere il proprio rammarico per quanto appena accaduto e, soprattutto, per quanto avrebbe potuto accadere se soltanto non avessero avuto fortuna sufficiente a permettersi di sottrarsi a quel particolare trio...

« Scusami. » sussurrò quindi in direzione del proprio commilitone e amato, piegando gli angoli della propria bocca priva di labbra verso il basso, in una smorfia di disappunto « Non avevo proprio preso in considerazione la possibilità che dei ritornati potessero militare all’interno della Progenie della Fenice e, in questo, stavo per farci cascare dritti fra le loro braccia. »
« Figurati. » minimizzò egli, scuotendo il capo a non prendere in considerazione la necessità di quelle scuse da parte sua « Non fosse per te, non saremmo neppure arrivati qui dove siamo arrivati. » puntualizzò, a non permetterle di banalizzare l’importanza del proprio contributo a quella loro missione.
« Probabilmente il loro fanatismo è tale da trascendere l’idea stessa di vita e di morte... » tentò di ragionare ella, non desiderando giustificare la propria mancanza, quanto e piuttosto cercando di comprendere il senso di quanto appena accaduto, di quanto da loro così rilevato « Progenie della Fenice una volta... Progenie della Fenice per sempre. » rielaborò, in una semplificazione che pur avrebbe potuto essere considerata sufficientemente precisa di quello che forse era il motivo alla base della presenza di quei tre non morti, e di chissà quanti altri, entro quel sotterraneo.

Approfittando, allora, dell’occasione concessagli da quel fugace momento di confronto verbale, per quanto ai minimi termini in termini di volume, Howe volle concedersi di deviare per un momento da ciò su cui tanto ella si era in tal maniera soffermata, per condurre il proprio interesse, piuttosto, verso un altro fronte... e un fronte allor da lui giudicato decisamente più prioritario.

« Quanto manca a raggiungere Midda...? » questionò pertanto, dando per scontato che i loro passi stessero venendo mossi in quella direzione, salvo poi aggiungere a cercare conferma a tal riguardo « Perché stiamo andando verso di lei, no...?! »
« Credo di sì. » confermò ella, pur concedendosi in simile formulazione, un certo beneficio del dubbio « Non è facile seguire il suo odore qui sotto... ma non dovremmo esserle troppo lontani. » annuì, a ribadire il concetto più che positivo in tal maniera formulato.

lunedì 25 ottobre 2021

3804

 

Quando il grido d’allarme ebbe alfine a levarsi, attirando l’attenzione della Progenie della Fenice sull’inattesa invasione di non morti che stavano allor subendo, Howe e Lys’sh avrebbero avuto a doversi riconoscere già a quieta distanza di sicurezza da quell’area, in silenziosa progressione discendente alla ricerca del proprio obiettivo, alla ricerca di Midda Bontor.
Al di là del potenzialmente letale fraintendimento occorso fra loro, e tale da proiettare il disgraziato mercenario dritto in una fossa colma di zombie; la tattica individuata dalla giovane ofidiana non avrebbe avuto a doversi condannare qual del tutto sbagliata. Al contrario. Nell’aver individuato quella possibilità di accesso al covo di quel gruppo di fanatici potenziali genocidi attraverso quella particolare via, quello specifico percorso, infatti, Har-Lys’sha aveva offerto loro anche quell’utile diversivo a confronto con il quale l’attenzione e l’interesse dei loro antagonisti avrebbe avuto a dover necessariamente essere rivolto in direzione degli zombie, e di quegli zombie che, malgrado tutto, non erano poi così indiscutibilmente asserviti loro o, in effetti, non vi sarebbe stata giustificazione utile a spiegare il perché di morti recenti frammischiati fra quelli più antichi.
Insomma: non tutto il male aveva finito per nuocere e, anzi, a conti fatti, quegli zombie sarebbero stati, in tal maniera, decisamente utili a distrarre i padroni di casa, vedendo così l’ago della bilancia pendere decisamente in favore di Lys’sh, con buona pace di ogni possibile recriminazione da parte di Howe.

« Chi ha dato l’allarme...?! » domandò una donna, correndo rapida a risalire le scale e incrociando, in tal maniera, un’altra coppia di uomini, provenienti da una diversa direzione e diretti, comunque, a risalire, alla ricerca del proprio obiettivo « Che cosa sta succedendo...?! »
« Non lo sappiamo... ma veniva dal livello superiore. » replicò uno degli stessi, indicando in tal senso la necessità di continuare a risalire.

L’unica attenzione che stava così venendo richiesta loro avrebbe avuto a dover essere riconosciuta quella atta a ovviare a incrociare il cammino delle guardie in fibrillazione nella necessità di comprendere cosa potesse essere accaduto. Ma tale impegno, in effetti, non avrebbe avuto a dover essere frainteso particolarmente oneroso, soprattutto a confronto con la soddisfazione derivante dalla consapevolezza di essere responsabili di tanto fermento, e, ciò non di meno, di star allor passando del tutto inosservati, quasi non avessero neppure a essere lì presenti.
Ben minimo, in fondo, avrebbe avuto a dover essere considerato lo sforzo loro necessario per ovviare a incrociare i loro avversari, soprattutto in grazia agli affinati sensi di Lys’sh che non avrebbero mancato di concedere loro amplio margine di manovra, in termini di tempo e, anche, di spazio, per selezionare gli angoli, gli anfratti, o, addirittura, le porte, dietro alle quali andare a infilarsi, senza, in tal senso, correre il benché minimo rischio...

“Su, su... salite a vedere che bello scherzetto vi abbiamo combinato.” sorrise Howe, trattenendosi a stento dal ridacchiare a confronto con tutta l’agitazione dei loro antagonisti “E, anzi, chiamate pure altri rinforzi, se lo riterrete utile... così che, alla fine, non abbia a restare alcuno a disturbarci, nel momento in cui vi porteremo via Midda da sotto al naso.”

Ritrovarsi impegnato in una simile missione accanto a una figura qual quella di Lys’sh, per il mercenario di origine shar’tiagha non avrebbe potuto che avere a doversi intendere qual una straordinaria pacchia, in termini tali per cui, obiettivamente, difficile sarebbe stato riuscire a ricordare come fosse stato possibile, in passato, avere a vivere e, soprattutto, ad affrontare quelle disfide, senza di lei al proprio fianco. A onor del vero, addirittura, ella stava persino rendendo troppo semplice il loro progresso all’interno dei quella struttura sconosciuta, in termini tali da rischiare di impigrirlo non poco, nel servirgli senza sforzo alcuno, almeno per lui, tutte le indicazioni utili a orientarsi al meglio e a difendersi da ogni pericolo che, ragionevolmente, avrebbe potuto celarsi all’interno di quell’ambiente per loro intrinsecamente ostile.

