11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

giovedì 30 agosto 2012

1685


Ah’Reshia – Chi va là?! (Esclama arretrando spaventata, ora ostacolata nei propri movimenti dalla coperta nella quale si è avviluppata.)
Midda Bontor – Chi va qua, al limite… (Corregge, sospirando.) Non sono mai stata là. Sono sempre stata qua, anche se non ti sei mai degnata di offrirmi uno sguardo, mentre mi compativi. (Scuote il capo, avanzando all’interno del palco.)
(Entra Midda Bontor. Per il ruolo sia scelta qual un’attrice dalla pelle estremamente chiara, e le vengano acconciati i capelli in misura tale da renderli color nero corvino. I suoi occhi siano i più chiari possibili e sul viso le venga applicata una cicatrice posticcia longitudinale all’occhio sinistro. Il suo braccio destro sia ricoperto da un’armatura nera dai rossi riflessi, mentre sul sinistro si traccino dei falsi tatuaggi tribali azzurri, con sfumature di blu, a simulare i tatuaggi dei marinai tranithi. Le sue vesti appaiano sufficientemente logore e, importante, indossi dei pantaloni in luogo a un abbigliamento più femminile. Il suo seno, poi, sia camuffato in misura tale da apparire particolarmente prominente.)
Ah’Reshia – Tu…? (Evidenzia, sorpresa.)
Midda Bontor – Io! (Asserisce per tutta risposta, con un sorriso divertito.) Se questa fosse una commedia penserei che il nostro autore sia a corto di battute per permettersi un dialogo tanto banale.
Ah’Reshia – Questa, tuttavia, non è di certo una commedia… al più una tragedia. (Nega, mestamente.) Una tragedia nel corso della quale un uomo, mio padre, ha ucciso suo fratello, mio zio, e ha violentato crudelmente sua moglie, mia madre. (Spiega.) E io non sono stata capace di essere tuo pari… non sono stata capace di intervenire e di fermare chi avrei dovuto fermare… chi era mio obbligo fermare.
Midda Bontor – Obbligo?! (Questiona, nella volontà di offrire un significato meno retorico a quell’asserzione.) Esplicita cosa intendi dire… (La invita.)
Ah’Reshia – Io ero lì… ero lì presente… e non ho fatto nulla, né l’una volta, né l’altra. (Ammette, chinando lo sguardo innanzi alla sua eroina.) Sono rimasta atterrita da tutto ciò che stava avvenendo e non sono riuscito a far nulla per evitarlo o arginarlo…
(La mercenaria si muova verso di lei e, giuntale accanto, si segga al suolo, invitandola tacitamente a fare altrettanto. L’aristocratica le presti ascolto, e torni a sedere là dove aveva trovato confortevole rifugio.)
Midda Bontor – Credi di aver peccato nel non agire, nel restare muta e immobile testimone di tali eventi… ma, parliamoci chiaro, cosa avresti potuto fare altrimenti? (Domanda.) Non penso che saresti stata capace di aggredire tuo padre e ucciderlo, per salvare tuo zio oppure tua madre. (Denota.) Un conto è offendere o uccidere estranei, sconosciuti che erano esistiti prima di noi nella nostra più totale ignoranza sulla loro esistenza; un altro è agire in contrasto alla propria famiglia… o a un suo particolare membro.
Ah’Reshia – Tu al mio posto non saresti rimasta bloccata…
Midda Bontor – No. Probabilmente no. Non oggi, per lo meno. (Sorride.) Un tempo, tuttavia, sono rimasta anche io impossibilitata a qualsiasi pensiero, e a qualsiasi azione.
Ah’Reshia – Quando?! Non ricordo nulla di tutto ciò…
Midda Bontor – Non potresti… sono ricordi della mia più infantile giovinezza, ricordi che, nella fattispecie, risalgono alla prima volta che ebbi a che fare con dei pirati. (Accenna.) Non commettere l’errore di credere che io sia nata con una spada in mano, aprendomi furente la via attraverso il ventre di mia madre: sono nata come te e come ogni altra donna, o uomo, al mondo. E solo nel tempo ho appreso come combattere, come uccidere e, soprattutto, come sopravvivere.
Ah’Reshia – Io so combattere… (Esita in questa affermazione, che pur, alfine, le sfugge dalle labbra, forse anche solo per non apparire completamente sprovveduta innanzi a lei.)
