11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte

News & Comunicazioni

Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

martedì 31 agosto 2021

3749

 

La prima volta che Midda, Nass’Hya e Fath’Ma erano giunte alla fortezza fra i ghiacci, ciò era accaduto per un puro caso e un caso, evidentemente, neppur troppo fortunato.
Poste a confronto con un’inattesa e smisurata struttura, tanto grande da permettere loro di accedere alla stessa passando attraverso la naturale fessura presente lungo l’asse centrale della porta d’ingresso, si erano poi ritrovate catapultate in una realtà decisamente inquietante, quanto, in fondo, non aveva mancato di esserlo nel presentarsi con dimensioni mutate, e inaspettatamente a loro congeniali, di lì a poco. E se le dimensioni smisurate di quella realtà non erano state comprese immediatamente da alcuna fra loro, il raziocinio presente alla base di tutto ciò aveva avuto occasione di manifestarsi di lì ad alcuni anni più tardi, quando, nel corso della battaglia finale fra Kah e Desmair, quest’ultimo aveva alfine avuto occasione di essere liberato dalla propria prigione, e di mostrare tutte le proprie effettive, e colossali, dimensioni, tali da ben giustificare l’intero apparato posto in essere per ospitarlo.
A onor del vero, comunque, la questione delle reali dimensioni di Desmair non aveva mai avuto una qualche occasione di essere poi chiarita, là dove, tanto nelle apparizioni precedenti in carne e ossa, quanto in quelle successive qual proiezione mentale o costrutto all’interno del tempo del sogno, egli si era sempre dimostrato sì imperioso ma mai, necessariamente, tanto monumentale, là dove altrimenti improponibile sarebbe stata una qualunque possibilità di interfacciamento con lui.

La prima volta che Be’Wahr e M’Eu giunsero alla fortezza fra i ghiacci, non per puro caso, ove sospinti da una chiara volontà di raggiungere quel luogo, essi non poterono ovviare a confrontarsi con i resti di quella che era stata la battaglia lì occorsa. E una battaglia che, per quanto già leggenda, apparve immediatamente minimizzata nel proprio effettivo valore nelle parole scelte dai bardi per narrarla, e parole che non avrebbero mai potuto esprimere adeguatamente la verità dei fatti.
Di quello che un tempo era stata la smisurata fortezza fra i ghiacci, allora, restavano soltanto macerie. E macerie costituite da mattoni grandi come interi edifici di quel di Kriarya. Se la minaccia rappresentata dai titani poteva essere apparsa temibile, attorno alle mura dodecagonali di Kriarya, impossibile sarebbe comunque stato ipotizzare che quei pur ciclopici esseri avrebbero mai potuto riservarsi l’occasione di produrre una simile distruzione, così come era quella lì loro presentata e presentata come conseguenza del letale confronto fra un dio e il suo figlio immortale.
L’idea, quindi, che in tutto ciò, che nel mezzo della sfida fra Kah e Desmair, potesse aver realmente trovato un ruolo Midda Bontor, semplice donna mortale, non avrebbe potuto ovviare a rivalutare in diversi termini l’appellativo che, da ciò, era per lei derivato: Ucciditrice di Dei. Perché se pur, nella teoria, tale appellativo avrebbe avuto a potersi considerare persino esagerato; a confronto con l’evidenza della pratica, e di quella pratica, forse sarebbe stato persino poco avere a riferirsi a lei in tali termini.

« Beh... ma aveva dalla sua il sangue di Marr’Mahew, dea della guerra... » tentò di argomentare M’Eu, deglutendo appena a confronto con tutto ciò, nel ritrovarsi a osservare una pietra, un tempo parte di una parete della fortezza, alta quasi come una torre.

Era vero: per avere una possibilità di confronto alla pari con un dio, Midda Bontor aveva ricercato e conquistato il sangue di un vero figlio di Marr’Mahew, dea della guerra alla quale ella era generalmente, e pur impropriamente, associata; sangue in grazia alle virtù del quale aveva ottenuto l’estemporanea possibilità di imporre i propri colpi anche a discapito di un dio, e di un dio altrimenti immortale.
Ma per quanto indispensabile fosse allor stato quell’elemento, il contributo del sangue di Marr’Mahew era servito soltanto a permettere alla donna guerriero di non veder vanificati  i propri sforzi nei contrasti di un dio... e nulla di più. Minuscola ella era a confronto con tutto ciò, in misura sufficiente da potersi infilare attraverso la fessura di una porta al pari di una lucertolina; e minuscola ella era rimasta a confronto con tutto ciò anche nella grazia per lei derivante dal sangue di Marr’Mahew...
... e tutto il resto, era stata lei a compierlo. Riuscendo, oltretutto, a sopravvivere.

« Sai... se non conoscessi Midda... e non la conoscessi come una sorella... credo proprio che anche a me potrebbe fare paura... » osservò per tutta replica Be’Wahr, non mistificando le proprie emozioni in quel momento « ... confrontarsi al pari con un dio... e uscirne viva... » deglutì, storcendo appena le labbra verso il basso « ... e all’epoca non aveva ancora ereditato il potere di Anmel... il potere della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice. »
« Che cosa vuoi dire...?! » domandò il figlio di Ebano, temendo di aver compreso e, ciò non di meno, desiderando essere certi di quanto l’amico stesse dicendo « Non starai dando ragione alla Progenie della Fenice, voglio sperare... »
« Non do loro ragione. » scosse il capo il biondo, rifiutando fermamente quell’addebito a proprio discapito, benché fosse consapevole che da parte dell’altro non avesse a dover essere fraintesa alcuna volontà di accusa contro di lui « Però non sono neppure certo di poter essere in grado di riservare loro torto... a confronto con l’idea di tutto quel potere nelle mani di una donna che, in fondo, non conoscono e della quale, in questo, non possono permettersi di fidarsi. »

A muovere i passi di Be’Wahr e di M’Eu verso quel luogo, così come quelli di H’Anel e Duva alla volta del tempio della fenice, o quelli di Nóirín e di Be’Sihl verso il tempo del sogno, e, ancora, quelli di Howe e di Lys’sh verso il sotterraneo nel quale era stata sepolta per secoli, millenni forse, la corona di Anmel Mal Toise e, con essa, era stato lì imprigionato il suo spirito, l’ombra del suo potere, altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto se non il desiderio di ritrovare Midda Bontor o, nell’infausta eventualità di una sua prematura scomparsa, di vendicarla. E benché, per salvare la sua amica, o per lavare con il sangue la sua morte, egli sarebbe stato disposto quietamente disposto a compiere una strage, massacrando chiunque si fosse frapposto sul suo cammino, a incominciare proprio dalla Progenie della Fenice; tutto ciò non avrebbe avuto a inficiare il fatto che, innanzi alle proporzioni di quella desolazione, estranee a qualunque possibilità di razionale definizione, egli non avrebbe potuto ovviare a comprendere, e forse e persino a giustificare, i timori propri di chi consapevole del potere allor finito nelle mani della donna guerriero.
E di un potere incommensurabilmente maggiore rispetto a quello che ella aveva posseduto all’epoca degli eventi che avevano condotto a quel disastro. Un disastro del quale ella non avrebbe avuto a dover essere considerata l’unica responsabile, ma del quale era stata comunque partecipe e, in fondo, fra i tre contendenti in giuoco, ne era riuscita a uscire qual unica sopravvissuta...

« Andiamo... » incalzò poi lo stesso Be’Wahr, incitando il compagno ad andare oltre « Secondo le indicazioni di Fath’Ma, un secondo ingresso dovrebbe essere un po’ più a nord rispetto a qui. E, allungando un po’ il passo, potremmo riuscire ad arrivarci prima di sera. » sancì, a dimostrazione di quanto, comunque, da parte sua non avesse a dover essere considerata mutata alcuna fra le loro priorità: accedere alla fortezza, accedere all’”altra” fortezza nascosta all’interno di quella fortezza, e, soprattutto, sperare lì di avere a ritrovare Midda Bontor, per poterla riportare a casa.
« Sì. » annuì quindi M’Eu, con un amplio sorriso assolutamente propositivo verso l’amico, riconoscendo in tal modo chiusa ogni parentesi a tal riguardo e ogni parentesi perdere tempo attorno alla quale non avrebbe avuto a condurre loro alcuna utilità di sorta « Sperando di non avere, nel frattempo, a fare altri spiacevoli incontri... » soggiunse, subito pentendosi tuttavia di essersi espresso in quei termini e in quei termini che, da un punto di vista scaramantico, avrebbero potuto portare loro sfortuna.

lunedì 30 agosto 2021

3748

 

E benché Be’Wahr non avrebbe voluto concedersi facili occasioni di illusione, non avendo ragione di credere in una qualche possibilità di successo da parte del proprio compagno, non tanto per colpa sua, beninteso, quanto e piuttosto in conseguenza alla follia della situazione nella quale erano sfortunatamente precipitati; egli non poté ovviare a scoprirsi letteralmente con il fiato in sospeso nell’attesa di scoprire cosa sarebbe accaduto. Anche perché, in fondo, null’altro avrebbe potuto avere a che fare in quel momento, se non attendere quietamente il sopraggiungere della propria ora.
Così, nell’oscurità e nel silenzio egli attese un tempo che apparve addirittura interminabile prima di avere a sentire nuovamente la voce di M’Eu. E una voce che, apparentemente, non avrebbe potuto avere a fraintendersi latrice di buone notizie...

« Be’Wahr... ci sei ancora?! » domandò il figlio di Ebano, dalla propria posizione impossibilitato a scorgere l’amico e, in ciò, impossibilitato a sapere se egli avesse a doversi considerare ancora in vita o meno, nell’assoluto silenzio nel quale si era andato a trincerare.
« Sì. » rispose allora il biondo mercenario, rendendosi allor effettivamente conto di quanto avesse persino smesso di respirare sino a quel momento « Dimmi... » lo invitò, attendendosi la comunicazione dell’ennesimo nulla di fatto, come già pocanzi.
« Riesci a vedere la luce della mia torcia...?! » chiese M’Eu, agitando la torcia con lunghi movimenti da destra a sinistra, a meglio evidenziare la propria attuale posizione.
« E’ l’unica cosa che vedo in questo accidenti di buio... » replicò l’altro, aggrottando la fronte con aria stranita di fronte a quella domanda di dubbio valore « Che succede...? »
« Niente. » minimizzò il primo, con tono che, a quel punto, non ebbe a reggere ancora il giuoco e volse, palesemente, in note più allegre rispetto a quelle usate sino a tale momento « E’ solo che credo proprio di aver trovato una via di uscita... e, se ancora riesci a vedermi, sarebbe il caso che tu ti attrezzassi per raggiungermi, a meno che non tu non abbia veramente deciso di eleggere questa diamine di montagna a tuo monumento funebre. »

A Be’Wahr fu necessario qualche istante per elaborare quelle parole.
Non perché non le avesse udite. Né perché avessero a doversi considerare particolarmente complesse nella propria formulazione. Quanto e piuttosto perché avrebbero avuto a doversi intendere così estranee alle sue aspettative in termini tali da non permettergli di riuscire effettivamente a elaborare il concetto così presentato, e un concetto che non avrebbe potuto ovviare a risultargli quasi alieno, come fosse stato scandito in una lingua straniera.
Quando, tuttavia, la sua mente riuscì a superare quell’inibizione autoimpostasi, quella sorta di rifiuto nei riguardi di una pur inattesa ma tutt’altro che sgradita notizia, Be’Wahr non poté ovviare a strabuzzare gli occhi con enfasi tale che, quasi, parvero essere prossimi a fuoriuscire dalle sue orbite.

