Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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sabato 19 aprile 2008
100
Avventura
003 - Gli spettri della nave
« E’ una follia! » gridò Tamos, scuotendo il capo ed aprendo le braccia, come a voler dimostrare una propria innocenza nell’offrirsi così privo di difesa di fronte a loro « Mi accusi di aver ucciso Ja’Nihr solo per il mio silenzio? Per la mia natura non espansiva in opposizione a te? E’ questo il tuo metro di paragone: chi non ti eguaglia ti è nemico? »
« Non si tratta di ciò. » scosse il capo Midda, riabbassando la voce « E lo sai. »
« Ti avevo detto che sentivo che qualcosa non andava… per quello ero strano. » tentò di spiegare, con voce carica d’enfasi, con sguardo quasi lucido per le lacrime che in quel momento resero evidente un disagio interiore, forse in conseguenza del peso di una situazione non più gestibile.
« Certo: ne avevi parlato con me e con Masva, creandoti in tal modo un alibi perfetto per proteggerti da ogni sospetto: chi avrebbe infatti accusato proprio colui che per primo aveva annunciato presagi negativi. » rispose la mercenaria « Ma tu sei stato proprio l’unico a lasciare in più occasioni il ponte, prima con la scusa recuperare alcune funi, poi offrendoti volontario per la distribuzione dell’acqua a tutti noi. »
« Non è vero… » gemette egli, non riuscendo a trovare altre parole in propria difesa.
« Ja’Nihr non aveva motivo per temerti. » proseguì intransigente la donna, stringendo i denti in quelle parole « Dimmi… ella ha avuto la possibilità di comprendere che tu l’hai tradita prima di morire? Ha avuto l’occasione di guardarti in faccia e domandarti silenziosamente “perché”? »
Nessuna risposta, ora, uscì dalle labbra del giovane, vistosamente tremante davanti ad ella, diviso da un tremendo conflitto interiore, un’incertezza che Ron-Hun, suo complice, non aveva mai dimostrato.
« Quando poi l’omicidio è stato scoperto, mentre tutti noi siamo stati attirati, e distratti, dalla vista del cadavere, tu hai avuto l’occasione ed il tempo necessario a sostituire la vela di trinchetto con una di riserva, opportunamente preparata con la filastrocca “divina”. » continuò la mercenaria, scuotendo il capo « In effetti quelle parole non erano menzognere: una condanna era stata emessa contro tutti noi… ma non da parte degli dei e non per mano di fantomatici spettri. »
« Ma… come? » balbettò Masva, sconcertata a quell’ipotesi, a quella teoria di complotto « Perché? »
« Anche tu lavori per lei, non è vero? » incalzò Midda, fissando il guercio nel suo unico occhio « Approfittando della morte del vecchio equipaggio, tu e Ron-Hun siete stati infiltrati a bordo della Jol’Ange, guerrieri dormienti in attesa di un mio ritorno per poter compiere il vostro mortale dovere. Perché sapevate che prima o poi sarei tornata al mare, che prima o poi avrei avuto bisogno di una nave e che non mi sarei fidata di altra imbarcazione al di fuori di questa. Non è vero? »
Nessuno osò muovere un singolo muscolo, nonostante l’incessante violenza della tempesta attorno a loro, nonostante le sartie si tendessero al punto tale da potersi spezzare da un momento all’altro, nonostante la furia dei venti si scatenasse contro gli alberi con una forza tale da rischiare di spezzarli di netto.
Neanche Av’Fahr, ancora chino sul corpo morto del primo traditore con il proprio desiderio di sangue e vendetta nei confronto dell’assassino di sua sorella, osò accennare un minimo gesto: quella situazione, quell’assurdo complotto sembrava troppo complesso, troppo paradossale per apparire vero, ma nelle parole della donna guerriero era una logica chiara, un’evidente analisi dei fatti.
« Tamos…? » sussurrò appena Masva, rivolgendosi al compagno « Dimmi che non è vero… »
« Tu e Ron-Hun eravate gli unici spettri di questa nave. » concluse la mercenaria, portandosi di fronte all’avversario ed alzando il viso di lui con la propria mano sinistra « Non è vero? »
Ed il giovane, a quel punto, crollò a terra, lasciandosi riversare sul ponte bagnato della nave, coprendosi il viso ed il capo con le mani, atterrito dal dolore, dal senso di colpa per le proprie azioni: « E’ così. » ammise quasi inudibile.
Una collettiva esplosione di stupore seguì quell’affermazione, quella risposta: Tamos si stava dichiarando colpevole di fronte alle accuse di Midda, stava assumendo la piena responsabilità per la morte di Ja’Nihr e per l’attuazione di quella macchinazione incredibile ai danni dell’intero equipaggio, contro coloro che fino a pochi istanti prima avevano avuto assoluta fiducia in lui, che mai avrebbero sospettato qualcosa e che, probabilmente, se lui avesse negato tutto gli avrebbero anche creduto, giudicando irragionevole la ricostruzione altrimenti perfetta compiuta dalla donna guerriero.
« La Bal’Fair… » incalzò ella, piegandosi sopra di lui, senza apparente ira, senza evidente desiderio di violenza « … è stato un caso il nostro incontro con quella nave? »
« No… » scosse egli il capo chino.
« Come è possibile? » domandò Berah, frastornata da quelle rivelazioni « Vuoi dire che… »
« L’ippocampo. » annuì Tamos, sollevando appena lo sguardo verso di loro « E’ stata opera dei nostri compagni… opera del nostro capitano. »
« Voi avreste dovuto avere un solo capitano… » intervenne a quel punto Noal, ferito dalle parole del giovane marinaio « E quello era Salge! »
« Io gli volevo bene… » gemette a quel punto il traditore « Non volevo eseguire gli ordini… ma non ho avuto scelta. Voi non la conoscete… non avete idea di ciò che ella è in grado di fare. »
« Di chi stai parlando? » domandò Av’Fahr, non riuscendo a disprezzare in quel momento il compagno di un tempo, come invece avrebbe desiderato poter fare nella consapevolezza del ruolo di egli nella morte di sua sorella « Chi è che ti ha spinto a tanto? »
« Lei è… »
Ma prima che egli potesse avere il tempo concludere quella risposta, prima che gli fosse data la possibilità di spiegare le proprie azioni, una nuova e violenta onda investì la nave, con forza stravolgente, con impeto incredibile: chiunque, presente sopra il ponte della goletta priva di controllo, fu spazzato in conseguenza della propria potenza di quella marea, trascinato senza possibilità di opposizione lontano dalla solidità, dal riparo, dalla protezione della Jol’Ange. E Midda, unica a non essere legata come gli altri all’albero maestro dell’imbarcazione, nulla poté contro quella furia devastatrice.
L’ultima immagine che alla donna guerriero fu concessa di vedere fu quella del volto di Tamos, straziato dall’orrore più puro al pensiero di colei che ne stava guidando i passi, che ne aveva condotto il cammino fino al disonore del tradimento.
Ed il resto fu solo caos… e silenzio.
venerdì 18 aprile 2008
099
Avventura
003 - Gli spettri della nave
« Midda… ma cosa? » tentò di domandare Noal.
Il nuovo capitano della Jol’Angel, come tutti, non poté evitare di celare il proprio stupore e la propria ira allo scoprire ed al comprendere la natura del loro avversario, l’identità dell’assassino dei loro compagni nella figura di un traditore, di un amico creduto morto e come tale compianto: Ron-Hun.
Egli giaceva lì, di fronte a loro, avvolto nelle stesse vesti nelle quali davanti agli sguardi di tutti aveva posto fine alla vita di Salge, del loro capitano: rantolante, più simile ad animale ferito che ad uomo, egli stringeva a sé gli arti fratturati dall’ira di Midda, un braccio ed una gamba, perdendo copiosamente sangue da due diverse ferite sul corpo, una sul petto ed una sul braccio integro.
« Vi devo chiedere perdono! » riprese la donna guerriero, rivolgendosi a tutti i compagni « Non solo sono stata tanto sciocca da non aver compreso la morte simulata di Ron-Hun, dimenticandomi di tutte le tecniche conosciute nel continente di Hyn per tale possibilità… »
Come dimentichi della tempesta a loro circostante, i superstiti della Jol’Ange si raggrupparono attorno alla coppia, per poter ascoltare, per poter comprendere, per poter giudicare, per poter trovare vendetta.
Lo stesso Av’Fahr, per quanto fremente in cerca di pace per la morte della sorella, si trattenne per prestare attenzione alle parole della mercenaria, per comprendere come il traditore potesse essersi macchiato di un tale assurdo crimine apparentemente privo di senso.
« … ma soprattutto per essere stata la causa delle morti che ci hanno coinvolto, che vi hanno strappato dalle braccia persone amate. » continuò ella, rivolgendo lo sguardo in particolare al colosso d’ebano ed a Berah, i quali più di chiunque altro avevano sofferto per quelle perdite.
« Perché dici questo? » chiese il nuovo capitano della Jol’Ange, non comprendendo le ragioni dietro a quell’auto accusa da parte della donna « In che modo sei legata a quest’uomo ed ai suoi crimini? »
« La morte di Ja’Nihr e quella di Salge, come tutte le altre che sarebbero a loro seguite, non erano atte a colpire voi… ma a ferire me. » ammise ella, socchiudendo gli occhi e trattenendo a stento l’ira « Non conosco quest’uomo, ma conosco chi ne ha guidato le azioni: colei che si cela dietro alle azioni infami di questo traditore è un’ombra appartenente al mio passato, alla mia vita, di cui voi non avreste dovuto avere colpa. »
« Vuoi dire che Ron-Hun è stato con noi per tutto questo tempo attendendo che tu ritornassi su questa nave? » intervenne Berah, sbarrando gli occhi per l’incredulità di ciò che stava udendo « Che è stato a noi fedele solo per esaudire un incarico preso con altri? »
« Sì. » annuì Midda, chinando il capo.
« Maledetto! » gridò a quel punto Av’Fahr, gettandosi contro l’uomo a terra, il prigioniero ferito ai loro piedi « Avevo ragione! Avevo ragione fin dal primo istante… tu hai ucciso mia sorella! »
La furia del marinaio fu tremenda e prima che chiunque potesse tentare di fermarlo, prima che la stessa mercenaria potesse nuovamente frapporsi fra loro, il cranio di Ron-Hun esplose come un frutto maturo fra le mani del suo carnefice, schiacciato in un’orrenda e incredibile morte da cui alcun trucco avrebbe mai potuto offrirgli possibilità di ritorno. Al condannato non fu concesso il tempo di comprendere ciò che stava avvedendo, non fu concessa l’occasione di offrire un’ultima preghiera ai propri dei: la morte calò impietosa su di lui nello stesso modo in cui egli aveva assassinato senza ripensamenti coloro a cui aveva giurato falsamente fedeltà, coloro per cui sarebbe dovuto essere pronto a morire.
Un istante di silenzio seguì quell’esecuzione: nessuno ovviamente poté offrire colpa ad Av’Fahr per il suo gesto, nessuno osò giudicarlo. La vendetta per i crimini del traditore assassino non poteva essergli negata, la rabbia per la morte di Ja’Nihr, tanto a lungo repressa, non doveva essergli proibita. Ma quando uno scossone ricordò a tutti della burrasca che li circondava, essi si ripresero, staccando gli occhi dalla scena e rivolgendo lo sguardo verso il loro comandante.
« Giustizia è stata compiuta, davanti agli uomini e davanti agli dei. » sentenziò Noal, con freddezza « Ora riprendiamo i nostri posti… ritorniamo ai nostri incarichi: non le divinità del mare sono nostre avversarie quest’oggi, ma solo la follia di un uomo che reputavamo amico. »
Prima che chiunque potesse voltarsi, però, la donna guerriero scosse il capo, riprendendo parola: « Non è ancora finita. »
Av’Fahr, chino a terra sul corpo dell’uomo da lui ucciso, sollevò lo sguardo verso di lei, seguito in quel gesto da tutti i compagni: « Cosa intendi dire? Egli è morto e non intendo cercare la mia vendetta contro di te, per quanto il mio cuore mi spinga in tale direzione… »
« Non intendo riferirmi a me stessa, anche se lo meriterei. » commentò la mercenaria, con espressione ora tornata seria, calma e controllata, avendo ormai superato l’impeto d’ira inizialmente subito nello scoprire l’identità della mandante dell’assassino « Ron-Hun ha ucciso Salge: ma non era il solo traditore a bordo di questa nave… non è vero, Tamos? »
Gli sguardi dell’intero equipaggio si voltarono verso l’uomo a quell’affermazione, a quella grave accusa nei suoi confronti: se l’idea di avere un traditore a bordo della nave, un assassino a cui avevano offerto incommensurabile fiducia fino a quel momento, era inconcepibile e suscitava una naturale ira in tutti loro, il pensiero che i rinnegati fossero in due appariva fuori da ogni logica. Risultava contro natura anche solo pensare di accettare che due persone chiamate “amici”, paragonate a fratelli oltre ogni legame di sangue, potessero aver complottato per tutto quel tempo contro di loro, a discapito della loro sopravvivenza: ma, in quel momento, in quella crisi di ogni valore, di ogni concezione della realtà offerta dalla morte del capitano e della cacciatrice, le parole di Midda non potevano essere ignorate, le sue accuse non potevano essere facilmente liquidate.