“Per Lohr... stiamo scendendo parecchio.” non poté fare a meno di osservare nel momento in cui Lys’sh ebbe a guidarlo a una nuova rampa di scale, e a una nuova rampa di scale ancora una volta discendente.

Se lo stile architettonico proprio della cripta nella quale, tre lustri addietro, Howe, suo fratello Be’Wahr, la splendida Carsa Anloch e la stessa Midda Bontor si erano andati a infilare, alla ricerca della via di accesso al percorso che li avrebbe condotti sino alla corona perduta della regina Anmel, avrebbe avuto a doversi riconoscere degno di un grande signore, con una ricercatezza nelle proprie forme e nei propri materiali decisamente rara; quel più amplio e strutturato sotterraneo nel quale, ora, lui e Lys’sh si stavano avventurando, non avrebbe avuto a poter essere minimamente posto in paragone con l’altro sotto un tale punto di vista, apparendo nulla di più di una scarna serie di corridoi e scalinate ricavati a livelli stratificati sotto il livello del suolo. Ciò non di meno, benché, per l’appunto, l’estetica di quella zona non avrebbe avuto a potersi riservar vanto alcuno; la concreta complessità di quel dedalo sotterraneo non avrebbe potuto mancare di suscitare qualche giusto motivo di apprezzamento da parte loro, spingendosi a porsi necessarie domande nel merito dell’effettiva origine di quel luogo e di quel luogo che, fatta eccezione per gli zombie che loro stessi avevano lì condotto, non avrebbe avuto ad apparire effettivamente qual un’area sepolcrale.
Possibile che anche tutta quella struttura, in origine, avesse a doversi considerare una tomba? Ma se così fosse effettivamente stata, e sottintendendo a margine di ciò un notevole lavoro di bonifica da parte della medesima Progenie della Fenice, per quale ragione sarebbe stato necessario scavare e creare tanto al di sotto della Citta della Pace? Perché per quel luogo non era stato sufficiente agire come nel resto di quella necropoli, limitando il proprio intervento a un solo sotterraneo, a un solo livello, allorché andare a impegnarsi in qualcosa di così monumentale...?!
Possibile, quindi, che, a differenza del resto della città, quella struttura sotterranea non avesse a doversi ricondurre all’idea di un’area cimiteriale? Ma se così fosse effettivamente stata, per quale ragione avere a scegliere proprio quel luogo maledetto per realizzare tanto? Forse, anche in questo caso, dietro a tutto ciò avrebbe avuto a doversi intendere l’impegno proprio della Progenie della Fenice, e un impegno, ovviamente, non attribuibile agli attuale occupanti di quell’area, quanto e piuttosto ai loro predecessori, e a predecessori vissuti in una qualche epoca lontana.

“Non so perché, ma ho l’impressione che faremmo meglio a restare qui sotto il meno possibile...” argomentò nell’intimo dei propri pensieri, desiderando avere a condividere tale riflessione con la propria compagna e, ciò non di meno, non azzardandosi a prendere voce, non tanto per non rischiare di essere scoperti, quanto e piuttosto per non avere a disturbarla nel proprio impegno, e in quell’impegno allor posto a permettere loro di attraversare tutto ciò nella maniera più rapida e discreta possibile “Qualunque ragione possa averli spinti a scavare tanto in profondità, certamente non deve avere a considerarsi nulla di buono per nessuno al mondo... e soprattutto per noi.”

Dovevano trovare Midda il prima possibile. E, in grazia agli dei tutti, la presenza di Lys’sh avrebbe semplificato loro parecchio tale compito, permettendo di giungere dritti a lei senza vagare inutilmente attraverso quell’infinità di corridoi e stanze, nelle quali troppo semplice sarebbe allor stato perdersi.

« Fermo! » sussurrò all’improvviso la giovane ofidiana, violando il silenzio nella quale si era chiusa sino ad allora, in termini tali per cui non poté ovviare a risultare equivalente a un vero e proprio grido d’allarme all’attenzione del suo compagno.

domenica 24 ottobre 2021

3803

 

