11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

lunedì 22 ottobre 2018

2706


Riuscire a ricostruire la dinamica degli eventi presumibilmente occorsi non fu né semplice, né immediato per Midda Bontor. Non, soprattutto, nel dover prestare ben attenzione a ovviare all’eventualità di ritrovarsi a essere spiacevolmente sbugiardata, e sbugiardata, allora, nella necessaria messa in scena che ebbe a doversi riservare nel confronto con quella strizzacervelli, in tal senso animata dalla speranza di non concedere alcuna occasione a quella versione alternativa della propria amica di comprendere quanto, in lei, qualcosa non andasse e quanto, soprattutto, ella non avrebbe avuto a doversi minimamente fraintendere per una rediviva Madailéin Mont-d'Orb.
Alla fine di una lunghissima chiacchierata, tuttavia, Midda aveva avuto occasione di chiarirsi le idee sotto molteplici punti di vista, soprattutto a riguardo degli accadimenti spiacevolmente occorsi alla propria controparte locale…

Poco prima di compiere dieci anni, in quello che Jacqueline ebbe a definire qual l’anno 1985, Maddie e Rín, erano sopravvissute a un terrificante incidente automobilistico, qualsiasi cosa simile parola volesse significare, nel corso del quale, purtroppo, aveva altresì e tragicamente perduto la vita loro madre, in quel momento impegnata alla guida del loro veicolo. Un pesante autoarticolato, complice la stanchezza di un lungo viaggio da parte del suo tanto sventurato quanto colpevole conducente, non aveva rispettato una precedenza a un incrocio: così laddove, un istante prima, due bimbe stavano scherzando allegramente sul sedile posteriore dell’auto della madre, di ritorno da un quieto pomeriggio trascorso a nuotare in piscina, un istante dopo soltanto un groviglio di sangue e lamiere avrebbe avuto a dover essere lì riconosciuto presente. E se, purtroppo per tutti loro, per la loro genitrice non vi era stata occasione di scampo, uccisa sul colpo quando l’altro mezzo aveva quasi tagliato a metà la loro auto, tale la violenza dell’impatto subito, per le due bambine, pur sopravvissute almeno nell’immediato, l’esito della questione non aveva avuto occasione di delinearsi in termini particolarmente più favorevoli, propriamente più fortunati.
Esplosa dalla medesima carrozzeria dell’auto al momento dell’impatto, con impeto non dissimile da quello che ci si sarebbe potuti attendere dal proiettile di una pistola, una scheggia di metallo aveva violentemente attraversato il corpo della piccola Rín, trapassandole il morbido l’addome e fuoriuscendo, senza fatica alcuna, senza incontrare ostacolo alcuno, dalla sua schiena: in ciò la bambina si era improvvisamente ritrovata spinta a una distanza estremamente prossima a conseguire il triste fato della madre, e per quanto il tempestivo intervento dei soccorsi era stato in grado di concederle salva la vita, le conseguenze di quell’evento si erano dimostrate immediatamente evidenti all’attenzione dei medici che la operarono, definendo, per lei, non solo la perdita di qualche metro di intestino e di un rene, ma anche e ancor peggio uno stato di completa paralisi, coinvolgente la metà inferiore del suo corpo, per effetto del drammatico danno riportato dalla sua colonna vertebrale.
Più sfortunato, comunque, rispetto al già tragico epilogo della schiena della piccola Rín, era stato altresì il fato del braccio destro della propria gemella, della sventurata Maddie, il quale, ritrovatosi a essere praticamente ridotto a un ammasso informe di carne, ossa, metallo e vetri al momento dell’impatto, subendone in pieno tutta la violenza, tutta la forza, non aveva potuto essere in alcun modo salvato da parte dei chirurghi, dovendo essere da questi irrimediabilmente amputato nell’estremo tentativo di contenere l’altrimenti inarrestabile dissanguamento della bambina. Una scelta, la loro, che almeno nell’immediato aveva offerto evidenza di aver contenuto il rischio maggiore, ma che, per cause mai meglio definite, forse riconducibili all’incidente stesso, forse a una qualunque complicazione operatoria, non aveva condotto tuttavia la piccola Maddie a riprendersi, ritrovandola, altresì, in ciò condannata a un infausto stato di coma profondo: per più di trent’anni, trentatré per la precisione, ella era così stata mantenuta in vita soltanto dalle macchine, quelle macchine che l’avevano aiutata a respirare, l’avevano idratata, l’avevano nutrita, offrendo al suo corpo, pur estraniatosi al resto del mondo da lei circostante, occasione di sopravvivere tanto a lungo. Un’occasione, la sua, che in verità era stata realmente tale solo grazie all’amore dei suoi cari, di suo padre e di sua sorella, che mai, neppure per un fugace momento, si erano concessi occasione di dubitare delle sue possibilità di riprendersi, di risvegliarsi, neppure quando i giorni, sommandosi, erano divenuti settimane, e poi mesi, e poi stagioni, e poi anni, e addirittura lustri e decenni, vedendo il resto del mondo andare avanti, nel mentre in cui la piccola Maddie lì giaceva, da chiunque altro ormai data fondamentalmente per morta.

Trentatré anni: tanti erano passati da quando quell’incidente l’aveva vista precipitare in quell’isolamento dalla realtà, l’avevano vista cadere addormentata in un lungo sonno, e un sonno dal quale, alla fine, si era ripresa, si era risvegliata. E lei, bambina l’ultima volta che aveva potuto osservare il mondo, si era ritrovata improvvisamente donna, intrappolata all’interno di un corpo che non avrebbe potuto conoscere, senza più il proprio braccio destro, senza più la propria mamma, e con un padre invecchiato e una sorella a sua volta irriconoscibile, oltre che intrappolata su una sedia a rotelle.
Tante, troppe cose a confronto con le quali non aveva avuto occasione di dimostrarsi stupita, sorpresa, addirittura spaventata, così come sarebbe stato ovvio avvenisse. Tante, troppe cose a confronto con le quali se anche Jacqueline fosse stata la peggiore fra tutte le strizzacervelli di quel mondo, quasi obbligatorio sarebbe stato per lei cogliere quanto qualcosa non andasse. E, francamente, se anche Jacqueline Marchetti fosse valsa la decima parte della decima parte di Carsa Anloch, comunque non avrebbe potuto rivelarsi tanto sciocca da non cogliere quanto, qualcosa, in lei non andasse.

“Sono fregata…” non poté che concludere Midda, prendendo in tal maniera al vaglio anche l’eventualità di provare ad affrontare apertamente, con lei, la realtà dei fatti, e quella realtà atta a presentarla non qual la vera Madailéin Mont-d'Orb, quanto e piuttosto una versione alternativa della medesima, una versione alternativa proveniente da un altro mondo, da una altro universo, lì precipitata a seguito dell’invito offertole dal semidio proprio sposo di risvegliarsi “… e sarà così che mi chiuderanno in un manicomio per il resto della mia esistenza.” concluse in maniera autonomamente critica il proprio stesso flusso di coscienza, escludendo quell’eventualità, avendosi a riconoscere già in una situazione sin troppo complicata per potersi permettere di renderla ancora più complessa, ancora più ingarbugliata.
« … è tanto… da digerire… » si limitò quindi a commentare, cercando di dimostrarsi quanto più possibile confusa, benché tale confusione, simile disorientamento avrebbero avuto a doversi considerare spiacevolmente tardivi nel confronto con quanto, piuttosto, avrebbe dovuto già aver provato sin dal primo istante del proprio risveglio.
« Lo immagino. » annuì sempre accondiscendente la sua interlocutrice, osservandola con espressione serenamente impassibile, apparentemente ignara di tutte quelle tutt’altro che piccole incongruenze che avrebbero avuto a dover essere addebitate alla propria paziente « Ed è proprio per questa ragione che è importante che tu abbia a prenderti tutto il tempo necessario per… “digerire”… quanto è accaduto. »
Midda si limitò ad annuire, ipotizzando che meno allora avrebbe avuto a esprimere e meglio sarebbe stato per lei, e per la posizione che avrebbe desiderato difendere.
« Come ti ho già detto sin da subito, trovo il tuo caso estremamente affascinante, Maddie. » riprese Jacqueline, sciogliendo elegantemente l’intreccio delle proprie gambe solo per potersi rialzare dalla sedia sulla quale si era accomodata, sistemandosi delicatamente la gonna necessariamente sollevatasi un po’ tropo lungo le proprie splendide cosce « Avrai tempo di spiegarmi come hai vissuto questi ultimi trentatré anni della tua esistenza, ma da quello che traspare, per come ti sei comportata sino a ora, è già chiaro quanto, in questo momento, in te non sia una bambina di nove anni appena risvegliatasi da un lungo sonno, quanto e piuttosto una donna di esperienza… e una donna di esperienza così come soltanto potresti essere avendo vissuto un’intera vita. » osservò, in parole che avrebbero potuto essere intese quali trasparenti del fatto che ella avesse, in effetti, colto già tutto di lei e della propria situazione « E nei prossimi giorni, quanto spero mi concederai occasione di fare è proprio conoscere questa donna… » asserì, strizzando appena l’occhio sinistro, con fare di amichevole complicità verso di lei, in quanto avrebbe avuto allora a doversi riconoscere qual ben lontano da una possibile conclusione del loro dialogo.

domenica 21 ottobre 2018

2705


Il tempo che Jacqueline ebbe a concederle al fine di non imporle alcuna ragione di possibile ansia in un momento ineluttabilmente complicato, nel confronto con una persona nelle sue condizioni, servì alla sua ipotetica paziente per ponderare attentamente la propria posizione e quanto, in quella situazione, avrebbe fatto meglio a dire piuttosto che a tacere a confronto con quella particolare figura professionale.
La domanda propostale, infatti, al di là della ben ponderata minimizzazione della medesima da parte della strizzacervelli, a ridurre, in ciò, l’eventuale carico emotivo che, altrimenti, avrebbe potuto essere preventivamente attribuito alla questione e alla risposta così attesa, non avrebbe comunque avuto a doversi considerare banale: non, in particolare, nel confronto con la sua più totale inconsapevolezza di quanto fosse successo tanto a lei, in prima persona, quanto e ancor più alla sua versione alternativa di quel mondo, della quale, per una non meglio definita ragione sembrava aver preso inaspettatamente il posto. In effetti, anche della vita personale della Maddie che ella aveva avuto passata occasione di incrociare all’interno del tempo del sogno, e che sapeva risiedere, in quel mentre, in quel di Kriarya, insieme ai suoi vecchi amici, insieme ai suoi antichi alleati, occupando metaforicamente il vuoto altrimenti da lei lasciato in quel del proprio pianeta natale e della città nella quale, lei e Be’Sihl, erano stati soliti risiedere per oltre vent’anni, non avrebbe potuto vantare particolare confidenza, che potesse esserle in qualche modo d’aiuto per comprendere potenziali dinamiche proprie di quel mondo, di quella realtà, nell’ipotesi pur priva di qualunque fondamento che avesse a esistere un qualche parallelismo fra la Maddie da lei conosciuta e la Maddie lì assente. E in questa propria più completa assenza di qualunque consapevolezza, di qualunque informazione, Midda non avrebbe potuto ovviare a ritrovarsi decisamente in difficoltà, non avendo propriamente idea di cosa poter proporre in possibile risposta a quel quesito, a quell’interrogativo.
Uno stallo, il suo, che non ebbe ovviamente a sfuggire all’attenzione della propria interlocutrice, la quale, quietamente, si limitò a sorriderle e ad affrontarla, allora, con incedere pacatamente accondiscendente, che non avrebbe desiderato, in alcuna maniera, porla in una qualunque situazione di disagio… al contrario.

