11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
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mercoledì 8 agosto 2012

1663


R
ecuperati, quindi, gli scettri, all'attenzione della donna guerriero fu presentata la necessità di nascondere quei preziosi e potenti artefatti lontano da attenzioni moleste, inclusa, potenzialmente, la propria. E se, la prima volta, ella aveva affidato il flagello a Howe e Be'Wahr e il pastorale al proprio mecenate, nonché amico, lord Brote; dovendosi liberare nuovamente di tali spiacevoli reliquie, ponendole lontano da possibili sguardi bramosi di possedere quegli oggetti, ella volle preferire scegliere diversi custodi, non per mancanza di fiducia nei primi eletti a tale incarico, ma per non porre in eccessivo pericolo coloro che già troppo si erano impegnati nella protezione di tali oggetti.
Fu nel mentre di tale scelta che ella espresse una netta preferenza volta a porre il flagello nelle mani di coloro i quali, per salvarla, erano stati pronti a rischiare le proprie vite, e il pastorale nelle mani di chi, per difenderla, era giunta persino a morire. Così, se uno dei due scettri venne consegnati nelle mani di Noal e Av'Fahr, a rappresentanza dell'equipaggio della Jol'Ange; l'altro venne predestinato alle cure di Carsa Anloch, o, per meglio dire, di Ah'Reshia Ul-Geheran, qual ella si era incredibilmente presentata al proprio risveglio a bordo della Jol'Ange, diversi giorni dopo lo scontro con il potere di Anmel.

Incredibile, invero, tutto ciò avrebbe dovuto essere riconosciuto non tanto per l'idea di un nuovo nome e una nuova identità per una donna abituata a mutare nomi e identità con una frequenza maggiore rispetto a quella con cui era abitualmente impegnata a rinnovare il proprio abbigliamento; quanto e maggiormente perché, questa volta, Ah'Reshia Ul-Geheran non si presentò qual figlia della mente di Carsa Anloch, al pari di tutte le sue altre creature, ma, straordinariamente, qual madre della stessa.
Il racconto di Ah'Reshia, a differenza di quello di qualunque altro frutto della particolare abilità di Carsa, non appariva completo, capace di spiegare ogni evento sino al tempo presente, ma, al contrario, presentava un enorme vuoto, una voragine nei suoi ricordi, facenti riferimento a tutti gli eventi di quegli ultimi quindici anni circa, e, in ciò, vedendola offrirsi decisamente a disagio nel ritrovarsi in conseguenza a eventi, non meglio precisati, a bordo di una nave, intenta a navigare verso una meta per lei sconosciuta. Tre lustri prima, in un'epoca nella quale Midda Bontor stava muovendo i propri primi passi qual mercenaria, iniziando a far riecheggiare l'eco delle proprie imprese in tutta Kofreya e anche oltre; Ah'Reshia altri non era che una fanciulla affascinata dal mito creato da quella meravigliosa donna guerriero, e desiderosa, un giorno, di emularne le gesta. E, in effetti, se non fosse stato per la presenza del suo idolo vicino a lei, sicuramente ella si sarebbe messa a gridare isterica, terrorizzata dall'idea di essere a bordo di una nave, in mezzo al mare. Ma l'adorazione che quella donna, anzi, quella fanciulla in un corpo di donna, provava verso colei le cui gesta aveva contemplato affascinata insieme alla sua migliore amica d'infanzia, Kona, fu capace di permetterle di superare anche quello, giungendo sana e salva fino al continente e, da lì, fino ad alcune isole a ovest di Kofreya, dove per volere di Midda Bontor venne condotta.
In quel viaggio, tanto Midda, quanto chiunque a bordo della Jol'Ange, ebbe sufficiente tatto da non tentare di colpevolizzare Ah'Reshia per alcuna azione di Carsa, né, tantomeno, di parlare di Carsa in sua presenza. E anche ove Noal o i suoi compagni avrebbero avuto ragione di rivalersi su di lei, complice nella morte di Berah e nel rapimento di Hui-Wen e di Camne Marge; così come Howe, Be'Wahr o Seem, da Tahara ferocemente aggrediti il giorno in cui la Figlia di Marr'Mahew fu rapita; nessuno fra loro avanzò la benché minima pretesa in tal senso, preferendo accettare, con dimostrazione di grande apertura mentale, l'idea che Carsa Anloch non esistesse più. Del resto, sarebbe stato sufficiente osservare negli occhi quella donna, quella fanciulla, per comprendere come nulla in lei avesse a trovare riferimento nella mercenaria che era stata sino a pochi giorni prima. E insistere in tal senso sarebbe stata solo inutile crudeltà.
In grazia a tutto ciò, quindi, la Storia ricordò, in assoluta fede, come Carsa Anloch morì, quel giorno, sull'isola di Rogautt, sacrificandosi per la salvezza della sua amata Midda Bontor. Mentre Ah'Reshia Ul-Geheran, aristocratica y'shalfica la cui famiglia era morta molti anni prima, accettò di essere affidata alle cure di alcuni vecchi amici della sua eroina, la quale, per assicurarle massima serenità, scelse di accompagnarla fino alla piccola isola di Konyso’M, nell'arcipelago di Lodes’Mia, là dove era certa sarebbe potuta essere accolta con affetto e sarebbe stata in grado di ricostruire la propria vita nei termini che più le sarebbero stati graditi.

Giunti a Konyso’M, la Figlia di Marr'Mahew, che proprio in quell'isola aveva guadagnato tale nome, nonché la propria amata spada bastarda, ebbe molto da fare per scusarsi con la gente del luogo per l'apparente noncuranza con la quale si era separata da quell'isola e da tutti loro, che pur tanto affetto provavano per lei.
Fortunatamente, l'alcalde Lafra Narzoi, come sua figlia Heska e, il marito di questa, Mab’Luk, si dimostrarono con lei più compresivi di quanto, molti anni prima, non fosse stata sua sorella Nissa, e la riaccolsero a braccia aperte, organizzando repentinamente una festa in onore suo e dei suoi amici, pur a loro completamente sconosciuti. E Midda, dal canto proprio, fu più che felice di poter prendere in braccio, il proprio braccio mancino in carne e ossa, ovviamente, la piccola Gaeli, figlia di Mab’Luk e Heska, bambina meravigliosa che aveva ereditato le caratteristiche migliori di entrambi i suoi già splendidi genitori.

« Se tu avessi aspettato di più a ritornare, probabilmente avresti tenuto in braccio i miei nipoti, altro che mia figlia! » si concesse di ironizzare Heska, unico rimprovero che le volle riservare per la propria prolungata assenza da quell'isola e dalla loro casa, nella quale ella sarebbe stata sempre un'ospite ben gradita.
« Esagerata… » aggrottò la fronte la mercenaria, guardandola con aria sorniona e divertita, intimamente felice di essere nuovamente in compagnia di quella giovane donna e della sua famiglia che, onestamente, sentiva un po' propria « … manco fossi stata via per trent'anni! »

Scherzi e giochi a parte, l'alcalde e la sua famiglia si dichiararono più che lieti di poterle rendere un favore dopo tutto quello che ella aveva fatto, salvando la loro isola dai pirati e le loro figlie, Heska inclusa, dalla prigionia nel palazzo di lord Sarnico, che tanto aveva abusato di loro. Motivo per il quale Ah'Reshia venne accolta a Konyso’M, e in casa Narzoi, con il massimo affetto, da gente, invero, incapace di provare sentimenti malevoli, qual gelosia, egoismo o ira, nell'abitare, da sempre, in un'isola idilliaca, ove alcun male avrebbe potuto loro nuocere e dove alcuna ragione essi avrebbero avuto per vivere la loro vita in modi diversi, con emozioni diverse e nocive.
Per oltre due settimane la Jol'Ange rimase attraccata al largo di Konyso’M e per oltre due settimane tutti gli uomini e le donne del suo equipaggio, inclusi Howe, Be'Wahr, Be'Sihl e Seem, sembrarono poter dimenticare, in quell'oasi di pace, gli orrori propri di quegli ultimi mesi, dal rapimento di Midda sino alla liberazione di Hui-Wen e Camne Marge. E, probabilmente, tutti loro, primi fra tutti Midda e il suo amato locandiere, avrebbero gradito smarrirsi in quell'isola per sempre, abbandonando la via della guerra, lungo la quale avevano camminato per quasi tutta la loro vita, in favore di un diverso stile di vita.
Purtroppo, però, prima che la terza settimana potesse trascorrere, che l'autunno ormai già inoltrato dimostrò la propria intenzione di cedere prima del dovuto il passo ai rigori dell'inverno. E sebbene alcuno a bordo della Jol'Ange avesse mai avuto paura di affrontare il mare nelle stagioni invernali, il cammino per Tranith si sarebbe potuto rivelare decisamente meno gradevole del previsto, ragione per la quale si rivelò opportuno ripartire al più presto. Con tutti i malinconici sentimenti del caso.
Fu così, quindi, che giunse il momento, per la mercenaria, di salutare nuovamente non solo gli amici di Konyso’M, ma anche Carsa… Ah'Reshia, con un nodo alla gola difficile da sciogliere.

« Ho trascorso troppo poco tempo con Heska, e di questo mi rimprovererò per sempre… » premesse la Figlia di Marr'Mahew, prendendo voce verso la sua giovane sostenitrice « Malgrado ciò, so che è una persona meravigliosa, una di quelle amiche con qui sarebbe meraviglioso intrattenersi anche solo a chiacchierare per lunghe giornate. E, per questo, sono certa che ti troverai splendidamente qui a Konyso'M, con lei e con tutta la brava gente di quest'isola. »
« I-Io ti ringrazio… Midda. » esitò Ah'Reshia, mordicchiandosi il labbro inferiore per sfogare in qualche modo la tristezza che le stava consumando l'animo in quel momento « Io non ho idea di cosa abbia potuto compiere per guadagnarmi la tua amicizia a tal punto. Ma… sono felice di averlo fatto! » tentò di sorridere, non trovando parole migliori per confermarle tutta la stima da sempre per lei provata.
« Sono io che ti ringrazio, Ah'Reshia… » replicò la mercenaria, non riuscendo a trattenersi e avanzando di un passo per abbracciarla, e abbracciarla con forza, quasi con egoismo, nel non volerla lasciar andare e, al tempo stesso, nel costringersi a ricordarsi come quella non fosse più Carsa Anloch e come, probabilmente, il mondo là fuori avesse da considerarsi troppo spietato per lei, per la sua dolce ingenuità « Mi hai donato molto più di quanto tu non creda. E, in qualsiasi momento, ricorda sempre come io ti ammiri… e di quanto avrei voluto essere un'amica migliore per te. »

La nobile y'shalfica non riuscì a comprendere la maggior parte delle parole che ella le rivolse, nelle loro ragioni, nelle loro motivazioni, ma non per questo si sottrasse al suo abbraccio e, anzi, lo ricambiò con affetto sincero, ben lieta di aver scoperto quanto l'idolo delle sue giornate spese a fantasticare con Kona, avesse da riconoscersi persino migliore di quanto non avrebbe mai potuto immaginare.

« Vivi serenamente la tua vita… » le raccomandò la donna dagli occhi color ghiaccio, che pur in quel momento non avrebbero potuto incutere alcun timore « Trova qualcuno da amare e che ti ami, e dimentica ogni incertezza, ogni timore per gli anni che non riesci a ricordare. Ti assicuro che la parte migliore della tua vita inizierà qui, in Konyso'M, in mezzo a gente che sarà sempre presente per te e che non ti tradirà mai! » la rassicurò, baciandola delicatamente sulla guancia sinistra prima di separarsi da lei.
« Lo… lo farò. » annuì la sua interlocutrice, dalla pelle color della terra, sollevando la mancina a coprire la guancia, quasi in quel punto a conservare il calore del suo bacio.
« Sei una donna straordinaria, Ah'Reshia Ul-Geheran. » sospirò, allontanandosi appena da lei solo per recuperare il pastorale, scettro dell'ultimo dei faraoni di Shar'Tiagh tanto bramato da Anmel « E per questo sono certa che tu potrai custodire questo oggetto per me, nascondendolo ove nessun potrà ritrovarlo. »
« Lo farò. » ripeté, accogliendo con cura quell'oggetto tanto prezioso in quanto consegnatole dalla sua indomita eroina « Lo farò. A costo della mia vita… » promise, forse giurò, in parole sincere.
« Non ho dubbi. » sorrise, mestamente, Midda Bontor, guardandola con affetto « Non ho dubbi. »

martedì 7 agosto 2012

1662


R
edenzione. Significante ricco di autorevolezza nel proprio stesso suono e celante in sé un significato ancor più ricco, più profondo e, sovente, troppo difficile da comprendere in tutta effettiva la sua formulazione.

