11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

sabato 31 gennaio 2009

387


A
seguito di quell’esperienza, in me maturò un nuovo desiderio, prima di allora sconosciuto.
Ripensandoci ora, a posteriori, non posso negare che, forse, ciò che accadde si sarebbe potuto considerare quale naturale sviluppo, maturazione, dei sentimenti già vissuti in passato, soprattutto nei confronti della Figlia di Marr’Mahew: comprendendo, infatti, che in lei non avrei mai potuto cercare o trovare un’amante, una compagna, laddove mi sarei sempre posto su un piano troppo diverso dal suo, in me rimase comunque inalterata la stima, il rispetto, l’ammirazione che fino a quel momento avevo riposto verso la sua immagine, nel confronto di quell’icona di forza, emotiva, mentale e spirituale ancor prima che fisica. Al di là del loro reciproco sacrificio d’amore, che pur non riuscivo ancora ad accettare, Be’Sihl e Midda, con le loro scelte, le loro vite, avevano comunque messo in luce i miei limiti, la mia incapacità a vivere realmente: per questo, per quanto simile idea potesse essere folle, in me sorse con forza l’esigenza di rimettere in gioco la mia esistenza, di esplorare nuove vie, prima ignote e neppure prese mai in considerazione.
Spinto più dalla buona volontà che da una reale consapevolezza di me stesso e di tale crescita interiore, mi presentai innanzi alla porta delle stanze della mercenaria nel giorno in cui mi giunse notizia della sua imminente ripartenza, della decisione presa da lei e dai suoi compagni di proseguire nella propria missione lontano da Kriarya, dall’unico ambiente che io mai avessi conosciuto, all’interno del quale ero nato ed ero sopravvissuto fino a quel giorno. Non desidero enfatizzare questi ricordi, questo viaggio mnemonico più del dovuto, ma credo di poter affermare, con un relativo grado di sicurezza, come ciò che compii allora, nel bussare sul legno della soglia di quelle camere di mia spontanea iniziativa, senza essere atteso o stato convocato, fu uno degli atti più coraggiosi e più folli in cui mai prima mi ero spinto nella mia intera esistenza. Dove, interpellato da lei stessa solo pochi giorni prima, non ero riuscito neppure ad offrir parola, ritrovandomi fisicamente e mentalmente bloccato nel confronto con quella figura tanto carismatica, in quel particolare frangente non si sarebbe potuto evitare di riconoscere tutto il mio impegno nel dimostrare qualcosa non solo a me stesso ma anche al mondo intero, dando prova del mio nuovo voto interiore, della mia volontà indiscutibilmente rivolta verso un nuovo genere di vita, di esistenza, di volontà. E, sebbene il terrore mi attanagliasse fin dal profondo delle viscere, dominandomi come il più spietato dei dittatori, non potei che sentirmi incredibilmente orgoglioso, assurdamente potente nel concedere mobilità alla mia mano, nel picchiare, seppur debolmente nel mancare ancora di una reale convinzione, contro quella superficie di legno. Al di là di ogni considerazione, oltre ad ogni giudizio, non avrei mai potuto avere modo di sapere come quell’esperienza si sarebbe conclusa, non avrei potuto prevedere la reazione di Midda, che avrebbe potuto spaziare liberamente fra l’innocente divertimento e la spietata rabbia: in qualsiasi modo, però, tutto quello fosse andato a finire, io non sarei comunque stato lo stesso di prima. Non sarei mai più stato in semplice balia del fato, dimostrando di avere volontà e forza per tentare di scegliere da solo in quali vie condurre la mia esistenza, attraverso quali percorsi ricercare piena consapevolezza di me e del mio fato.
Attesi. Gli istanti mi parvero ore, ogni battito del mio cuore sembrò scandire il passaggio di un’intera giornata, ogni fremito dei miei polsi sembrò segnare una continua morte e rinascita. Ero diviso fra il desiderio che ella mi aprisse, mi concedesse un frammento del proprio tempo, del proprio interesse, per quanto labile ed effimero, e l’assurdo pensiero che ella si potesse dimostrare assente, lontana in quel momento da ogni possibilità per me di raggiungerla: quell’ultima ipotesi, però, non avrebbe potuto trovare una reale concretizzazione, laddove in me pur era la certezza della sua presenza, la cognizione della sua posizione nella città e nella locanda, in quel momento.
Per questo, dopo pochi istanti o, forse, dopo innumerevoli eternità, ella finalmente si concesse, giungendo come prevedibile innanzi alla soglia e presentandosi al mio sguardo in tutta la sua florida beltade.

