Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Visualizzazione post con etichetta 009 - Trent'anni dopo. Mostra tutti i post
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mercoledì 21 gennaio 2009
377
Avventura
009 - Trent'anni dopo
Anche quella sera i due gemelli non dimostrarono alcuna intenzione a prendere facilmente sonno.
Sebbene quell’intrinseca caratteristica fosse causa di molti disagi per la loro famiglia, nessuno all’interno di quella casa avrebbe potuto dirsi bramoso del giorno in cui entrambi si sarebbero proposti troppo grandi, troppo maturi per aver voglia di dormire quietamente, senza più offrire capricci, senza più richiedere l’intervento di una figura parentale. Del resto tale era la vita e, volenti o nolenti, i due bambini sarebbero presto cresciuti vedendo i propri interessi spostarsi verso argomenti più concreti rispetto a semplici favole e, in questo, iniziando a separarsi inevitabilmente dall’abbraccio dei propri cari: stupido e vano sarebbe stato, pertanto, lamentarsi per quei capricci, per quelle piccole ed innocenti isterie serali nella richiesta di un po’ di attenzione, laddove presto alcuna attenzione sarebbe stata richiesta ed, al contrario, sarebbe divenuta al contrario un fastidio e non una necessità.
« Mamma… Ma-a-am-m-ma… » invocarono entrambi, seguendo quasi ritualmente una prassi accertata, nella richiesta della presenza materna al loro fianco, nel voler concedere alla madre l’occasione di intervenire in risposta alle loro voci.
Normalmente quella richiesta non trovava immediata reazione, dato che i giochi della giornata, uniti ai già tanti impegni quotidiani, lasciavano la madre eccessivamente stremata per poter intervenire, per potersi offrire ancora una volta ai propri pur amati figli. In quegli ultimi giorni, però, la necessità era dovuta divenire virtù nel momento in cui la seconda carta da giocare, quella solitamente vincente in simili capricci serali, era venuta meno, partita per un lungo viaggio dal quale forse non avrebbe potuto fare ritorno.
Ma per i bambini l’idea di perdere la loro compagna preferita, forse la più fedele complice che avessero mai avuto, non era stata un’idea accettabile e, sebbene ormai avrebbero dovuto comprendere come alla seconda richiesta sarebbe inevitabilmente accorso il padre, essi non demorsero nella loro dolce ed infantile ingenuità, dimostrando probabilmente, in tal modo, il proprio affetto indiscusso nei riguardi di colei che non avrebbe potuto evitare di mancare loro, di colei la cui assenza non avrebbe potuto evitare di gravare sulle vite di tutti i membri della famiglia, non solo per l’aiuto che non aveva mai comunque rifiutato in qualsiasi situazione ma, più banalmente, per il valore rappresentato da quella stessa figura nelle loro esistenze.
« Nonna… no-o-on-n-na… » gridarono, pertanto, i due, offrendo vocalizzi in note decisamente troppo acute per risultare gradite non solo all’interno di quell’abitazione ma, anche, in tutto il vicinato.
Quella sera, però, l’incredibile divenne realtà, nel lasciar comparire sulla soglia della loro stanza quell’immagine tanto bramata e, quasi, ormai non sperata: « Quante volte vi dovrò ripetere di non gridare come degli ossessi, razza di lestofanti? » domandò Heska, sorridendo innanzi ai due pargoli.
« Nonna?! » si zittirono, sinceramente stupiti, non riuscendo quasi a credere a quell’inattesa ricomparsa « Nonna! Nonna! » esultarono poi, saltellando semplicemente entusiasti nel poterla rivedere, nel potersi nuovamente tendere a lei.
« Vehnea… » sorride con dolcezza la nonna, scuotendo il capo e correndo incontro ai due nipotini, felice di poterli abbracciare ancora una volta, di poterli stringere a sé come mai avrebbe creduto di poter essere « Non ditelo in giro, ma sappiate che i vostri capricci mi sono mancati tantissimo! »
« Nonna tornata… » commentò Jarah, aggrappandosi alla spalla sinistra della propria amica, felice come mai per quel ritorno, per quella riconciliazione.
« Nonna non va via mai… » aggiunse Thomar, con un tono a metà fra una supplica ed un ordine, nello stringersi altresì al braccio destro di lei, sorridendo a sua volta contento oltre misura.
« Hai ragione, birbante che non sei altro. » schioccò ella un sonoro bacio contro il capetto del bimbo a quelle parole, a quella richiesta, stringendoli entrambi dolcemente a sé e piano cullandoli « Non andrò più via. La mia vita è completa qui con voi… con voi, con vostra madre e con vostro padre. Null’altro potrebbe offrirmi più gioia… più serenità. »
Non tutte quelle parole riuscirono ad avere un senso compiuto alle orecchie dei due bambini, anche perché in esse era celata una verità molto più ampia di quanto chiunque in quell’isola avrebbe potuto conoscere, il significato di un’intera esistenza, della sua vita. Forse un giorno Heska avrebbe condiviso il racconto della propria avventura con il mondo, forse una canzone ne avrebbe ritratto gli episodi più incredibili, ma difficilmente ad un ascoltatore sarebbe stata concessa la possibilità che a lei era stata donata, l’occasione di comprendere pienamente il senso della quotidianità, così rinnegata da molti eppur così desiderata da coloro ai quali essa è negata.
« Ora… storia?! » domandò Thomar, scuotendo appena la nonna, superando quel momento di commozione e ricordandosi una delle ragioni principali per cui la loro parente sarebbe stata necessaria in una sera come quella « Bella storia… »
« Sì… bella storia! » concordò Jarah, appoggiando pienamente la mozione proposta dal proprio gemello.
« Che furfanti. » commentò divertita Heska, scuotendo il capo « Sono sbarcata da neanche un’ora e già volete mettermi al lavoro?! »
« Storia… » si limitarono a sottolineare i due bambini, ricorrendo ad una strategia emotiva e sfoderando, in ciò, lo sguardo più lacrimoso e commovente di cui erano in grado.
« Midda… » incalzò, in particolare, il primo, ormai slanciato nel ruolo di comando in quella sera « Storia Midda bella... »
La figlia di Lafra sorrise a quella richiesta, baciando silenziosamente entrambe le nuche dei gemelli prima di lasciarli delicatamente riappoggiare sul letto e sedersi fra loro. La sua mente non poté che correre, con il proprio pensiero, all’amica, ritrovata e nuovamente perduta, a quella sorella così poco conosciuta eppure alla quale lei stessa, come probabilmente ogni altra donna o uomo di quel continente, doveva non solo il proprio presente ma anche il proprio futuro.
Midda era stata sacrificata, forse contro la propria volontà, in nome di un bene superiore, di un equilibrio universale da dover preservare e proteggere: non aveva potuto dirle addio, non aveva potuto offrirle un ultimo saluto, laddove priva di coscienza, la Figlia di Marr’Mahew era stata accolta nell’abbraccio della fenice, bruciando in un turbinio di fiamme tali da consumarle entrambe. Insieme a Carsa, un tempo amica, poi nemica ed ora, semplicemente, vittima del destino, aveva assistito alla scomparsa di colei per cui era stata pronta a porre in gioco la propria vita senza esitazioni, senza dubbi: colei che, con la testimonianza della propria esistenza, delle proprie scelte e delle conseguenze derivanti dalle stesse, le aveva concesso una nuova occasione di crescita non diversamente da come era occorso trent’anni prima.
Sbagliato sarebbe stato dire che mai più a quella sua sorella di fato ella si sarebbe ispirata, sbagliato sarebbe stato pensare come innanzi a quella nuova consapevolezza l’immagine prima quasi idolatrata ora sarebbe stata rinnegata: al contrario, proprio adesso più che mai, Heska avrebbe fatto tesoro del retaggio concessole da lei, quell’eredità donatale non tanto per spingerla ad essere un guerriero migliore ma, semplicemente, una donna migliore. Non era stato semplice comprenderlo, e per tre decenni aveva errato nella propria valutazione, nelle proprie considerazioni, ritrovando in lei un’icona di forza, di potere, convincendosi di dover tendere a simile distorta interpretazione di quel cammino di vita: ora, però, in quel pur fuggevole ritorno della sorella, ella aveva avuto finalmente l’occasione di correggersi e, in questo, di scoprire l’umanità celata dietro al mito.
Certamente sarebbe stato triste e doloroso il pensiero di non poter più avere modo di incrociare i suoi occhi di ghiaccio, di udire la sua voce esprimere sprezzanti opinioni sulla vita e sul mondo, di camminare al suo fianco. Certamente sarebbe stata angosciante l’idea del fato che avrebbe atteso l’amica nel proprio futuro, quel destino irrimediabilmente legato alla regina Anmel, della cui liberazione era stata artefice inconsapevole eppur volontaria. Nonostante tutto questo, però, Heska non avrebbe potuto mancare di sentirsi felice, di cedere ad un sincero e puro sentimento di gioia, laddove un’immagine le era stata concessa in dono dalla fenice subito dopo la loro scomparsa, una scena proiettata direttamente nella sua mente da un altro luogo, un altro tempo.
Ella aveva veduto Midda Bontor, donna guerriero Figlia di Marr’Mahew, rinata dalle fiamme della fenice, tornata ad essere colei che serbava nei propri ricordi, nelle proprie memorie: raggomitolata nuda a terra, in posizione fetale, la donna, nello splendore dei propri trent’anni, si era mostrata dolcemente adagiata su un manto erboso, splendida come una ninfa immersa nella natura quasi incontaminata di un paesaggio montano. Ma non completamente sola, innanzi agli occhi della sua mente, la sorella si era concessa: subito dopo, infatti, un’immagine maschile le era accorsa al fianco, gridando parole da Heska non udibili in quella visione lontana, ma dimostrando, nel proprio volto e nei movimenti delicati con cui su di lei si era chinato premurosamente, un sentimento puro e sincero. E senza alcuna fatica, senza il minimo sforzo, nelle fattezze di quell’uomo la figlia di Lafra aveva avuto modo di riconoscere immediatamente Ma’Vret Ilom’An, il padre di H’Anel e M’Eu che mai aveva avuto, invero, occasione di incontrare in passato, comprendendo in simile presenza la volontà della fenice, il piano di quella incredibile e forse divina creatura.
Certamente sarebbe stata angosciante l’idea del fato che avrebbe atteso l’amica nel proprio futuro, quel destino irrimediabilmente legato alla regina Anmel. Ma il pensiero che, insieme a questo, le sarebbe stata concessa anche l’occasione di poter vivere la propria vita con la pienezza a cui aveva rinunciato la prima volta, di poter rimediare all’errore compiuto trent’anni prima nel rifuggire all’esistenza, non avrebbe potuto evitare di rallegrare l’animo di Heska. A Thare, Vehnea, Tyareh e Marr’Mahew, ogni sera avrebbe elevato le proprie preghiere, richiedendo loro di aiutare la sorella non solo nel superare i pericoli che le si sarebbero immancabilmente offerti innanzi nella propria lotta contro oscuri ed incredibili poteri ma, anche, nel raggiungere finalmente la propria pienezza, la propria completezza di cui ella era indubbiamente meritevole per quanto forse, mai, sarebbe stata capace di ammettere innanzi al proprio animo.
« Nonna?! » tentarono di richiamarla i due nipotini, cogliendola distratta « Storia bella… Midda… »
Ed Heska si riprese dai propri pensieri, sorridendo ai due nipotini prima di iniziare a narrare, con tono sereno: « C’era una volta, tanto tanto tempo fa… »
martedì 20 gennaio 2009
376
Avventura
009 - Trent'anni dopo
« Vehnea… »
Heska aveva assistito a quel confronto quale immobile ed inerme spettatrice al pari della sorella.
Nel suo corpo, nel suo ventre, ancora era permasa la freddezza del contatto con la lama nemica. Nella sua mente ancora era coscienza di come la morte l’avesse non solo sfiorata ma, addirittura, abbracciata con forza, con vigore, trascinandola ineluttabilmente verso il proprio destino. Eppure la vita non l’aveva abbandonata. Al contrario: in conseguenza inequivocabile dell’intervento della fenice, ella sentiva come le sue membra avessero acquistato un’energia che non avrebbe mai pensato di poter avvertire, una vitalità forse da sempre negatale. Ciò nonostante, per quanto avrebbe potuto levarsi tranquillamente dal suolo un istante dopo l’inizio dello scontro fra l’immortale creatura di fuoco e la regina Anmel, umanamente ella non era riuscita a trovare occasione psicologica di farlo, tremando al pensiero di quanto fosse accaduto e di quanto ancora si stava proponendo innanzi a lei.
Solo nel momento in cui, dopo un ultimo ed accecante bagliore tanto intenso da far pensare alla nascita di un nuovo astro innanzi a loro, la loro avversaria era svanita, definitivamente sconfitta nel confronto con un potere a sé superiore; solo quando le tenebre malvagie imposte su quella landa di morte si concessero dissolte nel nulla, dimostrando ora un cielo più chiaro, ugualmente colmo di nuvole cineree ma, ora, capaci di dimostrare anche tiepidi raggi solari fra le esse; la donna trovò di nuovo coraggio per comandare alle proprie membra di muoversi, al proprio corpo di levarsi, al fine di tentare di avvicinarsi all’amica, alla sorella, ancora stesa a terra apparentemente priva di sensi.
