11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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il Diario - l'Arte

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

giovedì 31 dicembre 2020

3507

 

“E perché mai dovrei soddisfare la tua curiosità...?!” replicò l’altro, accennando un lieve movimento di diniego con il capo, sempre senza interrompere la propria musica “Non credo proprio di doverti qualcosa... né, tantomeno, di volerti concedere un qualsivoglia genere di favore.”

Di principio, Midda Bontor non avrebbe avuto a dover essere fraintesa una donna impulsiva. Generalmente, anzi, ella era abituata a ben misurare le proprie azioni, nella necessità di ovviare a stolidi colpi di testa dei quali, poi, avrebbe potuto pentirsi. Ciò non di meno, un talune condizioni, anch’ella non avrebbe potuto ovviare a dimostrare tutta la propria mortale fallibilità nel lasciarsi trascinare dall’impeto del momento e, in tal senso, nell’agire in maniera troppo istintiva, senza valutare adeguatamente... o, anche, senza valutare proprio, le possibili conseguenze delle proprie azioni. Ragione per la quale, malgrado più di una volta, nel corso della propria vita, avesse cercato di impegnarsi a proseguire in maniera solitaria il proprio cammino, ella comunque non avrebbe potuto che apprezzare l’idea di avere attorno a sé persone fidate in grado di fermarla al momento opportuno, per impedirle di agire in maniera irragionevolmente stolida. A tal riguardo, in effetti, anche la sua sorellina d’arme Har-Lys’sha non aveva mancato di riservarsi occasioni utili per fungere da voce della coscienza per la propria amica, in termini tali per cui ella si era ritrovata a frenare i propri passi prima di commettere spiacevoli errori dei quali pentirsi.
Anche in quel particolare frangente, se soltanto ne avesse avuto la possibilità, sarebbe stato di gran lunga meglio per tutti che Lys’sh avesse potuto avere occasione di intervento, e di intervento a impedire, all’amica, di perdere le staffe. Ma tanto l’ofidiana, quanto la feriniana, avevano voluto allor fidarsi della capacità di giudizio della Figlia di Marr’Mahew, restando indietro rispetto a lei e lasciando a lei il compito di gestire quella situazione, sospinte in tal senso dall’evidenza di quanto, allora, ella stesse dimostrando di conoscere il proprio antagonista e, in tal senso, di dover esser quindi identificata qual la persona più appropriata per poter gestire quella crisi. E così, restate a debita distanza rispetto a Midda Bontor, né Lys’sh, né Lora avrebbero potuto avere la possibilità di intervenire a stemperare i toni di quel dialogo e, magari, a placare l’ira crescente nel cuore della loro compagna, di pari passo all’ansia che, da tutto ciò, e dai suoi più intimi dubbi, stava per lei allor derivando.
Fu così che, per quanto, di principio, Midda Bontor non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual una donna impulsiva; ella ebbe lì ad agire con imbarazzante impulsività in risposta a quell’ultima replica, sfoderando la propria lama e gettandosi in avanti, nell’intento di ottenere da lui le risposte necessarie o, comunque e all’occorrenza, di ucciderlo, per interrompere la follia di quanto lì in corso, per così come non volle mancare di esplicitare verbalmente...

« Poco male. » sancì ella, con un ringhio « Vorrà dire che, parimenti, non mi riserverò scrupolo alcuno a strapparti la vita dal corpo. »

Generalmente Midda Bontor non soleva riservarsi la prima azione in un combattimento, nella quieta consapevolezza di quanto, in effetti, ella avrebbe potuto conservare un certo vantaggio psicologico e tattico fino a quando fosse rimasta sostanzialmente immobile e apparentemente del tutto disinteressata alla pugna, costringendo, in ciò, il proprio antagonista a non riservarsi la benché minima idea nel merito di quanto avrebbe potuto attenderlo.
Purtroppo per lei, in quel momento, ella ebbe a dimenticarsi di tal più che corretta abitudine, scegliendo di riservarsi l’onere della prima azione e, in tal senso, consegnando al proprio avversario tale vantaggio, tanto dal punto di vista psicologico, quanto da quello tattico. Perché Nessuno, allorché lasciarsi cogliere dall’agitazione nel confronto con l’immagine della propria antagonista in così violento avvicinamento, ebbe a preferire mantenere, ancora, gli occhi chiusi, conservando in tal senso tutto il proprio più quieto stato d’animo e lasciando che, a combattere, avessero a essere altri per conto suo. Altri come, nella fattispecie, una mezza dozzina di guardie cittadine che, armate, si slanciarono fra la donna guerriero e il proprio obiettivo, pronti a essere per lui scudi con i propri stessi corpi ove necessario.
E se mirabili avrebbero avuto a dover essere considerati i riflessi della Campionessa di Kriarya e Lysiath, allor soltanto in grazia a tanto mirabili riflessi quei disgraziati ebbero a ovviare a ritrovarsi con una spada bastarda profondamente conficcata nel basso ventre, giacché ella, nel ravvisare quanto stava accadendo, riuscì a frenare di colpo il proprio incedere, deviando il proprio affondo quanto sufficiente a sfiorare il fianco destro di uno di loro senza, pur, avere a ferirlo, anche in grazia alla cotta di maglia da lui indossata.

« Thyres! » gemette ella, ritraendosi di colpo e ritraendosi in tempo utile a non essere, a propria volta, facile bersaglio per i propri inattesi antagonisti, e quegli uomini che, in risposta alla sua offensiva, ebbero allor a sguainare le proprie lame solo per cercare, con violenti fendenti, il contatto con le sue carni « Ti stai servendo di loro per affrontarmi...? Questo è un comportamento indegno persino per uno come te...! »
“Non ho interesse a impegnarmi direttamente con te. Non questa volta, quantomeno...” escluse tuttavia egli, banalizzando l’argomentazione sollevata dall’interlocutrice “Comunque non avertene a male. Non ho indicazioni precise, ma credo che vi siano qualche decina di migliaia di persone pronte ad affrontarti.”

D’accordo: in effetti Midda Bontor non aveva preso in esame tutte le variabili del caso. A partire da quella più palese di tutti, ossia il controllo mentale che quella musica maledetta stava esercitando su tutti gli abitanti di Kriarya. Lo stesso controllo mentale che li aveva costretti a lasciare le proprie camere nel cuore della notte per seguire quell’insignificante pifferaio magico, e che, all’occorrenza, avrebbe potuto anche sospingerli a combattere, nel di lui nome, contro quella donna leggendaria, e quella donna leggendaria che, a confronto con la situazione così offertale, avrebbe avuto ben poche possibilità di scelta: o accettare di combattere contro persone fondamentalmente innocenti, promuovendo una devastante carneficina... o disimpegnarsi, finché ancora le era concessa una simile opportunità.

« Midda! » avvertì la voce di Lys’sh, alle sue spalle, intenta a richiamarla.

Un richiamo non fine a se stesso, quello della giovane ofidiana, quanto e piuttosto volto a invitare la propria sorellona a prestarle attenzione, nel mentre in cui ella, sopraggiungendo ora a lei al galoppo, ebbe a tenderle la propria mancina, per afferrarla al volo e aiutarla a balzare a propria volta sulla schiena dell’animale, a concederle una rapida occasione di ritirata.
E la Figlia di Marr’Mahew, intuendo il senso della cosa in grazia a una rapida occhiata, non ebbe purtroppo a trovare motivazioni utili a contestare quell’iniziativa, rinfoderando rapidamente la propria arma e aggrappandosi all’amica, per saltare in groppa al sauro, con buona pace per ogni possibile orgoglio personale, soprattutto in sfida all’uomo da lei molti anni addietro ribattezzato come Nessuno.

“Che succede, o figlia della dea della guerra?” la canzonò egli, sempre attraverso le note del proprio strumento incantato “Dove è finita, ora, tutta la baldanza con la quale mi hai sempre affrontato in passato...?!” sembrò quasi ridere, per quanto nessuna risata avrebbe mai potuto essere prodotta da un flauto, per quanto dono di un dio “Comunque non avertene a male... è possibile, in fondo, che io non abbia a torcere loro un capello.” suggerì, propositivo nel merito del destino degli abitanti di Kriarya.
Un’ipotesi che, tuttavia, egli stesso volle immediatamente ritrattare suggerendo un sibillino: “O forse no...!” al quale ebbe ancora ad aggiungere, puntualizzando “Dopotutto non mi è stato posto particolare limite nel merito della loro sorte.”

mercoledì 30 dicembre 2020

3506

 

Che il proprio avversario fosse maturato, ella ebbe a comprenderlo in semplice conseguenza al fatto che egli non ebbe a reagire a confronto con la sua provocazione.
Fosse stato lo stesso arrogante individuo che aveva affrontato e umiliato in passato, difficilmente egli avrebbe abbracciato in maniera spontanea l’appellativo canzonatorio da lei rivoltogli in passato, rendendolo proprio e facendone, anzi, quasi una ragione di vanto. E ancor più difficilmente egli sarebbe allor rimasto in quieto silenzio a confronto con quelle sue ultime parole, a quelle ultime parole formulate al solo scopo di averlo a stuzzicare. Nel migliore dei casi le avrebbe riposto piccato, nel peggiore si sarebbe scagliato contro di lei con un qualche rabbioso attacco, volto a impedirle di avere a continuare a prendersi giuoco di lui in quella maniera.
Ma egli, allora, non ebbe né a risponderle, né, tantomeno, ad agire in sua opposizione, restando quietamente concentrato sul suono del proprio flauto e, anzi e addirittura, avendo a chiudere gli occhi a confronto con la propria antagonista, quasi ella non avesse a rappresentare, per lui, un’avversaria degna di nota. Quasi ora fosse ella stessa divenuta un Nessuno.

« Embè...? » domandò ella, aggrottando la fronte, a metà fra il deluso e il preoccupato per la compostezza di quella reazione « Dopo esserti trascinato dietro un’intera città al solo scopo di farmi torto, non ti riservi neppure l’occasione di rivolgermi la parola...? » insistette, cercando di stuzzicare una qualche sua reazione « E’ l’emozione che ti ammutolisce, per caso...?! »
“Ti preoccupa che io ti sia indifferente...?” replicò tuttavia l’altro, ancora modulando la musica qual proprio mezzo di espressione verbale “Strano. Ero convinto di essere io Nessuno... e normalmente Nessuno è indifferente a una donna come te.”
« Thyres... se penso che sono stata io a darti la possibilità di impegnarti in questi stupidi giochi di parole, mi prenderei ben volentieri a schiaffi! » sospirò la donna guerriero, scuotendo appena il capo « E, comunque, è inutile che giochi a fare il sostenuto nei miei confronti: il semplice fatto che tu ti sia impegnato tanto per me è dimostrazione di quanto tu non sia così indifferente come vuoi proporti. »
“E’ divertente il fatto che tu continui a ripetere che io mi sia impegnato tanto per te...” scosse il capo egli, con tono ora addirittura divertito “Davvero sei convinta che, se volessi veramente vendicarmi di te, elaborerei qualcosa di così complicato...?!”

In quel momento fu il turno di Midda di lasciarsi cogliere impreparata, del tutto spiazzata a confronto con quella frase. Perché o egli allora stava mentendo, risultando estremamente credibile anche in grazia a quella particolare forma di comunicazione che aveva deciso di rendere propria, oppure, e più spiacevolmente, egli stava dicendo la verità... e ciò avrebbe necessariamente significato quanto le stesse sfuggendo qualcosa di grosso. Anzi. Di enorme.
Perché mai avrebbe dovuto star affermando la verità, però...? In fondo ella era la sola umana a non essere caduta vittima della malia del suo flauto, dimostrazione di quanto, allora, tutto ciò avesse a doversi intendere semplicemente qual dedicato a lei. In caso contrario, ella avrebbe avuto a doversi riconoscere indifferente a tutto quello soltanto in conseguenza ai propri attuali poteri, al retaggio della regina Anmel Mal Toise reso proprio, e a quel retaggio utile a farla essere la nuova Portatrice di Luce e la nuova Oscura Mietitrice. E, in tal senso, probabilmente, meno umana di quanto ella non avrebbe avuto piacere a potersi riconoscere.
Tuttavia, e parimenti, perché mai avrebbe dovuto star mentendo...?! Se davvero egli avesse compiuto tutto quello per imporle danno, fisico o psicologico che dir si sarebbe potuto intendere, qual giusto tributo a compenso di tutto il male che ella gli aveva imposto nel corso del tempo, perché, arrivati a quel punto, egli avrebbe dovuto minimizzare la questione, negando che tutto quello fosse stato posto in essere per lei? Al contrario, egli avrebbe dovuto cercarne la più assoluta ragione di vanto, fregiandosi di ciò con tutta l’arroganza della quale avrebbe potuto riconoscersi capace, e con non poche ragioni di merito a tal riguardo.

