Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 020 - Il regno dimenticato. Mostra tutti i post
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martedì 20 luglio 2010
921
Avventura
020 - Il regno dimenticato
E nel mentre un grido straziato offrì sfogo al dolore proprio del cuore di Be'Tehel, il quale avrebbe rinunciato a poter ascoltare quella meravigliosa confessione d'amore per poter trascorrere anche solo un giorno in più con la propria compagna, colei a cui aveva consacrato la propria intera esistenza anche senza necessità di matrimonio alcuno, l'oscurità avvolse il cuore, la mente e l'anima della donna guerriero, lasciandola precipitare nelle fredde tenebre della morte.
Tale, per lo meno, su la sensazione iniziale che dominò in lei, nel momento in cui sentì la vita venirle meno e la morte, alfine, pretendere il giusto tributo da chi, troppo spesso, aveva evitato il necessario confronto con la responsabilità delle proprie azioni. Una sensazione che, tuttavia, non si protrasse per troppo tempo, dal momento in cui, dopo pochi istanti, o forse dopo interi eoni, impossibile a dirsi, un incredibile calore prese nuovamente il controllo in lei, rigenerandone le energie, restituendole la forza, donandole nuovamente la vita che pur, finalmente, pensava, forse addirittura sperava, essere perduta.
"Disprezzi realmente l'idea di poter riprendere il giusto controllo della tua vita?"
Una voce fu quella che la raggiunse in quell'oscurità divenuta improvvisamente luce, in un bagliore tanto intenso, sì vigoroso ed energico, da lasciarla ugualmente cieca, negandole ogni possibilità di osservare la realtà a sé circostante, ammesso che ancora esistesse una realtà attorno a lei o, ancor peggio, che ella stessa ancora fosse in grado di osservare qualcosa.
Quella voce, per un istante umanamente temuta nell'ipotesi in cui potesse essere quella di un dio o di una dea, non appena la sua mente riprese a svolgere il proprio consueto dovere, il proprio abituale compito, qual nota, qual già conosciuta, appartenente a un lontano passato, un passato, addirittura, proprio del futuro da cui ella era lì giunta. Una voce non nemica e, anzi, addirittura amica, che tanto era persino arrivata ad amare, in quei brevi ed eterni istanti che pur avevano trascorso insieme, e che, altresì, mai avrebbe creduto di poter tornare ad ascoltare… non di certo, poi, in quel momento.
"Sono felice che ancora tu abbia memoria di me…"
Fenice? Sei davvero tu? Come… come è possibile tutto questo?
"Il come non è importante, in questo frangente." confermò implicitamente "Il perché è più interessante…"
La fenice: una delle creature più potenti mai esistite, il cui potere, probabilmente, avrebbe dovuto essere considerato al pari di quello di un dio, se non divinità essa stessa.
La prima volta che Midda aveva incontrato tale entità, era stato in occasione di un crudele ricatto, in conseguenza al quale, per salvare la vita di un gruppo di bambini innocenti, un folle mecenate le aveva domandato di trovare e uccidere la fenice, al fine di poter guadagnare, attraverso l'uovo che sarebbe nato dalla morte della stessa, un'occasione di immortalità e immenso potere, di ascesa al divino. Tale pazzia, pur condotta a compimento per volere della stessa fenice, aveva visto l'anziano nobile kofreyota essere letteralmente distrutto dalla stessa energia infuocata che aveva sperato di poter dominare, nel mentre in cui la fenice appena distrutta aveva immediatamente ritrovato nuova e più vitale esistenza.
"In verità, a seguito di quegli eventi, in almeno un'altra occasione ci siamo incontrate, sfiorate oserei dire, per quanto tu non abbia potuto conservare memoria di ciò che è accaduto, esattamente come non potrai riserbarti ricordo alcuno neppure di questa tua terza vita…" intervenne, cogliendo il percorso mentale della propria interlocutrice in quel bizzarro dialogo mentale.
Di cosa stai parlando? Non riesco a comprenderti…
"Rammenti quando ti sacrificasti per permettere a Carsa, Howe e Be'Wahr di conquistare la corona della regina Anmel e di condurla lontano dal santuario nel quale era stata sepolta?"
Il vortice oscuro…
"Nella tua memoria è solo il ricordo del risveglio fra le braccia di Ma'Vret, là dove io ti condussi." spiegò, con tono quieto "In verità, in conseguenza a quel tuo gesto, tu sei rimasta intrappolata per trent'anni in un'altra dimensione, nella quale sei invecchiata sola ed esiliata, per tua esplicita volontà, dal mondo intero. Da tale prigionia, è stata proprio Anmel a evocarti… o, per meglio dire, Carsa, i cui sentimenti verso di te hanno avuto la meglio sulla fiera volontà della regin…"
Calma… aspetta. Fermati, per carità. Non sto comprendendo una sola parola di quanto stai dicendomi… e tutto questo mi sta facendo letteralmente impazzire.
"Comprendi, ora, perché preferii cancellare ogni traccia di quegli eventi dalla tua memoria, nel ripristinare il corretto corso del tempo? E perché lo farò anche in questa occasione?"
La fenice; la regina Anmel; Carsa; viaggi temporali; una sorta di limbo e trent'anni d'esilio; una terza vita?!: troppi concetti, troppe informazioni quelle così improvvisamente offerte alla donna guerriero, con le quale la sua mente umana e mortale, per quanto abituata a ogni genere di assurdità, non sarebbe riuscita a confrontarsi tanto semplicemente, accettando tutto ciò quale un'ovvietà, quale la condizione più normale con cui mai avrebbe potuto avere a che fare. La follia, innanzi a tutto ciò, sarebbe apparsa qual la sola via d'uscita.
Ma un'uscita da dove? E, soprattutto, verso dove? Non era forse, ella, appena morta?
"Non sei morta. Non ancora." la rassicurò la fenice, proponendole le medesime parole un tempo già adoperate in risposta a un'altra donna, un'altra interlocutrice, similmente a lei arrestata dal suo intervento a un istante dalla propria apparentemente inevitabile fine "In verità, non è neppur previsto che tu possa morire qui e oggi: questo tempo non appartiene né a te, né ai tuoi nuovi compagni di ventura. E, per questa ragione, mio è il diritto, se non, addirittura, il dovere, di restituirvi al vostro mondo, dal quale l'oscuro potere di Anmel vi ha ingiustamente strappato…"
A che scopo?
"Brava. Vedo che stai iniziando a comprendere…" confermò, con un tono che Midda volle interpretare corrispondente a un sereno sorriso "Non ti sei preoccupata nel merito del come, quanto, piuttosto, del perché…"
Nel confronto con una creatura qual la fenice, il cui potere ella aveva imparato per diretta esperienza personale a rispettare e a temere, la donna guerriero non avrebbe mai potuto interrogarsi sulla possibilità che un simile miracolo, che una tale meraviglia, potesse essere realmente tale: inevitabile, pertanto, sarebbe stato rivolgere il proprio interesse alle motivazioni alla base di un tale intervento e, ancor più, al senso ultimo, per lei stessa, di riprendere a vivere una vita priva di qualsiasi libero arbitrio, nel trovarsi semplicemente costretta, obbligata, a recitare una parte da altri scritta per lei, qual, banalmente, la protagonista di un mito, di una leggenda, ancor prima che una persona reale, con propri sentimenti, con propri sogni, con proprie speranze.
"Ti sbagli. Ti inganni." la rimproverò la voce della fenice, percependone ancora le emozioni, i pensieri più intimi, in quel confronto che, dopotutto, stava avvenendo unicamente nella sua mente o, comunque, in qualcosa di paragonabile a essa "Non esiste alcun destino. Non esiste alcun fato. Nulla di tutto ciò in cui hai sempre creduto ha da considerarsi posto in discussione…"
Ma… il faraone… l'onniveggenza: egli ha dimostrato di poter prevedere ogni cosa, persino il ritorno al mio tempo che tu, ora, mi stai offrendo. Io non desidero una vita da marionetta… non sono il personaggio di una storia, asservito ai capricci del proprio autore!
"So che non sarà facile per te comprenderlo, ma devi sapere che esistono infiniti futuri possibili, infinite linee temporali che, continuamente, si creano e si distruggono in conseguenza di qualsiasi gesto di qualsiasi uomo, donna o bambino…" spiegò l'altra, con fare quieto, paziente, addirittura materno verso di lei "Rammenti quanto, nel mio tempio, ti sei ritrovata a combattere contro te stessa? In quel santuario, in conseguenza alla mia presenza, le barriere che usualmente separano le varie dimensioni sono più labili, più leggere e delicate: in conseguenza di ciò tu ti sei ritrovata a confronto con te stessa, mentre altre vostre pari stavano esplorando diverse vie alternative per raggiungere un medesimo scopo… per raggiungere me."
E' follia…
"L'onniveggenza non è un potere assoluto, non è infallibile." continuò, trascurando il commento dell'interlocutrice "Egli ha potuto osservare solo una ristretta schiera di futuri possibili e, cogliendo gli elementi comuni a ognuno di essi, ha tratto le proprie conclusioni, tragicamente segnando il proprio stesso destino nell'arrendersi a esso."
Vuoi dire che…?
"Sì, Midda Bontor. Sì." confermò, anticipando la domanda così postale "Nulla è definito a priori e solo la resa può tracciare, in maniera predeterminata, il fato di un mortale. Ma nella lotta… nella lotta che anche tu ti ostini a continuare giorno dopo giorno, chiunque può decidere il proprio fato, così come nessun dio o dea potrebbe essere in grado di fare in sua vece."
Alcuna novella sarebbe potuta essere accolta da lei, in quel momento, con animo più lieto, più entusiasta, rispetto a quella con la quale fece propria la notizia offertale dalla fenice, quella speranza… quella meravigliosa speranza utile a poter tornare a vivere, a poter tornare a credere in tutto ciò che, da sempre, aveva dato un senso alla sua stessa esistenza.
Tornerò, quindi, a vivere… e i miei compagni? Be'Tehel e Ma'Sheer? Cosa accadrà a loro?!
"Come te, vivranno sino alla conclusione dei destini che così hanno abbracciato… e, poi, interverrò io."
Ma… se tutto tornerà così come è stato, e se alcuno conserverà memoria di questi eventi, perché non sei intervenuta prima? Ci hai donato questa possibilità di vita alternativa per semplice diletto?
"Credo che sia giusto dire che mi sono presa la libertà di concederti un periodo di riposo…" rispose la fenice, con disarmante onestà "… e, nel mentre di ciò, di esaudire la preghiera di un cuore innamorato."
lunedì 19 luglio 2010
920
Avventura
020 - Il regno dimenticato
Con la morte nel cuore, necessario sentimento di fronte alla rinuncia alla propria stessa autodeterminazione, alla propria libertà di pensiero e azione, Midda Bontor non poté evitare di accogliere il fardello rappresentato da quei due scettri. E, a partire da quel semplice gesto, dalla stretta metallica che venne imposta attorno a tali simboli di potere dalla mano metallica della donna guerriero, la profezia, se tale sarebbe potuta essere definita, del faraone Amothis VI, loro presunto acerrimo nemico diventato, all'ultimo il più prezioso e importante alleato, si avverò in ogni sua parte, in ogni proprio dettaglio.
Per tre lunghe stagioni i tre compagni attraversarono, da nord a sud, da est a ovest, l'intero continente di Qahr, esuli dal proprio tempo, dal proprio mondo e, ormai, anche da quella Shar'Tiagh nella quale, in parte coscienti, in parte inconsapevoli, avevano segnato la Storia, contribuendo al lento, ma inesorabile, processo di ascesa al potere per la regina Anmel. In nove mesi di cammino, di continuo peregrinare, la Figlia di Marr'Mahew e i suoi due compagni, divenuti, ormai, per lei pari a dei familiari, arrivarono nel territorio che in un lontano futuro sarebbe stato conosciuto qual regno di Kofreya e che, in quel remoto passato, si proponeva essere realmente la manifestazione della barbarie spesso attribuita da Be'Tehel e da Ma'Sheer alla propria compagna.
Non in Kofreya, tuttavia, essi arrestarono il proprio cammino, dal momento in cui, dietro lo sprone della donna, i due uomini accettarono di affrontare anche il mare, con le sue insidie, con i suoi pericoli, per abbandonare completamente quel continente dal destino segnato e fare rotta verso qualche isola di quello che sarebbe successivamente stato il regno di Tranith, la terra natia della stessa mercenaria dagli occhi color ghiaccio e dai capelli corvini. Tal viaggio, che pur, in diverse condizioni, in diverse situazioni, avrebbe anche potuto entusiasmare la donna, concedendole una possibilità di sguardo sull'origine del mondo per lei conosciuto, su valli ora disabitate e che, in futuro, avrebbero ospitato le grandi capitali kofreyote, nonché su una splendida baia, prospera, ricca di vita animale e vegetale, che nel suo tempo sarebbe divenuta una palude priva di ogni possibilità di vita e di morte, infestata da schiere di non morti e conosciuta con il nome di Grykoo, fu altresì vissuto da Midda quale un cammino verso il patibolo: privata dell'illusione di quella libertà per la quale da sempre aveva lottato in ogni singolo giorno della propria esistenza, ella non avrebbe mai potuto riuscire ad accettare il nuovo ruolo riservatole dagli dei, quello di banale pedina nei loro giuochi.
