Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
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giovedì 14 novembre 2013
2099
Avventura
042 - Nuovi mondi. Vecchi giochi
« Signore. Parlando in tutta franchezza, sebbene io non sia interessato ad analizzare le ragioni per le quali voi possiate essere state assegnate a questo istituto, nell’accontentarmi di constatare quanto, venendo poste innanzi a una decisione, seguire la follia del signor Voor Lonnegerth, oltre che a un obiettivo, quello di riguadagnare, comunque, la vostra libertà estemporaneamente perduta; sia stata vostra predilezione quella di perseguire non semplicemente i vostri interessi ma, anche e ancor più, quelli della mia famiglia e miei… temo che identico discorso non avrà ad applicarsi anche a coloro che alla mia custodia vi hanno destinato. » volle evidenziare, nel restituirci, formalmente, quella medesima libertà appena citata, accompagnata, per l’occasione, da un abbigliamento diverso da quello carcerario, nonché da una piccola somma in crediti che, per quanto non precedentemente concordata, egli non aveva voluto negarsi occasione di destinarci, qual ulteriore dimostrazione di onesta e trasparentemente indubbia riconoscenza nei nostri riguardi, al di là di quanto apparentemente negativo potesse avere a doversi riconoscere il discorso in tal maniera riservatoci.
In tal modo, infatti, egli avrebbe dovuto riconoscersi qual intento a esprimersi soltanto per correttezza formale nei nostri riguardi, per onestà intellettuale e riconoscente trasparenza, ancor prima che in conseguenza a una qualche intenzione volta a rivedere la posizione già assunta nei nostri riguardi.
Così come, al di là di ogni fraintendimento, insistette a ribadire ancora una volta, nel proseguire il discorso…
« Come concordato, da questo momento, per quanto mi riguarda, siete libere. E, per amor di dettaglio, ho già inoltrato un messaggio alla nave indicatami dalla signora Nebiria, affinché possa venire a prelevarvi quanto prima. » puntualizzò, in riferimento alla stessa Kasta Hamina, a cui la mia ex-compagna di cella, e ciò non di meno ancora complice e compagna di ventura, aveva raccomandato tutte noi « Purtroppo, la mia autorità inizia e finisce entro i confini stessi di questa cupola, non diversamente dalle possibilità di movimento di tutti coloro che dalla mia autorità, e dalla mia autorevolezza, hanno a dover dipendere, volenti o meno. E, in tal senso, sono sinceramente rammaricato, non mi sarà possibile in alcun modo evitare che, agli occhi dell’omni-governo e delle autorità a esso collegate, la vostra abbia a essere comunque intesa qual un’evasione… vedendovi, ineluttabilmente, esser considerate delle fuorilegge, delle ricercate. » ebbe a definire, ancora una volta oltremodo genuino a tal proposito, nella scelta di tali parole a nostro riguardo, nelle proprie accezioni più positive così come in quelle più critiche « Con tutto ciò che, da tale condizione, potrà derivare. »
Nota personale: al fine di non ridicolizzare la serietà con la quale, pur, il buon direttore ebbe premura a renderci partecipi di un tale avviso, mi costrinsi, nel mentre di tutto ciò, a mantenere assoluta compostezza nell’ascolto di simile monologo. Ciò non di meno, nel ripensare alla mia vita passata, e alle tappe più significative della medesima, non avrei potuto evitare di voler esplodere in una fragorosa risata innanzi all’evidenza di quanto terribilmente priva di originalità, di varietà e di fantasia, avrebbe avuto a doversi considerare la mia stessa capacità di ripercorrere strade già esplorate, finendo, in termini a dir poco grotteschi, per confrontarmi, nuovamente, con medesimi errori passati.
Già una volta, nella mia vita, nella mia avventurosa esistenza, ero rimasta infatti coinvolta in un affare giudiziario, per quanto, all’epoca, decisamente più sgradevole. Un affare, nella fattispecie, innanzi al quale, per quanto innocente, nell’essermi state attribuite responsabilità proprie della mia gemella, mi ritrovai condannata non soltanto alla mutilazione del mio arto destro, ma anche, non paghi, a morte, in una delle maggiori città portuali dei territori da me abitualmente frequentati. E se pur, in contrasto alla terribile, e mai del tutto accettata, amputazione, non ero stata in grado di oppormi; la pena capitale non aveva, ovviamente, avuto comunque possibilità di essermi inflitta non tanto per una qualche grazia tributatami, quanto e piuttosto per la mia criminale sottrazione all’ingiustizia intrinseca in tal sistema giudiziario, che alcuna possibilità di difesa mi aveva riconosciuto. Ragion per la quale, per oltre un decennio, sino a quando altre evoluzioni non avevano lievemente, impercettibilmente e, in effetti, soltanto estemporaneamente, modificato tale mio stato giuridico, ero stata considerata un’evasa, fuorilegge e ricercata. Con tutto ciò che, da tale condizione, aveva potuto derivare… per riprendere le parole lì dedicateci dalla premura dell’uomo che, pur, ci stava restituendo, obiettivamente, la libertà a sottrarci la quale avrebbe dovuto impegnarsi per propria professione, per proprio ruolo.
Al di là di tali considerazioni, però, condividere una fetta tanto amplia della mia storia passata con lui, in tal frangente, sarebbe risultato inopportuno, oltre che fondamentalmente superfluo; in misura tale per cui, innanzi alla scelta fra scoppiare a ridere oppure trattenermi, e trattenere per me ogni riflessione sulla ciclicità del mio fato, per così come, pur, le mie stesse azioni, le mie stesse scelte stavano contribuendo a forgiarlo, la questione avrebbe avuto a doversi considerare a dir poco retorica…
« Per quello che può valere, comunque, sappiate che io, Hadmar Am’h North, non sono quel genere di uomo che dimentica i propri debiti. » incalzò, in quella conclusione lasciandomi prendere in considerazione quanto, obiettivamente, sino a quel momento avessi del tutto ignorato il suo nome, e non mi fossi neppure riservata una qualche curiosità a tal riguardo, nel considerarlo, probabilmente, ancor prima una sorta di figura astratta, in assoluta e perfetta fusione con il proprio ruolo, ancor prima che una persona reale « E il valore proprio della salvezza della mia famiglia, ancor più della mia, è priva d’ogni possibilità di stima… e, con essa, di ogni possibilità di adeguata ricompensa. » sancì, ribadendo, in tal senso, quanto egli avrebbe avuto a doversi obiettivamente considerare un uomo estremamente diverso da qualunque altro, sino ad allora, mi fosse stata concessa occasione d’incontrare al di fuori dei confini del mio pianeta natale… non che lì, in effetti, simili figure d’onore avrebbero potuto esser giudicate in concreto rischio d’esubero « Per tal ragione, credetemi, non sarò appagato sino a quando non mi sarà concessa, quantomeno, l’occasione di chiarire la vostra posizione innanzi all’omni-governo, facendo in modo di farvi riconoscere, nuovamente, la dignità che, sola, vi deve essere propria per quanto avete compiuto... »
Quarto, quinto, sesto e così via dicendo… epilogo!
D’accordo… lo ammetto. Così come la mia stessa vita può testimoniare in maniera incontrovertibile, non sono quel genere di persona che ama le conclusioni. Anzi. Adoro particolarmente gli inizi… nel gettarmi a testa bassa, forse anche troppo, in nuove avventure, in nuove imprese, in nuove sfide, per quanto potenzialmente mortali esse potrebbero quietamente risultare. Ma le conclusioni… non fanno proprio per me. Per nulla.
Non che, sia chiaro, in tutto ciò vi sia, da parte mia, un qualche tentativo di esorcizzare l’eventualità dell’ultimo appuntamento al quale tutti noi, sin dal giorno stesso della nostra nascita, siamo ineluttabilmente destinati. La morte è, obiettivamente, la realtà più concreta della mia quotidianità, in una misura tale per cui potermi permettere di ignorarla, o di trascurarla, o, addirittura, di censurarla, equivarrebbe banalmente a una dichiarazione di stolidità da parte mia… e sinceramente non mi sento così stupida.
Né che, parimenti, in tal senso abbia a dover essere considerata, diversamente, la paura del confronto con il nuovo inizio che, al termine dell’ultima pagina scritta, già attende al principio di un nuovo foglio vuoto. Come ho già sottolineato, del resto, adoro gli inizi e, credetemi, sono così tante le storie che già affollano i miei ricordi, e che desidero riordinare per mezzo della parola scritta al pari di questa prima, nuova avventura; da pormi addirittura nell’imbarazzo della scelta nel merito del fronte sul quale scegliere di incominciare a narrare altre vicende, nel proseguo della storia che è la mia vita.
E’ proprio l’idea di doversi bloccare per un istante, di dover smettere di correre per un momento, guardandosi attorno e tirando le somme su quanto si è ottenuto, che, credo, mi inquieta. Nella stessa misura in cui, sempre, nella mia vita, mi sono ritrovata sospinta a cercare, continuamente, di rifuggire a quei pur effimeri, e sempre troppo brevi, momenti di pace che mai mi sono, di tanto in tanto, concessa.
E alla luce di ciò, se ora non mi imponessi coscientemente un blocco, se non mi obbligassi a smettere di scrivere, potrei continuare ancora per ore… per giorni persino, narrando del momento del mio primo incontro con la Kasta Hamina e il suo equipaggio e, in conseguenza a questo, del primo incontro fra il buon capitano Lange Rolamo, e i suoi pur giusti pregiudizi nei confronti di tutte le chimere, e la nostra nuova amica Lys’sh, dalla quale, ovviamente, né Duva né io prendemmo in esame l’ipotesi di dividerci. Così come non potrei esimermi dal narrare del mio ritorno su Loicare non soltanto alla ricerca del mio amato Be’Sihl, dal quale già troppo a lungo ero rimasta separata; ma anche, e ancor più, della mia spada e del mio bracciale dorato, il solo in grado di mantenere lontano il mio mai apprezzato sposo, e i suoi infiniti inganni, dalla mia mente. E, perché no?, magari anche di riportare maggiore dettaglio nelle mie descrizioni dell’intero, nuovo e straordinario concetto esteso di Creato che, in tutto ciò, si era appena iniziato a dischiudere innanzi a me, sorprendendomi in molteplici occasioni senza possibilità alcuna di appello.
Ma tutto questo, per quanto pur sarei probabilmente in grado di giustificarlo qual un epilogo connesso alle vicende di cui ho appena riportato dettaglio, altro non sarebbe che un maldestro, e malcelato, tentativo rivolto a iniziare una nuova storia… anzi, molte altre nuove storie. Storie per permettervi di meglio apprezzare le quali, su imitazione dei bardi nell’ascolto dei quali sono cresciuta, trasognante, credo sia ora opportuno che io abbia a congedarmi estemporaneamente da voi tutti; affinché possa essere concesso il tempo utile ad assimilare tutte le informazioni con le quali ho già, forse, eccessivamente abusato della vostra attenzione, malgrado tutto.
La Kasta Hamina è mai giunta all’appuntamento concordato per portarci via dalla terza luna di Kritone?
Certamente…
Mi è poi stato assegnato, così come accennato e, fondamentalmente, atteso, il ruolo di capo della sicurezza di quella piccola nave destinata a divenire la mia nuova casa per molto tempo di lì a divenire?
Assolutamente…
Ho rincontrato Be’Sihl e recuperato gli oggetti di mia proprietà, malgrado tanto l’uno, quanto gli altri, mi stessero attendendo in un mondo dal quale avrei dovuto considerarmi pericolosamente interdetta?
Ovviamente…
… è andato veramente tutto bene?!
Inevitabilmente no... così come, del resto, soltanto non avrei potuto che sperare andasse, o la vita si sarebbe iniziata a dimostrare veramente troppo noiosa!
mercoledì 13 novembre 2013
2098
Avventura
042 - Nuovi mondi. Vecchi giochi
« Certo… » annuì con fare forzatamente accondiscendente lei, scuotendo il capo a mia palese critica « E poi ti stavi addormentando… eri stanca per la notte… ti sei distratta a seguire le finali di palla prigioniera… ma la partita era noiosa… l’arbitro era venduto… l’esito scontato… ti sei messa a contare le piastrelle per terra… eccetera… eccetera… eccetera… » mi canzonò, ciondolando a ogni nuova scusante in tal modo ipoteticamente da me addotta.
« Razza di indisposta invidiosa irrispettosa irriverente che non sei altro! » replicai, inarcando il sopracciglio sinistro, per offrirle il mio sguardo più critico, a contorno di quella sequela di aggettivi pronunciati i quali pur difficile non poté che essere, per me, restare sostanzialmente seria « Tu credi veramente che, con questi presupposti, io potrei mai accettare una qualunque proposta formulata da parte tua?! » la provocai, quasi parafrasando, e pur capovolgendo, la critica pocanzi mossami in termini di chiaro, avverso giudizio a mio discapito, in mio contrasto.
« Sì… credo proprio di sì, soprattutto laddove ti proponessi di entrare a far parte dell’equipaggio della Kasta Hamina come nostro capo della sicurezza. Un ruolo nel quale, per inciso, mi sono sempre adoperata personalmente… almeno sino a oggi! » tentò di rilanciare, ponendo al centro del metaforico tavolo di quella nostra partita una posta decisamente alta, seppur, devo ammetterlo, da me tutt’altro che inattesa, nel ben conoscere quanto mi avrebbe di lì presto atteso « E comunque non credo che tu sia capace di ripetere ancora una volta indisposta invidiosa irrispettosa irriverente senza scoppiare a ridere mentre lo dici… »
« … irriducibile incredula: indisposta invidiosa irrispettosa irriverente… » respinsi al mittente, anteponendo allo stesso elenco già formulato altri due vocaboli, che, in cuor mio, sperai non sarebbero stati mal riadattati da parte del traduttore automatico, ove, in tal caso, l’effetto desiderato sarebbe stato spiacevolmente ridimensionato nelle proprie potenzialità « E, giusto per parlare, cosa ti fa credere che una come me potrebbe essere interessata a un ruolo del genere…? Mi hai forse preso per una specie di mercenaria disperata in attesa del primo offerente sulla piazza?! » insistetti, giuocando in quel botta e risposta con lei, in quello che, se pur non ha a potersi considerare il più bizzarro colloquio di lavoro della mia vita, ciò non di meno potrebbe essere sicuramente giudicato uno fra i più divertenti.
