11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

venerdì 14 dicembre 2018

2758


Har-Lys’sha era preoccupata. E non avrebbe potuto essere diversamente. In quanto ofidiana, oltre a piacevolissime sembianze rettili, ella avrebbe anche potuto vantare altre differenze rispetto agli esseri umani, quali una serie di sensi più acuiti a discapito di una vista lievemente peggiore: sensi quali l’olfatto, l’udito, il gusto, che, in quel preciso momento, al di là delle tre porte chiuse di separazione fra lei e Be’Sihl, non avrebbero potuto negarle la possibilità di seguire alla perfezione il dialogo in corso, di essere frastornata dalle raccapriccianti urla di dolore del prigioniero, e di essere disgustata dall’odore e dal sapore del suo sangue, che non avrebbe potuto mancare di riempirle naso e bocca. Ciò non di meno, Lys’sh non avrebbe mai abbandonato Be’Sihl, non lo avrebbe mai lasciato solo in quella propria tragica discesa verso la dannazione… non nella consapevolezza di quanto, tutto ciò, fosse animato soltanto dalla volontà, dal desiderio, per l’uomo, di salvare la donna da lui amata, e la donna che, per lei, avrebbe avuto a doversi considerare al pari di una sorella maggiore, e di una sorella maggiore che l’aveva salvata troppe volte per non sentirsi moralmente obbligata a fare tutto il possibile, e anche l’impossibile, per aiutarla.
Ma per quanto, allora, ella non avrebbe abbandonato Be’Sihl, un dubbio non avrebbe potuto ovviare a sorgere dal profondo del suo cuore: anche nell’ipotesi, tutt’altro che scontata, che la strada che egli aveva deciso di intraprendere, di abbracciare, per ritrovare la propria amata, avrebbe avuto a concedergli occasione di raggiungere il proprio scopo… a quale prezzo, tale fine, sarebbe stato raggiunto? O, in altre parole, l’uomo che avrebbe salvato Midda Bontor dalla prigione mentale nella quale ella era stata rinchiusa, sarebbe stato ancora lo stesso che ella aveva imparato ad amare?! Perché, per quanto a Lys’sh fosse stata concessa occasione di conoscere quei due soltanto da poco più di tre anni, tutt’altro che di difficile intesa avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto, allora, l’uomo lì impegnato, a tre porte di distanza rispetto a lei, a dissezionare un altro essere vivente per estorcergli delle informazioni attraverso tanta crudeltà, ben poco, o forse nulla, avrebbe potuto vantare di avere in comune con il dolce, affettuoso e premuroso compagno che anch’ella aveva imparato ad apprezzare, e che, si sentiva sufficientemente sicura, Midda fosse solita amare.
Non che Midda, la sua sorellona, fosse propriamente una donna priva di qualunque confidenza con la violenza… anzi: ove necessario, ella sarebbe stata in grado di compiere vere e proprie stragi per conseguire i propri scopi, o per la salvaguardia delle persone da lei amate. Ergo, semplicemente ipocrita avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qualunque eventuale giudizio antagonistico al comportamento assunto da Be’Sihl, per la sua salvezza. Ma qualcosa, a margine di tale considerazione, non avrebbe potuto ovviare a far sembrare estremamente sbagliato tutto quello innanzi allo sguardo di Lys’sh, quasi l’unica persona veramente buona all’interno della vita della propria amica fosse, in tal maniera, stata sgradevolmente corrotta, e corrotta nell’aver intrapreso un cammino dal quale, forse, non avrebbe più avuto la possibilità di fare ritorno.
Persa in tali preoccupati pensieri, Lys’sh non poté che accogliere con un certo sollievo il termine delle torture, quando, finalmente, Korin Holderein ebbe a decidersi a rispondere al semplice interrogativo propostogli. E se tanto, forse troppo, avrebbe avuto a doversi giudicare il sangue da lui perduto, e sicuramente irrimediabilmente perduta una parte del suo corpo, in conseguenza al truce operato di Be’Sihl, quell’uomo avrebbe avuto comunque occasione di sopravvivergli. Per fortuna… e per fortuna non tanto dello stesso Korin, quanto e piuttosto del suo torturatore che, per lo meno, avrebbe avuto in ciò occasione di dimostrare, ancora, una certa capacità di autocontrollo e un’indubbia concentrazione di intenti, di volontà, rivolta nella direzione del proprio reale obiettivo: la salvezza di Midda Namile Bontor.

« Immagino tu abbia sentito tutto… » suggerì lo shar’tiagho, dopo essere uscito dalla terza porta ed essersi ritrovato a confronto visivo con la propria compagna d’arme.
« … anche troppo. » accennò un lieve sorriso imbarazzato la giovane ofidiana, quasi, in ciò, fosse stata sorpresa a origliare qualche momento intimo, un incontro privato, e non, piuttosto, una chirurgica tortura a discapito di un uomo colpevole solo di non voler condividere un’informazione con loro.

Ma Be’Sihl, lì ancora intento a pulirsi le mani su un asciugamano, per cercare di togliere le tracce di sangue rimaste fra le dita e le unghie, scosse il capo, ben intuendo i dubbi presenti nel cuore della propria amica, della propria interlocutrice, e lì escludendone la ragionevolezza, nel non voler considerare quell’uomo, Korin Holderein, come una semplice vittima delle circostanze.

« Sai, Lys’sh. » sorrise amaramente Be’Sihl, sollevando lo sguardo verso di lei « In quel di Kriarya, la città del peccato del regno di Kofreya, anche nella mia locanda non mancavano di esercitare professione alcune prostitute, lì fondamentalmente impiegate al mio servizio. » dichiarò, rievocando il proprio passato, le proprie origini, in una definizione volta ad annullare, in apparenza, qualunque distanza fra lui e Korin, salvo tuttavia proseguire in una ben diversa direzione « Le ragazze e le donne, tuttavia, che lavoravano presso di me, non sono mai state obbligate a vivere simile vita, non sono mai state né costrette, né tantomeno violentate per intraprendere una tale professione: ognuna di loro ha sempre operato nella più completa autonomia, riservando per se stesse, giustamente, la maggior parte dei propri profitti e vedendo da me richiesto semplicemente il pagamento delle spese, per le loro camere, per il vitto e, talvolta, per veder intervenire qualcuno a placare gli animi di clienti un po’ troppo… agitati. » spiegò, con assoluta tranquillità, non lasciando trapelare la benché minima esitazione nel confronto con un tema che, sicuramente, avrebbe avuto a scontrarsi con la moralità di molte persone « Figurati… non ho mai neppure accettato che avessero a offrirmi qualche notte insieme, quand’esse, per rispetto verso di me, avrebbero desiderato farlo: quando ciò è accaduto, e prima che Midda decidesse di accettarmi ovviamente è accaduto molte volte, ho sempre riconosciuto loro tutto il giusto pagamento per i loro servigi, mai pretendendo per me trattamenti di favore. »

Continuando a parlare, Be’Sihl ebbe allora ad abbandonare l’asciugamano su una sedia lì vicino, e ad appropinquarsi a un’altra porta, e all’ultima porta che avrebbe allora separato gli appartamenti personali di Korin dal resto del suo possedimento, di quel postribolo da lui gestito.

« Qualcuno potrebbe pensare che fra me e il signor Holderein non vi siano sostanziali differenze… » puntualizzò egli, ben consapevole di ciò « Ma entrambi sappiamo che non è così. Entrambi abbiamo parlato con le ragazze qui tenute prigioniere ed entrambi sappiamo bene quanto dolore, quanta violenza quest’uomo abbia imposto a tutte loro, solo per il proprio tornaconto… e solo per arricchire il nostro “amico” Desmair. » dichiarò, giungendo alla porta e aprendola, per trovare, là fuori, in loro attesa, i volti disorientati di una quarantina di ragazze, fra i quindici e i venticinque anni, lì chiaramente richiamate dalle urla di quanto accaduto, urla che, anche in assenza di un udito straordinariamente sviluppato non avrebbero potuto mancare di raggiungerle in ogni angolo dell’edificio, richiamandole, una a una, sino a quella porta chiusa « E, in questo, entrambi sappiamo che nessuna di queste ragazze, ora, avrà a dispiacersi nel sapere che il loro aguzzino, il loro carceriere, si trova agonizzante e immobilizzato dentro la sua stessa vasca da bagno… quella grande e lussuosa vasca nella quale, probabilmente, non si è fatto scrupolo di approfittare, una alla volta, di tutte loro. » annunciò, continuando a rivolgersi verso Lys’sh e, al contempo, comunicando tale preziosa informazione a tutte loro, tutte loro che, a confronto con quella notizia non poterono ora palesare, sui propri volti, molti interrogativi, e interrogativi chiaramente interessati, e interessati alle parole che quello straniero stava loro offrendo « Così come, permettimi l’arroganza del momento, entrambi sappiamo bene che nessuna di queste ragazze avrà a dispiacersi all’idea della presenza di un amplio assortimento di coltelli vicino a quella vasca… e di coltelli che, all’occorrenza, potranno impiegare per restituirgli tutti i favori ricevuti, tutte le attenzioni loro rivolte, ponendo fine, in ciò, al suo dominio su di loro e a tutto l’orrore che aveva imposto nelle loro vite. » concluse, nel mentre in cui, da interrogativi, molti sguardi iniziarono a offrirsi allora esclamativi innanzi a una tanto preziosa informazione… e a quel dono assolutamente inatteso.

giovedì 13 dicembre 2018

2757


« Ti ho detto che non ne so nulla, razza di sadico psicopatico che non sei altro! » imprecò in maniera sguaiata, in buon parte giustificato dalla posizione nella quale, allora, si stava ritrovando a essere « E se anche lo sapessi, non ti direi comunque nulla… »

Il “sadico psicopatico”, per così come era stato appena descritto, sorrise, scuotendo appena il capo. Francamente, e proprio malgrado, non si attendeva nessuna risposta diversa da quella. E da quella che, era certo, fosse una duplice menzogna: menzogna nell’asserire di non avere le risposte da lui ricercate, e menzogna nel dichiarare che, anche avendole, non avrebbe mai parlato.
Il “sadico psicopatico” sapeva bene, infatti, quanto Korin Holderein avesse a doversi considerare fra coloro che l’uomo un tempo conosciuto come Reel Bannihil, e ormai da tutti altresì appellato, per sua esplicita volontà, con il più corretto nominativo di Desmair, aveva iniziato a radunare al proprio servizio nel corso di quegli ultimi sei mesi. Sei mesi durante i quali quel semidio immortale non era rimasto in indolente attesa dello sviluppo degli eventi, ma aveva ben approfittato della sua ritrovata libertà di movimento e d’azione, per così come, probabilmente, da secoli non gli era stata più concessa, per lavorare al solo scopo di definire il proprio dominio, la propria sfera di influenza, in ogni modo, in ogni mezzo. E nella vastità di quella realtà, di quell’intero universo, tanti avrebbero avuto a doversi considerare i modi e i mezzi nei quali nei quali avrebbe potuto impegnarsi, e impegnarsi anche su fronti paralleli: così, nel mentre in cui, da un lato, dietro l’identità Reel Bannihil aveva iniziato a promuovere la propria immagine pubblica, concorrendo legittimamente a cariche istituzionali in uno dei più importanti sistemi periferici, e trovando amplio consenso popolare, amplio appoggio da parte della gente in grazia a temi da tutti sempre molto sentiti in tale area, quali l’indipendenza dal controllo dei sistemi centrali, di quei governi colonialisti che, là, si limitavano a imporre il proprio dominio senza, in ciò, offrire nessun reale sostegno, nessuna reale solidarietà; dall’altro lato, dietro il nome di Desmair avrebbe avuto a dover essere riconosciuto a capo di un’organizzazione criminale in altrettanto rapida ascesa, e un’organizzazione criminale utile a permettergli non soltanto di raggiungere i propri obiettivi laddove, dal punto di vista istituzionale, non avrebbe potuto farlo, ma anche, e ancor più, di finanziare il proprio impegno istituzionale, e un impegno, quello utile a trasformarlo da un perfetto sconosciuto, all’uomo di riferimento della rinascita di quei mondi periferici, tutt’altro che privo di costi. E proprio all’interno di tale organizzazione criminale, una lunga e complessa ricerca, aveva scoperto essere inquadrato anche Korin Holderein, il gestore di un lupanare all’interno del quale, giovani appartenenti a ogni specie e provenienti da ogni angolo del cosmo, trovavano, per lo più forzatamente, occasione di impiego… per non dire di schiavitù.
Accanto a ciò, utile a smentire la prima bugia da quell’uomo così fermamente asserita, il “sadico psicopatico” sapeva bene, inoltre, quanto ogni persona, nel Creato, avesse un proprio limite di sopportazione, un confine, fisico o psicologico, che non avrebbe mai potuto volutamente infrangere, e che, laddove lo avesse visto lì trascinato con forza, dagli eventi o, nel suo caso, da un torturatore, difficilmente ne sarebbe uscito savio. Una consapevolezza, la sua, purtroppo personalmente vissuta sulla propria stessa pelle, sperimentata in prima persona, laddove, solo qualche mese prima di allora, mai egli avrebbe potuto riservarsi opportunità di agire in quella direzione, in modi al pari di quelli, non rinnegando la violenza come mezzo di risoluzione di un problema, sia chiaro, ma neppure facendone il proprio stile di vita, facendone il proprio credo così come, proprio malgrado, ormai per lui essa era divenuta. Perché anch’egli, dagli eventi, e, in buona parte, dalle azioni poste in essere dallo stesso Desmair, si era ritrovato spinto oltre il proprio limite, oltre il proprio confine psicologico, oltre il quale qualcosa si era rotto in lui, nella sua mente, nel suo animo, nel suo cuore, trasformandolo, allora, in un individuo che, per le proprie azioni, per il proprio incedere, avrebbe avuto a doversi obiettivamente definire come un “sadico psicopatico”. E allora, in quel momento, in quella situazione, l’unico dubbio, l’unica domanda che avrebbe potuto ancora animarlo, sarebbe stata quella rivolta a definire quanto ancora Korin Holderein avrebbe mai potuto permettersi di resistere con quella propria arrogante fermezza innanzi alle sue domande, prima di superare a sua volta quel limite e, a differenza sua, non ritrovarsi nel ruolo di predatore, qual quello che, in buona sostanza, aveva ricoperto per tutta la propria vita a discapito delle ragazze da lui ridotte in schiavitù, ma, semplicemente, una preda… e una preda che quello “sadico psicopatico” avrebbe ridotto volentieri a brandelli, un pezzo alla volta. Letteralmente.

