11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

mercoledì 27 novembre 2013

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Nel mondo dal quale io provengo, esiste un tempio sotterraneo diverso da ogni altro delubro in cui io abbia avuto occasione di sospingere i miei passi nel corso di un’esistenza comunque e obiettivamente estremamente avventurosa, e tale da condurmi in luoghi per lo più addirittura dimenticati qual esistenti e, comunque, semplicemente inaccessibili ai più.
Tale santuario, l’ingresso al quale è stato riportato alla luce dopo molti secoli dalla follia di un uomo troppo malato, troppo vecchio, troppo ricco, ma anche troppo stupido per arrendersi all’ineluttabilità del proprio fato, così come del fato di qualunque mortale, nel lasciarsi animare dalla brama volta alla conquista dell’immortalità, ha rappresentato per me la prima occasione d’incontro con quella stessa creatura, semplicemente straordinaria, e ben oltre ogni concetto non soltanto di mortalità ma, probabilmente, persino di immortalità, per solo tramite della quale mi è stato concesso, un giorno, di abbandonare i confini del mio stesso pianeta, dell’unico pianeta che avessi mai conosciuto e che avessi mai avuto occasione di considerare qual esistente, per sospingermi attraverso le immensità siderali. E di tale santuario, per quanto sito ai confini della nostra stessa realtà, in un inquietante punto di congiunzione fra il nostro universo e un’infinità di altri mondi, sopra a tutti i quali la stessa incredibile entità da molti conosciuta banalmente con il nome di fenice è solita distendere le proprie ali protettive e il proprio sguardo carico d’amore, e per questa ragione privo di una reale architettura, non diversamente da come avrebbe un tempo potuto vantare essere il palazzo nel quale era stato imprigionato per secoli il mio semidivino sposo; io rammento perfettamente ogni corridoio, ogni anfratto, ogni dettaglio, per quanto così straordinariamente mutevole, per quanto mai identico a se stesso, in una misura tale per cui, obiettivamente, persino folle avrebbe a doversi considerare il semplice pensiero di avventurarsi entro i suoi percorsi sotterranei.
Al pari del tempio della fenice, poi, nella mia mente è ben impresso il ricordo di ogni altra sfida da me affrontata, ogni altra architettura da me esplorata nei più svariati angoli del mio mondo, a volte, in esse, trascinandomi stremata, ferita e sanguinante in termini tali che persino miracolosa avrebbe a doversi riconoscere la mia semplice, e pur ancora attuale, esistenza in vita. Fossero semplici edifici, maestosi complessi, così come labirinti oscuri, ove necessario, potrei riportare ora puntuale descrizione di ogni singolo passo da me mosso al loro interno. E ciò, in verità, non tanto in grazia a un qualche intelletto superiore o a una supposta e straordinaria capacità mnemonica, tale da rendere simile sforzo, tale impegno, persino banale, così come so che è per alcune, straordinarie persone, in grado di imprimere nella propria mente, alla perfezione, i più minuscoli dettagli di un’immagine anche solo in conseguenza a un fuggevole sguardo. No. Niente di tutto questo, per quanto mi concerne. Perché tale mia capacità, se così si volesse descrivere, altro non ha da considerarsi derivata se non proprio dall’estenuante confronto con simili sfide, e dalla conquista al loro interno, passo dopo passo, piede dopo piede, del mio diritto alla vita, e a poter dichiarare, con l’assordante silenzio delle mie azioni: « Io sono! »
Quanto, in tutto ciò, per me ha a doversi considerare qual un’esperienza insolita e, persino, inquietante, può essere quindi facilmente inteso nell’incapacità, in questo momento, di riuscire a offrire una qualche descrizione, dettagliata o meno, del tragitto che Lys’sh, Duva e io compimmo all’interno di quelle gallerie sotterranee, nel tentativo di liberarci degli uomini alle nostre spalle. Perché, proprio in quell’occasione, e per la prima volta nella mia esistenza, almeno per quanto ne riesca ad avere memoria, la strada che in quelle tenebre mi ritrovai a compiere non soltanto non venne da me decisa, ma, neppure, posta in discussione, nell’accettare in maniera quietamente passiva qualunque scelta abbracciata dalle mie due compagne, dalle mie due sorelle d’armi.
Nessuno si possa quindi attendere di leggere, in questa mia testimonianza, un puntuale resoconto di quante volte svoltammo a destra, quante a sinistra, e, obiettivamente, neppure per quanto tempo continuammo a correre: dal mio personale, personalissimo punto di vista, infatti, con disarmante candore e sconvolgente ingenuità non avrei potuto evitare di affermare quanto, obiettivamente, entro quelle tenebre avrei avuto a dovermi considerare del tutto smarrita, privata di qualunque punto di riferimento e, peggio, di qualunque speranza volta a riconquistare un pur minimale punto di riferimento. E se pur, ove anche necessariamente inquieta nel confronto con qualcosa di nuovo, con quel mio nuovo, personale approccio alla questione, per quanto ormai a un’età nella quale sempre più difficile avrebbe avuto ipotizzare di rimettersi in tal modo completamente in giuoco, con nuove regole e nuovi trucchi da apprendere; non mi concessi neppure per il più fuggevole istante di dubitare delle scelte compiute da Duva o, tantomeno, da Lys’sh, costringendomi a essere sicura di quanto, qualunque cosa fosse successa, non avrei avuto ragione di muovere il benché minimo rimprovero ad alcuna delle due per tutto quello.
... o, per lo meno, così mi sarebbe piaciuto restare saldamente convinta.