« Considerando quanto io sia la sola a non essere rimasta vittima del tuo incantesimo... o di qualunque altra cosa esso sia... beh... sì! Mi sembra più che sensato ritenere che tu abbia fatto tutto questo per me. » puntualizzò ella, cercando di provocare da parte sua una qualunque altra risposta, utile a meglio discernere una questione che, spiacevolmente, avrebbe potuto risultare meno lineare rispetto a quanto ella non avrebbe potuto aver piacere a credere.
“In effetti non ho idea della ragione per la quale tu sia rimasta immune al suono del flauto di Midrahem. Né, francamente, avevo consapevolezza del fatto che tu fossi presente o meno in città in questi giorni.” precisò egli, restando fedele alla propria posizione di quieta indifferenza nei suoi riguardi ”Ma, credimi, fosse dipeso da me anche tu saresti dovuta essere una marionetta al mio comando in questo momento.”

Midrahem. Dio della musica e del canto. Una divinità minore nel pantheon kofreyota, e ciò non di meno una divinità diffusamente venerata, qual protettore delle feste e delle celebrazioni, nonché patrono dei bardi e dei cantori. Midda non ricordava di aver mai avuto passata occasione di sentir parlare, specificatamente, di un flauto di Midrahem, ma era a conoscenza del mito secondo il quale il dio, nel corso del tempo, dei secoli e dei millenni, aveva fatto dono alla propria semidivina progenie di vari strumenti musicali, strumenti che, benedetti dal suo nome e dai suoi poteri, avrebbero permesso loro di compiere meraviglie.
Ella rammentava, per esempio, della leggenda di un zither, dono del dio Midrahem a una propria figlia, tal Elisha, che era stato adoperato dalla medesima, in un momento di furia, per spingere alla follia, prima, e alla morte, poi, un proprio passato amante. Un uomo che, sciocco e sventurato, dopo aver fatto invaghire di sé una semidea aveva avuto la malaugurata idea di tradirla, e di farsi sbadatamente scoprire nel più sciocco dei modi possibili: facendo dono all’amante di un pendente identico a un altro già donato a Elisha. O, ancora, ella ricordava della leggenda di uno tamburo, sempre dono del dio Midrahem a un proprio figlio, tal Rohie, che era stato impiegato dal medesimo nel corso di una battaglia, a rovesciarne mirabilmente le sorti. Meno di un centinaio di uomini, stanchi e provati, avevano così avuto la meglio contro un esercito di cento volte superiore a loro in numero e armi, semplicemente perché Rohie, scandendo il tempo con il proprio tamburo, aveva spinto i propri avversari, i propri antagonisti, a combattere gli uni contro gli altri, con maggiore ferocia di quanto, sino a quel momento, non avessero avuto ragione di riservare neppure contro coloro eletti, effettivamente, a propri nemici: e prima che chiunque potesse maturare consapevolezza di quanto stesse allor accadendo, la battaglia era conclusa, in un terribile bagno di sangue.
Sebbene, quindi, la Figlia di Marr’Mahew non avesse a ricordare, specificatamente, dell’esistenza di un flauto di Midrahem, ciò non avrebbe avuto certamente a significare che esso non avesse a esistere. Ed esistendo, quanto allora era accaduto in quel di Kriarya avrebbe potuto trovare la propria più pura e semplice logica spiegazione, in quieto accordo con il mito.
Ma se, ancora una volta, Nessuno non stava mentendo, e non stava mentendo nell’affermare di non avere la benché minima idea del fatto che ella fosse in città e, più in generale, di non sapere il perché ella non stesse risentendo dell’incantesimo del flauto; la questione avrebbe avuto spiacevolmente a complicarsi. Perché ciò avrebbe avuto a significare che, effettivamente, nel lasciare Kriarya per inseguire gli scomparsi, Midda e Lys’sh potevano aver commesso un madornale errore...

« Parla chiaro, Nessuno! » incalzò allora ella, nella necessità di una conferma o di una smentita a tal riguardo, nel mentre in cui un terribile stato d’ansia stava crescendo nel suo cuore, nel delinearsi nella sua mente di un certo pensiero « Perché stai facendo tutto questo...?! »

martedì 29 dicembre 2020

3505

 

« Thyres! »

Alla testa di quella colonna, artefice del più amplio sequestro della Storia o, quantomeno, della Storia che Midda avrebbe potuto dichiarare conoscere, ella avrebbe potuto attendersi chiunque.
Avrebbe potuto attendersi, e si attendeva, la propria gemella Nissa Bontor, animata, di consueto, dai propri più feroci propositi di vendetta a suo discapito: una vendetta, allor, da perseguire nella morte, e nella morte nei modi più crudeli possibili, di chiunque le stesse attorno.
Avrebbe potuto attendersi uno qualsiasi dei suoi passati antagonisti, magari qualcuno che, a suo tempo, era stato in relazione con un oggetto del quale poi ella si era impadronita, giustificando, in tal maniera, e in nome di un qualche, misterioso, legame mistico, il modo nel quale egli o ella era stato in grado di individuare l’esatta posizione del tesoro di Brote, saccheggiandolo, all’occorrenza, anche del flauto utile a porre in essere tutto ciò, e di quel flauto dettaglio del quale ella non riusciva a riservarsi memoria ma che, di certo, a tempo debito, doveva aver già recuperato e consegnato, tanto per cambiare, al proprio mecenate. E le alternative, in tal senso, non avrebbero avuto a mancare, tanti avrebbero avuto a dover essere intesi gli stregoni, i negromanti ed altra gentaglia simile che ella aveva affrontato e vinto nel corso della propria lunga e avventurosa esistenza.
Avrebbe potuto attendersi, persino e per assurdo, il suo sposo, Desmair: benché l’ultima volta che aveva avuto occasione di incontrarlo l’avesse lasciato letteralmente dall’altra parte dell’universo rispetto al proprio mondo natale, senza alcuna futura possibilità di incontro fra loro, una parte di lei non aveva mai smesso di attendersi il suo possibile ritorno, e un ritorno che, a prescindere, non avrebbe mai avuto a potersi intendere positivo, nel ben considerare quanto male egli avesse imposto alla sua esistenza.
Insomma... ella avrebbe potuto attendersi chiunque.
Ma non... Nessuno.

« Non ci credo... tu...?! » gemette, sinceramente spiazzata da quella scoperta, da quell’inatteso, e imprevedibile ritorno.

Il suo vero nome ella non lo ricordava. O, forse, non lo aveva neppure mai conosciuto, benché egli, certamente, ne avesse a essere orgoglioso. Per lei quell’individuo era sempre stato Nessuno, a meglio evidenziare quanto egli non soltanto non avesse a meritare la sua attenzione, ma, addirittura, neppure il di lei impegno per ucciderlo.
Rimau Coser, così egli si chiamava, era stato uno spadaccino. Forse anche uno spadaccino in gamba, impossibile per lei a stabilirsi. Di certo uno spadaccino audace, ed estremamente sicuro di sé. Tanto quanto utile, molti anni prima, a dichiararle sfida in un momento nel quale ella non avrebbe avuto alcun interesse a perdere tempo con lui. E così, tutta la possibile maestria di quell’uomo nell’arte della scherma, e della scherma, addirittura, a due mani, era stata da lei vanificata in un solo, forse troppo crudele, atto: la duplice amputazione, quasi senza neppur prestarvi particolare interesse, di entrambe le mani.
Una violenza terribile, quella della quale egli era stato protagonista, a cui non era tuttavia seguita la morte. E che, anzi, lo aveva poi veduto, a distanza di molti anni, fare ritorno in quel di Kriarya, la città nella quale egli era stato sconfitto e umiliato, oltre che mutilato, non soltanto armato di una coppia di lunghe lame fissate alle monche estremità delle proprie braccia ma, anche e ancor più, di un bizzarro monile, e un monile che l’aveva intrappolata all’interno della notte più lunga della propria esistenza, l’effettivo protrarsi della quale ella non avrebbe potuto mai realmente neppure immaginare.
E malgrado tutto il male che egli le aveva imposto, o, forse, le aveva tentato di imporre, alla fine la Figlia di Marr’Mahew aveva deciso nuovamente di non avere a pretendere la sua vita. Dopotutto egli era Nessuno. Ed ella non avrebbe mai avuto ragione di scomodarsi ad uccidere Nessuno.
Eppure, nuovamente, e a distanza, ancora, di anni, egli aveva fatto il proprio ritorno nella sua vita. E, ancora una volta, evidentemente accompagnato da un artefatto stregato, a dimostrazione di quanto, malgrado tutto, non avrebbe avuto a doversi fraintendere un così pessimo avventuriero per come, pur, molti lustri prima le era si era parato innanzi...

“Già. Io...”

A risponderle, in effetti, non era stata la voce di Nessuno, quanto e piuttosto la sua musica, e la musica di quel flauto che, modulandosi in maniera inquietantemente comprensibile, aveva scandito quella quieta affermazione, senza neppure pretendere, da parte sua, di interrompere la propria melodia, e quella melodia con la quale, degno erede del pifferaio di Hameln, stava conducendo alla propria infausta sorte.

« Ma come... è possibile...?! » domandò ella, che definire spiazzata per quella sorpresa sarebbe stato quantomeno riduttivo.
“Com’è possibile che sia stato proprio io a trovare il modo di trionfare definitivamente su di te?” le replicò in maniera puntuale il suono del flauto “O, piuttosto, com’è possibile che io stia suonando un flauto, in considerazione di quanto, molti lustri orsono, mi hai imposto con la tua violenza, tagliandomi entrambe le mani...?!”

Nessuno si arrestò nel proprio incedere. E, alle sue spalle, qualche decina di migliaia di persone ebbero a fare altrettanto, fermandosi in quell’assurdo stato di non-coscienza ipnotica nel quale egli le aveva fatte precipitare con la propria musica, e, con la propria musica, ancora le stava trattenendo.

« Più la seconda che la prima, in effetti. » replicò, avvicinandosi ancora a lui, nel spronare il proprio cavallo a coprire le ultime centinaia di passi necessari per colmare la distanza lì esistente « Anche perché, francamente, come puoi pensare di avere ancora una qualche possibilità a mio discapito...?! »
“Nessuno può vincere Midda Bontor: è così che pensi, vero...?!” sembrò quasi irriderla, quella musica “E allora lascia che Nessuno vinca su di te...” la canzonò, chiaramente sicuro di sé, facendosi addirittura vanto dell’appellativo di disprezzo che ella gli aveva attribuito.

Per quanto assurdo avrebbe avuto a dover essere riconosciuto, trattandosi di stregoneria tutt’altro che impossibile avrebbe avuto a dover essere intesa, per lui, la possibilità, allora, di suonare il flauto, anche in assenza di entrambe le proprie mani.
E, in effetti, un flauto, e un flauto traverso, era quello che egli stava lì avendo a suonare con apprezzabile, e chiaramente pericolosa, maestria, nel mentre in cui esso stava venendo sorretto con la boccola alla giusta altezza innanzi alle sue labbra da una coppia di mani di pura e semplice luce, forse e addirittura energia allo stato più grezzo, e lì, in qualche maniera, conformata a delineare una coppia di mani perfettamente proporzionate, con un assortimento completo di dita, e di dita lì impegnate a muoversi con mirabile senso del tempo lungo l’estensione orizzontale di quello strumento, a coprire e a scoprire, di volta in volta, i fori giusti per ottenere il suono desiderato, e il suono proprio di quell’inesauribile melodia.

« Prima di farti pentire amaramente di questo scherzetto, voglio che tu sappia che sto iniziando ad ammirare la tua tenacia. » volle concedergli ella, raggiungendolo con facilità ora che egli si era fermato nel proprio avanzare e frenando il proprio cavallo a meno di trenta piedi da lui, per poi balzare a terra e prepararsi al confronto con il proprio tanto atteso antagonista « Cioè... sono passati almeno tre lustri dal nostro primo incontro e più di uno dall’ultimo... e, dopo tanto tempo, torni ancora a presentarti a me per cercare soddisfazione?! » argomentò la donna guerriero, aggrottando appena la fronte « Se non è amore questo... non so proprio in quali altri termini avere a interpretarlo. »

lunedì 28 dicembre 2020

3504

 

A pensarci bene, a riflettere per un momento sulla questione, ben pericoloso avrebbe avuto a dover essere intesa una tal concentrazione di potere in un singolo luogo, una tanto variegata e ricca collezione di magia riunita in un unico posto. Soprattutto se qualcuno sufficientemente confidente con lei e con i dettagli della sua vita si fosse ritrovato animato dalla volontà di attingere a tale collezione e avesse avuto le capacità e i mezzi per farlo.
Qualcuno come la sua sorella gemella Nissa Bontor, ovviamente.