Midda Bontor, scrutando nel profondo del proprio cuore e del proprio animo, avrebbe potuto asserire di non essersi mai impegnata ad affrontare un cammino di redenzione. Ella, sin dalla più tenera infanzia, aveva agito offrendo riferimento solo a se stessa, al proprio cuore, al proprio animo, disinteressata completamente all'eventualità che, attorno a lei, vicino a lei, esistessero altre persone, dotate di sentimenti che ella avrebbe potuto ferire. Certamente ella, in tempi recenti, aveva reso pubblica la storia della propria vita, ammettendo innanzi a tutti le proprie responsabilità nel conflitto venutosi a generare con sua sorella Nissa. Ma, nonostante un tanto plateale metodo per annunciare al mondo le proprie colpe, ella non aveva mai, effettivamente riconosciuta qual propria la necessità di redenzione, redenzione innanzi agli occhi della propria famiglia, redenzione innanzi alla propria sorella gemella, che tanto aveva amato, da cui tanto era stata amata, e che pur, oggettivamente, aveva tradito nel modo peggiore, abbandonandola dopo averle giurato, per tre volte, che mai l'avrebbe fatto. E, innanzi a tale consapevolezza, innanzi all'evidenza dell'assenza di un proprio reale pentimento, utile a iniziare un cammino di riscatto, ella si era sentita incompleta, si era sentita addirittura sporca, molto più di quanto non sarebbe stata felice di ammettere.
Carsa Anloch, diversamente da lei, sembrava aver ben compreso il significato della parola redenzione e, a costo di morire nel tentativo di dimostrare il proprio pentimento, ella aveva osato ciò che pochi sarebbero stati disposti a mettere in giuoco. Ella, che pur non avrebbe potuto essere considerata realmente colpevole per il proprio operato, aveva agito spingendosi sino al massimo sacrificio per redimersi, per offrire alla Storia la propria migliore immagine, lontana dalla schizofrenica violenta che, altresì, avrebbe potuto essere considerata. E ci era riuscita. Era riuscita a ottenere il perdono che tanto desiderava, per il proprio fallimento, per il proprio tradimento. Perché, nel morire fra le braccia della donna che amava, le aveva dichiarato ancora una volta, forse per la prima volta, tutto il proprio sincero sentimento, offrendole la riprova dello stesso nel proprio sangue, nel proprio dolore, nel proprio ultimo respiro. E da Midda, dalla propria amata Midda, ella aveva ottenuto il perdono, il perdono utile a spingerla a pretendere che ella sopravvivesse, a ogni costo. Perché, nel rendere consapevole la propria gemella del potere che ella aveva involontariamente acquisito, la Figlia di Marr'Mahew avrebbe potuto segnare tragicamente il proprio destino, in un prezzo smisurato e pur da lei quietamente accettato qual necessario e onesto per la salvezza di chi, per lei, era stata pronta a morire e, in effetti, era addirittura morta.
Anche Nissa Bontor, come Carsa e a differenza della propria gemella, sembrava aver compreso molto bene il significato della parola redenzione. Perché, sebbene ancora incapace di perdonare Midda per i torti da parte sua subiti, ella non avrebbe dovuto essere considerata inconsapevole del male arrecato, né completamente indifferente al medesimo. Forse, in effetti, sino a prima del sacrificio di Tahara… di Carsa, anche ella non aveva realmente compreso le conseguenze intrinseche nelle proprie scelte, nelle proprie azioni, agendo animata dallo stesso egoismo e dalla stessa indifferenza dei quali da sempre rimproverava propria sorella. Ma nel momento in cui aveva osservato il ventre della propria ultima vittima aprirsi in conseguenza a un orrido maleficio fuoriuscito dalle sue stesse mani, ella aveva dischiuso gli occhi e aveva compreso il peso delle proprie scelte e, con esse, la necessità di redenzione, non per qualcuno ma, soprattutto, per se stessa, per sentirsi in pace con il proprio animo, così come non avrebbe più potuto essere altrimenti. Per tale ragione, e solo per questo, ella aveva aperto la mente alle parole di Midda e, per quanto fosse suo solo desiderio torturarla a morte per tutto quello che aveva compiuto in passato; Nissa riuscì a dimostrarsi superiore ai propri istinti, alle proprie più crudeli fantasie, per offrire ammenda del male compiuto con l'ultimo triste capro espiatorio contro il quale aveva rivolto tutto il proprio odio in luogo alla gemella, sola reale destinataria eletta per ogni proprio rancore, per ogni proprio pensiero maligno. Sempre per tale ragione, e solo per essa, ella aveva accettato di allungare la propria destra, di pietra, sopra il ventre ferito della donna morente, già morta, per lì convogliare un potere che neppure era consapevole di possedere. E come sperato dalla Campionessa di Kriarya, ella, in grazia alla presenza di Anmel all'interno del proprio corpo e della propria mente, era riuscita a creare anziché distruggere, a edificare anziché abolire, rigenerando la carne bruciata, il sangue versato, e restituendo la salute a colei a cui, con tanto affetto, si era legata, accompagnandosi a lei per ogni proprio viaggio in quell'ultimo, lungo anno, nonché accogliendola in casa propria, innanzi ai propri figli, come una sorella… come la sorella che mai aveva avuto e che, altresì, avrebbe tanto desiderato avere in sostituzione alla propria odiata gemella.
Non solo a tal gesto, tuttavia, si era limitato il cammino di redenzione di Nissa Bontor. Perché egoistico sarebbe stato salvare Carsa per poi mantenerla propria prigioniera, nel momento in cui questa si fosse risvegliata e non l'identità a lei prediletta fosse stata quella predominante. Errato sarebbe stato agire per tali vie, vanificando ogni sforzo compiuto per il proprio riscatto. No. Non solo a tal gesto Nissa ridusse la propria redenzione, agendo, altresì e incredibilmente, nell'unico modo che mai la sua gemella avrebbe potuto immaginare agisse: restituendo a entrambe la libertà.
A dispetto di ogni proprio rancore, a dispetto di ogni brama di Anmel Mal Toise, Nissa agì negli unici termini che avrebbero potuto realmente dimostrarla pentita di tutti gli errori passati, di tutte le vittime innocenti da lei mietute nel corso degli anni. Non solo di Carsa, ma di chiunque altro prima di lei, ella volle chiedere ammenda, nel liberare la propria gemella e, con lei, tutti i suoi attuali compagni, anche coloro a bordo della Jol'Ange, non comandandone un pur possibile e probabilmente facile inseguimento, ma permettendo loro di ritornare senza minacce sino al continente da cui erano partiti. Una concessione che sarebbe valsa, ovviamente, una sola volta e che se sua sorella Midda fosse stata tanto sciocca da coinvolgere ancora altri nella sfida fra loro, ella avrebbe agito in ogni modo e con ogni mezzo per la salvezza propria e del proprio regno. Una concessione, ancora, che difficilmente sarebbe valsa anche per Anmel, nel momento in cui questa si fosse ripresa, ma che per la mercenaria fu comunque un dono divino, segno di una benevolenza della quale non si sarebbe mai potuta realmente considerare meritevole, nell'aver fallito in quell'impresa sotto ogni fronte, e che pur tale le fu offerto.
Dopotutto, quella riportata in quel giorno, per Midda, non sarebbe potuta essere ricordata in alcun modo quale una vittoria e, in ciò, Nissa avrebbe potuto sentirsi già sufficientemente soddisfatta per agire in termini che l'avrebbero potuta mettere in cattiva luce innanzi agli dei tutti. Perché Midda aveva perduto la propria mano destra e, dato il costo che aveva dovuto pagare quindici anni prima, difficilmente si sarebbe rivolta nuovamente ai thusser per ripristinare quanto perduto. Perché Nissa aveva finalmente dimostrato alla propria gemella non soltanto il proprio trionfo personale nell'edificazione di un regno forte e potente, ma anche e soprattutto nella realizzazione di quella famiglia che a lei non sarebbe mai potuta essere offerta. Perché Midda era giunta a scendere a patti persino con Desmair per riuscire a competere con la propria gemella, in una scelta che mai si sarebbe potuta perdonare e che, purtroppo, temeva che non sarebbe rimasta un caso isolato. Perché Nissa aveva conquistato confidenza con poteri che prima neppure avrebbe potuto immaginare e, probabilmente, presto sarebbe iniziato per lei un felice sodalizio con la regina Anmel, dati i comuni interessi. E perché quella che sarebbe dovuta essere un'epica impresa di salvataggio da parte degli uomini e delle donne della Jol'Ange ebbe a dimostrarsi solamente qual ridicola operazione impotente, nel confronto con l'infinita vastità delle forze di Rogautt.

Tante soddisfazioni, tante vittorie, che avrebbero ben compensato la possibilità concessa alla Campionessa di Kriarya di allontanarsi dall'isola dei pirati ancora viva, con la propria spada, con la propria amica priva di sensi, e con il proprio tesoro, dissepolto con cautela dalla sabbia e non particolarmente pubblicizzato innanzi agli occhi della sovrana, per evitare di attirarne l'ira. Anche ove Anmel, nel dolore vissuto da Nissa per la morte, o quasi, di Carsa, era stata tagliata violentemente fuori dai giuochi; straordinariamente stolido sarebbe stato da parte della donna guerriero sventolare ironicamente davanti a lei, l'unica ragione di intimo trionfo in quel giorno tanto tragico. E dal momento in cui, per quanto sconfitta, ella non si considerava ancora stupida; Midda impiegò tutta la propria destrezza e la propria discrezione nella volontà di non attrarre troppa attenzione su quel piccolo, prezioso sacco.

lunedì 6 agosto 2012

1661


L
a scarica energetica, distruttiva e letale, irrefrenabile e incontenibile, si volse con tutta la propria potenza, con tutta la propria furia, contro la sciabola stretta fra le mani di Carsa e, infranta la debole lama della medesima, contro il sottile e sensuale ventre della conturbante donna, lì offertasi qual semplice carne da macello. E all'altezza del suo intestino, del suo ombelico, un terribile squarcio venne aperto, creando un varco fra lì e la sua schiena, la sua spina dorsale che, solo per un miracolo, non venne completamente infranta. Non che, comunque, il danno per lei fu meno grave, meno mortale di quanto sarebbe stato in tal caso, dal momento in cui, là dove prima era oltre un pugno di carne, allora non restava altro che un ampio foro bruciato, in grazia al quale, comunque, ella fu in grado di portare a compimento l'incarico reso proprio, la missione eletta qual per lei vitale, nel fallimento della quale la sua vita non avrebbe avuto, egualmente, maggior significato: la salvezza di Midda Bontor.
Scaricata l'energia distruttiva di quel flusso contro la sciabola e contro il proprio stesso ventre, Carsa si voltò lievemente per assicurarsi che il suo sacrificio non fosse stato vano. E nel momento in cui il suo sguardo sempre meno vivace, sempre meno carico di vitalità e di prospettiva di futuro, incrociò gli occhi color ghiaccio di colei che aveva tanto amato e tanto tradito, ella non poté che dirsi felice di essere, finalmente, riuscita a dare un senso alla propria esistenza, prima di crollare a terra ormai morente.

« Carsa! » gridò Midda, sconvolta per lo spettacolo di morte al quale aveva appena assistito, impotente.
« Tahara! » urlò Nissa, non meno turbata per quanto accaduto, per ciò del quale, non sapeva ancora come, si era ritrovata a essere protagonista.

Dimentiche, estemporaneamente, del terribile conflitto in corso, le due sorelle, le due gemelle, accorsero contemporaneamente e specularmente a quel punto mediano fra loro, a quella donna che, per ognuna, era stata un'amica, una compagna, una complice, e che, ora, stava morendo innanzi al loro sguardo.
Anmel Mal Toise, che solo un istante prima imperava nel corpo di Nissa, privandola di qualunque arbitrio, venne lì completamente obliata, soffocata da un sentimento ancor più potente dell'odio che prima la donna aveva provato verso la propria gemella: l'amore che, in quel momento, provava per Tahara, rielaborato come dolore, e dolore straziante, per quanto era consapevole aver compiuto, anche senza sapere come o perché.

« M… Mid… da… » gemette Carsa, nel mentre in cui le due donne giunsero al suo capezzale, una di fronte all'altra, divise in quel momento non dai loro egoismi per quanto passato, ma dalla loro pena per quanto lì presente, per quella morte terribile e ingiusta.
« Sono qui… sono qui Carsa. Non ti sforzare, ti prego. » sussurrò la donna guerriero, con le lacrime agli occhi, non volendo accettare che anche lei, seppur meno di un'ora prima propostasi qual sua acerrima nemica, potesse morire a causa sua, come Nass'Hya, come Berah, come Ja'Nihr, come Salge… e come troppi altri suoi cari, tutti morti per mano di Nissa « Possiamo curarti… potrai guarire. »

Sul volto della moribonda, a quelle parole, non poté che aprirsi un sorriso tirato, e pur divertito, mostrando denti intrisi del suo stesso sangue, per le emorragie interne che la stavano consumando a seguito del danno riportato. Abitualmente Midda non si offriva qual una persona ottimista, eppure in quel momento sembrava impegnata a cercare il lato luminoso di quella situazione assolutamente nera, e questo non avrebbe potuto che onorare e divertire Carsa, che pur tanto bene conosceva il carattere della sua interlocutrice.

« … non… sei cr… credi…bile… » ansimò, contorcendosi per un istante per il dolore provato, e, in ciò, aggrappandosi istintivamente a chiunque le fosse vicino, nella fattispecie Nissa Bontor, non meno distrutta di quanto non fosse la sua gemella.
« Tahara… » sussurrò, osservandola con la morte nel cuore, al pensiero di essere stata ragione della morte di colei che aveva amato come una sorella, forse ancor più della propria, reale sorella.
« … qua… quasi… » volse lo sguardo verso la propria assassina, offrendole, tuttavia, null'altro che un sorriso « … gra… grazi… grazie… di tutt… tutto… » soggiunse, riferendosi implicitamente al sostegno che la regina di Rogautt le aveva comunque riconosciuto, nei mesi in cui era stata la sua fedele amica.

