11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

domenica 24 giugno 2018

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Al di là dell’assurdità propria di giocare alla guerra, quel mondo non avrebbe potuto dispiacere alla Figlia di Marr’Mahew. Nella presenza di natura incontaminata e, ancor più, nell’assenza di affollate e caotiche metropoli costituite da interminabili torri in vetro e acciaio, con migliaia, milioni di persone lì freneticamente in movimento, ognuna rincorrendo in maniera effimera un qualche sogno di gloria, nel soddisfacimento di un qualche obiettivo, nel conseguire un qualche successo, negli affari così come nella propria vita quotidiana, sempre ritenuta unica e irripetibile e, altresì, così straordinariamente identica a quella di chiunque attorno a sé, in termini tali per cui che piacesse o meno, che fosse apprezzabile o meno, alla propria morte nulla sarebbe mutato nel Creato, nulla sarebbe né peggiorato, né migliorato, quasi, in effetti, non si fosse mai realmente vissuto, Midda Bontor non avrebbe potuto che ritrovare un ambiente piacevolmente prossimo a quelli propri del più semplice pianeta per lei natio, in una realtà forse non meno impietosa, sicuramente non più caritatevole, e, ciò non di meno, meno affollata e, in ciò, meno caotica rispetto a quelle che, sino a quel momento, aveva avuto modo di trovare fra le stelle dell’infinito firmamento.
Lì, in quel mondo non colonizzato, e non colonizzato nell’unica brama di mantenerlo in tal maniera a quieta disposizione dei ricchi concorrenti di quell’assurdo gioco, ella non avrebbe potuto che sentirsi, pertanto, quietamente a casa, e a casa nella misura utile a permetterle di potersi realmente arrangiare, e arrangiare con straordinario successo, priva dell’impaccio che, proprio malgrado, aveva sino ad allora dimostrato nel confronto con le più complesse regole di quei mondi progrediti, di quelle immense città brulicanti di vita. In ciò, pertanto, anche la prospettiva di doversi autonomamente procurare la propria cena, ebbe per lei a risultare meno complessa rispetto a quanto, eventualmente, Duva non avrebbe potuto immaginarsi, non avrebbe potuto attendersi da parte sua, vedendola, in breve, catturare e uccidere tre specie di grosse lepri, armate di un insolito corno in mezzo alla fronte, nonché un animale prossimo a una sorta di procione, se pur contraddistinto da una pelliccia a strisce, decisamente diversa da quella dei consueti procioni con i quali avrebbe potuto vantare confidenza. Una caccia decisamente proficua, e abbondante nei propri risultati, nei propri frutti, nella quale ella non aveva avuto a doversi particolarmente impegnare, nella mancanza di abitudine, di tali creature, a dover temere una figura umana, e che, in ciò, avrebbe garantito a lei, e se soltanto lo avesse desiderato anche a Duva, carne per quello e per i prossimi giorni, in un’alternativa indubbiamente più salubre rispetto a quella propria di quelle assurde porzioni alimentari.
Come nel suo mondo, tuttavia, accanto a facili prede, quanto, in quella foresta, nelle tenebre della notte e a distanza da qualunque recinto di sicurezza qual quello nel quale aveva lasciato Duva, non avrebbe potuto che attenderla, in una sorta di universale concetto di equilibrio, non avrebbe potuto altro che essere anche un sicuramente meno piacevole predatore e, allora, un predatore che, se soltanto ella non si fosse riuscita a dimostrare degna di sopravvivere, sarebbe stato egualmente felice di banchettare con le sue carni nella medesima misura nella quale ella avrebbe avuto a doversi considerare nel confronto delle tre lepri e del procione. E se, in tale inattesa, ma non imprevedibile lotta, ella avrebbe avuto a doversi quindi guadagnare il proprio diritto alla sopravvivenza, in una giusto, legittimo rispetto del cerchio della vita, a proprio svantaggio, in tutto ciò, avrebbe avuto a dover essere sottolineato quanto, suo malgrado, non avrebbe potuto vantare alcuna arma degna di essere definita tale, al di fuori, quantomeno, del suo braccio destro, quell’arto artificiale, in lucido metallo cromato che, come già sovente nel corso di quegli ultimi due anni, avrebbe nuovamente rappresentato, per lei, non soltanto la migliore risorsa difensiva ma, anche, l’unica opportunità offensiva nel confronto con la bestia che, fra quelle tenebre, l’avrebbe quindi attesa, con la promessa di uno scontro fisico totalmente impredicibile nel proprio sviluppo e, ancor più, nella propria conclusione.

