11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

sabato 30 giugno 2018

2593


Dall’altra parte di quella stretta gola, a non più di un centinaio di piedi rispetto alla Figlia di Marr’Mahew, anche la sua degna compagna, la splendida Duva, si stava ponendo egualmente impegnata in un vivace confronto con i propri antagonisti, con un’altra dozzina di avversari lì schierati a protezione, a difesa di quel varco, di quel passaggio, riservandosi una posizione di predominanza utile a non permettere ad alcuno il passaggio senza la loro previa approvazione. Approvazione che, facile a immaginarsi, non sarebbe mai stata realmente concessa ad alcuno al di fuori della loro squadra, del loro gruppo.
Diversamente dall’approccio più diretto, più carnale della propria amica, pur non disdegnando, all’occorrenza, l’uso delle armi bianche, il primo ufficiale della Kasta Hamina si mostrò allora impegnata in quel confronto in grazia all’ausilio del proprio fucile. Fucile con il quale, in effetti, ella aveva dato il via alle danze nel momento stesso in cui, dall’altra parte della gola, era sopraggiunto quel grido d’allarme. Un grido d’allarme, quello che era stato allor scatenato dal canissiano poi freddato dalla sua compagna, tutt’altro che ragione di sorpresa, da parte sua, nell’aversi altresì a considerare proprio in attesa di un simile segnale, segnale che non mancò quindi di accompagnare da tre repentini colpi di energia luminosa, tre rapidi spari con i quali, quasi contemporaneamente, ebbe ad abbattere altrettanti antagonisti, facendo brillare i loro braccialetti senza che questi potessero riservarsi una reale possibilità di comprendere, non nell’immediato quantomeno, da quale fronte simile offensiva fosse stata originata. Ovviamente, i benefici di un attacco a sorpresa, qual avrebbe avuto a dover essere considerato il loro e il suo, non avrebbero avuto a doversi fraintendere qual duraturi. Al contrario…
Effimeri quasi quanto un semplice battito di ciglia, e quanto il battito di ciglia che ella ebbe a concedersi prima di ipotizzare almeno un nuovo, ultimo colpo prima di ritrovarsi costretta, proprio malgrado, a procedere altrimenti, abbandonando la propria posizione, quell’angolo certamente nascosto ma non riparato, entro il quale aveva trovato rifugio in attesa dell’inizio dei giuochi. E se, allora, un quarto colpo ella non mancò di riservarsi, e di riservarsi a discapito di un quarto obiettivo, a sua volta decretato qual morto all’istante, quell’esitazione, quell’ulteriore attimo d’indugio rischiò di costarle altrettanto caro, nell’aver ormai rivelato la propria posizione e, in ciò, nel ritrovarsi spiacevolmente esposta alle reazioni dei sopravvissuti. Sopravvissuti i quali, pertanto, laddove individuato il punto di provenienza di quegli spari, non esitarono a rispondere, e a rispondere almeno in quattro per cercare, se non di ucciderla, quantomeno di ferirla. E, in ciò, fu più per fortuna, che per una qualche effettiva abilità, che Duva ebbe a sopravvivere e a sopravvivere a quell’offensiva, chiudendo gli occhi e lasciandosi rotolare lateralmente, confidando nella benevolenza di qualche entità superiore in proprio sostegno, in proprio soccorso. Entità che, evidentemente, dovette aver ascoltato simile richiesta, tale invocazione, nel concederle, pertanto, senza merito alcuno, di sottrarsi da quei colpi, da quegli spari, benché almeno un paio giunsero più prossimi a lei rispetto a quanto non avrebbe potuto considerarsi felice avesse ad avvenire.

« D’accordo… potrei essere stata un po’ imprudente. » ammise a confronto con l’evidenza di quanto così occorso, pur non demoralizzandosi e, anzi, trovando ragione per galvanizzarsi in tutto ciò, e di galvanizzarsi nell’evidenza di quanto, malgrado negli ultimi mesi si fosse ritrovata esclusa dall’azione e dall’azione su campo, soppiantata, in tal senso, dalla propria amica, da quella sorella d’arme da lei stessa condotta a bordo della Kasta Hamina, il suo smalto, il suo stile non avrebbero avuto a doversi fraintendere qual offuscati, nell’aver, comunque, già abbattuto un terzo degli avversari a lei destinati nei primissimi istanti di quella battaglia, a dimostrazione della propria indubbia supremazia su tutti loro.

Risollevandosi da terra con un deciso colpo di reni e iniziando a correre verso i propri obiettivi, Duva cercò di mantenersi quanto più possibile vicina al suolo, con capo chino e movimenti irregolari, utili a rendere più complesso il compito di quegli antagonisti, così desiderosi di abbatterla, così bramosi di porre fine alla sua vita o, quantomeno, alla sua partecipazione a quel gioco. E se pur, quello, avrebbe avuto a doversi considerare un gioco, e gli effetti dei possibili colpi che avrebbe potuto subire tutt’altro che letali, quanto apparve chiaro, quanto risultò lì evidente, fu come alcun protocollo di sicurezza proprio delle dinamiche di quel pianeta della guerra avrebbe potuto escludere le negative conseguenze di un volo, e di un volo dall’alto di quel baratro, così come avrebbe potuto avvenire se soltanto qualcuno fra i presenti, su ambo i fronti contrapposti, non avesse prestato ben attenzione a dove porre i propri piedi, eventualmente distratto, nel proprio incedere, dalla necessità di ovviare ai colpi nemici.
Un pensiero, quello che venne allor formulato da parte della donna, che non poté ovviare a ricondurre la sua già provata tensione, il suo già impegnato pensiero, in direzione dell’obiettivo primario del loro viaggio sino a quel mondo, verso quel giovane dispersosi, il fato del quale suo padre sperava, per loro tramite, di poter chiarire, qualunque esso fosse stato. Possibile che quel ragazzo avesse compiuto un passo falso e, in ciò, fosse rovinosamente precipitato lì attorno, da una posizione simile alla sua attuale, o, comunque, da una qualunque altra spiacevole condizione necessariamente letale? Possibile che il suo destino fosse stato malamente segnato, suo malgrado, da uno stupido errore compiuto nel mentre di quell’ancor più stupido gioco? Assurdo, grottesco persino, sarebbe stato pensare che la vita di qualcuno potesse essere stroncata nel mentre di una guerra simulata, di quello che avrebbe avuto a dover essere inteso qual un divertimento, per quanto nulla di divertente avrebbe avuto a dover essere riconosciuto presente nella guerra, a meno di non essere uno psicopatico... ma quale altra spiegazione, se non quella di un incidente, e di un incidente letale, avrebbe potuto altresì giustificare quella sparizione?!
Costringendosi a riportare la propria attenzione al tempo presente, e all’attualità di quel momento, e di quel momento nel quale, tutto il suo impegno avrebbe avuto a dover essere dedicato a mantenerla viva, tanto virtualmente, nel confronto di quegli spari, quanto fisicamente, nel confronto con la situazione non semplice nella quale si era andata a porre, Duva continuò ad avanzare, e ad avanzare in direzione del fronte nemico, provando a sparare nuovi colpi a loro ipotetico discapito, seppur ben consapevole di quanto vano avrebbe avuto a essere ogni impegno in tal senso, risultando un fuoco troppo impreciso, troppo instabile, per potersi riservare un qualunque genere di successo e, pur, allora proposto non tanto nell’illusione di poter conseguire un qualunque risultato, quanto e piuttosto di distrarre l’attenzione dei propri avversari, i quali, allora, sarebbero stati psicologicamente disincentivati a restare eccessivamente esposti, nel rischio che uno solo fra quegli attacchi potesse segnare la loro fine. E così coperta nel proprio incedere dal proprio stesso fuoco, la donna ebbe a coprire la distanza ancor esistente fra sé e i propri antagonisti, all’ultimo abbandonando il fucile per estrarre, a sua volta, una lama di luce, nella propria destra, e una più comoda e compatta pistola, nella mancina, e impegnarsi, alfine, nel corpo a corpo, per concludere entro il minor tempo possibile il conflitto offertole, con la consapevolezza di quanto, dall’altra parte della gola, certamente la sua amica non avrebbe mancato di far altrettanto e, probabilmente, non avrebbe egualmente mancato di evidenziare il proprio successo, la conclusione del proprio operato, in qualche modo, a porle così sfida e a dimostrare, nella rapidità delle proprie azioni, quanto ella avesse a doversi considerare una guerriera migliore, e migliore non soltanto nel confronto con quel gruppo, ma anche rispetto a lei.
Ma laddove, obiettivamente, ella non avrebbe mai potuto intimamente negare la verità rappresentata dall’idea che Midda Bontor fosse una guerriera migliore rispetto a lei, tale realtà, simile pensiero, non sarebbe mai stato certamente condiviso con la medesima, non avrebbe mai trovato occasione di essere espresso apertamente innanzi a lei, nel non desiderare, malgrado tutto, riconoscerle tale ragione di vanto, riconoscerle tale superiorità, sia per amor proprio, sia, comunque, per trovare legittimazione nel proprio supposto ruolo di superiorità gerarchica rispetto a lei…
… superiorità gerarchica che, tuttavia, ebbe lì a scontrarsi clamorosamente con la superiorità pratica della propria alleata, la quale, prima ancora che Duva potesse realmente iniziare quel proprio confronto fisico con gli antagonisti lì offertile, ebbe ad annunciare, come previsto, la propria vittoria, il proprio successo, sul fronte opposto di quella gola.

venerdì 29 giugno 2018

2592


Risalita la propria metà della gola, e raggiunto il livello superiore della medesima, quanto ebbe a presentarsi innanzi allo sguardo della Figlia di Marr’Mahew fu la semplice conferma di quanto già ella aveva subodorato… anzi, letteralmente odorato: innanzi a lei, abilmente posizionate a coprire tutta la lunghezza superiore di quel percorso, avrebbero avuto a doversi contare dodici persone, fra uomini, donne, umani e chimere, ordinatamente collocate in attesa di chiunque, innanzi a quella gola, avrebbe avuto a presentarsi, e a presentarsi nell’illusione d poter proseguire il proprio cammino verso la città, per poter estinguere, in maniera rapida e indolore, qualunque velleità in tal senso. Dodici persone a fronte delle quali, non ne aveva dubbi, avrebbero avuto a doversene contare altrettante sul lato opposto della gola, là dove si doveva ormai essere parimenti inerpicata la sua amica Duva, a garantire un perfetto fuoco incrociato, per arginare qualunque contingente da quel varco avrebbe mai voluto passare.
Chiunque essi fossero, sicuramente rappresentavano, già soltanto per il proprio numero, l’evidenza di un livello superiore di coinvolgimento rispetto ai piccoli gruppetti che, sino a quel momento, avevano incrociato, gruppetti per lo più composti dal numero minimo di partecipanti, quelle quattro unità che, loro stesse, in quel frangente avevano persino smesso di poter vantare, nell’essersi stolidamente separate a causa di un assurdo litigio. Un livello superiore di coinvolgimento in quel gioco della guerra, quello da loro suggerito con il proprio semplice quantitativo numerico, che avrebbe avuto a essere ancor ribadito, riconfermato, nella quieta stabilità delle posizioni così occupate sulla cima di quella gola, espressione di una preparazione tattica meno elementare rispetto a quella dimostrata da qualunque altro antagonista nel confronto con il quale, sino a quel momento, avessero lì avuto occasione di contrapporsi. Che poi tale preparazione tattica fosse da considerarsi espressione di una semplice passione per l’argomento, quanto e piuttosto conseguenza di un’esperienza pregressa in tal settore, tutto avrebbe avuto a comprendersi quanto prima… e a comprendersi, semplicemente, nell’ordine di misura del tempo che sarebbe stato necessario alla donna guerriero per abbatterli.
Perché che Midda Namile Bontor, la donna guerriero valutata dieci miliardi di crediti al Mercato Sotterraneo, avrebbe avuto a vincere quella sfida, tale sarebbe dovuta essere riconosciuta quale una verità, e una verità inappellabile. In ciò, soltanto i tempi della definizione della conclusione di quell’incontro, di quello scontro, di quella fugace battaglia, avrebbero avuto a dover essere sanciti e sanciti sulla base del livello di preparazione di quel gruppo: si fosse, tutto ciò, consumato in pochi istanti, allora indubbia sarebbe stata la non professionalità di quel contingente pseudo-militare, rivelando quanto, al di là delle apparenze, e della posizione di forza da loro occupata, essi altro non avrebbero avuto a dover essere considerati che semplici appassionati; altresì, se essi fossero riusciti, addirittura, a superare il minuto, e, in ciò, avessero costretto la donna guerriero a sollevare la guardia e a doversi difendere da qualche attacco, allora, piacevolmente, essi sarebbero stati accreditabili quali un contingente di para-militari, pur, ciò non di meno, destinati alla sconfitta.
A nulla, in tale discernimento, in simile vaglio, in quel metaforico abburattare, dividendo la farina dalla crusca, avrebbe avuto a valere l’allarme che, in maniera sufficientemente reattiva, ebbe a scuotere la quieta serenità di quel gruppo, nel momento in cui il suo elemento più prossimo alla posizione raggiunta dalla Figlia di Marr’Mahew ebbe a notarne la presenza: in proprio favore, infatti, in ciò, ebbe a palesarsi la sua stessa natura, e la sua natura di chimera e, in particolare, di canissiana, in quello che agli occhi color ghiaccio della donna guerriero avrebbe avuto a doversi intendere come un grosso licantropo, contraddistinto, in grazia alla propria specie, da sensi indubbiamente più acuti di qualunque essere umano, più acuti persino di quanto mai avrebbe potuto sperare potessero essere i propri la medesima Midda, e assolutamente competitivi con quelli altresì propri della sua amica, allor assente, Lys’sh, nella propria natura di ofidiana. Alla luce di simile dettaglio, l’allarme così scatenato non avrebbe potuto considerarsi espressione di una particolare preparazione, di una particolare attenzione ai particolari e ai pericoli anche laddove non attesi, non preventivati, quanto e piuttosto di quegli stessi affinati sensi nel confronto con i quali improbabile sarebbe stato allora, per lei, riservarsi un qualche successo, soprattutto in una situazione già di supposto svantaggio strategico derivante dalle rispettive posizioni.
Allarme o meno, comunque, la donna guerriero non ebbe a scoraggiarsi. Al contrario, ella ebbe persino a reputarsi addirittura soddisfatta da ciò, e dalla possibilità, in ogni caso, di puntare a una parvenza di soddisfacente sfida fosse anche e soltanto in grazia alla disparità numerica lì propostale… non che, abitualmente, ella fosse solita confrontarsi soltanto in situazioni di vantaggio, anzi! Il suo stesso appellativo, dopotutto, di Figlia di Marr’Mahew, avrebbe avuto a dover testimoniare, a dover ricordare una storica battaglia, avvenuta una dozzina di anni prima, nel corso della quale, fondamentalmente sola e, per lo più, estremamente confusa, reduce qual si era ritrovata essere da un violento naufragio, ella aveva sterminato almeno ottanta pirati, impugnando, semplicemente, quella che sarebbe presto divenuta la sua ormai leggendaria spada bastarda nella mancina, nonché un pesante martello da fabbro nella destra.