« Disperata non so. Disoccupata di certo. » precisò Duva, in verità tutt’altro che a torto, al di là dell’incedere scherzoso di quel confronto « E nel considerare quanto, sono sicura, tu ti sia divertita con me in questi ultimi giorni, di certo non di meno rispetto a quanto non mi sia divertita io in tua compagnia, l’idea di vitto, alloggio e un ingaggio a bordo di una nave stellare con l’esclusiva preoccupazione di dover menare le mani quando serve, e null’altro più… non ho dubbi nel merito del fatto che una come te potrebbe essere interessata a un ruolo del genere. » argomentò, a sostegno delle proprie posizioni, della propria proposta « Senza contare che, obiettivamente… tu sei una mercenaria! »
« Ehy! » esclamai, improvvisamente tanto seria e gelida, nel mio tono di voce, da imporre il silenzio attorno a me, e dall’attrarre ogni interesse, ogni sguardo, nella nostra direzione, nel timore di quanto, ancora, un nuovo conflitto potesse avere lì, allora, a dover iniziare, a dover esplodere, malgrado l’apparente conclusione di ogni palese minaccia alla comune serenità « Per tua informazione, non sono “una” mercenaria… io sono “la” mercenaria, più famosa, più importante, più richiesta, nonché meglio pagata, di tutta Kriarya, la città del peccato del regno di Kofreya. E il mio nome, anzi… i miei molteplici appellativi, come Figlia di Marr’Mahew, Ucciditrice di Dei, Campionessa di Kriarya e altri ancora… sono noti a chiunque da dove vengo io! » definii, socchiudendo appena gli occhi nello squadrare con intento volutamente minaccioso la mia interlocutrice, non volendo dimostrare id apprezzare la banalizzazione appena riservatami, così come avessi a dovermi considerare una fra le tante.
E se, per un istante, la mia compagna di prigionia, la prima amica che avessi avuto all’interno di quelle mura, ebbe a rivolgermi uno sguardo carico di dubbio e di curiosità, forse nel dubbio di poter comprendere in che misura io potessi o non potessi lì star scherzando; un attimo dopo ella sollevò la propria destra, con le dita chiuse a pugno fatta sola eccezione per l’indice allora esteso verso di me, diretto al mio petto e mosso su e giù innanzi a me, quasi a voler scandire un concetto ancor prima della sua stessa espressione verbale…
« Convincente, Midda. Davvero convincente. » ridacchiò, prima di lasciarsi conquistare da un moto di maggiore e incontrollata ilarità che la spinse, addirittura, a rigettare il capo all’indietro nella necessità di lasciar fuoriuscire con maggiore naturalezza quell’impeto « Per un momento stavi quasi per farmela… » soggiunse subito dopo, cercando di riconquistare la compostezza in maniera effimera allora smarrita « Ma solo per un momento, sia chiaro! »
« Un momento è già più che sufficiente… » confermai, aprendomi a un più caldo sorriso nei suoi confronti, a palesare quanto, effettivamente, quell’ultima uscita altro non avesse a doversi intendere se non sita all’interno del contesto proprio del giuoco sino a quel momento progredito fra me e lei.
« Quindi… accetti?! » si spinse ella a invocare conferma da parte mia, anche laddove, facile, troppo facile, sarebbe stato per chiunque obiettare impossibilità ad accettare o rifiutare una proposta in tal approssimativa maniera appena formulata, in termini che a stento avrebbero potuto essere effettivamente riconosciuti qual intenti a farsi carico di un tale messaggio, di un simile interrogativo.
« E me lo chiedi…? » feci spallucce, in termini per i quali, ancora una volta, facile, troppo facile, sarebbe stato per chiunque obiettare impossibilità a distinguere da parte mia un’accettazione o un rifiuto, in una replica in tal approssimativa maniera appena formulata « Se continui così finirò con il credere di averti davvero sopravvalutata! » dichiarai e, dal canto mio, considerai concluso quel discorso, per quanto ancora per ore, ne ero certa, Duva e io avremmo potuto continuare in identici toni.
« E’ bello che tu possa ancora esprimerti in termini condizionali… » commentò ella, non negandosi, a propria volta, un’occasione di chiusura attorno a quella questione… ironica chiusura, quantomeno, nel confrontarsi con me, malgrado quanto ci eravamo appena dette, così come se nulla, in tal senso, fosse stato definito fra noi, a non permettere a una semplice questione, qual quella, di rovinare in termini tanto sgradevoli un momento altresì così interessante « Per quanto mi riguarda, infatti, quello di aver commesso uno sbaglio terrificante nei tuoi errori è già una terribile realtà. »
Terzo epilogo.
Esattamente come Nero aveva avuto occasione di ipotizzare, rivolgendomi aperta accusa a tal riguardo, il nostro patto con il direttore, per così come concordato in grazia all’ambasciata di Lys’sh, null’altro avrebbe potuto prevedere se non la nostra immediata scarcerazione. Nostra includendo, in tale annovero, ovviamente la stessa Lys’sh in aggiunta a Duva e me, nell’offrirci all’attenzione del direttore, necessariamente, qual un gruppo unico, imprescindibile e indivisibile, al di là della nostra razza o delle nostre scelte passate.
Non io, non Duva, né, tantomeno, Lys’sh, seppur per motivazioni di volta in volta diverse e indipendenti, avremmo potuto dichiararci favorevoli all’eventualità secondo la quale il nostro inatteso alleato, in ciò, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual intento a seguire canali ufficiali, protocolli formali, al fine di restituirci la libertà domandatagli. Dopotutto, per quanto ciò potesse apparire sgradevole a sottolinearsi, la salvezza sua e della sua famiglia, in tutto ciò, non sarebbe mai passata da canali ufficiali, né avrebbe atteso dei protocolli formali, in attesa dei quali, probabilmente, certamente, Nero sarebbe riuscito nell’intento programmato, a prescindere da quanto sangue riportare successo in tal senso avrebbe potuto significare.
Dovendo, quindi, soppesare attentamente, su un fronte la salvezza propria e dei propri cari, su quello opposto la scarcerazione irregolare di tre prigioniere, con tutto ciò che, da tale scelta, sarebbe mai derivato in termini di sanzioni amministrative, e forse non solo, per quanto accaduto e, peggio, per essere stato d’accordo con quanto accaduto; il buon direttore dimostrò quantomeno la decenza di compiere la scelta più dignitosa, soprattutto nel confronto con la propria integrità in quanto uomo, in quanto sposo e in quanto padre…
martedì 12 novembre 2013
2097
Avventura
042 - Nuovi mondi. Vecchi giochi
Epilogo.
Ebbene sì… dopo la tardiva premessa, mi permetto di far giungere l’epilogo con un lieve anticipo, nel rendermi conto di quanto, ormai, tutti i giuochi possano considerarsi compiuti e proseguire oltre questa mia prima testimonianza risulterebbe, quantomeno, un inutile tedio tanto per voi, nel leggerlo, quanto per me, nello scriverlo. In fondo ci sono così molte altre storie ancora da condividere, così tante altre vicende di cui rendervi partecipi, che insistere gratuitamente su questa mia prima avventura al di fuori dei confini del mio mondo, di tutto ciò che per me era stato Creato prima che la fenice mi prendesse e mi scaraventasse nello spazio, rischierebbe di togliere spazio a quanto, effettivamente, può risultare ancor più meritevole d’esser narrato. Quindi… epilogo.
Anzi…
… primo epilogo. Giacché, immagino, diversi siano i dettagli di cui, comunque, mi si ha a richiedere conto in questo momento.
Lys’sh, a dispetto di quanto io stessa non mi sarei potuta attendere e, probabilmente, non avrei persino gradito compiere, non uccise Nero. Giuro che, sino all’ultimo, ero convinta che l’avrebbe fatto, avendo più che solide argomentazioni per richiedere la vita di quel maledetto genocida. Ma al di là di quanto, comunque, non sarebbe potuta essere la mia personale opinione sulla questione, il suo volere avrebbe avuto a doversi considerare indubbiamente predominante, a prescindere. Non soltanto in quanto colei che, sola, in quel frangente, avrebbe avuto ragione di pretendere tale tributo, per la vendetta alla quale aveva votato la propria stessa esistenza. Quanto, e se possibile ancor più, in quanto colei che, senza inganno alcuno, aveva vinto simile antagonista in un onesto duello, trionfo che, almeno nel contesto forse barbaro, forse no, della civiltà in cui io avevo sempre vissuto, le avrebbe garantito tale privilegio, senza che ad alcuno potesse essere concessa la benché minima obiezione.
Lys’sh, tuttavia, non l’uccise. E, di tale propria scelta, per quanto non avrebbe avuto alcun obbligo in tal senso, volle condividere con me le proprie motivazioni, alla luce delle quali, in effetti, non potei offrirle netta contrarietà…
« Suppongo che, dopo tutto quello che ti ho raccontato, tu non comprenda il perché di questa mia scelta… » commentò, con tono stanco e grave, un attimo dopo essersi rialzata dal corpo inerme e sanguinante di Nero, sul quale aveva appena finito di operare in termini nei quali, pur, volle concedersi una sicura rivalsa a suo discapito « … pensi che dovrei ucciderlo, vero?! »
« E’ il minimo. » replicai sincera, onesta come sempre ero stata nella mia vita con le figure che avevo voluto considerare mie amiche, spingendomi, in tanta trasparenza, persino a rischiare di apparire scortese, nel preferire dimostrare sana e rude sincerità allorché melliflua falsità, delicata menzogna « Ha sterminato la tua famiglia, ha trucidato l’intera città in cui sei nata e cresciuta… che, se mi permetti, a quanto ho compreso sola comprendeva l’equivalente, in termini di popolazione, di un’intera nazione del mio pianeta natale E, malgrado tutto, desideri concedergli ancora di sopravvivere, con il rischio che un domani possa uscire di qui e riprendere là da dove si è interrotto…? » questionai, storcendo appena le labbra verso il basso « Sarò anche originaria di un mondo barbaro e primitivo, come mi avete più volte indicata essere, ma, dalle mie parti, a un uomo del genere non verrebbe concessa alcuna clemenza. »
« No. Ti prego Midda. » mi interruppe ella, scuotendo il capo « Non fraintendere la mia decisione qual clemenza nei suoi confronti. E, neppure, qual una rivalsa moralista, atta a dimostrare una qualche mia ipotetica superiorità nei suoi confronti, nel concedergli di sopravvivere laddove egli, certamente, non mi avrebbe ricambiato il favore. » puntualizzò, ancora estremamente seria nelle proprie parole, pur senza il benché minimo rimprovero a mio discapito « Quanto ho compiuto, per come l’ho compiuto, è stato condannarlo a una punizione peggiore della morte: la vita. E una vita da trascorrere nella consapevolezza di quanto, ciò che ha sempre odiato di più al mondo, una mezzosangue come me, è stata un grado di sconfiggerlo e di menomarlo per sempre… affinché ogni qual volta che mai avrà occasione di aprire gli occhi, e di osservare il mondo a sé circostante con le nuove protesi oculari che, certamente, gli impianteranno, abbia a non dimenticare mai questo giorno. » esplicitò, nel mentre in cui iniziò a ripulirsi le dita insanguinate sulla propria stessa uniforme carceraria, lasciando ivi lunghe strisciate di linfa nera sul tessuto giallo acceso.
« D’accordo ma… non temi quello che, per nuovo rancore, nuovo odio in tal modo fomentato, potrà essere sospinto a compiere in futuro? » domandai, non riuscendo a condividere tanta sicurezza sulla correttezza di una tale scelta, di una simile decisione, nel confronto con i possibili sviluppi che, da essa, avrebbero potuto derivare, ancor convinta della necessità di uccidere quel mostro al fine di ovviare, da parte sua, qualunque altra possibilità di danno, l’eventualità che altri giovani uomini o donne, di qualunque razza, potessero subire lo stesso triste fato della stessa Lys’sh o, peggio, dei suoi defunti cari.
« Forse… » mi concesse ella, socchiudendo maliziosamente gli occhi « Ammesso che possa mai riuscire a lasciare vivo questo luogo… perché, dopotutto, non sono l’unica mezzosangue qui rinchiusa. Né, tantomeno, l’unica mezzosangue che potrebbe vantare un conto in sospeso con lui. » sottolineò, piegando appena il capo di lato « E nel momento in cui si avrà a diffondere notizia di quanto è avvenuto qui, oggi… non credo che il suo ipotetico mito, la sua terribile fama, potranno essergli ancora di particolare garanzia innanzi a tutte le sevizie che altri, dopo di me, vorranno riservarsi occasione e fantasia di infliggergli. »
… deliziosamente crudele, la mia nuova amica. Ragione per la quale, al di là di ogni dubbio, non potei che trovare una certa ragionevolezza in quanto da lei in tal modo dichiarato.