« C-come...?! » esitò quindi, a ricercare una conferma a tutto ciò, nel timore di aver ora frainteso, di aver voluto comprendere qualcosa di diverso da quanto egli effettivamente aveva scandito, e quanto aveva scandito in maniera tutt’altro che positiva per loro.
« Ho trovato un’altra via... » insistette M’Eu, cercando di non scoppiare a ridere, tanto per la gioia di quella scoperta, quanto per la reazione del sodale « ... e, per lo più, c’è una bella arietta corrente, tale per cui credo proprio abbia a essere aperta dall’altra parte. » soggiunse, arrestando il movimento del proprio braccio con la torcia, soltanto per lasciare la fiamma libera di muoversi ora sospinta da quella brezza, lieve e pur chiaramente percettibile, lì latrice di una squisita promessa « Allora...? Credi di farcela a venire fino a qui? O devo dire a Maddie che ti dispiace ma che sarà costretta a cercarsi un nuovo compagno di letto...?! » lo provocò con fare giocoso e malizioso, chiaramente rinfrancato nel proprio umore, e nel proprio animo, da quella felice scoperta.
« Ma non scherzare nemmeno... » protestò l’altro, a confronto con quella prospettiva « Con tutta la fatica che ho fatto per conquistarla, non intendo assolutamente perderla! » dichiarò, nel mentre in cui, alla cieca, si mosse per assicurarsi che la corda fosse ancor ancorata saldamente alla propria posizione, prima di proseguire dicendo « Piuttosto: hai fissato la tua estremità della corda...?! O ti stai soltanto divertendo a stuzzicarmi senza neppure concedermi effettiva possibilità di raggiungerti?! »
« Ops... » scoppiò a ridere il figlio di Ebano, rendendosi effettivamente conto di quanto, allora, non avesse adempiuto a tale, fondamentale incarico, lasciandosi coinvolgere troppo dall’entusiasmo del momento e non avendo minimamente a riflettere nel merito di ciò « Provvedo subito! »

Così fu. E, in breve Be’Wahr raggiunse il compagno, soltanto per rendersi conto di quanto questi altro non avesse avuto a trovare una grotta del tutto gemella rispetto a quella lungo la quale erano sino a quel momento discesi, la quale, ovviamente, osservata allora da una diversa prospettiva, li avrebbe costretti a risalire, e a risalire faticosamente verso una non meglio identificata meta, là dove la fine di quella stretta e oscura via non si proponeva in alcun modo visibile. Ma ciò nonostante, benché tutt’altro che visibile avesse a doversi considerare la destinazione finale di quel percorso, decisamente inequivocabile avrebbe avuto a doversi giudicare il fatto che esso avesse a volgere verso l’esterno, così come anche e soltanto in grazia al senso dell’olfatto avrebbe potuto avere a riconoscersi, nel ritrovarsi a confronto con una qualità dell’aria decisamente migliore rispetto a quella alla quale ormai si erano assuefatti, fosse soltanto per una maggiore presenza di ossigeno per così come loro da tempo era negato... particolare allor tutt’altro che sgradevole, nella promessa che in tutto ciò avrebbe avuto a concedere loro.

« Sia lode a Lohr! » esclamò gioiosamente Be’Wahr a confronto con tutto ciò, improvvisamente dimentico di tutta la fatica accumulata, di tutte le ferite subite e di ogni altro problema, ritrovandosi galvanizzato quasi come appena risvegliatosi dopo una lunga e piacevolissima notte di riposo « Andiamo! »

La risalita non fu semplice. Anzi. E, ciò nonostante, venne da loro affrontata con minor difficoltà rispetto alla discesa, sicuramente per un diverso approccio psicologico alla questione.
E quando, dopo qualche ora, ebbero a ritrovarsi a confronto la meraviglia propria del firmamento notturno, un cielo terso e stellato sopra le loro teste così come ormai si erano dimenticati avesse a poter essere, a nessuno dei due importò domandarsi ove fossero finiti, geograficamente parlando, in un percorso che, dopotutto, avrebbe potuto averli condotti lungo un versante completamente estraneo rispetto a quello dal quale quella lunga e faticosa parentesi aveva avuto inizio: l’unica cosa che importava loro, in quel momento, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta nella loro stessa riconquistata libertà, quasi una vera e propria rinascita dopo quel sin troppo lungo periodo di tempo sepolti vivi all’interno di quella montagna, e di quella montagna nella quale non avrebbero mai più commesso l’errore di avere ad avventurarsi, a prescindere dal pericolo che avrebbe potuto sospingerli in tal direzione.
Viverne, draghi, titani: alcun valore avrebbe avuto la natura dei loro possibili avversari. Erano riusciti a scamparla una volta... e soltanto follia sarebbe stata da parte loro avere a insistere nuovamente in tal direzione.
Non che, dopotutto, diversa da follia avrebbe avuto a dover essere intesa la missione che stava muovendo i loro passi. E quella missione che desiderava allor condurli in un luogo a confronto con il quale quella semplice montagna, quell’inoffensiva grotta, avrebbe avuto a dover essere giudicata assolutamente gradevole, piacevole, rilassante e riposante. Perché, dopotutto, la meta ultima del loro peregrinare avrebbe avuto a doversi riconoscere qual una prigione extra-dimensionale concepita al solo scopo di non permettere il ritorno sul loro mondo, nella loro realtà, di Desmair, figlio del dio Kah e della regina Anmel Mal Toise.

sabato 28 agosto 2021

3747

 

Il figlio di Ebano, forse, non avrebbe potuto vantare sangue da circense qual retaggio nelle proprie vene. Né, tantomeno, l’amplia esperienza qual avventuriero propria di Be’Wahr. Ciò non di meno nelle sue vene scorreva comunque il sangue di un grande guerriero. Ed egli era nato e cresciuto fra quelle montagne, imparando ad arrampicare forse ancor prima rispetto a camminare. Per tale ragione, quindi, la sua discesa non fu assolutamente critica, né ebbe a riscontrare difficoltà neppure conducendo seco quanto ancor rimasto della sua torcia, a meglio illuminare il proprio cammino, non tanto allo scopo di non porre il piede in fallo, quanto e piuttosto per non rischiare di lasciarsi sfuggire qualche evidenza non proprio diretta al di sotto della verticale propria lungo la quale stava discendendo.
Se, infatti, facile sarebbe potuto essere ipotizzare la presenza di altre grotte oltre a quella in cui, fortunatamente, o sfortunatamente, avevano trovato riparo dalla furia della viverna; tutt’altro che scontato sarebbe stato pensare che tali grotte fossero perfettamente allineate al di sotto della loro, in una coincidenza che, all’occorrenza, non soltanto sarebbe risultata improbabile, ma, addirittura, sospetta. Indispensabile, a tal fine, avrebbe avuto a doversi quindi riconoscere la compagnia della torcia. E di quella torcia la luce della quale avrebbe avuto a poter assicurare a M’Eu controllo visivo su un certo raggio d’azione.
Ma scendere lungo una parete tanto pericolosa legato a una corda, e per quanto ben assicurato alla medesima da un intricato giro della stessa lungo le sue gambe, orientandosi con una sola mano, per assicurarsi la libertà dell’altra allo scopo, per l’appunto, di sorreggere quella torcia, non avrebbe avuto a doversi fraintendere per alcuno qual la cosa più semplice del mondo. Né, tantomeno, così semplice come pur, in tutto quello, M’Eu ebbe a offrire l’impressione che fosse.

« Non male, M’Eu. Davvero non male! » si complimentò, sopra di lui, Be’Wahr, seguendo con facilità la sua discesa, anche in grazia alla luce della torcia che, quindi, lo stava accompagnando, concedendogli pochi pollici di corda alla volta per assicurargli il tempo utile, da uno all’altro, per individuare i migliori appigli ai quali offrire l’attenzione dei propri piedi e della mano libera « Vedi qualcosa...?! » gli domandò, forse troppo presto, nell’essere l’altro disceso per non più di una decina di piedi, e ciò non di meno, non potendo fare a meno di sperare in un qualche risultato utile a compenso di tanto impegno.

M’Eu non ebbe a rispondere subito. Non desiderando rispondere negativamente, egli preferì tacere. E preferì continuare a tacere fino a quando non avrebbe avuto qualcosa di positivo da riferire... oppure fino a quando, all’occorrenza, non fosse giunto alla fine della propria discesa, senza avere a trovare nulla.
Non fu semplice per lui riuscire nel proprio intento. E nell’intento di individuare una possibile via di fuga da lì. Ma alla fine, quando ormai non avrebbero potuto avere a restargli più di sei o sette piedi di corda, il figlio di Ebano ebbe a individuare, sulla propria destra, una strana ombra, e un’ombra che, forse avrebbe avuto a suggerire soltanto la presenza di una lieve rientranza nella parete, ma che, agli dei piacendo, avrebbe anche potuto essere esattamente quanto da lui ricercato.
Così, finalmente, ebbe a riprendere voce... e a comunicare al proprio compagno quanto, speranzosamente, scoperto.

« Potrebbe esserci qualcosa! » esclamò quindi « Ma è a qualche piede di distanza alla mia destra. » soggiunse, a meglio definire la situazione a beneficio di chi, lassù, non avrebbe potuto avere alcuna evidenza di ciò «  Ho bisogno di provare a spostarmi. Abbiamo corda sufficiente...?! »
« Non tantissima, purtroppo... » replicò Be’Wahr, in linea con quanto anche da lui supposto « Ma possiamo provare a farcela bastare. »
« Proviamo. Anche perché non abbiamo molte alternative, mi pare. » suggerì proattivamente M’Eu, stringendosi appena fra le spalle benché tal gesto non avrebbe avuto a poter essere colto dal proprio interlocutore, troppo in alto, ora, rispetto a lui.
« Più che altro io direi che non abbiamo alternative... » confermò allora il biondo mercenario « Dimmi tu quando lasciarti corda e quando tenere... »

In grazia a un’ottima sinergia fra i due commilitoni, M’Eu riuscì quindi a spostarsi verso la propria destra, in un movimento lento, attento e misurato, e, ciò non di meno, costante, che gli permise di giungere a verificare quanto intravisto. E a verificare, proprio malgrado, che quanto intravisto altro non avrebbe avuto a doversi considerare che un semplice effetto delle ombre, utile a creare lo spiacevole miraggio di qualcosa che, purtroppo, non era lì presente.
E quando alle orecchie di Be’Wahr giunse l’imprecazione dell’amico, il senso della cosa non avrebbe potuto ovviare a risultare spiacevolmente chiaro.

« Niente da fare... non è vero...?! »

Già. Niente da fare. Ma M’Eu non desiderava ancora ammetterlo. Non voleva ancora riconoscerlo ad alta voce, per evitare che tutto ciò sembrasse spiacevolmente vero.
Eppure era vero. Vero come il fatto che, loro malgrado, erano intrappolati nel cuore di una montagna, ben lontani dal potersi anche e soltanto considerare prossimi al senso ultimo del loro viaggio... ben lontani dal poter salvare Midda Bontor.
Fu in quel momento di massimo scoramento, tuttavia, che, levando gli occhi al cielo, e alle tenebre sopra di lui, M’Eu ebbe a scorgere qualcos’altro. E qualcosa che, allora, avrebbe avuto a doversi riconoscere almeno una decina di piedi sopra la propria attuale posizione, ma che, evidentemente, prima non gli doveva essere saltato allo sguardo.

« Devo provare a risalire un poco... credo che ci possa essere qualcosa più in alto. » replicò finalmente al proprio perduto interlocutore, colui che sapeva ancor esserci dall’altra parte della sua corda soltanto perché, ancora, era raggiunto dalla sua voce.

E se Be’Wahr avrebbe voluto replicare di lasciar perdere, sottolineando l’inutilità di quello sforzo, nel prevedere ancor un esito non dissimile da quello appena occorso, egli preferì allora tenere per sé tale opinione negativa, e quell’opinione negativa che troppo l’avrebbe spinto ad assomigliare a suo fratello Howe, cercando di conservare, malgrado tutto, la propria positività, e, soprattutto, di non avere a corrompere la positiva proattività del proprio giovane compagno.
Dopotutto, se in quel luogo avrebbero avuto a dover necessariamente morire, meglio comunque avere a tenersi impegnati il più possibile, allorché accasciarsi vanamente a terra attendendo, semplicemente, il cupo abbraccio della morte.

« ... d’accordo... » si limitò a rispondere, pertanto, storcendo le labbra verso il basso e, in tal senso, ben felice di avere a ritrovarsi a essere immerso nell’oscurità e a una decisa distanza dal proprio interlocutore, in termini tali per cui egli non avrebbe potuto avere a cogliere la propria mancanza di fiducia in qualunque cosa avesse avuto a notare lì sopra.

Non che M’Eu volesse concedersi vane illusioni, in effetti. Ma, in quel momento, in quel frangente, egli aveva disperato bisogno di credere che potesse esserci un’alternativa al nulla. E al nulla che, altrimenti, avrebbe avuto a definire il loro destino nell’oscuro cuore di quella montagna.

venerdì 27 agosto 2021

3746

 

Quell’avventura non avrebbe potuto considerarsi qual iniziata nel migliore dei modi possibili. Anzi.
Ancor lontani dal potersi considerare giunti alla meta prefissata, alla fortezza fra i ghiacci, Be’Wahr e M’Eu avevano visto le loro risorse praticamente dimezzate, nella perdita di tutto l’equipaggiamento del biondo mercenario se non per il suo coltellaccio, legato alla sua cintola, nonché il preventivo proporsi di ferite: ferite superficiali, certamente, e ben lontane dal rappresentare per loro un qualche pericolo di vita, e, ciò non di meno, comunque spiacevoli, e spiacevoli nella misura in cui, comunque, avrebbero avuto a fungere qual antipatico promemoria di quanto rovinoso fosse stato quel loro esordio. E, per l’appunto, non avevano ancora avuto occasione di giungere in vista della fortezza fra i ghiacci... e, per lo più, avrebbero avuto a doversi riconoscere qual bloccati all’interno di una grotta, sperduti in qualche punto non meglio precisato della lunga catena dei monti Rou’Farth e lì, potenzialmente, sepolti per il resto della propria esistenza.
Insomma: quell’avventura non avrebbe potuto considerarsi qual iniziata nel migliore dei modi possibili, da qualunque lato si sarebbe mai voluta osservare.