« Cosa? » domandò con aria stupita il giovane marinaio « Io?! »
« Ron-Hun non aveva mai lasciato l’albero maestro, durante tutto il suo turno. In quello non mi ero sbagliata e, del resto, tutti ne eravamo stati testimoni. » spiegò freddamente la donna, osservandolo senza alcuna pietà.
« Ma io non ho… » tento di obiettare l’uomo.
Ella lo zittì: « Hai ucciso Ja’Nihr con l’arma di Ron-Hun al fine di attirare i sospetti su di lui, seguendo un piano comune perfettamente orchestrato e gestito. » esclamò, alzando la voce per imporsi su quella avversaria « Per tutto il giorno sei apparso più taciturno del solito: forse per il peso di ciò che sapevi di dover compiere, prima, e che sapevi di aver compiuto, poi, oppure per una fredda azione di dissimulazione. Questo io non so discriminarlo. »
giovedì 17 aprile 2008
098
Avventura
003 - Gli spettri della nave
Nel mentre in cui la lama avversaria venne diretta verso il cuore di Midda, con un movimento simile a quello nel quale Ja’Nihr aveva incontrato la conclusione della propria esistenza, la donna guerriero si voltò ad una velocità quasi disumana, conducendo il proprio braccio destro ad offrirle difesa. Ma in quel gesto, ella non si limitò a proteggere il proprio corpo dal nemico: al colpo che impose sopra il polso dell’uomo, infatti, la mercenaria offrì tanta forza da spezzare senza incertezze l’arto diretto contro di lei, generando un raccapricciante suono di ossa rotte.
« Tu?! » esclamò ella, con orrore, nel gettare la propria mano sinistra in avanti, alla ricerca del collo avversario, per afferrarlo, per stringerlo, per massacrarlo se possibile.
La fredda ira della donna, dopo aver riconosciuto l’identità di egli, aveva raggiunto un livello tale che avrebbe strappato la di lui carotide a mani nude con selvaggia violenza primordiale, se solo egli non le fosse riuscito a sfuggire. Ma il guerriero si sottrasse di fronte ad ella, gemendo per il polso frantumato.
« Perché? » domandò nuovamente la donna, avanzando verso di lui, in un’inversione dei ruoli che vide ora l’uomo tentare una disperata fuga « Perché?! »
Nell’arretrare da lei, l’avversario cercò di offrirle nuovi attacchi, scagliando contro la donna due corti pugnali da lancio: Midda, ora distratta dal desiderio di morte per egli, non ebbe modo di accorgersi di quell’attacco e se la prima delle lame rimbalzò contro il di lei braccio destro, la seconda si conficcò nella carne della di lei stessa spalla destra, evitando fortuitamente le ossa e trapassandola quasi da parte a parte nella morbidezza di quelle membra. La donna, però, non si fece fermare da quell’attacco e con un movimento deciso della mancina strappò dalla propria spalla l’arma, ignorando il danno minimale subito, per rilanciarlo con violenza contro il nemico.
Un nuovo gemito di dolore, ora non più controllato, segnalò come quella reazione fosse andata a segno, colpendo l’avversario già ferito, già leso: ed il sentire quel lamento fu per la mercenaria un vero e proprio incentivo, lasciando crescere la di lei forza, il di lei desiderio di vendetta.
« Perché? » insistette, riprendendo a muoversi verso di lui, senza fretta ma inesorabile, temibile, terribile.
Un rumore metallico contro il legno comunicò alla donna che il proprio nemico si era liberato della lama in lui conficcata per lasciarla poi ricadere: il fatto, poi, che non avesse tentato una nuova offesa le indicò chiaramente come ormai egli stesse retrocedendo, cercando una qualche fuga lontano dalla di lei ira, dalla furia in lei incarnata. Ma non vi sarebbe stata per lui possibilità di vittoria, non vi sarebbe stata per lui possibilità di vita.
Ella, raggiungendo con il piede il pugnale a terra, accennò un inchino per poterlo raccogliere ed in quel mentre avvertì un repentino spostamento d’aria: un calcio, in quella sua presunta distrazione, era rivolto al di lei viso, indirizzato al di lei capo, forse in un tentativo di coglierla nuovamente alla sprovvista, in una fugace speranza di salvezza da un destino ormai scritto. A quell’attacco ella offrì nuovamente il proprio braccio destro, afferrando con forza la gamba diretta contro di lei e ripiegandola di netto verso l’alto: un nuovo macabro suono di ossa rotte seguì quel gesto accompagnato da un alto gemito di dolore, impossibile da contenere, da trattenere.
La donna guerriero, impossessatasi qual era del pugnale con la mano sinistra avrebbe potuto porre fine a quello scontro, vendicando i compagni perduti: ma ella, ormai, non desiderava solo la morte del proprio avversario. Doveva comprendere, doveva capire il perché di quelle morti assurde, cosa poteva averlo spinto a commettere quegli omicidi a sangue freddo: tutto ciò che era successo, infatti, appariva assurdo, totalmente privo di ogni logica e di ogni movente.
« Perché?! » ripeté per l’ennesima volta, lasciando andare la gamba dell’uomo e spingendolo indietro, verso la fine della stiva, verso l’uscita dalla stessa, incentivandolo a ritornare verso il ponte, verso il destino che lo avrebbe atteso davanti agli occhi di tutto l’equipaggio della Jol’Ange.
Con due ferite da lama in corpo ed un polso ed una gamba spezzati, all’uomo non fu concessa più libertà di azione, non venne offerta più alcuna speranza: liberato dalla stretta di lei e sospinto, egli ricadde a terra, iniziando a strisciare verso l’uscita, in un istintivo tentativo di sopravvivenza, in un primordiale ed assolutamente improbabile desiderio di fuga.
« Pensavi… veramente che lei ti avrebbe concesso… di tornare ai mari? » gemette la voce dell’uomo, prendendo finalmente parola.
« Lei?! » domandò Midda, arrestandosi di colpo e sbarrando gli occhi in un momento di stupore.
« Sì… lei! » rispose egli, sputando sangue ed arrancando ormai fuori dall’oscurità della stiva, nel corridoio dove la pietra viola era stata lasciata dalla mercenaria.
« E’ lei che ti manda? E’ per lei che lavori? » domandò ella, con rinnovata foga, con evidente frustrazione nel cogliere il riferimento a quella donna, a quel maledetto passato di cui non sembrava potersi liberare.
« Midda… Bontor… grande guerriera… » ridacchiò l’avversario, mostrando un volto straziato dal dolore ma traspirante un orrido sadismo nell’osservarla « Fuggire non ti… servirà… ella ti scoverà… sempre… »
« Perché Salge? Perché Ja’Nihr? » gridò la donna, afferrando l’avversario all’altezza del collo con la mano destra, sollevandolo da terra con rabbia ormai non più fredda, non più controllata.
« Lei vuole… vuole… che tutti attorno… a te… muoiano. » sussurrò egli, ora quasi soffocato da quella presa « Ucciderti… sarebbe troppo… semplice… »
« Maledetto! » ruggì ella, lanciandolo letteralmente verso l’alto, verso il ponte della Jol’Ange straziato dalla tempesta incessante.
E Ron-Hun ricadde sul legno bagnato e scivoloso, avvolto ancora nel nero manto impregnato del suo stesso sangue, gemendo per il dolore degli arti fratturati e delle ferite riportate subito ricoperte dalla salina acqua del mare.
L’intero equipaggio della goletta sembrò pietrificarsi a quella vista, nel riconoscere il volto del loro compagno creduto morto ora illuminato dalla fosforescenza violacea delle pietre legate in ogni punto della nave, ad illuminarne il cammino: incredulità, stupore furono i primi sentimenti che nei loro cuori, nelle loro menti si proposero frastornanti. Ma quando Midda riemerse dopo di egli dalla stiva, quando la donna si mostrò sprezzante e furente verso il proprio prigioniero, tutti compresero e non dubitarono neanche per un istante dell’evidenza.
« Uccidermi non sarà MAI semplice, lurido cane! » ringhiò la mercenaria, prima di levare il capo verso i compagni, verso il resto dell’equipaggio, con pupille tanto espanse nelle iridi da far apparire i di lei occhi completamente neri.
mercoledì 16 aprile 2008
097
Avventura
003 - Gli spettri della nave
Midda si sollevò con energia e rapidità lungo la rete di corda, al di sopra delle casse così fissate sui lati della stiva: il movimento continuo e brusco della nave spesso tentò di impedirle quella breve ascesa, ma la di lei determinazione, nonostante il buio totale in cui si era volontariamente rinchiusa, era tale da non concederle possibilità di fallimento. In pochi battiti di cuore ella si pose così sopra il legno e la canapa, costretta dal breve spazio offertole a restare a carponi, quasi schiacciata contro il soffitto della stiva: tenendosi con braccia e gambe larghe in tutta l’estensione a lei concessa, iniziò a muoversi lentamente, quasi simile a ragno, ad avanzare in quella posizione, cercando di spingere i propri sensi ad offrirle una visuale su ciò che l’attendeva.
Fu l’olfatto il primo, però, a giungerle in soccorso, laddove nell’odore di salsedine e di acqua marina, fra la fragranza del legno e quella della corda, il gusto del sangue si impose chiaro come il peggiore dei fetori o il migliore degli aromi: cruore, linfa vitale che in grandi quantità aveva impregnato l’ambiente a lei frontale, la zona verso cui si stava dirigendo. Un corpo morto non era a lei distante, un cadavere doveva essere stato lì stipato e nel momento in cui la di lei mano sinistra si appoggio su una forma morbida, su pelle fredda ma vellutata, ella comprese di aver ritrovato Ja’Nihr. I resti della cacciatrice erano stati gettati, senza troppe premure, sopra alle casse, quasi ella fosse una vecchia bambola di pezza ora rotta ed inutile: i di lei arti, accartocciati in maniera innaturale, si intrecciavano in molteplici punti alle reti, lasciandola lì legata ed immobile nonostante la tempesta. Solo il capo si agitava in continuazione, ad ogni movimento della nave, gettandosi macabramente privo di controllo a destra ed a sinistra, digrignando i denti in un funereo canto di morte. La donna guerriero cercò di isolare l’immagine mentale così realizzata della compagna perduta per non avere distrazioni, per non disonorare il ricordo della defunta nel fallimento della propria missione.
Solo in quel momento, nell’esatto istante in cui nella stiva venne scordata la presenza del corpo di Ja’Nihr, la mercenaria poté individuare il proprio avversario: al di lei udito giunse il suono ritmico del respiro di egli, dissimulato al pari del proprio nel suono delle onde, nel fragore della tempesta; al di lei tatto fu un accenno di umano calore, in assoluto contrasto con il freddo umido di quella stiva; al di lei olfatto fu l’odore della digestione di una cena a base di pesce, condito con forti spezie di origine orientale.
Come ella si accorse di lui, così egli non poté mancare di cogliere la di lei presenza ed, in conseguenza a questo, una lunga lama venne mossa con mortale silenzio verso la guerriera, verso il di lei viso e collo: ma, senza farsi cogliere alla sprovvista, la mano destra di Midda non mancò di saettare con velocità non meno inferiore a quella dell’offesa offerta, lasciando infrangere in uno scintillio metallico l’arma avversaria contro le di lei difese. Immediata, a quel punto, fu la reazione della donna che, chiudendo il proprio pugno destro con forza, torse il polso per spezzare con violenza la lama avversaria e rilanciarla verso egli prima di lasciarsi rotolare di lato a gettarsi oltre il bordo delle casse, verso il pavimento della stiva sotto di loro.
Nell’attimo in cui ella appoggio a terra i piedi, ammortizzando l’impatto al punto da emettere solo una vibrazione praticamente impercettibile, un sussulto si avvertì nell’unico altro respiro presente in quell’oscurità: il frammento di metallo da lei gettato come pugnale era andato a segno, colpendo il nemico, ma egli, in quel suo trattenere ogni gemito di dolore, dimostrò ancora una volta la propria temibile preparazione. La donna a quel punto non ebbe più dubbi: il di lei avversario non era divino o ultraterreno. Era un guerriero, suo pari, un uomo addestrato alla guerra, all’omicidio, alla lotta, alla sofferenza ed alla morte: e proprio quelle due ultime qualità sarebbero state le uniche che ella gli avrebbe concesso di adoperare, le sole che ella avrebbe riservato nel suo immediato futuro.
« Perché? »
Quella domanda le nacque spontanea, trovando naturale formalizzazione nella di voce della mercenaria.
Nel momento in cui la natura del di lei avversario apparve chiaramente umana, nel momento in cui l’odore di un nuovo sangue iniziò a diffondersi nell’ambiente offrendo un mal celato piacere nel cuore della donna, solo quella domanda restava priva di risposta, simile ad una questione di fede.