Dall'epoca in cui erano state bambine, e avevano vissuto insieme meravigliose avventure, Midda e Nissa non erano mai stato nuovamente vicine tanto come in quel momento. Unita nel dolore per la morte della medesima, straordinaria e complicata donna che avevano avuto entrambe, a modo proprio, occasione di imparare a conoscere e ad amare.
Purtroppo, al di là del disperato ottimismo della Figlia di Marr'Mahew, impossibile starebbe stato per loro ipotizzare una possibilità di salvezza per Carsa, dal momento in cui il danno riportato era troppo grave e già solo il suo essere ancora aggrappata alla vita, con le unghie e con i denti, dimostrava l'animo combattivo di quella donna. Alcun cerusico, fosse anche il migliore al mondo, avrebbe potuto ricucire le ferite riportate, ove in tal caso, quantomeno, sarebbe stato sospettato di stregoneria e, come tale, sarebbe stato cacciato e ucciso, ove mai sarebbe stato tollerato uno stregone in vita. O una strega.
Una strega…?!

« Nissa! » esclamò con tono deciso, improvvisamente di nuovo freddo e controllato, la Campionessa di Kriarya, prendendo repentinamente una decisione per la quale, probabilmente, si sarebbe poi maledetta per sempre « Devi salvarla! »
« C-come?! » esitò l'altra, osservando la gemella così come avrebbe potuto osservare una pazza, nel non comprendere in quale modo avrebbe mai potuto intervenire per la salvezza di Tahara, per quanto avrebbe desiderato farlo, anche ove ella non si sarebbe più dimostrata essere l'amica che era stata per lei in quegli ultimi mesi, in un intero anno… giorno più, giorno meno « Che dici, Midda? Sei forse fuori di senno?! »
« No. Non sono mai stata più lucida. » negò l'altra, nel mentre in cui Carsa, fra le sue braccia, iniziava a perdere tensione muscolare, sussurrando quelle che avrebbero potuto essere le sue ultime parole.
« … Mi… Midda… io… io… »
« Tu puoi salvarla, Nissa! » proseguì la donna guerriero, osservando con serietà la propria gemella, che tanta morte era sempre stata capace di dispensare e che, ora, aveva l'occasione di salvare almeno una vita, una vita a cui stava pur dimostrando di tenere « Non chiedermi come, ma in te è lo spirito di Anmel Mal Toise, la Portatrice di Luce e l'Oscura Mietitrice… sua è la corona di cui ti sei impossessata nel tempio vicino al mare, e suoi, probabilmente, dovrebbero essere gli scettri che hai preteso in cambio della vita dei marinai della Jol'Ange da te catturati. »
« Sei pazza! » protestò la regina dei pirati, non riuscendo a dar fede a una sola di quelle parole.
« … Mi… d… Midda… io… ti am… ti amo… » gemette Carsa, emettendo il suo ultimo respiro e, in esso, rivelando un sentimento di cui la Figlia di Marr'Mahew era già a conoscenza ma che, come con lei chiarito già da tempo, non avrebbe mai potuto ricambiare, non nei termini da lei richiesti, quantomeno.
« Guarda il tuo braccio destro, dannazione! » insistette Midda, quasi ringhiando quelle ultime parole, nel non voler accettare la morte dell'amica, non mentre stretta fra le proprie braccia « Tu puoi salvare la vita di questa donna, Nissa! Non ti chiedo di interrompere la nostra faida. Non ti chiedo di rinunciare a qualunque proposito di conquista animi il tuo cuore. Ti chiedo solo di salvare la vita di chi era pronta a morire per te come lo è stato per me! » argomentò, credendo fermamente in quella possibilità « Salvala, Nissa! Salvala! Tu hai il potere di farlo. In te vi è il potere di creare e il potere di distruggere. Dimostrami quanto mi sbaglio su di te. Dimostrami che puoi donare la vita con la stessa facilità con la quale io sono abituata a donare la morte. » supplicò, ormai, nel sentire il corpo di Carsa afflosciarsi fra le sue braccia « Nissa! Per tutto l'amore che puoi aver provato un tempo per me… ti prego, salvala! »

domenica 5 agosto 2012

1660


M
idda non sarebbe stata in grado di ipotizzare quali rapporti potessero legare Desmair e Anmel, al di là dell'evidenza di come non si parlassero da secoli.
Facile, ovviamente, era ipotizzare quanto Desmair non desiderasse il ritorno in circolazione della madre: seppur senza citarne la presenza, infatti, egli aveva chiaramente dichiarato quanto i loro interessi, suoi e della moglie, per una volta tanto coincidessero alla perfezione, nel non voler vedere Nissa qual monarca sul mondo intero. E al di là di ogni facile retorica, troppo facile sarebbe stato immaginare quanto il semidio fosse perfettamente consapevole del ritorno in circolazione della sua genitrice, motivo di tante, improvvise attenzioni nei riguardi della donna guerriero, proprio malgrado coinvolta nella faccenda.
Meno banale, invece, sarebbe stato comprendere quali sentimenti Anmel potesse nutrire nei riguardi del figliolo. Non improponibile, in verità, sarebbe stata l'ipotesi secondo la quale ella avrebbe dovuto essere considerata responsabile per il suo imprigionamento, ove difficile sarebbe stato immaginare una terza figura coinvolta nella questione e sufficientemente potente da esiliare il semidio al di là della loro realtà in aperto contrasto con i voleri della madre di questi. Partendo da tale ipotesi, pertanto, l'interesse della regina nella questione avrebbe dovuto essere considerato più che comprensibile, dal momento in cui l'idea che Desmair fosse nuovamente in circolazione, e sposato con Midda, non avrebbe potuto entusiasmarla.
Istanti preziosi, quelli in tal modo recuperati dalla donna guerriero, la quale, in tutto ciò, riuscì a elaborare almeno sette diverse strategie di recupero dello scettro o di fuga, senza, purtroppo, riuscire ancora a far collimare i due interessi in un unico, completo piano.

« Dove è Desmair? » scandì lentamente, sillaba dopo sillaba, la sovrana di Rogautt, richiamando a sé il proprio tridente con un semplice gesto della propria nuova mano destra « Dove sono gli scettri appartenuti a mio padre? » soggiunse, ritornando al motivo originale.
« Vuoi Desmair o vuoi quei vecchi scettri erosi dal tempo?! » aggrottò la fronte la mercenaria, simulando una propria incapacità a comprendere i reali desideri della propria interlocutrice « Non si può avere tutto nella vita… sai? » la canzonò, giocando pericolosamente con il fuoco.
« Io avrò la tua… di vita. » ringhiò la sua interlocutrice, scoprendo a sua volta i propri denti bianchi, così come poc'anzi aveva compiuto la prima « Farò a pezzi il tuo cadavere, e lo ricoprirò con le mie feci, prima di inviarlo a mio figlio, qual dimostrazione d'amore materno. E dopo che tu sarai morta, rivolterò questa spiaggia da cima a fondo e troverò gli scettri, ovunque tu li abbia celati. »

La Figlia di Marr'Mahew aveva beffato eccessivamente la propria antagonista, nella speranza di spingerla ad agire d'impulso, senza reale controllo sulle proprie azioni. E questa, per tutta risposta, non si limitò a minacciarla… ma, in termini più sbrigativi, si impegnò ad aggredirla, non desiderando riconoscerle concederle ulteriore grazia, maggiore importanza rispetto a quanto già le aveva incautamente concesso.
Così, il tridente del quale Anmel aveva ripreso possesso, si illuminò improvvisamente, quasi fosse divenuto incandescente, per quanto senza bruciare la mano con la quale ella lo stringeva a sé. E, ancor prima che la mercenaria potesse maturare effettiva consapevolezza nel merito di cosa stesse accadendo, una pericolosa scarica di energia fuoriuscì dalla punta centrale di quell'arma, diretta a suo discapito.

« Thyres! »

Solo i suoi incredibili riflessi, affinati in lustri di combattimenti, battaglie e guerre, permisero alla Campionessa di Kriarya di ovviare a morte certa, balzando di lato un istante prima che quel flusso letale potesse raggiungerla. Ma, pur così facendo, ella non poté ovviare agli effetti sgradevoli di una piccola, ma violenta, onda d'urto, che, generata dal punto di impatto della scarica con il suolo, la travolse e la sospinse bruscamente in avanti, costringendola a porre un piede in fallo e a ruzzolare a terra, con minor grazia di quanto non le fosse abitualmente propria.
Di quella caduta, Anmel non mancò di approfittare, lasciando nuovamente divenire apparentemente incandescente l'arma da lei stretta nella destra, prima di generare repentinamente una nuova scarica, dalla quale difficilmente Midda di sarebbe riuscita a porre in salvo. E fu proprio in quel momento, in quel frangente, che avvenne l'impensabile, l'improponibile, l'incredibile, nel trovare la Figlia di Marr'Mahew salva in grazia all'intervento dell'ultima fra tutte le persone che avrebbe mai potuto supporre potesse lì intervenire in suo soccorso… Carsa Anloch!

Tanto Midda, quanto e ancor più Anmel, o forse Nissa, non poterono che dimostrarsi sorprese, stupite e spiazzate da quell'improvvisa comparsa in scena e da quanto, in conseguenza, accadde. Se, infatti, Anmel e Nissa non si sarebbero potuto attendere l'eventualità di un intervento in favore della donna guerriero da parte di colei ritenuta propria alleata e amica; neppur Midda avrebbe potuto immaginare tale possibile sviluppo, non avendo alcuna confidenza con quanto accaduto subito dopo il suo addio alla Jol'Ange, ossia l'insperata, o forse temuta, ripresa di sensi da parte di Carsa.
Carsa Anloch, non più Tahara e pur consapevole di quanto compiuto dalla propria creatura, al proprio risveglio fra le braccia del muscoloso Be'Wahr, non si era voluta concessa alcuna possibilità di trattativa con gli uomini e le donne della Jol'Ange, e neppure con gli altri suoi, un tempo, alleati lì a bordo, nel disporsi intimamente più che certa che alcuna parola sarebbe stata utile a ottenere la loro fiducia. E prima che la goletta potesse prendere il largo, avendo già sciolto gli ormeggi in ottemperanza ai desideri della Campionessa di Kriarya, ella si era pertanto liberata dall'abbraccio del suo biondo carceriere e si era slanciata con un agile balzo fuori bordo, atterrando sul molo e subito correndo lontano dal medesimo, perdendosi nella notte. Sua premura, sua preoccupazione, in tutto quello, sarebbe dovuta essere allora riconosciuta quella di poter aiutare Midda, poter ricambiare la fiducia che ella sempre le aveva concesso anche immeritatamente, sperando in ciò di potersi far perdonare per le colpe di Tahara, per il tradimento che, involontariamente, aveva compiuto. E per quanto non avesse la minima idea di dove ella fosse finita, l'avvenente donna dalla pelle color della terra, non si era lasciata dominare da alcun scoramento, pronta a perlustrare l'intera isola, ove necessario, per rintracciarla, per ritrovarla.
Dalla propria, in tale ricerca, ella aveva potuto invero godere di un vantaggio indiscusso qual quello derivante dall'aver interpretato, sino a poco prima, il ruolo della fedelissima di Nissa Bontor, ottenendo in ciò un'indubbia autorità su tutti i pirati al suo servizio. Così, interrogati gli uomini e le donne dalla stessa regina dei pirati inviati in direzione del molo dal quale la Jol'Ange non aveva tardato a salpare malgrado la sua fuga, ella aveva scoperto dove era voluta restare da sola la loro signora e padrona e, in ciò, non aveva avuto dubbi che proprio su quella spiaggia l'avrebbe ritrovata intenta in una feroce battaglia con la propria gemella.
Sopraggiunta in tempo per assistere alla prima scarica energetica proiettata contro la propria adorata Midda da parte della sua nemesi, ovviamente non riconosciuta nelle proprie nuove vesti qual Anmel, Carsa non si volle concedere alcun indugio per compiere quanto sentiva andava compiuto, fosse anche a costo della propria vita. Così, prima che la seconda scarica potesse raggiungere la sua amica, ella si era spinta a intercettarne la traiettoria, armata, per l'occasione, solo di una lunga sciabola recuperata da uno dei pirati incontrati lungo la strada.

