11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

lunedì 31 agosto 2020

3385


All’alba del giorno prima, non meno di centomila ritornati umani si erano presentati alle soglie di Lysiath. Centomila ritornati umani ai quali, con il favore delle tenebre, si era aggiunto qualche ulteriore centinaio di mostri, forse un migliaio, in una stima approssimativa basata non tanto su una constatazione visiva diretta, quanto e piuttosto su un’analisi critica di quante vittime, nel corso della propria lunga e avventurosa esistenza come guerriera, Midda Bontor potesse aver prodotto. Un prerequisito, quello così scandito, che avrebbe necessariamente presupposto una qualche formazione militare, o paramilitare, per tutti coloro lì coinvolti, i quali difficilmente avrebbero avuto a riservarsi occasione di cadere per mano della Figlia di Marr’Mahew in caso contrario.
A tale schieramento, a tal immane schieramento, per così come radunatosi e organizzatosi nella struttura di un vero e proprio esercito agli ordini di Nissa Ronae Bontor, la città di Lysiath, capitale kofreyota, aveva contrapposto meno di un migliaio fra uomini e donne. Uomini e donne fra i quali soltanto una minima parte, in effetti, avrebbe mai potuto vantare un qualche pregresso guerriero, nell’essersi comunque lì candidati volontariamente per la difesa della propria città e, sovente, delle proprie miserie ancor prima che delle proprie ricchezze, laddove, certamente, non un singolo nobile, non un singolo ricco mercante, avrebbe avuto lì a doversi intendere disposto a porre a rischio la propria vita, nel preferire avessero a essere altri, in sua vece, a farlo.
Una disparità non soltanto quantitativa, ma anche e purtroppo di natura squisitamente qualitativa, quella così venutasi a presentare fra loro, che non avrebbe certamente deposto a favore del fronte difensivo, lasciando intendere veramente al pari di uno straordinario azzardo il pensiero che quella manciata di disperati potessero aver a contrastare l’avanzata di una tanto smisurata potenza bellica per qualcosa di più di un’ora… forse due!
Eppure, all’alba del giorno dopo, Lysiath non era ancora caduta.
Certo. In favore dei difensori della capitale non avrebbe potuto essere ignorato quanto, in buona sostanza, il primo, intero giorno fosse trascorso in una quieta situazione di stallo, e in uno stallo coscientemente voluto dalla stessa Nissa Bontor per avere a spossare, fisicamente e psicologicamente, i propri nemici, oltre che nella speranza, in tal senso, di costringere la propria sorella gemella all’onere della prima mossa. Così come, ancora, in favore della fazione di Lysiath non avrebbe potuto essere ignorata la verità allor rappresentata dalla solidità delle mura, e di quelle mura che, pur forse minori rispetto a quelle proprie di altre capitali del regno di Kofreya, erano state edificate secondo tutti i crismi dell’architettura kofreyota, nel solo e fondamentale intento di poter essere utili a proteggere la città e i suoi abitanti.
Ciò non di meno, obiettivamente inatteso, per la maggior parte di coloro lì allor coinvolti nella difesa della città, avrebbe avuto a doversi riconoscere l’arrivo di una nuova alba, atta a definire quanto il primo giorno di assedio fosse trascorso.
Un giorno duro, un giorno non semplice e non scontato, né nei propri sviluppi, né, tantomeno, nelle proprie conclusioni. E pur un giorno che era ormai giunto a termine e che, in tal senso, non avrebbe potuto negare agli abitanti della capitale ragione di che gioire. Non tanto perché eventualmente animati dall’altresì inesistente illusione che la battaglia avrebbe potuto così considerarsi conclusa. Né perché, all’occorrenza, quell’evento avrebbe potuto segnare, in qualche modo, un’occasione di fugace interruzione, di riposo e di riorganizzazione per le loro forze. No: la gioia, in quel frangente, avrebbe avuto a dover essere intesa sol conseguente all’evidenza di quanto, a discapito di ogni premessa contraria, Lysiath non era ancora caduta.

All’alba del giorno dopo, tuttavia, il disequilibrio esistente fra le parti in causa avrebbe avuto a doversi giudicare ancor più marcato nella propria, discutibile offerta. Perché se sul fronte schieratosi al seguito di Nissa Bontor forse giusto una vittima avrebbe avuto a potersi censire, e a censire nella figura di quella viverna caduta in conseguenza a una fortuita trasmutazione in pietra in conseguenza allo sguardo dello scutone, perdita, invero, più ipotizzata che effettivamente constata nella propria occorrenza; sul fronte organizzatosi al seguito di Midda Bontor il numero di perdite avrebbe avuto a dover essere inteso in misura maggiore, e non soltanto proporzionalmente maggiore, laddove in tal già preesistente disparità anche una singola perdita avrebbe avuto a contribuire enormemente a quella disparità, quanto e piuttosto numericamente. Con numeri che, tragico a definirsi, avrebbero allor visto letteralmente decimata la milizia cittadina.
Uno su dieci, fra gli abitanti di Lysiath lì candidatisi alla difesa delle proprie famiglie e del proprio futuro, aveva irrimediabilmente perduto ogni possibilità di futuro e, peggio ancora, si era risvegliato come zombie, e come zombie, pur in maniera del tutto inconscia, si era ritrovato a mutare schieramento, passando dalla difesa della città, all’offensiva a discapito della medesima, non per un qualche calcolo politico, così come poteva star muovendo Nissa e i suoi, quanto e piuttosto per una mera, e imprescindibile, avversione alla vita e a quella vita che, in senso stretto, non avrebbe mai potuto concernere la fazione dei ritornati.
Paradossalmente, quindi, non soltanto le perdite subite da Lysiath avrebbero avuto a doversi riconoscere, proporzionalmente e numericamente maggiori rispetto a quelle imposte agli antagonisti, quanto e peggio tali perdite avevano finito, in una buona porzione delle stesse, ad ampliare ulteriormente le schiere avversarie, tracciando, ove possibile, uno scenario ancor peggiore.
A prescindere da ciò, comunque, una nuova alba era arrivata. E quando Midda, Duva e Lys’sh, ancor schierate in tre porzioni diverse delle ampie mura cittadine, ebbero a cogliere quel primo, meraviglioso raggio di sole intento a far capolino alle spalle dei propri antagonisti, non poterono ovviare a reagire con una certa carica di entusiastica positiva, nel riconoscere quanto, obiettivamente, fossero allor riuscite a resistere molto più a lungo di quanto, razionalmente, avrebbero mai potuto illudersi di essere in grado di compiere in quella situazione.

« … un altro giorno è andato… » sospirò, in particolare, la Campionessa di Lysiath, nel mentre in cui, comunque, non mancò di impegnarsi ad affondare in profondità una lunga picca nel petto di un drago, e di un drago contro il quale si era ritrovata a combattere nell’ultima mezz’ora, affiancata, da una mezza dozzina di compagni d’arme, fra cui l’ancor vivo Qa’Ruam.

Con quello, erano trascorsi ormai due giorni e mezzo da quando, con Duva e Lys’sh, aveva salutato Nóirín Mont-d'Orb, partita per una folle corsa a cavallo diretta verso Kriarya.
E se, fra le due capitali, non meno di tre giorni di distanza avrebbero avuto a dover essere intesi qual esistenti, nel presupposto di non avere mai a sbagliare strada, a incrociare spiacevoli opportunità di contrattempo e, soprattutto, a minimizzare le occasioni di riposo, nel solo intento di non avere veder crollare a terra il cavallo per infarto, ciò avrebbe avuto a sottintendere quanto, per lo meno, un altro giorno e un’altra notte di assedio avrebbe avuto ad attendere Lysiath e tutti loro, prima che la loro amica, e, in quel frangente, la loro unica speranza di salvezza, avesse a giungere a destinazione, prima di ripartire, e di ripartire per fare ritorno a loro, non a cavallo, questa volta, ma in grazia alle proprie peculiari possibilità di spostamento, e di spostamento attraverso le dimensioni in grazia al tempo del sogno.
Ciò, ovviamente, escludendo che qualcosa potesse andar storto nel tempo del sogno, là dove, comunque, non avrebbe avuto a dover essere dimenticata la presenza di un altro antagonista, e dell’antagonista che, primo fra tutti, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto colpevole per quella folle situazione.
Ma a voler prendere in esame ogni possibilità di fallimento, l’unica conclusione razionale a cui Midda avrebbe potuto sospingersi sarebbe stata quella del suicidio, nella certezza di un’incontrovertibile sconfitta. Ragione per la quale, come sempre nel corso della propria vita, anche allora l’Ucciditrice di Dei volle preferire concentrarsi non tanto sulle infinite probabilità di fallimento quanto e piuttosto su quell’unica, effimera occasione di successo.

domenica 30 agosto 2020

3384


Al di là delle proprie immani proporzioni, del proprio fisico scultoreo e nerboruto, Qa’Ruam era giovane. Molto giovane. Giovane forse ancor più rispetto a Seem, l’ex-scudiero di Midda, quel ragazzetto, ormai divenuto uomo e padre di famiglia, che per lunghi anni l’aveva seguita e accompagnata nelle proprie imprese. Insomma: per Midda, Qa’Ruam avrebbe potuto essere tranquillamente un figlio. Magari il figlio mai avuto da Ebano, uno dei propri antichi amanti, al secolo Ma’Vret, il quale, in una vita tanto lontana da apparire quasi antecedente a quella attuale, era stato un valoroso mercenario, e un suo alleato negli anni dei propri esordi come avventuriera.
Come tutti i giovani, Qa’Ruam non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual realmente consapevole del mondo a sé circostante: neppure Midda, alla sua età, e prima ancora della sua età, avrebbe avuto a doversi riconoscere poi diversa, animata nelle proprie gesta, nelle proprie scelte, da pericolosi entusiasmi, e da quel vago senso di invulnerabilità che contraddistingue tutti fino al momento in cui, spiacevolmente, non ci si finisce per scontrare con la durezza della realtà, e di una realtà impietosa e incapace di perdonare il benché minimo errore. Per Midda, di tal genere di impatti con la realtà, ne erano stati necessari parecchi prima che ella iniziasse a riconoscersi non poi così invincibile come avrebbe potuto preferire essere e molti di quelli avrebbero avuto a doversi accreditare proprio alla sua amabile gemella, responsabile, fra i tanti crimini, di averla privata del proprio braccio destro, di averle marchiato per sempre il volto con un’orrida cicatrice e, ancora, di averle negato il diritto a poter divenire madre. Per Qa’Ruam, evidentemente, un tal genere di impatto con la realtà non era ancora sopraggiunto e di ciò, ella, aveva potuto cogliere evidenza anche nel mentre del loro confronto, di quella fugace disfida occorsa fra loro qualche ora addietro, il giorno precedente a quello così conclusosi: una disfida nel quale egli aveva agito con quella sicumera tipica della propria giovane età, sicumera rafforzata certamente da un certo, risibile, successo nelle sfide nelle quali, sino a quel momento, si doveva essere impegnato, e un successo sicuramente conseguenza, sopra a tutto, di quel suo fisico possente, statuario, di quella mole di muscoli nel confronto con la quale in molti, di certo, non avrebbero potuto comprendere come muoversi, come agire. Tuttavia, e purtroppo per lui, il momento del confronto con la realtà, e con la sua durezza, avrebbe potuto anche star sopraggiungendo proprio allora. E star sopraggiungendo nella forma di una dozzina di ritornati intenti ad arrampicarsi lungo la fune che egli stava sorreggendo, e ben desiderosi di avere a fargli presente quanto, purtroppo, a nulla sarebbero lì potuti valere i suoi muscoli, nell’offrirsi appeso come un salame.
E sebbene Qa’Ruam avrebbe voluto liberarsi volentieri di quella metà della fune, e della metà della fune che, sino a un istante prima pur avrebbe avuto a dover rappresentare l’unica speranza di salvezza per la Campionessa di Lysiath, l’impietosa realtà non parve volergli concedere una simile possibilità. Non nel preferire, piuttosto, annodargli l’estremità di quella fune al polso, in termini tali per cui, anche una volta aperta la mano, nulla ebbe lì a cambiare…

« Per tutti gli dei! » gemette, nel comprendere la situazione e nel ravvisare, in tal senso, qualcosa che definire semplicemente un problema sarebbe stato puro eufemismo.
« Che ti prende…?! » domandò Midda, passata già oltre e risalita di almeno tre piedi, per lasciargli spazio di manovra sotto di sé, salvo allor arrestarsi e sporgersi verso il basso, a osservare la situazione.
« La corda… » ringhiò allora egli, scuotendo dolorosamente il possente braccio nel cercare di liberarsi, senza, tuttavia, riportare particolare successo in tal senso « … è troppo attorcigliata. Non riesco a… »