« Sai… » prese voce, scuotendo appena il capo, e quel capo allor ornato da corti, cortissimi capelli praticamente rasati, in luogo a quella montagna di piccole treccine nere che un tempo lo avrebbero accompagnato « … c’è stato un momento passato, nella mia esistenza, in cui ero un locandiere. Pensa: avevo una mia locanda, e il mio unico pensiero, la mia unica preoccupazione, era quella di minimizzare il numero dei danni che la donna di cui ero innamorato, di cui sono ancora innamorato, avrebbe potuto causare ogni sera nella quale si fosse fermata in città. » sorrise quasi nostalgico, nel mentre in cui, verificando la tensione delle corde con le quali aveva appeso il proprio prigioniero al di sopra di una grande vasca da bagno, si assicurava con metodica attenzione che non potesse riservarsi opportunità di fuga da lì, che non avesse occasione di liberarsi nel momento meno appropriato, e sporcare tutta la stanza con il proprio sangue, in un vero e proprio macello che, allora, sarebbe stato quantomeno spiacevole da dover ripulire per chi si fosse ritrovato spiacevolmente incaricato a farlo « E in quel periodo della mia vita, oltre a saper trattare bene con la mia clientela, trovando sempre occasione utile per accontentarla, ero veramente bravo a cucinare. » rievocò, muovendosi di qualche passo lontano da lui solo per raggiungere una serie di lame già predisposte lì accanto, pronte all’uso, e delle quali, pur, sino a quel momento aveva procrastinato l’impiego.
« Se pensi di spaventarmi con questi discorsi, o con i tuoi atteggiamenti da torturatore, ti sbagli di grosso. » ringhiò il proprio prigioniero, nel tentare, ciò non di meno, di verificare a propria volta la resistenza di quelle corde, e di metterla alla prova, tendendo al massimo tutti i propri muscoli, e i muscoli di un corpo oscenamente nerboruto, la massa muscolare del quale, in verità, avrebbe avuto a potersi commisurare almeno nel doppio di quella del proprio carceriere, tale da rendere persino imbarazzante l’idea di essere finito in quella situazione « Conosco gente molto più cattiva di quanto tu non potrai mai essere… e ho visto compiere oscenità peggiori di quanto mai tu potrai immaginare di compiere. Non puoi spaventarmi con così poco… »
« Shh… » lo zittì, tuttavia, l’altro, sollevando l’indice della destra innanzi alle labbra, a rimarcare la richiesta di un momento di silenzio, utile a non veder interrotto con dimostrazione di mancanza di educazione il proprio discorso, e un discorso che non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual fine a se stesso « Ti prego: se non desideri parlare, non parlare. Ma non interrompermi, perché, francamente, tutto ciò è spiacevole. » lo redarguì, scuotendo il capo « Come ti stavo dicendo, ero veramente bravo a cucinare: cucinavo carni, pesce, verdure… tutto quello che avevo a disposizione. E mi impegnavo, ogni volta, a presentarlo nel migliore dei modi possibili. Sia chiaro: non che la mia clientela fosse così ricercata da prestare attenzione a come il cibo arrivasse loro disposto nel piatto… lo facevo, per lo più, per piacere personale, per divertirmi a trovare nuovi modi di tagliare e di comporre le vivande nello spazio così offertomi a disposizione. »
« Non mi puoi spaventare… te l’ho già detto. » insistette Korin, scuotendo il capo con passionalità crescente, segno evidente di quanto, a discapito delle parole che stava lì pronunciando, egli non avrebbe avuto a doversi considerare sì indifferente nel confronto con la freddezza del proprio carceriere, e di quel carceriere allora impegnato nell’attento vaglio delle lame a propria disposizione.
« … io non ho mai detto di volerti spaventare. » lo corresse Be’Sihl Ahvn-Qa, sorridendo divertito nel confronto con l’insistenza del proprio interlocutore « Quello che desidero è avere delle informazioni da te… e sono tranquillamente disposto a sfilettare ogni singolo muscolo del tuo corpo con tutta la mia esperta bravura e tutto il mio maturato impegno per ottenerle. »

mercoledì 12 dicembre 2018

2756


Be’Sihl Ahvn-Qa non si era mai illuso di potersi riservare un’occasione di vita facile nel momento in cui si era reso conto di star innamorandosi di una donna del calibro di Midda Bontor.

Per quanto, all’epoca del loro primo incontro, ella non fosse ancora una leggenda vivente, e non fosse accompagnata da titoli sempre più altisonanti a incrementare oltre ogni limite la propria fama, egli aveva subito inteso che amare una donna come lei sarebbe equivalso a innamorarsi del vento, qualcosa che mai avrebbe potuto contenere, qualcosa che mai avrebbe potuto dominare, qualcosa a cui mai avrebbe potuto realmente appartenere e, ciò non di meno, qualcosa dalla quale, all’occorrenza, avrebbe potuto decidere di lasciarsi trascinare, prestando tuttavia attenzione che, nel crescendo della propria foga, non avesse a divenire letale. E ciò non gli era mai dispiaciuto, invero. Al contrario, proprio tutto quello avrebbe avuto a doversi considerare la primaria ragione per la quale, in fondo, egli avrebbe potuto in fede dichiarare di essersi invaghito inizialmente di Midda Bontor, la prima donna che, lontano dalla sua natia Shar’Tiagh, aveva dimostrato tutta quell’emancipazione, tutta quell’indipendenza, tutta quella forza tipica delle donne della sua terra natale, in comunione a una bellezza che, ai suoi occhi, non avrebbe ovviamente potuto che apparire quantomeno esotica.
Da quella primaria attrazione all’amore vero e proprio, il passo era stato sufficientemente breve, benché, in effetti, fossero occorsi anni, lustri addirittura, prima di poter maturare, su entrambi i fronti, una simile consapevolezza e la consapevolezza di doversi concedere la possibilità di provare a vivere quel loro amore, a confronto con una vita troppo caduca per potersi riservare eccessive esitazioni. E benché, nel corso dei loro anni insieme, e di quegli ultimi anni in particolare, tante, forse qualcuno avrebbe potuto persino dire troppe, avrebbero avuto a doversi considerare le difficoltà, le sfide da loro affrontate, mai Be’Sihl si era riservato occasione di dubitare della scelta compiuta, nella certezza di quanto, comunque, per quanta distanza avrebbe potuto essere posta fra loro, per quanti avversari avrebbero avuto a schierarsi a loro divisione, ella sarebbe sempre riuscita a tornare da lui: ella era, dopotutto, Midda Bontor, la donna più forte che avesse mai conosciuto, la donna più straordinaria che avesse mai conosciuto, una leggenda vivente, in grado di affrontare uomini, mostri e persino dei, e di sconfiggerli, trovando ogni volta occasione per tornare a casa, ogni volta occasione per tornare da lui.
Così, anche a confronto con la nuova crisi occorsa in quella desolata landa glaciale, Be’Sihl non si era concesso occasione di perdersi d’animo. Non quando egli aveva veduto Midda afflosciarsi a terra priva di sensi, per un istante apparendo non diversa da un cadavere e, ciò non di meno, fiduciosamente, e non erroneamente, riconosciuta qual viva, benché non cosciente, benché priva di qualunque percezione del mondo a sé circostante. E neppure quando, nella tenebrosa risata nella quale Reel Bannihil era esploso, egli aveva avuto possibilità di comprendere quanto fosse purtroppo accaduto, e quanto Desmair avesse allora trovato un nuovo corpo, e un nuovo corpo nel quale riservarsi opportunità di dominio, di controllo completo, senza più ostacoli, senza più inibizioni di sorta. A margine di tutto ciò, lo shar’tiagho era stato comunque certo di quanto, alla fine, ella sarebbe riuscita a farcela, in un modo o nell’altro. Di certo qualcosa nel profondo della sua mente e del suo cuore non avrebbe potuto fingersi indifferente di fronte all’eventualità assolutamente non remota di quanto, purtroppo, ciò che era accaduto a Reel Bannihil e a Desmair non avesse a doversi considerare una mera casualità… non, soprattutto, a confronto con alcune questioni irrisolte di quegli ultimi giorni, e, di questo, probabilmente avrebbe dovuto riservarsi, in futuro, occasione per arrabbiarsi con la propria amata, e per rimproverarla di aver agito in tal direzione mantenendolo completamente all’oscuro, secondo quelle scelte individualistiche che, in passato, mai avevano realmente pagato e, anzi, ogni volta avevano soltanto rischiato di vederli separati per sempre.
Ma, al di là di quanto, a tempo debito, egli avrebbe potuto riservarsi opportunità di rinfacciarle, e di quanto, probabilmente, comunque non avrebbe mai fatto, egli non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual animato da una qualche mancanza di fiducia, di ferma convinzione, di quanto tutto quello si sarebbe risolto.

Ritrovatosi solo a confronto con un semidio in fuga all’interno di un nuovo corpo immortale, con la propria donna crollata a terra priva di sensi, con un bambino spaventato e con una madre zombie colpevole, proprio malgrado, soltanto di amare suo figlio, egli fu costretto ad agire in autonomia per concludere tutte le questioni ancora irrisolte e, soprattutto, per poter fare ritorno prima di tutto al villaggio e, da lì, alla civiltà e, soprattutto, alla loro navetta lasciata allo spazioporto, dalla quale riservarsi occasione di contattare, quanto prima, la Kasta Hamina.
Perché anche laddove non avrebbe avuto a doversi considerare realmente consapevole nel merito di quanto stesse accadendo all’interno della mente della propria amata, improbabile avrebbe avuto a doversi considerare qual mera coincidenza il fatto che, comunque, ella avesse perso i sensi in coincidenza della liberazione di Desmair. E ben consapevole, qual egli avrebbe avuto a dover essere, del legame mentale esistente fra loro, quanto mai importante avrebbe avuto a dover considerare il non scontato successo della missione che, in parallelo a quel loro viaggio alla ricerca di Reel Bannihil, avrebbe avuto a dover vedere coinvolte Duva, Lys’sh e Rula in quel di Loicare, il primo mondo nel quale egli e la propria amata erano giunti sulle ali della fenice.

In Loicare, all’epoca, Midda non aveva perso occasione per farsi arrestare, e farsi arrestare e condannare pressoché immediatamente, dando il via a una successione di eventi concatenati ultimo fra i quali, allora, avrebbe avuto a doversi considerare proprio quella loro caccia all’uomo. E proprio in conseguenza a tale arresto, ella si era vista sequestrare tutti i propri beni personali che, in quel particolare momento storico, avrebbero avuto a dover essere censiti soltanto nel numero di due: la propria ormai leggendaria spada bastarda, e quel monile dorato del quale egli le aveva fatto dono alcuni anni addietro. Un monile dorato, invero, tutt’altro che privo di valore e non soltanto per il pregiato materiale del quale avrebbe avuto a doversi considerare composto, quanto e piuttosto per la benedizione che lo avrebbe allora accompagnato, nella protezione del dio shar’tiagho Ah'Pho-Is, signore degli inganni, sotto la tutela del quale, paradossalmente, ella non avrebbe potuto subire alcuna empia influenza a opera di Desmair.
Purtroppo, anche laddove la spada era riuscita a tornare in suo possesso dopo qualche mese, quel bracciale a forma di serpente non era stato più ritrovato, e, in questo, loro leggerezza avrebbe avuto a doversi sicuramente riconoscere nel fatto di non aver insistito ulteriormente nelle ricerche, giudicandolo perduto in chissà quale deposito dell’omni-governo di Loicare. Una leggerezza solo in parte giustificata dal fatto che, allora, la sua fondamentale funzione era stata apparentemente presa in carico da un diverso dispositivo, e da un dispositivo tecnologico, una sorta di collare inibitore che, posto attorno al suo stesso collo, aveva mantenuto inerme all’interno della sua mente la coscienza di Desmair, negandogli, in ciò, qualunque opportunità di danno. Una fiducia, quella da tutti loro riposta in tale collare, che tuttavia non era stata ripagata. Non nel momento in cui, poche settimane prima di allora, esso aveva cessato di funzionare e Desmair aveva fatto il proprio più violento ritorno nella quotidianità della donna guerriero.
In ciò, quindi, le tre compagne d’armi della stessa Figlia di Marr’Mahew, si erano fatte carico di una importante missione: recuperare quel bracciale, costi quel che costi, per permettere alla loro amica, alla loro sorella, di riservarsi occasione di indipendenza mentale dal proprio mai amato sposo, da quel semidio il quale già troppo a lungo si era riservato occasioni utili per recarle danno o per tentare di spingerla, ancor peggio, a recare personalmente danno a coloro a lei vicini e da lei amati.