« Sai… per quanto non abbia avuto passate occasioni per confrontarmi direttamente con te, non posso che provare una certa stima nei tuoi confronti. » riprese quindi voce la psicologa, inspirando profondamente l’aria attraverso il proprio delizioso naso, in una sorta di moderato sospiro « E non interpretare la mia frase come pura retorica: la mia stima ha da considerarsi di natura personale e, persino, professionale, nel confronto con l’incredibile calma da te dimostrata dal momento del tuo risveglio sino a ora, tanto nel confronto con la tua situazione clinica, quanto e ancor più nel rapporto con tuo padre e tua sorella. »
« … grazie…?! » esitò l’altra, aggrottando appena la fronte nel non aver esattamente compreso il perché di tanta manifesta stima nei propri riguardi, e nei propri riguardi per le motivazioni da lei così addotte « In verità… mi sento decisamente confusa nel merito di tutto quello che sta accadendo. E, in questo, non credo di poter essere meritevole di un sì benevolo giudizio… » soggiunse, in una risposta utile a frammischiare, attentamente, verità e omissioni, in misura tale da non spingersi in una vera e propria menzogna, salvo, ciò non di meno, esprimere una vera valutazione nel merito del proprio stato emotivo in quel frangente.
« Confusa…? » quasi ridacchiò la prima, scuotendo appena il capo « Diamine! Ci credo che tu possa sentirti confusa… sarebbe assurdo che tu non avessi a esserlo. » incalzò, ora annuendo « Ciò non di meno, il fatto che tu, a fronte di tutto questo, tu abbia reagito con la compostezza con la quale hai reagito, definisce sicuramente più che meritato il mio giudizio. Credimi… non è la prima volta che ho a che fare con una persona nella tua situazione, per quanto, devo essere sincero, il tuo caso possa giudicarsi a dir poco straordinario. »
« … ecco… a tal riguardo… » introdusse Midda, cercando di cogliere quell’occasione, quell’aggancio, per esprimersi nel merito della situazione corrente e, soprattutto, per domandare lumi « … non è che potresti aiutarmi a capire un po’ meglio le ragioni di tanta straordinarietà? » sorrise, cercando di trasmettere anche un certo senso di imbarazzo in quella richiesta, un imbarazzo che, a quel punto, avrebbe potuto essere quietamente giustificato da tanta lode a lei rivolta per motivazioni, purtroppo, ancor incomprese.
« Sì. Certo. In effetti sono qui proprio per questa ragione… » confermò Jacqueline, sempre positiva e propositiva in quel confronto « Premesso come le reazioni di coloro che, tuo pari, hanno avuto occasione di riprendersi da una simile condizione clinica, siano sempre state estremamente variegate, fra coloro i quali hanno dichiarato di aver sempre avuto percezione di quanto stesse accadendo attorno a loro, e coloro i quali, altresì, hanno dichiarato di essere stati sostanzialmente come addormentati per tutto il tempo, non ricordando nulla dell’accaduto; mia cara Maddie, tu hai avuto la fortuna, o la forza, o una straordinaria combinazione di entrambe, necessarie per riuscire risvegliarti dopo un coma durato per oltre trent’anni. »

Anche l’idea di coma, le fosse stata proposta solo quattro anni prima, sarebbe stata di difficile comprensione da parte sua, giacché nel suo mondo la divisione fra la vita e la morte avrebbe avuto a doversi considerare decisamente più netta, complici anche delle primitive conoscenze mediche, ragione per la quale un individuo avrebbe avuto a poter essere considerato o vivo, o morto, o, all’occorrenza, non morto, ma senza ulteriori sfumature nel mezzo. In grazia, tuttavia, agli ultimi tre anni trascorsi attraverso le vastità siderali, e a tutte le nuove informazioni a confronto con le quali ella si era necessariamente dovuta ritrovare a essere, anche quel concetto precedentemente inedito aveva avuto occasione di esserle chiarito; ragione per la quale, quindi, ella non avrebbe avuto a doversi considerare sì estranea a confronto con tale idea, e con le parole così appena scandite dalla strizzacervelli.
Quando, comunque, non avrebbe potuto ovviare a sorprenderla fu scoprire come gli ultimi trent’anni, e più, della vita della propria versione alternativa, esistente in quell’universo, in quel piano di realtà, non avessero avuto occasione di essere vissuti. Trent’anni, e più, a confronto con l’assenza dei quali facile sarebbe allor stato comprendere il perché tanto dell’incommensurabile gioia dimostrata da suo padre e da sua sorella, quanto della sorpresa che ella non avrebbe potuto che rappresentar innanzi allo sguardo di qualunque medico, laddove, in buona sostanza, più di tre quarti della sua esistenza non avrebbero avuto a dover essere giudicati quali per lei esistenti, in un periodo di tempo tanto lungo da catapultare, ipoteticamente, una bambina di dieci anni o meno dall’infanzia direttamente alla maturità.

“Altro che mirabile calma! Per la reazione di totale indifferenza che ho dimostrato avere, devo apparire già clinicamente pazza innanzi allo sguardo di questa Carsa…” sospirò in cuor suo la donna guerriero, domandandosi come avrebbe avuto a dover lì reagire a confronto con tale notizia e, soprattutto, in qual maniera avere a poter giustificare la propria serenità, e la propria serenità innanzi a un padre improvvisamente trent’anni più vecchio, innanzi a una sorella gemella lasciata bambina e ritrovata donna, e, probabilmente, anche innanzi all’assenza del proprio braccio destro, per lei una realtà quotidiana da circa un quarto di secolo e che, tuttavia, difficilmente apprezzabile avrebbe avuto a dover essere considerato dal punto di vista di quella Maddie.

Purtroppo, dal giorno del suo risveglio, era ormai trascorsa più di una settimana, e qualunque ipotesi di rettifica a quanto, sino a quel momento, reso qual proprio avrebbe avuto certamente a doversi considerare quantomeno inappropriato, se non, direttamente, sospetto, ragione per la quale, allora, avrebbe dovuto offrire il proverbiale buon viso a cattivo giuoco e, in ciò, non porsi perplessità di sorta su quanto già compiuto nel concentrarsi, altresì, su quanto allora avrebbe avuto ancor a dover compiere, e su come, a confronto con tutto ciò, avrebbe dovuto decidere di relazionarsi.

« … come…? » domandò, cercando di dimostrarsi palesemente perplessa innanzi a quell’annuncio, in un interrogativo che, allora, avrebbe avuto a dover essere considerato assolutamente giustificabile e comprensibile, e che, a margine di ulteriori informazioni potenzialmente utili, le avrebbe concesso tempo utile a temporeggiare per meglio elaborare la propria posizione.

sabato 20 ottobre 2018

2704


« Signorina Mont-d'Orb…? Madailéin Mont-d'Orb…?! » domandò con voce armoniosa, spontaneamente suadente, nel rivolgersi verso di lei con il nome che avrebbe avuto a dover essere considerato qual proprio in quel mondo, e nell’aspettare un qualunque cenno di conferma prima di proseguire « Il mio nome è Jacqueline… dottoressa Jacqueline Marchetti. Ma apprezzerei la possibilità di darci del tu, se lei è d’accordo. » sorrise, restando quietamente in piedi innanzi a lei, con dimostrazione di straordinario equilibrio, nell’essere in grado di affrontare così quietamente la sfida rappresentata da quei vertiginosi tacchi, la follia dei quali, forse, in quel momento avrebbe avuto a dover essere considerata, per la sua interlocutrice, qual quella contraddistinta da più ragioni di potenziale incredulità per lei.
« Certamente. » annuì Midda, laddove, dopotutto, sarebbe stata addirittura in crisi all’idea di dover ricorrere a quell’ipotetico uso del “lei” come forma di cortesia, con il quale non avrebbe saputo considerarsi a proprio agio malgrado, da ormai quasi tre anni, fosse a costante confronto con esso, soprattutto per bocca del suo capitano, Lange Rolamo, che non mancava di rivolgersi a lei con tale formalismo soprattutto nei momenti in cui maggiormente marcata avrebbe avuto a doversi considerare la volontà, da parte sua, di rimproverarla.
« Perfetto. » annuì con tranquillità Carsa, anzi Jacqueline, nell’osservarsi un istante attorno, nell’individuare una sedia e nel muoversi a recuperarla, per potersi accomodare accanto a lei, accavallando in ciò le proprie splendide gambe in una postura a dir poco perfetta, riuscendo a mantenere perfettamente parallele le proprie tibie, e, in tutto questo, a dimostrare un’apparente comodità in tal senso, quasi si fosse appena comodamente sdraiata su una morbida poltrona.

Il ritrovare, in quel momento innanzi al proprio sguardo, una versione alternativa di Carsa, non avrebbe potuto ovviare a incuriosire tremendamente la donna dagli occhi color ghiaccio.
Benché, infatti, la presenza di suo padre e di sua sorella, pur squisitamente gradite, avrebbero potuto essere quietamente considerate quasi naturali nella propria occorrenza, laddove, in fondo, parte della propria irrinunciabile storia personale a prescindere dall’universo in cui si sarebbe potuta riconoscere qual capitata; la presenza di Carsa Anloch, al contrario, avrebbe avuto a dover essere considerata un’interessante parallelismo, e un parallelismo inter-dimensionale atto a suggerire, in verità in termini particolarmente spiacevoli, una certa premeditazione della sorte utile a guidare l’occorrenza di quell’incontro, e della loro interazione, per così come, in assenza di un qualsivoglia legame di parentela, non avrebbe avuto ragione di poter altrimenti occorrere. E se pur, in effetti, tutto ciò avrebbe avuto necessariamente a contrariare una parte del suo spirito, e quella parte che, da sempre, aveva rinnegato qualunque idea di destino preordinato, in contrasto a quell’assoluta autodeterminazione che, da sempre, aveva perseguito al prezzo di sudore e sangue; un’altra parte del suo animo non avrebbe potuto, altresì, che riconoscersi semplicemente interessata a comprendere quale possibile ruolo, in quel contesto, avrebbe potuto riservarsi quella donna tanto particolare, nel non dimenticare quanto, di lei, la bellezza avrebbe avuto a dover essere forse considerata una fra le ultime e minoritarie qualità.

« Se sei un medico, immagino che potrai finalmente spiegarmi cosa stia accadendo… » commentò Midda, scandendo quelle parole non senza una certa fatica, un certo impegno, e, ciò non di meno, ritrovandosi quantomeno soddisfatta di sé per essere riuscita ad articolare quell’intera frase, malgrado la situazione obiettivamente a lei avversa « … sino a ora nessuno mi ha ancora detto nulla. »
« In verità non sono propriamente un medico: sono laureata in psicologia. » puntualizzò Jacqueline, chinando appena il capo, nel correggere in tal maniera la propria interlocutrice, non per pignoleria, quanto e piuttosto per onestà intellettuale verso di lei, e per quell’onestà sulla quale, allora, sperava sarebbero state in grado di basare le fondamenta del loro rapporto « Però sì… sono qui proprio per poterti aiutare a comprendere cosa sia successo, e a fornirti tutto l’aiuto del quale potrai avere bisogno. »

Fosse stata, quella frase, a lei rivolta soltanto quattro anni prima, Midda Bontor avrebbe sicuramente reagito aggrottando la fronte, e domandando cosa diamine fosse una laureata in psicologia, nel dubbio di aver a considerare quella frase qual una ragione di vanto o, piuttosto, una sorta di complesso insulto. Tuttavia, in quegli ultimi anni, viaggiando attraverso diversi mondi e scoprendo nuove civiltà, ella aveva avuto, per propria fortuna, occasione di allargare i propri orizzonti e di scoprire concetti quali quelli da lei in quel momento resi propri per definire se stessa. E sebbene, personalmente, non avesse mai avuto precedente occasione di incontrarne uno, molte erano state le occasioni nelle quali, in maniera più o meno scherzosa, Duva o Lys’sh avevano fatto riferimento all’idea propria del concetto di strizzacervelli, in misura tale che, alla fine, ella era stata praticamente costretta a domandare spiegazioni, nell’essersi immaginata scenari decisamente cruenti e volti a prevedere crani scoperchiati e mani affondate all’interno della materia grigia di qualcuno, per scopi non meglio comprensibili ma, sicuramente, non gradevoli.
Concepire, in quel momento, la propria interlocutrice qual una psicologa, in verità, ebbe quantomeno a divertirla, se non a spingerla a considerare l’esistenza di una strana ironia da parte degli dei tutti, nel riconoscere tale ruolo proprio a tale figura.
La propria Carsa Anloch, per amor di dettaglio, non avrebbe avuto a doversi neppur realmente considerare esistente, avendo a doversi riconoscere, piuttosto, il frutto della fantasia di una giovane aristocratica di nome Ah'Reshia Ul-Geheran, la quale, posta crudelmente a confronto con orrori propri di una tragedia troppo grande per lei, per la sua mente, era stata costretta a reinventarsi nelle vesti di un’indomita guerriera mercenaria al solo scopo di superare i propri traumi e, soprattutto, di sopravvivere a essi, di sopravvivere a quanto la vita, ingenerosa, le aveva posto di fronte: in tal modo, quindi, era nata Carsa Anloch, ovviamente inconsapevole del proprio passato come Ah'Reshia Ul-Geheran, e contraddistinta da un proprio carattere, da una propria storia, da dei propri principi del tutto estranei a quelli che avrebbero avuto a dover essere per lei considerati consueti nel proprio passato. Addirittura, straordinaria caratteristica unica nel suo genere, Carsa Anloch avrebbe avuto a doversi riconoscere qual mirabilmente capace di inventarsi nuove personalità, nuove identità, dietro alle quali, all’occorrenza celarsi, per introdursi in luoghi laddove ella non avrebbe potuto altrimenti spingersi e, lì, portare a compimento la propria missione di turno: e tanto perfette avrebbero avuto a doversi considerare tali personalità, al punto tale che ella stessa avrebbe potuto correre il rischio di smarrirsi in una di esse, suo malgrado complice la verità, pur ignota, di non aver a poter essere giudicata neppur effettivamente reale la sua stessa identità di base.
In un simile scenario, che probabilmente molti strizzacervelli avrebbero quietamente definito qual disturbo dissociativo dell’identità, aver, in quel mondo, a ritrovarsi posta innanzi a una simile versione della propria antica amica e nemica, non avrebbe potuto ovviare a stuzzicare le corde dell’ilarità della stessa donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, la quale, a margine di tutto ciò, quindi, ebbe a ritrovarsi a dover prestare particolare attenzione a ovviare, proprio malgrado, a scoppiare a ridere innanzi a tutto ciò…