« Midda… » sussurrò, tentennando verso di lei, temendo il peggio nel coglierla in tal maniera « Midda?... Dei, fate che non sia... »
Non gli dei, però, offrirono risposta a quell’invocazione, prima ancora che essa fosse conclusa, quanto la stessa fenice, proposta ancora vicino a loro, accanto a loro, in tutta la propria meravigliosa ed infuocata presenza: “Non temere. Non lo è…”
Forse diffidando di quelle pur sincere parole, forse temendo tale presenza superiore ad ogni propria capacità di comprensione, Heska non arrestò i propri passi ma raggiunse l’amica allo scopo di potersi chinare su di lei per auscultarne il battito cardiaco, nella speranza di non avere difficoltà ad udirlo.
E, fortunatamente, esso si propose, stanco, debole, eppur presente al proprio orecchio.
« Hai salvato me… non puoi fare qualcosa anche per lei?! » domandò, risollevandosi e rivolgendosi direttamente alla fenice, dimentica in ciò del rispetto che avrebbe dovuto probabilmente offrire verso una tale creatura, non per blasfemia nei suoi riguardi quanto, semplicemente, in conseguenza del proprio animo semplice, onesto, che si concedeva senza timori e malizie anche nel confronto con colei davanti alla quale la stessa Midda Bontor, trent’anni prima, si era ritrovata a doversi inginocchiare in lacrime.
“Ho intenzione di fare molto più di quanto tu non creda, Heska Narzoi.” rispose con immutata ed immutabile serenità l’uccello di fuoco, offrendo simili parole direttamente nella sua mente, come aveva fatto fino a quel momento, insieme ad un sentimento di pace privo di possibilità d’eguali.
Prima che la donna potesse, però, approfondire la questione, un altro evento ne richiese l’attenzione, facendo correre il suo sguardo a rintracciare l’origine di lievi gemiti e ritrovando la medesima in Carsa, colei che si era proposta come loro nemica. Istintivamente, umanamente, il suo corpo e la sua mano corsero alla spada ancora abbandonata a terra, per riconquistarla ed essere pronta ad affrontare quel pericolo: aveva creduto che ogni ostacolo fosse stato eliminato, che la regina Anmel fosse stata annientata, ma quel movimento parve voler contraddire simile ipotesi.
La giovane, invero più vicina all’età della figlia che alla propria almeno nel proprio aspetto fisico essendo comunque probabilmente a lei coetanea, restò ancora per un lungo momento a terra, prima di tentare di riprendersi, di risollevarsi da quella posizione, stordita, disorientata: inevitabile fu come simile sentimento, tale emozione, tanta confusione non ebbe ragioni di diminuire ma, al contrario, di aumentare, nel ritrovarsi una spada puntata alla gola da parte di una presenza che non sembrava conoscere.
« Chi… sei?! » domandò, socchiudendo gli occhi nello squadrare la figura della figlia di Lafra, a tentare di comprendere le ragioni di quell’ostilità davanti alla quale si ritrovò, suo malanimo, ad essere disarmata « Dove sono?! »
Solo dopo aver formulato tale domanda, lo sguardo di Carsa fu attratto dalla luce a loro tremendamente vicina, individuando immediatamente il profilo etereo della fenice: « Oh… dei… » sussurrò, restando senza altre parole di fronte a tale magnificenza, disinteressata in essa anche del pericolo incombente su di sé e rappresentato dalla lama appoggiata al proprio collo.
Innanzi ad una tale reazione, Heska non poté evitare di essere a sua volta perplessa, non riuscendo a comprendere se quello fosse un trucco proposto dalla propria avversaria per attentare nuovamente alle loro vite oppure se vi fosse del vero in simile comportamento. Ma gli occhi della giovane si dimostrarono in ciò tremendamente sinceri, concedendole vista su un animo completamente diverso da quello che, precedentemente, aveva avuto modo di affrontare.
“Non abbiate timori.” suggerì loro la fenice, muovendosi leggera fino al punto in cui il diadema era rotolato nel lasciare il capo della sua ultima detentrice “Il pericolo rappresentato da questa corona non graverà più in questa realtà almeno per qualche secolo… almeno fino a quando un nuovo manipolo di sciocchi non oserà prevaricare le difese poste a sua sorveglianza nei tempi passati.”
« Non credi di doverci qualche spiegazione?! » richiese Heska, ancora rivolgendosi senza timori alla loro divina controparte, abbassando la propria spada nell’evidenza di come Carsa non rappresentasse più un pericolo « Cosa è accaduto?! Perché continui a parlare di realtà quasi ne esistessero diverse… »
“E’ un discorso troppo complesso per le vostre capacità cognitive, per la vostra conoscenza del Creato.” rispose, senza alcun intento denigratorio in quelle parole “Sappi solo che quella vinta oggi è stata una semplice battaglia, dal risultato prevedibile, laddove d’amore e non d’odio erano i sentimenti di colei che in sé aveva accolto il retaggio di chi conoscete con il nome di regina Anmel.”
“Il lato più oscuro del potere, e di simile sentimento, ne avevano traviato le azioni, i piani, ma non avevano concesso all’Oscura Mietitrice una forza necessaria a contrastarmi.” continuò a spiegare, dimostrando una chiara volontà di trasparenza nei confronti di tanto desiderio di comprensione, per quanto i concetti espressi si proponessero troppo semplificati per offrire un intendimento completo su quell’argomento “Purtroppo la guerra contro simile minaccia è ben lontana dal potersi considerare terminata: trent’anni fa Midda Bontor ha involontariamente infranto un sigillo ed ora, per lei, è giunto il tempo di affrontare le conseguenze di quanto occorso…”
« Ma hai appena detto che alcuna minaccia graverà su di noi per diversi secoli… » replicò la donna, ponendosi a difesa della sorella « Quale impegno potrebbe, in tal senso, esserle richiesto?! »
“Nel momento in cui si è sottratta alla propria stessa vita, al proprio mondo, Midda ha violato un antico ed universale equilibrio. Se non fosse avvenuto, tutto ciò che ora tu definisci quale realtà, tutto ciò che tu conosci quale tua vita, non sarebbe stato tale.” riprese la creatura, evidentemente sforzandosi nel tentare di trovare le parole migliori per esprimersi “Ho seguito con attenzione molteplici evoluzioni di simile scelta, illudendomi, forse, che l’ordine si sarebbe potuto ricostituire in maniera spontanea, anche senza un nuovo coinvolgimento da parte sua: purtroppo, però, a nessuno è dato di sottrarsi al proprio destino e senza una risoluzione drastica per questa realtà e per molte altre non vi sarà futuro…”
« Non capisco… » ammise Heska, sforzandosi di seguire il senso di quel discorso senza ottenere successo.
“Sarò più chiara.” le concesse la fenice “Devo riportare Midda Bontor nel tempo a cui appartiene, per offrirle la speranza di salvare se stessa ed il suo mondo…”
lunedì 19 gennaio 2009
375
Avventura
009 - Trent'anni dopo
Nel momento stesso in cui Carsa estrasse la lama della propria ascia da Heska, ormai ritenuta priva di vita, un’improvvisa luce scaturì dalla ferita inflitta su quel corpo inerme, tanto forte, tanto abbagliante da accecare per qualche istante chiunque verso quella fonte stesse rivolgendo il proprio sguardo. Fuoco puro, vivo, bruciante, esplose dalla lesione come un fiume in piena, quasi stesse prendendo il posto del sangue che altrimenti ci si sarebbe attesi di trovare: in quella forza, in quelle fiamme, furono coinvolti tanto la preda quanto il predatore, tanto il carnefice quanto la vittima.
Midda, nonostante fosse stata quasi privata della vista di fronte all’enfasi di quella deflagrazione luminosa in una landa di tenebre, sbarrò gli occhi per lo stupore, immenso e sincero. Quello spettacolo, sconvolgente, non le si concesse come qualcosa di nuovo, sconosciuto e, soprattutto, nemico: al contrario quelle fiamme, quel fuoco, in breve assunsero sempre più chiaramente i tratti di una vecchia amica, che mai avrebbe creduto poter avere occasione di incontrare nuovamente nella propria esistenza.
« Fenice! »
Un sussurro, quello proposto dalle sue labbra, che rappresentò, però, una gioia incontenibile, una felicità priva d’eguali, scandita dai battiti del suo cuore improvvisamente divenuti tanto rapidi, frenetici, da far temere che esso stesso sarebbe potuto scoppiare da un momento all’altro. Molte sarebbero potute essere le domande, molti sarebbero potuti essere i dubbi che nella sua mente si sarebbero dovuti affollare innanzi a quella presenza, a quella comparsa inattesa ed inattendibile, ma alcuna riuscì a trovare formulazione, alcuna sembrò avere senso in quel momento: l’esperienza che ella aveva condiviso con la fenice, trent’anni prima, era stato uno dei momenti più belli della propria esistenza, donandole sensazioni mai provate prima, in un senso di appagamento, di completezza, di gioia privo di eguali. Ed ora, averla nuovamente vicina, si stava concedendo quale il regalo più grande che gli dei avrebbero potuto riservarle, avrebbero potuto concederle, fosse quello anche il segno della sua imminente fine, dell’appuntamento con il proprio fato a cui era fuggita forse troppo a lungo.
Nel mentre in cui la vista si concesse nuovamente alla mercenaria, l’immagine che si propose innanzi a lei ebbe dell’incredibile, contemporaneamente offrendo conferma a molte ipotesi ed aprendo spazio per molte nuove domande. Nella luce che, ancora abbagliante, stava venendo irradiata dal corpo infuocato della creatura mitologica, la figura di Carsa apparve sdoppiarsi, quasi come se lo sguardo dell’osservatrice stessa si fosse incrociato dando ragione a strani giochi ottici: tale duplicità, però, non propose due profili fra loro identici, dimostrando, da un lato, la stessa donna che fino a quel momento aveva levato le proprie offese contro la coppia e, dall’altro, una presenza totalmente diversa, difficile da delineare con precisione nelle proprie fattezze, nella propria fisionomia quasi si offrisse sfocata ed impossibile da focalizzare. E mentre la prima apparve frastornata, sbalordita, quasi terrorizzata nel confronto con la fenice, la seconda si propose chiaramente contrariata, iraconda, furente per quell’intromissione.
« Maledetta! » gridò la voce della strega, risultando all’udito di Midda doppia non diversamente dalla sua immagine, producendo uno strano effetto stereofonico « Maledetta! Non potrai liberarti di me… non questa volta! »
Le ampie ali infuocate della fenice si mossero ripetutamente innanzi all’avversaria, creando in quel gesto un turbinio d’aria e di fiamme strabiliante, all’interno del quale la regina Anmel non parve avere possibilità di azione o di evasione: vani si dimostrarono, invero, i tentativi di attacco contro l’uccello di fuoco, vedendo tutta la propria incredibile energia, tutto il proprio devastante potere respinto in ogni occasione contro di sé. E dove l’immagine di Carsa si concesse ad ogni istante sempre più spaventata, sempre più provata da tutto quello, forse finalmente e nuovamente cosciente di sé e di quanto stesse accadendo, quella della sua metà oscura, della sua ombra diabolica apparve al contrario sempre più dominata dalla rabbia, non accettando la possibilità di resa, di sconfitta per quanto apparisse inevitabile.
“Il tuo potere non può essere sufficiente in questo piano di realtà…” scandì la voce psichica della fenice, proponendosi con la propria naturale calma, con il proprio consueto carico di serenità e pace “Il cuore di colei che ti ha accolta sarebbe stato degno più per la Portatrice di Luce che per l’Oscura Mietitrice…”
« In lei vi era malvagità… » negò la regina Anmel, risultando sempre più separata rispetto a Carsa, proponendosi ad ogni istante quale una figura più esterna alla propria ospite « Ira, risentimento, desiderio di vendetta… non puoi essere tanto cieca da non accorgertene! »
“E’ una mortale… è un essere umano… e come tale non può negarsi certi sentimenti, simili emozioni. Non puoi ignorarlo.”
Il confronto si propose epico fra le due entità, entrambe oltre ogni umana capacità di raziocinio: la Figlia di Marr’Mahew tentò vanamente di seguirne l’evoluzione, ma già il mantenere sollevate le palpebre di fronte a tanta luce risultò per lei estremamente doloroso, richiedendole una concentrazione fuori dal comune. Ciò che poté cogliere chiaramente, fu l’improvviso distacco delle due figure gemelle, ritrovando l’ospite umano, Carsa, ricadere lentamente a terra: la donna, evidentemente priva di sensi, si lasciò scivolare sul suolo ruvido offerto dalla pietra oscura con cui quell’enorme piramide era stata edificata, perdendo in conseguenza di simile atto la propria corona che rotolò non lontano da lei. In quella svolta, per quanto le dinamiche di ciò che stava accadendo non le potessero essere completamente chiare, Midda si sentì di considerare un chiaro segno di superiorità per la fenice, di vittoria per la sua amica, ma subito dopo una nuova esplosione di energia rossa parve volerla contraddire, vedendo le fiamme spazzate dal potere della regina Anmel, ormai svincolato da qualsiasi spoglia mortale nella quale precedentemente poteva aver ritrovato ospitalità e riparo.