« E se fossi stata io ad armarla...?! » domandò quindi alle proprie amiche, nell’esprimere verbalmente la conclusione del proprio flusso di coscienza « Dopotutto, nel momento in cui rammento, seppur confusamente, l’esistenza di questo dannato flauto, potrei averlo già recuperato nel corso di una qualche mia impresa passata. E Nissa potrebbe essersi riservata l’opportunità di sottrarlo a Brote, insieme a chissà quanti altri artefatti di potere ancor maggiore, al fine di orchestrare tutto questo. »
« Un’ipotesi decisamente azzardata... » contestò tuttavia Lys’sh, scuotendo il capo « Non ho idea di dove Brote tenga celati i suoi tesori, ma sono sufficientemente sicura che non abbiano a essere stati nascosti nell’imbottitura del suo materasso, cosicché anche il primo idiota che passa possa riservarsi la possibilità di rubarli. » negò l’ofidiana « E se tu avessi avuto occasione di porre le mani su un simile artefatto, dubito che il lavaggio del cervello di Desmair ti avrebbe impedito di conservare memoria di ciò: fino a oggi, infatti, abbiamo avuto riprova di quanto ti abbia sicuramente confuso le idee... ma non ti abbia mai realmente sottratto dei ricordi della tua vita passata. »
« Sentite... io vi ringrazio per tutta la vostra premura nei miei riguardi. » pretese nuovamente parola Lora, non desiderando concedersi più freni del dovuto nel confronto con tutto ciò « Ma finché non ci sarà data evidenza del fatto che esista in circolazione, ed esista in circolazione nei dintorni di questi luoghi, un’arma utile a definire nuovamente la mia morte, non ho francamente intenzione di continuare a riservarmi ragione di dubbi o di esitazioni. Anzi. Lasciate che sia io ad andare in avanscoperta. E, magari, ad affrontare il nostro misterioso antagonista... e al più, se mi sarò sbagliata, vi sarete liberati di una ritornata. » concluse, minimizzando la propria importanza benché, obiettivamente, non credesse di essere a rischio.

Ma se fosse esistita una sola cosa che Midda Bontor non avrebbe mai desiderato permettere che accadesse, tale cosa sarebbe certamente stata impiegare i ritornati qual armi per proprio uso e consumo.
Frutti del proprio potere, emanazione incontrollata del retaggio ottenuto da Anmel Mal Toise, essi avrebbero potuto rappresentare, troppo facilmente, il primo passo, per la stessa Figlia di Marr’Mahew, per divenire degna erede della propria predecessora, se ciò fosse accaduto. Fra le varie ipotesi mai meglio confermate, e ciò non di meno decisamente credibili, avrebbe avuto a dover essere anche intesa quella di una diretta responsabilità della stessa Anmel Mal Toise nella creazione, nel loro mondo, di tutte quelle creature leggendarie che lo popolavano, quelle creature la cui esistenza non avrebbe potuto ritrovare altrimenti giustificazione alcuna, anche e soltanto nell’assenza di un qualunque altro riscontro a livello interplanetario. Di fatto, quindi, Anmel Mal Toise avrebbe potuto essere riconosciuta qual la responsabile per la creazione di orrori come la manticora che avevano pocanzi affrontato. Orrori che, a peggiorare la situazione, ella aveva spinto a “evolvere”, in termini di pericolosità, nella nuova condizione di ritornati, accompagnandoli a molti altri ancora.
E se Anmel Mal Toise doveva aver agito in tal senso spinta dalla necessità di creare delle proprie armate, mirabili risorse belliche da impiegare a proprio capriccio; troppo semplice sarebbe stato per Midda Bontor avere a ripercorrerne le orme agendo in tal maniera. E servendosi di una ritornata qual fosse un’arma e, per lo più, un’arma sacrificabile.

« No. » escluse quindi, fermamente, definendo la conclusione della questione « Hai ragione a suggerire quanto stiamo perdendo tempo, a così breve distanza dalla conclusione... ma non intendo assolutamente gettarti sola in sfida a una non ancor meglio compresa minaccia. » sancì, muovendo appena il capo in segno di diniego « Siamo arrivati fino a qui insieme. E continueremo ad agire insieme, per la salvezza di tutti i nostri cari, dei nostri amici e, di chiunque altro in Kriarya! »
« Ma... » esitò ora Lys’sh, desiderando suggerire, ancora una volta, il rischio che in tal senso la sua sorellona avrebbe potuto correre.
« Niente ma. » la anticipò la Figlia di Marr’Mahew, levando una mano verso di lei, a chiedere da parte sua un quieto clima di fiducia e di collaborazione « Sono praticamente certa che qualsiasi cosa sia accaduta, è accaduta per colpa mia. E non intendo certamente restare nelle retrovie lasciando rischiare ad altri la propria vita, o non vita che dir si voglia, per me. »

Spronando il proprio cavallo, Midda ebbe quindi a slanciarsi in avanti, al galoppo, decisa a coprire nel minor tempo possibile la distanza ancora esistente fra loro e quella lunga colonna e poi, se possibile, fra la coda di quella lunga colonna e la testa della medesima, per giungere al proprio obiettivo finale.
E non potendo concedersi l’occasione di fare molto altro, Lys’sh e Lora poterono permettersi soltanto di seguirla, spronando i propri cavalli, con buona pace di ogni elucubrazione nella quale potevano essersi impegnate sino a quel momento o, entro la quale, ancora avrebbero potuto impegnarsi.
Perché, a volerla dire tutta, nel mentre di quell’ultima chiacchierata, alla giovane ofidiana era venuta in mente un’altra possibilità di interpretazione di quegli eventi, un’altra chiave di lettura entro la quale aver a interpretare quanto accaduto nelle ultime ore, e una chiave di lettura a confronto con la quale, proprio malgrado, lei e Midda avevano commesso il peggior errore della propria vita, nello scegliere di agire per come avevano agito. Ciò non di meno ormai avrebbe avuto a dover essere considerato troppo tardi per recriminazioni di sorta. E, in fondo, il suo avrebbe avuto a dover essere inteso, ancora una volta, qual un pensiero infondato, un’idea probabilmente malsana, un’ipotesi priva di fondamento.
... o no?!

« ... che la dea ce la mandi buona. » commentò fra sé e sé, non tanto in riferimento a quella loro galoppata verso un possibile scontro risolutivo con il loro ancor sconosciuto antagonista, quanto e piuttosto per quello che avrebbe potuto attenderle al ritorno a Kriarya, quando tutto ciò sarebbe finalmente finito.

Ovviamente Midda Bontor non poté udire quel commento, né, tantomeno, avrebbe mai potuto immaginarne le ragioni. Dal canto proprio, in quel frangente, il suo solo interesse avrebbe avuto quindi a dover essere inteso quello di riuscire ad allungare le mani attorno al collo della propria gemella, o di qualunque altro disgraziato o disgraziata avesse a doversi riconoscere presente dietro a tutto ciò, per sollevarlo da terra e, all’occorrenza, sbatacchiarlo un po’ a destra e a manca, in proporzionale rapporto alla propria capacità di incassare i colpi. E quasi, in tal senso, ella non avrebbe potuto ovviare a sperare trattarsi proprio di un ritornato, in maniera tale da potersi concedere anche l’opportunità di farlo a pezzi senza avere a preoccuparsi di rendere il proprio animo ancor più nero di quanto, disgraziatamente, già non avesse a dover essere inteso.
Quanto, in effetti, ella non avrebbe mai potuto immaginarsi di trovare, in testa alla colonna, ebbe tuttavia a essere esattamente ciò che trovò nel momento in cui la raggiunse, non mancando, in tal senso, di esprimere tutto il proprio più sincero stupore nell’imprecare il nome della propria dea prediletta...

domenica 27 dicembre 2020

3503

 

Il divertito ciarlare nel quale le tre donne si stavano così lasciando coinvolgere, sicuramente, e ancora una volta, per contrastare l’altrimenti crescente ansia a confronto con l’apparentemente incolmabile distanza dal loro obiettivo ebbe a interrompersi di colpo nel momento in cui all’orizzonte ebbero finalmente a intuire la presenza di un gruppo di persone. E non un gruppo qualsiasi, quanto e piuttosto una moltitudine, in marcia verso una non ancor meglio compresa destinazione. Una moltitudine che, in un primo momento, ebbe a proporsi qual una leggerissima sfumatura colorata in lontananza, ma che, ben presto, nell’accorciarsi delle distanze fra loro, non poté che iniziare ad apparire per quanto effettivamente era: una folla interminabile di persone, migliaia e migliaia, decine di migliaia, in ciondolante e silenzioso movimento, in un immagine che, sotto molti aspetti, non avrebbe avuto a potersi fraintendere particolarmente diversa da quella propria di un branco di zombie.

« Eccoli! » esclamò quindi la Figlia di Marr’Mahew, additando innanzi a loro « Li abbiamo raggiunti, finalmente! »
« E abbiamo raggiunto anche il nostro malevolo pifferaio... » confermò Lys’sh, nell’udire già, anche a quella distanza, la musica di un flauto, o di un altro, assimilabile, strumento a fiato « Lo senti anche tu, Lora?! »
« Sì. E’ lui. O lei. » confermò la feriniana, potendo a sua volta vantare un udito molto più sensibile rispetto a quello di Midda Bontor e di qualunque altro umano « Però... aspettate. » soggiunse subito dopo, a sollevare l’evidenza di un dubbio « Se Lys’sh e io siamo rimaste indifferenti al suono del flauto perché non umane... tu, Midda, non rischi ora di finire, a tua volta, vittima di quella malia ipnotica? O di qualunque altra cosa essa sia...?! »

Un’obiezione non priva di senso, quella così scandita da Lora, nella propria inconsapevolezza nel merito della tutt’altro che normale umanità propria della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice, che pur non avrebbe avuto a dover essere banalizzata nella propria risposta, né in un qualunque genere di riflessione a tal riguardo da parte della medesima donna guerriero erede della regina Anmel Mal Toise. Anche perché, ancora, ella non avrebbe potuto esprimere la benché minima consapevolezza nel merito del perché della propria esclusione da quella stregoneria, se effettivamente conseguente a una scelta volontaria da parte dell’incantatore a suo discapito, o se, piuttosto, reale conseguenza del retaggio proprio della precedente portatrice della corona, e di quella corona che ella, molti anni prima, aveva conquistato a prezzo della propria stessa vita.
Ove, infatti, la sua immunità fosse derivata dai propri ancor non meglio compresi poteri, Midda Bontor non avrebbe corso rischio alcuno ad avvicinarsi a quella folla, e, soprattutto, a quella musica, a prescindere da tutto. Ove, tuttavia, la sua esclusione da quell’annovero di scomparsi fosse derivata, semplicemente, da una scelta volontaria dell’incantatore o dell’incantatrice di turno, ella avrebbe potuto, altresì, ritrovarsi a essere trascinata a propria volta in quella malia o, peggio, avrebbe potuto esporsi, pericolosamente, a qualcosa di peggio, concepito a sua unica ed esclusiva avversione.

« Non ha tutti i torti... » annuì Lys’sh, storcendo appena gli angoli della bocca verso il basso, in una smorfia di disappunto « Finché non sapremo qualcosa di più nel merito di quanto sta accadendo, in quanto umana tu potresti ritrovarti pericolosamente esposta all’influenza di quella musica. »
« E quindi...? Quale sarebbe la vostra proposta...? » aggrottò appena la fronte la Figlia di Marr’Mahew, scuotendo il capo « Mi state chiedendo di incrociare le braccia e mantenermi a debita distanza lasciando che siate voi a rischiare la pelle contro la mia gemella...?! »
« Premesso che, almeno in riferimento alla sottoscritta, non vi è pelle, o pelliccia, da rischiare... » suggerì Lora, non senza una certa ironia a sottolineare la propria eterna dannazione che pur, in tali frangenti, avrebbe avuto a poter essere intesa un vantaggio « ... ma, attualmente, non abbiamo neppure una qualche effettiva motivazione per escludere che si possa trattare di chiunque altro che non sia necessariamente quella folle genocida di Nissa Bontor. »
« Non abbiamo neppure una qualche effettiva motivazione per escludere che si possa trattare di lei. » scosse il capo Midda, per nulla desiderosa di vedersi tagliata fuori « E se ha posto mani su un qualche artefatto utile a dar vita a tutto questo... nulla può escludere che possa anche possedere qualcosa in grado di annientare persino una ritornata come te! » sottolineò, con pragmatico pessimismo « Non dimenticarti che in questo mondo, pur non esistendo tecnologia utile a produrre armi al plasma, esistono comunque molte forme di stregoneria utili a fare persino di peggio e... »

Per un istante la Figlia di Marr’Mahew si bloccò nel proprio incedere verbale, nel mentre in cui le sue pupille si ingigantirono e, poi, si compressero all’interno delle sue azzurre iridi, a dimostrare quanto la sua mente stesse ragionando attorno a un pensiero, e a un pensiero evidentemente importante.
Ovviamente, nel mentre di quella cavalcata, né Lys’sh né Lora poterono rendersi conto del movimento delle sue pupille all’interno delle sue iridi. Ciò non di meno, però, entrambe non poterono che notare la palese interruzione della sua frase, e quella palese interruzione che ebbe a prolungarsi per qualche istante più del dovuto per poter essere trascurata o banalizzata nel proprio significato.

