11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

domenica 10 novembre 2013

2095


Scivolata via dalla morsa nella quale Nero avrebbe voluto chiuderla, infatti, la giovane ofidiana non perse tempo e, con un’abile capriola, si pose in equilibrio sulle proprie mani nel contempo in cui, sorprendendolo alle spalle, schiena a schiena con lui, chiuse le gambe attorno al collo del proprio ipotetico carnefice, li sotto intrecciando le caviglie e, forte di tale presa, impegnandosi a far leva su un tanto sensibile punto per riuscire, nel migliore dei casi, a infrangerne l’osso o, quantomeno, a proiettarlo all’indietro, sostanzialmente vittima di una catapulta da lei improvvisata con il proprio intero corpo. E se pur, allora, sperare in una facile vittoria in contrasto alla solidità di quel collo sarebbe stato probabilmente eccessivo, soprattutto nel confronto con una presa simile; l’alternativa suggerita non ebbe a rivelarsi tanto folle. Non, quantomeno, nel momento in cui, effettivamente, ella ebbe successo nel sollevare la controparte da terra e nel gettarla per aria, quasi, in tal modo, a ricambiare il favore precedentemente rivoltole.
Laddove, però, catapultata per aria dalla violenza di un semplice gesto di quelle potenti braccia, Lys’sh era stata in grado di ovviare a un disastroso impatto con il suolo, o con la scrivania contro la quale probabilmente avrebbe visto la propria schiena infrangersi; in maniera non altrettanto elegante, non così egualmente raffinata, era stato in grado di operare, e reagire, lo stesso Nero, nel offrirsi, al contrario, in totale balia di quegli eventi, finendo, addirittura, per impattare rumorosamente al suolo. E con la scelta di tale avverbio, non intendo rendere alcuna particolare metafora espressiva, quanto e piuttosto, semplicemente, quello che fu, nel non poter ignorare in alcun modo il frastuono necessariamente lì generato per effetto del pesante contrasto fra quella coppia di protesi in metallo e il pavimento sotto di loro.

« … che bel concerto… » non riuscii a trattenermi dal commentare, concedendomi, a margine di ciò, anche un sorriso sornione, espressione di tutta la più sincera soddisfazione conseguente all’immagine di quel dannato figlio d’un cane in tal modo tartassato da una delle poche sopravvissute a una sua strage, a un genocidio di cui si era macchiato senza ragione… non che possano esistere ragioni adeguate per tollerare un genocidio, per quanto mi riguarda.

Completata la capriola che, oltre a catapultare lontano Nero, aveva allora permesso a Lys’sh di assumere nuovamente una postura verticale; la giovane ofidiana non si concesse, ancora, la benché minima esitazione e, approfittando del fatto che il proprio obiettivo apparisse lì a terra, balzò rapida e decisa verso di lui, nella volontà di raggiungerlo e di massacrarlo in ogni modo le fosse stata concessa occasione di compiere.
Ma se, pur, ella ebbe occasione di porsi a cavallo della schiena dell’ultimo erede del Corsaro della Rosa Scarlatta, ivi iniziando a menare colpi decisi con le proprie mani, e con una serie di artigli improvvisamente comparsi anche sulla punta delle sue dita in quelle estremità superiori, per squarciarne le carni come solo sarebbe stato possibile per una fiera feroce; l’altro, dal canto proprio, non accettò l’idea di restare lì immobile, di mantenersi lì quieto al suolo senza agire e, soprattutto, senza reagire. E, ipoteticamente impossibilitato a reagire, compì volontariamente quanto io, pochi giorni prima, avevo già avuto modo di sperimentare pur involontariamente: mosse le proprie mani a cercare contatto con il suolo sotto di sé e, una volta trovato, si diede un improvviso, potente slancio verso l’alto, spingendo non soltanto se stesso, ma soprattutto la propria avversaria sopra di lui, dal pavimento sino al soffitto sopra le nostre teste, per lì schiantarsi con forza, con energia sufficiente da far rimbombare l’intera stanza. Energia che, sfortunatamente, ebbe a riversarsi in ampia parte proprio sulla mia giovane amica, la quale, anzi, si ritrovò a offrirsi senza alcuna volontà a tal riguardo, qual cuscino di carne e ossa fra lui e la superficie sopra di loro.
Anche potendo, in parte, comprendere il senso della mossa compiuta allora da Nero, laddove, probabilmente, avendone anch’io l’esigenza non mi sarei sottratta a una tale, pur poco ortodossa, reazione; quanto allora ebbe a sfuggirmi, e, in effetti, quanto ancora continua a sfuggirmi anche a distanza di tempo, fu il modo in cui egli ebbe a concludere simile gesto, non tentando in alcun modo di ovviare agli effetti della ricaduta al suolo e, anzi, lì lasciandosi ricadere, pesantemente, di viso, senza neppure cercare, per un solo istante, di intervenire a mutare la propria sorte, il proprio fato. Razionalmente, l’unica considerazione in merito alla quale mi sento capace di esprimermi, può essere nel merito del fatto che, in parte per il volo già compiuto per effetto della presa di Lys’sh, in parte per l’impatto a cui egli stesso si era comunque appena sottoposto, e in parte, ancora, per i colpi già a lui inferti da parte della mia amica; la sua prontezza di riflessi, supposta ancora qual ottimale e, quindi, in grado di salvarlo da tale, grottesco, epilogo per un atto pur non poco disperato, ebbe a tradirlo, negandogli la possibilità, anche e soltanto, di accennare un qualunque movimento in proprio stesso favore.
E così, a seguire al primo, terribile tonfo sul soffitto, tanto Lys’sh, quanto lo stesso Nero, ricaddero insieme anche a terra, realizzando, in tal modo, soltanto e semplicemente un inquietante pareggio. Un pareggio che, ovviamente, tale non sarebbe rimasto a lungo. Non più, quantomeno, del tempo necessario ad almeno uno dei due per riprendersi e, in tal senso, per condurre a compimento un colpo di grazia, l’ultima azione con la quale, alfine, giungere sì all’epilogo di tale, devastante scontro.

