Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
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Visualizzazione post con etichetta 015 - La piramide nera. Mostra tutti i post
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domenica 15 novembre 2009
674
Avventura
015 - La piramide nera
Quando i tre mercenari si trovarono a dover trarre le necessarie conclusioni nel merito di quanto accaduto, della missione che aveva visto impegnate le loro risorse, le loro energie, nelle ultime settimane, negli ultimi mesi, addirittura, se al tempo trascorso all’interno della Terra di Nessuno avessero sommato anche il lungo preludio che li aveva visti protagonisti in un assurdo giuoco di indizi orchestrato da parte dello stesso Sha’Maech per attrarre il loro interesse, la loro curiosità, il risultato offerto non ebbe possibilità di porsi qual gradevole, qual piacevole, come mai sarebbe, del resto, potuto essere un fallimento, una sconfitta qual quella che, in effetti, essi avevano subito, nonostante fossero sopravvissuti alla stessa tanto da potersene lamentare…
« Per grazia di Lohr, il precipizio, aperto con l’inganno sotto ai nostri piedi, si è offerto decisamente più stretto, più angusto di quanto ci si sarebbe potuti attendere, sufficiente da permetterci, non senza numerose escoriazioni, di poter conquistare un appiglio… e di poter ritornare in superficie appena in tempo per intervenire contro il vicario, proprio nel momento del suo conclusivo attacco a discapito di Midda. » spiegò Be’Wahr, avviandosi in simili parole alla conclusione della narrazione degli eventi vissuti.
« Nel momento in cui le nostre lame sono calate sul corpo... sulla testa, o quel che era, del vicario, egli è letteralmente scomparso. Impossibile definire, se egli sia rimasto ucciso o, semplicemente, se abbia preferito la fuga. In verità, comunque, la seconda ipotesi si offre qual più probabile, più naturale nel considerare la portata dell’avversario in questione. » precisò Howe, storcendo le labbra verso il basso, in inequivocabile segno di disapprovazione « Del resto, con lui è svanita anche l’intera realtà prima proposta ai nostri occhi, lo scenario all’interno del quale avevamo combattuto e rischiato anche di morire fino a quel momento, negandoci, in questo, anche la possibilità di comprendere se, effettivamente, tale ambiente fosse mai stato attorno a noi, forse semplice frutto degli inganni, dei poteri di quella creatura, o se, al contrario, esso sarebbe dovuto esser considerato ancora lì, per quanto celato in modo tale da farci credere di esserci allontanati dal nostro obiettivo, soluzione utile a farci desistere da qualsiasi testarda volontà nei confronti della piramide… »
Nonostante numerose fossero le domande che i tre si erano ripromessi di porre al loro mandante, al loro ipotetico mecenate in quell’insolita avventura, dopo aver fatto ritorno alla sua dimora e dopo essersi adeguatamente curati e riposati, essi avevano acconsentito a offrire spazio, prima di ogni dubbio, di ogni richiesta di spiegazioni, di ulteriori dettagli a suo stesso carico, a un resoconto accurato di quanto loro occorso, delle circostanze che li avevano visti moralmente sconfitti e costretti al ritorno a casa senza aver raggiunto nulla di fatto, nel fallimento di quella loro missione, nell’assenza di un qualsiasi risultato.
« Alla fine, la sola, spiacevole, certezza concessaci è stata quella della morte degli unici due cavalli rimastici, uccisi dalle nostre stesse lame per quanto, forse, mai essi fossero mutati in mannari. » asserì la donna guerriero, con tono non meno scontento rispetto a quello del compagno, nel terminare quella cronaca « Incerti nel merito della nostra effettiva posizione e sulle nostre reali possibilità di sopravvivenza, privati di viveri e acqua qual ci siamo ritrovati ad essere, l’unica via riservataci è stata, quindi, quella del ripiego, rimandando a un’occasione futura, a un momento migliore, l’ipotesi di dichiarare nuovamente guerra alle forze presenti in quell’angolo della Terra di Nessuno. »
Conclusa, con quelle parole, ogni possibile presentazione dei fatti, impellente si dimostrò pertanto la necessità di comprensione, di chiarezza, che non poté allora essere ulteriormente posta a tacere, portandoli, praticamente contemporaneamente, se pur con termini diversi, a pretendere una spiegazione da parte del saggio sulla reale natura di quella piramide, ove alcuno fra loro avrebbe potuto credere, in fede, a una completa ignoranza, a una assoluta mancanza di ipotesi, da parte del medesimo ….
« Io non… » tentò di difendersi l’uomo di fronte a tanta irruenza, levando le mani a negare qualsiasi possibile implicazione in tal contesto, salvo in questo essere immediatamente interrotto dalla mercenaria.
« Non farti beffe di noi, Sha’Maech. » lo intimò, fissando su di lui il proprio sguardo di ghiaccio e definendo, in questo modo, la sua e loro totale intolleranza, in quel particolare momento, a reticenze di sorta da parte del medesimo. « E’ impossibile che tu non possieda una qualche conoscenza a tal riguardo… è impossibile che tu ti sia impegnato tanto, senza padronanza su sufficienti dati, su adeguate informazioni nel merito di quell’enorme erezione, delle sue origini e, soprattutto, dei poteri che, a essa, potrebbero essere legati. »
« Se davvero eri a conoscenza dei pericoli che ci si sarebbero parati innanzi, per quale ragione non ce ne hai offerto parola? Perché non ci hai avvisati per tempo, concedendoci maggiori possibilità di difesa dagli stessi, una migliore preparazione in loro contrasto? » incalzò anche il biondo, offrendo finalmente sfogo a domande che già da troppo tempo non stavano mancando di torturarlo « Non posso credere che tu abbia davvero voluto complottare a nostro discapito… »
Risistemandosi innanzi agli occhi i due pezzi di vetro da lui stesso definite, tempo addietro, quali lenti, esotici strumenti ipoteticamente utili a permettergli di poter correggere un difetto alla propria vista, l’anziano studioso, come tale appariva nell’essere contraddistinto la propria candida, bianca chioma disordinata, restò per un lungo istante in silenzio, quasi a voler ricercare le parole migliori per esprimersi, i termini più adatti per confrontarsi con i tre guerrieri, là dove, appariva chiaro, che una sola parola errata avrebbe potuto costargli caro, anche se nessuno fra loro, fino a quel momento, si era posto in una posizione di chiaro antagonismo a lui, come la sua esistenza in vita avrebbe potuto chiaramente testimoniare.
« Siate ovviamente liberi di credermi o no, ma mai è stata mia intenzione ricercare il vostro male. » definì, con serietà assoluta, tentando di non offrire possibilità di travisare le proprie parole, di fraintendere le proprie volontà più di quanto già non sarebbero potute essere state mal considerate « Le ragioni, che mi hanno spinto a chiedervi di recarvi nella Terra di Nessuno alla ricerca della nera piramide, sono state quelle che ho fin da subito palesato, nella speranza di poter ritrovare, in essa, tesori di inestimabile valore culturale, utili a ripagare, moralmente, una pur minima parte del debito che tutti noi abbiamo contratto al momento della distruzione della Biblioteca di Lysiath, per la quale, come ben sapete, mi sento inevitabilmente coinvolto, avendovi spinti io fino a essa, in ottemperanza dell’impegno che avevate contratto con lady Lavero… »
« Ciò nonostante, non avete torto nel ritenere che io vi abbia omesso alcuni particolari, sebbene non vi sia stata alcuna malizia in tal senso. » proseguì, con tono immutato, addentrandosi ora in un terreno effettivamente pericoloso per se stesso « Non sono solito parlare per supposizioni, esprimere giudizi per il semplice gusto di farlo, e nell’assenza di esatte informazioni, ho preferito evitare di concedervi indizi che avrebbero potuto rivelarsi viziati, falsati… e, in ciò, più pericolosi nella loro presenza rispetto a quanto sarebbero potuti essere nella loro assenza. »
« Però sai a chi potrebbe far riferimento la proprietà di quella piramide. » insistette Midda, osservandolo, con animo sinceramente coinvolto nella faccenda « Sai a qual signora il primo-fra-tre stava offendo la propria fedeltà, non è forse vero? »
« Tu cosa ne pensi? » domandò Sha’Maech, secondo il proprio tipico modo di fare, soprattutto quando gli veniva richiesta una risposta che riteneva essere, consapevolmente o inconsciamente, già in possesso del proprio interlocutore « Del resto, sebbene tu ti sia dichiarata del tutto inconsapevole nel merito delle ragioni per le quali hai avuto salva la vita in contrasto all’attacco del vicario, e per quanto io voglia rispettare la volontà di riservatezza che ti ha spinta al silenzio in tal senso, dove sono certo nasca da ragioni forti e non da un semplice capriccio, da una banale sfiducia in me, sono pur certo che tu possieda probabilmente maggiore confidenza con questa situazione rispetto a quanta, mai, io potrei maturarne… »
Posta, in tale affermazione, nuovamente di fronte a quell’obbligata riflessione, al pensiero che pur l’aveva perseguitata in quegli ultimi giorni, fin dallo scontro con il primo-fra-tre, alla Figlia di Marr’Mahew non venne offerta, ora, possibilità di illudersi, di ingannare se stessa, come si era comunque tanto impegnata a fare nel voler negare l’evidenza, nel voler rifiutare quanto pur trasparente addirittura anche agli occhi di colui al quale, come Sha’Maech, nulla era stato dato di conoscere nel merito del suo matrimonio, di quel rito maledetto mantenuto segreto innanzi allo sguardo del mondo, al contrario della quasi totalità delle sue imprese, e del quale solo due giovani donne erano state, loro malanimo, testimoni.
Così, senza ancora pronunciare il nome verso il quale non avrebbe potuto che sentirsi comunque certa, qual risposta ad ogni proprio dubbio, a ogni domanda rimasta in sospeso, benché espressioni interrogative sui volti dei suoi compagni pretendessero da lei spiegazioni nel merito delle parole appena dichiarate dallo studioso e da lei non rinnegate, non rifiutate, ella cercò, allora, un ulteriore conferma, un aiuto, ora, confidando nella saggezza, nella sapienza dell’interlocutore, per quanto probabilmente mai essa sarebbe potuta venirle in soccorso, dove non avrebbe dovuto esser confusa con l’onniscienza riservata agli dei.
« Cosa può significare tutto questo? » chiese, con tono sommesso, forse timorosa di poter effettivamente ottenere una risposta, sebbene certa del contrario « Perché sta accadendo tutto ciò?! »
« Forse non significa nulla… forse non sta, effettivamente, accadendo nulla. » osservò l’uomo, scuotendo il capo e scrollando le spalle, quasi a voler minimizzare la questione « Vi siete sospinti in una regione inesplorata del nostro mondo, della nostra realtà così ricca di anfratti misteriosi, di angoli dominati da forze, da poteri arcani che esulano dalla nostra possibilità di comprensione… e, in questo, potrebbe non esserci alcuna particolare logica alla base di quanto occorso, alcuna ragione di giustificare una presenza forse addirittura consueta come quella del sole e delle stelle in cielo. » propose, non negandosi, in ciò, un certo pragmatismo « Non tutto, del resto, necessita di essere inquadrato in un disegno superiore… »
« Tu… credi? » domandò ella, volendo credere a tale possibilità e, pur, non riuscendo a ritrovare una reale convinzione in tal senso, disincentivata in ciò dalla consapevolezza di una totale assenza di religiosità nell’interlocutore, tale da giustificare quell’ultima asserzione.
« Desidero crederlo… » sottolineò, parafrasando poi una frase da lei stessa dichiarata poco tempo prima, carica di numerosi e negativi significati « … o, altrimenti, un giorno dovrete fare i conti con il peso della responsabilità delle vostre avventate azioni, della stolida bramosia di vittoria, di successo ad ogni costo. »
sabato 14 novembre 2009
673
Avventura
015 - La piramide nera
« Se mi posso permettere, ti consiglio di accettare la fine con maggiore dignità, chiunque tu sia… qualsiasi cosa tu sia… » tentò di suggerirgli la Figlia di Marr’Mahew, preparandosi per un nuovo attacco, per una nuova offesa a suo discapito « Reagire in siffatta maniera ti può solo privare di ogni rispetto. »
« A meno che… » asserì egli, dimostrandosi del tutto sordo ai commenti dell’altra, nell’essere impegnato nei propri pensieri, nei propri percorsi mentali, sgranando in quel mentre gli occhi al punto tale che quelle piccole sfere nere sembrarono, per un istante, voler lasciare le proprie orbite « … tu non appartenga alla sua stirpe, alla sua famiglia! »
Pronta a gettarsi nuovamente in contrasto alla creatura, Midda, forse incautamente, arrestò il proprio moto, bloccata nei propri desideri da quell’assurda affermazione, da quel discorso privo di senso così come, effettivamente, di una qualche completezza: « Qual delirio ti sta coinvolgendo, vicario?! » domandò, osservandolo interrogativamente.