Con indifferenza, quindi, tre anni, e qualche mese, più tardi, ella accolse l'annuncio di una violenta ribellione nel regno di Shar'Tiagh, ribellione in seguito alla quale il vecchio sistema dei faraoni aveva trovato la propria naturale conclusione lasciando il posto a una nuova epoca, un'epoca che, a detta delle cronache, sarebbe stata caratterizzata dall'impronta magnanima della nuova regina, Anmel, già soprannominata, per tale ragione, la Portatrice di Luce. Gli eventi di quel regno, non solo fisicamente, ma ormai psicologicamente, lontano da lei, non avrebbero potuto più interessarla, non avrebbero più potuto coinvolgerla, né tantomeno entusiasmarla o preoccuparla: nella negazione impostale dalla triste scoperta della propria impossibilità a scegliere il proprio fato, la donna guerriero decise di isolarsi dal mondo intero, trascorrendo le proprie giornate nella quiete dell'isoletta raggiunta con i propri due compagni.
Così, nel mentre in cui Ma'Sheer non mancò di generare oltre una mezza dozzina di figliuoli, legando in tal modo il proprio sangue del deserto a quello dei mari di una fanciulla autoctona, Midda e Be'Tehel affrontarono gli anni seguenti l'uno accanto all'altra, fedelmente legati da quel particolare vincolo che, ormai, nessuno avrebbe avuto dubbi a giudicare quale amore. Alcun figlio poté, né avrebbe potuto, allietare la loro unione, ma di ciò, sinceramente, lo shar'tiagho non se ne fece dramma alcuno, realmente legato alla propria compagna, a colei che avrebbe seguito sino nel peggiore dei mondi possibili e con la quale, altresì, si era ritrovato a vivere nel migliore fra essi: mai, in oltre vent'anni di quotidianità condivisa, fra giornate impegnate nella pesca o nel lavoro nei campi, e notti ancora animate da sempre complice passione, l'uomo si sentì seppur fuggevolmente insoddisfatto dalla propria esistenza, da quella vita di pace così, alfine, ottenuta, riservandosi qual unica nota amara la consapevolezza della malinconia altresì propria nel profondo del cuore della donna amata. Sebbene, infatti, mai ella ne offrì evidente riprova, nella rinuncia alla propria libertà la mercenaria subì una mutilazione peggiore di quella che già le aveva negato il proprio braccio destro, lasciandola gravemente segnata nel proprio intimo al pari di uno stupro.
Forse fu proprio in conseguenza di quel profondo dolore mai sfogato e trasformatosi in quieta rassegnazione, in triste resa, che, giunta ormai a superare le cinque decadi di vita, colei un tempo conosciuta con il nome di Figlia di Marr'Mahew, in passato capace di tenere testa, da sola, a interi eserciti, iniziò a dimostrarsi sempre più debole, ammalandosi di un male purtroppo incurabile perché derivante dal suo cuore, dalla sua mente e dal suo animo, ancor prima che dal suo corpo. A nulla, in tutto ciò, poté l'amore di Be'Tehel, la premura con cui egli non si volle mai separare da lei anche a seguito di tutte le occasioni in cui ella, insultandolo, gli ordinò di lasciarla andare, di cercarsi una donna più giovane, ancora in tempo a cercare in tal modo di dar vita a una propria famiglia, di cercare un proprio futuro separato da lei.
E alfine, a ventidue anni esatti dal loro arrivo in quella linea temporale, in quel lontano passato ormai divenuto loro solo presente, Midda Bontor si ritrovò, ombra di se stessa, tristemente distesa sul proprio letto di morte, circondata, in tal momento, da quell'unica famiglia rimastagli sempre fedele, quegli amici, tali per semplice scherzo di un destino beffardo, che a lei erano riusciti a dimostrarsi più vicini di chiunque altro: Be'Tehel e Ma'Sheer.
« Non vi preoccupate… non vi farò attendere ancora a lungo… » sussurrò, parlando a fatica e osservandoli uno alla volta, con occhi ormai privi di quell'energia che li aveva caratterizzati in un tempo lontano, divenuti ancor più grigi dei suoi stessi capelli, da oltre un decennio abbandonati al proprio colore naturale in assenza di qualsivoglia necessità di mantenerli ancora camuffati con la loro abituale tinta nera « Fra poco sarete liberi di bruciare i miei resti… e affidare le mie ceneri all'abbraccio di Thyres, nella speranza che ella mi voglia accogliere nonostante tutto ciò che è stato. »
« Non parlare in tal modo… » provò a rimproverarla Be'Tehel, disapprovando l'idea, purtroppo innegabile, dell'ultimo addio fra loro « Io… » tentò di parlare, non riuscendo, tuttavia, a esprimere verbo e, in ciò, ritrovando il proprio volto rigato da calde lacrime, nel mentre in cui le sue mani accarezzavano quelle di lei, ancora strette l'una attorno all'impugnatura della propria spada e l'altra ai due scettri del faraone, simboli di tutto ciò che ella era stata e che, per quanto moritura, non desiderava dimenticare o rinnegare.
« Midda… » esitò Ma'Sheer, per la prima volta nella propria vita non riuscendo a trovare una sola frase degna di essere pronunciata.
« Se fate così, mi costringerete ad accelerare i tempi della mia morte. » cercò di scherzare ella, inarcando appena gli estremi delle proprie labbra con fare sprezzante, per un istante, in ciò, tornando a mostrarsi simile alla donna da entrambi conosciuta un tempo, quella incapace di accettare un limite qual tale, fosse anche quello di un pericolo letale « Dovreste essere felici di quanto sta accadendo, dopotutto… » soggiunse, poi, tossendo e respirando sempre con maggiore sforzo « La mia fine dimostrerà come quel lurido figlio d'un cane del faraone aveva torto: il mio fato non è scritto, la mia vita non è stata già decisa da altri per me. »
In lacrime i due uomini, ex-mercenari, non poterono evitare di accogliere quell'ultimo beffardo tentativo della loro compagna di dimostrare la propria autodeterminazione, di imporre la propria volontà sugli dei tutti.
« Ascoltatemi… ora… » tornò seria, nel proprio tono, nel percepire, qual solo è concesso ai moribondi, l'imminenza della conclusione di ogni giuoco « Io… mi dispiace… mi dispiace di avervi coinvolti in tutto questo e di non essere stata in grado di… »
« … Thyres… » imprecò, comprendendo di non potersi impegnare in un discorso tanto lungo « Ma'Sheer, sei un uomo straordinario e mi hai reso un grande onore chiamando la tua primogenita come me… » sussurrò, con voce sempre più lieve, verso il figlio del deserto « Be'Tehel, la vita che ho trascorso con te è stata la migliore che avrei mai potuto desiderare… e, ora, ho solo un rammarico… » aggiunse, poi, verso il proprio lo shar'tiagho, concentrando su di lui tutte le proprie ultime energie.
« … quale? » esitò egli, parlando a fatica, nel trovarsi soffocato dai sentimenti, dal dolore.
« … avrei voluto essere in grado… di amarti meglio… » gemette la donna, nel proprio ultimo alito di vita « Ti amo, B… » tentò di scandire, per la prima volta nella propria intera vita, animata dal sentimento più puro e sincero che mai avrebbe potuto riservarsi, salvo spegnersi, quale la fiamma una candela ormai consumata, sul nome del proprio ultimo compagno e amante.
domenica 18 luglio 2010
919
Avventura
020 - Il regno dimenticato
« No! » obiettò con forza la donna guerriero, levando le mani quasi a richiedere silenzio in contrasto al frastuono, per quanto, in realtà, già una pace tipica della morte dominasse nella stanza dorata, avvolgendo i protagonisti di quel drammatico e funereo momento, di quella svolta chiave nel confronto con la quale ogni precedente aggressività era andata annichilendo.
Quasi scioccamente divertito l'uno, stupiti gli altri, tanto il faraone quanto i due compagni della mercenaria si volsero a lei a quell'esclamazione appassionata, alla furia propria di quel grido simile a ruggito, qual solo sarebbe potuto essere prodotto da un animo guerriero incapace di concepire la resa.
« Io non so se quanto tu abbia detto sia verità o menzogna. » riprese voce, nel mentre in cui l'azzurro dei suoi occhi riconquistava il proprio giusto spazio, lasciando scomparire le nere pupille in semplici capocchie di spillo « Per quanto ci è dato di sapere, potrebbe essere tutto un assurdo tentativo per riservarti salva la vita, per evitare il crollo del tuo regno e la fine della tua vita, qual solo essa… »
« "… sarebbe destinata a essere, se i tuoi amati sudditi potessero allungare le proprie mani su di te!" » completò Amothis, addirittura imitando il tono sarcastico con il quale ella avrebbe voluto sottolineare la retorica asserzione riguardante il sentimento del popolo eletto verso il proprio faraone « E' questo che stavi per dire, non è forse vero? »
Quale replica, alternativa a un rinnovato silenzio, sarebbe potuta essere allora proposta nella direzione di chi dimostratosi capace di levare in siffatta maniera le parole di bocca alla propria presunta antagonista?
« Comunque non hai nulla da temere a tal riguardo… » riprese l'anziano monarca, scuotendo il capo « Il mio fato già è stato scritto… e proprio nella direzione da te così indicata. Non per vostra mano perderò il trono e la vita, quanto, piuttosto, nel furore dei miei sudditi, la cui ira, il cui risentimento, giusto o sbagliato, è stato pazientemente alimentato per tanti anni dalla sapiente azione di Amie… trovando in questi ultimi mesi, con il vostro arrivo, la scintilla necessaria a far esplodere la violenza della rivoluzione, così come già è stato nella prigione, al momento del vostro arrivo. »
« Quindi… è solo per questo che siamo giunti sino a qui? » domandò Be'Tehel, sconvolto nell'impossibilità a stabilire le proprie emozioni, i propri sentimenti, incerto fra gioire per la vittoria ottenuta nella conclusione dell'epoca dei faraoni, o fra rammaricarsi per la sconfitta imposta sulla Storia e sull'intera umanità, nell'inizio del dominio della regina Anmel, nome tutt'altro che sconosciuto anche presso la sua gente « E' solo per favorire l'ascesa della peggior tiranna che la storia abbia mai conosciuto che gli dei ci hanno fatto giungere a questo lontano passato? »
« Come ho già accennato, nulla hanno a che vedere gli dei con tutto questo. » negò il faraone « E' stata la stessa Anmel, il suo spirito liberato nel vostro tempo per mano della qui presente Midda Bontor e di alcuni suoi compagni, ad aver innescato tutti questi eventi, piegando alla propria volontà i sentieri dello spazio e del tempo e precipitandovi in quest'era lontana nella consapevolezza dell'importanza del vostro ruolo per la sua passata ascesa al potere. »
« Comunque rasserenatevi, per quanto possibile. » incalzò egli, subito dopo, prima che altre voci potessero interromperlo « Non vano è il ruolo che, inconsciamente, mia figlia vi ha riservato in tutto questo, anch'ella sottomessa, comunque, al fato, al divino equilibrio imposto dai Creatori di ogni cosa. Grande, infatti, sarà il suo potere, ma ella mai sarà in grado di acquisire l'onniveggenza desiderata in seguito alla mia caduta, alla mia condanna a morte, e nell'ignoranza a cui ella sarà così condannata, mai potrà evitare la propria caduta, la fine dei propri giorni… perché i miei scettri, questi simboli del divino potere dei faraoni, grazie ai quali tutti i miei predecessori e io siamo riusciti a dominare in questi ultimi secoli, scompariranno da quest'epoca, sfuggendo per sempre alle sue bramosie. E questo solo grazie a voi! »
E, così dicendo, il grande Amothis VI, folle monarca che i tre mercenari avevano stolidamente accettato di detronizzare, di deporre dal proprio ruolo di potere, con la sola volontà di impadronirsi dei suoi stessi scettri al solo fine di ottemperare alla propria iniziale missione, tese le mani in avanti, aprendole con i palmi verso l'alto e offrendo volontariamente, in tal modo, il proprio tesoro più grande nelle mani dei propri ipotetici nemici, in realtà alleati nel rispetto delle complesse trame del destino.