« No! » gridò Carsa, con tono carico di rabbia e di disperazione, non volendo accettare di potersi sentire responsabile per la morte di colei che tanto aveva da sempre ammirato e amato.
« No! » le fecero immediato eco tanto Midda quanto Nissa, non volendo accettare quanto ella aveva deciso lì di compiere, e pur non potendo far nulla per evitarlo.

sabato 4 agosto 2012

1659


« T
hyres! »

Un grido, il suo, or non più simile a un rimprovero per la dea che aveva percepito averla abbandonata, quanto a un'invocazione di aiuto, di benedizione, per la follia che stava compiendo e che, era certa, nessuna profezia avrebbe potuto predire. Perché nel momento in cui il tridente di Nissa sfiorò la pelliccia della sfinge, ella si lasciò ricadere al suolo, scivolando sotto la spinta della propria corsa sulla fine sabbia, nel raccogliere al volo la propria arma e, con essa, continuando a slittare in avanti, non mancando, tuttavia, di concedersi di colpire con tutta la violenza del letale filo della propria lama bastarda il braccio destro della propria antagonista, quello impegnato a sorreggere il tridente, colpendolo poco sopra il gomito e, senza pietà alcuna, amputandolo di netto, in una sequenza di movimenti tanto veloce, di sì improbabile coordinazione, che difficile sarebbe stato persino per lei negare una certa fortuna in tutto ciò.
Laddove ella avrebbe dovuto già essere infissa nel tridente della propria avversaria, pertanto, la straordinaria Figlia di Marr'Mahew, inevitabile da definire in tal termine, non solo evitò un fato di apparente morte certa, non solo recuperò la propria spada estemporaneamente perduta, non solo superò la propria avversaria, portandosi oltre di lei, alle sue spalle, senza che questa potesse comprendere cosa fosse accaduto, ma, ancor più, ebbe successo nell'amputarle un intero braccio poco sotto la spalla, nel restituire alla propria gemella, con i dovuti interessi, l'orrore al quale ella l'aveva condannata oltre quindici anni prima, nel lasciarla mutilata al di sotto del gomito.
E un grido di dolore non poté che esplodere dal profondo della gola della regina, a prescindere da quale mente avesse allora il controllo in lei, per quanto subito, per quella ferita sì tremenda che, immediatamente, non venne neppur elaborata dal cervello, ma che, subito dopo, vide il medesimo rispondere a quell'orrore con tutto il dolore che sarebbe mai stato in grado di elaborare…

« Fa male… non è vero?! » domandò, rialzandosi in piedi prima che la sabbia, con la propria frizione, potesse iniziare a bruciarla, subito voltandosi nuovamente verso la propria antagonista « Non immagini quanto abbia fatto male a me, nell'essere punita per colpe che non erano mie… Nissa! »

Nissa. Era lei la chiave e Midda l'aveva inteso. Possessione o no, quando aveva spinto la gemella all'ira, questa aveva recuperato il controllo sul proprio corpo, sulle proprie azioni, perdendo gli strabilianti poteri dei quali Anmel era altresì investita. E se anche la Campionessa di Kriarya non aveva competenze mistiche sufficientemente approfondire utili a definire come o perché Anmel fosse riuscita a prendere il controllo del corpo di sua sorella; abbastanza esplicita sembrava ancor essere la separazione fra le due identità, senza alcuna reale integrazione fra loro, senza alcuna fusione tale da rendere Nissa consapevole dei poteri che le sarebbero potuti essere propri.
Per tale ragione, volendo riuscire a sopravvivere a quell'incontro e a scappare dall'isola, ancora da definire se con o senza gli scettri, Midda Bontor non avrebbe potuto evitare il ricorso a ogni trucco ammissibile, primo fra tutti quello di pretendere qual propria l'identità di Nissa in luogo a quella di Anmel.

« Hai danneggiato il corpo che mi ospita. Ma non me, sciocca! » sibilò la voce di Nissa fra denti mantenuti stretti al punto tale da rischiare di incrinarli, tanto lo sforzo speso in ciò « Possibile che tu non capisca con chi tu abbia a che fare? Con quale forza primogenita ti stia confrontando?! » soggiunse poi, accostando la mancina al braccio destro mutilato e, con il tocco della punta delle proprie dita arginando immediatamente la fuoriuscita di sangue, onde evitare di correre il rischio di morire in maniera tanto stupida in assenza di una sutura su quella ferita aperta « Io ho il potere di plasmare interi corpi dal nulla… e niente di quanto potrai compiere mi potrà fermare! »

A dimostrazione di ciò, nella volontà di rendere evidente come le sue non fossero parole pronunciate per il semplice piacere di farlo, Anmel si genuflesse verso la spiaggia ai suoi piedi e, con un nuovo gesto della mancina, fece sollevare una grande quantità di sabbia dal suolo, guidandola verso il punto ove, un istante prima sorgeva il suo arto destro, allora privo di vita a pochi piedi da lei. E quella sabbia, aggregandosi tanto solidamente da apparir simile a roccia, si plasmò nella forma di un nuovo braccio, del tutto identico a quello perduto per quanto, allora, non di carne e ossa, ma di sabbia o, più precisamente, di pietra, per quanto ancor capace di muoversi e di agire con la stessa agilità del suo predecessore, come se nulla fosse accaduto, come se alcun danno le fosse stato imposto.
Un rimedio indubbiamente più elegante, e più funzionale, di quello con il quale la donna guerriero si era accompagnata per oltre tre lustri, ma che pur ella non si ritrovò particolarmente intenta a contemplare, desiderosa di sfruttare quegli istanti di distrazione per muoversi fino al punto in cui aveva sepolto gli scettri e lì soffermarsi, in attesa del momento opportuno per dissotterrarli e fuggire.

« Tuo figlio lo sa fare meglio… » canzonò Midda, facendosi beffa del rimedio impiegato da Anmel a riparare il danno da lei impostole, indubbiamente più grezzo di quanto Desmair era stato in grado di compiere quando ella lo aveva fatto mutilato e, persino, decapitato « Senza contare che dubito che i figli di Nissa saranno entusiasti di questo cambio. » ironizzò, in cuor suo, in verità, più che lieta di scoprire quanto, al di là di ogni grande potere, Anmel non fosse dotata di maggiore invincibilità rispetto al corpo che la ospitava.
« E' già la seconda volta che offri riferimento a mio figlio. » osservò Anmel, sollevando la propria nuova mano destra innanzi al proprio volto, per contemplare l'opera compiuta aprendone e chiudendone le dita ripetutamente, nel mentre in cui la voce di Nissa continuò a scandire le sue parole « Il tuo è un semplice modo per schernirmi o, forse, vi è qualcosa di concreto dietro alle tue parole, per quanto impossibile? »

Midda aveva bisogno di tempo. Tempo per pensare a come agire per recuperare gli scettri. Tempo per pensare a come agire, ancora, per fuggire da quell'isola.
In questo, quindi, se la sua cara suocera avesse veramente desiderato avere notizie del suo tanto amato figliuolo, ella sarebbe stata ben lieta di fornirgliele. Concedendosi, tuttavia, la prudenza di non rivelarle il suo coinvolgimento personale in quella notte, nonché nel suo salvataggio dalla Mera Namile, onde ovviare al rischio di perdere in maniera troppo stolida un possibile alleato, qual egli aveva avuto tanto interesse ad apparire per la prima volta da quando erano entrati in contatto.

« In effetti vi è qualcosa dietro alle mie parole. » annuì la mercenaria, iniziando a scostare con fare apparentemente distratto, i sassi da sopra il punto in cui aveva sepolto gli scettri, con abili movimenti dei piedi sulla sabbia « Non so quanto tutto ciò potrebbe disturbarti ma… io e tuo figlio siamo convolati a gioiose nozze qualche anno fa, presso la sua dimora fra le montagne. »
« Menti! » esclamò la sovrana, chiaramente sorpresa da tale annuncio.
« Assolutamente no… » scosse il capo la Campionessa di Kriarya, provando un inedito sentimento di soddisfazione per quegli osceni eventi passati « In effetti fra noi è stato amore a prima vista, nel momento in cui ci siamo incontrati. » puntualizzò, domandandosi se Desmair stesse in qualche modo assistendo a tutto quello « Lui ha dimostrato di apprezzare parecchio le mie forme… e io ho dimostrato di apprezzare parecchio la possibilità di farlo a pezzi in ogni modo possibile e di non divenire, in questo, vedova inconsolabile. » strizzò l'occhio sinistro, con fare complice, verso la propria interlocutrice « Sai… al di là di quanto i rapporti fra suocera e nuora possono essere complicati, ti voglio rassicurare sul fatto che, corna e zoccoli a parte, tuo figlio è capace veramente di mandarmi in subbuglio: ogni volta che lo vedo non riesco a trattenermi dal saltargli addosso. » commentò, assolutamente sincera.

venerdì 3 agosto 2012

1658


N
on un orrore più grande avrebbe mai potuto riversarsi sulla sua psiche e sul suo spirito, qual quello che, in tutto ciò, le si impose con violenza dirompente, lasciandola completamente privata di ogni amor proprio, di ogni orgoglio, di ogni istinto di sopravvivenza. Così, colei che mai aveva temuto avversari, che mai aveva indietreggiato con animo propenso alla resa; mosse esitante alcuni passi all'indietro sulla bianca sabbia che aveva appena accolto numerosi frammenti metallici di quella che, poco prima, era stata la sua mano destra, abbandonando la spada per recuperare la quale tanto rischio aveva corso, e con essa abbandonando qualunque desio di battaglia e guerra, non riuscendo a trovare alcun significato in tutto ciò. Una scelta che la pose, proprio malgrado o, forse e peggio, per sua stessa volontà, completamente vittima di ogni possibile ritorsione da parte della propria controparte, della regina Anmel Mal Toise!

« Se solo avessi immaginato che il mio nome ti avrebbe potuto imporre tanto sconvolgimento, mi sarei presentata in maniera più esplicita sin da quando ti ho imposto di restituirmi gli scettri… » commentò la voce di Nissa, tramite delle parole invero scandite dalla regina Anmel, per qualche strano giuoco di possessione divenuta proprietaria di quel corpo « Mi rallegra, comunque, constatare quanto il mio nome si riservi ancora un qualche effetto innanzi a un mortale e, soprattutto, innanzi a te, anche ove, troppo precipitosamente, ti avevo classificata qual fonte di sicuro disturbo per i miei piani. »

Di quanto scandito dalle labbra della propria gemella, in verità, nulla avrebbe potuto interessare in quel momento a Midda, la quale a malapena si prese la briga di ascoltarla, ove comunque costretta a sentirla. Che la sua nemica avesse da essere riconosciuta la sua storica nemesi, oppure una strega regina del passato, sinceramente, a lei alcun disturbo avrebbe portato. E, se solo tutto quello non avesse avuto un ruolo di conferma per terribili timori personali, per l'idea dell'impossibilità a rifuggire al proprio destino, difficilmente avrebbe riservato alla propria antagonista tanta apparente riverenza.
E nella disperazione di quel momento, quanto attrasse la sua attenzione, i suoi pensieri, fu il ricordo delle parole dell'ultimo possessore degli scettri del faraone, l'ultimo, per lo meno, da lei conosciuto… il nobile Be’Gahen, della città di Teh-Eb, in Shar'Tiagh.

« Nessuno, a parte lei, dovrà toccare questi oggetti maledetti, perché essi sono muti testimoni di così tante tragedie da non poter essere portatori di alcuna speranza per colui o colei che dovesse tentare di render proprio il loro potere. » aveva annunciato, morente, definendo la volontà che gli scettri ritornassero nelle mani della mercenaria che li aveva condotti al proprio cospetto, o quasi « Forze al di là della nostra possibilità di comprensione hanno condotto questi scettri nelle mani di Midda Bontor… e sotto la sua custodia dovranno restare, sino a quando non sarà in grado di distruggerli per sempre. »

A tal punto il suo destino era stato preordinato? Ella era stata davvero incaricata da forze al di là di ogni possibilità di comprensione di recuperare quegli scettri, per ostacolare, in tal modo, il cammino di ascesa di Anmel? Possibile che l'esistenza intera di una donna, con i propri momenti di gioia e le proprie sofferenze, fosse stata pianificata solo in vista dello scontro con una singola avversaria?
Ella non aveva mai creduto agli eroi prescelti di molte ballate. Ella non aveva mai voluto accettare l'idea che qualcuno potesse divenire qualcuno di importante solo perché ciò era stato profetizzato secoli prima della sua nascita. Ella, al contrario, aveva sempre adorato i racconti di coloro che dal nulla erano sorti in grazia alle proprie sole forze, opponendosi sovente a destini crudeli, che avevano sterminato le loro famiglie, che avevano distrutto le loro città, o che avevano minacciato la sopravvivenza dei loro mondi.
La differenza fra gli uni e gli altri non era banale, non era inconsistente. Ai primi, ai predestinati, nessun merito, nessun onore sarebbe dovuto essere riconosciuto anche ove vittoriosi, dal momento che tale vittoria era stata preannunciata da tempo e, in tal modo, essi avrebbero semplicemente compiuto il loro destino. Ai secondi, coloro che, invece, sorgevano in grazia unica delle proprie energie, tanto la sconfitta quanto il successo non sarebbero potuti essere tolti, in quanto non frutto di una benevolenza divina già accordata, ma solo conseguenza di ciò che essi avrebbero dimostrato di valere.
Ed ella, sin da bambina, aveva sognato di poter ricadere in quest'ultima classe.