« Che accade...?! » domandò quindi l’ofidiana, per cercare di comprendere il senso di quel momento di smarrimento da parte dell’amica, e da parte dell’amica in quel particolarmente critico.

Nel contempo della propria replica a Lora, la mente di Midda Bontor aveva avuto occasione di viaggiare per qualche brevissimo, ma interminabile, istante dietro ai propri pensieri, partendo dall’idea di quanto, proprio malgrado, neppur un ritornata avrebbe potuto considerarsi al sicuro se la magia fosse stata tirata in ballo, per così come, del resto, tutto stava sottintendendo essere accaduto. Già anche e soltanto in quello stesso caso specifico, banalmente, si aveva avuto dimostrazione, per mezzo di quanto accaduto a Korl Jenn’gs, che l’essere non morto e non vivo non avrebbe avuto a negargli occasione di restare vittima di quella melodia incantata... figurarsi, quindi, avere a confrontarsi con altre e più terribili stregonerie. E a tal riguardo, dopotutto, l’esperienza propria della Figlia di Marr’Mahew avrebbe a dover essere considerata una fra le più significative in quello o in altri mondi: nessuno, come lei, aveva ricercato in giro per buona parte del continente artefatti stregati d’ogni natura, reliquie incantate d’ogni tipo, e quant’altro, ritrovandosi a doversi confrontare, di volta in volta, con l’impossibile.
Quante volte ella aveva rischiato la propria vita, e forse molto altro ancora, nel recuperare i più disparati oggetti incantati in giro per il proprio mondo...? Pietre magiche, armi incantate, monili stregati o maledetti, sovente posseduti dai peggiori individui che, in grazia al loro possesso, avevano conquistato la propria fugace occasione di divinità, salvo, alfine, essere da lei sconfitti, da lei abbattuti, per ricadere nell’oblio nel mentre in cui tutti quei tesori venivano condotti altrove, venivano riportati in quel di Kriarya, affidati alle sicure mani di lord Brote, il suo mecenate, un uomo che in molti avrebbero definito un delinquente e che, ciò non di meno, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual contraddistinto da un’integrità seconda a nessuno, nel non aver mai cercato di sfruttare simili oggetti per proprio tornaconto: se soltanto egli avesse voluto, dopotutto, in possesso di così tanta varietà di magie e incantesimi, egli avrebbe potuto quietamente imporsi non soltanto sull’intera Kriarya, ma anche su Kofreya e, forse, sull’intero continente di Qahr, senza che alcuno, forse neppure lei, potesse pensare di fermarlo. Ma egli non aveva mai voluto agire in tal senso, accontentandosi, semplicemente, del possesso di tali tesori sospinto da un interesse quasi collezionistico ancor prima che materialistico a lor riguardo. E così facendo, con la sua complicità, egli aveva accumulato una delle più grandi raccolte di oggetti stregati, reliquie magiche e quant’altro che mai avrebbe potuto essere concepita.

sabato 26 dicembre 2020

3502

 

« Hai un amante segreto...? » ripeté, incuriosita, Lora, non tanto per il gusto del mero pettegolezzo, quanto e piuttosto per un possibile e tutt’altro che banale sottinteso derivante da tale affermazione, per meglio esplicitare il quale non mancò di soggiungere « Un umano originario di questo pianeta...?! »

Una domanda apparentemente semplice, la sua, e dietro la quale, pur, avrebbe avuto a dover essere inteso un concetto decisamente più complesso.
Partendo dal presupposto che, in quel singolo pianeta, specie umane e non umane si erano ritrovate costrette a convivere in un solo ambiente, il risultato forse ineluttabile al quale ciò aveva portate era stato quello di veder le specie non umane essere prese di mira dalla specie umana, ridefinite qual mostri e qual mostri spiacevolmente trattate sin dalla notte dei tempi, per così come la stessa Midda Bontor avrebbe potuto quietamente testimoniare con il proprio esempio diretto. Non vi era stata brama di integrazione. Non vi era stata ricerca di quieto confronto o di occasione di crescita: no. Semplicemente la specie numericamente predominante, quella umana, aveva definito quel mondo qual proprio e, per esso, aveva lottato in maniera violenta e spietata.
Ma tale non edificante evoluzione dei rapporti fra specie umane e non umane non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual un caso straordinario proprio di quel mondo, laddove, a onor del vero, anche nel resto dell’universo noto la situazione non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual particolarmente migliore, soprattutto in epoche ormai passate. Certo: in quel mondo in particolare, anomala avrebbe avuto a dover essere intesa un’originale coesistenza fra le stesse, laddove nel resto dell’universo, generalmente, avrebbero avuto a dover essere riconosciute segregate distintamente di mondo in mondo, se non, addirittura, di sistema in sistema. Ma la violenza che, in quella singola e singolare realtà aveva contraddistinto il rapporto fra umani e non, purtroppo, non avrebbe avuto a dover essere considerata a sua volta qual un caso singolo e singolare... anzi. Solo pochi lustri prima, del resto, aveva avuto termine una delle ultime grandi guerre interplanetarie fra specie diverse. Guerre animate da una folle brama di predominio assoluto sull’intero universo di una specie a discapito delle altre, in termini non dissimili da quelli che contraddistinguevano quella realtà locale e isolata da tutte le altre. E, ancora, guerre generalmente combattute, soprattutto, fra umani e ofidiani, le due specie che, sopra a tutte, per ragioni mai meglio comprese, si proponevano in proporzione maggiore all’interno dell’universo e dell’universo noto.
Benché, per l’appunto, già anni, addirittura lustri, fossero trascorsi da quell’ultima guerra interplanetaria, e da quell’ultima guerra a seguito della quale, fortunatamente, nessun nuovo conflitto razziale aveva avuto ragione di esplodere in maniera egualmente violenta e, anzi, determinati atti prima giudicati “bellici” avevano iniziato a essere riconosciuti né più né meno quali “terroristici”; anche nei mondi dai quali Lys’sh e Lora giungevano, non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual completamente superato un certo antagonismo di fondo fra esponenti di varie specie. Antagonismo tale da alimentare uno sgradevole pregiudizio per cui già non propriamente comuni avrebbero avuto a dover essere intese le amicizie personali interspecie... figurarsi, quindi, rapporti sentimentali. Salvo rarissime eccezioni, quindi, anche in quei mondi coloniali contraddistinti da maggiore integrazione interspecie, umani erano soliti vivere e accoppiarsi con umani, ofidiani erano soliti vivere e accoppiarsi con ofidiani, feriniani erano soliti vivere e accoppiarsi con feriniani e così via dicendo, se non, all’occorrenza, per quello che non avrebbe potuto essere altrimenti inteso se non qual un bizzarro feticismo, una criticabile brama di esotismo.
Un rapporto come quello che, complice la propria attuale condizione, aveva così legato una feriniana come Lora a un umano come Korl, in quel di Thermora, del loro mondo natale, non sarebbe stato visto certamente di buon occhio e, pur in maniera ipocritamente misurata, sarebbe comunque stato osteggiato il più possibile dal perbenismo comune. Lora e Korl, però, condividevano non soltanto un passato, una storia e un’origine comuni, stranieri in terra straniera qual ora avrebbero avuto a dover essere considerati, ma anche una condizione di vita o, meglio, di non vita, nel proprio attuale stato di ritornati: una motivazione più che sufficiente per potersi concedere il lusso di avere a disinteressarsi di tutto e di tutti, vivendo in quieta serenità il loro rapporto, e quel loro rapporto che, in fondo, avrebbe avuto già senso di esistere anche nella loro precedente vita, se soltanto avessero avuto coraggio sufficiente per poterselo permettere.
Un rapporto come quello che, altresì, avrebbe potuto legare un’ofidiana come Har-Lys’sha a un qualunque altro umano, come il suo misterioso amante, avrebbe avuto a doversi intendere qual qualcosa di ancor più straordinario, nell’assenza di un qualunque genere di passato comune, di storia e di origine utili a legarli psicologicamente ancor prima che fisicamente. In questo, quindi, avrebbe avuto a dover essere inteso il senso di quella domanda. E di quella domanda la risposta alla quale, in ogni caso, non avrebbe potuto ovviare a sorprendere la feriniana.

« Ohi! » protestò tuttavia la Figlia di Marr’Mahew, prendendo le parti della sorellina « Perché tanto stupore...?! Lys’sh è una ragazza squisita. E’ bella, è intelligente, è simpatica... e chiunque sia il suo compagno, dovrebbe semplicemente ritenersi l’uomo più fortunato di questo e di ogni altro mondo, per avere occasione di condividere parte della propria vita con lei! »

Parole sincere, quelle che la donna guerriero dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco ebbe lì a scandire con quieta convinzione, volte a dimostrare il più assoluto e sincero affetto da lei provato per l’amica, e per quell’amica che stimava in maniera assoluta, certamente molto più di quanto non avrebbe mai stimato se stessa, e che, per tal ragione, non avrebbe mai mancato di difendere con tutto il proprio più assoluto entusiasmo.

« Diamine! » replicò Lora, aggrottando la fronte con non poca sorpresa per una tanto animata arringa in favore dell’ofidiana, e di una tanto animata arringa scandita dalla voce di un’umana « Ammetto che sono un po’ gelosa. E non per l’amante segreto... di quello mi importa obiettivamente poco! » puntualizzò, a scanso di fraintendimenti di sorta « Piuttosto piacerebbe anche a me avere un’amica pronta a esprimersi in tal maniera a mio favore, all’occorrenza...! » sancì, con un aperto sorriso in direzione di Midda e Lys’sh.
« Continua a frequentarci... e chissà che il tempo non faccia la sua parte. » ammiccò verso di lei la donna guerriero, non volendo escludere preventivamente alcuna possibilità, soprattutto a confronto con le più che positive premesse che erano state loro offerte sino ad allora.
« C’è da dire che frequentarci in genere non porta bene... » sottolineò ironicamente Lys’sh, scuotendo appena il capo « Midda, in particolare, è una sorta di calamita per i guai: se c’è la possibilità che qualcosa, da qualche parte, vada storto, non appena lei si avvicina... beh... la situazione precipita rovinosamente! »
« Ohi! » protestò di nuovo la Figlia di Marr’Mahew, ora con tono tuttavia più scherzoso che serio, nel riconoscere quanto, comunque, ella avesse ragione « E io che ti ho anche difesa, un attimo fa! » si lamentò, storcendo le labbra verso il basso « Lora... considera la tua candidatura più che valida: nella nostra squadra si sta per liberare un posto. » dichiarò pertanto, in termini implicitamente minacciosi per il futuro della giovane donna rettile.

E se Lys’sh non poté ovviare a scoppiare a ridere a confronto con tutto ciò, anche la stessa Midda non tardò a tradurre l’espressione grottescamente offesa che presentava dipinta sul proprio volto in un amplio sorriso divertito, preludio a una vera e propria risata a imitazione dell’esempio della propria sorellina.