Se le cose fossero andate come avrebbero dovuto andare, almeno nelle intenzioni del non morto che, per primo, stava lì sopraggiungendo, quella frase non avrebbe dovuto riservarsi occasione di trovare conclusione. Perché, con buona pace per l’indomito coraggio e, ancor più, incosciente e giovanile senso di onnipotenza di Qa’Ruam, un lungo pugnale dalla lama ondulata stava già venendo mosso in direzione del suo petto, con l’evidente intento di trapassarlo da parte a parte, in corrispondenza al suo cuore. E Qa’Ruam non avrebbe neppure avuto il tempo di affidare il proprio spirito immortale agli dei prima di scoprirsi tragicamente morto, in un involontario sacrificio per la salvezza della Campionessa di Lysiath.
Tuttavia le cose non andarono così. Perché la stessa Campionessa di Lysiath non avrebbe mai potuto lì accettare un simile sacrificio. Non allora, né mai.
E se, nel tempo sufficiente per concludere quella frase, un pugnale avrebbe potuto trapassare il cuore del giovane, ella non ebbe a permettere che ciò avvenisse. Quasi per magia, Midda Bontor ebbe così a scomparire dalla posizione in cui era arrivata, risalendo lungo la corda, solo per ricomparire qualche piede più in basso, a intercettare con il proprio braccio destro la traiettoria di quella lama per aver a deviarla e a deviarla, non a caso, in opposizione alla corda attorcigliatasi attorno al polso del colossale Qa’Ruam. Corda che, a confronto con quel filo perfetto, ebbe allor a cedere, non tanto liberando il braccio dell’uomo da quella morsa, quanto e piuttosto dal peso di tutti coloro che lì sotto si stavano arrampicando lungo quella stessa via, nel solo, e unico intento di uccidere la Figlia di Marr’Mahew e chiunque altro avrebbero trovato lungo il cammino.
Non magia, ovviamente, fu quella della donna guerriero, quanto e piuttosto l’ennesima riprova della sua strabiliante maestria, nonché del suo incommensurabile coraggio, o forse incoscienza, nel non limitarsi a lasciarsi andare, ma, addirittura, nello slanciarsi all’indietro, per avere, sospesa qual si trovava a diverse decine di piedi da terra, e in una situazione assolutamente precaria, a ricadere con la testa, or, verso il basso, riservando alle proprie gambe, e a quelle gambe scolpite in una vita intera trascorsa in cammino, di avere a chiudersi attorno al taurino collo del proprio soccorritore, or da lei così soccorso, per lì cercare una fugace occasione di salvezza, un qualche appiglio, e un appiglio allor utile a impedirle di tradurre quell’azione in un tragico insuccesso e suicidio. Così, nel mentre in cui le gambe rimediavano in quella maniera alla follia compiuta nel lasciarsi ricadere verso il basso, le braccia contrastavano allora la minaccia rivolta a discapito del proprio alleato, bloccando il corso di quel pugnale e reindirizzandolo, addirittura, a tranciare la corda e a sancire, in tal maniera, la liberazione dalla minaccia di morte lì sotto loro promessa.
E se pur non magia quella fu, indubbiamente non mancò di apparire in quanto tale, sorprendendo nella repentinità del proprio sviluppo tutti gli interessati, a partire dall’aggressore fino a giungere all’aggredito, e a quell’uomo il quale, già vedutosi morto, si ritrovò improvvisamente abbracciato in un’equivoca posizione alla propria salvatrice.

« … liberarmi. » concluse la frase precedente, non perché ancora ve ne fosse necessità, quanto e piuttosto perché, avendo iniziato a parlare, non avrebbe lì potuto consciamente interrompersi per tempo, nell’elaborare razionalmente quanto accaduto solo dopo aver già iniziato a parlare.
« Non ringraziarmi. » lo invitò tuttavia ella, minimizzando su quanto accaduto, nell’osservare, non senza una certa soddisfazione i loro avversari precipitare verso il basso e scomparire nelle tenebre della notte, in conseguenza al proprio operato « E se proprio vuoi essermi grato, evita di prodigarti in un qualunque genere di lubriche battute su questo momento. » soggiunse, nel ravvisare quanto in quel momento avessero a essere a un po’ troppo intimo contatto, per impegnarsi, pertanto, immediatamente a rialzarsi, con un colpo di reni e con un colpo di reni allor utile a permetterle di risollevarsi fino alle proprie ginocchia e, così facendo, al suo capo.
« Non ci penso nemmeno. » escluse categoricamente egli, rifiutando fermamente tale eventualità, ancor troppo sconvolto da quell’incredibile successione di eventi per poter essere in grado di elaborare un qualunque, eventuale commento in tal senso… figurarsi se poi di natura maliziosa.

Purtroppo per Midda, quell’azione aveva avuto a costarle l’unico trofeo che, a margine di tutto ciò, aveva estemporaneamente pensato di condurre seco, quella zanna di ciclope della quale, per avere la libertà di agire in soccorso a Qa’Ruam, aveva dovuto liberarsi. Ma la questione delle armi, in quel frangente, avrebbe avuto a doversi intendere, comunque, secondaria, nel ben considerare quanto, piuttosto, avrebbero fatto entrambi meglio a levarsi il più velocemente possibile da lì, prima che qualche mostro potesse decidere di attaccarli approfittando dell’occasione vantaggiosa così concessa.

sabato 29 agosto 2020

3383


Non Duva e non Lys’sh, tuttavia, avrebbero avuto a dover essere riconosciute presenti qualche piede al di sopra della Figlia di Marr’Mahew, in quel frangente. Laddove, infatti, l’una avrebbe avuto ancor a doversi intendere impegnata nel confronto con i ragni giganti, nuovi antagonisti dopo le arpie e gli zombie, e l’altra avrebbe avuto a doversi riconoscere appena liberatasi dell’impegno con lo scultone, pur non obliando a una breve digressione con una viverna; nessuna fra le due avrebbe potuto riservarsi occasione di accorrere in suo aiuto né, tantomeno, di rendersi conto della necessità di dover accorrere in suo aiuto, inconsapevoli, loro malgrado, del pasticcio nel quale la propria amica sororale era andata a cacciarsi. E laddove, dal proprio punto di vista, la donna guerriero non avrebbe potuto egualmente essere informata dell’accaduto, a dir poco banale sarebbe stato comprendere quanto quel fraintendimento avesse a poter essere giustificato e giustificabile, per quanto, comunque, nulla di più di un fraintendimento, nell’impossibilità, per coloro supposte quali coinvolte nella questione, di avere lì a intervenire.
Ma se non Duva e non Lys’sh avrebbero avuto a dover essere riconosciute presenti qualche piede al di sopra della Figlia di Marr’Mahew… a chi avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il merito, o la mancanza di assennatezza, utili a compiere tutto ciò…?!

« Se non fosse già stato sostanzialmente distrutto nel corso del nostro brevissimo confronto… il mio orgoglio maschile potrebbe avere di che risentirne per il fatto che tu mi stai additando qual “sorella”! » protestò quindi, dall’alto, una voce che nulla di femminile avrebbe potuto vantare… e una voce che Midda non ebbe immediatamente a riconoscere, né ad associare a un volto, avendo avuto ben minima occasione di relazione tanto con quel volto, quanto e ancor più con quella voce.

E se pur, a confronto con quella voce, ella avrebbe avuto sicuramente interesse a cercare di associarvi un volto e, quindi, un’identità, fosse anche e soltanto per comprendere a chi dover essere lì grata per quell’inatteso aiuto, la necessità di avere a non perdere tempo in futili distrazioni, per così come necessariamente tale sarebbe stata qualunque cosa in quel frangente, non poté mancare di motivarla a proseguire verso l’alto senza troppe domande, senza avere a rendere propri troppi dubbi… i quali avrebbero, del resto, potuto essere affrontati e risolti a tempo debito.

« Muoviti! » si limitò quindi a suggerire al proprio ignoto interlocutore, trattenendosi dall’aggiungere “Chiunque tu sia…” per non avere ad apparire inutilmente scortese nei riguardi del proprio soccorritore e di quel soccorritore di cui, purtroppo, ignorava sinceramente l’identità.

Che a scendere dalle mura di Lysiath, per darle aiuto, fosse stata una persona qualunque, con tutto il dovuto rispetto per lo stesso, ella non avrebbe potuto evitare di dubitarne. Non che ella desiderasse porre in dubbio il valore di tutti gli uomini e le donne, per lo più tutt’altro che guerrieri o combattenti, lì intenti a cercare di difendere la propria città, per offrire ancora una futuro alle proprie famiglie: ma se pur il valore di quegli uomini e quelle donne non avrebbe avuto a dover essere posto in dubbio, palese avrebbe avuto a dover essere inteso quanto, allora, per arrischiarsi a compiere qualcosa del genere, ponendosi a confronto con l’eventualità della propria morte, e della propria morte certa e terribilmente dolorosa, avrebbe avuto a dover essere inteso qualcuno, allor, ben lontano dall’improvvisarsi nel ruolo, fosse anche e soltanto per la straordinaria capacità di autocontrollo così dimostrata.
Ma chi, fra coloro rimasti all’interno delle mura di Lysiath, avrebbe avuto allor a potersi riconoscere capace di un simile gesto…?!
Un dubbio importante, una curiosità forte, quella della donna guerriero, la quale, a prescindere da ciò, non volle mancare di concentrarsi sull’urgenza più viva in quella situazione, in quel frangente. E l’urgenza allor rappresentata da i non morti… anzi, i ritornati, come avevano preferito definirsi, lì intenti a rincorrerla, ad arrampicarsi sotto di lei, lungo una corda sempre più in tensione e che da un momento all’altro avrebbe anche potuto spezzarsi, sotto l’azione di quel peso crescente.
Così, con buona pace dell’incognita rappresentata dall’identità di quell’uomo, del proprio soccorritore, ella non poté che avere a dedicarsi a quella risalita, e a quella risalita che, allora, avrebbero dovuto compiere nel minor tempo possibile, non soltanto per sfuggire alla morte promessa da quegli stessi antagonisti ma, anche e forse maggiormente, per sfuggire al rischio di una rovinosa caduta in conseguenza allo spezzarsi di quella stessa corda.

« Dannazione! » gemette contro se stessa, a confronto con un improvviso strattone verso il basso, tale da farle temere che la corda si fosse spezzata, salvo, un istante dopo, scoprirsi ancora appesa al muro « Giuro che, se riusciamo ad arrivare in cima a questa parete, non rinuncerò più a una spada ben affilata al mio fianco! » nel rimproverarsi apertamente per la propria stupidità nell’aver voluto rifiutare una lama al proprio fianco, e a una lama in grazia alla quale, allora, avrebbe presto risolto la situazione, sotto ogni punto di vista

Fu nel pronunciare quelle parole che, tuttavia, ella arrivò quasi a scontrarsi contro una coppia di piedi e contro una coppia di piedi immediatamente al di sopra della propria testa.
Una coppia di piedi collegati a un monumentale corpo. E un corpo che, allora, ella ebbe finalmente occasione di ricollegare all’identità di colui che, per breve tempo, era stato indicato qual Campione di Lysiath prima di lei: il nerboruto figlio dei regni desertici centrali rispondente al nome di Qa’Ruam.

« Perché accidenti ti sei fermato…?! » gli gridò contro ella, incerta fra provare stupore per riconoscere, in quel ruolo di soccorritore, l’ultimo individuo che mai avrebbe potuto immaginare impegnato in quel ruolo e, in effetti, che neppur sapeva essere ancora in quel di Lysiath; e provare rabbia per quell’improvvisa frenata, e quella frenata che, francamente, non avrebbe avuto a poter trovare giustificazione alcuna, a confronto con l’opprimente minaccia alle loro spalle o, per meglio dire, sotto i loro piedi.
« Perché la corda si è spezzata, stupida sciocca! » ringhiò egli, mostrando un corpo teso oltremisura, nel reggersi, da un lato, a un mozzicone di corda superiore arrotolato attorno al proprio polso sinistro e nel reggere, dall’altro, il resto della corda, e della corda a cui era aggrappata Midda e tutto il suo malefico seguito, arrotolato attorno al proprio polso destro « Muoviti a passarmi oltre… non ho idea di quanto, ancora, riuscirò a resistere. »

In un’impresa degna di essere certamente ricordata in una canzone, in una ballata, quell’uomo, lo stesso contro il quale ella aveva dovuto combattere per il titolo di Campionessa di Lysiath, si stava lì impegnando a mantenere uniti, attraverso il proprio stesso corpo, le proprie braccia, le proprie spalle e il proprio busto, quelle due estremità, quelle due metà della stessa corda, sorreggendo un peso indubbiamente immane, nel solo desiderio, al solo scopo di permetterle di salvarsi, offrendosi, addirittura, egli stesso come scala, in carne e ossa, per garantirle la possibilità di risalire, di proseguire oltre, e di salvarsi da morte certa.
E per quanto, allora, Midda Namile Bontor, Figlia di Marr’Mahew e Ucciditrice di Dei, non avrebbe potuto mancare di dirsi semplicemente spiazzata da tutto ciò, tanto dalla sua straordinaria forza, quanto dal suo mirabile spirito di sacrificio, ella non ebbe lì a tergiversare, per non vanificare tanto sforzo, riprendendo ad arrampicarsi e ad arrampicarsi rapidamente lungo al sua schiena.