Midda Bontor – So che tuo zio ti ha insegnato i rudimenti di un combattimento… e so, anche, che ieri hai ucciso degli uomini desiderosi di rapirti. (Minimizza.) Tuttavia esiste una fondamentale differenza fra impugnare un’arma per uccidere un uomo oppure saper combattere. Nel primo caso, al più, ciò che otterresti non sarebbe qualcosa di più di una mera reazione istintiva, soprattutto ove aggredita. Nel secondo caso, tu saresti perfettamente consapevole di ogni singola contrazione e distensione dei tuoi muscoli, non invocando la sorte a guidare i tuoi gesti, ma in tuo stesso animo, affinché con la propria fermezza sia di riferimento a tutto il resto. (Le raccomandi.)
Ah’Reshia – Io… (Esita, non sapendo ancora come rispondere a un pur tanto semplice quesito, addirittura inespresso.)
Midda Bontor – Tu non sai combattere. Tu sai stringere un pugnale e, con quello, uccidere. (Annuncia.) E, in quanto sto dicendo, non deve essere riconosciuta alcuna ragione d’offesa per te, quanto la mera accettazione del proprio attuale stato, dalla confidenza del quale poter partire per migliorarsi, per divenire, effettivamente, in grado di combattere in termini degni di essere presi in considerazione.
Ah’Reshia – E tu potresti… insegnarmi?! (Ancora incerto, incapace ad accogliere con banalità un momento tanto importante, uno sviluppo mai immaginato.) Tu potresti insegnarmi a divenire una donna simile a quella che tu sei ora, e, in ciò, sufficientemente forte da poter competere con mio padre? Da poter reagire innanzi alle sue offensive senza più freni inibitori a incatenarmi al suolo?
Midda Bontor – Sono qui per questo, Ah’Reshia… (Annuisce, stringendosi nelle spalle.) Sono qui proprio per questo. (Ripeta.) Non resterai da sola, piccola mia. Non resterai più da sola e, accanto a me, crescerai in destrezza e forza, in velocità e reattività. (Le promette.) E il giorno in cui deciderai di fare ritorno al palazzo nel quale sei cresciuta… fidati, non avrai più nulla da temere. Non da tuo padre; non da un esercito!
(Ah’Reshia resti per un lungo istante immobile, quasi stesse riflettendo sulle parole appena ascoltate e sulle loro implicazioni. Poi, nel mentre in cui una lacrima le riga il volto, getti le braccia al collo della sua interlocutrice e si stringa a lei, con affetto totale e indiscutibile. Sia questo abbraccio gestito con la dovuta attenzione da parte delle due attrici, affinché non venga banalizzato o ridicolizzato, ma trovi il giusto spazio all’interno della rappresentazione, occupando, di diritto, uno dei posti più elevati nel computo dei momenti di maggiore importanza.)
Ah’Reshia – Sei… sei… sei vera, Midda?! (Questiona, ancora abbracciata a lei, incerta sulla veridicità di quanto sta vivendo.)
Midda Bontor – E’ tanto importante?! (Replica, non offrendo una risposta palese, seppur a tutti gli spettatori tale verità sarà in tal modo immediatamente rivelata, ove ancora non palese.)
Ah’Reshia – No… (Conclude, dimostrando di non preoccuparsi dell’esistenza, lì accanto a lei, della vera Midda Bontor o di un suo simulacro, creato dalla sua fantasia, o forse follia, per aiutarla, per guidarla e sostenerla.) No… va bene così. (Sorride, schioccandole ora un bacio sulla guancia, prima di staccarsi da lei, per tornare a stringersi all’interno della propria coperta, a tutela dal freddo della notte.)
Midda Bontor – Ottimo. (Annuisce.) Riposa, quindi, per recuperare lucidità ed energie. (Riprende poi, invitandola con dolcezza, quasi una madre con la figlia, una sorella maggiore con la minore.) Domani ci attende una lunga giornata, credimi: tanto da fare, fin troppo poco tempo per farlo! (Concluse, dimostrando in tali parole proprio il ruolo di sua nuova tutrice e mentore, pronta a insegnarle quanto, ora, le servirà per combattere e sopravvivere, in nozioni non meno importanti rispetto a quelle di fisica o di chimica in merito alle quali era abitualmente istruita da Sha’Maech.) Dormi, Ah’Reshia… dormi!
(E senza aggiungere una sola nuova parola, Ah’Reshia chiude gli occhi e crolla, quasi immediatamente, addormentata, seduta in terra così come si è concessa di sostare.)
(Non appena ravvisato il sonno della propria protetta, Midda Bontor si sollevi da terra e, senza evidente collaborazione da parte dell’altra, ma con tutto l’aiuto del caso, tragga dal suolo anche Ah’Reshia e la sua coperta, allontanandosi con loro verso il fronte destro del palco.)
(Escono Midda Bontor e Ah’Reshia.)

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