« Cosa vuol dire che ci siamo perse…?! » esclamai, non riuscendo a trattenere un’inflessione nella mia voce che ebbe a risuonare, purtroppo, vagamente caustica… e, mi piace pensare, in sola conseguenza al dolore per me allora derivante dalla ferita riportata.
« Perdute… smarrite… disperse: ti serve qualche altro sinonimo per meglio apprezzare il concetto?! » obiettò Duva, nel non sapersi dimostrare fondamentalmente più soddisfatta di quanto non avrei potuto essere io, in quello stesso frangente, benché, forse, e allora, più irritata in conseguenza alla critica implicita nella mia retorica che, effettivamente, all’evento occorso, per così come avvenuto « Ti avviso che questo sarebbe un pessimo momento per ritrovarsi con il traduttore automatico guasto… quindi, anche se fosse, non dircelo! »
« Non è mio interesse apparire polemica… » replicai, sincera e, per certi versi, persino mortificata da quell’insinuazione, atta a disegnarmi qual una pessima complice, benché il mio orgoglio personale mi avesse sempre sospinto a considerarmi, al contrario, straordinaria sotto tale profilo « La mia era semplice sorpresa innanzi a un evento del tutto imprevisto. »
« Anche il sopraggiungere dei tuoi amici, sul treno, non potrebbe considerarsi propriamente previsto… ma non mi sembra che, innanzi a loro, tu ti sia concessa certi toni! » contestò, con fare forse eccessivamente piccato, in misura tale per cui ebbi immediatamente a domandarmi quanta onestà vi fosse in quella risposta e quanto, invece, non si stesse proponendo volutamente forzata, per un ben diverso scopo che, pur, nelle mie allora attuali condizioni, non avrei potuto avere lucidità sufficiente per cogliere.
« Forse perché mi sono ritrovata troppo impegnata a farmi sparare contro, per avere tempo di polemizzare con loro. » battibeccai, più d’istinto che in conseguenza a un’effettiva riflessione a tal riguardo, al di là di quanto, pur, il suo comportamento non si stesse dimostrando allora facile da comprendere nelle proprie ragioni e nelle proprie dinamiche.
« E’ un peccato, allora, che non abbia un’arma con me… o potrei provare anche io a spararti per impegnarti un po’ il tempo. » rimbalzò ella, incalzando in quel crescendo oltre limiti che, chiunque, avrebbe potuto considerare persino minacciosi e che, per tale ragione, non ebbi allora la benché minima esitazione, a benché minima incertezza a considerare qual di avvertimento ancor prima che di minaccia « Del resto, poco fa, hai detto che il tedio dell’indolenza ti uccide… no?! »
« Certamente! » riconfermai, imponendo in quelle mie parole tutta la foga di cui mi sarei potuta considerare capace, nel voler trasmettere allarmi a compagna quanto, al di là del nostro apparente battibecco, avessi ben compreso il senso di quanto stesse accadendo e, soprattutto, di quanto ella avrebbe desiderato in tal modo comunicarmi « E se desideri mettermi alla prova, non hai che da chiedermelo chiaramente, senza troppi giri di parole! »
« Spero per te che non ve ne sia bisogno. » concluse, alfine, la mia controparte in quel dialogo a metà strada fra un litigio e una recita a soggetto, per la straordinaria riuscita della quale Duva e io avremmo avuto diritto al plauso del pubblico, se solo ve ne fosse stato lì presente « Perché in tal caso, vorrebbe dire che Lys’sh è nei guai! »

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