Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
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Sean, 18 giugno 2022
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lunedì 15 ottobre 2018
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Avventura
052 - L'uomo incapace a morire
Un’ipotesi ardita, quella proposta da parte dell’ex-locandiere, il quale, sovvertendo completamente non soltanto quanto l’intero universo conosciuto avrebbe potuto ritenere nel merito di quelle creature, ma anche, e persino, quanto il loro stesso progenitore, Reel, non avrebbe potuto ovviare di sostenere; stava dimostrando di voler tentare di ragionare con quel cadavere, con quella zombie, e di volersi appellare a lei allo stesso modo in cui si sarebbe potuto rivolgere effettivamente a una madre, e a una madre proprio malgrado costretta a restare ingiustamente separata dai propri figlioli. In lei, in quel momento, egli non desiderava cogliere null’altro se non l’immagine che avrebbe potuto essere propria la sua stessa amata in una condizione simile, nell’eventualità di essere violentemente ricacciata, ripudiata, dai suoi cari, dalla sua famiglia, e tenuta, con la forza, lontana da Tagae e Liagu, riconoscendo, in ciò, quanto probabilmente la Figlia di Marr’Mahew si sarebbe comportata in maniera, anzi, decisamente più aggressiva, decisamente più violenta rispetto a quanto, altresì, la stessa Joleen non stava palesando di voler essere. Dopotutto, avendo avuto occasione di accedere, di notte, di nascosto, alla propria antica dimora, entro i confini della propria perduta casa, ella non aveva compiuto alcun atto violento, non si era riservata alcuna particolare evidenza di aggressività a discapito di alcuno, così come, piuttosto, se ella fosse stata il vero mostro che tutti si stavano ostinando a voler additare fosse, avrebbe avuto quindi occasione di rendere propria.
Un’ipotesi ardita, quella proposta da Be’Sihl, e, ciò non di meno, un’ipotesi non priva di un proprio fondamento, e, anzi, atta a dimostrare quanto egli, a dispetto di chiunque prima di lui posto a confronto con una tale situazione, fosse stato in grado di cogliere qualcosa di più al di là dell’evidenza, fosse riuscito a superare quella comune superficialità a livello della quale chiunque altro si era da sempre arrestato, non limitandosi all’evidenza, ma cercando di scendere all’intima essenza delle cose… e, in quel particolare caso, di quella madre, la cui unica colpa avrebbe avuto a dover esser considerata il non essere riuscita a morire.
« Ciò non di meno, Joleen, non puoi ignorare la verità di quanto il tuo comportamento, ora, potrebbe portare alla morte tuo figlio. » continuò, tentando di argomentare con lei con assoluta naturalezza, privo di qualsivoglia pregiudizio negativo « Tuo figlio, Pidar, non è come te: tu puoi non sentire il gelo che ti circonda, puoi non renderti conto di quanto questo luogo sia inospitale, ma… ma lui ne morirà, Joleen. Ne morirà, se non gli permetterai di tornare a casa. Se non gli permetterai di fare ritorno al calore della sua vita… »
« … non voglio tornare a casa senza la mamma… » protestò, tuttavia, il pargolo, ascoltando quelle parole e reagendo alle stesse nello scuotere il capo, e nel rifiutare, in ciò, una simile eventualità, e l’eventualità nella quale avrebbe avuto a dover lasciare l’amata e tanto compianta genitrice « … non voglio… »
« Joleen. Tu sei sua madre. E tu, meglio di chiunque altro, puoi comprendere cosa sia giusto per lui. » dichiarò Be’Sihl, con un quieto sorriso, in quel momento quasi dolce, per quanto, ovviamente, al di là del passamontagna esso non sarebbe potuto risultare evidente « Per lui: non per te, non per tuo marito, non per noi o per chiunque altro… ma per lui. Cosa è giusto per lui, Jol… ahh…! »
Un gemito di dolore ebbe a chiudere quell’interrogativo, vedendo per un momento l’uomo portarsi entrambe le mani al capo, vacillare e, quasi, ricadere all’indietro, come fosse stato violentemente colpito alla testa da qualcosa, da una pietra o da altro scagliato contro di lui con sgradevole impeto.
Un evento che, dal punto di vista di Midda, per un istante ebbe a essere frainteso qual connesso a una qualche reazione da parte della zombie, a una qualche aggressione a suo discapito, ragione per la quale tutti i suoi muscoli fremettero e il suo corpo ebbe a slanciarsi in avanti, pronta a farla nuovamente a pezzi se soltanto ella avesse osato veramente attentare all’incolumità del suo amato. Ma, nel proprio potenziale incedere, ella ebbe allora ad arrestarsi, a imporsi un freno, nel cogliere l’evidenza di quanto quella creatura non si fosse minimamente mossa, ancora stretta al proprio bambino, e in silenziosa posizione di stallo fra loro e il gelido nulla alle proprie spalle. Ragione per la quale, quel gemito, quella reazione dolorosa, avrebbe avuto a doversi necessariamente attribuire a qualcos’altro, a qualcun altro… e a qualcuno, in particolare, che doveva essere uscito finalmente dalla sua testa. Qualcuno come Desmair.
E se, sino a quel momento, seppur non proprio nei termini da lei sperati, tutto aveva dato evidenza di star sviluppandosi in accordo con i suoi piani, e con gli accordi presi con lo stesso semidio suo sposo, ora ella avrebbe avuto a dover soltanto attendere la conferma di quel passaggio, di quel trasferimento, per poi proseguire secondo i propri interessi, e quegli interessi che non le avrebbero dovuto permettere di riconoscere alcuna possibile libertà a Desmair, non, ancor più, in quel proprio nuovo corpo ospite, nel corpo di Reel Bannihil, il quale, alla fine di tutto, avrebbe avuto a dover essere consegnato all’accusatore Zafral e all’omni-governo di Loicare. Ragione per la quale, non appena egli si fosse ripreso, nell’istante successivo a quello nel quale avrebbe recuperato coscienza, ella altra possibilità d’azione non avrebbe avuto a doversi riservare se non una sempre utile decapitazione, e una decapitazione allora utile a impedirgli ogni qualsivoglia possibilità d’azione a loro potenziale discapito.
Insomma… un po’ come ai vecchi tempi, all’epoca del loro primo incontro.
« Be’Sihl… stai bene?! » domandò verso di lui, certa di quanto, da quel momento in avanti, le cose non avrebbero potuto che andar meglio per tutti loro, benché forse, in un primo momento, egli non sarebbe stato probabilmente accondiscendente, non, soprattutto, nell’evidenza di essere stato tenuto all’oscuro di quell’accordo e di quel piano, e di un accordo e di un piano con il quale, prevedibilmente, non sarebbe stato d’accordo… motivo per il quale, per l’appunto, ella aveva deciso di mantenerlo all’oscuro.
« … sì… sì. Sto bene. » confermò egli, dopo un istante, riuscendo a recuperare il controllo del proprio equilibrio, seppur, ancora, trattenendo il proprio capo fra le mani « Non è successo niente. » banalizzò, inconsapevole di quanto fosse accaduto e timoroso, a margine di tutto ciò, che la propria amata potesse fraintendere quel malore estemporaneo e, in questo, potesse decidere di tornare ad aggredire la madre di Pidar, vanificando, in tal senso, ogni sforzo compiuto sino a quel momento « Joleen… per favore. Ascoltami. Tuo figlio morirà qui fuori. » tornò a rivolgersi alla sua prima interlocutrice, abbassando le mani allo scopo di non permettere neppure a lei di fraintendere quanto accaduto « E sai che ho ragione: un tempo non gli avresti mai permesso di spingersi tanto a sud. Non avresti permesso a nessuno di spingersi tanto a sud… » continuò, appellandosi ancora una volta a quel suo supposto raziocinio « Non lasciare che la rabbia per quanto ti è stato negato, per quanto ti è stato tolto, possa spingerti a imporgli danno. Non permettere che le colpe di suo padre, e di tutta la gente dell’insediamento, che ti ha scacciata, che ti ha ripudiata, abbiano a ricadere su tuo figlio… colui che anche ora sta dimostrando in maniera incondizionata di amarti! »
Egoisticamente interessata, in quel momento, più alla vicenda Desmair-Reel, Midda Namile Bontor avrebbe avuto a dover essere sincera con se stessa, avrebbe avuto a doversi riservare un po’ di onestà intellettuale, nell’ammettere quanto, proprio malgrado, in quel momento, in quel particolare frangente, non stesse offrendo reale attenzione, reale interesse, a quanto in corso fra Be’Sihl e la zombie. E se pur, allora, tutto ciò avrebbe potuto anche essere inteso qual una mancanza di interesse emotivo nei riguardi della sorte di quella famiglia, di Joleen e di suo figlio, un’altra, possibile, e più edificante, interpretazione, avrebbe avuto a dover ipotizzata quella atta a veder riconosciuta verso Be’Sihl una fiducia tanto assoluta da non potersi concedere possibilità di incertezza, di dubbio, nel merito di quanto, tutto ciò, avrebbe alfine visto offerti i propri frutti, nel merito di quanto, quell’approccio assolutamente inedito da parte dell’uomo, sarebbe riuscito a condurre a una pacifica risoluzione di quella questione, senza necessità di tornare a dover combattere contro quella creatura. Proprio malgrado, in quel frangente, difficile sarebbe stato per lei discernere quale delle due possibili interpretazioni avrebbe avuto a doversi ritenere quella corretta o, quantomeno, quella predominante, giacché, probabilmente, entrambe avrebbero avuto a doversi suo malgrado riconoscere qual assolutamente attuali. E, benché, in quel frangente, ella non avrebbe potuto ovviare a sperare che, più importante, avesse a doversi giudicare la fiducia da lei riposta in Be’Sihl, il legittimo timore che non avrebbe potuto ovviare a rendere proprio sarebbe comunque stato quello dell’altra chiave di lettura.
A prescindere, però, da ogni questione emotiva interiore alla Figlia di Marr’Mahew, l’azzardo nel quale il suo amato aveva lì voluto porre i propri sforzi volle riservarsi evidenza di una legittima ragionevolezza nel momento in cui, allora, la zombie tornò a muoversi, e tornò lì a muoversi non per aggredire il proprio interlocutore, o per riprendere il proprio cammino verso sud, trascinando seco il figliuolo, quanto, e piuttosto, per chinarsi verso terra, per genuflettersi innanzi al proprio stesso bambino, ponendosi in ciò alla sua altezza, a poterlo osservare e a concedersi occasione di abbracciarlo, e di abbracciarlo, ora, con incontrovertibile amore materno. Un abbraccio, quello che ella lì si stava riservando, che non avrebbe avuto necessità di didascaliche spiegazioni, giacché, al di là di qualunque possibilità di fraintendimento, esso altro non avrebbe avuto a dover essere inteso se non qual un saluto… un sofferto addio nei confronti di quel bambino tanto amato e che, proprio per questa ragione, avrebbe avuto a dover lasciare.
« … mamma… » pianse il piccolo Pidar, probabilmente più che consapevole di quanto stesse accadendo.
« Sia lode a Thyres… » sospirò in un lieve sussurro l’Ucciditrice di Dei, non potendo ovviare, in cuor proprio, a offrire un giusto plauso verso Be’Sihl, riconoscendogli, in ciò, il giusto merito di quel proprio successo.
Purtroppo, a turbare la gioia di quella potenzialmente felice conclusione, subentrò allora un altro fattore. E un fattore, lì, non ricollegabile alla vicenda di Pidar e di sua madre, quanto e piuttosto all’altra serie di accadimenti che, in parallelo a tutto ciò, aveva avuto occasione di svilupparsi, e di svilupparsi nella più totale inconsapevolezza di chiunque tranne che dei due orchestratori di simili eventi.
Perché, là dove un istante prima Reel giaceva privo di sensi, nel contempo di quell’abbraccio, di quella lieta conclusione di almeno una vicenda, questi ebbe a riaprire gli occhi, a risollevare a sedersi sul nudo e gelido terreno, e a sorridere, e a sorridere maliziosamente al di sotto del proprio passamontagna, offrendo evidenza di un’inquietante luce nel fondo dei propri occhi… e di una luce che Midda non ebbe possibilità di fraintendere, cercando di porre rapidamente mano alla propria arma.