« Avanti… prendili. » ordinò, quasi, in direzione della donna guerriero « Non temere il loro potere, tu che non potrai esserne influenzata: la tua mano metallica ti nega, infatti, la possibilità di accedere all'onniveggenza da essi derivante, dal momento in cui, per operare, a colui che ambisce a tale mistica energia è richiesto di impugnare entrambi gli scettri contemporaneamente, uno nella destra e l'altro nella mancina. »
Osservando quella coppia di bastoni dorati, decorati con innesti in pietra a bande blu, la Figlia di Marr'Mahew non poté evitare di provare repulsione per quanto da essi rappresentato, per quell'immutabile fato che, drammaticamente, aveva alfine stretto anch'ella nelle proprie spire, negandole quella libertà di pensiero e di azione che aveva sempre desiderato qual propria, per la quale aveva sempre lottato con tutte le proprie forze. Immobile, pertanto, permase innanzi a essi, sperando, forse, di poter rinunciare ad accoglierli a sé e, in ciò, dimostrare una riconquistata autodeterminazione: prezzo di tal gesto, tuttavia, sarebbe stata la consegna all'Oscura Mietitrice del solo potere a lei da sempre negato e, in questo, una funesta sentenza di morte sull'intera umanità.
Un pensiero, tuttavia, in quel momento prese il controllo sulla sua mente, in quel momento altrimenti violentemente separata fra logica e passione, fra raziocinio e istinto: possibile che, in effetti, scopo della regina Anmel, in quel loro viaggio, altro non fosse stato che approfittare in tal modo del suo egoismo, nello spingerla a confronto con quella rinuncia alla propria personale libertà e, in questo, nell'ottenere il potere tanto bramato da lunghi secoli, millenni forse?
Rifiutandosi di accettare quella coppia di scettri, ella avrebbe allora semplicemente illuso se stessa nel considerarsi libera di agire, libera di scegliere, là dove, altresì, altro non avrebbe che compiuto il volere della propria manipolatrice, colei che, tanto prepotentemente, l'aveva addirittura esiliata dal proprio mondo per scaraventarla in quel lontano passato…
« Prendili… e partite. Partite verso sud, allontanandovi da Shar'Tiagh e dall'influenza di mia figlia… » insistette il faraone, ormai con tono più prossimo a quello di una supplica « Trascorreranno ancora tre anni prima che ella riunisca sotto i propri ordini gli eserciti che voi avete iniziato ad addestrare per lei, e che continueranno a crescere senza sosta con il passare del tempo. Fra tre anni, durante le celebrazioni del giorno della mia nascita, io sarò così assassinato dai miei più fedeli servitori… e Anmel sarà eletta sovrana nell'acclamazione popolare. »
« Perché verso sud? » domandò Ma'Sheer « Dove dovremo andare? E cosa dovremo fare una volta lì giunti? Far finta di nulla e attendere che tua figlia conquisti il mondo? »
« In questo tempo la vostra missione è terminata. » rispose Amothis, sorridendo a quelle proprie stesse parole « Andate a sud, nelle terre care alla vostra compagna. E lì stabilitevi, vivendo il resto dei vostri anni in pace: Anmel non farà in tempo a raggiungervi… »
« Cosa intendi dire?! » esclamò Be'Tehel, non comprendendo l'intento del faraone, così praticamente proclamatosi al ruolo di loro mecenate « Come potremo condurre gli scettri lontano da quest'epoca semplicemente andando a morire a sud, piuttosto che restando a combattere qui a Shar'Tiagh?! » questionò, evidenziando una chiara incoerenza fra le parole precedentemente definite dall'anziano monarca e quelle ora loro rivolte, in un apparente invito ad attendere la naturale conclusione delle proprie esistenze in pace.
« Come ho già detto, l'onniveggenza spesso è più una maledizione che un dono. » replicò l'altro « Non insistete per conoscere il vostro futuro, il vostro destino, o vi sarà negata la possibilità di vivere le vostre vite in quella meravigliosa ignoranza tipica dei mortali. Abbiate, tuttavia, fiducia in me e nelle mie parole, per quanto tutto ciò vi possa apparire paradossale, e vedrete che, nei tempi e nei modi opportuni, ogni cosa sarà definita, ogni spiegazione vi sarà fornita. »
sabato 17 luglio 2010
918
Avventura
020 - Il regno dimenticato
Midda, meno emotivamente coinvolta rispetto al proprio compagno di ventura in quel confronto e rimasta in quieto silenzio sino a quel momento, costretta a quel riflessivo ascolto dalle prime parole che il faraone aveva deciso di pronunciare verso di lei, nel riconoscerla, paradossalmente, qual propria parente, riprese in quel momento parola, costretta a pronunciare, suo malgrado, la sola affermazione che mai avrebbe gradito scandire, non solo nel confronto con il momento attuale, ma, persino, con il senso stesso della propria esistenza, delle proprie avventure, di quegli ultimi mesi, di quegli ultimi anni, sin dal giorno in cui, insieme a tre valorosi compagni, aveva accettato di porsi sulle tracce di un artefatto appartenente più al mito che alla Storia… e pur, da loro, incredibilmente individuato e conquistato.
« Io… temo che egli abbia ragione… » esitò, sinceramente paventando tale eventualità.
« Che cosa?! » domandò Ma'Sheer, recuperando a sua volta voce, incredulo per la resa morale così definita dalla compagna e comandante, da colei al seguito della quale avevano rischiato le proprie vite in quell'assurdo assalto « Midda… stai bene? » domandò, preoccupato al pensiero che ella potesse star subendo qualche influenza negativa, qualche maleficio, a opera dello stesso faraone.
« Come si chiama tua figlia? » incalzò ella, rivolgendosi al loro interlocutore e ignorando, temporaneamente, i propri sodali e le reazioni degli stessi a quella sua presa di posizione che comprendeva poter essere sconvolgente, probabilmente assurda alla loro attenzione.
« Nel momento stesso in cui hai deciso di pormi la questione, ti sei già dimostrata consapevole della sola risposta alla stessa… » definì il faraone, in una velata conferma ai suoi timori, alle paure ormai dominanti nel cuore di chi, da sempre, aveva creduto di poter essere padrona del proprio fato e che, ora, stava altresì drammaticamente scoprendo di essere, invece, una semplice pedina inconsapevole in un quadro più amplio e più complesso di quanto mai avrebbe potuto immaginare.
« Amie… è Anmel, la regina Anmel… la Portatrice di Luce e l'Oscura Mietitrice. » sussurrò ella, spalancando i propri occhi, quelle meravigliose e preziose pietre usualmente color ghiaccio, ma che, in quel momento, per lo stupore, per l'incredulità vissuta, mostrarono le nere pupille estese all'interno delle iridi al punto tale da nullificare la loro stessa presenza.
Anmel, forse la più controversa figura della mitologia dell'intero continente di Qahr, era stata figura ricorrente di diverse avventure della donna guerriero, non in prima persona, non quale concreta protagonista, ovviamente, e pur in qualche modo quale una presenza aleggiante sul suo presente e sul suo futuro sin dal momento in cui, appunto, la Figlia di Marr'Mahew aveva sciaguratamente acconsentito a recuperarne la corona perduta, impresa al seguito della quale, fra l'altro, ella stessa avrebbe dovuto esser morta, o comunque intrappolata in una sorta di limbo esterno al tempo e allo spazio, almeno in base ad alcune terribili visioni a lei imposte dal contatto con una gemma stregata costituita dal sangue di una chimera.
In seguito a quella missione, a quel grandioso, leggendario recupero che aveva confermato qual vera la passata esistenza di questa straordinaria regina, il cui dominio, secondo le leggende, avrebbe dovuto essere considerato risalente a un'epoca tanto lontana qual quella in cui non tre continenti, ma un solo, unico grande blocco di terra si ergeva oltre il livello del mare, ed esteso a comprendere l'intero territorio dello stesso, moderno continente di Qahr, la donna guerriero aveva incrociato i propri passi almeno in altre due occasioni con quello stesso nome, con l'aura di quella stessa figura. La prima, nel giorno in cui, sciaguratamente, per salvare una propria protetta da un terribile fato, aveva deciso di unirsi in matrimonio a Desmair, un orrido semidio proclamatosi qual figlio di un dio minore e della stessa regina Anmel, apparentemente immortale, impossibile da sconfiggere anche per una guerriera esperta, un'assassina nata come lei, il quale, da quello stesso sventurato momento, aveva iniziato a tormentarla, giuocando crudelmente con la sua mente e, in tempi recenti, persino spingendola alla tragedia nella quale era rimasto coinvolto il suo amato Be'Sihl e la di lui stessa famiglia. La seconda, nel giorno in cui, sfidando i confini propri di un territorio avvelenato noto come Terra di Nessuno, aveva lì ritrovato le vestigia di un'antica civiltà nella forma di una colossale piramide, più grande rispetto a qualsiasi similare edificazione shar'tiagha, protetta da potenti e inumani guardiani presentatisi quali vicari di una figura a loro superiore, una figura il cui potere presto sarebbe tornato a dominare su tutto Qahr e, forse, sul mondo intero… una figura che non sarebbe stato difficile immaginare quale quella della stessa regina.
E ora, in conseguenza a quell'inspiegato viaggio nel tempo, a quell'assurdo ritorno a un lontano passato, pur non così remoto da concedere conferma alle leggende nel merito dell'effettiva collocazione cronologica della regina Anmel in un'epoca antecedente alla divisione dei tre continenti, ammesso che mai tale fosse occorsa, Midda si era ritrovata addirittura spinta a collaborare con la stessa Anmel, aiutandola, inconsapevolmente, ad ascendere al potere, a conquistare il proprio ruolo nella storia.
Per quanto ella, da sempre, avesse voluto dimostrare, con ogni propria impresa, con ogni propria missione al limite dell'umano ardire, la propria autodeterminazione, la propria capacità di imporsi in contrasto a ogni volontà umana o divina, mortale o immortale, in qual misura avrebbe dovuto accettare tutto quello? In che modo avrebbe potuto accogliere le parole a lei rivolte dal faraone, così dimostratosi effettivamente onniveggente, al punto tale da riferire di eventi a lui successivi di secoli, forse millenni interi, e facenti parte della sua vita, del suo passato e, forse, del suo stesso futuro?
« Anmel è mia figlia, la sola erede del mio regno, regina di sangue del popolo eletto. » confermò Amothis, quieto, addirittura rassegnato, qual solo sarebbe potuto apparire chi consapevole, da lungo tempo, di ogni sviluppo futuro della propria esistenza e di ogni altra esistenza al mondo « Siate liberi di credere o meno alle mie parole, ma non in conseguenza al blasfemo delitto commesso da noi faraoni la terra di Shar'Tiagh sarà dilaniata nella propria stessa fertile essenza, quanto, piuttosto, dalla sete di dominio, di potere, della mia stessa figlia, colei che arriverà a dominare su questo intero continente per molto più di quanto qualsiasi faraone avrebbe mai potuto sperare di potersi spingere a fare, legando la propria esistenza, la propria vita, a crudeli divinità per assicurarsi l'Eternità. »
Non l'ira degli dei aveva quindi distrutto Shar'Tiagh e la sua incredibile civiltà, quanto Amnel, regina di quello stesso popolo e, successivamente, regina di ogni altro popolo, sino al momento in cui ella non era stata sconfitta. O, per lo meno, così tutti avevano sperato potesse essere…
« I simboli del mio potere, questi scettri che voi tanto desiderate per offrire diletto al vostro signore, al vostro mecenate, e ancor più al vostro orgoglio, al vostro stesso nome, hanno concesso da sempre, a me e a tutti i miei predecessori, il dono dell'onniveggenza. » proseguì egli « Un dono più simile a una maledizione, qual solo è la possibilità di conoscere ogni evento presente e futuro e non poter intervenire a mutarlo… »
Silenti, ora tutti attoniti, i tre ascoltavano quelle terribili spiegazioni, quell'incredibile realtà, non riuscendo ad accettarla per vera e pur, neanche, riuscendo a rifiutarla, a considerarla qual semplice menzogna, nel comprendere, nel profondo dei propri cuori, la sincerità di quell'uomo.
