11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

martedì 7 agosto 2012

1662


R
edenzione. Significante ricco di autorevolezza nel proprio stesso suono e celante in sé un significato ancor più ricco, più profondo e, sovente, troppo difficile da comprendere in tutta effettiva la sua formulazione.

Midda Bontor, scrutando nel profondo del proprio cuore e del proprio animo, avrebbe potuto asserire di non essersi mai impegnata ad affrontare un cammino di redenzione. Ella, sin dalla più tenera infanzia, aveva agito offrendo riferimento solo a se stessa, al proprio cuore, al proprio animo, disinteressata completamente all'eventualità che, attorno a lei, vicino a lei, esistessero altre persone, dotate di sentimenti che ella avrebbe potuto ferire. Certamente ella, in tempi recenti, aveva reso pubblica la storia della propria vita, ammettendo innanzi a tutti le proprie responsabilità nel conflitto venutosi a generare con sua sorella Nissa. Ma, nonostante un tanto plateale metodo per annunciare al mondo le proprie colpe, ella non aveva mai, effettivamente riconosciuta qual propria la necessità di redenzione, redenzione innanzi agli occhi della propria famiglia, redenzione innanzi alla propria sorella gemella, che tanto aveva amato, da cui tanto era stata amata, e che pur, oggettivamente, aveva tradito nel modo peggiore, abbandonandola dopo averle giurato, per tre volte, che mai l'avrebbe fatto. E, innanzi a tale consapevolezza, innanzi all'evidenza dell'assenza di un proprio reale pentimento, utile a iniziare un cammino di riscatto, ella si era sentita incompleta, si era sentita addirittura sporca, molto più di quanto non sarebbe stata felice di ammettere.
Carsa Anloch, diversamente da lei, sembrava aver ben compreso il significato della parola redenzione e, a costo di morire nel tentativo di dimostrare il proprio pentimento, ella aveva osato ciò che pochi sarebbero stati disposti a mettere in giuoco. Ella, che pur non avrebbe potuto essere considerata realmente colpevole per il proprio operato, aveva agito spingendosi sino al massimo sacrificio per redimersi, per offrire alla Storia la propria migliore immagine, lontana dalla schizofrenica violenta che, altresì, avrebbe potuto essere considerata. E ci era riuscita. Era riuscita a ottenere il perdono che tanto desiderava, per il proprio fallimento, per il proprio tradimento. Perché, nel morire fra le braccia della donna che amava, le aveva dichiarato ancora una volta, forse per la prima volta, tutto il proprio sincero sentimento, offrendole la riprova dello stesso nel proprio sangue, nel proprio dolore, nel proprio ultimo respiro. E da Midda, dalla propria amata Midda, ella aveva ottenuto il perdono, il perdono utile a spingerla a pretendere che ella sopravvivesse, a ogni costo. Perché, nel rendere consapevole la propria gemella del potere che ella aveva involontariamente acquisito, la Figlia di Marr'Mahew avrebbe potuto segnare tragicamente il proprio destino, in un prezzo smisurato e pur da lei quietamente accettato qual necessario e onesto per la salvezza di chi, per lei, era stata pronta a morire e, in effetti, era addirittura morta.
Anche Nissa Bontor, come Carsa e a differenza della propria gemella, sembrava aver compreso molto bene il significato della parola redenzione. Perché, sebbene ancora incapace di perdonare Midda per i torti da parte sua subiti, ella non avrebbe dovuto essere considerata inconsapevole del male arrecato, né completamente indifferente al medesimo. Forse, in effetti, sino a prima del sacrificio di Tahara… di Carsa, anche ella non aveva realmente compreso le conseguenze intrinseche nelle proprie scelte, nelle proprie azioni, agendo animata dallo stesso egoismo e dalla stessa indifferenza dei quali da sempre rimproverava propria sorella. Ma nel momento in cui aveva osservato il ventre della propria ultima vittima aprirsi in conseguenza a un orrido maleficio fuoriuscito dalle sue stesse mani, ella aveva dischiuso gli occhi e aveva compreso il peso delle proprie scelte e, con esse, la necessità di redenzione, non per qualcuno ma, soprattutto, per se stessa, per sentirsi in pace con il proprio animo, così come non avrebbe più potuto essere altrimenti. Per tale ragione, e solo per questo, ella aveva aperto la mente alle parole di Midda e, per quanto fosse suo solo desiderio torturarla a morte per tutto quello che aveva compiuto in passato; Nissa riuscì a dimostrarsi superiore ai propri istinti, alle proprie più crudeli fantasie, per offrire ammenda del male compiuto con l'ultimo triste capro espiatorio contro il quale aveva rivolto tutto il proprio odio in luogo alla gemella, sola reale destinataria eletta per ogni proprio rancore, per ogni proprio pensiero maligno. Sempre per tale ragione, e solo per essa, ella aveva accettato di allungare la propria destra, di pietra, sopra il ventre ferito della donna morente, già morta, per lì convogliare un potere che neppure era consapevole di possedere. E come sperato dalla Campionessa di Kriarya, ella, in grazia alla presenza di Anmel all'interno del proprio corpo e della propria mente, era riuscita a creare anziché distruggere, a edificare anziché abolire, rigenerando la carne bruciata, il sangue versato, e restituendo la salute a colei a cui, con tanto affetto, si era legata, accompagnandosi a lei per ogni proprio viaggio in quell'ultimo, lungo anno, nonché accogliendola in casa propria, innanzi ai propri figli, come una sorella… come la sorella che mai aveva avuto e che, altresì, avrebbe tanto desiderato avere in sostituzione alla propria odiata gemella.