Così Nero ebbe estemporaneamente salva la vita. Anche se, a compenso di ciò, perse la vista. O, quantomeno, perse i propri occhi, allora cavati a mani nude dalla stessa giovane ofidiana; dal momento in cui, grazie alla medesima tecnologia che a me aveva ridonato il braccio destro, così come anche Lys’sh aveva lì ben sottolineato, certamente gli sarebbe stata restituita, presto o tardi, la capacità di vedere, attraverso un uovo impianto volto a tale scopo.
Secondo epilogo.
Anche sul fronte della mia compagna di prigionia e di cella in quegli ultimi giorni, in quell’ultimo periodo della mia esistenza, ogni cosa ebbe a risolversi per il meglio. E, anzi, in effetti a posteriori potemmo constatare come ella avesse avuto persino possibilità di superare il mio personale primato nel confronto con il numero di avversari abbattuti. Perché laddove, alla sottoscritta, erano lì stati concessi soltanto nove antagonisti, a Duva erano stati riservati per tredici antagonisti, in un dispiegamento di forze maggiore nel confronto con la necessità di doversi allora presumibilmente occupare di un impegno leggermente più significativo, qual solo avrebbe avuto a doversi considerare quello atto a prendersi cura della famiglia del direttore allorché di un singolo, e pur tanto importante, individuo.
Una differenza di traguardi, quelli fra noi così conquistati, che non mancò essere occasione di giuoco fra noi, non appena fummo alfine riunite e ci venne concessa possibilità di confronto a tal riguardo…
« … solo nove?! » mi derise ella, aggrottando la fronte e offrendomi un’espressione di puro sconcerto, se possibile persino di vivo disappunto, sforzandosi notevolmente in tal senso « Tsk… e dire che iniziavo ad avere grandi progetti riguardo a una qualche nostra possibile futura collaborazione. Ma con questi presupposti, sinceramente, mi risulta difficile riuscire a formulare una qualunque proposta nei tuoi riguardi. »
« Ehy… per dovere di cronaca, questi solo nove, come li hai definiti, sono stati abbattuti in meno che non si dica, per concedermi la possibilità di seguire con calma l’evento del secolo. » protestai, a scherzosa tutela della mia dignità in quanto guerriera, in tal modo ipoteticamente posta in dubbio « Non ho avuto neppure il tempo di contarli… tanto non mi sono minimamente interessata alla faccenda! »
lunedì 11 novembre 2013
2096
Avventura
042 - Nuovi mondi. Vecchi giochi
E se, terribile e inesorabile, quel pugno destro si mosse per abbattersi sulla mia amica, già dannando la mia anima per l’errore che temetti di aver appena commesso nel restare indolente innanzi a tale condanna, fu questione di un attimo affinché la situazione apparisse completamente ribaltata: un fugace istante in cui l’evoluzione degli eventi fu tanto repentina, sì rapida, da non permettermi quasi di poterne apprezzare la dinamica, nel ritrovarmi subitaneamente a confronto con gli effetti finali della stessa. Perché ove pur, un solo fremito di ciglia prima, Lys’sh era ancora a terra, apparentemente o sostanzialmente priva di coscienza e, in ciò, d’ogni consapevolezza nel merito della propria sorte; un solo momento dopo ella ebbe nuovamente a ribaltare drammaticamente il proprio destino, non soltanto sfuggendo ancora una volta a morte certa ma, ancor più, agendo al fine di avvicinarsi, ancora e straordinariamente, alla vittoria ricercata, al trionfo desiderato.
Non soltanto, infatti, il pugno di Nero, diretto in contrasto al cranio della giovane ofidiana, ebbe a impattare, rumorosamente, al suolo, qual conseguenza di una semplice evasione da parte della medesima; ma, ancor più, attorno a quello stesso braccio metallico, a quella stessa potente protesi, ebbe allora a concentrarsi l’impegno della stessa donna serpente, la quale, improvvisamente abbracciatasi all’estremità inferiore di quello stesso arto, puntò con tutte le proprie forze, con tutte le proprie energie, i piedi in contrasto al torso del proprio ipotetico carnefice, lì non limitandosi, semplicemente, a far leva per una qualche azione simile a quella già precedentemente compiuta, quanto e piuttosto sforzandosi nella volontà di disarticolare di netto quello stesso arto, finanche… e credetemi, perché, sono onesta, non potei che essere ammirata nel confronto con tale spettacolo… a strapparlo, a strapparlo di netto dal corpo nel quale era stato impiantato, rigettando in un’improvvisa estensione di ogni proprio muscolo, di ogni propria membra, il malcapitato predatore, divenuto preda, lontano da sé nel mentre in cui a sé, ciò non di meno, trattenne quel premio, quel trofeo, quella chiara dimostrazione del proprio incontrastato trionfo.
« Ho sentito! » ringhiò ella, in mia risposta, non tanto per rabbia contro di me, quanto e piuttosto qual conseguenza per lo sforzo compiuto.
Non ci si attenda, ora, da parte mia una descrizione dettagliata di quanto l’asportazione di quella protesi ebbe a riguardare, effettivamente, la protesi stessa, e di quanto, altresì, ebbe a coinvolgere la carne lì sotto ancor presente. Fosse questo un racconto frutto della mia inventiva, della mia immaginazione, di certo potrei avere idee ben chiare a tal riguardo. Ma nell’essere, altresì, una mera testimonianza di quanto avvenne, e di ciò che vidi, è in mio potere soltanto l’indicare come, dal punto in cui il braccio fu strappato, non ebbi la possibilità di cogliere particolari fuoriuscite di sangue, macabri e raccapriccianti spruzzi di quella stessa nera linfa che egli aveva già dato riprova di poter perdere in conseguenza di altre ferite subite. Ciò non di meno, nella mia ancor scarsa, e all’epoca di quegli eventi del tutto assente, conoscenza nel merito delle caratteristiche proprie di un Figlio delle Ombre, e di un Figlio delle Ombre di sangue misto qual egli era; difficile sarebbe stato, e tutt’ora è, riuscire a sbilanciarmi nel merito di quanto ciò potesse avere a considerarsi prevedibile o meno.
Certamente prevedibile, tuttavia, non avrebbe potuto che essere la reazione dello stesso Nero a quell’umiliazione, a quel terrificante colpo subito, tale non soltanto da non concedergli possibilità di appello psicologico nel confronto di quella significativa prevalsa della mia amica, ma, ancor peggio, tale da ridurre, drammaticamente, le sue possibilità in contrasto alla stessa. E ridurle in un ordine di misura con il quale mi sarei potuta personalmente dichiarare più che confidente, soprattutto all’epoca di tale battaglia, in quanto ancor di fresca memoria del non breve periodo in cui anche io, mio malgrado, ero rimasta nuovamente mutilata, nuovamente privata di qualunque estremità destra, nella spiacevole perdita persino della protesi stregata con la quale mi ero accompagnata per quasi metà della mia intera esistenza. Proprio in conseguenza a tale personale maturata consapevolezza con simile situazione, tuttavia, non avrei potuto ovviare a essere anche confidente con il fatto di quanto, ancora, egli avrebbe potuto essere un avversario indubbiamente temibile… e, forse, ancor più che temibile, nel confronto con la rabbia che, inevitabilmente, non avrebbe potuto che crescere violenta e devastante in lui, esigendo crudele vendetta per quanto subito.
Così, al di là di ogni eventuale e possibile reazione di dolore, fisico ancor prima che psicologico, per l’amputazione impostagli, l’ultimo erede del Corsaro della Rosa Scarlatta ebbe a rialzarsi immediatamente da terra e, in maniera a dir poco cieca, incontrollata, a caricare con foga la giovane ofidiana, nella brama di non limitarsi, ormai, a ucciderla come semplice formalità, ma in quanto questione di principio, necessità imprescindibile in assenza alla quale non avrebbe potuto, in alcun modo, concedersi occasione di perdono innanzi a se stesso…
« … attenta! » esclamai, più per reazione spontanea, incontrollata, nel confronto con la minaccia in tal modo distinta, che perché realmente timorosa nel merito della necessità di un tale avviso a sostegno della mia amica, a sua tutela e protezione, laddove ella aveva già dato ampia riprova delle proprie capacità guerriere in termini inequivocabili, incontrovertibili, inappellabili.
Con una prontezza di riflessi che definire ammirevole risulterebbe, da parte mia, un’impropria banalizzazione, Lys’sh non si fece, comunque, trovare impreparata. E ancora stringendo il proprio trofeo, quel braccio appena strappato, ella lo impugnò lesta come una mazza e come una mazza lo impiegò, andando a colpire in pieno volto il suo antagonista e, in tal senso, ottenendo un effetto a dir poco devastante, nel sommare, alla foga del proprio gesto, quella dell’offensiva di lui che, lo ribadisco, reso a dir poco cieco dall’ira, neppure ebbe la possibilità di prendere in esame quanto, allora, stava accadendo… limitandosi a subirlo in maniera praticamente, e persino pietosamente, passiva.
Sì. Ho scritto proprio “pietosamente”. Perché, non lo nego, da parte mia vi fu addirittura un breve momento in cui mi spinsi a provare commiserazione per chi, in maniera tanto plateale, non semplicemente sconfitto ma anche, e peggio, schernito da una sorte che, difficilmente, avrebbe potuto accanirsi in maniera più palese a suo discapito, che, improbabilmente, avrebbe potuto dimostrarsi a lui più ostile… nemmeno se lo avesse condannato a un’immediata, e forse più dignitosa, morte all’apertura stessa di quel conflitto, di quella battaglia, di quella sfida.
E, in conseguenza a tale colpo di grazia, che pur non l’uccise così come, probabilmente, a posteriori egli avrebbe pur gradito avvenisse, ogni sogno di gloria di Nero ebbe a oscurarsi, al pari dei suoi sensi e della sua percezione del mondo a sé circostante, nel vederlo piombare al suolo alfine inerme, abbattuto, vinto.
« Questo… è per Kala’assh… » sibilò Lys’sh, lasciando ricadere a terra anche il braccio utilizzato come grezza, e pur indubbiamente efficace, arma.
In immobile silenzio accolsi, allora, quelle parole, e ogni altra che seguì, nel rispetto per quel momento carico di emozioni per chi, non impropriamente, si era definita pocanzi la figlia vendicatrice di Kala’assh. Perché quella era la sua vittoria, quello era il suo trionfo, quella era la sua vendetta… e qualunque cosa fosse accaduta, sarebbe dovuta essere per una sua decisione. Sua e di nessun altro.
« … e, ora… » soggiunse, avanzando con passo lento, persino solenne, verso di lui, per coprire la brevissima distanza che si era venuta a creare fra loro qual effetto dell’ultimo colpo inferratogli « … per tutti i miei fratelli e per tutte le mie sorelle… per mia madre… mio padre… e tutti coloro che tu hai sterminato… »
domenica 10 novembre 2013
2095
Avventura
042 - Nuovi mondi. Vecchi giochi
Scivolata via dalla morsa nella quale Nero avrebbe voluto chiuderla, infatti, la giovane ofidiana non perse tempo e, con un’abile capriola, si pose in equilibrio sulle proprie mani nel contempo in cui, sorprendendolo alle spalle, schiena a schiena con lui, chiuse le gambe attorno al collo del proprio ipotetico carnefice, li sotto intrecciando le caviglie e, forte di tale presa, impegnandosi a far leva su un tanto sensibile punto per riuscire, nel migliore dei casi, a infrangerne l’osso o, quantomeno, a proiettarlo all’indietro, sostanzialmente vittima di una catapulta da lei improvvisata con il proprio intero corpo. E se pur, allora, sperare in una facile vittoria in contrasto alla solidità di quel collo sarebbe stato probabilmente eccessivo, soprattutto nel confronto con una presa simile; l’alternativa suggerita non ebbe a rivelarsi tanto folle. Non, quantomeno, nel momento in cui, effettivamente, ella ebbe successo nel sollevare la controparte da terra e nel gettarla per aria, quasi, in tal modo, a ricambiare il favore precedentemente rivoltole.
Laddove, però, catapultata per aria dalla violenza di un semplice gesto di quelle potenti braccia, Lys’sh era stata in grado di ovviare a un disastroso impatto con il suolo, o con la scrivania contro la quale probabilmente avrebbe visto la propria schiena infrangersi; in maniera non altrettanto elegante, non così egualmente raffinata, era stato in grado di operare, e reagire, lo stesso Nero, nel offrirsi, al contrario, in totale balia di quegli eventi, finendo, addirittura, per impattare rumorosamente al suolo. E con la scelta di tale avverbio, non intendo rendere alcuna particolare metafora espressiva, quanto e piuttosto, semplicemente, quello che fu, nel non poter ignorare in alcun modo il frastuono necessariamente lì generato per effetto del pesante contrasto fra quella coppia di protesi in metallo e il pavimento sotto di loro.
« … che bel concerto… » non riuscii a trattenermi dal commentare, concedendomi, a margine di ciò, anche un sorriso sornione, espressione di tutta la più sincera soddisfazione conseguente all’immagine di quel dannato figlio d’un cane in tal modo tartassato da una delle poche sopravvissute a una sua strage, a un genocidio di cui si era macchiato senza ragione… non che possano esistere ragioni adeguate per tollerare un genocidio, per quanto mi riguarda.
Completata la capriola che, oltre a catapultare lontano Nero, aveva allora permesso a Lys’sh di assumere nuovamente una postura verticale; la giovane ofidiana non si concesse, ancora, la benché minima esitazione e, approfittando del fatto che il proprio obiettivo apparisse lì a terra, balzò rapida e decisa verso di lui, nella volontà di raggiungerlo e di massacrarlo in ogni modo le fosse stata concessa occasione di compiere.