« Hai intenzione di dirmi dove sono i miei scettri, ora, oppure no…?! » tornò a pretendere la sua attenzione Anmel, quasi le sue pretese avessero valore all'attenzione della mercenaria « Ora che hai capito con chi hai a che fare, spero che tu possa essere più collaborativa con me. E non sia mai che, alla fine, fra noi non possa ritornare a essere l'amicizia di un tempo… prima del tuo tradimento. » ipotizzò, ancora offrendo riferimento a fatti del tutto ignoti alla sua interlocutrice « Dopotutto mi sei sempre piaciuta, Midda Bontor. E non desidero che si abbia a dire che la futura dominatrice di ogni terra emersa non conosca benevolenza tale da perdonare chi ha commesso un errore, per quanto grave come il t... »
« Ma stai zitta! » sbottò la Figlia di Marr'Mahew, interrompendola e interrompendo il silenzio nel quale era brevemente ricaduta dopo l'acquisita consapevolezza di tutto quanto.
« … come?! » esitò la sovrana, non riuscendo evidentemente a elaborare l'eventualità di un tale intervento in proprio contrasto.
« Stai zitta, stupida, arrogante ed egocentrica ombra! » protestò la donna guerriero, sputando ogni singola sillaba pronunciata, carica di amarezza per quanto accaduto e di ira per il ruolo che la sua controparte aveva riservato qual proprio in tutto questo « Mi hai rotto la protesi… e sai che ti dico? Ma va in gola a Gorl, lurida cagna! » proseguì, arricciando le carnose labbra a scoprire i bianchi denti sotto le stesse « Se pensi che me la stia facendo sotto per tutta questa tua orazione, non hai capito nulla di me! »
« Come os… » tentò di intervenire l'altra, salvo essere repentinamente interrotta.
« Senti. A me non cale meno di niente di tutti i tuoi propositi di dominio sul mondo o sull'universo intero. Davvero. » puntualizzò, stringendo con forza l'unico pugno rimastole sino a sbiancarne le nocche, mentre l'avambraccio del destro, privato della propria estremità, sembrava comunque intento a imitare la tensione del mancino « Di te, del tuo figlio cornuto, di quel dio che ti sei portata a letto o di chiunque altro della tua famiglia non mi interessa nulla! » sostenne, del tutto disinteressata, in quel momento, persino di citare il possibile ruolo che quell'infame di Desmair poteva aver avuto in tutta questa commedia « Qualcuno ha deciso che noi due dovessimo combatterci in terra, in mare o nei cieli?! Bene! Questo qualcuno dovrà ricredersi, perché oggi qualcuno dovrà morire su questa spiaggia… e non intendo essere io! »

E completamente disarmata, in quello che avrebbe potuto rappresentare un suicidio ancor prima di un attacco, Midda Bontor si slanciò verso la propria avversaria, decisa a ogni costo a screditare i propri sogni, le profezie derivate per lei dagli scettri del faraone, per dimostrare, fosse anche con la propria morte, quanto gli dei, o chi per loro, si fossero sbagliati nel credere che ella si sarebbe lasciata muovere come una marionetta in una scena più grande di lei e di quanto mai ella avrebbe potuto comprendere.
Ella non rallentò alla vista del moncherino cavo che era rimasto in luogo al proprio pugno destro, e al pensiero di quanto dannoso sarebbe potuto essere per se stessa quel proprio attacco. Non rallentò alla vista della propria spada distesa al suolo, lì inerme e priva d'ogni possibilità di sostegno per lei. Non rallentò alla vista del tridente stendersi orizzontale, pronto ad accoglierla in quel proprio proposito di morte, ove nessuna pietà le sarebbe mai stata concessa dalla propria avversaria in conseguenza a tanta ottusità, a tale mancanza di collaborazione.
Ella non rallentò per alcuna di queste ragioni… e quando solo un piede la separava ormai dall'impatto con le punte letali dell'arma della propria nemica, ella spinse con maggior foga il proprio corpo in avanti, decisa a compiere tutto quanto sarebbe stato necessario per difendere il proprio diritto a poter dire "sono".

giovedì 2 agosto 2012

1657


I
n silenzio Nissa accolse quella provocazione, non offrendole seguito, non concedendole alcuna importanza, alcun peso, conscia di come, continuando a offrirsi vittima delle proprie emozioni, si sarebbe potuta troppo facilmente offrire anche vittima della propria antagonista, nel lasciarsi distrarre in tutto ciò dal concreto corso della battaglia. Una concentrazione, la sua, tale da riportare quiete sul suo animo, sul suo cuore, lasciandolo raffreddare quanto i propri gelidi occhi color ghiaccio in comune con la gemella. Ma, in ciò, anche pericolosamente tale da rioffrire spazio d'azione all'altra, propria, aggressiva personalità, quella interessata al possesso degli scettri proclamati qual propri ancor prima che a qualunque altra possibile brama, fosse anche e semplicemente quella della supremazia sulla propria antagonista, in tutto ciò considerata quale semplice e inconsistente ostacolo fra se stessa e il potere delle reliquie tanto invocate.
Così, se alla nuova aggressione della donna guerriero, prevedibile sarebbe stato un movimento da parte della controparte utile a evaderla, e, in ciò, paradossalmente anche utile a ripresentarla là dove la Campionessa di Kriarya avrebbe desiderato trovarla; nulla di quanto speranzosamente ipotizzato avvenne e, quasi con distrazione, il fendente della spada bastarda venne arrestato con un semplice cenno, il movimento di tre dita della destra della regina di Rogautt, in conseguenza al quale qualcosa di invisibile e forse persino intangibile, si adoperò ad arginare l'impeto di quel colpo e di qualunque altra rivalsa sarebbe potuta seguire.

« … ma… cosa…?! » esitò Midda, forse concedendosi eccessiva ingenuità nel non cogliere immediatamente la piega presa dagli eventi e, in questo, nel tentare, vanamente, di ritrarre a sé la propria arma « Nissa…? »
« Possibile che tu sia tanto sciocca dall'insistere nell'invocare il nome della tua gemella? » replicò l'altra, con tono nuovamente carico di supponenza e di superiorità, alterigia addirittura, nonché disprezzo per la trasparente stolidità della propria interlocutrice « Consegnami gli scettri, cagna tranitha… e forse sarò tanto misericordiosa dal permetterti di essere uccisa per sua mano, anziché per mia. »

La Figlia di Marr'Mahew storse le labbra verso il basso nel comprendere di aver cambiato, ancora una volta, avversaria. Il conflitto esistente all'interno del corpo di Nissa appariva ancor più schizofrenico di quello di Carsa e, se quanto temeva si sarebbe rivelato vero, sarebbe risultato ancor più grave. Purtroppo quanto temeva, al di là di ogni intima illusione, si era già rivelato qual vero e, in ciò, la sfida fra lei e la propria antagonista si sarebbe presto sviluppata in termini decisamente più complessi di quanto non avrebbe mai potuto ambire si sviluppassero.
Consapevole di non avere troppe possibilità di competizione con le strega ora dominante in Nissa, Midda scelse di agire nel modo più imprevedibile che riuscì a immaginare qual proprio, non insistendo ulteriormente sulla propria spada, per rimpossessarsene, e neppure retrocedendo, così come sarebbe stato razionale compisse, per allontanarsi il più possibile da chi, già una volta, l'aveva catapultata verso l'alto dei cieli. In ciò, quindi, ella sollevò rapidamente il proprio pugno destro e lo diresse, senza esitazione alcuna, in direzione del volto a lei identico, sperando di poter, in ciò, riuscire a riservarsi sufficiente follia strategica da giungere a segno, ove, in alternativa, sarebbe stato decisamente spiacevole impegnarsi a sopravvivere a un secondo volo, a una nuova reazione qual quella già imputatale.
E forse in virtù della totale irrazionalità di quel comportamento, imprevedibile nel proprio occorrere; forse semplicemente perché sottovalutata dalla propria antagonista nelle propria specifiche possibilità di danno a suo discapito; quel pugno in nero metallo dai rossi riflessi, animato nel proprio agire da un'antica energia mistica, riuscì a raggiungere il piacevole volto della sovrana di tutti i pirati, impattando sul medesimo con forza sufficiente per far detonare il suo intero cranio.

« Thyres! »

Midda Bontor, Figlia di Marr'Mahew, Campionessa di Kriarya, leggenda vivente già ucciditrice di chimere, tifoni, scultoni e altre bestie mitologiche, conquistatrice della maledetta palude di Grykoo, ritrovatrice della corona della regina Anmel in quel di Kofreya e degli scettri dell'ultimo faraone in Shar'Tiagh, nonché di molteplici altri oggetti di inestimabile valore appartenuti a un passato ormai dimenticato… gemette, mentre sul suo viso si manifestò una maschera carica di stupore, di sbalordimento e, forse, persino di timore, non riuscendo a credere ai propri occhi, a quanto lì offertole allo sguardo. Perché il suo pugno di metallo incantato, frutto dell'operosità malevola dei thusser, antica razza conosciuta con molti nomi e pur ormai appartenente per i più al mondo dell'immaginario che a quello del quotidiano; il suo pugno di metallo nero dai rossi riflessi, che tanto le era costato e che ben poco le aveva donato in sostituzione all'arto perduto, se non un'arma sempre presente al suo fianco, uno scudo che mai le sarebbe potuto essere strappato; si infranse rovinosamente contro il viso che avrebbe dovuto distruggere, le ossa che avrebbe dovuto frantumare, quasi quel corpo fosse di metallo e la sua protesi di fragile porcellana.
Nella vita ella aveva avuto poche certezze. La morte era sempre stata una di queste. E il suo braccio destro, artefatto, era stata l'altra. Nei sogni di futuro che, sotto l'effetto degli scettri lì tanto contesi ella aveva compiuto, la mercenaria aveva veduto un diverso braccio in luogo al proprio, una diversa protesi in sostituzione a quella che mai avrebbe potuto immaginare di perdere. E, in ciò, non era riuscita a considerare qual effettivamente reale quella visione, quella proiezione, non potendo contemplare l'idea che quel solo punto fermo della propria esistenza sarebbe potuto venir meno. Ma nell'impatto contro quel viso, che in maniera non originale rispetto a molti altri passati, avrebbe dovuto infrangersi sotto la forza di quell'armatura per lei arto, ella ebbe la conferma che tutto ciò che aveva sognato avrebbe dovuto essere considerato reale. La conferma che, un giorno, in un futuro non troppo lontano, ella avrebbe abbandonato i confini del proprio mondo per viaggiare fra le stelle, qual marinaia di una straordinaria nave qual mai avrebbe potuto immaginare potessero esistere. La conferma che, un giorno, in un futuro seguente, ella avrebbe attraversato i territori del lontano continente di Hyn nelle vesti di una guerriera errante, in realtà khan amica del sommo khagan, l'imperatore Lupo. La conferma che, tragicamente, tutto quello che ella aveva ritenuto poter essere frutto della propria autodeterminazione sarebbe potuto essere altresì accuratamente previsto da una coppia di oggetti incantati, capaci di rivelare il futuro lontano senza alcuna fatica, senza alcun impegno, senza incertezze o dubbi su ciò che sarebbe potuto essere, al di là di ogni libertà di scelta. E, ancora, la conferma che, ora senza più altri giuochi, la sua attuale avversaria avrebbe dovuto essere considerata soltanto una… e non Nissa. Non la nemesi che pur, per una vita intera, l'aveva perseguitata.

« … An… mel… » balbettò, ancora vittima dello sconvolgimento conseguente a così tante rivelazioni in un sol momento, così tante verità rivelate contemporaneamente, nel terribile infrangersi del proprio pugno su un volto rimasto del tutto illeso e, anzi, allora intento a osservarla con fare divertito.
« Tu lo dici. » annuì l'altra, sorridendole come un bambino innanzi al proprio dolce preferito.

E Midda, pur consapevole di quanto il proprio comportamento avrebbe potuto essere per lei letale, non riuscì a reagire a tutto quello, non riuscì a controbattere all'orrore intrinseco in quell'orrenda epifania, in quell'oscena confidenza con i terribili meccanismi alla base dell'universo intero. Uno sconvolgimento intimo, il suo, derivante pertanto non dall'acquista coscienza nel merito della pur terrificante avversaria che, per una ragione non meglio chiarita, aveva reso propria, o l'aveva pretesa qual propria; quanto e piuttosto dal tanto rifuggita comprensione di come nulla di quanto ella aveva compiuto, nel corso della propria intera esistenza, avesse riservato qual proprio un reale significato, le avesse permesso di ottenere un reale successo, assolvendo, altresì e banalmente, ai capricci di un qualche dio, o dea, che con lei aveva semplicemente giuocato, fantoccio privo di qualunque potere sulle proprie azioni, sulle proprie scelte, sul proprio avvenire.