Ma il nemico incognito non volle rispondere ed, anzi, tentò di approfittare di quel momento, reputandola distratta, per gettarsi dall’alto verso di lei: ella, tutt’altro che priva di guardia, si lasciò ricadere all’indietro, sulla schiena, per accogliere con i propri piedi il corpo in movimento e slanciarlo alle proprie spalle, sfruttando contro di egli la stessa energia offerta in quel tentativo d’offesa. E prima ancora che al guerriero fosse concessa possibilità di ripresa, ella si lascio rotolare, a completare la capriola così iniziata per gettarsi con la violenza di entrambe le ginocchia contro la cassa toracica dell’avversario. Il colpo fu potente e preciso, nonostante tutte le condizioni negative di quello scontro, e l’uomo, ora, non poté evitare di gemere nell’avvertire chiaramente le proprie costole incrinarsi sotto tanta passione, in conseguenza di tale attacco, al contempo freddo ed iracondo.
Rapidamente nuovi colpi seguirono i primi, alternandosi con forza e con enfasi contro quel corpo ora a lei sottomesso: ma in quel sostare eccessivo sopra il corpo avversario, ella commise un’imprudenza che volse a favore dell’uomo, il quale poté, con non poca forza di volontà, muovere le mani a cogliere gli arti di lei in movimento per afferrarli, bloccarli e, con decisione, sospingerli lontano da sé. Midda si vide pertanto gettata verso l’alto, scoperta a possibili offese avversarie che non mancarono di presentarsi nella forma di una nuova lama, estratta apparentemente dal nulla e diretta con velocità letale contro il di lei ventre. Se ella non avesse posseduto la prontezza di riflessi derivata da una vita di combattimenti, da una lunga ed ininterrotta sequenza di vittorie contro contendenti sempre più pericolosi dei propri predecessori, sicuramente quell’arma avrebbe aperto in due il suo addome: al contrario, ella sfruttò il movimento forzatamente offertole dalla reazione avversaria per puntare le proprie mani al suolo e roteare con l’intero corpo in avanti, evadendo ad una morte sicura.
Il guerriero nemico a quell’insuccesso reagì subitaneo, senza permettersi alcun genere di sconforto emotivo, guidando una nuova serie di affondi contro di lei con la propria arma, un lungo pugnale probabilmente, forse il medesimo con cui aveva ucciso Salge: ma la donna guerriero, già in movimento, non gli concesse di trovare in lei alcun bersaglio, alcun obiettivo, allontanandosi rapidamente in direzione della prua della nave, unica concessale, con una serie di rotazioni continue, ininterrotte. L’inseguimento fra i due fu avvincente, nell’oscurità completa, nel frastuono assoluto della tempesta che non concedeva loro alcuna tregua, alcuna possibilità di chiara percezione sensoriale: la lotta non era solo fisica ma, al contrario, soprattutto mentale, in uno scontro che avrebbe visto perire il primo fra loro che si fosse distratto, perdendo il controllo sull’ambiente circostante e, conseguentemente, donandosi in totale balia delle azioni nemiche. Midda, in quell’azione evasiva, si ritrovò a dover fare anche i conti con la limitata lunghezza della goletta che, dopo troppo poco spazio, presentò la curva anteriore della propria chiglia.
« Sei morta! » esclamò l’uomo, spingendosi in un ultimo affondo, verso di lei.
E la donna, ritrovatasi con il viso contro il legno della nave e le spalle rivolte ad egli, nell’udire la voce dell’avversario non poté evitare di sbarrare gli occhi, in un naturale gesto di stupore e smarrimento.
martedì 15 aprile 2008
096
Avventura
003 - Gli spettri della nave
Respirando a fondo, ad isolarsi dal mondo a lei circostante, dalla tempesta che senza tregua infuriava attorno a loro, Midda sollevò le braccia per liberarsi il viso dai capelli appiccicati ad esso, tirandoli ordinatamente tutti verso l’indietro: l’acqua e la salsedine che li impregnavano erano tali che essi si compattarono immediatamente sulla nuca e contro il collo, quasi fossero cosparsi d’olio o di grasso. In quel modo la cicatrice sembrò risaltare più del solito sul di lei volto, solcandolo, squarciandolo di netto in verticale sull’occhio sinistro, ed il di lei sguardo, ignaro della pioggia o del vento, delle onde o del sale, si presentò fisso e determinato, rilucente nel colore di ghiaccio delle iridi. Impugnando con saldezza una pietra viola nella mano sinistra, libera dalla spada perduta negli abissi del mare, ella sciolse il proprio legame di canapa con l’albero maestro della Jol’Ange, per essere libera di poter agire, di poter combattere, di poter uccidere. Ed armata unicamente del proprio braccio destro, del metallo nero privato dei soliti riflessi rossastri a causa dell’incrostatura offerta dall’acqua del mare, ella avanzò attraverso la soglia oscura che si offriva sulla stiva della nave, per affrontare il proprio destino.
La luce violacea emessa in maniera naturale dalla pietra, offriva allo sguardo della donna la possibilità di spaziare sull’intera scalinata e sul breve corridoio al suo termine, quel corridoio in cui Ja’Nihr aveva trovato la morte e dal quale si poteva accedere alle tre cabine, all’armeria ed alla stiva vera e propria. I sensi della donna impegnarono tutta la sua esperienza guerriera al fine di apprendere ogni minimo, per quanto confusionario, suono della tempesta e della nave, per poterlo riconoscere ed isolare acusticamente, per poterle permettere di individuare la presenza di un nemico nei di lui movimenti come non si era dimostrata in grado di compiere fino ad allora. Certamente se lo spettro si fosse dimostrato veramente tale, alcun impegno al fine di riconoscerlo sarebbe stato utile: in effetti ella non aveva neanche preso in considerazione la possibilità di ritrovarsi ad affrontare un nemico immortale, oltre le proprie capacità, ma tale scelta non era stata in conseguenza di una sottovalutazione dell’avversario. La mercenaria aveva assistito in prima persona all’assassinio di Salge e, per quanto il di egli aggressore non offrisse alcuna caratteristica inequivocabilmente umana e mortale, ella lo aveva visto maneggiare un pugnale: sommando a tale particolare le modalità dell’uccisione della cacciatrice dalla pelle d’ebano, sempre attraverso una lama, ella non poteva evitare di giungere alla conclusione che, di qualsiasi natura il nemico fosse, esso fosse dotato di una consistenza materiale. E tale corpo, se tale si fosse potuto definire, sarebbe stata la sua condanna a morte.
Concentrata e fredda nella mente, nel cuore, nell’animo e nel corpo, la donna mosse i propri passi con decisione ma delicatezza, cercando completo controllo sull’ambiente attorno a sé in quel lento avanzare: non aveva fretta, non aveva premura di giungere allo scontro. Se così fosse stato, ella avrebbe offerto un nuovo vantaggio all’avversario, avrebbe commesso l’ennesimo errore e da quando era salita a bordo di quella goletta, forse influenzata dai ricordi di una vita che non le apparteneva più, già troppi sbagli si era concessa, mancanze per cui altri avevano pagato pegno.
Le prime due porte a lei offerte, una di fronte all’altra, erano quelle delle cabine minori: mosse caoticamente dall’ondeggiare stesso della nave, prive di controllo e di blocco, tali usci sbattevano in modo aritmico contro i propri infissi. Quelle due stanze rappresentavano un primo pericolo per lei, dato che l’ignoto avversario si sarebbe potuto celare in esse ed avrebbe così potuto approfittare del di lei movimento per aggredirla alle spalle. Giunta qual era a quel punto, ella dovette pertanto a dover compiere una scelta dalla quale sarebbe potenzialmente derivato l’intero svolgimento del combattimento contro il proprio nemico, dalla quale avrebbe potuto dipendere la di lei vita e la di lei morte: come sempre la di lei mente iniziò ad analizzare le possibilità alternative a lei offerte, a cercare di individuare la migliore strategia che avrebbe potuto seguire. Era ovvio, infatti, che non avrebbe mai potuto affrontare quella sfida a cuor leggero. Quella volta non poteva concedersi battute, non avrebbe perso tempo e concentrazione nel canzonare il proprio avversario: contro un sicario o contro uno spettro, contro un messo divino o contro chiunque esso fosse, ella avrebbe impegnato ogni proprio pensiero, ogni proprio respiro, ogni proprio movimento.
Dopo una rapida riflessione, pertanto, la donna decise di arrischiarsi in un gioco estremamente azzardato, che le avrebbe richiesto il massimo delle proprie capacità, il massimo della propria bravura guerriera: ella appoggiò quindi a terra la propria pietra viola, delicatamente, per poi iniziare ad avanzare lentamente attraverso il breve corridoio, ignorando non solo le porte delle due cabine minori, ma anche quella della cabina del capitano e dell’armeria, per dirigersi direttamente verso la stiva. La luce della pietra le avrebbe potenzialmente concesso il dono della vista all’interno di quelle tenebre, ma avrebbe sicuramente offerto anche lo svantaggio di essere individuata con facilità nelle medesime: un sfavore che ella non poteva permettersi di subire nel confronto con un avversario temibile come quello che avrebbe affrontato e che, probabilmente, avrebbe trovato modo per annullare la di lei possibilità di vederlo, azzerando l’utilità offerta dalla pietra. Per tale ragione, a quel punto, ella decise che era meglio procedere nell’abbraccio dell’oscurità, non ricercando vantaggi per se stessa e non donandone al proprio nemico.
L’oscurità della stiva, così, le venne offerta nella propria assoluta pienezza. Mantenere gli occhi aperti o chiuderli, in quel momento, non avrebbe rappresentato alcuna differenza alla di lei percezione dell’ambiente e, pertanto, al fine di concentrare maggiormente l’attenzione della propria mente sui quattro sensi, normalmente trascurati dalla maggior parte delle persone, scelse di serrare le palpebre: si sarebbe affidata unicamente all’udito, all’olfatto, al gusto ed al tatto, come solo un vero guerriero avrebbe saputo fare, come solo chi nato per combattere ed uccidere sarebbe riuscito a compiere per la propria salvezza. Ed in quella condizione, paradossalmente, l’incredibile ed assordante frastuono del mondo attorno a lei sembrò volgere a proprio vantaggio: le vibrazioni sonore, diffondendosi dalle pareti della nave all’interno di tutta la stiva, rimbalzarono in un modo che inizialmente parve caotico, disorientante, impossibile da seguire, ma che subito dopo si trasformò in una melodia ritmica, in un’armonia costante che delineò nella di lei mente una topografia chiara dell’ambiente a lei circostante.
Ella poté quindi osservare, attraverso l’udito ed il tatto, la vasta stiva della nave, ricca di casse saldamente ancorate in grandi intrecci di corde utili a mantenerle bloccate sulle pareti esterne, equilibrandone il peso correttamente da un lato e dall’altro dell’imbarcazione. Ella poté percepire chiaramente il suono rifrangersi nello stretto corridoio creato dallo stesso carico della Jol’Ange, delineando un passaggio obbligato per chiunque, un cammino sopra il quale il pericolo sarebbe potuto piombare in un qualsiasi momento: lei, al posto del proprio avversario, avrebbe infatti atteso il proprio arrivo celandosi sopra quelle casse, aggrappandosi alle reti di canapa per potersi gettare contro al nemico nel momento migliore, come un predatore appostato pazientemente nell’aspettativa della propria vittima, del proprio pasto.
Conscia di quella situazione, consapevole dell’ambiente attorno a sé, cosciente delle proprie capacità e dei propri limiti, ella decise allora di attaccare per non essere attaccata e cercando di mantenere il silenzio a cui si era affidata fino a quell’istante, cercando di mischiare il proprio stesso respiro al ritmo delle onde e della burrasca attorno alla nave, ella afferrò saldamente una delle maglie della prima rete alla sua destra ed iniziò ad arrampicarsi su di essa.
lunedì 14 aprile 2008
095
Avventura
003 - Gli spettri della nave
Inesorabile come la vita, tremenda come la morte, la donna guerriero si arrampicò lungo la corda che la legava all’albero maestro della nave, con forza, con decisione: le di lei mani, attorno a quella canapa bagnata, si stringevano al punto tale che non le fu concessa la possibilità di scivolare, nonostante l’irruenza delle onde, nonostante l’energia del mare a lei opposta. Più le acque cercavano di sopraffarla, anzi, più ella si spingeva a superarle, a riemergere alla superficie ed a riguadagnare il fianco della goletta.
« Midda! » richiamò gridando la voce tuonante di Av’Fahr, mischiandosi in maniera confusa nel rumore della tempesta « Midda! »
« Sono qui! » rispose ella, fredda nella voce, nello sguardo, nei gesti.
Nel proprio animo la rabbia era già un sentimento superato, l’ira era già assorbita: lasciarsi dominare da tali emozioni avrebbe compromesso la di lei resa, avrebbe offerto vantaggio al proprio avversario su di lei, sul proprio corpo dominandone la mente ed il cuore. Ma non sarebbe accaduto, non sarebbe stato così: tutta la violenza selvaggia scatenatasi in lei alla vigliacca uccisione di Salge era stata metabolizzata nelle di lei vene, nelle di lei membra, trasformandosi in nuova energia, riportando l’intelletto alla lucidità assoluta, ad una chiarezza assolutamente letale per chiunque le si fosse opposto. Lei era forza, lei era potere, temprata nel fuoco di troppe morti, raffreddata nel sangue di troppi amici e nemici: nell’ultimo e più violento tuffo in mare aveva smarrito la propria spada dalla lama azzurra, aveva perduto l’unica compagna fedele di tanti anni, completamento per la di lei mano sinistra ma, a tutti gli effetti, era oltre la necessità di una lama. Ella era un’arma: un’arma vivente che si sarebbe presto scagliata contro l’assassino di Ja’Nihr, di Ron-Hun e di Salge. Ormai non era più rilevante la natura di esso, non importava se esso fosse stato un sicario, uno spettro, un uomo o un dio: a qualunque natura egli potesse appartenere, qualsiasi cosa esso fosse, ella lo avrebbe annientato.
