Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 050 - Il tempo del sogno. Mostra tutti i post
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venerdì 8 giugno 2018
2571
Avventura
050 - Il tempo del sogno
Carsa Anloch non avrebbe potuto avere sollevare alcuna recriminazione nel merito della propria esistenza, alcun rimorso nel merito delle proprie azioni e alcun rimpianto nel merito delle proprie possibili mancanze. Dal proprio personale punto di vista, sotto ogni aspetto, ella aveva vissuto una bella vita, affrontandola al pieno delle proprie forze, delle proprie energie, giorno dopo giorno, senza porsi freno alcuno, non di fronte a uomini mortali, non innanzi a dei immortali. Carsa aveva combattuto molte battaglie, alcune fra le quali persino al fianco della leggendaria Midda Bontor, altre addirittura e straordinariamente in sua opposizione: per Midda Bontor era morta una volta, e in grazia a lei aveva avuto quell’effimera occasione di rinascita, di resurrezione, rigenerandosi a partire dal ricordo di lei, dalla nostalgia di quella propria cara amica per lei. In verità, asserire di aver effettivamente compreso cosa fosse accaduto, e come ciò fosse accaduto, avrebbe trasceso le sue effettive possibilità di comprensione e, sotto un certo punto di vista, non avrebbe neppure avuto reale importanza, non in senso lato, non in quel preciso momento, laddove presto ella sarebbe nuovamente morta e, questa volta, speranzosamente per sempre.
Carsa Anloch non avrebbe potuto ovviare a dirsi, in effetti, curiosa nei riguardi della morte, non potendo vantare in verità alcun effettivo ricordo di cosa le fosse accaduto in quegli ultimi anni, di dove ella potesse essere stata per tutto quel tempo. La sua fede personale, in verità, avrebbe avuto a doversi considerare sufficientemente agnostica: non rifiutava l’idea dell’esistenza degli dei, soprattutto in conseguenza a tutto ciò che, dopotutto, lei, Midda, Howe e Be’Wahr avevano vissuto insieme, a tutte quelle sfide da loro affrontate sovente ben oltre il concetto stesso di mortale; ma, al tempo stesso, non avrebbe potuto vantare di possedere idee chiare a tal riguardo. In ciò, pertanto, anche l’idea della morte, in fondo, non avrebbe potuto essere da lei affrontata se non qual una nuova avventura, un’avventura che, forse, avrebbe dovuto oramai ricominciare da capo, a seguito di tale fugace ritorno in vita, e che, ciò non di meno, avrebbe affrontato con tutta la passione che da sempre l’aveva contraddistinta, giorno dopo giorno. Morire, quindi, non la spaventava. E, anzi, l’idea di poter morire per propria scelta, per una propria decisione, e, soprattutto, per la salvezza dei propri amici, non avrebbe potuto ovviare, anzi, persino a compiacerla, nella certezza di poter, in tal maniera, offrire un significato a tutto ciò: non soltanto a quella seconda morte, ma anche a quella seconda vita che lì, in quella folle dimensione, aveva avuto occasione di vivere.
Così, quando la sconosciuta stanza attorno a lei, e tutto l’ambiente a essa collegato, ebbe a svanire, a dissolversi in una sorta di nebbia indefinita, lasciandola precipitare in una sorta di vuoto, di nulla imprecisato, ella non ebbe né a spaventarsi, né ad allarmarsi: era consapevole di essere lì rimasta sola in compagnia del vicario di Anmel Mal Toise, ed era consapevole che questo l’avrebbe uccisa, e l’avrebbe probabilmente uccisa nella maniera più violenta possibile. E, in conseguenza a tale consapevolezza, che, per chiunque altro, avrebbe sicuramente rappresentato occasione di terrore, ella volle concedersi altresì soltanto possibilità di forza, nel ricordarsi perché e, soprattutto, per chi ella stesse così agendo…
« … allora…?! » domandò, stringendosi fra le spalle nell’attendere serenamente quanto lì sarebbe accaduto « Cosa accade? Non sono forse di tuo gradimento…?! » incalzò secondo-fra-tre, ancora non apparso in scena, invitandolo, prima implicitamente, e subito dopo esplicitamente, a procedere, e a procedere per così come soltanto avrebbe potuto avere in mente di compiere « Avanti, simpaticone… fatti sotto. Siamo solo tu e io, ormai, e spero bene che tu non possa realmente avere timore di affrontarmi… »
Nulla ebbe tuttavia a muoversi innanzi a lei, o alle sue spalle, o in qualunque altra direzione nella quale i suoi sensi avrebbero potuto spingersi. E all’interno di quel contesto grigio, privo di forme, privo di sostanza, persino fondamentalmente privo di un terreno sotto ai suoi piedi, Carsa ebbe rapidamente a perdere persino la percezione dello spazio e del tempo, in quella prolungata assenza, arrivando a non comprendere più, in effetti, se fosse ancora ferma dove credeva di essere rimasta sino ad allora o se, magari, si fosse altresì mossa, e mossa in una qualunque direzione, così come, parimenti, non avrebbe potuto asserire, in fede, di essere lì da pochi istanti o, piuttosto, da lunghe ore.
Possibile che fosse già morta e che, semplicemente, quanto a lei circostante avrebbe avuto a doversi considerare l’Aldilà?!
Se così fosse stato, francamente, ella avrebbe avuto di che dispiacersene, nella più completa assenza di qualunque attrattiva, in positivo o in negativo, in misura quantomeno utile a comprendere il perché dell’assenza di qualunque ricordo nel merito del proprio precedente periodo di permanenza in quell’assurdo limbo, un limbo a confronto con il pensiero di permanere all’interno del quale, francamente, ella avrebbe avuto qualche problema… per non dire che, più semplicemente, avrebbe potuto sostanzialmente impazzire.
Fortunatamente ancora ben distante dall’avere a considerarsi priva di senno, ella ebbe allora a concentrarsi, e a cercare di riplasmare l’ambiente a sé circostante in qualcosa con il quale avrebbe potuto vantare una maggiore confidenza. E, in tale impegno, ancora una volta il tempo del sogno ebbe a venirle incontro, reagendo a tale concentrazione nell’offrirle, allora, una possibilità di ritorno fra le mura di Kriarya, della propria città adottiva, all’interno della quale aveva avuto occasione, quantomeno, di vivere un’apparenza di serena quotidianità in compagnia di Howe, Be’Wahr e Midda Bontor.
Una Kriarya fondamentalmente identica all’originale, e, in effetti, persino parimenti popolata, e popolata da persone che, forse, lì stavano sognando e, in tal sogno, inconsapevolmente si erano spinte sino a quella particolare dimensione. O, forse, persone, suo pari, che non avrebbero avuto una qualunque realtà alla quale fare ritorno, e che, come lei, in quelle vie avrebbero quindi avuto a dover cercare il proprio presente…
« Quindi non sono ancora morta… » osservò, nel verificare in tal maniera di trovarsi, ancora, all’interno del tempo del sogno, unica motivazione utile a giustificare quanto così appena occorso « … o, forse, in realtà, il tempo del sogno altro non è che quanto attende tutti quanti dopo la morte. » ipotizzò, in un pensiero a dir poco disorientante, e che pur, allora, avrebbe potuto offrire un’altra chiave di lettura alla propria supposta evocazione da parte della sua amica, evocazione che, in tal senso, avrebbe potuto avere decisamente più senso, probabilmente più coerenza.
« Buona la prima. » ebbe, tuttavia, a suggerirle una voce alle sue spalle, rivolgendosi esplicitamente nella sua direzione e, in ciò, portandola allora a voltarsi, e a voltarsi per comprendere con chi, di preciso, ella stesse avendo la possibilità di confrontarsi in quel momento.
Innanzi all’attenzione di Carsa ebbe così a presentarsi una giovane donna, forse poco più che ventenne, contraddistinta da chiara origine shar’tiagha e, soprattutto, da indubbia bellezza.
Alta all’incirca come lei, con capelli più lunghi dei suoi e acconciati nella tipica moda shar’tiagha, in lunghe e strette treccine ordinatamente tenute strette dietro al suo capo da un sottile diadema dorato, quella giovane mostrava una carnagione poco più chiara rispetto alla sua e un volto contraddistinto da alti e affilati zigomi, con un naso sottile e labbra delicate, sovrastate da una coppia di profondi occhi castano scuro, quasi neri, in una tonalità pressoché equivalente a quella dei propri capelli. Al di sotto di un lungo e affusolato collo e di una coppia di strette e femminili spalle, giovani e irriverenti seni, con piccoli e scuri capezzoli, si mostravano senza apparente pudore al di sotto di una veste bianca, semitrasparente nel leggero lino della quale appariva intessuta, lasciando libere le sue lunghe ed eleganti braccia e ritrovandosi, altresì, stretta attorno alla sua vita da una cintola egualmente dorata, al di sotto della quale, a circondare tondi e seducenti fianchi, solo un perizoma di egual colore avrebbe impedito alla sua femminile intimità di essere esposta alla pubblica attenzione, al di sotto della stessa candida veste, discendente praticamente fino ai suoi piedi, piedi lì avvolti in eleganti sandali legati attorno alle caviglie, in quell’unico particolare che, in tale quadro d’insieme, avrebbe certamente stonato rispetto alla consuetudine propria di tutti i figli di Shar’Tiagh, e a quella tradizione volta a imporre loro di mantenere i propri piedi scalzi come gesto di umiltà, a ricordarsi, sino alla fine dei tempi, quanto l’arroganza avesse danneggiato la loro Storia, il loro antico e potente regno, nonché, persino, la loro un tempo florida terra, ormai drammaticamente ridotta a doversi costantemente difendere dalla terribile minaccia propria di un’apparentemente irrefrenabile desertificazione. Una figura, nel proprio insieme, decisamente affascinante, indubbiamente conturbante, complice anche quella propria non celata, né tantomeno celabile, nota esotica, che non avrebbe potuto ovviare a incontrare l’approvazione di Carsa e, inutile negarlo, a stuzzicare le sue più intime fantasie.
Fantasie che, dopotutto, avrebbero potuto lì trovare quieta occasione di realizzazione, non tanto in grazia al tempo del sogno, quanto e piuttosto alla stessa città del peccato: un’ambientazione particolare, con una popolazione interamente composta da mercenari e assassini, ladri e prostitute, che non avrebbe potuto concedere particolari possibilità di fraintendimento sulla professione di una tale bellezza, così come anche ben suggerito dalla sua più totale assenza di pudore nell’esporre le proprie grazie…
« Non credo di averti mai incontrata prima, mia cara… » sorrise Carsa, compiaciuta, non dimentica della propria fine imminente e, ciò non di meno, neppur dispiaciuta all’idea di poter, eventualmente, attendere la propria morte in gaiezza, nell’inspiegabile ritardo che secondo-fra-tre stava rendendo proprio « … ciò non di meno, non vedo ragione per la quale non dovremmo approfondire la nostra conoscenza, magari nell’intimità della tua camera da letto. » propose, in maniera esplicita, non avendo ragioni per tergiversare di fronte a tanta apparente generosità da parte del fato.
« In verità, ci siamo già incontrate… » dichiarò un’altra voce, identica a quella pocanzi udita e attribuita a quella bella sconosciuta, ancora una volta provenendo da dietro di lei e, in ciò, costringendola a voltarsi, solo per ritrovarsi a confronto con una seconda giovane shar’tiagha, assolutamente identica alla prima, in quello che, facilmente, avrebbe potuto essere inteso qual il prologo di un’interessante avventura sessuale se soltanto non avesse avuto, improvvisamente, a risultare sgradevolmente inquietante.
« Ehm… no. Non vorrei offendervi, ma non ho francamente idea di chi voi siate. » escluse Carsa, muovendo qualche passo in direzione laterale, a cercare di ovviare a porsi fra quelle due donne, nell’ascoltare la voce del proprio istinto e, in ciò, nel comprendere di aver a doverle temere, al di là del loro conturbante fascino.
« In effetti, sono passati secoli… millenni da quando il mondo ha avuto occasione di contemplare per l’ultima volta il vero volto della figlia del potente Amothis VI, l’ultimo faraone di Shar’Tiagh. » confermò una delle due, difficile distinguere quale « Ma, credimi, noi ci siamo già incontrate, Carsa Anloch. E il tuo ritorno in giuoco ha a doversi considerare, per me… per noi, uno sviluppo assolutamente gradevole, e gradito, per quanto, non ho problemi ad ammetterlo, neppure io lo avrei mai potuto prevedere… »
giovedì 7 giugno 2018
2570
Avventura
050 - Il tempo del sogno
Quando Rín riaprì gli occhi, ebbe necessità di qualche istante per mettere a fuoco l’immagine propria delle fotografie appese sopra al proprio letto, quella collezione di meravigliose città italiane e europee che avrebbe voluto visitare e che, pur, non si era mai concessa occasione di fare, in conseguenza ai limiti intrinseci della propria condizione fisica, e, con esse, per comprendere dove fosse, quando fosse, e, ancora, che cosa fosse accaduto. E, in effetti, non fu per lui semplice riuscirci…
« … Maddie… »
Il primo pensiero, ovviamente, non poté che essere rivolto alla propria gemella, alla sorella che, nel corso di quell’ultima notte, era rimasta protagonista di quell’assurdo sogno. Perché, inutile a dubitarne, soltanto un sogno avrebbe potuto essere stato quello in tal maniera appena concluso. Un sogno estremamente articolato, in verità, forse uno dei più articolati di tutta la propria esistenza, e pur sempre un sogno.