Purtroppo per Be’Sihl non fu immediato né riuscire a fare ritorno al villaggio, né alla civiltà, né, tantomeno, alla loro navetta allo spazioporto o alla Kasta Hamina. E per quanto, in tutto ciò, egli ebbe a impegnarsi ben oltre a ogni propria umana possibilità, il tempo nel quale la sua amata Midda avrebbe avuto a doversi riconoscere in balia delle offensive mentali del proprio sposo ebbe a dover essere misurato non soltanto in ore, non soltanto in giorni, ma, addirittura, in settimane: settimane nel corso delle quali, come precipitata in uno stato di sonno profondo, ella non avrebbe avuto a offrire la benché minima evidenza di consapevolezza nel merito di quanto, attorno a lei, al di fuori della propria mente, stesse lì accadendo.
Fortunatamente per Be’Sihl, comunque, quando alla fine egli riuscì a riportare la propria amata alla Kasta Hamina, ad attenderli avrebbe avuto a dover essere riconosciuto, qual presente, un dono assolutamente inaspettato, per quanto fortemente sperato: quel bracciale dorato un tempo a lui appartenuto e che, ora, avrebbe avuto a dover fare ritorno al braccio sinistro di lei, per lì tornare a contatto con la sua pelle e concederle, ancora una volta, tutti gli importanti benefici della propria benedizione, dell’influenza di Ah'Pho-Is che, per lei, avrebbe rappresentato un inviolabile scudo contro l’aggressione di Desmair. Ma per quanto, quell’ornamento, quell’amuleto, avrebbe assolto al compito di proteggerla da minacce esterne, a poco o a nulla esso avrebbe potuto nel confronto con questioni altresì interne, e interne al pari della realtà onirica nella quale, tanto fermamente, il semidio figlio di Kah e di Anmel si era impegnato al fine di imprigionarla… o, quantomeno, di confinarla, e di confinarla non in conseguenza a un atto di forza, quanto e piuttosto a una scelta pressoché volontaria, e a una volontaria scelta atta definire quello all’interno di quel complesso sogno quale il proprio mondo, il solo che mai avesse conosciuto, e il solo che mai avrebbe potuto conoscere, ripudiando, in ciò, la realtà dei fatti lì circostanti.
Obbligatoriamente inconsapevoli di quanto stesse allor avvenendo dentro la sua testa, tanto Be’Sihl, quanto Duva, Lys’sh e Rula, così come ogni altro membro della loro famiglia a bordo della Kasta Hamina, non avrebbe potuto ovviare ad attendere un immediato risveglio nel momento in cui, finalmente,  quel monile fu riportato al proprio posto, sul braccio di lei. E quando, altresì, ciò non avvenne, soltanto preoccupata perplessità non poté che aleggiare fra di loro per lunghi e tesi minuti, che ben presto divennero ore, e poi, addirittura, giorni. Giorni nel corso dei quali, anche il fiducioso ottimismo dello shar’tiagho iniziò a dimostrarsi meno fermo di quanto non avrebbe potuto desiderare… sino a quando, per lo meno, non ebbe alfine a esplodere, in maniera del tutto incontrollata. Un’esplosione, la sua, non di rabbia, quanto e piuttosto di risolutezza, e di risolutezza nel confronto con la consapevolezza di quanto, allora, non avrebbe più potuto continuare ad attendere quietamente il ritorno della propria amata, ma, per esso, avrebbe avuto a dover iniziare a lottare, e a lottare così come, probabilmente, mai si era spinto nel corso della propria pur non breve esistenza.

« Riuscirò a salvarti, amore mio… te lo giuro su tutti gli dei di Shar’Tiagh e dell’intero Creato. »

martedì 11 dicembre 2018

2755


« Sbaglio o mi hai appena chiamato Des…?! » sorrise egli, felice per aver appena avuto evidenza di essere riuscito a incrinare l’irremovibile solidità della propria interlocutrice, per quanto, sicuramente, più in termini per lei inconsci che consci « E’ la prima volta da quando ci siamo incontrati che accetti di non prendere le distanze chiamandomi Desmond. » puntualizzò, a sottolineare l’importanza di quel piccolo ma non indifferente dettaglio.

E per quanto Maddie, in quel momento, non avrebbe obiettivamente desiderato altro che cedere a quelle pressioni, cedere a quell’insistenza e abbandonarsi a lui, per avere la possibilità, finalmente, di vivere nella propria reale vita, nella propria vera realtà la gioia che, in sogno, le era stata concessa fra le braccia di uomini come Salge, Ebano o Be’Sihl, qualcosa ebbe a frenarla, nel ricordarle, quanto, per l’appunto, quella fosse la realtà, e in quella realtà ella avesse ben poco da offrire.
Ella non era Midda Namile Bontor. In effetti non le assomigliava neppure lontanamente, né fisicamente, né, tantomeno, caratterialmente. Là dove, infatti, il suo corpo, costretto in quel letto per tre decenni, aveva da pochi mesi reimparato a muoversi, i propri muscoli avevano faticosamente e dolorosamente riguadagnato la capacità di permetterle di interagire con il mondo a lei circostante, donandole attraverso qualunque specchio un’immagine riflessa decisamente meno accattivante, meno sensuale, meno imperiosa di quella che avrebbe potuto vantare di ricordare, e, in effetti, lasciando assomigliare molto più sua sorella Rín a Midda rispetto a quanto mai avrebbe potuto essere lei stessa; anche la sua mente aveva così dovuto scendere a patti con l’evidenza dei fatti, e con quell’evidenza tale per cui, allora, tutta la sicumera, tutta l’arroganza, tutta la tracotanza propria di colei che era solita accettare di farsi indicare con il titolo proprio della figlia di una dea della guerra, non avrebbe potuto contraddistinguerla… non avrebbe dovuto contraddistinguerla, ammesso di non voler perdere qualunque speranza di contatto con quella riconquistata realtà, con quella propria vita da cui, già per troppo tempo, era rimasta lontana. Così, se pur Midda Namile Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya, l’Ucciditrice di Dei, non avrebbe esitato a rendere proprio quell’uomo, laddove lo avesse desiderato, partendo dal semplice presupposto di quanto egli avrebbe avuto a doversi considerare fortunato nel ritrovarsi destinatario delle sue attenzioni, del suo interesse, a prescindere da qualunque diversità sociale, da qualunque differenza di ceto avrebbe potuto contraddistinguerli; ella, Madailéin Mont-d'Orb, non avrebbe potuto ovviare a credere fermamente di non potersi concedere occasione di agio innanzi a lui, anche laddove solo pochi minuti prima i loro corpi si stavano appassionatamente intrecciando insieme fra quelle morbide lenzuola, trovando, in ciò, persino necessità di un costretto pudore all’idea di apparire nuda innanzi a lui, con delle forme così esili, così diafane, per le quali non avrebbe potuto ovviare a provare un profondo senso di vergogna.
No… non avrebbe mai potuto funzionare fra loro…

« … è stata una bell’avventura, Desmond. Solo questo. » insistette ella, escludendo qualunque possibile ulteriore coinvolgimento fra loro « E spero che tu avrai piacere a ricordarla in quanto tale: una bella avventura. » ripeté, temendo, obiettivamente, che di lì al giorno dopo, o soltanto a poche ore più tardi, egli avrebbe avuto ragione di che deridersi per essere stato con lei « Ma ora è meglio tornare entrambi alla realtà… e accettare che fra noi le cose non possano essere differenti. »

E se pur, ancora una volta, ella accennò, necessariamente a malincuore, ad alzarsi da quel letto, la delicata ma ferma presa di lui, questa volta attorno ai suoi esili fianchi, la ricondusse a sedersi, addirittura a sdraiarsi lì, sotto di lui, mentre il piacevole peso di quel tonico e muscoloso corpo tornava a premere amabilmente su di lei, suggerendo in maniera estremamente pratica un’altra interpretazione della realtà, decisamente differente da quella alla quale ella si era allora arresa.

« Io… non credo proprio che ti permetterò di farlo. » sussurrò egli, con le proprie morbide e calde labbra premute delicatamente contro quelle di lei « Non ti permetterò di rifiutarti di essere felice… e di essere felice qui, con me, in questo momento e in ogni altro istante a partire da oggi e per sempre. » esplicitò, ritraendosi appena per osservarla, con un dolce sorriso in volto « Questa vita è la vita che meriti, Maddie… e prima lo accetterai, prima ci permetterai di essere felici, insieme. »
« … Des… » gemette ella, null’altro che desiderando quella felicità, e, pur, ancora non riuscendo a crederci, non riuscendo ad arrendersi a quell’idea.
« E con questo sono due… » conteggiò egli, non potendo ovviare a ridacchiare giocoso sopra di lei, prima di premere delicatamente le proprie labbra contro le sue, in un nuovo, appassionato bacio.

Un mese dopo il proprio mancato omicidio, Maddie ebbe così a traferirsi a casa di Desmond, per concedersi l’opportunità di sperimentare una convivenza ufficiale dopo che, nelle settimane precedenti, avrebbero avuto a doversi considerare comunque maggiori le ore da lei trascorse lì rispetto a quelle spese a casa propria.
Sei mesi dopo quello che, ormai, avrebbe avuto a dover essere ricordato qual il più fortunato incidente della propria vita, su ispirazione della propria amica Jacqueline, e con il più forte sostegno da parte dello stesso Des, Maddie decise anche di lasciare il proprio lavoro di fattorina, per sperimentare qualcosa di diverso, per arrischiarsi in un’impresa nuova. E, così, in grazia anche a tutte le registrazioni che la sua ex-strizzacervelli non esitò a fornirle, ella iniziò a trascrivere le cronache della vita che un tempo credeva di aver vissuto, per poter finalmente esorcizzare tali ricordi, tali fasulle memorie, riducendole né più, né meno, a quanto avrebbero avuto a dover essere riconosciute essere: romanzi, novelle, racconti di avventura. Un’epopea fantasy, e non solo, che iniziò a pubblicare in un blog su internet, proponendo ogni nuovo giorno un pezzetto di quel passato leggendario e, in ciò, fissando ogni nuovo giorno un pezzetto di tutto quello come, appunto, né più, né meno, una storia: una storia sicuramente affascinante, una storia coinvolgente, una storia esaltante… ma una storia, e una storia che mai avrebbe potuto o dovuto allor competere con la realtà, e quell’ancor più meravigliosa realtà nella quale la sua famiglia le era vicina, i suoi amici le erano vicini e, soprattutto, un uomo meraviglioso come Des le era vicino, donandole ogni mattina ragione per benedire il Cielo del dono concessole.
Un anno dopo il primo incontro con Desmond, così, Maddie si ritrovò a presentare nella più grande libreria della città il primo volume dell’edizione cartacea di “Midda’s Chronicles”, inizialmente stampata in diecimila copie subito esaurite, e tali da richiedere, a distanza di neppure una settimana, una nuova ristampa, per quello che, improvvisamente, era divenuto il campione d’incassi del panorama editoriale nazionale di quella stagione.
E a un anno dalla loro prima volta insieme, Maddie e Des si ritrovarono nuovamente sdraiati su quel letto, abbracciati dolcemente insieme, nella quieta consapevolezza della loro serenità, e della sublime bellezza delle loro vite…

« Maddie…?! » apostrofò egli, baciandola delicatamente nel sensibile angolo fra la spalla e il collo, stringendola amorevolmente a sé.
« … sì…? » domandò ella, gongolando intimamente per quelle sempre sublimi attenzioni.
« … sei felice? » questionò l’uomo, in un interrogativo che avrebbe potuto risultare forse retorico in un contesto simile a quello, e che pur, da lui, venne scandito con assoluta e ferma cognizione di causa, nell’essere sinceramente interessato alla risposta che ella gli avrebbe potuto concedere.
E nel mentre in cui un amplio sorriso ebbe ad aprirsi sul suo volto, la donna non esitò a rispondere: « Credo che il concetto stesso di felicità sia stato superato già un anno fa, amor mio… »