« Possibile che tu, stupida arrogante, sia protetta da un legame parentale alla mia signora, a colei che io rappresento? » proseguì ancora l’altro, nuovamente indifferente ad ogni suo intervento, quasi muta fosse la voce pur forte, pur perfettamente udibile della mercenaria « Sì… non può essere altrimenti… anche dove questa possibilità appare, forse, ancor più assurda di ogni altra precedente! Solo in questo si potrebbe ritrovar senso nell’inefficacia dei miei poteri, nell’impossibilità imposta su di me di distruggerti qual meriteresti. Ma come può essere accaduto? Qual insana virtù a concesso a te, semplice mortale, di ascendere a un rango tanto elevato?! »
Quelle parole posero, per la prima volta, la donna guerriero a sincero confronto con le conseguenze di alcuni eventi, alcune scelte azzardate, da lei stessa compiute in tempi recenti. Sebbene fosse da subito stata confidente, consapevole che mai avrebbe potuto ignorare alcune realtà nelle quali era stata coinvolta, per quanto aliene dalla sua stessa pur avventurosa quotidianità, dalla sua consueta concezione del mondo, ella, in maniera naturale, umana, aveva voluto psicologicamente porre in secondo piano determinati eventi, accantonandoli almeno fino al giorno in cui, inevitabilmente, sarebbe stata costretta a giungere alla resa dei conti, impossibilitata a ignorare ulteriormente quanto occorso, quanto accaduto.
Le affermazioni confuse, effettivamente vaneggianti, di quell’essere presentatosi quale primo-fra-tre, in verità, la stavano infatti trovando meno estranea di quanto, forse, avrebbe dovuto essere, avrebbe dovuto considerarsi se solo non avesse avuto occasione di esser posta a confronto, l’inverno precedente, pochi mesi prima, con un intero mondo prima ignorato, neppure conosciuto, una realtà animata da forze, da poteri forse superiori ad ogni sua pur tenace volontà di autodeterminazione, per quanto difficilmente avrebbe mai offerto una simile ammissione, dalla sfida con il quale era riuscita a emergere, a sopravvivere, solo ricorrendo all’inganno e alla negromanzia. E dove la negromanzia era stata quella inconsciamente offerta da una giovane principessa y’shalfica poi condotta in sposa a lord Brote di Kriarya, nell’assolvimento di un incarico impostole, di una missione per lei necessaria a adempiere a un obbligo d’onore, a un debito contratto in un’occasione ancora precedente; l’inganno era stato, invece, quello da lei stessa proposto nel sostituirsi alla medesima principessa, offrendosi con l’inganno qual sposa per il figlio del dio Kah e della regina Anmel, Desmair, semidio intrappolato all’interno di un quadro forse fin dalla notte dei tempi e desidero. Un trucco, un sotterfugio, quello così proposto, che, nonostante la sua apparente vittoria, la sua evasione dallo sposo e il compimento della propria missione, non doveva evidentemente esser stato assolutamente privo di conseguenze nell’ipotesi che, proprio in quell’insana unione matrimoniale, sarebbe dovuto esser ricercato un razionale nelle parole, nei deliri del vicario.
Ma se tal logica, simile pensiero, non fosse stato errato, si fosse realmente avvicinato alla verità di quell’assurda situazione, allora, forse, quella piramide non avrebbe dovuto esser considerata casualmente risalente ad un’epoca antica quale quella della regina Anmel…
« A qual nome risponde colei che servi? » domandò, ancora esitando nella propria offensiva, ancora trattenendosi dall’incalzare in opposizione all’avversario, ora abbisognando di risposte, di comprensione, là dove, se solo i suoi dubbi fossero corrisposti al vero, forse quell’intera attuale missione avrebbe dovuto esser reinterpretata in una chiave completamente diversa « Parla, prima che la mia ira possa distruggerti! » si impose, contraendo ogni muscolo nel trattenersi dal pur presente sentimento di offensiva contro di lui.
Vana, però, fu considerata la sua minaccia, dove l’espressione del primo-fra-tre poc’anzi dominata da puro stupore, si mutò in una completamente diversa, carica di iracondo desiderio di morte: « Forse non riesco a comprendere pienamente la natura del maleficio che ti protegge dal mio potere, che ti difende dalla mia forza, ma non per questo posso arrogarmi il diritto di venir meno al mio ruolo… di mancare ai miei doveri. » declamò, nel mentre in cui una nuova e incredibile sfera di energia fece la sua comparsa innanzi a lui, evidentemente pronta a esser scagliata per l’ennesima volta in contrasto a quella figura indubbiamente nemica « Che la mia signora possa essere indulgente il giorno in cui, tornando al suo dominio, dovrà punirmi per aver indugiato in questo momento… »
« Chi servi?! » insistette la mercenaria, restando immobile in un azzardo privo d’eguali nel disporsi qual pronta ad affrontare, nuovamente, la potenza distruttiva di quella sfera, quell’energia che, forse, questa volta avrebbe potuto consumarla fin nella profondità delle sue stesse ossa.
« Muori! » gridò il vicario, deciso a concludere, in quel modo, ogni discussione, ogni dialogo, ogni ulteriore contrasto fra loro.
E nel momento stesso in cui la sfera d’energia fu scagliata contro alla donna guerriero, nel medesimo istante in cui l’ultima possibilità di una prospettiva su quell’intero ambiente le fu concessa prima dell’inevitabile luminoso oscuramento di ogni forma, di ogni immagine, agli occhi color ghiaccio della Figlia di Marr’Mahew fu donata una visione inattesa, una duplice presenza verso cui mai avrebbe sinceramente voluto concedersi la possibilità di sperare, per quanto innegabilmente grata non avrebbe potuto evitare di essere.
« Thyres… » sussurrò, nell’affidarsi, nuovamente, con tutte le proprie forze, alla dea, nel pur presente timore di aver inevitabilmente segnato la propria fine nell’esser così rimasta immobile, nell’aver tanto indugiato nel confronto con quel potere arcano e privo di ogni possibilità di controllo.
Ancora una volta, però, nonostante un ultimo boato, un’ultima deflagrazione di indescrivibile intensità, che mai alcuna ballata, alcun cantore avrebbe mai saputo riproporre in maniera degna, narrare con sufficiente passione tale da concedere effettiva idea a simile riguardo, da quel contatto che, per un fuggevole attimo, sembrò quasi annichilirla, negando l’esistenza non solo sua, ma dell’intero universo a lei circostante, la donna guerriero trovò possibilità di scampo, occasione di salvezza, forse, in virtù di ragioni inspiegabili o, forse, drammaticamente esplicabili, se solo ella avesse avuto ragione nei propri dubbi, nelle proprie ipotesi.
E quando la possibilità di osservare il mondo attorno a sé le fu nuovamente riconosciuta, nel ritorno dei colori, e delle forme, due figure prima appena intuite furono quelle che le si presentarono innanzi, in sostituzione del proprio avversario, del primo-fra-tre apparentemente svanito nel nulla. Uomini pur stupiti, guerrieri pur sconvolti da ciò di cui erano stati appena testimoni, dalla violenza di quell’esplosione derivata di mistici e inspiegabili poteri, ma non per questo dispiaciuti di poter, a loro volta, tornare a posare il proprio sguardo sul mondo e, soprattutto, sulla compagna di ventura, sulla sorella creduta per sempre persa non diversamente da come ella aveva, troppo rapidamente, con eccessiva ma comprensibile sollecitudine, considerato loro stessi.
« Howe… Be’Wahr! » esclamò la donna, con gioia nel riconoscerli e nel ritrovare conferma della loro esistenza in vita, in contrasto ad ogni precedente timore in senso contrario.
« Midda! » gridò il biondo, correndo istintivamente ad abbracciare la compagna con affetto sinceramente fraterno, conseguenza di un cameratismo ormai diventato intima familiarità fra loro.
« Un errore da principianti il tuo… » si limitò a commentare Howe, offrendo un ampio sorriso verso la compagna e avvicinandosi, in ciò, a sua volta a lei, nel mascherare dietro a gratuita ironia un sentimento in fondo non diverso da quello dimostrato dall’amico di sempre « Dovresti sapere bene anche tu come, potendo colpire un nemico, sia inutile sprecare tempo prezioso in vane chiacchiere! »
Ed ella sorrise, nel non voler porre in dubbio quel pur discutibile punto di vista: « Per mia fortuna, siete arrivati appena in tempo… »
venerdì 13 novembre 2009
672
Avventura
015 - La piramide nera
La collisione fu inevitabile e carica di un’intrinseca e distruttiva potenza. La sfera, nel momento stesso in cui si pose a contatto con le membra della mercenaria, deflagrò in un boato assordante, generando un lampo che sembrò negare ogni sguardo, ogni speranza di una percezione visiva, nell’accecante presenza di un immensità luminosa all’interno del quale ogni forma risultò oscurata, privata di limiti e contorni per diversi, fuggevoli e pur interminabili istanti. Se testimoni fossero stati lì presenti, inermi spettatori di tanto grandiosa potenza, certamente perduta avrebbero dovuto considerare la vittima di tanta violenza, di tanto fulgente offesa, là dove impossibile sarebbe stato concepire da parte sua una possibilità di sopravvivenza a quell’energia, per quanto ignoranza assoluta stesse pur caratterizzato l’effettiva natura della medesima.
Ampiamente prevedibile, per tutto questo, non poté che essere allora la reazione di sincero stupore, sbalordimento, che non coinvolse solamente il primo-fra-tre, ma anche il suo obiettivo, la Figlia di Marr’Mahew, la quale, in tutto il proprio splendore, nella pienezza delle proprie forme, si presentò assolutamente integra, illesa, quando il chiarore venne meno e un reale controllo sull’ambiente, sulla situazione, venne nuovamente offerto ai presenti…
« Ma… » tentennò la mercenaria, osservando il proprio corpo con meraviglia priva di eguali, come mai aveva realmente avuto occasione di provare in vita sua, assolutamente e sinceramente stupita di esser sopravvissuta a tanto, come solo lo sarebbe potuta essere nel fuoriuscire intatta dal magma incandescente di uno di quei vicini vulcani.
« Questa è follia! » esclamò il volto effimero del vicario, trasparente del medesimo sentimento di sbalordimento, di incomprensione su quanto era accaduto, in contrasto ad ogni previsione, ad ogni aspettativa inizialmente e naturalmente ipotizzata qual necessaria conseguenza di quell’atto « Nessun mortale mai avrebbe potuto sopravvivere al mio attacco… alla violenza sprigionata da quella sfera, capace di disgregare la medesima struttura basilare della materia nella propria forza. »
Chiunque, in quel momento, in conseguenza di quell’assurdo, inspiegabile dono della vita concesso, si sarebbe ritratto, avrebbe ricercato la fuga, non volendo rischiare di sprecare l’occasione riservata in tal senso dagli dei in maniera stolida, in una qualche azione priva di significato qual sole sarebbero potute essere un ulteriore permanenza in quel pericoloso e improbo campo di battaglia o, peggio ancora, la ricerca di un nuovo scontro: semplici sventurati, ma anche professionisti della guerra, quali soldati regolari o di ventura, si sarebbero imposti, senza indugio alcuno, un desiderio di evasione dal pericolo imposto loro nel contrasto a quella creatura, a quell’essere tanto privo di umanità. Midda, però, al contrario, non avrebbe potuto prevedere di abbracciare tale soluzione, di accettare la sconfitta che pur avrebbe inevitabilmente rappresentato per lei forse persino peggiore di quella che l’avrebbe vista cadere combattendo, non dove alcuna giustificazione avrebbe potuto sospingerla, in quel caso, all’abbandono del combattimento, così come era stato nel suo passato prossimo in contrasto al semidio del quale era divenuta moglie, innanzi al quale aveva accettato di fuggire nella necessità del completamento della missione che avrebbe altrimenti tradito, non ottemperato, se non avesse agito in tal senso. Alcuna ragione avrebbe potuto offrirle pace nel confronto con se stessa, con la propria coscienza, se solo si fosse ritratta davanti a quella sfida, soprattutto là dove le era stata concessa una possibilità di sopravvivenza e dove, a prescindere dalla stessa, il suo onore le stava richiedendo a gran voce di vendicare i compagni caduti, i fratelli che ancora non aveva avuto neppure occasione di compiangere.
