11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

martedì 13 gennaio 2009

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N
el vano tentativo d’attacco compiuto a discapito della gargolla, Midda non solo aveva perduto il martello di cui si era impossessata nella speranza di condurre a termine la propria azione ma, al contempo, si era ritrovata costretta a separarsi dalla spada che ne aveva accompagnato i passi in quegli ultimi giorni. Nell’essere di fronte all’ingresso a quell’oscuro e blasfemo tempio, pertanto, l’arsenale a disposizione delle due donne si poté censire molto rapidamente, conteggiando la spada di Heska, un corto pugnale ed uno stiletto. Una situazione che, agli occhi della figlia di Lafra, non poté evitare di far prendere nuovamente in considerazione ciò per cui precedentemente aveva lottato contro l’amica, la sorella di fato: il proprio diritto all’uso della spada forgiata dal padre.

« Credo di averla custodita a sufficienza… » commentò, quasi sottovoce, nell’estrarre la lama dal fodero e nel tenderla verso la compagna « Ora è meglio che torni nelle mani che, meglio di chiunque altro al mondo, hanno saputo offrire valore a questa lama. »

La Figlia di Marr’Mahew restò per un lungo istante in silenzio di fronte a quella proposta, all’offerta concessale: da un lato, dentro di sé, aveva bramato per trent’anni il contatto con quella spada, per potersi sentire nuovamente completa, per tornare ad essere la donna di un tempo, dall’altro, ella era consapevole di come quel passato non sarebbe potuto esserle restituito. Ricercarlo ostinatamente come si stava impegnando a fare, in contrasto alla propria missione, alle necessità della medesima, non l’avrebbe condotta a nulla di buono. Aveva già commesso quell’errore, nel viaggio che l’aveva condotta a Konyso’M ed, in conseguenza del medesimo, aveva messo in pericolo la vita di una delle poche persone ancora in vita ed appartenenti al proprio passato, di colei che forse si sarebbe potuta definire la sola amica rimastale: non vi era tempo per stupidi egoismi, per i rimpianti di ciò che le era stato negato in conseguenza delle proprie stesse azioni, scelte. Avrebbe dovuto proseguire nel proprio cammino imponendo serenità nel proprio animo, richiedendo pace nel proprio cuore o, nuovamente, sarebbe giunta a qualche scelta avventata come la stessa che trent’anni prima ne aveva segnato il destino.

« Quella spada ti appartiene. » sentenziò, appoggiando le proprie mani attorno a quelle della sorella, quasi nel voler offrire la propria benedizione per tale unione « Ti è sempre appartenuta e ti apparterrà per sempre. Trent’anni fa io l’ho presa in prestito per assolvere a determinati compiti ma, come vedi, ho fallito miseramente in ciò. O non saresti qui, oggi, a rischiare la tua vita in un’impresa dalla conclusione incerta. »
« Senza di te, io oggi non sarei né qui né in alcun altro luogo… » negò la donna, scuotendo il capo ed agitando, in ciò, i propri corti capelli biondi « Perché affermi il falso? Ricerchi modestia? »
« Non affermo il falso. » replicò, tranquilla, la mercenaria, rilasciando la propria presa attorno alle estremità dell’altra « Tuo padre mi aveva affidato questa spada al fine di proteggerti, di preservarti da ogni male e non per traviarti, spingendoti a divenire simile a me. »
« Io non… »
« Tu hai avuto la possibilità di una vita meravigliosa e, fortunatamente non l’hai sprecata. » la interruppe, continuando a parlare con medesimo tono, senza inutile enfasi « Ma in questi anni, purtroppo, hai anche bramato di seguire le mie orme, il mio esempio: io per te maestra non sarei dovuta essere, quanto il contrario. »
« Ho buttato via dieci anni della mia vita per sfuggire ad un destino che non desideravo accettare e, nel timore di affrontare le mie responsabilità, le mie colpe, sono arrivata ad esiliarmi volontariamente da tutto ciò che sarebbe potuto essere in un gesto sciocco, che avrei potuto tranquillamente evitare. » ammise Midda, osservando l’ambiente innanzi a loro, attorno a loro « Quella della chimera si propose, effettivamente, quale trappola a mio discapito ed io, pur conscia di ciò, non trovai volontà di evaderla, desiderio di sfuggirle. Questo è il genere di vita che hai cercato inseguendo le mie orme: una non esistenza simile invero a quella del bestione qui dietro. » concluse, nell’indicare con un cenno la gargolla alle loro spalle.
A quel punto, Heska comprese essere giunto per lei il tempo di prendere parola: « Forse non ho avuto una vita avventurosa e piena di esperienze come la tua… » iniziò, con tono altrettanto sereno rispetto a quello adottato dall’interlocutrice « Ma non giudicarmi, per questo, una sprovveduta. »
« Non nego di aver inseguito per lungo tempo un ideale che, a te, avevo impropriamente attribuito, legato. » proseguì, osservando la lama dagli azzurri riflessi « Ma se ho agito così non è stato per stolidità: senza il principio di forza, di coraggio, di rifiuto nel chinare la testa di fronte al mondo ed alle sue insidie, non sarei mai riuscita a sopravvivere abbastanza da essere qui oggi, a richiare la mia vita insieme a te… non per te. »
« Quante altre vittime di lord Sarnico pensi che siano sopravvissute a seguito della liberazione da quell’orrore? Quante altre vittime pensi siano riuscite a riprendere in mano le redini della propria vita? » continuò, lasciando implicita la tremenda risposta a tale domanda « Midda. Forse non tutte le tue azioni sono state esemplari, forse non tutte le tue scelte sono apprezzabili come principi esistenziali, ma questo non fa di te una cattiva persona quanto, semplicemente, una persona. La perfezione è riservata solo agli dei… »
Una voce, però, si propose ad interruzione di quelle parole, offrendo evidente sarcasmo insieme ad un battito di mani: « Che parole meravigliose… penso che potrei quasi commuovermi. »