« Ormai sono stata liberata dalla mia prigione e una tua ipotetica tua vittoria non potrà essere duratura. Non hai mai potuto e mai potrai importi su di me per tempi indefiniti… lo sai! » gridò la voce della strega, ormai privata della propria stereofonia nell’assenza del contributo prima offerto, forse involontariamente, da Carsa « Non è stato così in passato e non potrà esserlo in futuro! »
“Non è mio compito, infatti.” replicò con tranquillità la fenice, riproponendo il proprio ardore con maggiore intensità, a recuperare la posizione di precedente forza nei confronti dell’avversaria.
« Ma anch’ella non potrà far nulla… è vecchia… è stanca… e presto sarà anche morta! » commentò l’altra, in risposta a quell’osservazione, voltandosi nella direzione della mercenaria, osservandola con un volto ancora indefinito, indecifrabile agli occhi della donna stessa « Preparati ad incontrare i tuoi dei, Midda Bontor! »
Con uno scatto rabbioso, con un impeto tale da infrangere la morsa in cui la propria avversaria l’aveva rinchiusa, la regina Anmel si gettò verso la Figlia di Marr’Mahew, decisa a terminare quanto iniziato, a portare a termine quel compito di morte, quell’incarico fatale. Impossibile per l’anziana donna guerriero sarebbe stato difendersi da tale carica, anche ammesso di riuscire a muoversi, di poter avere ancora il controllo sul proprio corpo come, altresì, purtroppo non possedeva: ciò che le si stava parando innanzi era, indubbiamente, una forza superiore a qualsiasi sua immaginazione, a qualsiasi sua possibilità d’azione. Solo una cosa le fu così concesso di fare, come del resto suggerito dall’annuncio di condanna di quella sorta di spettro: pregare.
« Thyres… » sussurrò, preparandosi alla fine.
Ma prima che i tentacoli della peggiore fra le morti possibili potesse avere l’occasione di sfiorare quelle carni ormai non più giovani, ormai private del vigore di un tempo, l’uccello di fuoco raggiunse nuovamente il proprio eterno nemico, sprigionando attorno ad esso, in esso, tutto il proprio potere, tutta l’essenza più pura della propria natura.
E con un terrificante grido, innaturale, inumano, quella battaglia trovò improvvisamente la sua naturale conclusione, in un’esplosione di luce tale da dissolvere le blasfeme tenebre imposte sulla Terra di Nessuno.
domenica 18 gennaio 2009
374
Avventura
009 - Trent'anni dopo
Passarono forse pochi istanti, lunghe ore o un’intera vita: Heska non ebbe modo di comprenderlo.
Nel mentre in cui l’immagine del volto di Midda sembrò proporsi ancora davanti ai suoi occhi, in quel muto grido rivolto nella sua stessa direzione, in quella disperata richiesta di permanere al suo fianco, di non abbandonarla, la donna si sentì consapevole dell’oscurità che, totale, l’avvolgeva, negandole ogni percezione esterna anche alla semplice vista: udito, tatto, gusto, olfatto… ogni senso si propose come spento, non permettendole neppure un speranza di coscienza sul proprio stesso corpo. Del resto, in quel frangente, ella non si sentì certa di poter ancora essere in grado di possedere un corpo a cui potersi riferire: per quanto fosse isolata dall’intero universo, non sembrava potersi negare la consapevolezza della propria fine, della fredda lama calata con violenza sopra di sé, a concederle l’invito verso la sua ultima avventura, l’obbligo a non ignorare il fato comune a tutti i mortali.
Era morta…
Stupido sarebbe stato commentare come simile esperienza le si stesse offrendo completamente nuova e nessuna informazione a tal riguardo le fosse mai stata concessa prima di quel momento, ad essere certa del medesimo, della propria attuale situazione: a tutti gli effetti, purtroppo, tale era l’unica possibilità a cui riusciva a pensare. In tutta la propria esistenza, ovviamente, non erano mancate lunghe riflessioni rivolte verso la morte, soprattutto quando gli anni avevano iniziato ad accumularsi numerosi sulle proprie spalle: la sua fede, così come probabilmente ogni altra religione del mondo, le offriva molte idee in relazione a quell’improrogabile appuntamento, cercando di concederle un senso di speranza, un’idea di pace nella possibilità di incontrare nuovamente tutti i propri cari perduti, di ritornare assieme a loro, in gloria ai propri dei. Per tutti loro era, così, la promessa dell’inizio di una nuova e migliore vita, ma in quel particolare frangente, nelle tenebre in cui si ritrovò ad essere immersa, ella non riuscì a proporsi alcun ottimismo, alcuna speranza: al contrario, la figlia di Lafra non poté evitare di sentire dentro di sé crescere un senso di inquietudine.
Era morta…
A peggiorare la già negativa situazione, si propose in lei, inevitabile, sottolineare come tale morte non sarebbe potuta essere attribuita a cause normali, quali la vecchiaia, la malattia o, anche, la violenza di un combattimento, di un assassinio: la vita le era appena stata negata da una strega, la quale oltre ad aver dimostrato di possedere poteri antichi come i tre continenti, aveva già dato ampia prova di dilettarsi anche nell’esercizio di tremende negromanzie, capaci di dar vita a veri e propri eserciti ordinati di non morti pronti ad ubbidire ad ogni suo ordine, ad ogni suo capriccio.
Possibile, quindi, che in quelle tenebre le fosse in effetti stato riservato un destino di non vita e di non morte? Possibile che ciò che sentiva o, meglio, non sentiva in quel momento fosse segno della sua condanna ad un’esistenza come zombie? Una simile idea non avrebbe potuto lasciarla tranquilla, non avrebbe potuto concederle serenità, requie: ma se davvero ella fosse stata destinata ad una tale sorte, i pensieri che stava compiendo avrebbero avuto senso? Sarebbero potuti esistere?
Invero, dove alcuna esperienza o conoscenza le fosse stata mai concessa in merito alla semplice morte, altrettanto era a riguardo della non morte. Difficile, pertanto, sarebbe stato definire se la sua attuale condizione fosse da attribuirsi ad una simile maledizione o no. Impossibile, poi, sarebbe stato conoscere se un non morto, uno zombie, fosse solitamente legato alle tenebre come risultava essere lei in quel preciso istante.
Era morta…
“Sbagli…”
Una voce. Aveva davvero udito una voce?
Se solo avesse avuto un corpo, se solo avesse avuto degli occhi per vedere, si sarebbe voltata a guardarsi attorno, per comprendere l’origine di quella voce. Ma allo stesso modo in cui non era più proprietaria di un corpo o di occhi, come avrebbe potuto udire una voce?
“Non sei morta. Non ancora.” proseguì la stessa vocalità, offrendole in quelle parole e, maggiormente, nelle note stesse, nel tono con cui esse vennero prodotte un meraviglioso senso di pace nell’anima, come mai aveva avuto modo di sentire proprio “Fra un momento, forse. Trascorsa l’eternità rappresentata dal tempo di un ultimo, flebile battito del tuo cuore. Per ora non sei ancora morta.”
Era ad un istante dalla morte, dalla fine di tutto, ma non era ancora morta. Non secondo quelle parole così intense, carismatiche, emozionanti. Ma era veramente una voce quella che stava ascoltando oppure, banalmente, il frutto di un proprio delirio, del proprio attaccamento alla vita nel rifiuto della possibilità di morire? Possibile che l’entità proprietaria di quelle espressioni fosse realmente tale? Forse una divinità stava rivolgendosi a lei?
“Non sono una divinità, per quanto molti tale mi considerino.”
Heska restò in silenzio, quasi temendo di poter risultare blasfema in quel confronto con l’ignoto, fosse esso anche semplicemente un frutto della propria mente, della propria follia. In effetti, nell’esser analitici, fino a quel momento ella non aveva offerto il minimo verbo e, probabilmente, non avrebbe neanche potuto parlare se pur l’avesse voluto: ciò nonostante, per quanto sembrasse assurdo un simile ragionamento, ella cercò di mantenere una certa quiete vocale nell’imporre un freno anche ai propri pensieri, laddove sembrava che essi fossero sprone di espressione per quella presenza estranea.
Una parte in lei non poteva che dirsi intimorita da quella voce, da quelle frasi, oltre ovviamente dall’intero contesto in cui esse stavano venendo formulate, dall’esperienza che stava vivendo: la sua interlocutrice aveva negato la possibilità di un’origine divina, pur ammettendo che in molti a lei si appellavano con simili espressioni, con rispettosa reverenza.
Cosa le stava accadendo? Cosa le sarebbe potuto accadere? Se non era ancora morta, come la voce aveva sostenuto, perché tale ritardo? Perché procrastinare l’inevitabile?
“Se tu fossi morta, tutti i miei poteri, tutte le mie capacità non avrebbero più alcuna utilità.” intervenne nuovamente la sua controparte, chiunque ella o essa fosse “In questo momento, però, sul baratro dell’abisso a cui sei stata spinta con violenza, prima del dovuto, ho ancora la possibilità di intervento, posso ancora concederti una seconda occasione…”
Perché?
“Il contrasto fra me e la regina Anmel, nelle sue molteplici incarnazioni, è molto antico…” rispose, evidentemente udendo, in qualche modo, una domanda mai formulata da parte della donna “In questo piano di realtà, fortunatamente, il suo retaggio è stato accolto da una mente dominata dall’amore e, nonostante tutto il male già compiuto, ancora mi è concessa una possibilità di rimediare a quanto è successo…”
Non comprendo…
“Non sforzarti in tal senso, Heska Narzoi.” le suggerì, quasi con dolcezza nel proprio tono “Certe questioni, alcune responsabilità non dovrebbero ricadere sulle spalle di comuni mortali. Purtroppo Midda Bontor si è spinta eccessivamente oltre nel proprio cammino, nel liberare la regina ed il suo potere. Per questo, inevitabilmente, su di lei peserà il fardello di tanta imprudenza e neppure io potrò evitarlo.”
Cosa vuoi? Cosa cerchi da me?
“Desidero ristabilire l’ordine in questa realtà e riportare colei che consideri quale sorella nel mondo da cui ha tentato di fuggire: suo dovrà essere il compito di restaurare l’equilibrio infranto ed evitare sviluppi peggiori rispetto a questo.”
Ma tu… chi sei?!
Non altre parole, non altri termini, offrirono risposta a quel quesito, a quel dubbio, quanto piuttosto una luce quasi accecante, nella quale le tenebre in cui Heska era precipitata si infransero violentemente, rappresentando simbolicamente in ciò ogni dubbio, ogni paura, ogni remora prima concessa nel suo animo, nel suo cuore, nella sua mente, nel porla innanzi all’identità della proprietaria di quella voce.
sabato 17 gennaio 2009
373
Avventura
009 - Trent'anni dopo
Ma dove, per un fugace istante, forse ingenuamente, parve esserci la speranza di porre fine a quel conflitto, di ritrovare contatto con l’umanità della donna, con la parte migliore del suo cuore, del suo animo, evidentemente soffocati dall’ira, dominati dal proprio stesso inumano potere, negli occhi di Carsa alcun sentore di tale sperato risultato venne concesso alle controparti: al contrario, in essi si vide incentivato maggiormente, forse proprio in conseguenza di quelle affermazioni, l’ardente sentimento che fino a quel momento l’aveva sospinta in loro contrasto, lasciandola allontanarsi inesorabilmente dal ricordo di tutto ciò che poteva essere stata un tempo, in un passato forse ormai impossibile da ritrovare.
« Sempre più commovente… » scandì, altresì, con disprezzo palpabile nella propria voce.
Una nuova scarica di energia riportò la mercenaria nello stesso punto dal quale aveva trovato la forza di rialzarsi, decretando ancora una volta la sua inferiorità rispetto all’avversaria.
Il potere, l’energia sprigionata da quel corpo, non sembrava poter conoscere eguali e più ostilità, diretta o indiretta, ella avrebbe posto contro l’altra, più danno ne avrebbe semplicemente ricavato, rischiando di decretare, in quel modo, la propria fine invece della propria vittoria. Tentare un approccio corpo a corpo, del resto, aveva già offerto purtroppo vani frutti, tanto da spingerla a non riprovarci una seconda volta: inevitabilmente, però, anche l’ipotesi di arginarne l’irruenza, la violenza, sembrò non poter avere speranza di successo. Certamente tanto Midda quanto Heska, almeno una volta, erano riuscite a frenare il colpo di grazia elevato dalla regina a loro reciproco contrasto, ma in tale risultato alcuna reale vittoria era stata loro concessa: al contrario, entrambe avevano pagato caro quel tentativo, quella proposta, disperdendo forse vanamente le già poche energie loro concesse e semplicemente rimandando di poco il compiersi di simili offese.