« Tutto è bene quel che finisce bene… » commentò quella che avrebbe avuto a dover essere considerata la voce di Reel, benché lì non più in suo possesso « … e, proprio per questo, mia sposa, è giunto il momento che tu abbia a risvegliarti! » commentò, ammiccando con fare complice nel mentre in cui, innanzi agli occhi color ghiaccio della sua interlocutrice, un’esplosione di luce ebbe a oscurare l’intero Creato a lei circostante.
domenica 14 ottobre 2018
2699
Avventura
052 - L'uomo incapace a morire
Per questa ragione, senza la benché minima esitazione, senza il più semplice battito di ciglio, ella ebbe lì ad agire, e ad agire con una velocità, con una repentinità straordinaria. Una velocità, una repentinità, tale per cui, Reel Bannihil, pur con la propria arma puntata e pronto a far fuoco, non ebbe a rendersi conto di quanto stesse accadendo, non ebbe a rendersi conto di quel cannoncino sonico che, prima pendente a tracolla al fianco della propria alleata, o forse antagonista, venne da lei allora impugnato, attivato e puntato a proprio discapito. E egli non ebbe neppure a rendersi conto del grilletto da lei premuto, per generare un’esplosione sonica, e un’esplosione sonica perfettamente mirata verso di sé, verso la propria figura: esplosione sonica che, nel proprio naturale fascio d’azione, non ebbe necessità di riservarsi, in verità, un’esigenza di particolare precisione, avendo comunque occasione di agire, e di agire al fine di sollevarlo, letteralmente, da terra, per sbalzarlo, quasi una foglia secca sospinta dal vento, a non meno di una dozzina di piedi all’indietro, con violenza sufficiente non da ucciderlo, e da ucciderlo per la terza volta, ma, quantomeno, da stordirlo, e da stordirlo in conseguenza tanto del colpo, quanto del contraccolpo, rintonato nella sua testa in termini tutt’altro che piacevoli.
« Fanne pure quello che vuoi… » commentò, storcendo appena le labbra verso il basso, a dimostrare tutto il proprio disappunto, tutta la propria rabbia per il tentativo di avversione da Reel dimostrato a potenziale discapito di Be’Sihl, un’aggressione alla luce della quale, se già prima non si era concessa, in verità, parecchi dubbi sull’eventualità di offrire in sacrificio quel disgraziato a Desmair, liberando, in tal modo, proprio il suo amato da tale piaga, ancor minori possibilità di esitazioni avrebbero avuto a doverle essere riconosciute in quel frangente, in quel momento, in conseguenza della giusta rabbia in lei suscitata da tale comportamento.
« … come? » domandò Be’Sihl, non potendo sapere, non potendo cogliere l’esistenza di un altro dialogo in corso in quel momento, e di un dialogo fra la propria amata e il proprio semidivino ospite, e, in ciò, accogliendo simili parole qual rivolte al proprio indirizzo, anche in conseguenza alla perdita di coscienza da parte dell’unico, altro, possibile interlocutore, da lei così subitaneamente escluso da qualunque possibilità di interazione.
« … della zombie. » sorrise Midda, in maniera necessariamente forzata, non apprezzando avere a mentire proprio a quell’uomo e, ciò non di meno, non potendo certamente aggiungere ulteriore entropia a quella già sufficientemente complicata situazione, motivo per il quale quella spudorata menzogna non avrebbe potuto ovviare a essere così formulata, e formulata in termini assolutamente privi di qualunque possibile credibilità « Intendevo dire di fare quello che vuoi della zombie. E’ tutta tua, tesoro! » incalzò, continuando ad allontanarsi da quell’avversaria, e a retrocedere per lasciar spazio d’azione, d’opera al proprio compagno, al quale, almeno in quel frangente, aveva dovuto riconoscere necessaria fiducia.
Termini palesemente privi di qualunque credibilità, quelli da lei adoperati, innanzi ai quali, nella necessità di prestare soccorso a quel pargolo, e di ovviare all’eventualità di una prematura conclusione della sua esistenza mortale, lo shar’tiagho decise comunque di soprassedere, non mancando di cogliere un’evidente anomalia nella differenza di intonazione fra le due mezze frasi da lei pronunciate, e, ciò non di meno, non riconoscendo alla risoluzione di tale anomalia alcuna priorità.
E se, per fortuna dello stesso Pidar, e, forse e ancor più, di Midda, egli non volle soffermarsi in quel momento su quanto poteva star accadendo a sua insaputa attorno a lui, alle sue spalle, sul corpo schiantato a terra di Reel Bannihil, Desmair avrebbe avuto a doversi riconoscere contraddistinto da un ampio sorriso sornione, nel pregustare quella che, obiettivamente, non avrebbe avuto a poter ovviare a considerare in altro modo se non quale una sua vittoria…
« Certo… immortalità a parte questo corpo umano non ha a potersi considerare esattamente un granché. Non rispetto alla perfezione del mio corpo originale… » osservò, con sguardo critico nel confronto della sua inconsapevole, e incosciente, vittima, nel disapprovare quei lineamenti, quel fisico che pur, in verità, la maggior parte delle donne avrebbero certamente apprezzato, e avrebbero indubbiamente apprezzato in misura maggiore rispetto all’immagine da lui anche in quel momento offerta, e all’immagine di quell’orrore scarlatto, con quelle enormi corna bianche ai lati del proprio capo « Ma… come si suol dire: di necessità, virtù! » concluse, stringendosi appena fra le spalle, per chinarsi su quel corpo, in una scena, in verità, a uso e consumo esclusivo della sua sposa, laddove in fondo egli avrebbe avuto a dover essere considerato soltanto una proiezione mentale presente solo e unicamente nei suoi occhi, e non in reale possibilità di interazione con il mondo circostante.
E per quanto Midda avrebbe voluto invitarlo a muoversi, e a ovviare alla possibilità di un suo possibile ripensamento, ella riuscì allora a trattenersi e a trattenersi nella misura utile a evitare di offrire disturbo al proprio amato, e al proprio amato che, ormai sopraggiunto a pochi passi dalla zombie, stava iniziando a provare ad approcciarsi verso di lei, offrendole il proprio sorriso più quieto...
« Salve, Joleen… » la salutò, con assoluta naturalezza, quasi quella creatura avesse realmente a doversi considerare ancora la donna che un tempo avrebbe potuto vantar essere, benché ormai nulla di più di una grottesca imitazione della stessa avrebbe avuto lì a doversi giudicare presente, e presente, quantomeno, innanzi al precedentemente comprovato e unanime avviso della Figlia di Marr’Mahew così come di Reel Bannihil « … il mio nome è Be’Sihl. Be’Sihl Ahvn-Qa. E desidero chiederti scusa per l’irruenza della mia compagna: ella, come probabilmente tutti al villaggio dal quale provieni, ha completamente frainteso la natura delle tue azioni e, in questo, ha agito spinta dal solo desiderio di proteggere tuo figlio. »
« … mamma…? » apostrofò il bambino, così indirettamente coinvolto nella questione, ancora stretto al corpo della madre, e a quel corpo, ormai, completamente ricostruito per effetto della nanotecnologia in lei presente, e di quella tecnologia che, in tutto l’universo conosciuto, era temuta per la morte abitualmente accompagnata seco.
« Bene… allora, con il tuo permesso, io procedo. » sorrise Desmair, rivolgendosi, altresì, in direzione della propria sposa, gongolando nel ribadire quanto, tutto quello che di lì in poi sarebbe accaduto, avrebbe avuto a doversi considerare frutto di un accordo fra loro, e di un accordo da lei stretto non perché in qualche maniera obbligata, costretta, ma perché, dopotutto, anche per lei occasione di profitto, e di egoistico profitto personale, con buona pace per il destino del disgraziato che, in ciò, sarebbe stato sacrificato « Ci vediamo fra poco, mia sposa. » ebbe a salutarla, strizzando l’occhio verso di lei con fare complice.
« Joleen… ascoltami. » tornò a invitarla Be’Sihl, con tono ancora quieto, ancora sereno, per nulla turbato innanzi a quel cadavere, e a quel cadavere intento a osservarlo, in quel frangente, con occhi vitrei, e con occhi nei quali alcuno avrebbe potuto cogliere un qualunque barlume di vita o di intelligenza, ma che, nell’evidenza dei fatti occorsi, avrebbe avuto a dover essere altresì considerata tale… e non soltanto nell’eventualità di seminare terrore e morte, così come tutti avrebbero avuto a pensare « Io l’ho compreso. Tu non sei un mostro assetato di sangue. Sei una vittima. Una vittima della maledizione che ti ha imposto quest’eterna esistenza priva di vita e di morte. » sancì, in una frase che avrebbe potuto essere fraintesa qual potenzialmente retorica, se egli non avesse prestato immediatamente attenzione a definirla in maniera più puntuale « I membri della Sezione I sono guerrafondai, gente abituata a uccidere, gente che della morte ha reso la propria professione: per questo, ritrovandosi nelle tue stesse condizioni, diventano i mostri che tutti temono. Ma tu… tu sei soltanto una madre, e una madre desiderosa di poter riabbracciare il figlio negatogli senza alcuna colpa: questo è ciò che vuoi… questo e null’altro! »
sabato 13 ottobre 2018
2698
Avventura
052 - L'uomo incapace a morire
« Allontanatevi da qui. » ordinò allora l’ex-locandiere, con tono di voce fermo e deciso, nel mentre in cui, muovendo un passo in avanti, ebbe a dimostrare di voler riservare per se stesso esattamente la direzione opposta rispetto a quella che aveva invitato a intraprendere rivolgendosi tanto alla propria amata, quanto all’obiettivo della loro stessa missione su quella luna ai confini dell’universo conosciuto.
E se pur, quella richiesta, non avrebbe avuto a doversi considerare suscettibile di alcuna possibilità di discussione, ovviamente né Midda, né Reel, per ragioni diverse, avrebbero avuto piacere a ubbidire, l’una tutt’altro che desiderosa di permettere al proprio amato di rischiare il proprio destino, l’altro tutt’altro che desideroso di lasciare il pargolo al proprio fato, e al fato di morte che, in quell’insalubre abbraccio materno gli sarebbe stato promesso.
Ma se pur, tanto Midda, quanto Reel, sarebbero allora stati pronti a protestare, e a rispondere a tono a quella richiesta, Be’Sihl ebbe ad anticiparli e a meglio argomentare la propria posizione…
« Reel sbaglia. » dichiarò, in una frase che non avrebbe potuto ovviare a sorprendere il medesimo soggetto in questione, nel ritrovarsi a considerare a dir poco grottesco, se non ridicolo, tutto ciò, laddove, obiettivamente, nessuno meglio di lui avrebbe potuto avere esperienza nei riguardi di quella tecnologia… e, certamente, non il primo straniero così sopraggiunto, e sopraggiunto all’ultimo, nella questione « Davanti a noi non è un mostro sanguinario privo di ogni raziocinio, ma soltanto una madre che non desidera essere separata dal proprio figlio… e un figlio che non desidera essere separato dalla propria madre. Ed entrambi, ora, hanno paura di noi. »
« Rossa… non so cosa pensa di aver capito il tuo uomo, ma se pensa veramente che quella cosa possa avere paura di noi si sbaglia. » rifiutò fermamente Reel, storcendo le labbra verso il basso « Quelle creature non conoscono umana pietà… e tutto l’universo conosciuto mi è testimone in ciò: intere città, intere colonie sono state spazzate via per colpa della Sezione I. »
« Midda… ascoltami. » pretese, tuttavia, Be’Sihl, anticipando qualunque ulteriore possibile affermazione da parte di quell’uomo o della propria amata « Le hai frantumato il cranio e non è servito a nulla, se non a terrorizzare quel bambino. » dichiarò, offrendo dimostrazione di aver ben colto le dinamiche psicologiche della situazione « Non voglio convincerti… ti chiedo solo di avere fiducia in me così come io ne ho sempre avuta in te. » insistette, con assoluta fermezza nella propria voce, nel proprio tono, avanzando ancora in direzione della madre zombie e, nel contempo di ciò, lasciando cadere a terra le proprie armi, al fine di avere a dimostrare alcuna volontà belligerante a suo discapito.
Per la Figlia di Marr’Mahew, così posta alla prova, non ebbero a esserci molte possibilità di scelta. In verità non ebbe, quindi, alcuna possibilità di scelta.
Laddove, infatti, ella non avesse concesso all’amato la fiducia da lui richiesta, e quella fiducia che pur egli si meritava da parte sua, non per una propria qualche comprovata esperienza in un simile frangente, quanto e semplicemente perché allora la stava richiedendo; ciò avrebbe necessariamente creato una frattura, e una frattura nel loro rapporto, e una frattura che non avrebbe potuto essere innocua, non avrebbe lasciato spazio a facili soluzioni, non, quantomeno, alla luce di tutte le proprie colpe, passate e, soprattutto, future, per ciò che ella desiderava fare e che, forse codardamente, non aveva voluto condividere con lui, non aveva voluto affrontare apertamente con lui. In ciò, pertanto, pur temendo l’eventualità di un errore di valutazione da parte del proprio amato su quella questione, e pur non avendo ragione per riconoscere qual ponderata l’analisi da lui in quel momento fugacemente proposta, ella non avrebbe potuto negargli quell’occasione. Non avrebbe potuto opporsi a lui, né, parimenti, avrebbe potuto permettere a Reel di impedirgli di agire.
