11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 16 agosto 2018

2639


« Mamma…? » ebbe allora a domandare Liagu, inutile a dirlo la più attenta fra i due, la quale, malgrado la sua giovane età, non aveva potuto ovviare a cogliere i toni di critica da lei adoperati e, soprattutto, a intuirne non erroneamente le motivazioni « Quando avrai sconfitto la regina Anmel, noi andremo tutti insieme a casa… non è vero?! »

E benché, nell’arrivo dei bambini, ella aveva sperato di avere una fugace occasione per evadere dalla situazione di stallo psicologico nella quale era caduta in quegli ultimi giorni, quella semplice e quieta domanda fu sufficiente a farla ricadere nel baratro, spingendola in tal direzione con maggiore violenza di quanto mai qualunque silenziosa accusa da parte di Lange Rolamo avrebbe potuto riservarsi occasione di compiere.
Nel non aver ricercato coscientemente quel rapporto madre-figli, e nell’essersi, in verità, ritrovata ad abbracciare, e ad abbracciare con entusiasmo quanto allora concessole dal fato, Midda Bontor non si era mai, in verità, concessa occasione di pensare al proprio futuro. Anche e soprattutto perché, nel corso della propria vita, raramente ella aveva avuto a concedersi una simile opportunità. Ella, infatti, era solita vivere nel presente, consapevole di quanto, purtroppo, il passato non avrebbe potuto essere modificato e di quanto il futuro non sarebbe potuto essere in alcun modo influenzato nel proprio ancor ignoto corso se non dalle scelte proprie del tempo presente: in ciò, quindi, vivere al di fuori dell’istante attuale non era mai stato, per lei, una reale prerogativa. Se nonché, in effetti, nell’essersi fatta allor carico della vita di due bambini, e di due bambini straordinari quali Tagae e Liagu, e straordinari sotto tanti diversi punti di vista, non avrebbe dovuto permettersi il lusso di tale indifferenza nei confronti del domani. Non, quantomeno, al pensiero di quanto, presto o tardi, ella avrebbe speranzosamente concluso il proprio viaggio fra le stelle, riservandosi la possibilità di sconfiggere Anmel Mal Toise, la ragione che l’aveva allor condotta nelle infinità siderali, e, in questo, avrebbe potuto fare alfine ritorno alla propria vita passata, al proprio mondo, là da dove era partita senza quasi concedersi l’occasione di salutare i propri amici, senza quasi riservarsi l’opportunità di salutare la propria famiglia. Amici e famiglia che, senza nulla togliere ai nuovi amici e alla nuova famiglia che lassù aveva incontrato, aveva avuto l’occasione di accogliere nella propria vita, avrebbe avuto piacere di tornare ad abbracciare, a stringere a sé, insieme, in fondo, anche al proprio mondo, alla propria realtà forse primitiva rispetto a quanto offertole fra quelle meravigliose stelle e, ciò non di meno, il proprio mondo, la propria realtà, quel mondo e quella realtà entro le quali era nata e cresciuta, ed entro i confini delle quali, dopotutto, soltanto avrebbe potuto sentirsi realmente a proprio agio.
A margine di tale riflessione, di simile prospettiva, e di uno sguardo per una volta tanto proiettato al futuro così come non si sarebbe concessa, abitualmente, la possibilità di compiere, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto in alcun modo ovviare a riflettere su quanto, in effetti, in quegli ultimi mesi, da quando aveva accolto nella propria quotidianità quei due bambini, non si fosse mai soffermata a valutare quanto, fra il proprio mondo natale, e quell’infinità siderale, esistesse una disparità tale da aver a rendere semplicemente impensabile, per chi nato e cresciuto lassù, di scendere a confronto con la semplice e primordiale essenza altresì esistente laggiù. Una disparità della quale, in ciò, anche Tagae e Liagu avrebbero necessariamente risentito nel momento in cui si fossero ritrovati a confronto con tutto quello che, al momento attuale, avrebbe potuto loro apparire pur simile a qualcosa di entusiasmante, nel confronto con i racconti loro concessi tanto da parte sua, quanto da parte di Be’Sihl. E sebbene, nel corso di una recente avventura onirica, i due pargoli avessero avuto anche una fugace occasione di confronto tanto con le persone, quanto con i luoghi propri del suo pianeta natale, tutto ciò, appunto, era stato poco più di un sogno, e di un sogno estremamente confuso, estremamente caotico, e incapace a rendere evidente quanto, banalmente, l’idea stessa di servizi igienici avrebbe avuto a dover essere considerata diversa rispetto a quanto, per loro, da sempre normale.
Così, pur non desiderando neppure prendere in considerazione l’idea di separarsi da loro, obbligata avrebbe avuto a dover essere considerata quell’amara riflessione sull’effettiva possibilità degli stessi di seguirla nel proprio mondo natio, e di crescere, e di vivere in esso, soprattutto nella consapevolezza di come, probabilmente, tale viaggio non avrebbe potuto riservarsi opportunità di ritorno, nel non aversi a compiere in grazia alla tecnologia propria di una nave stellare, ma sulle ali della fenice, in quello che, altresì, sarebbe stato un viaggio troppo lungo per sperare di essere concluso nel corso di una singola vita.
E sebbene, presto o tardi, quella riflessione avrebbe avuto a dover essere da lei compiuta, al tempo presente, e in quella particolare situazione già troppo emotivamente complessa per poter essere da lei adeguatamente gestita, l’ultima cosa di cui avrebbe potuto necessitare sarebbe allor stato anche la vista di quei due visetti carichi di aspettativa verso di lei per un futuro che, pur, non era certa avrebbe potuto loro promettere…