lunedì 10 dicembre 2018

2754


Premesso che, senza nulla togliere al successo economico ottenuto dalla propria gemella, Maddie non avrebbe mai pensato di poter avere occasione di fraternizzare con qualcuno appartenente a quel genere di persone a cui Desmond, ma anche Rín, chiaramente, appartenevano; il destino volle dimostrarsi quantomeno ironico nei suoi confronti, offrendole, attraverso quel potenzialmente letale incontro, la possibilità di avvicinarsi a quell’uomo o, per amor di dettaglio, di essere da lui avvicinata, giacché, ovviamente, il rimborso della bicicletta distrutta ebbe ad apparire per lui quasi e soltanto una scusa utile per ottenere il suo numero di telefono e, da lì, dare il via a una vera e propria strategia di corteggiamento. E benché, non ancor dimentica dei trentatré anni trascorsi in coma, e di tutte le esperienze, anche sentimentali, che in tale periodo ella aveva immaginato di vivere, ultima ma prima fra tutte quella con Be’Sihl, il suo splendido e immaginario shar’tiagho irreale incarnazione dell’idea di uomo perfetto, la donna non poté ovviare, dopo una certa ritrosia iniziale, a trovare assolutamente lusinghiero l’interesse di quell’individuo, e di un individuo, in fondo, assolutamente affascinante e, al di là dell’investimento e del quasi assassinio, dimostratosi contraddistinto assolutamente da buone maniere.
Così, dopo un paio di giorni di insistenza da parte dello stesso Desmond, utili a permetterle di apprezzare quanto quello sforzo non avesse a doversi considerare fine a se stesso, non avesse a essere, semplicemente, animato dal senso di colpa per il mancato omicidio; Maddie si concesse occasione di porsi in gioco, accettando il rischio proprio di un invito a cena. Rischio, quello che ella si concesse di accettare, che non fu corso invano, giacché, a dispetto di ogni pregiudizio sugli uomini contraddistinti da un certo benessere economico, Desmond si dimostrò essere un ospite straordinariamente piacevole, in grado di intrattenerla con naturalezza, con spontaneità, senza mai lasciar scadere volgarmente il discorso sul proprio lavoro, sul proprio stile di vita, sul proprio denaro, quanto, e piuttosto, nel parlare di sé riservandosi soltanto occasione di raccontare aneddoti spiritosi e, soprattutto, autoironici, tali, quasi, da voler far emergere immediatamente tutti i propri difetti, in maniera tale da non avere poi a sorprenderla negativamente.
Difetti i suoi, comunque, a dir poco veniali, che si sarebbero riservati opportunità di concernere, a titolo esemplificativo, in una certa maniacale attenzione all’ordine cromatico delle copertine dei libri in casa sua, in una pessima sopportazione degli alcoolici, in una fissazione per il colore rosso, tale da non permettergli di uscire di casa non indossando almeno un indumento, o un ornamento, di tale colore, nonché in un’incontrollabile dismorfofobia, tale, addirittura, a spingerlo a evitare, quanto più possibile, di osservarsi allo specchio nella convinzione che, da un momento all’altro, avrebbe potuto lì contemplare un volto orrendo in opposizione a quello che sarebbe stato solito ricordare quale il proprio. E benché, soprattutto quest’ultimo caso, Maddie lo avrebbe catalogato sotto la parola “vanità”, ancor prima che “dismorfofobia”, simili difetti avrebbero avuto a doversi considerare ben poca cosa nel confronto con i molteplici altri pregi che egli ebbe occasione pratica di comprovare in quella prima sera, e nei giorni successivi.
Pregi quali, fra gli altri, uno squisito amore per la cultura, con particolare attenzione alla letteratura e alla storia, una quieta conoscenza dei propri limiti, fra i quali i propri stessi difetti appunto, un indubbio gusto estetico nel merito del proprio abbigliamento e della cura della propria persona, certamente supportato, in tal senso, dal suo ceto sociale che gli avrebbe permesso di garantirsi qualunque vestiario di suo interesse, e, ovviamente, più importante fra tutti, la più completa indifferenza ai difetti della propria interlocutrice, soprattutto di natura fisica, come lo sfregio presente sul suo volto, in corrispondenza al suo occhio sinistro, e, non meno visibile, l’assenza del suo braccio destro, sostituito con una splendida protesi, certamente, e pur sempre una protesi. Dettagli, quelli sì elencabili, abitualmente non trascurabili, o trascurati, dai propri interlocutori, tali per cui, ormai, ella non si sarebbe più neppur sorpresa di ritrovarsi a essere fissata in un misto di curiosità e di sospetto a ogni propria nuova consegna serale, e, ciò non di meno, lì del tutto ignorati da Desmond, quasi neppure esistessero. Anzi… sarebbe stato sbagliato definire una sua indifferenza a tal riguardo, laddove ciò avrebbe potuto suggerire, addirittura, una sorta di rifiuto o di disprezzo nei loro riguardi, laddove, in verità, tutto ciò ebbe a essere da lui altresì accolto quasi avesse a doversi riconoscere qual la cosa più naturale del mondo.
Dopo quella loro prima uscita insieme, quindi, Maddie non si lasciò pregare eccessivamente per ripetere la serata, nel giorno successivo, e in quello seguente ancora: nuovi incontri, nuove occasioni utili a trascorrere del tempo in reciproca e piacevole compagnia, che, tenendo ovviamente conto degli impegni lavorativi della donna, non poterono prevedere nuove serate insieme e che, ciò non di meno, e senza alcun genere di opposizione da parte dell’altro, si videro riadattate a pomeriggi o mattine, a colazioni e pranzi, innanzitutto, ma anche a semplici passeggiate per le vie della città, ampliando la reciproca conoscenza in ogni occasione. Così a distanza di una settimana, quand’ormai quel loro reciproco rapportarsi aveva iniziato ad assumere una parvenza di normalità, Maddie decise di arrischiarsi a concedersi un passo in più, e un passo in più in direzione della camera da letto, consapevole di quanto, forse, una volta raggiunto tale traguardo, il proprio interlocutore avrebbe quietamente tagliato la corda, e, ciò non di meno, francamente ed egoisticamente desiderosa di concedersi tale opportunità, soprattutto con un così piacevole interlocutore e un potenzialmente appassionato amante. Una notte indubbiamente focosa, quella che quindi ebbero alfine a concedersi, che non poté assolutamente deludere le aspettative della donna e che, anzi, ebbe a offrirle diverse nuove ragioni per apprezzare la compagnia di quell’uomo.
E quando, al termine di tanto impegnativo esercizio fisico, ella accennò ad alzarsi dal letto di lui, per rivestirsi e fare ritorno a casa propria, grata verso di lui per il tempo trascorso insieme e, in tal senso, tutt’altro che desiderosa di rendergli più complicato del dovuto il porre fine a quella relazione, fu proprio lui a fermarla, e a fermarla ponendole delicatamente la propria destra sulla destra di lei, sulla sua protesi, per impedirle di muoversi, di lasciare il letto e, soprattutto, di lasciare lui…

« Vuoi davvero essere quel genere di donna che si riveste subito e se ne sgattaiola via nel cuore della notte…? » le domandò egli, non negandosi un sorriso divertito nei suoi confronti, evidenza di quanto, comunque, alla base di quelle parole avesse a doversi considerare anche una certa ironia, non avendo realmente a credere che ella potesse essere tale « O, forse, mi hai preso per una prostituta qualsiasi e, in ciò, stavi già pensando di lasciarmi un paio di banconote sul comodino prima di uscire…?! » insistette, ora addirittura sornione, nel continuare a trattenerla.
« Ma che dici…? » aggrottò ella la fronte, scuotendo il capo e, pur, non potendo ovviare a ritrovarsi a disagio, in quel momento, nel confronto con lui, nella quieta consapevolezza dell’ineluttabile e naturale necessità di scadenza di quella loro relazione, appartenenti quali si trovavano a essere a mondi troppo diversi per poter proseguire in quel modo « Non fare lo sciocco, Desmond… dovresti essere contento, anzi, che io voglia levarmi di torno senza sollevare storie. E’ stata una settimana molto piacevole, e una notte ancor più interessante, ma credo che siamo entrambi abbastanza adulti da ben sapere quanto questo genere di cosa non potrebbe funzionare… »
« … credi quindi che il mio solo desiderio fosse quello di portarti a letto?! » replicò lui, risollevandosi a sedere innanzi a lei, per avere opportunità di guardarla da una posizione paritaria, lasciandola ora libera di muoversi laddove lo avesse potuto desiderare « Non so che idea tu ti sia fatta di me, ma, tu, Maddie, mi piaci veramente. E non desideri che tutto questo abbia a poter essere ricordato solo come “una settimana molto piacevole”. » insistette, scuotendo fermamente il capo, a escludere tale opportunità.
« … Des… » esitò ella, storcendo appena le labbra verso il basso, sempre più a disagio, nell’osservarlo lì, innanzi a sé, splendido nel proprio fisico atletico e muscoloso, così spiacevolmente perfetto nel confronto con la consapevolezza della propria imperfezione, di quelle proprie forme troppo provate dai lunghi anni di immobilità nel coma « … per favore… »

domenica 9 dicembre 2018

2753


« Ti prego… se non desideri che abbia a chiamare un’ambulanza, permettimi per lo meno di accompagnarti a casa. » si propose il suo investitore, continuando a scuotere il capo con fare rammaricato, in evidente stato di panico per quanto accaduto « Al di là del fatto che, ovviamente, ti ripagherò tutti i danni, senza considerare lo scarso valore che attribuivi alla tua bicicletta! »
« Per quanto concerne il discorso danni, è soltanto il minimo che puoi pensare di fare. » sottolineo ella, con un lieve sorriso necessariamente ironico « Per quanto riguarda l’accompagnarmi a casa, non ti sembra di correre un po’ troppo…? E il gioco di parole ha da considerarsi puramente casuale. » puntualizzò, inarcando il sopracciglio destro con fare ora necessariamente divertito da quel bizzarro interlocutore « Cioè… non so che idea tu ti possa essere fatto di me, ma non sono proprio quel genere di donna che, solo perché un perfetto estraneo l’ha quasi ammazzata, lo invita a casa propria per un caffè! »
« Oh… accidenti. » avvampò egli, sempre più in imbarazzo nel rapporto con lei « Hai ragione… non so neppure il tuo nome né, tantomeno, mi sono presentato. Che razza di idiota… » sorrise forzatamente, cercando di sforzarsi al fine di riservarsi nuovamente un qualche contegno di sorta « Il mio nome è Desmond… ma puoi chiamarmi Des, se preferisci. »
« Desmond…? Ti prego, dimmi che i tuoi genitori hanno una grande passione per la letteratura, e che non mi sono quasi fatta ammazzare da un quasi connazionale. » osservò la donna, riconoscendo l’origine irlandese di quel nome e non potendo ovviare a trovare sempre più assurda quella situazione, tanto per il proprio quasi omicidio, quanto per tutta l’evoluzione successiva, in particolare nel rapporto con il proprio quasi assassino « Mi chiamo Madailéin… ma puoi chiamarmi signora Mont-d'Orb, giusto per non permetterti eccessive libertà nei miei riguardi. »
« In effetti, non sono irlandese. E ti risparmio i dettagli più scabrosi del rapporto fra “La scimmia nuda” e la storia della mia famiglia… » puntualizzò Des, sorridendo con fare appena più sereno, nel confronto con il quieto dialogo che stava riuscendo a riservarsi con la propria interlocutrice « In compenso, Mont-d'Orb non mi pare esattamente un cognome irlandese… » osservò, incuriosito dalla frase da lei allora pronunciata.
« Madre irlandese, da cui il nome, padre francese, da cui il cognome… e io, tuttavia, sono nata e cresciuta, e quasi morta a causa di un imbecille, in questa città. » spiegò la donna, non risparmiandosi una nuova frecciatina a discapito del proprio investitore « Ora, se vuoi lasciarmi un qualche recapito telefonico, sarò felice di mandarti la fattura della bicicletta… così possiamo chiudere qui la questione. »
« Ora sono io che ti dovrei domandare se non ti sembra di correre un po’ troppo, però… » replicò l’altro, scuotendo appena il capo « Cioè… non so che idea tu ti possa essere fatta di me, ma non sono proprio quel genere di uomo che, solo perché ha quasi ammazzato una perfetta estranea, o quasi, le da il proprio numero di telefono sperando di essere richiamato al più presto! »

E per quanto lo spavento e l’adrenalina dell’incidente non fossero ancora completamente scemati in lei, Maddie non poté che apprezzare la prontezza di riflessi con la quale egli non si era negato l’opportunità di parafrasarla, respingendo al mittente la maliziosa ironia propria di una frase da lei stessa pocanzi pronunciata e, in ciò, cercando di prendere maggiormente il controllo della situazione, dopo che, sino a quel momento, ella aveva condotto quietamente in gioco.
Così, forse in conseguenza all’impaccio da lui inizialmente dimostrato, forse in virtù dell’onestà da lui comunque comprovata nel decidere di assumersi pienamente la colpa per l’accaduto, così come in molti, purtroppo, al suo posto non sarebbero stati egualmente corretti nel compiere, e forse anche in non ininfluente conseguenza del suo pur evidente fascino; Maddie non poté che cedere a quelle giocose lusinghe, riconoscendogli, quantomeno, la dignità di quel punto segnato all’ultimo minuto dei supplementari…

« E sia… » sospirò ella, estraendo dalla tasca del giubbetto un quadernetto di appunti con una piccola penna legata all’elastico utile a mantenere chiuso lo stesso, scarabocchiando velocemente il proprio numero di telefono in una pagina e strappandola subito dopo, per consegnarla al proprio interlocutore « … chiamami tu domani sul tardi. E vedremo di sistemare la questione. »
« Lo farò! » annuì egli, prendendo il foglietto offertogli con dimostrazione di assoluta fiducia in lei, al punto tale da non controllare neppure cosa ella avesse lì appuntato « Ora, però, fatti almeno offrire un taxi… non posso davvero pensare che tu abbia a tornare a piedi a casa a quest’ora di notte, dopo che ti ho quasi ammazzata! »

E, anticipando qualunque possibile diniego da parte dell’interlocutrice, egli dimostrò sufficiente reattività da riuscire a portare il proprio cellulare all’orecchio con avendo già composto il numero utile a chiamare un taxi, numero che evidentemente doveva già conoscere e avere in rubrica, se non, addirittura, fra i preferiti, laddove altrimenti non si sarebbe potuta spiegare tale immediatezza.