« Sapete di non avere speranze contro di me. Sapete di non poter competere con il mio potere… » esclamò la regina Anmel, scuotendo il capo « Eppure vi ostinate a cercare di rimandare l’inevitabile. Perché? Quale guadagno vi potrà mai offrire simile masochistico attaccamento alla vita? »
« Proprio tu, tu che alla vita sei voluta rifuggire… » continuò l’avversaria, nuovamente tornando nella direzione di Midda ed, ora, canzonandola quasi in quelle parole « Perché ora non accetti la morte? Perché ora non abbracci il tuo fato? Sei vecchia e stanca, Midda Bontor… alcuna ragione ti lega più a questo mondo. »
La mercenaria restò in silenzio di fronte a simile domanda, non solo perché difficile sarebbe stato elaborare una risposta alla stessa, ma anche perché le energie, in conseguenza di quel nuovo e violento attacco, le erano state quasi completamente negate, lasciandola nuovamente bloccata a terra, ostia sacrificale per la gloria di quell’oscura signora. Invero, comunque, ella non sarebbe stata neppure in grado, semplicemente, di proporre una difesa da quelle osservazioni, laddove non si poneva in grado di individuare un particolare torto in quell’analisi, proposta alle sue orecchie, alla sua mente: se solo fosse stata più giovane, se solo non avesse perduto le energie di un tempo, forse avrebbe potuto contrastare quel potere, avrebbe potuto combattere quell’osceno legame. In passato, del resto, aveva avuto modo di affrontare pericoli di ogni genere, aveva avuto modo di battersi contro stregoni di ogni sorta, dotati di poteri antichi non meno rispetto a quelli della regina Anmel, ed era sempre riuscita ad individuare in loro un punto debole, era sempre riuscita, pur rischiando ogni volta la propria vita, ad imporre il freddo della lama attraverso i loro corpi. Purtroppo, però, per colpa della propria stupidità, del proprio egoismo, trent’anni prima aveva rifiutato di vivere la propria esistenza quando ne avrebbe avuto l’occasione, e da simile scelta, nella propria stessa fuga, aveva probabilmente decretato la nascita di quel mostro: quasi poetica si poneva pertanto quella situazione, nella dimostrazione di come, prima o poi, chiunque avrebbe dovuto affrontare le conseguenze delle proprie scelte, delle proprie azioni o della mancanza della volontà di agire, laddove anche l’ignavia non avrebbe potuto offrire salvezza, non avrebbe potuto concedere assoluzione morale.
Ma anche se, con il proprio corpo, la Figlia di Marr’Mahew non appariva poter tenere testa a quella nemica e forse, in ciò, avrebbe dovuto accettare la resa come dall’altra proposto, con la propria mente, il proprio cuore e il proprio animo, altresì, ella non avrebbe ancora potuto permettersi simile scelta.
In quella particolare situazione, infatti, sembrava essere racchiuso il senso stesso della sua intera esistenza, delle sue scelte, delle sue lotte, dei suoi errori, ponendo nella figura di Carsa, invero vittima delle circostanze non diversamente da chiunque altro, il ruolo di nemesi quando, ormai, probabilmente tutte le altre responsabilità che avrebbe dovuto affrontare in passato, e dalle quali era rifuggita, avevano già offerto il proprio naturale tributo agli dei, morendo. Accettare la resa, pertanto, avrebbe significato non semplicemente il riconoscimento delle proprie colpe, quanto piuttosto l’ennesima fuga da esse, l’ennesimo rifiuto di confronto con i propri demoni interiori, con le ombre del proprio passato. E questo, come sempre era accaduto, avrebbe segnato la fine di coloro che a lei si ostinavano a restare vicini, di chi, in parte, aveva anche sperato poter essere in grado di salvare con la propria scomparsa dalla realtà mortale, dal mondo conosciuto: essi, in quel particolare contesto, risultavano rappresentati proprio dalla presenza della figlia di Lafra, che a lei tanta fedeltà, tanto affetto, tanta fiducia non aveva voluto negare fino all’ultimo.
Quella in corso, per Midda, sarebbe potuta probabilmente essere la battaglia più epica a cui avrebbe potuto prendere parte, non tanto per il potere posseduto dall’avversaria, forse superiore a qualsiasi altro mai affrontato, non tanto per la posta in gioco, forse identificabile nel destino stesso dell’umanità non pronta al ritorno di un simile titano, quanto piuttosto per il valore psicologico, morale ed emotivo intrinseco in quell’intera situazione, espresso davanti ai suoi occhi nelle immagini di due donne a lei legate, fra loro simili ma antitetiche: Carsa ed Heska.
« E’, forse, per quell’insulsa presenza che non vuoi arrenderti? » domandò, insistendo, la strega « Se l’idea di una qualche responsabilità nei suoi confronti è il tuo unico ostacolo, è l’unico freno che ancora ti impedisce di compiere il tuo destino, permettimi di liberarti da tale fardello… »
« Lo faccio per il tuo bene, Midda Bontor. » concluse, voltandosi nuovamente verso la vittima ancora ai suoi piedi, nella posizione dalla quale non aveva potuto trovare evasione nonostante il tempo concessole dall’intervento della sorella.
E, prima che Midda potesse avere anche solo occasione di gridare, la pesante ascia terminò il cammino che per un lungo momento aveva arrestato, ricadendo violentemente sul corpo ancora inerme della non più giovane figlia dei mari e cercando in esso sazietà per la propria bramosia di sangue e morte.
« Vehnea… »
Heska, immobile ed immobilizzata, visse quel breve movimento quasi come fosse eterno, osservando la lama lucida e malvagia di quell’ascia piombare sulle proprie spoglie, affondare nelle proprie membra con una violenza fredda e controllata: il dolore non parve neanche poterla raggiungere nella velocità di quell’atto, concedendole semplicemente di sentire, al contrario, ogni affaticamento dimenticarla, ogni affanno abbandonarla, nel donarle una pace assoluta e completa. Per un momento i suoi occhi, ormai quasi ciechi, scorsero l’immagine di Midda, tendente la propria mancina verso di lei, quasi a non volerle concedere di allontanarsi, a non volerle permettere di perdersi fra le onde dell’ineluttabile fato: le labbra della sorella parvero gridare qualcosa verso di lei, ma alle sue orecchie alcun suono pervenne, alcun grido fu udibile.
E, quasi a volerle offrire, in quell’ultimo istante, la consapevolezza che alcuna colpa le stava imputando per quanto accaduto, per la morte sopraggiunta, gli angoli della bocca della figlia di Lafra si incresparono dolcemente, in un tiepido sorriso.
venerdì 16 gennaio 2009
372
Avventura
009 - Trent'anni dopo
« Mi hai fatto male, Midda, mi hai fatto male come alcun’altra prima di te era riuscita a fare… e non desidero che ciò possa ripetersi. » continuò con vigore, con enfasi « Ogni regno, ogni popolo, conoscerà presto una sola, nuova ed assoluta gioia, lontana dalla sofferenza in cui ora tutti riversano… e tale serenità concessa da me, dalla loro regina. »
La pesante arma venne sollevata come fosse piuma sopra la sua testa, nel prepararsi al colpo mortale: l’avversaria, per quanto ancora viva, per quanto salvatasi dalle conseguenze del proprio vano tentativo d’offesa, non apparve essere in grado di offrire alcuna evasione dal destino incombente su di lei, da quell’ascia che avrebbe posto per sempre fine al suo mito, alla sua leggenda. E quando il colpo venne vibrato, anche la stessa mercenaria credette di essere giunta al termine della propria esistenza.
« Thyres… » sussurrò, cercando di costringere il proprio corpo a muoversi, a levarsi da quel triste fato.
Ma non un impatto con la sua morbida carne, con le sue mortali membra, seguì alla parabola discendente nella sua direzione, quanto un vibrante suono metallico ed una pioggia di scintille, nelle quali l’ascia si vide bloccata a meno di un piede dal suo viso, dal suo capo: una lama dagli azzurri riflessi si era intromessa in quell’azione, in quell’attacco, vanificandolo con la forza della propria opposizione.
« Come osi?! » gridò, furente, la regina osservando colei che, con evidente blasfemia, aveva osato intromettersi nella propria divina sentenza.
Heska, a denti stretti, si propose in piedi, figura eretta e fiera accanto all’amica, alla sorella, non mancando in quel momento decisivo di essere presente, nonostante alcuna richiesta fosse stata posta in sua direzione, nonostante tale gesto avrebbe potuto anticipare per lei una morte già decretata: stringendo l’impugnatura della spada con entrambe le mani, ella aveva posto la durezza del metallo, finemente intarsiato vicino all’elsa con la rappresentazione di un drago d’acqua sorgente da acque agitate, in opposizione alla violenza della loro controparte, della loro nemica. E dove qualsiasi altra spada si sarebbe infranta nel confronto con tanto impeto, la speciale lega frutto dell’antica arte dei figli del mare, del lavoro di suo padre, resistette al colpo, imponendo un fermo all’ascia.
« Io… oso… » rispose, non senza un certo affaticamento, la donna, cercando di mantenere quel difficile equilibrio, di non cedere sotto il peso di quell’arma, consapevole che in tal caso Midda sarebbe morta.
« Sei una stupida! » replicò Carsa, lasciando in quelle parole illuminare con maggiore vigore il proprio sguardo innaturale, inumano.
Con una violenza non inferiore a quella già subita da Midda, anche la figlia di Lafra venne sospinta all’indietro, ora in direzione del colonnato: come colpita dalla furia di un cavallo in corsa, ella non ebbe modo di opporsi all’energia di quel malefico incanto, avvertendo tutto il dolore conseguente all’impatto della propria schiena contro la pietra di quel tempio. Solo la muscolatura sviluppata in quegli ultimi tre decenni, solo l’allenamento a cui aveva obbligato il proprio fisico, le evitò un’istantanea e, forse, generosa morte, ritrovandosi altresì, istintivamente, a compensare l’urto con una contrazione delle proprie membra, a difendere l’integrità delle proprie ossa, della propria colonna vertebrale. A sua volta, comunque privata di fiato, anch’ella non poté che ricadere a terra, perdendo il controllo sulla propria spada, la quale giacque accanto a lei, a breve distanza dal corpo, dalla mano: ogni suo sforzo, in quel frangente, fu impiegato nel non perdere i sensi, non smarrire coscienza dove ciò avrebbe significato non avere più possibilità di risvegliarsi.
« Avresti potuto riservarti ancora qualche istante di esistenza… avresti potuto concederti ancora la possibilità di elevare qualche preghiera ai tuoi dei… » continuò la regina, avanzando ora verso di lei, per un momento distratta dal suo precedente obiettivo « Purtroppo essi non sembrano averti concesso il dono del raziocinio ed ora non potrai che pagare amaramente simile difetto. »
Nuovamente l’ascia venne così caricata con destrezza, senza apparente fatica, sopra il capo della strega, vendendola ancora pronta a donare la grazia di una fine rapida ed indolore, trascinata dal fiume incontrollato rappresentato dalle proprie emozioni e dai propri poteri, legati reciprocamente gli uni alle altre nella comune negatività: forse l’anziana donna guerriero non aveva errato nella propria analisi, nel giudicarla vittima del potere della regina Anmel racchiuso all’interno di quell’antica reliquia, ma di certo ciò era stato favorito, reso possibile, dai sentimenti provati dalla medesima Carsa, che a tale influenza avevano offerto un terreno fertile in cui attecchire, nel quale porre forti e profonde radici.
« Vehnea… » gemette la figlia di Lafra, osservando il proprio destino incombere su di sé, senza avere alcuna possibilità di opporsi ad esso.
Ma non un impatto con la sua morbida carne, con le sue mortali membra, seguì alla parabola discendente nella sua direzione, quanto un vibrante suono metallico ed una pioggia di scintille, nelle quali l’ascia si vide bloccata a meno di un piede dal suo viso, dal suo capo: una mano di metallo nero dai rossi riflessi, svelata nella propria consistenza attraverso un guanto ormai quasi distrutto, si era intromessa in quell’azione, in quell’attacco, vanificandolo con la forza della propria opposizione.
« Non ti avevo già uccisa?! » ringhiò Carsa, iraconda per tanta ferma opposizione ad ogni sua azione, ad ogni suo tentativo di concludere quella questione.
Midda, quasi a ricambiare il gesto di sacrificio compiuto un istante prima dalla compagna, si mostrò così accanto a lei, a negare la conclusione dell’offesa offerta dalla loro avversaria con il proprio arto, con la forza di quel metallo incantato, con la resistenza della propria forza di volontà: per quanto prossima allo svenimento, non aveva potuto evitare di accorrere in soccorso di Heska, consapevole che se avesse permesso quella morte, quella tragedia, tutto quello che poi avrebbe potuto compiere, ogni vittoria che poi avrebbe potuto riportare, non avrebbe avuto più alcun senso, non avrebbe più rappresentato alcun successo. E, costringendosi in tal senso, dimostrando in quell’atto uno spirito fuori dal comune, degno della leggenda attorno al proprio nome, si era risollevata da terra ed era intervenuta ad impedire il termine del movimento di quella letale arma.
« Non sarà così facile liberarti di me, Carsa… » sussurrò verso la nemica, cercando di dimostrarsi forte ma, effettivamente, respirando con difficoltà, con patimento evidente.
« Per cosa pensi di star combattendo, Midda? Per quale fine ti illudi di poter avere ancora un’utilità? » domandò, osservandola con i propri occhi lucenti di empia potenza.