« Non che non si possa dire che siete strane... » sospirò quindi Lora, ridacchiando più perché contagiata dall’ilarità delle altre due che perché realmente coinvolta dallo scherzoso giocare delle due.

venerdì 25 dicembre 2020

3501

 

Se una distanza di ancora un’ora, o poco meno, nel confronto con il proprio obiettivo, ossia nel confronto con tutta la popolazione scomparsa da Kriarya, avrebbe avuto a poter essere ipoteticamente stimata nel momento in cui Midda e Lys’sh avevano ritrovato Lora; le diverse interruzioni che erano state loro imposte, prima a opera della Confraternita del Tramonto, e poi della manticora, dovevano aver necessariamente visto crescere tale tempo, tale distanza. Non un crescita a doversi intendere in termini ineluttabilmente preoccupanti, ove non avrebbe avuto a dover essere trascurato quanto, comunque, loro si stessero muovendo a cavallo, mentre tutti gli altri fossero a piedi; e, ciò non di meno, una crescita in termini comunque utili a veder aumentare il vantaggio del gruppo rispetto a loro e, soprattutto, il vantaggio di chiunque fosse dietro a tutto ciò... ossia Nissa Bontor, probabilmente.
E Midda Bontor, non senza giuste motivazioni a margine di ciò, non avrebbe avuto piacere a concedere alla propria gemella un solo istante di tempo in più del dovuto in compagnia di un numero così esorbitante di ostaggi, nonché della sostanziale totalità della propria famiglia, nel comprensibile timore di quanto ella avrebbe potuto compiere a loro discapito prima del suo arrivo. E quanto avrebbe potuto compiere a loro discapito in maniera consapevole o, peggio ancora, inconsapevole.
Sì... perché purtroppo i propri figli, quella dolcissima coppia di frugoletti rispondenti al nome di Tagae e Liagu, non avrebbero avuto a dover essere dimenticati qual una vera e propria bomba batteriologica pronta a esplodere da un momento all’altro, nel momento in cui i due fossero stati inavvertitamente separati per una distanza superiore a pochi passi: una maledizione per la quale aver a dover essere grati alla stessa organizzazione criminale all’interno della quale Lora Gron’d era impiegata nel giorno in cui il suo destino si era incrociato con quello della Figlia di Marr’Mahew, ed ella era tragicamente e prematuramente morta senza, in effetti, avere neppure occasione di comprendere il perché della cosa. Dal proprio personale punto di vista, infatti, la Loor’Nos-Kahn non avrebbe avuto a dover essere intesa se non al pari di una qualsiasi, altra organizzazione interplanetaria, con interessi economici in dozzine e dozzine di diversi sistemi solari, fra cui anche il sistema binario di Fodrair, all’interno del quale, all’epoca, ella viveva. Purtroppo, dietro a una facciata di tutto rispetto, la Loor’Nos-Kahn celava un animo oscuro, e un animo oscuro che la stessa Midda Bontor aveva avuto occasione di scoprire proprio lì sul quarto pianeta di quel sistema binario, nella città di Thermora, là dove, per pura casualità, era intervenuta in soccorso di due bambini spaventati, in fuga da uomini armati e tutt’altro che ben intenzionati nei loro riguardi, nel più completo disinteresse del mondo a essi circostante, troppo concentrato sugli schermi dei propri dispositivi elettronici per potersi rendere conto del sopruso che lì si stava quindi compiendo.
E se, alla fine di tutta quella vicenda, e di una vicenda molto più lunga e complessa di quanto Midda Bontor avrebbe mai potuto avere a desiderare potesse essere, Tagae e Liagu avevano riacquistato la propria libertà, prima negata; gli effetti più negativi degli esperimenti su di loro condotti dalla Loor’Nos-Kahn sui loro corpicini non avevano potuto essere cancellati. E, così, i due bambini erano rimasti, a tutti gli effetti, ingredienti di una terrificante arma di distruzione di massa, e un’arma batteriologica, che avrebbe potuto sterminare ogni essere umano su un intero pianeta nel giro di pochi giorni. E un’arma che avrebbe potuto essere innescata semplicemente nel vederli separarsi l’uno dall’altra.
Nel merito di ciò, ovviamente, in pochi conoscevano dettagli: Midda e Be’Sihl, certamente, così come anche Duva e Lys’sh, che per prime avevano avuto occasione accogliere quei due “nipoti” nelle proprie vite, e, ancora, pochi, pochissimi altri, in un segreto che avrebbe avuto a dover essere gelosamente custodito per ovviare a qualsiasi genere di negative conseguenze da un possibile pubblico dominio di tale informazione. Anche, infatti, senza arrivare a presumere i più folli intenti genocidi che avrebbe potuto sospingere qualche pazzo a rapire i due bambini per impiegarli in accordo a quanto la Loor’Nos-Kahn li aveva destinati a essere; non avrebbe potuto essere ignorato il rischio di un’isteria di massa innanzi all’idea della devastante pericolosità di quei pargoli, tale per cui troppo facile sarebbe stato arrivare a un qualche, assurdo, autodafé nel tentativo di contenere il pericolo da loro rappresentato. Motivo più che sensato per mantenere, quindi, il riserbo sulla cosa.
Purtroppo, in tale riserbo, chiunque avesse portato via i bambini dal loro letto, avrebbe avuto a doversi riconoscere anche potenzialmente armato di un’arma di distruzione di massa. E un’arma di distruzione di massa che, ove anche e soltanto involontariamente attivata, avrebbe potuto sancire la fine di tutto su quel mondo. O, quantomeno, la fine di tutta l’umanità su quel pianeta, lasciando il mondo in eredità a tutti i non umani e, ovviamente, ai ritornati, nonché agli stessi Tagae e Liagu... i soli che sarebbero allor sopravvissuti a se stessi!

Questi, e molti altri pensieri, affollavano la mente di Midda Bontor allo scoccare della seconda ora da quando Lys’sh e lei erano partite da Kriarya all’inseguimento degli scomparsi. E benché ella cercasse di non riservarsi ragione di eccessiva ansia a confronto con quelle ipotesi, e quelle ipotesi che, pur, in assenza di riscontro, avrebbero avuto a dover essere considerate al pari di mere illazioni; ipocrita sarebbe stato da parte sua negare un crescente stato di inquietudine.

« Dannazione! » si concesse di ringhiare improvvisamente, nel rendersi conto di quanto stavano tardando nel raggiungere il gruppo degli scomparsi.
« Che succede...?! » domandò Lys’sh, fraintendendo il senso di quell’esclamazione improvvisa e credendo che la sorellona avesse avuto occasione di individuare qualcosa di strano all’orizzonte, là dove ella non avrebbe avuto a poter spingere efficacemente il proprio sguardo.
« Niente. » replicò tuttavia la donna guerriero, storcendo le labbra verso il basso « Voglio solo riuscire a raggiungere tutta la gente di Kriarya... i nostri amici, la nostra famiglia... al più presto. E voglio avere occasione di mettere le mani su chiunque stia reinterpretando a modo suo il pifferaio di Hameln. »
« Immagino che non sopravviverà... » osservò pragmatica Lora, aggrottando appena la fronte « ... o ti riserverai ancora qualche scrupolo di coscienza anche contro costui o costei...?! »
« Diciamo che non sono propriamente dell’umore giusto per risparmiare qualcuno. » puntualizzò la Figlia di Marr’Mahew, non apprezzando l’idea di star già sostanzialmente pianificando un omicidio, e, ciò non di meno, non volendo negare l’evidenza di quanto, in quel frangente, ella avrebbe ben volentieri fatto a pezzi a mani nude chiunque colpevole di tutto quello.
« A me basta ritrovare Korl e assicurarmi che stia bene... » commentò quasi fra sé e sé la donna gatto « So che sembra stupido da parte mia preoccuparmi, nel considerare che siamo dei ritornati. Ma... per così come si è dimostrato vulnerabile a quel dannato flauto, non vorrei che potesse scoprirsi vulnerabile ad altro. O, peggio, scomparire in una grotta, come i bambini della storia che ci hai raccontato. »
« Non è stupido. » negò tuttavia Lys’sh, accennando un quieto sorriso verso la compagna di viaggio « E’ la stessa cosa che desiderio io per... » iniziò a dire, evidentemente sovrappensiero, salvo tuttavia rendersi conto di star parlando un po’ troppo e fermarsi di colpo, un attimo prima di arrivare a un nome che, ancora, avrebbe preferito mantenere riservato.
« ... il tuo amante segreto?! » sorrise Midda, non potendo ovviare a provare nostalgia a confronto con l’assenza di Duva, la quale certamente si sarebbe entusiasmata all’idea di poter scoprire qualche dettaglio in più nel merito di quella misteriosa figura, e della misteriosa figura che già da qualche tempo sapevano avesse a condividere stabilmente il letto della giovane ofidiana, per quanto ella non desiderasse condividere neppure con loro la di lui identità « Non dirmi che ti stava per sfuggire il nome, e che Duva non era qui per sentirlo. »
« Una ragione in più per evitare di fare rivelazioni scandalose proprio in questo momento, non trovi?! » ironizzò l’altra, ammiccando verso di lei « Sarebbe imporre un torto troppo grave alla nostra amica purtroppo assente! »

giovedì 24 dicembre 2020

3500

 

Smembrati gli zombie, e racchiusi i loro pezzi all’interno di alcuni sacchi, in attesa del momento più opportuno per poterli affidare alle fiamme e, con esse, al riposo eterno, concedendo loro libertà da quella negromantica dannazione; Midda e Lys’sh poterono tornare a dedicarsi alla manticora, e alla manticora l’insistenza della quale a discapito della picca stava iniziando visibilmente a mettere alla prova la resistenza della stessa.

« Si sta agitando troppo. » suggerì l’ofidiana, scuotendo appena il capo « Malgrado sia impalata, c’è il rischio che non si riesca a legarla efficacemente se continua a muoversi così! »
« Procurami altre picche... » sospirò la Figlia di Marr’Mahew, non potendo fare a meno che concordare con l’opinione dell’amica « La inchioderò meglio al suolo. »
« Stai attenta... » le raccomandò, a distanza, là dove era ancora riversa scompostamente al suolo, Lora, in attesa che il proprio corpo finisse di ritrovare la propria integrità, restituendole libertà di movimento « ... a questo giro non ci sarò io a farti da puntaspilli! »
« Cercherò di non farmi beccare! » annuì per tutta risposta la donna guerriero, preparandosi alla nuova prova e a quella prova, ora, pur facilitata dalla minore libertà di movimento della propria antagonista.

In tal maniera, quindi, ebbe a riprendere quel bizzarro balletto fra la Figlia di Marr’Mahew e la manticora, fra balzi, capriole e violenti, violentissimi affondi di picche a discapito di quella creatura incapace a provare qualunque senso di dolore o pena per tanto infierire a suo discapito.
Un balletto che, a dispetto dei timori di Lora, non vide la donna guerriero dagli occhi color del ghiaccio essere raggiunta dalla violenza della propria avversaria; ma al termine del quale ebbe a mostrare quella creatura decisamente più vincolata al terreno di quanto già non si sarebbe potuta considerare pocanzi, con una seconda picca conficcata attraverso il cranio, una terza e una quarta nelle grosse chele anteriori, e una quinta e una sesta lungo l’estensione della sua pericolosa coda, in termini tali per cui ogni suo tentativo di ribellione si sarebbe visto preventivamente neutralizzato, almeno fino a quando le picche avessero continuato a reggere sotto la pressione della sua violenza.

« Abbiamo finito le picche! » comunicò Lys’sh, non senza un certo disappunto a confronto con l’assenza di ulteriori risorse da concedere alla propria amica.
« Non importa... » minimizzò l’altra, per tutta replica, nel balzare lontano dalla propria sempre più furente antagonista « ... queste dovrebbero essere sufficienti! » sancì, in un personale giudizio nel merito di quanto compiuto « Almeno per il momento. »

In effetti, affermare che la manticora stesse ponendo a dura prova la resistenza di quelle picche avrebbe avuto a doversi intendere semplice eufemismo: i tentativi di ribellione della creatura alla propria condizione, e a quella condizione non caratterizzata da pena fisica, quanto e soltanto da frustrazione emotiva, avrebbero avuto a potersi intendere più che trasparenti, nelle violente contrazioni che la stavano scuotendo, cercando di strappare dal suolo le picche e di riconquistare, in tal maniera, la propria libertà perduta.

« Abbiamo le corde...?! » domandò quindi la Figlia di Marr’Mahew, tornando a volgersi all’indirizzo della carovana, nella speranza avessero recuperato il materiale necessario.
« Eccole! » replicò puntualmente Cergi, accompagnato da altre tre persone, e lì conducendo all’attenzione della loro soccorritrice delle grosse funi, per così come richiesto, in grazia alle quali avere a poter assicurare più saldamente il mostro « E abbiamo anche portato i picchetti utili ad assicurarle al suolo. » soggiunse, in riferimento a qualcosa di non esplicitamente richiesto e, ciò non di meno, di obbligatoriamente necessario, laddove le funi, da sole, non sarebbero altrimenti servite a molto.
« Ottimo! » confermò la donna guerriero, più che soddisfatta da quell’utile presa di iniziativa « La manticora non dovrebbe essere in grado di muoversi... ma prestate comunque attenzione nell’avvicinarvi: non vorrei che riuscisse a liberarsi e a mietere nuove vittime. » raccomandò loro, richiedendo implicitamente la loro collaborazione per quell’ultima fase, in termini utili a velocizzare la cosa.
« Avete sentito la Campionessa...?! » esclamò Cergi, in direzione dei suoi « State all’erta... che quella dannata si è già portata via troppe brave persone, oggi! »

La nuova azione, quindi, ebbe lì a divenire corale, nel coinvolgimento collettivo di tutti gli uomini della carovana e, persino, di un paio di donne, le quali, a discapito delle indicazioni in senso contrario da parte dei propri compagni di viaggio, non si vollero tirare indietro. Non potendo contribuire, se pur in minima misura, alla sconfitta di quel mostro, e di quel mostro che aveva tolto loro chi lo sposo, chi il fratello, purtroppo annoverati all’interno delle già citate vittime della stessa manticora.
E se, per completare l’opera, Midda e Lys’sh, da sole, avrebbero necessariamente impiegato molto più tempo; quella cooperazione di gruppo portò a terminare il lavoro in pochi minuti, tendendo al di sopra del corpo della manticora non meno di trecento piedi di spessa corda, lì attorno assicurata con un paio di dozzine di picchetti profondamente piantati nel terreno, ad assicurare che non potesse avere a liberarsi... o, quantomeno, non in tempi così brevi.