Non solo a tal gesto, tuttavia, si era limitato il cammino di redenzione di Nissa Bontor. Perché egoistico sarebbe stato salvare Carsa per poi mantenerla propria prigioniera, nel momento in cui questa si fosse risvegliata e non l'identità a lei prediletta fosse stata quella predominante. Errato sarebbe stato agire per tali vie, vanificando ogni sforzo compiuto per il proprio riscatto. No. Non solo a tal gesto Nissa ridusse la propria redenzione, agendo, altresì e incredibilmente, nell'unico modo che mai la sua gemella avrebbe potuto immaginare agisse: restituendo a entrambe la libertà.
A dispetto di ogni proprio rancore, a dispetto di ogni brama di Anmel Mal Toise, Nissa agì negli unici termini che avrebbero potuto realmente dimostrarla pentita di tutti gli errori passati, di tutte le vittime innocenti da lei mietute nel corso degli anni. Non solo di Carsa, ma di chiunque altro prima di lei, ella volle chiedere ammenda, nel liberare la propria gemella e, con lei, tutti i suoi attuali compagni, anche coloro a bordo della Jol'Ange, non comandandone un pur possibile e probabilmente facile inseguimento, ma permettendo loro di ritornare senza minacce sino al continente da cui erano partiti. Una concessione che sarebbe valsa, ovviamente, una sola volta e che se sua sorella Midda fosse stata tanto sciocca da coinvolgere ancora altri nella sfida fra loro, ella avrebbe agito in ogni modo e con ogni mezzo per la salvezza propria e del proprio regno. Una concessione, ancora, che difficilmente sarebbe valsa anche per Anmel, nel momento in cui questa si fosse ripresa, ma che per la mercenaria fu comunque un dono divino, segno di una benevolenza della quale non si sarebbe mai potuta realmente considerare meritevole, nell'aver fallito in quell'impresa sotto ogni fronte, e che pur tale le fu offerto.
Dopotutto, quella riportata in quel giorno, per Midda, non sarebbe potuta essere ricordata in alcun modo quale una vittoria e, in ciò, Nissa avrebbe potuto sentirsi già sufficientemente soddisfatta per agire in termini che l'avrebbero potuta mettere in cattiva luce innanzi agli dei tutti. Perché Midda aveva perduto la propria mano destra e, dato il costo che aveva dovuto pagare quindici anni prima, difficilmente si sarebbe rivolta nuovamente ai thusser per ripristinare quanto perduto. Perché Nissa aveva finalmente dimostrato alla propria gemella non soltanto il proprio trionfo personale nell'edificazione di un regno forte e potente, ma anche e soprattutto nella realizzazione di quella famiglia che a lei non sarebbe mai potuta essere offerta. Perché Midda era giunta a scendere a patti persino con Desmair per riuscire a competere con la propria gemella, in una scelta che mai si sarebbe potuta perdonare e che, purtroppo, temeva che non sarebbe rimasta un caso isolato. Perché Nissa aveva conquistato confidenza con poteri che prima neppure avrebbe potuto immaginare e, probabilmente, presto sarebbe iniziato per lei un felice sodalizio con la regina Anmel, dati i comuni interessi. E perché quella che sarebbe dovuta essere un'epica impresa di salvataggio da parte degli uomini e delle donne della Jol'Ange ebbe a dimostrarsi solamente qual ridicola operazione impotente, nel confronto con l'infinita vastità delle forze di Rogautt.

Tante soddisfazioni, tante vittorie, che avrebbero ben compensato la possibilità concessa alla Campionessa di Kriarya di allontanarsi dall'isola dei pirati ancora viva, con la propria spada, con la propria amica priva di sensi, e con il proprio tesoro, dissepolto con cautela dalla sabbia e non particolarmente pubblicizzato innanzi agli occhi della sovrana, per evitare di attirarne l'ira. Anche ove Anmel, nel dolore vissuto da Nissa per la morte, o quasi, di Carsa, era stata tagliata violentemente fuori dai giuochi; straordinariamente stolido sarebbe stato da parte della donna guerriero sventolare ironicamente davanti a lei, l'unica ragione di intimo trionfo in quel giorno tanto tragico. E dal momento in cui, per quanto sconfitta, ella non si considerava ancora stupida; Midda impiegò tutta la propria destrezza e la propria discrezione nella volontà di non attrarre troppa attenzione su quel piccolo, prezioso sacco.

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