mercoledì 1 agosto 2012

1656


C
ontemplare la sfida fra Midda e Nissa Bontor, probabilmente, avrebbe potuto essere considerato, tanto dai sostenitori dell'una, quanto da quelli dell'altra, il corrispettivo dell'avverarsi di un sogno erotico.
Sia per i pirati di Nissa, infatti, che per gli amici di Midda, difficile sarebbe stato escludere un certo interesse, fosse anche di natura meramente fisica, per l'una o l'altra delle due gemelle, entrambe donne dotate di forme decisamente conturbanti, nonché di un fascino fuori dal comune, in gran parte derivante dalla loro stessa letale pericolosità. Il poter assistere, pertanto, all'una o all'altra impegnate nel sommo scontro con la propria copia, la propria perfetta imitazione, seppur caratterizzata da dettagli minori differenziati, non avrebbe potuto essere minimizzata quale un'occasione da poco… ma, purtroppo per tutti, in quel momento le due donne si fronteggiarono in solitario, lontano da sguardi indiscreti o dall'entusiasmo delle folle.
I neri capelli dell'una, tali in grazia di un continuo processo di colorazione, naturalmente disordinati e caotici non di meno di quanto non fosse la vita di Midda; ebbero così a scontrarsi con i rossi capelli naturali dell'altra, mantenuti ordinati, legati con cura dietro il capo affinché non una sola ciocca potesse ricadere spiacevolmente innanzi allo sguardo, distraendola dai propri pensieri, dai propri movimenti, dalle proprie battaglie. Il destro in carne e ossa dell'una, finemente tatuato con i motivi impercettibilmente differenti da quelli che caratterizzavano il mancino di Midda; ebbe allora a misurarsi con il freddo arto di metallo nero dai rossi riflessi dell'altra, presente a completarne l'immagine solo in conseguenza alla punizione inflittale per indiretta responsabilità della stessa Nissa. Le vesti dell'una, essenziali, vissute e quasi barbare nel proprio offrirsi, con il particolare principale rappresentato dalla pelliccia di sfinge impiegata a protezione dei generosi seni; ebbero pertanto a rivaleggiare con gli abiti dell'altra, in colori chiari, eleganti e praticamente immacolate nei propri bianchi, frutto palese di un impegnato lavoro di sartoria.
E se in questi particolari l'una apparve dissimile all'altra, in ulteriori dettagli, più o meno macroscopici, le due donne si sarebbero potute definire indistinguibili, definizione che, in tempi recenti e non, aveva permesso a Nissa di presentarsi qual sua sorella Midda, in ciò ingannando tutti e compiendo quanto desiderato in ottemperanza alle proprie crudeli strategie di vendetta a suo discapito.
Identici erano i loro occhi, azzurro chiaro, color del ghiaccio, tali da poter incantare chiunque e chiunque poter terrorizzare, in una tonalità quasi del tutto priva di umanità e, per questo, al tempo stesso carica del fascino dell'esotico come del timore per il diverso, per lo straniero. Identiche erano le loro labbra, sì carnose da scatenare nel cuore di chiunque il desiderio di baciarle, di possederle qual proprie, e pur, allora, piegate entrambe verso il basso in una smorfia che alcuno avrebbe potuto lì tollerare, quasi un insulto, una blasfemia all'amorevolezza ispirata da esse. Identiche erano le loro efelidi, sulla pelle color avorio di entrambe sparse in maniera apparentemente disordinata e pur non tale, nell'esistenza di una trama di base, di una struttura fondamentale a cui offrire ubbidienza indiscriminata, per disporsi su entrambe in termini tanto regolari. Identiche erano le curve dei loro corpi, tanto all'altezza dei seni, quanto a quella dei fianchi, abbondanti come solo sarebbero potuti esserlo in una dea della fertilità, una dea madre di tutte le cose, malgrado le forme più snelle e agili del resto della loro struttura. Identiche erano le muscolature da entrambe sviluppate, muscolature che sembravano destinate a stonare con l'idea di femminilità che entrambe trasudavano dalle loro forme, e che pur erano state assimilate dall'insieme al punto tale da risultare anch'esse incantevoli, persino eccitanti, annichilendo ogni raziocinio e ispirando, pertanto, solo desideri lussuriosi nei loro riguardi, brame d'amore, emotivo e, soprattutto, fisico, per loro, con loro.
Se solo Midda o Nissa avrebbero desiderato, avrebbero potuto avere ai loro piedi qualunque uomo, e molte donne, totalmente asserviti a ogni proprio minimo capriccio, a ogni proprio desiderio o fantasia, fosse anche letale: entrambe donne magnifiche, ammalianti, avevano tuttavia cercato il proprio posto nel mondo non attraverso le grazie dei propri corpi, quanto, e piuttosto, la loro forza, la loro agilità, la loro velocità e, ancor più, la ferrea volontà ad animarne ogni movimento. E, per questo, ognuna a modo proprio, avrebbe potuto essere presa a esempio ispiratore per chiunque, donne, innanzitutto, e uomini, anche, dimostrazioni viventi di quanto l'autodeterminazione del singolo avrebbe potuto in confronto all'universo intero e agli dei tutti. Non che non avessero mai conosciuto uomini, avendo, invero, vissuto entrambe la loro vita sessuale e sentimentale senza inibizioni, senza freni, concedendosi a chiunque desiderassero concedersi e, tuttavia, mai in tal modo agendo per secondi scopi, per brame di potere. Il potere conquistato nel letto di qualcuno non avrebbe mai interessato né l'una né l'altra, né la mercenaria, né la pirata, disdegnandolo qual privo d'attrattiva, indegno persino dell'ultima fra tutte le prostitute del Creato. Perché anche ove eventualmente abbracciata anche quella professione, entrambe avrebbero avuto sufficiente amor proprio, orgoglio e, forse, arroganza, da rifiutare di vendere la propria mente, il proprio cuore e il proprio spirito, limitandosi a offrire il proprio corpo soltanto a chi desideroso di rispettarlo e non di abusarne, non di minimizzarlo al ruolo di mero oggetto di piacere, privo di qualunque dignità.
Né l'una, né l'altra, comunque, avevano abbracciato quella particolare scelta di vita. E, entrambe guerriere, erano pertanto lì impegnate a far propria la guerra, in uno spettacolo che, chiunque altro, eventuale spettatore, avrebbe preferito dedicato all'amore.

Poste viso a viso, spada a tridente, in uno stallo tanto teso quanto spiacevole, le due donne si confrontarono per un'eternità, o forse per il tempo scandito da un solo battito cardiaco, prima di separarsi, slanciandosi contemporaneamente all'indietro e di nuovo, immediatamente, in avanti, a invocare l'una le carni dell'altra.
Il tridente guizzò nelle tenebre della notte risplendendo quasi di luce propria e, in ciò, l'integrità del ventre della Figlia di Marr'Mahew fu posta in dubbio. Ma la donna guerriero non era sopravvissuta a una vita intera di battaglie e guerre per concedersi una tanto semplice occasione di morte. Così, con un'improvvisa tensione muscolare, si spinse esternamente alla traiettoria prevista di quella lunga e pericolosa arma a tre lame, facendone scaricare l'impeto nel nulla e, subito, rispondendo a tanta brama di sangue con un tondo roverso desideroso di raggiungere il collo della propria antagonista, affondando in un tanto delicato punto con velocità sufficiente a estirpare la vita dal corpo della propria gemella senza che questa potesse rendersi conto di quanto stesse accadendo. Ma la donna pirata, specularmente alla propria controparte, non aveva compiuto la difficile e pericolosa ascesa al ruolo di regina di una nazione prima di lei inesistente, e con lei temibile e temuta, per donarsi alle brame della propria nemesi con fare tanto sprovveduto. Così, prima ancora che la lama bastarda potesse sperare di raggiungerla, ella era già volteggiata in una posizione estranea a quella un istante prima occupata, al riparo da ogni pericolo a proprio carico.
Fallito quel tentativo, Midda non si concesse possibilità di sconforto, non avendo neppure per un istante creduto di poter prevalere sulla gemella in maniera tanto banale. Per tale ragione, ritraendo a sé la propria lama, ella ipotizzò un montante ancora a discapito dell'avversaria, pronta, tuttavia, a trasformarlo in un affondo nel momento in cui ella fosse prevedibilmente riuscita a intercettarne la traiettoria e a bloccarlo. Nissa, suo pari, non cedette completamente alle proprie emozioni e, anzi, iniziò a recuperare una parte della freddezza troppo repentinamente e troppo dannosamente perduta, per agire nei termini migliori. Per tale ragione, non tanto supponente da presumere una mancanza di originalità nell'operato della sorella, ella non si lasciò trarre in inganno da quell'offensiva addirittura scontata, costringendosi alla massima cautela nei riguardi dell'evoluzione che avrebbe potuto riservar qual propria. In ciò, quando il montante si trasformò in affondo dopo essere stato arginato nel proprio irrompere dalla lunga impugnatura del tridente, la regina di Rogautt lasciò roteare rapidamente la propria arma per intercettare il nuovo percorso della lama avversaria, costringendola in ciò a una forzata deviazione delle proprie ambizioni, un cambio non desiderato di obiettivo, nell'eleggere, pertanto, il nulla in luogo al più concreto traguardo iniziale.

« Non sei male, sorellina… » commentò la mercenaria, ritraendosi e preparandosi alla ripresa di conflitto fra loro « Tuttavia hai ancora molto da imparare sulla guerra e sulla morte. »

martedì 31 luglio 2012

1655


« N
on sei una dea, Nissa Bontor! » replicò, con tono freddo, gelido almeno quanto i suoi occhi color ghiaccio, identici a quelli della gemella e pur più abituati a dimostrare tanto distacco da ogni emozione umana « Tu sei solo una donna con il cuore avvelenato, capace soltanto di distruggere tutto ciò che la circonda, tutto ciò con cui viene a contatto! »

Per un fugace istante, il reazione a quelle parole, la regina di Rogautt sembrò smarrirsi in qualche pensiero lontano, perdendo apparentemente contatto con la realtà a lei circostante.
Una leggerezza, una distrazione, la sua, della quale la mercenaria avrebbe potuto, e probabilmente voluto, approfittare se solo le fosse stata più prossima, ma che, data la distanza esistente fra loro, si ritrovò a essere per quest'ultima sufficientemente inutile. Ove anche, malgrado lo spazio fra loro, la donna guerriero avrebbe potuto tentare un azzardo notevole nello slanciare in contrasto alla controparte la propria lama bastarda, in un improbabile incrocio fra un pugnale e un giavellotto; ella non si concesse l'occasione di manifestare in maniera tanto palese la propria idiozia, dal momento che, con tal gesto, si sarebbe semplicemente privata della propria principale risorsa offensiva, senza alcuna certezza di poter in ciò ottenere concreto predominio sull'altra e, altresì, con la spiacevole probabilità di restare completamente disarmata, e inerme, innanzi ai capricci di una già dimostratasi potente antagonista.
L'altra, da parte propria, terminò quel momento di oblio, di distacco dal Creato al quale anch'ella apparteneva, ritrovando voce e, ora, abbandonando apparentemente quell'aura di supponenza e superiorità nella quale sembrava essersi prima avvolta, non più facendo riferimento a eventi propri di un passato lontano nel quale la Figlia di Marr'Mahew le aveva tolto quanto proprio, quanto di suo diritto quale retaggio paterno; ma tornando a offrire riferimento a tematiche purtroppo fra loro già discusse, già affrontate, con concreto dispiacere della medesima gemella inquisita, la quale, proprio malgrado, difficilmente avrebbe potuto trovare delle argomentazioni a proprio favore, in contrasto alle iraconde parole della propria inquisitrice, di colei che, da lungo tempo, l'aveva già condannata.

« Non immaginavo che tu potessi essere così stupida da tornare ancora su questo argomento, Midda… » obiettò Nissa, scuotendo il capo e, ora, sorridendo con aria divertita, ironica e, addirittura, sarcastica, in contrasto alle accuse della controparte « Sarei io ad aver distrutto tutto ciò con cui sono venuta a contatto? » domandò, con tono necessariamente retorico « No. Sorella. No. Ne abbiamo discusso già troppe volte. » sospirò, con aria addirittura stanca.
« Tu hai abbandonato la tua famiglia, per seguire i tuoi egoistici propositi di gloria. Tu hai ucciso tutti coloro che ti sono stati vicini, tutti coloro che hanno commesso l'errore di amarti. Tu… non io. » puntualizzò, riprendendo immediatamente voce prima che all'altra potesse essere concessa occasione di addurre elementi a contrato di quella tesi « Io non ho mai abbandonato la nostra famiglia. Io ho costruito una nuova famiglia. Io ho dei figli, frutto del mio grembo fertile, allattati ai miei seni colmi di latt... »

A quell'asserzione, così simile a una malevole offesa nei suoi riguardi, la Campionessa di Kriarya perse, estemporaneamente, il controllo sui propri pensieri, sulle proprie emozioni, avvertendo il proprio cuore battere improvvisamente con un ritmo tanto intenso da sembrare prossimo a esplodere, il sangue ribollire nelle proprie vene, e il suo sguardo tingersi di rosso, nel confronto con uno dei drammi, delle tragedie più crudeli di tutta la sua vita. Qualcosa della quale non aveva voluto riferire testimonianza quasi ad alcuno, e di cui si era ben guardata da riferire nella canzone che ella stessa aveva voluto porre in circolazione nel merito della propria gioventù, delle scelte, giuste o sbagliate, che avevano influenzato la sua intera esistenza, conducendola a divenire ciò che era. Qualcosa che, suo malgrado, era stata la prima e reale causa di separazione dal suo un tempo tanto amato Salge Tresand, nel confronto del quale non si era più riuscita a sentire la donna che, prima di quegli eventi, era.
Perché nel giorno in cui Nissa le segnò il viso con un orrido sfregio, un'altra profonda cicatrice venne scavata nelle sue carni. Una cicatrice della, a differenza della prima, ella non aveva mai voluto cercar vanto e che aveva, altresì, sempre tentato di celare fra gli altri ricordi di molte battaglie, di troppi scontri, segni che sulla sua candida pelle talvolta si erano quasi completamente rimarginati, non offrendo più parvenza della propria presenza, e talvolta no.

« Sei stata tu a privarmi della possibilità di avere dei figli, lurida cagna… vacca… meretrice… strega! » gridò, non riuscendo a evitare di ritrovarsi gli occhi carichi di lacrime, per un dolore mai realmente spento nel proprio cuore, ma solo sopito « Tu e la tua spada che avete volontariamente scavato nel mio ventre quanto sufficiente a rendermi sterile, negandomi per sempre la possibilità di avere dei figli da stringere a me. E, non contenta, hai voluto umiliarmi completamente sottraendomi quello che sarebbe dovuto essere il mio erede, il figlio che Salge Tresand avrebbe dovuto concedermi… e che tu hai cresciuto in odio al meraviglioso uomo che era suo padre! L'uomo che i tuoi sgherri hanno ucciso a tradimento, da vigliacchi, colpendolo alle spalle innanzi al mio sguardo. »
« Come osi, tu, parlarmi dei tuoi figli? » insistette, con odio ora palpabile nella voce, ira che difficilmente avrebbe potuto essere placata in assenza di sangue, copioso e abbondante, spillato dalle arterie della sua antagonista « Come osi tu vantare le doti del tuo fetido ventre e dei tuoi luridi seni, dei quali anche la peggiore fra tutte le prostitute di Kriarya avrebbe ribrezzo?! » attaccò, senza la benché minima esitazione nel proprio insistere in sua offesa « Tu non sei una madre, e neppure una donna, Nissa! Tu sei solo una pustola rigonfia di cancrena, capace di vomitare soltanto oscenità ripugnanti dal tuo corpo. E io ti giuro che estirperò il male che tu rappresenti, con tutte le mie forze… non offrendo alla Storia neppure il ricordo della tua esistenza in vita! »