Ma se, pur, ella ebbe occasione di porsi a cavallo della schiena dell’ultimo erede del Corsaro della Rosa Scarlatta, ivi iniziando a menare colpi decisi con le proprie mani, e con una serie di artigli improvvisamente comparsi anche sulla punta delle sue dita in quelle estremità superiori, per squarciarne le carni come solo sarebbe stato possibile per una fiera feroce; l’altro, dal canto proprio, non accettò l’idea di restare lì immobile, di mantenersi lì quieto al suolo senza agire e, soprattutto, senza reagire. E, ipoteticamente impossibilitato a reagire, compì volontariamente quanto io, pochi giorni prima, avevo già avuto modo di sperimentare pur involontariamente: mosse le proprie mani a cercare contatto con il suolo sotto di sé e, una volta trovato, si diede un improvviso, potente slancio verso l’alto, spingendo non soltanto se stesso, ma soprattutto la propria avversaria sopra di lui, dal pavimento sino al soffitto sopra le nostre teste, per lì schiantarsi con forza, con energia sufficiente da far rimbombare l’intera stanza. Energia che, sfortunatamente, ebbe a riversarsi in ampia parte proprio sulla mia giovane amica, la quale, anzi, si ritrovò a offrirsi senza alcuna volontà a tal riguardo, qual cuscino di carne e ossa fra lui e la superficie sopra di loro.
Anche potendo, in parte, comprendere il senso della mossa compiuta allora da Nero, laddove, probabilmente, avendone anch’io l’esigenza non mi sarei sottratta a una tale, pur poco ortodossa, reazione; quanto allora ebbe a sfuggirmi, e, in effetti, quanto ancora continua a sfuggirmi anche a distanza di tempo, fu il modo in cui egli ebbe a concludere simile gesto, non tentando in alcun modo di ovviare agli effetti della ricaduta al suolo e, anzi, lì lasciandosi ricadere, pesantemente, di viso, senza neppure cercare, per un solo istante, di intervenire a mutare la propria sorte, il proprio fato. Razionalmente, l’unica considerazione in merito alla quale mi sento capace di esprimermi, può essere nel merito del fatto che, in parte per il volo già compiuto per effetto della presa di Lys’sh, in parte per l’impatto a cui egli stesso si era comunque appena sottoposto, e in parte, ancora, per i colpi già a lui inferti da parte della mia amica; la sua prontezza di riflessi, supposta ancora qual ottimale e, quindi, in grado di salvarlo da tale, grottesco, epilogo per un atto pur non poco disperato, ebbe a tradirlo, negandogli la possibilità, anche e soltanto, di accennare un qualunque movimento in proprio stesso favore.
E così, a seguire al primo, terribile tonfo sul soffitto, tanto Lys’sh, quanto lo stesso Nero, ricaddero insieme anche a terra, realizzando, in tal modo, soltanto e semplicemente un inquietante pareggio. Un pareggio che, ovviamente, tale non sarebbe rimasto a lungo. Non più, quantomeno, del tempo necessario ad almeno uno dei due per riprendersi e, in tal senso, per condurre a compimento un colpo di grazia, l’ultima azione con la quale, alfine, giungere sì all’epilogo di tale, devastante scontro.
« Riprenditi Lys’sh… dannazione… riprenditi. » commentai, a denti stretti, trattenendomi a stento dall’intervenire, dall’approfittare di quel momento per essere io a scrivere l’ultima e conclusiva parola sulla vita di Voor Lonnegerth, in tal senso animata soltanto dalla volontà di non vanificare, in maniera tanto affrettata, tutto l’impegno posto dalla mia compagna d’arme nella ricerca della propria vendetta, della quale mai avrei voluto privarla… non innanzi all’evidenza di quanto, per lei, tutto ciò fosse ben oltre una mera ricerca di soddisfazione, quanto e piuttosto un vero e proprio scopo di vita.
Purtroppo, al di là di quella mia personale preghiera, al termine di un intervallo che, sinceramente, non saprei quantificare nella propria durata, forse di pochi istanti, forse di molto più, il primo a palesare una qualche, ritrovata, dimostrazione di controllo su di sé e sul mondo a sé circostante, fu, spiacevolmente, l’unica alternativa possibile: Nero.
E benché evidentemente ancora stordito, ancora disorientato per quanto accaduto e per come accaduto, con il volto grondante di cupa linfa vitale anche e soprattutto in conseguenza dell’ultimo colpo praticamente autonomamente inflittosi; egli ebbe a dimostrare la propria più intima, e aggressiva, indole guerriera, nel riuscire a riservarsi le giuste priorità... prima fra tutte l’assassinio della propria antagonista.
« … lurida… piccola… cagna… mezzosangue… » scandì, non senza un certo affaticamento, nel porsi a carponi, e in ciò nello scrollare via da sé la mia compagna, forse neppure realmente ancora percepita a pesare sulla propria schiena, dal momento in cui, solo un istante dopo, sembrò impegnarsi a ricercarla con lo sguardo, per comprendere ove ella fosse finita « … hai osato… già molto più… di quanto non avresti… dovuto permetterti… »
« Lys’sh! » esclamai, quasi gridai, nel terribile dubbio sull’intervenire o meno, sul prendere a calci in faccia quel dannato genocida o confidare, ancora, nella mia alleata, per quanto lì apparentemente priva di sensi, apparentemente destinata a morte certa.
« … ma ora… ogni gioco è… finito… » decretò, riuscendo a individuare la propria preda e, con movimenti lenti, pesanti, e pur promessa di un’oscena tragedia, spostandosi sin sopra di lei, sopra di lei riversa supina a terra, a lui prossima, come un burattino con i fili tagliati « … ora… morirai… » annunciò, reggendo tutto il proprio peso sul braccio sinistro, mentre il destro si sollevò per caricare un violento colpo, un colpo che, allora, inevitabilmente avrebbe letteralmente frantumato il corpo della mia amica.
« Lys’sh! » gridai, allora, a pieni polmoni, invocando da lei quella ripresa di sensi che, soltanto, avrebbe potuto ancora separarla dall’incontro con il fato.
sabato 9 novembre 2013
2094
Avventura
042 - Nuovi mondi. Vecchi giochi
« Il mio nome è Nero… dannata mezzosangue! »
Un’abile mossa psicologica, quella scelta da Lys’sh all’apertura dello scontro aperto, che le fu utile per distrarre il proprio antagonista e per riuscire, in tal modo, a concederle quantomeno il vantaggio della prima mossa e, con essa, la soddisfazione del primo sangue. Un primo sangue il quale, al termine di una breve, brevissima corsa, utile a coprire i nove piedi che, allora, la separavano dal proprio nemico di sempre, dal proprio obiettivo, venne spillato dalla sua guancia mancina, là dove, con un salto agile e un’ancor più agile giravolta, ella sospinse la punta del proprio nudo piede destro, arrivando ivi a graffiarlo con degli artigli lì, lo ammetto, neppure da me prima colti, prima apprezzati nella propria presenza, forse, e non diversamente da quelli di un gatto, estratti solo all’occorrenza, richiamati soltanto in conseguenza alla necessità di spingersi a alla ricerca di quella linfa vitale e della gratificazione da essa derivante. Ma se, per l’una, e per me sua sostenitrice, quel sangue nero qual la pelle dal quale stava fuoriuscendo, e nero qual il nome prescelto dal proprio detentore, avrebbe potuto significare, e significò, soltanto gratificazione per un obiettivo raggiunto, per un primo traguardo piacevolmente conquistato, a demolire l’immagine che, di sé, egli avrebbe voluto imporre; per l’altro, per lo stesso Nero, quella ferita pur soltanto superficiale, che, probabilmente, alcun segno avrebbe neppure lasciato a deturparne il volto, non poté che rappresentare un chiaro messaggio d’allarme, un inequivocabile invito volto a ritrovare l’intima quiete che, evidentemente, aveva perduto, e che, ciò non di meno, avrebbe per lui potuto costare caro… molto caro.
Così, allorché reagire con nuove grida e imprecazioni, con altri insulti a discapito di colei che tanto aveva osato in proprio contrasto, egli si limitò a passare il dorso cromato di una mano nel punto là ove era stato colpito, chinando lo sguardo, subito dopo, a osservare gli effetti di quanto successo e, nel confronto con gli stessi, apprendere silenziosamente la sola lezione che da ciò avrebbe dovuto apprezzare. E quando, un attimo dopo, lasciandosi dominare dall’entusiasmo e dall’infausta sicurezza derivante dal pensiero che egli fosse lì distratto, la mia amica ebbe a tentare un nuovo attacco, un altro calcio, ora di tallone, sempre diretto a quel viso sul quale più semplice sarebbe stato sperare di ottenere un effetto più debilitante a discapito del proprio antagonista; egli evitò di concedersi qual un semplice obiettivo, limitandosi a sollevare, fra sé e quell’ipotetica minaccia, la barriera rappresentata dal proprio braccio destro, quell’arto che, al pari del corrispettivo mancino e, ancora, del mio stesso destro, non avrebbe potuto risentire in alcun modo degli effetti negativi di tale, improvvisamente banale, offensiva a suo discapito. Proprio malgrado, e mio con lei, nella mia psicologica ed emotiva vicinanza alla sua causa, Lys’sh si ritrovò a essere, pertanto, non soltanto e semplicemente bloccata nel proprio incedere in opposizione al proprio antagonista, ma ancor più, e peggio, violentemente respinta da un gesto quasi infastidito da parte dell’ultimo erede del Corsaro della Rosa Scarlatta, un qualunque, semplice cenno del braccio, in conseguenza a potenza dei servomotori lì impiegati, sarebbe risultato decuplicato nel proprio impeto e, in conseguenza, nei propri effetti.
Non dissimile da una bambola di pezza fra le mani di un infante capriccioso, pertanto, la giovane ofidiana si ritrovò catapultata lontana da Nero, proiettata, quasi e persino, contro di me, più qual danno collaterale che qual concreto effetto desiderato. Ma se pur, qual effetto di quel volo, lo scontro avrebbe potuto subire una sgradevole battuta d’arresto, se non, addirittura, una prematura conclusione, nella sgradevole impossibilità da parte di Lys’sh a proseguire; fortunatamente l’agilità che ella aveva già dimostrato più volte qual propria, nonché la sua straordinaria velocità di movimento, intervenne ancora una volta in suo favore, preservandola da un violento impatto con il mobilio dell’ufficio del direttore, e con una pesante scrivania che, addirittura, avrebbe potuto costarle l’integrità della propria stessa colonna vertebrale, e concedendole la possibilità di ritrovare il controllo perduto, in un intervallo sì costretto e pur sufficiente per potersi considerare, allora, ancora in giuoco, ancora parte di quella disfida, nel negare, in tal modo, ogni possibile, banale soddisfazione al proprio antagonista.
Proprio lo stesso Nero, tuttavia, non si concesse occasione di restare in indolente attesa di una nuova offensiva da parte della mia compagna d’arme e, al contrario, approfittando del tempo concessogli, per quanto breve, si mosse immediatamente nella volontà di concludere quanto prima ciò che in tal modo era stato solamente accennato, semplicemente iniziato. E nello stesso istante in cui Lys’sh si ritrovò ancora impegnata al fine di riconquistare il controllo sul proprio corpo e, in tal senso, preservare l’equilibrio così spiacevolmente compromesso, egli le fu rapidamente innanzi, pronto a massacrarla, letteralmente, con la furia dei propri colpi, con la violenza dei propri attacchi, pugni innanzi ai quali alcuna speranza di salvezza le avrebbe mai potuto essere concessa.
« … Thyres… » non potei fare a meno di imprecare, in una personale preghiera alla mia dea prediletta, la quale pur ben conosce i toni non sempre eleganti con i quali sono solita rivolgermi a lei, volta a invocare il suo aiuto, la sua benevolenza in quel contesto, nel quale non avrei mai apprezzato l’idea di ritrovarmi a essere quieta testimone della macabra fine della mia alleata.
Ora, non si abbia a credere che avrei potuto rimanere in inerme attesa per la tragica morte della mia nuova amica, se solo avessi avuto timore per la sua sorte. Né si abbia a credere che, nel confronto con quell’evoluzione, non mi dovetti trattenere dall’istinto di balzare, a mia volta, in avanti, per frappormi fra l’ofidiana e il suo ipotetico fato. Ciò non di meno, non mi mossi dalla mia posizione, dal punto esatto in cui avevo ucciso l’ultimo dei tirapiedi di Nero, contraddistinta in simile immobilità da una duplice necessità: quella di non dimostrare sfiducia nelle potenzialità di Lys’sh, alla quale pur avevo concesso la possibilità di consumare la propria vendetta, e, parimenti, quella di non rischiare di risultare ancor più d’ostacolo che di qualche utilità in tutto ciò; consapevole, del resto, di quanto nel turbinio caotico del cuore di una battaglia, difficilmente una situazione avrebbe avuto da doversi considerare qual certa ancor prima che, effettivamente, ogni giocatore si fosse concesso l’opportunità di compiere la propria mossa. Qualunque mio intervento, pertanto, avrebbe potuto alterare le sorti di quel conflitto non necessariamente in positivo ma, anche e ancor peggio, in negativo, impedendo alla mia compagna di agire per così come, altrimenti, avrebbe ritenuto più opportuno muoversi e, in conseguenza, accompagnandola, pur involontariamente, a uno spiacevole incontro con il proprio destino e con i propri dei, ammesso che ella avesse degli dei in cui riporre la propria fede.