A prima vista Orzloh Nevsit avrebbe potuto essere considerato un giovane ventenne come tanti altri. E, a conti fatti, Orzloh Nevsit era un giovane ventenne come tanti altri.
A rendere speciale Orzloh Nevsit anche innanzi al proprio stesso giudizio avrebbe avuto a dover essere intesa la sua appartenenza alla Progenie della Fenice. In un diritto, o forse un dovere, che tuttavia egli non aveva “meritato”, quanto e piuttosto “ereditato” dai propri genitori, così come loro lo avevano ereditato a propria volta dai loro genitori, in una lunga linea di sangue l’origine della quale avrebbe avuto a perdersi nella Storia.
Orzloh Nevsit era fiero di appartenente alla Progenie della Fenice. Non avrebbe potuto essere altrimenti, in verità. Sin da quando era nato, Orzloh Nevsit era stato cresciuto nel rispetto della dottrina della Progenie della Fenice, plasmando la propria visione del mondo su quella propria della Progenie della Fenice e null’altro ritrovando ragione di concepire al di fuori di ciò. Anche perché, se pur qualcuno l’avrebbe potuto considerare una sorta di fanatico religioso, Orzloh Nevsit era certo di non esserlo.
Così come lo erano stati i suoi genitori prima di lui, e i loro genitori ancor prima, e così come, alla fenice piacendo, un giorno lo sarebbero stati anche i suoi figli, e i figli dei suoi figli, quanto Orzloh Nevsit era altro non avrebbe avuto a dover essere inteso se non un combattente. E un combattente animato da una giusta causa. Giusta quanto avrebbe sol potuto esserlo la difesa dell’intero Creato dalla minaccia di Anmel Mal Toise, e di qualunque suo oscuro seguace.
Quanto, tuttavia, distingueva Orzloh Nevsit dai suoi genitori, e dei loro genitori ancor prima, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il contesto storico. E un contesto storico che proprio allo stesso Orzloh Nevsit aveva riservato la sventurata occasione di coesistere con Midda Namile Bontor... con colei che, nella propria incommensurabile stolidità, aveva reclamato il retaggio della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice, diventando l’Erede di Anmel Mal Toise, la nuova Regina.
Pochi, pochissimi, prima di quella donna, e di quell’insopportabile donna, erano stati in grado di rintracciare il luogo ove la Progenie della Fenice aveva celato la corona di Anmel Mal Toise. E nessuno, prima di quella donna, e di quell’assurda donna, era stato in grado di superare le improbe prove atte a permettere di conquistare quel tesoro e il suo retaggio.
Indubbio, in tal senso, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto quanto Midda Namile Bontor fosse stata in grado di cogliere in contropiede la Progenie della Fenice. Forse, se soltanto i secoli non avessero offerto l’erronea impressione che la questione con Anmel Mal Toise potesse essere stata del tutto archiviata, essi avrebbero avuto a riservarsi maggiore premura nel prevenire il sorgere di un Erede. Ma, obiettivamente, di tutta la sua linea di sangue, Orzloh Nevsit era stato il primo a essere effettivamente richiamato alle armi, dopo che, per secoli, millenni addirittura, la medesima appartenenza alla Progenie della Fenice era parsa divenire più una questione di effimera morale anziché di concreta pratica.
Midda Namile Bontor, tuttavia, aveva completamente rovesciato ogni equilibrio precedentemente venutosi a creare, ogni falso senso di sicurezza che il tempo aveva voluto imporre loro, imponendo alla Progenie della Fenice di ridestarsi prepotentemente dal proprio sonno, di riorganizzarsi, e di tornare, ancora una volta, a schierarsi per la difesa del Creato nel confronto con quella devastante minaccia.
Così era stato anche per Orzloh Nevsit. Il quale, ritrovatosi costretto ad abbandonare la bottega del falegname nel quale stava apprendendo abilmente un mestiere, e un mestiere che lo avrebbe portato un giorno a sperare di aprire una propria bottega, aveva dovuto imbracciare le armi tramandate di padre in figlio dalla notte dei tempi sino a lui, nel momento in cui sul lato sinistro del suo petto, in corrispondenza del suo cuore, era improvvisamente apparso il marchio della fenice, ed era apparso accompagnato da un dolore lancinante, e il dolore che avrebbe potuto essere per lui proprio nel momento in cui tale immagine gli fosse stata impressa a fuoco nelle carni, benché nessun ferro rovente gli fosse mai stato rivolto contro. Tale era il segnale. Tale era il richiamo utile a convocare alla guerra tutti i membri della Progenie della Fenice, ovunque sparsi nel mondo. E, ubbidendo a tal richiamo, Orzloh Nevsit aveva abbandonato la vita che pur stava cercando di costruirsi per rispondere a quel dovere, a quella missione voluta da una forza superiore persino a quella degli dei tutti.
In quei giorni, Orzloh Nevsit, come tutti i compagni e le compagne dei quali si era ritrovato a essere circondato, in una nuova, straordinaria famiglia, non avrebbe potuto che riconoscersi necessariamente confuso nel merito di quanto stesse succedendo. Perché se da un lato l’euforia non avrebbe potuto che contraddistinguere il successo da loro riportato nel catturare, alfine, l’Erede, e nel condurla sino a lì, dall’altro nessuno di loro avrebbe potuto comprendere le ragioni per le quali ella non stava venendo sigillata per i secoli a venire, per così come, in fondo, tutti loro erano certi sarebbe avvenuto, unica, giusta conclusione per quella già sufficientemente spiacevole vicenda.
Certo: Orzloh Nevsit non aveva mai avuto nulla a che fare, direttamente, con Midda Bontor, ragione per la quale difficile sarebbe stato presumere che ella potesse meritare la morte innanzi al suo giudizio.
Ma laddove ella era l’Erede, quale altro fato avrebbe mai potuto confarle?! Non erano forse sufficienti i danni che ella aveva già prodotto sino a quel momento, nel riversare nel mondo dei vivi una nuova schiera di non morti e di non morti quali mai si erano veduti in passato?! Non era forse sufficiente il controllo che ella aveva già assunto sulla città di Kriarya e, in parte, su quella di Lysiath, elevandosi a furor di popolo a quel ruolo di regina già proprio della sua predecessora?! Cos’altro avrebbe avuto a servire loro per decidere di condannarla...?
Eppure i loro capi avevano giudicato necessario attendere. Avevano voluto concedersi la possibilità di dialogare con lei, con l’Erede in persona. E a Orzloh Nevsit, così come a tutti i suoi compagni e compagne, null’altro avrebbe potuto essere allor concesso di fare se non dimostrare pazienza, attendendo l’evolversi di quella situazione.
Sperando che nulla, tuttavia, avesse a riservare loro ragione di pentimento per quella scelta...

« Uhm...?! »

Ad attrarre l’attenzione di Orzloh Nevsit, in quella giornata come altre, fu un suono sordo, simile alla caduta di qualcosa di pesante su un suolo morbido, qual del resto era, in molti punti, il pavimento in terra battuta sotto i loro piedi, in quel complesso sotterraneo.
Egli non avrebbe potuto considerarsi certo di aver udito effettivamente quel suono. Ciò non di meno, e nell’assenza di alternative migliori con le quali avere a occupare il proprio tempo, decise di indagare nel merito di ciò, muovendosi quindi con attenzione a comprendere cosa mai potesse aver generato un simile tonfo. E se nei corridoi nulla apparve evidente, là dove, fra l’altro, i pavimenti in pietra difficilmente avrebbero potuto giustificare quanto da lui allor udito; più probabile avrebbe avuto a dover essere intesa l’origine di tale suono da una delle varie stanzette laterali, per lo più, a quel livello superiore, lasciate comunque vuote o adibite a estemporanei magazzini, per il parcheggio di quanto, pur, destinato a essere stoccato più in basso.
Fu proprio nel muovere il proprio interesse verso tali zone che, allora, egli ebbe occasione di cogliere una più che corretta ragione per gridare l’allarme. E di coglierla nella presenza tutt’altro che piacevole, di un branco di non morti, e di un branco di non morti spuntati da chissà dove ma, improvvisamente, presenti all’interno della loro area, e di quell’area che già tanto sforzo aveva valso loro in passato per essere bonificata da simile, negromantica, piaga.

« Alle armi! Alle armi! » urlò pertanto, per richiamare l’attenzione di chiunque potesse udirlo, nel mentre in cui, senza indugio alcuno, ebbe a sfoderare la propria spada « Fratelli e sorelle della Progenie... a me! »

sabato 23 ottobre 2021

3802

 