« Signori... signore... non posso che dichiararmi semplicemente stupita dal vostro mirabile operato! » ammise a conclusione del lavoro la donna guerriero, accennando l’idea di un applauso in direzione dell’intero gruppo « Complimenti. Davvero! »
« Credo di poter parlare a nome di tutti nel dire che siamo noi a poterci affermare meravigliati dal vostro stupefacente intervento! » replicò allora Cergi, accennando un inchino in direzione delle proprie soccorritrici, non soltanto di Midda e Lys’sh, quant’anche di Lora, nel contempo risollevatasi da terra e tornata accanto alle proprie compagne d’armi « L’apparizione di quel mostro ci ha colto del tutto impreparati... e non oso immaginare cosa sarebbe potuto accadere se non avessimo avuto la fortuna di essere raggiunte dalla Figlia di Marr’Mahew e dalle sue straordinarie compagne, la Sterminatrice di Mostri e la Furia Nera. » soggiunse, conscio di quanto l’esito di quel confronto sarebbe stato decisamente diverso in assenza di quell’insperabile aiuto « Vi dobbiamo la vita... diteci, ve ne prego, in qual modo possiamo ripagarvi! »
« Non ve ne è bisogno... » minimizzò Midda, scuotendo appena il capo, più interessata ad avere possibilità di riprendere quanto prima il cammino che di lucrare attorno a quanto compiuto, anche ove esplicitamente invitata in tal direzione « Il nostro arrivo sarà stato sicuramente fortuito, ma ci ha distratte da un altro impegno. E, ora, è meglio per noi rimetterci in viaggio... o altre persone potrebbero rischiare di morire. »

Per un momento, un certo smarrimento non mancò di diffondersi fra gli sguardi dei presenti, degli uomini e delle donne della carovana, i quali, avendone la possibilità, avrebbero probabilmente richiesto che Midda Bontor e le sue sorelle di guerra avessero a continuare ad accompagnarli nel loro cammino, onde evitare il rischio di nuovi, sgradevoli incontri.
Ciò non di meno, il riferimento al fatto che altre persone stessero allor rischiando la vita non avrebbe potuto essere da loro ignorato, nel confronto con il dolore ancor troppo vivo per le perdite appena subite. E, in questo, nessuno avrebbe mai osato pretendere nulla da parte loro. Nulla di più di quanto, in fondo, non avessero giù fatto, prodigandosi in loro aiuto anche laddove avrebbero potuto quietamente proseguire oltre nel proprio cammino, abbandonandoli al loro tragico destino di morte. O, peggio ancora, di non morte.
Tuttavia Cergi Uthor non era quel genere di uomo che non avrebbe adeguatamente ricompensato colei che aveva appena salvato loro la vita. E, non potendo, chiaramente, concederle nulla di cui ella abbisognasse nell’immediato, egli ebbe a ripromettersi di riservarsi occasione di pareggiare i conti a tempo debito...

« E sia. » annuì pertanto « Ciò non di meno, rammenta il mio nome, o Campionessa: mi chiamo Cergi Uthor. E sulla mia stessa vita, io ti giuro che avrò a ricompensarti per quanto oggi hai fatto. »
« Ti ringrazio, Cergi Uthor. Ma... davvero... non ve ne è bisogno. » sorrise ella, spinta a tanta modestia probabilmente anche dall’intima consapevolezza di essere la prima responsabile per quanto accaduto, laddove, senza di lei, quella manticora non sarebbe mai tornata dal regno dei morti e non avrebbe avuto la possibilità di aggredire gli uomini e le donne di quella carovana « Bevete una birra brindando al nostro nome... e questo sarà più che sufficiente. »
« Lo faremo sicuramente. » confermò egli, senza pur rinunciare al proprio proposito iniziale « Ciò non di meno, credimi: troverò occasione per ripagare il mio debito. »

Midda Bontor non conosceva Cergi Uthor, né aveva sentito parlare del suo nome. O, se così era stato, aveva avuto quieta occasione di dimenticarsene. Ciò non di meno, uomo tutt’altro privo di risorse o di determinazione, egli non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione giusta per tenere fede alla propria parola, a quel giuramento... avesse questo avuto a costargli più di metà della propria intera fortuna!

« Arrivederci, Campionessa di Kriarya e di Lysiath. Arrivederci Sterminatrice di Mostri. Arrivederci Furia Nera. » salutò quindi, ritraendosi appena, a evidenziare la quieta possibilità per loro di ritirarsi e tornare ai propri impegni « E che tutti gli dei possano accompagnarvi nelle vostre imprese... »

Recuperati i propri equini sodali, quindi, le tre donne si rimisero in marcia, nel mentre in cui a Cergi e agli altri uomini e donne della carovana sarebbe rimasto l’ingrato compito di bruciare i propri morti, prima di poter riprendere a propria volta la strada interrotta.
E fu allora che, dopo aver taciuto a lungo, a tal riguardo, Lora non mancò di prendere voce verso le due compagne, per dar spazio a una tutt’altro che ingiustificata domanda...

« Scusate... ma... Furia Nera? » ridacchiò, aggrottando appena la fronte « Non potevate trovare un appellativo migliore per Duva...?! » questionò, dimostrando di aver ben inteso, e senza neppur particolare sforzo, l’identità dietro a un tanto altisonante appellativo.

mercoledì 23 dicembre 2020

3499

 

Rassicurata nel merito delle condizioni della propria compagna d’arme, Midda Bontor poté concentrare tutto il proprio interesse in direzione della manticora, a prendere visione dell’esito della non banale manovra corale così appena condotta a termine.
Un azzardo, quello da lei in tal maniera ideato, che avrebbe potuto concludersi, banale a sottolinearsi, in soltanto due modi: o con un successo, o con un fallimento. In caso di fallimento, in effetti, ben poco sarebbe cambiato nel merito della loro attuale condizione: in sfida contro una creatura immortale, realmente immortale purtroppo, se quell’azione non avesse condotto ad alcun risultato positivo, certamente non avrebbe neppur avuto a peggiore particolarmente le cose. Ragione per cui, non potendovi essere margine di peggioramento, ogni tentativo avrebbe avuto senso d’essere posto in essere e d’essere posto in essere con la speranza avesse a condurre a un successo. E in caso di successo...?
Beh: la Figlia di Marr’Mahew era più che desiderosa di verificare, in prima persona, le conseguenze in caso di successo.

« O la va... o mi spacca... » sussurrò quindi fra sé e sé, accennando ad avanzare di un passo in direzione della manticora, per attirarne l’attenzione e, soprattutto, per invocare la sua offensiva a proprio discapito.

E se pur, la bestia ritornata ebbe a tentare di scattare in avanti, desiderosa di affondare le proprie zanne nelle carni della propria antagonista, tale impegno non riuscì a riservarsi opportunità di successo, nel momento in cui, a trattenerla nella propria posizione non mancò di offrirsi quella picca, e quella picca con la quale la Figlia di Marr’Mahew l’aveva letteralmente inchiodata al suolo.
Così, alla manticora non poté restare altra possibilità che esprimere tutta la propria frustrazione in un alto grido di rabbia: non dolore, laddove alcun patimento avrebbe potuto conseguirle dal ritrovarsi così impalata, quanto e piuttosto frustrazione e rabbia, emozioni che pur avrebbero avuto a contraddistinguerla anche nella propria condizione di non morta. E più che roteare su di sé, a cercare di comprendere il perché della propria impossibilità a procedere, essa non ebbe a poter fare altro, gridando quanto, probabilmente, nella propria “lingua”, se tale avesse avuto a poter essere intesa, avrebbe avuto a dover essere considerata una giustificata serie di improperi a discapito di tutto ciò.

« D’accordo, gente! » gridò Midda, ritraendosi rapidamente dalla manticora, per avere a dirigersi verso il gruppo dei carovanieri « Liberiamoci alla svelta degli zombie... non ho idea di quanto a lungo potrà reggere quella picca! »

Lys’sh, dal canto proprio, avrebbe avuto già a doversi intendere impegnata in tal senso, e impegnata in contrasto a quella più primitiva, ma non meno antipatica, specie di non morti, gli “originali” di quel mondo, di quel pianeta, prima che i poteri della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice avessero a introdurre in giuoco anche i ritornati.
A differenza dei ritornati, a differenza di Lora, gli zombie originali non avrebbero avuto a dover essere intesi contraddistinti da una qualche intelligenza di sorta, né, tantomeno, da una qualsivoglia consapevolezza di sé: animati semplicemente da un primitivo desiderio di morte, essi erano soliti muoversi in maniera scoordinata, ma in numero improbo, per travolgere e sommergere qualunque avversario, qualunque preda, ampliando, nella morte delle proprie controparti, le proprie stesse fila. E a nulla sarebbe servito spaccare loro i crani, o mutilare gli arti: fino a quando avessero avuto libertà di agire, avrebbero continuato ad agire, fossero ridotti anche a una singola mano o a un singolo dito. Fortunatamente, a differenza dei ritornati, gli zombie originali non avrebbero avuto a poter vantare alcuna sorta di rigenerazione, né, tantomeno, alcuna indifferenza al fuoco: il metodo più semplice per fermarli, quindi, sarebbe stato quello di bruciarli... il metodo più noioso, altresì, sarebbe stato quello di ridurli in brandelli così piccoli da non avere a rischiare alcun ulteriore aggressione da parte loro.
Consapevole di ciò, quindi, la giovane ofidiana aveva nuovamente estratto le proprie lame e si stava lì impegnando a sferrare colpi rapidi e precisi in direzione di quel ristretto gruppetto di non morti. Un gruppetto così piccolo, nel proprio numero, da non aver a poter essere considerata una reale ragione di minaccia né per la stessa Lys’sh, né, ancor meno, per la leggendaria Midda Bontor. E, ciò non di meno, una minaccia che avrebbe avuto a dover essere eliminata quanto prima, fosse anche e soltanto per assicurare loro la serenità di azione necessaria per affrontare il problema maggiore, e il problema maggiore rappresentato dalla manticora.

« La lasciamo così...? » domandò quindi Lys’sh, in riferimento alla manticora, nel mentre in cui, con un doppio movimento incrociato delle proprie lame faceva saltare la testa di uno degli zombie a lei innanzi « O hai altro in mente...?! »
« Sinceramente non vorrei perdere troppo tempo, considerando tutto quello che abbiamo da fare... » replicò allora la donna guerriero, accorrendo in aiuto alla sorella minore « ... ma non mi sentirei neppure a posto con la coscienza a lasciare un simile mostro libero di muoversi per le valli fra Kofreya e Tranith. »
« Ergo...? » questionò l’altra, cercando qualche migliore definizione per un eventuale piano d’azione.
« Ergo prima ci liberiamo degli zombie... e poi cerchiamo un modo per assicurarci che quella dannata possa restare ancorata al suolo per il resto della sua esistenza immortale. O, per lo meno, fino a quando non avremo occasione di passare da queste parti con un’arma al plasma, per restituirla all’oblio dal quale è stata richiamata. » propose la Figlia di Marr’Mahew, affrontando con quieto pragmatismo la situazione.

Ovviamente Midda Bontor sarebbe stata più che felice di accettare soluzioni alternative a quella, idee più costruttive rispetto a quanto compiuto sino a quel momento nel corso della propria vita.
Durante gli anni trascorsi fra le stelle del firmamento, del resto, aveva avuto occasione di porsi non pochi dubbi nel merito delle proprie passate azioni, e delle proprie passate azioni a discapito di chi giudicato, nel rispetto della tradizione della propria cultura, pari a un mostro sol degno d’essere ucciso. Dubbi sicuramente giustificati dal fatto di aver stretto una profonda e importante amicizia con una donna rettile; ma anche dall’essersi ritrovata a confronto con una specie così aliena a ogni senso di umanità da esser considerata pressoché pari a una prelibatezza alimentare, salvo, invece, avere a scoprirsi dotate di un vero e proprio intelletto, di un proprio senso identitario e, ancora, di una propria cultura. Insomma: se un crostaceo gigante come uno scillarita era stato riconosciuto qual un essere senziente degno di rispetto al pari di qualunque altro umano, ofidiano o feriniano che dir si volesse, perché mai quella manticora avrebbe avuto a dover essere giudicata diversamente...?!
Purtroppo se con gli scillariti la chiave di volta era stata l’imprevista possibilità di dialogo, con loro offerta dagli incredibili traduttori automatici in uso, all’epoca, a bordo della Kasta Hamina per sopperire alle differenze linguistiche esistenti fra Midda e i propri nuovi amici; tale possibilità non avrebbe avuto a poter essere intesa all’orizzonte attuale, in termini tali da lasciar i versi emessi dalla sempre più rabbiosa manticora soltanto qual, per l’appunto, versi. E versi incomprensibili, dai quali l’unica cosa a trasparire sarebbe stata tutta la brama di sangue e di morte di quell’orrida creatura.