« Lasciala andare! » gli comandò non appena fu passata oltre, non appena fu in salvo, aggrappata alla metà superiore, e a quella metà che, ancora, avrebbe avuto a dover essere considerata fermamente ancorata alla cima delle mura.

venerdì 28 agosto 2020

3382


Osservare la Figlia di Marr’Mahew, la loro assassina, dare così di matto, ebbe a risultare uno spettacolo indubbiamente sconvolgente, e persino triste, per tutti i presenti. In fondo, giusti rancori a parte per colei responsabile delle loro premature scomparse, ella avrebbe avuto a dover essere ricordata, nel bene o nel male, qual una leggenda vivente, una delle donne più straordinarie che quel mondo, e non solo, avesse avuto occasione di ospitare. E, trascurando il particolare non secondario della loro morte, la consapevolezza di essere stati uccisi da una simile, straordinaria figura, a modo suo, avrebbe avuto a rendere forse meno drammatica la loro fine, soprattutto nel caso di un duello.
Avere a ritrovarla, tuttavia, come in quel momento, sull’orlo dell’isteria e, probabilmente, anche oltre allo stesso, non sarebbe risultato in alcun modo edificante, apparendo piuttosto una triste e spiacevole conclusione per la straordinaria parabola di quella donna eccezionale. Una donna eccezionale il cui mito, purtroppo, si chiudeva con quell’ultimo, impietoso capitolo, e quel capitolo così atto a vederla ormai privata non soltanto del proprio valore, ma anche del proprio stesso senno, e intenta, in ciò, a correre a destra e a manca, gridando, sbraitando in tutto e per tutto simile a una pazza.
E se pur qualcuno non mancò di ridere a confronto con tutto ciò, in molti preferirono avere a distogliere lo sguardo, per esprimere, in tal senso, tutto il proprio imbarazzo per lei…
… in un’espressione di pudore che, pur, non mancò di compiacere la stessa donna guerriero, offrendole, né più, né meno, quanto avrebbe potuto abbisognare in quel momento.
Perché se tanto ella si era impegnata in quella ridicola sceneggiata, e quella sceneggiata volta a farla apparire privata del proprio senno, ciò avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual sol propedeutico ad attrarre a sé quelle reazioni colme di imbarazzo, giustificando il distogliere degli sguardi e, in ciò, quella pur minimale libertà d’azione che, allor, le sarebbe stata utile per evadere da quell’altrimenti irrisolvibile stallo.

« Nessuno vuole farsi avanti?! » insistette ella, con gli occhio fuori dalle orbite, sputando tali parole addosso ai propri avversari, ne mentre in cui, ancora una volta, corse lontano dalle mura, ancora saggiando lo stato delle cose, e quanto, allora, essi avrebbero avuto a doversi riconoscere pronti a ignorarla nella propria ultima, grande carica, e quella carica che, agli dei piacendo, l’avrebbe condotta al proprio obiettivo « Tu forse…?! O tu…?! Perché non tu…?! » invitò, saltando dall’uno all’altra, e offrendosi, in tal senso, ai loro potenziali attacchi « Avanti! Uccidimi! » comandò addirittura nei confronti di un giovane con il collo avvolto in una lunga sciarpa rossa, evocativa della sua antica appartenenza alla Confraternita del Tramonto, un’organizzazione mercenaria famosa di tutta Kofreya e in quell’angolo di mondo più in generale, e un’organizzazione mercenaria in contrasto alla quale, nel corso della propria vita, si era ritrovata sovente costretta a combattere per molteplici ragioni, benché, in altre occasioni, avessero altresì ben collaborato, ove animati da interessi non conflittuali « In effetti, neppure mi ricordo di te… né di averti ucciso! » soggiunse poi, portandosi grottescamente una mano al mento, con fare enfaticamente riflessivo « Cosa aspetti a ricambiare il favore…?! » insistette, spingendosi così tanto contro di lui che questi, sorpreso e, forse e persino, spaventato, ebbe a lasciar cadere in terra la propria spada, prima di balzare all’indietro.

Difficilmente avrebbe mai potuto sopraggiungere un’occasione migliore di quella. Ragione per la quale, voltandosi e iniziando a corre in direzione opposta, Midda sembrò decisa a riprendere il discorso con gli uomini, le donne e i mostri schierati su quell’altro fronte, e il fronte lì atto a separarla dalle mura della città. Un fronte che, quindi, non mancò di aprirsi al suo arrivo, al suo passaggio, nel non voler rischiare di avere a ingaggiare, neppure per sbaglio, quella donna fuori di sé.
Ma prima che chiunque fra loro poté riservarsi occasione di maturare consapevolezza di quanto stesse allor accadendo, i giuochi si offrirono compiuti… e la Campionessa di Lysiath, giunta in grazia a quello scatto sino alle mura, adocchiò rapidamente la fune lungo la quale o Duva o Lys’sh stavano ridiscendendo, per afferrarla con forza e, senza indugio alcuno, iniziare ad arrampicarsi, con la foga propria di chi ben consapevole di quanto, di lì a breve, si sarebbe certamente scatenato l’impossibile alle sue spalle.
E, in effetti, benché in un primo momento, quanto da lei compiuto ebbe a garantirle un certo margine di tranquillità, permettendole di giungere sino alle mura della capitale kofreyota senza che alcuno avesse a riservarsi il benché minimo dubbio a tal riguardo; ella non fece in tempo a percorrere i primi nove piedi di corda che i suoi antagonisti ebbero a rendersi conto di quanto allora stesse accadendo, sollevando, così, un generale stato di allarme, che avesse a scuotere tutti quanti da quell’assurdo stato di impassibile imbarazzo nel quale, così facendo, ella li aveva precipitati.

« Attenzione! » gridò per prima una donna figlia dei regni desertici centrali, la prima a rendersi conto di quel suo tentativo, di quel suo intento che, al di là di ogni ipotesi di vaneggiamento, avrebbe avuto a doversi riconoscere destinato esclusivamente alla fuga e non tanto a sfogare un’estemporanea isteria « Sta tentando di scappare! »

Che poi, a margine di tutto ciò,  Nissa Bontor avesse a doversi considerare disorientata al pari di coloro lì schierati al suo comando… beh: avrebbe avuto a dover essere giudicata un’eventualità indubbiamente remota. E remota quanto, allora, ella avrebbe mai potuto desiderare tornare ad abbracciarsi alla propria gemella, soprassedendo sopra a tutti i rancori passati.
Perché allo stesso modo in cui mai ella avrebbe potuto accettare di soprassedere sulle proprie avverse emozioni a discapito della propria gemella; ella avrebbe comunque avuto a doversi ancor riconoscere qual la persona che più al mondo o, forse, all’universo, avrebbe potuto vantare di conoscere la stessa Midda Bontor, in una misura forse persino maggiore rispetto a quanto la stessa avrebbe potuto dirsi in grado di testimoniare a proprio medesimo riguardo.
Se, tuttavia, Nissa Bontor aveva compreso e, forse e persino, anticipato quella fuga della propria gemella… perché non era intervenuta prima a impedirlo…?!
Forse perché, in fondo, quello avrebbe avuto a doversi riconoscere, per lei, qual il migliore fra tutti i possibili sviluppi, e uno sviluppo allor utile a liberarla dall’impiccio della presenza della propria gemella in eccessiva prossimità a centinaia, a migliaia, a centinaia di migliaia di uomini, donne e mostri immortali sol desiderosi di vendicarsi di lei per la propria morte. Uomini, donne e mostri che, certamente, ella aveva frenato nel proprio intento omicida almeno un paio di volte sino ad allora e che, ciò nonostante, non era certa sarebbe stata in grado di trattenere ancora a lungo se ella fosse rimasta lì accanto a loro, ad assistere, magari incatenata, alla fine di Lysiath e di tutti i suoi abitanti.
Per questo Nissa non ebbe a esprimere un sol gesto di contrarietà a confronto con l’idea della fuga della propria gemella, sebbene, a confronto con quell’allarme, non ebbe neppure a tentare di frenare l’ineluttabile caccia all’uomo, non desiderando avere a sprecare in maniera tanto gratuita il proprio ancor non meglio compreso ascendente su quei disgraziati. Dopotutto, ben conoscendo la propria gemella, ella non avrebbe potuto riservarsi dubbio alcuno sulla capacità, per lei, di rifuggire… o, in caso contrario, indubbio avrebbe avuto a doversi intendere, da parte sua, una subentrata mancanza di dignità  a conservare ancora il nome e tutti gli appellativi tributateli nel corso del tempo.

« … Thyres… » ebbe a gemere, nel mentre di ciò, la stessa Midda Bontor, già risalita di quindici piedi e, allor, intenta a cercare di tagliare la corda sotto di sé facendola sfregare contro l’estremità di quella zanna che, in qualche modo, aveva assicurato alla propria schiena prima di iniziare a risalire, salvo, proprio malgrado, ritrovarsi a confronto con l’evidenza di quanto, ancora, a quell’improvvisata spada mancasse un vero e proprio filo « Chiunque tu sia, sorella… è meglio che inizi a risalire, e alla svelta! » apostrofò poi verso l’alto, e verso la non meglio identificata figura responsabile per tutto quello.

giovedì 27 agosto 2020

3381


Avrebbe mai potuto farsi crescere delle ali dietro la schiena? Forse che sì.
In fondo, a dirla tutta, entro i confini del tempo del sogno Midda Bontor aveva posseduto delle magnifiche ali, grandi e potenti, capace di farla librare alta nei cieli e farle combattere con un forza e una libertà priva di eguali. E per così come Rín, in primo luogo, un tempo privata del controllo sulla metà inferiore del proprio corpo e, ormai, altresì tornata completamente padrona di sé, ma anche tutti quegli non morti, e quei non morti direttamente emersi da un suo terribile incubo, avrebbero potuto testimoniare, decisamente più semplice del dovuto sarebbe stato tradurre qualcosa dal tempo del sogno alla realtà. Ciò senza dimenticare quanto ella, ora, fosse la Portatrice di Luce e l’Oscura Mietitrice, e come, in tal senso, nella realizzazione di un tale desiderio, ella avrebbe avuto a doversi riservare, per forza di cose, un qualche palese vantaggio… e un vantaggio tale da concederle, effettivamente, di poter dispiegare, a margine di tutto ciò, una mirabile coppia di ali dietro la schiena.
Non escludendo, quindi, la possibilità di rispondere alla provocazione della propria gemella con uno spettacolo in grado di zittirla da lì all’eternità, l’ultima cosa che, tuttavia, ella avrebbe mai voluto compiere, in quel particolare frangente, sarebbe stato mettersi a giuocare con i propri nuovi, potenziali poteri, e quei potenziali poteri a confronto con i quali ancora non avrebbe potuto vantare alcuna confidenza. Se già, infatti, prima di tutto quello ella non avrebbe potuto ovviare a riservarsi più o meno condivisibili titubanze a tal riguardo, figlia del proprio mondo e di un mondo nel quale, in fondo, nulla di buono sarebbe mai potuto derivare dalla stregoneria e dove l’unica strega o stregone riconoscibili qual buoni sarebbero allor stati coloro morti, cremati e le ceneri dei quali disperse al vento; a maggior ragione dopo quella follia o, per meglio dire, nel mentre stesso di quella follia, mai ella avrebbe potuto desiderare di far ancor ricorso, involontariamente o, peggio, volontariamente, ai propri poteri e, anzi, se soltanto gliene fosse stata concessa l’occasione, ella sarebbe stata più che felice di avere a liberarsi degli stessi.
Ali a parte, comunque, la Figlia di Marr’Mahew abbisognava in quel momento di un piano di fuga. E di un piano di fuga che, purtroppo, non sembrava non soltanto di facile attuazione ma, più in generale, di qualsivoglia attuazione. Motivo per il quale, proprio malgrado, ella non avrebbe potuto, allora, mancare di imprecare il nome della propria dea, e di imprecarlo a denti stretti, nella volontà di non lasciarsi udire non tanto dalla medesima Thyres, quanto e piuttosto dalla propria avversaria, alla quale mai avrebbe voluto concedere altre, gratuite possibilità di soddisfazione.

« … Thy… » iniziò quindi a ringhiare, levando gli occhi al cielo.