« Voglio rimediare all’errore commesso: voglio salvarti da te stessa, Carsa… dall’incubo in cui ti sei rinchiusa per mia colpa. » rispose, sincera in quelle parole, in quella volontà, per quanto l’unico mezzo a lei noto per ottenere un simile risultato sarebbe inevitabilmente passato attraverso la morte della stessa antica compagna di ventura « Non ti permetterò di far del male ad Heska… non ti permetterò di colpire H’Anel e M’Eu… e non ti lascerò più sola, amica mia. »
Ed, a quelle parole, il tempo e l’universo intero parvero nuovamente arrestare il proprio ineluttabile moto, nell’attesa della reazione che la loro avversaria non avrebbe mancato loro di offrire in conseguenza di quell’affermazione, di quella dichiarazione inequivocabile d’intenti.
giovedì 15 gennaio 2009
371
Avventura
009 - Trent'anni dopo
« Chi credi sia riuscita a riportarla indietro?! » domandò, non offrendo tempo di replica a seguito della precedente affermazione, tanto sconvolgente che non avrebbe permesso, comunque, una risposta immediata « Davvero avete pensato che quegli imbonitori, quei venditori di fumo a cui le tre grandi famiglie reali di insulsi regni si sono rivolte nel tentativo di “evocarti”, avrebbero mai potuto violare la prigione in cui eri stata condotta? »
« Chi detiene il vero potere non si venderebbe neppure di fronte alle ricchezze dei più grande dei sovrani. In me sono energie al di fuori di ogni umana possibilità di comprensione, oltre ogni limite mortale… » sorrise, ora ritornando ad un tono più quieto, ritrovando la calma per un momento perduta « … eppure ho impiegato quasi trent’anni prima di riuscire a forzare quell’apertura, quel passaggio. »
« Vuoi dire che…? » tentò di chiedere Heska.
« Voglio dire che sono stata io ad orchestrare tutto ciò che è accaduto: sono stata io a giocare una stupenda partita a chaturaji con le emozioni di pavidi sovrani, spingendoli a credere di poter risolvere tutto quanto nel modo che poi hanno attuato, seguendo un copione assolutamente perfetto… » dichiarò, giustamente orgogliosa di quanto compiuto.
« Perché dar vita a tutto questo? Se desideravi semplicemente liberare Midda, perché non farlo e basta? » insistette la donna, non riuscendo a comprendere la logica dietro quelle folli azioni.
« Perché non posso agire in altro modo ormai. » replicò, storcendo le labbra verso il basso « Perché non voglio agire in altro modo ormai. Il tempo dell’amore è finito… l’epoca di struggenti sentimenti è dimenticata: desidero ucciderti, Midda Bontor. Vano sarebbe stato farti morire nel limbo in cui avevi desiderato trovare pace, misericordioso sarebbe stato concederti una morte rapida ed immediata nel farti ritornare quale mia prigioniera… »
« Heska… » sussurrò la Figlia di Marr’Mahew, iniziando a comprendere.
« Lei o altri sarebbero stati la stessa cosa. » sorrise Carsa, lasciando trapelare emozioni ora quasi inumane, orride, sadiche « Quando hai ritrovato i figli di quel tuo antico amante, avevo pensato di immolare loro. Poi, nell’incertezza introdotta da questa terza candidata ho deciso di lasciare la scelta direttamente al fato: chi avrebbe dimostrato, verso di te, sufficiente affetto da essere pronto a sacrificarsi in tuo nome… sarebbe stato da me accontentato. »
« Sei pazza! » ringhiò la mercenaria, trattenendosi a stento immobile davanti all’avversaria.
« Non sto parlando da amante respinta… » aggiunse immediatamente, quasi a voler evitare fraintendimenti di sorta in tali affermazioni « In fondo neanche ho mai tentato un approccio con te in quel senso, per quanto lo abbia spesso sognato… » sottolineò verso Midda, sorridendo sorniona e maliziosa « Per me hai rappresentato molto, per me sei stata ben più di una semplice compagna di ventura, molto più dell’incredibile nome di cui parlano le leggende… »
« Avrei dato la mia vita non una ma infinite volte per te. Ma tu non lo hai voluto comprendere, non lo hai voluto apprezzare. Hai preferito cercare l’abisso, rinnegare la vita e me… noi tutti, che a te tenevamo… per cosa?! » domandò, con rinnovata ira, nel mentre in cui i suoi occhi sembrarono rilucere di una strana energia rossastra, simile nel colore, nella lucentezza alle pietre poste a contatto con la sua fronte.
Il silenzio calò a lungo sulla cima di quella piramide, sulla soglia di quel tempio, fra le tre donne, in attesa di una risposta alla questione tutt’altro che retorica.
Se da un lato la figlia di Lafra non avrebbe potuto dimenticarsi di essere di fronte ad una strega, ad una negromante dotata di poteri ben oltre a quelli di ogni figura negativa presente nelle storie cantate ai propri nipotini, la cui mente appariva dominata da una lucida follia e desiderava la sua morte oltre a quella di Midda stessa, dall’altro lato ella non sarebbe riuscita ad ignorare il sentimento che pur avvertiva trapelare da quelle parole, le emozioni celate in quelle azioni per quanto tremende. Nonostante Carsa si fosse impegnata nel rinnegare a parole i propri sentimenti, avesse dichiarato il proprio cuore chiuso ad ogni affetto, infatti, solo uno sciocco non avrebbe colto come, in lei, il sentimento fosse tutt’altro che spento, dimenticato: ciò, comunque, non l’avrebbe resa innocua ma, al contrario, avrebbe enfatizzato la già negativa influenza presente in lei a loro danno.
La mercenaria tentò di recuperare la propria tipica freddezza, quel comportamento per cui era divenuta famosa e temuta: nonostante l’oscurità imperante, per un istante nelle sue iridi azzurro ghiaccio le pupille nere si contrassero fino quasi a scomparire in esse, lasciandoli brillare di luce riflessa non meno rispetto a quelli dell’avversaria. La destra, metallica, si contrasse in un pugno forte, deciso, che tese al massimo la pelle già provata del suo guanto, mentre mancina, in ciò, scivolò delicatamente verso la schiena, dove il corto pugnale, unica altra arma rimasta a sua disposizione, le venne incontro in maniera naturale, spontanea: la scelta, ormai, risultava così essere compiuta.
« Ho commesso un errore… » sussurrò, finalmente in risposta « Tu, come altri, avevate bisogno della mia presenza ed io ve l’ho negata. Avevate bisogno di un mio intervento ed io ve l’ho rifiutato. Ma ora, amica mia, non ripeterò questo sbaglio, non mi macchierò più di simile colpa. »
Con uno scatto felino, sospinta solo dall’adrenalina pompata nelle proprie vene laddove alcun’altra energia le sarebbe stata concessa, la Figlia di Marr’Mahew si volse in contrasto alla loro avversaria, estraendo di colpo il pugnale e puntandolo verso la gola della medesima, decisa alla morte, al compimento della propria missione. Alcuna remora si pose in lei, in virtù delle parole pronunciate, della promessa appena espressa: quanto era accaduto, la follia sorta in Carsa e la possessione diabolica di cui era vittima, si poneva quale sua responsabilità, quale conseguenza del suo abbandono. Un potere malvagio aveva fatto proprio il corpo e l’anima della sua antica compagna di ventura ed ella si sarebbe impegnata per ridonarle la libertà e la pace a costo di ucciderla nel tentativo…
« E poi sarei io priva di senno. » commentò la regina Anmel, a denti stretti.
Improvvisamente l’energia della donna venne liberata in contrasto alla mercenaria, proponendosi in un bagliore simile a fuoco che ne avvolse per intero le fattezze, il corpo, respingendo con violenza quel tentativo d’offesa ed, evidentemente, restituendo contro la stessa avversaria tutta l’enfasi posta in esso.
Midda, pertanto, venne scaraventata con forza all’indietro, andando a sbattere fortunatamente contro la gargolla ancora presente nel punto dove era atterrata quale immobile statua, unico ostacolo che ne impedì la ricaduta all’esterno della gradinata. L’aria sembrò lasciarne i polmoni istantaneamente, bloccandone per un lunghissimo istante l’esistenza: dove anche trent’anni prima un simile impatto non l’avrebbe lasciata indifferente, alla sua età, in quel frangente, ella temette di aver commesso l’ultimo errore della propria esistenza in tanta avventatezza, in troppa incoscienza. Fortunatamente, però, il suo corpo da sempre allenato, mantenuto in salute nel negarsi ogni eccesso, non l’abbandonò e, nel ricadere pesantemente a terra, poté ringraziare Thyres per essere ancora in vita.
« Cosa pensavi di poter fare, Midda Bontor? Cosa pensavi di poter ottenere? » riprese Carsa, scuotendo il capo sul quale ancora risplendevano i suoi occhi, illuminati dalle sue stesse emozioni « Non ricordi le leggende attorno alla regina Anmel? Non ricordi gli inni offerti attorno suo nome? » aggiunse muovendo qualche passo ulteriore verso di loro, spostando in quel mentre la propria ascia davanti a sé in un gesto elegante e delicato.
« Io sono ora Anmel… io sono ora quel potere… quella leggenda. » sorrise, dimentica della propria umanità, del proprio passato, delle proprie emozioni, dominata in maniera quasi assoluta dallo stesso potere di cui stava esaltando le doti « E nessuno… nessuno potrà mai sconfiggermi. Nessuno potrà nuovamente ferirmi come hai fatto tu in passato. »
mercoledì 14 gennaio 2009
370
Avventura
009 - Trent'anni dopo
Il volto si presentò leggermente ovale, in proporzioni delicate, incantevoli, degne della regina quale si proponeva essere: labbra carnose color rosso sangue si stagliavano attorno a denti lisci e bianchi, sotto ad un naso sottile, elegante, ed a due grandi occhi castani, meravigliosi nelle loro tonalità, nel loro taglio. Attorno a simile complesso, lunghi capelli castani si mostrarono legati in un’alta coda dietro la nuca, sopra la quale un diadema lucente, una corona forgiata in un materiale non identificabile, forse neppure appartenente al dominio degli uomini, si stagliò in tutto il proprio valore. A metà fra il bronzo e l’oro si propose il colore di quel metallo, plasmato da mani sapienti, forse divine, in sottili forme con una grazia praticamente ineguagliabile, impossibile da paragonare a qualsiasi altro simile oggetto conosciuto in quell’angolo di mondo e, forse, anche in tutto il resto. Al centro del manufatto, e della fronte che lo indossava, si concessero tre pietre, simili a rubini, abbracciate dalla materia a loro circostante, delicatamente sostenute da essa ancor più che lì incastonate come ci si sarebbe potuti attendere che fossero: la centrale fra loro, in dimensioni maggiori rispetto alle compagne, non poté evitare di concedere l’impressione, addirittura, di emanare una propria energia, sprigionare una propria luce, per quanto alcuna sorgente luminosa in essa si potesse ritrovare. Accanto alle pietre, poi, dolci, apparentemente fragili, si presentarono gli intrecci, le onde delineate dal resto del supporto, il quale trovò la propria fine ovviamente fra i capelli della sua signora. Quella corona, indubbiamente, doveva essere la reliquia appartenuta alla storica regina Anmel, la stessa recuperata trent’anni prima da Midda e dai suoi tre compagni di ventura nella sua ultima missione, l’impresa che aveva preteso il suo sacrificio per poter riportare tale prezioso oggetto alla loro mecenate, a lady Lavero.Ma non le sembianze di lady Lavero furono quelle riconosciute da Midda in quel confronto, quanto quelle di Carsa Anloch, sua pari nell’impresa per il recupero del diadema stesso: forme che, ai suoi glaciali occhi, apparvero del tutto identiche a quanto presente nei suoi ricordi, per nulla intaccate, alterate dagli anni, dai decenni trascorsi.
« Carsa?! » riprese la mercenaria, scuotendo il capo, non riuscendo a comprendere quell’inattesa svolta « Tu sei la nuova regina Anmel?! »
Heska, in quel momento, comprese razionalmente che mantenere il silenzio sarebbe stata la scelta migliore da compiere: mai aveva conosciuto lady Lavero e solo a seguito dell’identificazione, offerta dalla compagna, aveva ricollegato quel nome ai ricordi di quegli eventi lontani nel tempo, già divenuti mito come quasi tutta la vita della Figlia di Marr’Mahew. Per quanto, però, il nome di quella donna si stesse proponendo come quello di un’antica compagna per la sorella, la situazione di quel particolare ritrovo non le permise di rallegrarsi per simile scoperta, aumentando altresì la propria tensione interiore al pensiero di essere di fronte alla regina Anmel, a colei per cui la loro missione aveva avuto origine.
« Dopo trent’anni sai dirmi solo questo, sorellona? » le chiese Carsa, richiamandola con il medesimo termine già adoperato al loro primo incontro « Neanche un abbraccio? Un “come stai?… è bello rivederti”? Potrei offendermi per questa tua mancata dimostrazione d’affetto… »
« Cosa hai fatto, Carsa? » domandò l’anziana donna guerriero, guardandola sconcertata « Perché? »
« “Cosa hai fatto, Carsa?”… “Perché?”… » ripeté, scimmiottandone il tono « Dei… speravo in qualcosa di meglio, ma credo che sarò costretta ad accontentarmi. » sbuffò, levando per un istante lo sguardo al cielo « Secondo te cosa ho fatto? »
« Sei impazzita. » replicò Midda, forse con toni eccessivamente espliciti nel considerare la delicata situazione in cui improvvisamente si era venuta a trovare « Hai voluto far tua la corona della regina Anmel e ne sei rimasta vittima… sei rimasta vittima del suo potere malvagio. Sei diventata l’Oscura Mietitrice. »
« Analisi interessante… » sorrise, evidentemente divertita, la sua controparte « Gli anni non sono stati clementi con te, amica mia, se ora arrivi a propormi le stesse parole, con la medesima enfasi, che tre decenni fa il nostro Howe aveva adoperato nei tuoi confronti, in reazione alla tua scelta di adoperare il sangue della chimera. »
« Non puoi porre in confronto le due questioni. »
« Hai ragione… perché le motivazioni che hanno spinto te, all’epoca, erano del tutto vane, prive di consistenza, di logica! » intervenne con irritazione, in risposta a tale obiezione.