Semplice, ovvio, razionale sarebbe stato individuare quanto, alla base di quella fantasia, di quel viaggio onirico, altro non fosse stato, per iniziare, se non la terribile nostalgia che, da quattro anni, la vedeva protagonista, e la vedeva protagonista in conseguenza alla partenza di Maddie per un viaggio folle, un viaggio del tutto privo di qualunque possibilità di fondamento, all’esordio del quale, invero, tanto lei, quanto loro padre, nonché, persino, l’ex-ragazzo di Maddie, avevano avuto comunque occasione di assistere, laddove, in alternativa, altro non avrebbero potuto credere che, più semplicemente, ella fosse scappata di casa, abbandonandoli in preda a qualche strana crisi psicotica, così come, del resto, la maggior parte dei loro amici, dei loro parenti, non avrebbero potuto ovviare a credere, e a spettegolare fra di loro, non potendo essere ovviamente posti a confronto con la realtà dei fatti. E già così, anche laddove ella aveva avuto possibilità di essere presente, in prima persona, innanzi alla comparsa della fenice, e alla sparizione, fra le sue fiamme di vita, della propria amata gemella, non facile, non semplice, sarebbe comunque stato scendere a patti con tale realtà, nel pur umano, comprensibile, giustificabile dubbio che, dopotutto, una crisi psicotica fosse realmente occorsa, e, occorrendo, avesse in qualche maniera, in qualche assurdo modo, coinvolto anche tutti loro, facendo loro vivere quella strana allucinazione di massa.
Anche ammettendo, comunque, che Maddie potesse realmente aver intrapreso un viaggio attraverso il multiverso, sulle ali di una mistica creatura di fuoco e all’inseguimento di una sorta di demone, un principio fondamentale di morte e distruzione proveniente da un’altra dimensione, responsabile, per inciso, della morte, e dell’oscena morte di quella donna da loro inizialmente conosciuta con il nome di Carsa Anloch, e poi, tuttavia, in maniera postuma, ripresentata come Midda Bontor, e come una delle tante versioni alternative che di Maddie esistevano all’interno dello stesso multiverso; non immediato, non ovvio, non banale sarebbe stato per lei poter ritenere gli eventi di quell’ultima notte qual realmente accaduti, qual effettivamente occorsi. Al contrario: nel volersi riservare opportunità di credere realmente al viaggio della propria gemella attraverso varie realtà parallele, Rín avrebbe dovuto affrontare tale discorso, simile pensiero, con il maggior scetticismo possibile, in un approccio a dir poco scientifico sulla questione. Approccio che mai avrebbe potuto permetterle, allora, di illudersi di aver compiuto un viaggio mentale sino al tempo del sogno, o a qualcosa di assimilabile a tale concetto, e lì non soltanto di aver rincontrato la propria amata, e scomparsa, Maddie, ma, anche, molti altri più o meno stravaganti personaggi: a incominciare da un’altra versione alternativa della propria gemella, ancora una volta di qualche anno più anziana rispetto a lei, e con ella tutta la sua famiglia, e una famiglia quantomeno complicata, costituita da un demoniaco sposo, da un amante umano, e da una coppia di figlioletti; per poi proseguire con tutta una serie di altre interessanti figure, quali innanzitutto una giovane e, inutile negarlo, a modo suo estremamente conturbante donna rettile, un giovane ex-scudiero, o qualcosa del genere, e, persino, la nuova fiamma della propria cara sorella, la quale, evidentemente, non doveva aver previsto un rapido ritorno a casa, e alla propria vita passata, per potersi permettere, addirittura, di stringere relazioni sentimentali con altri uomini…
… ma che diavolo stava pensando?!
Maddie non aveva stretto relazioni sentimentali con altri uomini per il semplice fatto che nessuno dei personaggi da lei incontrati avrebbe avuto a doversi considerare reale. E, ancor più, per il semplice fatto che, quanto da lei vissuto in quella notte, altro non avrebbe avuto a doversi considerare altro se non un sogno.
… peccato, comunque, che fosse stato soltanto un sogno.
Be’Wahr e Seem, per iniziare, ma anche Lys’sh e Carsa… le erano parse tutte brave persone, splendidi amici fra i quali potersi sentire immediatamente ben accetta, subito a casa. Midda, poi, in alcun altro modo avrebbe potuto essere descritta se non come una forza della natura, forse frenata, nel proprio incedere, solo dalla presenza della propria famiglia, e di quella complicata famiglia, a cui dover offrire il proprio pensiero, le proprie premure, così come, in loro assenza, non avrebbe avuto ovviamente necessità di compiere. E Maddie… solo il Cielo avrebbe saputo dire quanto le mancasse, al punto tale che, benché quello null’altro avrebbe potuto essere stato se non un sogno, quanto accaduto in quell’ultima notte avrebbe avuto a doversi considerare sicuramente un dono. E uno straordinario dono nostalgico.
« … non che volare mi fosse dispiaciuto… » soggiunse, con un lieve sorriso ironico.
Già: volare. Ma, ancor più, camminare. Erano trascorsi più di venticinque anni dall’ultima volta che Rín aveva camminato e, francamente, non avrebbe potuto ammettere, in cuor suo, di ricordare con precisione la sensazione propria del poter camminare. Al punto tale che, persino nei propri sogni, e nei propri sogni meno complessi rispetto a quello appena vissuto, ella raramente aveva mai immaginato di poter camminare. Volare sì: un po’ come tutti, del resto, nei sogni, anch’ella aveva già sognato di volare, magari senza il supporto estremamente scenico di una coppia di grandi ali bianche. Ma camminare… camminare avrebbe avuto a doversi considerare un discorso a parte.
Un discorso del quale, forse più in maniera idealizzata che concreta, che reale, ella rammentava le emozioni, le sensazioni, ancor prima che una vera e propria fisicità. E, ciò non di meno, una ferita, in fondo, ancora aperta nel profondo del suo cuore, così come, quotidianamente, la realtà attorno a lei non avrebbe mancato di rimarcare, in una semplice, e devastante, parola: disabile.
Spostando lo sguardo dalle cartoline al resto della stanza, ella non poté ovviare a cogliere, accanto a lei, la propria sedia a rotelle, in sua quieta attesa. E se, per un istante, il suo sguardo non ebbe immediata occasione di elaborare l’immagine offerta innanzi al suo sguardo, in un effimero momento di comprensibile e umana depressione; un semplice battito di ciglia dopo, ella mise a fuoco un’immagine che, quantomeno, non avrebbe potuto ovviare a sconvolgerla. Giacché la propria sedia a rotelle, lì dove pur l’aveva lasciata, come sempre, la sera precedente, accanto al suo letto, per potersi rialzare e spostare lì sopra laddove avesse avuto necessità, nel corso della notte, di muoversi, di raggiungere il bagno, la cucina o qualunque altro punto della casa, appariva allora in uno stato a dir poco devastato, in un insieme contorto di metallo e stoffa sintetica, quasi fosse finita sotto un autotreno lanciato a folle velocità o, forse,... quasi le fosse crollata addosso qualche enorme pietra vulcanica, propria dell’edificazione di una colossale piramide nera…
« … »
Attonita, ammutolita, e persino spaventata, ella non poté che restare nel confronto con quell’immagine, sorpresa per l’implicito che da tutto ciò sarebbe necessariamente derivato. Sorpresa, in tutto ciò, al punto tale, persino, da non essersi neppure resa conto del balzo che aveva appena compiuto, e che, senza una qualche reale volontà in tal senso, l’aveva allor condotta dal lato opposto del letto, con occhi sgranati, con respiro ansimante e, persino, tremante, in piedi di fronte a quello spettacolo.
mercoledì 6 giugno 2018
2569
Avventura
050 - Il tempo del sogno
Quando Lys’sh riaprì gli occhi, ebbe necessità di qualche istante per mettere a fuoco l’immagine della propria cabina e, ancor più, per riconoscere nuovamente gli odori, e i suoni, propri della Kasta Hamina, e, con tutto ciò, per comprendere dove fosse, quando fosse, e, ancora, che cosa fosse accaduto. E, in effetti, non fu per lui semplice riuscirci…
Il primo pensiero, il primo timore, a confronto con la memoria degli eventi vissuti, di quella sorta di onirica confusione il ricordo del quale non avrebbe potuto ovviare a risultare, fu il dubbio che, effettivamente, tutto ciò non fosse stato altro che un sogno. Non che, in effetti, vi sarebbe potuto essere qualcosa di male nell’eventualità che ciò fosse null’altro fosse stato se non un semplice sogno… anzi. L’eventualità in cui nulla fosse realmente accaduto, e che tutta quell’avventura, tutti quegli eventi, altro non fossero stati il frutto della sua fantasia applicata al ricordo delle molteplici storie narrate da Midda nel merito del proprio passato, avrebbe avuto allora a doversi considerare persino piacevole, all’idea di quanto, quindi, nessuna tragedia si fosse così consumata, nessun dramma fosse occorso a seguito del sacrificio, e della morte, di Carsa Anloch per la loro salvezza, per assicurare loro un domani.
Tuttavia, per quanto, allora, persino piacevole avrebbe avuto a doversi considerare la possibilità di una declinazione onirica di dell’intera avventura, difficile, estremamente difficile, sarebbe stato riuscire realmente a credere a ciò… e, soprattutto, riuscire a considerare quanto da lei in tal maniera ipoteticamente sognato, qual semplice frutto della sua fantasia, della sua immaginazione, nel coinvolgere, in verità, molti più fattori di quelli che non sarebbe stata in grado di giustificare, e di giustificare in maniera razionale. L’esistenza di Maddie e Rín, a titolo esemplificativo, ma, anche e più in generale l’idea stessa del tempo del sogno, di una realtà estranea a qualunque realtà e, ciò non di meno, fucina dell’intero multiverso, avrebbe avuto a doversi considerare del tutto estranea a qualunque possibile fantasia ella avrebbe potuto vantare di possedere, in termini tali per cui, paradossalmente, sarebbe stato più folle ritenere tutto ciò qual frutto di un semplice sogno allorché effettivamente ricordo di una realtà vissuta.
A dirimere la questione, tuttavia, non sarebbe certamente stata sufficiente una qualche intima disquisizione filosofica: abituata, nella propria quotidianità, a confrontarsi con dati di realtà, con numeri, con fatti, quanto la giovane ofidiana avrebbe potuto allor necessitare sarebbe stata né più né meno che una prova, una testimonianza che, incrociata alla sua, avrebbe potuto confermare o smentire gli eventi occorsi. E, fortunatamente per lei, a bordo della Kasta Hamina avrebbe potuto contarne almeno quattro, tante quanti avrebbero avuto a dover essere elencati coloro i quali, accanto a lei, insieme a lei, avrebbero avuto a dover essere censiti all’interno di quello stesso sogno: i piccoli Tagae e Liagu, Be’Sihl e, sicuramente, la sua amica Midda Bontor.
Constatando quanto, ormai, il proprio turno di riposo avrebbe avuto a doversi considerare prossimo a terminare, e, con esso, anche quello delle figure per lei così di interesse; Lys’sh non ebbe a volersi concedere un ulteriore istante di esitazione, un’ulteriore possibilità di incertezza, rialzandosi rapidamente dal proprio letto, indossando una vestaglia e, scalza, lasciando in silenzio i confini del proprio alloggio, della propria camera, per attraversare il corridoio e raggiungere la porta della stanza condivisa dall’intera famigliola e, lì giunta, bussare delicatamente sull’uscio, a ovviare alla possibilità di infastidirne gli occupanti laddove, in effetti, quanto accaduto non avesse avuto altro a doversi considerare se non una semplice, per quanto assurda, fantasia…
Meno di un istante dopo, ad aprire la porta fu la stessa Figlia di Marr’Mahew, la quale, nell’accoglierla, ebbe lì a mostrarsi, senza alcun pudore, fondamentalmente nuda, se non per la presenza delle proprie mutandine a coprirne le parti più intime. E se, quella nudità, non avrebbe avuto né a sorprenderla, né a turbarla, avendo avuto già più occasioni di contemplare il corpo della propria sorellona priva di qualunque vestiario, senza alcun velo a tutelarne i segreti, quanto attrasse immediatamente il suo sguardo, nel motivare quella nudità, fu la presenza, fra le mani di Be’Sihl, dietro di lei e ancor seduto sul loro letto, sul loro giaciglio, di una vestaglia, e di una vestaglia di seta ridotta fondamentalmente a brandelli…
… non una vestaglia qualunque, ma quella che la stessa Midda aveva inizialmente indossato all’interno del tempo del sogno.