Riconquistata la solidità del cunicolo, e di quello stretto e soffocante cunicolo che pur non avrebbe potuto che apparire quantomai gradevole e gradito alla sua attenzione, Be’Wahr non mancò di ringraziare ad alta voce il proprio dio prediletto, prima di concedersi l’occasione di crollare a terra, a recuperare consapevolezza di sé e del fatto di essere ancora in vita, oltre, ovviamente, di poter finalmente rilassarsi. Ma quando, così facendo, l’adrenalina che lo aveva mantenuto attivo sino a quel momento iniziò a venir meno, parimenti iniziò a palesarsi il dolore alle proprie mani, alle proprie ginocchia, ai propri piedi, per gli innumerevoli tagli dei quali, allora, avrebbero avuto a doversi considerare abbondantemente ricoperti. E al ringraziamento precedente, ora, il biondo mercenario non poté che aggiungere, egualmente ad alta voce, una lunga serie di improperi, atti a sfogare quel crescente disagio.
Fortunatamente per Be’Wahr, comunque, le bende non avrebbero avuto mai a mancargli, motivo per il quale, con la quieta collaborazione di M’Eu, egli ebbe a potersi fasciare adeguatamente le ferite, quanto sufficiente, per lo meno, a non continuare a sanguinare in giro.
In giovinezza, infatti, egli aveva avuto a commettere un madornale errore, nello scegliere di ricoprire interamente il proprio busto di tatuaggi, e di tatuaggi che, dal proprio punto di vista, avrebbero avuto a doverlo rendere più facilmente riconoscibile nella propria unicità, nel giorno in cui il suo nome fosse divenuto famoso. Un madornale errore di valutazione, il suo, qual egli stesso ebbe a riconoscerlo praticamente subito, nello scoprirsi essere così divenuto sin troppo riconoscibile, e riconoscibile tanto nel bene, quant’anche, e ancor più, nel male: così, a ovviare a tale, eccessiva, e tutt’altro che positiva, pubblicità, egli aveva quindi iniziato a girare con il busto completamente fasciato da spesse bende, e da bende che, tutto sommato, non avevano comunque avuto a sanare concretamente il problema, là dove non avevano, né mai avrebbero potuto, renderlo meno unico nel suo genere. E là dove quelle bende, alla fine, avrebbero potuto intendersi più qual scelta stilistica ancor prima che un’effettiva esigenza, e una scelta stilistica nel tempo tradottasi qual una vera e propria abitudine; tali bende avrebbero avuto a doversi ancor riconoscere presenti a fasciare il suo busto anche in quel momento, al di sotto degli abiti pesanti da lui pur indossati per fronteggiare il gelo delle vette dei monti Rou’Farth.

Recuperato il fiato e arrangiate, alla meno peggio, le ferite riportate, finalmente Be’Wahr e M’Eu poterono dedicarsi a meglio comprendere cosa fosse successo e, soprattutto, in quali termini avrebbe avuto a potersi sviluppare, da quel punto in avanti, la propria esplorazione.
E osservandosi attorno, essi non poterono mancar di notare quanto quel pozzo oscuro comparsi sotto ai piedi di Be’Wahr non avesse a poter essere frainteso qual una semplice fatalità, quanto e piuttosto espressione di un’amplia frattura all’interno della montagna stessa, e un’amplia frattura incontro alla quale la loro grotta, il loro cunicolo di origine ancor non meglio definita, aveva finito per intersecarsi, portando all’improprio risultato così conseguito. Un’amplia frattura, quindi, non soltanto estesa verso il basso, ma anche verso l’alto, nonché a destra e a manca, e, ancor peggio, sufficientemente amplia da non permettere loro di distinguere, innanzi al loro sguardo ed entro i limiti della luce della loro torcia, ove potesse avere a riprendere il loro cunicolo, la loro grotta, sempre ammesso, ma non concesso, che dall’altra parte avesse effettivamente a riprendere.

« Questo non è buono. » sospirò M’Eu, storcendo le labbra verso il basso.
« Più che altro io direi che è proprio male. » puntualizzò Be’Wahr, non volendo concedersi margine di eufemismo alcuno « Quanta corda ci è rimasta, senza la mia sacca...?! »
« Cinquanta piedi... » replicò prontamente il figlio di Ebano « ... saranno sufficienti? »
« Non per arrivare sino alla fine della discesa. » escluse allora il biondo mercenario, scuotendo appena il capo « Non mi chiedere una stima precisa, ma certamente lì sotto ci sono ben più di cinquanta piedi di precipizio ad attenderci... »
« Però, forse, cinquanta piedi potrebbero comunque concederci la possibilità di raggiungere qualche altra grotta, a un livello inferiore a questa. » suggerì propositivo l’altro, sostanzialmente costretto a esserlo là dove non avrebbe potuto fare altrimenti « Che ne dici...? »
« Tentare non ci costa nulla, soprattutto in assenza di alternative. » concordò il primo, con un sorriso tirato a confronto con la sempre peggior situazione in cui sembravano essersi andati a cacciare « Dobbiamo solo trovare il modo di fissarla da qualche parte... »

Non fu né semplice né immediato riuscire ad arrangiare un punto utile a fissare quella corda e, ciò non di meno, fu una scelta obbligata là dove, benché a scendere sarebbe stato soltanto uno di loro, là dove questi avesse effettivamente trovato una via di fuga anche l’altro avrebbe avuto a doversi poter calare giù lungo quella medesima fune. Fortunatamente, nell’attrezzatura di M’Eu, non mancavano anche attrezzi utili a tal riguardo, quali un paio di lunghi picchetti di metallo e un martello utile a permettere di sospingerli nella roccia, non senza un certo impegno.
Un investimento di tempo, e di risorse, il loro, che obiettivamente avrebbe potuto avere a scoprirsi del tutto vano a posteriori, là dove avrebbero potuto non trovare alcuna grotta sotto di loro o là dove, ancor peggio, l’eventuale grotta da loro così raggiunta non li avrebbe effettivamente condotti da alcuna parte. Ma un investimento di tempo, e di risorse, il loro, che altrettanto obiettivamente avrebbe dovuto avere a riconoscersi del tutto obbligato in quel momento, là dove non avrebbero mai potuto permettersi di tergiversare troppo a lungo, anche in considerazione del tempo che già, lì dentro, avevano speso, con risorse ineluttabilmente limitate, prima fra tutte la loro ormai unica fonte di luce.
E quando alla fine tutto fu pronto, il biondo non ebbe esitazione ad apprestarsi a scendere, salvo essere in tal senso arrestato dal proprio compagno d’armi...

« ... aspetta! » lo bloccò M’Eu, scuotendo il capo « Vado avanti io questa volta. »
« Mmm...?! » esitò Be’Wahr, non comprendendo la ragione di quel cambio di iniziativa da parte del sodale.
« Come abbiamo già appurato, sono più leggero di te e tu sei sicuramente più forte di me. » esplicitò quindi il figlio di Ebano, con un sereno sorriso sul volto « Se scendessi tu e dovessi avere dei problemi, io potrei non essere in grado di tirarti su. Al contrario, invece... »
« ... io non avrei problemi a farlo. » concordò nuovamente il biondo « Facciamo così. »

E così, quindi, fecero. Vedendo il giovane M’Eu iniziare a calarsi con prudenza lungo quella fune, alla ricerca di un un’occasione di prosieguo per il loro cammino.

giovedì 26 agosto 2021

3745

 

Be’Wahr non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual l’uomo delle idee.
Lo aveva già detto. Lo aveva già ribadito. E, ciò non di meno, da quando quell’avventura aveva avuto inizio, fosse anche e soltanto per la sua maggiore maturità rispetto al proprio compare, gli stava venendo continuamente domandata la possibilità di offrire delle soluzioni a situazioni tutt’altro che ovvie. E situazioni a confronto con le quali non avrebbe avuto la benché minima idea di come agire.
Ma, benché nulla di tutto quello avrebbe avuto a dover essere frainteso per lui qual parte della norma, egli non avrebbe potuto permettersi a quell’ostacolo intellettuale di bloccarlo, al pari di qualunque ostacolo fisico, soprattutto là dove da ciò avrebbe avuto a dover derivare la sua sopravvivenza o la sua condanna. Sopravvivenza o condanna che mai come in quel momento avrebbero avuto a dimostrarsi palesi innanzi al suo sguardo... e alla vista di quel terrificante pozzo di tenebra aperto sotto di lui.
Per tale motivazione, benché egli non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual l’uomo delle idee, un’idea non mancò di emergere alla sua attenzione. Un’idea probabilmente banale ma che, francamente, dal proprio punto di vista, non avrebbe potuto ovviare a considerarsi nulla di meno che un inaspettato colpo di genio.

« La parete alle mie spalle... » dichiarò allora il biondo mercenario.
« Come...?! » esito l’altro, senza comprendere cosa potesse desiderare intendere in tal senso.
« Alle mie spalle dovrebbe esserci una parete... giusto?! » riformulò, cercando una conferma da parte del proprio interlocutore.

In effetti, sebbene a rigor di logica quella parete dovesse esserci, M’Eu non avrebbe potuto asserirlo con certezza, a confronto con l’impossibilità a distinguerla, benché fosse esattamente sotto la punta del proprio naso e, in ciò, innanzi ai propri occhi.
Nel proiettarsi in avanti, in un gesto quasi istintivo volto a tentare di afferrare al volo l’amico che stava precipitando, infatti, il figlio di Ebano era stato sì in grado di afferrarlo precariamente per il bavero della pelliccia ma, in tal senso, aveva anche rischiato, spiacevolmente, di essere a sua volta trascinato con lui verso quell’abisso di tenebra. Un rischio che allor era stato provvidenzialmente ovviato da un altro gesto istintivo, e un gesto allor atto a precipitare rapidamente e violentemente l’estremità inferiore della propria torcia sul terreno roccioso sotto di sé, a tentare, se non di penetrarlo per ancorarsi in esso, quantomeno di trovare una qualche occasione di freno. E se, in effetti, la roccia si era rivelata decisamente inviolabile da parte del legno della torcia, l’irregolarità del terreno che tanto era stata loro antagonista sino a quel momento ebbe a rivelarsi sorprendentemente d’aiuto nel concedergli l’occasione di incastrare, per mera casualità ancor prima che per esplicita volontà, l’estremità inferiore di quella torcia in un appiglio se non sicuro, quantomeno apparentemente solido, e solido in maniera utile a frenare la sua altrimenti rovinosa caduta.
Tutto ciò, però, aveva ovviamente mantenuto la torcia arretrata rispetto al pozzo e, in tal senso, la sua luce non aveva alcuna possibilità di sospingersi a esplorare la possibile parete sotto di lui, a stento concedendogli visibilità sull’estremità superiore del proprio sodale.