Midda Namile Bontor, Figlia di Marr’Mahew, si rese conto di essere seguita da un’antagonista mentre stava ripercorrendo i propri passi per giungere al luogo dove aveva lasciato Duva a cenare e, presumibilmente, poi a riposare. A dispetto dell’errore commesso solo poche ore prima, quando quasi non si era resa conto di quel terzetto di bambocci, in quel momento, in quell’occasione, al di là di tutta la stanchezza accumulata, ella colse immediatamente il pericolo in agguato, benché, come tutti i migliori predatori del regno animale, anche quella creatura, qualunque cosa essa fosse, avrebbe avuto a dover essere elogiata per la propria discrezione, per la straordinaria capacità di muoversi producendo il minor rumore possibile. Ma quella, per lei, non avrebbe avuto a dover essere considerata la prima foresta, così come non avrebbe avuto a dover essere considerata la prima volta nella quale avrebbe avuto a doversi considerare oggetto dell’interesse di un predatore, e, se sino a quel momento era stata in grado di sopravvivere, una qualche ragione avrebbe avuto a dover essere identificata, e identificata in sensi tanto sviluppati, tanto allenati a percepire il pericolo, da permetterle, nei momenti più concitati, nel cuore delle battaglie più caotiche, di poter reagire, e agire, quasi come se fosse in grado di prevedere le mosse avversarie, anche quando l’avversario non avrebbe avuto neppur a essere identificato all’interno del raggio d’azione del suo sguardo.
Così, anche in quel momento, in quell’occasione, Midda non ebbe necessità di vedere la creatura che la stava pregustando qual propria cena, o, più probabilmente, colazione, per essere a conoscenza della sua presenza lì, vicino a lei, prossima a colpirla e a colpirla nella volontà di finirla, e finirla rapidamente, tanto quanto, per lo meno, ella aveva terminato le esistenze dei trofei che, a margine di ciò, stava conducendo seco attraverso la foresta. E benché, nella propria mancina, l’unica risorsa offensiva in suo possesso avrebbe avuto a dover essere identificata nelle fattezze proprie di un bastone, e di un corto bastone acuminato, evidente fu il pensiero, la supposizione, di quanto, allora, ben poca strada avrebbe potuto compiere nell’ipotesi di una propria fuga, e di una fuga che, in ciò, necessariamente avrebbe avuto a doversi riconoscere qual vana. Così proprio malgrado motivata ad affrontare l’imminente sfida, Midda scelse allora l’albero più robusto che fu in grado di individuare nelle proprie immediate vicinanze, e, ai suoi piedi, lasciò adagiare la selvaggina catturata, le prede da lei uccise, per poi appoggiare le spalle contro quello stesso albero e lì, in tal maniera protetta almeno su un fronte, porsi in quieta attesa dell’evolversi degli eventi.
E se, tale comportamento, simile scelta, nel confronto con un antagonista umano, sarebbe stata probabilmente equivocata qual espressione di paura, evidenza di timore, e di timore tale, addirittura, da bloccarla, e da bloccarla senza concederle ulteriore possibilità di movimento, condannandola a qualunque sorte avrebbe potuto per lei essere definita dal proprio avversario; innanzi a un predatore animale, alcuna possibilità di fraintendimento avrebbe potuto essere colta alla base di tutto ciò, non, quantomeno, nell’assenza di qualunque altro fattore utile a poter intendere la sua qual un’espressione di paura: non battito accelerato da parte del cuore al centro del suo petto, non respiro affannato a ossigenare i muscoli nella speranza di contrastare l’inevitabile, non altri segnali, odori, suoni, utili a evidenziare, da parte sua, un qualunque genere di timore. Solo calma, solo quiete, avrebbe avuto a dominarla in tutto ciò. Una calma, una quiete così assoluta, così costante e imperturbabile, a fronte della quale, dimostrando maggiore sensibilità rispetto a qualunque antagonista umano, quel predatore animale ebbe necessariamente a riservarsi qualche dubbio, qualche incertezza, evidentemente abituato a cogliere ben diversi segnali dalle proprie prede designate. Ciò non di meno, e per quanto, forse, esso avrebbe persino potuto decidere in favore di una ritirata, escludendo quell’insolita preda per destinare i propri sforzi, le proprie attenzioni, ad alternative più consuete; l’appetito di quella bestia avrebbe avuto probabilmente a doversi considerare decisamente marcato, e marcato nella misura utile, quantomeno, a impedirle un’effettiva possibilità di gratuita resa nel confronto con lei.
Ma, allorché attaccare, e attaccare improvvisamente e con violenza da propria preda, per finirla con un sol gesto, quell’animale evidentemente preferì agire con prudenza, e con prudenza utile, allora, quantomeno ad avvicinarsi a lei un passo alla volta, a garantirsi una più esplicita occasione di studio nel merito della propria potenziale cena e del suo atteggiamento tanto imperturbabile…

« Eccoti qui… » lo accolse Midda, in un flebile sussurro contraddistinto da un certo livello di interesse e, solo allora, una sempre piacevole scarica di adrenalina, e adrenalina utile a garantirle di offrirsi all’altezza della sfida in tal maniera promessale.

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