« Lys’sh… stai bene?! » domandò la donna, osservandola non senza una certa premura, non priva di una certa preoccupazione, evidentemente timorosa di possibili negative conseguenze per lei nel loro ritorno alla realtà, per così come accaduto a quella vestaglia, a quella vestaglia che ella neppure aveva realmente indossato quella notte, e che pur, a testimonianza concreta di quanto da loro vissuto, di quanto loro accaduto, avrebbe lì a dover essere riconosciuta a pezzi « Mi hai anticipata di poco: stavo per uscire e venirti a cercare… »
Accanto a Be’Sihl, seduti vicino a lui, uno alla destra, l’altra alla sinistra, avrebbero avuto a dover essere lì fortunatamente identificati anche Tagae e Liagu, entrambi apparentemente in ottima salute, ed entrambi, al pari del loro padre adottivo, lì impegnati a osservare lo strano fenomeno che aveva coinvolto la vestaglia della loro genitrice, in qualcosa che, se da un lato non avrebbe potuto che essere giudicato quanto di più ovvio fosse accaduto, nel non voler porre in dubbio le loro comuni memorie, dall’altro avrebbe avuto a dover essere egualmente considerato pressoché follia… e follia nel confermare, in tal maniera, non soltanto gli eventi dei quali erano stati protagonisti, ma anche le dinamiche proprie del tempo del sogno, per così come ben definite da parte di Desmair: ciò che avrebbe avuto a dover essere legato là, sarebbe stato egualmente legato nella loro realtà; ciò che avrebbe avuto a dover essere sciolto là, avrebbe immancabilmente seguito il medesimo fato anche nella loro realtà.
« … sto bene. » confermò l’ofidiana, dopo un lieve momento di esitazione, e di esitazione a confronto con quella veste stracciata « Quindi… è realmente accaduto tutto quanto?! » soggiunse poi, in una domanda a dir poco retorica in quel momento, e, ciò non di meno, più che comprensibile, più che giustificabile, per la quale nessuno avrebbe mai potuto rivolgerle la benché minima critica.
« Temo proprio di sì. » confermò la donna guerriero, spostandosi lateralmente rispetto all’ingresso nell’alloggio per invitarla ad accomodarsi, malgrado lo spazio decisamente contenuto e già sufficientemente affollato dalla presenza di ben quattro occupanti « Il tempo del sogno… secondo-fra-tre… i miei vecchi compagni d’arme… la mia versione alternativa e sua sorella… e, soprattutto… »
« … zia Carsa. » sussurrò la piccola Liagu, sollevando il visetto verso la genitrice e verso la loro ospite, e mostrando, in ciò, occhi colmi di lacrime per quella donna per lei quasi estranea, e che, ciò non di meno, non avrebbe potuto ovviare a compiangere, e a compiangere per la sua morte, un evento così doloroso e assurdo, nella necessità della propria occorrenza, da non poter essere in alcuna maniera razionalizzato da un adulto… ancor meno da un bambino « Zia Carsa è morta… »
In silenzio Be’Sihl abbracciò la piccola, stringendola a sé sotto il proprio braccio sinistro, nel mentre in cui simile sorte ebbe a destinare anche a Tagae sul proprio fronte destro, evitando, allora, qualunque inutile parola, qualunque inutile dissertazione utile a rendere più accettabile quanto accaduto, giacché, proprio malgrado, non avrebbe saputo minimamente cosa poter dire, già impegnando tutte le proprie energie, e le proprie energie emotive, nel trattenere a sua volta, evidentemente, le lacrime che, volentieri, avrebbe quindi pianto, rischiando, in tal maniera, soltanto di abbattere ancor di più i due figlioli, in una tristezza, in un lutto che, necessariamente, non avrebbe potuto ovviare a risultare contagioso.
« Entra. » insistette Midda, accennando un lieve sorriso forzato verso Lys’sh, nel rinnovare il tacito invito che già le aveva pocanzi rivolto « Per quanto doloroso, credo che sia meglio per tutti noi parlare un attimo di quanto è accaduto… e capire, in qualche modo, come affrontare la cosa. » dichiarò, con straordinario pragmatismo a fronte degli eventi occorsi « Perché, se abbiamo una nuova Anmel in gioco… e se è intenzionata a dimostrarsi così agguerrita come ha avuto piacere a introdursi, possiamo essere certi che questa non sarà l’ultima volta in cui sentiremo parlare di lei, o di secondo-fra-tre. »
martedì 5 giugno 2018
2568
Avventura
050 - Il tempo del sogno
Quando Maddie e Be’Wahr riaprirono gli occhi, ebbero necessità di qualche istante per mettere a fuoco l’immagine propria l’uno degli occhi dell’altra, e, con essi, per comprendere dove entrambi fossero, quando fossero, e, ancora, che cosa fosse accaduto. E, in effetti, non fu per loro semplice riuscirci…
« Maddie…? » la richiamò, in un quieto sussurro, il muscoloso biondo, cercando nello sguardo di ghiaccio dell’altra una qualche complicità, una qualche evidenza d’intesa in grazia alla quale avere conferma che, quanto allor accaduto, quanto allor vissuto, non fosse stato soltanto uno strano sogno, un complesso incubo, benché, in effetti, difficile sarebbe stato per lui discriminare quale eventualità avrebbe potuto preferire, nel provare troppo dolore nel profondo del proprio cuore all’idea di aver nuovamente perduto Carsa, di averla nuovamente vista scomparire dalla propria vita, ancora una volta sacrificatasi per un bene superiore e, in questa occasione, per la loro salvezza, per la loro sopravvivenza.
Ancora fresco, nella sua mente, nei suoi pensieri, era in quel momento il ricordo, la sensazione del disperato abbraccio con il quale si era stretto all’amica, alla sodale, alla sorella d’arme e di vita, nel tentativo di trattenerla a sé, per cercare, in maniera forse infantile, di impedirle quel sacrificio, di negarle la follia propria di quel gesto. Un atto vano, che si era risolto con una dolce carezza da parte della stessa, e una parola d’affetto e di gratitudine, per lui e per suo fratello Howe, l’affetto di una sorella e la gratitudine di chi, per anni, era stata loro alleata, a tratti avversaria, e pur sempre ben accetta fra loro, ben accolta nella loro famiglia, qual solo un membro della medesima avrebbe potuto essere.
E se, impressa nel suo sguardo, era ancora l’immagine di Carsa, nel mentre in cui, in opposizione a ogni proprio desiderio, a ogni propria volontà, egli veniva quasi sospinto a forza attraverso il varco che lo avrebbe ricondotto alla realtà, e alla propria realtà; quella sua ricerca della propria compagna, della propria amata, altro non avrebbe avuto a dover essere inteso se non qual il disperato tentativo di trovare, in lei, la conferma di non aver improvvisamente perduto il senno, per quanto, appunto, forse sarebbe stato meglio aver a convincersi di ciò…
« Sono qui. » rispose Maddie, ancora stretta a lui come quando, qualche ora prima, si erano lì addormentati, dopo aver consumato appassionatamente la loro complicità sentimentale e fisica, e prima di ritrovarsi inaspettatamente catapultati in un altro mondo, in un’altra realtà, e in una realtà nella quale gli eventi erano precipitati ogni istante sempre di più nella follia e in una follia popolata da enormi demoni, donne serpenti, guerriere redivive e persino sua sorella Rín… e questo per elencare soltanto gli aspetti più positivi dell’intera questione « Siamo qui. » soggiunse poi, per concedergli la conferma da lui lì silenziosamente cercata con il proprio sguardo interrogativo verso di lei « Siamo tornati a casa… o, almeno, così credo. » asserì, e subito rettificò, nell’incertezza che sol avrebbe avuto a derivare nel confronto con quegli eventi, e nel dubbio, così assolutamente legittimo, di non esserne ancora realmente usciti.
« Quindi… è successo tutto realmente…? » insistette Be’Wahr, con il cuore nuovamente gonfio di dolore, nel legittimo lutto per la perdita subita, per la reiterata morte di Carsa, e per quella morte così sol motivata dal desiderio di salvarli, di concedere loro l’occasione di una nuova alba.
« Credo… spero… temo… di sì. » confermò ella, in verità incerta su quale declinazione offrire a simile dichiarazione, non sapendo, in verità, se crederlo, se sperarlo o se temerlo, nella straordinaria e implicita contrarietà di quanto accaduto « Potremmo sentire anche Seem, ma se già tu e io siamo parimenti consapevoli dell’occorrenza dei fatti delle ultime ore, francamente dubito che, da parte sua, potremmo mai ottenere una risposta differente. »
E se, per Maddie, affrontare la realtà della morte di Carsa avrebbe avuto a doversi considerare obiettivamente più semplice, e più semplice nella misura nella quale, in fondo, ben superficiale conoscenza avrebbe potuto vantare con quella versione alternativa della propria ex-strizzacervelli, la consapevolezza che, solo per merito suo, solo in grazia a quella decisione, a quell’intervento, non soltanto a loro, ma anche, e ancor più, alla sua amata sorella, alla sua gemella Rín, era stata risparmiata una terrificante fine, un terribile fato, non avrebbe potuto ovviare a rendere più sinceramente sentito, anche da parte sua, il valore di quell’atto e, in ciò, il senso di perdita, di smarrimento, nel confronto con le conseguenze più tragiche dello stesso, qual la morte di quella donna quantomeno straordinaria.
Un senso di perdita, di smarrimento, innanzi al quale, pertanto, ella non avrebbe potuto che immaginare quanto, in quel momento, avrebbe potuto animare il profondo del cuore del suo amato, di quel dolce Be’Wahr, così apparentemente duro esternamente, anche a conservare l’immagine tanto faticosamente costruita attorno al proprio nome, ma così straordinariamente premuroso nel profondo del proprio animo. Un animo che, sicuramente, a confronto con quel lutto, con quella morte, non avrebbe potuto ovviare a piangere dolorose lacrime di sangue…
« Mi dispiace per la tua perdita… » dichiarò pertanto, con tono di sincero rammarico, concretamente rispettosa del suo lutto, e di quel lutto a confronto con il quale, proprio malgrado, ella non avrebbe potuto offrire alcun aiuto, alcun reale sostegno, se non, quietamente, la propria mera presenza, in termini forse inutili, forse inopportuni, non avendo sinceramente idea di come egli potesse preferire affrontare quel dolore.
« Grazie… » annuì Be’Wahr, semplicemente limitandosi a stringersi maggiormente a lei, lasciandosi scivolare verso il basso in misura sufficiente a poter appoggiare il proprio capo, il proprio volto, contro al suo petto, senza malizia, senza alcun appassionato desiderio per le sue forme che pur mai aveva disdegnato e mai avrebbe potuto disdegnare, quanto, e soltanto, nella ricerca di un’occasione di conforto, e di un conforto quasi materno in quell’abbraccio, in quell’unione fra i loro corpi.
Un abbraccio al quale ella, ovviamente, non ebbe a sottrarsi, nel concedersi a lui con tutta la propria dolcezza, con tutta la propria tenerezza, e nel rispettare l’eventuale silenzio nel quale egli avrebbe potuto preferire permanere nell’elaborazione di quanto accaduto.
Ciò non di meno, dopo poco, pochissimo tempo così fermo ad ascoltare il quieto battito del cuore della donna amata, il biondo ebbe a offrire nuovamente la propria voce, e a rivolgersi a lei, non tanto per affrontare la questione propria di Carsa, e della sua tragica, seconda morte, quanto e piuttosto un altro argomento, un altro tema riconosciuto qual non meno importante, non meno rilevante e, in ciò, meritevole di essere affrontato, e affrontato nell’amore da lui provato per lei. Un amore a confronto con il quale, quindi, egli non avrebbe potuto lì concedersi l’egoismo proprio di quel lutto, nell’ignorare, altresì, un altro aspetto, un’altra questione di quanto appena occorso…
« Mi dispiace… » dichiarò egli, levando appena il proprio sguardo alla ricerca di quegli occhi color ghiaccio.