« Ho saputo di mia figlia sin da prima che potessi conoscere la mia stessa sposa e, nonostante tutto, non ho mai potuto compiere nulla in suo contrasto, per frenare la sua follia. Allo stesso modo ho sempre saputo di voi, qui giunti per suo volere da un lontano futuro solo per favorirne l'ascesa, per compiere quanto necessario, quanto scritto, e pur non ho potuto fare nulla per arrestare il vostro cammino. » continuò, ancora « Tutte le mie guardie, spronate contro di voi nella futile speranza di poter evitare il destino non sono servite a nulla… non hanno condotto ad alcun risultato: tutto si è svolto così come sapevo sarebbe stato. E, ormai, non posso fare altro che accettare la mia fine e, con essa, l'inizio del regno di mia figlia. »
Una vita intera, quella della mercenaria dagli occhi color ghiaccio, spesa a dimostrare la propria libertà dal fato, la propria indipendenza dal destino, stava in quel momento venendo violentemente, crudelmente negata dal confronto con la realtà dei fatti, l'ineluttabilità della sorte, l'impossibilità dell'uomo a opporsi agli dei e al loro volere. E, tutto ciò, non sarebbe potuto essere remissivamente accettato da parte sua, a meno di non sconfessare, in tal laconica rassegnazione, il proprio stesso animo, la propria stessa essenza…
venerdì 16 luglio 2010
917
Avventura
020 - Il regno dimenticato
L'ambiente nel quale, con tale gesto, la donna guerriero si precipitò, venendo seguita, a breve, dai propri compagni, non sarebbe potuto essere facilmente identificato nella propria natura, nello scopo della propria edificazione. Il lusso sfrenato nel quale infatti era avvolto, con pareti, pavimenti, colonne e persino soffitti rivestiti d'oro, con statue d'avorio e di pietre preziose sparse a ogni angolo, con numerosi tendaggi lungo l'intero perimetro del luogo, supposti in lino ma tutt'altro che tali, come i tre sei erano ben accorti passando attraverso uno degli stessi, avrebbero potuto, infatti, essere propri e caratteristici di qualsiasi particolare spazio all'interno di quello che non avrebbe dovuto essere ignorato quale il tempio più importante dell'intero regno, la dimora non solo di un re, ma, addirittura, di un faraone, un dio in terra: tale spazio, oggettivamente spoglio, privo di particolare mobilio a definirne un effettivo impiego pratico e quotidiano, pertanto, avrebbe potuto essere persino un semplice ripostiglio, di dimensioni superiori ai mille piedi quadrati, sì, ma pur sempre un ripostiglio.
« Assolutamente no… » sorrise il faraone, scuotendo il capo di fronte all'insolenza della mercenaria, minimizzando, in tal modo, quello stesso comportamento, quasi non lo stesse trovando assolutamente sorpreso « Dopotutto siamo in famiglia. E sebbene non possa evitare di disprezzare l'idea stessa che il mio sangue reale possa legarsi in matrimonio a quello della figlia di un povero pescatore, credo di non poter fare altro che accettare quanto deciso dagli dei, nella sempre ironica dimostrazione del loro ineffabile potere. »
« E questo sarebbe il tuo grande… faraone? » sussurrò Ma'Sheer, rivolgendosi al compagno, nel confronto con l'uomo offerto innanzi a loro « A me pare più quale un vecchio demente. »
Una considerazione impietosa, quella così propria del figlio del deserto, che pur, in tal frangente, non avrebbe potuto essere giudicata del tutto erronea, sì lontana dalla verità dei fatti. Tanto magro dall'offrire sinceri dubbi sul suo effettivo stato di salute, il grande Amothis VI, lì presentatosi innanzi a loro, non sembrava invero potersi riservare alcun vago sentore di divinità, o, più praticamente, di pericolosità, rispetto a quella che sarebbe potuta esser propria di un qualsiasi uomo di sessant'anni, solo e disarmato innanzi a tre guerrieri altresì armati oltremisura, per quanto pur rivestito integralmente d'oro e saldamente impugnante, nella destra e nella mancina, i due scettri rappresentativi del suo potere sulla terra di Shar'Tiagh.
Il suo volto si concedeva indubbiamente caratterizzato dalle forme, dalle proporzioni tipiche del proprio popolo: piccoli occhi castani, ancora in grado di trasmettere una vaga sensazione di potenza, di forza, di carisma, nonostante l'età; labbra sottili, secche nelle proprie forme, addirittura screpolate nel proprio apparire, in netto contrasto all'energia propria del suo sguardo; naso affilato e zigomi appuntiti, con un mento ornato da una posticcia barbetta stretta in sottili strisce di stoffa dorata e turchese. Tale profilo, così assolutamente in linea con i canoni del proprio popolo, tanto in quell'epoca lontana, tanto nel futuro da cui i tre guerrieri erano lì sopraggiunti, non per propria volontà, non si mostrava tuttavia ornato da una sola treccina altrettanto consueta, attendibile, in quel particolare momento, nel concedere la propria nuca completamente rasata, o, più probabilmente, calva, e ornata nella propria superficie unicamente da una coroncina d'oro nelle fattezze di un serpente non eccessivamente dissimile da quello anche presente attorno al braccio della donna guerriero sua avversaria.Il suo corpo, al di sotto di tale viso si mostrava privo di quell'energia, di quel vigore che pur era ancora concesso dalla sua voce, dal suo tono autoritario o naturalmente dominante, per quanto tutt'altro che debole, che inerme avrebbe dovuto essere giudicato, nel riuscire mantenere tanto sul proprio torso, sulle proprie braccia, quanto sulle proprie gambe, una veste aderente, una sorta di cotta di maglia intessuta con scaglie d'oro, lì preposta, probabilmente, più a scopo ornamentale che nell'espressione di una qualche volontà difensiva. Oltre a tale indumento, poi, solo un cingi lombi in tessuto nero e due calzari composti da un misto fra cuoio ancor nero, e punte metalliche ovviamente d'oro, contribuivano a completare il quadro lì presentato, concedendo un'immagine, in verità, più grottesca che temibile, più ridicola che inquietante.
« Ma'Sheer, figlio di Ma'Sahan, della tribù dei Leoni Rossi… le tue parole non rendono onore alla divina legge dell'ospitalità. » lo rimproverò il faraone, restando immobile nella propria posizione, fermo a pochi passi dal gruppo, là dove sembrava essersi posto in piedi in loro quieta attesa « Agli dei non è gradito chi insulta tanto gratuitamente il proprio anfitrione. »
« Cosa ne puoi sapere tu su cosa è gradito o sgradito agli dei, impostore? » intervenne Be'Tehel, con disprezzo nel proprio tono, offrendo libero sfogo agli atavici sentimenti della propria gente in contrasto a tutta la stirpe dei faraoni « Tu che degli dei sei divenuto il primo nemico! »
« Povero Be'Tehel Si'Lohr-Qa. » sospirò l'anziano monarca, dimostrando un sentimento di commiserazione, di pietà, verso il proprio avversario, non dissimile da quello che un dotto studioso avrebbe potuto volgere a uno zotico analfabeta nel confronto con una stele ricoperta da una fitta sequenza di scritte « Sei tanto convinto di ciò che i tuoi avi ti hanno inculcato a forza nella mente, da apparire cieco nel confronto con l'evidenza dei fatti, con la realtà offerta dal mondo a te circostante, in quella che dovrebbe essere, soprattutto per te, un'occasione più unica che rara nel confronto con un'epoca da voi tutti purtroppo dimenticata in conseguenza agli orrori che hanno ancora a venire nei secoli futuri. »
« Ma'Sheer ha ragione. » replicò il mercenario shar'tiagho, storcendo le labbra in risposta a quelle parole, alla velata e inconsistente minaccia così loro offerta, simile a una maledizione o, peggio, a una cupa profezia per un futuro ormai passato « Sei solo un folle… un vecchio demente. La tua morte, la fine del tuo regno di soprusi e terrore, riporterà l'ordine e la pace su tutta Shar'Tiagh, ristabilendo quanto i faraoni hanno distrutto con il proprio egoismo, la propria cupidigia, rifondando una solida alleanza con gli dei tutti, i veri dei che la mia gente onora quotidianamente in ogni proprio gesto. »
« Come si può spiegare a un cieco l'incredibile magnificenza dei colori di un quadro? Come si può far comprendere a un sordo la meravigliosa armonia delle note di una sinfonia? » si domandò Amothis, palesando un evidente struggimento, un chiaro tormento in conseguenza a quella già dichiarata quale ottusità caratteristica nei propri ospiti « Se non desiderate vedere, non riuscirete mai a osservare la reale essenza del mondo. Se non desiderate sentire, non riuscirete mai ad ascoltare la sincera versione degli eventi che voi definite "Storia". »
Rimproveri severi, quelli loro offerti, che non si arrestarono, in un'articolata e accorata arringa: « Le mie scelte, le mie politiche, così come quelle proprie dei miei predecessori, probabilmente non sono state le migliori che un sovrano avrebbe mai potuto attuare, nel senso più assoluto del termine… ma quale monarca da voi conosciuto, proprio del vostro tempo, della vostra epoca che pur vi ostinate a ritenere più progredita rispetto a questa, potete in fede assolvere da qualsiasi accusa? Quale re, sultano o faraone è realmente in grado di soddisfare qualsiasi richiesta dei propri sudditi senza, in ciò, creare dissenso in altri? »
« Voi faraoni avete costretto il popolo eletto a dimenticare i propri veri dei… a dimenticare il culto di coloro che soli hanno plasmato tutto il Creato, trasformando una terra fertile e rigogliosa, quale questa, in una landa deserta e priva di vita, qual quella in cui io sono nato! » reagì Be'Tehel, non accettando quelle parole a difesa dell'operato di chi colpevole di tanto abominio « Non vi sono scusanti per tutto questo… non vi sono giustificazioni per una tale blasfemia. »
« Se blasfemo è stato il nostro comportamento, il nostro proclamarci dei, i Creatori dell'universo intero ci giudicheranno al momento opportuno. » argomentò il faraone, scuotendo appena il capo « Ma tu, ora, sii consapevole di come non l'ira degli dei ha distrutto il nostro Paese, quanto, piuttosto, la bramosia degli uomini… e di una giovane donna in particolare, una donna che voi tutti avete già conosciuto e che, abile manipolatrice di menti e cuori, ha saputo indirizzarvi in questa assurda guerra santa contro di me, suo padre, nella sola volontà di acquisire per sé il mio potere. »
« Tu menti! » incalzò il mercenario, rifiutando quell'ipotesi, quella teoria, non perché fedele ad Amie o a lei in qualche modo affezionato, quanto, piuttosto, perché in tal senso indirizzato dai propri stessi dogmi, da quei principi di fede sui quali la civiltà shar'tiagha, per come a lui nota, era stata fondata sin dalla notte dei tempi, dalla caduta dei faraoni.
giovedì 15 luglio 2010
916
Avventura
020 - Il regno dimenticato
Dubbi e ritrosie, quelle presenti ad agitare gli animi e i cuori dei tre mercenari, compagni d'avventura, fratelli d'arme, ormai persino divenuti amici, in opposizione all'assoluta estraneità e alla reciproca indifferenza esistente fra loro un anno prima, che, nell'essere posti a confronto con il bagliore, in lontananza, della conclusione del loro cammino, del loro avanzare all'interno di quell'oscurità, non poterono evitare di crescere esponenzialmente, imponendo su tutti loro una tensione tale da impedire qualsiasi possibilità di parola, qualsiasi eventuale commento, quali pur, usualmente, sarebbero stati offerti da Midda o da Ma'Sheer in similari occasioni, nella consapevolezza di come, pochi passi dopo e, forse, si sarebbero ritrovati all'interno del palazzo del faraone, della dimora del falso dio shar'tiagho, oppure, peggio, avrebbero dovuto nuovamente confrontarsi con qualche assurda realtà, con qualche nuova, incredibile mutazione del mondo a loro circostante.
« Qualsiasi cosa accada… sappiate che mi sono divertito con voi. » sussurrò il figlio del deserto, prendendo alfine parola, in quello che, per quanto assurdo, sarebbe potuto essere considerato pari a un estremo saluto, all'ultima voce di un condannato a morte.
E là, dove ormai i tre stavano temendo di poter ritrovare un aperto paesaggio, il quadro offerto da un lontano orizzonte, altresì si presentò innanzi ai loro occhi un semplice tendaggio di lino chiaro, bianco avorio, lì sicuramente preposto a celare la presenza di quella via, di quell'occasione di discreta fuga dalle solide pareti del palazzo, della piramide, e che pur, nel confronto con i loro sguardi, parve essere stato posto nella volontà di imporre loro un ritorno alla sola realtà che, per quanto comunque assurda, avrebbero dovuto ricordarsi circondarli in quel momento, una realtà rappresentata non da mistici, e inspiegabili, varchi spazio-temporali, quanto, banalmente, da un passaggio segreto da loro individuato allo scopo di giungere sino alla presenza di Amothis VI, per loro duplice avversario, tanto nella volontà di impadronirsi dei suoi scettri, per conto del loro primo mecenate, tanto nella volontà di deporlo dal proprio trono, negargli la propria divinità, per conto della loro seconda mecenate.
« Presto… spegnete quelle torce. » ordinò la donna guerriero, riconquistando per prima la necessaria lucidità e richiedendo tal gesto al fine di prevenire l'eventualità di essere individuati.
Una precauzione, la sua, che pur parve essere quietamente vanificata da un'altra voce, la quale, con tono chiaro e autoritario, si impose sulla scena: « Venite avanti. »
Incerti nel merito dell'identità dell'effettivo destinatario di tale invito, dal momento in cui sarebbe stato assurdo considerare se stessi qual tali, Ma'Sheer e Be'Tehel ubbidirono prontamente al comando della propria compagna e, qual sola reazione al successivo ordine, si limitarono a estrarre le proprie armi dai rispettivi foderi, preparandosi, in ciò, fisicamente e psicologicamente a qualsiasi sfida sarebbe potuta essere loro offerta.