« Provate a farmi divertire! » li incalzò pertanto, ben lontana dal potersi considerare intimorita e, altresì, in quella richiesta, in quell’invito, persino eccitata alla prospettiva, dopo due interminabili giornate di tedio, di qualcosa di più movimentato, di qualcosa di più sfidante.

A dispetto di qualunque aspettativa in senso contrario, una realtà dominata dalla tecnologia, e da straordinarie armi energetiche, l’uso delle armi bianche, care alla donna guerriero, non avrebbe avuto a dover essere impropriamente considerato qual superato: al contrario, nel confronto con scontri sovente occorrenti entro i fragili limiti propri di una nave spaziale, laddove solo una sempre troppo sottile barriera avrebbe separato la vita propria dell’ambiente interno, dalla morte, e dall’orrida morte, caratteristica dell’ambiente esterno, della gelida immensità siderale, l’impiego di lame e altre simili risorse avrebbe avuto a doversi riconoscere ancor apprezzato, ancor in auge, e in auge nel garantire così un certo margine di sicurezza rispetto alle catastrofiche conseguenze proprie di un colpo di laser o di plasma mal mirato, o mal calibrato nella propria intensità. In quello scontro, tuttavia, a terra, entro i più ampli, e solidi, confini di un intero pianeta, l’uso delle armi da fuoco non avrebbe mai potuto preoccupare alcuno, ragione per la quale, pur rischiando di mancare il proprio obiettivo, non uno, ma dodici furono coloro i quali, in quel momento, rivolsero i propri attacchi energetici, e, in verità, soltanto simulati, verso quell’ignota antagonista, nel desiderio di arrestarla, di fermarne l’incedere sin dai primi passi.
… madornale errore.
Perché Midda, comprovando nella meravigliosa grazia dei propri rapidi e sinuosi movimenti tutta la propria fama, ogni leggenda attorno al proprio nome, nonché quei dieci miliardi di crediti a lei attribuiti, per i quali era stata valutata e, tecnicamente, venduta, non avrebbe mai potuto essere rallentata da quei colpi, neppure, in essi, vi sarebbe potuta essere una qualche effettiva promessa di dolore o di morte, così come pur, in quel frangente, non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta. Al contrario, quasi danzando fra quei fasci di luce, con leggiadri salti, eleganti schivate, conturbanti giravolte, ella ovviò a qualunque fra quegli attacchi e, in un breve, effimero, fugace battito di ciglia, così rapido da non permettere ad alcuno degli astanti di elaborare realmente quanto stesse accadendo, non mancò di giungere allo stesso canissiano che aveva sollevato quel grido d’allarme, per riconoscergli il proprio giusto compenso in un deciso montante della propria lama di luce che, giungendo a lui dal basso dopo una squisita capriola, ebbe a trapassarlo, ipoteticamente, dal pube sino addirittura al collo, fondamentalmente impalandolo e riconoscendogli una morte idealmente terribile, e pur rapida, quasi misericordiosa. Morte simulata, morte virtuale, e che pur, allora, avrebbe avuto a dover essere comunque riconosciuta qual la prima di molte altre, e di molte altre che non avrebbe mancato di imporre e di imporre a tutti loro: non per una qualche profonda ragione, ma, semplicemente, perché tali avrebbero avuto a doversi considerare le regole di quel comune gioco a cui tutti, per motivazioni sicuramente diverse, avevano pur deciso di giocare.

giovedì 28 giugno 2018

2591


Fu nel corso del terzo giorno sul pianeta della guerra che, finalmente, il giuoco iniziò a risultare più impegnativo anche per Duva e Midda, giacché molta altra “gente come loro”, lì sopraggiunta per le più svariate ragioni, iniziò a fare la propria comparsa, e a fare la propria comparsa con una frequenza sempre maggiore man mano che il territorio proprio della natura incontaminata delle foreste, delle montagne nelle quali sino a quel momento esse avevano vagato, iniziò a cedere il passo a quello della civilizzazione o, quantomeno, ai resti di quell’antica civiltà lì, un tempo, presente. Perché, sul pianeta della guerra, non soltanto avrebbero avuto a dover essere considerati presenti dei semplici amatori, quali coloro in contrasto ai quali, per lo più, si erano ritrovate a scontrarsi, quanto e piuttosto anche molti professionisti, professionisti tanto del giuoco, quanto nella vita vera, che, proprio in quei centri urbani, o, per lo meno, fra le macerie di quei centri urbani, preferivano concentrare le proprie attività, i propri scontri, nel cercare di conquistare una fetta di territorio più grande rispetto a quello dei propri antagonisti, a dimostrare la propria supremazia, a dimostrare la propria forza, a dimostrare il proprio potere. Dinamiche, quelle che, presto, sarebbero state presentate all’attenzione della Figlia di Marr’Mahew, che ella avrebbe avuto modo di giudicare non poi così diverse da quelle proprie di una vera guerra, e, ciò non di meno, lì portate avanti in assenza di una reale motivazione, di un effettivo senso…
… non che, per carità, tutte le guerre avrebbero potuto vantare un senso innanzi al suo sguardo.
Molte, infatti, nell’esperienza propria della donna dagli occhi color ghiaccio, avrebbero avuto a dover essere considerate le guerre proprie del suo stesso mondo, guerre nelle quali anch’ella aveva eventualmente avuto occasione di combattere, e, ciò non di meno assolutamente prive di qualunque ragion d’essere, quantomeno nel tempo presente. Guerre che, forse, in un lontano passato avevano avuto anche le proprie motivazioni, avrebbero potuto anche vantare un qualche significato, e che, ciò non di meno, con il passare degli anni, dei decenni, a volte persino dei secoli, lo avevano completamente smarrito, obliandolo nel sangue delle proprie vittime, nella rabbia per i propri caduto, e proseguendo nel corso del tempo soltanto perché, ormai, accettate come dato di fatto, come realtà incontrovertibile, unica verità che molta gente avrebbe mai potuto vantare di conoscere, e di conoscere da tutta la propria vita. Anche lo storico conflitto fra Kofreya e Y’Shalf, due nazioni nelle quali ella aveva vissuto gran parte della propria esistenza, avrebbe avuto a dover essere classificato entro simili dinamiche, giacché, in effetti, qualunque fosse stata la causa scatenante del medesimo, era sicuramente stata ormai dimenticata, mentre tale conflitto proseguiva, e proseguiva con il proprio carico di sangue e morte, soltanto perché ormai già troppe generazioni erano nate e morte all’interno di quella guerra per poter immaginare un presente e un futuro priva di essa.
Alla luce di ciò, quindi, soltanto assurdo sarebbe stato pretendere che, in un mondo conosciuto come il pianeta della guerra, tutto ciò potesse avere un qualche profondo significato, riconducendo, dopotutto, il senso di ogni cosa a una sorta di competizione agonistica, quasi a una pratica sportiva, e a una pratica sportiva utile a incoronare, fra tutti i partecipanti, il guerriero migliore. Un titolo a concorrere per il quale Midda Bontor, sino a quel momento, non avrebbe potuto riservarsi alcun interesse, nel confronto con antagonisti tanto deboli, incapaci a comprovare alcunché, ma che, forse, innanzi ad avversari più degni avrebbe potuto anche stuzzicarla, riportandola psicologicamente a un’altra età della propria vita, e a quell’età nella quale, ancora, il suo nome non avrebbe avuto a doversi considerare legato ad alcuna leggenda, ad alcun mito, e che, per questo, l’aveva vista impegnarsi a lottare qualunque battaglia, qualunque sfida, al solo scopo di emergere e di poter essere riconosciuta in quanto donna guerriero, in un ambiente nel quale, ovviamente, la componente maschile avrebbe avuto a doversi considerare predominante.
Il valore crescente di tale sfida, per amor di dettaglio, venne offerto alla Figlia di Marr’Mahew nel momento in cui, innanzi al cammino condiviso con Duva, ebbero a ritrovare non uno sparuto gruppetto di dilettanti, quanto e piuttosto un vero e proprio plotone, con preparazione militare, o quanto più possibile simile a una preparazione militare, e ben disposti per offrire loro una trappola e per non concedere loro alcuna ipotetica speranza di fuga. Perché se, nella discesa dalla montagna, avrebbero dovuto necessariamente attraversare una stretta gola di roccia, all’uscita di tale gola, così come al di sopra della stessa, non avrebbero avuto a mancare una dozzina di uomini armati, e armati in maniera estranea a qualunque possibile critica, per accogliere chiunque, da lì, sarebbe passato, e accoglierlo con una raffica di colpi che ne avrebbero immediatamente sancito la morte virtuale e la conseguente esclusione dal gioco. L’unico particolare che, tuttavia, nessuno di loro aveva evidentemente contemplato, e che, allora, ebbe a tradirli, e a tradirli in maniera altresì grottesca, fu quella premura per i dettagli che, al contrario, la grossa pantera a sei zampe non si era negata di riservarsi nell’avvicinarsi a lei, nell’appropinquarsi saggiamente alla sua posizione e che, suo pari, sarebbe sempre stata contemplata da qualunque animale così come da molte specie non umane, prime fra tutte gli ofidiani, che dell’olfatto avrebbero reso uno dei propri sensi principali anziché un particolare secondario, una nota a contorno utile per lo più per apprezzare della buona cucina o disprezzare un cattivo odore. Perché, a tradire quel drappello, altro non ebbe che a essere proprio il loro odore, l’odore della loro pelle sudata, della sporcizia proprio malgrado da loro accumulata sui propri corpi da troppi giorni di permanenza su quel pianeta, e, in particolare, un odore che non si premurarono di tentare in alcun modo di celare, scegliendo, magari, delle posizioni tali da ovviare al vento proveniente dalla pianura e, con esso, all’eventualità, così come allor accadde, che tale vento avesse a trasportare, in un vero e proprio allarme, il loro odore e il conseguente avviso nel merito della loro presenza lì davanti.

