11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

lunedì 11 novembre 2013

2096


E se, terribile e inesorabile, quel pugno destro si mosse per abbattersi sulla mia amica, già dannando la mia anima per l’errore che temetti di aver appena commesso nel restare indolente innanzi a tale condanna, fu questione di un attimo affinché la situazione apparisse completamente ribaltata: un fugace istante in cui l’evoluzione degli eventi fu tanto repentina, sì rapida, da non permettermi quasi di poterne apprezzare la dinamica, nel ritrovarmi subitaneamente a confronto con gli effetti finali della stessa. Perché ove pur, un solo fremito di ciglia prima, Lys’sh era ancora a terra, apparentemente o sostanzialmente priva di coscienza e, in ciò, d’ogni consapevolezza nel merito della propria sorte; un solo momento dopo ella ebbe nuovamente a ribaltare drammaticamente il proprio destino, non soltanto sfuggendo ancora una volta a morte certa ma, ancor più, agendo al fine di avvicinarsi, ancora e straordinariamente, alla vittoria ricercata, al trionfo desiderato.
Non soltanto, infatti, il pugno di Nero, diretto in contrasto al cranio della giovane ofidiana, ebbe a impattare, rumorosamente, al suolo, qual conseguenza di una semplice evasione da parte della medesima; ma, ancor più, attorno a quello stesso braccio metallico, a quella stessa potente protesi, ebbe allora a concentrarsi l’impegno della stessa donna serpente, la quale, improvvisamente abbracciatasi all’estremità inferiore di quello stesso arto, puntò con tutte le proprie forze, con tutte le proprie energie, i piedi in contrasto al torso del proprio ipotetico carnefice, lì non limitandosi, semplicemente, a far leva per una qualche azione simile a quella già precedentemente compiuta, quanto e piuttosto sforzandosi nella volontà di disarticolare di netto quello stesso arto, finanche… e credetemi, perché, sono onesta, non potei che essere ammirata nel confronto con tale spettacolo… a strapparlo, a strapparlo di netto dal corpo nel quale era stato impiantato, rigettando in un’improvvisa estensione di ogni proprio muscolo, di ogni propria membra, il malcapitato predatore, divenuto preda, lontano da sé nel mentre in cui a sé, ciò non di meno, trattenne quel premio, quel trofeo, quella chiara dimostrazione del proprio incontrastato trionfo.

« Ho sentito! » ringhiò ella, in mia risposta, non tanto per rabbia contro di me, quanto e piuttosto qual conseguenza per lo sforzo compiuto.

Non ci si attenda, ora, da parte mia una descrizione dettagliata di quanto l’asportazione di quella protesi ebbe a riguardare, effettivamente, la protesi stessa, e di quanto, altresì, ebbe a coinvolgere la carne lì sotto ancor presente. Fosse questo un racconto frutto della mia inventiva, della mia immaginazione, di certo potrei avere idee ben chiare a tal riguardo. Ma nell’essere, altresì, una mera testimonianza di quanto avvenne, e di ciò che vidi, è in mio potere soltanto l’indicare come, dal punto in cui il braccio fu strappato, non ebbi la possibilità di cogliere particolari fuoriuscite di sangue, macabri e raccapriccianti spruzzi di quella stessa nera linfa che egli aveva già dato riprova di poter perdere in conseguenza di altre ferite subite. Ciò non di meno, nella mia ancor scarsa, e all’epoca di quegli eventi del tutto assente, conoscenza nel merito delle caratteristiche proprie di un Figlio delle Ombre, e di un Figlio delle Ombre di sangue misto qual egli era; difficile sarebbe stato, e tutt’ora è, riuscire a sbilanciarmi nel merito di quanto ciò potesse avere a considerarsi prevedibile o meno.
Certamente prevedibile, tuttavia, non avrebbe potuto che essere la reazione dello stesso Nero a quell’umiliazione, a quel terrificante colpo subito, tale non soltanto da non concedergli possibilità di appello psicologico nel confronto di quella significativa prevalsa della mia amica, ma, ancor peggio, tale da ridurre, drammaticamente, le sue possibilità in contrasto alla stessa. E ridurle in un ordine di misura con il quale mi sarei potuta personalmente dichiarare più che confidente, soprattutto all’epoca di tale battaglia, in quanto ancor di fresca memoria del non breve periodo in cui anche io, mio malgrado, ero rimasta nuovamente mutilata, nuovamente privata di qualunque estremità destra, nella spiacevole perdita persino della protesi stregata con la quale mi ero accompagnata per quasi metà della mia intera esistenza. Proprio in conseguenza a tale personale maturata consapevolezza con simile situazione, tuttavia, non avrei potuto ovviare a essere anche confidente con il fatto di quanto, ancora, egli avrebbe potuto essere un avversario indubbiamente temibile… e, forse, ancor più che temibile, nel confronto con la rabbia che, inevitabilmente, non avrebbe potuto che crescere violenta e devastante in lui, esigendo crudele vendetta per quanto subito.
Così, al di là di ogni eventuale e possibile reazione di dolore, fisico ancor prima che psicologico, per l’amputazione impostagli, l’ultimo erede del Corsaro della Rosa Scarlatta ebbe a rialzarsi immediatamente da terra e, in maniera a dir poco cieca, incontrollata, a caricare con foga la giovane ofidiana, nella brama di non limitarsi, ormai, a ucciderla come semplice formalità, ma in quanto questione di principio, necessità imprescindibile in assenza alla quale non avrebbe potuto, in alcun modo, concedersi occasione di perdono innanzi a se stesso…