Forte di tale consapevolezza, coerente con se stessa, con i propri principi di vita così come da sempre era stata fiera di esser rimasta, la donna guerriero non si concesse pertanto un solo, ulteriore, momento di esitazione, risollevando con violenza la propria lama solo per slanciarsi, ora, in direzione del nemico, dell’avversario, contro il quale forse nulla avrebbe potuto, ma che, non per questo, avrebbe mancato di tentare di offendere con la solidità della lega metallica dagli azzurri riflessi della propria spada bastarda.
« Ora è il mio turno! » sentenziò, a denti stretti, fredda nella voce non meno che nel proprio sguardo di ghiaccio, all’interno del quale impossibile sarebbe stato individuare le nere pupille, ristrette nelle iridi fino ad assomigliare a capocchie di spillo.
« Non puoi! » negò con fermezza, con ostinazione quasi religiosa « E’ blasfemia! »
Un grido, quello del vicario, per la prima volta capace di dimostrare non semplice divertimento, ironia, o addirittura trasecolamento, incanto, quanto forse timore, paura, derivante dall’evidente dogma infranto dalla sopravvivenza della propria avversaria al proprio ultimo attacco. Ciò nonostante, o forse in conseguenza di simili sentimenti, egli non mancò di impegnare le proprie energie in una nuova offensiva, generando istantaneamente una terza sfera energetica, simile alle precedenti se non, addirittura, ancor più carica delle altre nella propria pulsante e letale natura, subito scagliata contro alla medesima nemica, ad una distanza tanto ravvicinata da rendere quel lancio quasi superfluo.
Una nuova onda di luce, un nuovo boato, una nuova deflagrazione negò allora, ancora una volta, l’intero Creato, lasciando annichilire nel proprio chiarore, nella propria maledetta perfezione, qualsiasi immagine, qualsiasi percezione di realtà, di esistenza attorno a loro. Ma, ancora una volta, quando i colori ebbero possibilità di tornare a mostrarsi, quando la vista fu nuovamente concessa su quelle lande desolate e desertiche, sebbene leggermente arretrata forse in conseguenza dell’impeto di quella collisione, di quell’impatto tanto devastante, Midda Bontor si mostrò ancora presente, ancora viva, assolutamente illesa nel proprio corpo, nelle proprie forme, capaci di farsi vanto dei segni derivanti dagli scontri con lo scultone, con i serpenti, con le blatte giganti e con i mannari, ma non di quel pur assurdamente distruttivo confronto.
« No… no… no… » pronunciò, sconvolto, il primo-fra-tre, non riuscendo ad accettare l’evidenza di quei fatti, esterni a qualsiasi sua possibilità di comprensione, di accettazione.
« Oh… sì. » sorrise ella.
Negandosi ogni domanda, ogni dubbio, la mercenaria lasciò precipitare con impeto, un violento ed incontenibile fendente nella direzione di quell’essere, di quell’avversario, nella volontà di colpirlo, di ucciderlo forse. Donna pratica, costretta ad esserlo in virtù della propria professione, del proprio particolare stile di vita, non avrebbe avuto ragioni per soffermarsi a cercare di comprendere quanto fosse accaduto, non prima, per lo meno, di aver posto fine all’esistenza del proprio nemico.
Purtroppo, però, tale speranza non ritrovò semplice possibilità di esecuzione, di riscontro, ove, sebbene evidentemente sull’orlo dell’isteria, il vicario non si volle ugualmente offrire quale semplice vittima sacrificale, non si lasciò immolare innanzi a lei rinunciando a reagire, nel sottrarsi rapidamente dal contatto apparentemente ineluttabile con la lama avversaria. Sublimando la propria stessa essenza, la materia, ammesso che tale fosse, che costituiva il suo stesso corpo, nello stesso punto in cui, un istante prima, il suo volto, il suo rugoso capo, si stava presentando fluttuante nell’aria, un attimo dopo solo una evanescente nebbia propose incontro all’arma nemica, vedendolo poi ricostituire la propria solidità poco distante da lei, nell’osservarla ancora con incertezza, con sospetto chiaramente leggibile in quei pur osceni, minuscoli occhi neri assolutamente privi di ogni ombra di umanità.
« Quanto sta accadendo si spinge oltre l’accettabile, al di fuori di ogni logica, principio, legge naturale: una semplice mortale non può competere al pari con un vicario… una semplice donna non può sfidare l’eternità che io rappresento e sperare, in ciò, di sopravvivere! » esclamò, rivolgendosi con tono carico di emozioni contrastanti verso la propria controparte « Possibile che la tua stolida limitatezza umana non ti permette di comprendere quanto blasfemo sia tutto questo? Possibile che tu non comprenda di dover morire per rispettare gli equilibri esistenti nell’universo dalla notte dei tempi?! »
giovedì 12 novembre 2009
671
Avventura
015 - La piramide nera
Una sentenza, quella emessa a carico della Figlia di Marr’Mahew, la quale oggettivamente non si sarebbe potuta considerare originale nei propri termini, nella propria esposizione: nei lunghi anni di vita della mercenaria, nella sua avventurosa esistenza, innumerevoli erano state le situazioni in cui ella si era ritrovata in contrasto ad avversari certi di poterne ottenere la morte in maniera tanto semplice, tanto banale, quasi scontata, così come anche il primo-fra-tre si stava arrogando il diritto di esprimere. Ciò nonostante, ella era puntualmente sopravvissuta ad ognuno di essi, stabilendo, altresì, il freddo della propria lama su tanta supposta prepotenza, donando ella morte ad ognuno che tanto affrettatamente ne aveva promessa. In questo, pertanto, Midda non avrebbe dovuto accogliere quella nuova minaccia qual degna di particolare attenzione, di eccessivo timore da parte sua, come altresì non riuscì, stranamente, ad evitare di fare: qualcosa, in quel vicario, come tale si era presentato essere, stava arrivando a sfiorare le corde più intime del suo animo, quasi fosse egli incarnazione di un terribile mostro delle favole propostosi innanzi agli occhi di un bambino. Dove ella pur aveva affrontato ed ucciso oscenità peggiori, dai poteri forse maggiori rispetto a quelli della propria attuale controparte; dove ella pur raramente si era effettivamente ritratta di fronte ad un avversario, come in tempi recenti era stata costretta a compiere nei confronti di una sorta di empio semidio da ella stessa addirittura sposato con l’inganno, ove egli si era dimostrato apparentemente immortale, capace di sopravvivere alle più tremende mutilazioni, alla stessa decapitazione; dove ella pur era entrata a sua volta nel mito per le gesta di cui si era meritata titolo e vanto; innanzi a quella creatura completamente aliena si stava ritrovando sinceramente sconvolta come da anni non le capitava di essere, similmente a come si era sentita innanzi alla fenice e pur in senso diametralmente opposto, incapace in ciò di razionalizzare la situazione e di riuscire a reagire in maniera adeguata. E così, nel momento in cui, al termine di quelle poche parole, una sfera carica di energia, pulsante di una luce ugualmente giallo-verdastra, venne gettata nella sua direzione, ella a stento riuscì ad ordinare ai propri muscoli di scattare, evitando l’attacco impostole più per una benedizione divina che per un proprio effettivo valore in tal senso.
« Thyres… » gemette, a denti stretti.
Un’invocazione, la sua, dal sapore di preghiera, nel mentre in cui ella si spinse ad osservare la scena quasi all’esterno del proprio stesso corpo, come spettatrice ancor prima che attrice, nel seguire le proprie membra impegnarsi in un balzo laterale, in un salto improvviso e salvifico, ad imporre alla sfera di energia scagliata contro di lei di sfiorarla appena, mancandola clamorosamente ed andandosi, subito dopo, a disperdersi contro la parete lavica del crinale alle proprie spalle.
« Ostinata nell’appellarti ad una divinità inutile, ad un credo vano nel confronto con un vicario mio pari. » sorrise il volto maligno del primo-fra-tre, qual puntuale reazione al nome della dea pur cara alla mercenaria « Possibile che nella tua mortale limitatezza, tu non riesca a concepire l’inevitabile sorte alla quale ti sei votata nel momento stesso in cui i tuoi compagni e te avete varcato le soglie di questo regno proibito? Possibile che la vastità del potere di cui sono stato eletto rappresentante nei millenni passati appaia tanto opprimente dall’essere addirittura rifiutata dal tuo ridicolo intelletto? »
Rimproverandosi per essersi esposta in maniera tanto ingenua, tanto stupida al proprio avversario, la donna si impose, nella propria ferrea volontà, di recuperare un minimo di controllo, la propria tipica freddezza, per tornare a comportarsi da guerriero quale si vantava di essere.
A sprone in tal senso, ella tentò di concentrarsi su ogni pensiero potenzialmente utile, arrivando persino a domandarsi, in simili, rapidi, percorsi mentali, come avrebbe potuto giudicarla il suo stesso scudiero se solo fosse stato lì presente, osservandola cedere tanto facilmente nel confronto con quel nemico. Fortunatamente, soprattutto per lui ancor prima che per lei, al giovane Seem era stato offerto l’incarico di riaccompagnare alla propria dimora il saggio Sha’Maech e, in questo, era stato mantenuto conseguentemente lontano da quella particolare missione, giudicata dalla mercenaria potenzialmente troppo pericolosa per la sua ancora limitata esperienza. In simile riflessione, a quell’immagine, ella non poté evitare di chiedersi qual reazione quello stesso ragazzo avrebbe potuto avere in quel momento, nel confronto con una realtà effettivamente capace di atterrire persino una come lei, ritrovandosi in questo a visualizzare il medesimo impegnato in maniera disperata, forse folle, ma sincera, in sua difesa, in sua protezione, come solo un animo onesto, devoto, avrebbe mai saputo fare…
« Se uno scudiero saprebbe reggere il confronto con questo brutto muso, non è accettabile che io possa esser da meno… » sussurrò, in severo richiamo verso se stessa « Ho forse improvvisamente perso tutto il valore che mi ha da sempre contraddistinta? Dove è finita quella Midda Bontor degna di esser esaltata in dozzine di ballate? Dove è finita la Figlia di Marr’Mahew?! »
« La follia si è impossessata di te al punto tale da spingerti a parlare da sola? » domandò il primo-fra-tre, osservandola con interesse impegnarsi in quel breve monologo « Non temere… dove anche hai evitato, fortuitamente, il mio primo attacco, non conoscerai ancora tanta grazia innanzi al secondo e decisivo! »
E, quasi a non voler permettere possibilità di dubbio in conseguenza della propria asserzione, di quella nuova condanna emessa a discapito della propria controparte, una seconda sfera pulsante di viva e letale energia, fu proiettata in contrasto alla mercenaria, diretta verso di lei con maggior impeto, con maggior forza della precedente, per poterla travolgere, forse, ancor prima di colpire.
Dove, però, in conseguenza della precedente offensiva, Midda aveva reagito forse ancor prima in virtù di un innato spirito di sopravvivenza che di una sincera volontà in tal senso, evadendo quasi senza neppure coscienza del proprio stesso corpo dall’azione volta contro di sé, ora ella si propose salda nel proprio animo, nel proprio cuore e nella propria mente, riuscendo nuovamente ad incarnare il mito associato al proprio stesso nome per restare immobile ad osservare quella sfera lanciata contro di sé, non tanto tale perché atterrita dal timore, dominata dalla paura, quanto perché forte delle proprie possibilità, delle proprie capacità, ora padrona di reale controllo sull’intero ambiente circostante. Per questa ragione attese, attese fino all’ultimo istante utile l’arrivo di quella malvagia stregoneria, dove in alcun altro modo avrebbe saputo descriverla, prima di evitarla nuovamente con un rapido spostamento laterale, offerto ora, se possibile in quella particolare circostanza, con maggior grazia, con maggior eleganza, rispetto al precedente, non più semplice reazione meccanica, quanto più prossima a una danza di guerra non diversa da quelle che amava compiere sovente sui campi di battaglia, nel rimbalzare fra un avversario e l’altro, nell’imporre tanto a destra, quanto a manca, una solo e inequivocabile fato di morte su chiunque a sé opposto.
« Sei morta… »
Parole che le vennero nuovamente concesse dal vicario, in quest’occasione, invero, tutt’altro che a vuoto come solo troppo tardi ebbe occasione di accorgersi, di comprendere, là dove la sfera di energia, pur scartata, pur tanto agilmente ed elegantemente evitata, a differenza della precedente non ebbe occasione di sfogo contro il crinale del vulcano alle sue spalle ma, quasi dotata di una propria coscienza, mutò il proprio stesso percorso, la traiettoria lungo la quale era stata scagliata, per compiere un’ampia parabola e, impietosamente, ritornare indietro, a dirigersi proprio verso di lei, verso la sua stessa schiena. Negatale, in ciò, ogni possibilità non solo di evasione ma, addirittura, di percezione, alla Figlia di Marr’Mahew altro non fu concesso che intuire quell’imminente impatto, non potendo però avere alcuna speranza, ora, di fuga dallo stesso.