« Credo di sì... » replicò quindi M’Eu, confermando quell’ipotesi, seppur soltanto in teoria, là dove la pratica avrebbe avuto a dover essere del tutto verificata.
« Se tu riuscissi a farmi roteare quanto sufficiente ad allungarmi verso questa parete, potrei aggrapparmi a essa con le mani e con i piedi... e arrampicarmi fuori di qui! » spiegò quindi Be’Wahr, condividendo l’esito del proprio ragionamento « Ti torna...?! »
« Non sono certo che la tua pelliccia reggerà allo sforzo... sempre ammesso, ma non concesso, che non ceda prima io stesso. » esitò l’altro, non potendo mistificare tutto il proprio affaticamento « Sei sicuro di voler rischiare...?! »
« L’unico rischio che posso correre, così facendo, è quello di salvarmi. » puntualizzò il biondo, con un sorriso tirato che pur non poté essere colto dal suo interlocutore « In fondo l’alternativa è comunque quella di precipitare, no...?! »
« ... anche questo è vero. » concordò il figlio di Ebano, a denti stretti « Allora... ci provo. Ma... non volermene troppo a male se tu dovessi morire... » si scusò preventivamente, quasi a titolo scaramantico.
« Ma figurati! » ridacchio per tutta replica Be’Wahr, divertito da quelle parole « In fondo sono già vissuto molto più di quanto chiunque non avrebbe potuto prevedere sarei potuto vivere, con questo insalubre stile di vita. » osservò, tutt’altro che ironico nel contenuto, benché tale nella forma « Non lo sai che per noi avventurieri mercenari, superare i trent’anni è già considerabile un traguardo straordinario?! Midda Bontor è un’eccezione... non una regola! »

L’essere in pace già da tempo con l’idea di poter perdere la vita nel corso di una delle proprie imprese, nella consapevolezza di quanto, non a torto, il loro impiego, la loro professione avrebbe avuto a doversi considerare decisamente controindicata nella speranza di riservarsi un’occasione di serena vecchiaia, non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual evidenza di desiderio di morte da parte dello stesso Be’Wahr: se la morte fosse sopraggiunta, il biondo mercenario non avrebbe avuto a riservarsi recriminazioni di sorta a tal riguardo, né, tantomeno, a imputare ad altri colpa alcuna; ma, al di là di ciò, egli non avrebbe ovviamente avuto ad augurarsi la morte, né, tantomeno, ad attenderla con qualche insalubre bramosia... anzi.
In tal senso, quindi, Be’Wahr si sarebbe impegnato con tutto se stesso a sopravvivere a quella spiacevole situazione. E, in effetti, così fece. E lo fece nel momento in cui, con un incredibile sforzo fisico, dimostrazione di un’ammirevole volontà di ferro, egli ebbe a imporre al peso morto a stento trattenuto fra le proprie dita un momento angolare sufficiente a farlo roteare su se stesso, e a farlo roteare se non in un completo mezzo giro, quantomeno in termini utili a permettergli di far sfruttare quello sforzo, e di farlo sfruttare nel ricercare, alla cieca ma con necessaria prontezza, un contatto con quell’ipotetica parete alle proprie spalle.
Un contatto, allora, che, se pur non in maniera immediata, imponendo un fugace e pur apparentemente eterno momento di angoscia sull’animo del biondo mercenario, si ebbe a manifestare sotto le dita della propria mancina, e della propria mancina che ebbe a graffiarsi dolorosamente contro una parete non meno tagliente rispetto a ogni altra superficie lì presente.
Ma quella ferita, quel dolore, ben poco avrebbe avuto a significare a confronto con l’alternativa promessa dall’abisso sotto di lui, ragione per la quale, senza neppure un gemito, egli ebbe a permettere a quella roccia di affondare nella carne della sua mano, prima, del suo piede, subito dopo, e di entrambe le altre estremità, ancora, prima che M’Eu avesse a perdere il controllo su di lui. Evento che, in effetti, ebbe a occorrere di lì a un solo istante, nel momento in cui, come paventato, come temuto, il collo della pelliccia non ebbe a resistere ulteriormente alla sollecitazione impostagli da quel peso e, in aggiunta, da quel movimento, strappandosi di colpo e vedendo, improvvisamente, la mano destra del figlio di Ebano stringersi su uno scampolo strappato, in termini tali da fargli presumere il peggio per la sorte del proprio amico...

« Be’Wahr! No! » gridò, ritraendo la mano, e osservando con orrore quel bavero privo del resto del proprio indumento e, soprattutto, dell’uomo che, fino a un istante prima, era in esso ospitato.

E a placare, allora, l’ansia di M’Eu, ebbe a subentrare, inattesa ma quanto mai gradita, la voce dello stesso Be’Wahr, il quale non mancò di smentire ogni dubbio nel merito di un’infausta e prematura conclusione della propria missione.

« Sono vivo! Per ora, almeno... » annunciò, non lasciando trasparire alcuna pena per le ferite così autoinflittesi, là dove, anche in grazia all’adrenalina, obiettivamente non avrebbe potuto avere ad accusare evidenza concreta di dolore alle mani o ai piedi « ... e se vorrai concedermi la luce della tua torcia per aiutarmi a risalire, magari potrò impegnarmi a restare tale ancora un po’. »

mercoledì 25 agosto 2021

3744

 

« Siamo salvi, quindi?! » sentenziò il biondo, decidendo persino di imporsi un’occasione di incedere più spinto a confronto con quella notizia, e quella notizia quantomai gradevole e gradita.

Fu proprio allora, però, in concomitanza a quella guardia improvvisamente e spiacevolmente abbassata, che ebbe a occorrere l’errore umano, e quell’errore che troppo facilmente avrebbe potuto tradursi in una tragedia. Perché malgrado tutta la propria esperienza, malgrado tutte le innumerevoli avventure alle quali era sopravvissuto sino a quel momento, un solo, fugace, istante di distrazione avrebbe potuto compromettere irrimediabilmente il suo futuro. Per così come ebbe a comprovare il fatto che, improvvisamente, il terreno sotto i suoi piedi ebbe a venire meno ed egli, ineluttabilmente, si ritrovò a precipitare verso il vuoto e, con esso, verso morte certa.
Morte certa, tuttavia, che non ebbe lì a concretizzarsi soltanto in grazia all’attenzione che, dall’altra parte, non era venuta meno sul fronte di M’Eu. E quell’attenzione che, unita alla sua mirabile prontezza di riflessi, lo vide allungarsi in avanti con sufficiente rapidità, con utile repentinità, tale da garantirgli la possibilità di agguantare al volo il compagno d’arme prima che questi avesse a scomparire per sempre da innanzi il suo sguardo, e ad afferrarlo, metaforicamente parlando, per il cosiddetto rotto della cuffia. E una cuffia che, nel suo caso specifico, avrebbe avuto a dover essere identificata nel bavero della sua pelliccia, e di quel bavero attorno al quale le dita della sua destra ebbero ad affondare con forza, rifiutando la possibilità di perderlo, e di perderlo in una maniera a metà fra il ridicolo e il paradossale, soprattutto nel considerare a quanti pericoli, sino a quel momento, egli fosse ostinatamente sopravvissuto.

« Attento! » gridò il figlio di Ebano, ritrovandosi trascinato violentemente a terra e tirato verso il basso dal peso dell’amico, su quella superficie frastagliata e tagliente, e quella superficie che, tuttavia, improvvisamente, si interrompeva, aprendosi in un profondo dirupo.
« Per la grazia di Lohr! » esclamò per tutta replica il biondo, ritrovandosi a perdere la presa sulla propria torcia soltanto per annaspare nel vuoto, alla ricerca di un qualche, improbabile appiglio.

Cadendo, la torcia ebbe a percorrere diverse decine, forse centinaia di piedi, prima di avere a spegnersi di colpo, producendo in lontananza un suono sordo, di difficile interpretazione, soprattutto dal punto di vista di chi, in quel mentre, troppo impegnato a cercare di non morire o di chi, parimenti, troppo impegnato a tentare di non permettere al proprio sodale di avere a morire.

« E’ un dannatissimo pozzo... » gemette Be’Wahr, tutt’altro che entusiasta a confronto con l’idea di avere a misurare a sua volta l’estensione di quella via verticale, e di quella via verticale al termine della quale, troppo probabilmente, sarebbe stata per lui morte certa.
« Non ti agitare, Be’W... » gli suggerì M’Eu, ben consapevole di quanto tutt’altro che semplice sarebbe stato riuscire a tradurre quella richiesta in pratica e, ciò non di meno, più che motivato in tal senso a confronto con il rischio che quanto compiuto sino a quel momento potesse aver a essere vanificato « Se il collo della tua pelliccia dovesse cedere, nulla ti impedirà di ritrovarti al cospetto del tuo amato Lohr. E, senza offesa, non sei esattamente leggero... »

Il figlio di Ebano non aveva torto e, proprio malgrado, Be’Wahr dovette riconoscere quanto già debitore avesse a doversi intendere nei suoi confronti per quel provvidenziale, e tutt’altro che ovvio, salvataggio. E un salvataggio a cui l’altro non sarebbe stato costretto se soltanto lui non avesse agito con superficialità, muovendosi improvvisamente senza prudenza alcuna in una situazione a confronto con la quale, ne era consapevole, ogni errore sarebbe stato pagato a prezzo della propria vita.

« Pensi di farcela a tirarmi su...?! »

Una domanda tutt’altro che retorica, quella che ebbe a formulare dopo un lungo istante di silenzio, a confronto con la quale anche la risposta non avrebbe potuto proporsi in alcuna maniera retorica. Non, quantomeno, nel non voler affrontare con stolida banalità qualcosa di serio come la morte, e come la morte che, in tutto ciò, stava incombendo cupa sul fato del biondo.
Così M’Eu evitò di replicare in maniera troppo rapida, troppo istintiva, offrendo rassicurazioni che, per quanto emotivamente utili, avrebbero potuto non trovare occasione di riscontro concreto nella sostanza del suo agire. E quando alla fine si concesse possibilità di parlare, egli non ebbe occasione di scandire la risposta che, probabilmente, l’altro avrebbe potuto più apprezzare, sebbene, comunque, tale avesse a doversi riconoscere paradossalmente la sola risposta che l’altro avrebbe potuto attendersi a confronto con tutto ciò.

« Improbabile. » ammise quindi il figlio di Ebano, storcendo le labbra verso il basso « E’ già un miracolo che io sia riuscito ad afferrarti in questa maniera... e sei davvero troppo pesante per me. »
« A questo possiamo rimediare... » replicò quindi il biondo, non dimostrando sorpresa a confronto con tutto ciò e, in tal senso, avendo a riprendere a muoversi, e a muoversi il minimo possibile, e quel minimo utile allor a estrarre il proprio affilato coltellaccio soltanto per avere, con esso, a recidere di colpo gli spallacci della sacca all’interno della quale, sulla sua schiena, erano conservati strumenti vari, mappe, viveri e acqua... tutti beni di prima necessità, ma dei quali, obiettivamente, non avrebbe avuto più alcuna necessità se soltanto fosse precipitato in quel dannatissimo pozzo.

Un gesto così repentino, il suo, al quale M’Eu non ebbe occasione di opporsi, neppur riuscendo a comprendere cosa stesse accadendo prima che fosse accaduto. E un gesto, tuttavia, ben lontano dall’aversi a dover fraintendere qual gratuito, là dove, in effetti, il peso proprio di quella sacca non avrebbe avuto a doversi giudicare qual ininfluente a confronto con lo sforzo che stava venendo richiesto a suo salvatore per mantenerlo in sospensione sulla cima di quel pozzo.
Certo: liberarsi in tal maniera di tutta quell’attrezzatura e di quei viveri, obiettivamente, non avrebbe avuto a potersi giudicare necessariamente positivo nel confronto con una prospettiva futura. Ma, in quello specifico frangente, ogni lungimiranza avrebbe potuto considerarsi superflua, là dove, in fondo, alcun futuro avrebbe avuto ad attenderlo se non avesse avuto ad agire, e ad agire con efficacia e repentinità.

« ... come va, ora?! » questionò quindi Be’Wahr, riponendo il proprio coltellaccio, non giudicato così pensante da poter influenzare il risultato finale.
« Meglio, grazie... » replicò M’Eu, confermando quanto tutto ciò non avesse avuto a dover essere giudicato vano « Probabilmente sei appena riuscito a guadagnare qualche minuto in più di vita, prima che la pelliccia ceda e tu abbia ineluttabilmente a precipitare nel vuoto. »
« Qualche minuto in più è sempre meglio di qualche minuto in meno... » osservò propositivo l’altro, cercando di non lasciarsi prendere dal panico « Ora dobbiamo solo comprendere come spendere in maniera assennata questi ultimi minuti, per non rendere inutile tutto il tuo sforzo. » dichiarò, in quanto avrebbe anche potuto essere più semplicemente formulato come “Ora dobbiamo solo comprendere come tirarmi fuori di qui prima che sia troppo tardi.”, ma che, sicuramente, ebbe a riservarsi una maggiore eleganza nel ritrovarsi scandito in tal maniera.
« Idee...?! » domandò il primo, in quel momento tutt’altro che nelle condizioni utili a concedersi particolari momenti di riflessione di sorta.

martedì 24 agosto 2021

3743

 