Attacco verbale di straordinaria violenza, quello che Midda riservò proprio in replica alle parole della gemella, in conseguenza al quale la medesima ira divampata in lei esplose anche nella gemella, annullando in lei qualunque memoria di quell'altra voce, di quell'altra espressione, sino a un istante prima rese proprie, soffocate in quel mentre da tutti i sentimenti affollatisi nel cuore e nell'animo della donna. E oramai divise solo da poche decine di piedi di distanza, inevitabile fu lo scontro fra loro, allora non più combattuto con incomprensibili energie mistiche, l'esistenza delle quali era già stata obliata, ma con la forza dei loro corpi e delle loro armi, immediatamente sospintisi gli uni a contatto degli altri, nella sola volontà di rendere reciprocamente conto, l'una all'altra, di tutte le colpe entrambe presentate a discapito della controparte e a difesa delle proprie iniziative, delle proprie ragioni.
E se la spada della Figlia di Marr'Mahew non avrebbe potuto incontrare rivali, nell'essere stata magnificamente forgiata secondo quelle tecniche note solo a pochi artigiani figli del mare; il tridente della regina di Rogautt non si presentò da meno, plasmato con la medesima lega.
E se l'esperienza della donna guerriero non avrebbe potuto incontrare rivali, nell'essersi formata in centinaia di campi di battaglia, di missioni oltre ogni umana possibilità di successo; quella della donna pirata sua antagonista non avrebbe potuto essere considerata da meno, acquisita in grazia al sangue di altrettanti avversari e di altrettante incredibili sfide.
Così né l'una, né l'altra avrebbero potuto essere riconosciute in una posizione di palese vantaggio, tale da rendere ovvio l'esito di quel conflitto. E, nel momento in cui le loro armi si incrociarono, nell'attimo in cui i loro identici corpi quasi si sfiorarono, alcuna poté conquistare la soddisfazione di una clamorosa vittoria, in uno straordinario trionfo, ottenendo, al contrario, un terribile ed estenuante stallo, in un perfetto equilibrio reciproco che, improbabilmente, si sarebbe potuto sciogliere nella predominanza di una sull'altra.

lunedì 30 luglio 2012

1654


« T
h… y… re… » gemette senza fiato, per l'impeto che aveva travolto tutto il suo busto, costringendola, quasi, a vomitare la colazione del mattino e la cena della sera prima, tanto straordinaria ebbe a considerarsi, peggiore, se possibile, a quello che sarebbe potuto essere il pugno di un gigante, o, per lo meno, a quella che ella avrebbe potuto immaginare essere il pugno di un gigante, non avendolo ancora, concretamente, mai provato, nella difficoltà a reperire giganti in circolazione nella propria epoca moderna.

Smarrita per qualche istante nell'alto dei cieli, ad almeno trenta, forse quaranta, o poco più, piedi da terra, qualunque persona, qualunque guerriero, qualunque mercenario, si sarebbe ritrovato a essere sì sconvolto da non riuscire a pensare ad altro che alla propria imminente morte, alla propria ormai certa disgrazia, conseguenza di palese stolidità, qual sola avrebbe potuto e dovuto essere considerata quella atta a ipotizzare di poter sopravvivere, con le proprie forze, a una creatura tanto potente, a una nemica evidentemente superiore alle proprie possibilità di confronto. Midda, che avrebbe potuto essere descritta in ogni modo ma non con un simile aggettivo, minimizzandola al pari di ogni altra persona esistente nei tre continenti conosciuti, non reagì tuttavia in tale misura, non si concesse di restare inerme innanzi al pensiero di quanto dolorosa sarebbe potuto essere la propria dipartita: con l'idea della morte, ella era venuta a patti già tanto tempo fa, praticamente ancora bambina, quando seguendo gli insegnamenti del suo primo maestro, Degan, aveva iniziato a intraprendere quella via che, alla fine, l'avrebbe condotta a essere ciò che era poi divenuta.
Qual guerriera, ancor prima che mercenaria o avventuriera, ella era perfettamente conscia che ogni nuova alba osservata sarebbe potuta essere l'ultima della propria esistenza, ogni nuova parola pronunciata sarebbe potuta essere quella con cui il mondo l'avrebbe ricordata, ogni nuovo gesto compiuto sarebbe potuto essere quello che, stolidamente, non le avrebbe permesso di compierne ulteriori. E alla luce di ciò ella non aveva mai voluto sprecare alcuna alba, alcuna parola, e alcun gesto, preferendo goderne al pieno, con tutte le proprie energie, con tutte le proprie forze, con tutta la propria passione. La morte non avrebbe dovuto essere considerata qual nemica, ma accettata qual traguardo che chiunque, presto o tardi, avrebbe dovuto attraversare: solo in tal modo, sarebbe stato possibile vivere la propria esistenza con serenità, non lasciandosi atterrire dal timore di quello che, ineluttabilmente, sarebbe stato, ma, in sua grazia, apprezzando in misura maggiore ogni singolo istante, ogni momento, anche più banale, quale potenzialmente l'ultimo.
Così, sospinta verso la luna e il firmamento intero da quell'energia dirompente e irrefrenabile, che avrebbe potuto probabilmente smembrarla quale una semplice statuetta di ceramica, cava; la Campionessa di Kriarya mantenne il proprio autocontrollo, imprecando verso il mondo intero per il dolore vissuto, ma, non per questo, concedendosi occasione per cedere al panico e, in ciò, condannarsi realmente e definitivamente a morte. Al contrario, ella cercò rapidamente di comprendere quanto, ancora, potesse considerarsi padrona del proprio corpo e, soprattutto, di come agire affinché il ritorno a terra non fosse tremendo qual avrebbe potuto essere, se solo avesse sbagliato a scegliere la propria nuova mossa.

« Qui… mi faccio male… » commentò fra sé e sé, quasi a sdrammatizzare il momento di incredibile tensione, al quale, oggettivamente, sarebbe potuto seguire un impatto tutt'altro che piacevole con il suolo, con la sabbia della spiaggia o, forse e peggio, con la riva, acqua bassa e insidiosa.

Unica speranza, in quel momento, sarebbe stato sperare che la sua traiettoria non fosse stata semplicemente rivolta verso l'alto, ma anche verso il mare, e con esso, a qualche decina di piedi dalla riva, con un fondale più profondo, e sufficiente, in ciò, ad accoglierla con adeguata delicatezza, offrendosi a esso con l'adeguata esperienza.
Una speranza, in verità, tutt'altro che remota ove, partendo dal presupposto di quanto Nissa, o chi per lei, fosse interessata al possesso degli scettri, difficilmente avrebbe agito in misura tale da rischiare di perderli in sua assenza, nell'eventualità di una sua prematura riunificazione con gli dei tutti. Certamente, comunque, non sarebbe dovuta essere stolidamente e frettolosamente esclusa l'eventualità secondo la quale la propria utilità nel raggiungimento di quelle tanto desiderate reliquie sarebbe stata pressoché pari a nulla, tale per cui, della sua sopravvivenza o meno, ben poco interesse avrebbe potuto animare le azioni della propria antagonista, della propria nemesi, alla fine dimostratasi indubbiamente peggiore di quanto non avrebbe potuto essere.

« Non credere che ti uccida così in fretta, mia carissima Midda! » volle esclamare la voce di Nissa, nel mentre in cui la sua controparte iniziava a dirigersi verso il mare, e verso una distanza dalla riva sufficiente a garantire l'adeguatezza della profondità delle acque « Abbiamo ancora molto da giocare insieme. Almeno fino a quando non mi vorrai rivelare ove siano gli scettri! »

Caduta in acqua, tuffatasi con sufficiente grazia da ovviare a qualunque danno fisico, la donna guerriero si sottrasse a qualunque contatto con la voce della gemella per un apprezzabile intervallo, tale da permetterle di riordinare, almeno in minima parte, le proprie idee, riscrivendo completamente la traccia delle proprie prossime mosse, secondo l'esperienza appena accumulata. E quando riemerse, quella profonda tonalità, identica alla sua, le si ripropose con incredibile puntualità, a non concederle di sottrarsi dal suo ascolto…

« Sento che li hai nascosti qui vicino. » si concesse di puntualizzare la regina dei pirati « Ma il loro potere è così grande da accecarmi e da rendermi impossibilitata a individuare un punto preciso. In effetti non so neppure se sono entrambi o uno solo… anche se l'altro non dovrebbe essere lontano dal momento in cui il loro potere è chiaramente attivo. » argomentò, a escludere l'eventualità di un qualche inganno da parte della controparte nel merito della loro localizzazione.

Nuotando rapidamente verso la spiaggia dalla quale era stata sbalzata via, Midda Bontor non ipotizzò neppure per un istante di sottrarsi al confronto con Nissa, o chiunque fosse… chiunque sapeva che fosse, in effetti, ma ancora non desiderava annunciarlo ad alta voce, quasi solo scandendo tali sillabe la sua situazione, già non rosea, avrebbe potuto complicarsi notevolmente. Ella, in quel momento, desiderava solo riprendere quel combattimento, che forse sarebbe stato anche l'ultimo della propria esistenza, ma che, per lo meno, avrebbe combattuto sino in fondo, con tutte le proprie energie, con tutte le proprie forze, con tutta se stessa, non sottraendosi al quel pericolo come mai innanzi ad altri in passato, e, anzi, affrontandolo per quello che, dopotutto, era: una questione di famiglia.

« Spero che tu sia consapevole che la maggior parte delle parole che stai gridando ai quattro venti quasi fossero una verità rivelata, per me non hanno il benché minimo significato, sorellina. » commentò la mercenaria dai capelli corvini e dagli occhi color ghiaccio « In effetti mi sembra che tu stia solo delirando con intensità sempre maggiore, parlando con serietà di semplici fantasie, parti della tua mente disturbata. »
« Come osi?! » esclamò Nissa, storcendo le labbra verso il basso e, per la prima volta, dimostrando una certa irritazione in conseguenza a una sua provocazione « Tu, stupida mortale… tu dovresti inchinarti innanzi a me, stracciandoti le vesti qual segno di umiltà e affondando la fronte nella sabbia, per invocare il mio perdono. Io che per te dovrei essere dea! »

E la Figlia di Marr'Mahew, correndo verso di lei fra le onde basse, a quelle parole estrasse la propria lama, preparandosi ad affrontare lei, il suo tridente e i suoi poteri, ora con assoluta serietà, quasi a volerle offrire, in tal modo, il rispetto da lei non solo richiesto, ma addirittura preteso, per quanto, come subito volle chiarire, non nei termini che, probabilmente, alla regina sarebbero stati più congeniali…

domenica 29 luglio 2012

1653


M
algrado l'innato timore di quanto avrebbe potuto avvenire se solo la propria avversaria avesse voluto realmente tradurre le proprie parole in realtà, la Figlia di Marr'Mahew non mosse un solo tendine, non lasciò fremere il benché minimo muscolo, nel mantenere la propria posizione e, soprattutto, il nascondiglio nel quale, evidentemente, si era riuscita a nascondere sufficientemente bene da non essere scoperta.
Se la parte più emotiva del proprio cuore l'avrebbe, infatti, sospinta a rivelare la propria presenza, o forse solamente a confermarla, ingaggiando il prima possibile un combattimento con colei che avrebbe potuto esser per lei causa di morte atroce; la parte più razionale del proprio intelletto, invero, le suggeriva quanto stolido sarebbe potuto essere per Nissa, o chiunque in sua vece, ucciderla prima di aver avuto quanto desiderava. Ancor più stolido, inoltre, sarebbe poi stato ucciderla in quel tanto particolare modo, in quella così originale e fantasiosa maniera, trasformando la spiaggia in lava, scelta in conseguenza alla quale, molto probabilmente, anche gli scettri sarebbero andati irrimediabilmente distrutti o, quantomeno, perduti. E, forte di tale considerazione, ella riuscì a concedersi quella particolare calma, quella freddezza, con sole le quali avrebbe potuto mantenersi lì, potenzialmente sotto ai piedi della propria avversaria. Anzi, e ancor più, proprio l'idea di poter giungere a essere sotto ai piedi della propria avversaria avrebbe dovuto essere riconosciuta qual per lei allora invitante, incoraggiante, laddove, se solo le fosse stata concessa una tale occasione, ella avrebbe potuto trovarsi in una posizione di vantaggio sulla propria antagonista, un vantaggio che, forse e speranzosamente, avrebbe potuto segnare in positivo l'evolversi del loro conflitto, non ancora esploso.