« Thyres! » invocò, ora in un alto grido, nel naturale timore di esser, effettivamente, sul punto di andare incontro alla propria dea.
mercoledì 11 novembre 2009
670
Avventura
015 - La piramide nera
Apparentemente interminabile fu, nonostante tutto, l’attesa imposta sulla donna guerriero, dal momento in cui, sebbene tanto chiaramente denunciato nella propria presenza, nella propria esistenza al di là di ogni possibile inganno, il suo avversario esitò a offrirle una qualche conferma, si pose indubbio sul volerle riconoscere tale ragione o sul proseguire, al contrario con la propria sceneggiata. A riprova di tale indecisione, comunque, la chimera o, per meglio dire, l’immagine sì creata di una chimera, non incalzò nuovamente nella direzione della mercenaria, donandole in ciò maggiore trasparenza di quanto mai avrebbe potuto richiedere in conseguenza del proprio tentativo, a tutti gli effetti considerabile quale un azzardo dove impossibile sarebbe stato esser certi di innumerevoli presupposti da lei dati per scontato nel proprio ragionamento, nella dimostrazione del proprio teorema così come aveva compiuto.
Alla fine, però, una reazione non mancò di presentarsi innanzi a lei, vedendo svanire nel nulla l’ipotetica creatura a lei nemica per lasciare, attorno a lei, solo il nulla, una landa desolata e votata alla morte quale sola sarebbe potuta essere quella di un angolo della Terra di Nessuno.
« Affascinante. » commentò una voce, non meglio definita nel proprio genere o nella propria origine « Inquietante, sì, e pur affascinante. »
Uomo o donna, bambino o adulto, umano o non umano che potesse essere, la controparte sospettata dalla Figlia di Marr’Mahew finalmente rivelò in tal modo la propria esistenza, concesse così ragione ad ogni ipotesi da lei condotta, addirittura dimostrando di poter giungere persino a intendere la sua parlata e di poterle, parimenti rispondere, sebbene, in tutto questo, ancora non si fosse sbilanciato ad apparire chiaramente in suo contrasto, in sua opposizione, rivolgendole semplicemente il proprio verbo, presumibilmente da uno stato di sicurezza rispetto all’avversaria.
« Cosa ti affascina tanto? » domandò ella, non desiderando lasciar scemare nel nulla quel confronto, perdere quel pur effimero contatto instaurato con il proprio potenziale nemico, chiunque o qualunque cosa esso fosse « Cosa attira a tal punto la tua attenzione, il tuo interesse? »
« Non “cosa”, quanto piuttosto “chi”. Questa dovrebbe essere il corretto interrogativo da formulare. » replicò, dimostrando di non aver già considerato concluso ogni dialogo verso l’altra « In verità, a te stavo offrendo il mio interesse, là dove sei riuscita, in maniera di difficile accettazione per me, a porre in dubbio i miei inganni, le mie illusioni, ove mai alcuno, mortale o immortale, aveva osato spingersi a tanto in passato… »
« Hai commesso un errore e questo ti ha tradito. » dichiarò ella, nella volontà di sfruttare l’apparente eccesso di sicurezza dimostrato dal proprio avversario, l’apparente sopravvalutazione dei propri poteri sovrannaturali in suo diretto contrasto, sfidando in ciò la pazienza della controparte « Chi sei? Perché hai proposto offesa in contrasto dei miei compagni e mio? » incalzò immediatamente, cercando in tali parole di spingere ogni proprio senso all’individuazione del nemico, pur senza riportare particolare successo in ciò.
« Quanta bramosia di comprensione per una condannata. » osservò l’altro, sancendo in tali semplici parole, in tanta naturale espressione, la propria volontà per il destino della stessa donna guerriero sua interlocutrice « Possa esserti sufficiente sapere che sono primo-fra-tre, e che, nell’assolvimento del mio incarico, presto farò mia la tua vita, qual necessaria, indispensabile pegno a compenso della colpa di cui ti sei macchiata, osando violare i confini di questo suolo sacro con la tua blasfema presenza. »
Nel mentre di quelle parole, qualcosa iniziò a mutare nell’ambiente attorno alla mercenaria, nel panorama innanzi al suo sguardo. Difficile sarebbe stato, inizialmente, accorgersi di quanto stesse accadendo, di una minimale, impercettibile, variazione nell’aria attorno alla donna guerriero, ma con il passare degli istanti, nel rapido ed inesorabile scorrere del tempo, una sorta di nebbia si propose sempre più chiara attorno a lei, sempre maggiormente distinguibile al suo sguardo, diffondendo attraverso al propria fatua consistenza una colorazione giallo-verdastra nell’intera area, quasi un velo semitrasparente di tal colore fosse stato calato innanzi agli occhi della Figlia di Marr’Mahew a mascherare, attraverso una sottile trama, l’intera realtà a lei circostante. Tale nebbia, però, non restò fine a se stessa, non si limitò ad apparire costante, immutata, convogliando, forse lentamente o forse rapidamente, impossibile definirlo, verso un medesimo punto a pochi piedi da lei, innanzi a lei, quasi fosse lì risucchiata per effetto di un vortice, in conseguenza di un forte riflusso: attorno a simile centro di attrazione, un bagliore, una luminescenza di egual tonalità, di pari colorazione, si propose sempre più evidente, come se l’energia alla base di tale splendore stesse venendo alimentata dalla medesima nebbia, dando vita ad una piccola stella lì fluttuante, in uno spettacolo al contempo affascinante ed inquietante, come sarebbe potuto facilmente essere descritto nel riprendere le stesse parole già adoperate da parte di quell’entità, di quella creatura probabilmente ben lontana dal potersi definire umana e sicuramente opposta ad ogni concetto di normalità.
E quando tutta la foschia fu concentrata in quel singolo punto, in quell’unica posizione a imporre innanzi a Midda un fulgore quasi accecante, all’interno di tale luce sembrò esser plasmato un volto, quello di un uomo, o forse di una donna, incredibilmente anziano, segnato nelle proprie forme, nella propria epidermide, da rughe tanto profonde da renderne difficile un’esatta identificazione, una determinata caratterizzazione. Al centro di tal viso, un prominente naso con la punta rivolta verso il basso si estendeva verso una ampia bocca, larga nella propria forma, nella propria apertura, ed ornata, nonostante l’apparenza incredibilmente antica, ancora da una lunga e completa fila di denti gialli. Più in alto, invece, due piccoli occhi risultavano essere quasi incisi all’interno di quelle forme, scavati in quel tessuto così simile al cuoio, mostrandosi non diverse da piccole e splendenti pietre nere, perle maledette ancor prima che reali bulbi oculari. Non capelli si presentarono a circondare tale innaturale quadro, ormai privo di fascino e dotato, altresì, solo di immensa inquietudine, quanto quella stessa luminosità, quella medesima luce, quasi essa stesse scaturendo dal suo stesso cranio, dal quel medesimo capo. Parallelamente, poi, alcun corpo si delineò più in basso, sotto quello che sarebbe dovuto essere il suo collo, lasciando in quello stesso frangente, in quella distanza fra la testa ed il suolo, spazio ad ultimi residui di nebbia evanescente, come se essa stessa fosse la materia alla base di quell’organismo, di quel costrutto, nell’ipotesi tutt’altro che retorica che, effettivamente, esso potesse essere effettivamente reale.
« Thyres… » sussurrò la donna, non udita e inudibile, nello stringere con maggiore forza la propria spada, lasciando sbiancare le nocche della mancina per lo sforzo imposto attorno all’impugnatura della stessa, qual umana reazione nel confronto a tale immagine, propriamente meno orrida di altre da lei affrontate in passato, e pur carica di un’oscenità propria di difficile elaborazione, accettazione.
« Non lei, né altri dei potranno venir in tuo soccorso, povera sciocca. » sancì colui, o colei, che si era presentato quale primo-fra-tre, deridendo in maniera sprezzante la fede della propria avversaria, con un disdegno tanto trasparente, tanto evidente, del quale alcuno mai avrebbe osato macchiarsi neppure nei confronti di divinità non riconosciute, di poteri non venerati, nel timore dell’eventualità che simili figure potessero altresì dimostrarsi concrete e assetate di vendetta « Di fronte al potere di un vicario, qual io sono fin dalla notte dei tempi, il solo destino ammissibile è quello di morte. »
« Troppa fiducia nelle proprie potenzialità non potrà mai definire un risultato di vittoria, non potrà mai caratterizzare la figura di un vincitore… » negò ella, forse ancor più per convincere se stessa di tale precetto, dove sinceramente e innegabilmente impressionata dal carisma oscuro del proprio avversario, così come mai, in oltre trent’anni di vita, si era ritrovata ad essere nei confronti di alcuno.
« Per voi semplici mortali, forse, tale definizione può avere un qualche valore. » sorrise quel volto privo di corpo, con espressione divertita, osservandola attraverso i propri occhi colmi di tenebra « Purtroppo per te, però, non ti sarà concessa occasione per maturare esatta comprensione, sufficiente apprezzamento, dell’infinita limitatezza della tua natura nel confronto con il mio potere. »
E, prima ancora che ella potesse avere occasione di replicare, egli proseguì, ora con tono caratterizzato da minor ilarità e maggior severità: « Ormai il tempo a tua disposizione è giunto al termine, bambina mia. E la sola azione che ti può ancor esser concessa di compiere, a questo punto, è soltanto quella di… morire! »
martedì 10 novembre 2009
669
Avventura
015 - La piramide nera
La principale caratteristica che aveva, da sempre, e avrebbe, per sempre, contraddistinto un semplice malcapitato improvvisatosi guerriero da un professionista della guerra, un combattente esperto, formato da un intenso addestramento o, meglio ancora, dall’esperienza di un’intera vita trascorsa nei campi di battaglia, sarebbe stata sicuramente il suo approccio nei confronti di un duello, di un confronto. Nel primo caso, infatti, l’inevitabile ostia sacrificale così votata al martirio, probabilmente senza alcuna coscienza di ciò, avrebbe cercato di mantenere un contatto visivo con il proprio avversario, con colui destinato purtroppo a divenirne carnefice, seguendone, in ciò, ogni gesto, ogni azione, con attenzione tale da perdere altresì di vista il fine ultimo di quello stesso incontro, concentrato più sull’arma che sul bersaglio della medesima, rappresentato in ciò dal proprio stesso corpo. Nel secondo caso, al contrario, per quanto sicuramente il senso della vista, tanto importante, tanto fondamentale nella vita quotidiana, avrebbe continuano a ritrovare un proprio ruolo, un proprio scopo, tale non sarebbe mai stato esclusivo, in negazione agli altri sensi, alle altre percezioni concedibili da parte non solo del proprio nemico ma dell’intero ambiente circostante, in quanto il duello non sarebbe mai potuto e dovuto dipendere semplicemente da tale fattore, da una reazione immancabilmente tardiva ad ogni azione avversaria, quanto piuttosto dalla capacità di anticipare effettivamente le scelte della controparte, di prevenirle ancor prima di contenerle. E dove simile caratteristica avrebbe immancabilmente caratterizzato la riuscita di un combattimento fra contendenti appartenenti alla stessa natura, alla stessa specie, forse ancor prima del suo inizio, ritrovando, nella parte più capace in tal senso, maggiori possibilità di sopravvivenza e vittoria, nel momento in cui il confronto fosse dovuto essere condotto fra esponenti di razze totalmente estranee l’una dall’altra, fra un uomo e una fiera, fra una fiera e un mostro o fra un uomo e un mostro, ancor a più ragione tale abilità avrebbe potuto offrire la speranza di una positiva conclusione ad una delle due parti in gioco, svincolando le proprie probabilità di successo dall’effettiva possibilità di seguire le azioni avversarie.