« La mia attenzione è tutta tua, Car… Jacqueline. » si dovette correggere all’ultimo minuto, così divertita da quanto stava venendole proposto al punto tale da essersi quasi lasciata sfuggire il suo nome, o tale, quantomeno, per così come da lei conosciuto o, in effetti, per come da lei più nostalgicamente ricordato.
« Questo non può che farmi piacere. » confermò ella, offrendo evidenza di aver ignorato quell’errore o, quantomeno, di non desiderare soffermarsi eccessivamente sullo stesso, almeno per il momento, a prescindere dalle ragioni che, dietro a esso, avrebbero avuto a doversi considerare presenti « Iniziamo da una domanda molto semplice… mi sapresti dire qual è l’ultimo ricordo che hai prima del tuo risveglio qui in ospedale? » le sorrise, quieta e accomodante « Prenditi pure tutto il tempo che ti serve per rifletterci… e non ti stressare nel cercare di offrirmi a tutti i costi una risposta, laddove non ne dovessi avere una. »

venerdì 19 ottobre 2018

2703


Se soltanto Midda Namile Bontor non avesse trascorso ben più di metà della propria esistenza ad affrontare situazioni oltre ogni confine di umano raziocinio, e tali da rendere anche quell’esperienza se non consueta, quantomeno accettabile nelle proprie folli dinamiche, improbabile sarebbe stato per lei riuscire a mantenere adeguata lucidità mentale al fine di non ritenere di essere divenuta semplicemente pazza. O, ancor peggio, di esserlo sempre stata. Giacché, nelle ore e nei giorni successivi a quel primo risveglio, di pari passo a quella che avrebbe avuto a doversi considerare una sua lenta, lentissima riacquisizione del proprio stesso corpo, anche soltanto per permetterle di riuscire, quantomeno, a esprimere verbo, seppur inizialmente in maniera spiacevolmente scomposta, quanto ebbe a delinearsi a confronto con la sua coscienza fu una situazione incredibilmente complessa, e una situazione a confronto con la quale, proprio malgrado, difficile sarebbe stato per lei riuscire a ignorare quanto, obiettivamente, l’unico elemento realmente fuori luogo avrebbe avuto a doversi considerare propriamente lei.
Un’idea più chiara sulla situazione a lei circostante, comunque, non le venne offerta né dall’affascinante medico, né da suo padre, e neppure da sua sorella Rín, ma da un’altra figura, e un’altra figura tutt’altro che estranea dal proprio personale punto di vista, e che pur, in quella realtà, in quell’universo, probabilmente ella non avrebbe avuto a dover conoscere. Tanto il medico, quanto suo padre, e persino sua sorella, la sua amata e perduta gemella, infatti, pur non mancando di rivolgerle ogni qual genere di premura, ogni qual genere di attenzione o riguardo, offrirono parimenti premura, attenzione e riguardo a ovviare a concederle spiegazioni di sorta nel merito di quanto accaduto, forti, suo malgrado, dell’iniziale sua impossibilità persino a esprimere verbo, e, in questo, a poter formulare ella stessa degli interrogativi utili a pretendere, da parte loro, risposte di sorta.
Il suo ricongiungimento con sua sorella Rín, per amor di cronaca, avvenne il giorno stesso del suo risveglio, poche ore dopo a tale evento, quando quest’ultima riuscì a raggiungere lei e loro padre in ospedale, o in qualunque altro luogo ella avesse a doversi giudicare ricoverata in quel momento, avanzando agilmente all’interno della stanza seduta sulla propria sedia a rotelle, così come, purtroppo per lei, avrebbe avuto a dover essere ricordata anche nel proprio esordio all’interno del tempo del sogno, là dove, per la prima volta, Midda aveva avuto occasione di confronto con lei e, prima ancora, con sua sorella Maddie. Infermità della propria gemella a parte, con tutti i dubbi a essa ricollegabili sulle ragioni della stessa, quella riunificazione sororale non ebbe a concedersi meno emozionante, meno coinvolgente di quanto non fosse stata quella occorsa fra lei e loro padre, laddove, benché ancora una volta conscia di quanto quell’uomo non avrebbe avuto a doversi strettamente considerare suo padre, e quella donna non avrebbe avuto a doversi egualmente strettamente riconoscere qual sua sorella, forse egoisticamente Midda Bontor non volle riservarsi alcuna ragione per negarsi l’occasione di gioia concessale da quel ricongiungimento, da quella riunificazione con un’altra versione di Nissa, e con una versione che, almeno in quell’universo, almeno in quella realtà, non avrebbe avuto a volerla necessariamente uccidere, né, tantomeno, avrebbe voluto impegnarsi a rendere la sua vita qual un assurdo incubo. Quanto, infatti, le fu concesso di cogliere, negli occhi color ghiaccio della propria gemella, a lei in tutto e per tutto identica, fu semplicemente quella medesima strabordante gioia che già aveva avuto occasione di ritrovare umidamente impressa sul volto di loro padre, e che, ancora una volta, non poté che spingere anche Rín alle lacrime, soprattutto quando, con un quieto sforzo atto a trasferirsi, facendo leva solo e unicamente sulle proprie braccia, dalla sedia a rotelle al bordo del suo letto, ella non riuscì a resistere al desiderio di stringersi a lei, gettandosi delicatamente su di lei e affondando, commossa, il proprio volto sul suo collo, in un abbraccio che l’altra non avrebbe potuto, ancora, permettersi di ricambiare, ma che, ciò non di meno, le infiammò il cuore, e la vide, a sua volta, costretta a confrontarsi con calde lacrime sul proprio volto, nel propri stessi occhi, per quell’occasione insperata e, oggettivamente, insperabile.
Benché, infatti, gli ultimi trent’anni del proprio rapporto con Nissa non fossero stati esattamente felici, e, soprattutto, benché la sua spada bastarda avrebbe avuto a doversi riconoscere responsabile per la tragica conclusione della vita della medesima, in un’amara vittoria difficilmente riconoscibile qual tale anche per colei che pur, a tale conflitto, era sopravvissuta; Midda Bontor non aveva, né avrebbe mai smesso di amare la propria gemella, e di provare, nel profondo del proprio cuore, un’irrisolvibile senso di colpa per il tradimento che, con una certa onestà intellettuale, non avrebbe potuto negare averle imposto, e averle imposto quand’ancora avrebbero potuto vantare soltanto dieci anni sulle proprie infantili spalle. Ritrovarsi, quindi, non soltanto a poter riabbracciare un’altra versione della propria defunta gemella, e, soprattutto, ritrovarsi, sicuramente immeritatamente, a essere oggetto del suo affetto, e di quell’amore palese, incontrovertibile, sincero, espresso da quell’abbraccio, e da quell’abbraccio così carico di sentimento, tale da valere più di molte parole, più di qualunque parola, non avrebbe potuto ovviare a gonfiarle il cuore di emozioni, e di emozioni positive a confronto con le quali, per un fugace istante, tutta la sua vita, tutte le sue priorità, vennero obliate, e vennero obliate insieme a Be’Sihl, insieme a Tagae e Liagu, insieme a tutti gli amici, a tutta la famiglia che avrebbero potuto vantare di avere sulla Kasta Hamina, e insieme anche a tutti gli avversari dei quali, allora, avrebbe avuto probabilmente a doversi preoccupare, iniziando proprio da Desmair, sicuramente responsabile per quanto, in quel frangente, le stava occorrendo, ma anche, e non di meno, l’accusatore Pitra Zafral e l’omni-governo di Loicare, e, soprattutto, la regina Anmel Mal Toise. Tutti nomi importanti, tutte figure di obbligato rilievo nella propria quotidianità, e che pur, nella gioia che in quel momento le stava venendo riservata, prima a insperato confronto con il proprio genitore, e poi, addirittura, con la propria gemella, non avrebbero potuto fugacemente finire in secondo piano, nel vederle garantita, altresì, occasione di vivere, seppur in maniera egoistica, quel momento, quell’istante, e di piangere per la gioia propria nel ritrovare chi irrimediabilmente perduto.
Nissa, o, per meglio dire Rín, non fu, tuttavia, il solo, inatteso ritorno nella propria quotidianità che quella strana esperienza extra-dimensionale le avrebbe riservato. Perché, per l’appunto, di lì a qualche giorno, quando finalmente ella fu in grado di scandire qualche parola e, con essa, di iniziare a porre qualche domanda, soppesando con ovvia attenzione ogni singola sillaba nel non desiderare commettere ingenuità di sorta tali da poter spingere chiunque, lì attorno, a considerarla pazza; una nuova figura ebbe a fare capolino da oltre quella tenda bianca al fianco del proprio letto, e di quel letto dal quale, proprio malgrado, non aveva avuto ancora occasione di alzarsi, con buona pace dello spiacevole tubicino inserito nella sua vescica. E una figura che, nella propria consueta bellezza ed eleganza, ella dovette sinceramente sforzarsi per far finta di non riconoscere, sufficientemente confidente di quanto, al suo posto, probabilmente la Maddie al posto della quale si era inaspettatamente ritrovata a essere non avrebbe avuto a potersi riservare confidenza alcuna con essa. Del resto, per chiunque avesse avuto la fortuna di incontrare, anche in una sola e fugace occasione, nella propria esistenza, la straordinaria Carsa Anloch, difficile sarebbe stato non ricordarla, non ritrovare la di lei magnifica immagine impressa a fuoco nella propria mente, con il proprio dolce viso lievemente ovale, ornato da un sottile e grazioso nasino, due grandi occhi castani, una coppia di morbide a carnose labbra, nonché lunghi, lunghissimi capelli i quali, pur legati in un’alta coda, non avrebbero mancato di scendere ad accarezzarne i glutei, accompagnando l’immagine di quel sublime corpo slanciato, quelle forme sinuose, che alcuno sguardo, maschile o femminile, avrebbe potuto ignorare, gli uni desiderandola, le altre invidiandola, il tutto esoticamente completato da un incarnato color della terra a contraddistinguere una pelle così dolcemente vellutata che ogni mano si sarebbe dannata per avere occasione di accarezzare.
Tale presenza, per lei psicologicamente legata a colei che, forse, avrebbe avuto possibilità di essere definita qual la propria migliore nemica, o la propria peggior amica, o un’altra combinazione di tali termini, fu quella che ebbe così a presentarsi con un amplio sorriso, un diverso nome e un’elegante abito, lì composto da una corta gonna e da una giacchetta di color granata, una camiciola bianca e sandaletti egualmente rossi, contraddistinti da un alto, altissimo tacco per provare a confrontarsi con il quale, probabilmente, Midda Bontor si sarebbe ritrovata con una caviglia slogata… se non peggio.

giovedì 18 ottobre 2018

2702


« La mia bambina… il Cielo sia lodato. La mia bambina è tornata! » stava piangendo l’anziano uomo, tremando per le emozioni da lui allor provate, e provate innanzi a quanto, allora, nulla di meno avrebbe avuto a dover essere considerato rispetto a un miracolo.
« … a… » riuscì ad alitare ella, nel mentre in cui, altresì, avrebbe voluto poter scandire con chiarezza “Papà!”, nella sorpresa, nello stupore, in quel momento, di ritrovarsi a confronto con suo padre Nivre.

In verità, riservandosi un istante per riflettere, Midda Bontor non avrebbe potuto ignorare l’evidenza di come, più probabilmente, colui con il quale in quel momento si stava ponendo a confronto non avesse a doversi considerare effettivamente suo padre, quanto e piuttosto una versione alternativa dello stesso. Laddove, infatti, se così come da lei sospettato, in quel momento, in quel frangente, in quella situazione, ella avesse avuto a doversi considerare scambiata con un’altra versione di se stessa, finita in quel luogo, ovunque esso fosse, in modalità a lei del tutto imperscrutabili, quell’uomo non avrebbe avuto a doversi riconoscere qual il suo genitore, quanto e piuttosto il genitore dell’altra Midda… o, più probabilmente, dell’altra Maddie.
Ciò non di meno, al di là di ogni possibile raziocinio, sincera avrebbe avuto a doversi considerare, per lei, l’emozione di essere nuovamente posta a confronto con il padre, e con quel padre che per lunghi anni, per decenni, nel corso della propria vita, non aveva avuto la possibilità di incontrare, e con il quale, soltanto pochi anni prima, alfine, aveva avuto occasione di ricongiungersi, e di ricongiungersi prima dello scontro finale con la propria gemella, lo scontro dal quale, purtroppo, Nissa non era uscita viva. L’ultima, commossa occasione di contatto con lui era stata, poi, prima della propria partenza, prima del proprio addio al proprio stesso mondo, per volare, sulle ali della fenice, verso i cieli e oltre i cieli stessi, perdendosi insieme all’amato Be’Sihl nelle vastità siderali e affidando alla tutela, alla custodia, alla premura del genitore le gemelle figlie di Nissa, coloro che, forse, ella avrebbe dovuto accettare la responsabilità di crescere qual proprie, ma che, nella necessità di inseguire Anmel Mal Toise fra le stelle, non aveva potuto, o voluto, condurre seco, preferendo concedere loro la speranza di una vita serena. E ancora tre anni, così, erano trascorsi da quando ella si era ritrovata costretta a salutare suo padre, con tutta l’incertezza, con tutto il giustificabile timore, di non potersi riservare altre occasioni insieme a lui. Ragione per la quale, per quanto, forse, non propriamente suo padre, ella non avrebbe potuto sentire il proprio cuore meno che in subbuglio nel confronto con tutto ciò, con quella sagoma che, pur in vesti diverse, avrebbe avuto a dover essere ricondotta, in tutto e per tutto, a suo padre, al suo amato papà.