« Se pensi di impressionarmi solo perché guidi una macchina sportiva e sei in grado di chiamarmi al volo un taxi, ti sbagli di grosso Desmond. » volle precisare ella, non appena egli ebbe a chiudere la comunicazione rivolgendole un amplio sorriso soddisfatto per quanto così ottenuto.
« Se pensi di impressionarmi solo perché giri di notte in bicicletta e sei in grado di rapportarti con il tuo quasi assassino senza cedere a scenate isteriche… beh, hai completamente ragione, signora Mont-d'Orb! » sorrise per tutta risposta egli, in quel dialogo che, in maniera del tutto imprevista, stava addirittura scemando in una sorta di flirt, benché le circostanze a contorno avessero a doversi considerare quantomeno improbabili.

Parole, quelle dell’uomo, che pur si dimostrarono in grado, almeno in questa occasione, di zittire la controparte, la quale, allora, non avrebbe potuto ovviare a dimostrarsi quantomeno impreparata a quel genere di situazioni, sia perché, obiettivamente, avrebbe avuto a doversi considerare la prima volta nella sua vita, e nella sua vita reale, sia perché, altrettanto obiettivamente, mai avrebbe potuto ipotizzare che tale evoluzione avrebbe potuto conseguire il proprio quasi investimento. Per sua fortuna, il taxi impiegò un tempo straordinariamente breve a raggiungerli e, così, benché non avrebbe desiderato in verità tornare a casa in taxi, ella vide la propria bicicletta caricata nel retro dell’amplio monovolume e si ritrovò a sedere nel sedile posteriore del veicolo, ancora sufficientemente meditabonda nel merito dell’effettiva dinamica degli accadimenti.
Desmond, dal canto suo, non mancò di anticipare una cinquantina di euro al tassista, invitandolo a tenere il resto, e a portarsi innanzi al finestrino del posto da lei allor occupato, battendo su di esso delicatamente con la punta del proprio indice destro. Gesto al quale, in maniera quasi istintiva, la donna reagì comandandone la ridiscesa, per aver occasione di sentire cosa avrebbe voluto ancora dirle, probabilmente nel salutarla.

« Scusami ancora… » sorrise egli, sollevando il foglietto con il numero che ella gli aveva lasciato « … ma sono un po’ incerto su come scrivere “Mont-d'Orb” in rubrica. »

Ed ella, sospirando con quieta rassegnazione innanzi alla situazione, non poté che concedergli anche la grazia di quel secondo punto, con il quale, allora, probabilmente la partita fra loro avrebbe avuto a chiudersi in pareggio…

« Scrivi pure “Maddie”… mi chiamano tutti così. » concluse, scuotendo appena il capo « Buonanotte, Desmond. »

sabato 8 dicembre 2018

2752


Rifiutare un impiego presso la compagnia nella quale Rín aveva conquistato, in sola grazia alle proprie energie, alla propria autodeterminazione, ai propri meriti, il ruolo di responsabile della ricerca e sviluppo, per Maddie, non avrebbe avuto a doversi considerare banalmente una questione d’orgoglio quanto, e ancor più, una questione di principio, e di un principio allora, volto a non gravare ulteriormente sulla quotidianità della propria gemella, dopo più di tre decenni di coma nel corso dei quali non soltanto la sua amata gemella era dovuta crescere da sola ma, ancor più, aveva anche dovuto prendersi cura di lei, assicurandosi di concederle, giorno dopo giorno, occasione di sopravvivere a se stessa, e alle conseguenze più nefaste di quel tragico incidente.
Ovviamente, per una persona praticamente priva persino della licenza elementare, trovare occasione di inserimento all’interno di una qualunque realtà lavorativa non avrebbe avuto a doversi considerare tanto ovvio, tanto scontato. E, in ciò, per mesi ella fu costretta a confrontarsi con quieta indifferenza se non, addirittura, secchi rifiuti da parte di qualunque interlocutore con il quale ebbe a cercare occasione di dialogo. Alla fine, confidando nel fatto che ciò avrebbe avuto a potersi considerare soltanto una soluzione temporanea, Maddie si ritrovò quindi impiegata come fattorina per la consegna di cibo a domicilio, con una mirabile paga oraria di 5,60 euro all’ora più 80 centesimi per ogni consegna: una discutibile enormità, soprattutto ove confrontato con le paghe proprie della concorrenza, qualificabili, semplicemente, in 3,60 euro per ogni consegna, senza alcuna paga oraria. Ovviamente, a margine di ciò, la bicicletta, mezzo di locomozione fondamentale per effettuare il servizio, avrebbe avuto a dover essere posta da lei, e, in barba a ogni proclama politico nazionale, alcun genere di contratto di categoria avrebbe avuto a dover essere riconosciuto esistenze, ignorando in maniera quasi vittoriana qualunque ipotesi di diritto o di tutela, in termini che, sicuramente, avrebbero potuto ispirare qualche novello Charles Dickens a scrivere un nuovo Oliver Twist, se soltanto, nell’epoca moderna, fosse esistito un novello Charles Dickens, con il desiderio di porre l’accento su tale questione sociale ipocritamente ignorata dai più.
Così, arrischiandosi ogni sera e notte per le strade della città, fra giovani ubriachi al volante stolidamente convinti di non poter far del male a nessuno bevendo qualche bicchiere di troppo, Maddie si iniziò ad adoperare allo scopo di cercare di incrementare il più possibile la propria paga a cottimo, nell’effettuare quante più consegne possibili.
Fu in tal contesto che, mentre una notte stava ormai rientrando a casa al termine del servizio, si ritrovò a rischiare nuovamente l’osso del collo per colpa dell’arroganza di una costosa macchina sportiva, di una costosa macchina sportiva apparentemente indifferente al significato della luce rossa del semaforo e di una costosa macchina sportiva contro il parabrezza della quale avrebbe potuto andare a schiantarsi in maniera non dissimile da un moscerino, se soltanto non avesse avuto la prontezza di riflessi utili a saltare via dalla propria bicicletta e, in ciò, a sacrificare la stessa in cambio della propria sopravvivenza…

« Ma porca miseria! » imprecò, nei riguardi del proprio ignoto attentatore, con le vene ricolme di adrenalina per lo spavento impostole, nel mentre in cui, risollevandosi da terra, ammaccata ma non ferita, ebbe a realizzare le disastrose condizioni in cui avrebbe avuto a doversi considerare la propria bicicletta, la quale, difficilmente, avrebbe potuto tornare in servizio « Era rosso per te, razza di idiota! » insistette, indicando il semaforo, che, solo in quel preciso momento, ebbe a modificare la propria colorazione nel riconoscergli il diritto di passaggio.

Un uomo, di qualche anno più giovane rispetto a lei, forse sui trentacinque, fu colui che fece allora capolino dal vettura, forse in tal direzione mossosi per reale interesse nei riguardi del quasi-omicidio da lui allor compiuto, forse e altresì perché allor piuttosto interessato a verificare le condizioni della propria sicuramente costosa auto, la quale, pur sicuramente uscitane in uno stato migliore rispetto dalla defunta bicicletta, non aveva potuto ovviare a riportare, a sua volta, qualche ammaccatura e qualche danno superficiale, niente che, comunque, la sicuramente costosa assistenza tecnica non sarebbe stata in grado di ripristinare alle proprie condizioni originali. Un uomo, ancora, lì contraddistinto da indubbie qualità fisiche, probabilmente a compensazione di qualche tara mentale qual quella che, allora, gli aveva impedito di fermarsi con il rosso: qualità fisiche quali, innanzitutto una corporatura atletica e prestante, distribuita per quasi un metro e novanta di altezza, con spalle larghe e braccia forti, senza tuttavia, in ciò, scadere banalmente nell’immagine di un nerboruto qualunque, soprattutto in grazia al proprio volto, con un profilo sì squadrato e pur morbido nelle proprie forme, incorniciato da lunghi capelli castani e da una corta barba incolta, lì presenti anche a circondare morbide labbra carnose e due intensi occhi blu: caratteristiche, le sue, che non poterono ovviare a spingere la mente della donna a riconoscere una certa somiglianza fisica con un qualche attore americano, il nome del quale, pur, non sarebbe stata in grado di ricordare in quel momento a rimembrare… né, francamente, ne avrebbe avuto interesse.
Perché per quanto fascinoso quell’uomo avesse sicuramente a doversi riconoscere, per Maddie, in tutto ciò, egli avrebbe avuto a dover essere semplicemente considerato l’idiota che l’aveva quasi ammazzata. E un idiota, quindi, da iniziare a prendere a schiaffi a due a due, sino a quando il conteggio totale non sarebbe divenuto dispari…

« Oh cielo… stai bene?! » domandò l’uomo, dimostrando, in tal domanda, di essere allor sceso dalla propria auto non soltanto perché interessato alle condizioni della stessa, quanto e piuttosto nella volontà di assicurarsi nel merito delle condizioni della propria quasi vittima, evidenza, quantomeno, di quel minimo senso civico utile a non comportarsi a tutti gli effetti qual un mero pirata della strada « Sono costernato: non ho giustificazione alcuna per quanto è accaduto! » incalzò, dirigendosi prontamente verso di lei, con il telefono cellulare in mano, segno evidente di quanto, probabilmente, causa di quell’incidente altro non avesse a doversi considerare la distrazione che egli aveva imprudentemente riservato alla strada, per concentrare il proprio interesse, la propria attenzione, altresì, alla lettura o alla scrittura di qualche messaggio « Non ti alzare… chiamo subito un’ambulanza! »

Apparentemente onesto nella propria contrizione e nel proprio interesse verso di lei, quell’uomo riuscì in tal maniera a lasciar scemare rapidamente la rabbia che, nel cuore della donna, era prontamente cresciuta in conseguenza agli eventi occorsi. E, anzi, ella non poté ovviare a ritrovarsi a riflettere sull’eventualità di poter avere una qualche partecipazione di colpa, nel momento in cui, forse, a propria volta aveva rivolto alla strada meno attenzione rispetto al necessario, in conseguenza della stanchezza accumulata durante la giornata.
Ormai in piedi, a dispetto dell’invito rivoltole, Maddie si ritrovò così allora a minimizzare la questione, scuotendo appena il capo nell’escludere la necessità dell’intervento di un’ambulanza…

« A meno che tu non abbia paura che ti possa pestare a sangue per quanto è successo, l’ambulanza non occorre. » sorrise ella, in una frase che, sicuramente, avrebbe avuto occasione di risultare più minacciosa se non fosse stata allora scandita da una donnina dal fisico esile quanto il suo, con un peso probabilmente pari o inferiore a un terzo di quello del proprio interlocutore.
« Me lo meriterei… assolutamente! » confermò l’uomo, ancora palesando tutto il proprio dispiacere per l’accaduto « Ho praticamente distrutto la tua bicicletta… e non oso immaginare cosa sarebbe potuto accadere se soltanto tu non avessi avuto prontezza di riflessi utile a evitare il peggio. »
« In effetti non sarebbe stato piacevole. » annuì la donna, aggrottando appena la fronte « Ma, per fortuna, non è successo. E la bicicletta si può ricomprare… oltretutto non è che valesse poi molto. » banalizzò, forse con dimostrazione di eccessiva onestà in tal senso.

venerdì 7 dicembre 2018

2751


« E’ giunto il momento che tu abbia a risvegliarti! »
« Qualcuno chiami un medico… presto! »

Confusione…

« E’ giunto il momento che tu abbia a risvegliarti! »
« Qualcuno chiami un medico… presto! »

… disorientamento…

« E’ giunto il momento che tu abbia a risvegliarti! »
« Qualcuno chiami un medico… presto! »

… follia…

« E’ giunto il momento che tu abbia a risvegliarti! »
« Qualcuno chiami un medico… presto! »



« E’ giunto il momento che tu abbia a risvegliarti! »
« Qualcuno chiami un medico… presto! »

