11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 8 giugno 2018

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Carsa Anloch non avrebbe potuto avere sollevare alcuna recriminazione nel merito della propria esistenza, alcun rimorso nel merito delle proprie azioni e alcun rimpianto nel merito delle proprie possibili mancanze. Dal proprio personale punto di vista, sotto ogni aspetto, ella aveva vissuto una bella vita, affrontandola al pieno delle proprie forze, delle proprie energie, giorno dopo giorno, senza porsi freno alcuno, non di fronte a uomini mortali, non innanzi a dei immortali. Carsa aveva combattuto molte battaglie, alcune fra le quali persino al fianco della leggendaria Midda Bontor, altre addirittura e straordinariamente in sua opposizione: per Midda Bontor era morta una volta, e in grazia a lei aveva avuto quell’effimera occasione di rinascita, di resurrezione, rigenerandosi a partire dal ricordo di lei, dalla nostalgia di quella propria cara amica per lei. In verità, asserire di aver effettivamente compreso cosa fosse accaduto, e come ciò fosse accaduto, avrebbe trasceso le sue effettive possibilità di comprensione e, sotto un certo punto di vista, non avrebbe neppure avuto reale importanza, non in senso lato, non in quel preciso momento, laddove presto ella sarebbe nuovamente morta e, questa volta, speranzosamente per sempre.
Carsa Anloch non avrebbe potuto ovviare a dirsi, in effetti, curiosa nei riguardi della morte, non potendo vantare in verità alcun effettivo ricordo di cosa le fosse accaduto in quegli ultimi anni, di dove ella potesse essere stata per tutto quel tempo. La sua fede personale, in verità, avrebbe avuto a doversi considerare sufficientemente agnostica: non rifiutava l’idea dell’esistenza degli dei, soprattutto in conseguenza a tutto ciò che, dopotutto, lei, Midda, Howe e Be’Wahr avevano vissuto insieme, a tutte quelle sfide da loro affrontate sovente ben oltre il concetto stesso di mortale; ma, al tempo stesso, non avrebbe potuto vantare di possedere idee chiare a tal riguardo. In ciò, pertanto, anche l’idea della morte, in fondo, non avrebbe potuto essere da lei affrontata se non qual una nuova avventura, un’avventura che, forse, avrebbe dovuto oramai ricominciare da capo, a seguito di tale fugace ritorno in vita, e che, ciò non di meno, avrebbe affrontato con tutta la passione che da sempre l’aveva contraddistinta, giorno dopo giorno. Morire, quindi, non la spaventava. E, anzi, l’idea di poter morire per propria scelta, per una propria decisione, e, soprattutto, per la salvezza dei propri amici, non avrebbe potuto ovviare, anzi, persino a compiacerla, nella certezza di poter, in tal maniera, offrire un significato a tutto ciò: non soltanto a quella seconda morte, ma anche a quella seconda vita che lì, in quella folle dimensione, aveva avuto occasione di vivere.
Così, quando la sconosciuta stanza attorno a lei, e tutto l’ambiente a essa collegato, ebbe a svanire, a dissolversi in una sorta di nebbia indefinita, lasciandola precipitare in una sorta di vuoto, di nulla imprecisato, ella non ebbe né a spaventarsi, né ad allarmarsi: era consapevole di essere lì rimasta sola in compagnia del vicario di Anmel Mal Toise, ed era consapevole che questo l’avrebbe uccisa, e l’avrebbe probabilmente uccisa nella maniera più violenta possibile. E, in conseguenza a tale consapevolezza, che, per chiunque altro, avrebbe sicuramente rappresentato occasione di terrore, ella volle concedersi altresì soltanto possibilità di forza, nel ricordarsi perché e, soprattutto, per chi ella stesse così agendo…

« … allora…?! » domandò, stringendosi fra le spalle nell’attendere serenamente quanto lì sarebbe accaduto « Cosa accade? Non sono forse di tuo gradimento…?! » incalzò secondo-fra-tre, ancora non apparso in scena, invitandolo, prima implicitamente, e subito dopo esplicitamente, a procedere, e a procedere per così come soltanto avrebbe potuto avere in mente di compiere « Avanti, simpaticone… fatti sotto. Siamo solo tu e io, ormai, e spero bene che tu non possa realmente avere timore di affrontarmi… »

