11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

sabato 23 novembre 2013

2108


Se qualcuno inizia a considerarsi confuso sulla connessione esistente fra gli ultimi eventi narrati e i precedenti, in realtà temporalmente successivi; possa essere di rassicurazione sapere come, dal canto mio, io stessa ebbi a restare a lungo confusa sul reale significato da attribuire a tali accadimenti e al loro, eventuale, collegamento. Perché, se da un lato non avrei potuto vantare, a posteriori, la benché minima consapevolezza nel merito di quanto Milah Rica Calahab potesse desiderare da me; dall’altro non avrei potuto neppure considerarmi, neppure a posteriori, effettivamente conscia delle ragioni per le quali, da quel giro a bordo del treno sotterraneo, gli eventi iniziarono a precipitare a una velocità sempre crescente, sino a condurmi al cospetto di quella sadica ragazzina che tanto diletto ebbe a trovare nell’impegnarsi a uccidermi… e uccidermi più volte consecutivamente.
Possa quindi essere considerata la rissa in quel locale qual semplice preambolo utile a introdurre, né più né meno, questo viaggio nel treno sotterraneo, momento nel corso del quale, se non ebbe effettivamente ad avvenire qualunque cosa accadde per porre in moto l’intera questione, incidentale o meno che tal cosa avesse a doversi considerare, indubbiamente ebbe a essere, da parte mia e delle mie compagne, maturata la consapevolezza di essere state coinvolte in qualcosa di estraneo al nostro sì minimale, e pur già ricco programma per la giornata. Una consapevolezza che, personalmente, ebbi modo di apprezzare nel momento in cui avvertii un corpo estraneo, metallico e pur non affilato, premere prepotentemente contro la mia spina dorsale, non riuscendo, da parte mia, a essere immediatamente identificato nella propria natura, e, ciò non di meno, nel concedersi con tanta arroganza da non suggerire, comunque, nulla di buono. E anche laddove, all’epoca di quegli eventi, la mia confidenza con le armi da fuoco avrebbe avuto a doversi considerare ancora estremamente ridotta e superficiale; ciò non di meno non ebbi a dovermi sforzare particolarmente per riuscire a ipotizzare di averne una non semplicemente puntata, ma addirittura quasi conficcata, al centro della mia schiena.

« Sa cosa voglio… quindi, niente scherzi. »