« … dottore… posso…?! » esitò l’uomo, osservando il medico nella timorosa, e pur desiderosa, ricerca di un via libera, di un’autorizzazione ad avvicinarsi alla figlia.
« Non vedo perché non dovrebbe! » sorrise l’interpellato, stringendosi appena fra le spalle e retrocedendo di un passo, per offrire la via al primo e permettergli di agire secondo i desideri del proprio cuore « Signorina Mont-d'Orb… non si agiti se la situazione le può apparire confusa, e se non riesce a muoversi. Avrà bisogno sicuramente di un lungo periodo di riabilitazione, fisica e mentale, per recuperare la corretta mobilità muscolare, e per comprendere tutto ciò che è accaduto. Ma, con un po’ di impegno, e qualche sacrificio, nulla le impedirà di poter ritornare completamente padrona del proprio corpo. »
“Riabilitazione…?” ebbe a domandarsi silenziosamente la donna, provando una certa frustrazione a non essere in grado di esprimere verbo e, in ciò, di interloquire né con suo padre, né, tantomeno, con quel medico, riservandosi l’opportunità di porre quelle domande che pur avrebbe voluto rendere proprie.

Ma a placare, allora, ogni intima agitazione, ogni ragione di contrarietà nel confronto con tutta quella situazione, fu l’abbraccio che suo padre ebbe lì a donarle: un gesto delicato, un contatto lieve, probabilmente in tal senso motivato dal timore di poterle far male, di poterla in qualche misura danneggiare, quasi allorché carne e ossa, ella fosse fatta di fragile porcellana; ma, egualmente, un gesto sì carico di sentimento, sì contraddistinto da percepibile e indiscutibile amore, tale per cui ella non avrebbe potuto ovviare a veder dissipato ogni dubbio, ogni perplessità, concedendosi occasione di godere, allora, di tutto quello, e di goderne senza “se” e senza “ma”, quasi con l’innocenza propria di una bambina.
Sarebbe certamente giunto il tempo dei chiarimenti, sarebbe sicuramente arrivato il momento in cui ella avrebbe avuto a dover comprendere dove si stesse trovando, come ci fosse arrivata e, soprattutto, come poter fare ritorno a casa, dalla propria famiglia, dal proprio amato Be’Sihl e dai loro bambini, Tagae e Liagu. Ma, almeno per il momento, impossibilitata a compiere qualunque altra azione, ella non avrebbe potuto che concedersi la possibilità di godere di quell’insperato dopo, e del dono concessole nell’abbraccio di un padre sicuramente non suo, e, ciò non di meno, di un padre che tanto amore le stava così dimostrando da non poterla lasciare indifferente, da non poterle concedere opportunità di affrontare tutto ciò con mera razionalità.

« Mi sei mancata, bambina mia… mi sei mancata tanto. » sussurrò il signor Mont-d'Orb, qualunque fosse il suo nome, dolcemente stretto a lei, bagnando, involontariamente e in maniera del tutto incontrollata, il suo volto con le lacrime gocciolanti dal proprio.

E se quasi eterno ebbe ad apparire quell’abbraccio, e, probabilmente, effettivamente tale avrebbe anche desiderato poter essere, alla fine l’uomo si costrinse a lasciare la figlia, per risollevarsi delicatamente da lei e tornare a sorridere, ancora in lacrime, ma sempre più felice, e sempre più felice per quanto, alla fine, gli era stato appena restituito, in un dono divino inatteso e insperato.

« … devo… devo chiamare tua sorella. » dichiarò, provando ad asciugarsi gli occhi con il dorso della mano destra, nel rendersi conto di non riuscire a vedere chiaramente in quel momento, di non essere quasi in grado di distinguere il volto della propria figliola lì innanzi a sé, per effetto dell’eccesso di lacrime che, nei suoi occhi, si stava continuando ad accumulare « Non riuscirà a credermi… non riuscirà a credermi quando le dirò che ti sei svegliata! Probabilmente penserà che, alla fine, io sia impazzito! » ridacchiò, scuotendo il capo, con fare divertito all’idea della reazione che avrebbe potuto riservarsi la sua altra figliola al confronto con quella notizia.
“… Nissa…?” si domandò in maniera istintiva, salvo poi rammentarsi di non essere nel proprio mondo, di non essere nella propria realtà, non completamente per lo meno, e, in ciò, di non doversi stupire dell’esistenza in vita della propria gemella, e della propria gemella che, probabilmente, avrebbe avuto a presentarsi con il nome di Nóirín o, più semplicemente, Rín, se la memoria non la stava traendo in inganno, nel ben ricordare di aver incontrato, proprio nel tempo del sogno, anch’ella, insieme a sua sorella Maddie… Madailéin, per la precisione.
« Dottore… » apostrofò suo padre, rivolgendosi ancora una volta in direzione del medico, con tono allora quasi allarmato « Non sono impazzito, non è vero? Quest’incubo è veramente finito?! » cercò conferma da parte dell’altro, arrivando a dubitare, in quel mentre, della propria sanità mentale a confronto con tutto ciò e con qualcosa che non avrebbe potuto smettere di sperare accadesse e, pur, al contempo, non avrebbe potuto realmente credere sarebbe mai avvenuto.
« Come stavo dicendo a sua figlia, il cammino che dovrà affrontare prima di poter ritornare padrona della propria vita sarà sicuramente ancora lungo, e molto complicato… » dichiarò l’altro, non volendo negare a quell’uomo la propria gioia e, ciò non di meno, non volendo neppure illuderlo che di lì a un paio di ore avrebbe potuto lasciare l’ospedale insieme alla figliuola appena uscita dal profondo coma nel quale era rimasta per così tanto tempo « … ma, sicuramente, il primo passo che oggi è stato compiuto ha a doversi considerare il più importante! » confermò, annuendo con un quieto sorriso.

mercoledì 17 ottobre 2018

2701


Malgrado tutto quello non avrebbe potuto ovviare a generare un crescente senso di ansia in lei, nel non poter comprendere cosa stesse accadendo né perché, pur animata dalla sgradevole consapevolezza che la colpa di tutto, in un modo o nell’altro, avrebbe avuto a doversi ricondurre proprio a Desmair e alla sua ritrovata libertà; cercando di affrontare la questione con il proprio spirito critico, con il giusto senso della misura proprio del suo stesso nome, ella tento di valutare la situazione in cui, in quel mentre, si stava ritrovando a essere, senza, in questo, lasciarsi prendere dal panico.
Non soltanto il suo viso, ma il suo intero corpo, in quel frangente, in quel momento, sembrava purtroppo incapace a rispondere ai suoi voleri, alle sue richieste, e per quanto ella avrebbe gradito alzarsi da quel letto, o qualunque cosa fosse quella ove si poneva lì sdraiata, non ebbe a potersi riservare alcun successo in tale frangente: al più, ella poté avvertire le proprie membra fremere leggermente, vibrare appena, ma, quasi non fossero neppure più sue, rifiutandosi di compiere qualunque altro gesto, qualunque altro movimento. L’unica cosa in grado di agire, e di reagire, a confronto con tutto ciò, sembravano quindi essere i suoi occhi, i suoi occhi color ghiaccio che, con la stessa ponderazione di quasi quarantatré anni prima, iniziarono a vagliare attentamente, ora, non soltanto l’ambiente attorno a sé, quanto e piuttosto il proprio stesso corpo, la propria medesima persona, a comprendere cosa potesse essere accaduto. Così ella poté verificare come, nel mentre in cui il suo braccio destro, la sua splendida protesi in lucente metallo cromato che le era stata impiantata soltanto tre anni prima come strumento di lavoro in una miniera-carcere lunare, non avrebbe avuto a poter essere ritrovata attaccata alla sua spalla, mostrando in ciò, soltanto un mai piacevole moncherino, un pollice o poco più di osso e carne, in lontana memoria di quanto, più di due decenni prima, avrebbe avuto a dover essere il suo arto dominante; sul suo braccio sinistro, ma anche sul suo petto, i muscoli di entrambi i quali sarebbero risultati visibilmente diversi rispetto al solito, meno tonici, per non dire, addirittura, atrofizzati, avrebbero avuto a dover essere riconosciute collegate strane sonde, interconnesse tramite un articolato intreccio di fili ad alcune di quelle macchine, di quegli schermi presenti attorno a sé. Oltre a ciò, poi, alcuni tubi apparivano essere collegati tanto al suo volto, quanto al suo braccio, in quelle che, speranzosamente, avrebbero avuto a doversi giudicare necessità mediche, ma che, meno piacevolmente, avrebbero avuto a potersi intendere rivolte a qualunque altro scopo: più inquietante, più sgradevole, a margine di tutto ciò, avrebbe avuto tuttavia a dover essere considerato come, fra le proprie immobili e, probabilmente, a loro volta atrofizzate gambe, nel profondo della propria vescica, fosse stato infilato qualcosa, e qualcosa che non avrebbe potuto ovviare a percepire come un corpo estraneo… forse l’ennesimo tubicino, ma un tubicino che lì non avrebbe potuto gradire sentire presente e che, se soltanto non fosse stata immobilizzata in quella composta posizione supina, avrebbe personalmente strappato dal proprio corpo, con un certo disgusto, con indubbia disapprovazione.

“Thyres…” pensò, non potendo esprimersi in alcuna altra maniera, e non avendo certamente a compiacersi per tutto quello “… cosa diamine sta accadendo?!”
« Dottore! Dottore! » sentì nuovamente la voce di prima, quella voce al contempo per lei familiare e pur estranea, tanto da non riuscire a essere riconosciuta in assenza, quantomeno, di un volto al quale poterla associare « Maddie! Maddie è sveglia! »
« Eccomi signor Mont-d'Orb… » intervenne una seconda voce, più quieta, più moderata rispetto alla prima, ancor provenendo da oltre quella tenda bianca e dimostrandosi, in un lieve crescendo del proprio volume, in avvicinamento verso la prima « Si calmi, la prego: non desidero banalizzare l’accaduto, ma potrebbe essere stato un semplice spasmo incontrollato… » dichiarò, cercando di smorzare quello che, dal proprio punto di vista, avrebbe avuto a dover giudicare, necessariamente, qual un’eccessiva e pericolosa eccitazione per l’uomo, soprattutto laddove, poi, quanto accaduto non avesse avuto a trovare alcuna occasione di positivo riscontro nell’evidenza dei fatti.
“Mont-d'Orb…?” ripeté nella propria mente la donna, che, se soltanto avesse potuto, avrebbe lì aggrottato la fronte, in segno di evidente perplessità, nel ben riconoscere quel nome e nel ricollegarlo a una propria versione alternativa, a un’altra se stessa di qualche anno più giovane di lei conosciuta soltanto pochi mesi prima in una dimensione onirica ribattezzata come tempo del sogno.
« Dottore… con tutto il dovuto rispetto, le dico che mia figlia è sveglia! » insistette il primo uomo, con voce che, ormai, avrebbe avuto a doversi considerare quasi soffocata dalle emozioni, nello sforzo di trattenere lacrime e lacrime di gioia, per un evento insperato e, a quel punto, considerato quasi miracoloso.
« Vediamola subito. » acconsentì, con serenità, la voce di colui che avrebbe avuto a dover essere quindi identificato come il medico, e colui che, allora, a lei sopraggiunse da dietro quella tenda bianca.

Avvicinandosi vestito con un’elegante completo, con pantaloni e giacca grigio scuri e una cravatta blu a righe arancioni attorno al collo di una camicia bianco panna, sopra al quale era stato lì indossato un camice bianco, e un camice bianco con un tesserino di riconoscimento appeso a un taschino, riportante la foto del suo volto insieme ad alcuni caratteri per lei completamente illeggibili; il medico si palesò come un uomo sulla trentina, di bell’aspetto, dalla pelle bruna e dal fisico scultoreo, con un viso mascolino ornato da una corta e ordinata barba a delineare la forma squadrata della sua mandibola e altrettanto corti e ordinati capelli sul capo, nonché due scuri occhi castani, in quieta e piacevole omogeneità con l’insieme. Un uomo indubbiamente interessante, almeno da un punto di vista squisitamente fisico, e che non avrebbe potuto essere certamente disdegnato da parte della donna dagli occhi color ghiaccio, la quale, pur, in quel momento, in quel frangente, non avrebbe avuto possibilità di concedersi distrazione alcuna in tal senso, avendo, piuttosto, a dover comprendere dove si trovasse, cosa le fosse successo, come fosse lì finita e, soprattutto, cosa diamine potessero essere accaduto al suo amato Be’Sihl, dopo la liberazione di Desmair e la sua totale perdita di contatto con il mondo a sé circostante.
E se, nel compiere simile ispezione, tale analisi di lui e delle sue purtroppo incomprensibili credenziali, in un dettaglio che, tuttavia, non ebbe a spiazzarla, laddove ella avrebbe avuto a doversi considerare ancora appena confidente con la lingua franca utilizzata in amplia parte dell’universo conosciuto, e del tutto ignorante, altresì, con qualunque eventuale lingua locale degli innumerevoli mondi da lei visitati, nonché di tutti coloro gli altri dei quali persino ignorava l’esistenza, i suoi occhi si mossero allora a spaziare in lungo e in largo sulla figura dell’aitante medico; tale studio, simile valutazione, non poté passare inosservata all’attenzione del medesimo, il quale, allora, mutando completamente approccio rispetto a un istante prima, ebbe a precipitarsi a lei, accanto a lei su quel letto, per poterla osservare da vicino, estraendo una piccola torcia elettrica dal taschino del proprio camice e puntandolo, in maniera tutt’altro che piacevole, dritto nel suo occhio sinistro, prima, e in quello destro, subito dopo.