« Lo comprendo. » confermò l’altra, fraintendendo tuttavia il senso di quell’affermazione e considerandola, ancora una volta, rivolta alla fine della sua antica compagna d’arme « … non ho avuto sufficiente tempo per poter dire di averla conosciuta, ma sono convinta che fosse una persona straordinaria. E le sue azioni, dopotutto, hanno reso testimonianza di ciò più di qualunque altra cosa. »
« Sì. Carsa era una persona straordinaria. » confermò Be’Wahr, accennando un lieve sorriso carico di rimorso e rimpianto per quanto accaduto « Ma… io intendevo dire che mi dispiace per il fatto che hai dovuto nuovamente separarti dalla tua famiglia. Da tua sorella Rín… » dichiarò, premuroso nei suoi riguardi.
« … oh… » esitò ella, arrossendo per un istante nel sentir parlare quell’uomo di Rín, della propria gemella e, con lei, offrire riferimento alla propria vita passata, al proprio mondo d’origine, in termini volti a rendere, improvvisamente e paradossalmente, più reale non soltanto quanto loro appena accaduto, ma anche quegli ultimi anni della propria vita, quegli ultimi anni nel corso dei quali ella, quasi intrappolata in un folle sogno, aveva accettato di viaggiare attraverso il multiverso, lasciandosi coraggiosamente, alle spalle, tutto il proprio passato, tutta la propria famiglia « … ti ringrazio. » gli sorrise, con amore, muovendo poi le dita della propria destra ad accarezzargli delicatamente i biondi capelli ricci « E’ stato strano… e bello, poter vivere quest’avventura accanto a lei, poter combattere accanto a lei, e poterla sentire, ancora una volta, parte della mia vita. Ma ora non posso fare altro che pregare affinché, ovunque sia, ella possa star bene… malgrado tutto ciò che è accaduto. »
lunedì 4 giugno 2018
2567
Avventura
050 - Il tempo del sogno
Quando Seem riaprì gli occhi, ebbe necessità di qualche istante per mettere a fuoco l’immagine propria delle travi di legno del soffitto sopra la propria testa, e, con esse, per comprendere dove fosse, quando fosse, e, ancora, che cosa fosse accaduto. E, in effetti, non fu per lui semplice riuscirci…
Come al risveglio da un semplice sogno, o da un complicato incubo, la consapevolezza del presente e il ricordo di quanto vissuto, per un momento, ebbero a risultare ancora accavallati, e accavallati in maniera tale che, in effetti, difficile sarebbe stato, per lui, essere realmente certo di quanto avesse a doversi considerare il presente e quanto, ormai, il passato. Voltando appena il capo, per osservarsi attorno, per analizzare il mondo attorno a sé, egli colse tuttavia l’immagine, la sagoma della propria meravigliosa compagna e sposa, Arasha, ancor dolcemente addormentata al suo fianco e, oltre di lei, accanto al loro talamo, l’ombra della culla, e della culla all’interno della quale, egualmente assopita, giaceva Midda Elisee, la loro stupenda figlia; e, nel ritrovarsi posto a confronto con tale immagine, non poté che cogliere l’evidenza della realtà, e della propria realtà quotidiana alfine riconquistata.
Ma cosa era accaduto? E, soprattutto, era accaduto realmente? O, forse, tutto ciò avrebbe avuto a doversi intendere qual uno strano sogno, un complesso incubo, dal quale, finalmente, aveva avuto lì occasione di riprendersi?!
Midda Bontor, la sua signora: l’aveva realmente rincontrata? E, ora, dove avrebbe avuto a doversi considerare essere? Era stata in grado di far ritorno alla propria vita fra le stelle, in compagnia di Be’Sihl, di quella strana donna rettile e dei due bambini che ella aveva accolto a sé come figli? O, forse, la sua mente gli aveva giocato quello strano scherzo, accontentando i suoi desideri più intimi, e rispondendo alla sua nostalgia per quella figura straordinaria, facendogli credere di averla potuta nuovamente incontrare, dopo oltre due anni dalla sua partenza per quell’ultima, assurda avventura oltre i confini del loro stesso mondo, sulle ali della fenice?!
Difficile a definirsi. Difficile a discriminarsi. Se non…
… se non per l’evidenza del fatto che, in quel momento, senza neppure rendersene conto, i suoi occhi stavano versando abbondanti e calde lacrime lungo il suo volto, nel piangere e nel piangere non tanto per la Figlia di Marr’Mahew, quanto e piuttosto per qualcun altro. Per una donna non meno straordinaria rispetto a lei, al punto tale, addirittura, da essere riuscita a far ritorno dalla morte, e a far ritorno dalla morte per schierarsi al loro fianco, in quell’ultima, straordinaria battaglia, e per sacrificarsi, alfine, a concedere a tutti loro quell’occasione di fuga, quella possibilità di salvezza.
« … Carsa… »
Un gemito sommesso, quasi un singhiozzo, quello che emerse dal profondo della sua gola, al devastante ricordo di quell’ultimo saluto a quella mirabile guerriera, l’ultimo omaggio a colei che, senza esitazione, scevra da qualunque possibile egoismo, aveva allora deciso di farsi carico della loro salvezza, del loro futuro, e, in ciò, di affrontare nuovamente la morte, anche laddove, forse, realmente, il potere di quel luogo, di quel tempo del sogno come Rín lo aveva definito, le avrebbe potuto concedere una seconda possibilità, una nuova opportunità di tornare indietro, di riprendersi la propria vita.
Sciocco, in verità, ebbe a doversi considerare l’ex-scudiero nel ritrovarsi a piangere per quella donna, nella razionale consapevolezza di quanto, in effetti, ella non fosse mai realmente morta, godendo, fortunatamente, Ah'Reshia Ul-Geheran di ottimo salute, e vivendo, per quanto egli ne avrebbe potuto sapere, la sua vita finalmente in serenità, nella quieta isola di Konyso’M, in un paradosso assurdo al quale soltanto la follia propria di quella mirabile donna, unita ai poteri del tempo del sogno, avrebbe potuto dare origine. Ciò non di meno, per quanto Ah'Reshia, la donna dietro a Carsa, potesse allor star vivendo in serenità la propria vita, la propria quotidianità, in una verità lontana da qualunque possibilità di argomentazione, di negazione; altrettanto assurdamente vero avrebbe avuto a dover essere considerato il pensiero che, comunque, Carsa fosse morta, cancellata per sempre dalla sua mente a seguito del trauma della quasi morte fisica dal quale il suo corpo, e la sua reale identità, erano stati quindi salvati in sola e semplice conseguenza dei poteri all’epoca posseduti da Nissa Bontor e, in lei, della stessa Anmel Mal Toise, la quale, supplicata a un gesto di pietà dalla propria gemella, a tale straordinario atto aveva accettato di prestarsi.
Quattro anni prima, quindi, Carsa Anloch era morta, sacrificatasi per la salvezza del suo cavaliere, della Figlia di Marr’Mahew. E in quella notte, in quella notte che ormai stava volgendo al termine, come il chiarore di una nuova alba stava suggerendo, nel penetrare attraverso le tende chiuse, Carsa Anloch era tornata alla vita, pur in maniera effimera, solo per spingersi nuovamente a morire, e a morire, ancora una volta, per la salvezza di Midda Bontor e, accanto a lei, di tutti loro.
Così, se in quel momento, in quel preciso istante, il suo sguardo colmo di dolorose lacrime stava avendo la possibilità di volgersi, e di volgersi in direzione di sua moglie e di sua figlia, Seem non avrebbe potuto che essere consapevole di quanto, tutto ciò, stesse accadendo soltanto in grazia al sacrificio che quella donna straordinaria aveva indomitamente e altruisticamente accettato di compiere. O, senza di lei, non soltanto egli sarebbe morto, ma, ancor peggio, Arasha non lo avrebbe mai ricordato, e, orrore a pensarsi, a supporsi, la piccola Elisee non sarebbe mai neppure nata…
« … Seem…? » esitò, in un flebile sussurro, la voce di Arasha, risvegliatasi in conseguenza al suo movimento e, allora, intenta a osservarlo, e a osservarlo preoccupata nel cogliere quelle lacrime, quel pianto, e quel pianto quasi disperato che ne stava bagnando il volto « … Seem, amore… che cosa succede?! » gli domandò, non comprendendo il perché di quella reazione emotiva, non cogliendone le ragioni e, in ciò, non potendo fare a meno di preoccuparsi, nel ben sapere quanto, a dispetto del suo animo gentile, il suo compagno, il suo sposo, non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual così facile al pianto, soprattutto in assenza di una motivazione, e di una motivazione concreta.
Senza risponderle, non subito, quantomeno, il giovane sposo si mosse a stringersi, con dolcezza, alla propria splendida moglie, chiudendosi in uno stretto abbraccio attorno al suo corpo, a cercare, nella solidità di quelle forme, nella sicurezza della sua presenza, di ritrovare fermo contatto con la realtà e, in essa, di placare il dolore del proprio cuore, del proprio animo, per non disonorare, in tal maniera, il sacrificio compiuto da Carsa al fine di restituirlo alla propria famiglia, di renderlo ai propri cari e alla propria vita.
E la donna, accogliendolo a sé, non insistette nel riproporre tale richiesta di spiegazioni, simile interrogativo, comprendendo che egli avrebbe avuto modo di esprimersi nel momento in cui quell’emotività, sicuramente giustificata, fosse stata superata, e concedendogli, in attesa di ciò, soltanto quello di cui avrebbe potuto abbisognare, fra le proprie braccia, a contatto con il proprio nudo corpo in quella tiepida mattina di tarda primavera.
« Ti amo, moglie mia. Ti amo più di quanto tu non possa credere. E amo nostra figlia. E tutta la nostra vita, per così come è e come è ogni giorno, con le proprie gioie e con i propri dolori… » dichiarò, ritraendosi appena da lei solo per avere occasione di osservarla in viso e, in ciò, di parlarle apertamente, in quella appassionata dichiarazione d’amore, forse scontata nella propria occorrenza, e pur, ciò non di meno, mai banale, e mai meno che apprezzata da lei « … lo sai, vero?! »
« Lo so, Seem. Certo che lo so, stupido che non sei altro. » sorrise teneramente ella, accarezzandogli il viso con la propria destra per tergergli le lacrime dalle gote « L’ho saputo da molto prima che tu stesso te ne rendessi veramente conto. » soggiunse, piegando appena il capo di lato, per osservarlo con amore.
« Devo raccontarti una storia… » asserì egli, deciso a non celarle nulla della propria vita, a non nasconderle neppure la follia di quanto vissuto in quelle ultime ore, nella quieta consapevolezza di quanto, se una persona avrebbe potuto comprenderlo, quella sarebbe stata proprio lei, l’unica, vera signora della sua vita, con tutto il rispetto, l’affetto e la fedeltà da lui pur provata verso Midda Namile Bontor « … affinché tu possa capire il perché di queste lacrime, e l’infinito debito che, stanotte, abbiamo entrambi contratto nel confronto con una donna straordinaria di nome Carsa Anloch. »
domenica 3 giugno 2018
2566
Avventura
050 - Il tempo del sogno
« … o della mia migliore nemica. » concluse l’altra, ripetendo le medesime parole in grazia alle quali ella aveva voluto presentarsi nel rientrare a far parte della propria vita, con un sorriso incredibilmente tirato, profondamente commosso, drammaticamente triste, nella consapevolezza di quanto, malgrado tutto, la sua compagna, Carsa Anloch, non avrebbe potuto fare ritorno dal regno dei morti, non avrebbe potuto eludere quella regola universale, quella fondamentale e inappellabile distinzione fra la vita e la morte, neppure in grazia ai poteri propri di quel luogo, di quel tempo del sogno.
Un lungo momento di silenzio non poté, malgrado tutto, evitare di seguire quelle ultime parole, parole a confronto con le quali tutti i presenti ebbero a essere posti a confronto con la tragedia propria di quella situazione: e se, per Be’Wahr, Seem e Be’Sihl, tutto ciò avrebbe significato dover nuovamente dire addio a un’amica appena ritrovata, a una compagna nel confronto con l’idea del ritorno della quale avevano così appena iniziato ad abituarsi, con tutto il dolore, tutta la sofferenza che ciò avrebbe significato per ognuno di loro, nel diverso e personale rapporto con lei; anche nei cuori di Lys’sh, Tagae, Liagu, Maddie e Rín la mestizia non avrebbe potuto ovviare a prendere il sopravvento, e il sopravvento a confronto con la percepibile sofferenza, con il vivo dolore dei loro amici, dei loro compagni, e, ancora, con l’assurdità di tutta quella situazione, una situazione a confronto con la quale, per quanto le carte in gioco fossero state in tal maniera rimescolate, le loro vite avrebbero avuto a potersi considerare salve soltanto a prezzo del sacrificio di uno fra loro…
… possibile che non vi fosse altra via?!
