Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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il Diario - l'Arte
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 027 - Discordia fraterna. Mostra tutti i post
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giovedì 4 agosto 2011
1296
Avventura
027 - Discordia fraterna
E nel mentre in cui suo fratello Be'Wahr e, se pur forse senza reale ragione di sorpresa da parte sua, Seem, lo scudiero di Midda, si riservarono occasione di raggiungere il suo capezzale, così come egli stesso lo aveva definito, Howe ebbe tempo sufficiente per ascoltare dalla voce della propria interlocutrice qualche informazione utile nel merito di quanto occorso in quel suo periodo di sostanziale assenza, proprio malgrado non cogliendo ogni singola parola da lei scandita, soggettivamente molto, troppo stanco per sopportare lunghi monologhi qual quello che, in buona fede, ella gli volle riservare, ma, ciò nonostante, riuscendo a ricostruire la questione in termini più generali.
In tal modo, lo shar'tiagho scoprì come, effettivamente, cinque secoli prima, in occasione del massacro che, ipoteticamente, aveva imposto prematura conclusione alla storia e alla vita di quel santuario, non tutti i fedeli lì radunatisi nel corso del tempo, e in numero tale da dar vita a un'intera, piccola città, erano stati condannati a morte: una piccola rappresentanza degli stessi era, sorprendentemente, sopravvissuta, e, prestando ben attenzione a mantenere un basso profilo, a non smentire le voci relative alla tragedia lì consumatasi, onde ovviare al ritorno di nuovi gruppi di predoni, altri predatori interessati alle ricchezze che ancora lì potevano essere custodite, avevano proseguito quieti e discreti nelle proprie esistenze, abbandonando la parte più esposta del tempio stesso, in favore dell'occupazione di una nuova area, quella stessa struttura segreta entro la quale avevano avuto modo di preservarsi in vita. Dalla prima rappresentanza di sopravvissuti, inevitabile come lo scorrere del tempo, e naturale tanto quanto l'alternarsi fra la vita e la morte, una nuova generazione era nata, e da essi una successiva, e ancora un'altra, permettendo, in tutto ciò, mezzo millennio più tardi, il ripristino di un numero sufficientemente significativo di adepti, fortemente intenzionati a non permettere a nuovi aggressori, a nuovi assassini, di profanare il suolo sacro di quell'edificio, per loro rifugio, con altri spargimenti di sangue.
Howe, Be'Wahr, Midda, Nissa e, sin'anche, Seem, pur mantenutosi a distanza, accampato fuori dal tempio secondo le disposizioni ricevute dalla propria signora e cavaliere, erano in tutto ciò stati osservati in ogni proprio movimento, in ogni propria azione, sin dall'arrivo fra quelle cime, venendo studiati nelle proprie scelte, nei propri apparenti desideri, per comprendere in quale misura avrebbero dovuto essere ritenuti un pericolo degno di immediata eliminazione o, in quale altra misura, avrebbero potuto essere lasciati passare, sopravvivendo a quell'esplorazione solo per riportare al mondo intero conferma di quanto, in quel santuario, non vi fossero ulteriori ragioni d'attrattiva per alcuno. Purtroppo per Howe, egli e la sua compagna si erano sospinti, senza dolo e senza coscienza, in una delle aree più pericolose dell'intero complesso, quasi condannandosi a morte in maniera autonoma nel confronto con i vermi carnivori che, nel corso degli anni, avevano invaso alcune aree perenne dominio delle tenebre lì dentro. Altresì, purtroppo per Be'Wahr, egli e la sua compagna avevano individuato uno degli accessi alla sezione nascosta del tempio, perimetro che non avrebbero mai dovuto violare per mantenere intatte le proprie speranze di sopravvivenza, rendendo prioritaria, per gli adepti del culto di Thatres, la loro eliminazione.
« Ma… aspetta… » l'aveva interrotta l'uomo, nel contempo tornato a essere sufficientemente padrone della propria vista da distinguere la sagoma dell'interlocutrice dal resto dell'ambiente circostante, sebbene ancora incapace di apprezzarne il dettaglio delle forme o anche solo i caratteristici occhi color ghiaccio « … chi eri tu? » aveva questionato, nella legittima curiosità a conoscere quale fra le due possibili Midda ella fosse allora stata, ancora impossibilitato a distinguere autonomamente la presenza, o l'assenza, dei segni delle ferite a una delle due inflitte dall'azione dei vermi carnivori.
« Tsk… uomini. » aveva risposto ella, concedendosi un momento di lieve ironia in replica a tale quesito « Un momento prima, eccitati a vederti nuda, ti spergiurano in eterno la propria fedeltà. Un attimo dopo, tuttavia, già non sanno più distinguerti da qualunque altra donna. » aveva sospirato, considerando, in tali termini, definita la questione, nel desiderio di ovviare a una nuova possibilità di competizione fra i due fratelli nel merito di colui che era o non era stato in grado di distinguerla dalla propria identica sorella.
Al di là di ogni possibile scherzo, la donna guerriero non poté negare come, in effetti, fu proprio l'inattesa battaglia fra lei e la sua gemella a intervenire in senso positivo sulla valutazione dei fedeli di Thatres nei loro riguardi, dal momento in cui, in ciò, e, soprattutto, nell'esito sanguinoso della medesima, essi rivissero l'orrore di quanto lì occorso cinque secoli prima ai propri antenati, e, fuggita Nissa, decisero di intervenire non in contrasto a chi lì rimasto, quanto, piuttosto, in loro soccorso. Unica ragione per la quale, ella non lo nascose, probabilmente Howe in quel momento aveva potuto riprendere coscienza, risvegliandosi ancora vivo: difficile, improbabile, se non impossibile, in conseguenza della tremenda ferita inflittagli da parte della pirata prima della propria evasione, infatti, sarebbe stato per Be'Wahr e Midda riuscire non solo a condurre il loro compagno e amico fuori da quelle mura, eventualmente combattendo contro chiunque si sarebbe potuto loro opporre, ma, anche e soprattutto, riuscire successivamente a riconoscergli le adeguate cure mediche necessarie per mantenersi fra loro e non risultare l'ennesima, tragica vittima dell'odio di Nissa per la propria gemella. Vittima nell'orrore del ricordo della quale, proprio malgrado, la Figlia di Marr'Mahew difficilmente avrebbe potuto riuscire a convincere con sufficiente serenità, ove, se pur non legata a lui da legami d'amore quale quelli che già l'avevano vista unita ad altri cadaveri sparsi a opera della propria cara sorella, in quel frangente specifico, in quella particolare situazione, ella non avrebbe potuto ovviare a colpevolizzarsi in misura ancor maggiore rispetto a chiunque altro, nell'essere stata presente e nel non aver dimostrato sufficiente prontezza, forza, vigore, per impedire tutto ciò.
Per fortuna tanto di Midda, quanto e maggiormente di Howe, comunque, lo shar'tiagho era riuscito a sopravvivere e, sebbene la memoria di quanto occorso, certamente, avrebbe tormentato entrambi epr il resto delle loro vite, l'essere ancora lì a parlarne, a confrontarsi, sarebbe dovuto essere accolto qual un segnale positivo, l'unico abitualmente apprezzabile nelle loro vite da mercenari.
« Howe! » esclamò la voce di Be'Wahr, sopraggiungendo quasi in contemporanea alla conclusione del monologo della donna, attirando, in ciò, lo sguardo del fratello così invocato, e ispirando sul suo viso un sorriso più amplio di quanto avrebbe potuto preferire riconoscergli, nella sincera felicità di ritrovarlo ancora al proprio fianco « Dannazione a te… mi concedo un quarto d'ora di sonno e tu, dopo più di una settimana, ti vai a risvegliare proprio quando io non ci sono?! » lo rimproverò con fare falsamente polemico.
« Chiamami scemo… » sospirò lo shar'tiagho, aggrottando la fronte e mantenendo, ancora, quel sincero sorriso ad adornare il suo volto in direzione del compagno d'arme e di vita « Potendo scegliere fra risvegliarti innanzi a quel tuo brutto muso squadrato e le rotondità di una bella donna, tu cosa avresti preferito?! » replicò, con maggior maschilismo di quanto abitualmente Midda non sarebbe stata disposta a tollerare, e che pur, in quel contesto, gli volle perdonare, limitandosi a scuotere appena il capo.
« In effetti… credo proprio che tu abbia ragione! » approvò il biondo, scoppiando a ridere fragorosamente per quelle sue ultime parole.
Un riso, quello che Be'Wahr volle far proprio, nel quale, in verità, venne allora espresso non semplice divertimento per l'accenno scherzoso del fratello, quanto, e ancor più, venne lì alfine sfogato tutto quell'evidente, comprensibile e umano carico di tensione che, da giorni, si stava imponendo straziante sul suo animo, nel timore di non potersi più ritrovare a confronto con Howe dopo che le ultime parole fra loro, fatta eccezione per quelle rapidamente scambiatesi nel corso della battaglia, erano state stupidamente, e ingiustamente, colleriche.
Con qual cuore, con qual animo, egli avrebbe potuto proseguire la propria quotidianità, la propria vita di tutti i giorni, se l'altro fosse morto e se l'ultimo vero dialogo fra loro avesse dovuto esser ricordato qual quello che li aveva stupidamente spinti a dividersi, gareggiando l'unico contro l'altro in quell'ancor più sciocca missione così come mai avevano fatto nelle loro intere esistenze? Con quale sentimento, con quale rimorso, egli avrebbe dovuto convivere da lì all'eternità, nella consapevolezza della propria responsabilità in quanto occorso, nella colpevole certezza che nulla sarebbe potuto avvenire se solo non si fosse scioccamente ribellato a ogni, pur consueto, scherno da parte del proprio amico di sempre, complice di infinite imprese?
« Certo che ho ragione! » obiettò lo shar'tiagho, disapprovando scherzosamente il tono condizionale reso proprio dall'asserzione del fratello nel riconoscere il merito delle proprie parole « Dovresti ormai sapere come io ho sempre ragione, razza di mulo che non sei altro! »
Fu allora che, sentendosi sempre più lucido, più padrone della propria mente e del proprio corpo, al punto tale da riconoscere i volti di chiunque a sé circostante sebbene ancora un po' sfocati della propria proposta, Howe valuto opportuno tentare di liberarsi dall'insulsa immagine di patimento che, probabilmente, lo stava caratterizzando nel porsi sdraiato in quel letto e che tanta quieta comprensione, forse, addirittura, compassione, stava ispirando sia sul volto di Be'Wahr, sia su quello di Midda e, persino, su quello del giovane Seem, muta presenza alle loro spalle. Un movimento giudicato sufficientemente banale, quello utile a farlo risollevare, quanto meno, a sedersi su quel giaciglio, che pur parve preoccupare tutti loro nel momento in cui compresero cosa stesse per compiere, e che, suo e loro malgrado, fallì prima che chiunque potesse intervenire a bloccarlo, nel veder venire meno un qualche punto d'appoggio per la sua mano sinistra, facendogli temere di poter rovinare molto poco dignitosamente a terra.
« Lohr… » esclamò l'uomo, ritrovandosi a essere sorretto tanto dalle braccia del fratello, quanto da quelle della stessa donna guerriero, utili a evitargli quella spiacevole caduta « … scusatemi. » tentò di giustificarsi subito dopo, lasciandosi guidare nuovamente a sdraiarsi sul letto « Devo aver messo la mancina in fallo. Evidentemente ho ancora bisogno di riposo… » sorrise, a minimizzare quanto appena accaduto.
Ma, nel cupo e drammatico silenzio che, a tale ironia, gli venne allora riservato, Howe ebbe la tragica consapevolezza di come, quanto appena accaduto, non avrebbe dovuto essere considerato un suo errore, una sua mancanza. E, con inevitabile ansia, con soffocante orrore, prima che chiunque potesse recuperare voce per cercare di tranquillizzarlo, per quanto fosse impossibile ipotizzare in quali termini, egli mosse rapido il proprio sguardo in direzione del proprio avambraccio sinistro per comprendere cosa stesse accadendo… salvo penosamente scoprire di non avere alcuna possibilità di successo in tale ricerca, in simile desiderio.
mercoledì 3 agosto 2011
1295
Avventura
027 - Discordia fraterna
« Vissi... » gelido spirito affermò
volgendosi a chi in vita amò
« E' possibile che sia già obliato,
il ricordo di chi assassinato?
Solo ieri da tutti rispettato,
dalle folle ovunque osannato,
oggi di me quasi non resta storia
negatami ogni giusta memoria.
Ma che valore ha ogni vittoria,
che senso ha questa insulsa gloria,
se un uomo, morto da guerriero,
di questo non ha da esser fiero? »
Se pur non descrivibile attraverso termini quali dolce, delicata o, addirittura, prossima al falsetto, qual era consueta impostazione canora della maggior parte delle donne, a voler, in ciò, meglio evidenziare la propria femminilità, in un'utilità tuttavia non dissimile da quella del mantenimento di lunghi capelli fluenti quali, del resto, mai la mercenaria aveva ricercato quali propri, la voce di Midda Bontor, impegnata nel canto, non avrebbe potuto essere condannata qual sgradevole, spiacevole, deprecabile. Al contrario, essa, con toni più intensi, a tratti persino rochi, e pur sempre e comunque perfettamente controllata nella propria estensione sonora, sembrava porsi in grado di accarezzare l'animo dei propri ascoltatori con maggiore vigore, eccezionale carisma non dissimile da quello da lei espresso in qualsiasi altro momento della propria vita, in qualunque altra azione per lei propria.