Har-Lys’sha non avrebbe potuto asserire di possedere, in fede, alcuna particolare motivazione per porsi in antagonismo a quei non morti. Ella non aveva avuto con loro alcun rapporto quando erano in vita, né mai avrebbe potuto averne nel considerare le diverse epoche nel corso delle quali erano vissuti. Ed ella non avrebbe potuto neppure disapprovarne l’esistenza allo stato attuale delle cose, avendo, a buon titolo, persino a trovare gradevole la loro quieta presenza, rispetto alla maggior parte delle altre creature e, più in generale, alla maggior parte delle civiltà.
Per chi dotata come lei di un sensibilissimo udito, in fondo, qualunque genere di aggregazione civilizzata non avrebbe potuto ovviare a sottoporla a una difficile prova di sopportazione, e una prova di sopportazione che, in fondo, ella si era abituata ad affrontare sin dalla propria più tenera età, al pari di qualunque ofidiano, o feriniano, o canissiano... o altro esponente di diversa specie contraddistinta da un eguale sensibilità uditiva. E se già abbandonare i mondo fra le stelle, nei quali era nata e cresciuta, in favore di quella realtà così primitiva era stato indubbiamente utile a rimuovere da quell’assordante equazione molto frastuono, anche in quel mondo, anche nelle sue città, non avrebbe potuto mancare ragione di che scoprirsi stanca e provata. Ma in quella necropoli, e in quella necropoli predominata dalla morte e, soprattutto, dai non morti, ella non avrebbe potuto che scoprirsi piacevolmente rasserenata, e rasserenata dal silenzio a lei circostante, e quel silenzio finalmente realmente riconoscibile in quanto tale. In ciò, quindi, ella non avrebbe avuto a poter muovere alcuna personale accusa a discapito di quelle presenze, e di quelle presenze che, sotto molteplici aspetti, avrebbero avuto quindi a doversi intendere persino più gradite rispetto agli uomini e alle donne della Progenie della Fenice.
Proprio malgrado, però, in quel particolare momento, in quel particolare contesto, anch’ella non avrebbe potuto ovviare a muovere le proprie armi in contrasto a quegli zombie, riversando contro tutta la propria più genuina violenza nella necessità di aprire la via innanzi a sé. Una sfida, comunque, impari, quella in siffatta maniera formulata, a confronto con la quale ella non avrebbe mai potuto avere a concedersi possibilità di sconfitta, a meno di qualche improbabile errore, fosse anche e soltanto per la differenza di velocità fra gli uni e l’altra. Una lentezza, quella intrinsecamente propria degli zombie, che già avrebbe potuto facilitare la vita di qualunque antagonista umano e che, innanzi a un’ofidiana non avrebbe potuto che risultare a dir poco intollerabile. E a ben vedere, anzi, se soltanto ella non avesse avuto a doversi preoccupare anche allo scopo di liberare la via al proprio amato Howe, forse avrebbe potuto anche pensare di scivolare impunemente fra quelle creature, sospingendosi al proprio obiettivo senza colpo ferire.
La propria premura verso il proprio compagno d’armi, comunque, non avrebbe avuto a doversi riconoscere sol limitata al non risparmiare allora i propri colpi a discapito dei loro estemporanei antagonisti, quanto e piuttosto a premurarsi costantemente di non averlo a lasciare troppo indietro rispetto a sé, là dove, in quell’oscurità, ella ne era consapevole, egli non avrebbe più potuto avere alcuna possibilità di orientarsi. E così, allorché raggiungere nel minor tempo possibile la propria metà, ella non mancò di accertarsi, costantemente, che Howe fosse dietro di lei, rallentando quando necessario in termini utili da ridurre la propria efficacia ed efficienza combattiva a livelli adeguati a quelli dell’uomo da lei comunque amato, impegnandosi, in ciò, a non lasciarlo trasparire, per così come era certa che, altrimenti, avrebbe rappresentato un duro colpo per il di lui amor proprio.

« Siamo arrivati. » comunicò alfine, raggiungendo il muro da lei individuato come potenziale via di accesso ai sotterranei controllati dalla Progenie della Fenice.
« Dove... di grazia?! » domandò Howe, non riuscendo a comprendere quanto ella desiderasse allor intendere e non desiderando neppure avere più a consentire troppi sottintesi fra loro, a confronto con l’evidenza del risultato degli ultimi.
« Dobbiamo abbattere la parete davanti a noi. » spiegò quindi, sempre e soltanto in un alito di voce « Non potremo evitare di fare rumore, ma una volta aperto il passaggio, anche gli zombie si riverseranno lì dentro e la Progenie della Fenice sarà troppo impegnata con loro per avere a interessarsi di noi, non sapendo neppure della nostra esistenza. »

Una tattica sicuramente ardita, quella così elaborata dalla giovane donna rettile, a confronto con la quale, certamente, sarebbe stato ormai tardi ipotizzare di ritirarsi. Tuttavia, in assenza di alternative migliori, anche quell’idea ardita avrebbe avuto il proprio indubbio valore innanzi al giudizio di Howe, il quale, dopotutto, qual vecchi compagno d’armi di Midda Namile Bontor non avrebbe potuto certamente negare di essersi dovuto impegnare in molte, altre, egualmente ardite tattiche, e tattiche in grazia alle quali non aveva mai mancato di riportare a casa la propria pellaccia brunita.
Per questa ragione, quindi, egli non ebbe a sollevare alcuna obiezione innanzi a tutto ciò, benché, a conti fatti, la via individuata da Lys’sh avesse a doversi intendere tutt’altro che diretta per conseguire i propri scopi. E con buona pace di ogni prudenza, ebbe a schierarsi accanto all’amata, pronto a compiere quanto sarebbe stato necessario.

« Vado...?! » domandò egli, appoggiando il palmo della propria sinistra sulla parete innanzi a loro.

E Lys’sh, che ben conosceva le potenzialità dell’amato e, soprattutto, ben aveva compreso lo spessore di quella parete e la resistenza che essa avrebbe potuto offrire alla di lui sollecitazione, tenendone accuratamente conto in quella che non avrebbe avuto di certo a doversi fraintendere qual una scelta potenzialmente suicida a loro discapito; si limitò inizialmente soltanto ad annuire, salvo poi rendersi conto di quanto quel suo gesto non avrebbe potuto che passare inosservato alla di lui attenzione, spingendola a una soluzione decisamente più diretta...

« Vai! » confermò verbalmente.