In quei pensieri, con quella completa e mortale serenità interiore, ella scalò rapidamente la fiancata della nave, venendo aiutata da Av’Fahr in quale, avendola udita, impegnò la propria forza a sollevarla dalle acque, a permetterle di ascendere fino nuovamente al ponte.
Quand’ella giunse ad appoggiare le mani alla balaustra della nave, per issarsi sopra di essa, il di lei sguardo non poté impedirsi di notare le conseguenze della morte dell’amico, della scomparsa del capitano: Berah, in lacrime, si stringeva al corpo inanimato dell’uomo amato e perduto; Noal, diviso fra dolore e dovere, cercava di comandare ancora l’equipaggio sopravvissuto, ritrovandosi però inerme di fronte alla tempesta nell’avere a disposizione solo Tamos e Masva, nonché ovviamente Camne per quanto poco la giovane donna potesse offrire. Quell’istante, quel momento di dramma e dolore, avrebbe potuto rappresentare la fine della Jol’Ange: privati dell’uomo a cui si erano votati, soli in balia dei voleri degli dei, i membri dell’equipaggio stavano attraversando il momento di maggiore vulnerabilità. Se fossero riusciti a sopravvivere a quella tempesta, se fossero riusciti a ritrovare la coesione della famiglia che avevano imparato ad essere, la goletta avrebbe avuto ancora un futuro, avrebbe avuto ancora la speranza di non rendere vane le morti avvenute sul proprio legno, nel proprio abbraccio.
« Noal! » gridò Midda, aiutata dal colosso nero a rimettersi in piedi sul ponte della nave « Dobbiamo far rotta verso ponente! »
« E’ follia allontanarsi dalla costa più di quanto siamo… » rispose egli, stringendo fra le mani il timone impazzito « Andremo a morire nel cuore della tempesta! »
« No! » replicò la donna « La tempesta si dirigerà verso il litorale! Andiamo ad ovest… e ne usciremo! »
La mercenaria sapeva che in quel momento l’unica possibilità di salvezza per tutti sarebbe stata loro offerta dalla speranza, dalla fede che essi avrebbero saputo riporre nella visione di una soluzione diversa dalla morte e per fornire loro tale fiducia, imporre un obiettivo alla loro navigazione in quella tempesta furiosa appariva come la scelta migliore. In realtà, dietro alle parole tanto sicure e forti della donna non vi era alcuna certezza, non vi era alcuna pur vaga verità ed ella mai seppe in seguito se Noal le prestò attenzione perché fosse stato convinto da quella risposta oppure, più probabilmente, perché avesse compreso il piano di lei. Tutti a bordo della Jol’Ange erano, del resto, elementi più che validi che mai si sarebbero fatti condurre in errore per una scelta improvvisata: accuratamente selezionati nel corso del tempo da Salge, uniti essi componevano una squadra in grado di sopravvivere all’indomabile furia degli elementi e la morte del capitano, per quanto dolorosa e spiazzante, non li avrebbe mai potuti privare di ciò che erano e che sarebbero per sempre rimasti.
« E sia. » acconsentì l’uomo, ritrovatosi ad essere unico comandante della nave « Av’Fahr e Camne… alla vela maestra. Tamos, prendi il posto di Berah a… »
« No. » negò nuovamente una voce femminile, questa volta però non appartenente alla guerriera: era stata Berah, infatti, a parlare, sollevandosi da sopra il corpo dell’amato perduto « Io sono con voi. »
Un istante di silenzio accolse quell’affermazione. Nessuno si attendeva che la donna potesse riprendere il controllo delle proprie emozioni per poterli e volerli aiutare, non per sfiducia verso di lei ma per la consapevolezza di quanto il dolore che stava vivendo potesse essere straziante: ognuno soffriva nel proprio cuore per la perdita di Salge e tutti loro comprendevano come tale pena dovesse essere straziante in conseguenza del rapporto d’amore che aveva unito la coppia. In quel silenzio, essi offrirono tutto il proprio rispetto, la propria gratitudine e la propria ammirazione alla donna, alla di lei forza interiore: ella era pronta ad offrirsi ancora al loro fianco, dimostrandosi capace di non abbandonarsi alla disperazione, all’autodistruzione come sarebbe stato più che umano e condivisibile in quel momento.
Nuovamente nella mercenaria crebbe la stima verso di lei, trovando nella scelta compiuta da ella una possibilità di salvezza per tutti: nel sacrificio che stava compiendo rinunciando al proprio dolore ed al proprio lutto, Berah si offriva loro come chiave per l’unificazione dell’intero equipaggio, prendendo realmente il ruolo nel cuore e nella mente di ognuno prima occupato dall’uomo da lei amato.
« Tamos… controlla la vela di trinchetto. » riprese Noal, annuendo alla richiesta della compagna « Berah… a te la poppa. Masva… continua ad occuparti della prua. »
Midda era stata volutamente esclusa da quella ripartizione degli incarichi perché ad ella Noal aveva riconosciuto, con un semplice sguardo d’intesa, l’unico compito per cui sarebbe stata utile e che, in quel momento, avrebbe desiderato o avrebbe potuto compiere: ella avrebbe dovuto occuparsi dello spettro, per concedere alla Jol’Ange ed al suo equipaggio di superare quella tempesta senza ulteriori vittime.
« Avanti, fratelli e sorelle! » gridò a quel punto il nuovo capitano della goletta « Dimostriamo agli dei ed ai nostri compagni che non siamo ancora pronti a lasciare questi mari… e che combatteremo per rivendicare il nostro diritto a vivere! »
domenica 13 aprile 2008
094
Avventura
003 - Gli spettri della nave
L’assenza di Salge dal ponte della nave apparve eterna, nel crescere incessante della tempesta: Noal, come secondo al comando, gridava gli ordini ad ogni membro dell’equipaggio, cercando di mantenere il controllo sulla nave e sul timone, tentando di contrastare l’impeto, l’irruenza del mare che contro loro scagliava tutta la propria furia. Già tre volte il vento e le onde li avevano sospinti oltre le balaustre della goletta, ed in ogni occasione solo la robustezza delle funi di salvataggio aveva permesso loro di non perdersi, arrancando faticosamente per ritornare a bordo, per ritrovare un minimo di riparo: nulla in tutto quello, comunque, era nuovo per l’equipaggio della Jol’Ange e per quanto la burrasca potesse apparir violenza, psicologicamente accentuata dagli eventi che l’avevano preceduta, a tutti gli effetti essa non dimostrava nulla di peggio rispetto ad altre affrontate prima d’allora.
« Scogli a babordo! » gridò Masva, improvvisamente.
Per quanto i sensi della giovane dai corti capelli rossi non fossero neppur vagamente equivalenti a quelli di Ja’Nihr, ella si stava impegnando oltre le proprie possibilità per assolvere al proprio ruolo di vedetta, sfidando l’impeto della pioggia e delle onde, contrastando la quasi completa oscurità in cui erano gettati e ritrovando, paradossalmente, come unico aiuto i violenti lampi che nel cielo scaricavano la propria ira ed in essa la propria luce.
Rapido ed efficiente, Noal virò verso tribordo, senza perdere tempo ad avvertire di quella manovra. Del resto, tutti a quell’avviso avevano trovato ancoraggio sicuro in qualche punto del ponte, prevedendo l’immediata reazione del timoniere: se solo egli avesse infatti tardato di un singolo istante, le rocce avrebbero potuto infrangere lo scafo, condannandoli tutti a morte.
« Per Tarth! » esclamò la voce di Salge, improvvisamente, in risposta a quella brusca manovra « Ma chi ti ha insegnato a navigare, marinaio di acqua dolce? Quasi ci lasciavo il collo… »
A quel suono, a quell’imprecazione, tutti volsero il capo verso l’ingresso alla stiva, da cui un bagliore violaceo fuoriusciva, spezzando con forza le tenebre della tempesta, preannunciando il ritorno tanto sperato: egli infatti, dopo pochi istanti, mostrò nuovamente il proprio volto sul ponte della nave, suscitando uno spontaneo boato di gioia e di supporto da parte di ogni uomo e donna lì presente. Fra le braccia il capitano della goletta conduceva un grosso sacco di grezza stoffa scura, dalla cui apertura superiore una luminescenza viola si mostrava già viva, ardente quasi simile a fuoco: la sua missione aveva avuto successo ed, in contrasto ad ogni dio furente, egli aveva portato alla superficie la loro scorta di pietre fosforescenti, a fornire la possibilità di poter spingere lo sguardo oltre quanto permesso dalla luce dei fulmini, oltre a quanto la natura sembrava voler loro offrire.
« Tamos. » richiamò immediatamente l’uomo « Distribuisci le pietre: voglio che l’intero ponte risplenda a giorno! »
Ed il marinaio ubbidì. Nell’infuriare sempre crescente della tempesta, nello scatenarsi incontrollato delle più primordiali forze della natura, la Jol’Ange aveva ora la possibilità di risplendere sopra i mari simile a stella, diffondendo la propria luce oltre le onde, a concedersi una concreta speranza di attraversare intatta i mille pericoli loro offerti.
Proprio nell’atmosfera innaturale creata da quelle pietre, a Midda fu offerto di vedere per la prima volta il loro avversario e di assistere, impotente, alla di lui azione. Dalle tenebre misteriose e mortalmente pericolose della stiva, un’oscura figura emerse improvvisa ed inattesa, alle spalle del capitano della Jol’Ange: essa si mostrò solo come un lungo manto nero più della notte, apparentemente priva di viso o di corpo sotto il cappuccio in cui le ombre lasciavano intravedere unicamente un orrendo abisso. Carne ed ossa dovevano essere comunque fra quelle forme, perché le stesse sollevarono rapide e silenziose un lungo pugnale dietro al capo del comandante, e si mossero in un battito di ciglia per recidere di netto la di lui colonna vertebrale, come fosse un esile stelo di fiore.
« Salge! » tentò di gridare la mercenaria, slanciandosi verso l’uomo.
Egli non ebbe il tempo di udire il richiamo di Midda, non gli fu concessa la possibilità di comprendere ciò che stava accadendo: nel frastuono della burrasca, nel subbuglio martellante della tempesta, l’assassino poté coglierlo in totale sorpresa, abbattendo la propria lama, strappando in un gesto freddo e violento la vita dal suo corpo, senza colpa, senza ragione, senza pietà.
In quel momento, in quella tragedia, un’onda più impetuosa di altre piegò la nave a dritta, sbalzando quasi come bambola priva di peso la donna guerriero nel di lei tentativo di raggiungere disperatamente il capitano, l’amante di epoche passate, l’amico di una vita intera: ed ella, gridando la propria ira ed il proprio dolore, si ritrovò con il braccio destro, lucente nel nero metallo bagnato, a tendere invano verso l’uomo, mentre il proprio intero corpo venne scaraventato oltre la balaustra, sprofondando nelle fredde acque del mare, le quali la accolsero con passione, la trascinarono con forza nelle proprie spire, tendendo la corda attorno al di lei ventre con una violenza tale da segnarne le carni, tagliarne la pelle. Il sapore salino le riempì all’istante la gola ed i polmoni, prim’ancora che potesse rendersi conto di non essere più sulla goletta: tutto si arrestò in quell’attimo ed ogni cosa sembrò perdersi nelle tenebre marine. Aveva perso.
Aveva nuovamente perso una parte di sé. Della propria esistenza. Della propria vera natura. Del proprio passato.
Aveva perso Salge.
« … »
« NO! »
Un grido, un urlo che in un attimo svuotò con forza, con prepotenza, con energia, con decisione i di lei polmoni, liberandoli del liquido che li aveva invasi, sottraendola all’infido destino a cui era sembrata legata. In quella forza d’animo, in quella rabbiosa potenza nascente nel di lei cuore ed estesa a tutto il suo corpo, ella ritrovò controllo sull’universo a sé circostante, riprese coscienza della realtà e della necessità di combattere, di lottare per cercare giustizia, per dissetarsi di vendetta.
Un assassino, umano o no che esso fosse, aveva osato troppo contro di lei, contro le persone a lei vicine, arrivando a colpire forse uno degli unici sinceri affetti che ancora possedeva in quel mondo maledetto, che mai nessuno avrebbe dovuto violare, mai nessuno avrebbe dovuto sol ferire.
Quell’assassino, umano o no che esso fosse, sarebbe morto: nulla, non il mare, non lo stesso Tarth, avrebbe potuto evitare la conclusione di quella vita, di quell’indegna esistenza.
E tale condanna a morte, così tacitamente espressa, le offrì l’energia necessaria a combattere, la forza utile a aggrapparsi nuovamente con le mani alla solida corda che l’univa alla nave, per poter ritornare a bordo a compiere il proprio letale dovere.