« Se, all'epoca, avessi immaginato che saresti stata cagione di tanto fastidio, di tanto disturbo, ti avrei lasciata uccidere dalle guardie di mio padre… » proseguì la voce di Nissa, in quel frangente quasi accontentando la sua ancor non svelata, e silenziosa, interlocutrice, nell'avanzare lentamente verso di lei, un passo dopo l'altro, una sillaba dopo l'altra « Mi sei costata più di quanto tu possa anche solo immaginare, mia cara. E, per questo, ti giuro che la morte potrebbe apparire solo qual soluzione misericordiosa per te, nel confronto con quanto, in verità, io desideri importi… »

Un nuovo passo, e dopo di questo un altro passo ancora, sino a far ricadere un piede quasi sulle dita della donna guerriero, non quale scelta volontaria, non quale offesa pianificata, ma quale semplice casualità, scherzo del fato. E di tale scherzo, offertosi a proprio favore, dentro di sé pregato nella propria occorrenza alla propria amata Thyres e, con lei, agli dei tutti, la Campionessa di Kriarya non poté che approfittare, nella volontà di non offendere alcuno al di sopra di lei con palese mancanza di giusta riconoscenza, e, al tempo stesso, nella brama di poter concludere, come sperato, quello scontro ancor prima del proprio inizio.
Spinta da simile desio, la mercenaria dagli occhi color ghiaccio non si concesse occasione di indecisione, di smarrimento, maturando la consapevolezza di dover agire e, subito, agendo, sospinta in tal senso da tutte le proprie energie, da tutta la propria forza fisica e, con essa, da tutta la propria forza di volontà, per compiere una mossa tanto pericolosa, quanto, come si dimostrò a posteriori, azzeccata. In ciò, entrambe le sue mani, anticipando di una frazione d'istante il resto del suo corpo, fuoriuscirono dalla sabbia per dirigersi, con la stessa velocità e la stessa brutalità di un serpente, alle caviglie della propria preda, per poi, una volta lì saldamente ancorata, trarre con violenza, con forza tutto il proprio corpo verso il cielo e quello della propria antagonista verso la terra, a invertire le loro allora attuali posizioni e, per questo, a conquistarsi una posizione di predominio sulla gemella, malgrado la cautela con la quale questa era avanzata lungo la spiaggia e, ancora, il terribile tridente, forgiato nella stessa lega della spada della sua avversaria, con cui ella era allora lì armata.
Predominio potenzialmente effimero, che, tuttavia e ancora una volta senza possibilità di esitazione, venne definito in maniera più che palese dal violento pugno che Midda volle dedicare in contrasto al volto della propria immagine riflessa, colpendola sì con la propria mancina, e in ciò risparmiandola, almeno temporaneamente, da un destino di morte certa, ma, anche, con tutta la propria forza, in una violenza che difficilmente avrebbe potuto concedere anche al più massiccio fra tutti i mercenari uomini di mantenersi completamente coscienti…

« Se proprio vogliamo dirla tutta… io non ho la più pallida idea di cosa tu stia blaterando! » esclamò Midda Bontor, ancorando la nemica al suolo con la propria destra e caricando la mancina per esser pronta a sferrare un nuovo pugno « Non credevo che la tua follia potesse essersi estesa al punto tale sfociare nella schizofrenia, sorellina. E, se devo essere sincero, questo mi preoccupa parecchio! »

A dispetto delle parole in suo contrasto pronunciate, e ancor più dei pugni a lei inflitti, Nissa non parve risentire di alcun colpo a proprio discapito, emotivo o fisico, presentandosi non semplicemente fredda e controllata, ma addirittura serena, e quasi divertita, quasi quello avesse da considerarsi un mero gioco e nulla di più, nulla di violento, nulla che potesse ferirla. Alcun comune essere umano avrebbe potuto reagire in termini tanto tranquilli, addirittura trasognanti, in conseguenza alla ribalta della donna guerriero, e, soprattutto, al suo primo pugno, sì devastante che poco mancò che ella stessa si fratturasse qualche osso facendo propria una tale strategia d'offesa: nonostante ciò, rinnegando palesemente e sarcasticamente qualunque riduzione alla sfera propria dell'umanità, la regina di Rogautt non si lasciò turbare dagli accadimenti, non, per lo meno, il misura maggiore di quanto non sarebbe potuto esserlo per una formica scoperta ad arrampicarsi lungo il suo braccio.
Una reazione a dir poco inquietante, pertanto, nel confronto con la quale, tuttavia, la Figlia di Marr'Mahew non volle permettersi alcuno stupore, nell'aver in quello stesso istante, nel confronto con quanto lì presentatole, deciso di affrontare quell'antagonista quale una qualunque, potente avversaria del proprio passato, non concedendola particolari favori quali, altresì, avrebbe riservato alla propria gemella. Forte di tale decisione, di simile convinzione, ella colpi nuovamente il volto dell'altra con la propria mancina, subito ricaricando le proprie energie per un terzo, simile gesto, ora non più, tuttavia, con quello stesso arto, ma con quello opposto, in freddo e insensibile metallo nero dai rossi riflessi, con l'intervento del quale il cervello di colei che era stesa sotto di lei, sotto il proprio peso, avrebbe dovuto finire sparso sulla sabbia sotto di loro, senza possibilità di evasione, senza speranza di contrattazione.

« Salutami la mamma… » sussurrò la mercenaria, non potendo evitare di soffrire nel profondo del suo cuore per quanto si stava ritrovando costretta a compiere, per la morte ingloriosa alla quale stava condannando la sua tanto crudele sorella, indirizzandola al cospetto degli dei tutti nella propria peggiore versione, per la quale, probabilmente, alcuno avrebbe dimostrato particolare pietà, concreta misericordia.
« Puoi farlo di persona, se tanto ci tieni! » sorrise la sovrana dei pirati, ancora priva di trasparente preoccupazione per quanto sarebbe potuto presto occorrere, quasi tutto ciò non la riguardasse.

E prima che, effettivamente, qualcosa sarebbe potuto occorrere, prima che quel pugno di metallo potesse infrangerle la testa qual un frutto maturo, tanta la violenza che l'altra si sarebbe assicurata di riservarle… Nissa reagì. E la sua reazione fu a dir poco devastante.
Ove un istante prima Midda lasciava pesare la propria ombra sul corpo della sorella, bramosa invero di atterrirla con tanta dimostrazione di forza; un attimo dopo la stessa donna guerriero, la stessa leggenda vivente, che tante epiche imprese aveva associato al suo nome, venne scaraventata verso l'alto dei cieli, quasi scomparendo all'interno dell'oscurità della notte, in tal direzione sospinta da un semplice colpo di reni della propria gemella…
… un semplice colpo di reni, in effetti, che ben poco avrebbe potuto vantare di semplice.

sabato 28 luglio 2012

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G
li istanti trascorsero lentamente. E lento divenne anche il battito cardiaco della Figlia di Marr'Mahew, nella volontà di dissimulare completamente la propria presenza entro quei confini, al di sotto di quella fine sabbia che lieve copertura le avrebbe potuto concedere.

In quella distorsione percettiva del tempo, Midda si ritrovò a fronteggiare ogni proprio sentimento di colpa, ogni proprio rimorso per quanto accaduto in passato, per quanto probabilmente avrebbe potuto compiere ma, per mero egoismo, non aveva voluto fare, pensando solo a se stessa, anteponendo i propri bisogni a quelli della sua famiglia. Della sua famiglia di sangue, quantomeno.
Negli anni in cui ella aveva servito ancora bambina a bordo della sua prima nave, la Fei’Mish del capitano Mas Fergi, ella aveva totalmente obliato ogni contatto con la propria isola natia, con la propria famiglia, da lei salutata solo attraverso una infantile lettera di spiegazioni nel merito della propria brama di avventure. E in quegli anni, mentre lei era lontana da casa, sua madre, la sua amata madre, si era ammalata ed era morta, senza che ad alcuna delle due fosse concessa un'occasione per salutarsi, per dirsi addio. Di questo Nissa aveva sin da subito colpevolizzato la gemella, quasi ella avesse da considerarsi persino, e assurdamente, responsabile della morte della madre. E il giorno in cui Midda, finalmente, si concesse occasione di ritornare a casa a casa, non poté essere ovviata una furiosa lite con la propria unica sorella, comportamento nel confronto con il quale loro padre prese, o comunque parve prendere, le parti della figlia rimasta al suo fianco.
Per tale ragione, per un simile purtroppo doloroso motivo, da quel momento, da quell'unica, combattuta rimpatriata, ella non aveva avuto più il coraggio di fare ulteriore ritorno a casa. E, qual apparentemente diretta conseguenza di tale scelta, di simile decisione, Nissa aveva abbracciato la vita da pirata, nell'inizio di quel cammino che, in grazia al medesimo carisma e alla medesima forza d'animo che avevano reso l'altra una leggenda vivente, l'avrebbe condotto alla propria attuale posizione, quella di sovrana di tutti i pirati dei mari del sud, regina di Rogautt e, con essa, di un regno che, se solo ella avesse desiderato, avrebbe potuto presto imperare su tutte le coste di quell'angolo di mondo, strappandone il controllo ai legittimi proprietari… o, quantomeno, presunti tali, nell'ipotesi che la terra creata dagli dei potesse essere posseduta da un singolo individuo, fosse anche questi un sovrano.
Tanti sensi di colpa, tanta responsabilità, quella che ella avvertiva gravare sulle proprie spalle, la quale, se non si fosse concessa un certo autocontrollo, una certa freddezza d'animo, avrebbe potuto schiacciarla, annichilirla, impedendole di osservare la realtà per quello che, invece, avrebbe dovuto considerare essere. La morte di sua madre non avrebbe in alcun modo dovuto essere considerata conseguenza del proprio operato, della propria fuga di casa. E la rabbia che aveva spinto Nissa ad abbracciare tanto pericolose scelte, non avrebbe dovuto essere considerata generata dalle sue scelte, dalle sue, eventualmente, mancanze, ma solo, e semplicemente, dall'incapacità, per la sua gemella, di accettare la sua intima necessità di evasione, quella brama di oltrepassare sempre nuovi limiti che l'aveva contraddistinta in tutta la propria vita, tanto quando marinaia, ancor più come mercenaria.

Persa in tali pensieri, le funzioni vitali della mercenaria rallentarono al punto tale da poter essere paragonabili a quelle di un cadavere, rendendo praticamente impercettibile la sua presenza in quel luogo, in quella spiaggia, sotto una tanto fine sabbia.
Condizione, in effetti, che spinse Nissa a dubitare seriamente di quanto, un istante prima, aveva considerato certo, e che, per questo, le impose di prendere nuovamente voce, ora in direzione, palese, degli uomini e delle donne, pirati, che dovevano averla accompagnata sino a quel punto, quale scorta personale, piccolo esercito ai suoi ordini.

« Andate. » comandò, con tono fermo « Verso il molo. Scoprite se qualcuno è riuscito a evitare che la Jol'Ange potesse prendere il largo. E tornate a riferirmi. »

Pensare che nessuno fosse stato inviato nel punto più logico entro il quale cercare i fuggitivi, invero, sarebbe equivalso ad ammettere una trasparente deficienza intellettuale. Anche alla luce di ciò, infatti, Midda aveva ordinato alla goletta di prendere il largo, laddove sarebbe già stato sufficientemente complesso anche in assenza di qualcuno impegnato a dare loro la caccia. E seppur, sino al momento in cui si erano riuniti, il molo non era stato ancora invaso da pirati desiderosi del loro sangue, sfidare ulteriormente la sorte avrebbe voluto dire sputare in faccia agli dei tutti che già tanta benevolenza avevano loro dimostrato.
In ciò, la Campionessa di Kriarya non poté fare a meno di sperare che, almeno in questa occasione, Noal le avesse offerto ascolto, e con lui tutti gli altri, non sostando in sua attesa, ma prendendo immediatamente il largo, prima di rischiare di vanificare ogni impegno da lei speso nel cercare di recuperare gli scettri e, subito dopo, di allontanarsi da lì. Da quell'isola intera.

« Sì, mia regina. » rispose una voce, a nome di tutti coloro che le erano prossimi, non contraddicendo alcuno dei suoi voleri, né, tantomeno, mettendone in dubbio la legittimità. Ella era la loro regina e, per lei, sarebbero tutti morti non una, ma cento e più volte.

A quell'assenso, pertanto, tutto quello che seguì fu solamente il suono proprio di una moltitudine di piedi impegnati in passi utili ad allontanarsi dalla spiaggia, in direzione del molo ove la Jol'Ange era stata, e speranzosamente più non era, ormeggiata, per porre in essere i desideri della loro ispiratrice. E solo quando non la benché minima vibrazione restò a caratterizzare il terreno sul quale la donna guerriero era sdraiata, e sotto il quale ella era celata, la voce di Nissa Bontor tornò a presentarsi, sebbene, ora, caratterizzata da un'inflessione a lei estranea, diversa da quanto la sua gemella avesse mai avuto occasione di ascoltare.

« Se sarà necessario trasformerò l'intera spiaggia in lava, mia carissima sorella… » premesse, qual avvertimento a suo favore « Ma puoi star certa che non mi fermerò innanzi a uno stupido giuoco da bambini. Né ti permetterò di allontanarti con i miei scettri. »

Ogni parola scandita dalla sovrana dei pirati, per quanto apparentemente assurda nelle proprie implicazioni, prima fra tutti l'esistenza di poteri magici a caratterizzarla, sembrò gravemente confermare ogni sospetto, in verità certezza, già maturata nell'animo di Midda, la quale, tuttavia, non si mosse da terra, da sottoterra, cercando di mantenere assoluta calma, quale, sino a quel momento, l'aveva caratterizzata e le aveva permesso di non rendere ancora sì palese la sua presenza, comunque già nota, in quella spiaggia.
Ma, come già pocanzi, ella non volle ancora concedere spazio a una tanto terribile, quanto drammatica ipotesi quale sarebbe stata la sola utile a ricongiungere ogni tessera di un sin troppo complesso mosaico. Un mosaico, in effetti, rivelatosi per la prima volta, nella propria esistenza, il giorno stesso in cui ella venne catturata dalla propria nemesi, e sulla testa di questa ebbe a materializzarsi senza alcun raziocinio atto a descrivere tale evento, la corona di una leggendaria sovrana del passato, ricordata per la gloria del proprio benefico operato e, al tempo stesso, per l'orrore intrinseco in ogni proprio atto, recante seco solo morte e distruzione: la Portatrice di Luce e l'Oscura Mietitrice… la regina Anmel Mal Toise, madre del suo sposo.

« Avanti, Midda! » insistette l'altra, dimostrandosi spazientita « Credi che abbia voglia di perdere tempo con una sciocca e arrogante mortale? Se ho mandato via gli uomini e le donne al mio servizio, è stato proprio nella volontà di poter agire liberamente in tua offensiva. Arrivando anche, ove necessario, a strappare dal tuo corpo, dalle tue ossa, ogni singolo brandello di carne, per farti confessare. » minacciò, non offrendo l'impressione di star parlando a vuoto « Vuoi restituirmi gli scettri che mi hai già sottratto con l'inganno secoli fa, lurida cagna tranitha?! »