« … attenta! » esclamai, più per reazione spontanea, incontrollata, nel confronto con la minaccia in tal modo distinta, che perché realmente timorosa nel merito della necessità di un tale avviso a sostegno della mia amica, a sua tutela e protezione, laddove ella aveva già dato ampia riprova delle proprie capacità guerriere in termini inequivocabili, incontrovertibili, inappellabili.

Con una prontezza di riflessi che definire ammirevole risulterebbe, da parte mia, un’impropria banalizzazione, Lys’sh non si fece, comunque, trovare impreparata. E ancora stringendo il proprio trofeo, quel braccio appena strappato, ella lo impugnò lesta come una mazza e come una mazza lo impiegò, andando a colpire in pieno volto il suo antagonista e, in tal senso, ottenendo un effetto a dir poco devastante, nel sommare, alla foga del proprio gesto, quella dell’offensiva di lui che, lo ribadisco, reso a dir poco cieco dall’ira, neppure ebbe la possibilità di prendere in esame quanto, allora, stava accadendo… limitandosi a subirlo in maniera praticamente, e persino pietosamente, passiva.
Sì. Ho scritto proprio “pietosamente”. Perché, non lo nego, da parte mia vi fu addirittura un breve momento in cui mi spinsi a provare commiserazione per chi, in maniera tanto plateale, non semplicemente sconfitto ma anche, e peggio, schernito da una sorte che, difficilmente, avrebbe potuto accanirsi in maniera più palese a suo discapito, che, improbabilmente, avrebbe potuto dimostrarsi a lui più ostile… nemmeno se lo avesse condannato a un’immediata, e forse più dignitosa, morte all’apertura stessa di quel conflitto, di quella battaglia, di quella sfida.
E, in conseguenza a tale colpo di grazia, che pur non l’uccise così come, probabilmente, a posteriori egli avrebbe pur gradito avvenisse, ogni sogno di gloria di Nero ebbe a oscurarsi, al pari dei suoi sensi e della sua percezione del mondo a sé circostante, nel vederlo piombare al suolo alfine inerme, abbattuto, vinto.

« Questo… è per Kala’assh… » sibilò Lys’sh, lasciando ricadere a terra anche il braccio utilizzato come grezza, e pur indubbiamente efficace, arma.

In immobile silenzio accolsi, allora, quelle parole, e ogni altra che seguì, nel rispetto per quel momento carico di emozioni per chi, non impropriamente, si era definita pocanzi la figlia vendicatrice di Kala’assh. Perché quella era la sua vittoria, quello era il suo trionfo, quella era la sua vendetta… e qualunque cosa fosse accaduta, sarebbe dovuta essere per una sua decisione. Sua e di nessun altro.

« … e, ora… » soggiunse, avanzando con passo lento, persino solenne, verso di lui, per coprire la brevissima distanza che si era venuta a creare fra loro qual effetto dell’ultimo colpo inferratogli « … per tutti i miei fratelli e per tutte le mie sorelle… per mia madre… mio padre… e tutti coloro che tu hai sterminato… »

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