Il braccio sinistro di Howe, o, per lo meno, quello con il quale egli era nato e cresciuto, gli era stato negato diversi anni prima a opera della crudeltà di Nissa. Ciò non di meno, chiunque in quel momento avesse avuto occasione di osservarlo, non avrebbe avuto possibilità di comprendere quanto accaduto, di cogliere l’evidenza di quella mutilazione, là dove, se qualcosa di buono egli aveva riportato dal proprio breve viaggio nelle vastità siderali, tale avrebbe avuto a dover essere intesa una protesi di ultima generazione: non un braccio da lavoro, come quello che, al contrario, Midda Bontor aveva preferito mantenere, dopo esserselo visto impiantare all’interno di un carcere come strumento utile a garantire la sua efficienza ai lavori forzati; quanto e piuttosto una fedele replica meccanica dell’arto perduto, il movimento della quale era sì garantito da piccoli servomotori alimentati da un nucleo all’idrargirio al pari di quelli della Figlia di Marr’Mahew, ma che, nella propria superficie esterna era stata ricoperta di un tessuto artificiale in tutto e per tutto assimilabile alla pelle umana, tanto da un punto di vista passivo, quanto e ancor più da un punto di vista attivo. Un surrogato perfetto del suo perduto arto, quindi, che gli aveva restituito la propria piena indipendenza, oltre che tutta la propria integrità fisica, in termini incontrovertibilmente piacevoli e, per l’appunto, addirittura migliori a confronto con quelli ricercati dalla propria vecchia amica per se stessa. Ovviamente, la differenza fra il suo arto e quello di Midda, avrebbe avuto a dover essere inteso anche dal punto di vista delle prestazioni e delle prestazioni in termini di forza: forza, quella della donna guerriero, che in grazia a tale protesi era cresciuta in maniera smisurata, ma che, al contrario, per lui era rimasta quasi normale...
... quasi laddove, comunque, in momenti di necessità, egli avrebbe potuto concedersi occasione di sollecitare in maniera maggiore i propri servomotori, per garantirgli quella spinta in più necessaria, a esempio, a far crollare un antico muro di pietra.

venerdì 22 ottobre 2021

3801

 

… soprattutto nel momento in cui, allorché affrontarli in maniera consapevole e moderata, essi avrebbero avuto a presentarsi qual un’imprevista sorpresa a margine di una già tanto spiacevole situazione, e in una situazione nella quale, oltretutto, non avrebbe neppure potuto mettersi a gridare, imprecando il nome di qualche dio o dea secondo l’ispirazione del momento.

“Eddai... non può essere vero!”

Tardiva fu la comprensione di Howe nel merito di quanto Lys’sh aveva cercato di dirgli. Perché in quei gesti, e nei gesti attraverso i quali ella era convinta di avergli trasmesso una visione quanto più possibile precisa del pericolo che avrebbe avuto a correre passando da lì sotto; egli aveva frainteso un suggerimento, da parte sua, nel merito della necessità dover giungere alle spalle dei propri antagonisti mentre essi erano così impegnati in chiacchiere, tramortendoli prima che potessero avere a offrire qualunque genere di allarme, in quella che, per carità, aveva giudicato essere una premura probabilmente eccessiva e a confronto con la quale, tuttavia, non si sarebbe tirato indietro, nel ben valutare quanto, con un diverso approccio al problema, sicuramente le loro possibilità di successo, e di un successo da conseguirsi in maniera rapida e discreta, sarebbero aumentate rispetto a un confronto frontale.
Solo uno stretto cono di luce avrebbe avuto a doversi intendere tutto ciò che gli stava venendo concesso dalla situazione attuale per potersi proteggere dagli attacchi di quei nemici. E dagli attacchi di quei nemici fra i quali egli era in tal maniera piombato, lasciandosi calare, forse un po’ troppo audacemente, dall’alto. Uno stretto cono di luce a confronto con il quale la sua lama dorata ebbe allor a scintillare vivacemente accanto al suo impegno volto a respingere ogni non morto contro di lui avesse allor a proiettarsi, infierendo senza pietà alcuna contro le loro carni mummificate e, ancor più, contro le loro ossa. In effetti, egli non avrebbe avuto a dimostrare pietà neppure in contrasto ad avversari mortali, ove si fosse trovato in una situazione equivalente circondato non da zombie quanto e piuttosto da comuni antagonisti umani, ragione per la quale, certamente, non avrebbe avuto a riservarsi occasione di freno in contrasto a corpi defunti da secoli e lì rianimati soltanto in grazia alla negromanzia.
E se pur, così facendo, egli avrebbe potuto concedersi una certa possibilità di resistere a quella situazione decisamente avversa, al tempo stesso non avrebbe neppure avuto possibilità di eludere quella trappola letale, e quella trappola letale nella quale era andato a calarsi di propria, incosciente ma spontanea, iniziativa, fosse anche e soltanto nell’assenza di qualunque possibilità utile a orientarsi e a orientarsi in direzione di quella che avrebbe avuto a dover essere intesa la giusta direzione verso la quale proseguire... direzione allor quantomai distante da ogni possibilità di riconoscimento all’interno di quelle tenebre, e di quella negromantica bolgia.
Fortunatamente per lui, in tutto ciò egli non avrebbe avuto a doversi fraintendere solo. E per quanto, all’occorrenza, il fraintendimento intercorso fra loro avrebbe avuto certamente a doversi intendere spiacevole, soprattutto per la letale minaccia in contrasto alla quale si era inconsapevolmente sospinto; Lys’sh non avrebbe mai avuto a lasciarlo solo lì sotto, per così come anche egli stesso era certo ella non avrebbe tardato a prendere posizione.
Ciò avvenne, e avvenne, in verità, non più tardi di una manciata di istanti dopo il suo arrivo lì sotto. Una manciata di istanti nel corso dei quali, ovviamente, egli non si era potuto negare confronto con quegli zombie, respingendoli, mutilandoli, smembrandoli nel colpire pressoché alla cieca; e, ciò non di meno, soltanto una manciata di istanti, tempo utile alla stessa per avere a lasciarsi calare dietro di lui lungo quel medesimo cammino verticale.

« Dobbiamo aprirci la via verso settentrione... » sancì ella, con poche, misurate parole praticamente sussurrate, a indicare al compagno il giusto percorso.
« ... e poi dobbiamo parlare della tua capacità di mimare gli zombie. » non riuscì a negarsi occasione di puntualizzare egli, in una frase obiettivamente inutile in quel momento, e che avrebbe potuto quietamente risparmiarsi a confronto con la necessità di mantenere il maggior silenzio possibile, e, ciò non di meno, in una frase che non ebbe a trattenere, in scherzosa polemica verso la donna amata.