Ben diversa, invece, fu la risposta di Midda a quella richiesta di avanzare, a quelle parole che, per quanto paradossale sarebbe dovuto essere giudicato simile pensiero, apparivano effettivamente quali rivolte al loro compatto contingente. Ella, lasciando la propria lama bastarda a riposo là dove era rimasta sino a quel momento, si limitò a liberarsi del mantello, di quella cappa nera ormai divenuta pressoché inutile e, in conseguenza alla presenza della quale, avrebbe solamente potuto ottenere impiccio, ancor prima che aiuto: priva di qualsivoglia consapevolezza nel merito della natura del proprietario di quella voce e, ancor più, di quella dei destinatari di tale incitazione, la donna guerriero preferì non assumere ancora alcuna particolare posizione, non per supponenza, non per orgoglio o presunta superiorità, quanto, piuttosto e banalmente, nel non desiderare impegnarsi in un gesto preventivo che, a posteriori, avrebbe potuto risultare solo compromettente, anche solo nel negarle la possibilità di ricorrere a entrambe le proprie mani nell'impegnarne una con la propria spada.
« Venite avanti. » ripeté la medesima voce, con tono inalterato « Avete fatto tanta strada per uccidermi… non vorrete arrendervi proprio ora, spero… »
Nel voler razionalmente escludere la possibilità che quelle parole si stessero riferendo a loro, i tre mercenari avrebbero allora dovuto prendere in esame l'ipotesi di star assistendo, seppur solo a livello sonoro, a un qualche attentato di sorta, a un agguato incredibilmente occorso nella medesima notte in cui loro stessi avevano deciso di agire in eguale direzione. Tuttavia, a necessario rispetto del medesimo raziocinio, dell'intelletto umano alla base di tale pensiero, impossibile sarebbe stato accettare una simile eventualità qual concreta, qual verosimile, rendendo, in logica conseguenza, l'irrazionale qual necessariamente obbligato, e, pertanto, l'ipotesi che tale voce stesse rivolgendosi nella loro direzione qual più che tollerabile, se non, addirittura, inevitabilmente vera.
« Devo ammettere che, qual faraone, dio in terra per tutti i miei sudditi, non sono abituato a ripetere più volte un medesimo ordine. » insistette la voce, ora dimostrando una trasparente impazienza, un'evidente irritazione per l'assenza di qualsivoglia risposta ai propri inviti « Preferite che vi nomini uno a uno per convincervi ad accogliere qual vero quanto è pur così assurdamente retorico? »
Retorico o no, per i tre mercenari, compagni di ventura lì giunti in negazione a ogni ipotesi di divinità del faraone, di concreta onniveggenza a lui pur attribuita sino a quel momento, accogliere quella che stava venendo ora imposta loro qual verità avrebbe significato dover pericolosamente rinnegare tutte le proprie precedenti convinzioni, e, in ciò, forse ogni propria possibilità di vittoria su un avversario. Alcuna possibilità di giuoco, alcuna speranza di sfida, sarebbe potuta, infatti, essere loro concessa nel confronto con chi capace di violare i confini dell'umana conoscenza, dei limiti propri dei mortali, non tanto in eventuale evasione dal concetto stesso di morte, quanto, piuttosto, nella possibilità di vedere e prevedere ogni aspetto della realtà, del mondo a se circostante e, in questo, di vanificare ogni possibile attacco a lui stesso rivolto.
« E sia. » sentenziò, non senza un moto di sincera stizza per l'ottusità dimostrata dai propri nemici, dai propri avversari « La prima fra voi, per carisma, per coraggio, per esperienza, è conosciuta con molti nomi, sebbene il più famoso sia Midda Bont… »
In tal modo invocata, la donna guerriero reagì quasi fosse spirito vagante evocata dall'intervento di un negromante, avanzando con incredibile decisione, irrefrenabile sprone, in direzione del tendaggio presente innanzi a loro, qual sola divisione fra sé e il loro interlocutore, desiderosa di poter ora cercare occasione di effettivo confronto fra sé e quell'uomo creduto, e, forse, persino credutosi, dio. Effettivamente e assurdamente retorico, del resto, sarebbe ormai stato insistere nel rifiutare l'evidenza dei fatti, fatti nel confronto con i quali tutta la discrezione da loro ricercata sino a quel momento, nella propria avanzata verso l'interno di quella piramide, stava venendo violentemente vanificata, lasciando trasparire il loro apparente successo, la loro ipotetica vittoria nel confronto così ricercato, quale, banalmente, l'attuazione di una mossa già da lungo tempo prevista, quasi essi altro non fossero che semplici pedine su un'enorme scacchiera da chaturaji, mossi sino a lì non per propria reale autodeterminazione, quanto, piuttosto e peggio, in ottemperanza a un volere a loro superiore e ignoto.
« Eccomi a te, Amothis… » si erse con fierezza, presentandosi a lui nel cuore del suo regno, del suo dominio, senza neppur sguainare la propria lama in tal gesto « Non ti spiace se ti chiamo Amothis, vero? Dal momento in cui sei un appassionato delle mie gesta, mi sembrerebbe scortese imporre particolari distanze fra noi. » aggiunse, con fare sprezzante, a non voler riservare alla propria psiche, ancor prima che al proprio avversario, alcuna occasione per ammantare la controparte di una divina aura di invincibilità, in conseguenza alla quale avrebbe solamente decretato la propria stessa fine.
mercoledì 14 luglio 2010
915
Avventura
020 - Il regno dimenticato
Tutto l'impegno, il rischio, da loro così corso sino a quel momento, parvero, alfine, esser vanificati non tanto in conseguenza a un concreto, triste fallimento nel raggiungimento dello scopo prefisso, quanto, piuttosto e paradossalmente, nella vittoriosa conquista del medesimo. Nel momento in cui, infatti, si dimostrò essere sufficiente una semplice pressione su un geroglifico composto da tre diversi simboli, per sbloccare un imprevista, e pur non inattesa, botola proprio sotto i piedi di Midda, simile insperato successo, tale gradevole vittoria, sembrò raggiungere i tre avventurieri del tutto privata di quell'aura epica che pur, almeno all'attenzione di Be'Tehel e Ma'Sheer, meno confidenti con le dinamiche proprie di tali imprese, sarebbe necessariamente dovuta esser propria di un simile frangente.
In verità, nonostante simile apparente e iniziale delusione, la stessa sopravvivenza della loro compagna ebbe da considerarsi conseguente solo alla sua agilità, alla sua prontezza di riflessi e alla sua costante lucidità di pensiero, come entrambi gli spettatori di quell'importante svolta nella loro impresa ebbero presto occasione di maturare coscienza. Per quanto relativamente semplice si fosse allora dimostrato l'accesso a quel passaggio segreto, la botola così violentemente dischiusasi sotto i piedi della mercenaria non tardò a rivelarsi quale concepita non semplicemente quale arcana soglia verso la piramide del faraone, verso la sede in terra del solo dio del popolo eletto, quanto, parallelamente, anche trappola utile allo scopo di verificare la corretta identità di colui o colei che attraverso essa avesse mai osato pensare di sospingersi, nel presentare, al termine di un breve fosso, una fitta serie di acuminate punte metalliche contro le quali chiunque, privo di confidenza a tal riguardo, avrebbe inevitabilmente incontrato la fine del proprio viaggio, la prematura conclusione della propria esistenza mortale. Una spiacevole morte alla quale anche la Figlia di Marr'Mahew non avrebbe potuto sottrarsi se, nell'avvertire il fugace movimento del terreno sotto i propri piedi in conseguenza alla pressione esercitata sul geroglifico prescelto e nell'intuire di non poter riuscire a concedersi una spinta sufficiente per un salto, gesto in conseguenza del quale, peggio ancora, si sarebbe spiacevolmente svelata alle guardie e ai militari lì in pattuglia, non avesse prontamente allargato le proprie braccia, a imporre una salda presa ai bordi della stessa botola per sostenerne il peso e impedirne la rovinosa, e letale, caduta.
« Thyres… » gemette a denti stretti, in un flebile sussurro, nell'accorgersi del pericolo corso, rappresentato dalle punte ancora parzialmente lucenti, per quanto visibilmente ricoperte da una pesante patina di polvere nella maggior parte della loro superficie, a meno di sei piedi dalla superficie del terreno « Devi stare più attenta, razza di stupida impulsiva… » si rimproverò, in maniera tutt'altro che gratuita.
Ormai ben lontana dal potersi considerare una novellina, una principiante nella propria professione, ella non avrebbe dovuto concedersi un'imprudenza quale quella lì corsa, nell'esporsi in maniera tanto scoperta, quasi ingenua, al rischio rappresentato da un passaggio segreto, una via che, per quanto potenzialmente sicura, non avrebbe mai potuto escludere, al proprio interno, la presenza di una o più trappole a prevenire l'utilizzo della medesima da eventuali aggressori, invasori qual ella e i suoi compagni avrebbero pur dovuto ritenersi: se solo la sua esperienza, la formazione derivante da anni di continue sfide con ogni genere di meccanismi, ingegnerie e trappole mortali, non le avesse imposto quella rapida reazione, più istintiva che razionale, tutti gli sforzi compiuti sino a quel momento non avrebbero condotto ad alcun risultato esterno alla propria sconfitta e morte, un traguardo che, per quanto consciamente presente nel suo futuro, ella desiderava riuscire a posticipare ancora per lungo tempo.
Nel cogliere l'evidenza della difficoltà della compagna, per quanto inconsapevoli del pericolo effettivamente da lei corso in quel momento, Be'Tehel e Ma'Sheer restarono per un lungo istante incerti su come doversi comportare, impossibilitati a raggiungerla e ad aiutarla, in una posizione tanto delicata, a meno di non esporsi all'attenzione delle guardie e, in ciò, a condannarsi, e condannarla, a morte. Fortunatamente, prima che uno fra loro potesse suggerire l'ipotesi del proprio sacrificio nel distrarre l'attenzione dei loro avversari e concedere, in ciò, occasione all'altro di raggiungere la donna e prestarle il proprio aiuto, essi videro la compagna riuscire a risollevarsi dalla botola in semplice virtù dell'energia, della forza delle proprie sole braccia, lasciandosi dondolare un istante sul bordo della medesima e, subito dopo, slanciandosi nuovamente a ricadere all'interno della stessa, in questa occasione non per errore, per fatalità imposta da un qualche trabocchetto, quanto piuttosto per una lucida scelta personale.
« Credo abbia trovato la via di accesso… » suggerì il figlio del deserto al fratello d'arme « Seguiamola. »
« Con prudenza, però… » lo frenò il mercenario shar'tiagho, tutt'altro che convinto della facilità intrinseca di quel percorso in conseguenza dei particolari gesti compiuto dalla loro compagna « Credo che quella fossa non sia del tutto priva di rischi… o Midda non avrebbe esitato tanto a lungo prima di lasciarsi ricadere in essa. » definì, comunicando esplicitamente i propri dubbi.
« Allora vai avanti tu. E, dopo che ti sarai calato, ti seguirò anche io. » lo sfidò il primo, con intento scherzoso « Non sia mai che ci possa rimettere l'osso del collo… chi consolerebbe tutte le mie tenere amanti in caso di una mia prematura dipartita?! »
« Non ti sembra di aver già vissuto una scena simile? » sorrise l'altro, scuotendo il capo a quelle parole.
Il riferimento così rivolto all'inizio di quella loro avventura, alla donna gettatasi innanzi a loro, ad aprire loro la via, venendo seguita prima dall'uno e, subito dopo, dall'altro, in quel preciso ordine, non mancò di essere apprezzato da Ma'Sheer, il quale, in cuor suo, non poté che sperare in un esito tuttavia diverso da quello che, quasi un anno prima, li aveva visti così protagonisti di una sequenza pur similare.
Tale desiderio, quella intima e umana volontà volta ad augurare loro un fato migliore rispetto a quello che li aveva già coinvolti, trascinandoli privi di controllo, in un assurdo vortice temporale, purtroppo, sembrò essere nettamente negato da quanto, seguendo Be'Tehel dopo che questi era scomparso a sua volta all'interno della botola dischiusasi in prossimità dell'obelisco, egli non solo ebbe modo di comprendere il pericolo corso dalla compagna nel tracciare la via per loro, quanto, peggio, non poté evitare di confrontarsi con la sola alternativa lì sotto presentata alle crudeli punte metalliche, ossia un passaggio scavato nel cuore stesso del monolite che, dopo una lunga e stretta risalita al suo interno, si aprì in un percorso lineare, in pietra, apparentemente non dissimile a quello che già avevano affrontato nel tentare di violare i limiti della necropoli e che, invece di condurli a vecchie tombe ammuffite, ricolme di mummie essiccate e altri ameni e similari spettacoli, li aveva invece catapultati in quel lontano passato.