Tante nazioni affollavano quel mondo. Tante civiltà si affiancavano, ognuna contraddistinta da una propria cultura, da proprie tradizioni, usi e costumi, così come da proprie religioni e, soprattutto, cosmogonie. Ogni popolo, in ogni tempo, aveva così cercato di trovare una spiegazione a tutto ciò che altrimenti non sarebbe stato in grado di comprendere, a ciò che lo avrebbe costretto a nascondersi tremante sotto una roccia aspettando la morte, a partire dalla mera alternanza fra il giorno e la notte, passando per la pioggia e i temporali, sino ad arrivare alle più grandi catastrofi. Molte fra tali cosmogonie, nel corso dei secoli, dei millenni, si erano poi evolute. Molte altre, altresì, erano quindi sfumate lentamente nell’oblio. E altre ancora erano mutate da credenze religiose a semplici miti e leggende, racconti con i quali avere, all’occorrenza, a spaventare i bambini per invitarli a comportarsi bene.
Per Midda Bontor e tutti coloro che, come lei, se non addirittura accanto a lei, condividevano quel particolare stile di vita, e quello stile di vita volto a tradurre l’impossibile in possibile, miti e leggende avrebbero avuto a dover essere riletti con un diverso sguardo rispetto a quello della gente comune. E lo sguardo di chi consapevole della semplice verità di quanto dalla conoscenza o dall’ignoranza di tale mito, a simile leggenda, avrebbe potuto derivare la propria sopravvivenza... o la propria condanna a morte. Non era mai accaduto, infatti, che un mito o una leggenda si fossero dimostrati infondati: inesatti, talvolta, imprecisi, sovente, ma mai infondati. Ragione per la quale, obiettivamente, la conoscenza di tali miti e di simili leggende avrebbe avuto a dover essere riconosciuto un prerequisito fondamentale per chiunque, loro pari, avesse deciso di dedicare la propria vita all’avventura. E, in tal senso, anche Be’Wahr aveva presto imparato quanto tutto ciò fosse fondamentale. E quanto, anche, fosse fondamentale riservarsi occasione di acquisire tali conoscenze attraverso fonti diverse, non limitante alla trasmissione orale. Così, benché un tempo egli non sapesse leggere né scrivere, e neppure immaginasse che leggere o scrivere avessero a servirgli quanto, se non più, rispetto alla capacità di aprire una testa a mani nude.
Fra i molteplici antichi miti narrati in quel di quell’angolo di mondo, fra Kofreya e Tranith, fra Y’Shalf e Gorthia, uno in particolare riguardava anche quelle stesse montagne e la loro origine, in quella così inconsueta catena montuosa che, troppo rapidamente, sfumava in pianura, quasi quelle enormi vette fossero lì state posizionate in maniera del tutto impropria, là dove non avrebbero avuto a dover essere. E secondo tale mito, in effetti, quelle montagne non avrebbero avuto a dover essere fraintese qual naturali nella propria genesi, quanto e piuttosto conseguenza di una guerra dimenticata, e una guerra di un’era antecedente a quella dell’uomo: l’era dei titani.
Secondo tale mito, tale leggenda quasi dimenticata dalla Storia, quelle montagne altro non avrebbero avuto a dover essere intese se non quali i corpi ammassati dei titani caduti, giganteschi elementali della terra a confronto con i quali quelli che avevano preso recentemente d’assedio la città di Kriarya e le sue colossali mura dodecagonali avrebbero avuto a dover essere considerati di minuscole dimensioni. Tali titani erano stati al centro di un furioso conflitto, e un conflitto la ragione del quale non avrebbe avuto a doversi intendere ben definita, quasi, in effetti, la bellicosità propria di quel territorio avesse a doversi riconoscere persino antecedente alla nascita degli stessi regni di Kofreya e di Y’Shalf e, probabilmente, utile a giustificarne in epoca moderna la sempiterna occorrenza: un furioso conflitto che, allorché trovare semplice occasione di risoluzione, aveva veduto quegli smisurati corpi accatastarsi gli uni sopra gli altri, dando così origine ai monti Rou’Farth.
Un mito fra tanti, quello relativo ai titani dei monti Rou’Farth, che non avrebbe avuto a potersi fregiare di maggior veridicità rispetto ad altri, e ad altri volti ad attribuire l’origine di quella catena montuosa a cause diverse. E, ciò non di meno, un mito che non avrebbe neppure avuto a poter essere considerato necessariamente meno veritiero, o potenzialmente tale, rispetto ad altri, nell’assenza, in fondo, di una conoscenza certa a tal riguardo. Ma se anche improbabile avrebbe avuto a doversi intendere l’idea che quelle montagne altro non fossero degli enormi cumuli di corpi di titani abbattuti, tutt’altro che improbabile avrebbe avuto a poter essere giudicata l’eventualità che, dietro a tale mito, a simile leggenda, avesse a doversi riconoscere qualche connessione fra quelle montagne e dei titani. Titani in contrasto ai quali, allora, né Be’Wahr, né M’Eu, né chiunque altro avrebbe mai gradito avere a ritrovarsi, nella certezza di quanto, altrimenti, la loro fine sarebbe stata sostanzialmente certa.

Animato dal timore di quanto, dietro a quel brontolio, dietro a quel sussulto della terra, altro non avesse a doversi riconoscere se non la presenza di un titano, in un’eventualità tutt’altro che remota nel considerare quanto, in fondo, l’inizio stesso di quella vicenda fosse stato contraddistinto dall’apparizione di ben dodici di tanto giganteschi e temibili mostri; il biondo mercenario ovviò a condividere tale dubbio, simile paura, con il proprio compare. E non tacque soltanto animato da scaramanzia, ma anche, e non meno importante, dal desiderio di non avere a inquietare la propria giovane spalla con idee del tutto prive di fondamento, o, quantomeno, di fondamento nell’immediato di quel corrente contesto.
Dopotutto, per quanto avrebbe potuto saperne, quel suono avrebbe potuto essere conseguenza di un qualche smottamento esterno dalla montagna; così come di una qualche frana interna a essa; e, comunque, di nulla che avesse a ricondursi non soltanto alla presenza di un titano, ma anche, e più in generale, di un mostro. E, del resto, la loro quota mostri, speranzosamente, aveva già avuto a dover essere considerata soddisfatta, almeno per quella giornata, nel confronto con la viverna.

« ... sento qualcosa... » esclamò improvvisamente M’Eu, arrestandosi nel proprio avanzare e, implicitamente, invitando anche Be’Wahr a fare altrettanto « ... tu non lo senti...?! »

E se, per un istante, Be’Wahr ebbe a temere una nuova riprova della presenza di un titano, e di un titano pronto a ucciderli, nel silenzio assoluto che ebbe a conseguire quel loro estemporaneo arrestarsi, egli ebbe effettivamente a udire qualcosa. Ma qualcosa che in alcun modo avrebbe avuto a dover essere riconosciuto in riferimento alla propria ragione di timore...
... il suono inequivocabile dello scorrere dell’acqua!

« ... sembra... acqua! » suggerì il biondo mercenario, dopo un istante di esitazione, nel non riuscire a comprendere il senso che avrebbe potuto riservarsi tutto ciò.
« Probabilmente è un qualche corso d’acqua sotterraneo... » ipotizzò il figlio di Ebano, ora aprendosi in un amplio sorriso « E sai questo cosa significa per noi...?! »
« Che potremo riempire le nostre borracce...? » domandò con aria necessariamente retorica Be’Wahr, non riuscendo a trovare alcuna differente ragione di possibile entusiasmo, benché, comunque, quella avesse a doversi intendere un’ottima notizia, nel ben considerare quanto ormai la loro scorta di acqua stesse iniziando a scarseggiare, in una situazione a dir poco paradossale nel considerare quanto, sino a poche ore prima, avrebbero avuto a doversi riconoscere immersi nella neve fino alla vita.
« Certamente... ma non solo! » annuì M’Eu, nel non negare l’utilità di quella cosa « Questo significa anche che potremmo aver trovato una via di uscita: se c’è un corso d’acqua interno alla montagna, da qualche parte dovrà pur giungere all’esterno! » spiegò, più che propositivo a confronto con tutto ciò.

Be’Wahr non si sarebbe potuto considerare così certo di fronte a quell’affermazione, nel non poter negare la propria più assoluta ignoranza a tal riguardo. Ma, parimenti, egli non si sarebbe potuto riconoscere meno che fiducioso nelle competenze proprie del suo interlocutore, e di quel giovane che, in fondo, fra quelle montagne era nato e cresciuto e che, per tale ragione, avrebbe avuto certamente a doversi che intendere decisamente accreditato per poter esprimere giudizi a tal riguardo.
Motivo per il quale, quindi, non poté mancare di accogliere quelle parole con condiviso e indubbio entusiasmo.

lunedì 23 agosto 2021

3742

 

Se proseguire non avrebbe avuto a poter essere giudicato semplice, nel confronto con la pericolosa e irrequieta irregolarità di quel terreno, anche arrestarsi, per potersi concedere un momento di riposo e di quieto dialogo utile a cercare di meglio comprendere lo stato dell’arte di quel loro incedere, non avrebbe avuto a poter o dover essere giudicato sì banale. Gli spazi sempre soffocanti di quella stretta grotta, l’impossibilità a sedersi da qualche parte, e l’ossigeno sempre più velocemente consumato dalla fiamma delle loro torce, non avrebbero loro concesso occasione di godersi quella sol ipotetica sosta, e quella sosta che, a tutti gli effetti, non avrebbe potuto essere in alcuna maniera equivocata qual riposante.

« Quanto credi siamo riusciti ad avanzare nella montagna...? » cercò un confronto M’Eu, richiedendo in tal senso l’opinione del proprio interlocutore.
« Considerando la difficoltà a proseguire, dubito che staremo proseguendo a più di cinque miglia orarie... » ragionò allora Be’Wahr, aggrottando appena la fronte « ... e considerando che stiamo camminando da circa un paio di ore, potremmo forse aver percorso fra le otto e le dieci miglia complessive. » calcolò, storcendo appena le labbra verso il basso, a confronto con l’evidenza di quanto lento avesse a dover essere inteso il loro progresso « Inoltre, sebbene stiamo proseguendo in maniera sufficientemente regolare lungo una sola direzione, il percorso è decisamente discendente... ragione per la quale, forse, potremmo essere fra le sei e le otto miglia su un piano orizzontale... » osservò, disegnando in aria un triangolo rettangolo, e indicando il loro percorso lungo la sua ipotenusa.

Sebbene saper leggere e scrivere non fossero mai state una reale priorità per Howe e per Be’Wahr, in una lacuna tutt’altro che esclusiva per loro, e anzi condivisa con la maggior parte della popolazione, che aveva iniziato a essere colmata soltanto poco più di una dozzina di anni prima, dietro un positivo sprone, in tal senso, da parte della medesima Figlia di Marr’Mahew; la matematica e la geometria avrebbero avuto a dover essere riconosciute, altresì, materie nelle quali non si erano mai lasciati cogliere impreparati. E se nel merito della matematica la questione avrebbe avuto a dover essere intesa anche e soltanto in relazione alla necessità di non essere ingannati dai propri mecenati al momento di definire il proprio compenso, o più banalmente da un qualunque mercante, oste o locandiere, al momento di dover saldare i conti; nel merito della geometria la questione avrebbe avuto a poter essere riconosciuta qual in relazione alle loro stesse origini, e a quelle origini circensi, ambiente all’interno del quale la conoscenza della geometria e, persino, della fisica, avrebbero avuto a dover essere considerate indispensabili per la mera sopravvivenza quotidiana, là dove una stima errata avrebbe potuto portare a spiacevoli esiti fatali. Certo: la loro avrebbe avuto a dover essere riconosciuta, in tal senso, più una conoscenza pratica che accademica... ma il concetto non avrebbe avuto a mutare nella sostanza, e nella sostanza propria di un mondo nel quale, comunque, l’ignoranza avrebbe avuto per lo più a regnare sovrana.
Nulla di sorprendente, quindi, avrebbe avuto a dover essere inteso a confronto con la critica capacità di analisi così dimostrata dal biondo nerboruto, e da quel biondo nerboruto che, al di là di tutta la propria negativa fama, stava allor dimostrando abilità abitualmente mantenute discretamente in secondo piano, là dove per lo più delegate al proprio fratello d’arme Howe, a Midda o a chiunque altro avesse avuto ad accompagnarli...

« Ritengo più che condivisibile questa stima. » annuì quindi M’Eu, sforzandosi di mistificare il proprio intimo disorientamento conseguente a tutto ciò, nel ritrovarsi per la prima volta a confronto con quel particolare aspetto del proprio interlocutore, per lui del tutto inedito sebbene ormai da anni lavorassero fianco e fianco.  

Be’Wahr non parve cogliere lo stupore del proprio interlocutore o, se anche lo colse, non ebbe a offrire spazio a commenti di sorta a tal riguardo, né, tantomeno, ebbe a dimostrare risentimento alcuno verso di lui. Dopotutto, pur consapevole di tutti i propri limiti e di tutte le proprie difficoltà, egli non avrebbe avuto a dover essere inteso solito avere a rimuginare attorno agli stessi, o attorno alle possibili valutazioni di terzi a tal riguardo, assolutamente in pace con l’universo intero in una condizione per la quale, in effetti, avrebbe avuto persino a poter essere ammirato, se non addirittura invidiato. E, con buona pace di quanto chiunque altro avrebbe potuto avere a che commentare, più o meno maliziosamente, per non dire malignamente, egli avrebbe avuto a doversi riconoscere più che soddisfatto dalla propria realtà, soprattutto da quando, in quegli ultimi anni, aveva fatto il proprio ingresso la sua amata Maddie.

« La vera domanda, però, è un’altra... » puntualizzò Be’Wahr, con un quieto sospiro di disappunto « ... dove accidenti ci sta conducendo questa grotta...?! » espresse, tutt’altro che ironico a tal riguardo « Anche il fatto che il percorso sia in continua discesa non ha a potersi fraintendere qual qualcosa di positivo... anzi. »
« Già... » concordò nuovamente il figlio di Ebano « In buona sostanza stiamo immergendoci sempre di più nel cuore di questa dannata montagna... e ciò, di certo, non migliora le nostre speranze di trovare una via di fuga. »

Fu proprio in quel momento, però, che un cupo brontolio si impose a pretendere la loro attenzione. Un suono difficilmente distinguibile nella propria origine, che avrebbe potuto apparire al contempo simile a un verso gutturale, proveniente dal profondo del ventre di un qualche mostro, o qualcos’altro...