Nella necessità di riuscire a mantenere una certa discrezione nel merito della loro presenza in quel luogo, onde evitare di porre in allarme i propri antagonisti, il fatto che i propri attuali avversari avessero a dover essere identificati quali zombie non avrebbe potuto che deporre a loro favore.
Perché, con buona pace di qualunque possibile stereotipo cinematografico che anche la stessa Lys’sh avrebbe potuto vantare qual proprio, nelle fantasiose interpretazioni del concetto di zombie a confronto con le quali, in passato, si era ritrovata posta innanzi; in quel mondo gli zombie avrebbero avuto a doversi riconoscere decisamente silenziosi... terribilmente silenziosi, nel considerare quanto non soltanto avrebbe avuto a dover essere negata loro la possibilità di un cuore battente o di un petto respirante, ma anche e soltanto la necessità di emettere suoni, prerogativa propria di chi, piuttosto, interessato a comunicare, in termini che pur non avrebbero avuto a riguardare tali creature.
Così, fatta eccezione per il suono delle ossa infrante e delle membra mutilate, nonché, ovviamente, del respiro proprio di Howe e di Lys’sh, nessun altro genere di rumore avrebbe potuto attrarre interessi sgraditi da parte della Progenie della Fenice: non versi di dolore, inesistenti da parte di chi incapace a provare qualunque genere di sensazione; non il clangore delle armi, là dove le sole lame in azione avrebbero avuto a dover essere giudicate proprio quelle dei due amati.
Ovviando, comunque, a rispondere in quel momento, là dove, dopotutto, avrebbe dovuto anzi impegnarsi a cercare di contenere più possibile quella pur giustificabile volontà polemica da parte sua, la giovane ofidiana si limitò a indicare la direzione entro la quale avrebbero avuto a doversi muovere, e a indicarla con il proprio stesso corpo, intraprendendo tale percorso e facendo del tutto affidamento sul fatto che, dietro di lei, egli non avrebbe mancato di restarle vicino, assicurandosi che alcuna minaccia potesse averla a raggiungere dal lato posteriore nel mentre in cui, necessariamente, ella si poneva impegnata ad aprire la via sul fronte anteriore.
Howe, dal canto suo, già più che appagato dall’essersi riservato quel giusto apostrofo nel merito di quanto accaduto, non si volle concedere ulteriore insistenza, almeno per il momento, a tal riguardo, posticipando a momenti migliori quel pur necessario beffeggiamento a di lei discapito per il sicuramente involontario scherzo che ella gli aveva riservato. E, sopperendo perfettamente al ruolo a lui da lei tacitamente riservato, egli non mancò di avanzare, e di avanzare seguendola in maniera puntuale, quasi ricalcando le di lei orme a ogni singolo, nuovo passo dal lei compiuto. Necessità, la sua, non soltanto derivante da quello specifico contesto di negromantico assedio, o, anche, dall’amore da lui provato verso di lei, quanto e piuttosto dalla semplice evidenza di quanto, lì sotto, sarebbe stato semplicissimo per lui avere a smarrire il contatto con lei se soltanto avesse permesso a più di un piede di distanza di separarli, tanto per l’affollamento di zombie attorno a loro ma, ancor più, per le tenebre lì imperanti. E quelle tenebre che egli non era minimamente in grado di superare con il proprio sguardo.
Al contrario rispetto a lui, Lys’sh non avrebbe avuto ad accusare alcuna difficoltà di orientamento in quell’oscurità, là dove, anzi, la propria percezione della realtà a lei circostante avrebbe potuto intendersi quantomai precisa in quel momento. E precisa in termini tali da permetterle di individuare e riconoscere il punto preciso oltre il quale avrebbero potuto concedersi di ricongiungersi all’altro sotterraneo, e al sotterraneo allo presidiato dalla Progenie della Fenice. Un passaggio, il loro, sol ostacolato allora dalla presenza di una parete di pietra, e una parete di pietra che avrebbero avuto a dover rimuovere per giungere a destinazione.

giovedì 21 ottobre 2021

3800


Parlare di non morti in senso generale, sarebbe pressoché equivalso a parlare di nuvole in senso generale. Certamente di base le nuvole avrebbero avuto a dover essere intese in quanto nuvole. Ma non tutte le nuvole avrebbero potuto essere fraintese allo stesso modo. E non dalla presenza di qualunque nuvola ci si sarebbe mai potuti attendere le medesime conseguenze di altre nuvole. Nuvole alte e nuvole basse, nuvole cariche di pioggia e cariche di neve, nuvole di tempesta e piacevoli nuvolette utili a stemperare la calura propria dell’estate: pressoché ogni nuvola avrebbe potuto vantare una propria storia unica, nonché, appunto, una serie di caratteristiche egualmente uniche, tali da non perdonare facili confusioni, per così come avrebbe potuto testimoniare qualunque pellegrino.
Parlare di non morti in senso generale, sarebbe anche pressoché equivalso a parlare di vento in senso generale. Certamente di base il vento avrebbe avuto a dover essere inteso in quanto vento. Ma non tutti i venti avrebbero potuto essere fraintesi allo stesso modo. E non dalla presenza di qualunque vento ci si sarebbe mai potuti attendere le medesime conseguenze di altri venti. Venti continentali e venti marini, venti caldi e venti freddi, venti di tempesta e piacevoli brezze estive: pressoché ogni vento avrebbe potuto vantare una propria storia unica, nonché, appunto, una serie di caratteristiche egualmente uniche, tali da non perdonare facili confusioni, per così come avrebbe potuto testimoniare qualunque marinaio.
E se un pellegrino non avrebbe mai potuto confondere una nuvola per un’altra; e un marinaio non avrebbe mai potuto confondere un vento per un altro; mai un avventuriero avrebbe dovuto confondere un non morto per un altro… in un errore che sarebbe stato altresì pagato a caro prezzo.