“Sarai pur carino… ma quella torcia vedi di puntarla da un’altra parte prima che te la faccia ingoiare!” rifletté Midda, ritrovandosi gli occhi improvvisamente colmi di lacrime per la stimolazione così impostale da quella luce, e sbattendo le palpebre per cercare di ripulirli, a volgere, poi, uno sguardo ipoteticamente poco accomodante nei confronti del proprio mancato interlocutore.
« Ma buongiorno! » sorrise, allora, il medico, ritraendosi appena da lei e offrendole l’immagine di una lunga fila di bianchi denti perfetti fra le proprie carnose labbra scure « Ben risvegliata, signorina Mont-d'Orb! » la salutò, rivolgendosi inequivocabilmente nella sua direzione.
“Signorina Mont-d'Orb…?” ripeté ella, nella propria mente, sempre più perplessa “Mi devono aver scambiato per una mia versione alternativa…” ipotizzò, salvo un attimo dopo ritrovarsi completamente distratta da ogni pensiero, da ogni valutazione.

Perché la seconda figura maschile lì prossima al suo capezzale, alle spalle del medico, il proprietario di quella voce al contempo familiare e pur apparentemente estranea, in quel mentre presentandosi con il viso ampliamente rigato dalle lacrime, e da lacrime di straripante gioia, altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto che… suo padre!

martedì 16 ottobre 2018

2700


Per quasi quarantatré anni, Midda Namile Bontor aveva vissuto indomitamente la propria vita.
Quando era nata, nella piccola isola di Licsia, nell'arcipelago delle Licoseni, entro i confini della vasta estensione marina del regno di Tranith, suo padre aveva voluto chiamarla Midda, che significa “misura”, poiché il primo sguardo da lei rivoltogli, con i propri piccoli occhi color ghiaccio, avrebbe avuto a doversi considerare tanto intenso da apparir rivolto a soppesare il suo stesso animo. E proprio simile attenta ponderazione, Nivre Bontor, suo padre, aveva voluto enfatizzare in quello specifico nome, con l’augurio che ella potesse essere sempre in grado di ben misurare le proprie azioni, e le loro conseguenze, anche nelle situazioni più improbabili nelle quali ella avrebbe potuto ritrovarsi. Accanto a lei, la sua sorella gemella era stata altresì chiamata Nissa, che significa “vittoria”, nell’auspicio di una vita contraddistinta solo da straordinari trionfi, in qualunque direzione ella avrebbe mai desiderato spingere i propri passi. Purtroppo per il buon Nivre, umile pescatore di una piccola e serena isola del sud, mai nomi avrebbero potuto rivelarsi essere, di lì a qualche decennio, più azzeccati, e al contempo più sbagliati, rispetto a quelli così indicati.
Poiché, infatti, se pur Midda non aveva mai mancato di misurare attentamente i propri passi, e, soprattutto, i propri avversari; tale attenta valutazione le era sempre servita per cercare di spingersi oltre, per superare continuamente i propri stessi limiti e, in virtù di essi, di imporre la propria autodeterminazione, fisica, psicologica, emotiva e spirituale, innanzi a uomini e dei, vivendo, di conseguenza, ogni propria giornata, ogni proprio istante, oltre ogni possibile misura, al punto tale da divenire, ancor in vita, già una leggenda, tanto straordinarie, tanto incredibili, avrebbero avuto a dover essere considerate le sue gesta. E tanti erano stati i nomi che ella aveva accumulato nel corso della propria avventurosa esistenza, in conseguenza alle proprie sempre più improbabili e incredibili imprese: Figlia di Marr’Mahew, in onore alla dea della guerra venerata nei mari sud-occidentali; Campionessa di Kriarya, la città dove aveva posto la propria residenza, la popolazione della quale avrebbe avuto a dover essere riconosciuta quasi completamente costituita da ladri e assassini, mercenari e prostitute; Ucciditrice di Dei, in conseguenza allo straordinario trionfo da lei riportato a discapito del dio minore Kah; e molti altri, e ancor più altisonanti, ancora.
Parimenti Nissa, dal canto proprio, non aveva mai mancato di riportare vittoria in ogni propria azione, in ogni proprio intento, anche laddove tali intenti, per ragioni spiacevolmente complicate, l’avevano sospinta a dichiarare guerra alla propria stessa sorella gemella, e a riprometterle, e ripromettersi, di aver a rovinarle, per sempre, ogni singolo giorno della propria esistenza. Un trionfo, il suo, che era quindi stato pagato al prezzo del braccio destro della stessa Midda e della sua sterilità, nonché, ancora, al prezzo delle vite della maggior parte delle persone a lei più prossime, da lei amate, uccise una dopo l’altra nella sola volontà di imporle quanto avrebbe avuto a doversi considerare qual una vera e propria maledizione. Questo, per lo meno, sino a quando il suo cammino non aveva condotto la stessa Nissa, già ascesa a regina di una nazione di pirati da lei stessa creato, a incrociare un antico male imprigionato all’interno di una corona, e di una corona appartenuta, molti secoli prima, alla leggendaria Anmel Mal Toise, da qualcuno considerata qual la Portatrice di Luce, dai più ricordata qual l’Oscura Mietitrice: e proprio sotto l’empia influenza della regina Anmel, liberata involontariamente a opera di un’inconsapevolmente sciocca Midda nel corso di una propria impresa, Nissa si era quindi sospinta in un crescendo di follia, sino a giungere addirittura all’omicidio del proprio stesso primogenito, evento in conseguenza al quale, ritornata fugacemente padrona di sé, aveva preferito sancire la fine della propria esistenza lasciandosi trapassare dalla spada della gemella.
Tante erano state, invero, le gioie della vita di Midda Namile Bontor. E parimenti, e ancor più, tanti erano stati per lei i dolori. Dolori posta innanzi ai quali, pur, ella non si era mai tirata indietro, accettando con incredibile coraggio qualunque prova il fato, e sovente la propria caparbietà, la propria ostinazione, non avevano, né mai avrebbero, mancato di imporle.
In quei quasi quarantatré anni di vita, così, ella aveva così conosciuto più volte la gioia dell’amore, e più volte il dolore della separazione e del lutto. Aveva amato ed era stata amata: aveva perduto ed era stata perduta. Alcuni anni prima, addirittura, Midda Bontor si era persino sposata, invero non per sentimento, ma soltanto per obbligata necessità: necessità che l’aveva portata, quindi, a divenire moglie di un orrido semidio immortale di nome Desmair, dal quale, a dispetto di ogni proprio tentativo, di ogni proprio sforzo, non era riuscita a separarsi neppure dopo la morte del medesimo, giacché questi, troppo ostinatamente attaccato alla vita, aveva tempestivamente trasferito la propria coscienza, il proprio spirito, all’interno del corpo del compagno della propria stessa sposa, Be’Sihl Ahvn-Qa, un attimo prima della propria ineluttabile fine: una scelta, la sua, che non aveva mancato di dimostrare, in effetti, anche un malevolo sarcasmo nel decidere, fra le infinite alternative, in esatto favore di tale rifugio. E, ancora, nel corso di quell’ultimo anno della propria vita, quell’inarrestabile combattente, quella fiera guerriera, aveva persino accettato, forse tardivamente e pur con piena coscienza della propria decisione, l’idea di divenire madre, e di divenire madre di una coppia di orfani, Tagae e Liagu, l’esistenza dei quali era stata violentemente vuotata di ogni ricordo dei rispettivi passati nel momento in cui essi erano stati catturati da una crudele organizzazione criminale, la quale, attraverso disumani esperimenti, li aveva così trasformati in un’arma di distruzione di massa: di fronte alla loro dolcezza, di fronte alla loro forza d’animo, di fronte alla loro evidente necessità di una famiglia nella quale ritrovare quanto perduto, Midda non era riuscita a restare indifferente, e per quanto mai si sarebbe potuta immaginare nelle vesti di una genitrice, ella aveva così deciso di abbracciare simile scelta, e di abbracciarla con assoluta consapevolezza e decisa volontà.

Per quasi quarantatré anni, Midda Namile Bontor aveva vissuto indomitamente la propria vita. E mai, in tanti anni, ella aveva avuto occasione di dubitare della propria realtà.
Per quanto folle, per quanto assurda, per quanto contraddistinta da stregonerie e da negromanzie, da creature mitologiche e da divinità, tutto ciò altro non avrebbe avuto a doversi considerare che la propria quotidianità. E una quotidianità che ella si sarebbe impegnata a vivere, ogni giorno, con tutte le proprie forze, con tutto il proprio impegno, con tutta la propria passione.
Così, anche quando, quasi tre anni addietro, aveva accettato di lasciare i confini del proprio mondo, per volare, sulle ali di una fenice, verso l’immensità siderale; ella non aveva mai avuto occasione di dubitare della veridicità dei nuovi, e incredibili mondi nei quali si ritrovò a sospingere i propri passi, esplorando una vasta realtà prima inimmaginata, un complesso Creato che mai avrebbe potuto presumere esistere sino a quando non si era ritrovata posta innanzi a esso. E, prima ancora, anche quando le era stata rivelata l’esistenza di infiniti universi paralleli, piani di realtà fra loro alternativi, nei quali un’infinità di altre se stesse conducevano la propria quotidiana esistenza a volte in termini non dissimili dalla sua, altre in modalità a lei totalmente estranee; ella non aveva mai avuto ragione di negare l’evidenza delle riprove offertele, nell’incontrare, addirittura, alcune delle altre se stessa: altre Midda, o Maddie, o ancora differenti declinazioni del suo nome che dir si sarebbe potuto volere, nel confronto con le quali chiunque, al suo posto, avrebbe potuto ritenere di aver perso non soltanto la misura, ma, più in generale, ogni barlume di raziocinio, e che pur, nel confronto con l’incredibile avventura della sua esistenza quotidiana, ella non avrebbe potuto ovviare ad accettare per vero, qual vero tutto ciò non aveva avuto mai ragione di dubitare potesse essere.
Ciò, quantomeno, sino a quando quel marito da lei mai desiderato, Desmair, le aveva sorriso da dentro un nuovo corpo, e un corpo che gli avrebbe assicurato ancora una volta la propria immortalità, e le aveva rivolto una frase quasi banale, apparentemente insignificante, e pur, allora, una frase che avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual destinata a sovvertire, completamente, il proprio senso di realtà. Soprattutto nel confronto con quanto, di lì a un istante dopo, ebbe a occorrere…

« Tutto è bene quel che finisce bene… » aveva commentato non senza una certa soddisfazione, in chiaro riferimento al proprio trasferimento, alla propria riconquistata libertà… e una libertà per la quale, paradossalmente, avrebbe avuto anche a ringraziare la complicità della propria mai amabile moglie « … e, proprio per questo, mia sposa, è giunto il momento che tu abbia a risvegliarti! » aveva poi soggiunto, strizzando l’occhio sinistro verso di lei.

Un divertito ammiccare, il suo, che si era tradotto, innanzi agli occhi color ghiaccio della donna, in un’improvvisa esplosione di luce, e un’esplosione di luce nella quale tutto il mondo attorno a lei si era oscurato per un fugace istante, salvo, poi, riassumere, lentamente, e faticosamente, dei ben diversi contorni, contorni prima indistinti e confusi, così come indistinti e confusi avrebbero avuto a dover essere considerati i suoni destinati alle sue orecchie, e poi, poco alla volta, sempre più chiari, sempre più netti, e destinati a tradursi in qualcosa per lei di completamente estraneo.

« Qualcuno chiami un medico… presto! » stava gridando una voce a lei contemporaneamente, e paradossalmente, nota e pur estranea « Ha aperto gli occhi! Ha aperto gli occhi! » stava esclamando, con incredulità e con gioia, quasi tutto quello avrebbe avuto a doversi considerare incredibile, se non, addirittura, impossibile, per quanto, pur, chiaramente sperato, chiaramente atteso, e atteso da così tanto tempo da averne perso persino il conto « Un medico! Un medico, presto! »

Davanti allo sguardo di Midda Namile Bontor, ancora parzialmente annebbiato, ebbe così a delinearsi una stanza, e una stanza con pareti colorate a metà di bianco e di verde, l’uno nella parte superiore, l’altro nell’area inferiore, e adornata da un essenziale mobilio di plastica e metallo, oltre che dalla presenza di alcuni macchinari, alcuni schermi sui quali strani grafici, strani disegni, accompagnati di sordi cicalii elettronici, avrebbero voluto offrire allora un qualche messaggio, un qualche significato, pur, per lei, del tutto inintelligibile. Una tenda bianca, accanto a lei, le impediva di spaziare con lo sguardo al di là di pochi piedi a destra dalla propria posizione, la stessa direzione dalla quale, in quel frangente, stava provenendo quella voce eccitata; nel mentre in cui, sul fronte sinistro, una finestra con infissi di legno verniciato di bianco avrebbe offerto ai suoi occhi color ghiaccio di spaziare sino a un chiaro cielo azzurro, appena ornato da qualche nuvola sparsa.