Non una, non dieci, non cento: molte e molte di più furono le vite che Desmair impose alla propria sposa. Un’azione, la sua, animata da un semplice desiderio, qual quello di riuscire a intrappolarla all’interno della propria stessa mente, e lì di imprigionarla nel sogno di una vita di serena indolenza e di ignava pace, tale da riuscire a liberarsi di lei senza, in ciò, violare il proprio giuramento, e quel giuramento volto a non imporle danno di sorta. Laddove, infatti, egli fosse stato in grado di permetterle di vivere una vita serena e pacifica, per quanto frutto di una fantasia praticamente onirica qual quella impostale, ella avrebbe potuto avere possibilità di vivere sino all’ultimo giorno della propria esistenza senza più occasione di conflitto, senza più ragione di sofferenza, in quella condizione che, per i più, avrebbe avuto a dover essere paragonabile con il migliore degli aldilà possibili.
Purtroppo, ancor prima dell’operato degli amici della propria sposa, e di coloro che, in quel momento, avrebbero avuto a doversi considerare impegnati a tentare di recuperare quell’unico monile in grado di spezzare il legame esistente fra loro, impedendogli di interagire con la sua mente; in contrasto al piano del semidio avrebbe avuto a doversi riconoscere una parte dello spirito della sua stessa moglie, e quella parte che, alla donna, avrebbe aggiunto necessariamente anche l’aggettivo di guerriero. Perché per quanto egli potesse star impegnandosi a distruggere ogni traccia della personalità originale di Midda Namile Bontor, sostituendola con quella di una più indolente e ignava Madailéin Mont-d'Orb, resa tale dal proprio mondo, dai propri tempi così privi di ispirati valori e di romantici obiettivi, un’indole profondamente arroccata nelle sue viscere, nel suo cuore, nella sua mente e nel suo spirito, non avrebbe potuto ovviare a fare capolino in determinate situazioni, e in quelle situazioni tali da contrastare alcuni, irrinunciabili principi a fondamento della sua stessa esistenza, qualunque fosse il suo nome, qualunque fosse la sua quotidianità.
Così, nel momento in cui una giovane zingara, già circondata da una squadra di sicurezza privata, si ritrovò a essere pestata a sangue su un treno della metropolitana sotto gli occhi della propria figlioletta, colpevole di aver tentato di borseggiare un ignaro passante, e nel momento in cui la folla iniziò a inneggiare al linciaggio a discapito dell’unica persona che, a margine di tanta incredibile violenza, era intervenuta tentando di invocare una qualche moderazione, fosse non solo per quella madre o per sua figlia, quantomeno per rispetto di se stessi e del vivere civile; Maddie non poté ovviare a cedere il passo a Midda, e a intervenire, e a intervenire in maniera a dir poco poetica, nel restituire alla folla tutta la brutalità che, in quel momento, stava lì riversando a discapito di chi riconosciuto più debole, di chi riconosciuto in minoranza, e, per questo, meritevole di tale squadrista aggressione. Se nonché, ovviamente, Maddie non era Midda… e le sue fragili membra, i suoi deboli arti, non avrebbero mai potuto imporsi al di sopra di una folla intera. E tutto avrebbe dovuto avere nuovamente inizio, tutto avrebbe dovuto essere cancellato e riscritto da zero, con la dovuta attenzione, da parte di Desmair, a tentare di ovviare alla donna guerriero di raggiungere  quel medesimo finale.
Purtroppo per lui, tuttavia, la sua sposa non avrebbe avuto a dover essere considerata una facile cliente… e, nella complicata struttura della propria morale personale, molti, persino troppi, avrebbero avuto a dover essere considerati gli spunti tali per cui ella avrebbe potuto ritrovarsi a essere ispirata all’azione: piccoli e grandi abusi, violenze fisiche o psicologiche, talvolta mera e ignorante arroganza, non avrebbero potuto evitare, da parte sua, una reazione violenta… una reazione che, qualcuno, sicuramente, avrebbe potuto giudicare non migliore rispetto all’offesa subita, non più ragionevole rispetto alla causa di scandalo, e che pur, da parte sua, avrebbe avuto a dover essere considerata l’unica risposta utile a simile violazione dei propri principi. Unica risposta utile, invero, lì motivata, lì giustificata, anche in conseguenza a quanto inconsciamente impostole dal proprio mai amato sposo, dal proprio semidivino marito, laddove, ritrovandosi intrappolata in una realtà non sua, in un corpo non suo, a confronto con possibilità diverse dalle proprie, anche quel suo forse minimale, e pur presente, margine di sopportazione, nel confronto di simili eventi, avrebbe avuto a doversi considerare indebolito e indebolito nella misura utile a non permetterle neppure di affrontare, tutto ciò, con la propria altresì consueta freddezza, il proprio abituale distacco emotivo, lasciandosi, piuttosto, coinvolgere dalla furia degli eventi ed esplodendo, in essi, senza controllo né volontà di controllo alcuna.
Per quanto, comunque, scollegata dalla realtà e imprigionata, in tal maniera, all’interno della propria mente, la Figlia di Marr’Mahew avrebbe potuto essere condotta allora a vivere intere esistenze nell’arco di poche ore, in termini per i quali, nei piani di Desmair, se anche, alla fine, Be’Sihl e l’equipaggio della Kasta Hamina avessero avuto successo nell’isolare la mente della propria sposa dal suo controllo, per ella sarebbe comunque stato troppo tardi laddove egli fosse riuscito a imporle sufficiente alienazione da se stessa, dalla propria concreta natura; l’involontaria opposizione da lei in tal maniera ostinatamente sollevata, non avrebbe potuto garantirgli effettiva possibilità di successo… al contrario. Maggiore avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il suo impegno in direzione dell’eradicazione della personalità di Midda in favore di quella della più inerme Maddie, maggiore sembrava destinata a essere la risposta violente da parte della stessa Maddie a confronto con quanto Midda non avrebbe potuto sopportare, in termini per i quali, alla fine, soltanto poche settimane iniziarono a trascorrere fra le dimissioni della donna in conclusione al proprio percorso di riabilitazione e la necessità di un nuovo inizio, dell’ennesimo riavvio di cotale messinscena.
E riavvio dopo riavvio, sempre meno tempo avrebbe avuto a dover essere considerato a disposizione di Desmair per il successo del proprio piano, nella consapevolezza di quanto, al di fuori dei confini della mente dell’Ucciditrice di Dei, Be’Sihl e le sue amiche, le sue compagne di ventura, stavano avvicinandosi sempre di più al proprio obiettivo, e alla recisione di qualunque contatto fra la sua sposa ed egli.

« E’ tempo di entrare in scena personalmente… » sospirò alfine il semidio, deciso a concludere una volta per tutte quell’assurdo ciclo di insensate reiterazioni.

giovedì 6 dicembre 2018

2750


In conseguenza al semplice ammiccare divertito di Desmair, insediatosi all’interno del corpo immortale di Reel Bannihil, Midda Bontor si ritrovò a essere improvvisamente proiettata in un’esplosione di luce, un’esplosione di luce al termine della quale il volto di sua sorella Nissa ebbe ad accoglierla, con sguardo incredulo, occhi sgranati ricolmi di lacrime nel mentre in cui contemplava con gioia il suo ritorno innanzi a lei. Il fatto che, poi, sua sorella Nissa fosse morta, e fosse morta purtroppo sulla sua stessa spada, non avrebbe potuto semplificare le cose innanzi al giudizio della donna guerriero, tale da farle ritenere, in un primo, lunghissimo istante, di essere semplicemente morta a sua volta e, in ciò, di essere stata proiettata nel mondo che tutti avrebbe atteso al termine del proprio cammino mortale.
Una convinzione errata, la sua, della quale riuscì a rendersi facilmente conto in breve tempo, non appena il proprio sguardo ebbe occasione di spaziare a coprire l’immagine d’insieme lì offerta innanzi a lei, ancor prima che una singola porzione della stessa, e della quale, propria fortuna o proprio malgrado, non ebbe alcuna possibilità di espressione verbale, nel ritrovarsi a essere fondamentalmente impossibilitata a qualunque genere di azione al di fuori del mero movimento dei proprio occhi color ghiaccio. Occhi color ghiaccio i quali, pertanto, non poterono ovviare a formulare una silenziosa domanda in direzione della figura innanzi a sé, e di quella figura che ella aveva confuso essere quella della propria perduta gemella ma che, allora, avrebbe potuto essere chiunque… persino un’altra versione di se stessa.

« Qualcuno chiami un medico… presto! » esclamò, sospingendo, con un colpo deciso, la propria sedia a rotelle all’indietro, lontano da lei, per cercare occasione di supporto in una terza figura « Ha aperto gli occhi! Ha aperto gli occhi! » insistette, con la gioia propria di chi aveva appena avuto occasione di assistere a un miracolo « Un medico! Un medico, presto! »

Alcune stagioni più tardi, Midda Bontor, anzi, Madailéin Mont-d'Orb, poté lasciare l’ospedale nel quale aveva scoperto aver trascorso gli ultimi trentatré anni della propria esistenza, per avere occasione di reimmergersi nel mondo a lei circostante, per avere la possibilità di riprendere a vivere quella vita bruscamente interrotta all’età di dieci anni, in conseguenza a un terribile incidente stradale.
E per qualche mese tutto parve andare straordinariamente bene, vedendole riconosciuta un’occasione di felice integrazione in una realtà alla quale, sino a un anno prima, ella neppure avrebbe potuto credere di appartenere. Salvo, tuttavia, ritrovarsi un giorno a confronto con una coppia di delinquenti desiderosi di rapinare il proprio panettiere preferito e, in ciò, ritrovarsi costretta a intervenire, e a intervenire in termini che, se pur videro posti in fuga i propri antagonisti, in tal senso animati dalla speranza di evitare l’arresto a opera di una volante della polizia nel contempo sopraggiunta, al contempo la ritrovarono anche andare a impattare violentemente contro un vivo spigolo, perdendo i sensi e precipitando nelle tenebre dell’incoscienza.

« Per la corona di corna di mio padre! » imprecò Desmair, sempre meno accondiscendente verso di lei, nel ricomparirle innanzi e nel ricomparirle, ora, direttamente nelle sembianze di Reel Bannihil, chiaramente tutt’altro che desideroso di incedere eccessivamente in quel confronto, al costo di rinunciare, in tal senso, alla propria consueta e plateale teatralità « Hai sempre offerto vanto del tuo essere mercenaria… mi vuoi spiegare, per cortesia, per quale diamine di ragione ora continui a voler porre la tua vita in pericolo senza ricavarne alcun vantaggio?!  »
« … » tacque ella, faticando in verità a riconoscerlo, a ogni nuova vita vissuta come Maddie sempre in maggiore difficoltà nel ricollegarsi con la propria identità originale, con quell’impavida donna guerriero che, pur, nel suo cuore non avrebbe potuto mai cessare di essere, così come le proprie azioni non avrebbero mancato di comprovare in maniera più che palese.
« Riproviamoci… » sbuffò il semidio, scuotendo il capo con triste rassegnazione, già attendendosi un nuovo fallimento « E’ giunto il momento che tu abbia a risvegliarti! » ripetendo quelle parole con sempre maggiore stanchezza e sempre minore convinzione, in quella chiave di volta con la quale, tuttavia, egli avrebbe potuto permettersi di riavvolgere, metaforicamente, il tempo e ricominciare tutto da capo.

Con ancora impresso innanzi al proprio sguardo il divertito ammiccare del proprio sposo appena insediatosi nel corpo di Reel Bannihil e, in ciò, finalmente tornato libero di agire, e di agire con tutta la propria più incontrollata crudeltà, Midda Bontor si ritrovò precipitata in un accecante mare di luce, nel quale l’intero mondo a lei circostante ebbe ad annichilirsi e a riplasmarsi, pochi istanti o, forse, un’eternità dopo, in qualcosa di nuovo, in qualcosa di diverso, e in qualcosa che, allora, avrebbe potuto veder offerta qual protagonista, a pochi pollici di distanza dal suo volto, un viso del tutto identico al suo, fatta eccezione per l’assenza della cicatrice in corrispondenza al proprio occhio sinistro, intento a scrutarla, a osservarla, e a contemplare, con palese emozione, il proprio risveglio.
E pur consapevole del fatto che tutto ciò non avrebbe potuto essere possibile, la Figlia di Marr’Mahew non ebbe allora esitazione alcuna nel riconoscere in lei la propria gemella, la propria amata sorella Nóirín… no… Nissa. Era Nissa il nome di sua sorella… o no?!

« Qualcuno chiami un medico… presto! » invocò l’altra, ritraendosi da lei nel muoversi con agilità a bordo della propria sedia a rotelle, e nel raggiungere un tendaggio bianco alla sinistra del letto dove l’altra avrebbe avuto a doversi riconoscere sdraiata « Ha aperto gli occhi! Ha aperto gli occhi! » annunciò gioiosa, incredula di aver potuto assistere a qualcosa che pur stava attendendo da tanti, troppi anni « Un medico! Un medico, presto! »

Alcuni mesi più tardi, Madailéin poté finalmente avere occasione di avventurarsi al di fuori dei sicuri confini di quell’ospedale, e di quell’ospedale che per lei aveva iniziato ad assumere, in verità, le sembianze emotive di una casa, tanto a lungo lì aveva soggiornato, e tanto confusi avrebbero avuto a doversi considerare i ricordi di tutto il resto della sua esistenza, tale per cui, quasi, ella avrebbe avuto a doversi giudicare nata nell’esatto momento del proprio risveglio, nata già adulta, e, ciò non di meno, ignara di tutto e di tutti, nel disordini di ricordi di troppe vite, di troppe esistenze che si scontravano brutalmente nella propria mente, suggerendole sovente sensazioni di puro déjà vu frammischiate a vere e proprie fantasie, queste ultime spazianti da atmosfere medievali, contraddistinte da creature mostruose di ogni genere, a contesti futuristici, divise fra straordinarie tecnologie e tristi, piccoli personaggi incapaci di trascendere, incapaci di abbandonare le bassezze dei propri egoismi, delle proprie viltà, in misura tale da riproporre, anche in tali scenari, situazioni altresì estremamente consuete nella vita di tutti i giorni.
Situazioni a confronto con le quali, per lo più, Maddie non avrebbe avuto esitazione a confrontarsi con una certa, autoimposta serenità, almeno sino a quando non avessero superato il limite e quel limite di sopportazione tali per cui, allora, ella avrebbe avuto a dover necessariamente intervenire, per non tradire se stessa, per non tradire il proprio animo, la propria stessa natura…

« Non credo di essere mai stato tanto vicino a infrangere un voto, un giuramento sacro, come in questo momento. » annunciò Desmair, all’ennesimo ritorno della propria sposa innanzi al suo sguardo, ogni istante più spazientito « Ma, sebbene tu mi abbia estorto con l’inganno la promessa di non levare mai la mano contro di te, proverò a resistere ancora una volta alla voglia di ucciderti ora… anche se, non sto scherzando, in questo momento ha a doversi francamente considerare l’unica bramosia presente ad animare il mio cuore. » sancì, con iraconda onestà, iniziando a non essere più in grado di comprendere per chi avesse a doversi considerare quella condanna… se per la propria sposa o, piuttosto, per se stesso.