« Ferma… » sussurrò in un alito di voce la Figlia di Marr’Mahew in direzione della propria amica, arrestando il proprio incedere, e quello di lei, soltanto per potersi concentrare sull’aria loro circostante, inspirandola a pieni polmoni nel dilatare, allora, al massimo possibile le narici del proprio naso.
« … cosa…?! » esitò a rispondere Duva, non essendosi resa conto di nulla, meno abituata, rispetto all’amica, a prestare caso a simili particolari, nell’aver, al contrario, maggiore confidenza rispetto a lei nel confronto con molte tecnologie estremamente precise nell’individuare le posizioni di eventuali antagonisti… tecnologie impiegate nelle vere guerre e, tuttavia, lì purtroppo altresì loro non concesse.

Ovviando a parlare, nel timore di poter essere udita, non conoscendo, con precisione, l’acustica propria di quella gola e la direzione che, pertanto, avrebbe potuto intraprendere la propria voce, per quanto ridotta ai minimi termini, la donna guerriero dagli occhi color ghiaccio ebbe ad accennare con qualche movimento della propria mancina alla presenza di un pericolo attorno a loro, innanzi a loro, tale per cui quel cammino, per così come stava venendo intrapreso in quello stesso momento, non avrebbe potuto continuare nella medesima direzione, nello stesso verso. Non, quantomeno, nel non voler rischiare di andare incontro a qualche spiacevole pericolo.
Il primo ufficiale della Kasta Hamina, dal canto proprio, si limitò ad annuire, non avendo riprova alcuna che potesse avallare le informazioni che l’altra le stava in tal modo suggerendo e, ciò non di meno, neppur avendo la benché minima ragione per porre in dubbio quell’analisi, quella valutazione, nel ben conoscere le capacità straordinarie della propria amica e, soprattutto, nel non essere tanto stupida da minimizzarne il valore. Così, esclusa l’eventualità di proseguire sul fondo della gola, quasi inevitabile ebbe a essere l’idea, la proposta, di cercare una via alternativa arrampicandosi lungo le pareti della medesima, per risalire fino al livello superiore e, da lì, riservarsi una visione più completa sulla situazione.
Un silenzioso suggerimento, quello che Duva ebbe così a esprimere con pochi, mirati gesti, che venne quietamente accolto dalla Figlia di Marr’Mahew, con l’invito, in tal senso, a dividersi, per poter affrontare, contemporaneamente, entrambi i lati della gola a ovviare di concedere, a eventuali minacce lassù in loro attesa, di potersi riservare occasione di fuoco incrociato a loro discapito. Dopotutto, seppur dividendosi esse avrebbero allor ridotto ai minimi termini il loro comune potenziale offensivo, difficilmente avrebbero avuto di che recriminare una simile scelta, una tale strategia, nel confronto con le rispettive capacità guerriere, e capacità guerriere che, in verità, avrebbero potuto loro riservare soltanto poche, reali occasioni di sfida, nessuna delle quali avrebbe potuto attendersi qual lì presente.

mercoledì 27 giugno 2018

2590


In tempi estremamente recenti, e tali da concedere ancor un ricordo estremamente vivo nella sua mente, la Figlia di Marr’Mahew si era già ritrovata ad affrontare i pericoli propri di un mondo ritenuto disabitato e contraddistinto da resti di una qualche antica civiltà dimenticata dalla Storia. E proprio nel corso di tale avventura, ella aveva avuto modo di verificare quanto anche fra le stelle avessero a valere le medesime regole proprie del suo mondo, del suo pianeta natale, seppur riadeguate, ovviamente, su scala maggiore, prima fra tutte quella utile a sottolineare, paranoicamente, quanto i resti di un’antica civiltà dimenticata dalla Storia non necessariamente avrebbero avuto a doversi considerare inermi o scevri da qualunque possibilità di pericolo… al contrario!
Così, solo pochi mesi prima, Midda Namile Bontor si era ritrovata catapultata in maniera inattesa e improvvisa nella propria vecchia vita, quand’ancora era una mercenaria e un’avventuriera, intenta a porre sfida a uomini e dei per il recupero di antichi manufatti, per ritrovare preziose testimonianze di epoche remote, e, in tal senso, non animata da un qualche interesse accademico, quanto e piuttosto, semplicemente, per compiacere la propria brama di sfida, compiendo imprese destinate a entrare nel mito, nella leggenda, proprio perché dalla leggenda, dal mito, avrebbero tratto la propria ispirazione. E, in tale avventura, come già più volte accaduto anche in passato, ella si era vista, ancora una volta, posta in opposizione a una terrificante minaccia proveniente da un passato tanto remoto da essere stato persino dimenticato, e una minaccia, in tal senso, non soltanto destinata a porre in dubbio il suo stesso avvenire, ma ogni altro avvenire, ogni altro futuro.
I Progenitori, con tale nome essi si erano presentati, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti quali gli eredi di un’antica, un’antichissima civiltà, i quali, per loro stesso proclama, erano stati i primi a sorgere dopo la Creazione e, alla Creazione, avevano a propria volta contribuito, nel trascendere i legami della carne e nel divenire pura energia, per poi vivere come dei fra creature inferiori, e nel ruolo di dei giocando per l’intero universo, a creare la vita e a dispensare la morte, secondo i propri più effimeri capricci. Ciò, per lo meno, fino a quando l’assenza di uno scopo, di una prospettiva o, forse e più propriamente, la noia, non li aveva ricondotti tutti a un unico mondo, nel quale avevano scelto di reincarnarsi e di dar vita a quelli che, da loro stessi, erano stati definiti i Primi Eredi: eredi i quali, tuttavia, non si dimostrarono immuni all’incredibile egocentrismo dei Progenitori, finendo anch’essi con il condannarsi alla distruzione, e alla distruzione totale. Distruzione a fronte della quale, pertanto, i Primi Eredi reagirono esiliandosi dalla realtà, nel rinchiudersi volontariamente all’interno di sarcofagi di stasi entro i confini dei quali non soltanto il loro straordinario patrimonio genetico sarebbe stato preservato ma, ancor più, essi avrebbero potuto intraprendere nuovamente quel medesimo percorso che secoli, millenni prima, li aveva condotti a sublimare la carne, per tornare a essere pura energia, per tornare a essere, ancora una volta, i Progenitori.
In tali creature, quindi, la Figlia di Marr’Mahew era involontariamente e metaforicamente inciampata, e, altrettanto involontariamente, era stata proprio malgrado anche colei che ne aveva sancito il risveglio, ponendo, in ciò, in pericolo l’intero Creato, nella bramosia che quegli dei di luce avrebbero potuto dimostrare nei riguardi dell’universo stesso e di tutte le sue creature, da loro considerate, né più né meno che semplici giocattoli, meri passatempo. Un errore pericoloso, il suo, al quale era fortunatamente riuscita poi a porre rimedio, o, così, per lo meno pensava e sperava, nell’aver ridotto l’intera superficie di quel pianeta già desertico a un manto infuocato, ovviamente non per propria diretta responsabilità, ma attraverso l’aiuto, la collaborazione, di due navi pirata, oltremodo armate, e che, contro quello stesso mondo, avevano così riversato tutto il proprio intero arsenale, allo scopo di preservare, a propria volta, una qualche speranza per il futuro.
Ancor provata, malgrado tale ipotetico lieto fine, dal ricordo dell’unico Progenitore con il quale era entrata a diretto contatto, una creatura inarrestabile e contro la quale, obiettivamente, nulla era stata capace di compiere anche e soltanto nella volontà di rallentarla, figurarsi quindi arrestarla; la donna guerriero dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco non avrebbe potuto riservarsi alcuna particolare ragione di entusiasmo nel confronto con l’idea di ritrovarsi posta a confronto con un nuovo mondo apparentemente estinto, e che pur, ciò non di meno, nel proprio cuore avrebbe potuto celare qualche mortale minaccia non soltanto per coloro i quali avrebbero avuto a doversi considerare sufficientemente stupidi da lì avventurarsi, ma anche per ogni altra civiltà, ogni altro pianeta dell’universo intero. Ma, dal momento in cui, ormai, avrebbe avuto a doversi riconoscere in giuoco, l’unica possibilità che avrebbe lì avuto sarebbe stata quella di giocare, sperando per il meglio e preparandosi per il peggio.
Terminata la cena del primo giorno, e trascorse lunghe ore di profondo riposo a permettere ai propri corpi di ritrovare le energie dopo quelle ventiquattro ore di marcia quasi forzata, Midda e Duva ebbero così a impegnarsi in un secondo giorno di cammino, questa volta, spiacevole a dirsi, progredendo molto più rapidamente rispetto al giorno precedente, nell’assenza, fra le loro fila, della giovane Rula, non certamente il male incarnato, così come probabilmente l’avrebbe descritta il primo ufficiale della Kasta Hamina, e, ciò non di meno, neppure obiettivamente preparata ad affrontare tutto quello, in termini per i quali, proprio malgrado, l’unica responsabile avrebbe avuto a doversi giudicare essere la stessa Figlia di Marr’Mahew. E se, pur, tale passo accelerato non permise loro, ovviamente, di giungere già all’insediamento, e, con esso, all’ultima area dove era stato avvistato il giovane Comar Virto, in quel secondo giorno di cammino non soltanto uscirono, alfine, dalla foresta ma iniziarono anche ad affrontare la catena montuosa frapposta fra loro e il loro obiettivo finale, il loro ultimo traguardo, riuscendo, prima del nuovo calare delle tenebre, a individuare e raggiungere un passo lungo il profilo di quelle montagne, per lì posizionare, di conseguenza, il proprio nuovo campo base e accogliere l’ancor tardivo tramonto a confronto non soltanto con la vastità del percorso che già avevano compiuto, alle loro spalle, ma, anche, con l’immensità di verde pianura che, al di là di quelle montagne, le stava già attendendo, con i propri fiumi, con un grande lago e, soprattutto, in lontananza, con il profilo della città o, quantomeno, dei ruderi di quell’antica città che, certamente, all’indomani avrebbero raggiunto, e avrebbero raggiunto senza ulteriore necessità di rimando.
Ovviamente, anche nel corso di tale secondo giorno di cammino, numerosi ebbero a essere gli incontri o, per meglio dire, gli scontri, con altri gruppi di supposti soldati, di ipotetici guerrieri, lì sparsi all’interno di quella smisurata area: ciò non di meno, alcuno fra tali eventi ebbe realmente a dover essere considerato una sfida per le due donne, le quali, a volte persino con banalità, ebbero a liberarsi di ogni possibile antagonista, talvolta, addirittura, incontrando persino le proteste da parte di coloro esclusi dal proseguo del gioco per colpa loro e della loro eccessiva bravura…

« Non dovrebbero permettere l’accesso a questo mondo a gente come voi… » si era riservato opportunità di protestare, a esemplificazione di ciò, un ragazzotto di bell’aspetto, il quale, evidentemente, avrebbe potuto vantare qual propria formazione, nel campo della guerra, soltanto quella derivante da qualche trasmissione televisiva, arrivando, forse, a considerare già qual un’esperienza estrema il semplice contatto con la natura a loro circostante, natura nel confronto con la quale la propria morbida pelle, le proprie mani e le proprie unghie perfettamente curate, aveva trovato ragione di che risentirne, ponendolo a estrema distanza da quanto avrebbe avuto a doversi considerare, per lui, un ambiente più consueto.
« Gente come noi…?! » aveva quindi domandato Duva, cercando di comprendere il senso di quell’accusa, aggrottando la fronte con aria incuriosita.