« Ci servono delle funi molto grosse... o, meglio ancora, delle catene. » suggerì quindi, in un’implicita richiesta in direzione degli uomini e delle donne della carovana « Avete forse qualcosa di utile in tal senso...?! »
« Funi. Grosse funi. » confermò Cergi, annuendo a quelle parole « Possiamo occuparcene noi! » ribadì, a sottolineare il concetto.

martedì 22 dicembre 2020

3498

 

La picca penetrò nelle carni della manticora, e, sempre sospinta dall’energia di quell’arto meccanico, non soltanto raggiunse il fronte interiore del suo corpo, ma lo trapassò e si conficcò profondamente nel terreno, sospinta in esso per oltre due piedi abbondanti prima di avere occasione di fermarsi.
Non un grido di dolore, a margine di ciò, fu proposto dal mostro, il quale, in tal maniera, ebbe implicitamente a confermare quanto già ampliamente sospettato dalle tre compagne d’arme nel merito della sua natura di ritornato. Anzi: quasi nulla fosse accaduto, qual tale, in effetti, avrebbe avuto a dover essere inteso dal suo personale punto di vista, la manticora, avvertendo quella spiacevole presenza sulla propria schiena, ebbe a cercare, ancora una volta, la propria occasione di rivalsa, abbandonando l’interesse precedentemente dimostrato nei riguardi di Lora per avere a proiettare nuovamente la propria coda in direzione della Figlia di Marr’Mahew, mentre ella, ancora, stava affondando la picca nelle sue carni.
Un movimento rapido, una reazione improvvisa, e scevra da ogni possibilità di ostacolo in conseguenza alla presenza di quella lunga asta conficcata attraverso il proprio corpo, che avrebbe allor potuto decretare un’ingloriosa conclusione per la straordinaria esistenza dell’Ucciditrice di Dei. Fortunatamente per lei, i pregressi esistenti fra lei e Lora Gron’d, al di là di ogni facile e perbenistica ipocrisia, dovevano essere stati realmente superati. E superati nella misura in cui, avendo l’occasione di vedere la propria assassina condannata a morte senza, in tal senso, avere neppure a doversi personalmente impegnare o compromettere, la giovane feriniana non volle restare allor passiva a confronto con quella scena, con quella violenta risposta a una non meno violenta offesa.
Così, benché nulla avrebbe potuto forse impedire alla coda della manticora di raggiungere le carni della Figlia di Marr’Mahew, sancendo la conclusione dell’ultimo capitolo della sua mirabile storia, ciò non avvenne. E non avvenne in grazia all’intervento di Lora Gron’d che, con tutta l’agilità e la velocità proprie della sua specie, ebbe a proiettarsi qual un vero e proprio scudo di carne e ossa fra gli aculei avvelenati di quella coda e la schiena della stessa Midda Bontor, offrendosi così in possibile sacrificio per la sopravvivenza di colei che, anni prima, ne aveva decretato l’impietosa e indifferente morte. Possibile sacrificio, il suo, qual sarebbe certamente stato nel momento in cui ella fosse stata ancora viva: non, tuttavia, in quel contesto, in quella seconda fase della propria esistenza, e in quella fase immortale, in cui né gli aculei conficcati attraverso tutto il proprio addome, né il veleno riversato dritto nel suo cuore, oltre che in tutti gli altri organi interni, avrebbero potuto mai rappresentare per lei ragione di pericolo alcuno. Non, quantomeno, in misura maggiore al pericolo che la picca avrebbe mai potuto rappresentare per la stessa manticora.
In ciò, nel mentre in cui la donna dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco ebbe a sospingere quella picca attraverso le carni della manticora, la manticora stessa ebbe a sospingere gli aculei dell’estremità della propria coda attraverso il corpo della feriniana, in una teoricamente letale catena di impalamenti in conseguenza ai quali, tuttavia, nessuno fra gli attori coinvolti ebbe a provare la benché minima ragione di pena o di turbamento.

« Dannazione! » esclamò la Figlia di Marr’Mahew, rendendosi tardivamente conto del pericolo corso, nel voltarsi verso Lora e nel trovarla lì abbracciata a quella coda, letteralmente avvolta attorno a quelle estremità intrise di veleno, e di veleno che, per chiunque altro, sarebbe stato letale « Mi hai salvato la vita...! » commentò, non senza una certa sorpresa a margine di ciò.
« Ero convinta che questo fosse, all’incirca, il mio ruolo... » sorrise per tutta replica Lora, minimizzando il senso del proprio operato « Ma se ho capito male e preferisci proporti tu come puntaspilli per questa simpaticona... mi faccio subito da parte e ti cedo tranquillamente il posto. »

Istintivamente Midda Bontor avrebbe voluto domandare alla compagna d’arme se stesse davvero bene, se nulla, in conseguenza di quell’offesa, le avesse imposto danno.
Ciò non di meno, razionalmente ella non avrebbe potuto ignorare il ricordo della battaglia per Lysiath, e di quella battaglia nel corso della quale aveva letteralmente e ripetutamente fatto a pezzi dozzine e dozzine di ritornati, solo per ritrovarli, nel giro di pochi minuti, nuovamente integri, quasi nulla fosse accaduto, quasi tutto lo sforzo destinato a ridurli in carne trita non fosse stato neppure posto in essere, risultando, in tal maniera, certamente vano. Midda sapeva bene quanto nessuna lama, nessuna arma bianca, e neppure il fuoco, avrebbero mai potuto qualcosa contro quei mostri. Solo il potere dei loro più potenti cannoni al plasma, potere in grado di tradurli istantaneamente in cenere, si era dimostrato efficace nei loro riguardi... e, in effetti, anche ciò avrebbe avuto a doversi intendere quasi miracoloso, nelle premesse precedenti.
Avere a preoccuparsi, quindi, che gli aculei di quella manticora, o il suo veleno, potessero nuocere a quella donna gatto, e a quella donna gatto ritornata, sarebbe equivalso, da parte sua, a dimostrare una certa ingenuità. Ragione per la quale, istinto a parte, ella ebbe a trattenere inutili e dispersive domande retoriche nei suoi riguardi, per limitarsi a confrontarsi in maniera più pragmatica con la situazione corrente...

« Credi di essere in grado di liberarti da sola...? O serve aiuto...?! » domandò quindi, pronta a ritirarsi nell’aver adempiuto al proprio compito, e nell’aver trapassato con quella picca le carni della manticora.
« Se hai fatto quello che volevi, togliti dai piedi. » ridacchiò Lora, scuotendo appena il capo, con una banalità impressionante, tal quasi da spingere a invidiare la propria condizione corrente, per quanto, in effetti, nulla di positivo avrebbe mai potuto essere frainteso a confronto con quella condizione di dannazione eterna.

La Figlia di Marr’Mahew si concesse ancora un fugace istante di esitazione a confronto con quell’invito, ancora divisa, in cuor proprio, da un istinto di soccorso nei confronti di colei or riconosciuta qual alleata e il conscio raziocinio di quanto nulla di quanto avrebbe potuto esserle imposto dalla manticora avrebbe mai potuto nuocerle. Ma, ancora una volta, la razionalità ebbe a prevalere sull’istinto ed ella si limitò ad annuire, prima di balzare lontano da lei e da quella pericolosa posizione.
Rimasta quindi sola sulla schiena della manticora, Lora poté allentare la presa sulla sua coda e quella presa con la quale stava trattenendo a sé quegli aculei velenosi. E, così facendo, concesse allora libertà alla manticora di sferzare nuovamente l’aria con la propria estremità... estremità sulla quale, per un primo istante, anche la stessa feriniana non poté fare altro che restare infilzata. Ma in quel movimento, la donna gatto venne allora letteralmente e violentemente catapultata a distanza, senza che avesse ragione, o possibilità, di tentare di opporsi a ciò.

« Lora...?! » gridò la donna guerriero, per un istante temendo di aver compiuto la scelta sbagliata.

Ma, pur precipitata a terra in una rovinosa caduta che non mancò di vedere qualche osso infrangersi e qualche articolazione lussarsi, Lora Gron’d non ebbe ovviamente a provare alcun genere di dolore, di patimento, o di fastidio fisico. Per così come, anche, non mancò di avere a confermare immediatamente, a beneficio delle proprie compagne d’arme...

« Sto bene! » commentò con tono assolutamente sereno, quasi fosse lì distesa su un morbido letto e stesse ancora godendosi qualche istante fra calde coperte prima di avere ad alzarsi « Qualche minuto e sarò di nuovo con voi... cercate di non farvi ammazzare nel frattempo! » le raccomandò, in un giusto misto fra facezia e serietà utile a meglio rendere il proprio personale punto di vista su quanto appena accaduto, e quanto appena accaduto senza che avesse a riservarsi, in tal senso, la benché minima ragione di pena.

lunedì 21 dicembre 2020

3497

 

Lamentele a parte, Midda Bontor era più che consapevole di quanto il valore di un guerriero non avrebbe mai potuto derivare da quello della propria arma: certo, una buona arma, nelle mani di un buon guerriero, avrebbe rappresentato un mirabile vantaggio. Ma allo stesso modo in cui una buona arma nelle mani un cattivo guerriero non avrebbe potuto mutare le sorti di un disfatta; una cattiva arma nelle mani di un buon guerriero non avrebbe dovuto mutare le sorti di una vittoria. E, orgoglio o meno che tale avesse dovuto essere inteso, ella avrebbe voluto considerarsi un buon guerriero, in misura utile a non vedere le proprie possibilità di vittoria poste in dubbio dalla scarsa qualità della propria attuale spada.

« Lora... » richiamò quindi la Figlia di Marr’Mahew, appellandosi alla feriniana « Credi di essere in grado di distrarla per un istante...?! »

Ovviamente la domanda avrebbe avuto a doversi intendere in termini praticamente retorici, là dove la diretta interessata a quella richiesta era l’unica che avrebbe potuto effettivamente intrattenere la manticora senza, in questo, avere a rischiare la propria vita: anche fosse stata smembrata, anche fosse stata fatta a pezzi e sparsa lì attorno come una bambola di pezza fra le mani di un bambino dispettoso, non soltanto ella non avrebbe avuto a veder la propria sopravvivenza posta in dubbio ma, persino, non avrebbe avuto a provare nulla, se non il semplice fastidio derivante dal tedio conseguente a ciò.

« Quando vuoi. » replicò pertanto Lora, quietamente collaborativa con colei che non avrebbe potuto dimenticare essere la propria assassina, per quanto, ormai, divenuta fondamentalmente un’alleata.
« Lys’sh...  » riprese voce la donna guerriero, ora rivolta all’ofidiana « Avrò bisogno di una picca...! » le anticipò, in una richiesta che qualcuno avrebbe potuto forse considerare eccessivamente implicita, ma che, nell’intesa esistente fra quelle sorelle d’arme e di vita avrebbe avuto a dover essere riconosciuta più che trasparente di quanto ella desiderasse da lei.

Nelle sempre più compatte schiere degli uomini e delle donne della carovana, lì proprio malgrado impegnati a doversi difendere dai propri morti, e da quei morti trasformatisi in zombie e desiderosi di estendere tale condizione a tutti loro, non mancavano infatti di essere presenti diverse picche. Picche che, tuttavia, al pari di quel contingente di disgraziati, avrebbero avuto a dover essere intese posizionate a una certa distanza da loro, e una distanza che, in tal richiesta, Midda aveva così domandato a Lys’sh di avere a ricoprire, nella fiducia di quanto ella non avrebbe fallito a farle avere quanto necessario nel momento utile.

« Provvedo. » confermò quindi Har-Lys’sha, roteando i propri pugnali per riporli nei foderi dietro la schiena e avere, quindi, libertà di movimento per porre in essere quanto richiesto.
« Andiamo! » ordinò allora Midda, nel sancire l’inizio di quella nuova offensiva, e di quella nuova offensiva così estemporaneamente elaborata.