« Era la nostra unica possibilità per ritrovare la corona. »
« Era solo una missione, Midda, solo una missione… e tu l’hai trasformata nella tua cerimonia funebre. »
« Non è così… non puoi capire. » scosse il capo la mercenaria, a tali accuse « Avevo le mie ragioni… »
« Avevi paura. Lo hai anche ammesso poco fa… ed io l’ho sempre saputo, tutti lo abbiamo sempre saputo! Dannazione: anche Be’Wahr, pace all’anima sua, ci era arrivato! »
La Figlia di Marr’Mahew restò in silenzio di fronte a quella risposta, ben sapendo di non aver possibilità di negarla, di contestarla.
« Ha già pagato cara la propria scelta… le conseguenze delle proprie paure. » si intromise, in quel mentre, Heska, prendendo parola con forza e decisione, stanca del ruolo di semplice spettatrice « Non c’è alcuna necessità di infierire in tal senso, di insistere su un male già noto, una ferita già aperta. »
« Heska… Heska Narzoi… » commentò Carsa, volgendo la propria attenzione nella sua direzione « Sì, so chi sei e so perché sei qui. Ho seguito il vostro cammino con attenzione, con interesse: devo ammettere che, per essere una sempliciotta che mai ha avuto modo di combattere una vera battaglia nella propria vita, hai dato dimostrazione di un valore superiore a molti fra coloro che della guerra hanno fatto scopo esistenziale. Ma, ciò nonostante, per quanto non ti possa negare giusta ammirazione, non hai alcun diritto di intrometterti in faccende che non ti competono… che non ti riguardano. »
« Midda è mia amica, è mia sorella per volontà del mio defunto padre: ogni questione che la riguarda non può evitare di coinvolgermi, di interessarmi. » affermò con coraggio la donna, assumendo una chiara posizione in quel contesto, per quanto temesse il potere incarnato nella loro avversaria, di cui ampia dimostrazione avevano già avuto nel confronto con gli zombie e con la gargolla.
« Nobili sentimenti… ma essi, non illuderti, non potranno che essere vani. » scosse il capo la nuova regina Anmel, erede di quell’antico retaggio « Credi forse che tutto l’affetto, tutto l’attaccamento che senti nei suoi confronti abbiano qualche valore ai suoi occhi? Pensi forse che, nell’assurdo di sopravvivere fino ad una nuova alba, in lei potrà esserci qualche forma di rispetto verso di te? Sciocca… stolida… se pensi questo! »
« Perché parli con tanta amarezza? Perché ti esprimi in termini così carichi d’odio nei suoi riguardi?! » domandò la figlia di Lafra, non comprendendola « Eppure dovresti provare verso di lei la medesima gratitudine che mi è propria, laddove la tua vita e quella dei tuoi compagni è stata salva grazie a lei, per mezzo del suo sacrificio… »
Per un lungo istante, il tempo parve fermarsi a seguito di quelle parole, di quell’affermazione. Un’intensa energia si poté avvertire nel silente confronto fra Heska e Carsa, fra quelle due figure forse più simili di quanto non avrebbero voluto ammettere, di quanto non avrebbero potuto credere o conoscere: entrambe, in modi diversi, erano state legate a Midda Bontor da vincoli di ammirazione, di rispetto, di affetto, ispirandosi a lei, al suo stile di vita per trarre da esso i propri principi di vita, il proprio destino. In tale percorso, per grazia o colpa di esso, una aveva trovato salvezza da un destino di oscura autodistruzione al quale, altrimenti, sarebbe stata condannata, mentre l’altra, purtroppo, si era al contrario incatenata ad un fato di morte che, in quel momento, stava cercando di imporsi sull’intera realtà conosciuta.
« Possibile che tu sia tanto cieca da non comprendere come quel che ho compiuto sia stato unicamente rivolto alla salvezza di Midda? » reagì, infine, Carsa, con furia a stento trattenuta in quelle parole « Possibile che tu non riesca a capire che sono arrivata anche a dannarmi, per l’amore che provo verso di lei?! »
martedì 13 gennaio 2009
369
Avventura
009 - Trent'anni dopo
Nel vano tentativo d’attacco compiuto a discapito della gargolla, Midda non solo aveva perduto il martello di cui si era impossessata nella speranza di condurre a termine la propria azione ma, al contempo, si era ritrovata costretta a separarsi dalla spada che ne aveva accompagnato i passi in quegli ultimi giorni. Nell’essere di fronte all’ingresso a quell’oscuro e blasfemo tempio, pertanto, l’arsenale a disposizione delle due donne si poté censire molto rapidamente, conteggiando la spada di Heska, un corto pugnale ed uno stiletto. Una situazione che, agli occhi della figlia di Lafra, non poté evitare di far prendere nuovamente in considerazione ciò per cui precedentemente aveva lottato contro l’amica, la sorella di fato: il proprio diritto all’uso della spada forgiata dal padre.
« Credo di averla custodita a sufficienza… » commentò, quasi sottovoce, nell’estrarre la lama dal fodero e nel tenderla verso la compagna « Ora è meglio che torni nelle mani che, meglio di chiunque altro al mondo, hanno saputo offrire valore a questa lama. »
La Figlia di Marr’Mahew restò per un lungo istante in silenzio di fronte a quella proposta, all’offerta concessale: da un lato, dentro di sé, aveva bramato per trent’anni il contatto con quella spada, per potersi sentire nuovamente completa, per tornare ad essere la donna di un tempo, dall’altro, ella era consapevole di come quel passato non sarebbe potuto esserle restituito. Ricercarlo ostinatamente come si stava impegnando a fare, in contrasto alla propria missione, alle necessità della medesima, non l’avrebbe condotta a nulla di buono. Aveva già commesso quell’errore, nel viaggio che l’aveva condotta a Konyso’M ed, in conseguenza del medesimo, aveva messo in pericolo la vita di una delle poche persone ancora in vita ed appartenenti al proprio passato, di colei che forse si sarebbe potuta definire la sola amica rimastale: non vi era tempo per stupidi egoismi, per i rimpianti di ciò che le era stato negato in conseguenza delle proprie stesse azioni, scelte. Avrebbe dovuto proseguire nel proprio cammino imponendo serenità nel proprio animo, richiedendo pace nel proprio cuore o, nuovamente, sarebbe giunta a qualche scelta avventata come la stessa che trent’anni prima ne aveva segnato il destino.
« Quella spada ti appartiene. » sentenziò, appoggiando le proprie mani attorno a quelle della sorella, quasi nel voler offrire la propria benedizione per tale unione « Ti è sempre appartenuta e ti apparterrà per sempre. Trent’anni fa io l’ho presa in prestito per assolvere a determinati compiti ma, come vedi, ho fallito miseramente in ciò. O non saresti qui, oggi, a rischiare la tua vita in un’impresa dalla conclusione incerta. »
« Senza di te, io oggi non sarei né qui né in alcun altro luogo… » negò la donna, scuotendo il capo ed agitando, in ciò, i propri corti capelli biondi « Perché affermi il falso? Ricerchi modestia? »
« Non affermo il falso. » replicò, tranquilla, la mercenaria, rilasciando la propria presa attorno alle estremità dell’altra « Tuo padre mi aveva affidato questa spada al fine di proteggerti, di preservarti da ogni male e non per traviarti, spingendoti a divenire simile a me. »
« Io non… »
« Tu hai avuto la possibilità di una vita meravigliosa e, fortunatamente non l’hai sprecata. » la interruppe, continuando a parlare con medesimo tono, senza inutile enfasi « Ma in questi anni, purtroppo, hai anche bramato di seguire le mie orme, il mio esempio: io per te maestra non sarei dovuta essere, quanto il contrario. »
« Ho buttato via dieci anni della mia vita per sfuggire ad un destino che non desideravo accettare e, nel timore di affrontare le mie responsabilità, le mie colpe, sono arrivata ad esiliarmi volontariamente da tutto ciò che sarebbe potuto essere in un gesto sciocco, che avrei potuto tranquillamente evitare. » ammise Midda, osservando l’ambiente innanzi a loro, attorno a loro « Quella della chimera si propose, effettivamente, quale trappola a mio discapito ed io, pur conscia di ciò, non trovai volontà di evaderla, desiderio di sfuggirle. Questo è il genere di vita che hai cercato inseguendo le mie orme: una non esistenza simile invero a quella del bestione qui dietro. » concluse, nell’indicare con un cenno la gargolla alle loro spalle.
A quel punto, Heska comprese essere giunto per lei il tempo di prendere parola: « Forse non ho avuto una vita avventurosa e piena di esperienze come la tua… » iniziò, con tono altrettanto sereno rispetto a quello adottato dall’interlocutrice « Ma non giudicarmi, per questo, una sprovveduta. »
« Non nego di aver inseguito per lungo tempo un ideale che, a te, avevo impropriamente attribuito, legato. » proseguì, osservando la lama dagli azzurri riflessi « Ma se ho agito così non è stato per stolidità: senza il principio di forza, di coraggio, di rifiuto nel chinare la testa di fronte al mondo ed alle sue insidie, non sarei mai riuscita a sopravvivere abbastanza da essere qui oggi, a richiare la mia vita insieme a te… non per te. »
« Quante altre vittime di lord Sarnico pensi che siano sopravvissute a seguito della liberazione da quell’orrore? Quante altre vittime pensi siano riuscite a riprendere in mano le redini della propria vita? » continuò, lasciando implicita la tremenda risposta a tale domanda « Midda. Forse non tutte le tue azioni sono state esemplari, forse non tutte le tue scelte sono apprezzabili come principi esistenziali, ma questo non fa di te una cattiva persona quanto, semplicemente, una persona. La perfezione è riservata solo agli dei… »
Una voce, però, si propose ad interruzione di quelle parole, offrendo evidente sarcasmo insieme ad un battito di mani: « Che parole meravigliose… penso che potrei quasi commuovermi. »
Dall’oscurità del tempio, una figura umana e femminile emerse muovendosi con passi lenti, costanti, eleganti, regali: da ogni centimetro del suo corpo un’incredibile carisma si propose immediato, ancor prima del suo stesso volto, dei suoi occhi, ancora celati nell’oscurità di quell’ambiente, negando alle due compagne ogni possibilità di distrazione da sé, senza ombra di dubbio colei che si era dichiarata quale regina Anmel, colei che entrambe si attendevano corrispondere alla sorella di lord Sarnico, lady Lavero.
Piccoli i piedi, con pelle color della terra, estremamente femminili nelle loro proporzioni, nella delicatezza delle proprie forme, si concessero elegantemente avvolti nei lacci di violacei sandali. Tali nastri, probabilmente risalenti fino alle ginocchia, non si proposero però visibili in tale terminazione perché ricoperti dal caldo velluto rosso scuro dei pantaloni. Questi ultimi, poi, si mostrarono attillati attorno a lunghe e tornite gambe e a fianchi fertili e generosi, delineando arti agili ed allenati, temprati da una vita tutt’altro agiata e viziata. All’altezza della vita, altresì stretta tanto da poter illudere un uomo di essere in grado di circondarla fra le mani lasciando in simile atto congiungere la punta delle dita, si mostrarono le estremità di una lunga e pesante ascia da guerra, sorretta in orizzontale fra le due mani della donna quasi fosse un semplice scialle, un ornamento di cui farsi sfoggio, facendola ciondolare appena nei passi condotti verso le sue ospiti. Ad abbracciare il busto e le braccia, ma non le spalle e un’ampia porzione di petto, si candidò lo stile già dimostrato nei pantaloni, facendo sfoggio di un abbigliamento attillato in velluto rosso scuro, appena ornato da un pizzo rosato nei suoi bordi, all’altezza del ventre e sopra ai seni. Proprio i seni, evidenti nell’assenza di ogni copertura sul décolleté, si donarono con fresca giovinezza in dimensioni non estreme e, in ciò, assolutamente aggraziati ed eleganti, ancora rivelando pelle color carne: indubbio sarebbe stato come alcun maschio avrebbe potuto resistere alla tentazione di perdere in tale area il proprio sguardo, la propria attenzione. Le spalle, larghe abbastanza da denotare l’essenza guerriera di quella donna ma non per questo prive di eleganza e fascino, si proposero pertanto scoperte, fatta eccezione per per due sottili spalline utili a sorreggere il resto della veste: tali laccetti trovarono il proprio termine, il giusto riferimento, in un collare del medesimo colore di quel costante abbigliamento, circondante un collo praticamente perfetto, sottile e bramoso delle attenzioni di labbra passionali nella propria forma.
Risalendo ulteriormente con lo sguardo, nell’avanzare costante della figura verso la coppia di prigioniere, il viso, che ella offrì, completò quel meraviglioso e seducente quadro, rivelando un inatteso colpo di scena che non poté evitare di sconvolgere completamente tutte le carte sulla tavola di quel fatale gioco di morte.