Ma proprio nel mentre di ciò, il suo sguardo, pur provato dall’oscurità lì imperante, ebbe allora a incrociare un riflesso proveniente da non più di una trentina di piedi sopra le loro teste, in direzione delle mura.
Un riflesso che, allora, avrebbe potuto essere stato originato da qualcuno degli assedianti, se soltanto tutti coloro ipoteticamente intenti a porre in scacco Lysiath in quel segmento di mura non fossero altresì stati intenti, in quel frangente, a porre in scacco proprio lei, francamente dimentichi di quanto pocanzi in corso. E se tutti coloro i quali avrebbero potuto star dando vita a quel riflesso avrebbero avuto a doversi intendere lì altresì impegnati ad assediarla, l’unica interpretazione possibile a confronto con ciò avrebbe avuto a dover coinvolgere una terza parte… e una terza parte che, necessariamente, avrebbe avuto, allor, a doversi sperare in proprio aiuto, in proprio soccorso.
Possibile che Duva o Lys’sh, liberatesi dalle proprie beghe, fossero tornate indietro e avessero ravvisato quanto allora stava accadendo?
Sì. Doveva per forza essere così. Perché nessuno, al di fuori delle proprie sorelle d’arme, avrebbe mai potuto essere tanto folle da calarsi, volontariamente, all’esterno di quelle mura, e da farlo nel mentre di quella battaglia, pur eventualmente giustificato, in tal senso, dall’interesse a salvare la Campionessa.
Duva o Lys’sh stavano calandosi per venire a recuperarla. Ma se, davvero, fossero ridiscese in quella diabolica bolgia, inutile sottolineare quanto, allora, non avrebbero più avuto occasione di uscirne laddove certamente nessuno avrebbe loro usato la premura a lei obbligatoriamente rivolta per esplicita volontà della propria gemella. Anzi. Certamente, avendone l’occasione, Nissa non si sarebbe lasciata sfuggire la possibilità di farle massacrare immediatamente, lì, davanti ai suoi occhi, a farle pesare tutta la propria impotenza a confronto con lei e con il suo esercito di non morti.
Non avrebbe dovuto permetterlo! Non avrebbe dovuto permettere loro di sospingersi fino a terra e rischiare tanto. Né, in effetti, ve ne sarebbe stata la necessità. Non laddove, in fondo, nell’intento di giungere sino a terra, esse dovevano aver già srotolato la corda in grazia alla quale lì sospingersi. Una corda che, se soltanto ella avesse allor raggiunto, avrebbe potuto sfruttare per risalire loro incontro e, in ciò, sottrarsi a tutto quello senza mettere a rischio le loro esistenze.

« Sai che c’è?! » esclamò quindi, in direzione della propria gemella, nella consapevolezza di non potersi permettere di avvicinarsi alle mura come se nulla fosse, senza, in tal senso, attirare dubbi e sospetti a tal riguardo, permettendo loro di mangiare la proverbiale foglia « D’accordo! Hai ragione! Hai vinto tu! » continuò, con tono di voce sempre più alto e volutamente sempre più acuto, ai limiti di quello che avrebbe potuto essere frainteso, da parte sua, qual un vero e proprio attacco isterico « Tu sei la migliore! La sei sempre stata! » insistette, iniziando ad agitarsi in maniera plateale e ottenendo, qual unico risultato, quello di veder tutti coloro lì intenti a circondarla tirarsi indietro, in una reazione squisitamente mortale, per quanto pur, idealmente, non più loro concernente… e una reazione tale da avere, istintivamente, a cercare di sottrarsi ai possibili rischi di quella perdita di senno da parte sua « Tu sei Nissa Ronae Bontor, regina dei mari del sud, signora incontrastata dell’isola di Rogautt, e ora, addirittura, comandante di questo smisurato esercito di non morti! »
« “Ritornati”. » si concesse opportunità di correggerla Nissa, aggrottando appena la fronte, non avendo a voler condividere l’uso di un termine tanto generalista e ambiguo, tali da farli apparire, all’occorrenza, simili a semplici zombie laddove, al contrario, essi avrebbero avuto a doversi riconoscere molto di più « Preferirei che ci indicassi come “ritornati”. »
« Ottimo! » gridò l’altra, gettando il capo all’indietro e lasciandosi dominare da una fragorosa risata, e una risata tutt’altro che naturale e che non avrebbe mai voluto apparire tale, a ricercare, ove possibile, un effetto ancor più alienante, potenzialmente utile per quella sceneggiata « Sia fatta la tua volontà, Comandante dei Ritornati! » la appellò quindi, per poi piegarsi in avanti, e impegnarsi in un amplio inchino, un gesto grottescamente reverenziale « Hai vinto, sorella! Hai vinto tu! » scosse il capo, con un sorriso tirato amplio da un orecchio all’altro, e con occhi sgranati, tanto da apparire prossimi a ricadere al di fuori delle orbite « E questo che volevi, in fondo…?! Che io riconoscessi la tua superiorità…?! »

Nel parlare, ella iniziò quindi a muoversi, e a muoversi in maniera confusa, non direttamente verso le mura ma in un ciondolare disordinato, che meglio evidenziasse la propria alterata condizione mentale, e quell’alterata condizione mentale a confronto con la quale, tutti i suoi avversari non mancarono di ritrarsi, non sapendo in quale misura fosse meglio confrontarsi avere a doversi confrontare con lei in tutto ciò,

« Eccomi! » sbraitò, gettando ancora una volta il capo all’indietro e aprendo le braccia a destra e a sinistra, prima di iniziare a roteare sul proprio stesso asse, quasi in una serie di pirolette « Lo sto facendo! Riconosco la tua superiorità, o grande Nissa Bontor! » poi, gettandosi in una corsa, e in una corsa in direzione opposta a quella del muro, sembrò volersi avventare contro i non morti, anzi, i ritornati, salvo veder gli stessi sottrarsi, aprirsi a destra e a sinistra, nel timore di quel confronto, e del confronto con lei in quello stato palesemente alterato « Prendetemi, sciocchi! Uccidetemi! Tanto ormai sono stata sconfitta. Ormai sono vinta! Midda Bontor è caduta per mano della propria gemella! » li provocò, cambiando poi direzione e correndo, ora, parallela al muro, sempre in apparente contrasto a quegli uomini, a quelle donne e a quei mostri.

mercoledì 26 agosto 2020

3380


Midda Namile Bontor, già Figlia di Marr’Mahew, già Ucciditrice di Dei, già Campionessa di Kriarya e, ora, Campionessa di Lysiath, era celebre per molte qualità, fra le quali il coraggio e la caparbietà, fondamento di un’indole capace di tradurre in realtà anche l’impossibile.
Il valore di Midda Namile Bontor, donna guerriero, ex-marinaio, ex-mercenaria, non avrebbe mai potuto essere posto in dubbio da alcuno, per così come, del resto, l’esercito stesso lì radunato alle porte della città, e di cui solo una minima parte era lì concretamente impegnato in quella prima carica offensiva a discapito delle sue mura, avrebbe ben potuto comprovare, nel non aver a dimenticare essere formato da tutti coloro che, contro di lei, nel corso degli anni, avevano perduto la vita, in maniera indistinta fra uomini, donne e mostri mitologici.
Purtroppo, però, fra le virtù per le quali Midda Namile Bontor avrebbe avuto a dover essere celebrata, non avrebbe avuto a dover essere annoverata la pazienza. Non che, da combattente esperta qual ella era, Midda non avesse a potersi riconoscere capace di attendere il momento più opportuno per menare un attacco, a discapito di ogni provocazione: in effetti, anzi, abitualmente avrebbe avuto a doversi riconoscere proprio ella stessa nei panni della provocatrice, agendo, sovente e volentieri, con lo scopo di spazientire il proprio antagonista e costringerlo, in tal senso, a commettere errori. Ma, in maniera quasi poetica, la misura nella quale ella avrebbe avuto a doversi riconoscere confidente nella possibilità di spazientire il proprio nemico, altro non avrebbe avuto a doversi intendere se non quella in cui, ella stessa, avrebbe avuto occasione di spazientirsi.
Insomma: così come nessuno meglio di un timido avrebbe potuto riconoscere un altro timido, anche nel mentre in cui questi avesse avuto a doversi intendere impegnato a mascherare la propria timidezza dietro estemporanee maschere di carismatico estro; alla stessa maniera nessuno meglio di un’impaziente avrebbe potuto riservarsi occasione di giuocare sull’impazienza altrui, per smuoverla a proprio esplicito vantaggio.
Purtroppo, però, il limite dell’assenza di pazienza in Midda avrebbe avuto a emergere prepotente in situazioni come quelle, e in situazioni a confronto con le quali, purtroppo, soltanto un crescente senso di frustrazione avrebbe avuto a conseguire a ogni proprio tentativo d’offesa. E proprio quando ella si era trovata a essere posta, in passato, così provata nella propria pazienza, era stato esattamente il momento in cui, alla fine, aveva commesso sbagli imperdonabili, il prezzo dei quali ancora, sovente, non aveva cessato di pagare pur a distanza di anni.
In quale altra misura, altrimenti, aver a definire il frutto dell’impazienza da lei dimostrata nel giorno, o, per meglio dire, nella notte, in cui, ancora bambina, ella si era impegnata a fuggire di casa per inseguire i propri sogni infantili?
E sebbene molti, troppi lustri fossero trascorsi da allora, nel proprio cuore, nel proprio intimo, Midda Namile Bontor avrebbe avuto a dover essere intesa, in buona sostanza, ancor la stessa dell’epoca. In una condizione tutt’altro che migliorata in conseguenza all’acquisito retaggio della regina Anmel Mal Toise.
Perché nel giorno in cui Midda Bontor aveva accettato di succedere ad Anmel, scelta per lei praticamente obbligata al fine di acquisire quel potere allora necessario a contrastare una creatura simile a un dio, un Progenitore, e una creatura simile a un dio animato dal desiderio di distruggere l’universo intero per vendicarsi, in particolare, di lei; ella non aveva soltanto accolto, in sé, il potere e le responsabilità proprio della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice, quanto e piuttosto un pesante fardello emotivo, e un fardello emotivo che, pur generalmente mantenuto sotto controllo, non aveva potuto ovviare a cambiarla dentro, trasformandola in qualcosa di nuovo, in qualcosa di diverso. E qualcosa che, ancor meno, avrebbe avuto a poter vantare pazienza a confronto con l’insoddisfazione del momento.
Lieta, in tal senso, Midda Namile Bontor avrebbe avuto a doversi intendere per l’importante presenza, al proprio fianco, di due amiche, di due sorelle come Duva e Lys’sh, le quali, a lei affini, complementari e supplementari, avevano accettato di riservarsi un ingrato compito di sostegno, di moderazione degli aspetti più negativi del suo carattere, fra i quali l’impazienza, per ovviare, all’occorrenza, a nuovi errori e a nuovi errori che, necessariamente, si sarebbero tradotti in qualcosa di madornale a confronto con l’evidenza del suo incredibile potere. Dopotutto, proprio le due amiche, le due consigliere, l’avevano cercata di dissuadere dal proprio proposito volto a rievocare, in primo luogo, la perduta Biblioteca di Lysiath, come azione tuttavia sol propedeutica a cercare di riporta indietro anche la propria perduta gemella, Nissa Ronae Bontor. Ma se pur, in tal senso, esse avevano conseguito un mezzo successo, apparentemente frenandola in quella propria iniziativa, e in quell’iniziativa pur animata dal tutt’altro che negativo intento di concedere una nuova occasione di gioia alla stessa e alle di lei figlie gemelle, uniche superstite della sua progenie nonché, in fondo, uniche eredi anche del retaggio della loro famiglia; purtroppo la Storia aveva comunque preso una piega negativa. E l’aveva presa nel momento in cui quel maledetto vicario dell’altra Anmel l’aveva manipolata per dar vita a quell’assurda follia.
Pur Duva e Lys’sh assolvendo a un importante compito di vigilanza su di lei e sulle sue imperfezioni caratteriali, prima fra tutte anche la sua mancanza di pazienza, tale possibilità non avrebbe potuto essere concessa loro in quel particolare momento, e nel momento in cui, sola, ella si stava ponendo quindi lì a confronto con quella pletora di avversari e, sopra a tutti, con la propria stessa gemella, e con quella gemella che, purtroppo, ben avrebbe potuto vantare di conoscerne i punti di forza e, in misura ancor maggiore, i punti di debolezza. E se, in tutto ciò, sola ella avrebbe quindi avuto a dover essere riconosciuta, proprio malgrado, nel confronto con quella situazione, e con le sue potenziali e negative conseguenze; mai come allora ella avrebbe avuto a doversi appellare alla propria pazienza, e a quella pazienza che, allora, non avrebbe avuto a doverle venir meno… non nel non voler vanificare l’impegno e il sacrificio di tutti coloro che lì, insieme a loro, si stavano impegnando nella difesa di Lysiath.

“… non avrei dovuto calarmi…” sospirò mentalmente la Figlia di Marr’Mahew, impegnandosi, accanto a quel riconoscimento dei propri errori passati, a tentare di non averli ancora a ripetere, e a ripetere per così come, allora, avrebbe potuto compiere cedendo, in quel frangente, all’impazienza.