Ma il belloccio non ebbe tempo di proferire alcuna risposta a tal riguardo, giacché, presumendo qualche insulto, qualche offesa in arrivo, Midda non aveva voluto concedergli tale occasione, preferendo, piuttosto, porlo a tacere, e porlo a tacere con una nuova, leggera carezza della propria destra, una bottarella, priva di quella violenza con la quale avrebbe potuto facilmente sfondargli il cranio, e pur, allora, utile a fargli perdere i sensi e a lasciarlo precipitare a terra come peso morto, benché, fondamentalmente, illeso.

martedì 26 giugno 2018

2589


Tornata al campo allestito con Duva conducendo seco la selvaggina catturata, Midda trovò la compagna addormentata e, in questo, non ebbe a dispiacersi per lei. A differenza di quanto, nel suo mondo, avrebbe potuto allor avvenire, nell’eventualità di lasciarsi raggiungere in simili condizioni, lì, in quello scenario quietamente addomesticato per quanto apparentemente primitivo, nessun pericolo avrebbe potuto realmente cogliere Duva nel sonno, in grazia al perimetro di sensori accuratamente sparsi attorno a loro, i quali avrebbero vivacemente segnalato qualunque intrusione ove questa fosse occorsa.
Cercando di riservarsi la minima possibilità di rumore possibile, quindi, al fine di non disturbare il riposo del primo ufficiale della Kasta Hamina, la Figlia di Marr’Mahew si riservò l’occasione di accendere un piccolo fuoco a una certa distanza da lei, e, con simile aiuto, con tale supporto, di cuocere le carni delle prede catturate, non senza prima averle preparate a dovere. E se l’assenza di particolari supporti, fosse anche di un corto coltello, avrebbe potuto rendere tale impresa complicata, la presenza di quei corni sulle fronti di quelle strane lepri non ebbe a essere sprecata, concedendole la possibilità di sfruttare adeguatamente gli stessi secondo i propri scopi.
Preparare la selvaggina, e porla ad arrostire alla fiamma, richiese alla donna quasi un’ulteriore ora di tempo, ora che avrebbe avuto ad aggiungersi al già eccessivamente abbondante conteggio della giornata, ma che non ebbe a pesarle, non, soprattutto, nel momento in cui il poco grasso di quelle creature ebbe a iniziare a sfrigolare sulla fiamma, producendo un profumo indubbiamente interessante. Certo: la sua preparazione avrebbe avuto a doversi considerare indubbiamente rozza, nel confronto con quanto non avrebbe mancato di prodigarsi a compiere il suo amato Be’Sihl, se lì fosse stato presente, cercando anche qualche erba per insaporire ulteriormente quelle carni e trasformare quella cena di fortuna in una fortuna di cena. Ma, di necessità virtù, ella non ebbe assolutamente a rimproverarsi per il risultato conseguito. E, anzi, ciò che il soffocato rumore di tutta quella lunga presentazione non era stato in grado di compiere, nel risvegliare la bella addormentata nel bosco, ebbe allora possibilità di compiere il profumo di quelle carni poste ad arrostire, che, evidentemente, ne stuzzicarono l’appetito al di là delle barrette alimentari con le quali, in precedenza, si era già riservata occasione di cenare…

« Ohi! » commentò, intontita dal sonno e dal sonno in tal maniera interrotto, scuotendosi appena e muovendosi ad appoggiarsi su un fianco, per poter osservare, a distanza, la scena così propostale « … che stai cucinando di buono?! »
« Dormi. E non ti importare. » la invitò la Figlia di Marr’Mahew, scuotendo appena il capo « Dopotutto avevi definito qual malsana la mia idea di pormi a caccia… » ricordò, ironicamente, con un sorriso di indubbia soddisfazione per il risultato già conseguito in quel risveglio, e in quel risveglio per evidenti ragioni, così come sottolineato dall’immediata domanda da lei posta.
« Beh… non è che da queste parti si sia soliti andare a caccia per mangiare. » puntualizzò Duva, cercando una qualche argomentazione in propria difesa, a proprio sostegno, benché, in effetti, complice il sonno così interrotto, non ebbe a dimostrarsi particolarmente arguta come osservazione, soprattutto a sostegno dell’ottenimento di un metaforico posto a tavola « Non so come dirtelo per non apparire troppo insensibile, ma… ci siamo evoluti da un po’, grazie alla straordinaria invenzione dei supermercati e dei centri commerciali. » tentò di provocarla, ponendosi a sedere per cercare di meglio osservare la carne intenta ad arrostirsi alla viva fiamma del fuoco acceso dalla compagna.
« A maggior ragione, questo cibo barbaro non potrà certamente offrire alcun interesse al tuo palato raffinato, da gran dama evoluta qual tu sei... » replicò l’altra, osservandola sorniona solo con la coda dell’occhio, nel mentre in cui continuò a dedicare tutta la propria attenzione a quell’opera culinaria, per evitare di far seccare eccessivamente quelle carni e, al contempo, per assicurarsi che avessero a cuocere e cuocere adeguatamente, su ogni proprio fronte « Torna a dormire, mia cara. Davvero… »
« E lasciarti sola a mangiare tutto quel cibo?! » protestò, quasi con scandalo il primo ufficiale della Kasta Hamina « Non potrei dirmi tua amica se ti facessi compiere una simile idiozia senza tentare di salvarti da te stessa: è chiaramente troppa carne per una bocca sola… e non vorrei mai che domani tu stessi male soltanto perché io, nel momento del bisogno, ti ho lasciata sola. » evidenziò, appropinquandosi a lei con incedere lento, a carponi sul terreno.
« Il bisogno a cui ti riferisci… sarebbe mio o tuo?! » domandò incerta Midda, non potendo iniziare a provare una certa difficoltà a trattenere l’ilarità nel confronto con quel dialogo e, soprattutto, con la situazione di imbarazzo in cui era riuscita a porre l’amica, chiaramente combattuta fra il cercare di mantenere un qualche barlume d’orgoglio personale e il soddisfare il proprio appetito, laddove, per quanto quelle barrette sicuramente avrebbero adempiuto a sufficienza al loro fabbisogno nutrizionale, del buon cibo, e, in particolare, della buona selvaggina arrosto, non avrebbe trovato la benché minima possibilità di sfida, risvegliando ogni senso e ogni bramosia.
« Ohh… ma levati! » esclamò, in un’evidente resa psicologica, la povera Duva, precipitandosi al suo fianco, innanzi a quel fuoco, per poter assaporare meglio, con il proprio olfatto e la propria vista, quelle carni, e pregustarne il sapore nel momento in cui, alfine, sarebbero state cotte « E’ veramente puerile da parte tua continuare a insistere crudelmente nei miei confronti ben sapendo di aver ragione! » soggiunse, con tono scherzosamente piccato.

E, a confronto con quell’ultima osservazione, impossibile fu allora per la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco trattenere ancora quelle stesse risate che già da troppo stava impegnandosi a soffocare nel fondo della propria gola, gettando il capo all’indietro e lasciandosi esplodere in una prorompente ilarità. Ilarità utile, in quel momento, non soltanto a concludere degnamente quella breve parentesi ma, anche, a offrire una nota di letizia al termine di quella giornata troppo lunga, troppo faticosa e, purtroppo, contraddistinta da una certa, indubbia amarezza, conseguente allo scisma avvenuto, per poter concedere loro, in caso contrario un qualche lieto riposo: e se, nel merito del riposo, forse sarebbe stato ancor prematuro avere di che disquisire, certamente nell’immediato di quella tanto attesa, e faticata, cena, alcuna nota stonata avrebbe avuto più a dover loro inquinare l’appetito, concedendo a entrambe la prospettiva propria di poter consumare quel pasto in sincera allegria. Un’allegria, certamente, che sarebbe stata più marcata, quasi assoluta, se soltanto fossero allora state tutte e quattro insieme attorno a quel fuoco, e che, ciò non di meno, non ebbe che a poter essere tale.
Così, quando alfine Midda ritenne cotta la carne delle due lepri-unicorno, levandole dal fuoco e lì lasciando soltanto quella del procione, necessitante, per dimensioni maggiori, anche un maggior tempo di cottura, le due amiche ebbero a pasteggiare in termini forse primitivi, ma, sicuramente, gradevoli e graditi, nell’oscurità di quella notte, in quella foresta del pianeta della guerra, ben consapevoli di essere soltanto all’inizio del loro cammino e, ciò non di meno, motivatamente soddisfatte per quanto sino a quel momento loro concesso. E, fra un boccone e l’altro, fra un morso e l’altro, fu proprio Duva a volgere il pensiero alla lunga strada che il giorno dopo, e quello successivo, le avrebbe ancor attese, prima che, finalmente, quel territorio boschivo potesse essere superato, per permettere loro di giungere al primo grande insediamento civilizzato…

« … ma questo pianeta non era disabitato?! » domandò Midda, incuriosita da tale prospettiva, non informata nel dettaglio, non tanto quanto l’amica per lo meno, nel merito delle caratteristiche proprie di quel mondo e, ciò non di meno, sufficientemente certa nel ricordo di quel particolare, e di quel particolare utile a renderlo idoneo per ospitare quell’assurda attrattiva.
« Certamente! Lo è! » confermò l’altra, annuendo appena e concedendosi un altro gran morso alle carni arrosto del coniglio prima di proseguire, costringendo l’altra ad attendere qualche istante prima che terminasse di masticare e deglutisse per essere libera di continuare il discorso « Infatti quelle che troveremo saranno soltanto rovine sono di una qualche antica civiltà dimenticata dalla Storia… » puntualizzò, subito tornando ad addentare la cena.

lunedì 25 giugno 2018

2588


Adrenalina, la sua, che non mancò di essere percepita anche dalla controparte e che, da essa, venne altresì ed erroneamente accolta qual quell’espressione di paura, di timore, un segnale in grazia al quale decidere di attaccare, e di attaccare senza ulteriori attese, senza altre esitazioni.
Fu quindi questione di un fugace istante e la Figlia di Marr’Mahew venne a ritrovarsi posta sotto la carica di un enorme felino dal manto nero-violaceo ma, soprattutto, contraddistinto da ben sei zampe, nella presenza di una doppia coppia di estremità anteriori, in contrapposizione a una singola coppia posteriore. Sei zampe, quelle di quella sorta di pantera grande quanto una tigre, che non avrebbero mancato allor di tradire, almeno innanzi al giudizio della donna, la natura aliena di quella creatura, e una natura aliena che, con maggiore attenzione ai dettagli, non avrebbe potuto ovviare di essere parimenti confermata anche dal suo muso, e dalla presenza, in luogo a una sola coppia di occhi o di orecchie, anche in tal caso di un raddoppio, e di un raddoppio atto a lasciar apparire quel mostruoso felino simile a una strana fusione fra due diversi esemplari in un unico corpo, qual probabilmente ella non avrebbe mancato di giudicarli se soltanto, ormai, non avesse maturato una certa confidenza, una certa abitudine nel confronto con la straordinaria varietà del Creato al di fuori degli apparentemente troppo ristretti confini del proprio pianeta, e di un pianeta che mai aveva veduto una creatura simile, neppure all’interno delle proprie leggende, dei propri miti pur particolarmente variegati nelle proprie eterogenee possibilità.
Al di là di quei quattro occhi, di quelle quattro orecchie e di quelle sei zampe, nonché di dimensioni decisamente ragguardevoli, quella fiera non avrebbe avuto, almeno in apparenza, a vantare comportamenti estranei a quelli di qualunque altro grosso predatore felino, in termini tali per cui, se pur ella non avrebbe avuto a doverlo egualmente sottovalutare, non avrebbe parimenti avuto neppur a doverlo temere, e temere eccessivamente, nell’aver avuto molteplici occasioni di affrontare ogni qualsivoglia genere di antagonisti nel corso della propria esistenza, inclusi anche diversi grandi predatori felini, parenti di quello lì in suo contrasto schierato. E se qualcosa ella aveva avuto occasione di apprendere in tutto ciò, tale insegnamento sarebbe stato racchiuso nella consapevolezza di quanto i grandi predatori felini avrebbe avuto a doversi abitualmente considerare troppo intelligenti per permettersi occasione di confronto contro prede eccessivamente aggressive, incapaci ad accettare la propria sorte di vittima designata e, in ciò, altresì animate dall’evidente desiderio di porsi in loro contrasto, a un livello paritario, se non, addirittura, superiore. In altre parole, laddove ella fosse stata in grado di convincere quella fiera di non essere una cena, o colazione, facilmente digeribile, con estrema probabilità, e nell’ipotesi che avesse ragionato al pari di altri felini, essa si sarebbe ritirata, ripiegando su qualche più comoda alternativa.
Tuttavia… nel considerare qual propria attuale risorsa offensiva solo un bastone appuntito, in quali termini sarebbe stata in grado di imporsi realmente per far valere la propria posizione tanto da respingere quella minaccia?!
Nel cercare di riservarsi risposta a tale non immediato interrogativo, a tale non banale questione, la prima reazione della donna guerriero innanzi a quella carica non poté quindi che essere un movimento di evasione, e un movimento di evasione perfettamente calibrato al fine di sottrarsi solo all’ultimo istante utile a quell’aggressione, per non offrire, in ciò, alcuna possibilità alla controparte per deviare traiettoria e, in questo, egualmente raggiungerla. Un gesto quantomeno pericoloso, per non definirlo, più propriamente, un azzardo, e, ciò non di meno, un azzardo moderatamente poco rischioso, nel non aver a dover essere considerata nuova a tale genere di reazioni, tanto contro semplici fiere, quanto contro uomini o mostri di maggiore entità. E così come già in passato, anche in quell’occasione simile strategia, tale approccio, non ebbe a tradirla, concedendole, anzi, pieno successo nel veder la creatura costretta ad andare a sbattere violentemente contro l’albero anziché contro il suo corpo, nel mentre in cui, scivolando lateralmente, ella ebbe a riconquistare un’estemporanea parvenza di libertà.
Libertà, la sua, comunque squisitamente effimera, nel confronto con la necessaria difficoltà ad agire, e ad agire in maniera definitiva verso la propria controparte, nella sufficiente consapevolezza di quanto, qualunque genere di azione con quel bastone a suo ipotetico discapito, laddove non fosse stata definitiva, non fosse stata risolutiva, l’avrebbe semplicemente fatta arrabbiare in misura maggiore, negandole proprio malgrado qualunque speranza di concludere quello scontro con la fuga della bestia, la quale, in tal caso, alcuna pace avrebbe potuto riservarsi in assenza della sua morte, a vendicare il torto subito. E se pur uccidere quel predatore non avrebbe rappresentato, per la Figlia di Marr’Mahew, un evento inedito o, ancor meno, immorale, nell’aver già avuto occasione, in passato, di estinguere creature probabilmente più rare rispetto a quello strano felino; il suo spirito di competizione, o, forse, un qualche senso di pietà, la spinse a escludere tale eventualità, nel non volersi limitare a ucciderlo quanto, e piuttosto, per così come ripromessosi, a scacciarlo, dimostrando di non essere per lui una preda comoda. Così, quando inevitabilmente quell’enorme pantera ebbe nuovamente a cercarla, ella ebbe a reagire in maniera del tutto improvvisa, e soprattutto inattesa dal punto di vista proprio della sua antagonista, andando a colpirla, e a colpirla con moderata energia, in grazia al proprio braccio destro, a quell’arto potenzialmente capace di sollevare pesi disumani e di infrangere, di conseguenza, il cranio di quella creatura con un sol gesto, gesto che pur non ebbe a concretizzarsi in quel momento, nel preferire, ella, limitarsi a qualcosa di diverso, qual uno schiaffo, uno schiaffo severo, uno schiaffo potente, e potente abbastanza da rigettare la sua avversaria a quasi tre piedi dalla propria posizione iniziale, e pur non volto a ucciderla, non volto a stroncarne l’esistenza, quanto, e piuttosto, a intimidirla, a riportarla a quella giusta razionalità nel merito delle dinamiche, del rapporto che avrebbe avuto a dover esistere fra loro.
E se il suono secco di quello schiaffo ebbe a risuonare all’interno della quieta foresta, imponendo su ogni creatura lì presente un momento di rispettoso silenzio per quanto appena accaduto, e di timorosa attesa per quanto ancora avrebbe potuto allora accadere; dal punto di vista del grosso felino a sei zampe quell’atto, quel gesto, ebbe a essere accolto con indubbia sorpresa, vedendolo scuotersi confuso a confronto con un evento non soltanto inatteso, ma anche disturbante nella propria occorrenza, evidentemente tutt’altro che abituato a un simile genere di trattamento, tale da vederlo costretto a reagire esprimendo la propria contrarietà in un severo soffiare salvo, poi, rigirarsi verso una diversa direzione e intraprendere, quietamente, un altro cammino, nell’aver, in tutto ciò, perduto ogni interesse, ogni brama nei riguardi di quella preda, rivelatasi tutt’altro che desiderosa di essere tale.

