11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

mercoledì 1 agosto 2012

1656


C
ontemplare la sfida fra Midda e Nissa Bontor, probabilmente, avrebbe potuto essere considerato, tanto dai sostenitori dell'una, quanto da quelli dell'altra, il corrispettivo dell'avverarsi di un sogno erotico.
Sia per i pirati di Nissa, infatti, che per gli amici di Midda, difficile sarebbe stato escludere un certo interesse, fosse anche di natura meramente fisica, per l'una o l'altra delle due gemelle, entrambe donne dotate di forme decisamente conturbanti, nonché di un fascino fuori dal comune, in gran parte derivante dalla loro stessa letale pericolosità. Il poter assistere, pertanto, all'una o all'altra impegnate nel sommo scontro con la propria copia, la propria perfetta imitazione, seppur caratterizzata da dettagli minori differenziati, non avrebbe potuto essere minimizzata quale un'occasione da poco… ma, purtroppo per tutti, in quel momento le due donne si fronteggiarono in solitario, lontano da sguardi indiscreti o dall'entusiasmo delle folle.
I neri capelli dell'una, tali in grazia di un continuo processo di colorazione, naturalmente disordinati e caotici non di meno di quanto non fosse la vita di Midda; ebbero così a scontrarsi con i rossi capelli naturali dell'altra, mantenuti ordinati, legati con cura dietro il capo affinché non una sola ciocca potesse ricadere spiacevolmente innanzi allo sguardo, distraendola dai propri pensieri, dai propri movimenti, dalle proprie battaglie. Il destro in carne e ossa dell'una, finemente tatuato con i motivi impercettibilmente differenti da quelli che caratterizzavano il mancino di Midda; ebbe allora a misurarsi con il freddo arto di metallo nero dai rossi riflessi dell'altra, presente a completarne l'immagine solo in conseguenza alla punizione inflittale per indiretta responsabilità della stessa Nissa. Le vesti dell'una, essenziali, vissute e quasi barbare nel proprio offrirsi, con il particolare principale rappresentato dalla pelliccia di sfinge impiegata a protezione dei generosi seni; ebbero pertanto a rivaleggiare con gli abiti dell'altra, in colori chiari, eleganti e praticamente immacolate nei propri bianchi, frutto palese di un impegnato lavoro di sartoria.
E se in questi particolari l'una apparve dissimile all'altra, in ulteriori dettagli, più o meno macroscopici, le due donne si sarebbero potute definire indistinguibili, definizione che, in tempi recenti e non, aveva permesso a Nissa di presentarsi qual sua sorella Midda, in ciò ingannando tutti e compiendo quanto desiderato in ottemperanza alle proprie crudeli strategie di vendetta a suo discapito.
Identici erano i loro occhi, azzurro chiaro, color del ghiaccio, tali da poter incantare chiunque e chiunque poter terrorizzare, in una tonalità quasi del tutto priva di umanità e, per questo, al tempo stesso carica del fascino dell'esotico come del timore per il diverso, per lo straniero. Identiche erano le loro labbra, sì carnose da scatenare nel cuore di chiunque il desiderio di baciarle, di possederle qual proprie, e pur, allora, piegate entrambe verso il basso in una smorfia che alcuno avrebbe potuto lì tollerare, quasi un insulto, una blasfemia all'amorevolezza ispirata da esse. Identiche erano le loro efelidi, sulla pelle color avorio di entrambe sparse in maniera apparentemente disordinata e pur non tale, nell'esistenza di una trama di base, di una struttura fondamentale a cui offrire ubbidienza indiscriminata, per disporsi su entrambe in termini tanto regolari. Identiche erano le curve dei loro corpi, tanto all'altezza dei seni, quanto a quella dei fianchi, abbondanti come solo sarebbero potuti esserlo in una dea della fertilità, una dea madre di tutte le cose, malgrado le forme più snelle e agili del resto della loro struttura. Identiche erano le muscolature da entrambe sviluppate, muscolature che sembravano destinate a stonare con l'idea di femminilità che entrambe trasudavano dalle loro forme, e che pur erano state assimilate dall'insieme al punto tale da risultare anch'esse incantevoli, persino eccitanti, annichilendo ogni raziocinio e ispirando, pertanto, solo desideri lussuriosi nei loro riguardi, brame d'amore, emotivo e, soprattutto, fisico, per loro, con loro.
Se solo Midda o Nissa avrebbero desiderato, avrebbero potuto avere ai loro piedi qualunque uomo, e molte donne, totalmente asserviti a ogni proprio minimo capriccio, a ogni proprio desiderio o fantasia, fosse anche letale: entrambe donne magnifiche, ammalianti, avevano tuttavia cercato il proprio posto nel mondo non attraverso le grazie dei propri corpi, quanto, e piuttosto, la loro forza, la loro agilità, la loro velocità e, ancor più, la ferrea volontà ad animarne ogni movimento. E, per questo, ognuna a modo proprio, avrebbe potuto essere presa a esempio ispiratore per chiunque, donne, innanzitutto, e uomini, anche, dimostrazioni viventi di quanto l'autodeterminazione del singolo avrebbe potuto in confronto all'universo intero e agli dei tutti. Non che non avessero mai conosciuto uomini, avendo, invero, vissuto entrambe la loro vita sessuale e sentimentale senza inibizioni, senza freni, concedendosi a chiunque desiderassero concedersi e, tuttavia, mai in tal modo agendo per secondi scopi, per brame di potere. Il potere conquistato nel letto di qualcuno non avrebbe mai interessato né l'una né l'altra, né la mercenaria, né la pirata, disdegnandolo qual privo d'attrattiva, indegno persino dell'ultima fra tutte le prostitute del Creato. Perché anche ove eventualmente abbracciata anche quella professione, entrambe avrebbero avuto sufficiente amor proprio, orgoglio e, forse, arroganza, da rifiutare di vendere la propria mente, il proprio cuore e il proprio spirito, limitandosi a offrire il proprio corpo soltanto a chi desideroso di rispettarlo e non di abusarne, non di minimizzarlo al ruolo di mero oggetto di piacere, privo di qualunque dignità.
Né l'una, né l'altra, comunque, avevano abbracciato quella particolare scelta di vita. E, entrambe guerriere, erano pertanto lì impegnate a far propria la guerra, in uno spettacolo che, chiunque altro, eventuale spettatore, avrebbe preferito dedicato all'amore.