Con il proverbiale senno di poi, scegliere di gettarsi fuori dalle mura, pur nell’intento di contrastare la minaccia offerta dal colossale ciclope, e quella seria minaccia da lui rivolta in contrasto all’unico baluardo di difesa di Lysiath, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un terrificante errore, e l’ennesimo errore conseguente a tutta la propria imperdonabile impazienza. Un errore a confronto con il quale avrebbe dovuto trovare occasione di porre rimedio senza avere ancora a scoprire eccessivamente le proprie carte, in una battaglia appena iniziata, e in una battaglia che, speranzosamente, avrebbero dovuto dimostrarsi in grado di procrastinare ancora non per ore, quanto e piuttosto per giorni, tempo allor necessario alla loro risorsa chiave per compiere il miracolo in grazia al quale avrebbero potuto riservarsi un’effettiva possibilità di soverchiare completamente la situazione corrente.
Ma ove pur ella aveva così riconosciuto il proprio errore, e lo aveva riconosciuto non soltanto nelle proprie dinamiche ma, anche e soprattutto, nelle proprie ragioni… cosa avrebbe ora potuto compiere al fine di porvi rimedio?!

« Il tuo silenzio è più esplicativo di molti discorsi, sorella cara… » sorrise sorniona Nissa, nel mentre in cui il proprio corpo, lentamente ma ineluttabilmente, poneva rimedio all’offensiva subita dalla propria gemella, e da quella gemella che pur, da quel momento in avanti, non aveva più desiderato esprimersi « … hai compreso il tuo errore. E stai disperatamente cercando di trovare occasione di porvi rimedio. » esplicitò, a riprova del proprio pieno controllo della situazione, e dello stato d’animo e dei pensieri della propria antagonista « Purtroppo, a meno che tu non abbia a farti crescere delle ali dietro la schiena, non potrai più tornare su quelle mura… con buona pace di tutti coloro che in te hanno riposto la propria fiducia e le proprie speranze per un indomani! »

martedì 25 agosto 2020

3379


« S-sì! Certo! » annuì egli, dopo un istante di esitazione, accorrendo a lei e tendendo verso di lei le proprie mani, per offrile l’aiuto da lei così domandato.

In grazia alla complicità delle tenebre lì sopra imperanti, e debolmente violate dalle luci delle torce e delle lampade sparse lungo tutta la cinta muraria, e al miscuglio di ogni qual genere di umori del quale, attraversando la scatola cranica di quel mostro ella si era intrisa, Kouba non si rese immediatamente conto della reale identità della propria salvatrice, neppure nel momento in cui le proprie mani si chiusero attorno a quelle di lei, entrando a contatto con la sua peculiare epidermide ricoperta da uno strato di piccole, sottili e vellutate scaglie. La cosa più ovvia che la sua mente ebbe lì a elaborare, infatti, fu la presenza di guanti attorno alle mani della propria interlocutrice, morbidi guanti, forse scamosciati, che neppur quanto lì appena accaduto aveva compromesso nella propria delicata offerta tattile.
In effetti, Kouba non si rese conto di nulla, nel merito dell’identità di Lys’sh neppure quando ebbe a sollevarla quasi di peso, per estrarla da lì, traendola involontariamente a sé e, delicatamente, abbracciandola: l’imbarazzo, in effetti, fu in lui ben più forte di ogni possibile curiosità, tale per cui, allorché approfittare della vicinanza a lei per scrutarne il viso, e quel viso pur ammantato da un velo di mistero ormai da quasi un giorno intero, egli si limitò ad arrossire, rifuggendo, anzi, al rischio di incrociare con lei lo sguardo con foga tale per cui si sarebbe potuto credere avesse ancora a porsi a confronto con lo scultone. E, nel rendersi conto, subito dopo, di quanto in tale atteggiamento egli avrebbe potuto apparire ben più scortese di quanto non fosse involontariamente stato nell’abbracciarla a sé senza alcun permesso, e senza alcuna confidenza nei suoi riguardi, egli non mancò di imbarazzarsi in misura ancor maggiore, tale dall’avere a bofonchiare qualche parola confusa a supposta giustificazione dell’accaduto…

« Io… mia signora… » balbettò, non sapendo neppure, in effetti, in quali termini avere ad appellarsi a lei, fosse anche e soltanto per rispetto di una non meglio precisata gerarchia di potere, e una gerarchia di potere che, ponendola al fianco della Campionessa di Lysiath, forse l’avrebbe vista posta, in qualche misura, al di sopra di tutti loro… meritatamente, fra l’altro, come da lei appena dimostrato « Non volevo… »
« … cosa?! » esitò ella, forse con più ingenuità di quanto non sarebbe stato sensato per lei concedersi, qual, in fondo, donna adulta e tutt’altro che priva di esperienza nel confronto con certe dinamiche relazionali.

Kouba, in quel momento, fu grato alle tenebre nelle quali avevano a essere immersi, in quanto, comoda barriera dietro la quale avere a poter mistificare le proprie emozioni e, soprattutto, la propria vergogna per quel momento, e per quel momento che, evidentemente, era stato ragione di imbarazzo, in chissà quale deviata interpretazione, soltanto per lui.
E desiderando, soltanto, riuscire a soprassedere il più velocemente possibile sulla questione, egli tornò a volgere la propria attenzione all’enorme cadavere dello scultone, per provare lì a spingerlo e a spingerlo, tuttavia, senza particolare successo.

« Abbiamo bisogno di aiuto. » commentò, cercando di dimostrarsi già dimentico di quanto pocanzi accaduto, quasi non fosse, per l’appunto, accaduto, con la speranza che anche la Sterminatrice di Mostri avesse a fare altrettanto, soprattutto visto e considerato quanto ella non si fosse neppur resa conto dell’accaduto… o, ancor meglio, visto e considerato quanto per lei nulla fosse comunque accaduto « Ehi… voialtri! Venite qui! » gridò, cercando di attirare l’attenzione di un gruppo di altri uomini e donne, a qualche dozzina di piedi da loro, così intenti a tentare di ostacolare la risalita dei non morti lungo le mura da non essersi, sostanzialmente, neppur resi conto di quanto accaduto così loro in prossimità… né del rischio pertanto corso, in quella sentenza di morte che si sarebbe propagata sino a loro se soltanto ella non fosse intervenuta per tempo.
« E’ abbastanza vicino al bordo per riuscire a farlo crollare giù, trovando qualcosa per far leva e sollevarlo di poche dita… » osservò quindi la donna rettile, scuotendo appena il capo a escludere la necessità, per lui, di avere ancora a impegnarsi in quelle grida sterili « Riesci a tirare giù l’asta che sorregge quello stendardo…?! Io intanto vedo di recuperare un perno sul quale appoggiarci… »
« Sì, certo! » annuì il giovane, lieto di potersi rendere utile in qualcosa e subito impegnandosi nel compito affidatogli.

Fu allora che, non avendo ancor compreso l’intervento precedente, e quell’intervento nel merito del quale, poi, egli aveva obliato a qualunque seguito, Lys’sh ebbe a intuirne il senso, non negandosi un certo sorriso di femminile soddisfazione all’idea di quell’imbarazzo da parte del proprio interlocutore.
E per quanto, allora, non avesse ragione alcuna di insistere con lui, ella non volle negarsi occasione di stemperare la tensione del momento scherzando a tal riguardo, nella volontà non tanto di ridere di lui, quanto e piuttosto di ridere con lui…

« Comunque, sappi che ti è andata bene. » commentò, nel mentre in cui ebbero a ricongiungersi, e ad approntare quell’improvvisata leva, con la quale disfarsi, almeno per un poco, dello scultone « Se al mio posto fosse intervenuta la mia amica Duva, probabilmente non avrebbe mancato di insistere a causarti imbarazzo fino a quando tu non fossi esploso! » ridacchiò, sollevando appena la testa in quell’ilarità… solo uno o due pollici al massimo, e pur quanto lì sufficiente a permettere alla luce di una torcia di sospingersi oltre il limitare del suo cappuccio a illuminarle il volto, e quel volto ofidiano.

Ma se pur, per un istante, Kouba non poté ovviare a restare attonito a confronto con il suo viso a metà strada fra quello di una donna e di un rettile, e quel viso privo di capelli, privo di orecchie, e privo di naso, ma arricchito da molti altri particolari assolutamente accattivanti, se si fosse stati in grado di superare il disorientamento proprio dell’impatto iniziale; un attimo dopo, egli ebbe a costringersi a considerare l’incommensurabile debito di gratitudine che avrebbe avuto a vantare nei riguardi di quella stessa, ambigua figura, sforzandosi, in tal senso, a non considerare quell’aspetto espressione di nulla… non quando, in fondo, quella donna avrebbe avuto a vantare, oltre alle proprie straordinarie capacità, l’amicizia di Midda Bontor, Campionessa di Lysiath.
Solo un attimo durò la sua esitazione a confronto con il volto di lei. E pur quell’attimo fu sufficiente a permettere a Lys’sh di cogliere l’evidenza di ciò, e l’evidenza non soltanto del fatto che egli l’avesse vista dritta in faccia, ben cogliendo la sua natura non umana, ma anche, e ancor più, che egli si fosse comunque tanto impegnato a proseguire oltre, quasi nulla fosse accaduto.

« Lo sai, vero, che io non c’entro nulla con queste creature…?! » domandò quando, alfine, si liberarono dello scultone, lasciandolo precipitare nel vuoto in grazia a quell’improvvisata leva « Aspetto a parte, intendo… »
« Mia signora… tu mi hai salvato la vita. E il minimo che io possa fare per ringraziarti di ciò è ignorare quanto merita d’esser ignorato a confronto con una guerriera formidabile qual tu sei. » replicò pertanto, scuotendo rapidamente il capo e mantenendo lo sguardo verso il suolo, nel timore non tanto di incrociare di nuovo le sue sembianze, quanto e piuttosto di poterla porre altrimenti in soggezione, in imbarazzo a confronto con lui « Tu, per me, sei la Sterminatrice di Mostri… e se gli dei mi concederanno di sopravvivere a questa battaglia, ti giuro che dedicherò una ballata alle gesta a cui ho avuto la fortuna di assistere stasera, così che tutti possano conoscere il tuo incommensurabile valore guerriero e il tuo straordinario coraggio! » le promise, sincero in quell’intento utile a renderle giusto tributo.

lunedì 24 agosto 2020

3378


« Per Gorl! »

Quando Kouba Remis si ebbe a ritrovare a confronto con lo scultone, fu certo d’essere morto. Non perché, in effetti, avesse razionalizzato quanto stesse per accadere, avesse compreso di star per essere tramutato in statua al pari di tutti coloro i quali, prima di lui, si erano ritrovati a confronto con quella bestia, quanto e piuttosto perché, semplicemente, innanzi a un simile mostro, null’altro se non la morte egli ebbe a distinguere nel proprio immediato futuro.
Ma Kouba Remis non desiderava morire. Quando si era candidato, spontaneamente, a aderire alla milizia che la Campionessa di Lysiath stava creando, pur con una premessa, sufficientemente esplicita e trasparente del pericolo mortale innanzi al quale tutti loro si sarebbero necessariamente ritrovati; egli era stato fiero e felice di porre la propria vita in forse, e di porla per il bene dei propri anziani genitori, della propria sorella maggiore e dei di lei due figli, i suoi nipoti: il fato era già stato troppo impietoso con loro, nel pretendere la vita del suo defunto cognato soltanto pochi mesi addietro, in conseguenza a uno sventurato, e letale, incidente sul lavoro, e tutto ciò che era loro rimasto, a parte l’affetto reciproco, avrebbe avuto a doversi riconoscere entro i confini di quella città. Una città che, quindi, non si sarebbero potuti permettere di perdere… non in confronto a quell’armata di non morti, non in confronto ad altri.
Così Kouba Remis si era arruolato. E lo aveva fatto, per l’appunto, con un certo entusiasmo, malgrado le negative premesse suggerite dalla Campionessa di Lysiath, con la speranza di poter contribuire in maniera positiva alla difesa di quella città, dando, alla sua famiglia, una speranza di futuro. Entusiasta egli era riuscito ancor a essere nel mentre in cui i nemici si erano schierati all’orizzonte. Ed entusiasta, nuovamente, egli era riuscita a restare nel mentre in cui tutti i loro primi sforzi bellici, in loro opposizione, non erano stati in grado di offrire alcun frutto.
Quando, tuttavia, Kouba Remis aveva veduto comparire, nelle crescenti tenebre della sera, i profili di tutti quei mostri… beh… l’entusiasmo non aveva potuto che iniziare a scemare. E scemare nella misura in cui, purtroppo, non avrebbe potuto che essere costretto a fare i conti con la propria mortalità e, ancor peggio, con la propria più completa inesperienza bellica. Egli non era un guerriero: in effetti, egli era quanto di più lontano potesse esservi dall’idea di un guerriero, nell’essersi formato all’arte del canto, e nel cercare di sopravvivere qual umile bardo. Purtroppo fra narrare di eroi e avere a emularne le gesta, il passo non avrebbe avuto a doversi così breve come, con tanta leggera ingenuità, egli doveva essersi illuso di poter avere a compiere. E lì, proprio malgrado, stava per pagarne lo scotto.
Nel vedersi comparire innanzi lo scultone, Kouba Remis ebbe soltanto il tempo di appellarsi a Gorl. Non per un qualche particolare affetto nei riguardi di quel dio, quanto e piuttosto per il semplice fatto che, fra tutti gli dei che, in qualche misura, egli venerava, avrebbe avuto a doversi intendere quello con il nome più breve: una sola, singola sillaba da scandire insieme a tutto il proprio più sincero disappunto per una fine così priva di significato. Perché, del resto, la battaglia era appena iniziata. Ben poco era stato compiuto sino a quel momento. Ben poco egli aveva avuto occasione di compiere sino a quel momento. E già, in quella maniera così indegna, sarebbe allor morto. E morto vittima di un orrendo lucertolone gigante.
Fu, tuttavia, proprio in quel momento, in immediata conseguenza al grido, all’invocazione o, forse, imprecazione a Gorl, che Kouba Remis ebbe a scoprire salva la propria vita. Ed ebbe a scoprirla salva nel veder la testa della bestia letteralmente esplodere dall’interno, nel mentre in cui, grondando ogni qual genere di umori, ebbe a emergere dal suo cranio un’esile figura femminile, armata di lunghi pugnali.