mercoledì 5 dicembre 2018

2749


Se l’ultimo ricordo che la Figlia di Marr’Mahew avrebbe potuto vantare, avrebbe avuto a dover essere il sorriso ammiccante di Desmair fieramente insediatosi nel corpo e con il volto di Reel Bannihil in quella landa glaciale là dove ella e il suo amato Be’Sihl si erano forse imprudentemente sospinti nella volontà di salvare un bambino; il primo ricordo che ella avrebbe potuto riservarsi occasione di appellare a sé, dopo l’accecante bagliore bianco che tutto aveva avvolto e oscurato nella propria luce, altro non fu che il volto di suo padre, in una presenza tanto inattesa quanto disorientante a confronto con la quale, se solo ella avesse potuto, avrebbe probabilmente compiuto un balzo all’indietro, gemendo di stupore.
Ma a impedire simile reazione da parte sua avrebbero lì avuto a dover essere enumerati almeno due ostacoli: il primo, più palese, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto nella posizione per lei allora propria, non più in piedi, come pocanzi, ma sdraiata supina su un morbido letto, in termini tali per cui sarebbe stato allora quantomeno complicato ipotizzare di compiere qualunque genere di movimento all’indietro; il secondo, meno evidente ma non per questo meno significativo, avrebbe avuto a dover essere considerato proprio della sua stessa condizione fisica, e una condizione a confronto con la quale, ella ebbe a maturarne immediata consapevolezza, soltanto i suoi occhi avrebbero avuto allora a potersi ancor riconoscere sotto il suo effettivo dominio, ritrovandosi per il resto inquietantemente intrappolata all’interno di un corpo difficile a riconoscersi qual proprio. Quel corpo, infatti, pur mostrando una parvenza di familiarità, avrebbe avuto allora a dover essere identificato contraddistinto da una massa indubbiamente ridotta rispetto alla propria abituale, a iniziare dalla caratteristica, in lei, abitualmente più evidente, quell’ampia circonferenza toracica lì altresì prosciugata nella propria abbondanza e ridotta di diversi pollici, per proseguire su tutto il resto, coinvolgendo in ciò, le sue spalle, il suo braccio sinistro e la sagoma del suo addome e delle sue gambe, scevri della propria consueta tonicità, privati di quelle membra forgiate nell’allenamento quotidiano e temprate nel fuoco di mille e più battaglie, e lì tutti ridotti a una scheletrica e indegna imitazione di quanto, altresì, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto suo di diritto. Ciò senza considerare un’ancor più inquietante sovrabbondanza di tubi, tubicini e fili che, da diversi punti del suo corpo, si ricollegavano a una variegata serie di macchinari attorno a lei, la funzione dei quali, presumibilmente ricollegabile a una natura medica, non avrebbe comunque avuto a poter essere per lei riconoscibile.
Al di là della propria condizione fisica, propria di quel corpo a lei così estraneo tale per cui persino il suo artificiale arto destro avrebbe avuto a doversi riconoscere svanito, tutt’altro che estraneo ai suoi occhi avrebbe avuto comunque a dover essere identificato il volto di suo padre, e quel volto così vicino a lei, in quel momento, nel palesarsi intento a osservarla, a studiarla e, soprattutto, a cercare di cogliere, da parte sua, qualche evidenza di coscienza, di risposta intellettiva, a confronto con l’emozione propria della quale, già, il suo volto stava iniziando a risultare attraversato dai solchi di commosse lacrime di gioia, e di gioia per un dono, dal proprio punto di vista, evidentemente inatteso…

« Qualcuno chiami un medico… presto! » esclamò, ritraendosi da lei soltanto per raggiungere, in fretta e furia, un tendaggio posto alla di lei mancina, qual parete divisoria nel confronto con il proseguo di quella stanza, ovunque ella avesse allora a dover essere riconosciuta essere « Ha aperto gli occhi! Ha aperto gli occhi! » insistette, con incontrovertibile enfasi, quasi quanto così dichiarato non avesse a doversi fraintendere qual una mera banalità qual, pur, avrebbe altresì dovuto normalmente essere « Un medico! Un medico, presto! »
« … es… » cercò di invocare, o forse imprecare, il nome della propria dea prediletta, Thyres signora dei mari, senza, tuttavia, essere neppure in grado di scandire quelle due semplici sillabe, incapace, in quel momento, persino a gestire i muscoli del proprio stesso viso, le proprie labbra, la propria gola, per produrre quel suono banale.

Una condizione, la sua, che di lì a pochi giorni più tardi ebbe a scoprire aver dover essere riconosciuta qual conseguenza di un tragico incidente automobilistico nel quale, trentatré anni prima, sua madre, sua sorella e lei erano rimaste coinvolte: incidente che, allora, oltre ad aver negato ogni futuro alla loro genitrice, e aver sottratto l’uso delle gambe alla propria gemella, aveva costretto lei in quel letto d’ospedale, in uno stato di coma che, dal punto di vista dei medici, era stato decretato qual irreversibile.
Una verità a dir poco sconvolgente, quella così definita, alla luce della quale, pertanto, Midda Namile Bontor non era neppure mai esistita, e altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta se non l’estremo tentativo della sua mente di non spegnersi, di non abbandonarsi alle tenebre, intrappolata qual si era ritrovata all’interno del suo stesso corpo, creando per lei, per Madailéin Mont-d'Orb, non soltanto una vita alternativa, ma anche un intero, complicato universo nel quale vivere, nel quale crescere, nel quale maturare affrontando ogni genere di difficoltà, divenendo, almeno dal punto di vista intellettivo, la donna che sarebbe stata destinata a essere, o che, per lo meno, ella avrebbe desiderato essere, anche laddove, altresì, mai il suo corpo avrebbe potuto egualmente accompagnarla in tal viaggio.
Una verità a dir poco sconvolgente, quella così definita, a confronto con la quale ella non fu in grado immediatamente di scendere a patti, ma che, a un anno di distanza dal giorno del proprio risveglio, non mancò di vederla ormai tornata a essere completamente padrona del proprio corpo, di un corpo destinato a restare contraddistinto da una corporatura sicuramente esile, quasi diafana nel confronto con le forme per la sua mente proprie di un tempo, e, ciò non di meno, tornato a essere da lei comandato, da lei gestito, in misura tale da concederle, pertanto, autonomia fisica sufficiente per poter ritornare a confronto con il mondo esterno a quella struttura ospedaliera e, in ciò, a reimpossessarsi del proprio diritto alla vita e all’autodeterminazione nella stessa.
Un diritto alla vita, il suo, nella ricerca del quale si vide amorevolmente supportata dalla propria famiglia, da Jules, suo padre, e da Nóirín, sua sorella. Proprio nei confronti di Rín ella avrebbe avuto allora a dover vantare maggior gratitudine, insieme a un debito più grande di quanto mai avrebbe potuto avere possibilità di ripagare: un debito, il suo, non soltanto conseguenza dell’aiuto che ella le aveva offerto in quegli ultimi tre decenni, e, in particolare, all’aiuto economico che ella aveva personalmente finanziato a partire dal giorno in cui, per il sistema sanitario nazionale ella non avrebbe avuto più diritto a essere mantenuta in vita; ma anche, dopo la sua uscita dalle sicure pareti di quella struttura ospedaliera, per il sostegno, per l’aiuto che questa non mancò di offrirle neppure nel proprio reinserimento nella società, addirittura trovando per lei una possibilità di impiego all’interno della compagnia della quale, in sola conseguenza al proprio impegno e ai propri meriti, e a dispetto della propria condizione fisica, della propria invalidità, ella era divenuta responsabile della ricerca e sviluppo.
Così Maddie iniziò a lavorare come magazziniera, e lì ebbe occasione di integrarsi con quieta serenità, almeno sino al giorno in cui, di ritorno a casa a tarda ora, dopo una serata al pub con i colleghi, non ebbe a incrociare i propri passi con un protettore intento a pestare a sangue una giovane prostituta, evidentemente recalcitrante all’idea di vendersi a un angolo. E non poté fare a meno di immischiarsi nella faccenda, non tollerando che questi potesse infierire impunemente a discapito di una donna probabilmente solo colpevole di aver sperato di trovare occasione di una nuova vita in un Paese lontano dal suo…

« Passi lo stupro. Passi la vendetta personale… ma anche una dannata meretrice ora ti metti a difendere?! » la accusò Desmair, ritornando a fare la propria comparsa innanzi ai suoi occhi emergendo dalle tenebre nel quale ella era precipitata quando, alla fine dello scontro, aveva sì vinto, ma si era anche ritrovata con il ventre squarciato da parte a parte, qual ineluttabile conseguenza di un eccessivo ardimento che non avrebbe avuto a doversi permettere… non in quel mondo, non con quel corpo « Ricominciamo ancora una volta! E, ti prego, almeno a questo giro cerca di godere del dono che ti sto facendo… » la invitò, in parole che non avrebbero potuto ovviare ad apparire di difficile interpretazione per lei, ineluttabilmente confusa nel merito della dinamica degli eventi occorsi « E’ giunto il momento che tu abbia a risvegliarti! »

martedì 4 dicembre 2018

2748


Nei nove mesi successivi al proprio risveglio, i quali furono contraddistinti da straordinario sforzo e da un ancor più straordinario ed egualmente mirabile impegno da parte sua, Midda ebbe faticosamente a riacquistare la propria indipendenza perduta e, ancor più, la propria perduta identità.
Non fu facile, non fu immediato, per lei, riuscire a scendere a patti con l’idea di non essere mai esistita, non per lo meno, per quanto da lei ricordato, ma, con il sostegno, con l’aiuto della dottoressa Jacqueline Marchetti, ella riuscì a venirne a capo e a comprendere la verità dei fatti. E la verità, allora, celata dietro oltre trentatré anni di coma, sin dal tragico giorno in cui, a causa di un incidente d’auto, era stata sottratta alla vita loro madre, sua sorella Nissa, anzi, Nóirín, aveva perduto l’uso delle game ed ella, Madailéin Mont-d'Orb, era finita bloccata come morta in un letto d’ospedale, ad appena dieci anni. Ma anche laddove, per oltre tre decadi, la sua sorte era apparsa segnata, e segnata in termini irrimediabili, condannata a un destino tanto impietoso, quanto immutabile, non una sola volta suo padre Jules e sua sorella Rín si erano concessi occasione di smettere di sperare, e di sperare in una qualche sua possibilità di ripresa, facendo il possibile, e l’impossibile, per concederle cure e sostentamento anche laddove il servizio sanitario pubblico non avrebbe più desiderato impegnare risorse in suo soccorso, in sua tutela. Una scelta audace, coraggiosa, e qualcuno sicuramente avrebbe anche detto egoistica la loro, nel non lasciarla andare, nel non permetterle di abbandonarsi alla morte, che pur alla fine non aveva ovviato a offrire i propri frutti, e a permetterle di risvegliarsi: confusa sicuramente, addirittura incerta sulla propria stessa identità, e, ciò non di meno, viva.
In quei nove mesi, oltre al lavoro con la dottoressa Marchetti, non mancò quello al fianco di altre due persone straordinarie, il dottor Lorenzo Tavaglione, che ebbe ad assisterla nella difficile impresa di riconquistare il controllo dei propri muscoli atrofizzati, e il dottor Munahid Versini, che l’accompagnò nel non più semplice periodo di tempo utile a ritrovare un’illusione di completezza in grazia all’ausilio di una protesi meccanica: una protesi diversa da quanto mai avesse avuto precedente occasione di sognare, decisamente più primitiva e meno efficace nei propri movimenti, nelle proprie possibilità di azione, e, ciò non di meno, un surrogato utile a sopperire, in minima parte, alla perdita del proprio braccio destro.
Quando alfine ella ebbe occasione di lasciare l’ospedale, e di porsi a confronto con la vita reale, e con il mondo a sé circostante, necessariamente sconvolgente, in un primo momento, fu impegnarsi a scendere a patti con tutto quello: per quanto, nei propri sogni, ella avesse visitato mondi medievaleggianti e mondi futuristici, per quanto avesse vissuto in una terra nella quale i propri bisogni fisiologici sarebbero stati espletati all’interno di una tazza che poi sarebbe stata svuotata fuori dalla finestra, e a bordo di un’astronave in grado di veleggiare fra le stelle del firmamento, attraverso mondi e galassie sconosciute; quella realtà, quella quotidianità intermedia fra tali estremi, ebbe a risultarle sotto molti aspetti più complessa rispetto a qualunque altra sperimentata, per quanto, paradossalmente, estremamente simile a esse. Identiche, infatti, a differenza del diverso livello tecnologico, del differente stadio evolutivo, avrebbero avuto a doversi considerare le dinamiche umane, nelle relazioni sociali, così come in ogni altro campo, etico, morale o religioso. E laddove, a una moltitudine di dei, sovente in lotta fra di loro o, addirittura, con l’umanità stessa, quale quella con la quale ricordava di essere cresciuta, avrebbe avuto a dover essere sostituita un’unica entità suprema, atta a professare amore universale, fratellanza assoluta fra tutte le creature mortali, la realtà per così come vissuta ogni singolo giorno avrebbe avuto a dover essere altresì contraddistinta da tutti quegli egoismi, da tutte quelle piccolezze dell’anima con le quali avrebbe avuto già a doversi riconoscere purtroppo confidente, definendo, in fondo, un mondo più consueto di quello che avrebbe potuto temere avrebbe potuto offrirsi essere.
In quel mondo, ella riuscì a trovare un lavoro, riuscì a integrarsi nella società, riuscì a farsi degli amici, primo fra tutti il suo giovane collega Leonardo, un ragazzo di gran cuore che, a dispetto di tutto il pregiudizio a suo discapito rivolto dalla società a lui circostante, in sola conseguenza al colore della sua pelle, non ebbe mai dimostrarsi né ritroso, né reciprocamente pregiudizievole nei suoi stessi riguardi, con lei, così come con chiunque altro, relazionandosi sempre con incontrovertibile rispetto e trasparente premura. Purtroppo Leo avrebbe avuto a dover essere considerato, probabilmente, troppo buono per quel mondo e per quel mondo che, preso da un’insensata follia di massa, aveva deciso di riscoprire antiche nostalgie xenofobe e fasciste a ipotetica tutela di un’identità nazionale fondamentalmente inesistente, in quanto comunque frutto di secoli e secoli di contaminazioni sociali, culturali, etniche tali, invero, da aver prodotto proprio in quel Paese una delle più straordinarie e floride culture che la Storia avrebbe potuto ricordare. Così, una sera, uscendo dal lavoro, egli si ritrovò a essere aggredito e a essere pestato a sangue da parte di un gruppo di esaltati, animati nel proprio intimo da un sacro fuoco purificatore utile a fraintendere l’immagine lì offerta di un giovane e onesto concittadino e a tradurlo, altresì, in un laido invasore, contro il quale cercare inaccettabile vendetta per ragioni non meglio definite.
E se Maddie ebbe a tardare qualche minuto di troppo per evitare alla testa del proprio amico di ritrovarsi infranta contro lo spigolo di un marciapiede, il suo furore, la sua rabbia, furono allor tali da risvegliare, in lei, quello spirito guerriero che aveva dimenticato di possedere, che non credeva essere suo, cancellando l’effimera identità di Madailéin Mont-d'Orb e restituendole la piena completezza propria della donna conosciuta come la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya, l’Ucciditrice di Dei… Midda Namile Bontor. Una donna con la furia della quale alcun inferno avrebbe potuto competere: furia che, in quell’infausto giorno, ebbe a riversarsi su quei tre brutali aggressori, su quei tre folli assassini, definendo per essi un’immediata condanna, non nel rispetto delle leggi di quella società, di quell’ordine costituito, ma, piuttosto, nel confronto con quel senso di giustizia che ella aveva appreso in un altro mondo, in un’altra realtà, e in una realtà che, nella foga delle sue azioni, difficilmente avrebbe avuto a poter essere intesa semplicemente qual il frutto della sua inventiva.
Ma per quanto il suo spirito potesse essere forte, il suo corpo non avrebbe avuto a dover essere considerato egualmente preparato a un simile scontro. Ragione per la quale, morenti su quel freddo asfalto, ebbero a ritrovarsi non soltanto i corpi dei tre aggressori, ma anche quello della loro carnefice. E quando l’oscurità ebbe a calare innanzi allo sguardo di Maddie, ella si ritrovò, ancora una volta, a confronto con la figura di colui che la sua controparte guerriera avrebbe avuto ragione di considerare il proprio mai amato sposo…