In lode a Thyres, o, più probabilmente, in lode alla straordinaria prestanza fisica della mia giovane alleata, che avevo commesso già l’errore di considerare una mia protetta benché, obiettivamente, ben poco avrebbe avuto necessità di essere tale, non innanzi all’ira di Nero, non nel confronto con altri; Lys’sh non deluse le mie aspettative e, al di là della sentenza di morte rappresentata dai pugni del suo antagonista, sotto l’azione dei quali la solida scrivania del direttore, in pesante legno elegantemente scolpito, venne letteralmente infranta, e infranta in molteplici pezzi, nonché in una pioggia di scaglie, ella si dimostrò comunque in grado di sfuggirgli, di evadere sinuosamente alla sua morsa, con lo stresso rapido guizzare che, mi si voglia concedere la metafora indubbiamente banale, si sarebbe potuti attendere soltanto da parte di una lucertola o di un serpente, che, per quanto ipoteticamente afferrato, catturato, imprigionato, nell’intervallo di tempo scandito da un semplice battito di ciglia si sarebbe ritrovato già a distanza di sicurezza, osservando con astio e diffidenza chi, troppo rudemente, a sé aveva tentato di approcciarsi.
Non uno solo di quegli attacchi, di quei pugni, quindi, ebbe la benché minima speranza di danneggiare la mia alleata, suscitando, nel profondo del mio cuore, un sussulto d’emozione per la partecipazione con la quale, intimamente, mi stavo comunque sentendo coinvolta. Un sussulto che, se pur non avrebbe mai potuto essere allora preso in considerazione da parte della stessa Lys’sh, sembrò ciò non di meno non essere neppure frettolosamente ignorato, nel coglierla, immediatamente, impegnata in una nuova offensiva, in termini e modi utili a insistere, ulteriormente, sulla sensibilità dimostrata dal me nei suoi riguardi, quasi avesse a riconoscersi desiderosa, in tal senso, di rendermi omaggio.
venerdì 8 novembre 2013
2093
Avventura
042 - Nuovi mondi. Vecchi giochi
« … Lys’sh. E’ tutto tuo. » sentenziai, accettando di farmi da parte in quello scontro così come, molti anni prima, mi ero fatta da parte innanzi all’esigenza di imporre giusta condanna sul fato di un certo sadico aristocratico, che avrei ben volentieri ucciso, e che, come già rievocato, mi ero anche spinta a inchiodare a terra con la sua stessa spada, ma la sorte del quale riconobbi non competermi… non innanzi all’esistenza di chi avrebbe potuto vantare maggiore diritto rispetto a me, a me per cui quella sarebbe stata una semplice sfida come già molte altre nella mia vita « Io mi accontenterò dei suoi scagnozzi. »
« … come?! » esitò Nero, contraddetto da quella mia scelta, da quella mia dichiarazione che, ancora una volta, evidentemente, andò in contrasto con ogni sua aspettativa, con l’analisi che doveva aver compiuto di me, del mio carattere e della mia personalità « Vorresti davvero risolvere tutto con un duello fra me e questa sporca mezzosangue?! »
« Escludendo la parte relativa alla “sporca mezzosangue”… sì. Proprio così. » annuii, con spontaneità che, mi vanto di poter pensare, dovette apparire ancor più disarmante di quanto non avrei potuto sperare risultasse « Quale fine potrebbe essere migliore, per la tua leggenda, se non quella di una sonora batosta da parte di una giovane donna in parte ofidiana e in parte umana, e in tutto e per tutto rappresentativa di quanto hai sempre dimostrato di disprezzare, di odiare e, peggio ancora, di voler distruggere?! » domandai con tono retorico, nel sottolineare tutto ciò con una scrollata di spalle.
« Non puoi parlare sul serio… » tentò di obiettare, con voce tremante d’ira a quell’idea, a quella prospettiva.
« Questa è la tua fine, Nero. » sancii, sicura di quanto, al di là della mirabolante forza propria di quelle due braccia meccaniche, egli non sarebbe riuscito a trionfare nel confronto con la brama di vendetta ardente nel cuore della mia nuova compagna d’arme « E sarà il nome della mia amica Lys’sh a essere associato a tale evento, nella tua storia. La tua storia che non entrerà mai a far parte della Storia e che, dopo oggi, sarà presto dimenticata come una vicenda marginale, di un povero pazzo, una mente disturbata a cui, purtroppo, molti esaltati hanno stolidamente prestato attenzione, dannandosi nel sangue di troppe vittime innocenti. »
« Uccidetele… uccidetele entrambe! » esplose egli, furibondo, indirizzando i propri uomini in nostro contrasto.
Ma dove anche, in occasione del nostro primo scontro, il coinvolgimento di armi da fuoco era stato scongiurato in grazia di un gesto quasi disperato, qual era stato quello che mi aveva visto scagliare dei frammenti di roccia quali proiettili volti a uccidere coloro che, in una battaglia che, sino ad allora, si era evoluta sotto un profilo di natura esclusivamente fisica, avevano cercato di addurre un ben diverso fattore; in quel nuovo contesto, in quella nuova occasione, in nostro soccorso non si presentò alcuna tanto fortuita, quanto improvvisata scelta, nel ritrovarci, altresì, a essere tutelate dai limiti propri dell’abuso stesso della tecnologia.
Perché, ove pur le armi laser e al plasma con le quali Nero e i suoi si erano allora presentati all’ufficio del direttore avrebbero potuto rapidamente porre fine a ogni nostra speranza in sua opposizione; tutto il potere, tutta la straordinaria potenza distruttiva di tali armi si ritrovò, suo malgrado, a essere del tutto inibita dall’intervento di un bel giocattolino attivato, per l’occasione, dallo stesso intestatario del palcoscenico eletto per quell’ultimo atto. Un giocattolino, un estremo meccanismo di sicurezza di cui neppure Nero avrebbe potuto conoscere l’esistenza, per quanto, forse, avrebbe dovuto quantomeno presumerla, se non fosse stato troppi pieno di sé per non farlo, utile a penetrare all’interno dei sistemi di controllo di tutte le armi lì presenti, tutte irregolarmente sottratte all’armeria dei secondini, imponendo loro un irrevocabile disarmo.
« Nuovi mondi. Vecchi giochi. » commentai, concedendomi un ultimo sorriso prima della serietà più assoluta, nel mentre in cui, consapevolmente, trasformai il mio volto in una gelida e inumana maschera priva di ogni parvenza di pietà, qual mai, alcuno fra loro, avrebbe ritrovato in me « Nessuna arma O davvero credevi che, per garantirti di essere il più intelligente, tutti gli altri sarebbero dovuti essere necessariamente degli stupidi…?! »
« Lurida… vacca… » tuonò, sempre più vittima della propria ira, ira conseguente al ritrovarsi costretto ad assistere al sempre più rapido declino di ogni propria brama di potere, di ogni proprio sogno di gloria, lì infrantosi come una debole onda contro l’imperturbabile solidità di un litorale roccioso.
« E ora… come stavo dicendo… » iniziai a dire.
« Sei mio… Voor Lonnegerth! » concluse, per me, la giovane Lys’sh, rimasta fedele alla strategia concordata sino a quell’ultimo istante e, giunta finalmente a quel punto, consapevole che più nulla si sarebbe frapposto fra lei e la sua vendetta.
Sinceramente… benché questa storia sia la mia storia, così come ho chiarito sin dall’inizio del mio resoconto, a qualcuno potrebbe davvero interessare seguire, ora, le vicende della sottoscritta, e di come mi ritrovai intenta a sbarazzarmi, in maniera secca e definitiva, del drappello di fedelissimi con i quali Nero aveva voluto circondarsi nell’attuazione del proprio piano? Oppure siamo tutti concordi nel ritenere come, al centro della vicenda, abbia a doversi considerare soltanto lo scontro fra il gran capo di tutti i cattivi e la giovane eroina che, alla sua disfatta, aveva votato la propria stessa esistenza, al punto tale da fare di tutto per finire lì incarcerata insieme al destinatario eletto per la propria brama di vendetta?!
D’accordo… ammetto di star giocando un po’ sporco in questa mia apparente ricerca di un volto comune, atto a concentrare l’attenzione di tutti sulla sfida fra Nero e Lys’sh, dal momento che, qual autrice di queste righe, non posso essere comunque raggiunta dall’opinione di coloro che mai le leggeranno. Ciò non di meno, per quello che vale, persino il mio interesse avrebbe avuto a doversi riconoscere più rivolto verso quello scontro allorché ogni altro da me stessa contemporaneamente affrontato, in misura tale da non permettermi neppure di prendere in esame l’idea di concedere una qualunque occasione di sopravvivenza agli sventurati contro i quali mi scagliai, desiderosa, semplicemente, di imporre loro morte nel minor tempo possibile, per potermi concedere l’occasione di seguire senza occasione alcuna di disturbo, l’evolversi di quella battaglia, di quel conflitto al confronto con il quale ogni altra gesta mia o, altrove, di Duva, avrebbe necessariamente perduto di significato, qual una nota a margine rispetto all’evento centrale.
Per questa ragione, quindi, mi si voglia perdonare per la leggerezza con la quale, addirittura, non affronterò neppure la descrizione di quanto io stessa compii nel frattempo; nel preferire concentrare tutta la mia pur inesperta mano, almeno nell’arte della narrativa, solo ed esclusivamente sulla straordinaria danza di morte nella quale ebbe a impegnarsi la mia alleata ofidiana, in gesti tanto armoniosi quanto sempre perfettamente misurati nella propria letale potenzialità in una misura tale per cui, non voglio negarlo, ebbi addirittura sincera ragione di emozionarmi, persino di eccitarmi, allo stesso modo in cui, già più volte mi è stato riferito, accade solitamente a coloro intenti a osservare me in tal genere di operato. E se, per una volta tanto, fu indubbiamente strano ritrovarsi posta nel ruolo proprio della spettatrice allorché della protagonista, della spalla ancor prima che dell’interprete principale, nulla desidero togliere alla bravura con la quale Lys’sh si pose a confronto con la propria nemesi, con quell’individuo che, per lei, incarnava né più, né meno, lo scopo di un’esistenza intera, così come, solo qualche tempo prima per me era accaduto nel giorno in cui, con mia sorella Nissa, eravamo giunte al confronto finale.
Quindi, esattamente come stavo dicendo…
« Sei mio… Voor Lonnegerth! » definì la giovane donna rettile, non sforzandosi più di trattenere le proprie membra immobili per un solo, ulteriore istante, attratta dalla prospettiva di poter, finalmente, pareggiare i conti con lui così come una falena si sarebbe dimostrata attratta dalla fiamma di una lanterna, egualmente disinteressata al rischio di potersi ritrovare, proprio malgrado, bruciata da tale, irresistibile luce.
giovedì 7 novembre 2013
2092
Avventura
042 - Nuovi mondi. Vecchi giochi
« E, così, mi hai tradito. » asserì, non qual interrogativo quanto e piuttosto qual affermazione, pura e semplice, definizione non propriamente precisa, e ciò non di meno appropriata, di quanto avevo in tal modo compiuto a suo discapito « Mi hai venduto al direttore. » ribadì, in un concetto allor indubbiamente più corretto di quanto non avrebbe potuto essere il precedente, dal momento che improbabile sarebbe stato considerare un tradimento quello a discapito di qualcuno a cui mai era stata realmente garantita la propria fedeltà « In genere sono bravo a comprendere l’animo delle persone… e voi umani, abitualmente, siete sin troppo semplici da comprendere. » proseguì, in un momento, quasi, di autoanalisi, volto tuttavia solamente a introdurre la questione a cui, allora, sarebbe alfine giunto « Ti avevo giudicata qual una persona dotata di un orgoglio tale da non poter ammettere tale possibilità, Midda Namile Bontor. Tutto ciò che hai compiuto, per come lo hai compiuto, dall’aggressione a discapito dei marinai della Midela Niseni a quella all’accusatore Pitra Zafral, escludevano fermamente, da parte tua, la possibilità di un asservimento al potere… eppure eccoti qui, pronta a contrattare la tua libertà in cambio della mia. » argomentò, non privo di una certa contrarietà di fondo nel confronto con quanto accaduto, per così come accaduto « Come ho fatto a sbagliarmi tanto?! »
« Il tuo errore è stato quello di pensare di conoscermi, e di poter prevedere, in conseguenza, ogni mia possibile reazione, a partire da un semplice, e oltretutto incredibilmente scarno, profilo biografico, Nero. » scossi il capo, in un gesto quasi stanco « Un errore che, ancora, stai reiterando in questo stesso momento, nel credere di poter pensare di comprendermi sulla base dell’analisi delle mie scelte. Di così poche mie scelte. Tre sole scelte fra quarant’anni di altre decisioni, di altre esperienze che mi hanno portato a essere ciò che sono. A essere come sono. »
« E come saresti…?! » mi interrogò, nel formulare quei dubbi probabilmente cercando non soltanto di comprendere in cosa avesse sbagliato, quanto e ancor più di prendere tempo per rielaborare una nuova tattica, una nuova soluzione utile a permettergli di non sprecare l’occasione per la quale tanto era stato già mosso… in misura tale da ribaltare ancora la situazione e da trasformare quella possibile sconfitta in una potenziale vittoria, oltre che nell’occasione di farmela pagare, interessi compresi.
« Complicata. Incredibilmente complicata. E ricolma di contraddizioni. » mi trattenni a stento dal concedermi una risata a contorno di tale ammissione « Tanto da essere stata capace di abbandonare, ancor bambina, dall’abbraccio della mia famiglia; salvo, poi, trascorrere il resto della mia esistenza adulta ad accusare la mia gemella di avermi impedito di stringere dei legami. Tanto da essermi votata, vent’anni or sono, a una professione mercenaria; salvo, poi, aver sempre rifiutato di concedere la mia fedeltà per mero denaro a chiunque fosse pur disposto a offrirmene e offrirmene parecchio. Tanto dall’amare un uomo più di quanto non ami me stessa; salvo, poi, continuamente rifuggire a lui, lasciandomi nascondere dietro a mille scuse diverse. E per quanto, ora, tutto attorno a me sia mutato, ogni regola attorno a me sia cambiata; io sono sempre la stessa… con le mie complicazioni, con le mie contraddizioni. Perché, in fondo, è così che sono… e non saprei essere, né vorrei essere, diversa da come sono. »
Non so ora dire in quale misura quella mia pur sincera analisi avesse allora realmente interessato il mio antagonista. Ciò di cui, tuttavia, anche in quel momento ero perfettamente conscia, era il fatto che il trascorrere del tempo non sarebbe volto soltanto e necessariamente a suo favore, ma anche a mio… a nostro favore.