Fra le tante abilità, fra le tante capacità che avevano reso la sua figura tanto leggendaria, tanto famosa in quell’angolo di mondo, necessaria, indispensabile, nel frangente rappresentato dal duello con la chimera, fu per Midda Bontor la capacità di giostrare simile confronto non limitando la propria gestione del medesimo alle percezioni offerte dalla sua vista, ma a quelle derivanti da ogni suo senso, necessarie a spingerla, in ciò, oltre la semplice consequenzialità, verso quella che, superstiziosamente, si sarebbe potuta considerare quasi una preveggenza, nell’intuire, nell’anticipare le azioni nemiche ancor prima che esse potessero venir portate a compimento. Affrontare una chimera, infatti, avrebbe significato contrastare non tanto una singola creatura, un avversario senza dubbio formidabile e, comunque, dotato di chiari e delineati limiti, quanto piuttosto una massa corporea quasi considerabile priva di una reale, propria estensione fisica e, in questo, capace di mutare istantaneamente in infinite forme diverse. E così, dove un istante prima la mercenaria avrebbe dovuto difendersi dal morso di una feroce tigre, uno dopo avrebbe dovuto evadere dal violento colpo di coda di uno scorpione, dove un momento prima avrebbe dovuto ovviare agli artigli di un orso, uno dopo avrebbe dovuto evitare i denti di un serpente. Impossibile, folle, pertanto, sarebbe stato supporre di riuscire a seguire e reagire in conseguenza di una simile mutevolezza, di tale inconsistenza, quando nel solo razionalizzare tanta assurdità si sarebbe potuti esser uccisi senza neppure comprendere da parte di qual genere di avversario, quale fra i numerosi possibili volti della stessa chimera.
« Qualcosa non va… » commentò sottovoce, quasi a voler esprimere una confidenza verso un amico, verso un compagno di ventura, per quanto ormai fosse rimasta effettivamente sola, privata del supporto fino a quel momento comunque offertole dai due fratelli mercenari « Non riesco ancora a comprendere cosa… ma qualcosa non va. »
Difficile, in verità, sarebbe stato in quel momento, per lei, riuscire a concentrare i propri pensieri nell’analisi di quel dubbio, di quella sensazione, ancor prima che consapevolezza, di qualcosa di strano, di qualcosa di sbagliato in ciò che stava vivendo. La frenesia impostale da quello scontro, da movimenti continui e rapidi richiestile per evitare gli instancabili attacchi della controparte, le stavano richiedendo ogni minima possibilità di attenzione, ogni pur effimero pensiero, là dove una semplice distrazione, un solo istante di distacco da quell’assurda realtà, le sarebbe costato caro, più di quanto non sarebbe stata disposta a pagare. Ciò nonostante, forte di quell’incertezza, ella si costrinse ad impegnare le proprie energie non tanto nel contrasto alla creatura, quanto più nel disimpegno dalla stessa, nella volontà di evadere da essa per il tempo sufficiente a riuscire a completare il proprio ragionamento, ad analizzare la questione che comprendeva essere estranea a tutto quello, disarmonica nell’immagine d’insieme che avrebbe dovuto ricavare da quel particolare stato d’essere.
Decisa in tal senso, nell’evitare di essere trafitta dal corno di una creatura a sé sconosciuta, estranea a quanto mai le fosse stato concesso di conoscere e, sinceramente, ritrovandola in ciò tutt’altro che interessata a maggiore approfondimento, ella contrasse e distese improvvisamente tutti i propri muscoli per slanciare l’intero corpo all’indietro, a eseguire una rapida ed elegante serie di salti rovesciati, tali da farle guadagnare quasi trenta piedi fra sé ed il proprio avversario e, in ciò, probabilmente una manciata di effimeri istanti nei quali poter dar libero sfogo al proprio pensiero, alla propria mente, nella ricerca della consapevolezza prima negatale. E, per quanto brevi, per quanto purtroppo fugaci, quei brevi attimi riuscirono a premettere al suo intelletto di concentrarsi sul proprio nemico, sulla creatura a sé offerta, prima giustamente temuta e rifuggita in maniera istintiva, in reazione incontrollata al pensiero dell’antico confronto avvenuto nei riguardi di una simile, e pur, effettivamente, troppo rapidamente giudicata qual tale solo in conseguenza di pochi particolari e di un aspetto troppo banalmente rivelato.
« Chi sei?! » esclamò la Figlia di Marr’Mahew.
Nel mentre di quelle parole, rivolte forse verso la chimera o, forse, verso un altro non meglio precisato interlocutore, ella concesse alle proprie pupille un istante di estensione all’interno delle iridi, qual dimostrazione di stupore per la conclusione alla quale era giunta o, più propriamente, di rimprovero per aver concesso a simile realtà di trovare effettivamente ragione d’essere in sua opposizione: aveva infatti accettato in maniera affrettata l’idea di esser nuovamente a confronto con una chimera, peccando di vanità nel non investire neppure un momento, scandito da un battito del proprio cuore, a considerare una possibilità alternativa.
Un errore il suo, una sopravvalutazione delle proprie capacità quella in tal modo commessa, che avrebbe potuto condurla addirittura alla morte, se solo quella sensazione, quell’intuizione, non l’avesse riportata alla ragione, non l’avesse sospinta alla ricerca di una tregua per meglio analizzare i fatti, per meglio considerare la questione così come propostale innanzi.
« Non sei una chimera… ora lo so. » definì, proseguendo nel proprio monologo, in quella declamazione forte, decisa, incapace di prendere in esame un’eventualità di dubbio « Chi o cosa sei?! »
Impossibile sarebbe stato per lei ipotizzare una capacità di intendimento nel proprio reale avversario per le proprie parole, per il linguaggio così adoperato, dove effettivamente solo una era la certezza da lei maturata in merito alla sua natura, circoscritta quale assolutamente estranea a quella di una chimera. Nell’unica e precedente occasione di scontro con tale creatura, infatti, a Midda non era stata concessa alcuna possibilità di intravedere la mutevole forma della propria controparte se non al momento stesso in cui il combattimento era giunto al proprio termine, alla propria naturale conclusione nella morte della medesima, dove fino a un istante prima, fino al momento in cui la sua spada non le aveva trafitto il cuore, ella si era ostinatamente celata dietro a innumerevoli altre illusioni, a infinite immagini del tutto estranee alla propria vera essenza. Nell’essersi tanto apertamente svelata ai propri occhi, al proprio sguardo, quella nemica ora presentatale innanzi aveva, pertanto, esattamente negato simile stato, tale definizione, là dove mai una chimera avrebbe dichiarato in maniera tanto diretta la propria presenza anche dove ormai chiaramente individuata, rinunciando conseguentemente alla principale arma di confronto, di lotta che gli dei le avevano concesso.
lunedì 9 novembre 2009
668
Avventura
015 - La piramide nera
« … chimera! »
Impossibile sarebbe stato, per chiunque, descrivere una simile fiera, sebbene posta innanzi a sé, schierata in propria diretta avversione, come in quel momento era, indubbiamente, davanti a Midda. Tale incapacità non sarebbe dovuta essere considerata qual conseguenza dell’assenza di termini utili a rappresentare verbalmente un’immagine visiva, la fisicità di tale creatura, là dove, nella ricchezza espressiva del linguaggio parlato e di quello scritto, sicuramente molti sarebbero potuti essere i vocaboli idonei a tal scopo, potenziali candidati per tal fine. Al contrario, l’impraticabilità propria in un simile atto, in un tentativo del genere, sarebbe dovuta esser ricercata non tanto nel mezzo espressivo, quanto più nell’obiettivo di simile descrizione, dove la chimera sembrava, infatti, essere contraddistinta da infiniti volti, innumerevoli aspetti, di inconcepibile enumerazione, di impensabile elencazione, riunendo nel proprio unico corpo, di volta in volta, la fierezza di un leone, l’infido languore di un serpente, l’innocenza di una dolce fanciulla, l’aggressività di un terribile orso, la ferocia di un lupo selvaggio, e molto altro ancora. Anche osservandola in maniera diretta, esplicita, mai all’attenzione del proprio sguardo, davanti ai propri occhi, sarebbe risultata donata, concessa una forma netta, singolare, chiaramente percettibile, di una di queste creature, di uno di questi aspetti, in un interminabile, costante, continuo mutare che mai avrebbe potuto permettere l’individuazione di un’evidente ed inconfutabile immagine.
Al di là di tanta innaturale parvenza, oltre a simile irrazionale spettacolo, sicuramente, innegabilmente, la natura della stessa avrebbe dovuto esser considerata quale mortale: inconsueta, lontana da ogni concetto vicino all’umana comprensione, e pur mortale, così come molte altre creature mitologiche, considerate figlie di divinità, prossime alle figure loro creatrici e pur inferiori a loro, e pur prive dell’immortalità, dell’onnipotenza che altrimenti avrebbe dovuto caratterizzarle se fossero state realmente dei o dee. Ciò nonostante, per quanto, in tal contesto relativo, la chimera non avrebbe dovuto esser giudicata quale diversa, superiore ad altri mostri, come scultoni, cerberi o ippocampi, essa si sarebbe sempre posta altrimenti su un piano assolutamente estraneo agli stessi, nel rifiuto, davanti a qualsiasi umana considerazione, di associare alla stessa persino il nome di un dio o dea quale responsabile per la sua creazione, per la sua origine, forse nella volontà di non recare offesa ad alcuna divinità per un’errata connessione in tal senso. Terrificante potere caratteristico di simile creatura, superiore a quello di ogni altro mostro, e forse in effetti prossimo a quello degli dei, ragione per cui tanto arcaico sentimento non avrebbe potuto essere negato in tal contesto, sarebbe stata la possibilità di offrire a qualsiasi proprio avversario l’evidenza dei propri più terribili incubi o, in alternativa, dei propri più incredibili sogni, ponendoli così prossimi allo stesso, così vicini alla realtà ed alla possibilità di raggiungerli, tale per cui nulla si sarebbe mancato di fare per sfuggire agli stessi, nel primo caso, o per gettarsi su di essi, nel secondo, in un sentimento incontrollato ed incontrollabile, infinito qual solo sarebbe potuto essere nell’essere posti a confronto con gli estremi più intensi, più appassionati del proprio animo, della propria mente, del proprio cuore.
In simile capacità, in tale potere di ignota natura e pur capace di perdurare persino oltre la dipartita della stessa creatura, ritrovandosi ad essere racchiuso nel suo stesso sangue ove questo fosse stato raccolto e conservato, ancor prima che nel proprio mutevole, ineffabile aspetto, la chimera difficilmente avrebbe mai potuto conoscere una reale sfida, una sincera opportunità di contrasto con un ipotetico avversario. Chiunque, o qualunque cose, per quanto forte, per quanto possente, umano o no che potesse essere, si sarebbe ritrovato inevitabilmente in sua balia, condannato in ciò ad una morte sicura, ad una fine certa, così come numerose leggente in quell’angolo di mondo, abbondanti miti di quell’estremo di continente, non avrebbero mancato di descrivere con minuzia di particolari. In verità, comunque, in quelle stesse leggende, in quei medesimi miti, almeno un nome era stato effettivamente ed incredibilmente associato ad una vittoria contro una sì temibile mostruosità: un nome che, ancora sconosciuto ai più all’epoca di tali eventi, aveva in ciò avuto occasione di imporsi subito all’attenzione di tutti, diventando in breve tempo un sinonimo di forza, di combattività, di potenza guerriera; un nome che, in quegli ultimi tempi, era stato associato anche a quello di una divinità della guerra, Marr’Mahew, del quale era stata reputata essere figlia terrena, forse addirittura incarnazione mortale… il nome di Midda Bontor.
« Questo è male… » deglutì la mercenaria, non negandosi una sincera e trasparente inquietudine nell’esser nuovamente posta in confronto con una simile figura.
In quanto unica mai sopravvissuta, e addirittura vincitrice, su una chimera, la donna guerriero si sarebbe potuta considerare, in effetti, forse quale la maggior esperta, conoscitrice, di tale creatura e delle sue letali potenzialità, abbastanza da non sentirsi in diritto di sottovalutarla, di sminuirla in virtù del proprio successo passato, come altri si sarebbero potuti attendere accadesse. Proprio nella confidenza con i poteri di tale avversaria, proprio nella consapevolezza delle incredibili risorse proprie di quella creatura, mai ella avrebbe commesso l’errore di approssimarsi a lei con leggerezza, con indifferenza forse, dando qual nuovamente scontata, se non addirittura ovvia, un proprio successo nell’ipotesi di un nuovo attacco, di una nuova offesa proposta in contrasto a quel mostro, che pur, apparentemente, si era appena macchiato della morte di entrambi i propri compagni di ventura.