Non era tempo per morire… era tempo per uccidere.
sabato 12 aprile 2008
093
Avventura
003 - Gli spettri della nave
Nella sua lunga esistenza la Jol’Ange aveva affrontato indomitamente numerose tempeste, riuscendo sempre ad uscirne illesa e proteggendo ogni volta il proprio equipaggio: le sue stesse dimensioni giocavano un punto di forza non indifferente in tal senso, non tanto grande dal rischiare di subire eccessivamente gli impeti dei venti, non tanto piccola dal rischiare di subire eccessivamente gli impeti delle onde. Quella sfida non sarebbe stata diversa dalle altre, quella tempesta sarebbe stata affrontata con il medesimo coraggio, vedendo la goletta ed il proprio equipaggio sopravvivere ai voleri avversi degli dei, dimostrare il proprio valore privo di eguali, il proprio diritto ad essere figli dei mari: ed in esso, ne erano quasi tutti certi, sarebbero riusciti a far revocare la condanna emessa contro di loro.
Solo Midda non poteva ancora ad accettare il volere divino sopra quelle morti, forse per combattere contro il senso di responsabilità che la opprimeva in maniera immane nel cuore, nell’animo: se, infatti, non fosse stata dimostrata la presenza a bordo di un assassino, non fosse stato svelato l’intervento di un sicario, allora ella sarebbe stata l’unica imputabile per l’ingenerosa fine di Ja’Nihr e di Ron-Hun.
« Thyres… » sussurrò, invocando come mai forse aveva fatto prima, supplicando come non avrebbe mai pensato di arrivare a fare.
Tutti i membri dell’equipaggio presenti sul ponte, tutti i superstiti della Jol’Ange, si erano legati come da istruzioni del capitano all’albero maestro tramite una serie di forti funi: quel legame, quelle corde sarebbero state l’unica loro possibilità di salvezza se la tempesta avesse raggiunto il culmine della propria forza, se la violenza delle onde e del vento li avessero spazzati lontano dalla solidità del legno per cercare di affogarli, per tentare di trascinarli nelle profondità dei propri abissi oscuri e tenebrosi.
Non era ancora mezzogiorno, eppure il cielo ed il mare si mostravano oscuri come a mezzanotte, senza stelle e senza luna ad illuminare la navigazione, ma solo l’energia dei lampi, la forza dei fulmini che scaricavano nell’aria tutta la propria violenza, gettando rapidi momenti di luce là dove altrimenti sarebbero state solo tenebre. Nessuna luce a bordo avrebbe potuto resistere a tanta forza, a tanto impeto, ed infatti alcuna lampada si mantenne accesa dopo i primi minuti di agitazione.
« Capitano! » gridò Masva, di vedetta a prua della nave « Non si riesce a vedere nulla... abbiamo bisogno delle pietre viola! »
« Per Tarth… » inveì l’uomo, a quelle parole « … sono nella stiva. »
« Cosa sono le pietre viola? » domandò a sua volta quasi urlando la mercenaria, non apprezzando assolutamente il riferimento al ventre della nave.
« Sono dei minerali che abbiamo trovato durante un viaggio ad est… » rispose verso di ella Av’Fahr, il più vicino alla di lei posizione « Emettono luce in maniera naturale. »
« Non puoi andare nella stiva, Salge! » intervenne a quel punto la donna guerriero, cercando di attraversare il ponte per dirigersi ad impedirgli quella possibilità.
« Devo! » le gridò di ritorno il capitano « E tu devi controllare quelle sartie, dannazione! Se perdiamo l’albero è finita per tutti. »
« Berah! » invocò Midda, sperando di trovare appoggio nella compagna.
Ma la donna, in opposizione ad ogni sua aspettativa, non sembrò desiderare intervenire: « Non possiamo impedirglielo se lo ha deciso. » urlò per contrastare il frastuono della tempesta « E dobbiamo mantenere le nostre posizioni… senza Ja’N ed Hun, tu e Camne siete indispensabili! »
Prima che alla mercenaria fosse data la possibilità di offrire qualche replica, Salge era già scomparso oltre l’ingresso alla stiva, pronto ad affrontare l’ignoto e mortale pericolo lì celato per il proprio equipaggio, per la salvezza di tutti: per quanto abituata a mantenere la calma ed il controllo su ogni cosa, se stessa in primo luogo, ella si sentì sul punto di gridare d’ira in quel momento, contro il destino che sembrava non volerle concedere alcuna possibilità di serenità, alcuna possibilità di riposo.
« Perché glielo hai permesso? » domandò alterata contro la donna che non l’aveva aiutata, come invece aveva sperato potesse accadere.
« Perché lo amo! » rispose ella.
In quelle parole, lo sguardo di lei corse a Berah e sul viso della stessa solcato dalla pioggia, ella poté distinguere chiaramente, pur non sapendo come, due lunghe scie di lacrime. E comprese: comprese l’amore che legava la donna al suo uomo, comprese un sentimento così immenso ed assoluto che la vedeva capace di arrivare ad affidarsi totalmente alle scelte di egli, comprese un’emozione tanto pura in grado di permettere all’altro di rischiare nella fiducia assoluta per le di lui possibilità. Quella donna dalla pelle esotica, dai tratti incantevoli, dalle forme ammalianti soffriva nel proprio cuore, gridava per la disperazione della paura, del terrore di perdere il proprio compagno, ma in quei timori, in quelle sofferenze ella non poteva però impedirsi di offrirsi a lui con tutta se stessa.
Midda si rese conto che lei stessa non sarebbe stata capace di tanto, non lo era mai stata e, probabilmente, non lo sarebbe mai diventata, non di certo per egli ma forse neanche per alcun altro: ella avrebbe ignorato le richieste del capitano, avrebbe misconosciuto i suoi ordini per fermarlo, per prendere il suo posto nell’abisso oscuro rappresentato dalla stiva della nave. In tale differenza, nella propria assenza di fede verso Salge, ella finalmente prendeva coscienza del perché il loro antico rapporto non aveva funzionato e non avrebbe potuto perdurare anche laddove il destino non si fosse frapposto: in quegli ultimi giorni, nella serenità della vita di bordo, nella tranquillità di quei momenti rilassati, era spesso giunta a convincersi di aver commesso un errore ad abbandonare quell’uomo, a perderlo come era accaduto, offrendo a cause esterne la colpa di tale malinconica conclusione. In realtà, però, nessuno si era mai frapposto fra loro: era stata lei, era stata da sempre lei e solo lei l’unica causa della loro rottura, perché ella non era mai riuscita ad affidarsi realmente a lui, non si era mai concessa di avere fiducia in lui, al contrario di quanto invece stava dimostrando con la propria sofferenza trattenuta Berah. In quei pensieri, in quella raggiunta coscienza di un proprio umano limite, Midda ammirò con rinnovata sincerità la compagna di ventura e, per rispetto verso di lei prima ancora che verso i desideri del capitano, ritornò al proprio posto, decisa a non essere da meno rispetto ad ella, rispetto al resto dell’equipaggio.
Avrebbe atteso, come tutti, il ritorno del loro comandante, della loro guida, dell’uomo a cui avevano deciso di concedere le proprie vite, proseguendo nel proprio compito, con tutto l’impegno di cui sarebbe stata capace.
« Thyres… » sussurrò ancora, stringendo fra le mani le sartie della nave.
Questa volta, però, il sussurro aveva il sapore di un ringraziamento: nell’oscurità della tempesta, la donna guerriero aveva ritrovato quello spiraglio di luce comunemente chiamato speranza.
venerdì 11 aprile 2008
092
Avventura
003 - Gli spettri della nave
Se la morte di Ja’Nihr aveva lasciato un senso di impotenza, di frustrazione, di vuoto nell’impossibilità di comprensione della medesima, la notizia del decesso di Ron-Hun raggelò il sangue nelle vene di tutti, lasciando crollare il silenzio e l’immobilità sul ponte della Jol’Ange. Due fra i migliori di loro, non semplici marinai ma anche combattenti degni di rispetto ed ammirazione fuori dal comune, erano stati assassinati da un nemico invisibile, per una sentenza divina, precedendoli in un destino che sembrava essere ormai prescelto per tutti loro. Uno ad uno essi si guardarono reciprocamente negli occhi, smarriti, giustamente intimoriti di fronte all’ira dei propri dei, domandandosi chi sarebbe stato il prossimo a cadere nel tentativo di offrire sazietà alla sete di vendetta di Tarth.
Il primo a riprendersi da quella notizia, dalla funerea novella offerta dalla donna guerriero, fu Salge, che reagì al dolore della perdita di un caro amico, di un suo simile date le comuni origini, con ira a stento trattenuta, emozione tanto forte che non poté evitare di influenzare i suoi toni.
« Vi ho forse detto di fermarvi? Avete forse sentito la mia voce comandarvi di lasciare i vostri posti? » gridò contro tutti e nessuno in particolare « Tornate immediatamente ai vostri incarichi, o giuro su Tarth che gli spettri saranno l’ultimo dei vostri problemi! »
Di fronte all’enfasi del loro capitano, nessuno fra loro ebbe coraggio di opporre un commento, una negazione: a quella forza, a quella decisione ricca d’ardore, anzi, tutti si aggrapparono in maniera naturale, cercando di trarne energia, di ricavarne il coraggio a loro necessario per ignorare l’inevitabilità del fato e proseguire ognuno nel proprio compito, ognuno nel proprio ruolo, ognuno pronto a morire in tale incarico, certi che nulla di meno avrebbero offerto alla nave, al comandante ed ai propri compagni di ogni proprio battito del cuore, ogni proprio respiro fino all’ultimo istante di vita. Del resto, nessuno fra essi conosceva altro modo per onorare la memoria dei compagni perduti e per dare un senso alle proprie esistenze nel momento in cui, come allora, esse sembravano divenute prive di valore.
« Come ti senti, Av’Fahr? » domandò, poi, l’uomo dai lunghi capelli corvini verso il proprio marinaio.
« Male… » rispose senza ipocrisie e falsità l’altro, chinando appena il capo.
« E’ giusto così. » annuì Salge, appoggiandogli per un istante la mano sulla spalla.
Il colosso d’ebano, in quel consenso, in quel gesto, comprese a sua volta la necessità di non lasciarsi andare, di non abbandonarsi all’ignavia, per poter rendere fiera la sorella di se stesso: « Posso riprendere i miei incarichi? »
A quelle parole, a quella domanda, il capitano sorrise, lasciando la spalla dell’uomo ed, anzi, spingendolo quasi in avanti, ad incitarlo: « E me lo domandi? Fila subito al tuo posto, lavativo. Non ti ho offerto alcun permesso, mi pare! »
Senza una parola, ma semplicemente annuendo a tale ordine, il marinaio corse a riprendere le proprie mansioni, e solo a quel punto, serio in viso, Salge si rivolse a Midda: « Che cosa è successo? »
« Sono stata una sciocca. » ammise a quel punto la donna « Ero convinta di poter gestire la situazione… ma ho lasciato solo Ron-Hun ed il nostro nemico ha approfittato per colpire. »
« Come? » incalzò egli.
« Non ho notato ferite evidenti… ma non mi sono soffermata abbastanza per un’analisi completa. » rispose la mercenaria « Posso dirti solo che dove prima egli viveva, dopo pochi minuti la vita aveva lasciato il suo corpo. Nessun respiro, nessun battito cardiaco. »
« Dannazione! » inveì l’uomo, a denti stretti, cercando di mantenere un tono di voce moderato per non farsi udire dal resto dell’equipaggio.
La donna restò un istante incerta, a soppesare il valore di quella notizia, prima di riprendere parola: « C’è un altro fatto da dover tenere in considerazione. »
Salge non proferì verbo, ma la sua espressione fu esplicita più di mille parole.
« Il corpo di Ja’Nihr… » continuò ella « … è stato trafugato. »
L’ipotesi di un clandestino a bordo, per quanto in gamba potesse essere, sembrava diventare ogni secondo più improbabile, più improponibile: per quanto ella volesse e potesse colpevolizzarsi per la morte di Ron-Hun, risultava anche per lei difficile ammettere che un sicario, per quanto bravo, avrebbe potuto uccidere il marinaio e far scomparire il corpo della donna dalla pelle d’ebano senza metterla minimamente in guardia, senza lasciar alcun allarme giungere ai di lei sensi. Oltre a quanto accaduto, poi, anche la natura sembrò voler negare ogni speranza di umana colpevolezza nelle morti della Jol’Ange: i cieli sopra la goletta, rimasti in quegli ultimi giorni sempre sereni e privi della benché minima avversità al loro viaggio, quel mattino avevano iniziato ad incupirsi in maniera preoccupante subito dopo il ritrovamento della sentenza di morte sulla vela di trinchetto ed, in quel momento, essi mostravano un giorno simile a notte, in un crescendo di venti sempre più forti e sempre più avversi.
« Sì. Una tempesta è in arrivo. » confermò Salge, in risposta ad una domanda non posta da parte dell’antica amante.
« Il clandestino… » accennò la donna.