Nulla ebbe tuttavia a muoversi innanzi a lei, o alle sue spalle, o in qualunque altra direzione nella quale i suoi sensi avrebbero potuto spingersi. E all’interno di quel contesto grigio, privo di forme, privo di sostanza, persino fondamentalmente privo di un terreno sotto ai suoi piedi, Carsa ebbe rapidamente a perdere persino la percezione dello spazio e del tempo, in quella prolungata assenza, arrivando a non comprendere più, in effetti, se fosse ancora ferma dove credeva di essere rimasta sino ad allora o se, magari, si fosse altresì mossa, e mossa in una qualunque direzione, così come, parimenti, non avrebbe potuto asserire, in fede, di essere lì da pochi istanti o, piuttosto, da lunghe ore.
Possibile che fosse già morta e che, semplicemente, quanto a lei circostante avrebbe avuto a doversi considerare l’Aldilà?!
Se così fosse stato, francamente, ella avrebbe avuto di che dispiacersene, nella più completa assenza di qualunque attrattiva, in positivo o in negativo, in misura quantomeno utile a comprendere il perché dell’assenza di qualunque ricordo nel merito del proprio precedente periodo di permanenza in quell’assurdo limbo, un limbo a confronto con il pensiero di permanere all’interno del quale, francamente, ella avrebbe avuto qualche problema… per non dire che, più semplicemente, avrebbe potuto sostanzialmente impazzire.
Fortunatamente ancora ben distante dall’avere a considerarsi priva di senno, ella ebbe allora a concentrarsi, e a cercare di riplasmare l’ambiente a sé circostante in qualcosa con il quale avrebbe potuto vantare una maggiore confidenza. E, in tale impegno, ancora una volta il tempo del sogno ebbe a venirle incontro, reagendo a tale concentrazione nell’offrirle, allora, una possibilità di ritorno fra le mura di Kriarya, della propria città adottiva, all’interno della quale aveva avuto occasione, quantomeno, di vivere un’apparenza di serena quotidianità in compagnia di Howe, Be’Wahr e Midda Bontor.
Una Kriarya fondamentalmente identica all’originale, e, in effetti, persino parimenti popolata, e popolata da persone che, forse, lì stavano sognando e, in tal sogno, inconsapevolmente si erano spinte sino a quella particolare dimensione. O, forse, persone, suo pari, che non avrebbero avuto una qualunque realtà alla quale fare ritorno, e che, come lei, in quelle vie avrebbero quindi avuto a dover cercare il proprio presente…

« Quindi non sono ancora morta… » osservò, nel verificare in tal maniera di trovarsi, ancora, all’interno del tempo del sogno, unica motivazione utile a giustificare quanto così appena occorso « … o, forse, in realtà, il tempo del sogno altro non è che quanto attende tutti quanti dopo la morte. » ipotizzò, in un pensiero a dir poco disorientante, e che pur, allora, avrebbe potuto offrire un’altra chiave di lettura alla propria supposta evocazione da parte della sua amica, evocazione che, in tal senso, avrebbe potuto avere decisamente più senso, probabilmente più coerenza.
« Buona la prima. » ebbe, tuttavia, a suggerirle una voce alle sue spalle, rivolgendosi esplicitamente nella sua direzione e, in ciò, portandola allora a voltarsi, e a voltarsi per comprendere con chi, di preciso, ella stesse avendo la possibilità di confrontarsi in quel momento.