Poche parole, quelle di avviso in tal modo scandite dal mio avversario, che vennero allora pronunciate con tono di voce incredibilmente contenuto, perfettamente misurato, in maniera tale da potersi addirittura smarrire nel frastuono collettivo pur sopraggiungendo, ineluttabilmente, al mio udito, posto allora in necessario allarme in conseguenza alla pressione appena imposta da quella minacciosa presenza. Poche parole che, probabilmente, l’uomo che le aveva appena scandite non aveva neppure preso in esame potessero lì essere recepite da altri al di fuori di me e che pur, nella propria particolare formulazione, anche laddove ciò fosse avvenuto, difficilmente avrebbero potuto creare una qualche situazione di panico generale. Perché, in quel momento, in quel particolare contesto, la calca all’interno del vagone era tale da trovare tutti ammassati contro tutti, tutti premuti contro tutti, conoscenti o estranei che essi potessero essere, in termini tali che, obiettivamente, ogni dettaglio avrebbe potuto perdere di concreto valore, ogni gesto, ogni parola pronunciata, avrebbe avuto a smarrirsi nella confusione lì imperante, includendo persino la presenza di un’arma abilmente celata dietro a un cappotto, sotto a un soprabito, e non sollevata, non distesa lontana da sé, così come, altresì, avrebbe potuto anche essere colta… seppur, magari, non immediatamente.
Al di là di tale contesto a contorno, per mia fortuna, per mia buona sorte, quanto il mio aggressore non aveva tenuto conto avrebbe dovuto essere considerato un trittico di fattori utili non soltanto a vanificare completamente ogni suo ipotetico sforzo, ma, anche, a porlo, proprio malgrado, nei guai.
Quali?!
Fattore primo: me stessa. Dopo essere stata minacciata da ogni genere di lama, e non solo, l’idea di ritrovarmi una pistola puntata dietro la schiena, sinceramente, non mi avrebbe potuto inquietare in misura maggiore rispetto all’idea di una qualunque altra arma, bianca o da fuoco che essa fosse. E, anzi, nel percepirne di preciso la posizione, mio avrebbe avuto anche a doversi riconoscere un certo, piacevole vantaggio tale per cui, proprio malgrado, il mio antagonista non avrebbe potuto che rimproverarsi aspramente, nell’ipotesi che egli avrebbe avuto, effettivamente, ancora qualche possibilità di muoversi critica alla conclusione di quel momento d’incontro e di scontro per così come da lui ricercato.
Fattore secondo: Lys’sh. Perché se pur, un orecchio umano, avrebbe potuto distinguere a stento quella minaccia e il tono proprio della medesima, a parte, ovviamente, per chi come me allora attratta nel proprio interesse, nella propria attenzione, da una solida ragione; nel confronto con l’udito ofidiano anche quel sussurro avrebbe avuto a doversi considerare perfettamente intelligibile. Tanto, quantomeno, da porre immediatamente la mia amica in allarme e da vederla, in ciò, rivolgermi immediatamente uno sguardo di preoccupata ricerca di chiarimento, al quale, semplicemente, risposi con un lieve annuire che, all’attenzione del mio ipotetico predatore, avrebbe comunque potuto essere interpretato qual un consenso in risposta alla sua quieta richiesta.
Fattore terzo: Duva. Perché, laddove né Lys’sh, né io, avremmo avuto a doverci considerare delle educande alla loro prima uscita all’aria aperta, tantomeno in tal misura avrebbe avuto a doversi confondere la nostra altra compagna, il completamento di quella nostra compatta, e pur già collaudata, squadra d’azione, alla quale non fu allora necessaria altra spiegazione al di fuori di un tocco delicato della mano di Lys’sh attorno al proprio polso, insieme a poche, semplici sillabe che il mio traduttore non ebbe possibilità di riadattare in alcuna parola nota, probabilmente perché neppure effettivamente pronunciate, e che pur, in un attimo, la informarono di tutto quanto ella avrebbe avuto necessità di sapere.
Tutto ciò che, quindi, mi fu necessario compiere, fu scandire un breve conteggio con le mie stesse palpebre, scandendo tre quieti battiti come segnale utile a sincronizzarci tutte quante, prima di agire… e di agire quasi, allora, avessimo a doverci considerare una sola, unica entità. Così, ben prima che al mio antagonista potesse essere concessa opportunità di elaborare quanto stava avvenendo, il tutto era già accaduto, ritrovandolo non soltanto intento a impugnare un’arma resa del tutto inutilizzabile da una tutt’altro che delicata pressione dei servomotori delle dita della mia nuova mano destra, che ne accartocciarono, completamente, la medesima estremità un istante prima piantatami nella schiena; ma anche, e ancor più, repentinamente circondato su ogni fronte da noi tre: io, rigiratami e a lui, allora, frontale; e Duva e Lys’sh mossesi, malgrado la folla, con straordinaria agilità sino a posizionarsi l’una alla sua destra e l’altra alla sua sinistra, leggermente arretrate.

« Innanzitutto… no… non so cosa vuoi. » commentai, qual replica innanzi alla richiesta precedentemente rivoltami, nel confronto con la quale, obiettivamente e sinceramente, non mi sarei potuta dire in alcuna misura confidente… persino meno che con l’uso della terza persona qual assurda forma di cortesia nei confronti di persone estranee, così come, da parte di quell’individuo, era avvenuto un attimo prima nei miei stessi confronti e nel mentre stesso della minaccia rivoltami « In secondo luogo… temo che tu abbia scelto la donna sbagliata da infastidire con il tuo bel gingillo. Che, per inciso, ha bisogno di essere portato a riparare. »
« … quindi, niente scherzi. » completò la voce di Lys’sh, quasi sibilandogli all’orecchio le medesime parole da lui prima pronunciate, a renderlo probabilmente in ciò edotto nel merito dello spiacevole errore di valutazione che si era concesso stolida possibilità di compiere.
« Chi sei…? Per chi lavori…?! » incalzò Duva, prestando a sua volta attenzione a evitare di alzare eccessivamente la voce, dal momento in cui, sino ad allora, nessuno attorno a noi sembrava essersi accorto di quanto stesse accadendo e, per quanto ci avrebbe potuto competere, ciò avrebbe avuto soltanto a considerarsi un risvolto positivo, nel concederci di mantenere il più possibile non soltanto l’anonimato, ma anche la discrezione che, a seguito anche dei troppo recenti eventi dei quali Lys’sh e io eravamo state protagoniste, avrebbe avuto a doversi considerare per noi non soltanto utile, ma addirittura indispensabile.

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