« Io sopravvivo… tu sopravvivi. » sussurrò la Figlia di Marr’Mahew, a margine di quell’ultimo, soffiato commento da parte della propria avversaria, offrendole un lieve sorriso e un leggero movimento di diniego del capo « Dal mio punto di vista, è uno scambio vantaggioso per entrambi. » concluse, personalmente più che soddisfatta del risultato in tal maniera perseguito, secondo i propri desideri, in accordo con le proprie aspettative, e quelle aspettative, allora, non destinate a un inutile predominio, quanto e più semplicemente in accordo a una politica del vivere e del lasciar vivere, ognuno secondo le proprie vie.

E se, in tal maniera, quel confronto ebbe a concludersi in termini decisamente moderati, non prevedendo, in effetti, neppure un qualche spargimento di sangue da alcuna delle due parti coinvolte, Midda Bontor non poté ovviare a domandarsi quante altre di quelle creature avrebbero avuto a doversi considerare presenti lì attorno e, soprattutto, quanti altri concorrenti di quell’assurda guerra simulata avevano avuto occasione di incontrarle, con esiti eventualmente meno apprezzabili rispetto a quello da lei conseguito.
Possibile che anche l’obiettivo della loro ricerca avesse incrociato il cammino una di quelle pantere, non riservandosi una conclusione positiva quanto la sua...? Se così fosse stato, probabilmente quella loro intera missione avrebbe avuto a doversi considerare destinata al fallimento, laddove nulla più di qualche osso avrebbero potuto alfine recuperare, nella migliore delle ipotesi possibile.

domenica 24 giugno 2018

2587


Al di là dell’assurdità propria di giocare alla guerra, quel mondo non avrebbe potuto dispiacere alla Figlia di Marr’Mahew. Nella presenza di natura incontaminata e, ancor più, nell’assenza di affollate e caotiche metropoli costituite da interminabili torri in vetro e acciaio, con migliaia, milioni di persone lì freneticamente in movimento, ognuna rincorrendo in maniera effimera un qualche sogno di gloria, nel soddisfacimento di un qualche obiettivo, nel conseguire un qualche successo, negli affari così come nella propria vita quotidiana, sempre ritenuta unica e irripetibile e, altresì, così straordinariamente identica a quella di chiunque attorno a sé, in termini tali per cui che piacesse o meno, che fosse apprezzabile o meno, alla propria morte nulla sarebbe mutato nel Creato, nulla sarebbe né peggiorato, né migliorato, quasi, in effetti, non si fosse mai realmente vissuto, Midda Bontor non avrebbe potuto che ritrovare un ambiente piacevolmente prossimo a quelli propri del più semplice pianeta per lei natio, in una realtà forse non meno impietosa, sicuramente non più caritatevole, e, ciò non di meno, meno affollata e, in ciò, meno caotica rispetto a quelle che, sino a quel momento, aveva avuto modo di trovare fra le stelle dell’infinito firmamento.
Lì, in quel mondo non colonizzato, e non colonizzato nell’unica brama di mantenerlo in tal maniera a quieta disposizione dei ricchi concorrenti di quell’assurdo gioco, ella non avrebbe potuto che sentirsi, pertanto, quietamente a casa, e a casa nella misura utile a permetterle di potersi realmente arrangiare, e arrangiare con straordinario successo, priva dell’impaccio che, proprio malgrado, aveva sino ad allora dimostrato nel confronto con le più complesse regole di quei mondi progrediti, di quelle immense città brulicanti di vita. In ciò, pertanto, anche la prospettiva di doversi autonomamente procurare la propria cena, ebbe per lei a risultare meno complessa rispetto a quanto, eventualmente, Duva non avrebbe potuto immaginarsi, non avrebbe potuto attendersi da parte sua, vedendola, in breve, catturare e uccidere tre specie di grosse lepri, armate di un insolito corno in mezzo alla fronte, nonché un animale prossimo a una sorta di procione, se pur contraddistinto da una pelliccia a strisce, decisamente diversa da quella dei consueti procioni con i quali avrebbe potuto vantare confidenza. Una caccia decisamente proficua, e abbondante nei propri risultati, nei propri frutti, nella quale ella non aveva avuto a doversi particolarmente impegnare, nella mancanza di abitudine, di tali creature, a dover temere una figura umana, e che, in ciò, avrebbe garantito a lei, e se soltanto lo avesse desiderato anche a Duva, carne per quello e per i prossimi giorni, in un’alternativa indubbiamente più salubre rispetto a quella propria di quelle assurde porzioni alimentari.
Come nel suo mondo, tuttavia, accanto a facili prede, quanto, in quella foresta, nelle tenebre della notte e a distanza da qualunque recinto di sicurezza qual quello nel quale aveva lasciato Duva, non avrebbe potuto che attenderla, in una sorta di universale concetto di equilibrio, non avrebbe potuto altro che essere anche un sicuramente meno piacevole predatore e, allora, un predatore che, se soltanto ella non si fosse riuscita a dimostrare degna di sopravvivere, sarebbe stato egualmente felice di banchettare con le sue carni nella medesima misura nella quale ella avrebbe avuto a doversi considerare nel confronto delle tre lepri e del procione. E se, in tale inattesa, ma non imprevedibile lotta, ella avrebbe avuto a doversi quindi guadagnare il proprio diritto alla sopravvivenza, in una giusto, legittimo rispetto del cerchio della vita, a proprio svantaggio, in tutto ciò, avrebbe avuto a dover essere sottolineato quanto, suo malgrado, non avrebbe potuto vantare alcuna arma degna di essere definita tale, al di fuori, quantomeno, del suo braccio destro, quell’arto artificiale, in lucido metallo cromato che, come già sovente nel corso di quegli ultimi due anni, avrebbe nuovamente rappresentato, per lei, non soltanto la migliore risorsa difensiva ma, anche, l’unica opportunità offensiva nel confronto con la bestia che, fra quelle tenebre, l’avrebbe quindi attesa, con la promessa di uno scontro fisico totalmente impredicibile nel proprio sviluppo e, ancor più, nella propria conclusione.

Midda Namile Bontor, Figlia di Marr’Mahew, si rese conto di essere seguita da un’antagonista mentre stava ripercorrendo i propri passi per giungere al luogo dove aveva lasciato Duva a cenare e, presumibilmente, poi a riposare. A dispetto dell’errore commesso solo poche ore prima, quando quasi non si era resa conto di quel terzetto di bambocci, in quel momento, in quell’occasione, al di là di tutta la stanchezza accumulata, ella colse immediatamente il pericolo in agguato, benché, come tutti i migliori predatori del regno animale, anche quella creatura, qualunque cosa essa fosse, avrebbe avuto a dover essere elogiata per la propria discrezione, per la straordinaria capacità di muoversi producendo il minor rumore possibile. Ma quella, per lei, non avrebbe avuto a dover essere considerata la prima foresta, così come non avrebbe avuto a dover essere considerata la prima volta nella quale avrebbe avuto a doversi considerare oggetto dell’interesse di un predatore, e, se sino a quel momento era stata in grado di sopravvivere, una qualche ragione avrebbe avuto a dover essere identificata, e identificata in sensi tanto sviluppati, tanto allenati a percepire il pericolo, da permetterle, nei momenti più concitati, nel cuore delle battaglie più caotiche, di poter reagire, e agire, quasi come se fosse in grado di prevedere le mosse avversarie, anche quando l’avversario non avrebbe avuto neppur a essere identificato all’interno del raggio d’azione del suo sguardo.
Così, anche in quel momento, in quell’occasione, Midda non ebbe necessità di vedere la creatura che la stava pregustando qual propria cena, o, più probabilmente, colazione, per essere a conoscenza della sua presenza lì, vicino a lei, prossima a colpirla e a colpirla nella volontà di finirla, e finirla rapidamente, tanto quanto, per lo meno, ella aveva terminato le esistenze dei trofei che, a margine di ciò, stava conducendo seco attraverso la foresta. E benché, nella propria mancina, l’unica risorsa offensiva in suo possesso avrebbe avuto a dover essere identificata nelle fattezze proprie di un bastone, e di un corto bastone acuminato, evidente fu il pensiero, la supposizione, di quanto, allora, ben poca strada avrebbe potuto compiere nell’ipotesi di una propria fuga, e di una fuga che, in ciò, necessariamente avrebbe avuto a doversi riconoscere qual vana. Così proprio malgrado motivata ad affrontare l’imminente sfida, Midda scelse allora l’albero più robusto che fu in grado di individuare nelle proprie immediate vicinanze, e, ai suoi piedi, lasciò adagiare la selvaggina catturata, le prede da lei uccise, per poi appoggiare le spalle contro quello stesso albero e lì, in tal maniera protetta almeno su un fronte, porsi in quieta attesa dell’evolversi degli eventi.
E se, tale comportamento, simile scelta, nel confronto con un antagonista umano, sarebbe stata probabilmente equivocata qual espressione di paura, evidenza di timore, e di timore tale, addirittura, da bloccarla, e da bloccarla senza concederle ulteriore possibilità di movimento, condannandola a qualunque sorte avrebbe potuto per lei essere definita dal proprio avversario; innanzi a un predatore animale, alcuna possibilità di fraintendimento avrebbe potuto essere colta alla base di tutto ciò, non, quantomeno, nell’assenza di qualunque altro fattore utile a poter intendere la sua qual un’espressione di paura: non battito accelerato da parte del cuore al centro del suo petto, non respiro affannato a ossigenare i muscoli nella speranza di contrastare l’inevitabile, non altri segnali, odori, suoni, utili a evidenziare, da parte sua, un qualunque genere di timore. Solo calma, solo quiete, avrebbe avuto a dominarla in tutto ciò. Una calma, una quiete così assoluta, così costante e imperturbabile, a fronte della quale, dimostrando maggiore sensibilità rispetto a qualunque antagonista umano, quel predatore animale ebbe necessariamente a riservarsi qualche dubbio, qualche incertezza, evidentemente abituato a cogliere ben diversi segnali dalle proprie prede designate. Ciò non di meno, e per quanto, forse, esso avrebbe persino potuto decidere in favore di una ritirata, escludendo quell’insolita preda per destinare i propri sforzi, le proprie attenzioni, ad alternative più consuete; l’appetito di quella bestia avrebbe avuto probabilmente a doversi considerare decisamente marcato, e marcato nella misura utile, quantomeno, a impedirle un’effettiva possibilità di gratuita resa nel confronto con lei.
Ma, allorché attaccare, e attaccare improvvisamente e con violenza da propria preda, per finirla con un sol gesto, quell’animale evidentemente preferì agire con prudenza, e con prudenza utile, allora, quantomeno ad avvicinarsi a lei un passo alla volta, a garantirsi una più esplicita occasione di studio nel merito della propria potenziale cena e del suo atteggiamento tanto imperturbabile…