« … es… » cercò di invocare il nome della propria dea prediletta, Thyres, signora dei mari, rendendosi tuttavia conto di non essere allora in grado di pronunciare verbo, quasi le sue labbra, la sua lingua, e il suo intero volto, fossero lì ancora addormentati, o peggio, e, in tutto questo, spiacevolmente incapaci a rispondere ai suoi voleri.

lunedì 15 ottobre 2018

2699


Un’ipotesi ardita, quella proposta da parte dell’ex-locandiere, il quale, sovvertendo completamente non soltanto quanto l’intero universo conosciuto avrebbe potuto ritenere nel merito di quelle creature, ma anche, e persino, quanto il loro stesso progenitore, Reel, non avrebbe potuto ovviare di sostenere; stava dimostrando di voler tentare di ragionare con quel cadavere, con quella zombie, e di volersi appellare a lei allo stesso modo in cui si sarebbe potuto rivolgere effettivamente a una madre, e a una madre proprio malgrado costretta a restare ingiustamente separata dai propri figlioli. In lei, in quel momento, egli non desiderava cogliere null’altro se non l’immagine che avrebbe potuto essere propria la sua stessa amata in una condizione simile, nell’eventualità di essere violentemente ricacciata, ripudiata, dai suoi cari, dalla sua famiglia, e tenuta, con la forza, lontana da Tagae e Liagu, riconoscendo, in ciò, quanto probabilmente la Figlia di Marr’Mahew si sarebbe comportata in maniera, anzi, decisamente più aggressiva, decisamente più violenta rispetto a quanto, altresì, la stessa Joleen non stava palesando di voler essere. Dopotutto, avendo avuto occasione di accedere, di notte, di nascosto, alla propria antica dimora, entro i confini della propria perduta casa, ella non aveva compiuto alcun atto violento, non si era riservata alcuna particolare evidenza di aggressività a discapito di alcuno, così come, piuttosto, se ella fosse stata il vero mostro che tutti si stavano ostinando a voler additare fosse, avrebbe avuto quindi occasione di rendere propria.
Un’ipotesi ardita, quella proposta da Be’Sihl, e, ciò non di meno, un’ipotesi non priva di un proprio fondamento, e, anzi, atta a dimostrare quanto egli, a dispetto di chiunque prima di lui posto a confronto con una tale situazione, fosse stato in grado di cogliere qualcosa di più al di là dell’evidenza, fosse riuscito a superare quella comune superficialità a livello della quale chiunque altro si era da sempre arrestato, non limitandosi all’evidenza, ma cercando di scendere all’intima essenza delle cose… e, in quel particolare caso, di quella madre, la cui unica colpa avrebbe avuto a dover esser considerata il non essere riuscita a morire.

« Ciò non di meno, Joleen, non puoi ignorare la verità di quanto il tuo comportamento, ora, potrebbe portare alla morte tuo figlio. » continuò, tentando di argomentare con lei con assoluta naturalezza, privo di qualsivoglia pregiudizio negativo « Tuo figlio, Pidar, non è come te: tu puoi non sentire il gelo che ti circonda, puoi non renderti conto di quanto questo luogo sia inospitale, ma… ma lui ne morirà, Joleen. Ne morirà, se non gli permetterai di tornare a casa. Se non gli permetterai di fare ritorno al calore della sua vita… »
« … non voglio tornare a casa senza la mamma… » protestò, tuttavia, il pargolo, ascoltando quelle parole e reagendo alle stesse nello scuotere il capo, e nel rifiutare, in ciò, una simile eventualità, e l’eventualità nella quale avrebbe avuto a dover lasciare l’amata e tanto compianta genitrice « … non voglio… »
« Joleen. Tu sei sua madre. E tu, meglio di chiunque altro, puoi comprendere cosa sia giusto per lui. » dichiarò Be’Sihl, con un quieto sorriso, in quel momento quasi dolce, per quanto, ovviamente, al di là del passamontagna esso non sarebbe potuto risultare evidente « Per lui: non per te, non per tuo marito, non per noi o per chiunque altro… ma per lui. Cosa è giusto per lui, Jol… ahh…! »

Un gemito di dolore ebbe a chiudere quell’interrogativo, vedendo per un momento l’uomo portarsi entrambe le mani al capo, vacillare e, quasi, ricadere all’indietro, come fosse stato violentemente colpito alla testa da qualcosa, da una pietra o da altro scagliato contro di lui con sgradevole impeto.
Un evento che, dal punto di vista di Midda, per un istante ebbe a essere frainteso qual connesso a una qualche reazione da parte della zombie, a una qualche aggressione a suo discapito, ragione per la quale tutti i suoi muscoli fremettero e il suo corpo ebbe a slanciarsi in avanti, pronta a farla nuovamente a pezzi se soltanto ella avesse osato veramente attentare all’incolumità del suo amato. Ma, nel proprio potenziale incedere, ella ebbe allora ad arrestarsi, a imporsi un freno, nel cogliere l’evidenza di quanto quella creatura non si fosse minimamente mossa, ancora stretta al proprio bambino, e in silenziosa posizione di stallo fra loro e il gelido nulla alle proprie spalle. Ragione per la quale, quel gemito, quella reazione dolorosa, avrebbe avuto a doversi necessariamente attribuire a qualcos’altro, a qualcun altro… e a qualcuno, in particolare, che doveva essere uscito finalmente dalla sua testa. Qualcuno come Desmair.
E se, sino a quel momento, seppur non proprio nei termini da lei sperati, tutto aveva dato evidenza di star sviluppandosi in accordo con i suoi piani, e con gli accordi presi con lo stesso semidio suo sposo, ora ella avrebbe avuto a dover soltanto attendere la conferma di quel passaggio, di quel trasferimento, per poi proseguire secondo i propri interessi, e quegli interessi che non le avrebbero dovuto permettere di riconoscere alcuna possibile libertà a Desmair, non, ancor più, in quel proprio nuovo corpo ospite, nel corpo di Reel Bannihil, il quale, alla fine di tutto, avrebbe avuto a dover essere consegnato all’accusatore Zafral e all’omni-governo di Loicare. Ragione per la quale, non appena egli si fosse ripreso, nell’istante successivo a quello nel quale avrebbe recuperato coscienza, ella altra possibilità d’azione non avrebbe avuto a doversi riservare se non una sempre utile decapitazione, e una decapitazione allora utile a impedirgli ogni qualsivoglia possibilità d’azione a loro potenziale discapito.
Insomma… un po’ come ai vecchi tempi, all’epoca del loro primo incontro.

« Be’Sihl… stai bene?! » domandò verso di lui, certa di quanto, da quel momento in avanti, le cose non avrebbero potuto che andar meglio per tutti loro, benché forse, in un primo momento, egli non sarebbe stato probabilmente accondiscendente, non, soprattutto, nell’evidenza di essere stato tenuto all’oscuro di quell’accordo e di quel piano, e di un accordo e di un piano con il quale, prevedibilmente, non sarebbe stato d’accordo… motivo per il quale, per l’appunto, ella aveva deciso di mantenerlo all’oscuro.
« … sì… sì. Sto bene. » confermò egli, dopo un istante, riuscendo a recuperare il controllo del proprio equilibrio, seppur, ancora, trattenendo il proprio capo fra le mani « Non è successo niente. » banalizzò, inconsapevole di quanto fosse accaduto e timoroso, a margine di tutto ciò, che la propria amata potesse fraintendere quel malore estemporaneo e, in questo, potesse decidere di tornare ad aggredire la madre di Pidar, vanificando, in tal senso, ogni sforzo compiuto sino a quel momento « Joleen… per favore. Ascoltami. Tuo figlio morirà qui fuori. » tornò a rivolgersi alla sua prima interlocutrice, abbassando le mani allo scopo di non permettere neppure a lei di fraintendere quanto accaduto « E sai che ho ragione: un tempo non gli avresti mai permesso di spingersi tanto a sud. Non avresti permesso a nessuno di spingersi tanto a sud… » continuò, appellandosi ancora una volta a quel suo supposto raziocinio « Non lasciare che la rabbia per quanto ti è stato negato, per quanto ti è stato tolto, possa spingerti a imporgli danno. Non permettere che le colpe di suo padre, e di tutta la gente dell’insediamento, che ti ha scacciata, che ti ha ripudiata, abbiano a ricadere su tuo figlio… colui che anche ora sta dimostrando in maniera incondizionata di amarti! »

Egoisticamente interessata, in quel momento, più alla vicenda Desmair-Reel, Midda Namile Bontor avrebbe avuto a dover essere sincera con se stessa, avrebbe avuto a doversi riservare un po’ di onestà intellettuale, nell’ammettere quanto, proprio malgrado, in quel momento, in quel particolare frangente, non stesse offrendo reale attenzione, reale interesse, a quanto in corso fra Be’Sihl e la zombie. E se pur, allora, tutto ciò avrebbe potuto anche essere inteso qual una mancanza di interesse emotivo nei riguardi della sorte di quella famiglia, di Joleen e di suo figlio, un’altra, possibile, e più edificante, interpretazione, avrebbe avuto a dover ipotizzata quella atta a veder riconosciuta verso Be’Sihl una fiducia tanto assoluta da non potersi concedere possibilità di incertezza, di dubbio, nel merito di quanto, tutto ciò, avrebbe alfine visto offerti i propri frutti, nel merito di quanto, quell’approccio assolutamente inedito da parte dell’uomo, sarebbe riuscito a condurre a una pacifica risoluzione di quella questione, senza necessità di tornare a dover combattere contro quella creatura. Proprio malgrado, in quel frangente, difficile sarebbe stato per lei discernere quale delle due possibili interpretazioni avrebbe avuto a doversi ritenere quella corretta o, quantomeno, quella predominante, giacché, probabilmente, entrambe avrebbero avuto a doversi suo malgrado riconoscere qual assolutamente attuali. E, benché, in quel frangente, ella non avrebbe potuto ovviare a sperare che, più importante, avesse a doversi giudicare la fiducia da lei riposta in Be’Sihl, il legittimo timore che non avrebbe potuto ovviare a rendere proprio sarebbe comunque stato quello dell’altra chiave di lettura.
A prescindere, però, da ogni questione emotiva interiore alla Figlia di Marr’Mahew, l’azzardo nel quale il suo amato aveva lì voluto porre i propri sforzi volle riservarsi evidenza di una legittima ragionevolezza nel momento in cui, allora, la zombie tornò a muoversi, e tornò lì a muoversi non per aggredire il proprio interlocutore, o per riprendere il proprio cammino verso sud, trascinando seco il figliuolo, quanto, e piuttosto, per chinarsi verso terra, per genuflettersi innanzi al proprio stesso bambino, ponendosi in ciò alla sua altezza, a poterlo osservare e a concedersi occasione di abbracciarlo, e di abbracciarlo, ora, con incontrovertibile amore materno. Un abbraccio, quello che ella lì si stava riservando, che non avrebbe avuto necessità di didascaliche spiegazioni, giacché, al di là di qualunque possibilità di fraintendimento, esso altro non avrebbe avuto a dover essere inteso se non qual un saluto… un sofferto addio nei confronti di quel bambino tanto amato e che, proprio per questa ragione, avrebbe avuto a dover lasciare.

« … mamma… » pianse il piccolo Pidar, probabilmente più che consapevole di quanto stesse accadendo.
« Sia lode a Thyres… » sospirò in un lieve sussurro l’Ucciditrice di Dei, non potendo ovviare, in cuor proprio, a offrire un giusto plauso verso Be’Sihl, riconoscendogli, in ciò, il giusto merito di quel proprio successo.

Purtroppo, a turbare la gioia di quella potenzialmente felice conclusione, subentrò allora un altro fattore. E un fattore, lì, non ricollegabile alla vicenda di Pidar e di sua madre, quanto e piuttosto all’altra serie di accadimenti che, in parallelo a tutto ciò, aveva avuto occasione di svilupparsi, e di svilupparsi nella più totale inconsapevolezza di chiunque tranne che dei due orchestratori di simili eventi.
Perché, là dove un istante prima Reel giaceva privo di sensi, nel contempo di quell’abbraccio, di quella lieta conclusione di almeno una vicenda, questi ebbe a riaprire gli occhi, a risollevare a sedersi sul nudo e gelido terreno, e a sorridere, e a sorridere maliziosamente al di sotto del proprio passamontagna, offrendo evidenza di un’inquietante luce nel fondo dei propri occhi… e di una luce che Midda non ebbe possibilità di fraintendere, cercando di porre rapidamente mano alla propria arma.