E, così, benché solo un passo la dividesse da quella creatura e dal bambino, in quel momento, in quel frangente, stretti l’uno all’altra in quello che Be’Sihl stava interpretando come evidenza di un qualche reciproco affetto, e che, invece, ai suoi occhi non avrebbe potuto che apparire qual un mero temporeggiare, e un temporeggiare utile per permettere anche agli ultimi frammenti di quel capo pochi istanti prima inesistente di ritornare integro, intatto e completo; Midda non ebbe a tentare, allora, di prendere con la forza il piccolo Pidar e di portarlo via, per così come, probabilmente, Reel non avrebbe avuto esitazione a suggerirle di compiere, ma, semplicemente, iniziò ad arretrare.
Ad arretrare con sguardo fisso sul cadavere rianimato di Joleen, come era stata presentata soltanto pochi istanti prima, temendo da parte sua una qualunque azione a discapito proprio o a discapito del pargolo, e, ciò non di meno, ad arretrare.
« E’ una pazzia! » protestò Reel, con occhi sgranati e fuori dalle orbite, nel mentre in cui, senza esitazione, ebbe allora a estrarre da sotto il proprio pesante giaccone un’arma, e un’arma al plasma, un cannoncino che, forse, avrebbe lì posto fine all’esistenza di quella creatura, nel disintegrarne integralmente le carni, ma che, altresì, venne lì puntata direttamente alla schiena dello shar’tiagho, nell’intendimento, tutt’altro che di difficile comprensione, di prendere possesso del controllo delle situazione « Rossa… porta via Pidar da quella creatura, prima che abbia a terminare di ricomporsi. O la prossima morte per la quale dovrai preoccuparti sarà quella del tuo compagno! » sancì, non offrendo possibilità di fraintendimento nel merito delle proprie ragioni, delle proprie motivazioni.
Un richiamo, una minaccia, quella da lui così scandita, che non poté ovviare a costringere la donna guerriero a obliare, per un istante, alla creatura innanzi a lei, e al bambino da questa tenuta in ostaggio, per volgersi, e per volgersi in direzione di quella nuova potenziale situazione di stallo, e di uno stallo destinato a complicare, e a complicare in maniera assolutamente sgradevole, i già difficili equilibri lì creatisi.
Ma se Be’Sihl non si sarebbe certamente arrestato per la minaccia così rivoltagli, né, parimenti, avrebbe mutato idea nel confronto con Joleen, creando in ciò una potenziale situazione di stallo per tutti i protagonisti di quella sempre più complicata vicenda; un’altra figura, un’altra voce in capitolo, non avrebbe potuto ovviare a intervenire in quel momento, pretendendo, allora, da parte della stessa Figlia di Marr’Mahew un consenso, e un consenso esplicito, non perché a lui necessario, quanto e piuttosto per mera soddisfazione personale, per porla innanzi all’ennesima evidenza di quanto, malgrado tutto, ella avrebbe avuto a dover riconoscere l’esistenza di un debito nei suoi riguardi, dell’ennesimo debito da lei sgradevolmente accumulato nel rapporto con l’unica creatura che, a margine di tutto ciò, avrebbe avuto a dover considerare più disumana di qualunque possibile mostro della Sezione I… Desmair.
« Direi proprio che questo potrebbe considerarsi il momento migliore per il mio… trasloco. » sorrise il grottesco volto del semidio, ricomparendo agli occhi della propria sposa, e ricomparendo, non a caso, proprio alle spalle di Reel, il corpo del quale non avrebbe potuto allor ovviare a compiacerlo, e a compiacerlo nella misura in cui, alla luce di quelle ultime rivelazioni e conferme, gli avrebbe effettivamente assicurato di poter ritornare a vivere la vita di un tempo, nella quieta consapevolezza di una squisita immortalità… un’immortalità conseguenza a un’incomprensibile tecnologia, e pur sempre una piacevole e comprovata immortalità « Ma dal momento che mi hai già rimproverato più e più volte di agire di testa mia, lascio a te la decisione, mia cara. Preferisci che io abbia a prendere possesso di questo corpo ora… o preferisci, piuttosto, che egli possa continuare a porre in dubbio la sopravvivenza del tuo caro Be’Sihl? »
E per quanto, probabilmente, ella non avrebbe potuto avere dubbio alcuno di come, in futuro, egli non avrebbe mancato di tornare a tormentarla, e di tornare a tormentarla forte, ora, di un nuovo corpo, e di un corpo sul quale potersi riservare la possibilità di un qualche dominio assoluto; la scelta da parte sua avrebbe avuto a doversi considerare compiuta già da molto tempo.
venerdì 12 ottobre 2018
2697
Avventura
052 - L'uomo incapace a morire
« Pidar! » esclamò Reel, arrivando alle spalle di Be’Sihl, nel rivolgersi direttamente al bambino, senza palesare alcuno scandalo o stupore per quanto lì stesse accadendo « Vieni dallo zio Reel, piccolo! » lo richiamò, invitandolo ad allontanarsi dalla propria genitrice, o da quella cosa che avrebbe avuto a dover essere considerata qual la propria genitrice.
« … mamma…? » esitò tuttavia il pargolo, scuotendo appena il capo a rifiutare le parole dell’uomo pur da lui conosciuto e riconosciuto, e concentrando tutta la propria attenzione sulla madre, su quella figura che, un attimo prima uccisa in maniera terrificante innanzi al proprio sguardo, si stava lì rapidamente ricomponendo, ritornando a riassumere le fattezze precedenti, quasi nulla fosse accaduto « … mamma… stai bene?!... »
« Che razza di stregoneria è mai questa…? » domandò lo shar’tiagho, senza in tal senso ricercare un reale interlocutore e, ciò non di meno, rivolgendosi a tutti i presenti, in quella che non avrebbe avuto a dover essere considerata una domanda retorica, quanto e piuttosto un interrogativo sincero, e trasparente di tutto il proprio orrore di fronte a quell’assurda negromanzia, a quella follia superiore a quanto mai avesse avuto occasione di vedere o combattere, pur avendo dovuto anch’egli, nel corso della propria vita, a dover affrontare degli zombie.
« La chiamano Sezione I. » replicò la Figlia di Marr’Mahew, per dimostrare, non tanto a Be’Sihl, quanto e piuttosto allo stesso Reel, la propria non estraneità all’argomento, in termini utili a ovviare a nuove menzogne od omissioni da parte sua, non avendo ragione, dopotutto, per fidarsi di lui e per ritenerlo realmente estraneo a quanto lì stava accadendo… al contrario.
In effetti, a confronto con la presenza di membri della Sezione I, e del loro collegamento con Reel, non difficile, non improprio, sarebbe stato riconsiderare la sua strana insofferenza al concetto di morte qual evidenza di quella stessa tecnologia utile a creare simili mostri, benché, nel suo caso particolare, essa avrebbe avuto a doversi considerare insolitamente funzionale.
Laddove, difatti, e per così come ella non avrebbe potuto ovviare a iniziare a credere, anch’egli avesse avuto a doversi considerare in riferimento proprio a tale realtà, inusuale avrebbe avuto a doversi riconoscere quella totale consapevolezza di sé che egli stava anche in quel frangente riuscendo a dimostrare dopo almeno ben due morti accertate a proprio carico, laddove, nella propria esperienza personale, nella propria conoscenza, appunto, soltanto la prima resurrezione avrebbe avuto a permettere a quei malcapitati di conservare realmente coscienza di sé, mentre dalla seconda in avanti il cammino ineluttabile sarebbe stato il medesimo nel quale aveva avuto chiaramente ad avventurarsi anche la stessa madre di Pidar.
« Dimmi un po’, Reel… citare la Sezione I al nostro primo incontro non è stato casuale, non è vero?! » soggiunse poi, indirizzando le proprie parole verso l’altro interlocutore, e offrendo riprova di non aver dimenticato il dialogo fra loro occorso più di un anno prima, un dialogo nel corso del quale, per spiegarle il concetto di arma di distruzione di massa, aveva fatto riferimento proprio a quello, suggerendo, quasi come un pettegolezzo, l’esistenza di un legame fra la stessa Loor’Nos-Kahn e l’origine della Sezione I « Anche tu ne sei parte. Ed è per questo che collabori con la Loor’Nos-Kahn… perché sono stati loro a crearti: non è forse vero?! »
« Non credo che sia il caso di parlarne ora, rossa… » replicò l’altro, scuotendo il capo e mantenendo lo sguardo sul bambino, il quale, ancora vicino alla madre, non sembrava affatto intimorito da quanto lì era accaduto, anzi, e piuttosto, addirittura rallegrato da tutto ciò, e dall’evidenza di riavere miracolosamente, ancora una volta, la genitrice data per perduta « Pidar è in pericolo. E’ troppo piccolo per essere esposto alla nostra nanotecnologia… e se quella cosa dovesse ucciderlo, morirà. Per sempre. »
“Nostra”. L’impiego di quel particolare aggettivo possessivo non avrebbe potuto passare inosservato all’attenzione della donna guerriero, la quale, allora, non poté che riconoscere, in tutto ciò, l’evidenza di quanto già sospettato, di quanto già immaginato, di quanto già temuto.
Giacché, alla luce di tutto ciò, chiaro avrebbe avuto a doversi intendere il perché le persone di quell’insediamento avessero deciso di vivere le loro vite in un contesto tanto inospitale, tanto alternativo al concetto stesso di vita: una scelta allor giustificata, allor motivata, dalla mera evidenza di quanto, probabilmente, per nessuno di loro tutto quello avrebbe avuto a doversi considerare realmente pericoloso, davvero potenzialmente letale. Non laddove, in fondo, avrebbero potuto vantare una certa immortalità.
« … mamma… ti voglio bene, mamma! » esclamò il piccolo Pidar, abbracciandosi alla madre, felice per il suo ritorno, felice per averla ancora una volta nella sua vita e, in quel frangente, persino dimentico del gelo che lo stava attanagliando, e che, di quel passo, lo avrebbe ucciso.
« Perché tu sei diverso da lei…? Perché continuo a ucciderti e tu torni sempre come sei…?! » domandò la donna guerriero, non ignorando la situazione di pericolo propria per quel bambino e, anzi, abbisognando di comprendere meglio la situazione per poterla gestire, per poterla affrontare.
« Perché io sono il primo, dannazione! » sbottò Reel, storcendo le labbra verso il basso « Io sono l’esperimento originale. L’unico che la Loor’Nos-Kahn è riuscita a ottenere con successo. » argomentò, altalenando con lo sguardo fra le due donne, incerto, in quel momento, fra quale aver a sopportare di meno, fra quello zombie la responsabilità del quale avrebbe avuto a dover ricadere solo su di sé, e, con essa, su di sé anche sarebbe ricaduta la responsabilità delle sorti di quel bambino, e l’ex-mercenaria più ricercata dell’universo, le domande della quale, purtroppo, non avrebbero potuto contribuire in alcun modo alla risoluzione di quello stallo « Tutti gli altri esperimenti, dopo di me, hanno dimostrato lo stesso dannato difetto… quello alla base della funesta fama della Sezione I. »
« E, quindi, anche questa gente appartiene alla Sezione I…?! » insistette l’altra, per ottenere quel quadro d’insieme utile a comprendere la situazione nella propria globalità.
« No! » negò l’uomo, scuotendo il capo « Per la Sezione I, la Loor’Nos-Kahn ha sempre reclutato mercenari, galeotti, tagliagole, assassini della peggiore risma. Le persone che vivono qui fra i ghiacci, invece, sono soltanto poveri malcapitati la cui sola colpa è stata quella di essermi vicini, di amarmi e di essere da me amati. Sono miei amici, morti per circostanze diverse, in situazioni diverse, e che io ho stupidamente riportato in vita, spinto dal dolore, spinto dall’egoismo, senza che la Loor’Nos-Kahn lo sapesse. » spiegò, per la prima volta realmente sincero con lei, senza più tentare sotterfugi, senza più offrirle mezze verità o intere menzogne « Per questa ragione vivono lontano dalla civiltà… da ogni civiltà. Perché io li ho maledetti con il mio stesso sangue. E qualsiasi incidente dovesse loro succedere, come è successo a Joleen, la madre di Pidar… beh… diventerebbero così. Come la vedete ora: mostri sanguinari privi di ogni raziocinio… inarrestabili armi di distruzione di massa. »
Un discorso tragicamente chiaro, il suo, alla luce del quale quanto loro accaduto sino a quel momento, nonché tutte le persone da loro incontrate sino ad allora, avrebbe avuto a dover essere riesaminato sotto una ben diversa luce, e una luce necessariamente più inquietante.