« Per tutti gli dei! »

Un gemito, quello che così sorse spontaneamente dalla gola di Kouba, nel quale si frammischiarono stupore, sorpresa, paura, sollievo e, persino, eccitazione: stupore a scoprirsi ancora in vita, malgrado tutto; sorpresa nel confronto con l’immagine propria di quella scena, ultima fra tutte quelle che mai avrebbe potuto immaginare; paura all’idea di qual genere di terrificante creatura potesse essere stata in grado di uccidere, in quel modo, quel mostro; sollievo nel comprendere quanto, quella “creatura” altro non avesse a dover essere intesa se non una delle alleate della Campionessa e, nel dettaglio, la misteriosa donna incappucciata; e, persino, eccitazione per quella mirabile dimostrazione di quanto, comunque, essi non avrebbero avuto a doversi frettolosamente giudicare qual già trapassati… non, fino a quando, fosse stata loro energia e coraggio sufficienti per compiere gesta qual quella, per tradurre in realtà l’impossibile come quella giovane e misteriosa donna aveva compiuto in quel momento.
Forse, probabilmente, sicuramente la sfida nella quale si erano voluti impegnare avrebbe avuto a dover essere riconosciuta improba, superiore alle loro forze e alle loro possibilità, e alle forze e alle possibilità di chiunque altro fra loro. Ma, dopotutto, a guidarli, nel ruolo di loro Campionessa, era la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, colei che dell’impossibile aveva fatto il proprio stile di vita e che, nel corso della propria esistenza, aveva affrontato e vinto ogni qual genere di mostro lì presente. E Kouba, come bardo, conosceva molto bene le epiche gesta di Midda Bontor, avendole cantate in più di un’occasione e in più di un’occasione avendo celebrato l’epica straordinaria di quell’eroina reale, di quella donna vera, in carne e ossa, e quella donna vera che, meglio di chiunque altro, avrebbe potuto loro ispirare nel confronto con tutto ciò.

« Sterminatrice di Mostri! » l’apostrofò egli, inconsapevole nel merito del di lei nome e pur certo di quanto nessun appellativo avrebbe potuto allor essere più appropriato rispetto a quello « Grazie. E che gli dei tutti ti possano benedire! »

Lys’sh, per un momento, si ritrovò a essere senza fiato ancor incredula di quanto, allora, avesse compiuto. E se non fosse stato per la consapevolezza di quanto, comunque, a breve quel mostro sarebbe ritornato comunque alla vita, ella non avrebbe potuto ovviare a negarsi un certo senso di nausea per l’orrore di quell’uccisione. E di quell’uccisione tanto cruenta.
Tutto era avvenuto in un attimo: ella era riuscita a infilarsi nella bocca del mostro senza che esso potesse rendersi conto di quanto stesse per accadere e, quando alfine impossibile sarebbe stato per lui non cogliere la sua presenza, e la sua presenza all’interno del proprio palato, ormai avrebbe avuto a doversi riconoscere troppo tardi per evitare il peggio, e il peggio del ripetersi di una storia antica e, ciò non di meno, per lui quantomai recente, quasi avesse a dover risalire al giorno precedente.
Impossibile sarebbe stato, per Lys’sh, immaginare il pensiero dello scultone. Ma, al suo posto, ella non avrebbe certamente mancato di imprecare un attimo prima di scoprirsi, proprio malgrado, di nuovo morta, e di nuovo morta nello stesso identico modo della prima: una morte che, in tal senso, non avrebbe lì sicuramente avuto a potersi fraintendere qual definitiva e che, ciò non di meno, avrebbe lì altrettanto sicuramente avuto a potersi giudicare scioccante, in quell’ossessivo, e letale, ripetersi. Motivo per il quale, non potendo in alcun modo prevedere come esso avrebbe potuto decidere di reagire a tutto ciò, la cosa migliore, per lei e per tutti, sarebbe stata quella di liberarsi di quel mostro nel minor tempo possibile.

« Non ringraziarmi… e aiutami, piuttosto, a uscire fuori di qui! » lo invitò quindi ella, ancora immersa, fino ai fianchi, nel cranio di quel mostro e, in ciò, nei resti della sua materia cerebrale « Dobbiamo muoverci a buttare questa carcassa giù dal muro prima che possa ritornare in vita… e che possa ritornare in vita decisamente alternato per essere stato nuovamente ucciso così come già avvenuto in passato. » osservò, forse provando eccessiva empatia per quella creatura e, ciò non di meno, non potendo ovviare a supporre che, al proprio risveglio, esso si sarebbe dimostrato quantomeno furioso.

domenica 23 agosto 2020

3377


Se Har-Lys’sha fosse stata meno che straordinaria, probabilmente sarebbe morta.
Per sfuggire alla minaccia dello scultone, e a quella minaccia allor conseguente non tanto al suo sguardo pietrificante del medesimo, quanto e piuttosto, alla non meno letale azione delle sue zampe, e di quelle zampe desiderose di schiacciarla a terra quasi ella avesse a doversi intendere un semplice insetto; la giovane ofidiana era stata costretta a lasciarsi rotolare fino al limite delle mura, per lì, poi, lasciarsi cadere, in quello che avrebbe avuto a poter essere giudicato qual un terrificante azzardo, e un azzardo atto a preferire il rischio di un volo nel vuoto da quella sgradevolissima altezza alla certezza della condanna a morte conseguente all’impetuosa violenza di quella creatura.
Ma Lys’sh, obiettivamente, era una donna straordinaria. E non soltanto in grazia al proprio sangue ofidiano, quanto e maggiormente in grazia alla propria mente, al proprio cuore e al proprio spirito: una mente lucida e attenta; un cuore intrepido e indomabile; e uno spirito vivace e libero… tutte caratteristiche utili a permetterle di ragionare fuori da ogni consueto schema e di tradurre, all’occorrenza, una promessa di morte nell’occasione per qualcosa di più, per qualcosa di diverso.
Perché a confronto con qual baratro ella non si concesse occasione di sconforto o di vittimismo, e, allorché lasciarsi vincere dallo sconforto, agì e reagì. E reagendo costrinse la sua mente a trovare un’alternativa a quella probabilissima morte, forse nemmeno poi così impietosa nel confronto con quanto suggerito dalle smisurate zampe di quel colossale lucertolone. E agendo costrinse il suo corpo a muoversi con mirabile controllo al fine di aggrapparsi a una provvidenziale asperità di quella parete di roccia, appendendosi a essa, almeno all’inizio, in sola grazia a due singole dita della propria mancina, medio e anulare, per poi, immediatamente, avere a cercare una presa maggiore, più stabile, in grazia a tutte le altre dita e, soprattutto, all’impiego, accanto alla mancina, anche della propria destra e, più in basso, dei propri piedi.
E così, allorché rischiare la vita in quella rovinosa caduta, ella la volle conservare, aggrappandosi a meno di un decimo di pollice di roccia e, ciò non di meno, a meno di un decimo di pollice di roccia allor utile a concederle, allorché morte certa, una qualche speranza di vita.

« … grazie… » sussurrò fra sé e sé, in direzione della propria dea, rinnovando, ancora una volta, il più sincero sentimento di gratitudine per quanto, così, allor garantitole.

Ovviamente, avesse ella lì offerto affidamento alla propria vista, ineluttabile sarebbe stata la sua morte: nelle tenebre di quella notte, nella concitazione del momento e, soprattutto, nelle minuscole dimensioni di quell’irregolarità nella roccia del muro, oltre che in conseguenza a una vista non propriamente ottimale, impossibile sarebbe stato, per lei, maturare la benché minima consapevolezza nel merito di quanto stesse lì occorrendo. Ma nel momento in cui, allorché alla propria vista, ella aveva offerto riferimento agli altri propri sensi, e, in particolare, al proprio udito e al proprio tatto, era stato sufficiente per lei prestare attenzione a rilevare la conformazione delle pietre sotto di sé quand’ancora sdraiata sulla cima del muro per cogliere le alternative presentatele, e per decidere di affidarsi a quella minimale imperfezione, in assenza di più comodi appigli.
Così facendo, quindi, Lys’sh si salvò da probabilissima morte, e da quella probabilissima morte che, anche ove non fosse sopraggiunta in conseguenza alla caduta, certamente le sarebbe stata generosamente offerta da tutti coloro lì sotto schierati, e animati soltanto dalle peggiori intenzioni a discapito di tutti gli abitanti di Lysiath e di coloro lì schierati a sua difesa. E se anche lo scultone ebbe, in un grido di rabbia, a sfogare la frustrazione per non essere stato esso stesso a imporle la morte, quel mostro non ebbe chiaramente a maturare la benché minima consapevolezza nel merito della sua straordinaria prodezza, ignorando quanto ella non fosse morta quanto e piuttosto ancor viva, e, in ciò, limitandosi a voltarsi per poter riprendere il proprio lavoro, là da dove interrottosi.

« … e ora…? » si domandò la giovane, cercando un quieto momento di riallineamento con se stessa, utile a tentare di comprendere in quale misura avere a poter agire in contrasto a quella creatura, dopo il proprio primo, e imbarazzante, insuccesso « … come lo fermo…?! »

Perché al di là di facili entusiasmi per la propria sopravvivenza, facili sì e pur non gratuiti, Lys’sh non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual dimentica del proprio ruolo, del proprio compito, e di quel compito per l’assolvimento del quale si era candidata spontaneamente, nel voler proteggere Lysiath e i suoi difensori dalla minaccia dello scultone.
Ma come avere ad abbattere quella bestia? E quella bestia smisurata che, oltretutto, avrebbe potuto vantare una sostanziale invulnerabilità ad attacchi fisici esterni, conseguenti alla propria impenetrabile pelle…?!
L’unica possibilità sembrava essere la stessa già percorsa a suo tempo da Midda. Eppure, non dimentico della propria passata morte, quel mostro non le avrebbe mai permesso di avvicinarsi a lui con la stessa, ingenua indifferenza mostrata in passato, per così come aveva già chiaramente comprovato.
A meno che egli non avesse a proporsi del tutto inconsapevole del fatto che ella si stesse a lui avvicinando…

« Proviamoci! » sospirò, non levando gli occhi al cielo soltanto in conseguenza al fatto che le proprie palpebre fossero ancora fermamente chiuse, e, ciò non di meno, offrendosi né più, né meno, animata da quel preciso stato d’animo.