Come garantito, quindi, Lora si fece avanti, ruggendo un grido di sfida e correndo in direzione della manticora senza la benché minima esitazione o paura, per quanto, in quel momento, fosse addirittura disarmata: un’azione che per chiunque altro sarebbe equivalsa a un suicidio certo, ma che tale non sarebbe mai potuto essere per chi, in fondo, già morta.
Immediata, a quell’aggressione, fu la reazione della creatura, la quale, con violenza, mosse la propria coda a spazzare l’aria in contrasto alla propria avversaria, per andare a colpirla contro il di lei fianco sinistro: un attacco devastante che, tuttavia, non colse impreparata la donna gatto, vedendola balzare rapidamente all’indietro e poi in avanti, in un rapido movimenti di scarto che lasciò quegli aculei liberi di fendere l’aria senza provocare danno alcuno. Perché, per quanto ella non avrebbe avuto a temere l’eventualità della morte, non avrebbe neppure avuto a doversi fraintendere desiderosa di permettere alla prima oscenità incontrata di farla a pezzi, non soprattutto là dove avrebbe avuto a doverla impegnare, per così come domandato dalla Figlia di Marr’Mahew.
E se la manticora, in tutto ciò, si ritrovò, non priva di una certa frustrazione, a cercare un nuovo, immediato tentativo di offesa a discapito della donna gatto, Midda Bontor non volle sprecare l’occasione a lei garantita, nel riporre la propria spada bastarda e nell’incominciare a correre, a propria volta, in direzione della manticora, aggirandola e cercando di raggiungerla di spalle, sul fronte a lei cieco. Un movimento, il suo, assolutamente coordinato a quello di Lys’sh, la quale, secondo la propria parte di quell’improvvisata tattica, ebbe a coprire il più rapidamente possibile la distanza esistente fra loro e la carovana, facendosi prepotentemente e coraggiosamente largo fra gli zombie per giungere sino alla schiera dei difensori, sorridendo loro a modo proprio, per quanto avrebbe potuto riservarsi occasione di sorridere un volto privo di labbra.

« Salve. » esclamò, tendendo le mani verso di loro « Una picca, per cortesia...?! »

Sorpresi dalla velocità con la quale ella era stata in grado di giungere a loro, nonché dalle sue sembianze tutt’altro che umane, molti fra coloro lì presenti ebbero quasi a saltare all’indietro innanzi a quell’apparizione, temendola quasi al pari di una nuova minaccia.
Ma Cergi Uthor, il capo della carovana, non si lasciò cogliere impreparato a confronto con quella richiesta e, con mirabile presenza di spirito, tolse dalle mani di un proprio compagno la picca da lui impugnata, per tenderla senza necessità di una sola parola in direzione della giovane donna rettile.
Nel contempo di ciò, Midda aveva già spiccato nuovamente il volo in un potente balzo e, con un’elegante capriola, stava per atterrare nuovamente sul dorso della propria antagonista...

« Lys’sh...?! » si appellò alla sorella minore, nello scandire la sempre più ristretta finestra temporale loro concessa.

Lys’sh agì, e agì con un movimento perfettamente misurato, e un movimento che vide la picca appena consegnatale essere scagliata, con forza, in direzione della propria amica, in quello che troppo facilmente avrebbe potuto essere equivocato qual un tentativo di offensiva a suo discapito e che, comunque, non avrebbe avuto a dover essere frainteso in quanto tale...
... non laddove, in quel gesto, ella ebbe occasione di far giungere l’arma nelle mani della Figlia di Marr’Mahew in tempo utile a permetterle, con una rapida rotazione, di spingere violentemente la picca attraverso il corpo della creatura, or non soltanto con la forza del proprio arto sinistro, in carne e ossa, quanto e piuttosto con tutta la straordinaria potenza del destro, e dei suoi servomotori alimentati all’idrargirio.
E se il metallo della punta di quell’arma, da solo, non avrebbe potuto probabilmente nulla contro l’esoscheletro del mostro, nulla di più di quanto, già, non aveva potuto il metallo della spada bastarda della donna guerriero dagli occhi color del ghiaccio; quanto allora non mancò di fare la differenza in quel nuovo tentativo, in quella nuova offensiva, fu la forza straordinaria di quel braccio, la potenza di quella carica, e di quella carica che vide quell’armatura naturale, comunque in uno dei suoi punti più delicati, cedere impietosamente.

« Thyres! » esclamò quindi ella, or non a titolo d’imprecazione, quanto e piuttosto di gratitudine verso la propria dea, e verso quella dea che, nel non interferire con la sua vita, l’aveva ancora una volta spronata a cercare di raggiungere uno straordinario risultato in sola grazia delle proprie uniche forze.

domenica 20 dicembre 2020

3496

 

Il volo che la donna guerriero ebbe a compiere non fu di certo fra i peggiori della propria vita. Ciò non di meno, non ebbe a proporsi privo di rischi, soprattutto nel confronto con quella saettante coda rivestita, nella propria estremità, da aculei avvelenati.
Troppo semplice per la manticora, in conseguenza a quella perdita di controllo sul proprio movimento da parte della stessa Midda, sarebbe stato infatti riuscire a intercettare la supposta predatrice ridotta allo stato di preda, e a imporre, in tal maniera, la parola fine sulla questione. E, in tal senso, ovviamente, la creatura non ebbe a mancare di tentare di agire, soffiando tutto il proprio disprezzo a discapito della stessa.
Ma la Figlia di Marr’Mahew non era sopravvissuta a troppi lustri di vita, e di vita da avventuriera, né in grazia alla semplice fortuna, né, tantomeno, per il proprio bell’aspetto: Midda Namile Bontor era riuscita a divenire una leggenda vivente grazie alla propria straordinaria determinazione e alla propria ancor più incredibile capacità di reagire innanzi a ogni qualunque genere di avversità. Là dove chiunque altro avrebbe perso coraggio o fiducia in sé e nelle proprie possibilità, e non in maniera priva di ragione, quella donna, quella guerriera, non si era mai data per vinta. Non si era mai concessa la benché minima possibilità di sconforto. Ella, dopotutto, era una figlia dei mari, e in quanto tale non era stata cresciuta nell’abitudine di piangersi addosso, né in quella di attendere una qualsivoglia grazia, da uomini o dei che dir si sarebbe potuto. Ella era cresciuta nella ferma consapevolezza che tutto ciò che avrebbe mai potuto reclamare qual proprio sarebbe stato ciò che avrebbe avuto l’ardire di conquistare con la propria forza, con la propria tenacia, con la propria caparbietà: nulla di più, nulla di meno.
Così, quand’anche quella coda si mosse lesta a desiderare intercettarne la caduta e ricambiare il favore inchiodandola a propria volta al suolo, Midda non si lasciò trovare impreparata, non si lasciò cogliere alla sprovvista. E, anzi, agì e reagì con mirabile senso di controllo, su di sé e sul mondo a sé circostante. E, per quanto avesse a dover esser riconosciuta nella meno propizia delle situazioni, con i piedi letteralmente all’aria e la schiena spiacevolmente torta lungo il proprio asse, non dissimile da un gatto impegnato a rigirarsi nel mentre di un’imprevista caduta; ella riuscì a muovere per tempo il proprio braccio destro, l’arto in lucido metallo cromato, a intercettare quell’offensiva, ergendosi qual uno scudo fra sé e quegli aculei mortali. Del resto, se un vantaggio fosse voluto esser ricercato nella disgrazia di aver perduto un arto, amputato più di venticinque anni prima dalla sua stessa gemella, in quel medesimo conflitto nel corso del quale il suo volto uscì sfregiato e il suo ventre fu reso sterile; tale vantaggio avrebbe avuto a dover essere inteso nell’essere stata in grado di sostituirlo con delle protesi, un tempo animate dalla stregoneria, ora dalla tecnologia, che, pur non potendo certamente restituirle quanto perduto, le avevano comunque dato un minimo di vantaggio tattico, nel garantirle un onnipresente scudo al proprio fianco. Uno scudo che, nella fattispecie di quell’ultima e attuale protesi, avrebbe avuto a dover essere considerato di mirabile qualità dal suo personale punto di vista, non soltanto replicando in maniera squisita le forme e le proporzioni del proprio perduto arto o, per meglio dire, riflettendo sull’asse verticale il mancino superstite ma, anche e ancor più, garantendole una straordinaria forza, forza a lei concessa dai piccoli, ma potenti, servomotori alimentati all’idrargirio celati all’interno di quel lucente involucro cromato. Non un perfetto surrogato del suo perduto arto, quindi, nel non concederle comunque alcuna sensibilità utile a maneggiare armi, quanto e comunque una preziosa alternativa, e un’alternativa contraddistinta dalla capacità di sollevare, all’occorrenza, mille libbre senza il benché minimo sforzo.
Nel momento in cui, quindi, quell’arto si frappose fra il suo corpo e la coda del mostro, nulla avrebbero potuto né quegli aculei, né il loro terribile veleno, non trovando carne su cui riversare la propria offensiva, non incontrando alcun obiettivo sul quale scaricare la propria forza.

« Non ci provare! » lo raccomandò ella, non senza una certa nota di scherno, nel mentre in cui, reimpossessandosi in tal maniera di una fugace occasione di controllo sul proprio corpo, ebbe a far leva sul proprio braccio per slanciarsi all’indietro e allontanarsi da una tanto pericolosa posizione.

Con una certa, indubbia eleganza, soprattutto date le premesse, ella riuscì quindi a ritornare con i piedi a terra, estemporaneamente accucciata in una posizione utile a garantirsi nuovo slancio, all’occorrenza.

« Ehm... pensi che ti possa servire un aiuto o vuoi continuare a fare tutto da sola...?! » la raggiunse quindi la voce di Lora, con una chiara inflessione ironica a contraddistinguere tale proprio incedere « No, perché sennò Lys’sh e io possiamo metterci a preparare il pranzo, nel frattempo. »
« Spiritose. » replicò la Figlia di Marr’Mahew, in tal maniera implicitamente accusata di egocentrismo « Certo che mi serve il vostro aiuto... e mi servirebbe, per inciso, anche una spada nuova, dannazione al tempo del sogno che me l’ha portata via! » argomentò, scattando lateralmente nel momento in cui la coda della manticora cercò nuovamente di raggiungerla, con un movimento sorprendentemente rapido nelle sue non irrisorie dimensioni e, ciò non di meno, non sufficientemente rapido da eludere gli affinati sensi guerrieri della donna dagli occhi color del ghiaccio.

Non avesse corso il rischio di restare disarmata, in effetti, Midda Bontor avrebbe anche gettato via quell’inutile lama bastarda con la quale era costretta attualmente ad affiancarsi, come giusto gesto di rivalsa in conseguenza alla totale inefficacia della medesima.
Tuttavia una reazione del genere non sarebbe servita a nulla, se non, per l’appunto, a lasciarla completamente disarmata. E laddove nelle precedenti stagioni ella si era già concessa un estemporanea parentesi di supposta non violenza, scoprendo, proprio malgrado, di non poterselo permettere, obbligata fu la scelta di trattenere a sé quella lama, per quanto, purtroppo, dimostratasi forse inutile contro la manticora.

« D’accordo... allora arriviamo. » sorrise Lys’sh, annuendo in risposta alla conferma della sorellona, nello scendere da cavallo e nell’estrarre i due lunghi e sottili pugnali con i quali, generalmente, era solita accompagnarsi.

Fu questione di un istante e, con l’agilità e la rapidità propria degli ofidiani, la giovane donna rettile si mosse a raggiungere la manticora, per riversare in opposizione al suo esoscheletro una rapida sequela di colpi, movimenti continui e precisi che, se soltanto avessero avuto a essere proposti a discapito di una creatura più vulnerabile, l’avrebbero veduta letteralmente ridotta in brandelli senza che potesse anche e soltanto maturare la consapevolezza di quella presenza a sé così ravvicinata.
Purtroppo, laddove già la spada bastarda della Figlia di Marr’Mahew non aveva potuto nulla, ben poco ebbero a concedersi i pugnali di Lys’sh, non riuscendo a scalfire, a propria volta, l’esoscheletro di quella creatura e di quella creatura che, oltretutto, avrebbe avuto a dover essere probabilmente intesa qual una ritornata e, in ciò, qual comunque indifferente a qualunque possibilità di provare un qualsivoglia dolore in conseguenza a qualunque violenza a proprio discapito.

« Sbaglio o avevi detto essere coriacea ma non invulnerabile...?! » protestò quindi, costretta a ripiegare rapidamente quanto era avanzata, per ovviare al rischio di un incontro ravvicinato con i lunghi e sottili denti di quel mostro dal volto quasi umanoide.
« Diciamo che l’ultima volta che l’ho affrontata ero armata in maniera migliore... » sospirò per tutta replica la diretta interrogata, storcendo le labbra verso il basso con crescente senso di frustrazione per tutto ciò.