Indubbio, in grazia di tutto ciò, sarebbe stato per lei incredibile successo ove, se solo avesse desiderato, si fosse dedicata a una professione di bardo anziché a quella di mercenaria, se pur mai, nella propria vita, aveva preso in esame una tale opportunità, relegando simile propria bravura, talento artistico e musicale, a mero diletto, passatempo abitualmente utile a colmare i silenzi di lunghe soste, quali quelle che uno stile di vita suo pari non mancava di riservarle più spesso di quanto, probabilmente, non avrebbe gradito, rendendole più sopportabili, più accettabili. Per tale ragione, tuttavia, in passato, nelle molteplici notti trascorse comunque insieme, accampati sulla nuda terra e sotto l'infinito cielo, Howe e Be'Wahr avevano avuto occasione di godere di simile esperienza, apprezzandone il valore non in conseguenza di una qualche particolare e approfondita formazione musicale, pur in loro assente, quanto, e pur legittimamente, per quel sentimento del bello, e dell'armonico, comune all'intera razza umana in quanto tale.
E fu proprio per tale pregressa opportunità, simile trascorsa possibilità, volta a maturare confidenza con la voce della propria tanto lodata, quanto parimenti infamata compagna di viaggio, non solo quando impegnata della pianificazione di una battaglia o nelle imprecazioni proprie della medesima, che lo shar'tiagho, precipitato, proprio malgrado, per lungo tempo in uno stato di cupo oblio, irrequieta dimenticanza, violentemente separato dal mondo dei vivi e, in ciò, troppo pericolosamente teso verso quello dei morti, non ebbe esitazione alcuna a riconoscere la tonalità propria di lei, allora non così diverso, per lui, dal leggendario canto di una sirena, a sé capace di attrarlo, irretendolo e imprigionandolo per l'eternità. Così, non senza fatica, non senza sentirsi disorientato e confuso per quanto occorso, egli recuperò lentamente contatto con il proprio intero corpo, e con quella stessa realtà dalla quale era stato sospinto tanto distante, crogiolandosi nel note da lei scandite con vibrante passione.
Ma sua moglie, con sguardo altero
verso tale ombra di cimitero,
non parve far proprio alcun timore
né, invero, sentimento d'amore.
E stretta a nuovo adulatore,
lì invocando il suo calore,
ella spirto tentò di congedare
senza pietà per lo sposo provare.
« Tu che da vita distanza trovare,
e con essa da me allontanare,
hai sì stolidamente voluto...
cosa pretendi, ora, qual saluto?! »
« Lohr… » accennò a sussurrare egli, ancora a occhi chiusi, neppur riuscendo effettivamente a scandire quella singola importante sillaba, quanto, piuttosto, una sorta di rantolo confuso, che lo costrinse, successivamente, a provocarsi un debole colpo di tosse allo scopo di tentare di schiarire la propria stessa voce e meglio lasciarsi udire « Lohr… » ripeté, ora più distinguibile, al punto tale da costringere la propria camerata a interrompere l'impegno canoro con il quale da un ancor imprecisabile lasso di tempo lo stava accompagnando nel proprio riposo, lo stava vegliando nella propria guarigione.
« Howe? » invocò ella, muovendosi, o così a lui parve, per avvicinarsi al suo giaciglio, qualunque esso fosse in quel momento « Howe… hai ripreso coscienza?! »
« Non ne sono sicuro. » replicò l'uomo, cercando di costringere una delle proprie palpebre a dischiudersi, per permettergli di riacquistare definitivamente contatto con l'intero Creato « Di certo, ho sufficiente coscienza per poter dire che, sebbene la tua voce sia meravigliosa, Midda cara, la tua scelta in fatto di musica fa veramente schifo… » ironizzò, sentendo un panno imbevuto di fresco liquido, acqua, venir avvicinato alle sue labbra, per concedergli occasione di suggere quanto avesse ritenuto necessario richiedere, per reidratarsi « Ti pare la canzone giusta da scandire al capezzale di un moribondo?! »
« Howe… » commentò la donna, con tono tale da permettergli di immaginare come, in quel momento, ella stesse scuotendo il capo, con un lieve sorriso sulle labbra « Se non trovi occasione di lamentarti non riesci a sentirti soddisfatto, non è vero? » contestò, dopotutto lieta di come il proprio interlocutore potesse aver ancora voglia di scherzare, segnale più che positivo nei meriti di una sua effettiva ripresa.
« Si fa quel che si può, con quanto si ha a disposizione… » minimizzò lo shar'tiagho, provando, ora, a scuotersi appena, per verificare che tutto fosse a posto, ottenendo qual risposta da parte del suo stesso organismo un riscontro sufficientemente positivo, con la sola eccezione di una fitta di dolore proveniente dal braccio sinistro, là dove era stato colpito a tradimento dall'arma di Nissa « Quella cagna maledetta… » sussurrò, nel mentre in cui la sua mente gli ripropose rapida le ultime immagini di quanto accaduto, di quanto occorso prima del lungo e malato sonno in cui, lo comprendeva, doveva essere precipitato « … per quanto sono stato fuori gioco? »
« Oggi è il nono giorno. » lo informò, con premura, la Figlia di Marr'Mahew, ancora mantenendo il panno ove le sue labbra potessero raggiungerlo « Tuo fratello, in questo momento, sta dormendo: era il mio turno di guardia. Ma sono già corsi a chiamarlo… » soggiunse, considerando come probabilmente la questione potesse essere di suo interesse, non errando in simile valutazione.
« Sono già corsi…? » ripeté Howe, tentando di violare l'oscurità impostagli dalle proprie stesse palpebre, riuscendo, non senza fatica, a dischiudere quelle dell'occhio destro solo per ritrovarsi a confronto con un agglomerato confuso, caotico, di luci e colori, forme indistinte e indistinguibili che mai avrebbe potuto associare a qualcosa di noto « Chi? » questionò, non comprendendo al pieno tale asserzione e, in ciò, per un attimo temendo di aver smarrito, in conseguenza di quel lungo periodo di oblio, qualche ricordo utile a dare un senso logico alla medesima.
« Gli adepti del culto di Thatres. » rispose l'altra, con tono ancora quieto e tranquillo, ora allungando, egli la percepì, la propria mancina a percorrere la lunghezza del suo viso, dalla fronte lungo lo zigomo destro e sino al mento, in una carezza sincera ed estremamente dolce, che non poté evitare di donargli concreto e naturale piacere « A quanto pare, cinquecento anni fa qualcuno era riuscito a sopravvivere al massacro. »
martedì 2 agosto 2011
1294
Avventura
027 - Discordia fraterna
« Lohr… »
Se pur con minore enfasi e fama rispetto a quella associata alla propria compagna dai capelli corvini e dagli occhi color ghiaccio, la cui quasi perfetta imitazione era collocata, in quel frangente, sotto di sé, il mercenario shar'tiagho non avrebbe dovuto essere sottovalutato quale uno scarso guerriero, una grottesca imitazione di quanto un vero professionista avrebbe dovuto essere. Tanto egli, quant'anche il suo biondo fratello, si erano infatti da lungo tempo conquistati, a pieno diritto, il proprio ruolo nel mondo, difendendolo ogni singolo giorno nella consueta lotta per la sopravvivenza, sol traducibile ed esplicabile, nel contesto proprio del loro mestiere, attraverso il sangue stillato dalle vene dei propri avversari, in maniera più o meno plateale. Una costante e irrinunciabile ricerca di affermazione del proprio diritto a vivere attraverso la morte dei propri nemici, che non avrebbe dovuto, né mai avrebbe potuto, essere fraintesa, quale espressione di malignità da parte loro, così come di Midda, Carsa o qualunque altro professionista del loro settore, quanto, semplicemente, la conferma della prima fra tutte le leggi della natura, dell'intero Creato sin dai propri primi e più antichi giorni: la legge della sopravvivenza del più forte. Alcun piacere avrebbe pertanto potuto mai animare la mano di Howe nel levarsi per sentenziare una condanna su una propria controparte, così come, parimenti, alcun dispiacere l'avrebbe egualmente potuto caratterizzare, non, per lo meno, in una misura superiore a quella che avrebbe mai potuto essere propria di un gatto innanzi a un topino di campagna, di un lupo innanzi a una lepre, o, ancora, di un leone a confronto con una gazzella, per richiamare metaforiche figure di animali appartenenti alla fauna di regni prossimi a quelli dei deserti centrali, fra cui la stessa Shar'Tiagh.
In grazia di tutto ciò, nulla di più quietamente presumibile di una prematura conclusione della propria esistenza, avrebbe potuto dominare il pensiero dell'uomo a ogni singolo risveglio quotidiano, permettendogli, in effetti, di riuscire ad apprezzare la vita, anche nei propri aspetti forse più banali, qual un'esperienza meravigliosa e preziosa. Sempre in conseguenza a simili pensieri, a tali riflessioni, nulla sarebbe potuto essere giudicato più tranquillamente attendibile rispetto a un tragico esito negativo nell'azione allora posta in essere dalla coppia, non solo prima dell'attuazione di quei gesti, ma anche in ogni singolo istante proprio di simile strategia, ove particolarmente stolido, nonché pericoloso, e non ottimistico, sarebbe stato presumere aprioristicamente successo. E ancora, in virtù di tanto forse pessimistico, forse realistico, atteggiamento di psicologico confronto con la quotidianità, fortunatamente auspicabile sarebbe dovuta essere valutata un'occasione, per lui, di ovviare alla violenta reazione avversaria, in parte ritraendosi e, ancora, in parte provvedendo a ergere quelle pur minime, e spesso, istintive difese in nome del proprio sol desiderio di sopravvivere, di far propria una nuova occasione di battaglia, tanto il giorno dopo quanto quello ancora successivo.
Così, nel momento in cui quel letale stiletto invocò contatto con il suo cuore, desiderando infrangerlo non in termini meramente metaforici, quanto, piuttosto, tragicamente pratici, Howe, intuendo il movimento di lei ancor prima di riuscire a coglierlo effettivamente, si rigettò quanto più rapido possibile all'indietro e levò il proprio arto mancino a protezione del proprio busto, quasi esso fosse lì protetto da scudo, per quanto, purtroppo, tragicamente nudo al pari del resto del suo corpo. E quel braccio, per quanto di semplice carne e di comuni ossa, già ampliamente martoriate a opera dell'azione dei vermi carnivori in sua opposizione, non si negò, comunque, una dolorosa utilità, nel mantenere l'arma di Nissa lontana dal proprio cuore, se pur, per ottenere tale risultato, lasciandosi trapassare dalla medesima.
« Howe! » fu il grido unanime che eruttò dalle gole di Be'Wahr e di Midda, nel mentre in cui, entrambi, all'unisono, si rialzarono da terra, per slanciarsi in direzione del proprio compagno e amico, prima che egli potesse essere sopraffatto dalla sua avversaria.
« … lurida… cagna… » ringhiò fra denti stretti lo stesso shar'tiagho, a tentare di contenere il dolore, di non abbandonarsi al medesimo, nella consapevolezza di quanto, così facendo, avrebbe solo compiuto il giuoco dell'altra, concedendole ulteriore possibilità in suo sfavore.
« Mi spiace, ma non rientri esattamente nei miei gusti… » ironizzò Nissa, accennando un bacio verso di lui e, in ciò, tentando di ritrarre la propria lama, forse per un nuovo, e ora realmente efficace attacco, o forse a desiderare un semplice disimpegno da lui.
« … dove pensi… di poter andare?! » sorrise egli, in un'espressione forzatamente sardonica, per quanto sconvolta dalla pena da lui lì vissuta.
Malgrado tal volontà nella donna, e malgrado l'atroce patimento che, in tutto ciò, gli stava venendo imposto, nel mentre in cui quella lama incastratasi esattamente fra le ossa dell'avambraccio, radio e ulna, ne stava straziando in misura ancor peggiore le carni, Howe non parve volerle concedere simile opportunità, riprendendo il controllo della propria destra e, con essa, subito andando ad afferrare il braccio di metallo a lui avverso, a frenarlo, a non permettergli ritirata alcuna.
Un gesto forse folle, e pur indubbiamente audace, che, se anche avrebbe potuto lì segnare per lui una penosa condanna a morte, parve voler essere riconosciuto e ricompensato non solo dal tanto invocato Lohr, quanto, piuttosto, dagli dei tutti, nel garantire agli sperati rinforzi quel effimero, e pur necessario, intervallo di tempo utile a sopraggiungere sino a lui e, in ciò, nel costringere Nissa Bontor a dover reindirizzare tutti i propri sforzi, il proprio impegno, non tanto nella volontà di punire definitivamente quell'uomo per le colpe così rese proprie, per quanto osato a suo discapito, quanto, e altresì, nella necessità di preservare la propria stessa vita e la propria libertà, votando per un'estemporanea ritirata strategica invece della prosecuzione di quello stesso conflitto da lei allora iniziato.