Una luce a confronto con la quale, tuttavia, qualcosa ancora non avrebbe avuto a essere chiaro per qualcuno. E non tanto per Midda, la quale, anzi, avrebbe lì avuto a doversi considerare già più che soddisfatta per le conferme ottenuto, quanto e piuttosto per Be’Sihl, il quale, pur carente dei dati precedentemente in possesso della propria amata, non aveva potuto fare a meno di ascoltare, e di comprendere, la realtà dei fatti, e quella realtà per cosi come loro esposta. Comprendere in tutto tranne che in un singolo particolare. E in un particolare che, in verità, avrebbe avuto a dover rovesciare completamente ogni convincimento degli altri due suoi attuali compagni di ventura, nel merito di quanto Reel Bannihil non aveva esitato, più o meno correttamente, a definire qual la propria maledizione…
giovedì 11 ottobre 2018
2696
Avventura
052 - L'uomo incapace a morire
Il grido straziante che il pargolo ebbe, allora, a levare verso l’alto dei cieli fu così carico di dolore e così acuto, nell’infantile età del medesimo, che, necessariamente, non poté ovviare, al contempo, sia di spaventare la Figlia di Marr’Mahew, sia, persino, di spingerla a un immediato pentimento per quanto appena compiuto. E non perché ella avrebbe avuto a dover essere effettivamente considerata, riconosciuta qual meno che convinta da quanto compiuto: al contrario. Semplicemente perché, posta innanzi a tanta sofferenza, a tale dimostrazione di dolore da parte di una creatura innocente qual, allora, non avrebbe potuto ovviare a considerare il piccolo Pidar, ella non poté che domandarsi, umanamente, emotivamente, quanto ciò che aveva compiuto, avesse a doversi ritenere effettivamente corretto per così come, pur, la sua razionalità non avrebbe potuto negarle ragione.
Crollata a terra, la figura femminile ormai priva di testa, e con le proprie cervella, i propri fluidi praticamente istantaneamente congelatisi là dove riversatisi, in parte in contrasto alla propria assalitrice, in parte sul proprio stesso protetto, si ritrovò in tal maniera a essere vegliata, a essere pianta, in termini a dir poco disperati, da parte di colui che, ipoteticamente, la donna guerriero avrebbe dovuto salvare da lei, dal pericolo da lei rappresentato, e che, altresì, in tutto quello, in tale reazione, difficile avrebbe avuto a potersi riconoscere qual effettivamente salvato. Così, dopo aver provveduto, per prima cosa, a recuperare la propria lama e a riporla nel fodero dietro alla propria schiena, onde evitare qualche gesto inconsulto da parte dello stesso bambino, l’Ucciditrice di Dei ebbe a ritrovarsi in profondo imbarazzo nel merito di come poter gestire quella situazione, dubbiosa su quale approccio avrebbe avuto a doversi considerare più appropriato nei confronti di quel bambino. Fosse egli stati adulto, francamente, ella non avrebbe avuto a riservarsi simile esitazione: in maniera molto più semplice, molto più banale, probabilmente la donna guerriero avrebbe allora colpito, con delicata fermezza, lo stesso Pidar, allo scopo di fargli perdere i sensi e trascinarlo, di peso se necessario, lontano da lì, lontano da quella situazione. Nel ritrovarsi, tuttavia, posta innanzi a un bambino di età presumibilmente inferiore rispetto anche ai propri, a Tagae e Liagu, ella non avrebbe mai potuto rendere proprio un approccio tanto violento. E, così, quasi in una posizione di stallo, ella ebbe a restare lì, in piedi, immobile, confidando, sperando, nel non tardivo arrivo di Be’Sihl e di Reel, i quali, forse, avrebbero avuto maggiori speranze di approcciarsi a quell’orfano di madre, potendo quantomeno vantare, in questo, di non avere la propria mano destra sporca del suo sangue.
Prima, tuttavia, che Be’Sihl e Reel la raggiungessero, qualcosa di molto inquietante iniziò ad accadere. E se, in un primissimo istante, ella quasi non ebbe neppure a rendersene conto, eccessivamente turbata qual avrebbe avuto a dover essere riconosciuta in conseguenza alla reazione del piccolo; dopo breve la questione risultò più evidente, più palese e, in questo, carica di spiacevoli promesse. Evidente nel dettaglio, nella misura in cui, dal suo guanto destro, in maniera del tutto incoerente con il gelo esterno e con la solidificazione praticamente istantanea della quale erano stati protagonisti, i fluidi conseguenza di quella violenza, di quell’offensiva, iniziarono nuovamente a liquefarsi, e a gocciolare, lentamente, ma inesorabilmente, a terra. Carica di spiacevoli promesse nel confronto con l’evidenza, con l’inappellabile realtà di quanto, quelle stesse gocce, giunte al suolo, non avrebbero lì avuto a restare inermi, quanto e piuttosto, a muoversi, a scivolare viscosamente in direzione del corpo che le aveva inizialmente originate, al quale appartenevano, quasi il suolo sotto i loro piedi avesse a doversi considerare concavo proprio nella direzione di quello stesso cadavere decollato.
« Thyres… » sussurrò, storcendo le labbra verso il basso e ben temendo quanto, di lì a breve, sarebbe così accaduto.
Midda Bontor aveva già vissuto una scena simile. Non realmente, non in prima persona, ma in un sogno, in una visione, in conseguenza all’influenza di una potete coppia di talismani, di artefatti, nell’unione dei quali, allora, a un eventuale possessore sarebbe stata concessa la più assoluta onniscienza, il potere di comprendere il passato, il presente, e qualunque futuro possibile, così come soltanto agli dei avrebbe avuto a dover essere riservato. Un potere eccessivo, un potere disturbante, del quale ella non avrebbe potuto godere appieno, nel ritrovarsi priva di un arto e, in ciò, priva della reale possibilità di impugnarli entrambi per così come, solamente, avrebbe potuto assicurarle tale possibilità: e, già così, un potere con il quale ella aveva ben compreso avrebbe preferito non avere nulla a che fare, non nella propria quotidianità, non nella propria esistenza più in generale.
Proprio in grazia a quel potere, quindi, molti anni prima ella aveva avuto occasione di godere di due diverse visioni del proprio futuro, di due diversi momenti della propria vita. Uno, il primo, pressoché contemporaneo a quello da lei lì vissuto, e tale da auspicare il suo arrivo all’interno dell’equipaggio della Kasta Hamina, e di un equipaggio che, tuttavia, in quella visione, in quel futuro, avrebbe avuto a doversi riconoscere comunque minimamente diverso da quello proprio del presente da lei vissuto, e di un presente nel quale, accanto a lei, avrebbe avuto allor a poter vantare la presenza del suo amato Be’Sihl, dei loro splendidi figli Tagae e Liagu e, ancora, della sua cara amica Lys’sh. L’altro, il secondo, qualche ulteriore anno proiettato in avanti, e tale da mostrarla nuovamente nel proprio mondo, nel proprio pianeta, intenta a compiere un viaggio in un altro continente rispetto a quello da lei abitualmente esplorato, per lì vivere nuove avventure, in contrasto a nuovi avversari, cercando nuove sfide così come compiuto, da sempre, nel corso della propria vita, per riuscire, in esse, a dare un qualche senso alla propria quotidianità e alla propria stessa esistenza.
Nella prima visione di cui aveva avuto occasione di godere, allora, ella non soltanto aveva già avuto occasione di conoscere Duva Nebiria e il capitano Lange Rolamo, così come tutti gli altri membri dell’equipaggio della nave di classe libellula, ma, anche, le loro armi, la loro tecnologia e, persino, quello stesso meraviglioso arto che, solo molti anni più tardi, avrebbe avuto possibilità di vedersi impiantare; ma anche, e peggio, di qualcun altro… di qualcos’altro. Qualcosa che le era stato allor presentato sotto il termine di Sezione I. "I" come "imperituro", "indefettibile", "immarcescibile"… o, più semplicemente, "immortale": una sgradevolissima versione tecnologica dei negromantici zombie ai quali, da sempre, avrebbe potuto considerarsi abituata nel proprio mondo. E una versione contraddistinta da una più ostinata resistenza a ogni qual genere di offensiva fisica, nonché, terribile a dirsi, da un’indubbia intelligenza, e un’intelligenza allor in grado di permettere loro di combattere nel vero senso del termine, ricorrendo a strategie, a lavoro di squadra e persino ad armi, e non soltanto muoversi in maniera inconsulta nella sola brama di offrire morte a chiunque si fosse sospinto entro il loro raggio d’azione.
Rianimati, dopo la propria morte, da minuscole macchine presenti nel loro stesso sangue, nelle loro stesse vene, gli appartenenti alla Sezione I avrebbero avuto a dover essere considerati dei mercenari, delle terrificanti armi da guerra, privi di qualunque possibilità di una reale sconfitta laddove, ove loro fossero passati, nulla sarebbe sopravvissuto, e pur contraddistinti da un terrificante errore di progettazione: se la prima rianimazione avrebbe avuto a doversi pur considerare già evidenza di uno straordinario successo, ogni successiva morte altro non avrebbe contribuito che a privarli, sempre più, della propria umanità, trasformandoli soltanto in belve assetate di sangue, desiderose di spargere morte. Un errore a confronto con il quale intere colonie erano andate letteralmente distrutte, grandi stragi si erano inavvertitamente consumate, nell’orrore così incarnato da simili mostri.
« Per Ah’Nuba-Is… » commentò la voce di Be’Sihl, invocando in tal senso il dio dell’oltretomba shar’tiagho, sopraggiungendo non lontano da lei, e sopraggiungendo giusto in tempo per assistere alla macabra ricomposizione del cranio spappolato della madre di Pidar, e, in ciò, al suo lento, ma inarrestabile, ritorno alla vita, o a una qualche parvenza di vita e, soprattutto, di animazione, e di animazione utile, in quel mentre, a rimettersi a sedere e, quasi nulla fosse accaduto, a rialzarsi in piedi, in pratica identica a come avrebbe potuto vantare di essere pochi minuti prima, e prima del devastante attacco dell’Ucciditrice di Dei.
mercoledì 10 ottobre 2018
2695
Avventura
052 - L'uomo incapace a morire
Tentare di evadere a una raffica di colpi laser non avrebbe avuto a dover essere giudicato un esercizio banale. E benché tutto ciò non fosse qualcosa di inedito per lei, in verità quel particolare teatro di battaglia non avrebbe avuto a poterla in alcun modo avvantaggiare, nel vedersi allor fondamentalmente esposta al centro di un’interminabile pianura, priva di qualunque possibile nascondiglio, priva di qualunque potenziale barriera da porre fra sé e la propria antagonista. Inoltre, laddove quegli abiti pesanti avrebbero avuto a doversi considerare per lei di palese impiccio, abituata a poter vantare movimenti più liberi nel proprio approccio, e laddove la presenza di Pidar accanto alla propria antagonista avrebbe rappresentato per la medesima avversaria un potenziale scudo umano, tutto ciò avrebbe avuto a doversi riconoscere necessariamente qual contraddistinto da un indubbio livello di difficoltà. Una difficoltà, poi, che avrebbe potuto allor tendere all’improbabile nel momento in cui non soltanto la propria controparte avrebbe avuto a doversi probabilmente dovuto riconoscere qual non propriamente viva, e, in ciò, impossibilitata a morire, ma, anche e ancor peggio, palesemente amata dal proprio figliolo, il quale, a margine di tutto quello, non avrebbe potuto ovviare a riconoscere nella Figlia di Marr’Mahew soltanto una minaccia, soltanto una potenziale crudele rapitrice desiderosa di separarla dall’abbraccio della propria madre, e di quella madre forse troppo a lungo temuta qual irrimediabilmente perduta e, altresì, alfine tornata da lui.
Ma se pur, a confronto con l’evidenza di tutto ciò, la donna guerriero non avrebbe potuto ovviare a riservarsi necessari e legittimi dubbi, spingendosi a riflettere sulla correttezza del cammino intrapreso allora, e del cammino che la stava vedendo, negli stessi giorni, stringere un’infausta alleanza con il proprio empio sposo al fine di restituirgli la libertà da lui desiderata e, al contempo, tanto impegnarsi per separare un bambino dalla sua mamma; tali dubbi, simili perplessità, non avrebbero potuto che sublimare qual brina ai primi raggi di un nuovo sole a confronto con l’evidenza di quanto, comunque, in assenza del proprio intervento il fato di quel bambino avrebbe avuto a doversi considerare segnato, così come, in assenza del proprio patto con Desmair, il fato del proprio stesso amato Be’Sihl non sarebbe stato particolarmente più accomodante. Anzi. Così, pur non certa di essere nella ragione, ma, parimenti, sufficientemente sicura di non aver a sbagliare nella propria scelta, Midda Namile Bontor avrebbe avuto a poter vantare sufficienti motivazioni per continuare nella propria battaglia, nel proprio incedere, tanto nel confronto con la questione ricollegata a Desmair e a Reel Bannihil, quanto, e più nell’immediato, in riferimento a Pidar e a sua madre… e, soprattutto, a sua madre, e a quella creatura che, sicuramente, un tempo, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual sua madre e che pur, ormai, avrebbe potuto vantare di esserne soltanto una grottesca imitazione.