« Andatevene via, razza di idioti. » li insultò Carsa, nel tentativo disperato di non rendere vano tutto ciò, di non lasciare sprecato il proprio volontario sacrificio, e un sacrificio che non stava compiendo a cuor leggero, e che pur, per tutti loro, e per una parte di loro in particolare, non si sarebbe tirata indietro dal compiere, nella certezza di quanto tutto ciò avrebbe avuto a doversi considerare l’unica scelta giusta da compiere, a ogni costo « Rín… vai tu per prima: considerando che l’idea è tua, e che saresti stata disposta a fare la stessa cosa per amore di tua sorella, è giusto così. »
« Carsa… » esitò la giovane così tirata in causa, ben comprendendo, in tutto ciò, il terrificante dilemma a confronto con il quale aveva posto tutti loro nel momento in cui aveva individuato quella soluzione, e aveva preteso di essere lì abbandonata, allo stesso modo in cui, ora, tale decisione stava venendo egualmente richiesta a lei « … non è giusto. »
« E cosa sarebbe giusto, altrimenti? » replicò la donna dalla pelle color della terra, scuotendo il capo a escludere qualunque possibilità alternativa « Concedere a quell’oscena creatura la possibilità di portare a compimento il proprio folle piano e di distruggervi tutti quanti?! Io la mia vita l’ho vissuta, e l’ho vissuta pienamente, sino all’ultimo giorno, sino all’ultimo momento, e non rimpiango nulla di ciò che ho fatto… non rimpiango neppure di essere morta! » sancì, con indomita fierezza nella propria voce « Ma per voi non è ancora giunto il tempo di riposare… non è ancora finita la battaglia. Andate, quindi… e, se potrà mai donarvi un’occasione di sorriso, ricordatevi di me. E ricordatevi di me nei momenti migliori della mia esistenza, quando sono stata per voi un’amica e un’alleata! »
« Carsa… » tentò di intervenire Be’Wahr, non potendo accettare di perderla nuovamente.
« Basta così. » prese voce la Figlia di Marr’Mahew, imponendosi su tutti per porre fine alla questione, e porre fine alla questione nell’unica soluzione possibile, nell’unica soluzione razionale « Carsa ha ragione: dobbiamo andare. Dobbiamo fare ritorno alle nostre vite… per onorare il sacrificio di colei che, per tutti noi, non è stata pronta a sacrificarsi soltanto una volta, ma, addirittura, due... »
E se, in molti, forse tutti, lì avrebbero voluto protestare, il soffocato dolore che ebbero a cogliere nelle parole della donna guerriero permise loro di comprendere quanto, da parte sua, simile decisione non stesse venendo presa a cuor leggero, non stesse venendo compiuta facilmente, pur avendo a ritenersi, in tutto ciò, la soluzione più giusta, più razionale da abbracciare… e da abbracciare con la morte nel cuore.
Così non una sola voce ebbe a levarsi in contrasto a quella sentenza, per così come emessa dalle parole di Midda Namile Bontor. E solo lunghi solchi di lacrime argentate ebbero ad attraversare in verticale i volti di tutti, a esprimere, silenziosamente, tutto il dolore, tutta la pena per quell’assurdo epilogo.
« Prima di andare… lasciami però dire un’ultima cosa. » richiese la stessa Ucciditrice di Dei, rivolgendosi direttamente verso Carsa, e a lei, allora, avvicinandosi, e avvicinandosi quasi tremante per le emozioni in lei così dilanianti « Una cosa che non ho avuto possibilità di dirti l’ultima volta… una risposta che non sono stata in grado di concederti, prima che tu morissi. »
« Non ricordo di averti fatto alcuna domanda… » escluse Carsa, osservandola confusa, sincera in quell’affermazione, non potendo vantare ancora ricordi particolarmente chiari della propria fine, e dei propri ultimi istanti di vita.
« Non era stata una domanda la tua, quanto e piuttosto un’affermazione. » rievocò la donna guerriero, sforzandosi di sorriderle, e di sorriderle teneramente, malgrado tutto « Con il tuo ultimo alito di vita, hai voluto esplicitare in maniera chiara quanto, per quasi dieci anni, hai generosamente soffocato nel tuo cuore, nel ben comprendere, nel ben sapere quanto, da parte mia, non vi sarebbe mai stata possibilità di ricambiare tale sentimento… non, quantomeno, nei termini, nei modi che, sicuramente, tu avresti preferito. » scandì, senza imbarazzo alcuno, nell’aver da sempre conosciuto gli orientamenti sessuali della sua amica e nel non averla mai giudicata negativamente per essi, pur, purtroppo per lei, non potendole offrire quanto, ella, avrebbe desiderato e, forse, in ciò, alimentando anche quel conflitto, e quel conflitto che pur, da sempre, era stato presente fra loro « E per quanto i miei gusti, i miei interessi non siano cambiati in questi ultimi anni… voglio che tu lo sappia, Carsa: anche io ti amo… anche io ti ho amata, e, per sempre, resterai nel mio cuore, nella mia mente e nel mio animo, in un posto d’onore. »
« Facile dirlo sapendo che sto per morire per salvare il tuo bel fondoschiena… » tentò di sdrammatizzare la prima, scuotendo appena il capo, e non potendo ovviare a temere che, in fondo, quelle parole altro non fossero una sorta di premura, di cortesia che, allora, le stava venendo concessa nel confronto con l’ineluttabilità della propria fine.
« Stai zitta… » la rimproverò, di rimando, l’altra, coprendo il breve spazio lì esistente fra loro.
E, in maniera del tutto imprevista, e imprevedibile, Midda volle così imporre il silenzio alla propria vecchia amica, a quella sorella perduta e ritrovata, e pur, nuovamente, destinata a perdersi, con un bacio. E con un bacio nel quale, pur non avendo a riversare alcun desiderio sessuale nei suoi confronti, pur non avendo a convogliare alcuna bramosia carnale per lei, ebbe egualmente a esprimere, e a esprimere con straordinaria passione, tutto quel sincero sentimento d’affetto… d’amore che, realmente, non avrebbe potuto negarsi di provare per lei, quello stesso sentimento in sola conseguenza al quale, del resto, Carsa era stata lì riportata in vita, era stata lì rievocata, e rievocata nel momento in cui più, tutti loro, avrebbero potuto avere bisogno di lei, avrebbero potuto necessitare della sua presenza, non potendo allora immaginare nessun altro al proprio fianco, in una situazione così folle, al di fuori di lei.
Un bacio d’amore, così, quello che ella volle destinarle, che, seppur non animato da quella particolare declinazione che più avrebbe potuto entusiasmare le fantasie della destinataria di simile dono, non poté egualmente ovviare a essere da questa apprezzato e, dopo la sorpresa iniziale, ricambiato, e ricambiato con tutta la dolcezza e la foga di chi, in fondo, consapevole di essere destinata a morire e a morire, ancora una volta, per lei e per quell’amore impossibile…
sabato 2 giugno 2018
2565
Avventura
050 - Il tempo del sogno
« Se qualcuno di voi ha un’idea migliore rispetto a questa, non esiti a proporla. » li invitò, e li invitò non senza una certa enfasi, e un’enfasi più che giustificata dalla consapevolezza di quanto, di lì a breve, ogni possibilità di controverso dialogo sarebbe stata certamente loro negata, e negata nella maniera più violenta e spiacevole possibile « Ma siccome non credo che alcuno abbia un’alternativa, per bontà divina, attraversate quel dannato portale prima che sia troppo tardi. »
In un tale momento, indubbio sarebbe stato ammettere quanto, spiacevole a dirsi, Rín rappresentasse razionalmente il soggetto più facilmente sacrificabile, e sacrificabile anche in conseguenza all’assenza di reali legami con i vari elementi di quell’eterogeneo e variegato gruppo. Laddove, in fondo, tutti coloro lì presenti avrebbero potuto vantare, infatti, diversi legami reciproci, diverse interconnessioni emotive tali da non poter permettere ad alcuno degli stessi di sacrificarsi senza sollevare la più vivace, la più forte protesta degli altri; quella giovane donna, così inesperta rispetto a tutti loro, e pur così straordinaria, non avrebbe potuto vantare altro legame se non quello con la propria gemella e la propria gemella per il bene della quale, per così come aveva ben descritto Midda, ella non avrebbe esitato a morire, e a morire, addirittura, venendo cancellata per sempre dal multiverso, da ogni luogo, da ogni tempo, in ogni propria versione, presente, passata e futura.
Ma se anche, razionalmente, quel sacrificio avrebbe potuto essere tollerato, addirittura giustificato nella propria occorrenza, emotivamente nessuno di loro, se non, probabilmente, Desmair, avrebbe potuto dirsi in pace con se stesso all’idea di acconsentire, in maniera più o meno implicita, a tutto ciò soltanto per la propria salvezza, soltanto per il proprio futuro. E benché, nelle loro dinamiche di gruppo, dei loro diversi gruppi, quella giovane donna non avrebbe potuto vantare un proprio ruolo, ella avrebbe egualmente avuto a doversi riconoscere qual una loro sorella d’arme, una loro compagna, una loro sodale, un loro commilitone, in termini che, allora, avrebbero loro impedito di poter prendere anche soltanto fugacemente in esame l’idea di abbandonarla, di lasciarla indietro, di permetterle quel sacrificio, anche laddove tale avesse avuto a doversi riconoscere la sua stessa volontà.
E a esprimersi in tal senso, parlando a nome di tutti, fu forse colui che meno si avrebbe potuto aver ad attendere in tale ruolo, essendo rimasto, per lo più, in un ruolo secondario in tutta quella faccenda, in tutta quella questione, e che pur, lì, ebbe a incanalare il pensiero comune, in poche, semplici parole…
« Non ti lasceremo indietro, Rín. » sancì Be’Sihl, con voce profonda e serena, non un’enfatica affermazione, quanto e piuttosto una semplice constatazione, e la constatazione di un dato di fatto « Non lasceremo indietro nessuno. Non oggi. Non qui. » dichiarò, in termini netti, che non avrebbero potuto offrire spazio a ulteriori discussioni, a ulteriori repliche da parte della medesima, non allora, non in quel luogo.
Così, per quanto ella avrebbe probabilmente preferito sollevarli di peso e scaraventarli oltre quel portale, nel confronto con tale ostinazione, e, ancor più, con lo sguardo della propria gemella, in un misto di senso di dolore, di sconforto, di disorientamento, e, forse, di tradimento, per aver cercato di spingerla a oltrepassare quella soglia senza condividere con lei la realtà dei fatti a cui sarebbe andata incontro; Rín non poté che arrendersi, e arrendersi nella misura utile a lasciar richiudere il varco di luce e, con esso, a veder svanire le sue speranze per l’illusione di un qualunque domani… e di un qualunque domani, quantomeno, per tutti coloro lì schierati innanzi a lei, attorno a lei, piccoli e grandi, umani e non.
Ciò non di meno, praticamente nello stesso istante in cui quel varco di luce venne a chiudersi, un nuovo portale, identico a esso, si riformò immediatamente innanzi ai loro sguardi, e si riformò, questa volta, non per merito di Rín, così come, il suo medesimo stupore, ebbe a dimostrare in maniera sufficientemente chiara.
« Questa volta io non c’entro nulla… » si affrettò a evidenziare la stessa Rín, nel timore che, quel portale, altro non fosse che evidenza dell’arrivo imminente del vicario e, in ciò, dell’inizio di quella che, probabilmente, avrebbe avuto a doversi ritenere la loro ultima battaglia.
« … infatti è merito mio. »
Se, per un fugace istante, Lys’sh, Tagae, Liagu, Maddie e la stessa Rín non avrebbero potuto ovviare a considerarsi confusi, incerti sull’effettiva identità di colei che, in grazia a una voce chiaramente femminile, si era allor espressa, non avendo obiettivamente avuto occasione di maturare una qualche reale confidenza con lei e con la sua voce; per Be’Wahr, Seem, Be’Sihl e la stessa Midda Bontor, la proprietaria di quella voce, la responsabile di quell’intervento e, per sua stessa ammissione, dell’apertura di quel nuovo portale di luce, non avrebbe potuto riservarsi ambiguità alcuna nella propria identificazione, e in un’identificazione allor solo riconducibile alla loro cara, vecchia e rediva amica…
« … Carsa?! » esclamarono quindi, quasi all’unisono, nel mentre in cui, voltandosi, ebbero a cogliere la presenza della stessa impegnata, alle loro spalle, a concentrarsi nello sforzo di mantenere aperta quella loro insperata possibilità di fuga.
« Presente! » rispose ella, sorridendo sorniona « E ora, per cortesia, potreste attraversare quel dannato varco prima che sia troppo tardi…?! »
« Cosa ti fa pensare che ti potremmo lasciare indietro…? » domandò di rimando l’Ucciditrice di Dei, seria in tale questione, non desiderando riservarsi opportunità di discussione a tal riguardo, non in misura maggiore rispetto a quanto non ne avrebbe accettata nel confronto con Rín.