« Che Thyres vi maledica tutti! » augurò loro la donna, lasciando svanire ogni possibile espressione di soddisfazione quale quella pur pocanzi dimostrata e, inaspettatamente, esercitando forza sufficiente, in una completa tensione muscolare, a catapultare il proprio ingombrante avversario lontano da sé, e contro i nuovi, possibili antagonisti, facendo inaspettata leva sulle sue parti più intime e, in ciò, più delicate e sensibili.
In simile sviluppo, indispensabile a permettere alla stessa pirata di conquistarsi rapida occasione di ritirata verso il canale lì prossimo, tuffandosi in esso e sfruttandone il corso per allontanarsi rapidamente non solo dai propri nemici, quanto, e più in generale, dall'intero santuario, quanto di più grave occorse non poté essere giudicata quella stessa fuga, ma, piuttosto, il danno che in essa fu riportato dallo sventurato Howe. Danno che, altresì, non poté essere ritenuto semplicemente corrispondente al pur spiacevole, e doloroso, colpo impostogli ad altezza inguinale, quanto, e molto, molto peggio, quello derivante dal movimento che, incontrollato e confuso, compì lo stiletto all'interno del suo braccio, fra le sue carni, squartandole oscenamente dal gomito fino, quasi, al polso, prima di abbandonarlo con la medesima violenza con la quale l'aveva pocanzi incontrato.
Un ulteriore offesa, quella riportata a discapito di un già sufficientemente sventurato arto, che, malgrado ogni precedentemente dimostrazione di coraggio e di controllo da parte dello shar'tiagho, in quel particolare momento, in quell'evoluzione tanto terribile quanto angosciante, non poté ovviare a strappargli un alto grido di dolore, simile a un ruggito, o forse un ululato, il quale, tuttavia e comunque, non ebbe occasione di proseguire a lungo, in grazia, perché sol qual tale avrebbe potuto essere considerata, di una pietosa perdita di sensi, di contatto con la realtà, e con il proprio dolore, che allora e alfine ebbe il sopravvento sulla mente dello stesso uomo, lasciandolo ricadere inerme fra le braccia dei propri due compagni.
« Dannazione… Howe! » esclamò la Figlia di Marr'Mahew, la sola e vera, nel non degnare, nonostante ogni questione pur rimasta in sospeso, la propria gemella di un benché minimo sguardo, di una qualunque attenzione, dopo che questa ebbe palesato la propria volontà di evasione, nel ritenere più importante, urgente, prioritario, dedicarsi piuttosto a chi, ancora una volta, stava rischiando la propria vita a causa di Nissa e, purtroppo, indirettamente per colpa sua « Guai a te se credi di poter morire! » lo minacciò, sorreggendolo a sé, con non celata preoccupazione per le sue condizioni « Mi senti, stupido idiota?! Non osare morire… o ti verrò a cercare in qualunque aldilà ti andrai a nascondere! »
lunedì 1 agosto 2011
1293
Avventura
027 - Discordia fraterna
Un duplice gesto straordinariamente rapido nella propria esecuzione, quello così compiuto con perfetta coordinazione da parte dei due fratelli, che, sebbene apparentemente volto a negare loro ogni possibilità di azzardo, nell'atterrare entrambe le gemesse e non solo una delle due, nell'impossibilità a valutare quale fra le stesse, non avrebbe dovuto comunque essere ritenuto tale nel prendere in esame la questione con uno sguardo più amplio, con un'attenzione più generale attorno all'intera questione. E, in effetti, estremamente semplice, ma non per questo corretto, sarebbe potuto essere ritenere come alcun fattore di rischio, di incertezza, fosse per loro mutato in grazia di simile scelta, nel considerare come ciò che era stato compiuto non avrebbe potuto essere riconosciuto quanto nulla di più, o nulla di meno, rispetto a un semplice tergiversare, a un posticipare a un momento successivo, e pur inevitabile nella propria occorrenza, la scelta reale in favore dell'una o dell'altra, a meno di non volersi esprimere in negazione di entrambe.
Una possibilità quest'ultima, altresì, che ipocrita sarebbe stato, almeno per Howe, negarsi di ammettere qual pur effettivamente presa in esame, nel non ritenere, sostanzialmente, di dover considerare quale proprio particolare dovere tutelare la salute di Midda in misura maggiore rispetto a quella della sua sorella gemella: una possibilità, tuttavia, che pur, alfine, non venne abbracciata, non venne valutata qual attuabile, fosse anche, e solamente, in nome dell'oro che egli non avrebbe mancato di domandare alla stessa donna guerriero non solo in risarcimento per la loro missione, ormai evidente fallita anche e soprattutto per il contrattempo rappresentato dalle due antagoniste, quanto, e piuttosto, per quello che le avrebbe richiesto a compenso per l'aiuto concessole in quella stessa occasione. Motivazioni, probabilmente, non così profondamente romantiche quali quelle che avrebbero accontentato, piuttosto e altrimenti, l'animo creativo di un bardo, nel cantare di tale frangente e della scelta da loro abbracciata, così anche come, altrettanto probabilmente, neppure condivisibili, nella propria stessa natura, dallo spirito più entusiastico, e meno pragmatico, dello stesso Be'Wahr, e che pur, lo shar'tiagho ne era certo, sarebbero allora state assolutamente e perfettamente comprese e apprezzate dalla medesima mercenaria dagli occhi color ghiaccio loro alleata, loro compagna di viaggio e di ventura, nell'esprimere, né più, né meno, quegli stessi principi professionali da lei sempre invocati qual propri e tali, in occasioni passate, anche da giustificare estemporanei tradimenti a opera della loro quarta camerata Carsa Anloch. Per amor del dettaglio, sempre a ricercare un clima di assoluta onestà spirituale con se stesso, Howe non avrebbe potuto ovviare a riconoscere quanto, malgrado la correttezza di tale ragionamento, la Figlia di Marr'Mahew mai avrebbe potuto ipotizzare di sottrarsi innanzi a un debito d'onore, quale, primo fra tutti, quello di una vita salvata… e, considerando il numero di occasioni in cui, in maniera più o meno plateale, ella aveva permesso al proprio collega di riportare a casa, ovunque essa fosse, la propria scura pellaccia, egli non avrebbe potuto che essere in debito con lei, sotto tale punto di vista. Questione, ciò nonostante, della quale lo shar'tiagho avrebbe, se gliene fosse stata concessa l'occasione, completamente tralasciato nelle proprie sfumature, preferendo l'idea di star agendo in nome di una solida e apprezzabile ricompensa in oro sonante, ancor prima che per mero esercizio di stile o, altrettanto vano, impegno d'onore.
Ma escludendo, in simili elucubrazioni, qualunque semplice, e sanguinaria, conclusione volta all'uccisione di entrambe, scelta che, ove paradossalmente fosse stata abbracciata, sarebbe stata immediatamente posta in essere, senza sprecare tempo in inutili e ricambiati apprezzamenti, in quel tergiversare, in quel procrastinare la propria decisione, valutazione, in favore dell'una o a sfavore dell'altra, i due fratelli si ritrovarono, comunque e irrinunciabilmente, a conscio confronto con un pur inevitabilmente fattore di rischio. Rischio non tanto derivante da una qualche decisione che essi stessi avrebbero lì dovuto ancora compiere, quanto, e piuttosto, dalla delega di responsabilità, pur inespressa, che entrambi avevano deciso di destinare alla loro sola alleata lì presente, nello sperare che ella, in quel frangente così come in passato, avrebbe saputo come agire e, soprattutto, come reagire alla loro offensiva, palesando la propria effettiva identità in quanto avrebbe compiuto e, soprattutto, in quanto al tempo stesso avrebbe deciso di non compiere…
« Thyres… che dannato accidenti credete di poter fare voi due?! » contestò la voce di una delle due gemelle, distinguibile dall'altra solo per la propria attuale posizione, nel trovarsi, nella fattispecie, qual mantenuta prepotentemente al suolo a opera del peso di Howe, nonché della minaccia dell'affilato metallo della sua spada dorata contro la base del proprio collo « Stupidi idioti: lasciatemi andare prima che Nissa possa liberarsi e ricompensarvi per la vostra dabbenaggine! »
« Ne dubito fortemente, dal momento in cui tu, mia cara, sei Nissa! » replicò lo shar'tiagho, sollevando la propria arma e preparandosi a precipitarne, con misurata forza, il pomello alla base del collo della medesima prigioniera, allo scopo di imporle una perdita di sensi, una privazione di coscienza che avrebbe concesso tanto a lui, quanto agli altri suoi due compagni, una possibilità di fuga.
Una decisione, quella da lui così resa propria, che pur non sarebbe dovuto essere ritenuto qual derivante da una semplice scelta casuale, da una mera ispirazione estemporanea nell'accusare l'una piuttosto dell'altra per effimera simpatia o antipatia verso l'una o verso l'altra, quanto, altresì, conseguenza stessa del piano d'azione fugacemente formulato e altrettanto repentinamente posto in essere. Nell'atterrare entrambe le donne al suolo, infatti, Howe aveva impegnato tutte le proprie speranze, tutta la propria buona fede, nel valutare quanto, fedele al silenzio sino a quel momento scelto qual proprio a differenza delle proprie opposte abitudini, la sola e vera Midda Bontor non avrebbe tentato né di ribellarsi né di approvare il loro operato, conscia di quanto qualsiasi propria presa di posizione sarebbe potuta essere fraintesa da parte loro, creando spiacevole spazio di manovra per la propria rivale, per la propria sosia antagonista.
Solo in tale presumibile, e presunto, comportamento, avrebbe quindi dovuto essere identificato il rischio, l'azzardo che i due fratelli, in quel loro coordinato agire, avevano accettato di far proprio, scommettendo sulla loro passata camerata il proprio stesso futuro, la propria vita in misura non inferiore a quella di lei. E solo per simile ragione, nella presa di posizione dell'una e nel corrispettivo silenzio dell'altra, immediata era potuta essere, ed era stata, la valutazione da parte del mercenario. Valutazione sì immediata, alla quale, tuttavia, non venne fatta seguire una sufficientemente rapida esecuzione, lasciando il suo movimento qual solo, e purtroppo, una mera dichiarazione d'intenti e concedendo, in ciò, alla propria ipotetica preda occasione per ribellarsi e riconquistare il proprio pur consueto ruolo di predatrice.
« Be'Wahr… » sussurrò appena la donna guerriero trattenuta sotto il biondo, a tentare di porlo in guardia da quanto stava per accadere, probabilmente ormai animata dalla tragica consapevolezza di quanto mantenere ancora il proprio sino a quel momento inalterato silenzio, ormai, non avrebbe potuto danneggiare i propri compagni in misura superiore a quanto non avrebbe potuto derivare dalla propria gemella.
« Howe! » tentò di gridare il biondo, in tal senso spronato da colei che, necessariamente, avrebbe dovuto accettare per fede qual Midda Bontor, Figlia di Marr'Mahew, a prescindere da qualunque propria precedente convinzione « Attento! »
Avviso purtroppo tardivo, quello così definito, che, nel proprio suono, nelle proprie sillabe, raggiunse lo shar'tiagho solo successivamente al violento colpo impostogli in maniera energica e impietosa, a opera di colei per la quale aveva, già e stupidamente, presunto una netta sconfitta, facendo propria in tal senso leggerezza imperdonabile e, in effetti, nelle conseguenze di cui, negli anni a venire, non sarebbe mai riuscito a perdonarsi. Perché ove la definizione finale del suo movimento era stata troppo lenta, e altrettanto lento si era imposta la voce del proprio compagno di una vita intera, non sì lento, non tanto sciaguratamente flemmatica, si impose Nissa Bontor.