« ... dimmi che è stato il tuo stomaco, ti prego. » invocò il biondo mercenario, sgranando gli occhi a confronto con quel suono, e quel suono che parve provenire da sotto i loro piedi, al punto tale che il suolo stesso sembrò vibrare.
« Se vuoi te lo posso anche dire... ma non corrisponderebbe al vero. » replicò quindi l’altro, offrendogli un quieto sorriso che non desiderava dimostrarsi ironico ma che, pur, non poté ovviare a risultare tale in un contesto come quello.
« Ottimo. » sospirò Be’Wahr, con palese sarcasmo a contraddistinguere quel commento « Nel migliore dei casi la grotta è abitata da qualcosa desiderosa di mangiarci... »
« ... e nel peggiore dei casi...?! » esitò M’Eu, non riuscendo a immaginare qualcosa di peggio di una qualche creatura non meglio definita desiderosa di sbocconcellarli.
« Quello temo che lo scopriremo a tempo debito... » si strinse fra le spalle il mercenario, prima di voltarsi nell’intento di riprendere la loro discesa così estemporaneamente interrotta.

In effetti Be’Wahr avrebbe avuto a poter vantare un’idea nel merito di cosa potesse star celandosi nelle viscere di quella montagna. E che cosa, in tutto ciò, avrebbero potuto andare a disturbare.
Ma, non senza una certa scaramanzia, decise di ovviare a suggerire tale idea, nella speranza di ovviare al manifestarsi della stessa come spiacevole e ironica risposta della sorte al loro avanzare alla cieca in quel percorso sconosciuto.

« Lohr... per favore... fa che questa volta io mi sbagli... » sussurrò in un alito di voce, e pur in un alito di voce che sperava che il suo dio potesse riuscire a udire, malgrado tutto, e, soprattutto, che potesse avere piacere di accontentare.

domenica 22 agosto 2021

3741

 

« Sai… non credo che in questa grotta avremo a trovare ospiti di sorta. » osservò M’Eu, aggrottando appena la fronte « Chi mai potrebbe apprezzare vivere in una condizione tanto impervia...?! »
« Da quando abbiamo trovato una colonia di ragni giganti all’interno della Biblioteca di Lysiath, francamente, preferisco evitare di porre limiti al caso. » puntualizzò per tutta replica Be’Wahr, voltandosi appena verso il proprio interlocutore, per poterlo guardare in volto, e, così facendo, arrestandosi estemporaneamente nel proprio incedere, là dove sarebbe stato troppo pericoloso avere a proseguire alla cieca lungo quel percorso tanto pericoloso, soprattutto dopo aver già rischiato di ritrovarsi con la testa aperta in due « Ricordati, dopotutto, di quanto fantasioso sa essere questo nostro mondo nel proporre creature sempre nuove. »

Un’affermazione, quella del biondo mercenario, tutt’altro che gratuita nella propria formulazione, per così come entrambi avevano avuto anche occasione di scoprire nell’esplorare, pur per un breve, brevissimo intervallo di tempo, le immensità siderali accanto a Midda Bontor.
In quel loro mondo, in quello che, dal loro personalissimo punto di vista, avrebbe potuto continuare a essere considerato l’unico mondo esistente se non avessero avuto occasione di scoprire quanto, nell’universo, esistessero non dozzine, non centinaia, ma addirittura migliaia di altri pianeti popolati da civiltà umane e non, infatti, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual presente una straordinaria varietà di specie in termini non soltanto superiori alla media degli altri mondi ma, addirittura e persino, superiore a quella dell’intero universo. E così, per quanto da loro non si avesse a parlare di ofidiani, canissiani, feriniani, tauriani e quant’altro, come civiltà non umane e, ciò non di meno, dotate di un proprio straordinario retaggio; molteplici altre creature del tutto assimilabili a esse, e lì banalmente considerate mostri mitologici, avrebbero avuto a poter essere riconosciute quali da sempre presenti, in un affollamento del tutto innaturale su altri pianeti, in altri sistemi solari, là dove raramente più di una sola specie avrebbe avuto a poter essere riconosciuta qual contemporaneamente presente, in maniera nativa, su un pianeta. Certo: la maggior parte delle grandi città esistenti fra le stelle avrebbero avuto a dover essere necessariamente riconosciute qual popolate da dozzine di specie diverse, in una convivenza per lo più pacifica: ma tutto ciò non avrebbe avuto a dover essere frainteso come un punto di partenza, quanto e piuttosto come un punto di arrivo, e il punto di arrivo di un mai facile cammino di integrazione fra immigrati provenienti da vari mondi e, in ciò, esponenti di varie civiltà. Il fatto, quindi, che in quel mondo così tante civiltà, seppur fra loro tutt’altro che reciprocamente integrate, avessero a individuarsi qual autoctone, avrebbe avuto a dover necessariamente sollevare molti dubbi, molte domande... e dubbi e domande che ancora non avevano avuto occasione di trovare una risposta certa.

« Ha senso. » si ripeté il figlio di Ebano, a riconoscere il senso di quelle parole « E, dopotutto, un ragno potrebbe comunque muoversi agilmente in questo stretto cunicolo... »
« Ti prego... no! » sgranò gli occhi Be’Wahr, ben lontano dall’aversi a poter fraintendere entusiasta a confronto con quella prospettiva « Non voglio apparire scaramantico, ma cerchiamo di evitare di attirarci sfortuna tale da ritrovare sul nostro cammino proprio quell’orrenda donna ragno... soprattutto ora che è di nuovo in circolazione in versione ritornata. »

Ovviamente, là dove avessero avuto a ritrovarsi realmente innanzi a quella creatura, parlare di scaramanzia sarebbe stato quasi ridicolo, là dove, chiaramente, avrebbe avuto a dover essere intesa un vero e proprio antagonismo divino a loro discapito, per così come soltanto avrebbe potuto occorrere nell’aver fatto indispettire una qualche divinità di sorta. E se veramente si fossero ritrovati a confronto con le conseguenze derivanti dall’aver fatto indispettire una qualche divinità di sorta, obiettivamente quello della regina dei ragni avrebbe avuto a dover essere considerato l’ultimo fra i loro problemi e, forse, neppure realmente un problema, quanto e piuttosto una banalità priva di qualunque necessità di considerazione.
Così, battute a parte, la possibilità di aversi a trovare a confronto con la donna ragno ritornata dal regno dei morti e lì temuta da Be’Wahr, avrebbe avuto a doversi considerare obiettivamente minima... o, persino, più che minima, in termini tali da doversi intendere come un’impossibilità, ancor prima che un’effettiva possibilità.

« Andiamo avanti... » lo incalzò allora M’Eu, sorridendo « ... che se moriremo congelati non potremo scoprire quali creature vivono o non vivono qui dentro. »

Riprendendo il proprio cammino, così, Be’Wahr proseguì nel proprio lento, ma costante, progresso all’interno di quella grotta, e di quella grotta che, dopo breve, ebbero a comprendere aversi a dover riconoscere decisamente più profonda rispetto a quanto mai non avrebbero avuto a immaginare inizialmente, in una scoperta che, a prescindere, in quel momento, a confronto con tutto ciò, avrebbe avuto necessariamente a deporre a loro favore.
Così il loro progresso proseguì addirittura per un’ora e mezza, o forse due, senza che avessero a incontrare ostacoli di sorta, fino a quando non finì per essere lo stesso figlio di Ebano, prima promotore del proseguo, a domandare di potersi fermare, e di potersi fermare per tentare di fare lo stato dell’arte del loro attuale progresso, se mai in tal modo avrebbe potuto avere a definirsi.

« Fermiamoci... per favore. » invocò quindi in direzione del proprio compagno, nonché apripista per lui « E’ meglio perdere qualche istante per cercare di comprendere dove diamine potremmo essere in questo momento allorché proseguire a testa bassa... perdendo di vista il quadro d’insieme. »

sabato 21 agosto 2021

3740


Fortunatamente per la “zucca” di Be’Wahr, nell’aver auspicato l’eventualità di doversi addentrare all’interno di resti semidiroccati e potenzialmente oscuri di quel che un tempo era stata la fortezza fra i ghiacci di Desmair, i due avventurieri avevano condotto seco quanto necessario per affrontare una situazione simile a quella, con torce e pietre focaie.
Così, le tenebre attorno a loro ebbero a durare meno di quanto non avrebbero potuto avere a temere, vedendo rapidamente restituire loro controllo sul mondo circostante e su quella angusta porzione di mondo, in particolare, nel quale si erano andati proprio malgrado a cacciare. Un’angusta porzione di mondo, nella fattispecie, poco più larga delle spalle dello stesso Be’Wahr e con una struttura sì irregolare da rendere tutt’altro che improbabile l’andare a sbattere contro il soffitto, e contro i bordi di quelle rocce spiacevolmente taglienti, nell’offrirsi affilate non meno rispetto alle loro armi.

« … capisci perché ci stavo per rimettere lo scalpo?! » indicò il biondo mercenario, facendo riferimento a quelle rocce, e a quelle rocce sì spiacevolmente opprimenti sopra di loro.
« In effetti… » osservò l’altro, cercando di avvicinarsi, entro i limiti di quegli ristretti spazi, e di quelle ristrette opportunità di movimento, verso di lui, per controllare il taglio sulla sua nuca, ora decisamente evidente malgrado l’ineluttabilmente non eccelsa luminosità delle torce « … forse ci vorrebbe qualche punto, sai?! » propose, dubbioso, più in conseguenza all’abbondanza del sangue da lui versato che in virtù di una reale analisi della ferita.
« Mah… quel poco di cervello che ho sembra comunque ancora ben saldo dentro la mia testa. » minimizzò Be’Wahr, muovendo delicatamente il capo verso destra e poi, ancora, verso sinistra, quasi a voler in tal maniera verificare l’effettivo contenuto della sua scatola cranica « E, in questo momento, suturare quel taglio non credo abbia a doversi fraintendere una nostra priorità… soprattutto a confronto con la possibilità di ritrovarci sepolti vivi in questa dannata montagna per il resto delle nostre miserabili esistenze. »

Un approccio forse non propriamente corretto dal punto di vista medico, quello di Be’Wahr, e ciò non di meno un approccio comunque pragmatico, tale da imporre una certa, differente priorità a quanto avrebbero avuto a dover fare e tale, in questo, da permettere loro di discernere in maniera quanto più possibile oggettiva l’ordine delle loro azioni, a partire da quelle maggiormente vincolanti, sino a giungere a qualunque altra attività contingente. E così, in tale visione della loro situazione corrente, esplorare quella grotta per riuscire a trovare un’eventuale, e non obbligatoriamente presente, via di fuga da tutto ciò, avrebbe avuto a risultare più importante, più urgente, più impellente rispetto a qualunque altra azione, inclusa anche l’eventuale verifica del danno appena riportato dal biondo a causa della propria sbadataggine e, inutile negarlo, di una certa dose di sfortuna.

« La testa è tua. » si limitò a commentare M’Eu, per tutta replica, non desiderando insistere più del dovuto con lui, fosse anche e soltanto per una questione di rispetto nei suoi confronti, riconoscendone la maggiore esperienza e, con essa, la maggiore autorevolezza per potersi esprimere nel merito di quanto avrebbero avuto a dover compiere.
« Credo che sia meglio che vada avanti io… » osservò allora Be’Wahr, cercando di dimostrarsi adeguato alla propria posizione, in una proposta, tuttavia, non conseguente alla volontà di imporre la propria autorità sul compagno, quanto e piuttosto derivante da un ragionamento sufficientemente logico, che non volle mancare di condividere con il diretto interlocutore « Oltre a essere più giovane e più agile di me, tu sei anche più snello. Se tu andassi avanti, potresti correre il rischio di intrufolarti incautamente da qualche parte per me poi non raggiungibile… e se tu ti dovessi ferire, io potrei non essere in grado di aiutarti. » argomentò pertanto, con buona pace di ogni possibile sberleffo da parte di Howe nei riguardi del tanto vituperato suo intelletto « Andando avanti io, questo non potrà succedere… e se anche io mi dovessi ferire, tu potresti comunque essere in grado di raggiungermi e di soccorrermi. »
« Ha senso. » confermò il figlio di Ebano, decisamente spiazzato da quella proposta, e da quella proposta pur quietamente condivisibile, là dove, fosse dipeso da lui, avrebbero avuto ad agire esattamente all’incontrario, tentando di sfruttare a proprio vantaggio la sua agilità e il suo fisico più asciutto rispetto a quello del nerboruto interlocutore.