Innanzi all’attenzione di Carsa ebbe così a presentarsi una giovane donna, forse poco più che ventenne, contraddistinta da chiara origine shar’tiagha e, soprattutto, da indubbia bellezza.
Alta all’incirca come lei, con capelli più lunghi dei suoi e acconciati nella tipica moda shar’tiagha, in lunghe e strette treccine ordinatamente tenute strette dietro al suo capo da un sottile diadema dorato, quella giovane mostrava una carnagione poco più chiara rispetto alla sua e un volto contraddistinto da alti e affilati zigomi, con un naso sottile e labbra delicate, sovrastate da una coppia di profondi occhi castano scuro, quasi neri, in una tonalità pressoché equivalente a quella dei propri capelli. Al di sotto di un lungo e affusolato collo e di una coppia di strette e femminili spalle, giovani e irriverenti seni, con piccoli e scuri capezzoli, si mostravano senza apparente pudore al di sotto di una veste bianca, semitrasparente nel leggero lino della quale appariva intessuta, lasciando libere le sue lunghe ed eleganti braccia e ritrovandosi, altresì, stretta attorno alla sua vita da una cintola egualmente dorata, al di sotto della quale, a circondare tondi e seducenti fianchi, solo un perizoma di egual colore avrebbe impedito alla sua femminile intimità di essere esposta alla pubblica attenzione, al di sotto della stessa candida veste, discendente praticamente fino ai suoi piedi, piedi lì avvolti in eleganti sandali legati attorno alle caviglie, in quell’unico particolare che, in tale quadro d’insieme, avrebbe certamente stonato rispetto alla consuetudine propria di tutti i figli di Shar’Tiagh, e a quella tradizione volta a imporre loro di mantenere i propri piedi scalzi come gesto di umiltà, a ricordarsi, sino alla fine dei tempi, quanto l’arroganza avesse danneggiato la loro Storia, il loro antico e potente regno, nonché, persino, la loro un tempo florida terra, ormai drammaticamente ridotta a doversi costantemente difendere dalla terribile minaccia propria di un’apparentemente irrefrenabile desertificazione. Una figura, nel proprio insieme, decisamente affascinante, indubbiamente conturbante, complice anche quella propria non celata, né tantomeno celabile, nota esotica, che non avrebbe potuto ovviare a incontrare l’approvazione di Carsa e, inutile negarlo, a stuzzicare le sue più intime fantasie.
Fantasie che, dopotutto, avrebbero potuto lì trovare quieta occasione di realizzazione, non tanto in grazia al tempo del sogno, quanto e piuttosto alla stessa città del peccato: un’ambientazione particolare, con una popolazione interamente composta da mercenari e assassini, ladri e prostitute, che non avrebbe potuto concedere particolari possibilità di fraintendimento sulla professione di una tale bellezza, così come anche ben suggerito dalla sua più totale assenza di pudore nell’esporre le proprie grazie…

« Non credo di averti mai incontrata prima, mia cara… » sorrise Carsa, compiaciuta, non dimentica della propria fine imminente e, ciò non di meno, neppur dispiaciuta all’idea di poter, eventualmente, attendere la propria morte in gaiezza, nell’inspiegabile ritardo che secondo-fra-tre stava rendendo proprio « … ciò non di meno, non vedo ragione per la quale non dovremmo approfondire la nostra conoscenza, magari nell’intimità della tua camera da letto. » propose, in maniera esplicita, non avendo ragioni per tergiversare di fronte a tanta apparente generosità da parte del fato.
« In verità, ci siamo già incontrate… » dichiarò un’altra voce, identica a quella pocanzi udita e attribuita a quella bella sconosciuta, ancora una volta provenendo da dietro di lei e, in ciò, costringendola a voltarsi, solo per ritrovarsi a confronto con una seconda giovane shar’tiagha, assolutamente identica alla prima, in quello che, facilmente, avrebbe potuto essere inteso qual il prologo di un’interessante avventura sessuale se soltanto non avesse avuto, improvvisamente, a risultare sgradevolmente inquietante.
« Ehm… no. Non vorrei offendervi, ma non ho francamente idea di chi voi siate. » escluse Carsa, muovendo qualche passo in direzione laterale, a cercare di ovviare a porsi fra quelle due donne, nell’ascoltare la voce del proprio istinto e, in ciò, nel comprendere di aver a doverle temere, al di là del loro conturbante fascino.
« In effetti, sono passati secoli… millenni da quando il mondo ha avuto occasione di contemplare per l’ultima volta il vero volto della figlia del potente Amothis VI, l’ultimo faraone di Shar’Tiagh. » confermò una delle due, difficile distinguere quale « Ma, credimi, noi ci siamo già incontrate, Carsa Anloch. E il tuo ritorno in giuoco ha a doversi considerare, per me… per noi, uno sviluppo assolutamente gradevole, e gradito, per quanto, non ho problemi ad ammetterlo, neppure io lo avrei mai potuto prevedere… »

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