« Riprenditi Lys’sh… dannazione… riprenditi. » commentai, a denti stretti, trattenendomi a stento dall’intervenire, dall’approfittare di quel momento per essere io a scrivere l’ultima e conclusiva parola sulla vita di Voor Lonnegerth, in tal senso animata soltanto dalla volontà di non vanificare, in maniera tanto affrettata, tutto l’impegno posto dalla mia compagna d’arme nella ricerca della propria vendetta, della quale mai avrei voluto privarla… non innanzi all’evidenza di quanto, per lei, tutto ciò fosse ben oltre una mera ricerca di soddisfazione, quanto e piuttosto un vero e proprio scopo di vita.

Purtroppo, al di là di quella mia personale preghiera, al termine di un intervallo che, sinceramente, non saprei quantificare nella propria durata, forse di pochi istanti, forse di molto più, il primo a palesare una qualche, ritrovata, dimostrazione di controllo su di sé e sul mondo a sé circostante, fu, spiacevolmente, l’unica alternativa possibile: Nero.
E benché evidentemente ancora stordito, ancora disorientato per quanto accaduto e per come accaduto, con il volto grondante di cupa linfa vitale anche e soprattutto in conseguenza dell’ultimo colpo praticamente autonomamente inflittosi; egli ebbe a dimostrare la propria più intima, e aggressiva, indole guerriera, nel riuscire a riservarsi le giuste priorità... prima fra tutte l’assassinio della propria antagonista.

« … lurida… piccola… cagna… mezzosangue… » scandì, non senza un certo affaticamento, nel porsi a carponi, e in ciò nello scrollare via da sé la mia compagna, forse neppure realmente ancora percepita a pesare sulla propria schiena, dal momento in cui, solo un istante dopo, sembrò impegnarsi a ricercarla con lo sguardo, per comprendere ove ella fosse finita « … hai osato… già molto più… di quanto non avresti… dovuto permetterti… »
« Lys’sh! » esclamai, quasi gridai, nel terribile dubbio sull’intervenire o meno, sul prendere a calci in faccia quel dannato genocida o confidare, ancora, nella mia alleata, per quanto lì apparentemente priva di sensi, apparentemente destinata a morte certa.
« … ma ora… ogni gioco è… finito… » decretò, riuscendo a individuare la propria preda e, con movimenti lenti, pesanti, e pur promessa di un’oscena tragedia, spostandosi sin sopra di lei, sopra di lei riversa supina a terra, a lui prossima, come un burattino con i fili tagliati « … ora… morirai… » annunciò, reggendo tutto il proprio peso sul braccio sinistro, mentre il destro si sollevò per caricare un violento colpo, un colpo che, allora, inevitabilmente avrebbe letteralmente frantumato il corpo della mia amica.
« Lys’sh! » gridai, allora, a pieni polmoni, invocando da lei quella ripresa di sensi che, soltanto, avrebbe potuto ancora separarla dall’incontro con il fato.

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