« Tu?! » esclamò Midda, incredula nell’osservare colei che, ora, a meno di tre piedi da sé, si era arrestata, nel concedere loro un’aria divertita e sorniona.
lunedì 12 gennaio 2009
368
Avventura
009 - Trent'anni dopo
Impossibile fu per le due donne quantificare il tempo che trascorsero in volo. All’interno della Terra di Nessuno, del resto, alle stagioni sembrava essere stata proibita ogni possibilità di passaggio, in un’inalterata e costante oscurità nella quale tutto si poneva immerso, da cui ogni cosa appariva ricoperta. Per pochi istanti o, forse, per lunghe ore, il trio restò sospeso nei cieli tenebrosi di quell’area, osservando un panorama sempre identico a se stesso, dominato costantemente dalla negazione della vita nella sua integrità assoluta. Gli unici fattori di disturbo, di interferenza, nel buio innaturale loro offerto a tale altezza, si dimostravano essere solo gli innumerevoli vulcani, nel loro incessante vomito di lava, in lapilli incandescenti gettati verso il cielo: per mezzo di tali punti di riferimento, Midda ed Heska poterono avere conferma di un effettivo movimento, del moto costante condotto dal loro predatore. Esse compresero, pertanto, di essere avanzate in quel territorio maledetto più velocemente di quanto non sarebbe potuto loro apparire, certamente molto più di quanto non avrebbero potuto fare marciando a cavallo, pur senza permettersi soste o incontrare ostacoli: ignota si poneva essere la loro destinazione, conosciuta solo alla gargolla, ma dovunque esse stessero volando, avrebbero dovuto viaggiare forse anche per giorni prima di incontrare nuovamente i propri compagni, nell’ipotesi purtroppo non scontata di sopravvivere abbastanza da preoccuparsi in tal senso.
Il problema principale, nella durata di quel volo, si dimostrò comunque ed ovviamente essere per Heska: il gesto istintivo che le aveva negato la possibilità di lasciare sola l’amica, ora la stava ponendo in grave pericolo e, solo nella presenza della stessa sorella di fato, ella stava ritrovando una speranza di sopravvivenza. Per quanto bloccata nelle proprie possibilità di fuga, infatti, a Midda era stata fortunatamente riservata una minima libertà di movimento negli arti, sia inferiori sia superiori, e solo in tal modo, le due donne ebbero occasione di stringersi reciprocamente, legarsi fisicamente una all’altra nella speranza di evitare una tragica e prematura conclusione per il viaggio della figlia di Lafra. Le mani di entrambe si impegnarono a sigillarsi contro le braccia della compagna, nel mentre in cui le gambe della mercenaria tentarono di assicurare meglio l’amica a sé abbracciandola attorno al torso, intrecciandosi dietro la sua schiena con una mossa salda dei piedi, presa un tempo di certo si sarebbe anche potuta considerare inviolabile. Purtroppo, fatalmente, proprio il tempo, i trent’anni che gravavano in più su quei corpi, si concedeva quale responsabile nell’aver reso quella situazione tanto ardua e pericolosa: le due donne, giunte ad un’età ben superiore all’aspettativa di vita di quelle terre, non avrebbero potuto mantenere una simile posizione a lungo ed ogni istante di volo appariva potenzialmente come l’ultimo loro concesso.
« Inizio a credere che tu avessi ragione… » commentò Heska, nell’avvertire le proprie membra sempre più intorpidite, sempre meno presenti ai suoi sensi.
« In merito a cosa? » domandò Midda, cercando di dimostrarsi perennemente avvolta dalla propria aura di invincibilità, di indifferenza ad ogni umana fatica per quanto solo il suo braccio destro, nella propria assenza di carne mortale, non le offrisse patimento, richiedendole comunque l’impiego di energia fisica non diversamente dal resto del proprio corpo.
« All’idiozia commessa nel tentare di seguirti… » rispose, con tono ora remissivo, sincero « Invece di aiutarti ti sto costando fatica: arriverai stremata se non ti lascio andare. »
« L’unica idiozia che potresti commettere sarebbe quella di lasciarmi andare. » replicò, seria, verso l’amica, non accettando quella possibilità, quell’ipotesi di sacrificio « Hai fatto tanto per negarmi la possibilità di tornare ad impugnare la mia spada ed ora vorresti sprecarla gettandoti nel vuoto? Non ci provare o non te lo perdonerò. » aggiunse poi, aggrottando la fronte.
« Non stavo scherzando… »
« Perché? Ti sembra forse che io lo stia facendo? »
Fortunatamente per entrambe, la soluzione ad ogni letale dubbio, ad ogni proposta di immolazione, si concesse all’improvviso innanzi al loro sguardo nella forma di una monumentale edificazione, immensa ed imponente come mai altra era stata concessa a sguardo mortale in quell’epoca.
Richiamando lo stile di alcuni antichi templi shar’tiaghi, l’erezione si propose in forma piramidale, spinta verso il cielo per oltre quattrocento piedi, su una base quadrata di quasi settecento piedi di lunghezza per lato: con dimensioni incredibili anche agli occhi di una donna dell’esperienza di Midda Bontor, la quale aveva avuto occasione di assistere a spettacoli di ogni genere nella propria avventurosa esistenza, essa si proponeva nettamente superiore a qualsiasi corrispondente genere di edificazione presente nei deserti del territorio di Shar’Tiagh o, più a nord, nei regni centrali di cui mai ella avesse sentito parlare prima d’allora. Scura appariva la superficie del materiale preposto alla costituzione di tale imperioso monumento: esso, pur mostrando inserti in materiali compatti, lucidi, quasi marmorei, risultava realizzato attraverso un massiccio impiego di grezza pietra lavica. La scelta di risorsa naturale, praticamente ovvia ed obbligata all’interno dei confini della Terra di Nessuno, richiamò immediatamente alla memoria della mercenaria i ricordi della propria passata prigionia in quella zona: immagini di altri edifici, indubbiamente più modesti rispetto a quel colosso, costruiti però con la stessa materia prima, in tecniche di lavorazione sconosciute nei territori confinanti, le colmarono la mente, facendole per un fuggevole istante rivivere eventi ormai lontani del tempo, rivedere volti non apprezzati ma quasi compianti al pensiero di come tutti, ormai, dovessero essere morti.
Sebbene, ad un primo sguardo, in lontananza la piramide potesse apparire liscia nelle proprie quattro facce, avvicinandosi ad essa le due donne poterono osservare come la forma piramidale derivasse da strati quadrati sovrapposti di area superiore sempre più ristretta, componendo pertanto l’intero insieme come l’unione di quattro enormi scalinate rivolte verso un unico punto centrale, il loro vertice superiore. Nelle celebrazioni dei popoli del deserto, in effetti, quelle strutture assolvevano al compito di permettere un’ascensione fisica verso il cielo, attraverso la quale i fedeli bramavano spingere i propri animi, le proprie menti ed i propri cuori agli dei del cielo ed alla luna, loro tanto cara in quanto simbolo della notte e del riparo dall’arsura del sole. Ma dove, normalmente, alcuna particolare architettura si concedeva a completare quelle erezioni, non abbisognando di altra utilità al di fuori di quella già offerta da simile supporto, sulla cima di quella piramide nera un secondo e minore edificio poté essere individuato dalle donne, mostrandosi apparentemente quale destinazione del loro viaggio: quest’ultimo si mostrava come un nero delubro, con forme più classiche, in stili prossimi a quelli che un tempo erano stati propri del regno di Kofreya, su una base quadrata delineava un complesso di due colonnati regolari terminanti, nella loro parte superiore, con una cupola altresì propria dell’architettura y’shalfica.
« Dei. » sussurrò Heska, sbigottita di fronte a quello scenario « Dove siamo finite? »
« Potrei sbagliarmi... » rispose Midda, guardando con serietà quanto loro offerto « Ma ritengo che siamo giunte esattamente dove desideravamo arrivare, all’inizio della nostra missione. »
Nel planare verso il tempio minore presente sulla cima della piramide, entrambe poterono anche notare quattro immensi obelischi neri eretti agli angoli inferiori della stessa, prima da loro non visti nell’assenza di qualsiasi possibilità di contrasto con l’oscurità predominante in quelle terre: essi, non meno incredibili e spettacolari rispetto alla mole da loro circondata, si slanciavano verso il cielo per un’altezza appena inferiore ai trecento piedi, a perfetto completamento del complesso architettonico così formato.
La gargolla, mantenendo la freddezza inespressiva che l’aveva contraddistinta fino a quel momento, diresse pertanto il proprio volo verso il tempio superiore, concludendolo giusto innanzi al colonnato. Giunta in quel punto, dopo essere atterrata con una delicatezza straordinaria nel considerare il genere di creatura che essa era ed il materiale che ne costituiva l’essenza stessa, rilasciò la mercenaria fino a quel momento stretta a sé, apparentemente non dimostrando più alcun interesse nei suoi confronti né, altrettanto, provandone verso l’intrusa in quel particolare contesto, mai del resto considerata per tutto il volo: quasi fosse ritornata ad essere semplice statua, essa restò immobile, con il volto indicante l’ingresso posto davanti a loro in un silenzioso ma inequivocabile invito.
domenica 11 gennaio 2009
367
Avventura
009 - Trent'anni dopo
La Figlia di Marr’Mahew osservò con freddezza il proprio avversario, la gargolla, sentendo quelle braccia in pietra chiudersi in una morsa inviolabile attorno al proprio corpo, fragile rispetto alla consistenza avversaria. Nonostante la circostanza, alcuna emozione di panico o di paura si mostrò essere presente in quegli occhi di ghiaccio, in quell’azzurro apparentemente sconfinato nella quasi totale assenza di pupille, contratte all’intero delle iridi, quanto piuttosto una totale disapprovazione: biasimo per quanto appena compiuto dalla creatura, gesto troppo ardito, troppo audace per molto meno del quale, in tempi ormai passati, molti avevano perduto il diritto alla propria esistenza; ma anche biasimo per se stessa, per aver permesso troppo facilmente, quasi banalmente l’esecuzione di quell’atto, dimostrandosi chiaramente quale vittima del proprio invecchiamento e, ancor più, della propria stolidità nel non volerlo pienamente accettare.
Ella, consciamente ancor prima che inconsciamente, avvertiva i trent’anni di prigionia che aveva trascorso lontana dal mondo quali rubati, sottratti, ed evidentemente dentro di sé non desiderava concedersi ancora pronta ad accettare quella situazione, ad ammettere l’inevitabile passaggio delle stagioni: simile sentimento, assolutamente umano, in quel momento le avrebbe potuto però costare molto caro se solo il proprio nemico l’avesse voluta morta. Fortunatamente per lei, comunque, le braccia della gargolla, per quanto strettamente serrate attorno a sé, alla propria vita, ai propri fianchi, per non concederle la minima possibilità di evasione, fuga, non sembrarono volerle imporre lo stesso fato di morte già dettato alla malcapitata catturata in sua vece poco prima.
« Desideri condurmi dalla tua padrona… » sussurrò, a denti stretti, praticamente inudibile, verso il proprio carceriere nel comprendere le intenzioni così espresse.
La creatura di roccia, a simile affermazione, non offrì alcuna risposta, alcuna attenzione, al di fuori di un lieve movimento di contrazione dei propri arti inferiori. Ormai totalmente disinteressata ad ogni altro tentativo d’attacco offertole da parte dei mercenari della Confraternita, non avendo alcuna altra ragione per sprecare il proprio tempo con loro, essa compì un incredibile balzo, con forza sovrumana, con potenza incalcolabile, vedendo il proprio pesante corpo in pietra, magicamente animato, levarsi dal suolo verso il cielo, sfidando in questo, con la propria stessa esistenza e quel blasfemo volo, ogni legge umana e divina.
Nello stesso istante in cui Midda si ritrovò, in tal modo, costretta a perdere il contatto con la terra e con i propri uomini, impossibilitata ad ogni reazione in contrasto a tale essere, un violento strattone sembrò volerle, seppur vanamente, impedire quella possibilità, tentare di richiamarla al suolo: la forza della gargolla, in ciò, apparve comunque irrefrenabile e, nonostante quel peso aggiunto, nonostante l’ipotesi addotta in quell’azione istintiva ed incredibilmente sciocca, per quanto audace, tanto la mercenaria quanto il suo carico aggiunto si ritrovarono a volare alte nei cieli. Solo allora, nel momento in cui la donna cercò di spingere lo sguardo alle gambe per comprendere cosa gravasse su di esse, ella individuò chiaramente la bionda figura di Heska, aggrappata a sé con tutte le proprie energie.
« Thyres! » inveì, sinceramente sbalordita, aspettandosi chiunque in quella posizione, primi fra tutti H’Anel o M’Eu, ma non proprio lei « Sei forse uscita di senno? »
Impossibile sarebbe stato, purtroppo, richiedere alla donna di mollare la propria presa, come altrimenti si sarebbe proposto spontaneo e naturale fare: nel movimento incredibile e innaturale condotto dalla gargolla, infatti, essi avevano già raggiunto una distanza dal suolo tale per cui una caduta avrebbe immediatamente significato morte per chiunque, anche per una persona giù giovane e vigorosa rispetto alla figlia di Lafra.
« Mi sembra evidente… » commentò Heska, tentando di dimostrare un tono di voce sicuro e forte « Cerco di salvarti la vita così come tu hai fatto con me trent’anni fa. »
Terrore assoluto, ovviamente, non poté evitare di dominare nell’animo della donna in quel momento, in simile stato: ella, nell’elaborazione mentale e nel compimento fisico di quell’atto, si era fatta guidare unicamente dal proprio cuore, fin troppo buono, senza però permettere al proprio raziocinio di prendere in considerazione la follia nella quale tanta bontade l’avrebbe e l’aveva gettata. Quello stesso intelletto, nel percepire ora il nulla sotto le proprie gambe, si sarebbe mai negato il diritto di ricordarle interiormente quanto fosse stata una povera sciocca in quella scelta tanto avventata.