« Tutto è bene quel che finisce bene… » commentò quella che avrebbe avuto a dover essere considerata la voce di Reel, benché lì non più in suo possesso « … e, proprio per questo, mia sposa, è giunto il momento che tu abbia a risvegliarti! » commentò, ammiccando con fare complice nel mentre in cui, innanzi agli occhi color ghiaccio della sua interlocutrice, un’esplosione di luce ebbe a oscurare l’intero Creato a lei circostante.

domenica 14 ottobre 2018

2698


Per questa ragione, senza la benché minima esitazione, senza il più semplice battito di ciglio, ella ebbe lì ad agire, e ad agire con una velocità, con una repentinità straordinaria. Una velocità, una repentinità, tale per cui, Reel Bannihil, pur con la propria arma puntata e pronto a far fuoco, non ebbe a rendersi conto di quanto stesse accadendo, non ebbe a rendersi conto di quel cannoncino sonico che, prima pendente a tracolla al fianco della propria alleata, o forse antagonista, venne da lei allora impugnato, attivato e puntato a proprio discapito. E egli non ebbe neppure a rendersi conto del grilletto da lei premuto, per generare un’esplosione sonica, e un’esplosione sonica perfettamente mirata verso di sé, verso la propria figura: esplosione sonica che, nel proprio naturale fascio d’azione, non ebbe necessità di riservarsi, in verità, un’esigenza di particolare precisione, avendo comunque occasione di agire, e di agire al fine di sollevarlo, letteralmente, da terra, per sbalzarlo, quasi una foglia secca sospinta dal vento, a non meno di una dozzina di piedi all’indietro, con violenza sufficiente non da ucciderlo, e da ucciderlo per la terza volta, ma, quantomeno, da stordirlo, e da stordirlo in conseguenza tanto del colpo, quanto del contraccolpo, rintonato nella sua testa in termini tutt’altro che piacevoli.

« Fanne pure quello che vuoi… » commentò, storcendo appena le labbra verso il basso, a dimostrare tutto il proprio disappunto, tutta la propria rabbia per il tentativo di avversione da Reel dimostrato a potenziale discapito di Be’Sihl, un’aggressione alla luce della quale, se già prima non si era concessa, in verità, parecchi dubbi sull’eventualità di offrire in sacrificio quel disgraziato a Desmair, liberando, in tal modo, proprio il suo amato da tale piaga, ancor minori possibilità di esitazioni avrebbero avuto a doverle essere riconosciute in quel frangente, in quel momento, in conseguenza della giusta rabbia in lei suscitata da tale comportamento.
« … come? » domandò Be’Sihl, non potendo sapere, non potendo cogliere l’esistenza di un altro dialogo in corso in quel momento, e di un dialogo fra la propria amata e il proprio semidivino ospite, e, in ciò, accogliendo simili parole qual rivolte al proprio indirizzo, anche in conseguenza alla perdita di coscienza da parte dell’unico, altro, possibile interlocutore, da lei così subitaneamente escluso da qualunque possibilità di interazione.
« … della zombie. » sorrise Midda, in maniera necessariamente forzata, non apprezzando avere a mentire proprio a quell’uomo e, ciò non di meno, non potendo certamente aggiungere ulteriore entropia a quella già sufficientemente complicata situazione, motivo per il quale quella spudorata menzogna non avrebbe potuto ovviare a essere così formulata, e formulata in termini assolutamente privi di qualunque possibile credibilità « Intendevo dire di fare quello che vuoi della zombie. E’ tutta tua, tesoro! » incalzò, continuando ad allontanarsi da quell’avversaria, e a retrocedere per lasciar spazio d’azione, d’opera al proprio compagno, al quale, almeno in quel frangente, aveva dovuto riconoscere necessaria fiducia.

Termini palesemente privi di qualunque credibilità, quelli da lei adoperati, innanzi ai quali, nella necessità di prestare soccorso a quel pargolo, e di ovviare all’eventualità di una prematura conclusione della sua esistenza mortale, lo shar’tiagho decise comunque di soprassedere, non mancando di cogliere un’evidente anomalia nella differenza di intonazione fra le due mezze frasi da lei pronunciate, e, ciò non di meno, non riconoscendo alla risoluzione di tale anomalia alcuna priorità.
E se, per fortuna dello stesso Pidar, e, forse e ancor più, di Midda, egli non volle soffermarsi in quel momento su quanto poteva star accadendo a sua insaputa attorno a lui, alle sue spalle, sul corpo schiantato a terra di Reel Bannihil, Desmair avrebbe avuto a doversi riconoscere contraddistinto da un ampio sorriso sornione, nel pregustare quella che, obiettivamente, non avrebbe avuto a poter ovviare a considerare in altro modo se non quale una sua vittoria…

« Certo… immortalità a parte questo corpo umano non ha a potersi considerare esattamente un granché. Non rispetto alla perfezione del mio corpo originale… » osservò, con sguardo critico nel confronto della sua inconsapevole, e incosciente, vittima, nel disapprovare quei lineamenti, quel fisico che pur, in verità, la maggior parte delle donne avrebbero certamente apprezzato, e avrebbero indubbiamente apprezzato in misura maggiore rispetto all’immagine da lui anche in quel momento offerta, e all’immagine di quell’orrore scarlatto, con quelle enormi corna bianche ai lati del proprio capo « Ma… come si suol dire: di necessità, virtù! » concluse, stringendosi appena fra le spalle, per chinarsi su quel corpo, in una scena, in verità, a uso e consumo esclusivo della sua sposa, laddove in fondo egli avrebbe avuto a dover essere considerato soltanto una proiezione mentale presente solo e unicamente nei suoi occhi, e non in reale possibilità di interazione con il mondo circostante.

E per quanto Midda avrebbe voluto invitarlo a muoversi, e a ovviare alla possibilità di un suo possibile ripensamento, ella riuscì allora a trattenersi e a trattenersi nella misura utile a evitare di offrire disturbo al proprio amato, e al proprio amato che, ormai sopraggiunto a pochi passi dalla zombie, stava iniziando a provare ad approcciarsi verso di lei, offrendole il proprio sorriso più quieto...

« Salve, Joleen… » la salutò, con assoluta naturalezza, quasi quella creatura avesse realmente a doversi considerare ancora la donna che un tempo avrebbe potuto vantar essere, benché ormai nulla di più di una grottesca imitazione della stessa avrebbe avuto lì a doversi giudicare presente, e presente, quantomeno, innanzi al precedentemente comprovato e unanime avviso della Figlia di Marr’Mahew così come di Reel Bannihil « … il mio nome è Be’Sihl. Be’Sihl Ahvn-Qa. E desidero chiederti scusa per l’irruenza della mia compagna: ella, come probabilmente tutti al villaggio dal quale provieni, ha completamente frainteso la natura delle tue azioni e, in questo, ha agito spinta dal solo desiderio di proteggere tuo figlio. »
« … mamma…? » apostrofò il bambino, così indirettamente coinvolto nella questione, ancora stretto al corpo della madre, e a quel corpo, ormai, completamente ricostruito per effetto della nanotecnologia in lei presente, e di quella tecnologia che, in tutto l’universo conosciuto, era temuta per la morte abitualmente accompagnata seco.
« Bene… allora, con il tuo permesso, io procedo. » sorrise Desmair, rivolgendosi, altresì, in direzione della propria sposa, gongolando nel ribadire quanto, tutto quello che di lì in poi sarebbe accaduto, avrebbe avuto a doversi considerare frutto di un accordo fra loro, e di un accordo da lei stretto non perché in qualche maniera obbligata, costretta, ma perché, dopotutto, anche per lei occasione di profitto, e di egoistico profitto personale, con buona pace per il destino del disgraziato che, in ciò, sarebbe stato sacrificato « Ci vediamo fra poco, mia sposa. » ebbe a salutarla, strizzando l’occhio verso di lei con fare complice.
« Joleen… ascoltami. » tornò a invitarla Be’Sihl, con tono ancora quieto, ancora sereno, per nulla turbato innanzi a quel cadavere, e a quel cadavere intento a osservarlo, in quel frangente, con occhi vitrei, e con occhi nei quali alcuno avrebbe potuto cogliere un qualunque barlume di vita o di intelligenza, ma che, nell’evidenza dei fatti occorsi, avrebbe avuto a dover essere altresì considerata tale… e non soltanto nell’eventualità di seminare terrore e morte, così come tutti avrebbero avuto a pensare « Io l’ho compreso. Tu non sei un mostro assetato di sangue. Sei una vittima. Una vittima della maledizione che ti ha imposto quest’eterna esistenza priva di vita e di morte. » sancì, in una frase che avrebbe potuto essere fraintesa qual potenzialmente retorica, se egli non avesse prestato immediatamente attenzione a definirla in maniera più puntuale « I membri della Sezione I sono guerrafondai, gente abituata a uccidere, gente che della morte ha reso la propria professione: per questo, ritrovandosi nelle tue stesse condizioni, diventano i mostri che tutti temono. Ma tu… tu sei soltanto una madre, e una madre desiderosa di poter riabbracciare il figlio negatogli senza alcuna colpa: questo è ciò che vuoi… questo e null’altro! »

sabato 13 ottobre 2018

2697


« Allontanatevi da qui. » ordinò allora l’ex-locandiere, con tono di voce fermo e deciso, nel mentre in cui, muovendo un passo in avanti, ebbe a dimostrare di voler riservare per se stesso esattamente la direzione opposta rispetto a quella che aveva invitato a intraprendere rivolgendosi tanto alla propria amata, quanto all’obiettivo della loro stessa missione su quella luna ai confini dell’universo conosciuto.

E se pur, quella richiesta, non avrebbe avuto a doversi considerare suscettibile di alcuna possibilità di discussione, ovviamente né Midda, né Reel, per ragioni diverse, avrebbero avuto piacere a ubbidire, l’una tutt’altro che desiderosa di permettere al proprio amato di rischiare il proprio destino, l’altro tutt’altro che desideroso di lasciare il pargolo al proprio fato, e al fato di morte che, in quell’insalubre abbraccio materno gli sarebbe stato promesso.
Ma se pur, tanto Midda, quanto Reel, sarebbero allora stati pronti a protestare, e a rispondere a tono a quella richiesta, Be’Sihl ebbe ad anticiparli e a meglio argomentare la propria posizione…

« Reel sbaglia. » dichiarò, in una frase che non avrebbe potuto ovviare a sorprendere il medesimo soggetto in questione, nel ritrovarsi a considerare a dir poco grottesco, se non ridicolo, tutto ciò, laddove, obiettivamente, nessuno meglio di lui avrebbe potuto avere esperienza nei riguardi di quella tecnologia… e, certamente, non il primo straniero così sopraggiunto, e sopraggiunto all’ultimo, nella questione « Davanti a noi non è un mostro sanguinario privo di ogni raziocinio, ma soltanto una madre che non desidera essere separata dal proprio figlio… e un figlio che non desidera essere separato dalla propria madre. Ed entrambi, ora, hanno paura di noi. »
« Rossa… non so cosa pensa di aver capito il tuo uomo, ma se pensa veramente che quella cosa possa avere paura di noi si sbaglia. » rifiutò fermamente Reel, storcendo le labbra verso il basso « Quelle creature non conoscono umana pietà… e tutto l’universo conosciuto mi è testimone in ciò: intere città, intere colonie sono state spazzate via per colpa della Sezione I. »
« Midda… ascoltami. » pretese, tuttavia, Be’Sihl, anticipando qualunque ulteriore possibile affermazione da parte di quell’uomo o della propria amata « Le hai frantumato il cranio e non è servito a nulla, se non a terrorizzare quel bambino. » dichiarò, offrendo dimostrazione di aver ben colto le dinamiche psicologiche della situazione « Non voglio convincerti… ti chiedo solo di avere fiducia in me così come io ne ho sempre avuta in te. » insistette, con assoluta fermezza nella propria voce, nel proprio tono, avanzando ancora in direzione della madre zombie e, nel contempo di ciò, lasciando cadere a terra le proprie armi, al fine di avere a dimostrare alcuna volontà belligerante a suo discapito.

Per la Figlia di Marr’Mahew, così posta alla prova, non ebbero a esserci molte possibilità di scelta. In verità non ebbe, quindi, alcuna possibilità di scelta.
Laddove, infatti, ella non avesse concesso all’amato la fiducia da lui richiesta, e quella fiducia che pur egli si meritava da parte sua, non per una propria qualche comprovata esperienza in un simile frangente, quanto e semplicemente perché allora la stava richiedendo; ciò avrebbe necessariamente creato una frattura, e una frattura nel loro rapporto, e una frattura che non avrebbe potuto essere innocua, non avrebbe lasciato spazio a facili soluzioni, non, quantomeno, alla luce di tutte le proprie colpe, passate e, soprattutto, future, per ciò che ella desiderava fare e che, forse codardamente, non aveva voluto condividere con lui, non aveva voluto affrontare apertamente con lui. In ciò, pertanto, pur temendo l’eventualità di un errore di valutazione da parte del proprio amato su quella questione, e pur non avendo ragione per riconoscere qual ponderata l’analisi da lui in quel momento fugacemente proposta, ella non avrebbe potuto negargli quell’occasione. Non avrebbe potuto opporsi a lui, né, parimenti, avrebbe potuto permettere a Reel di impedirgli di agire.
E, così, benché solo un passo la dividesse da quella creatura e dal bambino, in quel momento, in quel frangente, stretti l’uno all’altra in quello che Be’Sihl stava interpretando come evidenza di un qualche reciproco affetto, e che, invece, ai suoi occhi non avrebbe potuto che apparire qual un mero temporeggiare, e un temporeggiare utile per permettere anche agli ultimi frammenti di quel capo pochi istanti prima inesistente di ritornare integro, intatto e completo; Midda non ebbe a tentare, allora, di prendere con la forza il piccolo Pidar e di portarlo via, per così come, probabilmente, Reel non avrebbe avuto esitazione a suggerirle di compiere, ma, semplicemente, iniziò ad arretrare.
Ad arretrare con sguardo fisso sul cadavere rianimato di Joleen, come era stata presentata soltanto pochi istanti prima, temendo da parte sua una qualunque azione a discapito proprio o a discapito del pargolo, e, ciò non di meno, ad arretrare.