« Questa situazione sta iniziando a diventare spiacevolmente ripetitiva. » sospirò Desmair, scuotendo il grosso capo ornato da ancor più smisurate corna, con espressione a metà fra il cruccio e la stanchezza, e una stanchezza a dir poco giustificata, laddove, già per due volte, egli aveva creato un’intera realtà entro la quale poter permettere alla mente della propria moglie di smarrirsi per sempre, salvo, nuovamente, ritrovarsi a fare il confronto con quel suo animo guerriero, e quell’animo guerriero che, ancora una volta, non era stato in grado di soffocare neppure nel confronto con tutta la quieta serenità che ella avrebbe mai potuto sperare di ottenere « Probabilmente tutte le benevole leggende attorno al tuo nome hanno a doversi considerare faziose… e ciò che tu realmente desideri non ha a doversi giudicare un po’ di pace, quanto e piuttosto una perpetua guerra, un’interminabile battaglia, nella quale averti a considerare giustificata nell’ammazzare qualunque disgraziato ti si pari innanzi. » la accusò impietosamente, e pur, forse, non ingiustamente, nel confronto con la furia che ella aveva appena dimostrato, malgrado tutto.
« … » esitò ella, troppo confusa per poter prendere effettivamente posizione a confronto con quella figura, e quella figura che, in effetti, non avrebbe saputo se considerare reale o mero frutto della propria immaginazione.
« D’accordo… riproviamoci ancora una volta. E speriamo che, a questo giro, tu riesca a restare lontana dai guai… » sospirò non più con il volto e la voce che gli erano stati da sempre propri, quanto e piuttosto il volto e la voce di Reel Bannihil, nel corpo del quale, ormai, aveva evidentemente trovato occasione di perfetta integrazione « Mia sposa, è giunto il momento che tu abbia a risvegliarti! »

lunedì 3 dicembre 2018

2747


Prima di quell’obnubilante bagliore bianco nel quale le parole del proprio sposo la obbligarono a precipitare, l’ultimo ricordo proprio della Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto a doversi riferire a quella landa ghiacciata, e a quella landa ghiacciata nella quale, insieme a Be’Sihl e a Reel, ella si era sospinta nella volontà di salvare un bambino dall’infausto destino che avrebbe potuto essergli proprio come conseguenza non soltanto delle avverse condizioni metereologiche a sé circostanti, ma, ancor più, come conseguenza delle azioni di un, per lei, ignoto rapitore.
Ma dopo quell’esplosione di luce, e quell’esplosione di luce conseguente a quel divertito ammiccare del marito verso di lei, quanto ebbe faticosamente a ripresentarsi ai suoi occhi, alla sua attenzione, fu un ben diverso genere di ambiente: una stanza, in particolare… una stanza con pareti colorate a metà di bianco e di verde, all’interno della quale la presenza di un minimale arredo di plastica e metallo avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual predominato da strane apparecchiature non poté ovviare a suggerirle l’idea di una stanza di ospedale, o qualcosa di assimilabile a essa. E, in quella stessa stanza di ospedale, non lontano da lei, dandole le spalle, avrebbe avuto a dover essere identificato il profilo di un uomo, e di un uomo a lei contemporaneamente, e paradossalmente, noto e pur estraneo: un uomo lì intento a richiamare a gran voce qualcuno da oltre una tenda, e una tenda lì eretta a parete di quella stessa stanza…

« Qualcuno chiami un medico… presto! » stava gridando quell’uomo, con eccitata foga « Ha aperto gli occhi! Ha aperto gli occhi! » dichiarò, con quella gioiosa incredulità propria di chi, da sempre, doveva aver atteso quell’occorrenza, l’offrirsi di quell’evento e, ciò non di meno, di chi, allora, non avrebbe avuto a doversi neppur considerare realmente certo di quanto lì stesse effettivamente accadendo, nell’incredula e disarmata sorpresa obbligatoriamente derivante da tutto ciò « Un medico! Un medico, presto! »

Cosa stava accadendo…? Dove accidenti era finita…?! E, soprattutto, come ci era finita…?!
In passato, certamente, Desmair aveva offerto ampie riprove di possedere poteri straordinari, primo fra tutti il diretto controllo su intere legioni di spettri da poter impiegare a proprio piacimento al pari di un vero e proprio esercito regolare, e di un esercito regolare, tuttavia, in grado di spazzare via qualunque antagonista, qualunque avversario, senza che a questi potesse essere concessa la benché minima possibilità di opposizione,  di reazione, o, anche e soltanto, di effettiva consapevolezza nel merito di quanto, allora, stesse accadendo. Ma, a margine di ciò, e di una serie di altre mai piacevoli capacità, quel semidio non aveva mai dimostrato alcun particolare potere, e, soprattutto, alcun particolare potere che potesse suggerire la possibilità di privarla di coscienza con un semplice ammiccamento.
Be’Sihl… dove era finito Be’Sihl…? Forse dal lato opposto di quel tendaggio…?!
Se a suo discapito Desmair non avrebbe potuto permettersi alcuna diretta azione, tale per cui anche dopo la perdita di coscienza impostale, egli non avrebbe mai potuto aggredirla o peggio, altro discorso avrebbe avuto a dover essere giudicato nel confronto con Be’Sihl e con tutti i suoi cari. E se, fortunatamente, Tagae e Liagu, ma anche tutta la sua famiglia della Kasta Hamina, in quel momento avrebbero avuto a dover essere riconosciuti a chissà quante migliaia di anni luce da loro, l’insistenza del proprio amato shar’tiagho l’aveva spiacevolmente esposto a qualunque possibile ritorsione da parte del proprio odiato sposo, il quale, benché nei riguardi di Be’Sihl avrebbe avuto a dover accusare un certo debito, nell’essere potuto sopravvivere sino a quel momento solo per merito suo, avrebbe potuto comunque dimostrare sufficiente ingratitudine da ignorare simile verità e aggredirlo non appena ne avesse avuto la possibilità.

« … es… » cercò di invocare il nome del proprio amato, a cercarne conferma nel merito del suo stato di salute, rendendosi tuttavia conto di non essere allora in grado di pronunciare verbo, quasi le sue labbra, la sua lingua, e il suo intero volto, fossero lì ancora addormentati, o peggio, e, in tutto questo, spiacevolmente incapaci a rispondere ai suoi voleri.

Fu così che, sicuramente in maniera tardiva rispetto a quanto non avrebbe potuto immediatamente permettersi di rilevare, di constatare, ella ebbe occasione di maturare coscienza nel merito di uno sviluppo ancor più inquietante in tutta quella faccenda, e di uno sviluppo a confronto con il quale assolutamente legittimo, se non doveroso, avrebbe avuto a doversi riconoscere un crescente senso di ansia nel confronto con l’evolversi degli eventi per lei in quel momento ancora ignoti.
Giacché, allora, non soltanto il suo volto, ma il suo intero corpo, in ogni propria singola membra, avrebbe avuto a doversi riconoscere a lei fondamentalmente estraneo, quasi la sua mente fosse divenuta incapace a comandare sui suoi arti, sui suoi muscoli, costringendola, allora, a un’innaturale e preoccupante immobilità, e un’immobilità a confronto con la quale giustappunto i suoi stessi occhi avrebbero avuto a risultare esenti. Un’immobilità, la sua, che avrebbe avuto a dover essere considerata soltanto aggravata dall’evidenza di altri dettagli, di altri particolari a confronto con i quali solo allora ella ebbe a maturare coscienza, quali, primi fra tutti, la presenza di un gran numero di fili, tubi e tubicini che, partendo dai macchinari a lei circostanti, si andavano a ricollegare in maniera del tutto innaturale al suo corpo, al suo braccio mancino, al suo ventre e, non visibile ma, comunque, chiaramente percettibile, persino alla sua vescica, violandola impunemente nelle sue parti più intime. E, a proposito di braccia, con una certa contrarietà ella ebbe a rendersi lì conto di quanto, purtroppo, anche la sua protesi in lucente metallo cromato, preposta a sostituzione dell’arto destro, avrebbe avuto lì a doversi considerare scomparsa, rimossa completamente per così come, in effetti, non avrebbe neppure potuto credere sarebbe stato possibile avvenisse, nell’operazione non priva di invasività con la quale, tre anni prima, le era stato impiantato.

“Thyres…” pensò, limitandosi a invocare, o forse a bestemmiare, in tal modo il nome della propria dea, non potendo esprimersi in alcuna altra maniera, e non avendo certamente potersi considerare felice per nulla di tutto ciò “… cosa diamine sta accadendo?!”
« Dottore! Dottore! » venne tuttavia e nuovamente distratta dalla voce di quell’uomo, lì ancora di spalle verso di lei, e da quella voce che, al pari di quel profilo, avrebbe avuto a doversi giudicare al contempo estranea e pur estremamente familiare al proprio udito « Maddie! Maddie è sveglia! »
« Eccomi signor Mont-d'Orb… » intervenne una seconda voce, più quieta, più moderata rispetto alla prima, ancor provenendo da oltre quella tenda bianca e dimostrandosi « Si calmi, la prego: non desidero banalizzare l’accaduto, ma potrebbe essere stato un semplice spasmo incontrollato… » suggerì, nella volontà di smorzare quello che, dal proprio punto di vista, avrebbe avuto a dover giudicare, necessariamente, qual un’eccessiva e pericolosa eccitazione per l’uomo, soprattutto laddove, poi, quanto accaduto non avesse avuto a trovare alcuna occasione di positivo riscontro nell’evidenza dei fatti.
“Mont-d'Orb…?” ripeté la Figlia di Marr’Mahew nella propria mente, nel ben riconoscere quel nome e nel ricollegarlo a una propria versione alternativa, a un’altra se stessa di qualche anno più giovane rispetto a lei, che aveva avuto occasione di conoscere soltanto pochi mesi prima in una dimensione onirica ribattezzata dalla sorella della medesima, dalla versione alternativa della propria sorella, con il nome di tempo del sogno.
« Dottore… con tutto il dovuto rispetto, le dico che mia figlia è sveglia! » insistette il primo uomo, voltandosi, allora e verso di lei e mostrandole, in maniera probabilmente assolutamente prevedibile, e pur, in quel momento, in termini del tutto sorprendenti, l’amatissimo volto di suo padre, Nivre Bontor: un volto a confronto con il quale ella non aveva avuto possibilità di relazione per molti, troppi anni della sua vita e al quale, purtroppo, aveva nuovamente rinunciato nel giorno in cui aveva preso la decisione di partire, sulle ali della fenice, verso le stelle del firmamento, all’inseguimento della regina Anmel, e che, per questo, non avrebbe mai potuto illudersi di poter avere ancora una volta la possibilità di incontrare... non, quantomeno, entro il limitare di quella loro vita mortale.