Ed ella, approfittando di quegli interminabili e fuggevoli istanti, con torsione del busto, riuscì non solo a condurre il proprio braccio destro, protetto da nero metallo da rossi riflessi a imitazione della propria gemella, a impattare contro l'arto destro del proprio avversario, per disarmarlo, slanciandone la spada a diversi piedi di distanza da loro, ma anche, e ancor peggio, svelò quanto l'apparente uguaglianza fisica sino a quel momento proclamata fra sé e la sorella non avrebbe dovuto essere realmente riconosciuta qual tale, nel far emergere, con uno scatto metallico, dalla propria tutt'altro che stregata armatura una risorsa altresì sconosciuta alla Figlia di Marr'Mahew, e in grazia alla quale non esser più considerata né inerme, né, tantomeno, disarmata: una lunga, sottile, ma incredibilmente affilata, lama lucente, che simile a stiletto guizzò con incredibile ferocia, e priva di esitazione alcuna, in direzione del cuore di Howe.
domenica 31 luglio 2011
1292
Avventura
027 - Discordia fraterna
In un contesto tanto rapido, nel proprio sviluppo, quanto appassionante, nell'atmosfera onirica capace di dimostrar qual propria, se pur tremendo e reale quale la sottile differenza fra la vita e la morte, difficile sarebbe stato per i due attoniti e confusi testimoni di tale conflitto riservarsi occasione di distrazione, foss'anche, solo e banalmente, per imporsi l'allora tutt'altro che ovvia necessità di respirare, non trattenendo il fiato quasi fossero lì completamente sommersi dall'acqua. Malgrado tale stato emotivo, ancor prima che fisico, tuttavia necessario risultò, per almeno uno fra loro, ricordarsi di quanto non potessero ritenere quel particolare ambiente, il teatro casualmente eletto per ospitare quella battaglia, quale a loro potenzialmente amico: un'esigenza resa, invero, a ogni istante sempre più prossima a un'urgenza nella percezione via via più chiara, e imperante, dei latrati provenienti da sopra le loro teste, dal volto in parte sfregiato di quell'immobile dio di pietra, calce e smalto, rabbiosi e incomprensibili versi accompagnati, nella propria presenza, da non più chiari, e pur probabilmente intellegibili, umani commenti, grida rivolte verso di loro, in loro opposizione, dagli inattesi inquilini del santuario per sfuggire ai quali Be'Wahr era giunto a preferire l'impiego tanto a lungo posticipato della propria corda. Non il biondo, però, si interessò della questione, e del pericolo a essa ricollegabile, quanto, altresì, il suo più riflessivo, e pessimista, compagno e fratello, il quale, risollevando lo sguardo, per un istante, si riservò opportunità utile ad analizzare quanto lassù schieratosi.
Attraverso l'occhio infranto di Thatres, pertanto, Howe poté cogliere non solo almeno una mezza dozzina di profili canini in costante subbuglio, simili a un liquido in ebollizione, ma anche tre, forse quattro, uomini adulti, lì armati di corte spade e, inveenti contro di loro, profanatori di un territorio forse, da parte degli stessi, ancora considerato qual sacro. E ove, lassù, tre o quattro uomini, se non più, erano appena emersi a prendere visione di quanto in corso, combattimento incluso, nulla avrebbe potuto lasciar stolidamente presumere allo stesso shar'tiagho come altrettanti, se non molti di più, stessero contemporaneamente organizzandosi al fine di raggiungerli, attraverso altre vie a loro sconosciute.
« Be'Wahr… » richiamò l'attenzione del camerata, ancora costringendosi a ignorare le due donne e le loro personali beghe di natura familiare « Temo che fra non molto avremo compagnia. » volle avvertirlo, già dimentico di ogni precedente questione fra loro, sciocchi litigi, vane inimicizie, che nel confronto con quell'intera questione, e con la spiacevole complicazione imposta dalle gemelle, non avrebbe potuto perdere completamente di significato, d'ogni ragion d'essere.
« Timore condiviso, fratellone. » rispose il biondo, storcendo appena le labbra verso il basso e, solo in conseguenza delle parole a sé rivolte, permettendosi a propria volta estemporanea distrazione dal combattimento in corso « Cosa si fa?! » richiese, sancendo in sì semplici parole il proprio più completo assenso alla riappacificazione fra loro, conclusione, dopotutto, mai posta in dubbio nella propria stessa occorrenza.
Alcuna ulteriore espressione verbale, in tutto ciò, fu allora richiesta da parte di Howe per comunicare la più ovvia, naturale e, probabilmente, obbligata soluzione a quell'intera faccenda, a quella dannata situazione da cui, volenti o nolenti, non sarebbero potuti uscire attraverso strategie convenzionali, scelte canoniche che, in paralleli, ma differenti, contesti avrebbero potuto permettersi di applicare a simili frangenti: considerato fratello da colui che a propria volta considerava proprio fratello non per mera retorica, quanto, piuttosto, per un'intera esistenza trascorsa l'uno al fianco dell'altro, un solo sguardo sarebbe stato utile, e venne pertanto utilizzato, allo scopo di definire un comune piano d'azione. Sguardo che, per tutta risposta, fu reciprocamente ritenuto sol necessario anche a Be'Wahr per confermare il proprio più completo e indiscriminato assenso nei suoi confronti, pronto, in quel momento così come in ogni altro contesto passato e, probabilmente, in qualunque altro futuro, ammesso che mai avrebbero potuto godere di un qualche futuro, sarebbe stato loro imposto di vivere.
Del tutto indifferenti a tale prima esplicito e poi implicito confronto, nel porsi entrambe troppo impegnate per potersi riservare alcuna opportunità di interesse non solo in direzione dei due fratelli, quanto dell'intero Creato a loro circostante, le due gemelle, Midda e Nissa, ancor indistinte nelle corrispettive e reali identità, proseguirono nel proprio scontro, in quella personale battaglia, senza riservarsi la benché minima possibilità di preoccupazione né su quanto gli inquilini di quel tempio avrebbero potuto desiderare a loro presumibile discapito, né nel merito di quanto, parallelamente, Howe e Be'Wahr avrebbero potuto pianificare in reazione a simile minaccia.
Nel mentre di quel rapido scambio di battute fra i loro più importanti spettatori, dall'infruttuoso e altrettanto rapido scambio di pugni le due donne avevano ricercato prevedibile disimpegno, in una reciproca presa di distanza che, tuttavia, non avrebbe dovuto essere fraintesa quale una ricerca di tregua. Non appena, infatti, l'una e l'altra arretrarono quanto sufficiente a sancire il termine di quella nuova fase della loro lotta, entrambe, contemporaneamente in modi e tempi a dir poco inquietanti, volsero le proprie energie, i propri sforzi, a tentare di violare le difese avversarie non più nell'impiego delle proprie mani e dei propri arti superiori, reali o surrogati che potessero essere, quanto, e altresì, nel ricorso ai propri piedi, e ai propri arti inferiori: scelta non inedita, in quella stessa battaglia, e che pur, in tale ripresa, non venne posta in essere nei termini già precedentemente adottati da una delle due, quanto, piuttosto, ricercando rispettivamente il corpo della propria antagonista con tanto impetuose, quanto fuggevoli, frustate laterali, prima a opera delle proprie gambe destre, e successivamente anche di quelle mancine, in conseguenza delle quali, comunque, alcuna fra le due ebbe ragione di ritenersi più avvantaggiata, o vittoriosa, di quanto non fosse riuscita a essere precedentemente. Ogni movimento dell'una o dell'altra estremità, infatti, quasi avesse da essere inteso quale un tentativo di dritto o di sgualembro ricercato attraverso le proprie già abbandonate lame e non le proprie stesse estremità, si ritrovò puntualmente e metodicamente arrestato da un eguale gesto della controparte, ottenendo qual solo e concreto risultato quello di imporre alle tibie occasione di crescente danno, lesioni che, nell'adrenalina propria di quel particolare frangente, sarebbero state, e vennero, completamente ignorate, ma che a seguire, ove vi fosse stato un seguito, avrebbero fatto emergere, nel migliore dei casi, terribili lividi violacei e, nel peggiore, avrebbero rivelato un principio di frattura composta. E persino quando, probabilmente entrambe stanche di tanta folle specularità, ipotizzarono un gesto risolutore, nell'invertire il movimento delle proprie gambe e dei propri interi busti, e nel ruotare in senso contrario a quello impostosi sino a quel momento, l'unico successo degno di essere ritenuto tale ebbe da rilevarsi quello che le vide raggiungere, ancor contemporaneamente e ancora mutuamente, in maniera terribilmente sincrona, l'una la schiena dell'altra con i propri talloni destri, proiettandosi dolorosamente, e violentemente, entrambe a terra, lungo una medesima direzione e due versi opposti.
Ma fu proprio in quel momento, prim'ancora di qualunque possibile ripresa da parte delle gemelle, evento non solo prevedibile, quanto piuttosto e addirittura giudicabile qual inevitabile in tal contesto, che i due fratelli scelsero di prendere posizione, intervenendo nella diatriba in corso, e nel combattimento a esso connesso, nell'unico modo possibile, in conseguenza della purtroppo ancor ferma impossibilità a distinguere le due donne. E così, con una perfetta e armonica coordinazione di movimenti, che nulla avrebbe avuto da invidiare alle due combattenti lì scaraventatesi al suolo, Howe e Be'Wahr si scagliarono, rapidi e decisi, sulle medesime, slanciandosi, senza particolare riguardo né per l'una, né per l'altra, sulle loro schiene con le proprie ginocchia, entrambe destre, e appoggiando, tanto sul retro del collo dell'una, quanto sul retro di quello dell'altra, le proprie fredde lame, della spada dorata, su un fronte, e del coltellaccio, sull'altro, per definire un messaggio universale e inequivocabile, per quanto, in un primissimo istante, ancor privo di qualunque accessorio commento verbale…
« Ben fatto, fratellone… » si complimentò il biondo, pesando, se pur a malincuore, con la propria massa sulla schiena di una delle due donne, sperando, in cuor suo, di non star minacciando la propria tanto ammirata Midda, per quanto certo che, di tal gesto, ella l'avrebbe perdonato.
« Il riconoscimento è reciproco, Be'Wahr. » annuì lo shar'tiagho, come di consueto privo di qualunque critica al proprio complice di una vita intera in quelle occasioni in cui veniva loro richiesto di agire, e di agire in maniera efficace ed efficiente.
sabato 30 luglio 2011
1291
Avventura
027 - Discordia fraterna
Così negatesi qualsiasi occasione di supporto esterno da parte dei due uomini lì presenti, nell'essersi poste nuovamente su un medesimo piano, in una folle situazione di assoluto anonimato, le due donne guerriero, ormai disarmate, non ebbero pertanto alternativa alcuna a proseguire il proprio confronto, il proprio duello, prive del supporto delle proprie spade, impegnando, in maniera non inedita, i propri stessi corpi quali uniche armi di cui potessero abbisognare. Nissa, in simile scelta, in tale decisione volta al totale abbandono della ricerca di qualunque fra le due spade lì volontariamente rinnegate, venne ispirata dalla volontà, più che comprensibile, più che condivisibile, di non rendere proprio alcun momento di distrazione rispetto al conflitto in atto o, ancor peggio, di non ritrovarsi, stolidamente, a offrire le spalle alla propria nemesi, riservandole una situazione di vantaggio della quale, era certa, non avrebbe esitato ad approfittare, per imporsi su di lei e, se pur non ucciderla, comunque renderla estemporaneamente incapace di nuocerle, in una sconfitta che mai avrebbe gradito rendere qual propria. Parimenti e reciprocamente, Midda, in eguale decisione, in identica scelta, venne sospinta da una duplice riflessione, la prima parte della quale del tutto equivalente a quella compiuta, in quegli stessi attimi, dalla propria sorella e avversaria, e, accanto a essi, dal timore, non infondato, che anche l'altra potesse, contemporaneamente a lei, proiettarsi alla ricerca e alla conquista di una delle due spade, arrivando, magari, a favorire la propria lama bastarda e, impossessatasi di essa, rendendo propria un'ulteriore possibilità di confusione nelle menti già necessariamente disorientate dei suoi due alleati, lì costretti al ruolo di meri testimoni nel non saper a quale delle due potersi votare. Per non dissimile ragione, dopotutto, proprio la Figlia di Marr'Mahew aveva accuratamente evitato di prendere parola sino a quel momento, a non istigare inevitabile e collegata reazione da parte dell'altra e, così facendo, a non permetterle di incrementare la già spiacevolmente entropica situazione lì esistente: meno occasioni avrebbe offerto alla propria gemella per plagiare le meni dei suoi due alleati in sua opposizione, e più possibilità avrebbe potuto riservare quali proprie, al termine di quello scontro, per riuscire a dimostrare la propria reale identità con efficacia, nell'ipotesi, tutt'altro che ovvia, di riuscire a sopravvivere a tutto ciò.
In maniera estremamente originale rispetto a qualunque altro combattimento Howe e Be'Wahr avessero avuto passata occasione di assistere, avente qual protagonista la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, quello si sviluppo, pertanto, nel più completo silenzio, in un clima tale che, in assenza dei latrati dei cani, delle grida dei loro padroni e del suono prodotto dallo scorrere delle acque lì prossime, sarebbe potuto risultare addirittura irreale, forse onirico.