« E’ una pazzia! » protestò Reel, con occhi sgranati e fuori dalle orbite, nel mentre in cui, senza esitazione, ebbe allora a estrarre da sotto il proprio pesante giaccone un’arma, e un’arma al plasma, un cannoncino che, forse, avrebbe lì posto fine all’esistenza di quella creatura, nel disintegrarne integralmente le carni, ma che, altresì, venne lì puntata direttamente alla schiena dello shar’tiagho, nell’intendimento, tutt’altro che di difficile comprensione, di prendere possesso del controllo delle situazione « Rossa… porta via Pidar da quella creatura, prima che abbia a terminare di ricomporsi. O la prossima morte per la quale dovrai preoccuparti sarà quella del tuo compagno! » sancì, non offrendo possibilità di fraintendimento nel merito delle proprie ragioni, delle proprie motivazioni.

Un richiamo, una minaccia, quella da lui così scandita, che non poté ovviare a costringere la donna guerriero a obliare, per un istante, alla creatura innanzi a lei, e al bambino da questa tenuta in ostaggio, per volgersi, e per volgersi in direzione di quella nuova potenziale situazione di stallo, e di uno stallo destinato a complicare, e a complicare in maniera assolutamente sgradevole, i già difficili equilibri lì creatisi.
Ma se Be’Sihl non si sarebbe certamente arrestato per la minaccia così rivoltagli, né, parimenti, avrebbe mutato idea nel confronto con Joleen, creando in ciò una potenziale situazione di stallo per tutti i protagonisti di quella sempre più complicata vicenda; un’altra figura, un’altra voce in capitolo, non avrebbe potuto ovviare a intervenire in quel momento, pretendendo, allora, da parte della stessa Figlia di Marr’Mahew un consenso, e un consenso esplicito, non perché a lui necessario, quanto e piuttosto per mera soddisfazione personale, per porla innanzi all’ennesima evidenza di quanto, malgrado tutto, ella avrebbe avuto a dover riconoscere l’esistenza di un debito nei suoi riguardi, dell’ennesimo debito da lei sgradevolmente accumulato nel rapporto con l’unica creatura che, a margine di tutto ciò, avrebbe avuto a dover considerare più disumana di qualunque possibile mostro della Sezione I… Desmair.

« Direi proprio che questo potrebbe considerarsi il momento migliore per il mio… trasloco. » sorrise il grottesco volto del semidio, ricomparendo agli occhi della propria sposa, e ricomparendo, non a caso, proprio alle spalle di Reel, il corpo del quale non avrebbe potuto allor ovviare a compiacerlo, e a compiacerlo nella misura in cui, alla luce di quelle ultime rivelazioni e conferme, gli avrebbe effettivamente assicurato di poter ritornare a vivere la vita di un tempo, nella quieta consapevolezza di una squisita immortalità… un’immortalità conseguenza a un’incomprensibile tecnologia, e pur sempre una piacevole e comprovata immortalità « Ma dal momento che mi hai già rimproverato più e più volte di agire di testa mia, lascio a te la decisione, mia cara. Preferisci che io abbia a prendere possesso di questo corpo ora… o preferisci, piuttosto, che egli possa continuare a porre in dubbio la sopravvivenza del tuo caro Be’Sihl? »

E per quanto, probabilmente, ella non avrebbe potuto avere dubbio alcuno di come, in futuro, egli non avrebbe mancato di tornare a tormentarla, e di tornare a tormentarla forte, ora, di un nuovo corpo, e di un corpo sul quale potersi riservare la possibilità di un qualche dominio assoluto; la scelta da parte sua avrebbe avuto a doversi considerare compiuta già da molto tempo.

venerdì 12 ottobre 2018

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« Pidar! » esclamò Reel, arrivando alle spalle di Be’Sihl, nel rivolgersi direttamente al bambino, senza palesare alcuno scandalo o stupore per quanto lì stesse accadendo « Vieni dallo zio Reel, piccolo! » lo richiamò, invitandolo ad allontanarsi dalla propria genitrice, o da quella cosa che avrebbe avuto a dover essere considerata qual la propria genitrice.
« … mamma…? » esitò tuttavia il pargolo, scuotendo appena il capo a rifiutare le parole dell’uomo pur da lui conosciuto e riconosciuto, e concentrando tutta la propria attenzione sulla madre, su quella figura che, un attimo prima uccisa in maniera terrificante innanzi al proprio sguardo, si stava lì rapidamente ricomponendo, ritornando a riassumere le fattezze precedenti, quasi nulla fosse accaduto « … mamma… stai bene?!... »
« Che razza di stregoneria è mai questa…? » domandò lo shar’tiagho, senza in tal senso ricercare un reale interlocutore e, ciò non di meno, rivolgendosi a tutti i presenti, in quella che non avrebbe avuto a dover essere considerata una domanda retorica, quanto e piuttosto un interrogativo sincero, e trasparente di tutto il proprio orrore di fronte a quell’assurda negromanzia, a quella follia superiore a quanto mai avesse avuto occasione di vedere o combattere, pur avendo dovuto anch’egli, nel corso della propria vita, a dover affrontare degli zombie.
« La chiamano Sezione I. » replicò la Figlia di Marr’Mahew, per dimostrare, non tanto a Be’Sihl, quanto e piuttosto allo stesso Reel, la propria non estraneità all’argomento, in termini utili a ovviare a nuove menzogne od omissioni da parte sua, non avendo ragione, dopotutto, per fidarsi di lui e per ritenerlo realmente estraneo a quanto lì stava accadendo… al contrario.

In effetti, a confronto con la presenza di membri della Sezione I, e del loro collegamento con Reel, non difficile, non improprio, sarebbe stato riconsiderare la sua strana insofferenza al concetto di morte qual evidenza di quella stessa tecnologia utile a creare simili mostri, benché, nel suo caso particolare, essa avrebbe avuto a doversi considerare insolitamente funzionale.
Laddove, difatti, e per così come ella non avrebbe potuto ovviare a iniziare a credere, anch’egli avesse avuto a doversi considerare in riferimento proprio a tale realtà, inusuale avrebbe avuto a doversi riconoscere quella totale consapevolezza di sé che egli stava anche in quel frangente riuscendo a dimostrare dopo almeno ben due morti accertate a proprio carico, laddove, nella propria esperienza personale, nella propria conoscenza, appunto, soltanto la prima resurrezione avrebbe avuto a permettere a quei malcapitati di conservare realmente coscienza di sé, mentre dalla seconda in avanti il cammino ineluttabile sarebbe stato il medesimo nel quale aveva avuto chiaramente ad avventurarsi anche la stessa madre di Pidar.

« Dimmi un po’, Reel… citare la Sezione I al nostro primo incontro non è stato casuale, non è vero?! » soggiunse poi, indirizzando le proprie parole verso l’altro interlocutore, e offrendo riprova di non aver dimenticato il dialogo fra loro occorso più di un anno prima, un dialogo nel corso del quale, per spiegarle il concetto di arma di distruzione di massa, aveva fatto riferimento proprio a quello, suggerendo, quasi come un pettegolezzo, l’esistenza di un legame fra la stessa Loor’Nos-Kahn e l’origine della Sezione I « Anche tu ne sei parte. Ed è per questo che collabori con la Loor’Nos-Kahn… perché sono stati loro a crearti: non è forse vero?! »
« Non credo che sia il caso di parlarne ora, rossa… » replicò l’altro, scuotendo il capo e mantenendo lo sguardo sul bambino, il quale, ancora vicino alla madre, non sembrava affatto intimorito da quanto lì era accaduto, anzi, e piuttosto, addirittura rallegrato da tutto ciò, e dall’evidenza di riavere miracolosamente, ancora una volta, la genitrice data per perduta « Pidar è in pericolo. E’ troppo piccolo per essere esposto alla nostra nanotecnologia… e se quella cosa dovesse ucciderlo, morirà. Per sempre. »

“Nostra”. L’impiego di quel particolare aggettivo possessivo non avrebbe potuto passare inosservato all’attenzione della donna guerriero, la quale, allora, non poté che riconoscere, in tutto ciò, l’evidenza di quanto già sospettato, di quanto già immaginato, di quanto già temuto.
Giacché, alla luce di tutto ciò, chiaro avrebbe avuto a doversi intendere il perché le persone di quell’insediamento avessero deciso di vivere le loro vite in un contesto tanto inospitale, tanto alternativo al concetto stesso di vita: una scelta allor giustificata, allor motivata, dalla mera evidenza di quanto, probabilmente, per nessuno di loro tutto quello avrebbe avuto a doversi considerare realmente pericoloso, davvero potenzialmente letale. Non laddove, in fondo, avrebbero potuto vantare una certa immortalità.

« … mamma… ti voglio bene, mamma! » esclamò il piccolo Pidar, abbracciandosi alla madre, felice per il suo ritorno, felice per averla ancora una volta nella sua vita e, in quel frangente, persino dimentico del gelo che lo stava attanagliando, e che, di quel passo, lo avrebbe ucciso.
« Perché tu sei diverso da lei…? Perché continuo a ucciderti e tu torni sempre come sei…?! » domandò la donna guerriero, non ignorando la situazione di pericolo propria per quel bambino e, anzi, abbisognando di comprendere meglio la situazione per poterla gestire, per poterla affrontare.
« Perché io sono il primo, dannazione! » sbottò Reel, storcendo le labbra verso il basso « Io sono l’esperimento originale. L’unico che la Loor’Nos-Kahn è riuscita a ottenere con successo. » argomentò, altalenando con lo sguardo fra le due donne, incerto, in quel momento, fra quale aver a sopportare di meno, fra quello zombie la responsabilità del quale avrebbe avuto a dover ricadere solo su di sé, e, con essa, su di sé anche sarebbe ricaduta la responsabilità delle sorti di quel bambino, e l’ex-mercenaria più ricercata dell’universo, le domande della quale, purtroppo, non avrebbero potuto contribuire in alcun modo alla risoluzione di quello stallo « Tutti gli altri esperimenti, dopo di me, hanno dimostrato lo stesso dannato difetto… quello alla base della funesta fama della Sezione I. »
« E, quindi, anche questa gente appartiene alla Sezione I…?! » insistette l’altra, per ottenere quel quadro d’insieme utile a comprendere la situazione nella propria globalità.
« No! » negò l’uomo, scuotendo il capo « Per la Sezione I, la Loor’Nos-Kahn ha sempre reclutato mercenari, galeotti, tagliagole, assassini della peggiore risma. Le persone che vivono qui fra i ghiacci, invece, sono soltanto poveri malcapitati la cui sola colpa è stata quella di essermi vicini, di amarmi e di essere da me amati. Sono miei amici, morti per circostanze diverse, in situazioni diverse, e che io ho stupidamente riportato in vita, spinto dal dolore, spinto dall’egoismo, senza che la Loor’Nos-Kahn lo sapesse. » spiegò, per la prima volta realmente sincero con lei, senza più tentare sotterfugi, senza più offrirle mezze verità o intere menzogne « Per questa ragione vivono lontano dalla civiltà… da ogni civiltà. Perché io li ho maledetti con il mio stesso sangue. E qualsiasi incidente dovesse loro succedere, come è successo a Joleen, la madre di Pidar… beh… diventerebbero così. Come la vedete ora: mostri sanguinari privi di ogni raziocinio… inarrestabili armi di distruzione di massa. »

Un discorso tragicamente chiaro, il suo, alla luce del quale quanto loro accaduto sino a quel momento, nonché tutte le persone da loro incontrate sino ad allora, avrebbe avuto a dover essere riesaminato sotto una ben diversa luce, e una luce necessariamente più inquietante.
Una luce a confronto con la quale, tuttavia, qualcosa ancora non avrebbe avuto a essere chiaro per qualcuno. E non tanto per Midda, la quale, anzi, avrebbe lì avuto a doversi considerare già più che soddisfatta per le conferme ottenuto, quanto e piuttosto per Be’Sihl, il quale, pur carente dei dati precedentemente in possesso della propria amata, non aveva potuto fare a meno di ascoltare, e di comprendere, la realtà dei fatti, e quella realtà per cosi come loro esposta. Comprendere in tutto tranne che in un singolo particolare. E in un particolare che, in verità, avrebbe avuto a dover rovesciare completamente ogni convincimento degli altri due suoi attuali compagni di ventura, nel merito di quanto Reel Bannihil non aveva esitato, più o meno correttamente, a definire qual la propria maledizione…