« Non sarai una parente dell’altra vero? » domandò, rivolgendosi verso la propria nemica, cercando in tal gesto, in simile domanda priva di ogni possibilità di risposta, di umanizzare la medesima, di non lasciarsi dominare dalle emozioni in suo contrasto, dove se ciò fosse accaduto per lei sarebbe stata sicuramente la fine « Se così fosse, vorrei esprimerti il mio più sincero cordoglio per la tua perdita. Per quel che vale, hai la mia parola di come non vi sia stato nulla di personale in quello che è successo… per quanto mi riguarda era semplice lavoro, lo svolgimento di un incarico e nulla di più. »
Mostrando un istante il volto di una splendida fanciulla, quasi richiamante quello della stessa Carsa, pocanzi lì evocata per concretizzare, evidentemente, i desideri dei due uomini, per porli innanzi ad un sogno non sperato, e subito dopo lasciandosi invece dominare dalle fattezze di un tifone, terribile ed incontrollabile, non dissimile da quello affrontato dalla mercenaria tempo addietro all’interno dell’ Arena di Garl’Ohr, la chimera non sembrò voler o poter offrire alcuna attenzione alle parole a sé rivolte, dove naturalmente le stesse non avrebbero comunque avuto senso alcuno, non permettendole di associare alcun significato a pur sapientemente scelti significanti. Apparendo quasi incerto su come agire, sull’affrontare o meno la propria avversaria, il mostro restò allora immobile, nel voler evidentemente invitare la controparte ad avvalersi del non banale, non scontato diritto alla prima mossa, assumendosi in ciò anche la responsabilità derivante dal primo attacco: ma in conseguenza di ciò, Midda non espresse alcun movimento, non rivelò, a sua volta, alcuna volontà di essere protagonista dell’apertura di quel conflitto dall’esito incerto, mantenendo fedelmente la posizione in cui si era ritrovata ad essere nel confronto con quella comparsa improvvisa ed imprevedibile.
« Beh… l’evidenza di non essere ancora morta, credo possa essere interpretata qual buon segno, dopotutto. » commentò la Figlia di Marr’Mahew, continuando a non arretrare e pur non avanzare, a non levare la propria arma qual offesa e neppure in propria difesa, complice la consapevolezza di quanta effimera protezione il pur solido metallo di quella lega le avrebbe potuto concedere in simile confronto.
Ma, forse, proprio nell’esplicita volontà di negare simile opinione, tale pensiero, la chimera si riscosse, si riprese dal proprio apparente stato di quiete, addirittura placido disinteresse verso quella possibile umana preda, per scagliarsi in sua offesa, ora lasciando risultare evidenti innumerevoli bocche pronte a divorarla, lunghi denti destinati a straziarne le carni, quasi fosse un intero sciame di letali piranha.
E, così, alla donna guerriero altra possibilità non fu concessa al di fuori della lotta dell’inizio di una nuova battaglia dall’improbabile successo, qual solo sarebbe potuta essere quella con un’avversaria sì temibile, già vinta e pur appartenente ad un passato dopotutto lontano, a dieci anni addietro quando una figura inevitabilmente diversa, un’immagine obbligatoriamente più immatura, sarebbe stata la sua stessa.
domenica 8 novembre 2009
667
Avventura
015 - La piramide nera
Sebbene, normalmente, Howe e Be’Wahr si sarebbero posti quali consapevoli della reale natura di Carsa, della reale essenza del suo animo, nell’osservarla così spogliata della propria forza, della propria combattività, oltre che delle proprie vesti, vittima del serpente gigante che la stringeva all’interno delle proprie spire senza la benché minima pietà, non furono in grado di riconoscere in lei la loro consueta collega, quella figura che, pur attraendoli non diversamente rispetto a Midda, pur ponendosi inevitabilmente qual protagonista di molte loro fantasie, mai avrebbero cercato di conquistare, temendone la pericolosità ancor più di quanto non potessero bramarne l’abbraccio. Succubi, pertanto, della sua bellezza e, in quel momento, della sua necessità di aiuto, di soccorso, essi si posero, sciaguratamente, meno indifferenti, meno freddi e distaccati di quanto avrebbero altresì dovuto sempre essere nel contrastare un avversario, fosse esso un mostro smisurato qual quello loro presentato, o un semplice soldato appena arruolato, ultimo nella gerarchia di un qualsiasi esercito.
« Morte a quell’oscenità! » gridò Howe, rabbioso, iracondo nei confronti del nuovo avversario presentato ai loro sguardi, alla loro attenzione, impegnandosi in una folle corsa in sua opposizione.
Così, quella coppia di guerrieri pur esperti, pur temprati da innumerevoli battaglie, non si limitò ad affiancare la Figlia di Marr’Mahew nella propria carica, nel proprio attacco verso la creatura ora loro nemica, quanto, piuttosto, arrivarono addirittura a precederla, a muoversi con una foga forsennata, quasi innaturale, nella volontà di donare libertà a Carsa, a quell’immagine più simile ad una principessa di leggendarie ballate che a una comune mortale, alla sorella d’arme descritta, pocanzi, dallo sprone della stessa Midda Bontor. E, in ciò, essi si dimostrarono assolutamente privi di qualsiasi inibizione al punto tale che, addirittura, il biondo parve essersi persino dimenticato qualsiasi fobia precedentemente dimostrata nei riguardi di quel genere di rettile, superando, nel nome del traguardo prefisso, della salvezza di quell’obiettivo, ogni paura, ogni remora che, altrimenti, avrebbe dovuto bloccarlo, avrebbe dovuto costringerlo all’immobilità.
« Facciamolo a pezzi… che non possa restare neppure memoria di tanto blasfema ed oscena presenza! » si unì, al suo fianco, Be’Wahr, non meno ardente di passione in contrasto a simile nemico.
« Ma cosa…?! » sussurrò la donna guerriero, sorpresa da quella svolta, da quella carica tanto appassionata.
Qualcosa, in tanta passione, in quel fervore tanto incontrollato da parte dei propri compagni, stava ponendo i sensi della mercenaria all’erta, negandole la volontà di riscossa prima da lei stessa sì osteggiata, sì proclamata, e, anzi, lasciandole osservare ora con malizia, con paranoia lo spettacolo lì presentato. E in tal dubbio, in simile questionare su tal situazione, ella riuscì anche a porre sotto giudizio le proprie stesse reazioni, lo slancio di cui, pochi istanti prima, era stata protagonista, benché sospinta da ragioni ben diverse da quelle che sembravano ora animare i due mercenari suoi compagni.
« Fermatevi! » esclamò, tentando di bloccare i due con la propria voce, come spesso, in passato, si era dimostrata capace di fare nella fiducia che pur gli stessi erano sempre stati in grado di offrirle.
Mai erano stati, né sarebbero potuti essere, dubbi sul fatto che Carsa incarnasse una bellezza ineccepibilmente superiore a quella proposta dalla Figlia di Marr’Mahew, nell’essere contraddistinta da canoni più classici, più discreti, più eleganti rispetto a quelli pur sensuali e, in questo, ovviamente inebrianti, della più matura compagna. Nessuno, maschio o femmina che egli o ella potesse essere, offrendo la propria attenzione nei riguardi di quella fanciulla, avrebbe potuto usualmente associare a lei l’idea di una combattente, di un’assassina, una donna capace di uccidere con assoluto sangue freddo, senza esitazione, chiunque le si fosse posto innanzi, in contrasto o qual obiettivo per una missione assegnatale, quale ella effettivamente era. Dove, infatti, in Midda la natura di guerriero spesso e volentieri riusciva a prevalere su quella di donna, nella giovane ciò sembrava improbabile, se non addirittura impossibile.
Associata a tale caratteristica, a simile dono degli dei, in Carsa si poneva anche una seconda fondamentale rara e preziosa capacità, una predisposizione alla dissimulazione, una prerogativa all’inganno forse unica, che la rendeva capace di dar vita a alter ego assolutamente autonomi da sé stessa, personaggi che ella era in grado di richiamare ed utilizzare per azioni di infiltrazione, di spionaggio fuori da ogni ovvietà, lontane da ogni normalità. Ella, forte di entrambi tali doti, sarebbe stata pertanto in grado di circuire chiunque con le proprie abilità di infingimento, nel mentre stesso in cui lo avrebbe accecato con la propria magnificenza, negando in ciò, a maggior ragione, ogni possibilità di raziocinio, ogni ipotesi di dubbio nei riguardi di una creatura considerabile necessariamente innocente, pura, perfetta, lontana da ogni corruzione e malizia. E, invero, in tal senso ella non mancava spesso e volentieri di agire, di operare, ricercando qual mercenaria, attraverso simile risorsa, spesso addirittura fondamentale nel compimento delle proprie missioni, un proprio esclusivo vantaggio, un proprio indiscutibile tornaconto.
Nonostante fosse assolutamente consapevole di tutto ciò, confidente delle doti della propria compagna e della sua indiscutibile capacità di irretire il genere maschile, pur dalla stessa tanto ignorato sotto ogni profilo sentimentale, Midda, ritrovatasi ad essere oltrepassata dai propri compagni, abbandonata dagli stessi, impegnati in maniera cieca e sorda nell’inseguimento di in un insana volontà di confronto con il pericolo lì presentato, invece di proseguire con maggiore decisione, con la medesima tenacia pocanzi dimostrata, rallentò i propri passi, arrivando ad arrestarli per cercare di negare possibilità di proseguimento, in ciò, anche ai propri amici.
« Fermatevi! » insistette, non muovendo più un singolo passo in avanti, nel mentre in cui un brivido freddo percorse l’intera estensione della sua schiena, lasciandola temere per il peggio « Fermatevi se volete sopravvivere! »
Ma tanto veementi nel confronto con quella creatura, con quell’avversario, per la salvezza di Carsa e delle sue meravigliose forme e proporzioni, né Howe né Be’Wahr offrirono ascolto alle sue parole, ai suoi consigli, ritrovandosi, un istante dopo, a precipitare all’interno di un abisso presentatosi innanzi ai loro gesti, alle loro offensive, in sostituzione del serpente e della sua preda, un baratro oscuro apertosi sotto ai loro piedi prima che essi potessero rendersi conto di quanto stesse accadendo, dell’assenza, effettiva, tanto della vittima quanto del carnefice.
Improvvisamente, inaspettatamente, innanzi agli occhi della donna guerriero, tutte le immagini che prima avevano dominato il suo sguardo, avevano animato quello scenario, vennero sostituite da una presenza forse ancor più affascinante e terrificante, verso la quale, per un fuggevole istante, la sua mente aveva appena offerto attenzione, si era sospinta a pensare, nel timore, nel terrore che tale malsana idea potesse corrispondere al vero. E, purtroppo per lei, ancora una volta la sua intuizione non sembrò averla tradita, non sembrò averle voluto negare ragione nella pur azzardata ipotesi verso la quale aveva spinto le proprie idee, rivelando innanzi al proprio sguardo, davanti ai propri occhi, non tanto un serpente di dimensioni oscene, non una sorella e amica, e neppure mannari, blatte giganti, migliaia e migliaia di rettili pronti ad aggredirla o, ancora, uno scultone, quanto, piuttosto, una creatura peggiore a qualsiasi altra immaginabile, un’avversaria già affrontata in un’epoca passata, agli inizi della propria carriera, e contro la quale mai avrebbe desiderato tornare a confrontarsi, nella concreta confidenza con le sue capacità, con le sue possibilità.
Nel confronto con tale nuova immagine, i numerosi tasselli di un complicato mosaico sembrarono assumere finalmente un senso compiuto, una pur ragionevole possibilità di interpretazione, imponendo una causa comune a tutti gli eventi assurdi di cui si erano ritrovati ad essere protagonisti in quegli ultimi giorni, da quando si erano avvicinati in maniera eccessiva a quella piramide nera ed ai suoi antichi segreti. Troppi, infatti, sarebbero dovuti essere ritenuti, oggettivamente, i pericoli con i quali si erano scontrati, gli imprevisti con i quali avevano avuto ragione di confronto, i quali, però, ora avrebbero potuto trovare giustificazione in un solo, semplice e terrificante vocabolo…
sabato 7 novembre 2009
666
Avventura
015 - La piramide nera
« Quanta irruenza! » esclamò la donna guerriero, sorridendo divertita nei confronti dei propri compagni di squadra e appoggiando la propria mancina al petto, quasi a verificare che il proprio cuore fosse ancora al proprio legittimo posto e non fosse balzato fuori dalla sua cassa toracica in conseguenza di tanto ardore « Devo forse ritenere che mi vogliate bene al punto tale da rischiare le vostre vite per preservarmi da ogni possibile offesa con la medesima passione appena dimostratami?! » domandò poi, sorniona.
« Guarda come si sta divertendo questa qui… » commentò lo shar’tiagho, rivolgendosi al fratello ed aggrottando la fronte, nell’indicare Midda con un cenno del capo.
« Lo fa solo per mascherare la scontentezza di non aver potuto accoppare anche questo secondo mannaro ella stessa, perdendo l’occasione di farsi beffe in cotale maniera di noi due. » osservò il biondo, storcendo le labbra, in disapprovazione di simile comportamento.