« Eccoti qui… » lo accolse Midda, in un flebile sussurro contraddistinto da un certo livello di interesse e, solo allora, una sempre piacevole scarica di adrenalina, e adrenalina utile a garantirle di offrirsi all’altezza della sfida in tal maniera promessale.

sabato 23 giugno 2018

2586


« … stupida. » sospirò Lys’sh, scuotendo appena il capo con aria rammaricata, osservando il cielo alfine declinato in tonalità di blu scuro e nero, nel tardivo, ma sopraggiunto, tramonto, e cercando, lungo la vastità del medesimo, fra i rami degli alberi sopra di loro, qualche stella nota, qualche riferimento riconoscibile anche da quell’inedito angolo di galassia « Sono proprio stata una stupida. »

Inconsapevolmente prossima alla medesima situazione emotiva di Duva, per quanto solo un paio di ore prima schieratasi in suo contrasto, anche la giovane ofidiana non aveva potuto ovviare a smaltire quella ragionevole irritazione cresciuta nel confronto con la violenta irragionevolezza dell’amica e, soprattutto, nel confronto con i suoi attacchi a sfondo razziale, ritrovandosi, quindi, obiettivamente in intimo imbarazzo per il comportamento che, a propria volta, non aveva mancato di tenere, nel reagire in maniera probabilmente troppo drastica a quelle provocazioni e nel decidere per quello scisma, per quella separazione del loro già ristretto contingente, in termini che non avrebbero potuto condurre alcuna fra loro a un qualche risultato positivo. E così, benché, da un lato, ella avesse dichiarato che la propria idea di amicizia non avrebbe potuto trascendere da un aperto confronto fra le parti, anche negli argomenti più delicati, anche nelle tematiche più controverse, per trovare, anzi, occasione di reciproca crescita in tal senso; paradossalmente, nel momento in cui si era ritrovata a dover agire, e a dover dimostrare con la pratica le proprie teorie, i propri principi, ella aveva altresì deciso di ritrarsi, di isolarsi e, in tal maniera, di escludere qualunque effettiva possibilità di chiarificazione con la controparte.
In ciò, al di là del proprio giudizio, ancor negativo, nel merito del comportamento di Duva, soprattutto nei confronti di Rula; Lys’sh non avrebbe potuto neppur ovviare a recriminare nel merito della propria reazione di fronte a esso, una reazione che, probabilmente, avrebbe potuto mantenere intatta la ragionevolezza delle proprie argomentazioni anche senza, in tal senso, condurre a una rottura fra loro e a una rottura che, secondo alcun genere di logica, avrebbe mai potuto garantire loro non soltanto una qualche occasione di reciproca crescita, ma, anche e soltanto, una nuova occasione di contatto, di riunificazione. Negazione loro imposta, in tal senso, non tanto da motivazioni di ordine emotivo o psicologico, quanto e piuttosto di natura estremamente pratica, fisica, nell’assenza, fra il loro equipaggiamento, di un qualunque mezzo di comunicazione, in ottemperanza alle regole lì vigenti. Giacché, per quanto simulazione di guerra quella avrebbe avuto a doversi riconoscere essere, ovviamente limitata avrebbe avuto anche a doversi considerare nelle proprie possibilità, nelle risorse in tal maniera impiegabili, a garantire, comunque, un certo equilibrio fra i vari concorrenti in giuoco: e così, a partire da qualunque mezzo di comunicazione, sino ad arrivare a qualunque mezzo di trasporto, entro i confini di quel mondo avrebbero avuto a doversi considerare vietati, e vietati nel voler ricondurre la sfida a un livello più forse primitivo, e, ciò non di meno, più egualitario, a non prevedere di poter alterare l’esito del conflitto in grazia a qualche scorciatoia tecnologica, allorché soltanto in grazia alle proprie effettive capacità belliche, alla propria formazione guerriera, lì comunque, in verità, sovente più ipotetica che reale.
Ovviamente, tutto ciò ella avrebbe potuto tranquillamente prenderlo in considerazione prima di riservarsi la tanto plateale, quanto stolida scenata che aveva reso propria nel decidere di allontanarsi, nel votare in favore di quella scissione, di quello scisma. Ma, forse, troppo abituata ad avere costantemente possibilità di contatto, e di contatto non soltanto i con propri compagni più vicini, ma anche con persone dall’altra parte dell’universo, in grazia a un progresso tecnologico semplicemente miracoloso, Lys’sh non aveva preso in esame le effettive conseguenze del proprio gesto, del proprio atto, in un contesto meno evoluto, in una situazione forse più simile a quella un tempo propria di Midda, e per la quale ogni partenza, ogni allontanamento, avrebbe quietamente potuto essere l’ultimo, nell’incognita di quanto, in un tempo successivo, sarebbe stata concessa una nuova opportunità d’incontro.
Tuttavia, stupida o meno che ella fosse stata, il danno avrebbe avuto a dover essere ormai considerato qual compiuto e poco, nulla avrebbe potuto essere fatto per arginarlo. E se indietro non avrebbero potuto tornare, laddove nel tentare di inseguire Duva e Midda, anche aiutata dai propri sensi ofidiani più sviluppati rispetto a quelli propri di un umano, con la sola eccezione della vista, avrebbe rappresentato un inutile spreco di tempo, di forze, in quella che sarebbe sembrata quasi più una grottesca versione di acchiapparello anziché una reale strategia d’azione; l’unica alternativa loro realmente offerta sarebbe quindi stata quella di anticipare il cammino delle proprie compagne, nel raggiungere per prime il loro comune obiettivo o, altresì, nello scegliere di abbandonare simile proposito e fare direttamente ritorno al punto di raccolta, per poter lì attenderne l’arrivo al termine della loro missione, del loro viaggio. Una scelta, quella così loro offerta, sostanzialmente obbligata, laddove per quanto la prima alternativa avrebbe sicuramente comportato un certo numero di rischi, non soltanto per Rula ma anche per lei, che di Rula, in quello scisma, si era resa responsabile; la seconda possibilità sarebbe altresì equivalsa, semplicemente, a una sorta di resa, a una dichiarazione di sconfitta, e una sconfitta della quale non avrebbe voluto rendere protagonista non tanto se stessa, il cui orgoglio non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto così marcato da spingerla a qualcosa di potenzialmente negativo, quanto e piuttosto la medesima Rula, la quale, probabilmente, non avrebbe avuto nulla in contrario nel confronto con simile idea, ma che, in tal maniera, in una tanto critica soluzione, sarebbe in tal modo stata ancora una volta minimizzata al ruolo di semplice compagna del capitano, senza vedersi riconosciuta quella dignità guerriera che, probabilmente, lo stesso Lange Rolamo aveva voluto augurarle nel decidere di inviarla con loro in quel mondo, in quella missione, e in una missione obiettivamente sicura, una missione sostanzialmente priva di qualunque concreto rischio fisico, soprattutto laddove accompagnata da un contingente qual quello così formato da Duva, Midda e Lys’sh.

« … domani si vedrà… » sussurrò la giovane ofidiana, scuotendo appena il capo e, in tal gesto, cercando di allontanare da sé tutti i propri pensieri, tutte quelle riflessioni che, obiettivamente, avrebbero avuto a dover essere riconosciute non soltanto qual inutili ma, persino, lesive, e lesive nel confronto con il sonno, con il riposo che, allora, le stavano negando, e le stavano negando dopo una giornata comunque sin troppo lunga.

Dopo un ultimo sguardo gettato in direzione delle stelle sopra di sé, del vasto firmamento che, da quel punto di vista, da quella prospettiva, non avrebbe potuto che apparirle insolitamente estraneo, Lys’sh decise quindi di chiudere gli occhi, augurandosi di poter presto dormire e, soprattutto, di dormire senza sogno alcuno ad animare quelle poche ore di riposo concordate. Un rifiuto, quello nel confronto con qualunque esperienza onirica, che avrebbe avuto a doversi considerare conseguenza di una memoria ancor troppo recente, ancor troppo vivida, dell’esperienza affrontata del tempo del sogno e in quella realtà nella quale, insieme a Midda e a molte altre figure a lei connessa, era stata attirata per volontà di un’orrida creatura apparentemente invincibile, e un’orrida creatura dalla quale sì erano riuscite a evadere, a fuggire, e a fuggire a caro prezzo, nel sacrificio di una fra loro, e, ciò non di meno, un’orrida creatura obiettivamente non sconfitta, in realtà non vinta, e che, pertanto, avrebbe potuto pretendere nuovamente la loro presenza in quella dimensione aliena in qualunque momento, in qualunque situazione… anche in quella stessa notte, entro i confini propri del pianeta della guerra, in uno sviluppo che, tuttavia, avrebbe incredibilmente complicato la loro già non semplice situazione, oltre che avrebbe potuto mettere quietamente a repentaglio il loro stesso domani.

« … niente brutti pensieri. » si raccomandò, come di consueto, prima di tentare di lasciarsi addormentare, un augurio dal sapore di raccomandazione in grazia al quale, in maniera quasi infantile, ella sperava di escludere qualunque possibilità in tal senso, qualunque eventualità sotto simile punto di vista, benché, certamente, non sarebbe stato un semplice pensiero positivo a proteggerla, a garantirle di eludere la minaccia propria di secondo-fra-tre.

venerdì 22 giugno 2018

2585


« Fa' un po’ come preferisci… » minimizzò Duva, arrendendosi a confronto con l’ostinazione di lei, francamente a sua volta troppo stanca persino per poter pensare di mettersi realmente a discutere con l’amica « L’importante è che anche tu non ti abbia a smarrirti nel bosco… altrimenti domani, oltre a cercare quel ragazzo, dovrò perdere tempo anche a ritrovarti! » le volle raccomandare, riservandosi l’occasione di un sorriso sornione, palese dell’ironia, della volontà di scherzo alla base di un tale avvertimento, di un simile avviso riservato proprio a colei che, fra tutte loro, mai avrebbe avuto motivo di potersi smarrire in un ambiente simile a differenza, magari, rispetto a una grande metropoli nel confronto con la quale, diversamente, avrebbe potuto vantare minore confidenza.
« Spiritosa, lei… » replicò la Figlia di Marr’Mahew, inarcando un sopracciglio « Goditi la tua schifezza compressa, mentre io, stasera, banchetterò a lepri e cinghiali… » le annunciò, per quanto, invero, non avrebbe potuto francamente sapere qual genere di creature l’avrebbero potuta attendere in quella foresta, qual genere di bestie selvatiche lì le sarebbero state offerte e, ciò non di meno, egualmente certa del fatto che non sarebbero sicuramente poi state peggio rispetto a quel cibo confezionato.
« Addirittura plurale?! » ridacchiò il primo ufficiale della Kasta Hamina « Certo che ne hai di appetito, mia cara! Ora comprendo da dove proviene quell’enorme davanzale, nonché il sederone che ti ritrovi! » la canzonò, non negandosi l’occasione di schernirla per l’abbondanza delle proprie forme, un’abbondanza al contempo necessariamente invidiata, laddove difficile sarebbe stato non ammirare la sua procacità così irriverentemente soda alla sua non più giovine età.
« Ah… la gelosia! » sospirò in maniera grottescamente marcata l’altra, scuotendo appena il capo « Brutta bestia davvero… »