« Déjà vu… » commentò la donna guerriero nella propria lingua natia, traducendo scherzosamente in verbo l'espressione propria del compagno così sopraggiunto accanto a lei e Be'Tehel attraverso la scomoda arrampicata nel cuore dell'obelisco, e a entrambi tanto chiaramente offerta sotto l'azione della luce di due torce li ritrovate già pronte per l'uso, non difficili da accendere in conseguenza a una semplice scintilla.
« Che cosa?! » domandò l'altro, non comprendendo.
« E' un modo di dire… » spiegò ella, ritornando a esprimersi in shar'tiagho, la sola lingua nella quale era in grado di farsi comprendere dai compagni « … è utile a definire la sensazione di aver già visto una certa immagine o di aver già vissuto una determinata situazione. Come ci sta accadendo ora. »
« Una dannata sensazione che non mi piace per niente. » definì Ma'Sheer, storcendo le labbra e accogliendo a sé la torcia allora offertagli.
Avanzando uno dopo l'altro lungo quella via che non avrebbe loro offerto possibilità alcuna di procedere affiancati, dove se pur non eccessivamente stretta da offrire problemi di respirazione, neanche tanto larga da poter offrire loro occasione di sprecare lo spazio concesso, nel cuore di ognuno dei tre mercenari non poté essere il timore, l'inquietudine, di potersi ritrovare, da un momento all'altro, nuovamente smarriti nelle pieghe del tempo così come già occorso la prima volta: un sentimento indubbiamente fastidioso, a dir poco sgradevole, e pur inevitabile e umano in quel particolare momento, in quella situazione, nell'avanzare privi di cognizione alcuna sul mondo a sé circostante in un cunicolo di pietra, che, razionalmente, avrebbe dovuto essere realizzato all'interno dell'arco di congiunzione fra l'obelisco e il palazzo reale, ma che, emotivamente, stava imponendo su tutti loro una lunga sequenza di necessari dubbi e ritrosie.
martedì 13 luglio 2010
914
Avventura
020 - Il regno dimenticato
Quieti e sempre fiduciosi verso le sue capacità, i due uomini non posero la minima esitazione nel muoversi alle spalle della compagna per raggiungere, insieme a lei, una nuova occasione di confronto con quella stessa prova su un diverso frangente, sperando di potersi riservare, in tal senso, maggiore fortuna rispetto all'insuccesso in tal modo appena fatto proprio.
Nonostante simile spostamento richiese loro molto tempo, e impose il tangibile rischio di poter essere scoperti e doversi impegnare, in conseguenza, in un disperato tentativo di salvaguardare le proprie vite, Be'Tehel e Ma'Sheer si dimostrarono, in quel momento, quali i migliori collaboratori con i quali la mercenaria avrebbe mai potuto sperare di avere a che fare, soprattutto in una situazione difficile qual quella che li stava trovando, loro malgrado, quali soli protagonisti. Probabilmente, fu proprio in conseguenza a tanta fede, così sincera e priva di ogni possibilità di contestazione, di dubbio, di polemica, che Midda non poté evitare di accusare in maniera estremamente grave il duro colpo impostole dalla sorte nel ritrovarsi, alfine, a confronto con un secondo monolite del tutto identico al primo, sì perfettamente corrispondente al punto tale da lasciar persino temere l'eventualità di aver errato percorso e di essere ritornati sui propri stessi passi, per quanto tale ipotesi non avrebbe potuto far vanto di alcuna pur vaga possibilità di effettiva riprova. Osservando con attenzione i geroglifici immancabilmente presenti, e accarezzando la loro superficie con le sensibili dita della propri mancina, la sola impiegabile per un simile scopo, la donna guerriero non sembrò infatti, almeno inizialmente, ottenere maggiore successo, migliore risultato, rispetto a quanto già non fatto proprio a seguito dell'analisi del primo obelisco, non riuscendo a rilevare alcuna pur minima fessura che avrebbe potuto svelare la presenza di un uscio nascosto, o di un qualche meccanismo di sorta utile ad attivarne l'apertura, ovunque esso fosse: davanti a lei, purtroppo, le sole presenze intellegibili si mantenevano quelle già note, già apprezzate, di tanti piccoli omuncoli, di varie estremità del corpo umano, di divinità antropomorfe di ogni genere e di altri simboli meno trasparenti nella propria funzione, pur propri di quella particolare scrittura.
Tuttavia, quanto ella già stava per arrendesi all'evidenza di un secondo, triste insuccesso, e, in ciò, alla necessità di un nuovo trasferimento, di una nuova corsa attraverso le vie della città alla ricerca di una terza possibile via, un particolare intrinseco in quelle forme lì tanto profondamente incise non evitò di attrarla, di incuriosirla, stuzzicando le corde del suo animo in maniera tale da porta in allarme: un dettaglio che, probabilmente, se solo avesse avuto coscienza della lingua lì dominante, e del suo corrispettivo ed estremamente originale alfabeto, non avrebbe notato, nel lasciarsi distrarre dal significato proprio di quel testo ancor prima che dalla sua forma, ma che, nella sua ignoranza, non mancò di incuriosirla, costringendola a domandare il supporto di almeno uno dei propri compagni, colui, ovviamente, che maggiore confidenza avrebbe potuto dimostrare con simili simboli.
« Be'T… » invocò il nome dello shar'tiagho, raggiungendo i due mantenutisi ancora a necessaria distanza da lei « Ho bisogno della tua conoscenza nel merito della tua stessa lingua madre: avvicinati a quel dannato affare, là dove ero io un attimo fa, e prova a interpretare cosa vi è scritto sopra… ho un sospetto, ma non ho le conoscenze adeguate per formulare alcuna ipotesi a tal riguardo. »
Senza concederle alcuna esitazione, alcuna incertezza, l'uomo si strinse allora nel proprio manto nero e si impegnò ad avanzare nella direzione indicatagli, per ottemperare a quel compito.
In tal mentre, tuttavia, fu Ma'Sheer a non risparmiarsi di offrire voce a un'inevitabile dubbio conseguente alle parole della donna guerriero: « Credi davvero che vi possa essere scritto a chiare lettere una qualche indicazione per accedere al passaggio? » questionò, cercando di contenere l'inevitabile ironia di tale pensiero « Non credi che sarebbe paradossale creare un simile meccanismo segreto, e poi pubblicare le istruzioni per servirsene tanto palesemente? »
« Non mi aspetto di trovare una scritta del tipo "Siate i benvenuti presso la mia umile dimora", se è questo che stai ipotizzando… » scosse il capo ella, non negandosi un lieve e sincero sorriso nel confronto con tale pensiero « Tuttavia, non mi sento di escludere che, in maniera più discreta, meno evidente, possa essere effettivamente stata riportata una qualche indicazione a tal riguardo. »
« E, sino a oggi, nessuno sarebbe riuscito a individuare questi accessi, nonostante tanta semplicità? » obiettò l'uomo, non tanto in desiderio di polemica controversia con il proprio comandante, quanto, piuttosto, nella volontà di comprenderne le motivazioni e, ancor più, i percorsi mentali da lei seguiti per giungere a una tale teoria « Non sarebbe un po' forzato? »
« Non si può trovare ciò che non si sta cercando… non credi? » replicò la mercenaria, in una massima probabilmente elementare, eppur più che indicata a dimostrare la presenza di effettivo raziocinio in tal tentativo, nel compito assegnato al loro terzo sodale.
Sebbene riservandosi ancora delle umane e legittime incertezze nel confronto con l'ipotesi proposta dalla donna guerriero, Ma'Sheer non insistette ulteriormente nel merito di quell'argomento, comprendendo quanto, oggettivamente, ogni discussione in quel frangente sarebbe risultata del tutto fine a se stessa: nell'assenza di concrete alternative a quella così sperata, egli avrebbe potuto solamente pregare, in cuor suo, che l'intuizione della Figlia di Marr'Mahew si potesse presto dimostrare degna della sua fama, del suo valore, tale da segnare in maniera decisa, e positiva, le sorti della loro missione, garantendo loro, inaspettatamente e incredibilmente, l'accesso a quella via nascosta e l'occasione di raggiungere il faraone.
E se, nelle parole di Be'Tehel, purtroppo, l'uomo non parve cogliere alcun riscontro a tale speranza, alcuna divina e benevola risposta alla propria preghiera, la donna reagì, fortunatamente, in termini del tutto opposti, mal celando l'intima soddisfazione derivante da tale risultato e la propria frenesia nella volontà di offrire riprova della correttezza delle proprie ragioni.
« Il testo sembra riservarsi uno scopo celebrativo, come nella maggior parte di tali monumenti. » spiegò lo shar'tiagho, facendo ritorno al gruppo « Nella fattispecie, il frammento da te indicato si propone desideroso di imporre imperitura memoria al giorno in cui, nella grazia della divina luce del faraone, il popolo eletto ha potuto uscire dalle tenebre delle barbarie altresì dominanti nel mondo, innalzandosi sopra ogni creatura, sopra ogni nazione. Non un evento realmente accaduto, quindi, quanto, piuttosto, una parabola utile al culto blasfemo di questo falso dio… »
« Come dicevo… nulla di interessante. » commentò il figlio del deserto, salvo essere prontamente smentito dalla compagna di ventura, nonché, formalmente, sua comandante.
« E' ciò che speravo di sentirti dire! » esclamò ella, sforzandosi a mantenere moderati i propri toni in conseguenza all'inevitabile entusiasmo « Qual è il simbolo che rappresenta il concetto di "uscita dalle tenebre", in quanto hai appena letto? » incalzò, definendo un evidente, forse sin troppo ovvio, rapporto fra quella metafora e l'ipotetica chiave del passaggio da lei ricercato.
« Non vorrai credere che… » volle dubitare l'uomo, venendo immediatamente arginato, nella propria mancanza di fede, dall'ostinazione della propria amata.
« Ti prego. Se mi sbagliassi, avrete il mio permesso per deridermi da qui alla fine dei nostri giorni. Ma se avessi, e sono certa di avere, ragione… »
« Se ti sbagliassi, la fine dei nostri giorni potrebbe essere estremamente più prossima di quanto non gradirei supporre. » osservò Ma'Sheer, gettando uno sguardo alle ronde di passaggio, sempre più pericolosamente prossime ai loro nascondigli, non in conseguenza a un'effettiva consapevolezza della loro presenza in quel punto, e pur sempre più prossimi a maturarla « Siamo rimasti qui troppo a lungo: dobbiamo muoverci a cambiare aria: conviene tentare con il prossimo obelisco, piuttosto che intestardirci di fronte a questo. »
« Il tempo per raggiungerne un altro potrebbe non esserci concesso. » negò la donna dagli occhi di ghiaccio, già pronta a slanciarsi verso il proprio obiettivo all'acquisizione dell'unica informazione a lei necessaria per trovare conferma o negazione al proprio pensiero « L'alba è sempre più vicina, e non appena il sole tornerà a concedere il chiarore dei propri raggi, sarà impossibile per chiunque avvicinarsi a quei monoliti senza attrarre su di sé l'intera città. Il simbolo, Be'Tehel… qual è il simbolo? »
lunedì 12 luglio 2010
913
Avventura
020 - Il regno dimenticato
Non in termini di effettiva consapevolezza di quel pericolo che, dopotutto, avrebbe dovuto essere solo considerato caratteristica della loro professione, avrebbe invero potuto essere ricercata una possibile ragione di freno per i due compagni della mercenaria dagli occhi color ghiaccio, i quali, probabilmente meno esperti, sicuramente più giovani rispetto a lei, non avrebbero comunque potuto essere superficialmente giudicati meno capaci, meno abili, meno seri nel proprio lavoro rispetto a quanto ella avrebbe potuto loro domandare di essere, quanto, piuttosto, in termini di concreta motivazione, reale interesse, nella conclusione di quella stessa missione. Abituatisi, nonostante ogni iniziale difficoltà propria del caso, a quell'epoca, e alla vita loro lì offerta, neppur eccessivamente diversa rispetto a quella altresì abituale nella loro corretta linea temporale, Ma'Sheer e Be'Tehel non avrebbero potuto riservarsi effettiva ragione di sprone, in quella guerra privata al faraone, dalla volontà di concludere la missione per la quale erano giunti sino a li, dal momento in cui, a differenza della loro compagna, essi avevano ormai preso psicologiche e intime distanze da tali eventi passati, o, in effetti, futuri, accettando di vivere la propria vita, la propria quotidianità, là dove gli dei evidentemente avevano deciso di imporre loro di restare, se pur per ignote ragioni. Nel profondo dell'animo di Midda, al contrario, se pur, forse, ella si poteva esser fuggevolmente concessa l'idea, la fantasia, di permanere quieta nel proprio nuovo ruolo, in quella nuova vita, entro i limiti della quale, del resto, aveva offerto chiara riprova di sapersi perfettamente confrontare, una sincera e irrefrenabile irrequietudine, intrinseca nel suo stesso animo, si era inesorabilmente imposta, domandandole di riprendere il proprio cammino di vita in tal modo interrotto, di tornare a combattere così come, da troppi mesi, non si stava più concedendo di fare, e, in ciò, di dimostrare agli dei tutti la propria insofferenza, la propria impossibilità ad accettare qualsiasi arbitraria decisione nel merito del proprio stesso futuro, così come, del resto, era da sempre stato per lei.