Dall’oscurità del tempio, una figura umana e femminile emerse muovendosi con passi lenti, costanti, eleganti, regali: da ogni centimetro del suo corpo un’incredibile carisma si propose immediato, ancor prima del suo stesso volto, dei suoi occhi, ancora celati nell’oscurità di quell’ambiente, negando alle due compagne ogni possibilità di distrazione da sé, senza ombra di dubbio colei che si era dichiarata quale regina Anmel, colei che entrambe si attendevano corrispondere alla sorella di lord Sarnico, lady Lavero.
Piccoli i piedi, con pelle color della terra, estremamente femminili nelle loro proporzioni, nella delicatezza delle proprie forme, si concessero elegantemente avvolti nei lacci di violacei sandali. Tali nastri, probabilmente risalenti fino alle ginocchia, non si proposero però visibili in tale terminazione perché ricoperti dal caldo velluto rosso scuro dei pantaloni. Questi ultimi, poi, si mostrarono attillati attorno a lunghe e tornite gambe e a fianchi fertili e generosi, delineando arti agili ed allenati, temprati da una vita tutt’altro agiata e viziata. All’altezza della vita, altresì stretta tanto da poter illudere un uomo di essere in grado di circondarla fra le mani lasciando in simile atto congiungere la punta delle dita, si mostrarono le estremità di una lunga e pesante ascia da guerra, sorretta in orizzontale fra le due mani della donna quasi fosse un semplice scialle, un ornamento di cui farsi sfoggio, facendola ciondolare appena nei passi condotti verso le sue ospiti. Ad abbracciare il busto e le braccia, ma non le spalle e un’ampia porzione di petto, si candidò lo stile già dimostrato nei pantaloni, facendo sfoggio di un abbigliamento attillato in velluto rosso scuro, appena ornato da un pizzo rosato nei suoi bordi, all’altezza del ventre e sopra ai seni. Proprio i seni, evidenti nell’assenza di ogni copertura sul décolleté, si donarono con fresca giovinezza in dimensioni non estreme e, in ciò, assolutamente aggraziati ed eleganti, ancora rivelando pelle color carne: indubbio sarebbe stato come alcun maschio avrebbe potuto resistere alla tentazione di perdere in tale area il proprio sguardo, la propria attenzione. Le spalle, larghe abbastanza da denotare l’essenza guerriera di quella donna ma non per questo prive di eleganza e fascino, si proposero pertanto scoperte, fatta eccezione per per due sottili spalline utili a sorreggere il resto della veste: tali laccetti trovarono il proprio termine, il giusto riferimento, in un collare del medesimo colore di quel costante abbigliamento, circondante un collo praticamente perfetto, sottile e bramoso delle attenzioni di labbra passionali nella propria forma.
Risalendo ulteriormente con lo sguardo, nell’avanzare costante della figura verso la coppia di prigioniere, il viso, che ella offrì, completò quel meraviglioso e seducente quadro, rivelando un inatteso colpo di scena che non poté evitare di sconvolgere completamente tutte le carte sulla tavola di quel fatale gioco di morte.

« Tu?! » esclamò Midda, incredula nell’osservare colei che, ora, a meno di tre piedi da sé, si era arrestata, nel concedere loro un’aria divertita e sorniona.

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