Fu con uno straordinario slancio, e una torsione del busto perfettamente calibrata a ovviare alle conseguenze negative di un’ennesima raffica di laser, attorno alla quale ella riuscì quasi ad avvitarsi, che, alfine, l’Ucciditrice di Dei si propose in grado di raggiungere la propria antagonista e di raggiungerla con traiettoria e impeto utile a trapassarle il petto da parte a parte, in perfetta corrispondenza al suo cuore, per sperare di porre in tal maniera fine al conflitto. Una conclusione, quella che avrebbe in tal maniera potuto credere di raggiungere, che, comunque, avrebbe sgradevolmente visto pagato il prezzo più alto allo stesso pargolo, allo stesso Pidar il quale, attonito e spaventato, non avrebbe potuto ovviare a veder consumarsi una tale violenza, e una violenza a discapito della propria amata genitrice, innanzi al proprio inerme sguardo.
« Mamma, no! » gridò, con voce straziante, e cuore straziato, il piccolo Pidar, nel contemplare la ferocia dimostrata da quella sconosciuta a discapito della propria genitrice, e nel non poter fare a meno di scoppiare in lacrime per tanto orrore, per tanta incomprensibile avversione ai danni della sua amata madre.
Lacrime, quelle da lui versate, che tuttavia non avrebbero potuto che doversi riconoscere qual impropriamente premature. Giacché, pur attraversata da oltre tre piedi di fredda lama nel proprio cuore, quella donna, quel cadavere, non ebbe a dimostrare evidenza di dolore, quanto, e piuttosto, soltanto di fastidio, e di fastidio nel confronto con l’insistenza di quella straniera, di quella sconosciuta avversaria che tanto, a suo discapito, si stava lì stolidamente impegnando. E prima ancora che la Figlia di Marr’Mahew potesse avere occasione di maturare coscienza di quanto stesse per accadere, ebbe a essere sorpresa, come poche volte avrebbe potuto vantare d’essere rimasta sorpresa in vita propria, nel vedersi colpire, e colpire con incredibile violenza, da un manrovescio della propria antagonista, la quale in tal maniera riuscì a scacciarla, proiettandola lontana da sé, facendole compiere un arco parabolico di non meno di una trentina di piedi di lunghezza, per circa sei di altezza, prima di vederla rovinare dolorosamente a terra, scivolando ancora per qualche altro piede di spazio sul gelido terreno di quell’inospitale ambiente.
A nulla valse, quindi, quella lama di affilato metallo dagli azzurri riflessi conficcata nella parte sinistra del petto di quell’inquietante creatura. Al contrario. Quasi con indifferenza, quasi con banalità, notandola presente ancora nel proprio petto, ella mosse la propria destra, la stessa con la quale aveva appena colpito la propria avversaria, sino all’impugnatura di quella spada e, con un gesto deciso, ebbe a rimuoverla dal proprio petto con la stessa naturalezza con la quale avrebbe allor potuto sguainarla dal proprio fodero. E se pur, in conseguenza tale scena, avrebbe avuto a dover sorgere nuovo orrore in Pidar, nessuna sorpresa, nessun allarme ebbe a contraddistinguere il pargolo, ritrovandolo, anzi, ad accogliere quella facile, e pur non ovvia, vittoria della madre con decisa esultanza…
« Mamma… mammina...! » la invocò, stringendosi a lei, con le lacrime agli occhi, le stesse lacrime di terrore di un solo istante prima, or tramutatesi in gioia, in felicità, e in felicità per il risultato conseguito.
Sempre più difficile, comprese la donna guerriero, sarebbe stato poter valutare quella situazione secondo morale, soprattutto da un punto di vista esterno alla vicenda. Se qualcuno, ignorando le dinamiche della vicenda, fosse sopraggiunto in quel momento, avrebbe ritrovato, infatti, un’assassina pregiudicata intenta a tentare di uccidere una madre semplicemente desiderosa di restare con il proprio bambino, con il proprio figlio. Un desiderio più che comprensibile, più che condivisibile, quello proprio di quel cadavere, che sarebbe stato più che legittimo, addirittura sacrosanto, se soltanto non fosse, per l’appunto, stato formulato da un cadavere, e da un cadavere che, nel proseguire nel proprio cammino, avrebbe soltanto definito la prematura morte anche del proprio figliolo.
In ciò, quindi, con la morte nel cuore e nella consapevolezza che, ormai, qualunque cosa avrebbe compiuto l’avrebbe necessariamente definita come la cattiva della vicenda, soprattutto innanzi agli occhi del bambino che lì avrebbe dovuto salvare, la donna da dieci miliardi di crediti votò in favore di una rapida ripresa e, pur privata della propria spada, ora fermamente nelle mani dell’antagonista, si slanciò nuovamente in avanti, con un balzo ferino, facendo propria una velocità di movimento a dir poco straordinaria, e ritrovandosi, in un battere di ciglia, nuovamente contro quell’antagonista, quello zombie, qual a tutti gli effetti avrebbe avuto a doverlo indicare, facendo propria una duplice priorità: quella atta a ovviare a ritrovarsi spiacevolmente trapassata, a parte a parte, dalla propria stessa spada, in conseguenze che per lei non sarebbero risultate tanto insignificanti quanto quelle ipotizzate a discapito della controparte; e quella destinata, piuttosto, a raggiungere la propria avversaria con tutta la violenza esprimibile dal proprio braccio destro, e da quel braccio destro che, pur ricoperto dalla pelliccia, e pur rivestito dai guanti, non avrebbe lì avuto a doversi dimenticare qual costituito da una mirabile protesi meccanica, in fiero e lucente metallo cromato, capace di concederle forza sufficiente per sollevare addirittura mille libbre di peso.
Una forza che, con buona pace per l’unica vera vittima di quella battaglia, l’inerme Pidar, ebbe macabramente a devastare il cranio della controparte, non semplicemente decollandola, ma, addirittura, facendole letteralmente esplodere la testa in conseguenza a tanta energia, a tanta violenza.
martedì 9 ottobre 2018
2694
Avventura
052 - L'uomo incapace a morire
« Cosa sei…?! » domandò la donna guerriero, trattenendosi dal partire immediatamente all’attacco soltanto in conseguenza della presenza del bambino e della sua presenza mano nella mano con la propria interlocutrice, con la propria potenziale antagonista, con quella donna dal medesimo pargolo definita qual propria madre e che pur, allora, difficilmente avrebbe avuto a potersi effettivamente riconoscere qual tale, non, quantomeno, nel non possedere, evidentemente, caratteristiche non soltanto definibili qual umane ma, addirittura, considerabili qual proprie, più in generale, di un qualunque essere vivente.
Un giudizio forse severo, quello che ella ebbe così a formulare nella propria mente, e che ebbe a esprimere in quella particolare domanda, in quell’interrogativo declinato verso la ricerca di una definizione di natura, ancor prima che di identità, e che pur avrebbe avuto lì a doversi riconoscere qual indubbiamente motivato, nelle proprie ragioni, da una sola, semplice e mera evidenza innanzi alla quale alcuna certezza avrebbe avuto a potersi mai esprimere nel merito di quale definizione poter attribuire alla madre del piccolo Pidar: l’evidenza di quanto, in quel contesto non soltanto avverso alla vita, ma, addirittura, obbligatoriamente letale, quella figura femminile stesse lì avanzando pressoché nuda, nell’aver a poter vantare, a protezione delle proprie forme, nulla di più di una leggera veste, e una veste a confronto con la quale quanto indossato il giorno prima dalla Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto a doversi considerare pari a un abbigliamento pesante, e che mai avrebbe allora potuto garantirle possibilità di vita… non, quantomeno, innanzi a quell’ambiente, a quel clima. E che ella, allora, non fosse esattamente viva, facile sarebbe stato da ipotizzare per la Figlia di Marr’Mahew, nell’evidenza offerta dal pallore innaturale della sua pelle, a tratti venata addirittura di riflessi azzurrini, resa probabilmente tale dal gelo lì imperante, nonché con la sostanziale assenza di qualunque ipotesi di respiro attraverso le sue labbra, a meno che tale respiro non avesse lì a doversi considerare contraddistinto da una temperatura pari o inferiore a quella dell’ambiente lì circostante, in termini, ancora una volta, contrari a qualunque possibilità di vita.
Ma laddove non viva ella avrebbe avuto a doversi riconoscere, nel nome di quale stregoneria, nel nome di quale negromanzia ella avrebbe potuto lì essere ancora in grado di muoversi, e di agire? E non di agire in maniera confusa, incoerente, priva di significato, quanto e piuttosto di agire in termini obiettivamente razionali, quali pur avrebbero avuto a doversi considerare quelli utili a entrare in una casa senza forzarne le porte o le finestre, e, quindi, rapire il proprio figliolo, per condurlo seco in un cammino tutt’altro che frutto di un peregrinare casuale. Un interrogativo non banale a confronto con il quale, purtroppo, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco non avrebbe potuto negarsi la presunzione di conoscere una possibile risposta, e pur, allora, una risposta che non avrebbe potuto gradire, che non avrebbe potuto apprezzare, nell’osceno rischio che ciò avrebbe potuto rappresentare non soltanto per quel bambino, quanto e piuttosto per l’intera luna sulla quale, in quel frangente, si stavano trovando. E una luna che, in tal senso, si sarebbe vista spiacevolmente condannata a morte.
A rispondere, tuttavia, all’interrogativo formulato dall’Ucciditrice di Dei non fu la cadaverica antagonista, quanto e piuttosto il suo pargolo, e quel pargolo che, a confronto con l’improvvisa apparizione di quella straniera, ebbe a stringersi istintivamente alla figura materna, dimostrando quanto, fra le due, egli avesse a rivolgere i propri eventuali timori verso la nuova arrivata allorché verso la genitrice…
« … è la mia mamma… » spiegò il piccolo Pidar « … papà aveva detto che non l’avrei più rivista… ma è tornata da me. E’ la mia mamma… »
Che agli occhi di quel bambino tale grottesca imitazione di vita avesse a intendersi qual la sua genitrice, per la donna guerriero non sarebbe stato difficile da accettare: a differenza degli adulti, infatti, ella stessa aveva avuto occasione di verificare quanto i bambini fossero in grado di vedere al di là delle apparenze, dei formalismi, e cogliere l’essenza stessa della natura del mondo a sé circostante, delle persone a sé circostanti, in misura utile, per esempio, a poter riconoscere anch’ella, con tutti i propri difetti, con tutte le proprie colpe, qual una madre meritevole di essere amata, e di essere chiamata “mamma” dai due piccoli che, con tanta premura, con tanto amore, si era ritrovata ad accogliere, forse e persino inconsapevolmente, nella propria vita. Ma, proprio in tal utopica visione della realtà, troppo facile sarebbe stato per un bambino fraintendere, altresì, una sgradevole distopia, e, con essa, tradurre l’orrore proprio di un mostro nell’altresì amorevole immagine di una madre.
Prima, tuttavia, che alla Figlia di Marr’Mahew fosse concessa la benché minima occasione di elaborare una qualche risposta utile all’affermazione di quel bambino, e di cercare di spiegare il perché della propria presenza lì fra loro, argomentando la necessità, per lo stesso Pidar, di staccarsi dalla propria mamma per fare ritorno a casa, per invertire la direzione dei propri passi e allontanarsi da quell’area meridionale entro i confini della quale necessariamente morte avrebbe avuto ad attenderlo; fu il turno di quella cadaverica genitrice per intervenire, e intervenire, allora, non tanto a parole quanto, e piuttosto, con i fatti, e con i fatti concreti che, lì, ebbero a essere rappresentati da un’arma laser, e un’arma laser prima sfuggita all’attenzione della donna guerriero, ma che, lì, venne levata nella sua direzione, non con intento di minaccia, quanto e piuttosto di diretta aggressione, e un’aggressione che vide, quindi, aperto subito il fuoco verso di lei, e, in particolare, verso il centro del suo cranio.
Uno sparo, quello così esploso a discapito della donna da dieci miliardi di crediti, che avrebbe potuto rappresentare, nella propria subitaneità, la fine certa, e ingloriosa, di quella donna, di quella guerriera, che con tanto impegno aveva attraversato l’universo intero, che con tanto ardore aveva affrontato migliaia di scontri, di battaglie, di avversari, salvo poi ritrovarsi, alfine, sospinta al definitivo confronto con i propri dei in conseguenza di un semplice colpo di pistola, di un banale raggio laser mirato al centro del suo cranio e, in ciò, destinato a trapassarla da parte a parte, stroncandola sul colpo. Ciò non di meno, per sua fortuna, uno sparo che, nella propria natura di laser, avrebbe potuto essere bloccato e riflesso in grazia alla propria lama bastarda, così come non avrebbe potuto permettersi di compiere se, soltanto, in luogo a quell’arma fosse stata, altresì, un’arma al plasma, e che, quindi, la vide agire, più per istinto che in conseguenza di un’effettiva elaborazione mentale cosciente, a guidare quel breve, brevissimo movimento allor utile ad anteporre l’antica compagna di innumerevoli battaglie innanzi al proprio volto, a protezione della propria testa, lì improvvisamente impugnata, addirittura, a due mani, a reggere con maggiore foga, con maggiore fermezza, la medesima, e a ovviare alle conseguenze negative di quel colpo.