« Oh… » commentò, aggrottando la fronte nell’evidenza di un momento di sorpresa, fortunatamente non negativa, per quella mia comparsa inattesa, per quella mia visita inaspettata « Sei tu. » sorrise, poi, proponendosi con assoluta cordialità nei miei riguardi, rimarcando l’impressione precedentemente offertami « Scusa l’attesa ma stavo scrivendo alcune missive ed, in un primo istante, non ho fatto caso al tuo bussare… »

Solo una vestaglia apparve ricoprire il suo corpo, mentre ella si mosse scalza all’indietro, per concedermi facoltà di entrare all’interno dell’alloggio, di non restare in piedi nel corridoio, riconoscendomi, in ciò, un’ospitalità verso la quale non reputavo di possedere alcun diritto. E per quanto avessi già goduto dell’immagine del suo corpo nudo, naturali emozioni fisiche verso quelle forme procaci, colme di femminilità e di erotismo non poterono essermi negate, risultando in quel momento quale ulteriore svantaggio, inibizione nei suoi confronti. Dove pertanto enorme forza d’animo mi era occorsa per spingermi in quella situazione, innanzi a quella porta e bussare per richiedere l’occasione in quel momento offertami, il dubbio, il timore, non poté evitare di impossessarsi nuovamente e violentemente di me: posto realmente alla sua presenza, così, non riuscii ad evitare di esitare, umanamente.

« Entra dai. » mi incitò ella, sottolineando simile invito con un gesto della mano « Non mi piace restare a parlare sulla porta di una stanza… anche laddove la essa vede me quale sua occupante. »

Inspirai a fondo, cercando di impormi quiete, calma, controllo come fino a quel giorno non ero mai riuscito a fare: purtroppo ogni istante trascorso in quel punto, davanti a quella porta, parve porre in me solo nuova agitazione, solo ulteriore dubbio e se mi fossi concesso ancora un momento per tentare di raggiungere la pace interiore, il raziocinio, di certo sarei fuggito, negandomi forse l’unica occasione che ero riuscito a conquistare per trovare un nuovo senso alla mia esistenza. Riconoscendo in me una paura maggiore nel ritrarmi e nel proseguire nella mia vita da ignavo rispetto a quella rappresentata dall’ingresso in quella stanza, spinsi con prepotenza il mio corpo ad incedere, superando la soglia aperta innanzi a me, forse più rappresentazione metaforica che materiale in quel frangente.

« Grazie. » risposi, con voce appena udibile.
« A te. » replicò la donna, richiudendo la porta alle mie spalle per poi muoversi, con incedere felino e sensuale, verso lo scrittoio prima abbandonato e la sedia lì presente « Dove non credo di aver richiesto nulla a Be’Sihl e dove ci poniamo ancora ben lontani da orari di pranzo o cena, mi permetto di ipotizzare che questa visita sia a titolo personale… o erro? »

Come non sentirsi incredibilmente stupidi in un momento simile?
Ero stato accolto con serenità, con tranquillità, all’interno della stanza di una delle donne guerriero più famose del regno, di una mercenaria la cui nomea ormai sfiorava la leggenda, proponendosi vicina a quelle di eroi semidivini, raggiungendo una posizione per la quale avrei già dovuto sentirmi incredibilmente onorato, alla quale sicuramente pochi altri avevano avuto ragione di arrivare prima di me, soprattutto in un clima simile. Eppure, nonostante tutto ciò, continuavo a sentirmi estremamente legato, tremendamente inibito di fronte a lei, neanche si fosse proposta a me iraconda ed urlante, desiderosa del mio sangue e della mia vita.
No! Non potevo permettermi di continuare in quel modo, di sprecare il dono che gli dei, ammessa la loro esistenza, mi stavano ponendo di fronte, forse immeritato ma sicuramente presente. Dovevo riuscire a rivolgerle parola in maniera degna, ad esporle il mio desiderio, per quanto forse assurdo, forse irrealizzabile: se fossi uscito senza averlo fatto, avrei rimpianto quel giorno per il resto della mia esistenza.

« Desideravo… parlarti. » pronunciai, non senza evidente difficoltà.
« Dopo ciò che hai fatto per me e Be’Sihl un anno fa, restando a vegliare in attesa della mia ripresa, del mio recupero, sarebbe assolutamente fuori luogo rifiutarti questa possibilità… » commentò, offrendomi l’azzurro chiaro ed intenso dei propri occhi con assoluta attenzione « Ti ascolto. »
« Io… » esitai, tentennai, ed alla fine esplosi quasi senza fiato « Vorrei accompagnarti in una tua missione, servendoti quale scudiero… »

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