Nell’unica eccezione rappresentata dai figli del mare, per la quasi totalità della popolazione mondiale il mare si era posto, da sempre, come l’ultima grande ed inesplorata frontiera, incarnando ogni atavico timore, ogni paura primordiale nel confronto con una forza sconosciuta ed ingestibile: in simile considerazione, invero, escluso di principio risultava essere, perennemente ed ovviamente, stato il territorio del cielo, laddove se alle infinite acque chiunque sarebbe potuto giungere, anche non volontariamente, al vasto e sconosciuto regno delle nuvole e degli astri nessuno sarebbe potuto e dovuto ascendere se non per grazia divina, per volontà imperscrutabile degli dei. Comprensibile, umano e naturale, quindi, sarebbe stato il sentimento che alcuno avrebbe potuto rinnegare in tale momento: non di certo Heska, che fra tutti i possibili candidati in quel ruolo si offriva come colei che alcuna confidenza aveva mai avuto modo di maturare nella propria vita con situazioni tanto straordinarie, al contrario della propria compagna alla salvezza della quale, a suo dire, avrebbe dovuto contribuire con simile scelta d’azione.
« Ottima idea… » rispose con sarcasmo la mercenaria « Appena avremo un momento di calma, ricordami di chiederti l’identità di chi dovrebbe poi venire a salvare entrambe secondo questi tuoi pensieri. »
« Potresti anche sforzarti di dimostrare uno spirito un po’ più costruttivo in un momento come questo… non credi?! » replicò l’altra, con evidente stizza in conseguenza di quel rimprovero non tanto velato.
« Se non stessi già dimostrando spirito costruttivo, a quest’ora ti avrei fatta cadere con un calcio sui denti. » denotò la Figlia di Marr’Mahew, storcendo le labbra « Dannazione, Heska! Dovevi proprio aspettare il mezzo secolo per decidere di fare ciò che hai evitato a vent’anni?! »
« Ti ricordo che tu hai dieci anni più di me, vecchietta… »
« Ma almeno io queste avventure le ho vissute anche a vent’anni! »
Entrambe, ovviamente, erano consce di come tale scambio apparentemente iracondo di battute si ponesse in effetti all’unico scopo di stemperare le umane emozioni derivanti da quel particolare e pericoloso contesto: il litigio, se tale si fosse potuto definire, nel quale stavano impegnando le proprie energie assolveva perfettamente al compito di distrarre le loro menti, la loro attenzione, da ciò che stava succedendo attorno a loro, a loro, e che, altrimenti, non avrebbe potuto che bloccarle per naturale fobia in conseguenza di simile condizione.
In particolare, ancor più che per la stessa anziana donna guerriero la quale si poneva saldamente trattenuta nel rude e duro abbraccio di pietra della gargolla, la necessità di negare la propria stessa coscienza in quel frangente appare essere necessaria, utile, indispensabile forse, soprattutto la sua compagna di viaggio, per la sorella che a tutti i costi aveva voluto seguirla in quell’ultima grande avventura. Proprio quest’ultima, suo discapito, si poneva essere in una situazione estremamente precaria: per quanto, infatti, il loro avversario non sembrasse offrire particolari attenzioni al suo indirizzo, non apparisse infastidito da tale presenza più di quanto non lo sarebbe stato per un moscerino, la pericolosità della posa tutt’altro che stabile assunta da quest’ultima non sarebbe potuta essere trascurata. Ella non solo avrebbe dovuto mantenere salda la propria presa in contrasto ai movimenti di quel volo non lineare e al vento che sfrezava violento contro il proprio corpo stanco, ma anche in opposizione alla cenere nera che dai vulcani sparsi in tutta l’area della Terra di Nessuno risaliva al cielo, intossicandone l’aria e rendendo difficoltosa la respirazione per chiunque.
« Vehnea… » sussurrò Heska, costringendosi a non chinare lo sguardo verso il basso per non permettere al terrore di dominarla.
sabato 10 gennaio 2009
366
Avventura
009 - Trent'anni dopo
Nella propria pur avventurosa esistenza, per quanto numerose si sarebbero potute conteggiare le creature non umane da lei incontrate ed uccise, mai la Figlia di Marr’Mahew aveva avuto l’occasione di confrontarsi con una tale categoria di avversari: nonostante tutto, del resto, ella non aveva mai ricercato simili confronti ma, esattamente come in quell’occasione, ne era sempre stata involontaria partecipe nell’assolvimento di una qualche missione. Ben poco, dalla propria esperienza personale, in ciò le sarebbe stato concesso di conoscere in merito alla gargolla e se da un lato non avrebbe voluto offrire alla medesima il vantaggio di un’erronea valutazione, migliorativa o peggiorativa che essa potesse essere, dall’altro ella non avrebbe potuto ignorare il rischio offerto in quel frangente. Risultava chiara la necessità di elaborare una qualche ipotesi difensiva e, soprattutto, controffensiva, ma in ciò non le sarebbe stato concesso di sapere di quanto tempo avrebbe potuto disporre prima dell’inevitabile azione avversaria. Dopo poco, infatti, improvvisamente ma non inaspettatamente, la gargolla ritrovò vitalità, lasciandosi precipitare in picchiata contro i propri avversari, nel dirigere il volo evidentemente nella specifica direzione del comandante di quell’armata.
I mercenari della Confraternita, cogliendo quell’attacco, si proposero solidali attorno alla figura cardine per loro in quella missione, cercando di imporre i propri scudi in difesa da quel pericolo, le proprie armi in offesa di esso, non dimostrando esitazioni, reprimendo ogni possibilità di timori o paure. Fontane di scintille furono così originate dall’impatto del metallo sulla roccia, dalle lame, dalle picche che contro la creatura vennero presentate, senza causarle alcun danno: in quell’azione di disturbo, però, l’obiettivo finale della creatura fu evitato, ritrovando altresì sollevata in aria un’altra donna a lei vicina, una malcapitata fra le sue subalterne.
La giovane mercenaria, tutt’altro che desiderosa di adempiere alla funzione di vittima sacrificale in conseguenza di quella presa, tentò di trovare evasione dalla essa, colpendo con le proprie medrath ripetutamente, seppur vanamente, la coriacea superficie di pietra della gargolla. Quest’ultima, forse ad esprimere insoddisfazione per il proprio fallimento, forse in risposta a quei tentativi d’offesa, o, forse, semplicemente per sadico piacere in conseguenza di tale atto, stritolò senza dimostrare pietà alcuna quel corpo pur temprato da innumerevoli battaglie, spezzandolo letteralmente in due e lasciandolo, successivamente, ricadere al suolo quale peso privo di vita, bambola rotta ed inanimata. I suoi compagni, fratelli e sorelle d’arme di quella vittima, non poterono evitare di inorridire da simile spettacolo e dalla doccia di sangue che non fu concessa loro di evitare nel compimento di quel barbaro omicidio.
« Maledetto! » gridarono diverse voci, tutt’altro che scoraggiate da quel tragico epilogo ed, anzi, ricaricate nel proprio desiderio di opposizione al pericolo rappresentato da simile avversario, in vendetta a quella nuova vittima « Cane! »
« Niente lame… sono inutili! » si impose con forza Midda, riproponendo finalmente il proprio tono su quelli di tutti i propri compagni « Usate le mazze ed i martelli pesanti. Colpite con tutta la forza che avete in corpo mirando solo ai punti che riterrete essere più deboli: dobbiamo cercare di frantumarlo. »
La proposta lanciata dalla mercenaria, in realtà, non si sarebbe potuta considerare dissimile da un vero e proprio gioco d’azzardo, laddove nulla avrebbe potuto lasciar supporre la correttezza di quell’analisi: nel frangente in cui essi si ritrovarono ad essere, però, ciò che sarebbe servito a tutti loro per avere nuovamente l’occasione di sopravvivere, proponendosi quale speranza di poter agire, coraggio di impegnarsi in qualcosa per negare il fato altrimenti considerato ineluttabile. Se anche, infatti, quell’azione non avesse portato a risultati concreti, avrebbe in ogni caso assolto al compito di non lasciarli inermi di fronte alle offese della creatura, laddove nulla avrebbe potuto indurli a credere all’assurda eventualità che quella discesa si fosse proposta semplicemente unica e non quale la prima di una serie.
A conferma di ciò, la gargolla tornò a precipitare verso di loro, nuovamente percorrendo una traiettoria che l’avrebbe condotta in contrasto diretto con la Figlia di Marr’Mahew. Rapidi, quasi un sol uomo, i membri della Confraternita armati di mazze e martelli si mossero per tentare di intercettare quella planata, nell’esecuzione degli ordini loro impartiti, e dove, in un primo momento, la creatura sembrò riuscire ad evadere a tutti quegli attacchi, in un volo troppo veloce per loro, quando si ritrovò in prossimità dell’anziana donna guerriero, immobile in sua attesa, due vigorosi mercenari presentarono la loro controffensiva, riuscendo a spingere i propri grossi e pesanti martelli da guerra contro il braccio destro e la gamba sinistra dell’avversario, cercando di cogliere le articolazioni dei medesimi nel considerarle più fragili rispetto ad altri punti. Sordi furono i rumori offerti in quel frangente, sorprendendo l’essere di pietra più di quanto ad esso non sarebbe probabilmente stato possibile fare, e violando il suo moto altrimenti perfetto: l’impatto in due posizioni fra loro così contrapposte, seppur non infrangendo ancora il corpo di pietra del medesimo, lo costrinsero a ruzzolare fragorosamente a terra, trascinando pesantemente in quella caduta altri due disgraziati che non si proposero sufficientemente pronti da evitare la reazione.
« Addosso… ora! » gridò il capitano Graina, verso i suoi compagni, nell’incitare l’attacco in quel momento di evidente inferiorità per la creatura avversaria.
Nuovamente tutti gli uomini e le donne armati con mazze e martelli si gettarono con ferina volontà in contrasto al nemico, non volendo perdere l’occasione di poter approfittare della situazione loro concessa: violenti i colpi si posero su quella roccia, cercando di frantumarla, di spezzarla, rendendole impossibile ogni altro movimento. E, dove, un piccolo successo si concesse quasi casuale nel vedere la coda separata dal resto dell’individuo, il fallimento più grave si presentò quando la gargolla riuscì a recuperare una posizione eretta, calpestando senza emozione i corpi già morti sotto al proprio peso, per offrire battaglia aperta agli avversari, prede incoscienti donate innanzi a sé.
Heska, inerme spettatrice, assistette immobile all’intera sequenza di azioni, quasi fosse posta a grande distanza e non a pochi passi dal pericolo. Ella osservò quell’enorme grifone umanoide menare pesanti colpi a destra ed a manca, spazzando i propri nemici, tanto con la forza inarrestabile delle proprie braccia quanto con le imprevedibili azioni delle comunque solide ali: i mercenari della Confraternita, sopravvissuti ad un confronto pur leggendario con gli zombie del confine, sembrarono semplici bambini nell’opposizione offerta a un tale malefico artificio, non riuscendo ad evitare di essere scaraventati per lunghe distanze dall’azione instancabile del loro singolo avversario. La figlia di Lafra, sconvolta da simile scena, da tale spettacolo, non riuscì a formulare alcun pensiero di senso compiuto, non riuscì a ritrovare umanamente la forza di reagire di fronte a tanto: prole del mare, cresciuta in un’isola di pace, tutto quello si proponeva superiore a qualsiasi sua immaginazione, a qualsiasi situazione mai avrebbe potuto prendere in considerazione in passato, nei suoi mai attuati desideri di avventura, ispirata in ciò dalla figura della propria sorella di fato. E solo quando quest’ultima le si mostrò davanti allo sguardo, nell’atto di raccogliere con la destra un pesante martello da guerra ormai inutilizzabile dal precedente e defunto proprietario, la coscienza le fu concessa nuovamente propria, facendola seguire con attenzione la rapida azione che Midda tentò a discapito della gargolla.
Quasi gli anni e la fatica derivante dalla lunga giornata non si ponessero sulle sue membra, la mercenaria apparve avanzare con fierezza, con decisione, con velocità in contrasto alla creatura, superando tutti i propri soldati, tutti i propri compagni, nel mirare in elevazione direttamente al volto nemico. Ma tale azione non ottenne il risultato sperato e, al contrario, nell’individuare il proprio bersaglio in moto verso di sé il malefico essere sembrò ritrovare memoria delle direttive che lo avevano spinto in quel luogo, delle istruzioni imposte da colei che animazione gli aveva concesso: non solo, così, esso riuscì ad evitare agilmente di subire l’offesa dell’anziana donna guerriero, bloccando il martello a sé rivolto per poi gettarlo lontano, a renderla inoffensiva, ma addirittura catturò la stessa avversaria, stringendola a sé con forza, in una morsa imprescindibile, inviolabile.
« Midda! » gridò Heska, non riuscendo a pensare a null’altro che all’amica in quel momento, disinteressandosi a falsi nomi, a identità fittizie, a ogni prudenza di sorta, nell’invocare quel nome e nel correre verso di lei.
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