« Thyres… » gemette il nome della propria dea, in quanto non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual un intento blasfemo, quanto e piuttosto un sincero ringraziamento in direzione del suo nome, per averle concesso la prontezza di riflessi utili a ovviare alle insalubri conseguenze che, in alternativa, avrebbero potuto contraddistinguere l’esito di quella prima azione.
Ma se, in risposta a quel primo sparo, la propria difesa aveva avuto successo, in una difficilmente discernibile combinazione fra abilità e fortuna, certamente la donna guerriero non avrebbe desiderato arrischiarsi a restare lì immobile a fronteggiare anche gli attacchi successivi, e gli attacchi successivi che, immediatamente, vennero così esplosi dall’arma, nella sola, semplice volontà di sancire la fine del suo viaggio, la prematura conclusione della sua vita. E così, con un nuovo scatto felino, ella ebbe a proiettarsi di lato, rotolando a terra e subito rialzandosi per poter iniziare a correre, e a correre quanto più possibile vicina al suolo, e con moto irregolare, nella direzione del proprio obiettivo, di quella propria avversaria, in contrasto alla quale, allora, sarebbe stata necessariamente costretta a cercare il corpo a corpo, nel voler ovviare a possibili, tragici coinvolgimenti a discapito di Pidar nel loro conflitto.
lunedì 8 ottobre 2018
2693
Avventura
052 - L'uomo incapace a morire
« Ho freddo, mamma… »
Poche, semplici parole. Poche, naturali parole. Poche, comprensibili parole. Poche, inquietanti parole.
In tal modo quell’affermazione non poté che risultare all’attenzione di Midda e Be’Sihl: il semplice e naturale lamento di un bambino posto a confronto con il gelo lì circostante, un gelo già di difficile sopportazione per un adulto, e che, in ciò, per un bambino non avrebbe potuto ovviare a risultare comprensibilmente devastante. Ma, anche, il semplice e naturale lamento di un bambino posto a confronto con la propria genitrice, in quelle poche, semplici sillabe utili a identificare, ancor a distanza dai soggetti in questione, ancora a distanza dai protagonisti di quella vicenda, di quel rapimento, l’identità stessa della prima anonima sequestratrice, anonima, tuttavia, soltanto per la donna guerriero e il suo amato shar’tiagho, ma certamente non per tutti gli altri, non per coloro che, sin da subito, avevano definito “lei” qual la responsabile dell’accaduto. Ma se “lei” altri non avrebbe avuto a dover essere intesa se non la madre del pargolo, in quale dannata situazione si stavano andando a cacciare? E, soprattutto, perché una madre avrebbe dovuto portare via il proprio figliolo dal calore del suo letto, della sua casa, per consegnarlo alla follia del gelo dell’estremità meridionale di quella luna, là dove alcuna speranza di vita avrebbe potuto essere loro promessa, avrebbe potuto essere loro garantita? Quali orrori avrebbero avuto a doversi intendere celati dietro a quella vicenda e dietro a quella sciocca asserzione “E’ una situazione complicata…” che tanto le stava continuamente venendo riproposta?
Immediato, e impietoso, lo sguardo dell’Ucciditrice di Dei, lì ancora immobile con la spada in mano, corse in direzione di Reel Bannihil, non riservandogli, allora, ulteriori parole, non destinandogli ulteriori minacce, là dove, allora, nel silenzio proprio del gelo del suo sguardo, di quelle iridi quasi bianche e quasi prive di qualunque pupilla, allor ristrettasi alle dimensioni di una capocchia di spillo, improvvisamente l’ambiente circostante avrebbe avuto a dover essere inteso persino qual confortevole, qual piacevole, laddove una sorte estremamente peggiore a qualunque avrebbe potuto essere lì fuori riservata dal clima, avrebbe potuto attendere quell’uomo per mano di colei potenzialmente nuovamente ingannata, nuovamente sfruttata e sfruttata a discapito di un bambino, e di un bambino in compagnia della propria genitrice, e forse, con lei, in fuga da qualche peggiore orrore non ancora conosciuto, non ancora compreso all’interno delle calde stanze delle abitazioni di quell’insediamento.
Ciò non di meno, al di là di ogni dubbio, al di là di ogni sospetto, al di là di ogni possibile inganno da parte di Reel Bannihil e dei suoi amici, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto ignorare quanto, a essersi espresso in tali parole, fosse un bambino sottratto alla propria casa solo per essere condotto in un ambiente tanto inospitale nei confronti del concetto stesso di vita da aversi a considerare idealmente condannato a morte. E per quanto, allora, da madre, non avrebbe potuto ovviare a provare una certa istintiva simpatia per l’allor non ancora conosciuta madre di Pidar, e non avrebbe potuto evitare di ipotizzare diverse giustificazioni utili a rendere giusto, a rendere legittimo quel suo comportamento, quella sua fuga da casa; ancora, da madre, non avrebbe potuto ovviare a premurarsi per le sorti di quel pargolo, e di quel pargolo che, potenzialmente, avrebbe potuto star venendo condotto a una prematura e orrenda fine dalla follia di una madre impazzita, o di una genitrice immeritevole del proprio ruolo, di un semplice epiteto come “mamma”, semplice, sì, e pur potente, importante, e carico di un’incredibile senso di responsabilità di cui, purtroppo, non tutte le madri avrebbero saputo dimostrarsi degne.
Così, ovviando a ulteriori esitazioni, negandosi altra possibilità di incertezza, ella posticipò la necessità di qualunque genere di spiegazione, e, con uno scatto straordinario, soprattutto nel considerare quanto, sino a pochi istanti prima, il gelo esterno stesse dominando sul suo corpo e sulle sue membra, si voltò in direzione di quel gemito, di quel lamento lontano, a loro condotto dal vento, per iniziare a correre, e a correre, spada in pugno, or sorretta per la parte forte della propria lama dalla mano destra di lei, allo scopo di raggiungere quanto prima il bambino e sua madre, e, lì arrivata, di tentare di comprendere dalle labbra dei diretti interessati, dei protagonisti di quella vicenda, cosa effettivamente stesse accadendo.
Uno scatto, il suo, così improvviso, così repentino, che colse del tutto impreparato Reel Bannihil, il quale, anzi, avrebbe avuto a potersi considerare pressoché certo di quanto, di lì a un istante dopo, ella gli avrebbe domandato una qualche spiegazione a tal riguardo, ma che, altresì, non vide altrettanto sorpreso Be’Sihl, il quale, ben conoscendo la propria amata, la propria compagna, non avrebbe potuto avere dubbi nel dirsi certo di quanto, fra il confronto con un avversario e la salvezza di un bambino, ella non avrebbe mai avuto incertezze nel merito di quale alternativa abbracciare, della direzione da intraprendere, e da intraprendere gettando il proprio cuore innanzi a sé. Quello stesso cuore che, per anni, ella non aveva voluto accettare avesse realmente tanto amore da offrire, e potesse essere meritevole destinatario dell’amore di altri, ma che, finalmente, e non senza tanto impegno, tanta fatica, anche e forse soprattutto da parte dello stesso ex-locandiere, ella aveva finalmente accettato di aprire al mondo, prima accogliendo proprio lui nella sua quotidianità, non senza molti problemi, non senza troppi ostacoli, e poi, addirittura, decidendo di ampliare la loro famiglia, quella loro ormai comune quotidianità, ad altri due soggetti, a due bambini, a due pargoli innocenti sol abbisognanti di una famiglia, di una madre e di un padre che potessero loro concedere quell’amore del quale pur, come qualunque bambino, come qualunque bambina, avevano bisogno e avevano diritto a poter avere.
Inseguendo, così, il proprio cuore, ella corse, e corse con un incedere mirabile, una velocità addirittura stupefacente, attraverso quelle lande desertiche e ghiacciate, inseguendo il miraggio di quel richiamo, di quella voce lontana, e consumando rapidamente centinaia, migliaia di piedi, senza concedersi quasi coscienza dello sforzo proprio di quella corsa, e di quella corsa degna del più rapido fra tutti i predatori, della più potente fra tutte le fiere del Creato. Una corsa che la vide presto divenire un punto lontano innanzi agli sguardi dei propri due compagni, non soltanto agli occhi blu di Reel, ma anche a quelli castano-arancioni di Be’Sihl, che pur immediatamente si era posto al suo inseguimento, tentando vanamente di competere con il suo passo, e che la ebbe a condurre, in breve, brevissimo tempo, sino al proprio obiettivo, sino a una coppia di sagome isolate in quella landa glaciale, e in lento, ma costante, movimento verso sud.
« Aspettate! » esclamò ella, ancor prima di arrestare la propria corsa, ancor prima di essere realmente a portata di quella coppia, e ancor prima di aver potuto effettivamente prendere coscienza della scena lì presente, e di una scena a confronto con la quale, di lì a un istante, ogni possibile simpatia nei confronti della madre di Pidar avrebbe avuto necessariamente a scemare.
Perché quando, così richiamati dalla sua voce, tanto il bambino, quanto la sua genitrice, ebbero a voltarsi verso di lei, e a voltarsi con aria necessariamente sorpresa nella sopraggiunta presenza di quella straniera in quell’angolo di universo probabilmente dimenticato persino dagli dei, una nuova inquietante ombra non poté ovviare a proiettarsi sulla vicenda, e su tutti i segreti sino a quel momento non condivisi né dal borgomastro, né, tantomeno, da Reel. Segreti i quali, tuttavia, in quel momento, in quel frangente, non avrebbero potuto ovviare a risultare orrendamente palesi innanzi al suo sguardo, delineando una scena ben diversa da qualunque altra avrebbe mai potuto immaginare e, forse, iniziando a suggerire, all’interno della sua mente, un particolare riordino di molte, fugaci informazioni, dettagli raccolti non soltanto in quelle ultime ore, ma, addirittura, in quegli ultimi due anni, tali da riscrivere completamente tanto la storia di quell’insediamento perso fra i ghiacci e, soprattutto, dello stesso Reel Bannihil e della sua innaturale refrattarietà alla morte.
Ma se pur, quel quadro d’insieme, avrebbe potuto lì avere a spiegarsi innanzi ai suoi occhi, al suo sguardo, la concretezza del tempo presente, e di quanto lì offertole nell’immediatezza di quella scena, ebbe a impedirle di riservarsi qualunque altra possibilità di riflessione, di elucubrazione su quelle informazioni, vedendola rapidamente passare la spada dalla destra alla mancina, e preparandosi, allora, al peggio…
domenica 7 ottobre 2018
2692
Avventura
052 - L'uomo incapace a morire
« E’ una situazione complicata, rossa. » tentò di eludere la questione Reel, non potendo sapere quanto, in quelle stesse identiche parole, fatta eccezione per l’epiteto finale, si fosse già espresso anche lo stesso borgomastro nel ritrovarsi posto innanzi al medesimo interrogativo, offrendo, in tal senso, solo conferma di quanto, in verità, quella situazione complicata avrebbe probabilmente avuto a doversi intendere qual la chiave di lettura dell’intera vicenda e, in tal senso, una chiave di lettura alla quale, allora, Midda non avrebbe desiderato rinunciare.
« Sono troppo infreddolita per rimproverarti o minacciarti… » replicò quindi ella, abbuonandogli quella confidenzialità non gradita e, ciò non di meno, non offrendo evidenza di voler parimenti ignorare il resto del discorso « … ma, conoscendomi per quel poco che pur mi conosci, dovresti essere consapevole su quanto le situazioni complicate abbiano a considerarsi il mio pane quotidiano. » sottolineò, a cercare di approcciare all’argomento con fare propositivo ancor più che impositivo e a sperare, in tal maniera, di ottenere qualche risultato « Quindi perché non decidi di sputare il rospo, prima che io abbia a farti sputare i denti…? » sorrise maliziosamente, per quanto, al di sotto della pesante maschera, ciò non sarebbe risultato visibile.
« Metaforicamente…? » cercò conferma egli, nel tentare di minimizzare il senso della minaccia così da lei proposta, e proposta malgrado, all’inizio di quello stesso proprio intervento si fosse dichiarata troppo preda del gelo per potersi permettere di ricorrere a ulteriori possibilità di minacce a suo discapito.