Perché, se in quelle chiacchiere, egli avrebbe potuto anche guadagnare la possibilità di meglio valutare le alternative a lui offerte, e pianificare un’azione diversa, una controffensiva a quel mio impropriamente definito tradimento; al tempo stesso, a noi altri, direttore incluso, sarebbe stata concessa la possibilità di sedare la ribellione da lui scatenata, riconducendo all’ordine la situazione all’interno del carcere e, in ciò, imponendo soltanto proverbiale terra bruciata attorno a lui, in misura tale da vanificare un certo ventaglio di ipotesi alternative alle quali, eventualmente, egli avrebbe potuto offrire riferimento nella propria nuova strategia, nella propria estemporanea pianificazione.
« Come sei stata capace di aggirare ogni mia precauzione a tal riguardo? » questionò insistendo, e in ciò null’altro che abbracciando una tattica alla quale io stessa, in alcune occasioni passate, non avevo mancato di offrire riferimento, nella speranza di giocare sulla vanità dei miei antagonisti per costringerli a posticipare il colpo di grazia « I miei uomini hanno sempre tenuto sotto controllo il direttore e la sua famiglia: come sei stata in grado di contattarlo senza che io lo scoprissi…?! »
Qual sola replica, tuttavia, non intervenne allora la mia voce, quanto e piuttosto l’ingresso in scena di chi, in effetti, era stata la reale protagonista di quella svolta.
E l’espressione che ebbe a dipingersi sull’oscuro volto del nostro avversario, ancor più sconvolta, se possibile, rispetto a quella con la quale aveva accolto la mia presenza in quel luogo, palesò da parte sua tutta la propria più sincera mancanza di controllo su quanto realmente accaduto e, in tal senso, impose in maniera definitiva e ormai priva di qualunque speranza di argomentazione, l’ombra della sconfitta su di lui e su ogni sua tanto prematuramente degustata ipotesi di trionfo e di alfine riconquistata libertà.
« Ancora… tu?! » esclamò, per un istante apparendo quasi senza fiato.
« Esatto… ancora io. » sibilò la voce di Lys’sh, non trascurando di crogiolarsi, legittimamente, nel proprio trionfo, nella vittoria in tal modo conquistata a discapito del responsabile… del mostro responsabile, come sono certa di poterlo definire senza alcun rischio di apparire razzista, di tanto dolore, di tanta tragedia all’interno della propria esistenza « La figlia vendicatrice di Kala’assh… »
Non credo che serva approfondire in maniera dettagliata le dinamiche che, da parte di Duva e mia erano state poste in essere per arrivare a quello specifico momento.
Un piano semplice, e pur non per questo inefficace, al fine di sventare la più attenta strategia di Nero. Un piano che, tuttavia, a nulla sarebbe valso in assenza della straordinaria capacità di Lys’sh di muoversi nella più completa discrezione, in misura tale da non farsi addirittura percepire e, in ciò, in grado di eludere anche la più severa sorveglianza del carcere, così come aveva compiuto ogni qual volta che sino a noi aveva sospinto i propri passi. Con tanta leggerezza, con tanta grazia, la sera prima di quel potenzialmente infausto giorno, ella era stata infatti in grado di giungere, addirittura, nel cuore più protetto dell’intero complesso, le stanze del direttore, là dove, al di là di ogni possibile stereotipo, non aveva trovato un semplice burocrate conservatore e bramoso del sangue dei propri prigionieri, quanto una persona di ampie vedute… vedute che, allora, erano divenute ancora più ampie nel momento in cui gli era stata offerta la possibilità di salvare se stesso, la propria famiglia e l’intera colonia penale a lui affidata.
Un piano semplice che, pertanto, aveva condotto a quello specifico momento, a quella conclusione, nella quale, nell’impossibilità a conoscere con precisione a quali guardie lo stesso direttore avrebbe potuto concedere la propria fiducia in maniera cieca e assoluta, tutto era stato, follemente, affidato alle nostre mani, alle mani di tre prigioniere che, su due diversi fronti, avrebbero avuto il compito di rendere una volta per tutte inoffensivo il gruppo scelto da Nero, sventandone l’evasione. E se, alle cure di Duva, era stata altrove affidata la tutela della famiglia del direttore, allorché il suo rapimento così come avrebbe gradito l’ultimo erede del Corsaro della Rosa Scarlatta; alle cure di Lys’sh e mie, era stata lì affidata la tutela del direttore stesso, allora celato per la sua incolumità, e, ancor più, la fatidica sfida finale, lo scontro con la mente dietro a tutto quello. Con Nero.
Uno scontro che non avrebbe potuto allora prevedere alcun’altra partecipante al di fuori di…
mercoledì 6 novembre 2013
2091
Avventura
042 - Nuovi mondi. Vecchi giochi
Alla luce di ciò, mi piacerebbe provare a immaginare la scena per come venne vissuta dal punto di vista del nostro ipotetico condottiero, e sostanziale avversario, allorché limitarmi a descrivere quanto avvenne, in un resoconto che, sicuramente, risulterebbe più dettagliato e veritiero, ma nel quale, al tempo stesso, si avrebbe a smarrirsi tutta la sfera emotiva a contorno della questione, per così come, sicuramente, può risultare di maggiore interesse da un punto di vista di mera narrativa. E per quanto abbia dichiarato, più volte, di non voler, in queste mie memorie, pormi in competizione con alcun cantore, con alcun bardo o, comunque, artista, nel riconoscere quanto questo non sia il mio ruolo, non sia il mio settore; spero che mi potrà essere perdonato un momento di incoerenza con me stessa, in quanto, ora, andrò a descrivere.
Quella mattina, certamente, Nero ebbe ad aprire gli occhi su un giorno da lui contemplato qual semplicemente perfetto, nelle prospettive a esso straordinariamente collegate. Preparandosi a recarsi in miniera, per l’ennesima giornata di lavoro sempre identica a se stessa, egli non avrebbe potuto evitare di sorridere, e di sorridere con maggiore soddisfazione rispetto a quanto, abitualmente, non avrebbe potuto riservarne qual propria, al pensiero di quanto di lì a breve sarebbe accaduto. Indossando la propria uniforme da carcerato, nell’ipotesi che se ne privasse per dormire, egli non avrebbe potuto ignorare il pensiero di quanto, quella, sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe indossato una tanto orrenda tuta gialla, così poco appropriata nel confronto non soltanto con la sua agile forma fisica, terribilmente penalizzata da simile capo, ma ancor più nel confronto il colore nero, e nero assoluto, della propria epidermide, al di sopra della quale una tonalità tanto brillante non avrebbe potuto evitare di stonare in maniera a dir poco oscena, lasciandolo apparire prossimo a una grottesca caricatura allorché a quell’ipotetico signore del male che avrebbe desiderato essere inteso innanzi all’intero Creato. E attendendo l’arrivo delle guardie, per essere tradotto alla miniera insieme agli altri prigionieri del proprio blocco, non avrebbe potuto, sicuramente, evitare di contare gli istanti, uno dopo l’altro, accarezzandoli sulla punta delle dita quasi fossero i capelli di una splendida amante, in attesa del momento che, finalmente, avrebbe rappresentato la fine di quella spiacevole parentesi della propria vita, durata, comunque, troppo.
Pur sforzandosi di celare la propria espressione sorniona e soddisfatta, Nero non avrebbe avuto alcuna possibilità di successo in tal senso, avendo già dato riprova, malgrado tutto, di un ben minimo controllo sulle proprie emozioni e sulla manifestazione delle medesime. E, in maniera probabilmente inevitabile, nel momento in cui l’allarme ebbe a risuonare in tutto il complesso, una grassa risata non avrebbe potuto mancare di levarsi dalla sua gola, all’idea di quanto ogni tessera del proprio perfettamente studiato mosaico, stesse andando a disporsi nel punto più opportuno, a iniziare dalla sottoscritta.
Con quali termini, egli stesso, o un suo luogotenente, ebbe a sollevare la folla dei detenuti a quell’univoco e inconfondibile segnale? Con quali parole venne suggerita quella tutt’altro che improvvisata rivoluzione, a discapito dei secondini che per troppo tempo si erano limitati a contemplare il lavoro stremante di uomni e donne lì costretti a scavare nel prezioso cuore di quella luna con poco più di qualche mezzo che, nella propria natura primitiva, avrebbe potuto persino considerarsi di fortuna, nel richiedere a tutti di essere pronti a estrarre l’idrargirio con le unghie e con i denti ove fosse stato necessario? E quanti, fra tutti i detenuti, non avrebbero potuto rinunciare alla prospettiva di rispondere a simile appello, di offrigli l’atteso consenso che avrebbe trasformato quei sotterranei in un terrificante campo di battaglia, nel quale alcuna regola, alcun principio avrebbe più avuto il benché minimo valore e ogni strumento prima sinonimo di quella schiavitù, di quei lavori forzati, sarebbe ineluttabilmente stato impiegato qual un’arma, per la riconquista di una libertà sgradevolmente perduta? Ma quanti, fra tutti i ribelli, si sarebbero fermati per un istante a riflettere, e a riflettere seriamente, sulle proprie effettive possibilità di fuga da lì, da quella prigione resa tale non tanto dalla presenza di celle e carcerieri, quanto e ancor più dal proprio incontrovertibile isolamento, quel ritrovarsi a essere posta ai confini dell’immensità, senza alcuna possibile scappatoia, al punto tale da rendere fondamentalmente inutili posti di guardia, catene o, persino, le più classiche sbarre alle finestre, primitivi e obsoleti strumenti di costrizione che lì non avrebbero avuto più valore?
Domande, queste, alle quali Nero già da lungo tempo aveva offerto risposta. Risposte, le sue, che finalmente si sarebbero viste gradevolmente confermate, l’una dopo l’altra, nella puntuale prevedibilità dell’animo umano… e non solo, laddove il termine umano, in un tale contesto, sarebbe risultato terribilmente parziale, oltre che fondamentalmente razzista e impreciso.
E soltanto con il passo proprio di un trionfatore, egli avrebbe così potuto avanzare alfine all’interno della massa, affiancato da coloro da lui prescelti, da quel gruppo accuratamente selezionato che mai, ne era conscio, avrebbe tradito le sue aspettative, nel ruolo a ognuno di loro assegnato.
Ma proprio laddove tutto avrebbe potuto apparire soltanto perfettamente incastrato all’interno del piano da lui tanto ben congegnato, non trovando alcun ostacolo sul proprio cammino, non vedendo neppure una porta restare chiusa innanzi a sé, passo dopo passo, settore dopo settore, verso quella che pur avrebbe dovuto essere considerata una delle aree più protette e più sicure di tutto il complesso, nell’assicurata complicità di quelle risorse accuratamente vagliate all’unico scopo di garantirgli tanta tranquillità; quale reazione avrebbe potuto contraddistinguerlo nell’istante stesso in cui si sarebbe ritrovato a confronto con l’evidenza del proprio fallimento? Quale reazione avrebbe mai potuto essere propria di chi capace di definire tale strategia nel proprio più minimo dettaglio, salvo alfine rendersi conto di aver sottovalutato la prevedibile imprevedibilità conseguente al coinvolgimento, nella propria tattica, di due risorse ben distanti dal potersi definire a lui fedeli, ben lontane dal volersi considerare a lui subordinate, quali pur Duva e io eravamo e non avremmo mai dovuto essere ignorate essere, così come, forse, egli aveva ingenuamente compiuto? Quale espressione avrebbe potuto tratteggiarsi sul suo viso quasi imperscrutabile, nella propria tonalità di tenebra, che tutto avrebbe annichilito al proprio interno, che ogni sguardo avrebbe costretto allo smarrimento e, forse, alla dannazione, all’interno dell’abisso da lui stesso così degnamente rappresentato; nel’istante stesso in cui, penetrando nell’ufficio del direttore dopo averne aggredito le guardie non corrotte, dopo essersi sbarazzato di coloro che non sarebbe stato in grado di comprare, allorché incontrare colui che, solo, avrebbe potuto rappresentare un’occasione di libertà e di fuga da lì, ebbe a ritrovarsi innanzi all’ultima persona che mai, probabilmente, avrebbe potuto aspettare di rincontrare, soprattutto ove non intenzionato a rispettare la propria parte nel proprio stesso piano?
Domande, queste, che, diversamente dalle precedenti, non hanno a doversi considerare di natura squisitamente retorica, meramente volta a un’esigenza narrativa, quanto e piuttosto di ordine concreto… qual concreta, e non più ipotetica, ebbe a palesarsi òa sua reazione, la sua espressione al contempo sorpresa, attonita, e pur, anche, adirata, nell’immediatamente maturata coscienza di quanto occorso, di quanto avvenuto per vanificare ogni suo sforzo, ogni sua attenta analisi, in maniera sì superficiale e, quasi, banale. E di ciò, a differenza che di tutto il resto, potei essere diretta testimone, in quanto, allora, prima responsabile per quanto accaduto e per come accaduto, così come egli ebbe a confermare nel ringhiare, addirittura, il mio nome…
« … Midda! » tuonò, scorgendomi lì dentro, in sua attesa in luogo a colui che avrebbe dovuto essere lì presente… esattamente lì dove, al contrario, non avrei dovuto essere né avrei dovuto avere possibilità di essere, al di là di tutta la mia bravura, di tutta la mia abilità guerriera che pur egli non aveva mai posto in dubbio e, anzi, aveva chiaramente riconosciuto nel momento stesso in cui si era tanto impegnato nel tentativo di reclutarmi.