« Credo che tu conosca bene la risposta a questa domanda. » sorrise ancora la donna dalla pelle color della terra, ora tuttavia quasi con dolcezza, e dolcezza per la propria interlocutrice, e per quell’interlocutrice in particolare « Ci ho messo un po’ a capirlo, in effetti, ma a mia giustificazione posso addurre che non è stato esattamente semplice rimettere insieme tutti i tasselli della questione… »
« Di che cosa stai parlando, Carsa? Quali tasselli? Quale questione?! » intervenne il biondo Be’Wahr, non riuscendo a comprendere ciò di cui le sue due amiche, le sue due sorelle d’arme, stessero allor parlando, e, soprattutto, non riuscendo a comprendere per quale ragione avrebbe avuto senso abbandonarla in quel mondo maledetto, in quell’assurda realtà.
« Ragazzi… non potreste chiarirvi più tardi, per cortesia?! » domandò Carsa, sforzandosi di ridacchiare, per quanto, in quel mentre, la commozione del momento, di quell’addio stesse iniziando a farsi strada in lei, rendendole lo sguardo lucido di lacrime.
« Carsa… puoi venire con noi. » insistette la Figlia di Marr’Mahew, non volendo accettare quell’eventualità, quella drammatica conclusione « Desmair è stato chiaro: ciò che viene legato in questo mondo, sarà legato anche nel nostro. »
« Midda…? » esitò Be’Wahr, cercando in lei quelle ragioni, quelle spiegazioni forse didascaliche, delle quali, pur, in quel momento, non avrebbe potuto fare a meno.
« E’ stata colpa mia. » ammise, a quel punto, Midda, ritrovando a propria volta i suoi occhi color ghiaccio colmi di lucide lacrime « Non l’ho fatto apposta. E all’inizio non l’avevo neppure compreso. Ma… sono stata io a evocarla. Sono stata io a farla comparire qui… »
« … e io non te ne faccio una colpa. » minimizzò Carsa, annuendo appena « Avevate bisogno di un rinforzo… avevate bisogno di un aiuto… e hai pensato a me con tanta forza, con tanta energia da riportarmi in vita, in questo mondo fuori da ogni mondo, in questa realtà fuori da ogni altra realtà: non è una cosa brutta… anzi. » esplicitò, con mirabile pragmatismo « A tutti gli effetti, potrei considerarla persino qual una dimostrazione d’amore da parte tua, nel nostalgico ricordo della tua peggior amica. »
venerdì 1 giugno 2018
2564
Avventura
050 - Il tempo del sogno
« Quasi… » volle puntualizzare un’altra voce identica a quella, e pur, questa volta, appartenente alla sua sorella gemella, l’alternativa della stessa donna contro la quale avevano lottato aspramente nel loro mondo, nella loro realtà, Nissa Bontor, e contro la quale, per quanto Carsa avrebbe potuto affermare in fede, si ricordava di essere morta « … siamo ancora nel tempo del sogno, e, non lo escludo, fra poco il nostro poco simpatico padrone di casa ci ricondurrà nuovamente ai piedi di quella piramide nera, per esigere vendetta e per pretendere le nostre morti. »
« Ottimo… » commentò, alfine, la voce originare della “sua” Midda, riservandosi occasione di intervenire, finalmente, nel discorso e, in tal senso, non riuscendo a negarsi quella nota ironica, e quella nota ironica volta a sottolineare quanto, per il momento, la loro situazione non fosse realmente migliorata « Offrendo fiducia alle parole di Desmair, vorrei tuttavia sperare che tu abbia comunque compreso come poterci tirare fuori di qui e, in tal senso, questa tappa abbia a doversi considerare semplicemente un punto di transizione prima di ricondurci tutti alle nostre relative realtà e ai nostri veri corpi… giusto?! » riepilogò a beneficio comune e, forse, anche a dimostrare al proprio mai amato sposo quanto anch’ella avesse ben compreso cosa fosse accaduto e, soprattutto, cosa sarebbe ancora dovuto accadere.
« Quasi… » ripeté, proprio malgrado, Rín, non potendo ancora offrire la straordinaria conferma che, probabilmente, avrebbe allietato i cuori di tutti, per così come anche attesa, e addirittura richiesta, dalla sua interlocutrice « … però non c’è tempo di discuterne in questo momento. Dobbiamo agire e dobbiamo agire prima che il vicario riesca a raggiungerci e a riprendere il controllo. »
Detto questo, e chiudendo gli occhi per riservarsi un ulteriore momento di concentrazione, non dissimile, probabilmente, da quello che doveva esserci già pocanzi riservata e che, allora, aveva loro concesso di giungere sino a lì, quella giovane donna che, lì, inizialmente, si era considerata soltanto un peso per tutti, ebbe occasione, ancora una volta, di comprovare, e di comprovare innanzitutto a se stessa, quanto tale valutazione fosse stata prematura e impietosa. Una riprova che nessuno avrebbe mai preteso da lei, a difesa di una condanna che nessuno le avrebbe mai imposto, che ebbe così a manifestarsi e a manifestarsi in un nuovo varco di luce, e un varco di luce che ebbe lì ad aprirsi, questa volta, non sul terreno, ma innanzi a loro, al centro della sala da pranzo: un varco, un portale, verso una nuova destinazione, e, questa volta, verso il ritorno alla realtà, per così come ella stessa volle comunicare un attimo dopo…
« Dovrei esserci riuscita. » espresse, con una forma condizionale obbligata nel confronto con la straordinaria incognita pur per lei ancor rappresentata da tutto ciò, e, in particolare, dalle proprie effettive possibilità di sfruttare i poteri di quel luogo per riservarsi, a sua volta, dei poteri, e dei poteri non soltanto utili a evocare ali e armi, ma, anche, un portale, e un portale come quello che avevano attraversato per giungere sino a lì, e uno come quello che, speranzosamente, allora li avrebbe finalmente ricondotti alle loro vite « Ora muovetevi… non so per quanto riuscirò a tenerlo aperto e, soprattutto, quanto potrà passare ancora prima che secondo-fra-tre ci raggiunga. »
E se pur, per un istante, tutti loro avrebbero avuto a doversi considerare più che pronti ad attraversare quel portale, e, in questo, a ritornare alla realtà, fu la voce di Seem frenarli, e a frenarli a confronto con un interrogativo a confronto con il quale, probabilmente, Rín avrebbe preferito ovviare a trovarsi, nel sospingerli con tanta foga a compiere quei pochi passi che li avrebbero finalmente ricondotti alle proprie vite: « Muovetevi…? » osservò, osservandola con una certa premura, e con una premura utile a non volerle concedere opportunità di compiere sciocchezze.
Proprio l’ex-scudiero della Figlia di Marr’Mahew, più di chiunque altro, avrebbe potuto ben comprendere, allora, cosa stesse animando, in quel momento, il cuore della versione più giovane della sorella della sua signora, del suo cavaliere, nell’aver egli stesso provato quei medesimi sentimenti, e nell’essere stato egli stesso pronto al sacrificio, e al sacrificio che molti anni prima lo aveva spinto, invero, a votarsi a morire nelle oscure profondità marine, per il bene degli altri, valutando la propria morte un umile prezzo da pagare per la salvezza di altre persone, e di persone giudicate migliori di lui, giudicate più importanti rispetto a lui.
E ben comprendendo, allora, cosa stesse animando, in quel momento, il cuore di Rín, ben comprendendo l’errore al quale, ella, stava suo pari stolidamente votandosi, non tentando neppure di cercare una soluzione alternativa, una possibilità estranea a quella; proprio Seem non poté restare lì in silenzio, non poté semplicemente ignorare quell’evidenza offerta innanzi al suo sguardo, permettendo a quella donna di sacrificarsi per tutti loro, e di sacrificarsi, soprattutto, senza che alcuno fra gli altri, lì presenti, potessero avere consapevolezza di ciò.
« Cosa dovrei dirti…? Accomodati che ti porto una tazza di caffè?! » tentò di soprassedere la stessa Rín, ricorrendo a quel facile sarcasmo per mistificare la realtà dei fatti, e la realtà dei fatti che, in quella semplice obiezione, il giovane era stato in grado di far emergere.
« Seem… che cosa succede? » domandò Midda, nel richiedere al proprio ex-scudiero di esprimersi, e di esprimersi in maniera più completa, non potendosi tutti loro obiettivamente permettere alcun salamelecco nella gravità della situazione in cui stavano venendo a trovarsi.
« Io credo che Rín voglia sacrificare se stessa, per assicurarci il ritorno alle nostre realtà, alle nostre vite. » sancì l’altro, sciogliendo ogni riserbo, in tal maniera incalzato dalla propria signora.
« Nel proprio mondo, nella propria realtà, ella non possiede i poteri utili a tenere questo portale aperto. » intervenne, in suo soccorso, la voce di Desmair, a meglio esplicitare il perché di una simile scelta, di una tale decisione « Attraversandolo insieme a noi, il portale cesserebbe di esistere, facendoci precipitare nuovamente nel tempo del sogno e, qui, condannandoci tutti a subire i sadici capricci del vicario. » puntualizzò, salvo, ancora, aggiungere « Ciò non di meno, restando qui, da sola, sarà inevitabile per lei divenire bersaglio di tutto il rancore dello stesso per aver permesso la nostra fuga, la nostra evasione… e, allora, nulla potrà impedirgli di eliminarla per sempre dalla storia, e da ogni storia di ogni multiverso. »
« Non avreste potuto farvi i fatti vostri…?! » li rimproverò la stessa Rín, con una smorfia di disappunto in volto « … dannazione! »
« Davvero, Rín?! » domandò Maddie, sconvolta dall’idea del fato che la sua gemella aveva in tal modo autonomamente scelto di abbracciare, e di abbracciare cercando di non permettere loro di comprenderlo se non quando, alfine, sarebbe stato troppo tardi… e troppo tardi persino per rimembrare la sua stessa esistenza in vita.
« Davvero. » confermò Midda, per tutta risposta a quella domanda forse retorica, o forse no, e la replica alla quale pur ella aveva avuto modo di scoprire, in prima persona, più di due anni prima « Per quanto Nissa e io avessimo preso strade diverse, e strade che ci avevano condotto a essere reciprocamente antagoniste, alla fine della propria vita ella non ha esitato a sacrificarsi, e a sacrificarsi per la salvezza di coloro che più amava, lasciandosi volontariamente trafiggere dalla mia lama. » rievocò, con una nota di cupa amarezza nella propria voce « Non esitare a crederlo: per te, Rín sarebbe pronta a questo… e a qualunque altra drammatica soluzione necessaria per assicurarti di sopravvivere a tutto questo, e di continuare a combattere ancora un altro giorno. »
Tuttavia, prima che altre voci di protesta potessero levarsi in sua opposizione, e, in particolare, in opposizione alla sua scelta, fu proprio Rín a pretendere di nuovo l’attenzione comune e, soprattutto, a pretendere che tutto ciò che ella avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual disposta a compiere, non andasse sprecato…
giovedì 31 maggio 2018
2563
Avventura
050 - Il tempo del sogno
« Ah… beh. Allora stai tranquillo: mia madre ha persino tirato in ballo mio padre Kah per cercare di uccidermi. » ironizzò il semidio, scuotendo il grottesco capo di cuoio rosso ornato da ancor più enormi corna bianche « E, obiettivamente, ci è anche riuscita. » soggiunse, non potendo negare l’evidenza di essersi salvato solo in grazia a una soluzione decisamente poco convenzionale, qual quella volta a riversare la propria coscienza, il proprio spirito, all’interno del corpo di Be’Sihl, in grazia a una flebile connessione già esistente fra loro, soluzione che, difficilmente, avrebbe potuto escludere la verità della sua morte o, quantomeno, della sua morte fisica « Del resto, non tutti possono avere un rapporto tanto importante con il proprio genitore, al punto tale da essere disposti a tutto per rincontrarlo, per avere occasione di passare un altro minuto in sua compagnia… anche a sfidare forze indubbiamente più grandi di ogni propria possibilità di comprensione. » dichiarò, sottolineando con la propria voce il riferimento al genitore, in un’attenzione insolita nei confronti di tale argomento.