Nel non poter dimenticare quanto, tuttavia, in quelle ore la gelosia di Duva, e non di certo in opposizione alle proprie giunoniche forme, avesse loro giocato uno spiacevole scherzo, nel costringere il loro gruppo allo scisma, Midda ebbe a ovviare a insistere ulteriormente su quella tematica e si limitò ad allontanarsi, e ad allontanarsi silenziosa all’interno della boscaglia che, lentamente, stava cedendo il passo all’oscurità, nella volontà di procacciarsi la propria cena, complice quel tardivo, e pur finalmente sopraggiunto, tramonto. Rimasta sola con se stessa, Duva non poté che ridacchiare ancora per qualche istante per lo scambio di parole occorso fra lei e l’amica, salvo, tuttavia, poi ritrovarsi necessariamente costretta a lasciar scemare in divertimento in favore di qualcos’altro e, in particolare, di una ritrovata serietà e di un’obbligata serietà attorno all’argomento involontariamente sfiorato dalla stessa Midda in quella propria ultima asserzione: la gelosia.
A mente lucida, a cuor tranquillo, Duva non avrebbe potuto negare le proprie colpe in quanto occorso e, in particolare, la propria responsabilità tanto nei confronti di Lys’sh, quanto e ancor più in quelli di Rula. Perché, per quanto ella avrebbe potuto avere difficoltà ad ammetterlo, e ad ammetterlo in pubblico o, ancora più, davanti alla stessa, semplicemente indubbia avrebbe avuto a doversi giudicare, anche al suo sguardo, la quieta innocenza di Rula nel confronto di qualunque possibile addebito a lei rivolto. Che Duva non fosse un’idiota, chiunque avrebbe avuto a poterlo testimoniare, tanto fra i suoi amici, quanto fra i suoi nemici. Che Duva, tuttavia, talvolta si comportasse come una vera idiota, purtroppo, avrebbe potuto egualmente essere comprovato, tanto fra i suoi cari, quanto fra i suoi avversari. E ciò che era accaduto non soltanto poche ore prima, ma da sempre, nei riguardi di Rula, avrebbe avuto a dover essere considerata l’esemplificazione più significativa di tal concetto.
Nella sua vita, nella sua quotidianità, Rula era entrata con straordinaria discrezione, già alcuni anni dopo la fine del proprio matrimonio con Lange e, in ciò, con tempi, con dinamiche, scevre da qualunque possibilità di sospetto. La rottura fra lei e il suo ex-marito, dopotutto, non era occorsa in conseguenza a un qualche tradimento dell’uno piuttosto che dell’altra, quanto e semplicemente per una manifesta incompatibilità, una chiara impossibilità, per entrambi, di proseguire in quella vita coniugale per quanto, pur, entrambi più che innamorati l’uno dell’altra. E proprio tale amore, e tale amore represso, era stato un’ottima base di partenza, nel cuore di Duva, per odiare quella ragazza, della metà dei propri anni, più bella di lei, e, soprattutto, colpevole di averla sostituita nella vita del proprio ex-sposo. Una base di partenza sulla quale, sin da subito, Duva non aveva mancato di porre solide fondamenta a base di battutine, gratuite ironie, facili sarcasmi, e sovente giocose, e pur false, accuse, volte a cercare di discreditare quella ragazza, quella ragazza nel confronto con la quale, intimamente, non avrebbe potuto che percepirsi necessariamente sconfitta. Ma, con il tempo, quelle battutine, quelle gratuite ironie, quei facili sarcasmi e quelle giocose e false accuse, avevano finito con il consolidarsi sempre più nella sua mente, alimentando il livore verso di lei e, di conseguenza, creando nuove ragioni utili ad aggredirla, ad attaccarla.
E, paradossalmente, a margine di tutto ciò, ruolo non aveva potuto mancare di riservarselo la quieta educazione della giovane Rula, la quale, nei suoi confronti, non aveva mai voluto prendere posizione, non aveva mai desiderato schierarsi, non per mancanza di coraggio, quanto e piuttosto per quieto vivere, nella vana speranza che, presto o tardi, tutto ciò si sarebbe potuto sgonfiare autonomamente. Forse, ma difficile a potersi dire, e potersi a dire con certezza, se soltanto Rula avesse affrontato diversamente la questione, se soltanto avesse affrontato diversamente lei, chiedendole in maniera risoluta di farsi da parte e di non interferire ulteriormente con la propria vita, con la propria esistenza; Duva non avrebbe insistito tanto, non avrebbe proseguito in quel percorso discendente, in quel circolo vizioso, utile soltanto a giungere a quel momento, a quella situazione. E a una situazione innanzi alla quale non avrebbe potuto ovviare di provare un profondo senso di vergogna per quanto, comunque, ormai troppo assuefatta all’idea di scaricare ogni responsabilità sulla propria supposta rivale per poter evitare di farlo, per poter evitare, ancora una volta, di considerarla l’unica reale responsabile di tutto quanto, anche e addirittura nel colpevolizzarla per non aver reagito, per non essere andata in contrasto a quelle sue paranoie, a quelle sue assurde fisime mentali prive di qualunque valore, prive di qualunque reale fondamento.

« Ah… la gelosia! » ripeté sottovoce le parole a lei appena rivolte da parte della propria amica, in riferimento a un ben diverso discorso e, ciò non di meno, egualmente azzeccate nel proprio valore, nel proprio contributo « Brutta bestia davvero… » sospirò amaramente, nel rendersi perfettamente conto della propria situazione e, con essa, delle proprie colpe, della propria più totale irragionevolezza e, ciò non di meno, non riuscendo a comprendere come poter realmente scendere a patti con tutto quello, con se stessa, con i propri sentimenti, le proprie emozioni, da troppo tempo divenuti una costante nella propria quotidianità da non riuscire neppure a immaginare una situazione diversa.

Sola, in quella foresta, su un assurdo pianeta nel quale la guerra era vista come un gioco, ella era lì finita per fare un piacere al proprio ex-marito, ritrovandosi accompagnata dalle proprie amiche e dalla nuova moglie dello stesso, salvo, per la propria stupidità, per la propria assurda gelosia, finire con il riuscire a litigare con metà del loro contingente e, probabilmente, poter vantare ancora la vicinanza di Midda non per qualche proprio particolare merito, quanto e piuttosto per la premura propria della medesima, nel ritrovarsi obbligata a quello scisma, di non isolare nessuno, di non lasciare nessuno fra loro a se stesso.
Dannazione… come aveva fatto a litigare con Lys’sh? Come aveva potuto rivolgerle quelle assurde accuse ed essere tanto volgare nei suoi confronti?! Lys’sh… diamine: praticamente l’incarnazione stessa della bontà d’animo, un’amica, una sorella minore, che chiunque avrebbe desiderato avere, e avrebbe fatto carte false per poter conquistare. E lei cosa aveva fatto?! L’aveva insultata… e l’aveva addirittura insultata dal punto di vista razziale, lasciando scalare la questione verso le più antiche, e folli, rivalità fra umani e ofidiani.
Che razza di…

giovedì 21 giugno 2018

2584


« Nel corso della mia vita ne ho mangiate di schifezze… » premesse la Figlia di Marr’Mahew, con un profondo sospiro nel ritrovarsi nuovamente a confronto con l’involucro argentato di una di quelle barrette alimentari « Ho mangiato carni di bestie i nomi delle quali ignoro nella tua lingua e che, anche nel mio mondo, sono considerate pressoché estinte, appartenenti al mito, alle leggende, e, probabilmente anche con il mio aiuto, alfine entrate veramente a far parte della Storia. Ma nessuna fra tutte le creature delle quali mi sono dovuta nutrire, per quanto velenose, per quanto… come si dice quando ci si nutre di carogne?!...  »
« … saprofaghe?... » suggerì Duva, per tutta risposta, incuriosita dal comprendere dove la sorella d’arme volesse andare a parare, benché, in verità, estremamente facile sarebbe stato intuirlo.
« … sarcofaghe… » ripeté sbagliando di poco, ma alternando completamente il significato di tale asserzione.
« Saprofaghe. » ripropose pazientemente l’altra, non volendo in alcun modo disincentivare l’impegno che l’amica stava in tal mondo compiendo nel cercare di apprendere la lingua franca e, con essa, liberarsi del giogo impostole dall’utilizzo del traduttore automatico, e, in questo, non concedendosi alcuna occasione per ridere di quell’errore, e di quell’errore quasi legittimo nell’assonanza dei termini così fra loro scambiati, per quanto estremamente diversi nel proprio significato.
« … saprofaghe, scusa! » si corresse Midda, storcendo appena le labbra verso il basso a condanna dell’errore così compiuto, non amando concedersi particolare compassione di fronte ai propri sbagli, sbagli che pur era consapevole avrebbe probabilmente sempre compiuto nella propria esistenza e che pur, in altri contesti, in altri ambiti, diverso da quello dialettico, avrebbero potuto causare spiacevoli conseguenze non soltanto per se stessa, ma anche e ancor peggio per le persone a lei vicine « Dicevo: nessuna fra tutte quelle creature, per quanto velenose, per quanto saprofaghe, avrebbe potuto vantare un sapore così stomachevole qual queste barrette. » riprese e concluse, in aperta condanna a quel cibo probabilmente per lei futuristico, e pur privo di ogni possibilità di paragone nel confronto con qualunque possibile alternativa, fosse anche, probabilmente, la suola in gomma dei suoi attuali scarponi « Si può sapere che cosa contengono…?! »
« Non credo che tu lo voglia davvero sapere. » la pose in guardia la controparte, escludendo simile possibilità di chiarificazione a tal riguardo « A meno che tu non abbia a desiderare di rischiare di digiunare da adesso sino al termine della missione… » soggiunse, a meglio chiarire le ragioni di tale diffida, e di una diffida alla luce della quale non difficile sarebbe stato intendere il carattere degli ingredienti alla base di quell’ipotetico nutrimento.

Con rinnovato disgusto, Midda Bontor scosse allora il capo e lasciò ricadere la barretta argentata dentro il proprio zaino, tacitamente rifiutando il pasto da essa in tal maniera rappresentato. E, per quanto a sua volta necessariamente stanca e provata dalla lunga giornata, ella non si negò, quindi, occasione di rialzarsi in piedi e di rialzarsi in piedi senza una parola ma lasciandosi accompagnare soltanto da un profondo sospiro, e un profondo sospiro che, a margine di tutto ciò, avrebbe avuto a dover essere inteso qual necessariamente più chiaro di molte approfondite argomentazioni.
Non a caso, infatti, Duva Nebiria ebbe a comprendere immediatamente quanto ella avrebbe avuto a voler compiere in quel momento, e, per tale ragione, ebbe a intervenire, esprimendo un chiaro voto in contrasto a simile idea, a tale proposito…

« ... fammi capire. » cercò di arrestarla, con quell’intervento, con quel proprio pur quieto intervento, volto a ispirare in lei un po’ di raziocinio e, con esso, l’accettazione di quel cibo, sicuramente non il migliore fra tutti quelli possibili e, ciò nonostante, pur sempre del cibo e del cibo a loro comodamente offerto « Dopo più di ventiquattro ore di marcia, e tutti i combattimenti che abbiamo affrontato nel corso della giornata, veramente ora vorresti metterti a cacciare…?! »
« Definire “combattimenti” quelli che abbiamo affrontato oggi, scusami, è quasi un insulto. » aggrottò la fronte la Figlia di Marr’Mahew, apparendo forse eccessivamente altera nell’esprimere un simile giudizio e, ciò non di meno, non potendosi neppure riservare torto a tal riguardo, non nel confronto con la media degli avversari da loro affrontati in quelle ultime ore « Nel mio mondo, anche dei bambini sarebbero potenzialmente più pericolosi di coloro che abbiamo affrontato oggi… » esagerò volutamente, in un moto d’orgoglio non tanto per se stessa, quanto e addirittura per tutto il proprio pianeta natale, e per le numerose civiltà in esso presenti, civiltà che a confronto con i progressi tecnologici del resto dell’universo, avrebbero avuto a doversi giudicare qual retrograde, persino primitive, e che pur, sotto molti altri punti di vista avrebbero avuto soltanto a dover tenere lezione per tutti loro, soprattutto innanzi all’assurdità propria di un cosiddetto pianeta della guerra « Da noi, la guerra è una cosa seria. Non si gioca alla guerra: si muore in guerra. » espresse apertamente il proprio pensiero e quella propria critica, e una critica non tanto rivolta in direzione della propria interlocutrice, quanto e piuttosto dell’assurdità di quel luogo e delle persone che lì accorrevano, a caro prezzo, da tutta la galassia, per poter fingere di vivere la vita di un soldato.
« Se ti può consolare, anche dalle mie parti si muore in guerra. » ironizzò amaramente Duva, non per rimproverarla nell’essersi espressa in tali termini, quanto e piuttosto per prendere le distanze da tutto ciò che, allora, le stava circondando e che, chiaramente, non avrebbe avuto a doverla egualmente entusiasmare « Ma non capisco cosa abbia a c’entrare tutto questo con la malsana idea di mettersi a caccia proprio in questo momento… »
« Se proprio devo giocare alla guerra, ci giocherò a mio modo. » puntualizzò la prima, decisa a proseguire nel proprio scopo, per così come giustamente colto dalla controparte « E, con le mie regole, quando si ha fame, si va a caccia, si cattura della selvaggina, la si uccide con le proprie mani e si rende lode agli dei tutti di tale gustoso dono, prima di arrostirlo su una scoppiettante fiamma… » dichiarò, con ritrovato entusiasmo « … e dal momento in cui, finalmente, anche in questo mondo dalle giornate estremamente lunghe sta arrivando il crepuscolo, non vi potrebbe essere un momento migliore per tale proposito. Hai idea di quante bestie usciranno presto dalle proprie tane per mettersi alla ricerca di cibo?! »