« Ehy… io non vado da nessuna parte senza di te. » decretò lo shar'tiagho, prendendo seria posizione nel confronto con tale asserzione « E, dal momento in cui vano sarebbe ogni tentativo di farti mutare pensiero, la sola soluzione possibile, per me, risulta essere quella di seguirti… fino alla fine! »
« Sono certo di averlo già ripetuto alla noia… ma abbiamo iniziato in tre questa dannata impresa. Ed è giusto porre termine alla stessa in tre. » sostenne il figlio del deserto, esprimendo il proprio personale parere in tal senso « Probabilmente preferireste un po' di intimità, ma non vi lascerò andare a crepare senza la mia meravigliosa compagnia. » aggiunse, a voler sdrammatizzare i propri precedenti toni.
Nonostante simile differenza di vedute, tale mancanza di effettiva motivazione a rischiare la pelle in quel cammino, così, tanto Be'Tehel, quanto Ma'Sheer, non si riservarono occasione di abbandonare la propria compagna, di disinteressarsi a lei e al suo fato così come, probabilmente, altri mercenari al loro posto non avrebbero esitato a fare, indipendentemente dall'esistenza o meno di un reale vincolo fra loro. Un gesto, il loro, che avrebbe forse dovuto essere minimizzato qual necessario, qual indispensabile a dimostrare una coerenza di fondo fra le proprie parole e le proprie azioni, le proprie idee e i propri concreti sforzi, soprattutto nel confronto con l'insistenza da loro stessi dimostrata nel volersi porre al seguito della Figlia di Marr'Mahew in una missione dalla quale ella li aveva preventivamente esclusi: tuttavia, pur riservandosi una perfetta consapevolezza a tal riguardo, la donna guerriero dai capelli corvini e dagli occhi color ghiaccio non poté evitare di accogliere quella loro definitiva decisione con personale compiacimento, nel riconoscere, nel comprendere come alla base di quell'iniziativa non potesse essere una qualche bramosia personale, una volontà di successo professionale qual pur, indubbiamente, li aveva animati nel momento in cui avevano deciso di seguirla nella fossa degli scorpioni, quanto, piuttosto, un intimo sentimento di cameratismo, di affetto addirittura, in conseguenza al quale essi stavano decidendo di rischiare le proprie vite solo e unicamente per lei, per non abbandonarla sola innanzi al proprio destino.
« In verità non abbiamo iniziato in tre… » sorrise la mercenaria, ricollegandosi alle parole del compagno dalla pelle color d'ebano « … tuttavia apprezzo il pensiero così come formulato. E ora andiamo, prima che l'alba possa negarci la pur minima protezione attualmente concessaci dalle tenebre. »
Dissolti, in tal modo, eventuali dubbi sulla via lungo la quale impegnare gli sforzi comuni, i tre mercenari, solitari invasori della capitale del popolo eletto, della città santa del divino faraone, concentrarono alfine i propri interessi, la propria attenzione, su uno dei quattro obelischi loro possibili obiettivi, facendo propria la volontà di violarne i confini, di forzare i segreti limiti di tale monolito, attraverso i quali avrebbero potuto conquistare una via di accesso alla piramide, unico, reale traguardo al quale desideravano giungere.
A ridurre il rischio di poter attrarre su di sé l'attenzione delle guardie e dei soldati lì impegnati in continue ronde, in verità, solo Midda sospinse effettivamente i propri passi sino a porsi a confronto con quella nuova sfida, nel mentre in cui i suoi due compagni si mantennero a maggiore distanza, maggiormente protetti nell'oscurità degli angoli della città: una scelta, quella in suo favore, quasi obbligata, dal momento in cui, più di chiunque altro nel loro ristretto frangente, ella aveva avuto a che fare, in passato, nel corso della propria vita, con similari prove di intelletto, nell'aver addirittura fatto proprio di esse una delle proprie specializzazioni, una delle sue discipline d'eccellenza, ragione per la quale, nei tempi e nei luoghi in cui la sua fama si poneva concretamente diffusa, molti erano i mecenati disposti a pagare a caro prezzo tali servigi. Per questa ragione, quieta, discreta, e comunque praticamente invisibile nella protezione riconosciutale da quello stesso obelisco, ella si presentò con serietà assoluta, concentrazione totale, a confronto con quanto lì concessole, quanto lì mostratole, nella speranza di poter cogliere, per effettiva abilità o, anche, per semplice buona sorte, mai sgradita per quanto purtroppo estremamente rara, l'arcano lì celato.
Il quadro così dispiegato innanzi al suo sguardo fu quello, in apparenza, di un obelisco come tanti altri in città, riportante sulla propria superficie, una lunga serie di quegli artistici caratteri propri della scrittura shar'tiagha, i geroglifici, con i quali Midda si era ormai abituata ad avere a che fare, per quanto, inevitabilmente, la sua capacità di interpretarli dovesse essere considerata pari a quella di saper spiccare il volo verso l'alto dei cieli. Lì incisi, quei simboli facenti sfoggio di piccole figure umane e animali, che ritraevano occhi, mani e piedi, ma anche linee ondulate e altri motivi geometrici, non sembravano celare, nelle proprie forme, lungo la propria estensione, di alcun evidente interruzione, qual pur, dopotutto, avrebbe dovuto caratterizzare la presenza di una porta nascosta, di un passaggio anche perfettamente dissimulato nel contesto lì proposto. In ciò, quattro non poterono che presentarsi le principali ipotesi nel confronto con la mente della mercenaria: l'intervento dell'accumulo di terra, sabbia e polvere a calcificare quanto da lei ricercato e, per questo, non più evidente; la presenza di un accesso all'obelisco non attraverso lo stesso monolite, quanto, piuttosto, attraverso una botola sotterranea o gli stessi edifici lì prossimi; l'esistenza di un'attivazione di natura stregata per tale passaggio, tale da negare ogni ipotesi di accesso a chi non ne sapesse gestire le mistiche energie; o, ultima e pur non escludibile, l'assenza di un effettivo varco in quel monolite.
Avendo più tempo, più quiete, probabilmente, la donna guerriero avrebbe potuto affrontare con razionalità la questione, non escludendo aprioristicamente alcuna opportunità e prendendo al vaglio ogni possibilità entro giusti termini: tuttavia, in quella che avrebbe dovuto essere giudicata una sfida contro il tempo, nel crescere delle possibilità di essere scoperti al crescere del tempo di permanenza nelle posizione allora riservatasi, ella preferì abbracciare l'ipotesi più semplice, più serena, nel considerare quello stesso primo tentativo qual fallito e nel trasferire il proprio interesse, oltre alla propria persona, a un secondo obelisco, nella speranza di potersi riservare una migliore possibilità di riuscita.
« Proviamo con un altro. » invitò i propri compagni, facendo ritorno da loro e, subito, indirizzando i propri passi alla volta di un nuovo angolo dell'enorme piramide « Se c'è un passaggio, in questo punto è sì riposto da non concedermi alcuna possibilità di coglierlo. »
domenica 11 luglio 2010
912
Avventura
020 - Il regno dimenticato
« Sono solo degli obelischi… » valutò Ma'Sheer, nel seguire lo sguardo di ghiaccio della propria compagna e nel giungere, attraverso di esso, all'obiettivo sul quale esso sembrava essersi prepotentemente focalizzato, negandole occasione di replica alle loro pur insistenti richieste di spiegazioni.
In apparenza, per quanto retorica, l'affermazione del figlio del deserto avrebbe dovuto essere giudicata qual effettivamente ponderata, là dove l'attenzione della propria compagna sembrava essersi incantata nel confronto con quei particolari elementi decorativi propri dell'architettura shar'tiagha e tutt'altro che assenti nelle città del popolo eletto, tanto in quel lontano passato, quanto nel futuro da cui tutti e tre provenivano. Tuttavia, là dove usualmente un obelisco si sarebbe mostrato qual dettaglio a sé stante, esterno a qualsiasi complesso coeso, a qualsiasi struttura maggiore, in quel determinato frangente i quattro grandi obelischi da lei così osservati, così seriamente analizzati, si presentavano connessi alla grande piramide centrale, o, più precisamente, al palazzo eretto alla base della medesima, all'altezza del terzo e ultimo livello del medesimo, mostrando degli alti archi lì ipoteticamente preposti a demarcare l'appartenenza degli obelischi alla struttura propria di quella dimora divina e non a qualsiasi altro edificio in città, soprattutto non quelli eretti in incredibile, quasi blasfema, prossimità a tali componenti più periferiche.
In simile visione d'insieme, nel confronto con un tale quadro, quei pilastri monolitici sarebbero potuti essere persino giudicati qual eretti al fine di delimitare il perimetro oltre al quale alcun semplice mortale avrebbe dovuto sospingere i propri passi nel non voler incorrere nell'ira del proprio dio, i confini del resto propri della vasta piazza sorvegliata con impiego forse smisurato di risorse. Ciò nonostante, forse qual conseguenza della propria esperienza, o forse, altresì, in virtù della propria concreta e costante paranoia, quel sentimento di sospetto e diffidenza continui che troppe volte le erano valse una flebile, e fondamentale, possibilità di sopravvivenza, Midda non avrebbe mai potuto accettare come tali forme, simili innalzamenti, fossero stati posti in tal modo per puro caso. Così come ella non avrebbe mai potuto prendere in seria considerazione che gli archi, persino antiestetici nella propria unicità, lì in comunione agli stessi obelischi, fossero stati così studiati per mere questioni architettoniche. O, ancora, allo stesso modo in cui ella non avrebbe mai potuto credere che una simile prossimità fra gli stessi e gli edifici circostanti fosse da considerarsi qual derivante da un erronea pianificazione dei medesimi o, peggio, della piramide al loro centro.
« Se c'è una cosa che ho appreso in oltre dieci anni di avventure all'interno di templi dimenticati e palazzi appartenenti a epoche perdute, è come, raramente, simili edifici rappresentativi di potere, e dimore di potenti, si offrano effettivamente pari alle prigioni a cui pur tendono usualmente ad assomigliare. » prese, alfine, voce, nel desiderio di esplicitare anche all'attenzione dei propri compagni le proprie deduzioni.
« Cosa intendi dire? » domandò Be'Tehel, cercando di cogliere il messaggio da lei così loro offerto, pur non negandosi una certa fatica a seguirla, non in conseguenza di un uso erroneo della lingua shar'tiagha, quanto, piuttosto, per l'essenza criptica onestamente propria di tali asserzioni.
« Qualsiasi sovrano o feudatario, nobile signore o capo criminale, al di là di quanto è solito lasciar intendere, vive la propria quotidianità immerso nel timore della possibile rivolta dei propri uomini più fidati, persino della propria famiglia… » iniziò a spiegare la mercenaria, con tono quieto.
« … e l'attuale esempio offerto dall'amorevole rapporto fra la nostra Amie e il suo genitore credo possa essere considerata riprova perfetta della ragionevolezza di tali timori… » commentò il figlio del deserto, non risparmiandosi quella pur semplice, ed estremamente veritiera, ironia.
« Esattamente. » concordò la Figlia di Marr'Mahew, annuendo a quella corretta osservazione « Convivendo con simili psicosi, alcuno fra loro si azzarderebbe mai a rinchiudersi volontariamente in quella che, per quanto dorata, potrebbe ugualmente risultare, a conti fatti, quale una prigione, una gabbia da cui non poter ritrovare occasione di scampo nel momento in cui gli eventi dovessero assumere una piega spiacevole. »
« Stai suggerendo la presenza di un passaggio segreto? » intuì lo shar'tiagho, cogliendo ora l'accenno della propria compagna e amante.
« Non uno… molteplici. Tali da concedere occasione al sovrano di dileguarsi senza rischio alcuno ove necessario. » confermò ancora una volta la donna guerriero, sorridendo sorniona « La maggior parte di queste vie, usualmente, si immergono nella profondità del sottosuolo, proponendosi del tutto impossibili da cogliere, da individuare, nonostante ogni impegno, ogni sforzo in tal senso. Ma altre, sporadicamente, si dipanano anche in superficie, celandosi dietro complesse statue in vasti giardini o… »
« … o in alti archi eretti a congiunzione di quattro dannati obelischi! » comprese Ma'Sheer, dovendosi sforzare per non esclamare nell'entusiasmo del momento, ora offrendo il proprio sguardo verso quelle medesime forme animato da sentimenti del tutto diversi dal disinteresse precedentemente dimostrato.