Una delle due protagoniste di quel conflitto, Midda, o forse Nissa, impossibile a dirsi, a seguito di quella fugace tregua così imposta su entrambe, scelse di porre alla prova la velocità e l'agilità della propria controparte proiettando, verso di lei, un violento calcio, non ascendente lungo una traiettoria circolare, ma diretto in una linea parallela al suolo, verso il ventre della medesima, tale da poterle imporre, ove condotto a compimento, un danno non marginale, un colpo non privo di conseguenze, prima fra tutte l'esser sospinta probabilmente all'indietro per qualche piede. L'altra, ravvisando simile azione, fece propria sufficiente prontezza di riflessi e reagì non tanto ricercando occasione di evasione da tale provocazione, quanto, e piuttosto, ponendo entrambe le proprie mani innanzi al ventre, a parare il colpo e, immediatamente, ad afferrare il piede dell'antagonista per, repentinamente, proiettarlo lontano da sé e verso l'alto, in un gesto che avrebbe non solo vanificato il tentativo in proprio contrasto, ma, anche, che avrebbe imposto perdita di equilibrio, e di controllo, sull'attaccante, esponendola a ogni ulteriore reazione. Risposta che, prevedibilmente, non si fece attendere, nell'insistere nell'impiego delle proprie mani, immediatamente richiusesi a pugno, per colpire la prima quand'ella più scoperta, più indifesa o, per lo meno, ritenuta tale. Fortunatamente o sfortunatamente, impossibile da definirsi in conseguenza dell'eguale difficoltà a distinguere l'una dall'altra, la donna predatrice divenuta preda mantenne assoluto e incredibile controllo sul proprio corpo, tale da permetterle di trasformare la controffensiva a proprio discapito in una straordinaria evasione dall'attacco avversario, non tentando di arginare il movimento imposto alla propria gamba verso l'alto ma, anzi, favorendolo, nel compiere con tutta se stessa un amplio volteggio all'indietro, una ruota perfetta e priva della ricerca di qualunque punto d'appoggio, in grazia della quale sfuggì ai pugni a sé rivolti, ricadendo nuovamente padrona di perfetto equilibrio ad almeno due piedi di distanza dall'ipotetico punto d'impatto dei medesimi, costretti, in tutto ciò, a fendere banalmente l'aria.
Azione adrenalinica, quella propria di tale scambio di calci e pugni fra le due contendenti, che, malgrado l'apparente complessità del coordinamento loro richiesto, ebbe modo di svilupparsi in un intervallo di tempo sì breve da essere appena percettibile ai propri osservatori e, in ciò, da loro pienamente elaborabile. Ove, infatti, già ordinariamente le movenze in battaglia della Figlia di Marr'Mahew avrebbero dovuto essere riconosciute quali incredibilmente superiori alla media, malgrado l'età non più fanciullesca della medesima, in quel particolare combattimento le stesse stavano venendo poste a confronto con altre di eguale abilità e velocità, tali da spronarla alla ricerca del superamento di ogni proprio consueto limite. Consueto limite che, nel relegare ogni gesto, ogni cenno, ai corpi delle due gemelle, senza coinvolgere la pur minimale, e sol teorica, interferenza di un qualunque valore aggiunto qual quello di un'arma, avrebbe, ed effettivamente stava, raggiungendo canoni incredibilmente prossimi a superare qualunque umana possibilità di ambizione.
« Lohr… » sussurrò Be'Wahr, impressionato, o forse persino spaventato, da tutto ciò, improvvisamente sentendosi non diverso dal bambino che era stato un tempo, quando, per la prima volta nella propria vita, si era ritrovato ad assistere a una battaglia e tutto gli era parso così caotico e rapido da non poter essere seguito o controllato, salvo, successivamente, nel corso degli anni, maturare quella confidenza con l'arte della guerra che pur gli aveva permesso di sopravvivere tanto a lungo in un mestiere qual il suo.
Nel mentre in cui quell'unica, e importante, sillaba stava così venendo scandita dal biondo, a non rendere vana la sua imprecazione, o forse la sua onesta invocazione, sincera richiesta d'aiuto al proprio dio prediletto in una situazione di tanto difficile gestione, l'azione generale, ovviamente, non si mantenne immobile e, anzi, si sviluppò in nuove serie di attacchi e di difese scambiatesi reciprocamente fra le due donne con assoluta equità, e apparente impossibilità di predominanza dell'una sull'altra, al punto tale da poter istericamente portare a credere come tutto ciò, per loro, nulla fosse di più di un giuoco, sebbene la posta in palio avrebbe dovuto essere pur riconosciuta equivalente alle loro stesse vite.
Tutt'altro che demotivata dal fallimento della prima coppia di pugni diretti, in assoluta sincronia, al petto e al ventre della propria controparte, l'ultima attaccante tentò di porre immediato riparo all'evasione ottenuta dalla propria antagonista, avanzando verso di lei e, in ciò, scatenando una rapida sequela di pugni in sua offensiva, tanto per azione del destro, in nero e solito metallo dai rossi riflessi, tanto con il mancino, in mera carne e ossa. Gragnola di colpi che, se solo avessero reso propria una singola possibilità di raggiungere le forme della propria preda eletta, avrebbero sicuramente ottenuto dirompente effetto su di lei, innescando una reazione a catena dalla quale difficilmente avrebbe potuto serbare qual propria una qualunque possibilità di recupero: terribile offensiva dalla quale, tuttavia, l'altra non volle sottrarsi con ulteriori capriole o volteggi, e che, anzi, la videro mantenersi ora assolutamente immobile, salda sulle proprie gambe, nell'impegnare con mirabolante complementarietà solo le proprie braccia in gesti di puntuale difesa da ogni dritto o mancino a sé destinati, spazzandoli senza tregua lontano dal proprio corpo, dalla propria pallida carnagione, in quella che, per chiunque, non sarebbe potuta essere intesa diversamente da una bizzarra, inquietante e pur affascinante danza.
Forse per pochissimi fuggevoli istanti, o forse per interi e interminabili eoni, simile tempesta si spinse dall'una verso l'altra, apparendo inarrestabile e incontrovertibile. Improvvisamente, comunque, con simile repentinità da rendere giustificatamente improbabile per chiunque far propria reale coscienza, confidenza, nel merito dell'occorrenza di quel medesimo cambio di tendenza in quanto tale, e non quale semplice effetto ottico, frutto di una fugate distrazione, quello stesso movimento offensivo mutò protagonista, passando da una gemella all'altra e, in conseguenza, costringendo la prima a impegnarsi in una pari sequenza di azioni difensive così come, a propria volta, aveva pocanzi obbligato la propria rivale: una traslazione tanto rapida quanto perfetta, quella così avvenuta fra le due donne, tale da rinfrancare, purtroppo, ogni sentimento di disorientamento nei due fratelli loro spettatori, ancora impossibilitati a esprimere qualunque giudizio di merito su chi potesse essere la Figlia di Marr'Mahew e chi la sua gemella malvagia, nei termini precedentemente adoperati dallo stesso Howe.
venerdì 29 luglio 2011
1290
Avventura
027 - Discordia fraterna
« La spada! » esclamò Be'Wahr, con straordinaria enfasi, forse sorpreso, a propria volta, dall'essere riuscito a cogliere un simile particolare in quel folle gioco di differenze fra le due gemelle « La spada bastarda di Midda è… »
Tuttavia, prima ancora che egli potesse terminare la propria esposizione, Nissa, che in tale solo erroneo particolare avrebbe potuto essere riconosciuta in maniera univoca, e, in ciò, avrebbe potuto ritrovarsi in posizione di inferiorità rispetto alla propria gemella e ai suoi storici alleati, reagì con sorprendente prontezza, trasformando una semplice parata, qual quella a cui era appena stata costretta a difesa dei gesti della propria rivale, in un'abile disimpegno e, soprattutto, disarmo, in conseguenza del quale, in maniera del tutto imprevedibile e imprevista per Midda, entrambe si ritrovarono a essere repentinamente private delle proprie spade, proiettate per un istante verso il cielo e, subito dopo, nuovamente a terra, a significativa distanza tanto da loro quanto dai due fratelli.
Prestando attenzione alle due armi, così poste a immediato e ormai semplice confronto, nella loro immobilità, assolutamente evidente sarebbe stato per chiunque cogliere quanto assolutamente diverse, e prive di possibilità di reciproco scambio, esse sarebbero potuto apparire l'un con l'altra. Ove, infatti, la spada bastarda della vera e sola Midda, già da qualche anno, avrebbe potuto far vanto di essere la migliore lama mai forgiata dal mastro fabbro Lafra Narzoi, dell'isola di Konyso’M, a ponente rispetto al regno di Kofreya, l'altra arma, pur di pregevole fattura, non avrebbe mai potuto arrivare a pretendere di dimostrare un'eguale perfezione, una similare eleganza, cura nel più minimo dettaglio, qual la prima, altresì, era capace di offrire alla vista di chiunque, esperto o no d'armi. Questo senza, poi, considerare le pur altrettanto evidenti differenze nelle forme e nelle decorazioni proprie di ognuna delle due spade, l'una caratterizzata da un drago marino emergente dalle profondità di un mare in tempesta, e l'altra, altresì, decorata con una semplice sequenza di disegni tribali, non dissimili dai tatuaggi presenti sul braccio sinistro di entrambe le donne.
Coloro che avessero avuto in passato modo di conoscere la storia propria della spada bastarda di Midda, avrebbero saputo come essa non fosse stata plasmata, dal proprio creatore, quale una lama comune, un oggetto come altri da porre in commercio al pari di molti altri forgiati nella propria lunga carriera di fabbro: quell'arma in particolare, invero e al contrario, era stata creata dall'uomo nel giorno stesso della nascita della propria adorata secondogenita, allo scopo di rendere onore a tale incredibile, importante e prezioso giorno e, soprattutto, nella volontà di forgiare, con essa, una risorsa che avrebbe dovuto ergersi a difesa della propria stessa figliola, proteggendola da tutti i mali del mondo, da ogni insidia a lei eventualmente destinata. Una spada in cui egli aveva, pertanto, riversato tutta la propria arte, tutta la propria abilità, spronato in tal senso da un desiderio, da un'ispirazione che mai avrebbe potuto esser propria di alcun'altra spada, se non, forse, a quella che, qualche tempo prima, aveva forgiato per la propria primogenita e che, tuttavia e purtroppo, egli stesso aveva poi deciso di distruggere, nel giorno in cui tragiche e violente circostanze ne avevano negato la vita e il futuro, privando, in ciò, di qualsiasi ragion d'essere la corrispettiva lama. E solo per uno straordinario scherzo del fato, una serie di coincidenze che, nei canti dei posteri, semplice sarebbe stato definire con il termine "destino", ove anche mai la Figlia di Marr'Mahew aveva prestato fede a un tale concetto, aveva condotto Midda Bontor a Konyso’M, e a quella spada, nel momento in cui essa avrebbe dovuto essere impiegata allo scopo di salvare l'unica erede ancora in vita del mastro Lafra, adempiendo, in ciò, al solo, fondamentale compito per il quale era stata concepita e impedendo alla Storia di ripetersi tragicamente, allora come in passato. Per riconoscenza verso di lei, e nella consapevolezza che nessuno, meglio di quella donna dagli occhi color ghiaccio, avrebbe saputo stringere a sé simile pregiato e meraviglioso manufatto, la spada bastarda le era stata successivamente offerta in dono, e da quel giorno l'aveva sempre accompagnata in ogni propria avventura.
A differenza dei più, Howe e Be'Wahr avevano avuto la non comune, non ordinaria occasione di ascoltare la particolare storia di quell'arma per voce della loro stessa compagna, in occasione, ancora, della loro prima avventura comune, e, in ciò, non avrebbero potuto far propria alcuna possibilità di misconoscere l'unicità di un tale manufatto. E, per un periodo limitato di tempo nel quale la loro compagna d'arme era stata creduta morta, lo shar'tiagho, con ancor maggiore singolarità rispetto a chiunque altro, suo fratello incluso, era stato persino possessore della medesima lama, maturando, in ciò, occasione per apprezzarne le doti in una misura a cui alcun altro, prima o dopo simile evento, era stata concessa possibilità. Malgrado ciò, tuttavia, né l'uno, né l'altro, sino a quel particolare momento, sino all'intuizione del biondo, avevano avuto sufficiente prontezza di spirito per cogliere la pur palese stonatura esistente in una delle loro due accompagnatrici, nell'impostora fra le stesse, ragione per la quale Howe non poté negarsi una pesante sequenza di insulti…
« Giuro su Lohr che non canzonerò più quell'idiota di mio fratello… dal momento che io, fra i due, ho dato riprova di essere il solo e vero imbecille. » si ripromise, sottovoce, sapendo ovviamente di essersi, in tali parole, destinato allo spergiuro, e, ciò nonostante, non cercando alcuna possibilità di immediata ritrattazione.
Nel prendere il posto della sorella, nel tentare di indossarne le vesti e di imporsi agli occhi del mondo quale lei, Nissa doveva essersi, proprio malgrado, ritrovata a confronto con l'insormontabile ostacolo rappresentato dal replicare quell'unico particolare, ove, invero, mai avrebbe potuto convincere alcun fabbro figlio dei mari a impegnare la propria arte secondo le sue specifiche direttive allo scopo di ottenere, se non una copia, per lo meno un'imitazione sufficientemente credibile dell'originale.
Solo pochi, rari fabbri cresciuti a contatto con il mare, e da esso benedetti nella propria stessa nascita, avrebbero dovuto essere riconosciuti, infatti, quali depositari del prezioso segreto alla base di quella particolare lega metallica dagli azzurri riflessi e ne sapevano applicare correttamente le tecniche allo scopo di plasmare armi più resistenti rispetto a qualunque altra prodotta nel l'intero continente di Qahr, se non, forse, del mondo intero. E fra essi, che già pochi, rari esemplari si impegnavano a produrre, al fine di non svalutarne l'importanza, l'unicità, alcuno, neppure ove minacciato o ricattato, avrebbe mai ceduto ad asservirsi a un qualunque padrone per sprecare tale importante talento nel dar vita a una semplice commissione e non a un prodotto capace di rispecchiarne l'arte.