« Quante chiacchiere… » osservò secondo-fra-tre, in riferimento a quell’ultima particolare piega assunta dal dialogo con Desmair, in termini del tutto inediti per il medesimo semidio che, in effetti, non avrebbero potuto mancare di apparire inattesi anche a confronto con il giudizio di tutti gli altri presenti, coloro i quali, pur, stavano lì seguendo l’evoluzione propria di quel momento con un certo, comprensibile timore, nel non aver ancora ben inquadrato né il senso di tutto ciò, né, tantomeno, il reale fato al quale il vicario avrebbe desiderato destinarli, avendo a propria disposizione un indiscutibilmente amplio ventaglio di negative possibilità « … non ti facevo tanto ciarliero, figlio di Anmel. »
« In effetti, in genere, non ho piacere a concedermi occasione di relazione con chi giudico a me palesemente inferiore. » ammise egli, stringendosi appena fra le spalle, a enfatizzare il senso di indifferenza proprio di quel momento, implicito in quella chiacchierata « Dopotutto, per quanto non abbia mai avuto ragione di amare i miei genitori, sono pur sempre il figlio di un dio e nipote dell’ultimo faraone di Shar’Tiagh, e, in ciò, ho una certa reputazione, una certa dignità, un certo onore da dover difendere… »
« Questo posso ben comprenderlo. » gli concesse il vicario, annuendo appena « In tutto ciò, immagino, che ritrovarti a confronto con un essere superiore mio pari abbia a considerarsi, per te, qual una ventata di aria fresca in alternativa al tanfo di marciume proprio di questi meri ammassi di carne, e di carne morta… » soggiunse, con rinnovato, trasparente disprezzo per tutti gli altri presenti, giudicati, in tal senso, per la propria intrinseca mortalità, per la propria umana precarietà, qual già cadaveri, in un disprezzo sol minimamente contenuto nel confronto con quel semidio, verso il quale, ciò non di meno, il suo atteggiamento avrebbe avuto a dover essere comunque valutato qual di sufficienza… e, quasi, di costretta sufficienza.
« In verità, allorché con questi meri ammassi di carne, e di carne morta, qual li hai appena definiti con tanta severità, credo di essere più in imbarazzo a sprecare il mio tempo con uno dei servi di mia madre… » commentò Desmair, serenamente, senza scomporsi, senza concedersi occasione di esitazione nell’esprimersi in tal maniera, quasi fosse lì a confronto con una spregevole creatura inferiore, allorché a un essere potenzialmente in grado di distruggerlo, e di distruggerlo, addirittura, da ogni luogo e ogni tempo della propria storia e della storia di qualunque altra versione di se stesso all’interno del pur sterminato multiverso « Capiamoci: per quanto tu e i tuoi pari amiate definirvi con l’altisonante termine di vicari, nulla di più e nulla di meno di meri galoppini avete a dover essere considerati, sfruttati da mia madre per compiere il lavoro sporco allo stesso modo nel quale, generalmente, io impiego i miei spettri. » insistette, declinando in termini ancor più dispregiativi il proprio rapporto con quella creatura onnipotente, ancor apparentemente indifferente a ogni possibilità, tutt’altro che remota, di ritorsione da parte sua « Ciò senza considerare quanto, inebriato dal tuo stesso potere, tu abbia a star dimostrando tutta la tua inettitudine: inettitudine, in verità, così straordinaria da far apparire persino mia moglie qual geniale a confronto con te… e, ti assicuro, non è il cervello, per lei, a doversi ritenere qual la sua qualità migliore. »
« Ehy…! » non poté fare a meno di protestare colei in tal maniera tirata in ballo, la Figlia di Marr’Mahew, salvo, immediatamente, costringersi a tacere, e a concedergli di agire per così come stava già agendo, per quanto, in tal senso, il suo amor proprio non avrebbe avuto a ringraziare.
Così, benché, in quel momento, l’Ucciditrice di Dei avrebbe probabilmente protestato in maniera più vivace, più incisiva, a fronte con quel giudizio, e quel giudizio espresso a proprio discapito, l’evolversi degli eventi attorno a lei, attorno a loro, ebbe a forzarla a restare in silenzio, a ingoiare tutto il proprio orgoglio e a incassare quell’affondo del tutto gratuito e ingiustificato, pur nel contesto del piano di Desmair, un affondo nel merito del quale, a tempo debito, avrebbe avuto certamente occasione di ricambiare il favore al proprio mai amato sposo. Non ché, a ruoli inversi, avendone ella la possibilità, non avrebbe comunque agito esattamente nei medesimi termini, per amor di verità.
Non in silenzio, altresì e tuttavia, ebbe a restare lo stesso secondo-fra-tre, dimostrando di non apprezzare quanto egli stesse allor sostenendo a proprio così palese discapito, a propria così irriverente critica, e, in particolare, alla severità di quel giudizio per il quale, addirittura, un essere del suo calibro, un vicario, stava venendo posto in secondo piano rispetto a semplici mortali, declassato a mero servo, a semplice galoppino nel rapporto con il quale quel semidio avrebbe avuto a riservarsi possibilità di imbarazzo…
« Come osi…?! » reagì, in un moto di evidente stizza, d’ira, per quanto da lui così affermato, avvampando in volto e lasciando trasparire un’evidente emotività, e un’emotività ferita per simile affronto « Io sono secondo-fra-tre. Io sono un vicario della regina Anmel Mal Toise, l’Oscura Mietitrice. Io vi ho condotto sino a questo luogo e, da questo luogo. E io ho il potere di eliminarvi, e di eliminarvi per sempre dal Creato, nel presente, nel passato e nel futuro. » ribadì, quasi il concetto non avesse allor a doversi considerare già sufficientemente chiaro « Solo uno stolto potrebbe non riconoscere il mio potere. Solo uno stolto potrebbe realmente credere di potermi volgere un simile affronto e sopravvivere. »
« E’ una fortuna, allora, che io non sia uno stolto… » sorrise Desmair, nel mentre in cui, finalmente, ebbe conferma di quanto quella ridicola messinscena avrebbe potuto terminare « … così come è una fortuna che non abbia a doversi considerare stolta la versione alternativa della mia defunta cognata, la quale, dopo aver compreso, per prima, quanto stesse accadendo, ora è stata sufficientemente attenta a cogliere il mio invito ad agire… e ad agire al fine di portarci tutti via di qui. »
« … di cosa stai blaterando…?! » domandò il vicario, non comprendendo le sue parole, non cogliendo immediatamente quanto pur avrebbe avuto a doversi apprezzare qual straordinariamente chiaro.
« Addio, stupido servo. » ridacchiò Desmair, offrendogli un cenno irriverente di saluto con la destra, prima di essere risucchiato nel sottosuolo, da una voragine di luce improvvisamente dischiusasi sotto ai suoi piedi.
Una voragine di luce attraverso la quale, parimenti, ebbero a essere risucchiati, nel contempo, tutti gli altri presenti, ultima fra i quali anche Carsa, che, dall’alto della posizione da lei occupata, ebbe a doversi fiondare rapidamente all’interno di quel passaggio, di quel varco, prima che potesse richiudersi, prima che potesse svanire. Scomparsa al seguito della quale, improvvisamente, secondo-fra-tre ebbe così a ritrovarsi solo.
E se proprio Carsa fu l’ultima ad attraversare quel passaggio, ancora ella ebbe a essere l’ultima a fuoriuscirne dall’altra parte, ritrovando tutti i propri compagni di squadra, tutti i propri compagni d’arme lì nuovamente raggruppati, e raggruppati in un ambiente quantomeno originale, o tale dal proprio personalissimo punto di vista, nel non assomigliare a nulla che mai avrebbe potuto vantare di conoscere…
« Ma… ci hai portati a casa! » esclamò, alle sue orecchie, la voce della sua amica Midda, ancora una volta non scandita dalle labbra della “sua” Midda, quanto e piuttosto della versione più giovane della medesima, la quale, con aria forse più sorpresa fra tutti, si ritrovò a osservare l’ambiente attorno a sé e, in particolare, quella che avrebbe avuto probabilmente a dover essere intesa qual una sala da pranzo.
mercoledì 30 maggio 2018
2562
Avventura
050 - Il tempo del sogno
Se la prospettiva della propria potenziale morte, per Midda Bontor, non era mai stata ragione di freno, e se del multiverso, obiettivamente, non le era mai interessato molto, nell’aversi a riconoscere sinceramente qual un concetto decisamente più profondo di quanto non avrebbe avuto piacere ad affrontare per la propria stessa salute mentale; il risultato che, allora, avrebbe potuto derivare dal connubio di tali concetti non avrebbe potuto avere di che rallegrarla… non tanto per se stessa, e ancor meno per tutti i propri compagni che, egual fine, avrebbero potuto compiere.
In ciò, ancor prima di pretendere ulteriori spiegazioni a tal riguardo al proprio mai amato sposo, ella non poté che veder scemare i propri interessi offensivi a discapito di quell’essere, preferendo richiudere le ali, pur senza, ancora, lasciarle scomparire, e allentare la stretta attorno all’impugnatura della propria lama, nel posticipare, fosse anche solo di pochi istanti, qualunque possibile prospettiva d’aggressione a discapito di quella creatura, di quel vicario.
« Spiegati. » lo invitò quindi la donna dagli occhi color ghiaccio, nel razionalizzare la situazione e, in ciò, nel voler meglio comprendere la situazione prima ancora di agire, e di agire in termini a confronto con i quali, successivamente, avrebbe potuto non avere neppure reale possibilità di pentimento.
« Non siamo finiti qui per caso: questa dimensione è il territorio naturale di secondo-fra-tre. E’ stato lui a condurci sino a qui e la sola ragione per la quale può aver compiuto tutto ciò, è stato ovviamente dietro l’invito di mia madre… o, quantomeno, della versione di mia madre alla quale egli fa riferimento. » cercò di spiegarle, dimostrando maggiore pazienza di quanto, nel corso della propria intera esistenza immortale, non si fosse mai concesso occasione di offrire a chicchessia « Essere uccisi in questa dimensione sarebbe già abbastanza spiacevole di per sé… ma, nel confronto con i suoi particolari poteri, ogni realtà, ogni dimensione, ogni tempo potrebbe essere riscritto. E, in questo, non soltanto moriremmo noi… ma verrebbero cancellate tutte le nostre versioni di qualunque realtà, di qualunque dimensione, in ogni tempo. »
« Quando dici “verrebbero cancellate”, intendi in maniera figurata… non è vero? » cercò una qualche rassicurazione di sorta Maddie, intervenendo nella questione nel sentirsi particolarmente coinvolta nella faccenda, nell’avere, allora, a rischiare doppiamente la vita, tanto personalmente, quanto e peggio nelle vesti della propria versione alternativa, in quella loro particolare coesistenza attuale.
« No. » negò Desmair, scuotendo il capo e concedendo risposta anche all’interrogativo dell’altra versione della propria sposa, con eguale tono rispetto a quello adoperato verso la prima, quasi, in effetti, non stesse altro che rivolgendosi verso la medesima persona « Intendo in senso letterale: l’intero corso della Storia sarebbe riscritto senza la nostra presenza, senza il nostro contributo, e di noi, delle nostre vite, di tutto ciò che mai potremmo aver compiuto in qualunque universo, in qualunque mondo, non resterebbe neppure la memoria, e la memoria nei nostri amici, nei nostri cari… »
« Thyres… » esclamarono in coro le due versioni della medesima donna guerriero, egualmente sconvolte da una simile prospettiva.
« Dei… » gemette Be’Sihl, in contemporanea.
« Lohr… » commentò, parimenti, il biondo Be’Wahr, nell’aver ben compreso, anch’egli, quelle parole e il loro più concreto significato « Howe si dimenticherebbe di noi… e di tutto quanto abbiamo vissuto insieme. »
« Padre… » rievocò Rín, non potendo mancare di rivolgere il pensiero al proprio genitore, e a colui che, in tal maniera, dopo aver perduto la donna da lui amata, e aver dovuto rinunciare a una figlia, avrebbe improvvisamente e inspiegabilmente perduto anche l’altra, restando solo al mondo.
« … mia figlia crescerebbe senza un padre..» sussurrò Seem, apparentemente in maniera complementare alla compagna d’arme e, ciò non di meno, rabbrividendo autonomamente all’idea del destino al quale, in tal maniera, avrebbe avuto a condannare la propria progenie.
« Tua figlia non sarebbe mai nata, stupido sciocco! » incalzò il semidio, a meglio puntualizzare la questione.
Una sonora risata, ancora una volta, si impose all’attenzione comune, richiamando nuovamente ogni sguardo e, ancor più, ogni pensiero, in direzione del vicario, di quel torso umanoide il cui potere, la cui minaccia, improvvisamente, era decuplicata, centuplicata innanzi all’intimo giudizio di ognuno di loro, non che, precedentemente a ciò, qualcuno avrebbe avuto interesse a banalizzarlo nel proprio valore, nella propria pericolosità. Senza osare, allora, ulteriori gratuiti sarcasmi, provocatore ironie, tutti loro restarono semplicemente in silenzio a confronto con quell’ilarità, attendendo quietamente di essere posti a confronto con le ragioni della medesima, ragioni che, certamente, non avrebbero tardato a essere loro offerte.