« Ora non possiamo preoccuparcene… ammesso che esista. » scosse il capo l’uomo « Resteremo tutti sul ponte ed ognuno veglierà sugli altri: nessun avversario, mortale o immortale che possa essere, potrà coglierci impreparati. »
Le nubi, sopra di loro, si accumulavano rapidamente, sovrapponendosi, scontrandosi, accartocciandosi l’una all’altra senza tregua: in quella rissa celeste, lunghi lampi luminosi squarciavano in rapidi istanti le tenebre sempre crescenti, seguiti immancabilmente da forti tuoni, quasi assordanti, nel vigore dei quali l’intera nave tremava, vedendo vibrare il proprio stesso legno come fosse cassa acustica per un gigantesco strumento musicale. Ma non solo nei cieli si poteva intuire l’ira degli dei: Tarth, signore delle maree, stava iniziando a mostrare tutta la propria forza, tutto il proprio potere sotto i loro piedi, sotto lo scafo della goletta, dove le acque del mare si incresparono sempre con maggior vigore, con maggior passione, scagliando contro di loro onde sempre maggiori che in breve arrivarono anche a colpire la superficie dello stesso ponte.
La tempesta era ormai sopra e sotto di loro, attorno a loro, stringendoli in una morsa mortale da cui forse non sarebbero mai emersi, da cui forse mai avrebbero trovato tregua. Ed, in tal caso, le morti di Ja’Nihr e Ron-Hun, se riconducibili a umane ragioni, sarebbero ugualmente state vendicate lasciando subire al colpevole, all’assassino la stessa funesta collera divina prima simulata: chiunque fosse a bordo della nave, chiunque si celasse nelle ombre della stiva, avrebbe infatti condiviso il loro destino nella buona e nella cattiva sorte e, se loro fossero morti, anch’egli li avrebbe accompagnati nell’oltretomba, dove avrebbe dovuto render conto al proprio dio delle proprie blasfeme azioni.
« Muovetevi! » gridò il capitano, con tutta l’aria offerta dai propri polmoni, con tutta la voce concessa dalla propria gola « Legatevi tutti all’albero maestro… e preparatevi a combattere per la vostra vita! »
giovedì 10 aprile 2008
091
Avventura
003 - Gli spettri della nave
La mercenaria non attese il termine dell’operazione che vide distruggere la vela della discordia, con il ritorno del clima di serenità sul ponte della goletta entro i limiti del particolare momento di lutto, prima di scomparire nuovamente sottocoperta: il pensiero della possibilità di un sicario a bordo della nave non le concedeva pace e l’idea che due valenti uomini fossero stati abbandonati soli e privi di sensi nelle due cabine minori non era assolutamente di suo gradimento. Affrettando il passo, quasi arrivando a correre nel ritornare verso il cuore della nave, ella si volse rapida ad aprire le due porte, i due usci delle stanze ove erano stati posti a riposo Ron-Hun ed Av’Fahr, tirando un duplice sospiro di sollievo nel ritrovarli illesi: entrambi erano ancora svenuti, adagiati nei letti dove erano stati disposti.
In un momento di indecisione fra i due, ella scelse di provare a risvegliare il colosso d’ebano, comprendendo che prima avesse affrontato con egli ogni questione in sospeso e meglio sarebbe stato per tutti: armata di una bacinella d’acqua e di uno straccio, si accomodò così sul bordo del letto dove giaceva l’uomo, per poi iniziare ad umettargli il volto con delicatezza. Di certo prestare soccorso non era esattamente una delle attività tipiche della sua esistenza, ma ciò non escludeva la conoscenza in lei dei gesti da compiere: in altre occasioni, probabilmente, avrebbe direttamente versato l’acqua dalla catino sul capo dell’uomo, ma dati gli ultimi eventi occorsi aveva deciso di votare in favore di una politica più diplomatica.
Gli effetti del liquido sulla di lui pelle non tardarono a giungere ed un istante dopo egli stava riprendendo lentamente coscienza di sé e del monto circostante.
« Tu! » sussurrò, non avendo ancora l’enfasi sufficiente a scattare come altrimenti avrebbe desiderato fare.
« Ora calmati, colosso, a meno che tu non voglia farti un altro sonnellino. » gli impose ella, con tono fermo ma con una nota di dolcezza modulata volontariamente nella voce.
Egli apparve incerto di fronte a quell’ordine: « Perché? » domandò poi, tentando di scuotere il capo.
« Ascoltami, per favore: Ron-Hun è innocente. » continuò la donna, appoggiandogli una mano sul petto, come a tenerlo fermo « Posso solo immaginare il dolore che tu provi… ma non in lui troverai l’assassino di tua sorella. »
Il gigante dalla pelle d’ebano socchiuse gli occhi a quelle parole, per poi rispondere in un filo di voce: « Comprendo. »
« Sono successe cose strane… gli altri avranno modo di riferirtele. » riprese ella « Ora però è importante che tu ti riprenda rapidamente e torni sul ponte, insieme al resto dell’equipaggio. »
« Ja’N… »
La donna accennò un lieve sorriso, ricco di amarezza, di fronte all’affetto meraviglioso ed invidiabile che legava egli alla sorella perduta: « So di non meritarmelo… ma ti chiedo di avere fiducia in me. Ja’Nihr sarà vendicata... »
Av’Fahr offrì un leggero cenno del capo a quelle parole, per poi contrarre i propri muscoli addominali e risollevarsi dalla branda, ad ubbidire alla richiesta della mercenaria, ad offrirle implicitamente la fiducia da ella domandata.
Senza un’ulteriore parola, Midda aiutò l’uomo ancora intontito per la perdita dei sensi subita prima di lasciarlo libero di proseguire da solo, per potersi dirigere nell’altra cabina a prestar visita a Ron-Hun. Entrata nell’altro spazio simile al primo, con la bacinella e lo straccio ancora fra le mani, la donna guerriero tentò di risvegliare il secondo svenuto, dopo essersi seduta al di lui fianco sul letto dove era stato adagiato ad imitazione di quanto già compiuto: guardando il marinaio mezzosangue di Hyn, ella non poté fare a meno di considerare la differente corporatura fra i due compagni, uniti nello stesso destino eppure fra loro tanto diversi. In effetti fra i due, Ron-Hun appariva senza dubbio il più adatto della vita di mare: con i tratti tipici della propria origine, egli sembrava nato per potersi arrampicare lungo le sartie, per poter saltare fra un albero e l’altro, per potersi mantenere in equilibrio anche nei momenti peggiori, offrendosi in totale contrapposizione rispetto al colosso, il quale si presentava troppo ingombrante, troppo legato dall’eccessiva muscolatura, troppo pesante nella propria massa corporea per potersi adattare agli ambienti ristretti della nave. Però quello stesso fisico più snello, più atletico, più sciolto avrebbe potuto costare al marinaio la vita sotto l’attacco furioso del compagno: come un fuscello era stato sollevato da terra, inerme, simile a bambola di pezza era stato sbattuto contro il soffitto ed incredibile appariva già il fatto che non si fosse rotto alcun osso.
« Sveglia, bell’addormentato. » commentò la donna, umettandogli il viso con delicatezza.
Ma l’uomo non offrì risposta allo stimolo offerto dalle di lei parole, dai di lei gesti: sul volto della mercenaria, a quel punto, scomparve il sorriso per lasciar spazio ad un velo di preoccupazione. Era certa del fatto che pochi minuti prima egli fosse ancora in vita, ma non poté fare a meno di piegarsi a condurre il proprio orecchio contro il di lui petto, a cercarne il battito cardiaco, a sperare di poter ritrovare una sicurezza che già stava vacillando.
« Midda! » richiamò in un’esclamazione la voce di Av’Fahr.
La donna guerriero scattò a quel nome, gettando a terra la bacinella dell’acqua e lo straccio per estrarre in un gesto, spontaneo come lo stesso respirare, la propria spada, ritornando rapidamente nel corridoio. Lì, appoggiato contro una parete appena fuori dalla cabina dove aveva riposato fino a quel momento, era il colosso.
« Che accade? » domandò la donna, fredda nello sguardo, nelle parole e nella mente ma tutt’altro che tale nel proprio cuore.
« Dove è mia sorella? » replicò l’uomo, indicando verso il pavimento con il proprio indice destro: nel punto dove era stato lasciato il corpo di Ja’Nihr, infatti, solo una vasta macchia di sangue rappreso restava a macabra testimonianza del di lei omicidio.
Di fronte a quella scomparsa, la mercenaria strinse l’elsa della propria spada ad un punto tale che le di lei nocche si sbiancarono di netto: « Vieni, presto. » comandò al compagno, afferrandogli il braccio sinistro con la propria mano destra, l’unica libera, a guidarlo verso il ponte, là dove il resto dell’equipaggio della Jol’Ange era radunato, impegnato nell’attività di governo della nave.
Egli non si oppose a quel gesto, lasciandosi condurre verso la breve scalinata, salvo poi domandare nuovamente: « Cosa sta succedendo? Dove è mia sorella? »
Ella non rispose a quella richiesta, non gli offrì parola almeno fino a quando non riemersero alla luce del sole, ritrovando la voce di Salge sbraitante come sempre contro i propri uomini e donne, per spronarli ad agire in opposizione ad una serie di venti a loro sfavorevoli.
« Midda! » esclamò nuovamente il marinaio dalla pelle d’ebano, arrestandosi all’uscita dal sottocoperta « Cosa è successo a mia sorella? Dove avete messo il suo corpo? »
« Non lo so. » rispose la donna a quel punto, ancora stringendo la propria spada nel guardarsi alle spalle, nello scrutare verso la stiva oscura dietro di loro, nel timore di un improvviso attacco.
Ella aveva commesso il più grave errore che avrebbe mai potuto concedersi, lo stesso per cui offriva sempre rimprovero ai propri amici e derisione ai propri nemici: aveva sottovalutato un avversario. Si era dimostrata stupidamente troppo sicura, troppo fiduciosa delle proprie capacità, dei propri sensi, delle proprie forze: e quell’eccesso di sicurezza, quella sopravvalutazione personale, aveva portato ad una perdita imperdonabile.
« Ron-Hun è morto. » scandì la donna guerriero con tono grave.
mercoledì 9 aprile 2008
090
Avventura
003 - Gli spettri della nave
« Cosa è successo? » domandò Midda, socchiudendo gli occhi di fronte allo spettacolo macabro offerto dalle rime scritte in bianchi caratteri sulle rosse vele dell’albero di prua della goletta « Da dove viene questo messaggio? »
« Non ne abbiamo idea… » scosse il capo Noal, prendendo parola nel risponderle « Quando siamo tornati sul ponte dovevano già essere presenti: nessuno ci ha fatto caso in un primo momento, troppo scossi per la morte di Ja’Nihr, ma poi… »
Lo sguardo della donna guerriero corse a cercare quello del capitano, per tentare di comprenderne le emozioni, a sperare di prevederne le decisioni: nonostante i sospetti di un avversario umano e mortale fossero più che fondati, quella svolta negli eventi occorsi non poteva evitare di andare a colpire gli aspetti più profondi dell’animo dei figli del mare, soprattutto in conseguenza del di lei scontro con l’ippocampo a cui quelle parole offrivano chiaro riferimento. Ella sapeva perfettamente, pertanto, che anche laddove Salge avesse voluto affrontare la situazione con animo pragmatico, con spirito pratico senza farsi coinvolgere da superstizioni e paure mistiche, avrebbe dovuto fare i conti con i membri del proprio equipaggio: essi erano tutti uomini e donne forti e valorosi, fedeli al loro capitano ed alla loro nave, ma davanti a quel monito, dopo l’uccisione della loro compagna, non avrebbero potuto evitare di riflettere in merito a ciò che stava accadendo.
Il clima a bordo della Jol’Ange sembrava agli occhi della mercenaria, pertanto, inevitabilmente destinato a farsi estremamente teso.
« Ammainate quella vela. » comandò improvvisamente l’uomo dai lunghi capelli corvini, quasi sottovoce.
« Cosa hai detto? » domandò Berah, non avendo potuto comprendere quell’ordine.
« Ammainate quella vela. » ripeté egli, alzando la voce per farsi sentire a tutti « Smontatela. Issatene una di riserva e quella bruciatela. »
« Ma, capitano… » tentò di intervenire Masva.
« Non tollero discussioni. » stroncò con vigore l’uomo « Siamo un equipaggio, siamo una famiglia. Ed è proprio in questi momenti che si dimostrano le vere unioni, la reale forza di un gruppo. »
La donna guerriero prestò attenzione in silenzio quelle parole, trattenendo una certa sorpresa di fronte alla scelta di egli di non accennare alla possibilità di un clandestino a bordo.
« Non faremo altro che inimicarci maggiormente gli dei in questa scelta. » protestò Berah « Per colpa di… »
« La responsabilità di questa nave e del suo equipaggio è solo mia. » intervenne Salge, bloccando la donna amata nella propria accusa contro la mercenaria « Mia è stata la scelta di raggiungere la Bal’Fair, laddove Midda aveva suggerito di continuare il nostro cammino senza darci pena per essa: non intendo tollerare ulteriori dubbi sul mio ruolo decisionale sulla Jol’Ange, né espressi né inespressi. »
Nessuno osò, in quel momento, intervenire ulteriormente di fronte a tanta forza, tanta fermezza nel capitano a cui avevano giurato ubbidienza, a cui avevano votato fedeltà, a cui avevano promesso le proprie vite.