Per tale ragione, impossibile sarebbe stato per Nissa ottenere una replica, e un replica convincente, della spada della propria gemella pur possedendone l'originale o una puntuale rappresentazione. Tuttavia, quando ne aveva interpretato il ruolo all'interno della città del peccato, per convincere i propri interlocutori della propria identità, ella doveva essere comunque riuscita a non smascherarsi, a lasciar credere di esser stata costretta a cambiare la propria spada, anche e soprattutto in grazia della presenza di un'altra arma in eguale prezioso metallo, uniche lame che da sempre Midda aveva prediletto e aveva desiderato al proprio fianco, a costo di spendere quantità d'oro esorbitanti per conquistarle.
Una menzogna, la sua, che in quella situazione non avrebbe potuto trovare spazio d'attecchire, di imporsi qual credibile, ove posta a confronto diretto con la propria antagonista e la sua inconfondibile arma, e che, ciò nonostante, non si rivelò neppure necessaria in grazia di quella più che azzeccata scelta strategica.
« Se solo l'avessi notata prima… maledizione a me! » insistette a colpevolizzarsi lo shar'tiagho, non privo di ragione in tal senso.
Se solo, infatti, egli avesse avuto occasione di prender coscienza un istante prima di tale dettaglio, di simile particolare, non difficile sarebbe stato per lui identificare la propria sola e vera alleata, distinguendola dalla sorella, a lei pur identica, in grazia delle ferite che caratterizzavano l'una e non l'altra, le ferite che egli, proprio malgrado, non avrebbe faticato a individuare nell'aver a lungo lavorato attorno alle stesse, estraendo dalle medesime i vermi carnivori che li avevano attaccati entrambi. Purtroppo, in assenza del discriminante rappresentato dalla spada, e dalla reale proprietà sulla medesima, quelle lesioni, quelle piaghe ancora aperte sulla pelle chiara dell'una e non dell'altra, non avrebbero potuto concedergli il benché minimo aiuto, non potendo sapere se la "propria" Midda avesse da essere considerata la vera Midda oppure no.
giovedì 28 luglio 2011
1289
Avventura
027 - Discordia fraterna
Difficile, nel contesto proprio di una situazione tanto paradossale da apparire quasi onirica, sarebbe potuto essere per qualunque testimone di tutto ciò definire il proprio effettivo coinvolgimento emotivo nella questione, legittimamente diviso fra un senso di timore per quanto la presenza, contemporanea, di due Midda Bontor avrebbe potuto significare per il mondo conosciuto, per l'intero Creato, e un ben diverso sentimento di eccitazione, sin'anche lussuria, che da tale immagine sarebbe potuto derivare, nel porre non semplicemente, nello stesso luogo e nello stesso momento due superbe donne sì ricche di fascino, ancor prima che beltade, da poter irretire qualunque spettatore, ma, soprattutto, nel vederle lì coinvolte in un terrificante conflitto mortale. Battaglia, la loro, che pur rivolta senza alcuna esitazione, senza la benché minima incertezza alla richiesta del sangue e della vita della propria controparte, qual epilogo agognato di una guerra perdurata da troppi anni, non avrebbe potuto trascendere alla propria stessa passione, e, ancor più, alla propria stessa perfezione, nel porre a confronto due figure non solo identiche nell'aspetto, ma, incredibile a dirsi, anche nell'abilità guerriera.
Midda Bontor, la vera e sola Midda Bontor, chiunque fosse fra le due donne lì desiderose di sgozzare la propria rivale, avrebbe potuto offrir vanto di almeno quindici lunghi anni di esperienza mercenaria, divisa fra avventure al limite del possibile, in sfida a mostri e semidei, e meno estasianti, e pur altrettanto truci, battaglie in numerosi conflitti fra gli ancor più numerosi in corso in quel continente, era sempre stata considerata, a ragion veduta, per merito e non di certo per mera chiacchiera, una delle guerriere più pericolose dei tempi moderni, la cui abilità, e la conseguente gloria, nulla avrebbero potuto invidiare agli straordinari protagonisti dei grandi miti del passato. Midda Bontor, a differenza di Be'Wahr, non avrebbe mai avuto ragione per rinnegare l'individualità della propria immagine, non compromettente nel confronto con la propria professione, ma, al contrario, ragione per lei di sicuro impiego, ove il suo nome e la sua fama erano capaci di precederla ovunque. Midda Bontor, al di là di qualunque pur legittima invidia, qual quella inevitabilmente vissuta anche da parte di Howe così come di molti altri, aveva conquistato con il sudore della propria fronte e il sangue dei propri nemici abbattuti tale podio, simile elevazione su profani altari atti a celebrare le concrete vittorie degli uomini e non la dogmatica gloria degli dei. E, malgrado tutto ciò, Midda Bontor, la vera e sola Midda Bontor, colei che, negli ultimi anni, era stata anche e addirittura associata a una dea della guerra in qualità di sua discendenza ideale, Figlia di Marr'Mahew, in quell'occasione non parve riuscire a distinguersi dalla propria controparte, né in grazia della propria agilità, né della propria velocità, né della propria esperienza, né della propria forza.
Nissa Bontor, chiunque fosse fra le due donne lì impegnate a invocare la reciproca disfatta alla comune dea Thyres, non era, né avrebbe pertanto potuto essere giudicata, da meno della propria gemella, a lei formatasi eguale, e forse persino superiore, con il solo, semplice e pur osceno scopo di giungere a quel conflitto, di ritornare a quella battaglia invero già combattuta in gioventù, e da allora, per la viltà della propria gemella, qual pur l'aveva considerata essere, semplicemente rimandata, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, stagione dopo stagione, anno dopo anno, sino a quel momento. Lunga attesa, quella propria di Nissa Bontor, la quale pur non era rimasta inoperosa, non si era riservata occasione di indolenza, così come la sua abilità in quel momento stava confermando, e, ancora, così come tutti gli assassinii da lei commissionati o, addirittura, compiuti in prima persona, avrebbero potuto testimoniare.
« Dei… aiutateci… »
Una richiesta di soccorso, una sincera invocazione di aiuto, quella in tutto ciò sorta tanto sulle labbra di Howe, quanto su quelle di Be'Wahr, lì ormai incapaci a considerarsi, ancora, l'un l'altro qual rivali allo stesso modo in cui erano precedentemente giunti, che non avrebbe potuto esprimere in maniera migliore, in termini più opportuni, il pur inevitabile disagio conseguente a tal contesto, nel misto di orrore, ed eccitazione, derivante da quelle immagini.
Energici i muscoli dell'una, quanto quelli dell'altra, sotto pelle tanto chiara dall'apparir pallida, delicatamente ornata, in taluni punti, da spruzzate di efelidi, e più vigorosamente marchiata, in altri, dai tatuaggi tribali in tonalità di azzurro e blu tipici dei marinai di alcuni arcipelaghi a sud dell'estensione dell'influenza tranitha, guizzavano incessanti, tendendosi e rilassandosi ritmicamente ad accompagnare ogni singolo movimento, compiuto, l'una nel rispetto della propria antagonista, in costante e completa complementarietà. Fermi gli sguardi dell'una, quanto quelli dell'altra, da occhi tremendamente chiari, nelle proprie tonalità di azzurro, da apparir allora più che mai quasi indistinguibili dal resto del bulbo, nel proprio intrinseco ghiaccio, mantenevano continuo e inamovibile contatto, in una sfida che sarebbe dovuta essere necessariamente combattuta anche sul piano psicologico oltre che su quello fisico, e in un combattimento che, a tale livello di reciproca esperienza, preparazione, formazione, non avrebbe perdonato, né nell'una, né nell'altra, la benché minima distrazione, fosse anche nella rincorsa, con il proprio sguardo, dei gesti avversari, delle movenze condotte a proprio discapito. Labbra carnose piegate verso il basso nelle proprie estremità; bianchi denti serrati sotto le medesime, a lasciar emergere in misura maggiore rispetto al consueto i loro zigomi; petti palpitanti e scandenti, nel ritmo dell'una così come in quello dell'altra, due battiti cardiaci, e due respirazioni, mantenute nella più completa sincronia, tal da far supporre quello qual più prossimo a un atto d'amore che a uno di guerra, tale la loro reciproca armonia: questi alcuni fra i dettagli che mai avrebbero permesso di intuire a quale delle due antagoniste sarebbe stato corretto rivolgersi con il nome di Midda e a quale, altresì, con quello di Nissa. Persino il tanto affezionato scudiero della Figlia di Marr'Mahew, Seem, forse presente, o forse no, al di fuori di quel santuario, in un tal frangente, avrebbe potuto far propria sincera difficoltà a intuire a quale fra loro avrebbe dovuto rivolgersi con il termine: « Mia signora. ». Così come, parimenti, forse e anche lo stesso Be'Sihl Ahvn-Qa, suo amato e attuale amante, ove posto qual mero spettatore di simile combattimento, avrebbe potuto definire concreta incertezza su quale fra loro avrebbe potuto apostrofare qual: « Mia signora. ».
Qual possibilità, pertanto, avrebbero mai potuto riservare propria Howe o Be'Wahr, nell'essersi ritrovati, entrambi, coinvolti con entrambe le figure lì ora in battaglia, ed essendosi entrambi pur convinti dell'effettiva veridicità della propria qual sola e vera alleata?
Indifferenti, ovviamente, a tale dilemma, a tanta confusione in tal modo creata, forse stolidamente, nei due uomini, Midda e Midda, o, in effetti, Midda e Nissa, continuavano nel loro reciproco confronto, sole, in quell'intera questione, a poter essere realmente certe nel merito delle proprie identità. Dopotutto, solo la vera Midda, in tutto ciò, appariva vestita, all'altezza dei propri sempre apprezzati seni, da vera pelliccia di sfinge, ricordo delle sue recenti avventure in terra shar'tiagha, là dove era stata costretta, per forza ancor prima che per mera volontà, ad associare il proprio nome a nuove, straordinarie imprese. Solo la vera Midda, per amor del dettaglio, non avrebbe rivelato alcun avambraccio, o mano, destra sotto la nera armatura dai rossi riflessi lì presente a protezione di entrambe, per lei non mera difesa, quanto, piuttosto, surrogato di quanto da lei perduto proprio in conseguenza delle colpe, dei crimini della propria gemella, divenuta pirata. E, ancora, solo la vera Midda, attorno al proprio braccio mancino, non stava indossando un qualunque bracciale dorato di foggia shar'tiagha e rappresentate il dio Ah'Pho-Is per semplice vanità, ma un monile realmente dedicato all'oscuro signore in questione, e lì a lei utile allo scopo di assicurarsi protezione dall'ancor più oscura e negativa influenza del semidio drammaticamente eletto a proprio sposo, Desmair, intrappolato in una dimensione estranea alla loro realtà, e pur, in grazia al loro sacro vincolo d'unione matrimoniale, in grado di perseguitarla con terribili incubi e visioni in assenza di quel particolare rimedio. Piccoli, ma significativi particolari, quelli così presenti a definire l'identità dell'una da quella dell'altra, che in un diverso contesto forse sarebbero potuti essere apprezzati persino da un osservatore esterno alle due avversarie, e ovviamente informato nel merito di tutto ciò, ma che, nel mentre di quel rapido e incalzante confronto mai avrebbe potuto essere utile a comprendere chi fosse chi, a dividere Midda da Nissa.
Tuttavia, accanto a quegli stessi dettagli, un altro avrebbe dovuto essere preso in considerazione, e, in una certa misura, ritenuto qual apprezzabile anche a una certa distanza dallo scontro, quale quella a cui, tanto Be'Wahr su un fronte, quanto Howe, sull'altro, si stavano ritrovando costretti a permanere, obbligatoriamente indifferenti a qualunque altro pericolo sarebbe potuto, allora, piombare sulle loro teste dall'alto della statua di Thatres. E di tale minuzia, incredibile a dirsi, non fu il più attento Howe a maturare coscienza, ma il suo abitualmente meno arguto biondo fratello…
mercoledì 27 luglio 2011
1288
Avventura
027 - Discordia fraterna
« Grazie per il tuo supporto morale. Lo apprezzo moltissimo… » rispose ella, similmente istigata, facendo propri ora toni più definiti e rivolti al consueto sarcasmo, caratteristica inflessione della propria voce « La prossima volta in cui mi sarà concesso di incontrare l'autore di questa storia, presenterò formale protesta per non essersi sforzato un po' di più… » ne scimmiottò i toni, cercando, in quel modo, di recuperare controllo su di sé e sulle proprie emozioni, per un effimero momento purtroppo perduto in conseguenza di quanto occorso.