Con la testa ancor dolorante, per non dire pulsante, là dove era andato a sbattere, in quanto non avrebbe potuto essere certo avesse a necessitare di qualche punto di sutura e, ciò non di meno, in quanto avrebbe avuto a poter mettere la mano sul fuoco gli sarebbe costato un bel bernoccolo, Be’Wahr iniziò a muoversi verso le viscere di quella grotta, sperando per il meglio e, ciò non di meno, preparandosi psicologicamente al peggio… in qualunque forma esso avrebbe deciso di manifestarsi.
Dopotutto, se un palese “peggio” avrebbe avuto a poter essere considerato quello atto a non proporre loro alcuna via di fuga alternativa, traducendo effettivamente quella grotta nella loro tomba; tale non avrebbe avuto a doversi considerare l’unico, possibile, “peggio” che avrebbe potuto loro presentarsi. E l’unico motivo per il quale, in quel momento, egli non stava procedendo in tale esplorazione con la torcia nella propria mancina e l’unico coltellaccio allor rimastogli nella destra, avrebbe avuto a dover essere inteso nel timore di avere involontariamente a ferirsi con la propria stessa lama, per così come troppo facilmente sarebbe potuto allor avvenire se soltanto avesse posto un piede in fallo su quel percorso tanto irregolare e pericoloso nella propria volta superiore quanto irregolare e pericoloso nella propria superficie inferiore, e quella superficie che, troppo facilmente, avrebbe potuto farli inciampare.

venerdì 20 agosto 2021

3739


« … » esitò il figlio di Ebano, sgranando gli occhi per la sorpresa, nel comprendere tardivamente l’errore compiuto « … dannazione… »

Purtroppo per M’Eu e Be’Wahr fu questione di pochi istanti. Troppo pochi per potersi permettere una qualche soluzione alternativa. Troppo pochi per potersi permettere di reagire a cercare di rimediare all’errore appena commesso. E sufficienti soltanto a ovviare al peggio, spingendosi quanto più possibile in profondità a quell’oscura grotta, per quanto ciò non avrebbe potuto rappresentare in alcuna maniera una necessaria condizione di salvezza.
Perché in pochi istanti, il tempo utile per la viverna a comprendere quanto con le proprie zampe posteriori non sarebbe mai riuscita a giungere alle proprie prede, un’esplosione di azzurra energia simile a fuoco ebbe a travolgere l’ingresso della grotta, e l’ingresso di quel luogo che, ingenuamente, i due compagni di ventura avevano voluto considerare occasione di fuga da quella minaccia, ma che, in tal maniera, avrebbe avuto a tradursi soltanto in una tomba… nella propria tomba!

« … siamo vivi…?! » domandò dopo un lungo istante di silenzio Be’Wahr, perduto nel buio allor assoluto all’interno di quella grotta.

Sigillata dal ghiaccio prodotto dalla viverna, la caverna aveva perduto il proprio sbocco sull’esterno. E le tenebre già lì imperanti, di conseguenza, erano divenute repentinamente imperanti in maniera inappellabile.
Come inappellabile avrebbe avuto a dover essere intesa la loro impossibilità a uscire da quella grotta, in una crudele decisione da parte della viverna la quale, non potendo raggiungerli, aveva così preferito comunque sfogare la propria rabbia in un’azione chiaramente vendicativa a loro discapito, e a discapito di chi, in tal maniera, aveva osato sfidarla.

« … credo di sì… » replicò M’Eu, dopo un ulteriore momento di attesa, utile a tentare di superare l’imbarazzo derivante dall’evidenza del proprio terrificante errore di calcolo « Forse preferirei essere morto… ma credo proprio di essere ancora vivo. »
« Perché preferiresti essere morto…?! » esitò Be’Wahr, preoccupandosi dell’eventualità che il proprio commilitone potesse aver subito una qualche ferita tale da compromettere le sue possibilità di movimento, in quello che sarebbe divenuto certamente un grave problema per entrambi.
« … perché ci ho intrappolati entrambi qui dentro! » commentò con palese disappunto, nel mentre in cui ebbe a rialzarsi con prudenza da terra, là dove era finito, tastando le pareti attorno a sé per evitare di andare a sbattere da qualche parte « Perdonami, Be’Wahr… »
« Ma figurati. » scosse il capo il biondo mercenario, in un gesto decisamente gratuito nell’impossibilità per il proprio interlocutore di cogliere quel movimento, e pur in un gesto spontaneo malgrado l’oscurità imperante « E’ stato un errore di valutazione. Capita anche ai migliori. » minimizzò, stringendosi appena fra le spalle.
« Non credo proprio che a Midda capiti sovente qualcosa del genere… » protestò il primo, prendendo a riferimento la loro comune amica, e la figura che, per lui, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta il meno fallibile possibile.
« Ricordi, vero, perché siamo finiti in questa situazione…? » ridacchiò allora l’altro, non potendo ovviare a cogliere l’ironia della sorte « Vuoi davvero sostenere che Midda Bontor non abbia commesso un terrificante errore di valutazione nel consegnarsi alla Progenie della Fenice…?! »
« L’eccezione che conferma la regola…? »
« Diamine! » scoppiò ora a ridere Be’Wahr, non riuscendo a trattenersi innanzi all’evidente idolatria di quel giovane nei riguardi della donna guerriero dai rossi capelli color del fuoco, e dagli azzurri occhi color del ghiaccio « A conti fatti, più che un’eccezione temo abbia a doversi riconoscere qual una vera e propria regola da parte sua… e questo lo dico con tutto l’affetto e la stima che provo per lei, e nella consapevolezza di non saper combinare nulla personalmente di buono a prescindere. » puntualizzò, non desiderando in alcun modo poter essere frainteso qual critico a discapito della Figlia di Marr’Mahew, sua carissima amica, quasi una sorella maggiore per lui e, dettaglio non trascurabile, versione alternativa della propria attuale compagna di vita, Madailéin Mont-d'Orb « Midda Bontor è una donna straordinaria, capace di compiere imprese oltre ogni umana possibilità di comprensione. Ma ciò non significa che abbia a essere infallibile… semplicemente, anzi, ha a doversi considerare molto più caparbia di chiunque altro al mondo, incapace ad arrendersi di fronte all’idea di un fallimento. »

Un’analisi estremamente saggia, quella che Be’Wahr ebbe a offrire attorno alla figura della Campionessa di Kriarya e di Lysiath, che non poté ovviare a cogliere in contropiede il suo interlocutore, il quale, pur senza volersi riservare pregiudizi di sorta a suo discapito, non si sarebbe certo atteso un simile, e assolutamente sensato, ragionamento da parte sua.
Evidentemente, al di là di qualche inappellabile faciloneria, e di un approccio a volte non proprio immediato con la realtà a sé circostante, anche quel biondo e muscoloso mercenario non avrebbe avuto a dover essere così frettolosamente giudicato un irrimediabile sciocco. Al contrario: con i suoi tempi, nei suoi modi, egli era realmente in grado di cogliere l’evidenza delle cose anche ove altri, magari più svelti di lui nel ragionamento, non avrebbero avuto a riservarsi successo di sorta.

« Non credo di aver mai preso in considerazione la questione da questo punto di vista… » ammise allora M’Eu, sinceramente colpito dalle parole del proprio compagno di ventura « E, in effetti, Midda Bontor è sicuramente una delle persone più testarde che io abbia mai conosciuto… in senso buono, ovviamente. »
« … a volte anche in senso cattivo… ma le vogliamo comunque bene così com’è! » puntualizzò Be’Wahr, ammiccando in direzione della voce dell’interlocutore, e di quell’interlocutore ancor non visto e che, di conseguenza, non avrebbe avuto a poter cogliere evidenza alcuna del suo gesto « Comunque sia, temo proprio che l’ingresso alla grotta non sarà più agibile per qualche tempo. Almeno fino al disgelo… » soggiunse poi, riportando l’attenzione al presente, e al problema che, in un modo o nell’altro, avrebbero avuto a dover affrontare.
« Disgelo che a queste quote, mi dispiace puntualizzarlo, non è assolutamente contemplato. » precisò allora il figlio di Ebano, decidendo di lasciar perdere, allora, ogni possibile senso di colpa per quanto occorso, per avere a concentrarsi, insieme all’amico e al pari dell’amico, sul tempo presente, e su quanto allora avrebbero avuto a dover affrontare.
« Resta allora da sperare che la grotta nella quale ci siamo andati a cacciare abbia a essere ben più profonda di quanto non potessimo credere o sperare che fosse… » sospirò il biondo, rialzandosi finalmente a sua volta in piedi, soltanto per andare a sbattere con la testa contro la parete accanto a lui, tutt’altro che verticale nella propria conformazione « Per Lohr… » imprecò, nel mentre in cui il suono sordo della sua capocciata ebbe a risuonare nell’intera grotta, addirittura riecheggiando in lontananza, a involontaria conferma di quanto, allora, l’estensione di quella frattura nella roccia della montagna non avesse a doversi fraintendere particolarmente limitata.
« … che è stato…?! » domandò M’Eu, senza comprendere.
« La mia zucca che quasi si apre in due contro la parete… » rassicurò Be’Wahr, trattenendo a stento nuove imprecazioni, nel mentre in cui un rivolo di sangue ebbe a discendere lungo la sua fronte, sfrigolando nel contrasto fra il proprio calore e il gelo esterno « E questo sì che sarebbe imbarazzante: sopravvivere a una viverna solo per schiantarsi da solo la testa contro una roccia. » sorrise, nuovamente autoironico, a sdrammatizzare la situazione.

giovedì 19 agosto 2021

3738


« Ovverossia…?! » insistette il biondo che, sino a quel momento, non avrebbe potuto vantare di averne capito molto di più.
« Cosa fanno i topi di fronte a un gatto…? » suggerì M’Eu, sorridendo con soddisfazione nel mentre in cui ebbe a indicare all’amico una direzione in particolare, e una direzione volta a scendere di quota rispetto alla loro attuale posizione sul crinale di quella montagna.
« Scappano via squittendo isterici nel panico più assoluto…?! » propose l’altro, non comprendendo come ciò avrebbe potuto essere loro d’aiuto contro la viverna o, anche e soltanto, per sopravvivere alla viverna.
« Anche… » confermò il figlio di Ebano, annuendo a quella particolare visione della situazione « … ma, soprattutto, vanno a nascondersi in buchi nei quali i gatti non possano raggiungerli! » sorrise, divertito a confronto con una soluzione tanto semplice e che pur stava chiaramente sfuggendo loro, probabilmente anche a confronto con la crescente tensione propria di quel momento.
« … » esitò allora Be’Wahr, seguendo il compare nella propria rotta discendente e, ciò non di meno, non ancora riuscendo a comprendere con chiarezza dove egli volesse andare a parare… e non soltanto da un punto di vista metaforico, quanto e piuttosto da un punto di vista estremamente pratico.

Malgrado quella tempesta li stesse accompagnando ormai da oltre mezza giornata di cammino, M’Eu e Be’Wahr non si erano concessi, sino a quel momento, possibilità di deviazione rispetto al loro obiettivo. O, quantomeno, ulteriori possibilità di deviazione, nel non dimenticare quanto, proprio malgrado, una deviazione era stata loro praticamente resa obbligatoria nella necessità di andare a raccogliere le informazioni relative all’ubicazione della fortezza fra i ghiacci e, soprattutto, alle modalità di accesso alla prigione un tempo occupata da Desmair. La deviazione obbligata sino a raggiungere Ma’Vret e, soprattutto, Fath’Ma, in tal senso, aveva loro imposto già una certa perdita di tempo, e una perdita di tempo che sommata al viaggio e a tutto il resto, aveva iniziato a imporre un intervallo decisamente spiacevole fra il momento della scomparsa di Midda e il momento in cui avrebbero avuto occasione di raggiungere un presumibile luogo di detenzione per lei, intervallo decisamente spiacevole che non avrebbero quindi voluto in alcun modo estendere più del dovuto con ulteriori soste o deviazioni di sorta.
Per questa ragione, quindi, pur non avendo potuto mancare a cogliere l’evidenza di molteplici grotte lungo il versante della montagna, una presenza tutt’altro che atipica per i crinali dei monti Rou’Farth, essi non avevano preso in considerazione l’idea di cercare estemporanea opportunità di rifugio al loro interno, nell’attesa che la bufera scemasse. Anche e soprattutto nell’impossibilità a prevedere quando quella bufera avrebbe avuto effettiva occasione di terminare.
Ciò non di meno, quelle medesime grotte prima da loro snobbate, e da loro snobbate a confronto con la minaccia rappresentata dalla bufera, non avrebbero potuto che riproporsi decisamente più utili, più interessanti innanzi alla minaccia della viverna. E interessanti nell’ordine di misura utile a permettere loro di sfuggirle, esattamente come avrebbero potuto fare due topini a confronto con la minaccia loro offerta da un felino predatore domestico.