« Io non voglio credere che gli dei del mare possano essere adirati con noi per quanto è successo. Non voglio credere che su di noi, loro figli e timorosi fedeli, essi abbiano emesso una sentenza di morte. » riprese egli, a testa alta, fiero nel proprio carisma « Ma se anche lo stesso Tarth si fosse adirato contro di noi per l’uccisione dell’ippocampo sua creatura, lasciandoci andare ai più istintivi terrori, alle più primordiali selvagge reazioni, ci dimostreremo solo degni di un tale disprezzo, di una simile condanna. »
Nell’ascoltare quella spiegazione, la guerriera poté comprendere le ragioni che avevano spinto l’uomo a non fare parola in merito alle ipotesi da loro formulate per l’uccisione di Ja’Nihr: esse sarebbero apparsa solo un futile ed improvvisato tentativo di rinnegare l’evidenza, atto unicamente a proteggerla da eventuali e comprensibili reazioni avverse da parte dell’equipaggio, spronandone in conseguenza la diffidenza, il sospetto. Accettando, al contrario, il disegno divino supposto dietro quell’assassinio, egli avrebbe potuto avere la possibilità di spronare i propri compagni a ritrovare la forza che da sempre li contraddistingueva per opporsi all’ennesima sfida degli oceani, non diversa per pericolo e mortalità da quella di una tempesta, di un uragano o di un vortice.
« Solo poche ore fa, offrendo l’ultimo saluto all’equipaggio della Bal’Fair ho ricordato i valori che caratterizzano quotidianamente le nostre vite, l’esistenza di tutti coloro che si votano al mare. » incalzò Salge, percorrendo con lo sguardo uno ad uno i membri del proprio equipaggio « Ed ora già qualcuno di voi vorrebbe venir meno a tali valori? Vorrebbe rinnegare i principi che da sempre regolano le nostre vite? Per far cosa poi? Ditemi… senza timori… cosa vorreste fare? Affidare Midda alle correnti, per scaricare ogni responsabilità? Vorreste questo? Vi salverebbe questo? »
A quel punto fu Noal a prendere la parola, scuotendo il capo: « Non servirebbe a nulla. » affermò con forza « Il capitano ha ragione… e mi vergogno sinceramente di aver, anche per un solo istante, dato spazio nella mia mente a questa ipotesi. »
« E’ vero… » annuì Berah, arrossendo appena per l’imbarazzo derivante dal senso di colpa « La condanna è già stata emessa e nulla potrà modificarla al di fuori, forse, del valore che sapremo dimostrare: agli occhi degli dei del mare non sarà di certo la nostra vigliaccheria, la nostra viltà, la negazione di tutto ciò che abbiamo dimostrato di essere in passato a redimerci. »
Sempre ella, dopo un istante di silenzio, si voltò verso la mercenaria, chinando il capo davanti a lei: « Domando il tuo perdono, Midda Bontor. » sussurrò, sinceramente pentita « Mi sono palesata indegna dell’amicizia che mi hai offerto e la stessa Ja’Nihr, che possa riposare in pace, si sarebbe vergognata di essere mia amica, mia compagna, nell’ascoltare ciò che ho osato esprimere spinta dalla superstizione, spronata dalle mie paure. »
Fatta eccezione per Camne e Salge, tutti i presenti imitarono Berah, nel piegarsi davanti alla donna guerriero invocandone il perdono ognuno a proprio modo, ognuno con parole diverse: le frasi scelte dal capitano si erano rivelate più che adeguate, dimostrando la propria efficacia nel permettere il ritorno alla ragione dell’intero equipaggio di fronte agli orrori più primitivi a cui il loro senno si era temporaneamente affidato.
« Vi prego. » commentò Midda, di fronte a tanta sincera contrizione « Vi prego… non c’è bisogno di queste scuse. »
Solo un nuovo intervento del comandante della Jol’Ange concesse di riportare ogni cosa al suo posto ed ogni uomo o donna dell’equipaggio al proprio incarico, in uno sprone collettivo che accompagnò ogni fase della distruzione di quella vela maledetta, prima sostituita e poi arsa come da suoi desideri: dopo pochi minuti alcuna traccia era rimasta della divina sentenza di morte, al di fuori di un lieve accumulo di cenere presto disperso dal vento ed allontanato, in conseguenza, non solo dallo sguardo ma anche dalle menti e dai cuori di tutti.
martedì 8 aprile 2008
089
Avventura
003 - Gli spettri della nave
Av’Fahr e Ron-Hun furono sollevati di peso, il primo con più difficoltà del secondo, e condotti dal resto dell’equipaggio all’interno delle due cabine minori, dove avrebbero potuto riposare in attesa di riprendere i sensi: fortunatamente per entrambi, il mezzosangue del continente Hyn non aveva riportato alcuna grave lesione in conseguenza dell’attacco del colosso d’ebano, salvo un’ovvia perdita dei sensi per il quasi soffocamento. Per decisione di Salge, al fratello della vittima non vennero poste catene o altri impedimenti alla libertà di movimento, con il fine di non vanificare eventuali tentativi di dialogo al di lui risveglio: tutti comprendevano perfettamente ed umanamente le ragioni che lo avevano portato a perdere il controllo e nessuno dubitava che lo stesso aggredito non avrebbe avuto alcuna questione da porre in contrasto a tale scelta. Av’Fahr, del resto, non era il solo a soffrire per la morte di Ja’Nihr: nessuno, a bordo della Jol’Ange, avrebbe potuto definirsi meno che innamorato di quella straordinaria donna, piena di vita e voglia di vivere, di energia ed intelligenza, di bellezza e sensualità. Ammirata dagli uomini, invidiata dalle donne, la cacciatrice rappresentava ciò che tutti avrebbero desiderato avere o essere: ed ora, ella giaceva riversa nel proprio sangue al centro del corridoio principale della nave, compianta da tutti coloro che avevano avuto la fortuna ed il privilegio di conoscerla.
Dopo aver fatto allontanare i due contusi dalla scena, il capitano della goletta ordinò a tutti di ritornare ai propri posti, annullando ogni diritto al riposo per ovvie ragioni. Solo a Midda fu richiesto da egli di presenziare al suo fianco, nel momento in cui dovettero svolgere il compito peggiore: l’analisi delle spoglie mortali di Ja’Nihr.
« Non dubito di nessuno nel mio equipaggio… ed ovviamente non desidero porre in discussione assolutamente la lealtà tua o della tua protetta. » esordì l’uomo, rimasto solo con la mercenaria « In questo momento, però, tu sei la sola che desidero coinvolgere in questa tragedia: confido nella tua intelligenza e nella tua esperienza per venire a capo di questo assassinio… e comprendere perché è stata uccisa e, soprattutto, da chi. »
« Preferisci che sia io ad occuparmene perché credi che sia quella meno emotivamente coinvolta in questa vicenda? » domandò la donna, con aria grave.
« Puoi vederla anche in questo modo, se preferisci. » annuì egli « Ora diamoci da fare… »
La donna dalla pelle d’ebano giaceva ancora a terra là dove il fratello l’aveva lasciata, all’interno di una vasta pozza generata dal proprio stesso sangue. Non avevano ancora testimonianze a riguardo, ma era logico supporre che fosse stato lo stesso Av’Fahr a rimuovere l’arma del delitto dal corpo della vittima e, probabilmente, proprio da tale atto era conseguita l’enorme fuoriuscita di linfa: se la spada di Ron-Hun non fosse stata estratta, infatti, data la perfezione della lama e della penetrazione nelle carni della donna, il sangue non si sarebbe riversato sul pavimento in legno della nave, rimanendo tamponato dal metallo stesso dell’arma. Il punto d’ingresso del colpo mortale era chiaramente distinguibile sulla schiena della donna, appena al di sotto della scapola sinistra di lei, mentre l’uscita dello stesso risultava identificabile alla base anteriore del collo, quasi perfettamente centrato nella parte inferiore di esso: un movimento praticamente perfetto, da vero sicario, che aveva visto pertanto la lama penetrare attraverso le costole della vittima per trapassarle in parte i polmoni ed in pieno il cuore, uccidendola all’istante.
« La ferita non offre alcun indizio sull’assassino. » commentò la donna guerriero dopo quella prima analisi, lasciando adagiare nuovamente supino il corpo dell’amica uccisa « Un uccisione come questa è un lavoro tanto raffinato da non poter essere opera di un gesto casuale e l’uomo o la donna che cerchiamo, per il livello di abilità richiesto da questo atto, deve essere per forza un esperto del suo campo. »
« Motivo per cui potrebbe essere sia destrorso sia mancino e ciò non influirebbe nell’efficacia del gesto… » annuì Salge, ritrovandosi d’accordo con ella « Questa non è comunque un’informazione inutile. » aggiunse poi.
« Perché? » domandò la mercenaria, volgendo a lui il volto.
« Solo due persone a bordo di questa nave avrebbero potuto sferrare un simile attacco, sorprendendo fra l’altro i sensi di Ja’N. » rispose egli « Uno è proprio Ron-Hun, ma il suo alibi è fuori da ogni possibilità di dubbio… »
« E l’altro candidato? » incalzò ella.
« Beh… è… era Ja’Nihr stessa. » scosse il capo l’uomo « Ma escluderei questa possibilità per ovvie ragioni. »
« In effetti. » concordò la guerriera « Ed a questo punto, l’unica alternativa valida che ci rimane è solo una… »
« … un clandestino. »
Il silenzio calò fra loro nel prendere coscienza di quell’eventualità: la dimensione della goletta era sicuramente limitata e difficilmente qualcuno avrebbe potuto introdursi a bordo senza essere notato, ma in quell’ipotesi si prendeva in considerazione un sicario abile al punto tale da poter uccidere la cacciatrice cogliendola di sorpresa. Un tale individuo avrebbe potuto trovare modo di salire a bordo durante uno degli scali compiuti ed aspettare il momento giusto per prendere l’iniziativa, restando fino ad allora nascosto in qualche angolo in ombra della stiva, forte del fatto che nessuno ne avrebbe mai potuto sospettare la presenza e, conseguentemente, nessuno lo avrebbe mai potuto individuare.
Prima che il filo di quel ragionamento comune fra le due menti, nonostante il silenzio fra le loro voci, potesse portare il capitano e la mercenaria a decidere sulla successiva azione nella perlustrazione dell’intera nave, la figura di Masva fece capolino dalle scale, osservandoli con aria decisamente scossa: più bianca in viso rispetto alla norma, la giovane offrì un’espressione assolutamente indecifrabile, ma in cui non potevano non intuirsi un atavico terrore in lotta con lo spirito pragmatico richiesto per il ruolo di marinaia, nella necessità di agire rapida e decisa di fronte a qualsiasi pericolo per quanto orrendo.
« Masva… che succede? » domandò immediatamente Salge, con una nota di preoccupazione nella voce nel vederla in un tale stato.
« C’è una cosa che… è meglio veniate a vedere. » rispose la giovane, con tono incerto.
Senza perdere un istante, la coppia lasciò il sottocoperta per risalire sul ponte, precedendo la marinaia nella curiosità e nel timore di ciò che poteva esser successo: davanti a loro, risplendente alle luce del nuovo giorno, una scritta si mostrò sulla rossa vela di trinchetto.
Chi gli dei del mare ha sfidato,
a vita goder non sia lasciato.
Con lei tutti dovranno soffrire,
ormai condannati a perire.
Per mano degli spettri cadranno,
uno ad uno essi morranno.
Non vita può esser risparmiata,
ai compagni cui è affidata.
« Per Tarth… » sussurrò il capitano, di fronte a quella divina sentenza di morte.
lunedì 7 aprile 2008
088
Avventura
003 - Gli spettri della nave
Av’Fahr, fra le proprie braccia, non stringeva unicamente una sorella: egli tentava di trattenere, disperato, tutta la propria intera esistenza.
Ja’Nihr era l’unica madre che avesse mai amato e l’unico padre che si fosse mai preso cura di lui: loro padre era rimasto ucciso in un incidente di caccia ancor prima della sua stessa nascita, loro madre era morta dandolo alla luce come non raramente accadeva nelle terre da cui essi provenivano. Sua sorella, l’unica famiglia che pertanto egli avesse mai avuto la possibilità di conoscere, nonostante avesse all’epoca solo poco più di due anni, era maturata rapidamente, cresciuta in fretta per potersi prendere cura di lui: ella aveva rinunciato alla propria infanzia, alla propria innocenza per assumersi un onere più grande di sé, un fardello maggiore di quanto chiunque altro, con più anni, con più esperienza, con più possibilità, non avrebbe potuto, non avrebbe voluto accogliere. Egli era cresciuto grazie alle di lei cure, alle di lei premure: per badare al fratello minore ella aveva abbracciato l’eredità del padre, diventando a sua volta una cacciatrice, costretta dal destino a non poter essere nulla di meno che la migliore. Se Av’Fahr, da bambino, era stato nutrito, se aveva potuto aver la possibilità di crescere e diventare l’uomo che era diventato, egli lo doveva solo a lei, a colei che ancora infante aveva appreso l’arte della ricerca delle tracce di ogni preda o predatore, dell’inseguimento di ogni bestia per aria, terra o acqua, dell’uccisione di qualsiasi animale diverso dall’uomo le si fosse parato davanti. Il suo stesso fisico muscoloso e scultoreo era un dono della sorella che quotidianamente lo aveva allenato per renderlo il più forte di tutti, il più grande di sempre: il mondo non era stato loro amico, il fato non aveva loro arriso, ma essi, grazie alla meravigliosa unicità rappresentata da ella, erano riusciti a sopravvivere, a crescere, ad imporsi su ogni dove. A Ja’Nihr egli non doveva solo il proprio corpo forte e saldo, ma anche la propria mente ed i valori in essa inculcati: grazie ai di lei insegnamenti non aveva mai sentito la mancanza dei propri genitori, non aveva mai sentito l’assenza di un padre o di una madre, ritrovando in lei la propria energia ed i propri principi, apprendendo da lei il desiderio di vivere e di lottare per vivere.