Banale, ma non troppo, avrebbe, a esempio, avuto a doversi intendere il confronto con un cosiddetto zombie, o con uno scheletro, che altro non avrebbe dovuto essere considerato se non lo stadio finale proprio dello zombie, quando ogni residuo di carne e tessuto molle fosse alfine marcito. Zombie e scheletri avrebbero avuto sì a dover essere considerati clienti spiacevoli, fosse anche e soltanto per la loro quieta indifferenza a qualunque azione condotta a loro discapito, in termini tali da poter proseguire nel proprio attacco anche ove smembrati, vedendo ogni singolo arto poter cercare autonoma rivalsa sul proprio antagonista. Ciò non di meno, agli zombie e agli scheletri non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto maggiore acume rispetto a quello proprio di una medusa, limitandosi a elaborare opportunamente gli stimoli loro derivanti dal mondo esterno e a rispondere in maniera puntuale agli stessi, secondo il proprio imperativo basilare, e quell’imperativo abitualmente rivolto alla sistematica eliminazione di qualunque essere vivente appartenente al regno animale in quanto tale. In tal senso, quindi, avere a che fare con zombie o scheletri non avrebbe rappresentato una difficoltà nel confronto con il singolo, generalmente anzi di facile gestione fosse anche e soltanto per la propria intrinseca lentezza e la più completa assenza di agilità; quanto e piuttosto con il gruppo, là dove raramente ci si sarebbe potuti concedere l’opportunità di avere a ritrovarsi innanzi a un solo zombie o un solo scheletro.
Già più complesso, invece, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto l’eventuale confronto con un legione, ossia un vero e proprio, mostruoso, agglomerato di cadaveri fusi insieme a creare un’unica entità di dimensioni notevoli, di forza devastante e di resistenza decisamente elevata. Con diversi legioni, in particolare, la stessa città di Kriarya, nonché la medesima Midda Bontor, aveva avuto a dover fare i conti alcuni anni prima, avendo proprio malgrado a verificare in prima persona il pericolo derivante da tali creature, e da creature, fortunatamente, non esistenti in natura, quanto e piuttosto frutto della volontà di un negromante e, in ciò, asserviti esclusivamente ai suoi interessi, ai suoi voleri o ai suoi capricci. Non che ciò avesse a rendere meno pericolosi i legioni rispetto ai comuni zombie o scheletri: anzi. L’esistenza di un vero e proprio mandato, di uno scopo chiaro, di una definita volontà atta a muovere i loro passi, non avrebbe potuto che far crescere di molto l’intrinseca pericolosità di simili creature, in termini tali da porli alla stregua di molte fiere mitologiche, temibili bestie al cospetto delle quali, per i più, non soltanto comuni individui, ma anche valorosi guerrieri, la speranza migliore di sopravvivenza sarebbe derivata dalla propria velocità a fuggire e dalla propria abilità a nascondersi.
Ancor più complicato, poi, avrebbe dovuto essere considerato lo scontro con un negromante non morto, in quello che avrebbe potuto essere considerato un non senso, ma che, in effetti, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual un’eccezione tutt’altro che rara. Generalmente mossi dal desiderio di asservire la morte al proprio volere, infatti, realizzazione estrema di ogni negromante sarebbe necessariamente dovuta essere considerata quella volta a sottometterla al punto tale da sospingersi personalmente a ignorarla, diventando, a tutti gli effetti, un non morto e, ciò non di meno, mantenendo tutto il proprio negromantico potere. E benché, per lo più, tale evoluzione era solita presentarsi in forma di spettro ancor prima che in termini corporali, non avrebbero avuto a mancare, nel mito così come anche nella Storia, diversi, importanti esempi di temibili figure annoverabili in tale categoria, e figure la cui estinzione non avrebbe mai avuto a dover essere fraintesa qual banale, nel riuscire a combinare insieme il meglio di ambo le categorie.
Un caso indubbiamente degno di nota, infine, avrebbe avuto a dover essere giudicato quello proprio dei ritornati, e di quella nuova specie di non morti involontariamente generata dalla stessa Midda Bontor in grazia ai poteri della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice. Uomini, donne e altre creature in tutto e per tutto riportati alle proprie condizioni fisiche e mentali immediatamente antecedenti al momento della propria morte, e, peggio ancora, resi del tutto indifferenti a ogni normale limite proprio delle creature viventi: niente stanchezza, niente dolore, nessuna possibilità di essere feriti in maniera permanente e, in effetti, neppure distrutti, là dove, per così come avevano avuto spiacevole opportunità di appurare personalmente Midda, Duva e Lys’sh durante gli accadimenti dell’assedio di Lysiath, anche i danni più gravi, le mutilazioni più crudeli, avrebbero trovato occasione di essere risanati come se nulla fosse mai accaduto e, peggio ancora, senza alcuna reale possibilità di limite attorno a ciò. Creature immortali non in quanto tali, ma semplicemente perché, pur non più vive, non avrebbero neppure avuto a doversi fraintendere morte, né, tantomeno, così facilmente riconducibili alla morte. Fortunatamente, in tale categoria, pur avendo allor a dover essere censiti tutti quanti coloro i quali nel corso della propria esistenza avevano avuto la sfortuna di incrociare i propri passi con Midda Bontor e di essere, in ciò, uccisi da lei; non tutti gli stessi avrebbero dovuto essere fraintesi desiderosi di avere a cercare vendetta a suo discapito… anzi. La maggioranza degli stessi, in verità, aveva deciso di andare oltre a ogni facile risentimento, per avere a godere dell’inattesa possibilità concessa da quella nuova vita non vita, o morte non morte, e una possibilità obiettivamente insperata, e neppur ritenuta possibile… non, quantomeno, in quegli stessi termini. Coloro i quali, tuttavia, non avrebbero voluto rinunciare alla propria rivalsa a suo discapito, certamente avrebbero avuto a doversi riconoscere fra i più pericolosi avversari contro cui chiunque avrebbe mai potuto avere occasione di incrociare i propri passi o, peggio, le proprie armi, incarnando, in fondo, quella sfida che non avrebbe potuto essere vinta.

Howe Ahlk-Ma avrebbe avuto a dover essere riconosciuto e apprezzato, ormai, qual un avventuriero mercenario di un certo livello, non soltanto in virtù del proprio personale rapporto con la leggendaria Midda Bontor, quanto e piuttosto per tutte le imprese da lui compiute e, soprattutto, per tutte le imprese a confronto con le quali egli era riuscito a sopravvivere. In ciò, quindi, il suo personale bagaglio di esperienze non avrebbe avuto a poter essere indicato qual banale. Né, tantomeno, poco variegato nella classificazione di tutti quegli antagonisti innanzi ai quali era riuscito a riportare vittoria, se non solo, sicuramente in compagnia del proprio amico fraterno Be’Wahr Udonn.
In un simile, amplio repertorio personale di esperienze, e a confronto di un mondo come il loro, Howe non avrebbe potuto allor negarsi di conoscere i non morti. E di sapere, per lo più, come affrontarli. Purtroppo, però, non tutti i non morti avrebbero avuto a dover essere banalizzati alla stregua di semplici zombie. E per quanto semplici, comunque, anche gli zombie non avrebbero mai avuto a dover essere considerati qual una sfida di banale risoluzione…