« … Nero! » lo scimmiottai, sorridendo sinceramente appagata dall’espressione di lui che, da sola, non avrebbe potuto che giustificare tutto quello, forse e persino in misura maggiore rispetto all’idea stessa del fallimento della sua tanto accurata strategia.
martedì 5 novembre 2013
2090
Avventura
042 - Nuovi mondi. Vecchi giochi
Lieto per averci convinte, Nero si assicurò che tutto fosse garantito per così come organizzato, come stabilito, sin nel più minimo dettaglio.
Al di là della terrificante follia intrinseca nella sua mente, e tale da condurlo a prendere in quieta considerazione l’assassinio di qualche centinaio di migliaia di vittime innocenti, quali solo qualche tempo dopo maturai consapevolezza essere stata la popolazione di Kala’assh prima della sua decimazione, impiegando questo termine in senso lato laddove, all’atto pratico, il massacro, il genocidio fu decisamente superiore all’ordine della decima parte; indubbio fu riconoscere quanta professionalità egli pose nell’assicurarsi che tutto potesse andare esattamente secondo i propri piani, preoccupandosi, con cura persino maniacale, che ogni pur minoritario aspetto della sua strategia, per così come tracciata, potesse coincidere con una precisione a dir poco assoluta. Evidente, in ciò, avrebbe avuto a doversi considerare come non soltanto egli non avesse a doversi considerare qual un semplice esaltato, che, spinto dal proprio fanatismo, era arrivato a compiere un gesto tanto eclatante, quanto e piuttosto un professionista attento e scrupoloso, una mente tattica abituata a lasciare ben poco al caso; ma anche, e ancora, in conseguenza a ciò, la misura nella quale le sue colpe non avrebbero mai potuto essergli perdonate, le sue scelte, in senso generale, non avrebbero mai potuto trovare possibilità di attenuanti, nell’aversi a intendere, soltanto e terribilmente, qual frutto di una fredda e accurata pianificazione, in nulla e per nulla capace di affrontare una sfida affidandosi all’improvvisazione, all’ispirazione del momento.
Anche nel confronto con il suo piano di evasione, era subito apparso chiaro, egli non aveva inventato nulla sul momento, non aveva deciso niente in semplice conseguenza al fatto di aver incontrato Duva e me, o di averci visto all’opera nel confronto con quel manipolo di suoi tirapiedi. La sua strategia, per così come era stata alfine condivisa con noi, o, almeno, e certamente, condivisa con noi in quelle parti in cui aveva riconosciuto necessario condividerla, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual il frutto di molto tempo e molta cura nei confronti delle più piccole finesse, in misura tale da non potersi concedere possibilità di un qualche riadattamento, neppure innanzi alla possibilità di servirsi di noi. E laddove egli aveva deciso di venire a cercarci, ciò era avvenuto solo ed esclusivamente perché la mia compagna di cella e io avevamo offerto dimostrazione di essere, né più, né meno, perfettamente compatibili con le sue necessità; in una misura a dir poco provvidenziale, almeno dal suo personale punto di vista.
Così, giunti al giorno stabilito per l’evasione, innanzi allo sguardo dell’erede del Corsaro della Rosa Scarlatta, nulla avrebbe potuto andare storto. Nulla avrebbe dovuto andare storto.
Il compito di aprire le danze, il caso volle, fu affidato proprio a me.
Un quarto d’ora prima dell’inizio del turno di lavoro, era previsto avrei assunto una neurotossina, che Nero mi aveva fatto recapitare la sera prima all’interno delle docce da una persona di fiducia, e che avrebbe avuto qual effetto quello di inibire temporaneamente la mia capacità di interagire con la mia protesi, causandomi, fra l’altro, una siere di forti dolori localizzati all’altezza della spalla, e della spina dorsale, tali per cui a una prima diagnosi sarebbe stata temuta una rara reazione di rigetto da parte del mio organismo, ragione per la quale sarei stata prontamente trasferita in infermeria, al fine di poter lì essere sottoposta a esami più approfonditi, volti all’individuazione di una possibile soluzione. Nel rispetto delle procedure, e dei tempi di trasferimento, sarei stata in infermeria entro mezz’ora al massimo, un quarto d’ora in anticipo rispetto alla naturale decadenza della succitata neurotossina. Così, nel mentre in cui io sarei stata nuovamente libera di agire e interagire con il mondo a me circostante, tutti gli altri ospiti del carcere, inclusi Nero e Duva, e ogni altra risorsa coinvolta nel piano, si sarebbero ritrovati già al lavoro, nel rispetto della consueta scaletta quotidiana di attività con la quale, ormai, tutti eravamo perfettamente confidenti.
Dall’alto della mia indipendenza d’azione, avrei avuto non più di un quarto d’ora per liberarmi dei medici e delle poche guardie che sarebbero state di servizio a tutela dell’infermeria, azione che, per quanto Nero aveva comunque perfettamente previsto, avrebbe causato un allarme in tutto il carcere, nell’intendere il mio qual un solitario tentativo di evasione. Nel momento in cui l’allarme si fosse diffuso, tuttavia, diversi scagnozzi del gran capo si sarebbero dati da fare per aggredire le guardie a ogni livello, incitando, in tal senso, l’intera massa carceraria alla rivolta. E se anche una parte, valutata nell’ordine del terzo o, tutt’al più, della metà, avrebbe preferito restare da parte, non lasciandosi coinvolgere nella questione, i restanti due terzi, o la restante metà, della popolazione carceraria avrebbe sicuramente messo a ferro e a fuoco l’intera zona delle miniere, disseminando un’anarchica confusione priva di precedenti, nel confronto con la quale il panico non avrebbe potuto evitare di impossessarsi dei secondini non direttamente coinvolti nella questione, per ragioni di turni o di mansioni.
Nel confronto con l’impossibilità a gestire il complesso, il direttore, che pur non si sarebbe mai sottratto alle proprie responsabilità, non avrebbe potuto comunque evitare di preoccuparsi della salute della propria famiglia, che, per inciso, al suo posto, non avrei mai mantenuto accanto a me in un luogo del genere. Famiglia che, pertanto, sarebbe stata scortata presso l’unica navetta d’emergenza presente sul quell’intera luna e attivabile solamente attraverso una sequenza numerica codificata quotidianamente secondo un algoritmo noto soltanto allo stesso direttore, al fine di prevenirne impropri utilizzi. Nel mentre in cui Nero, quindi, si sarebbe mosso in direzione dell’ufficio del direttore, per intercettarne la corsa in direzione della propria famiglia, compito di Duva sarebbe stato quello di spingersi, in maniera perfettamente coordinata, in direzione degli alloggi della famiglia del medesimo, per prenderla precauzionalmente in ostaggio. Diversamente dalla sottoscritta, che avrebbe dovuto agire in totale autonomia per ovvie ragioni, sia Nero che Duva sarebbero allora stati supportati da un contingente ristretto di collaboratori, nonché una guardia infame cadauno, i quali si sarebbero allora assicurati che nulla potesse andar storto.
Fatto prigioniero il direttore, da un lato, e la sua famiglia, dall’altro, per Nero sarebbe stato sufficiente ottenere il codice di avviamento della navetta, estorcendolo al direttore stesso nel minacciarne la famiglia. E a quel punto la partita sarebbe stata vinta, con la fuga dalla terza luna di Kritone per lui, per Duva, per me, che nel frattempo li avrei raggiunti, e per coloro che, nel suo gruppo, sarebbero riusciti a sopravvivere sino a quel momento.
Ovviamente, e spero bene che non vi siano dubbi alcuno a tal riguardo, da parte di Nero non avrebbe potuto esservi interesse alcuno a permettere a Duva o a me di accompagnarlo a bordo della navetta, laddove non saremmo state neppure utili come eventuali, future collaboratrici. Ragione per la quale saremmo di certo rimasti a tenere compagnia al direttore e alla sua famiglia: nel migliore dei casi, lasciate a terra… nel peggiore, uccise.
Per nostra fortuna, e a dispetto di quanto sicuramente minimo intelletto egli avrebbe avuto ragione di riconoscerci, soprattutto in quanto umane e, peggio ancora, donne; la mia amica e io non avremmo mai avuto possibilità di illuderci del contrario, motivo per il quale, a maggior ragione, sarebbe stato nostro interesse provvedere non solo affiché quel piano non potesse svilupparsi per così come da lui previsto, ma anche, e maggiormente, ogni singolo dettaglio da lui attentamente valutato, potesse alfine ritorcersi a suo aperto contrasto, onta nel confronto con la quale, probabilmente, non sarebbe mai più riuscito a riprendersi.
Fu così, quindi, che se, in parte, nulla parve variare rispetto al piano studiato da parte del nostro ipotetico alleato, concedendogli l’illusione apparente che tutto avrebbe potuto concludersi così come concordato, al tempo stesso tutto ebbe a mutare, in accordo con la controffensiva che, da parte mia e di Duva, e Lys’sh con noi, non mancò di essere altrettanto attentamente studiata e pianificata, nel proprio più minimo particolare.
Una controffensiva in grazia alla quale, pertanto, l’esito degli eventi di quel giorno ebbe a mutare radicalmente, in tempi e modi che, non ho falso imbarazzo ad ammettere, si dimostrarono squisitamente ben congeniati, permettendoci, alfine, di ottenere tutto ciò che avremmo mai potuto desiderare di ottenere, nella sconfitta di Nero e, soprattutto, nella riconquista della nostra libertà.
lunedì 4 novembre 2013
2089
Avventura
042 - Nuovi mondi. Vecchi giochi
« Sì. Lo so. » confermai, semplicemente.
« E prima che tu abbia a pensare male, ho già consultato il tuo amante in merito a questa possibilità… ed egli, saggiamente, sarebbe più che disponibile a lasciarmi campo aperto per agire come serve. » soggiunse, incalzando a tal riguardo « Lo abbiamo già fatto una volta… durante lo scontro finale con tua sorella. E possiamo rifarlo, lo sai. »
« Lo so. » ripetei, inspirando ed espirando profondamente.
« … e allora…? »
Ero perfettamente consapevole di cosa egli mi stesse suggerendo. In effetti, anzi, lo ero stata sin dal suo esordio in quel sogno. Perché la descrizione di lui che avevo offerto, per quanto semplificata nei propri termini, non era stata in nulla e per nulla imprecisa. E il mio sposo, realmente, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual una sorta di sovrano degli spiriti, signore delle ombre, non tanto per la propria attuale condizione, quanto e piuttosto per gli eserciti di spettri che egli avrebbe potuto invocare, in qualunque momento, al proprio servizio, impiegandoli, ove necessario, persino in battaglia, per spazzare, senza la benché minima fatica, senza il più semplice impegno, qualunque avversario gli si fosse presentato innanzi.
Un potere terrificante, il suo, che non era decaduto neppure in quella propria nuova e particolare condizione, dal momento in cui, esattamente come aveva voluto lì ricordare, in comune accordo con Be’Sihl già in occasione dell’ultima battaglia con la mia gemella Nissa Bontor, le sue orde di spettri erano state utili a ridurre a brandelli l’esercito di zombie evocato da sua madre, dalla nostra comune avversaria per contrastare la quale ci eravamo allora, e alfine, alleati. Un potere terrificante gli effetti del quale, ancora, erano impressi innanzi ai miei occhi, nell’osservare quei cadaveri rianimati dalla negromanzia essere letteralmente consumati, un pezzo alla volta, da un turbinio terrificante di spiriti, tanto letali quanto inarrestabili.
E per quanto, tale potere, era stato impiegato, né più, né meno, in mio soccorso, in mio aiuto, così come avrebbe potuto esserlo nuovamente, all’occorrenza; personalmente avrei di gran lunga preferito perdere una battaglia ancor prima che essere costretta nuovamente a ricorrere a Desmair… sebbene, ovviamente, io mio buon Be’Sihl non si sarebbe dimostrato in alcun modo d’accordo, nell’essere stato, altresì, più che disponibile, già molti anni prima, a dannarsi l’anima in un osceno patto con il mio sposo, ancor prima che prendere in esame l’idea di perdermi.
Sì… mi ama davvero troppo, quell’uomo.
« E allora, nulla. » definii, scuotendo il capo, in un gesto probabilmente privo di reale convinzione, privo di concreta enfasi, e altresì carico di tutta la stanchezza emotiva che avrei potuto dimostrare nel fronteggiare quella situazione, in tutti i propri più sgradevoli risvolti « Questa è la mia vita, Desmair… mia la vita, mie le regole. » cercai poi di spiegarmi, non desiderando permettergli di considerare la questione qual un rifiuto basato semplicemente sul mio pregiudizio nei suoi confronti « Hai detto bene… nel nostro mondo eravamo divenuti simili a dei, al punto tale dall’esserci entrambi spinti ad affrontare personalmente un dio, tuo padre Kah. » rievocai il ricordo di quell’essere che avevo avuto occasione di sconfiggere soltanto in quanto benedetta, a mia volta, dal sangue di una divinità, e, in particolare, della dea della guerra, Marr’Mahew « Ma io non sono una dea, né desidero considerarmi esserlo, a dispetto di quanto grandiose possano essere le gesta che ho compiuto o che compirò. Io sono una donna, sono una donna mortale, con i miei limiti, con i miei difetti, con le mie colpe. E non voglio che il mio compagno, l’uomo che amo, Be’Sihl, possa rinunciare alla propria umanità in misura maggiore di quanto già non abbia compiuto sino a oggi, nell’accettarti nella sua vita e nel tollerarti nella sua mente, illudendosi, in ciò, di star agendo per il mio bene. »
« … non credo di starti seguendo. » osservò, privo di sarcasmo e, anzi, sinceramente meditabondo a tal riguardo, nel cercare di apprezzare il significato delle mie parole, per quanto, dal suo punto di vista, e probabilmente anche dal mio, difficili da comprendere.