« Non dovrebbe essere passato molto dall’ultima grotta… » incalzò M’Eu, rialzandosi dalla neve dopo un nuovo, e ormai ripetitivo, attacco da parte della viverna, e un nuovo attacco al quale, ancora una volta, erano mirabilmente riusciti a evadere, con un’apparente semplicità già sol degna di un’epica ballata « Sempre ammesso che non ci siamo allontanati troppo dalla via che stavamo seguendo… » puntualizzò, in un’eventualità tutt’altro che remota e, ciò non di meno, in un’avversa eventualità che avrebbe comunque potuto essere compensata, nella propria occorrenza, dalla presenza di altre grotte, in quelli che, generalmente, avrebbero avuto a doversi poi riconoscere qual veri e propri complessi sistemi sotterranei fra loro interconnessi.
« … uhm… » si limitò a commentare Be’Wahr, poco convinto della bontà di quell’idea e, ciò non di meno, non riuscendo ancora a focalizzare il perché, tutto ciò, non avesse particolarmente a entusiasmarlo.

Certo: nel loro passato, e non in un passato particolarmente remoto, M’Eu e Be’Wahr, accompagnati anche da Howe, H’Anel e Maddie, in quello che, nel quinquennio siderale di Midda Bontor, era stato il loro piccolo gruppo mercenario d’assalto, avevano avuto occasione di visitare alcune grotte lungo i monti Rou’Farth, ritrovandosi costretti a scontrarsi con una comunità di creature non umane, e creature non umane chiaramente animate da intenti tutt’altro che benevoli nei confronti degli estranei, in termini tali per cui comprensibile avrebbe potuto essere intesa da parte sua una qualche reticenza all’idea di sospingersi ancora in una grotta.
Ma tali eventi erano occorsi molto più a nord rispetto alla loro attuale collocazione, in un contesto, fosse anche e soltanto paesaggistico, completamente diverso da quello per loro ora attuale, in termini tali per cui, allora, improbabile sarebbe stato per il biondo mercenario avere a riservarsi reticenze psicologiche di sorta a tal riguardo. Eppure qualcosa lo stava chiaramente turbando ed egli avrebbe voluto riuscire a comprendere cosa fosse, magari prima di arrivare a commettere un errore di valutazione, per quanto in buona fede.

« Non sei convinto…?! » domandò M’Eu, non potendo ovviare a cogliere il turbamento del compagno di viaggio e di battaglia.
« No… no… va bene… » replicò l’altro, non potendo fare a meno di accettare quella possibilità, anche e soprattutto in assenza di alternative più convincenti da proporre « C’è qualcosa che non mi suona correttamente… ma, francamente, morire congelato per effetto del soffio di una viverna dei ghiacci mi suona ancor peggio. »

M’Eu non avrebbe voluto minimizzare l’importanza dei timori dell’amico, ben lontano dall’approccio abitualmente critico di Howe a suo discapito. Però, e per come lui stesso aveva appena asserito, riservarsi vane esitazioni di sorta, avrebbe avuto a rappresentare uno spiacevole errore, ragione per la quale, allora, sarebbe stato certamente meglio posticipare a un momento migliore ogni elucubrazione a tal riguardo.

« Eccola lì! » indicò quindi il figlio di Ebano, riconoscendo innanzi a loro l’irregolarità propria dell’ingresso di una grotta immerso nella neve « Ci siamo quasi. »

Istanti concitati, quelli che ebbero allora a occorrere, là dove gli attacchi della viverna ebbero improvvisamente a intensificarsi, avendo ella avuto probabilmente occasione di comprendere il loro intento e, in questo, non desiderando concedere loro tale opportunità.
Istanti concitati a confronto con i quali, comunque, la mente di Be’Wahr continuò a lavorare per conto proprio, cercando di arrivare a individuare la ragione della propria diffidenza nei riguardi di quell’idea…

… e, purtroppo, tale ragione ebbe a risultargli spiacevolmente chiara quando ormai avrebbe avuto a doversi considerare troppo tardi, superato l’ingresso alla grotta e trovato, in ciò, apparente possibilità di salvezza dalla furia della viverna.

« Per Lohr… » gemette egli, ritrovandosi spinto da M’Eu alla cieca verso l’oscuro fondo di quella grotta, in una scelta obbligata per sfuggire alla violenza delle zampe artigliate di quella bestia, e di quella bestia che, ancora, non si stava dando per vinto « … ci stiamo mettendo in trappola! »

mercoledì 18 agosto 2021

3737


M’Eu e Be’Wahr non avrebbero avuto a poter essere fraintesi qual due sprovveduti. Anzi.
Certamente il primo avrebbe avuto a poter vantare minor esperienza rispetto al secondo, anche e soltanto in considerazione della differenza di età esistente fra loro, e tale da offrire al biondo tranitha un indubbio ruolo di veterano fra loro; ma tanto l’uno, quanto l’altro non avrebbero avuto a dover essere minimizzati nel proprio valore, sopravvissuti a un numero sì elevato di avventure e di disavventure da poter essere annoverati di diritto nel mito in termini non lontani da quelli della ben più famosa Midda Namile Bontor, pur, a differenza della medesima, non avendo avuto occasione di veder il proprio nome associato a canzoni o ballate.
Anche e soltanto la mera evidenza di essere riusciti a sopravvivere sino a quel momento alle numerose offensive della viverna dei ghiacci, e di essere riusciti a sopravvivere a tutto ciò con una relativa facilità, avrebbe avuto a dover essere considerata dimostrazione del loro valore. Perché quanto compiuto sino ad allora da parte loro, e compiuto quasi con una certa banalità, non avrebbe avuto a dover essere comunque frainteso qual banale, quanto e piuttosto conseguenza di una vita intera dedicata alla sfida contro uomini e dei, seguendo il cammino in primo luogo tracciato da colei chiamata Figlia di Marr’Mahew, Ucciditrice di Dei, Campionessa di Kriarya e di Lysiath. Colei che aveva dimostrato, con la straordinaria quotidianità della propria mirabile esistenza, quanto la parola “impossibile” non avrebbe avuto a dover frenare mai alcuno, là dove l’unico limite avrebbe avuto a dover essere riconosciuto quello autonomamente impostosi da ognuno.
Ma laddove già straordinario avrebbe avuto a dover essere inteso il loro impegno a sopravvivere a tutto ciò, l’idea di ribaltare la situazione, e di ribaltarla in termini tali da riuscire ad abbattere quella viverna, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto forse qualcosa di realmente impossibile, anche per coloro abituati a tradurre l’impossibile in possibile.
Serviva certamente loro un’idea. E un’idea riconoscibile qual buona. Per così come, purtroppo, non stava ancora loro venendo offerta dalle proprie fantasie, dai propri intelletti…

« … e se provassimo a trascinarla sotto una valanga…?! » suggerì Be’Wahr, evidentemente ancor distante dalla genialità auspicata, ma, quantomeno, impegnato a cercare di ragionare attorno a possibili soluzioni a quella quantomai scomoda situazione « … potremmo attirarla a terra. E, una volta atterrata, provocare una valanga sotto la quale trascinarla senza che possa esserle offerta alcuna possibilità di scampo… »
« Apprezzo l’impegno… un po’ meno il risultato, amico mio! » replicò quindi M’Eu, non potendo ovviare a dimostrarsi critico innanzi a quell’idea « Non per qualcosa… ma… anche ammesso di riuscire a costringere ad atterrare… e anche ammesso di riuscire a provocare una valanga… e anche ammesso che la valanga abbia a travolgerla… cosa potrà mai impedire alla valanga di travolgere anche noi…?! » obiettò, non negativo a confronto con tutto ciò o, quantomeno, non negativo per così come lo sarebbe certamente stato Howe al posto suo, e, ciò non di meno, costretto a dimostrarsi pragmatico innanzi a un proposito certamente originale, ma di estremamente dubbia possibilità di successo.
« … non hai torto. » concordò il biondo, storcendo le labbra verso il basso, tutt’altro che orgoglioso di se stesso, nel non essere riuscito a partorire una soluzione sensata, malgrado tutto il proprio più sincero impegno a tal fine « Vedi che non sbagliavo negare di essere la persona più adatta a farsi venire un’idea?! »
« Beh. Meglio un’idea insensata rispetto alla più totale assenza di idee… » volle tuttavia ancora incoraggiarlo il figlio di Ebano, nel riconoscere, non senza un certo disappunto, quanto da parte propria la situazione avesse a doversi intendere decisamente meno incoraggiante « Continua così… che, magari, al prossimo giro potremmo trovare la soluzione adatta. »

A margine di quel dialogo, e di quell’insolito impegno intellettuale da parte di Be’Wahr, nel proprio inedito ruolo di saggio della compagnia, i due avventurieri avevano fatto in modo di ricongiungersi, non soltanto per semplificare il loro dialogo, altrimenti costretto a incedere a suon di grida, quanto e piuttosto per non rischiare di smarrirsi, per così come altrimenti sarebbe stato sin troppo facile avere a occorrere nel cuore di quell’incessante tempesta.
Forse, ma soltanto forse, se fossero riusciti a sopravvivere per un tempo sufficiente a permettere a quella bufera di scemare, avrebbero anche potuto veder incrementate le loro possibilità di vittoria nei confronti di quell’antagonista, passando da un “inutile anche e soltanto sperarci” a un “agli dei piacendo”. Ma che quella tempesta avesse a terminare, in verità, non avrebbe potuto che apparire allor ancor più improbabile rispetto a una resa volontaria da parte della viverna, nella quieta consapevolezza, da parte di entrambi, di quanto tutto ciò avrebbe potuto avere a prolungarsi non soltanto per ore, ma addirittura per giorni, sulle perigliose cime dei monti Rou’Farth.

« Probabilmente non dirò nulla di originale… ma non mi piace giocare al gatto con il topo. Non, soprattutto, nel ruolo del topo… » commentò il biondo mercenario, dopo l’ennesima evasione da un’ulteriore offensiva da parte della viverna, e un’ulteriore offensiva or sospintasi così in prossimità a entrambi da aver fatto ben percepire loro quel gelido soffio, tanto da far accapponare, letteralmente, loro la pelle.
« … » esitò M’Eu, smarrendo per un istante contatto con la realtà a loro circostante, nel ritrovarsi a riflettere su quelle parole, e su quelle parole così apparentemente banali e, ciò non di meno, forse ben più preziose di quanto lo stesso Be’Wahr non avrebbe potuto immaginare « … cosa hai detto…?! »
« Che non mi piace giocare al gatto con il topo. Nel ruolo del topo. » si ripeté Be’Wahr, senza aggiungere ulteriori commenti di sorta e, ciò non di meno, volgendo ora la propria attenzione al compare, nella speranza che questi avesse a compiere il miracolo che tanto stavano attendendo.

Non era la prima volta, infatti, che gli veniva chiesto di ripetersi. Soprattutto a confronto con situazioni di improbabile soluzione, simili a quella. E ogni qual volta ciò era accaduto, ogni qual volta qualcuno gli aveva chiesto di avere a ripetersi, si era poi scoperto quanto, dietro a una parola pronunciata apparentemente senza attenzione, avrebbe avuto a doversi riconoscere la chiave per la loro salvezza.
Salvezza, quindi, che ora sperava sarebbe potuta sopraggiungere per bocca di M’Eu, unico in grado, in quel frangente, di poter intendere in maniera geniale quella che, da parte sua, era stata allor pronunciata qual una stupidata priva di fondamento…

« … sei veramente un dannatissimo genio, Be’Wahr! » esclamò dopo un interminabile istante il figlio di Ebano, tornando a focalizzare la propria attenzione sull’amico « Vedi che avevo ragione nel dire che saresti stato proprio tu a trovare un modo per salvarci la pelle…?! »
« Ne sono lieto! » annuì il dannatissimo genio in questione, ben distante da poter comprendere il perché, in effetti, avesse a doversi intendere qual tale « Ma si può sapere che dovrei aver detto di tanto importante…?! Così, giusto per capire anche io la profondità della mia genialità… » non mancò di ironizzare, a proprio stesso discapito, con un sorriso quietamente divertito.

Una nuova, doverosa, interruzione ebbe a posticipare, allora, la replica da parte di M’Eu, nel vedere entrambi i commilitoni avere a evadere all’instancabile offensiva della viverna. Così la curiosità di Be’Wahr fu costretta riservarsi un po’ di pazienza, e la pazienza utile ad attendere di sopravvivere a quell’incursione potenzialmente letale, per quanto da loro gestita con apparente banalità, quasi nulla avesse a doversi fraintendere realmente occasione di morte per loro.
Una nuova, doverosa, interruzione al termine della quale, quindi, M’Eu poté riprendere a parlare…

« Hai detto proprio ciò che dobbiamo fare… » replicò quindi, con un amplio sorriso sul volto « Dobbiamo comportarci come dei topi innanzi a un gatto! »