« Il rospo. » asserì serafica la Figlia di Marr’Mahew.
« E i denti…?! » insistette Reel, poco convinto, e proprio malgrado già conscio dell’unica risposta che ella non avrebbe mancato di presentargli.
« Quelli praticamente. » affermò l’altra, annuendo appena con il capo a enfatizzare tutto il proprio compiacimento a confronto con una simile possibilità.
« Qualcuno ha mai provato a spiegarti quanto tutta questa tua indole violenta non abbia a considerarsi propriamente espressione di civiltà…? » protestò il primo, non potendo che accogliere con contrarietà l’evidenza di tanta, continua, avversione a proprio discapito, malgrado l’aiuto che egli avrebbe potuto vantare di averle indubbiamente offerto nel recupero dei due pargoli successivamente da lei adottati qual propri figli, un aiuto forse riconosciuto purtroppo qual tardivo, nel seguire un ineccepibile tradimento a loro discapito, e un tradimento in conseguenza al quale tanto i pargoli, quanto la loro futura madre, erano così stati riconsegnati alle spiacevoli attenzioni della Loor’Nos-Kahn.
« Se civiltà ha da considerarsi quella che accetta quietamente l’idea di rapire dei bambini dalle proprie famiglie, per cancellare loro ogni memoria delle proprie vite e dei propri nomi, trasformandoli in semplici numeri di serie, per effettuare su di loro esperimenti volti a trasformarli in armi di distruzione di massa e, alfine, per rivenderli quali bestie al mercato… beh… francamente non potrei essere più che fiera di non essere accomunata a questa civiltà. » sancì l’Ucciditrice di Dei, in una critica forse impropriamente mirata, e mirata attorno a quanto compiuto non tanto dalla civiltà in senso lato, quanto e piuttosto in senso stretto dalla Loor’Nos-Kahn, un’organizzazione criminale, e, ciò non di meno, non potendo ovviare a rivendicare la propria distanza da simili logiche, logiche che, purtroppo per lui, lo stesso Reel Bannihil aveva dimostrato di condividere nell’agire per conto di tali criminali.
E se, probabilmente, Reel avrebbe allora fatto meglio a tacere, e a non ricercare una qualche impropria occasione di difesa, un intimo moto d’orgoglio gli impedì di restare in silenzio, gli impedì di accettare quietamente la critica così indirizzatagli dalla propria interlocutrice, vedendolo, addirittura, arrestare il proprio incedere per offrire maggiore enfasi a quell’intervento, a quelle proprie parole e, con esso, alla propria posizione…
« Non dovresti parlare senza conoscere il quadro d’insieme. » obiettò allora egli, scuotendo il capo « E non dovresti dare per scontato che io abbia a considerarmi d’accordo con le azioni della Loor’Nos-Kahn, soprattutto laddove hai avuto evidente riprova di ciò nel momento in cui ti ho offerto tutto il mio aiuto per liberarti dalla tua prigionia e per permetterti di raggiungere i tuoi bambini. » puntualizzò, storcendo le labbra verso il basso, in un’evidenza di dissenso che, pur, non sarebbe stata così chiara, nella presenza, anche sul suo viso, di quel pesante passamontagna indispensabile, allora, ad affrontare la rigidità di quel clima.
« Interessante come tu stia continuando a insistere sull’aiuto che mi avresti fornito… obliando continuamente, però, al dettaglio di come, all’atto pratico, tale aiuto non sarebbe stato minimamente necessario se soltanto tu stesso non ci avessi consegnati tutti ai tuoi amici della Loor’Nos-Kahn, nel momento in cui, altresì, avremmo potuto tranquillamente lasciare il pianeta e scomparire per sempre. » lo accusò ella, arrestandosi a sua volta per poterlo fronteggiare e, in maniera forse sin troppo irruenta, non mancando di estrarre la propria spada dal fodero legato dietro alla schiena, sguainando quella lama di fiero metallo dagli azzurri riflessi e subito assumendo una posizione di guardia, nel non fare mistero, in ciò, di quanto ben volentieri avrebbe allora fatto a pezzi il proprio interlocutore se non avesse iniziato a dimostrarsi più collaborativo verso di loro « Non me ne potrebbe calere di meno della tragica storia della tua esistenza, di come un giovane e trasognato Reel Bannihil sia finito nelle spire della Loor’Nos-Kahn, accettando di collaborare allo smercio di vite umane da loro promosso, salvo poi, eventualmente, di tanto in tanto, riservarsi qualche occasione di rimorso e, in ciò, accettare di compiere qualche buona azione nella speranza, in ciò, di acquietare la propria coscienza. » scandì, impietosa, verso di lui « E per quanto io stessa non abbia a essere certamente un modello di rettitudine, quantomeno mi sono sempre impegnata a cercare di essere coerente con me stessa. Così come, in questo stesso momento, starei anche tentando di compiere, nel voler salvare la vita al piccolo Pidar… un tentativo nel quale, tuttavia, mi ritrovo continuamente ostacolata dai vostri dannati silenzi, dalle vostre frasi lasciate a metà, dai vostri assurdi segreti. » accusò, scuotendo il capo con evidenza di disprezzo per tutta la situazione venutasi a creare attorno a lei e, non fosse stata in gioco la vita di un bambino, persino pronta a mandare tutto all’aria, a concludere al più presto i propri piani, consegnando quell’idiota al proprio destino e facendo ritorno alla propria famiglia, ai propri figli, per poterli abbracciare, per poterli baciare, e per poterli confortare nella certezza che mai alcun altro avrebbe fatto loro del male, non senza passare per il filo della sua lama bastarda « Quindi… od ora inizi a parlare, e a parlare raccontandomi tutto ciò che devo sapere su questa fantomatica “lei” che lo ha rapito, o, mi fai il piacere, ti levi dalle scatole, perché il tuo contributo, in questa missione, non soltanto ha a doversi considerare inutile, ma anche, e persino, dannoso! »
Una presa di posizione decisa, una richiesta perentoria, quella così scandita dalla Figlia di Marr’Mahew, che non avrebbe potuto accettare da parte dell’altro qualche sorrisetto sfacciato e qualche battuta idiota a lasciar scemare banalmente la questione. E che, in quel momento, in quel frangente nel quale, al di là del gelo esterno, il sangue della stessa Ucciditrice di Dei avrebbe avuto a doversi considerare prossimo all’ebollizione, avrebbe dovuto necessariamente condurre alla risoluzione di ogni tensione, in un modo oppure nell’altro, nell’inizio di un nuovo clima di collaborazione oppure nella terza morte da lei imposta a discapito di quell’uomo, la prima per mezzo di quella propria storica spada, antica alleata di mille avventure.
Purtroppo, però, non lei, non Be’Sihl, e, forse, neppure lo stesso Reel Bannihil, ebbe occasione di scoprire in che termini avrebbe potuto trovare soluzione quell’estemporaneo stallo, dal momento in cui, allora, un gemito lontano ebbe ad attirare la comune attenzione del gruppo, e a riportarli, rapidamente, all’urgenza del momento, e all’urgenza rappresentata dalla necessità di salvare la vita di quel bambino sottratto dalla casa di suo padre. Un gemito al quale seguì un lamento, e un lamento scandito dalla vocetta acuta di un pargolo. E un lamento che ebbe a condurre alla loro attenzione, e, in particolare, all’attenzione della donna guerriero e del suo amato, una verità allora quantomeno insospettabile, che non avrebbe potuto ovviare a proiettare una nuova, inquietante luce sull’intera faccenda…
sabato 6 ottobre 2018
2691
Avventura
052 - L'uomo incapace a morire
« … quindi è poi riuscita a salvarli?! » aveva domandato, prestando ben attenzione a non dimostrare stupore, quanto e soltanto compiaciuto interesse per il fato dei due pargoli « L’ultima volta che ci siamo visti, la rossa si stava gettando sul tetto di un mezzo antigravitazionale nella speranza di avere a liberarli. » aveva puntualizzato, ricordando, indirettamente ma non casualmente, il proprio fondamentale contributo alla questione, laddove senza di lui ella non avrebbe potuto raggiungerli in tempo per evitare che finissero impiegati come armi da parte di una certa pirata dello spazio, il destino della quale, tuttavia, di lì a poco aveva comunque finito per mantenersi intrecciato a quello della Figlia di Marr’Mahew proprio in conseguenza alla necessità, per la medesima, di salvaguardare le sorti dei due piccoli « Ma, devo essere onesto, poi non ho idea di come siano effettivamente andate le cose… » aveva concluso, scuotendo appena il capo.
« … sai… fossi in te non insisterei a chiamarla “rossa”. » aveva quindi suggerito Be’Sihl, non ovviando a cogliere il nuovo impiego di quell’epiteto, e di quell’epiteto che pur ella aveva palesato di non gradire, nel suggerire un certo livello di confidenza che, pur, non avrebbe potuto né voluto essere riconosciuto all’uomo da parte sua.
« In marcia! » aveva allora comandato la donna guerriero, interrompendo quel sommesso confabulare e rendendo noto quanto, alfine, fosse riuscita a individuare la pista utile a rintracciare il pargolo scomparso « E sì… non insisterei a chiamarmi “rossa”, a meno di non voler essere nuovamente accoppato. » lo aveva poi minacciato, ben consapevole di quanto, tale minaccia, avrebbe avuto a doversi considerare sostanzialmente veniale nella refrattarietà dimostrata da parte dello stesso Reel Bannihil al concetto della morte e, ciò non di meno, non mancando di suggerire quasi gratuitamente un simile destino anche e proprio in grazia di ciò, laddove, comunque, non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual una condizione duratura e, soprattutto, laddove, comunque, egli aveva offerto passata riprova di non gradire morire e, soprattutto, di non gradire morire in maniera violenta, qual pur ella non avrebbe mancato di imporgli.
Allontanatisi dall’insediamento, i tre ebbero a doversi incamminare, allora, verso la sola direzione che mai qualunque persona sana di mente avrebbe desiderato intraprendere, dirigendo i propri passi verso sud.
Ma se freddo avrebbe avuto necessariamente ad apparire il clima là dove sorgeva l’insediamento, l’ulteriore discesa verso l’area meridionale di quella luna non poté che offrire loro una prospettiva sempre più rigida nel merito del gelo loro circostante, in termini tali per cui non difficile sarebbe stato riuscire a credere alla possibilità di vedersi ghiacciare alfine il sangue nelle vene, se soltanto avessero continuato a inoltrarsi ancor più in basso. E per quanto, sicuramente utili, meravigliosamente caldi, avrebbero avuto a doversi riconoscere i loro nuovi cappotti, così come le scarpe di Be’Sihl e gli abiti di Midda, nel confronto con quel clima, posti innanzi a tale gelo, un certo freddo, un sincero disagio, non avrebbe potuto ovviare ugualmente a coglierli, suggerendo quanto, nell’eventualità in cui fossero stati ancor vestiti come il giorno precedente, probabilmente ormai avrebbero avuto a doversi considerare prossimi all’assideramento, in una morte indubbiamente sgradevole.
Un assideramento che, per quanto non avrebbe avuto a doversi considerare ancora un pericolo concreto, non poté che essere spiacevolmente suggerito là dove le loro carni avrebbero avuto a doversi riconoscere in troppo vicino contatto con del metallo, metallo come quello proprio dei monili dorati di Be’Sihl o, anche e soltanto dell’arto destro della stessa Midda, giacché tale materiale, purtroppo, non soltanto non avrebbe avuto la possibilità di permettere loro di conservare il proprio calore fisico ma, anzi e ancor peggio, non avrebbe potuto mancare di disperderlo, e di disperderlo più velocemente, e più dolorosamente, di quanto mai essi stessi avrebbero potuto presumere. Ovviamente né l’uno, né tantomeno l’altra, ebbero a offrire evidenza del proprio disagio, e di un disagio a confronto con il quale, purtroppo, non avrebbero avuto a potersi riservare lì particolari possibilità di azione, non potendo certamente l’uno spogliarsi per privarsi dei propri monili, né l’altra strapparsi il braccio dal corpo: ciò non di meno, entrambi non mancarono, in cuor proprio, di desiderare francamente di poterlo fare, laddove certi di quanto, se soltanto si fossero dovuti fermare, se soltanto avessero interrotto quel movimento, e quel movimento affrettato in tutto ciò assolutamente piacevole, in quanto utile a offrire loro maggiore possibilità di tepore, quel metallo avrebbe potuto rappresentare la loro rovina.