E se pur, sincera e appassionata, avrebbe avuto a doversi considerare quella risata, quando essa ebbe a scemare, effettivamente, secondo-fra-tre non si volle negare una nuova possibilità di intervento, e di intervento al loro indirizzo…
« Non potete comprendere quanto sia divertente vedervi tanto affezionati alle vostre vite, alle vostre esistenze, così effimere, così brevi, da perdurare per non più di un semplice battito di ciglia a confronto con l’eternità dell’esistenza mia e dei miei pari. » dichiarò egli, piegando appena il capo di lato, quasi a volersi concedere l’opportunità di osservarli da un’altra prospettiva « Gli altri vicari ritengono che null’altro destino abbia a dover essere concesso a qualunque creatura mortale rispetto all’estinzione, all’annichilimento, a ristabilire la pace originale, a riequilibrare l’universo dopo quell’assurdità chiamata Creazione. » argomentò, continuando a sorridere e a osservarli, con interesse quasi scientifico « Ma io, francamente, mi diverto troppo a vedervi affannosamente lottare per conquistare il diritto a un solo, ulteriore respiro, che non ho il loro stesso interesse a estinguervi, e a estinguervi così rapidamente come pur potrei compiere… »
« E’ per questo che ci hai lasciato liberi di rimbalzare fra un mondo e l’altro, fra una realtà e l’altra, allargando involontariamente le nostre schiere e, soprattutto, arrischiandoci ogni volta in lotta contro qualche minaccia sempre nuova…?! » ebbe a domandare Desmair, accettando quell’ipotesi di dialogo senza apparente timore, senza visibile turbamento e, ciò non di meno, egualmente privo di quella consueta arroganza che, in un diverso contesto, non avrebbe mancato di caratterizzarlo, evidenza già concreta di quanto, in tutto ciò, anch’egli non avrebbe potuto ovviare a temere l’eventualità della propria tanto a lungo procrastinata fine.
« Sì… per quale altra ragione, altrimenti?! » replicò secondo-fra-tre, annuendo appena « Il mio compito avrebbe dovuto coinvolgere soltanto quei due ammassi di carne, ma, francamente, non avrei potuto ovviare a giudicarlo eccessivamente noioso, ragione per la quale ho preferito concedervi la libertà di vagare, per qualche tempo, attraverso i vostri stessi flussi di coscienza, coinvolgendovi reciprocamente, fino a quando, alla fine, non siete divenuti sin troppi… ragione per la quale ho ritenuto di condurvi qui, in questo particolare luogo, per lasciarvi affrontare la fine delle vostre esistenze, una sfida alla volta, un nemico dopo l’altro. »
« Quanto, tuttavia, non avevi previsto è che qualcuno potesse comprendere le regole di questa dimensione… e potesse iniziare a usarle in contrasto ai tuoi piani. » commentò il semidio, in riferimento a Rín, a colei che, sola, era riuscita a comprendere quel mondo e le sue dinamiche, dischiudendo un nuovo ventaglio di opportunità a tutti i propri alleati.
« Effettivamente no… » ammise il vicario, aggrottando appena la fronte « Sono sempre stato consapevole che tu, in quanto figlio di una regina Anmel Mal Toise, non avresti mancato di comprendere cosa stesse succedendo… ma, come i fatti poi hanno confermato, ho sempre creduto che il tuo orgoglio e il tuo spirito di antagonismo nei confronti della tua sposa ti avrebbero spinto a tacere la verità dei fatti, credendoti immune al mio potere, e alla minaccia che avrei potuto rappresentare per te e, in conseguenza, per il tuo protetto. » sottolineò, con tono implicitamente denigratorio anche a discapito di Desmair, nell’inquadrarlo, in fondo, alla stregua di tutti gli altri elementi di quel gruppo se non, persino, in una posizione a loro inferiore, nell’essersi dimostrato stupidamente suo complice senza neppur comprendere quanto, così facendo, non avrebbe fatto altro che favorirlo « Comunque non ti preoccupare: prima di eliminarti, mi premurerò che la tua fine non abbia a contrariare tua madre… in fondo, per quanto non sia la mia diretta signora, ne è sempre una versione alternativa. E mi spiacerebbe recarle offesa… »
martedì 29 maggio 2018
2561
Avventura
050 - Il tempo del sogno
« Complimenti, inutile ammasso di carne! » sorrise secondo-fra-tre, in una spiacevole approvazione di quell’analisi, di quelle parole, spiacevole non soltanto per i termini nei quali esso volle in tal maniera esprimersi, quant’anche per la conferma che, in tal maniera, stava venendo offerta nel merito dell’unica, reale risorsa che, altresì, avrebbero potuto vantare in sua opposizione, quel legame familiare che avrebbe potuto per lui essere d’ostacolo in qualunque proprio letale piano a loro discapito « Se avessi delle mani, potrei quasi pensare di applaudire a questa interessante dimostrazione di intelletto da parte tua. E dire che, sino a questo momento, ti avevo valutata qual l’elemento più inutile di questa vostra improbabile formazione, non avendo avuto occasione di spiccare particolarmente né dal punto di vista fisico, né da quello intellettuale. »
« Ehy… mi stai dando della stupida?! » protestò Maddie, necessariamente risentita da quelle parole, laddove giudicate immeritate, benché, provenendo da un antagonista, da un avversario, sicuramente avrebbero avuto a dover essere minimizzate nel proprio valore, nel proprio effettivo peso.
A interrompere, tuttavia, quel dialogo, e a tentare, in tal maniera, di risolvere nuovamente la questione in termini sufficientemente rapidi, per non dire immediati, fu l’intervento di Lys’sh.
Come già occorso in contrasto al golem di sabbia, infatti, l’ofidiana non ebbe a concedersi eccessivo imbarazzo di fronte a quel nuovo arrivato, a quella creatura chiaramente magica, e, in ciò, quanto più lontana possibile da tutto ciò a cui avrebbe potuto essere giudicata abituata, decidendo di provare a risolvere lo stallo di quel momento, di quella situazione, nell’aprire il fuoco, e nell’aprire il fuoco proprio di quell’enorme cannone al plasma da lei evocato, per rivolgerlo a discapito di quel bizzarro secondo-fra-tre, per concedere alla violenza del plasma la possibilità di disintegrare il medesimo nella propria più intima essenza, di lui nulla lasciando se non il ricordo. E se, straordinariamente devastante, e incredibilmente silenzioso, ebbe a essere nuovamente quello sparo, quell’esplosione di pura energia a discapito del vicario di Anmel Mal Toise, l’effetto che questa ebbe a riservarsi in suo contrasto fu drammaticamente inferiore rispetto a quanto già ottenuto in precedenza, a quanto sino a quel momento sperato, nel mostrare, dopo un accecante lampo di luce, quel torso umanoide ancora sospeso in aria, sopra le loro teste, quasi nulla fosse occorso, quasi in suo contrasto fosse stato proiettato nulla più che un semplice soffio d’aria.
Imperturbato, quindi, e ancor divertito dai ridicoli sforzi dei propri prigionieri, secondo-fra-tre non poté fare altro che reagire con una nuova sonora risata a quanto ipotizzato dalla giovane donna rettile, scuotendo poi il capo a evidenziare l’inutilità di tale tentativo…
« La scienza del tuo mondo è potente, piccola serpe. » ridacchiò egli, a commento di quel fallito attacco, di quel vano sforzo « Ciò non di meno, non è potente abbastanza da competere con la forza di un vicario. Neppure primo-fra-tre, che di noi è il più debole, avrebbe avuto a doversi preoccupare per tutto ciò… figurarsi, quindi, il sottoscritto. »
« Desmair! » esclamò Be’Sihl, volgendosi verso il proprio improbabile coinquilino, per cercare da lui una qualche possibilità di coinvolgimento, di impegno nel confronto con quella creatura « Contro primo-fra-tre i tuoi spettri erano stati decisamente utili. » rievocò, memore del passato, e dell’occasione in cui, per la prima volta, era risultato chiaro a tutti, e a Midda in particolare, l’oscena simbiosi esistente fra loro due, la presenza di quel semidio, ritenuto morto e sepolto ormai da lungo tempo, all’interno del suo corpo « Evocali e poni fine alla presenza di questo sbruffone! »
« Splendida idea. » commentò mestamente il colosso dalla pelle simile a cuoio rosso, storcendo appena le labbra verso il basso « Purtroppo irrealizzabile. » soggiunse immediatamente, a escludere simile opportunità « Innanzitutto quella volta, le mie legioni hanno avuto occasione di successo contro primo-fra-tre proprio perché espressione del mio potere… e, in questo, a loro volta immuni alla minaccia propria del vicario. E, poi, perché in questa dannata dimensione non ho alcuna possibilità di evocarli… o lo avrei già fatto prima, evitando di lasciarmi coinvolgere direttamente nello scontro contro quelle disgustose scolopendre giganti. » spiegò e ammise, in una confessione tardiva e, ciò non di meno, anche comprensibile nelle proprie motivazioni, giacché stolido sarebbe stato da parte sua condividere immediatamente un simile limite nei propri poteri, nelle proprie capacità, con tutti loro, nel momento in cui, ancora, le reciproche posizioni non avrebbero avuto a potersi considerare effettivamente chiare.
Una confessione comprensibilmente tardiva, la sua, che pur non ebbe comunque a offrire soddisfazione alla Figlia di Marr’Mahew, la quale, francamente, non avrebbe potuto immaginare uno scenario così istericamente altalenante per loro: laddove, infatti, un solo istante prima, con la comprensione delle possibilità proprie di quel mondo, essi non avrebbero potuto ovviare a gioire per il successo riportato, e il successo riportato nel confronto con il golem di sabbia, un attimo dopo, improvvisamente, quell’intera realtà aveva mutato intenzione nei loro riguardi, assumendo le forme di una trappola, e di una trappola mortale, all’interno della quale, nel migliore dei casi, sarebbero sopravvissuti a quella minaccia immediata soltanto per morire di stenti, e nel peggiore sarebbero allor immediatamente trapassati, nell’improbo confronto contro un vicario di Anmel… di un’altra Anmel Mal Toise.
« Thyres… come se non avesse a doversi considerare sufficiente una singola Anmel! » imprecò a denti stretti, vedendo le nocche della propria mano sinistra sbiancare nello stringersi attorno alla propria spada bastarda, espressione della frustrata rabbia crescente nel suo cuore.
Dalla sua schiena, fra le sue spalle, ebbero allora a riesplodere, violente e maestose, le due ali rossiccio-castane, pronte a concederle di levarsi in volo e di levarsi in volo nel chiaro desiderio di tentare una sicuramente sciocca, assolutamente inutile, e pur quasi obbligata, ipotesi di attacco fisico a discapito di quella creatura, in un gesto che non avrebbe portato probabilmente a nulla e al quale, pur, ella non desiderava sottrarsi, non nella speranza, nell’illusione forse, che, comunque, potesse concederle qualche forse vana illusione di risultato.
Ma prima che ella potesse prendere il volo, potesse librarsi nell’aria e proiettarsi in contrasto a secondo-fra-tre, la grossa mano artigliata di Desmair la bloccò, afferrandole con forza il braccio destro, in lucente metallo cromato, e circondandolo quasi per la sua intera estensione, tanta la sproporzione esistente fra loro. Un gesto che, in un qualunque altro momento, in un qualunque altro contesto, nel considerare gli attori coinvolti, non avrebbe potuto essere inteso in altra maniera se non di affronto, se non di aggressione, e che pur, in maniera del tutto straordinaria, inedita e, entro certi versi, persino inquietante, in quel particolare momento avrebbe avuto a dover essere altresì intesa di premura… e di premura per lei, e per le sue improbabili possibilità di successo a confronto con tutto ciò.
« … che fai…?! » protestò la donna guerriero, strattonandolo appena nel cercare di svincolarsi da quella presa non violenta a proprio discapito, a proprio arresto.
« Ti risparmio di compiere un’idiozia! » replicò egli, serio nella propria voce, così come raramente ella avrebbe potuto ricordare di aver avuto passata occasione di sentirlo « Ricordati dove siamo… siamo nella culla della Creazione: tutto ciò che qui è legato, resterà legato nella realtà… e tutto ciò che qui viene sciolto, sarà sciolto anche nella realtà. » l’ammonì, scuotendo appena il capo.
« Ho capito… se muoio qui, morirò anche nella realtà. » confermò ella, per tutta risposta « … sai che novità. Hai appena descritto ogni singolo giorno della mia esistenza! »
« Non hai capito… » insistette egli, imponendole una stretta leggermente maggiore, per quanto da lei, su quel particolare arto, del tutto trascurata, del tutto ignorata, non avendo possibilità di percezione alcuna attraverso quel lucido metallo « … il potere di un vicario, e di quel vicario in particolare, applicato in questa particolare dimensione, potrebbe portare non soltanto alla tua estinzione, ma all’estinzione di qualunque altra Midda Bontor dell’intero multiverso, cancellandoti per sempre da ogni mondo, da ogni realtà! Te… e ognuno di noi! »
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