Impossibile per la medesima, e forse per il suo stesso interlocutore, fu comunque successivamente conoscere se e come egli avrebbe potuto desiderare far propria una nuova replica a quelle parole, a simile ironia rivolta, solo formalmente, in proprio contrasto, per quanto nota qual sostanzialmente destinata al fato e agli dei tutti, soli reali artefici della carente originalità nello scegliere, almeno in quella nuova sua avventura, una simile antagonista per la Figlia di Marr'Mahew.
Prima ancora che egli potesse solo ipotizzare di formulare una qualunque asserzione a controbattere a una simile provocazione, infatti, gli eventi assunsero rapidamente una nuova direzione o, più semplicemente, raggiunsero alfine la sola, auspicabile conclusione conseguente alla rottura di quel grande occhio di vetro, nel veder la donna guerriero là sopra svelatasi essere sospinta verso il basso per azione del proprio stesso compagno…
« Thyres! » esclamò la donna prossima a Howe, sgranando gli occhi con sorpresa a quell'inattesa svolta, per un solo, effimero, fuggevole e pur meraviglioso istante entusiasta, o sconvolta, all'idea di come tutto sarebbe potuto così finire, di come quella questione vecchia almeno quanto lei stessa, avrebbe potuto in tal modo essere definita nella fine della propria controparte, della propria gemella, se pur non per sua mano, in grazia di un suo intervento diretto così come era convinta sarebbe dovuto avvenire.
Tuttavia, a non concedere la benché minima opportunità di fraintendimento sulle proprie intenzioni, nel merito delle proprie ragioni in tal senso, una frazione di tempo sì infinitesimale da non poter neppure essere apprezzabile in termini di un battito cardiaco oppure di un fremito di ciglia, il biondo già protagonista di quell'atto a discapito della propria compagna, proiettò anche se stesso al di fuori di quella statua e in direzione del pericoloso vuoto lì loro sol destinabile.
Un volo di una trentina di piedi, sarebbe lì potuto essere quello di Be'Wahr e della "propria" Midda, o Nissa che ella fosse, dagli esiti potenzialmente lesivi, se non, persino, mortali, dal momento in cui, ad attenderli, non sarebbe stata alcuna morbida, accogliente superficie utile ad attutire colpo, a disperdere la violenta energia cinetica da loro così invocata qual propria, se nonché simile atto non avrebbe dovuto essere riconosciuto né qual potenzialmente omicida, a discapito della donna, apparentemente vittima di tutto ciò, né, tantomeno, suicida, da parte dell'uomo, impossibile da analizzare nelle proprie ragioni, per i due distanti testimoni di tal vicenda. Ragione per la quale, pertanto, attorcigliato sia al braccio destro, in nero metallo, della donna, sia a quello sinistro, in semplice carne, dell'uomo, poté essere individuata, tanto dallo sguardo attento dello shar'tiagho, quanto a quello ancor più concentrato della propria compagna, la presenza di una robusta corda, l'altra estremità della quale, retorico a considerarsi, si palesò qual saldamente ancorata da qualche parte all'interno del capo di Thatres dal quale, in tali gesti, i due avevano voluto ricercare evasione.
« … diamine… » sussurrò Howe, seguendo con occhi sgranati quella sequenza incredibilmente audace, e dai tratti indubbiamente folli, responsabile della quale, almeno nelle imprecazioni che riuscirono a rimbombare a opera della voce di Midda, e non di quella presente accanto a sé, avrebbe incredibilmente dovuto essere riconosciuto il proprio biondo fratello, in un raro, e pur non così unico, lampo di genio.
Evidente, trasparente, ovvio avrebbe dovuto essere infatti osservato come, in tal gesto, nel balzo che ne seguì e nella successiva, rapida, discesa verso il basso, verso la loro stessa posizione, Be'Wahr dovesse aver ritenuto indispensabile tutto ciò per garantire loro occasione di fuga, di evasione da un pericolo non immediatamente riconoscibile in quel contesto, e pur tale da rendere apprezzabile quell'insano salto ancor prima di una qualunque battaglia. Altrettanto evidente, trasparente, ovvio avrebbe poi dovuto essere valutato come, nelle proprie espressioni, quell'altra Midda, non avrebbe dovuto essere considerata qual sufficientemente convinta di tale decisione, simile strategia e sua immediata attuazione.
Un mistero, quello relativo allo stimolo originale di simile volo, che non restò, comunque, a lungo tale, dal momento in cui, ancor prima che l'uno e l'altra potessero guadagnarsi occasione di completare la propria discesa lungo le irregolari forme della statua, un violento, feroce latrare riuscì a imporsi al di sopra della voce della donna, rendendo subito comprensibile, almeno all'attenzione dello shar'tiagho, il perché di tutto quello… in una rivelazione tale da farlo essere, allora, incerto fra lo scoppiare a ridere o il demoralizzarsi profondamente, tutt'altro che nuovo a simili, ridicole trovate da parte del proprio compagno per ovviare al rischio di ritrovarsi costretto a uccidere dei cani.
« Be'Wahr… fratello mio. » commentò quasi fra sé e sé, scuotendo il capo con un dolce sorriso sul viso, qual giusto compromesso fra le due diverse, intime emozioni allora vissute « Sei impagabile… »
Meno interessata alle cause di quel gesto, quanto, piuttosto, alle conseguenze del medesimo, e in ciò non dissimile dalla propria sorella gemella, qualunque fosse il vero nome dell'una così come dell'altra, Midda Bontor, o colei che, sino a quel momento, egli aveva considerato essere tale, non rivolse la benché minima attenzione in direzione ai cani così comparsi sul bordo inferiore di quell'occhio infranto, né in direzione dei possibili referenti per i medesimi che, ipoteticamente, di lì a poco sarebbero potuti apparire, a svelare come quel santuario non avesse da essere ritenuto sì abbandonato qual era stato giudicato negli ultimi cinque secoli: al contrario, ella indirizzò tutto il proprio interesse, e, in ciò, anche il proprio stesso corpo, alla volta della propria identica rivale, chiaramente decisa a non concederle di riprendere fiato una volta raggiunto il suolo ma, anzi, sol desiderosa di decretarne la fine, così come, sfortunatamente, non era stato interesse di Be'Wahr provvedere a compiere.
Una scelta, quella da lei compiuta, una battaglia, quella da lei ricercata, che, in effetti, non parve prevedere nulla di diverso da parte della propria controparte, la quale, se pur raggiunse il suolo prima di potersi ritrovare a essere vittima dell'altra, non prese in esame alcuna possibilità volta al riposo, quanto, e piuttosto, all'immediata estrazione della propria arma, della propria spada, armata con la quale si proiettò immediatamente ad affrontare la sola nemica realmente definita qual tale all'interno di quell'intero complesso sacro o, forse, su tutta quell'intera montagna, in cima alla quale il santuario era stato eretto.
« Lohr… » gemette Howe, osservando quanto stava accadendo e, in tutto ciò, ben lontano dal potersi definire qual felice, qual soddisfatto dalla piega assunta da quegli eventi.
Un'insoddisfazione, un'infelicità, la sua, che non avrebbe dovuto essere erroneamente ed egoisticamente ricollegata al ruolo di secondaria importanza al quale, paradossalmente, sia lui sia suo fratello, coloro che avrebbero dovuto essere i soli, reali, protagonisti di quella missione, stavano venendo in tal modo relegati, né, parimenti, al ruolo di secondaria importanza al quale, invero, persino la loro stessa missione stava venendo in tal modo relegata, quanto, e piuttosto, a una tragica consapevolezza tanto evidente, tanto palese, che persino il non sì acuto suo biondo compare non ebbe difficoltà a evidenziare…
« … qui le cose si fanno molto, molto complicate… » sussurrò Be'Wahr, conquistando a sua volta contatto con il pavimento e, al termine di ciò, ritrovandosi a essere non più entusiasta del proprio complice di sempre « Come accidenti potremo distinguere l'una dall'altra?! »
martedì 26 luglio 2011
1287
Avventura
027 - Discordia fraterna
Dal punto di vista proprio di colui in tali termini già dato per morto, Howe, e della sua compagna inizialmente riconosciuta qual Midda, e pur, nelle parole della propria gemella e rivale, così altrimenti identificata qual Nissa, quanto lì accadde non si svolse, invero, con maggiore chiarezza, trasparenza nei propri risvolti, rispetto a quanto parallelamente vissuto dall'altra coppia, loro dubbia antagonista o alleata, ancor impossibile a definirsi con certezza nel contrasto di emozioni esistenti in loro comune direzione.
Costretti immediatamente a porsi in stato d'allarme innanzi alle non meglio comprese, né apprezzate, vibrazioni provenienti dall'imponente statua del dio, l'uomo e la donna, l'uno nudo e l'altra rivestita, non avevano serbato qual propria esitazione alcuna a impugnare le proprie spade e a porsi in nervosa attesa di qualunque sviluppo: ove pur, nell'assenza di immediati sviluppi, essi avrebbero potuto essere indotti a ritenere quella scossa, e i suoni a essa collegati, qual sì privi di reale significato, forse, e addirittura, non manifestazione di qualche sviluppo in loro avversione, reazione diretta alla loro lì subentrata presenza, quanto e piuttosto, banalmente, conseguenza di un meccanismo comunque già in moto da cinque secoli, nella propria esperienza, e nella propria più che corretta, e apprezzabile, paranoia, né l'uno, né l'altra avrebbe gradito compiere la leggerezza di prendere in esame tale opportunità in maniera fine a se stessa, salvo poi ritrovarsi a costretti a maledire i propri stessi nomi per aver agito in maniera terribilmente sciocca nel sottovalutare un problema, una questione, una minaccia. Non un solo suono, non un gemito, non un sospiro, intercorse pertanto fra loro, guerrieri temprati da troppe battaglie, avventurieri forgiati in troppe imprese, per abbisognare di un qualche genere di confronto verbale, o anche solo visivo, per coordinare le rispettive azioni, i propri, reciproci, movimenti.
In quel particolare frangente, in effetti, ogni precedente avversità ipoteticamente presente ancora all'interno del cuore di Howe, e tale non per concreta malizia, per una effettiva inimicizia verso di lei, quanto, e piuttosto, per consueta abitudine, requisito minimo e indispensabile per permettersi di sopravvivere in un mondo qual il loro, venne allora istantaneamente dimenticata, spazzata via dal suo cuore e dalla sua mente senza incertezza alcuna, associando nuovamente alla figura della donna solo e unicamente l'immagine della propria compagna di ventura, della propria camerata già reduce, insieme a lui, di troppi scontri, di troppe lotte per poter addebitare al suo valore, alla sua audacia, alla sua forza qualunque dubbio di sorta: Midda Bontor, in tutto quello, era e sarebbe stata riconosciuta, da parte sua, quale la sola persona, subito dopo il proprio fratello d'arme Be'Wahr, che mai egli avrebbe potuto bramare al proprio fianco in una tale situazione, in un simile contrasto, nell'assoluta e ferma certezza di poter riporre nelle sue mani ogni propria speranza di sopravvivenza, non quale atto di remissiva passività, ma di combattiva alleanza, da pari a pari, da alleato ad alleata, da fratello a sorella, uniti in tutto ciò non da un vincolo di sangue, quasi sempre effimera, labile motivazione di fedeltà, quanto, e piuttosto, da un vincolo d'onore.
Gli istanti trascorsero lenti, accumulando con flemma irrefrenabile un carico sempre maggiore di tensione sulle menti e sugli animi dei due combattenti, ancora immobili, ormai divenuti a loro volta simili a statue, in attesa di un qualunque sviluppo, di una qualsivoglia evoluzione che offrisse loro evidenza su qualche genere di creatura mostruosa, mitologica o semidivina sarebbe stata alfine loro imposta di affrontare. Un'attesa nel corso della quale il loro sangue si saturò rapidamente di adrenalina, energizzando le loro membra provate e dolenti, i loro corpi feriti e stanchi, e offrendo loro, in ciò, energia sufficiente fosse anche per affrontare un intero esercito ove fosse stato loro domandato.
In ciò, quando alfine, e inaspettatamente, uno degli occhi cristallini della rappresentazione di Thatres esplose rumorosamente, non un solo sobbalzo di spavento, di timore, di ritrosia caratterizzò entrambi, vedendoli, altresì, serrare entrambi e maggiormente le proprie dita attorno alle impugnature delle proprie armi, tendendo in tal punto la propria pelle a dismisura e sbiancando, di conseguenza, le nocche dei propri pugni, sotto tale, visibile e percettibile sforzo.
« … Lohr… » sussurrò, fra i denti, lo shar'tiagho, invocando il nome della propria divinità prediletta forse in un istintivo voto alla medesima, per raccomandare il proprio spirito immortale alle sue grazie nel momento in cui quella vicenda non si fosse conclusa nei modi più auspicabili da parte sua.