« Mi sento fiduciosa di ipotizzare l'esistenza di un accesso alla base di ognuno degli obelischi, una porta nascosta, forse addirittura impossibile da aprire dall'esterno, rivolta nell'esatta direzione degli antistanti edifici, che non esiterei a considerare di segreta proprietà dello stesso faraone, entro i quali poter trovare eventuale occasione di rifugio in caso di necessità. » concluse Midda, soddisfatta del riscontro ottenuto dai propri compagni « Ora, quel che ci resta da sperare è che tale accesso non sia realmente inviolabile dal nostro fronte... »
« Anche perché, in ogni caso, simile posizione ci condurrà a essere particolarmente esposti all'attenzione delle guardie di ronda. » non poté evitare di evidenziare Be'Tehel, storcendo le labbra « Il rischio di scontro non potrà essere comunque ovviato… neppure in questo caso. »
Ponendo a confronto, su contrapposti piatti di una bilancia, la certezza di sanguinaria e letale battaglia, qual solo sarebbe potuta essere loro promessa dall'ipotesi di impegnarsi in una via diretta attraverso le schiere lì preposte a sorveglianza del palazzo reale, e la certezza di un quieto ritorno alla loro cittadella ai confini di Shar'Tiagh, in attesa di una migliore occasione di offesa in contrasto al faraone, solo un folle avrebbe abbracciato la prima alternativa, votandosi, in essa, a un fato praticamente certo, in nome di un obiettivo probabilmente irraggiungibile. Scegliendo, poi, quali pesi contrapposti, l'immutata certezza di una sanguinaria e letale battaglia promessa dall'ipotesi precedente, e la speranza di una pur remota occasione di successo, qual quella che, allora, sarebbe per loro potuta derivare nella ricerca dell'ingresso all'ipotetico passaggio segreto così individuato, ancora semplice, praticamente ovvia, sarebbe stata la scelta in contrasto alla prima opportunità, al suicidio da essa purtroppo rappresentato. Meno prevedibile, meno naturale, in tal discorso, sarebbe dovuta altresì essere giudicato il possibile risultato di una comparazione fra il pur allettate pensiero di un quieto ritorno alla loro cittadella, e la sfida rappresentata dall'ipotetico passaggio segreto, così come giustamente sottolineato dalle parole dello shar'tiagho: parole non conseguenti a un qualche dubbio nel merito delle capacità del loro comandante, e sua appassionata complice d'amore, quanto, piuttosto, da un pur umano e naturale timore per la morte che, arrischiandosi nel tentativo di non rinunciare all'obiettivo prefisso, avrebbero tanto apertamente sfidato.
Dopotutto, però, non avrebbe dovuto essere considerata proprio quella la sola opportunità di vita che tutti loro avevano ricercato, avevano scelto di far propria, nell'abbracciare la particolare professione che li accomunava? Forse, Be'Tehel e Ma'Sheer si erano illusi di essere posti a confronto con sfide minori a quella ora lì presentata, nel momento in cui si erano gettati, uno dopo l'altro, alle spalle della Figlia di Marr'Mahew, nel mentre in cui ogni loro pari aveva altresì preferito rinunciare all'impresa? O, forse e peggio ancora, i due fratelli d'arme avevano frainteso la reale pericolosità della spedizione della loro compagna, il giorno, estremamente più recente, in cui avevano prepotentemente deciso di accompagnarla?
« Io vado. » definì la donna guerriero, non concedendo in ciò alcuna possibilità di argomentazione nel merito del proprio destino così stabilito, dell'impegno, per lei immutato e immutabile, a concludere, entro quella stessa notte, la propria missione « Scegliete liberamente il vostro fato. E qualsiasi cosa accada, che gli dei si possano dimostrare sempre benevoli verso di voi… »
sabato 10 luglio 2010
911
Avventura
020 - Il regno dimenticato
« Come facevi a sapere che non avrebbero guardato in alto? » domando Ma'Sheer, lasciandosi ricadere a terra e rivolgendosi, in tali parole, alla propria compagna, non appena le guardie si furono portate a sufficiente distanza dal vicolo da non rappresentare più, per loro, una qualche minaccia « E risparmiami un commento pregiudizievole sul fatto che erano tutti uomini e, in questo, troppo pigri per sollevare lo sguardo verso il cielo, anche nella ricerca di un gruppo di pericolosi criminali… »
« Desideri, quindi, una spudorata menzogna?! » non mancò di commentare Midda, per tutta risposta, sorridendo divertita e sorniona verso il compagno di ventura, nel tornare, a propria volta, con i piedi per terra, muovendo, subito dopo, la testa e l'intero collo da destra a sinistra e viceversa, a sciogliere i muscoli delle spalle, intorpiditisi nell'assoluta immobilità alla quale era stata costretta « Se preferisci posso offrir vanto di una mia superiore capacità mentale tale da… »
« … spiritosa… » la interruppe l'altro, socchiudendo gli occhi e arricciando le labbra, imbronciandosi quasi un bambino i cui capricci fossero stati disattesi dal proprio genitore.
« Devi ammettere, però, che questa volta le hai reso estremamente semplice il dileggio… » osservò Be'Tehel, raggiungendoli, nell'abbandonare per ultimo la protezione della posizione così ricercata contro i muri del vicolo « Non puoi esordire con simili presupposti e pretendere che ella non se ne approfitti. »
« Ma io non mi stavo approfittando di nulla. » puntualizzò la donna guerriero, salvò poi essere costretta a coprirsi la bocca con la mancina per evitare di scoppiare in una sonora risata, nel confronto con i volti cupi dei propri due sodali.
« D'accordo… credo sia veramente giunto il tempo di aprirsi agli insegnamenti del mio buon amico e mantenere il silenzio fino a missione conclusa. » concluse il figlio del deserto, con grottesco disappunto, più simulato che reale, nel non voler, tuttavia, concedere facile vittoria alla propria compagna « Andiamo, ammazziamo il faraone, prendiamo i suoi scettri e torniamocene al più presto a casa: almeno cinque giovani fanciulle si staranno certamente disperando, in queste tristi notti di mia assenza dai loro letti… »
E se, sospirando, il mercenario shar'tiagho trattenne per sé un canzonatorio commento all'evidente esagerazione propria di quell'ultima affermazione, di quel sin troppo generoso conteggio di ipotetiche amanti, la Figlia di Marr'Mahew accolse le medesime parole così pronunciate con animo ben diverso, non potendo evitare di notare quanto in esse, implicito, fosse ormai l'abbandono di ogni speranza di poter far realmente ritorno a casa… alla loro vera casa, nell'epoca futura a cui mai avrebbero dovuto dimenticare di appartenere, a prescindere da quanto potessero essere riusciti a integrarsi con successo in quel lontano passato.
Nell'allor concordato silenzio, proseguì da quel momento l'avanzata del gruppo verso la meta prefissata, verso il palazzo del faraone, imponendo loro più volte l'urgenza di una rapida evasione dalle sempre più frequenti ronde che, necessariamente, si proposero sul loro cammino, a bramosa negazione del medesimo. Gli acuti e addestrati sensi del compatto gruppo di mercenari, uniti alla sempre più utile presenza dei loro neri mantelli, tuttavia, vanificarono puntualmente ogni sforzo loro imposto, sino a quando, finalmente, non giunsero in prossimità del fulcro stesso di quella capitale, del nucleo di quella città santa: la dimora terrestre del solo dio del regno shar'tiagho.
Lì alfine arrischiatisi, nel confronto con una vasta piazza priva di ogni possibile riparo da sguardi indiscreti, illuminata a giorno dalla presenza di enormi bracieri e, ancor peggio, continuamente attraversata, nella propria intera estensione, da schiere di soldati armati oltremisura, tanto a piedi, quanto, persino, a cavallo, l'avanzata dei tre discreti invasori di quella città non poté che essere obbligatoriamente frenata, temporaneamente arrestata, allo scopo di concedere loro occasione di riflessione sulle migliori strategie utili a superare un valico apparentemente inviolabile.
« A costo di apparire retorico, in questo momento sento sinceramente l'assenza di un qualche esercito al nostro fianco… » sottolineò Be'Tehel, sinceramente nostalgico nel confronto con il pensiero di tutti gli uomini e le donne che, nelle ultime stagioni, avevano pazientemente addestrato all'arte della guerra e che, per quanto probabilmente non pronti a sostenere una battaglia, in un frangente quale quello lì offerto, avrebbero sicuramente avuto un proprio importante ruolo per contrastare una presenza tanto massiccia di avversari.
« Saranno almeno duecento uomini… fra i quali almeno un paio di dozzine di cavalieri. » osservò Ma'Sheer, senza timore di evidenziare l'ovvio « Questa volta dubito che i nostri mantelli saranno utili a concederci alcuna possibilità mimetica, a meno che non ci permettano di divenire concretamente invisibili. » ammise, ancora nel sottolineare quanto evidente, senza riservare alcun reale apporto in soluzione a tale problema.
Ma dove, più che ragionevolmente, venne atteso un qualche intervento da parte della donna guerriero, a completare le generiche osservazioni di cui tutti loro si stavano ponendo quali protagonisti, solo quieta laconicità sembrò impegnarsi a caratterizzarla, estemporaneamente negando ai suoi due pari qualsiasi possibilità di coglierne i pensieri, di intuirne le emozioni.
« Midda? » la richiamò lo shar'tiagho, comprendendo come dietro a tale silenzio avrebbe dovuto essere intesa una realtà decisamente più complessa, se non, addirittura, l'individuazione di una tattica, forse folle, per completare il loro incarico, dal momento in cui, sino a lì sospintisi, la resa non sarebbe stata da lei contemplata quale una possibilità valida « Tu cosa suggerisci? »
« Se stai pensando di spogliarti completamente e avanzare nuda nel centro della piazza per distrarre l'attenzione di tutti i presenti mentre noi ci impegniamo a sterminarli uno a uno… » premesse il figlio del deserto « … sappi che potrei essere estremamente concorde sulla prima parte del piano, mentre non scommetterei neppure un soffio d'oro sulla positiva conclusione del medesimo. » argomentò, non negandosi un'occasione di ironia a stemperare l'innegabile tensione lì dominante.
A ben diversi pensieri, tuttavia, la Figlia di Marr'Mahew stava rivolgendo la propria attenzione in quel frangente, concentrando il proprio sguardo, e la propria mente, nell'analisi della struttura dell'edificio proposto innanzi a lei, presentato per la prima volta in tutto il proprio splendore.
Fondato su un'innegabile e ideale forma piramidale, a voler immediatamente richiamare alla mente il concetto proprio dei templi shar'tiaghi sin dalle epoche più antiche, antecedenti anche a quella allora considerabile quale attuale, i quali, basandosi su similari, e pur inferiori in dimensioni, costruzioni di natura religiosa di molte popolazioni nomadi dei regni centrali, si prefiggevano lo scopo di offrire una grezza scalinata lungo la quale l'umanità avrebbe potuto ascendere per tendere al divino, e, in particolare, alle divinità della notte e della luna, le più benevole per chi abitante nell'impietoso territorio del deserto, quell'enorme, incredibile e smisurato palazzo, non relegava la propria estensione a quella propria di una colossale piramide, nel far vanto di numerosi altri elementi, sia per un fine pratico, sia, probabilmente, anche per un più semplice scopo estetico. Così, se nella parte superiore, nella propria estremità tendente al cielo, e pur inutilizzata per ricercare il divino, dove esso, in quella distorta concezione, si sarebbe proposto altresì sulla terra e non nei cieli, tale complesso conservava un'effettiva forma acuminata, completamente ricoperta, nella propria stessa superficie, non semplicemente da lucente e lavorata pietra, quanto, piuttosto, da pregiato oro, nella parte inferiore, la sede del faraone non avrebbe mai rinunciato a una mostrare la facciata di un palazzo di tre piani, il primo fra i quali, esteso per una dimensione doppia rispetto agli altri, non avrebbe fatto mistero alcuno sull'identità dell'attuale inquilino di quel blasfemo tempio, mostrandone il volto e le fattezze ripetute in dozzine di enormi statue collocate in luogo di più classiche colonne lungo l'intero perimetro di quell'incredibile edificio.
Non all'oro del vertice, né alla pietra finemente lavorata di quell'improponibile colonnato, tuttavia, avrebbe dovuto essere considerato rivolto l'interesse della donna guerriero, quanto, piuttosto, a un particolare elemento architettonico presente ad ogni estremità a lei visibili di quel complesso e, in ciò, verosimilmente proprio di ognuno dei vertici della base quadrata di quella piramide: un dettaglio che, se pur probabilmente da chiunque usualmente ignorato, avrebbe potuto rappresentare, per loro, la differenza fra l'eventualità di un violento scontro armato contro un intero esercito e un più discreto passaggio verso il palazzo reale nella più completa indifferenza dei loro avversari, nella loro sincera inconsapevolezza.
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