Av’Fahr non poteva accettare quella realtà: egli non poteva accettare che, fra le sue braccia, giacesse il corpo senza vita della sorella tanto amata, di colei per cui sola tutta la sua vita aveva mai avuto un senso ed un valore. Uccisa… uccisa a tradimento: impossibile crederlo, impossibile accettare che colei che era in grado di tenere testa ai più grandi e feroci leoni, alle cariche inarrestabili dei rinoceronti, alla forza incomparabile dei coccodrilli, potesse essere caduta in maniera tanto abbietta, colpita da un avversario del tutto privo d’onore che, però, era riuscito a coglierla di sorpresa, alle spalle, trapassandole il petto con una lunga ed affilata spada. Una delle armi di Ron-Hun.
« Tu! » ruggì di rabbia il colosso, nel rialzarsi di colpo e gettarsi con impeto verso il compagno mezzosangue, sollevandolo con forza da terra e sbattendolo contro il soffitto con una mano attorno al collo ed una al petto « Perché? Lei si fidava di te! »
L’ira di Av’Fahr era umanamente comprensibile, ma la di lui potenza incontrollata ed estremizzata da tanta rabbia stava già uccidendo il compagno totalmente inerme di fronte a lui: Midda, con la morte nel cuore per l’orrore della tragedia davanti ai loro occhi, non poté permettere al gigante d’ebano di commettere una sciocchezza di cui non si sarebbe mai dato pace qualora avesse ritrovato il senno, a cui non avrebbe potuto sopravvivere per la vergogna ed il disonore se ella non l’avesse fermato. Così, la donna guerriera, sola fra tutti i membri dell’equipaggio esterrefatti per l’accaduto e totalmente spiazzati dalla reazione del compagno, scattò rapida contro di egli, lasciandosi scivolare a terra dietro di lui in un rapido movimento attraverso le stesse gambe dell’uomo per poi colpirle utilizzando i propri talloni con forza controllata, mirando appena dietro le di lui ginocchia: conseguenza di tale atto, inatteso ed imprevedibile, fu la ricaduta dell’uomo a terra e la perdita della presa di egli sul compagno ormai tramortito. Rapida la mercenaria, ancora a terra e poco sopra il capo di Av’Fahr, richiuse le proprie forti gambe attorno al suo collo, incrociandole in una salda presa, ed afferrò entrambe le braccia di lui prima che avesse la possibilità di reagire, tirandole a sé in una morsa di blocco tecnicamente perfetta.
« Che Gah’Ad ti maledica! » sbraitò violentemente il colosso, cercando di liberarsi da lei nel contrarre ogni singolo muscolo del proprio corpo al punto tale che le sue membra parvero voler esplodere sotto la pelle « Lasciami, cagna! Lasciami vendicare mia sorella! »
« Calmati, Av’Fahr… per Thyres… calmati! » cercò di invitarlo ella, riuscendo però ad emettere solo un lieve sussurro nel tentativo disumano di trattenere quel gigante a terra, almeno nel tempo necessario agli altri di soccorrere Ron-Hun e portarlo lontano dal colosso « Egli non ha colpa per la morte di Ja’Nihr! »
« La sua spada… la sua spada l’ha uccisa! » gridò con ferocia, pur quasi strozzato dalla presa al collo delle forti gambe di lei « Lasciami vendicarla… era anche tu amica! »
« Ron-Hun era con noi sul ponte… ed è stato per tutta la notte di sentinella sull’albero maestro! » tentò di rispondere ella, serrando ulteriormente le proprie cosce attorno al di lui collo « Possiamo testimoniarlo tutti! TUTTI! »
Ma la collera dominava completamente la mente dell’uomo in quel momento, non permettendogli di udire le parole a lui rivolte, non permettendogli di ascoltare una possibilità di innocenza per colui che aveva deciso essere l’assassino di sua sorella, il colpevole della fine della sua stessa vita. Solo il sangue avrebbe potuto placare la sua sete, il vuoto che nel suo corpo era stato creato dal freddo della pelle di Ja’Nihr, di quelle forme sempre calde ed accoglienti per lui quando fin da bambino in lei cercava rifugio contro ogni bruttura dell’esistenza. Non vi sarebbe stata più una parola di conforto dalle di lei labbra, non vi sarebbe stata più una carezza di tenerezza dalle di lei mani: ella era morta… e l’universo intero aveva perso di significato in quella innaturale ed immotivata conclusione della di lei vita.
Ma Midda, fortunatamente per tutto l’equipaggio della Jol’Ange, non era una sprovveduta: per quanto difficile fu contrastare la forza del gigante nero, per quanto i di lui muscoli fossero già solo nelle braccia più grandi dell’intero addome di lei, la donna guerriero riuscì a mantenere la propria posizione, riducendo gradualmente la possibilità di respirazione per l’uomo e conducendolo, in conseguenza, a perdere irrimediabilmente i sensi.
« Ja…Ni... » tentò di sussurrare Av’Fahr, in ultimo barlume di coscienza, invocando con le lacrime agli occhi il nome della sorella nella propria più completa disperazione.
Solo a quel punto, quando sentì i muscoli dell’uomo finalmente rilassarsi, la mercenaria allentò la propria presa nel desiderio di non offrirgli danni irreparabili: lentamente rilasciò la presa attorno al collo di lui, per prima, ad assicurarsi che fosse realmente svenuto, liberando successivamente anche le braccia per lasciarsi rotolare di lato e porsi a sedere accanto a lui, a riprendere fiato.
« Spero che al tuo risveglio potrai perdonami, grand’uomo. » gli disse ella, sottovoce, accarezzandogli appena il viso con una mano « L’ho fatto per il tuo bene… »
domenica 6 aprile 2008
087
Avventura
003 - Gli spettri della nave
Dopo l’ultimo saluto alla Bal’Fair ed al suo equipaggio, la Jol’Ange riprese il proprio viaggio verso nord, con meno serenità rispetto al giorno precedente ma con l’assoluta consapevolezza di non poter far gravare la triste fine di quegli uomini e donne sul proprio destino: quella era la vita dei figli del mare, come Salge aveva ricordato, e tutti loro ne avevano accettato i rischi e le responsabilità il giorno stesso in cui avevano salutato per la prima volta le certezze offerte dalla terraferma, rinnovando ad ogni nuova partenza l’impegno assunto per la propria intera esistenza.
« Se i venti continueranno ad esserci favorevoli, entro tre giorni dovremmo raggiungere il nuovo porto… » commentò Noal, la sera successiva all’incontro imprevisto, mentre i due gruppi di turno in quel momento consumavano la propria cena sul ponte stesso della goletta, senza abbandonare i rispettivi incarichi.
« Concordo… » annuì il capitano, spaziando con lo sguardo ad ognuno dei presenti.
Tamos, normalmente introverso nel proprio relazionarsi con i compagni, dal momento della celebrazione funebre era apparso particolarmente silenzioso, chiuso in se stesso come mai prima: se nelle ore pomeridiane tutti avevano rispettato lo stato d’animo in cui comprensibilmente il giovane poteva essere precipitato, giunta a sera Masva non volle continuare a fingere d’ignorare quella situazione ed, approfittando dell’incarico a lei spettante di riordinare tutte stoviglie, tentò di parlare con il compagno.
« Ehy… come va? » sorrise la giovane dai corti capelli rossi.
« Io? » domandò il guercio, sollevando il viso verso di lei e tendendo la mano per riconsegnarle la propria ciotola del cibo ormai svuotata « Tutto bene. »
« Sicuro? » insistette ella, aggrottando appena la fronte « Sembri strano… più del solito, per lo meno. »
« Grazie per la sincerità… » abbozzò un sorriso egli, in risposta « In effetti… non so… c’è qualcosa che non mi piace nell’aria. »
« Cosa intendi, Tamos? » intervenne Midda, inserendosi non invitata nel discorso, avendone colto le battute per lo spazio non così sufficientemente amplio sul ponte della nave ad assicurare un adeguato livello di intimità.
« Non lo so. » scosse egli il capo, tornando scuro in viso « E’ solo un’impressione, forse. »
« Che accade lì? » si inserì la voce di Salge, nel notare il piccolo assembramento.
L’unico occhio del giovane passò rapidamente dalla compagna alla donna guerriera, chiedendo senza parole di non porlo in ulteriore disagio con eventuali complicazioni: la mercenaria, pur non entusiasta all’idea di lasciare in sospeso quella questione, accennò un lieve assenso con il capo, imitata da Masva, nel voler rispettare la richiesta di Tamos.
Sebbene la donna non volesse accogliere con leggerezza un’”impressione”, come egli l’aveva descritta, abituata qual era ad affidare troppo spesso la propria intera esistenza ad simili sensazioni, non desiderava creare problemi di sorta al giovane, comprendendo che forse altri a bordo della nave avrebbero accolto tali emozioni con leggerezza, scaricandone la responsabilità sui fatti del giorno precedente: al contrario ella, con la propria intrinseca paranoia, non voleva commettere una simile imprudenza, a costo di allarmarsi inutilmente.
« Nulla, capitano! » sorrise, pertanto, la donna guerriero nel voltarsi verso Salge « Si disquisiva sulla pessima qualità della sbobba odierna… sbaglio o era il tuo turno in cambusa oggi? »
L’uomo, a quell’affermazione, restò per un momento fra il divertito e l’interdetto, salvo poi sbraitare: « Tornate al lavoro, razza di invertebrati! » al fine di non voler concedere soddisfazione all’antica amante « O per i prossimi tre giorni vi farò provare l’esaltante dieta del naufrago... ed allora vedremo se avrete ancora da ridire su come cucino! »
I tre, a quelle parole, ripresero rapidamente i propri incarichi, sorridendo per i toni quasi grotteschi assunti volontariamente dal loro capitano: ma dietro l’apparente serenità, nella mercenaria restò l’inquietudine trasmessale dal giovane marinaio, l’incertezza di un’impressione non meglio definita ma che, dalla di lui espressione e dai di lui silenzi, nulla di buono sembrava voler offrire.
E, purtroppo, prima che le fosse concessa l’occasione di indagare ulteriormente a riguardo, il fato girò nuove carte sul tavolo da gioco, lasciando concretizzare quelle sensazioni negative, quelle forse sciocche paure in qualcosa di tremendamente reale. Quando, infatti, la notte stava ormai iniziando a cedere il passo al giorno, segnando così un nuovo cambio di turno che avrebbe visto Midda, Tamos e Masva poter finalmente riposare ed essere sostituiti da Camne, Av’Fahr e Berah, un grido si levò nell’aria, in un misto fra folle dolore ed accecante rabbia. E la voce identificabile in tale terrificante richiamo fu quella del colosso d’ebano.
Immediatamente tutto l’equipaggio della nave scattò, quasi fosse un sol uomo, a seguire quel suono straziante, ridiscendendo nella stiva: in quel punto essi trovarono la massa muscolosa della schiena Av’Fahr, chino a terra, ripiegato in avanti e tremante di mille emozioni negative, al centro di una pozza di sangue. Le di lui forti braccia, quegli arti tanto potenti da poter forse abbattere un bufalo in corsa, apparivano strette in maniera delicata attorno ad un corpo dalla pelle a lui similare ma ricco di sinuose curve femminili per cui molti uomini non avrebbero potuto far altro che perdere il senno.
« Ja’Nihr… »
Un sussurrò collettivo, un gemito di sgomento, di incredulità, di irrazionale paura e conscio dolore attraversò le labbra di ognuno, nell’osservare un orrore a cui non avrebbero mai potuto essere pronti: ognuno di loro, chi più, chi meno, non era estraneo alla morte ed alla morte violenta, non era nuovo al sangue ed alle uccisioni. Ma, umanamente, la morte, la violenza ed il sangue sarebbero apparse sempre incredibilmente lontane da se stessi almeno fino a quando non avessero coinvolto persone vicine, conosciute, amate. Ed anche laddove lo spettacolo macabro dei resti lasciati dall’ippocampo, ancora vivo nei loro ricordi, appariva nauseabondo e rivoltante, ciò che era loro offerto in quel momento sembrò superare tale tragedia, come solo una morte in famiglia poteva condurre ad essere.
La cacciatrice delle terre centrali, la figlia dei deserti, con i propri occhi castano chiari e le labbra carnose, con i propri seni ricchi e sodi e le proprie gambe lunghe e tornite, con una voce sempre allegra ed una mentalità aperta ad ogni svolta del destino, giaceva priva di vita fra le braccia del fratello, circondata dalle persone che per lei erano diventate più di una famiglia, nel cuore della nave che aveva imparato a chiamare “casa”.
Ja’Nihr era morta.
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