Con una decisa, e pur perfettamente controllata, contrazione dei propri muscoli, e dei muscoli delle proprie braccia e spalle, in particolare, ella ebbe lì a issarsi quindi verso l’alto, facendo presa su quell’unico, minuscolo appiglio e sospingendosi verso l’alto in misura utile a concedersi una fugace frazione di istante per poter allungare la propria destra fino al bordo delle mura sopra di sé, e quel bordo dal quale, pocanzi, si era lasciata precipitare.
Cercò di non emettere un singolo suono nel compiere tale sforzo, riuscendo a soffocare una necessaria imprecazione nell’istante in cui, la propria mancina, ebbe a perdere il controllo su quella fugace ancora di salvezza, promettendole una rovinosa caduta, in un pericolo, fortunatamente, ovviato dall’intervento della propria destra, e della propria destra proprio in quel momento giunta a destinazione. Così come non emise un singolo suono nel risollevarsi fino a sopra le mura, strisciando a terra qual la serpe che qualcuno, in maniera gratuitamente pregiudiziosa, avrebbe potuto affermare ella fosse, pur ben distante dalla verità in tanto banale sfoggio di razzismo nei suoi riguardi. E così come non emise un singolo suono nel risollevarsi allora dietro una delle statue lasciate sul proprio cammino dallo scultone, aderendo perfettamente al suo profilo e, in ciò, del tutto mistificando la propria posizione dietro la stessa, per riservarsi occasione utile a un rapido punto della situazione.
Un rapido punto della situazione che, allora, ebbe a ritrovare lo scultone, con incedere decisamente più pacato rispetto a pocanzi, a meno di una trentina di piedi da lei, intento a mietere nuove vittime e, più a sfregio che per altra ragione, a distruggere le statue generate dal suo sguardo, ad assicurarsi, in ciò, che nulla potesse avere a restituire vita a quei disgraziati. Un rapido punto della situazione che, quindi, le ebbe a offrire una chiara mappa mentale dei movimenti che avrebbe avuto a compiere, e che compì, per coprire quella trentina di piedi, muovendosi leggera come l’aria, silenziosa come un’ombra, del tutto invisibile a qualunque sguardo umano o non, con la premura di mantenersi, in ciò, sottovento, per ovviare a spiacevoli anticipazioni in favore del proprio antagonista.
E solo quando fu certa di poter agire… agì. E agì per porre fine, almeno nell’immediato, a quell’oscena minaccia.

sabato 22 agosto 2020

3376


Duva odiava gli stereotipi. Ma più degli stereotipi odiava i ragni. E per quanto potesse essere stereotipato che una donna odiasse i ragni, ella non avrebbe potuto ovviare a odiarli. Con buona pace di ogni stereotipo e del suo personale odio per gli stereotipi.
Non che quelli avessero a doversi fraintendere i primi ragni giganti della propria vita. In effetti nell’universo esistevano almeno tre specie, da lei conosciute, assimilabili a tale concetto. E se due delle tre non erano ancor conteggiate all’interno delle specie senzienti, e, in tal senso, non avevano mai avuto alcun genere di contatto formale con il resto dei variegati abitanti della galassia, la terza, quella degli araneaei, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual un’orgogliosa civiltà da un violento passato guerriero, animato da grandi brame di conquista, e da un più pacifico presente di natura squisitamente artigiana e commerciale, non meno vorace nel proprio approccio al mercato e, ciò nonostante, sicuramente meno preoccupante nel confronto con gli equilibri stessi dell’universo.
In effetti, come molte altre specie numericamente inferiori, e inferiori nel confronto con la predominante presenza, fra le stelle, di umani e di ofidiani, anche gli araneaei erano dovuti giungere, a un certo punto della propria storia personale, a confronto con la possibilità di estinguersi in una folle guerra animata da un qualche desiderio di primato o, piuttosto, accettare di integrarsi in quel multiforme tessuto collettivo formato da dozzine, centinaia di specie e di civiltà che, nel corso dei secoli, avevano dato forma alla realtà nella quale Duva e Lys’sh erano nate e cresciute. E per quanto qualche fazione integralista, piccole cellule di natura ormai terroristica, non avesse mai smesso di pretendere politiche di natura più nazionalistica, a difendere la supremazia della propria specie, della propria civiltà e della propria storia, su ogni altra; al tempo presente la maggior parte degli araneaei avrebbero avuto a dover essere considerati serenamente parte della collettività al pari di canissiani, feriniani e tauriani, e di ogni altra specie numericamente inferiore, e inferiore nel confronto con la predominante presenza, fra le stelle, di umani e di ofidiani.
Ma per quanto, quindi e in effetti, Duva non avrebbe avuto a doversi considerare estranea nel confronto con l’idea di ragni giganti, non senza una certa vergogna ella non avrebbe potuto mancare di riconoscere un proprio, intimo pregiudizio nei confronti degli araneaei, un pregiudizio del tutto infondato, ingiustificato e, ciò non di men, un pregiudizio. E un pregiudizio di natura puramente estetica… perché, per l’appunto, che le potesse far piacere o meno, ella odiava i ragni.

« Io odio i ragni… » gemette, spinta a terra dal ragno scaraventatosi contro di lei, cercando di reagire a quell’offensiva, e di reagire in maniera più controllata possibile, per quanto, obiettivamente, ella si ritrovò per un istante soltanto prossima a mettersi a gridare isterica e a scuotere le braccia, in maniera del tutto priva di controllo, fisico o psicologico.

A pretendere, da lei, di ritornare padrona dei propri gesti e delle proprie azioni, però, fu la voracità del proprio stesso avversario e di quell’avversario che, in misura non differente dagli zombie dei quali si erano velocemente liberati, stava puntando alle sue carni, nella chiara intenzione di pasteggiare con esse. E per quanto ella, allora, avrebbe potuto avere in odio i ragni, oltre agli stereotipi, ella non avrebbe mai permesso a un ragno gigante di avere a pasteggiare con le sue carni. Non fino a quando avrebbe potuto compiere qualcosa per opporsi.
E sebbene, forse, non ebbe lì a essere una reazione elegante o sofisticata, ella ebbe a reagire a confronto con quel tentativo volto a sbranarla andando a guidare il proprio pugno mancino dritto contro la testa dell’aracnide gigante, lì andando a impattare non soltanto con la forza del proprio braccio, ma anche, e ancor meglio, con la solidità della propria armatura, e di quel guanto metallico che, sicuramente, non avrebbe potuto essere posto a confronto con il vigore dell’arto destro della propria amica sororale, non animato in ciò da servomotori quanto e soltanto dai suoi muscoli, e, ciò non di meno, non mancando di risultare comunque, e a modo suo, efficace. Ed efficace, se non per nuocere a quell’avversario che alcun dolore avrebbe potuto percepire, quantomeno a respingerlo all’indietro, e a respingerlo all’indietro quanto sufficiente, allora, per garantirle possibilità di muovere l’altro braccio, il destro, armato di spada, ad avventarsi violentemente contro quel corpo, e quel corpo pur, fortunatamente, ancor suscettibile d’esser ferito, d’esser leso, e, nella fattispecie propria di quel colpo, d’esser letteralmente tagliato in due, nel ritrovarsi a essere attraversato, da parte a parte, da quella lama.

« … non ho alcun dio o dea da ringraziare, ma sono comunque grata del fatto che non grondino sangue o altri liquidi… » gemette, nello spingere rapidamente via da sé quel primo ragno, nelle proprie due parti, solo per vedersi, allor, nuovamente aggredita, e aggredita da un secondo, di una taglia ancor maggiore rispetto al compagno « … dannazione! » fece appena in tempo a commentare.

In quel frangente, comunque, odio e repulsione a parte, il suo destro riuscì ad agire con sufficiente prontezza per intercettare al volo quella creatura e, se non a ferirla con il filo della lama, quantomeno a respingerla con il piatto della stessa, quasi allora più simile a una mazza che ad altro.
Un colpo, il suo, tutt’altro che definitivo, che pur fu allor completato nel proprio sviluppo dall’intervento di uno degli uomini a difesa di Lysiath, il quale, trapassando da parte a parte il ragno con una lunga picca, ebbe lì a catapultarlo, poi, al di fuori delle mura, animato dalla duplice volontà non soltanto di proteggere la propria città quant’anche, in quel frangente, di essere utile alla Furia Nera.

« Tutto bene, mia signora?! » domandò l’uomo, un trentenne ben piazzato, il quale, non riservandosi occasione utile a distrarsi, ebbe immediatamente a schierarsi a protezione della propria facente funzioni di capitano nel proteggerla da un nuovo, ripetuto assalto, da parte di un terzo aracnide fuori scala.

E per quanto Duva non fosse ancor abituata a sentirsi appellare come “mia signora”, in quello che pur, in quelle terre, avrebbe avuto a dover essere considerata qual una semplice forma di cortesia e di rispetto; ella non poté che essere più che lusingata da quell’attenzione a lei rivolta, e a lei rivolta da quell’aitante soccorritore che, se soltanto fosse sopravvissuto a quella battaglia, avrebbe ben volentieri voluto ricompensare in separata sede per l’aiuto offertole.
Un malizioso pensiero fugace, il suo, che non ebbe comunque a distrarla da quanto lì in atto, e dall’evidenza di quanto, allora, avrebbe fatto bene a rimettersi in piedi alla svelta, per poter essere lì di qualche aiuto ancor prima che di mero ostacolo alla battaglia in corso…

« Chiamami pure Duva. » replicò pertanto, recuperando la posizione eretta in grazia a un deciso colpo di reni, e subito avanzando in contrasto all’ennesimo ragno sopraggiunto, e all’ennesimo ragno che, ora, per la prima volta, ella avrebbe affrontato riservandosi l’iniziativa d’offesa ancor prima che, meramente, lasciandosi travolgere dagli eventi.

Duva odiava gli stereotipi. E odiava i ragni. E se contro gli stereotipi pur nulla avrebbe potuto avere a che fare, contro i ragni ella si volle così ripromettere di avere a superare ogni pregiudizio entro l’alba successiva, con la preziosa collaborazione di quella numerosa folla di volontari che, risalendo lungo le mura, l’avrebbe aiutata a scendere a patti con ogni proprio sentimento di repulsione.
Anche perché, laddove fosse sopravvissuta a tutto quello, certamente non avrebbe più avuto ragione di inquietarsi per un minuscolo ragnetto appeso nell’angolo della propria camera da letto…

venerdì 21 agosto 2020

3375


Per Duva ritrovarsi a confronto con dei non morti non era propriamente un’esperienza consueta. Nella quotidianità che le era sempre stata solita, in passato, un cadavere, una volta tale, era destinato a restare cadavere a meno che non fosse stato realmente cadavere prima o, nell’eventualità peggiore, non fosse coinvolta la Sezione I. Ciò non di meno, ella era quietamente cosciente di quanto, nel mondo della propria amica sororale, ora diventato anche il proprio, realtà come la stregoneria e, peggio, la negromanzia, avrebbero avuto a doversi considerare consuete, in termini per cui, a prescindere dal credo religioso e dagli usi e costumi, pressoché in ogni angolo di quel pianeta si era imposta, nel corso del tempo, la consuetudine di avere a bruciare i corpi dei trapassati, per ovviare che avessero a rischiare di ritornare. Una consuetudine, in verità, non presente in tempi antichi, almeno a confronto con le disavventure vissute dalla stessa Figlia di Marr’Mahew, la quale, in più di un’occasione, si era spiacevolmente ritrovata a confronto con vere e proprie necropoli e, in ciò, con vere e proprie città di zombie, quali, puntualmente, finivano per scoprirsi essere: città di zombie in tempi moderni e che, certamente, non avrebbero avuto a dover essere fraintese qual tali in tempi antichi... a meno di non voler prendere in esame una sorta di diffuso e folle autolesionismo tale da ispirare i vivi a coesistere con i morti. E questo senza ovviamente dimenticare situazioni ancor più critiche, quali quelle, all’occorrenza, create dall’intervento diretto di un negromante.
Per Duva, quindi, ritrovarsi a confronto con dei non morti non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual qualcosa di normale. Benché, comunque, ella non ebbe lì a battere un ciglio nel ritrovarsi ad essere aggredita da coloro i quali, solo pochi minuti prima, erano vivi, e combattevano entusiasticamente al loro stesso fianco per la difesa della propria città e delle proprie case, nonché, indirettamente, delle proprie famiglie e dei propri cari.
E nel non essere psicologicamente abituata a una tal genere di situazioni, ella non avrebbe mai potuto ovviare a confrontarsi con le stesse con incedere quantomeno critico, e critico nella misura utile, allora, ad avere a preoccuparsi per come avrebbero mai potuto avere a reagire, in quel frangente, tutti gli altri e tutti coloro i quali, loro malgrado, avrebbero potuto lì ritrovarsi sgradevolmente a confronto con avversari dalle sembianze di proprio commilitoni, magari conoscenti, persino amici o peggio parenti, e ora, altresì, lì sol intenzionati a ucciderli. Quando Duva, tuttavia, non ebbe immediatamente a mettere in conto, per riservarsi una tale preoccupazione, fu l’assurda normalità di tutto ciò, e di una situazione che, sì, ovviamente, non avrebbe potuto mancare di spaventare coloro lì attorno a lei, ma, al tempo stesso, non avrebbe potuto poi apparire particolarmente strana o disorientante... non, di certo, rispetto al confronto con quell’altro genere di non morti, e quei non morti che, gridando tutto il proprio antagonismo a discapito di Lysiath, si stavano lì sotto affollando, nell’intento di prendere d’assalto la città e di sterminarne tutti gli abitanti.
Ma i figli e le figlie di Lysiath, sudditi del re di Kofreya, abitanti dell’estremo sud-occidentale del continente di Qahr, non avrebbero avuto a dover essere fraintesi, suo pari, contraddistinti da qualche mancanza di consueta consapevolezza nel merito della minaccia propria dei morti. Ragione per la quale, a confronto con tutto quello, ebbero a presentarsi, se possibile, più psicologicamente preparati di quanto non avrebbe potuto vantare di esserlo ella stessa, non dimostrando il benché minimo disorientamento e, immediatamente, agendo e reagendo a quella minaccia con la massima presenza di spirito.
Perché innanzi agli occhi di quegli uomini e di quelle donne, non avrebbero avuto a dover essere fraintesi quali conoscenti o, peggio, amici e parenti, quanto e piuttosto dei blasfemi abomini, invero lesivi del ricordo dei caduti, lì più prossimi a doversi intendere uno sfregio a discapito degli stessi che altro.