« Ma come state diventando permalosi… » sottolineò ella, inarcando un sopracciglio con fare dubbioso « Se temete tanto la mia concorrenza, posso anche tornarmene indietro lasciandovi soli soletti. » propose poi.
« Se… se… e noi ci dovremmo anche credere. » scosse il capo Be’Wahr, riponendo il proprio coltellaccio solo per incrociare le braccia al petto, nel simulare un sentimento assolutamente impietoso nei confronti di simile prospettiva.
« Al limite saresti capace i lasciarci soli soletti per andartene avanti… » corresse Howe, sorridendo apertamente con allusivo divertimento.
« Ma... che razza di coppia di meschini, ingrati, approfittatori e… uhmpf… maschi! » rispose infine la mercenaria, fingendosi stizzita verso i due, salvo poi non resistere oltre in quel dialogo grottesco e scoppiare a ridere fragorosamente, venendo imitata, in ciò, da entrambi i compagni, in un gesto chiaramente liberatorio, atto a permettere di rilassarsi dopo la tensione di quegli ultimi momenti.
« Almeno tu hai ammesso che siamo maschietti… » sospirò lo shar’tiagho, al termine di quel comune momento di ilarità collettiva « Dopo tutti i commenti in senso contrario da parte di Carsa, iniziavo a sentire la mia virilità posta in sincero dubbio. »
« E considerando di chi stiamo parlando sarebbe anche paradossale come situazione… » puntualizzò il biondo, in riferimento alle preferenze sentimentali della loro compagna assente in quel momento.
« Beh... in fondo, proprio nel prendere in esame tale punto di vista, forse dovreste accogliere con piacere l’idea che vi giudichi in tal modo. » rifletté Midda, socchiudendo gli occhi nel voler dimostrare una malizia tipicamente femminile.
Per un fuggevole istante tanto Howe quanto Be’Wahr restarono in silenzio a quelle ultime parole, riflettendo attorno alle medesime per coglierne il senso più profondo, il significato proposto dalle medesime, non sì immediatamente trasparente alla loro attenzione. Dopo solo un momento, però, entrambi riuscirono a riordinare le idee, cogliendo come, in effetti, la doppia negazione rappresentata dal concetto loro associato e dai gusti della giovane guerriera, a cui si stavano riferendo in quel momento, avrebbe potuto esser intesa quale un’affermazione positiva.
« Per Lohr… non ci avevo pensato! » esclamò Howe, sgranando gli occhi.
« Ma vuoi dire che… quindi?! » domandò Be’Wahr, non celando in quel frangente un evidente sentimento di attrazione per il soggetto di tale analisi « Possibile che…?! »
« Senza cattiveria, ragazzi… ma credo che per voi sia meglio lasciar perdere. » scosse, però, il capo la mercenaria, con un sorriso quasi dolce verso di loro « Ci sono tante altre belle donne in giro… evitate di perdere il vostro tempo dietro a effimere illusioni. »
E quasi fosse stata evocata da quel momento di comune dialogo, quasi fosse stata lì richiamata in scena dai desideri bramosi dei due elementi maschili della spedizione, improvvisamente, inaspettatamente, la voce della stessa Carsa irruppe a impedire ogni nuova possibile risposta da parte di uno dei due fratelli verso la donna guerriero, pretendendo altresì a sé ogni attenzione, ogni interesse.
« Aiuto! »
Un grido semplice, diretto, naturale, un’affermazione lontana da ogni possibilità di discussione, di dubbio, capace di far leva sugli istinti primordiali di ogni essere umano, quei sentimenti che solo egoismo e cinismo sarebbero stati in grado di mettere a tacere, di dominare, impedendo un provvedimento in loro conseguenza, uno sviluppo in loro derivazione, ma che comunque, a fronte della presenza, qual protagonista, di una figura nota, di una presenza amica, di un’immagine cara, non avrebbe potuto ugualmente ovviare una qualsiasi reazione. Un grido che, levandosi dalla gola della loro compagna fino a quel momento ritenuta lontana da quelle lande, da quella loro missione da lei stessa rifiutata, vite la medesima esser trattenuta all’interno delle spire di un enorme serpente, di uno smisurato rettile dalle dimensioni improbe, affetto da un gigantismo sicuramente inferiore rispetto a quello dimostrato, pocanzi, dalle blatte, ma non per questo meno temibile, meno orrendo, nel considerare come la sua testa non sarebbe potuta esser giudicata inferiore a quella dello scultone già vinto, capace come essa di accogliere, al proprio interno, un’intera figura umana senza alcuna fatica, senza alcun particolare impegno.
« Ma cosa…? Lohr! » esclamò il biondo, volgendosi nella direzione di quel grido, sgranando i propri occhi innanzi all’oscena presenza di quel rettile abnorme, incarnazione di ogni suo peggiore incubo, di ogni sua più terribile e atavica paura.
« Non è possibile… quella è Carsa! » si affiancò lo shar’tiagho, meno in preda al terrore ma, forse, ancor più in preda allo stupore rispetto al fratello, per quello spettacolo inatteso, imprevedibile, quasi lontano da ogni logica ancor più di ogni altra immagine concessa loro fino a quel momento, in quel viaggio che, negli ultimi giorni, aveva comunque posto ogni raziocinio in serio dubbio.
Con le proprie forme più esili e più aggraziate di quanto mai erano state e, certamente, di quanto mai sarebbero potute divenire quelle della stessa Figlia di Marr’Mahew; con la propria carnagione scura, quasi naturalmente dorata, atta a concederle un carattere quasi esotico, un chiaro sangue misto capace di riunire in sé gli aspetti migliori di diverse culture, di variegate stirpi; con i propri lunghi capelli, ciondolanti su una dolce schiena facente sfoggio di un delicato tatuaggio rappresentante una coppia di ali poste a riposo all’altezza delle sue scapole, in un’opera tanto accurata, tanto precisa al punto tale che ci si sarebbe potuti attendere che, a un momento all’altro, esse avrebbero potuto dischiudersi e permettere loro di spiccare il volo; a meno di un paio di centinaia di piedi dalla loro posizione, più in basso rispetto a loro, in direzione della nera piramide, la loro giovane compagna appariva ira totalmente in balia del proprio gigantesco avversario. Le sue stesse vesti, in tal pericoloso frangente, risultavano completamente lacerate, al punto tale da non riuscire più neppure a coprirne le curve, svelando in tal danno il fascino, la sensualità intrinseca di quel corpo, in uno spettacolo che sarebbe risultato sicuramente ammaliante, eccitante, se solo non fosse stato assolutamente letale: privata della propria consueta ascia da guerra, di quell’arma così pesante e razionalmente impropria per un tal fisico e della quale, ciò nonostante, aveva fatto la propria principale compagna, non impavida guerriera, non formidabile combattente, ella si imponeva, suo malanimo, in quel momento agli sguardi dei compagni, quanto piuttosto semplice vittima, gracile figura da soccorrere, da salvare prima che potesse essere troppo tardi per lei, per sperare di concederle un qualsiasi futuro.
« Non c’è tempo di porsi domande, in questo momento. » fremette la Figlia di Marr’Mahew, sfoderando la propria spada bastarda, nel dimostrarsi nuovamente pronta alla pugna « Qualunque insana realtà si possa star celando dietro a tutti questi eventi, non può ugualmente negare il soccorso ad una nostra sorella d’arme. E qualunque natura possa contraddistinguere quel mostro, qualunque origine possa avergli concesso di svilupparsi in tal proporzioni, per Thyres, noi lo sconfiggeremo! »
venerdì 6 novembre 2009
665
Avventura
015 - La piramide nera
« Lungi da me essere esibizionista o voler cercar vano vanto per i risultati raggiunti… » sorrise la donna guerriero, nel volgersi in direzione dei propri compagni « … ma se mi farete attendere ancora un po’, sarò costretta ad intervenire in vostro soccorso. »
« Stai buona. » rispose Howe, imitando lo stesso tono da lei rivolto nei loro confronti poco prima, in risposta ad una similare affermazione « Hai semplicemente avuto una buona occasione e l’hai saputa sfruttare… nulla di più. »
Difficile sarebbe stato, in effetti, comprendere in quale misura tale analisi sarebbe potuta considerarsi realistica e in quale, invece, sarebbe potuta risultare semplice beffa. Impossibile da negare, del resto, anche per la donna guerriero, sarebbe stata l’osservazione di come la carica avventata e prematura propostale da parte del mannaro le avesse offerto un’ottima occasione di intervento: altrettanto impossibile da negare, però, sarebbe stata l’osservazione di come non chiunque, di fronte a tale eventualità, avrebbe saputo mantenere il controllo ed agire a suo pari, arrivando in tal modo ad una rapida vittoria.
L’unica certezza, in tale situazione, si sarebbe quindi dovuta ricercare nel constatare come, a prescindere da buona sorte o abilità eccezionali, Midda era stata comunque in grado di abbattere il proprio avversario in un tempo inferiore a quello impiegato dai due fratelli, in coppia, per riuscire a prevalere contro l’altro mostro lì presente. Una certezza, pertanto, nettamente a favore della mercenaria, la quale, attraverso la stessa, avrebbe potuto riconfermare la propria fama, la propria prerogativa guerriera, o, più banalmente, più concretamente, avrebbe potuto ritrovare di che farsi giuoco dei propri compagni, così come prima, essi stessi, l’avevano scherzosamente attaccata.
« Non vorrei apparire troppo insistente nei vostri confronti. Sono solo sinceramente desiderosa di ricambiare la cortesia che sareste stati intenzionati ad offrirmi. » precisò, con aria sorniona, muovendo in quelle parole il proprio corpo con pigrizia, con apparente distrazione, in un evidente fattore di tedio per tanta attesa, per simile prolungamento del combattimento condotto dai propri compagni « Comunque sia, ditemi voi… io attendo senza problemi. »
In opposizione a quanto ricercato dall’avversario della Figlia di Marr’Mahew, il mannaro opposto a Howe e Be’Wahr non sembrava intenzionato a sprecare la propria esistenza in un attacco in conseguenza del quale alcuna speranza di vittoria, di successo, avrebbe potuto effettivamente riservarsi. Sottoposta alle continue e stressanti offensive dei due uomini, la creatura stava limitando il proprio impegno, il proprio interesse, alla propria stessa sopravvivenza, evadendo agilmente, rapidamente, da ogni movimento tentato contro di sé, da ogni azione mossa a suo definito discapito. E nonostante la propria massa corporea tutt’altro che trascurabile, nonostante una mole che difficilmente sarebbe potuta essere associata ad un concetto di agilità o rapidità, esso stava offrendo piena dimostrazione delle proprie innate caratteristiche in tal senso, di quelle qualità animali che la trasformazione subita non aveva negato ma, al contrario, esaltato.
« Forse riesco anche a farmi un pisolino… ora che ci penso. » propose retoricamente la mercenaria, volgendo il proprio sguardo alle coperte utilizzate in quella notte appena conclusa, abbandonate ancora a terra dove, in teoria, erano stati loro stessi a porle ma ove, in pratica, non avevano alcuna idea di come lì fossero potute giungere.
« Ne hai ancora per molto?! » richiese lo shar’tiagho, aggrottando la fronte per l’irritazione conseguente non tanto a quello scherno, dove in tal caso, se bramoso di non esserne oggetto, non avrebbe mai dovuto diventarne propositore, quanto piuttosto alla continua evasione del mannaro ad ogni loro attacco.
« In effetti la vera domanda dovrebbe essere… ne abbiamo ancora per molto?! » osservò Be’Wahr, il quale avrebbe rivolto tale questione verso il loro nemico piuttosto che verso la loro compagna, in quella spiacevole situazione di stallo in cui sembravano essere finiti.
Insensibile a tali chiacchiere, a simili confronti verbali, il mannaro volle altresì tentare, in tal fine spinto da intenzioni non diverse da quelle che avevano animato proprio simile già defunto, un’azione d’offesa, approfittando dell’ipotetica distrazione della coppia di avversari, impegnati nel dialogo con la loro compagna. In questo, in verità, non scelse, parallelamente a quanto occorso, di impegnarsi in un attacco diretto contro i due uomini, quanto, piuttosto, di evadere dalle loro mire solo per dirigersi verso la stessa donna guerriero, probabilmente nel reputarla maggiormente suscettibile a un’aggressione, o forse, addirittura, nel bramare una qualche vendetta per il torto subito nell’assassinio dell’altro mannaro di cui ella stessa si era appena macchiata.