mercoledì 20 ottobre 2021

3799


Howe era perfettamente confidente delle proprie capacità. Ed era sufficiente confidente anche delle capacità della propria compagna d’armi e di letto. La prima e più importante prerogativa di ogni guerriero, dopotutto, sarebbe stata proprio quella: conoscere se stessi e conoscere i propri sodali, nei propri punti di forza e in quelli di debolezza, non tanto al fine di negarsi la possibilità di agire oltre i propri limiti, quanto e piuttosto per avere percezione dei propri limiti e poter razionalmente decidere quando tentare di spingersi oltre, quando superarli, a dispetto di ogni prospettiva in senso contrario.
Tale importante insegnamento non era qualcosa che egli aveva appreso in maniera autonoma, quanto e piuttosto per mezzo dell’esempio e del riscontro concreto di ciò offerto proprio da Midda Bontor, la quale, per prima, non avrebbe avuto a doversi fraintendere né inconsapevole dei propri limiti, né tantomeno timorosa di aversi a spingere oltre gli stessi, pur sempre e comunque mantenendo il controllo della situazione, anche nelle condizioni più avverse. E proprio al cospetto degli straordinari risultati da lei in tal maniera ottenuti, egli sarebbe stato semplicemente uno stupido a non cogliere l’occasione per fare tesoro di ciò. E, fino a prova contraria, egli non era solito avere a considerarsi uno stupido, nel preferire, piuttosto, avere a destinare tale ruolo al proprio fratello d’arme e di vita Be’Wahr.
Nell’essere, quindi, perfettamente confidente delle proprie capacità, e sufficientemente confidente anche delle capacità della propria compagna d’armi e di letto, Howe non avrebbe potuto riservarsi troppi dubbi sulle loro possibilità di vittoria in contrasto a quel gruppetto, ove ci si fosse spinti a un confronto diretto contro di loro. Certo, essi avrebbero sicuramente potuto avere a dimostrare qualche capacità stregonesca non immediatamente evidente, ma nel confronto con l’evidenza del loro abbigliamento e delle armi loro condotte seco, avrebbe avuto a essere considerato più probabile avere a identificare quel gruppo per quanto apparivano essere: bassa manovalanza, carne da macello, all’interno della più amplia e variegata organizzazione della Progenie della Fenice.
Benché, pertanto, quella sfida non avesse a rappresentare per lui un ostacolo insormontabile e, anzi, potesse essere considerata parte della propria più consueta normalità, proponendo quello qual un comunissimo pomeriggio come qualunque altro della propria vita; egli avrebbe quietamente preferito ovviare a ingaggiare quel combattimento nella quieta consapevolezza di quanto, comunque, non potesse avere certezza assoluta di riuscire a contenere l’allarme che sarebbe potuto derivare da tutto ciò, e un allarme che, allora, avrebbe avuto decisamente a nuocere al loro scopo oltre che, all’occorrenza, alla stessa Midda Bontor, nell’idea di avere a salvare la quale si erano sospinti sino a lì.
Abbandonando, in ciò, l’idea di un attacco frontale, necessario sarebbe stato avere a riservarsi una soluzione alternativa, e una soluzione che potesse ad aggirare quell’ostacolo ancor prima che arrischiarsi a un superamento diretto dello stesso. Purtroppo, e proprio malgrado, egli in tal senso non avrebbe potuto essere di alcuna concreta utilità, come già ampliamente dimostrato sino a quel momento, laddove del tutto privo di qualunque coscienza concreta dell’architettura sotterranea di quel luogo e, con essa, di eventuali possibilità alternative a quella pur palese via diretta.

“Possiamo trovare un’altra strada…?!”

Tale fu la domanda che egli tentò di trasmettere verso Lys’sh, e di trasmetterla aprendo la mancina con il palmo rivolto verso l’alto e puntando inizialmente l’indice del destro al centro della stessa, picchiettando lì un paio di volte e poi descrivendo un percorso circolare, fino a sospingersi a puntare al dorso della medesima mano sinistra, questa volta, però, passando lateralmente a essa.
Lys’sh comprese quanto l’amato desiderava domandarle e, in tal senso, ebbe allora a impegnare nuovamente i propri sensi, alla ricerca di un’altra soluzione, di un’altra strada, per così come i suoi sensi potevano essere in grado di trasmetterle. E se un’altra strada alla fine ella ebbe a individuare, non era certa che essa sarebbe piaciuta al proprio sodale.

“C’è un’altra via… ma dovremo lottare contro gli zombie.”

Così si sarebbe voluta comporre, quindi, la risposta che ella desiderava offrire al proprio compagno. Una risposta allor trasmessa da un quieto annuire con espressione poco convinta, prima, e, successivamente, da una supposta imitazione di un non morto, in contrasto alla quale opporre la propria violenza, rappresentata dalla simulazione di un colpo di spada.
A confronto con tutto ciò Howe ebbe ad annuire con chiara convinzione, invitandola quindi a fargli strada verso tale ipotesi alternativa. E Lys’sh, dal canto suo, si limitò a soddisfare quella sua decisione, stringendosi appena fra le spalle nel comprendere quanto, evidentemente, egli avesse a preferire affrontare il pericolo rappresentato dagli zombie ancor prima che correre il rischio di scatenare un qualche grido d’allarme fra le schiere della Progenie della Fenice, e nel giustificare, in fondo, tale preferenza.
Allontanandosi, quindi, di qualche dozzina di piedi dal punto ove quel gruppetto era radunato a presidiare quell’ingresso, la giovane ofidiana ebbe a individuare quello che appariva essere un vero e proprio buco nel terreno, e un buco nel terreno dal quale si era tenuta volontariamente alla larga pocanzi, a ovviare al rischio di avere a caderci dentro.

“Da questa parte…” definì quindi, indicando la voragine buia nel terreno e, in tal maniera, avendo a indicare all’amato la via da seguire.

Howe osservò con aria incerta quel buco nel terreno, e quel buco di cui non sapeva obiettivamente nulla. Ma non potendo certamente avere a frenare il proprio incedere per un simile dettaglio, si osservò rapidamente attorno, cercando un appiglio sufficientemente solido al quale avere a legare una fune, utile a calarsi là sotto.
Un appiglio trovato il quale egli ebbe così a organizzarsi in maniera decisamente repentina, in termini tali da non poter che ispirare sincera ammirazione nella propria compagna, nel vederlo tanto deciso e controllato nei propri gesti, nel proprio incedere, anche a confronto con quella che sarebbe allor stata la sfida loro riservata là sotto. E laddove Howe non si stava concedendo la benché minima esitazione a confronto con tale minaccia, certamente non da meno rispetto a lui si sarebbe mai voluta offrire la stessa Har-Lys’sha, pronta ad affrontare non un solo branco di zombie, ma un’intera legione, ove necessario, pur di avere a salvare la propria amata sorella da qualunque assurdo guaio nel quale si poteva essere andata allor a cacciare.
Il dubbio di non essere stata pienamente compresa dal proprio compagno nella sua definizione della situazione, e in quella definizione allor mimata, ebbe tuttavia a sorgerle nel momento in cui, prima che egli avesse a calarsi là sotto, ella non ebbe ad avvertire la benché minima variazione nel suo battito cardiaco, né, tantomeno, nella produzione di adrenalina all’interno del suo corpo. Una quiete ammirevole, certamente, quella da lui così dimostrata, e pur, ciò non di meno, decisamente sospetta, a confronto con quella sfida che, comunque, non avrebbe avuto a dover essere intesa tanto banale da non suscitare alcuna reazione di sorta.

“… aspetta!” tentò di frenarlo, allungandosi muta verso di lui, colta da tale incertezza, e da tale pericolosa incertezza.

Ma un avviso muto, come il suo, non avrebbe potuto di certo impedirgli di proiettarsi in quel pozzo. E sebbene la di lei mano si fosse sospinta in avanti, a tentare nuovamente di bloccarlo, in questa occasione ella non ebbe a fare in temo, limitandosi ad afferrare vanamente l’aria.