Duplice urgenza, in tutto ciò, non avrebbe quindi potuto che caratterizzare il passo di Midda, e al suo fianco del suo amato Be’Sihl: un’urgenza tanto conseguenza della volontà di ritrovare, quanto prima, il pargolo, di raggiungerlo e liberarlo dalla propria prigionia, e da una prigionia che, per lui, avrebbe potuto rischiare di risultare letale; ma anche derivante dall’egoistica e personale necessità di mantenere il proprio corpo sempre attivo, onde ovviare al rischio che, in un’eventuale sosta, il gelo potesse prendere il sopravvento sulle loro membra, condannandoli a morte. Morte che, ovviamente, non avrebbe potuto rappresentare eguale motivo di ansia per Reel, pur, allora, quietamente partecipe a quella affrettata marcia, quasi una corsa, quantomeno in funzione del primo motivo d’urgenza, e un motivo d’urgenza che a sua volta, non avrebbe potuto ignorare. Anzi: passo dopo passo, più essi finivano per addentrarsi verso sud, e più un’evidente senso di preoccupazione non avrebbe potuto che contraddistinguere il volto dell’uomo, il quale, apparentemente dimentico di ogni precedente e provocatoria volontà di scherzo, di giuoco, ebbe soltanto a concentrarsi sul fato di Pidar, e su un fato che, purtroppo per lui, non avrebbe potuto risultare, in alcun modo, qual piacevole… non così a sud, non in quell’implacabile gelo scevro di qualunque barlume di pietà.
« La pista si sta facendo più nitida… » annunciò, a un certo punto, la Figlia di Marr’Mahew, scoprendo, malgrado la protezione per lei assicurata dalla copertura posta sul proprio volto, di avere le labbra così dominate dal freddo esterno da essersi estemporaneamente incollate, in misura tale da renderle necessario un fastidioso sforzo prima di riuscire a esprimersi, e un fastidioso sforzo tale per cui, allora, ebbe a temere qualche spiacevole rottura nella morbida epidermide di tal delicato punto « … stiamo recuperando terreno. »
« Quanti sono…? » domandò, allora, lo shar’tiagho, scoprendo il medesimo limite e provando la medesima situazione di disagio, e, con buona pace per i propri principi di fede e di vita, avendo a ringraziare ancora una volta, nel proprio intimo, Pemir e Athon per il dono concessogli con quelle calde calzature, nella certezza di quanto, in loro assenza, ormai avrebbe sicuramente e irrimediabilmente perduto le proprie estremità inferiori… se non qualcosa di più.
« Riesco a distinguere soltanto due tracce: quella di un adulto… una donna direi, nelle dimensioni dei propri piedi e nella lunghezza del proprio passo, e quella di un bambino… di Pidar, sicuramente. » constatò ella, salvo poi aggiungere, rivolgendosi in particolare all’indirizzo di Reel « E, in effetti, il fatto che una delle due tracce sia quella di una donna non dovrebbe rappresentare una grande sorpresa, giacché è quanto i tuoi amici hanno sostenuto sin da subito. »
Malgrado quanto poi occorso, la schermaglia che aveva animato la situazione e che, purtroppo, aveva ribaltato la situazione rispetto agli equilibri inizialmente creatisi fra di sé e gli abitanti di quell’insediamento, l’Ucciditrice di Dei non aveva assolutamente dimenticato il riferimento a una certa “lei” che, immediatamente, era stato offerto all’attenzione del borgomastro, e nel merito del quale, oltretutto, ella aveva provato a chiedere dettagli, salvo veder rapidamente evasa ogni possibilità in tal senso, in grazia di un’ambigua e criptica frase nel riferimento della complessità di quella questione. E benché, pur inconsapevole di quanto avrebbe potuto attenderli, ella non si sarebbe ancora e certamente tirata indietro a qualunque nemico, a qualunque possibile antagonista, non per principio generale, non certamente laddove in giuoco avrebbe avuto a doversi considerare il destino di un bambino; difficile sarebbe stato per lei non dimostrare interesse nei riguardi di quelle informazioni chiaramente esistenti e, ciò non di meno, non condivise con lei… con loro, nel riconoscere anche al proprio amato Be’Sihl la medesima ignoranza attualmente predominante sulla propria mente.
venerdì 5 ottobre 2018
2690
Avventura
052 - L'uomo incapace a morire
Giunti innanzi alla dimora di Gioran, il padre del piccolo Pidar, per la Figlia di Marr’Mahew fu addirittura banale riuscire a ritrovare tracce utili a demarcare una via da seguire, una pista utile a definire la direzione intrapresa dal pargolo e dal suo rapitore, laddove, malgrado il terreno arido e roccioso, tante, troppe erano state le occasioni nelle quali, nel proprio passato, si era ritrovata ad affidare la propria vita, il proprio futuro, alla capacità di riuscire a individuare minimi dettagli nell’ambiente a sé circostanti, in misura tale che non quella, non situazioni peggiori, avrebbero potuto risultare per lei di reale ostacolo, di effettivo impedimento al conseguimento del proprio obiettivo.
Un obiettivo, il suo, che non era ancor venuto meno, malgrado quanto poi accaduto presso la dimora del borgomastro, laddove, a prescindere dall’avversione a lei dimostrata, mai si sarebbe potuta perdonare laddove avesse deciso di ignorare la sorte di un povero bambino innocente. E un povero bambino innocente strappato a forza dal proprio letto da un imperdonabile rapitore, un rapitore che, per quanto avrebbe potuto concernere l’opinione della stessa donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, altro destino non avrebbe potuto riservarsi se non quello della morte, e di una morte che ella sarebbe stata ben lieta di dispensare in molte modalità differenti, secondo l’eventuale la fantasia del momento.
In quei pochi istanti che, comunque, furono a lei necessari per riuscire a interpretare i segni del mondo a loro circostante per definire la direzione che, allora, avrebbero intrapreso, Reel volle riservarsi l’occasione per cercare di meglio identificare le risorse presenti in giuoco, risorse che, in quel particolare frangente, avrebbero avuto a restringersi, oltre alla stessa donna guerriero, all’uomo che la stava accompagnando e per difendere il quale ella aveva offerto chiara riprova di quanto sarebbe stata quietamente disposta a tutto… e probabilmente ad ancora qualcosa di più.
« Non abbiamo avuto ancora occasione di presentarci… » si era riservato pertanto occasione di commentare, con tono quietamente sommesso, per non disturbare l’attenta analisi della donna da dieci miliardi di crediti, e, ciò non di meno, riservarsi occasione di incominciare una discorso nei riguardi dell’unico altro uomo all’interno di quel ristretto contingente « … immagino che tu sia il fortunato signor Bontor. » aveva ipotizzato, in termini tutt’altro che azzardati, nel tendere la propria destra alla volta del compare, e, in tal senso, nel cercare una qualche fugace occasione di rapporto con lui « Complimenti sinceri e tanta invidia: una donna così non è facile da trovare. »
« … “una donna così” che, per inciso, ci sente benissimo… » aveva voluto evidenziare Midda, con tono di quieto avviso e, in particolare, di quieto avviso nei confronti dello stesso Reel, il quale avrebbe fatto meglio a ben misurare le prossime parole che avrebbe deciso di pronunciare, i termini con i quali avrebbe cercato di rapportarsi a Be’Sihl, a meno di non voler incappare nelle sue ire.
« Ehy, rossa! Non ho detto nulla di male! » aveva quindi protestato Reel, aggrottando la fronte e scuotendo il capo, a escludere una qualsivoglia propria responsabilità sotto qualunque punto di vista, almeno per il momento « E non potrei mai dire qualcosa di male su una sventola tuo pari… » aveva poi aggiunto, ammiccando in direzione di Be’Sihl, nel cercare, in tal senso, una qualche occasione di maschile complicità, di cameratismo con lui « Cioè… non capita tutti i giorni di trovare una donna con un corpo come il suo: se ripenso a quella volta che mi sei saltata alla gola completamente nuda, ancora non riesco a comprendere quanto avessi a dovermi considerare terrorizzato e quanto, altresì, eccitato per tutto ciò che mi stava mostrando! » aveva ulteriormente incalzato sottovoce, a condividere con l’interlocutore il piacere proprio di quel ricordo, salvo poi puntualizzare « Non che, credo, io abbia bisogno di sottolineare certi dettagli proprio con te… » aveva quindi strizzato l’occhio mancino, a
« Primo… è dal primo giorno che ci siamo conosciuti che ti ho detto di non chiamarmi “rossa”. » si era quindi voltata ella verso di lui, ancora una volta anticipando qualunque possibile intervento da parte di Be’Sihl, non nella volontà di scavalcarlo o di zittirlo, quanto e piuttosto nella necessità di non garantire a Reel di proseguire quietamente impunito in tal direzione, per quanto ben consapevole della misura nella quale, probabilmente, egli avrebbe avuto a dover essere riconosciuto così agire nel solo intento di farla arrabbiare, intento nel quale, in passato, si era dimostrato particolarmente abile « Secondo… conserva pure nostalgicamente tutte le immagini mentali del mio corpo nudo, se questo ti può far stare meglio, e divertiti con esse nei modi che più ti aggradano. Ma, per cortesia, taci, prima che mi possa venir voglia di porti nuovamente nella condizione di contemplare il mondo alle tue spalle senza necessità di voltarti. » lo aveva poi invitato, rievocando un momento successivo della loro storia passata rispetto a quello in cui egli l’aveva potuta osservare nuda e, in particolare, il momento in cui, per la prima volta, ella lo aveva ucciso, spezzandogli violentemente l’osso del collo e quasi rigirando la sua stessa testa all’indietro, in un effetto che difficilmente avrebbe potuto fraintendersi qual piacevole « Terzo… che ne pensi se, allorché dovermi interessare alle tue baggianate, io abbia a concentrarmi soltanto sull’individuare questa benedetta pista?! » aveva quindi concluso, tornando a volgere la propria attenzione all’ambiente a sé circostante, nei dintorni dell’abitazione di Gioran.
Un invito sufficientemente inequivocabile, quello che ella aveva voluto riservarsi, a confronto con il quale anche l’intrepida irriverenza di Reel non aveva potuto ovviare a costringersi a un momento di silenzio. Silenzio non in conseguenza a un qualche, particolare timore nel confronto con quanto ella avrebbe potuto riservargli, quanto e piuttosto perché desideroso di ovviare a ulteriori e superflue ragioni di perdita di tempo, per così come, allora, avrebbe potuto rivelarsi troppo controproducente, non per se stesso, quanto e piuttosto per il loro comune scopo, per la salvezza del piccolo Pidar.
Ed era stato allora che, finalmente, lo shar’tiagho aveva potuto prendere voce verso il loro inatteso compagno in quell’inattesa avventura, non potendo ovviare a provare una certa compassione per il medesimo e per il fato che, egli era consapevole, l’avrebbe atteso, nel finire imprigionato a bordo della Kasta Hamina e, da lì, nell’essere consegnato all’omni-governo di Loicare per crimini non meglio definiti, per ragioni non particolarmente chiare, se non nelle proprie diramazioni collaterali, quali, prime fra tutte, quelle atte a poter restituire la libertà a tutti loro, a poter garantire indulgenza per l’intero equipaggio della medesima Kasta Hamina innanzi all’impietosa condanna dell’accusatore Pitra Zafral. Una compassione, la sua, che pur avrebbe avuto a poter essere gestita nel quieto ricordo, nella spiacevole verità di quanto, in fondo, quello stesso individuo fosse stato colui il quale direttamente responsabile per tutte le disavventure che la sua amata, e i loro figli, avevano dovuto affrontare l’anno precedente, essendo stato proprio quell’uomo ad averla ingannata, a essersi finto per lei un alleato, salvo poi consegnare ella stessa, e i due pargoli, alle grinfie della crudele Loor’Nos-Kahn, per la quale aveva offerto evidenza di lavorare.
« Il mio nome è Be’Sihl. Be’Sihl Ahvn-Qa. » aveva quindi risposto egli, tendendo la propria destra in risposta a quella ormai ritratta da parte dell’interlocutore, offrendogli un tono quanto più possibile sereno, quasi indifferente, seppur non freddo, non distaccato, nel rinunciare coscientemente a qualunque possibilità di empatia verso di lui e, ciò non di meno, nel dimostrarsi pronto a compiere tutto quanto avrebbe avuto a dover essere compiuto, per il bene sia dello scomparso Pidar, sia e ancor più del loro equipaggio, della loro famiglia e della propria amata « E, oltre a essere il “signor Bontor”, sono anche il fortunato genitore dei due bambini che la Loor’Nos-Kahn ha trasformato in un’arma di distruzione di massa… » aveva voluto evidenziare, non rifiutando il vanto del proprio ruolo paterno, per quanto da lui tutt’altro che coscientemente ricercato, e, anzi, preferendo immediatamente chiarire tale aspetto, simile sfumatura, in termini tali per cui il loro interlocutore fosse lì ben informato di quanto, allora, le sue trascorse colpe non sarebbero state facilmente dimenticate… non certamente da lei, protagonista di quelle vicende, ma neanche da lui, il quale, nell’amore che lo legava e lo avrebbe sempre legato a lei, non avrebbe potuto mancare di accusare a propria volta quanto accaduto.
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