E se anche, indubbiamente, la mercenaria non avrebbe permesso a quella creatura di giungere a sé, al di là della propria apparente distrazione, indolenza, sì dimostrata a scopo di gioco nei confronti dei propri compagni ma ben distante dall’essere reale, ben distante dal porla con una guardia abbassata nei confronti dei pericoli di quelle lande deserte, ignote, al mostro non fu concessa neppure l’opportunità di portare a compimento la propria intenzione, il piano che aveva reso propria prerogativa in siffatto modo. In suo contrasto, per una semplice questione di principio, per la difesa di un qualche onore personale ancor prima che per un’effettiva preoccupazione nei confronti di una figura quale quella di Midda Bontor, si spinsero rapidamente tanto Howe quanto Be’Wahr, dimostrando in tal reazione, immediata, subitanea, impareggiabile, come anch’essi non sarebbero dovuti essere considerati da meno rispetto alla loro compagna di ventura, alla loro collega e, forse, addirittura amica.
« Ehy… ma dove pensi di andare?! » gridò Be’Wahr, storcendo le labbra verso il basso nel non gradire quella reazione, quel tentativo in loro negazione.
Senza ritrovare, effettivamente, estraneità rispetto alla sorte precedentemente riservata al proprio simile, anche per quel secondo mannaro il destino fu decretato in conseguenza di un erroneo giudizio, di un’avventata e immeritata sottovalutazione delle capacità proprie dei mortali schierati inizialmente in suo contrasto. Il biondo mercenario, con una prontezza di riflessi e una foga tutt’altro che inferiori a quelle della creatura, approfittando dell’evasione tentata da parte della medesima, spinse abilmente i propri colpi ad avvicinarsi al suolo, al terreno lavico sul quale stavano combattendo, portando la propria lama, la propria arma così simile ad un coltellaccio, a recidere con due movimenti netti, decisi, i tendini di entrambi i calcagni del mostro, negando in conseguenza ai muscoli dei suoi arti inferiori una qualsiasi capacità di movimento, di efficiente risposta anche in conseguenza del gesto più semplice. Lo shar’tiagho, contemporaneamente, parallelamente a ciò, spinse la propria spada dorata a ricercare la schiena nemica in uno sgualembro dritto, tale da attraversare diagonalmente l’intera ampia superficie offertagli con un movimento condotto dall’estremità superiore della spalla destra del medesimo fino all’estremità inferiore delle sue stesse reni, squarciandone le carni senza alcuna reale fatica, senza alcun reale impegno, e pur con indiscutibile soddisfazione dopo innumerevoli tentativi d’offesa puntualmente finiti a vuoto.
« Eravamo noi i tuoi avversari… o già ti eri stancato della nostra insistenza? » richiese Howe, retorico nel proprio tono, nella scelta di tali parole che già stavano condannando a morte il nemico nel considerarlo non più appartenente al tempo presente.
Così offeso, il mannaro, pur sì vigoroso, sì energico nei propri movimenti, nella propria volontà di morte a loro discapito, non ebbe altra possibilità al di fuori di quella di essere sospinto verso il suolo, ricadendo violentemente e pesantemente sul medesimo, in un impatto a dir poco fragoroso. Un verso rauco, carico di rabbia e di dolore, si levò allora verso il cielo, nel mentre in cui esso, lì inerme in opposizione ai propri nemici, non poté fare altro che morire, venendo rapidamente decapitato in un gesto che sarebbe dovuto essere interpretato di grazia ancor prima che di offesa, dove molti altri modi più lenti e dolorosi sarebbero potuti essergli imposti, ma che, in verità, non si propose con alcun particolare sentimento, desiderio, al di fuori di quello di liberarsi rapidamente dell’ostacolo rappresentato da tal mostro, da simile presenza sul cammino del gruppo.
giovedì 5 novembre 2009
664
Avventura
015 - La piramide nera
Consapevole della possibilità di condurre a segno i propri colpi, superato l’inevitabile primo istante di stupore e la conseguente necessità di evasione da un prevedibile attacco, la donna guerriero non si perdonò ulteriori esitazioni, non si riservò alcuna nuova possibilità di sorpresa, lasciando roteare la propria lunga lama dagli azzurri riflessi attorno ai fianchi per porsi in posizione utile ad un attacco. Nel contempo, il mannaro, per quanto forse giudicabile e giudicato dalla maggior parte delle persone quale una stolta creatura, stupido essere in conseguenza della propria particolare origine, nel proprio imbarbarimento rispetto allo stato iniziale, non si slanciò nuovamente in contrasto alla propria preda, come usualmente sceglievano di fare la maggior parte degli avversari anche umani della stessa, negandole pertanto la possibilità, forse, di una semplice risposta, di un’ovvia difesa e immediata offesa con cui ella avrebbe potuto decretare rapidamente la conclusione di quell’incontro: a propria volta, al contrario, esso assunse una postura di guardia, appena incurvato verso il suolo, nell’osservazione, nello studio della propria avversaria.
Sul fronte parallelo a tale confronto, il secondo mannaro si stava ponendo altrimenti obbligato ad investire tutte le proprie energie, tutta la propria attenzione, nel tentativo di evasione dai duplici attacchi condotti a suo discapito da parte dei fratelli: questi ultimi, avendo anch’essi superato lo smarrimento iniziale, si stavano infatti impegnando, con foga e coordinazione, nel cercare di prevalere sulla creatura loro nemica, probabilmente da loro stessi ritenuta, in verità, anche meno pericolosa, meno feroce di quanto non sarebbero potute essere altre minacce affrontate e vinte in passato. E così, dove, forse, un singolo avrebbe potuto ritrovarsi in difficoltà nel confronto con un essere di quelle proporzioni, di quelle dimensioni, Howe e Be’Wahr trovarono nella collaborazione, in quella loro pur naturale ed innegabile complicità derivante da una vita vissuta l’uno al fianco dell’altro, in innumerevoli avventure di ogni genere, la propria forza, il proprio talento più importante, capace di trasformare un predatore in preda nell’opposizione a colpi tanto continui, sì irrefrenabili.
« Ehy… la grande Midda Bontor è, forse, in difficoltà?! » domandò lo shar’tiagho, con tono quasi divertito, di giuoco e non certamente di scherno, nel notare quanto, non lontano da loro, il combattimento non fosse ancora iniziato, i due avversari si stessero ancora osservando, reciprocamente studiando, dove egli stesso, invece, si sarebbe atteso da lei una rapida vittoria, in una conclusione addirittura valutata qual scontata, banale, naturale, se non addirittura ineluttabile come il destino stesso « Non ti preoccupare… appena avremo concluso con questa formalità, sistemeremo anche il tuo impiccio. » aggiunse poi, nel volerla stuzzicare, provocare, forte della propria posizione verso di lei di alleato e non nemico, ove, in caso contrario, mai avrebbe osato spingersi a tanto.
« In fondo non è stato per caso che siamo riusciti a trasformare in carne trita i cinque cerberi a guardia della prigione nella quale era stata rinchiusa… » sorrise il biondo, prendendo, per una volta tanto, parte ad un’amenità proposta dal fratello, partecipando anch’egli a quel ludo, non qual dimostrazione di avversione alla compagna quanto, piuttosto, nella volontà di sdrammatizzare, di alleggerire il clima c he sarebbe potuto altrimenti essere proprio di quell’ennesimo confronto, quel combattimento ultimo di una lista che stava iniziando a farsi particolarmente intensa, ricca.
« State buoni. » suggerì loro la mercenaria, mantenendo il proprio sguardo di ghiaccio freddamente concentrato sull’avversario, a riflettersi negli occhi di sangue del medesimo « E non pensiate che cinque semplici cerberi possano bastare per impressionarmi. » definì poi, in parte mentendo dove, all’epoca, era rimasta effettivamente sorpresa dalla bravura dimostrata dalla coppia di fratelli d’arme e da Carsa, terzo elemento al loro fianco in tale frangente, nello sconfiggere quel particolare genere di avversari in quella quantità tutt’altro che trascurabile.
Forse ritenendo la donna qual distratta in conseguenza di quelle parole, forse immaginando la guardia della stessa abbassata in virtù di tale diversivo verbale, il mannaro in contrasto alla Figlia di Marr’Mahew prese improvvisamente l’iniziativa di un nuovo attacco, salvo accorgersi troppo tardi dell’avventatezza e della conseguente erroneità della propria valutazione. Ma, ben lontana da simili condizioni di debolezza, da un’avventatezza tanto palese, la mercenaria non si limitò a constatare tale azione, a prendere atto placidamente di simile scelta, preferendo prepararsi, altresì, al meglio per accogliere la venuta del nemico, per potergli concedere la propria migliore ospitalità in risposta a tanta enfasi.
Fu così che, nel momento in cui la creatura tentò di dirigere la propria attenzione, i propri movimenti, alla volta della mancina della donna, bersagliandola con l’impeto dell’incontenibile vigore delle proprie membra, dei propri pugni, forse al fine di disarmarla se non, addirittura, di impossessarsi a propria volta di tale spada, eventualità sì remota, sì incredibile, ma da non escludersi innanzi alla pur vivace intelligenza dimostrata fino a quell’istante, ella non si accontentò di eludere semplicemente simile offensiva: al contrario, in una veloce rotazione facendo perno sulla punta dei propri piedi, ella prima si allontanò dalla traiettoria prescelta dal nemico, lasciandolo libero di superarla, di oltrepassarla in uno scarto di pochi indici di distanza, salvo poi ritrovarsi ad essere esattamente alle sue spalle, pronta a concedergli, a imporre su di lui, il gelo della propria lama, il vigore di quella speciale lega frutto dell’opera e delle capacità riservate soltanto ai figli del mare. In quella tauromachia, pertanto, al mannaro non fu effettivamente concessa alcuna possibilità di controllo, di gestione, ritrovandosi da ipotetico carnefice, protagonista attivo di un impetuoso attacco, a semplice vittima, destinatario di un affondo diretto alla propria schiena, mirato precisamente all’altezza del proprio cuore, per poter vedere la sua vita rapidamente ed efficientemente negata.
« Vediamo quanto intelligente riesci ad offrirti in questo momento. » commentò ella, sorridendo verso il proprio avversario, verso il proprio nemico, forse non avendo neppure possibilità di essere da esso compresa, e pur non volendo rinunciare all’occasione di quella beffa, di quell’attacco verbale, là dove, fino a quel momento, per prudenza, non aveva ancora osato insistere in una simile direzione « Se decidi di lasciarti morire in pace, allora sarà impossibile non prendere atto di un chiaro intelletto di fondo, altrimenti… »
Il mannaro, però, non diede riprova di voler apprezzare il consiglio, il giudizio offertogli da parte della controparte e, sebbene ferito a morte, benché trapassato da quattro piedi di fredda, lucida e fiera lama dagli azzurri riflessi, volle ancora tentare un’offensiva verso la propria nemica, forse giudicando come, ad un passo dalla morte, in prossimità della propria ormai inevitabile fine, non avrebbe voluto intraprendere tale viaggio verso l’ignoto da solo, quanto piuttosto accompagnato da colei responsabile per il medesimo. Muovendosi con coraggio, con sprezzo del dolore, in avanti, a liberarsi della spada bastarda che in siffatto modo aveva preso il dominio sul suo corpo, il mostro riuscì a ritrovare, per pochi, fuggevoli, istanti, la volontà di ruotare un’ultima volta verso la donna per sferrare, nella sua direzione, il proprio attacco conclusivo, la propria ultima offesa.
« … altrimenti… beh… inutile specificarlo: ormai hai già scelto. » sentenziò ella, storcendo le labbra verso il basse evidentemente nel non condividere simile alternativa ma non potendo ugualmente evitare di accettare la decisione sì dimostrata, nel rispetto verso la volontà espressa in tanta foga.
Un gesto apprezzabile, un impegno sinceramente ammirevole quello del mannaro, per quanto, in verità, assolutamente inutile, inefficace, privo di ogni possibilità di successo, al quale Midda non mancò di offrire adeguata risposta, forse arrivando in ciò a riconoscere al proprio nemico, a quell’avversario tanto inumano e feroce, un certo rispetto, una certa pietà, probabilmente in ricordo di quanto era stato un tempo, del destriero pur fedele che si era proposto essere per i suoi compagni di ventura. Fu il colpo di grazia, pertanto, quello che mostrò nuovamente le membra della donna tendersi, il suo corpo agire con rapidità e precisione, guidando la propria arma a solcare l’aria parallelamente al suolo, attraversando, da parte a parte, il possente collo dell’avversario con un preciso tondo manco, che senza alcuna fatica, senza poter incontrare alcuna resistenza, vide il capo equino di quella creatura essere separato dal resto del corpo, decretando, in simile, efficiente e sanguinario movimento, la fine di ogni tenzone.
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