Quanto, tuttavia, accadde a seguito di quella deflagrazione, o, in effetti, quanto si scoprì essere causa della medesima, ebbe modo di sorprendere i due in misura estremamente più incisiva di quanto mai avrebbe potuto avvenire nel ritrovarsi a confronto con un qualunque genere di orribile mostruosità, o, persino, una manifestazione corporea del medesimo dio. Perché, oltre quell'occhio infranto, ciò che essi ebbero occasione di osservare, ancor in parte immersi nelle tenebre, furono i volti e i corpi di un uomo e di una donna quali loro: ma non un uomo e una donna qualsiasi, quanto, piuttosto e incredibilmente, il biondo Be'Wahr e… nuovamente Midda Bontor!
« Nissa… » gemette la donna guerriero, quasi soffocata dalle proprie personali emozioni nel confronto, dopo tanti anni, con quella gemella che, sinceramente, avrebbe preferito dimenticare, avrebbe gradito escludere per sempre dalla propria esistenza, e che, malgrado ne avesse rispettato ogni crudele imposizione, mai si era dimostrata appagata nel confronto con lei, insistendo a perseguitarla, a rovinarle la vita a ogni occasione utile, giungendo, persino, a rubarne l'identità, così come lì trasparentemente dimostrato.
« … quella è Nissa?! » replicò Howe, non negandosi concreto e sincero sbalordimento innanzi a simile immagine, là dove, malgrado la distanza esistente fra loro, impossibile sarebbe stato per lui non riconoscere, nelle inconfondibili fattezze di quella figura femminile, quanto sino a quel momento considerato unico e inimitabile « Lohr… ma ella è te… tu sei lei… cioè… siete dannatamente uguali! » sbottò, non riuscendo a negarsi una certa inquietudine in simile confronto, a tale rivelazione.
« Credevi che scherzassi quanto te l'ho detto? » sussurrò la Figlia di Marr'Mahew, ancora quasi priva di voce, nell'offrirsi non meno sconvolta, rispetto a lui, davanti alla propria immagine riflessa… anzi… alla propria imitazione perfetta, ove nessuna specularità avrebbe potuto permettere di identificare, fra le due, quale fosse l'originale e quale la copia « Una città intera ritortasi contro di me avrebbe dovuto essere riprova sufficiente per te per apprezzare tale suo successo nello spacciarsi per me… »
Ma Howe, per quanto animato dai migliori propositi verso la propria interlocutrice e le sue parole, in quel frangente non avrebbe potuto offrirle particolare attenzione, concreto interesse, nel porsi, oggettivamente, troppo preoccupato dall'incredibile finestra di opportunità, e di opportunità in contrasto suo e di suo fratello, che insieme alla rottura di quell'occhio, e alla manifestazione di quella seconda Midda, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual dischiusasi innanzi a loro.
Perché ove egli, in quello stesso momento, stava osservando il proprio amico di sempre fianco a fianco con una donna in tutto e per tutto identica alla medesima donna lì presente accanto a sé, in nome di quale divinità sarebbe mai riuscito a distinguere quale fra le due fosse realmente Midda… e quale, altresì, avrebbe dovuto essere nominata qual Nissa? E, soprattutto, in simile palese impossibilità, in grazia della benevolenza di quale dio o dea egli avrebbe potuto considerarsi certo che colei con cui stava allora parlando fosse la vera Midda Bontor, così come a lui presentatasi, e non la sua gemella malvagia?!
« Non hai modo per distinguerci… non visivamente, intendo. » confermò, con tono malinconico e contrito la mercenaria accanto a lui, quasi ne avesse colto i pensieri pur rimasti inespressi o, forse e più semplicemente, ne avesse intuito le emozioni, allora sin troppo chiaramente dipinte sul suo volto « Ed era proprio a questo punto che avrei preferito non arrivare. »
« … gemella malvagia?! » scandì egli, offrendo voce al proprio ultimo pensiero, alla propria ultima tacita questione così da lei pur compresa « … dannazione, Midda! Ti rendi conto che tutta questa maledetta storia è così folle e assurda che nessun bardo la riterrebbe degna della benché minima attenzione? » la rimproverò, estemporaneamente riconoscendole ancora la propria identità, più per abitudine che per concreta convinzione « Avresti potuto sforzarti un po' di più… » incalzò, quasi ad attribuirle, in ciò, la responsabilità per una svolta ritenuta degna del suo nome, delle sue avventure.
lunedì 25 luglio 2011
1286
Avventura
027 - Discordia fraterna
In conseguenza diretta di quelle parole, fu così decretato il turno della donna guerriero per restare estemporaneamente e fugacemente priva di possibilità di verbo, nella necessità di esaminare la posizione assunta dal proprio interlocutore e decidere in che termini potersi confrontare con essa.
Né Be'Wahr, e neppure Howe, dopotutto, erano mai stati suoi avversari, come giustamente aveva appena reputato necessario ribadire lo stesso biondo, ragione per la quale, prima di dichiarare aperta battaglia all'uno, e andare in ciò in altrettanto aperto contrasto anche agli interessi, ai desideri del secondo, ella avrebbe dovuto riservarsi necessari e legittimi dubbi sull'effettiva, eventuale utilità di un proprio comportamento in tal senso.
« E da quando sai scandire termini come "paradossalmente"?! » ironizzò ella, scadendo, probabilmente, nel banale con tale scelta di termini e di toni, e pur, al contempo, in ciò definendo implicitamente il proprio assenso alle sue posizioni, alla tesi da lui enunciata e difesa con tanta maturità e, forse, persino saggezza.
« Ora sei tu che inizi ad assomigliare a mio fratello… » contestò egli, aggrottando per tutta e sola risposta la fronte, nel riprendere la medesima osservazione poco prima formulata da parte della stessa donna a suo ipotetico discapito, quasi, comunque, essere paragonati allo shar'tiagho avesse da considerarsi lesivo.
« Diamine! » esclamò la mercenaria, volgendosi nuovamente a osservare la finestra e, attraverso essa, la propria gemella e, accanto a lei, l'uomo in questione, ancora nudo e ancora in posizione di guardia, a disporsi qual pronto innanzi a potenziali pericoli « Sinceramente spero proprio di no… » soggiunse, inarcando il sopracciglio destro e, con esso, il corrispettivo angolo delle proprie carnose labbra, in un'espressione trasparentemente sarcastica « Senza voler criticare i tuoi gusti, preferisco ancora il mio corpo al suo. Poi, per carità… se piace a te… »
« Ma… » tentò di protestare l'altro, in conseguenza di quell'implicito questione riguardante i propri gusti e, ancor più, la propria stessa virilità, salvo, in una terribile sensazione di déjà vu, ritrovarsi nuovamente costretto a lasciar in sospeso l'intera questione, nell'essere repentinamente distratto dall'ennesimo sviluppo totalmente inatteso.
Una moltitudine di caotici suoni, infatti, si imposero in maniera particolarmente vivace, prima, e violenta, poi, all'attenzione tanto dell'uno, quanto dell'altra, provenendo chiaramente da qualche livello inferiore rispetto a quello da loro già raggiunto nel corso della discesa lungo quella scala a chiocciola. Suoni che, in un primo momento appena percettibili, divennero sempre più distinguibili, sempre più chiari non solo nella propria presenza, ma, anche e ancor più, in alcuni particolari dettagli riguardanti la propria intrinseca natura, permettendo di definire, al contempo, voci umane, o presumibilmente tali, e latrati canini, o, ancora, ipoteticamente tali. Uomini e cani, pertanto, che dal fondo della stessa scalinata, dello stesso passaggio nel quale si erano allora sospinti attraverso il varco nella fontana, stavano velocemente risalendo nella loro direzione, facendo propri dei toni, e una chiara enfasi, difficilmente giudicabile qual conseguente a una bramosia di accoglienza nei loro stessi riguardi, a un desiderio di tendere, verso la coppia di avventurieri e mercenari lì sopraggiunta con intenti predatori, le proprie mani in gesto di fiducia e di amicizia.
In ciò, quanto presunto abbandonato da almeno cinque secoli, si dichiarò, improvvisamente e straordinariamente, tutt'altro che tale, negando la Storia per così come risaputa e offrendo, nel merito proprio di quel particolare santuario, spazio a clamorose esigenze di revisionismo, utile a correggere quanto erroneamente dato per vero con quanto, altresì, lì sarebbe stato presto loro presentato. Rivelazione incredibile che, tuttavia, ebbe allora quali primi, e principali, effetti sui due testimoni di tutto ciò, reazioni ben distanti da sorpresa o stupore per quanto, in ciò, stava venendo loro imposto…
« Stupida. Stupida, dannatissima idiota! » si rimproverò la Figlia di Marr'Mahew, allungando in ciò la mano verso l'elsa della propria spada e pur, ancora, non estraendola, nel ritrovarsi, proprio malgrado, costretta al confronto con l'angustia propria di quel passaggio, di quella scalinata, appena sufficiente a permettere loro il movimento discensore e, forse, di sguainare le propria arma, e pur spiacevolmente inadeguato a garantire loro occasione per gestire adeguatamente le proprie lame « Quella dannata fontana era troppo pulita per poter essere giudicata priva di manutenzione da cinquecento anni: ecco cosa non mi aveva convinto prima… stupida idiota che sono! »
« Oh… no. » sospirò il biondo e muscoloso guerriero accanto a lei, ignorando il riferimento alla questione che pur, tanto, lo aveva precedentemente assillato in favore di un altro argomento giudicato allora evidentemente più rilevante e urgente da affrontare, almeno con il proprio stesso intelletto, ancor prima che con la propria compagna « Non dei cani. Per favore… non dei cani. »
Ma pur dove rabbia, ira, collera avrebbe indubbiamente dovuto essere riconosciuto il sentimento alla base delle parole di Midda, emozione rivolta in tutto ciò solo e unicamente verso se stessa, per quanto superficiale si stava in tutto ciò colpevolizzando essere; altresì non semplice timore, paura, fobia avrebbe dovuto essere addebitata al suo compagno, che già particolarmente debole aveva dato modo di dimostrarsi innanzi a semplici, innocui e piccoli serpenti, quanto, e invece, intimo dispiacere per tale scoperta, simile dettaglio, tale da suggerire la prossima necessità di un confronto, e probabilmente un confronto sanguinoso, con un branco di cani addestrati alla guardia. Dispiacere, il suo, conseguente a un particolare amore per simili animali, tali da rendergli estremamente difficile persino ipotizzare di imporre loro danno di sorta, preferendo, indubbiamente, massacrare dei propri simili, altri essere umani, piuttosto che levare un solo pugno in contrasto a dei cani. E sebbene, nel merito di quel suo odio per i serpenti, la mercenaria avesse già avuto occasione passata di confronto, tale da ben comprendere e valutare i suoi particolari limiti in situazioni eventualmente coinvolgenti simili rettili; di quel suo spassionato amore per i cani ella era rimasta, sino a quel momento, del tutto inconsapevole, tale da non potersi assolutamente riservare la benché minima possibilità di prevedere i termini della reazione che l'altro avrebbe potuto, e lì volle, rendere propria al fine di ovviare a quella stessa battaglia.
Così, quand'ella, mantenendo il proprio sguardo rivolto innanzi a sé, per valutare il momento più opportuno a sguainare la propria arma in funzione di quanto sarebbe stato loro presentato, udì il violento, e inconfondibile, suono conseguente alla rottura di un vetro, o altro simile materiale egualmente infranto, non ebbe subito possibilità di intuire come, a sfondare una delle due ampie finestre prossime a loro, fosse stato lo stesso Be'Wahr, e non, piuttosto, un qualche dardo scagliato a loro discapito da lontano. Tuttavia, ove un qualunque proiettile lì vilmente mirato, avrebbe provocato un'esplosione di schegge di vetro verso l'interno dello stesso passaggio segreto, non sì complesso fu per lei intuire come quanto occorso avesse da addursi al proprio stesso compare, ragione per la quale inevitabile fu l'imporsi, di un semplice interrogativo…
« Thyres! » esclamò, riuscendo a trattenere a stento l'irritazione per quel gesto non compreso, non apprezzato, ove atto a negare loro l'unico, reale vantaggio già precedentemente esposto nel confronto con la coppia rappresentata da Nissa e da Howe « Perché accidenti hai compiuto una mossa tanto stolida?! »
« Perché non ho alcuna intenzione di ritrovarmi ancora costretto ad accoppare dei poveri cuccioloni innocenti… e perché, comunque, qui dentro non abbiamo spazio sufficiente a combattere! » argomentò l'altro, cercando di difendere la propria prima, e più sincera, replica, con le motivazioni più o meno difendibili del proprio immediato incalzare « Dobbiamo andarcene di qui… ora! »
« Che Thyres ti maledica, razza di grosso idiota figlio d'un cane! » contestò la Figlia di Marr'Mahew, non concedendogli, in tal senso, alcuna ulteriore possibilità d'indulgenza, di tolleranza, e attaccandolo, seppur solo verbalmente, con impeto mai dimostrato prima verso di lui, non solo in quell'ultima avventura insieme, ma, anche, in ogni loro altra e precedente occasione di collaborazione « Possibile che tu non ti renda conto di come, per salvaguardare l'incolumità di qualche dannatissimo sacco di pulci, tu abbia appena condannato tuo fratello a morte?! »
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