11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

lunedì 31 agosto 2020

3385


All’alba del giorno prima, non meno di centomila ritornati umani si erano presentati alle soglie di Lysiath. Centomila ritornati umani ai quali, con il favore delle tenebre, si era aggiunto qualche ulteriore centinaio di mostri, forse un migliaio, in una stima approssimativa basata non tanto su una constatazione visiva diretta, quanto e piuttosto su un’analisi critica di quante vittime, nel corso della propria lunga e avventurosa esistenza come guerriera, Midda Bontor potesse aver prodotto. Un prerequisito, quello così scandito, che avrebbe necessariamente presupposto una qualche formazione militare, o paramilitare, per tutti coloro lì coinvolti, i quali difficilmente avrebbero avuto a riservarsi occasione di cadere per mano della Figlia di Marr’Mahew in caso contrario.
A tale schieramento, a tal immane schieramento, per così come radunatosi e organizzatosi nella struttura di un vero e proprio esercito agli ordini di Nissa Ronae Bontor, la città di Lysiath, capitale kofreyota, aveva contrapposto meno di un migliaio fra uomini e donne. Uomini e donne fra i quali soltanto una minima parte, in effetti, avrebbe mai potuto vantare un qualche pregresso guerriero, nell’essersi comunque lì candidati volontariamente per la difesa della propria città e, sovente, delle proprie miserie ancor prima che delle proprie ricchezze, laddove, certamente, non un singolo nobile, non un singolo ricco mercante, avrebbe avuto lì a doversi intendere disposto a porre a rischio la propria vita, nel preferire avessero a essere altri, in sua vece, a farlo.
Una disparità non soltanto quantitativa, ma anche e purtroppo di natura squisitamente qualitativa, quella così venutasi a presentare fra loro, che non avrebbe certamente deposto a favore del fronte difensivo, lasciando intendere veramente al pari di uno straordinario azzardo il pensiero che quella manciata di disperati potessero aver a contrastare l’avanzata di una tanto smisurata potenza bellica per qualcosa di più di un’ora… forse due!
Eppure, all’alba del giorno dopo, Lysiath non era ancora caduta.
Certo. In favore dei difensori della capitale non avrebbe potuto essere ignorato quanto, in buona sostanza, il primo, intero giorno fosse trascorso in una quieta situazione di stallo, e in uno stallo coscientemente voluto dalla stessa Nissa Bontor per avere a spossare, fisicamente e psicologicamente, i propri nemici, oltre che nella speranza, in tal senso, di costringere la propria sorella gemella all’onere della prima mossa. Così come, ancora, in favore della fazione di Lysiath non avrebbe potuto essere ignorata la verità allor rappresentata dalla solidità delle mura, e di quelle mura che, pur forse minori rispetto a quelle proprie di altre capitali del regno di Kofreya, erano state edificate secondo tutti i crismi dell’architettura kofreyota, nel solo e fondamentale intento di poter essere utili a proteggere la città e i suoi abitanti.
Ciò non di meno, obiettivamente inatteso, per la maggior parte di coloro lì allor coinvolti nella difesa della città, avrebbe avuto a doversi riconoscere l’arrivo di una nuova alba, atta a definire quanto il primo giorno di assedio fosse trascorso.
Un giorno duro, un giorno non semplice e non scontato, né nei propri sviluppi, né, tantomeno, nelle proprie conclusioni. E pur un giorno che era ormai giunto a termine e che, in tal senso, non avrebbe potuto negare agli abitanti della capitale ragione di che gioire. Non tanto perché eventualmente animati dall’altresì inesistente illusione che la battaglia avrebbe potuto così considerarsi conclusa. Né perché, all’occorrenza, quell’evento avrebbe potuto segnare, in qualche modo, un’occasione di fugace interruzione, di riposo e di riorganizzazione per le loro forze. No: la gioia, in quel frangente, avrebbe avuto a dover essere intesa sol conseguente all’evidenza di quanto, a discapito di ogni premessa contraria, Lysiath non era ancora caduta.