Con delle giornate di circa trentotto ore, e con la stagione estiva ormai alle porte, in quelle prime ventiquattro ore trascorse sul pianeta della guerra, Midda e le sue amiche avevano avuto occasione di godere di una luminosa, e forse anche eccessivamente lunga, giornata, una giornata che, a differenza di altri concorrenti, avevano voluto sfruttare al pieno, finanche allo stremo delle proprie forze, per percorrere quanta più strada possibile fra il punto di partenza loro assegnato e l’ultima posizione nota del loro obiettivo, a circa centocinquanta miglia di distanza, attraverso boschi, montagne, pianure e, persino, un ampio lago. E se pur, per Duva, Lys’sh e Rula, l’idea di un ciclo di alternanza fra notte e giorno in orari variabili avrebbe avuto a doversi considerare più che ovvio, abituate, da sempre, a viaggiare attraverso diversi pianeti, ognuno con le proprie orbite, ognuno con i propri tempi di rotazione e di rivoluzione, tali da dover riconcepire, a ogni nuovo porto, il proprio concetto di giorno, mese e anno, o, per lo meno, a doverli riconcepire nella propria accezione originaria; per la Figlia di Marr’Mahew, tutto ciò avrebbe avuto a doversi riconoscere ancor qual troppo nuovo, troppo estraneo a quanto, per quarant’anni, era stata tutta la sua vita, e tutta la sua concezione stessa di Creato, per poter essere realmente apprezzato.
Ragione per la quale, alla promessa così loro tardivamente offerta di un tramonto e di una speranzosamente imminente notte, ella non avrebbe potuto ovviare a trarre un intimo sospiro di sollievo, nel ritrovare fugace contatto con una realtà per lei più gestibile, una verità banale e pur non scontata, quanto quella propria del pensiero che, dopo ogni giorno, presto o tardi, avrebbe avuto a dover giungere la notte. Verità banale, certamente, e pur, ciò non di meno, indubbiamente apprezzata in ogni proprio annesso e connesso, qual, anche e semplicemente, la possibilità di cacciare con più facilità in grazia alla scomparsa di quell’ostinato piccolo sole giallo.

mercoledì 20 giugno 2018

2583


Nell’ottica del più assoluto realismo in quella simulazione di guerra, anche la prospettiva di un pasto, e di un’occasione di riposo, avrebbero avuto lì a dover essere poste in una giusta prospettiva e una prospettiva che, se dal punto di vista della Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto a dover essere considerata sin troppo confortevole, o quantomeno tale nel confronto con quanto in una reale situazione di guerra l’aveva mai attesa nel proprio pianeta natale, meno tecnologicamente progredito rispetto al resto dell’universo, e se dal punto di vista di Duva o Lys’sh avrebbe avuto ad apparire persino divertente, nel confronto con la consapevolezza di quanto, pur, tutto quello altro non fosse che un semplice giuoco, dal punto di vista proprio di Rula, altresì, tutto ciò avrebbe avuto a dover essere giudicato, quantomeno problematico, nel proporsi a indubbia distanza da quanto, per lei, avrebbe avuto a doversi obiettivamente considerare il proprio consueto stile di vita. Uno stile di vita che, beninteso, non avrebbe avuto a dover essere erroneamente giudicato qual contraddistinto da inutile agiatezza o lusso, nel vivere, dopotutto, la propria quotidianità a bordo di una nave mercantile, e di una piccola nave mercantile, all’interno della quale, non avendo neppure un vero e proprio ruolo, un vero e proprio incarico, avrebbe avuto a doversi considerare pressoché una tuttofare, utile a coprire qualunque estemporanea esigenza del momento, in maniera non dissimile dal loro mozzo, l’anonimo Ragazzo. Ciò non di meno, il suo, uno stile di vita certamente meno spartano rispetto a quanto lì allora richiestole da quel contesto ipoteticamente bellico, nel doversi nutrire con pasti liofilizzati, nel dover scegliere quale albero eleggere a proprio gabinetto, e, ancora, nel dormire per terra, in mezzo alle foglie e a qualunque insetto che, ineluttabilmente, lungo il suo corpo avrebbe potuto decidere di avventurarsi in una qualche missione esplorativa… sperando sarebbero stati soltanto insetti.
E se, il pensiero che i propri lunghi e ricci capelli potessero trasformarsi in un nido per chissà quale creatura autoctona non avrebbe avuto, ovviamente, a esaltarla, a offrirle ragioni di soddisfazione, nel motivare, anzi, un ulteriore e sincero rimpianto all’idea di aver accettato di unirsi a quella missione; la giovane Rula Taliqua ebbe allora e nuovamente a dimostrarsi decisamente padrona delle proprie emozioni nel non lasciar trasparire il benché minimo disagio in ciò e, quietamente, nel prepararsi per la notte, non senza prima aver aiutato la propria compagna a disporre qualche sensore d’allarme lì attorno per poter essere all’occorrenza informata di eventuali pericoli in avvicinamento al punto che avevano così eletto a propria estemporanea base operativa. Non che, nel prepararsi per la notte, ella avesse in verità molto a cui badare, dovendo, semplicemente, limitarsi a definire il proprio più comodo incavo sul terreno e lì a lasciarsi giacere, aspettando di prendere sonno, in un’attesa che, comunque, non avrebbe avuto a doversi probabilmente considerare particolarmente impegnativa, nel ben considerare quanto, in quel frangente, ella avesse quindi a doversi considerare semplicemente stremata, arrivando addirittura, a margine di tutto ciò, a dimenticarsi persino di avere ancora a doversi nutrire.
Dimenticanza, la sua, che non mancò di esserle fatta notare da Lys’sh, nel momento in cui questa si rese conto che la sua compagna, l’unica rimastale, stava per impegnarsi con tutte le proprie energie a dormire, e a dormire rinunciando quietamente e quasi con indifferenza alla prospettiva di un utile, seppur forse discutibile, pasto…

« Ehy… pigrona. » la apostrofò, estraendo dal proprio zaino una razione di cibo e gettandola contro di lei, con un movimento privo di violenza e che pur conducesse quell’involucro argentato a impattare direttamente contro il suo petto, desiderando in tal senso volerle offrire disturbo prima ancora che ella potesse cedere al sonno « Comprendo bene che tu sia stanca, ma devi mangiare e devi bere prima di metterti a dormire… o domani non avrai le energie per proseguire oltre. » sottolineò, con fare decisamente premuroso verso di lei, quasi materno o, forse, da sorella maggiore, in un’inversione di ruolo rispetto a quello che ella stessa, abitualmente, avrebbe avuto a ricoprire innanzi alla sua sorellona Midda.
« Giuro che alla fine di questa avventura mi chiuderò in cucina insieme a Thaare e non uscirò di lì prima di essere ingrassata di almeno un paio di chili… » sbuffò, riferendosi alla loro cuoca di bordo e all’indubbia qualità della sua cucina, con fare necessariamente nostalgico nel confronto con quelle barrette di proteine, carboidrati, vitamine e quant’altro, compresse insieme in qualcosa di completamente insapore e inodore, utili certamente a soddisfare il loro fabbisogno energetico e, ciò nonostante, decisamente meno piacevoli rispetto ai manicaretti che sarebbe stata in grado di proporre loro la bravissima Thaare Kir Flann.
« … non so perché, ma il pensiero che tu possa ingrassare mi pare poco credibile! » ironizzò scherzosamente Lys’sh, scuotendo appena il capo, a escludere fermamente l’idea stessa di tale prospettiva, nel confronto con il fisico estremamente asciutto della propria interlocutrice.
« Non so se prenderlo come un complimento o un insulto… soprattutto detto da te! » replicò l’altra, aggrottando appena la fronte nel ricambiare quel riconoscimento, di qualunque natura esso avrebbe avuto a doversi considerare.

Se già, infatti, l’ofidiana non avrebbe potuto vantare le stesse curve proprie di Midda Bontor, e neppure quelle di Duva Nebiria, queste entrambe dotate di un fisico decisamente più pieno del suo, tanto dal punto di vista atletico, muscolare, quanto e non di meno sotto un profilo squisitamente femminile che, in particolare nella Figlia di Marr’Mahew, avrebbe avuto a proporre un’abbondanza persino eccessiva, in particolare all’altezza dei suoi seni e dei suoi fianchi, così tondi e pieni dal dover essere giudicati, razionalmente, per lei più un ostacolo che un vantaggio, per lo meno sotto un punto di vista squisitamente marziale; Rula Taliqua avrebbe avuto a poterla ampliamente battere in tal senso, con un fisico incredibilmente snello, slanciato, tale da rievocare necessariamente alla mente l’idea stessa di una silfide. Non che il resto dei suoi tratti caratteristici avrebbe potuto essere in alcuna maniera criticato…
Contraddistinta da una carnagione olivastra, da grandi occhi di un profondo verde scuro, a tratti tendente al castano, e da lunghi capelli neri e ricci, il suo volto si proponeva caratterizzato da carnose labbra scure nonché da un elegante profilo, dal da offrire la forma del naso a naturale proseguo rispetto alla linea della propria fronte. Un volto, il suo, che, al pari di quel corpo straordinariamente minuto, persino in apparenza fragile, in nulla avrebbe potuto tentare di dissimulare i propri venticinque anni, anzi, forse e persino lasciandola apparire addirittura più giovane, riconoscendole una fanciullezza che ormai non avrebbe più potuto vantare qual propria e che pur, molto facilmente, le sarebbe stata attribuita. Ma, al di là di quell’apparentemente prolungata adolescenza, nelle sue forme nulla avrebbe potuto in alcuna maniera offrire ragione a un qualsivoglia fraintendimento nel merito della sua natura femminile, suggerendo un’idea di androginia: i suoi seni, pur non più marcati rispetto a quelli di Lys’sh, e ben lontani tanto dalla media di Duva, quanto dall’eccesso di Midda, non avrebbero potuto ovviare a risultare forse ancor più marcati, nella propria presenza, proprio in grazia alla linearità del resto del suo addome, di quel fisico straordinariamente asciutto, così come, in contrapposizione, anche i suoi glutei, alti e sodi, non avrebbero probabilmente potuto vantare alcuna morbidezza ma, non per questo, sarebbero risultati meno che attraenti nella propria quieta ma appassionante promessa d’amore. E così, anche in quel momento, al termine di una dura, durissima giornata che alcuna occasione di riposo le aveva visto concessa, e anche laddove rivestita in abiti militari, con tessuto mimetico e forme tutt’altro che attillate, che alcuna sensualità avrebbero potuto garantirle, Rula Taliqua non si sarebbe potuta negare indubbio fascino e, ancor più, indiscutibile beltà: fascino e beltà, i suoi, che non avrebbero potuto, purtroppo, ovviare ad alimentare l’insofferenza propria di colei che, per motivi personali, non avrebbe potuto mancare di considerarla una propria rivale, addirittura una propria avversaria, nell’averla sostituita nelle attenzioni di quell’unico uomo da entrambe amato.

« Mangia, va… » ridacchiò la donna rettile, offrendo un morso a quella barretta, terribile nel proprio sapore, e, tuttavia, meno peggio di altri cibi, difficilmente definibili tali, con i quali era stata costretta a nutrirsi nel corso della propria esistenza « Non vorrei mai che questo splendido sapore di cartone compresso potesse guastarsi restando troppo esposto all’aria aperta. » soggiunse immediatamente, necessariamente sarcastica nel confronto con la delizia in tal modo loro offerta.