« Vedi… » sospirai, cercando in tal modo di riprendere fiato e, soprattutto, di impormi calma « Nella mia vita sono entrata a contatto con più reliquie, con più oggetti stregati, con più potere di quanto, probabilmente, abbia mai compiuto uomo o donna mortale in tutto l’universo… » tentai di spiegarmi, non soltanto a lui ma, ancor più, a me stessa, con maggiore chiarezza di quanto non fossi stata in grado sino a quel momento « E, in tanti anni, ho visto alcune persone compiere orrori di ogni sorta per poter giungere a ottenere tale potere. Ho visto folli che sono arrivati a cavarsi gli occhi per potersi impiantare, nel cranio, delle gemme capaci di offrire loro l’illusione di essere dei. Ho visto folli che sono arrivati a permettermi volontariamente di essere feriti per poter ricorrere a un potere volto a riversare in mio contrasto tale piaga. Ho visto folli commettere i peggiori omicidi per impossessarsi del potere dell’onniscienza degli scettri di tuo nonno, salvo poi impazzire nel confronto con la consapevolezza da essi derivante. E l’unica cosa che mi ha permesso di evitare di diventare come loro è stata quella di aver sempre, o quasi, diffidato di tale potere… di aver sempre scelto la via più ardua per giungere al mio scopo, al mio obiettivo. » dichiarai, priva di ogni incedere orgoglioso, nel non voler ricercare il benché minimo plauso per ciò, ma solo nel desiderio di definire quanto da me compiuto.
« Ma di questo mio potere non devi avere timore… io non te lo sto offrendo. » precisò il mio sposo, socchiudendo appena gli occhi quasi nel tentativo di mettermi meglio a fuoco, come con un’immagine distante « Ti sto solo offrendo la possibilità di ricorrere a esso per evitare di lasciarti coinvolgere in una battaglia da cui potresti non uscire viva, perdendo l’occasione di rincontrare il tuo tanto amato compagno. »
« E io ti sto dicendo che questa è la mia vita… e ci saranno sempre delle battaglie da combattere, ci saranno sempre delle sfide nelle quali rischierò di morire, perché non conosco altro modo per vivere, per offrire un significato a questa mia esistenza mortale. » sorrisi, alfine rasserenata da essere riuscita a concedermi, in quel confronto, un momento di pacificazione con me stessa, con i miei pensieri, con le mie emozioni, con il mio spirito « E non mi posso permettere di pensare che, per ogni sfida che incontrerò, per timore di perderla, avrò a dover scegliere la via più semplice, la soluzione meno dolorosa. Perché, così facendo, allorché vivere la mia vita mi lascerò semplicemente sopravvivere a essa… e se non l’ho fatto fino a oggi, se ho rifiutato di compiere una stupidaggine simile fino a quarant’anni, non vedo ragione per iniziare proprio ora, nel momento in cui già dovrei considerarmi straordinariamente grata agli dei tutti per avermi concesso la forza di essere coerente con me stessa e, soprattutto, di essere ancora in vita, malgrado tutto. »
Un lungo momento di silenzio seguì quelle mie parole, nel mentre in cui, Desmair continuò a osservarmi, perscrutandomi al di là della mia mera apparenza fisica e cercando nel profondo del mio animo la conferma di quanto sincera avesse allora a doversi considerare la posizione da me assunta.
E quando, alla fine, egli riprese voce, fra tutte le cose che avrebbe potuto dire, per indispettirmi, per irritarmi, per rivoltare l’intera questione in una mera farsa; egli ebbe a sorprendermi ancora una volta, pronunciando, invece, le sole parole che mai mi sarei attesa da parte sua e che, comunque, solo mi avrebbero potuto compiacere, solo mi avrebbero potuto rallegrare, non facendomi pentire di quel momento di onirica confidenza fra noi.
« Sai… » commentò, aggrottando appena la fronte e sollevando una mano artigliata ad accarezzarsi il lungo mento appuntito, con fare pensieroso « … io credo che, in effetti, sia proprio per questo tuo modo d’essere che Be’Sihl ti ama tanto. E che, al di là di quanto, sia io che lui, saremmo stati, e ancor saremmo, disposti a compiere, egli non si fosse mai atteso una diversa replica da parte tua. Non, quantomeno, nel non vederti privata della tua stessa identità e di tutto ciò che, da sempre, ti contraddistingue. »
domenica 3 novembre 2013
2088
Avventura
042 - Nuovi mondi. Vecchi giochi
« Sei consapevole che potrebbero essere sufficienti soltanto pochi istanti per permettermi di risolvere la questione, vero…?! »
Con queste parole Desmair tornò a presentarsi a me, sorprendendomi non tanto in un momento di veglia quanto, e peggio, in un momento di sonno, così come aveva iniziato a fare sin dai giorni immediatamente successivi al nostro matrimonio, facendomi maturare una prima, ancor superficiale, ma già inquietante, consapevolezza del legame esistente fra noi. Quel legame che, per poco, pochissimo, non era costato la vita al mio amato Be’Sihl e che, successivamente, ero stata in grado di infrangere in sola grazia al bracciale che il mio compagno mi aveva donato, un bracciale d’oro legato al nome di un dio degli inganni in cui neppure riponevo fede, ma, malgrado ciò, dimostratosi in grado di liberare la mia mente da ogni genere di controllo esterno, da ogni genere di influenza da parte del mio sposo, ponendo una solida barriera fra noi. Un bracciale che, purtroppo, come sicuramente ho già ripetuto una volta di troppo, al momento dell’arresto mi era stato sequestrato insieme alla mia spada, e che, in ciò, era rimasto su Loicare, a diversi milioni, di milioni, di milioni di miglia rispetto a dove ero stata condotta qual prigioniera.
Il sogno, che tale non era, non, per lo meno, nell’intendimento di un normale sogno, mi aveva così riportato, in conseguenza all’amore per la teatralità del mio sposo, nella medesima cornice nella quale ci eravamo incontrati per la prima volta, quel palazzo, al di fuori del tempo e dello spazio, nel quale sua madre lo aveva imprigionato secoli prima, per liberarsi di lui, credo non appena si era accorta di quanto quel figlio, ancor prima che una risorsa, avrebbe potuto dimostrarsi per lei un rivale, uno spiacevole antagonista rispetto a lei non di meno desideroso di imporre il proprio predominio sul mondo intero. E posta a confronto con un simile scenario, che ero consapevole non essere casuale, ma essere stato volutamente scelto da parte del mio ben poco apprezzato marito, non potei che ritrovarmi quantomeno sorpresa… sarcasticamente sorpresa, certo, e pur sempre sorpresa.
« Nostalgia di casa, Des…?! » domandai per tutta replica, chinando appena lo sguardo per comprendere in che modo mi avesse vestita, qual espressione delle proprie perverse fantasie, e scoprendo, non senza un certo stupore, di indossare gli stessi panni del giorno in cui ci eravamo incontrati, in una scelta, se possibile, psicologicamente interessante, da parte sua « … o forse nostalgia dei tempi andati?! » ipotizzai, decisamente colta in contropiede da tutto ciò « Se non ti conoscessi, potrei pensare che tu ti senta persino più a disagio di me in questa nuova situazione… in questo nuovo concetto ampliato di Creato. E che tu rimpianga la nostra vecchia vita. »
« Toccato. » ammise, aprendo le braccia, con i palmi rivolti verso di me, in segno di resa e offrendomi un lieve inchino, a dimostrazione di quella stoccata psicologica da me condotta a termine « Più il tuo amante prende confidenza con questa nuova realtà e con tutte le sue dannate tecnologie, e più, personalmente, mi sento fuori luogo, molto più alieno di quanto non potrebbe dirsi la tua amica dalle fattezze rettili… »
« Sai… » sospirai, concedendomi, non senza provare ora una certa inquietudine per quella scelta, l’occasione di aprirmi un poco con lui, in fondo, in quel frangente, l’unica connessione che mi era rimasta con la mia vecchia vita, con il mio pianeta natale, nella distanza che, purtroppo, era stata imposta fra me e Be’Sihl, così come, e sembrerà stupido dirlo, fra me e la mia spada, per poter stringere nuovamente la quale fra le dita della mia mancina, sarei stata tranquillamente pronta a rinunciare alla comodità e al potere del mio nuovo braccio alimentato all’idrargirio, a costo di restare mutilata per il resto della mia esistenza « … credo, in parte, di riuscire a comprenderti. » gli riconobbi occasione di ragione, stringendo appena le labbra in una smorfia di insoddisfazione « Per carità… con te non posso negare che, in grazia agli scettri di tuo nonno, mi sia stata concessa occasione di partire avvantaggiata, già sapendo quello che mi avrebbe atteso. Ma quassù… fra le stelle… è tutto così complicato. E’ tutto così ingigantito. E, non voglio negarlo, a volte mi fa sentire tremendamente… »
« … piccola? » ipotizzò egli, concedendosi, probabilmente provando a posteriori la mia stessa inquietudine per quel momento di comunione con me, la possibilità di lasciar perdere, per un istante, la propria maschera da potente semidio crudele e meschino, per assumere fattezze stranamente umane, non tanto a livello fisico, nel continuare a mostrarsi con il proprio osceno volto e le enormi corna a contorno del suo capo, quanto e piuttosto a livello emotivo, qual pur non aveva mai offerto riprova di essere o, tantomeno, di voler essere « Sì. Ti capisco. » confermò, annuendo « Del resto, forse, tu e io non siamo poi così diversi, mia cara moglie… » sorrise beffardo, probabilmente cercando in ciò di recuperare una certa distanza fra noi « Nel nostro mondo, nel pianeta dal quale veniamo e nel quale siamo vissuti fino a ora, eravamo entrambi simili a dei… tu per i meriti delle tue straordinarie gesta e io… beh… non credo vi sia bisogno di spiegarlo. » si strinse nelle spalle « Qui, invece, persino se mi mostrassi con il mio ormai perduto corpo, probabilmente non susciterei il benché minimo clamore, nell’esistenza di queste “chimere” che tanto hanno abituato chiunque a qualunque cosa. »
Scena paradossale? Assolutamente. E non voglio ingannarmi nel far finta di aver pensato di non riportarla in queste mie memorie, colta da un certo disgusto di fondo all’idea di aver condiviso un momento di quasi intimo confronto con il mio sposo, laddove, in passato, i miei sogni erano da lui utilizzati al solo e devastante scopo di tentare di distruggere la mia psiche, mostrandomi i peggiori orrori di cui la sua terrificante fantasia sarebbe stata capace.
Ciò non di meno, così come la guerra, è risaputo, crea strani compagni di letto; allo stesso modo quel nostro esilio volontario… o, quantomeno, l’esilio volontario che io mi ero imposta dalla mia terra natale nel seguire la nuova missione che la fenice mi aveva riservato, e l’esilio volontario che Be’Sihl si era imposto per restarmi vicino, trascinando con sé, necessariamente, anche Desmair… quel nostro esilio volontario, stavo scrivendo, stava necessariamente creando, fra noi, una certa empatia. La stessa che, del resto, normalmente si crea fra compaesani o conterranei emigrati, i quali, nella propria terra d’origine, probabilmente, non avrebbero avuto la benché minima ragione di fare amicizia, mentre nel ritrovarsi stranieri in terra straniera, non avrebbero potuto mancare di fare amicizia, per cercare reciproco sostegno.
« Che cosa vuoi, Desmair? » domandai, scuotendo il capo e cercando di scacciare da me ogni sentimento positivo nei riguardi di quella creatura, costringendomi a ricordare tutto il male da lui compiuto a discapito di persone a me care, oltre, ovviamente, tutto il male da lui compiuto in senso generale « Domani sarà una giornata impegnativa per me, dovresti saperlo. E ho bisogno di riposare tranquilla, per svegliarmi il più possibile lucida e pronta all’azione. » dichiarai, quasi a domandargli, in ciò, il piacere di farsi da parte, di non tediarmi oltre, non tanto qual richiesta perentoria, appunto, quanto e piuttosto qual favore da riconoscermi in amicizia… benché fra noi avrebbe potuto essere riconosciuta qualunque cosa tranne l’amicizia.
« Offrirti il mio aiuto, mia signora… » replicò egli, muovendo qualche passo all’indietro e, dopo di che, lasciandosi accomodare, pesantemente, su un enorme trono, perfettamente misurato sulle sue proporzioni e tale da accoglierlo senza offrire alcuna immagine grottesca, in tal senso.
Un trono che, per amor di cronaca, avevo veduto personalmente all’interno del suo smisurato palazzo, di quella straordinaria prigione nella quale egli era stato rinchiuso, fondamentalmente priva di qualsiasi dimensione o limite, e apparentemente in grado di rimodellarsi continuamente in base alle sue esigenze, ai suoi desideri e capricci. Una prigione, certamente… e pur una prigione straordinariamente dorata, nella quale non si era mai fatto mancare nulla.
« Come stavo dicendo… » riprese, guardandomi con serietà assoluta « … tu più di chiunque altro dovresti essere consapevole di quanto poco mi occorrerebbe per garantirti la vittoria che cerchi, e l’occasione di fuggire da quel carcere, senza che tu abbia da porti ulteriormente in giuoco. »
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