« D’accordo... chiaramente non vi è bisogno che vi dica nulla! » sorrise pertanto, osservando quanto, immediatamente, la milizia cittadina ebbe lì a prendere d’assalto quei nuovi avversari, e quegli avversari più consueti nella propria offerta, senza esitazione alcuna, colpendoli con foga e con foga cacciandoli dalle mura, giù verso il limitare esterno, là dove, quantomeno, sarebbero stati insieme ad altri mostri loro pari e, con un po’ di fortuna, avrebbero persino deciso di avventarsi contro agli stessi.

A ben vedere, per quanto ben pochi fra gli uomini e le donne lì candidatisi volontariamente per restare a difendere la città avessero a doversi intendere dei professionisti della guerra, non avendo, Lysiath, a vantare una particolare necessità in tal senso diversamente da altre capitali kofreyote, per la propria posizione così isolata da tutto e da tutti e, in ciò, così abitudinariamente estranea a ogni qual genere di conflitto, nel confronto con quegli zombie tutti coloro che lì ella ebbe a ritrovare al proprio fianco ebbero a comportarsi con mirabile freddezza, degna di un gruppo di veterani. Una freddezza che, senza alcun desiderio di critica voler loro muovere, era altresì mancata nel confronto con le arpie. Evidentemente, se le arpie, comunque, costituivano anche per loro una novità, avversarie sufficientemente esotiche da scombinare le loro emozioni, dei “comuni” zombie, per quanto ben poco di comune agli occhi di Duva tutto ciò avesse a dover essere riconosciuto, avrebbero avuto altresì a ricadere in quella sfera di consueta normalità tale da, anzi, rinvigorirli e permettere loro un approccio indubbiamente più deciso, più risoluto.
E ben prima che l’allarme potesse diventare ragione di problema, l’intera area ebbe a essere ripulita, approfittando dell’occasione, anche, per rigettare oltre il bordo i resti delle arpie, a complicare, quanto più possibile, il loro ritorno.

« Complimenti! » esclamò quindi ella, annuendo a confronto con tutto ciò, e annuendo con quieta soddisfazione per tutto ciò, a riconoscere il loro valore, i loro meriti, per così come sarebbe stato giusto riconoscere « Davvero complimenti! » annuì, per poi sporgersi appena oltre il limite della merlatura per poter analizzare il progresso verticale dei loro nemici e avere, all’occorrenza, a spronare nuovamente gli uomini e le donne di Lysiath a riprendere quanto rimasto in sospeso.

Ma oltre quella merlatura, a fare capolino a meno di un piede di distanza dal volto di Duva, ebbe lì a essere una nuova minaccia... e una nuova minaccia allor rappresentata da quello che avrebbe dovuto considerare un grande classico, soprattutto in conseguenza al ritorno della Biblioteca perduta e a tutti i racconti della sua amica sororale a tal riguardo, ma un grande classico di cui, francamente, avrebbe allor fatto a meno, potendo scegliere.

« Per tutte le lune di Ronn-Ha’G... » gemette, storcendo le labbra verso il basso « ... ecco i ragni giganti. » commentò, ritraendosi istintivamente e subito ponendosi in posizione di guardia, pronta a quell’ineluttabile assalto, e quell’assalto che, con quel proprio sguardo indagatore, aveva anticipato di pochi, pochissimi istanti « Alle armi! »

Tale fu il solo grido che ella ebbe tempo di lanciare, in favore dei propri alleati, prima della comparsa, fra le merlature delle mura della città, dei primi ragni: aracnidi enormi, delle dimensioni medie di un cane di grossa taglia, che, giunti sulla cima delle mura, non esitarono a gettarsi in avanti, e a gettarsi in avanti in contrasto a quegli uomini e quelle donne loro antagonisti, nel solo desiderio di ucciderli... e, perché no?!, di mangiarne le carni, in quello che non avrebbe avuto a dover essere inteso un bisogno fisico, quanto e piuttosto il retaggio di un istinto passato e di quell’istinto che, quand’ancora in vita, li aveva guidati a prendere d’assalto qualunque intruso all’interno della Biblioteca di Lysiath.
E sebbene Duva avrebbe allor voluto aggiungere altro, gridando, per esempio, di ricorrere al fuoco per respingerli, ben memore delle vicende che avevano condotto alla distruzione della Biblioteca molti anni addietro, eventi di cui Midda aveva loro più volte riferito ogni dettaglio, non ebbe lì il tempo di farlo, nel ritrovarsi a essere, letteralmente, travolta da uno di quegli enormi ragni, saltatole addosso con tutto il proprio non banale peso.

giovedì 20 agosto 2020

3374


« Furia Nera! Furia Nera! Furia Nera! »

Provenendo da un contesto decisamente diverso da quello, Duva Nebiria non aveva mai realmente compreso il senso dell’appellarsi alla propria amica sororale attraverso titoli altisonanti, come Figlia di Marr’Mahew o Ucciditrice di Dei, senza dimenticare, ovviamente, Campionessa di Kriarya e, ormai, di Lysiath. O, per lo meno, non aveva mai realmente compreso il senso di ciò fino a quando, in quel particolare frangente, non si era ritrovata a sua volta a essere così appellata, e appellata con quel particolare binomio: Furia Nera.
E se pur, a onor del vero, una parte di lei avrebbe voluto evidenziare quanto, probabilmente, nella propria passata visione della vita, quella particolare scelta di termini sarebbe stata intesa quantomeno inopportuna, se non, addirittura, discriminatoria nei suoi riguardi, nel voler porre un tanto marcato accento riguardo al colore della sua pelle; la restante, e predominante, parte del suo io volle altresì godersi quella celebrazione, e quella celebrazione di massa, accogliendo con una certa soddisfazione quel nome, quell’appellativo, quasi avesse a doversi intendere simile a una sorta di medaglia a lei tributata in riconoscimento del suo valore guerriero.
Al di là di ogni apprezzabile celebrazione, però, Duva non avrebbe potuto ignorare quanto, obiettivamente, tutto quello avesse a doversi riconoscere quantomeno prematuro, fosse anche e soltanto a confronto con la consapevolezza di quanto, né le arpie, né qualunque ulteriore avversario abbattuto sarebbe mai restato tale a tempo indeterminato. E così, tentando di non smorzare troppo gli entusiasmi dei suoi compagni d’armi, ella levò un alto grido verso l’alto dei cieli, una sorta di ruggito, a rendere onore al proprio nuovo appellativo, salvo poi riportare l’attenzione di tutti verso il momento presente, e verso quel momento in cui, ancora, sarebbe stato meglio per tutti loro conservare la propria attenzione rivolta al presente, e al presente rappresentato da un esercito sterminato in assedio attorno alle mura della città allorché da qualche arpia decapitata...

« Uomini e donne di Lysiath! » tuonò quindi, sulla falsariga di quanto già più volte udito per voce della propria amica sororale « Non credo che vi sia bisogno che io vi abbia a ricordare quanto l’unica cosa da dover temere abbia a essere la paura stessa... » sancì pertanto, in una frase sicuramente abusata e, ciò non di meno, da lei ritenuta quantomeno indicata per quel particolare momento « ... non guardiamo a queste creature quali a mostri terrificanti, a non morti invincibili o ad altro! Giudichiamoli soltanto per quello che sono: nostri avversari! » dichiarò quindi, a spronare tutti alla pugna « Avversari desiderosi non soltanto di privarci delle nostre vite, ma, peggio ancora, di cancellare per sempre tutto quanto per noi è stato vita fino a oggi. » proclamò, con la spada mantenuta alta sopra la propria testa « E se anche la paura per la nostra sopravvivenza potrebbe bloccarci, lasciamo che abbia a essere la paura per il futuro di tutte le persone che amiamo a guidare i nostri passi, a sostenere le nostre armi, ad alimentare l’ardore dei nostri cuori, per permetterci di abbattere questa folle minaccia! »

Duva non era certa di quanto avesse appena detto. Né del fatto che, quanto lì dichiarato, potesse realmente avere un senso compiuto, complice anche una lingua con la quale, ancora, stava obiettivamente prendendo le misure e non avrebbe avuto a poter vantare una così solida confidenza da potersi permettere un simile genere di arringhe pubbliche.
Ciò non di meno, che ella potesse star dichiarando qualcosa di sensato o meno, forse, in quel particolare frangente, non avrebbe avuto a importare a nessuno. Perché la follia di quella situazione, di quella minaccia, avrebbe avuto a dover essere giudicabile tale da vanificare ogni qualunque senso di realtà, di raziocinio, in misura utile a rendere anche il più contorto e assurdo dei discorsi qual mirabilmente utile a infiammare i cuori di coloro i quali, non scevri di una certa disperazione, non avrebbero avuto a doversi intendere più in grado di comprendere a quale divinità potersi appellare, a quale eroe avere ad aggrapparsi.
Non razionalità, quindi, né tantomeno assennatezza avrebbe avuto a dover essere intesa quanto lì loro necessaria, quanto e, per l’appunto, una figura eroica qual quella della loro Campionessa e di quella Campionessa, tuttavia, allor troppo distante da loro per poter concedere loro quello sprone, quell’incitamento necessario a non mollare. Una figura eroica, tuttavia, che, inaspettatamente, era stata lì così loro concessa dalla stessa Furia Nera, e quella Furia Nera così impegnata a incitarli a non arrendersi, e a non arrendersi non tanto per se stessi, quanto per tutti coloro per difendere i quali ognuno di loro si era lì offerto volontario.
E così, in risposta al suo incitamento, un coro di voci ebbe a levarsi dal profondo dei cuori e delle gole di quegli uomini e di quelle donne, della milizia di Lysiath, per rivendicare la propria volontà a non arrendersi alla paura, quanto e piuttosto ad abbracciarla e, per così come loro suggerito, a renderla carburante del loro stesso coraggio, della loro forza.

« Uccidiamo la morte! » gridò una voce, all’interno di quella moltitudine confusa.

E quell’unico grido, tanto enfatico quanto forse assurdo, ebbe allora a infiammare gli animi di tutti i presenti, contagiandoli e diventando presto un vero e proprio inno, un grido di battaglia che permise a quegli uomini e a quelle donne, pur feriti, pur spaventati, di tornare a combattere, malgrado le vittime già mietute fra le loro fila, e mietute dall’impietosa aggressione di quelle oscene donne rapaci.
Quasi, però, a voler rispondere per le rime a tale appello, e a tale appello non causale nella peculiare condizione propria dei loro antagonisti, ebbero lì, inaspettatamente, a rianimarsi i primi caduti sotto gli attacchi delle arpie, e quei primi disgraziati che, loro malgrado, non ebbero lì a godere della stessa, benefica condizione delle loro assassine, presentandosi, piuttosto, in tutto e per tutti simili al più consueto concetto di zombie ben conosciuto in quel mondo, e, in particolare, in quell’angolo di mondo, così prossimo alla maledetta palude di Grykoo. Non morti meno elaborati rispetto a quelli schierati all’interno delle fila dell’esercito di Nissa che, purtroppo, ebbero allora a dimostrarsi, ove possibile, persino più pericolosi, e pericolosi nella misura in cui, privati di ogni intelletto o ricordo di sé, ebbero lì ad agire in ubbidienza a quel comune istinto di tutti i non morti: eliminare la vita attorno a loro!

« Attenzione! » si levò quindi un altro grido, a mettere in guardia tutti coloro in prossimità a un cadavere, e a uno di quei cadaveri che, purtroppo, lì si stavano rialzando da terra, e si stavano rialzando animati da un’incommensurabile odio per coloro accanto ai quali, un istante prima, avevano combattuto ed erano morti « Zombie! »

E se quell’avviso, così generico, avrebbe potuto essere allor frainteso, o, peggio ancora, ritenuto assurdo nel confronto con la situazione lì corrente; proprio l’evidenza della situazione corrente non poté mancare di rendere chiaro quanto quell’allarme non avrebbe potuto rivolgersi a coloro i quali, ai piedi delle mura, stavano ancor insistendo nel cercare di arrampicarsi lungo le stesse, quanto e piuttosto a un’altra minaccia, e a una minaccia che, cogliendo l’occasione di un fugace momento di distrazione, cercò di avventarsi anche a discapito di Duva, nelle sembianze di un giovane ben piazzato, con il ventre dilaniato, e in ciò ancor sanguinante, dall’aggressione di una delle arpie.

« Ma che diamin... » gemette la donna, ritrovandosi ancora un volta a ringraziare la propria armatura per la protezione lì assicuratale, e quella protezione che la vide ovviare a uno sgradevole morso all’altezza del collo, là dove anche attorno a tanto tornita ed elegante parte del suo fisico un alto collare in robusta pelle lavorata avrebbe avuto a dover essere presente a sua protezione « ... focoso il ragazzo! » soggiunse, cercando di riconquistare il controllo della situazione, nello scaraventarsi a terra in una capriola e nel trascinare, così il proprio aggressore in avanti, catapultandolo, al momento opportuno, oltre la linea delle mura verso l’abisso esterno.