Poste viso a viso, spada a tridente, in uno stallo tanto teso quanto spiacevole, le due donne si confrontarono per un'eternità, o forse per il tempo scandito da un solo battito cardiaco, prima di separarsi, slanciandosi contemporaneamente all'indietro e di nuovo, immediatamente, in avanti, a invocare l'una le carni dell'altra.
Il tridente guizzò nelle tenebre della notte risplendendo quasi di luce propria e, in ciò, l'integrità del ventre della Figlia di Marr'Mahew fu posta in dubbio. Ma la donna guerriero non era sopravvissuta a una vita intera di battaglie e guerre per concedersi una tanto semplice occasione di morte. Così, con un'improvvisa tensione muscolare, si spinse esternamente alla traiettoria prevista di quella lunga e pericolosa arma a tre lame, facendone scaricare l'impeto nel nulla e, subito, rispondendo a tanta brama di sangue con un tondo roverso desideroso di raggiungere il collo della propria antagonista, affondando in un tanto delicato punto con velocità sufficiente a estirpare la vita dal corpo della propria gemella senza che questa potesse rendersi conto di quanto stesse accadendo. Ma la donna pirata, specularmente alla propria controparte, non aveva compiuto la difficile e pericolosa ascesa al ruolo di regina di una nazione prima di lei inesistente, e con lei temibile e temuta, per donarsi alle brame della propria nemesi con fare tanto sprovveduto. Così, prima ancora che la lama bastarda potesse sperare di raggiungerla, ella era già volteggiata in una posizione estranea a quella un istante prima occupata, al riparo da ogni pericolo a proprio carico.
Fallito quel tentativo, Midda non si concesse possibilità di sconforto, non avendo neppure per un istante creduto di poter prevalere sulla gemella in maniera tanto banale. Per tale ragione, ritraendo a sé la propria lama, ella ipotizzò un montante ancora a discapito dell'avversaria, pronta, tuttavia, a trasformarlo in un affondo nel momento in cui ella fosse prevedibilmente riuscita a intercettarne la traiettoria e a bloccarlo. Nissa, suo pari, non cedette completamente alle proprie emozioni e, anzi, iniziò a recuperare una parte della freddezza troppo repentinamente e troppo dannosamente perduta, per agire nei termini migliori. Per tale ragione, non tanto supponente da presumere una mancanza di originalità nell'operato della sorella, ella non si lasciò trarre in inganno da quell'offensiva addirittura scontata, costringendosi alla massima cautela nei riguardi dell'evoluzione che avrebbe potuto riservar qual propria. In ciò, quando il montante si trasformò in affondo dopo essere stato arginato nel proprio irrompere dalla lunga impugnatura del tridente, la regina di Rogautt lasciò roteare rapidamente la propria arma per intercettare il nuovo percorso della lama avversaria, costringendola in ciò a una forzata deviazione delle proprie ambizioni, un cambio non desiderato di obiettivo, nell'eleggere, pertanto, il nulla in luogo al più concreto traguardo iniziale.

« Non sei male, sorellina… » commentò la mercenaria, ritraendosi e preparandosi alla ripresa di conflitto fra loro « Tuttavia hai ancora molto da imparare sulla guerra e sulla morte. »

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