All’alba del giorno dopo, tuttavia, il disequilibrio esistente fra le parti in causa avrebbe avuto a doversi giudicare ancor più marcato nella propria, discutibile offerta. Perché se sul fronte schieratosi al seguito di Nissa Bontor forse giusto una vittima avrebbe avuto a potersi censire, e a censire nella figura di quella viverna caduta in conseguenza a una fortuita trasmutazione in pietra in conseguenza allo sguardo dello scutone, perdita, invero, più ipotizzata che effettivamente constata nella propria occorrenza; sul fronte organizzatosi al seguito di Midda Bontor il numero di perdite avrebbe avuto a dover essere inteso in misura maggiore, e non soltanto proporzionalmente maggiore, laddove in tal già preesistente disparità anche una singola perdita avrebbe avuto a contribuire enormemente a quella disparità, quanto e piuttosto numericamente. Con numeri che, tragico a definirsi, avrebbero allor visto letteralmente decimata la milizia cittadina.
Uno su dieci, fra gli abitanti di Lysiath lì candidatisi alla difesa delle proprie famiglie e del proprio futuro, aveva irrimediabilmente perduto ogni possibilità di futuro e, peggio ancora, si era risvegliato come zombie, e come zombie, pur in maniera del tutto inconscia, si era ritrovato a mutare schieramento, passando dalla difesa della città, all’offensiva a discapito della medesima, non per un qualche calcolo politico, così come poteva star muovendo Nissa e i suoi, quanto e piuttosto per una mera, e imprescindibile, avversione alla vita e a quella vita che, in senso stretto, non avrebbe mai potuto concernere la fazione dei ritornati.
Paradossalmente, quindi, non soltanto le perdite subite da Lysiath avrebbero avuto a doversi riconoscere, proporzionalmente e numericamente maggiori rispetto a quelle imposte agli antagonisti, quanto e peggio tali perdite avevano finito, in una buona porzione delle stesse, ad ampliare ulteriormente le schiere avversarie, tracciando, ove possibile, uno scenario ancor peggiore.
A prescindere da ciò, comunque, una nuova alba era arrivata. E quando Midda, Duva e Lys’sh, ancor schierate in tre porzioni diverse delle ampie mura cittadine, ebbero a cogliere quel primo, meraviglioso raggio di sole intento a far capolino alle spalle dei propri antagonisti, non poterono ovviare a reagire con una certa carica di entusiastica positiva, nel riconoscere quanto, obiettivamente, fossero allor riuscite a resistere molto più a lungo di quanto, razionalmente, avrebbero mai potuto illudersi di essere in grado di compiere in quella situazione.

« … un altro giorno è andato… » sospirò, in particolare, la Campionessa di Lysiath, nel mentre in cui, comunque, non mancò di impegnarsi ad affondare in profondità una lunga picca nel petto di un drago, e di un drago contro il quale si era ritrovata a combattere nell’ultima mezz’ora, affiancata, da una mezza dozzina di compagni d’arme, fra cui l’ancor vivo Qa’Ruam.

Con quello, erano trascorsi ormai due giorni e mezzo da quando, con Duva e Lys’sh, aveva salutato Nóirín Mont-d'Orb, partita per una folle corsa a cavallo diretta verso Kriarya.
E se, fra le due capitali, non meno di tre giorni di distanza avrebbero avuto a dover essere intesi qual esistenti, nel presupposto di non avere mai a sbagliare strada, a incrociare spiacevoli opportunità di contrattempo e, soprattutto, a minimizzare le occasioni di riposo, nel solo intento di non avere veder crollare a terra il cavallo per infarto, ciò avrebbe avuto a sottintendere quanto, per lo meno, un altro giorno e un’altra notte di assedio avrebbe avuto ad attendere Lysiath e tutti loro, prima che la loro amica, e, in quel frangente, la loro unica speranza di salvezza, avesse a giungere a destinazione, prima di ripartire, e di ripartire per fare ritorno a loro, non a cavallo, questa volta, ma in grazia alle proprie peculiari possibilità di spostamento, e di spostamento attraverso le dimensioni in grazia al tempo del sogno.
Ciò, ovviamente, escludendo che qualcosa potesse andar storto nel tempo del sogno, là dove, comunque, non avrebbe avuto a dover essere dimenticata la presenza di un altro antagonista, e dell’antagonista che, primo fra tutti, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto colpevole per quella folle situazione.
Ma a voler prendere in esame ogni possibilità di fallimento, l’unica conclusione razionale a cui Midda avrebbe potuto sospingersi sarebbe stata quella del suicidio, nella certezza di un’incontrovertibile sconfitta. Ragione per la quale, come sempre nel corso della propria vita, anche allora l’Ucciditrice di Dei volle preferire concentrarsi non tanto sulle infinite probabilità di fallimento quanto e piuttosto su quell’unica, effimera occasione di successo.

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