« Ma certo che andremo tutti insieme a casa! » prese l’iniziativa di sancire il piccolo Tagae, sorridendo con assoluta convinzione « E ritroveremo Seem, e Be’Wahr, e anche Maddie! » annunciò, con fermezza, elencando coloro i quali già avevano avuto fugace occasione di incontrare nel corso di quel viaggio nel tempo del sogno, così come era stato allor definito.

Già… Maddie.
Dopo quella bizzarra avventura onirica, nel corso della quale le era stata anche concessa la malinconica occasione di riabbracciare la propria cara amica Carsa Anloch, la donna guerriero non si era più concessa reale possibilità di fermarsi a riflettere su quell’incontro e su quell’incontro con un’altra se stessa. Giacché, nel tempo del sogno, oltre a rivedere volti noti, volti del proprio passato e volti purtroppo perduti in esso, ella aveva avuto anche l’occasione di incontrare per la prima volta l’ennesima propria versione alternativa, l’ennesima altra Midda, di qualche anno più giovane di lei, proveniente da una realtà diversa dalla propria e, ciò non di meno, in termini del tutto inediti, allor giunta già da qualche tempo, già da un anno intero, nella propria stessa realtà e, addirittura, nel proprio mondo, là dove, a quanto pare, si era insediata con sufficiente stabilità da permettersi, persino, di instaurare un rapporto sentimentale con il biondo Be’Wahr, suo antico alleato ed amico.
Maddie non era però giunta sola sino al suo universo. In verità Maddie si era lì sospinta nell’inseguimento di un’altra regina Anmel Mal Toise, una versione alternativa, ed egualmente malvagia, della sua principale antagonista, della sua primordiale nemica, nemica che, di conseguenza, si era vita improvvisamente raddoppiata nelle proprie forze e nella propria pericolosità…
… ma quello, al tempo attuale, avrebbe avuto a dover essere considerato un altro discorso, e un discorso invero così apparentemente distante dalla propria quotidianità e da quanto, allora, le stava venendo richiesto di compiere.

« Mi piace Maddie. » approvò Liagu, così distratta dalla presa di posizione del fratello, o, forse, avendo già ritrovato risposta alle proprie domande nell’imbarazzato silenzio della madre, un silenzio che non avrebbe potuto certamente compiacerla e che, ciò non di meno, almeno per il momento avrebbe avuto a doverla accontentare, in una decisamente matura comprensione di quanto, allora, insistere non avrebbe condotto a risultati più soddisfacenti « E’ molto simpatica. E anche molto bella. »
« E’ uguale alla mamma… » osservò incerto il fratello, aggrottando appena la fronte nel non comprendere il perché di quel complimento, benché, in verità, definire eguali le due sarebbe stato improprio, nell’assenza, sul corpo di Maddie, di gran parte dei “ricordi” di un’intera vita dedicata alla guerra altresì ben visibili sul corpo della propria versione più matura.
« I capelli sono più lunghi. » puntualizzò, tuttavia, la bambina, annuendo con aria assolutamente competente nel merito di tale giudizio, quasi avesse a doversi riconoscere qual un’estetista affermata « Mamma… perché non ti fai crescere i capelli?! Starebbero bene anche a te… »

mercoledì 15 agosto 2018

2638


E benché, in verità, quella maledizione altro non avrebbe avuto a dover essere argomentata se non nelle conseguenze dell’operato della sua defunta gemella, Nissa Bontor, la quale in prima persona si era adoperata per oltre vent’anni al solo scopo di rovinarle la vita; la donna guerriero non avrebbe potuto ovviare a provare un certo senso di timore, una giustificata remora a porre a rischio un altro equipaggio, benché ormai, in verità, la propria gemella non avrebbe più potuto in alcuna maniera impegnarsi allo scopo di disseminare morte e distruzione attorno a lei. Un timore certo sbagliato, una paura assolutamente immotivata, pertanto, e a confronto con la quale, tuttavia, la sua mente non avrebbe potuto ovviare a bloccarsi, a inibirsi, conducendola a quello stato di profondo imbarazzo nel confronto con il quale, allora, Thaare stava sollevando le proprie non errate critiche…
Fortunatamente, a salvarla dal proseguo di quel discorso, e di quel discorso dal quale, forse, non avrebbe potuto trovare facile possibilità di evasione, intervenne con straordinario tempismo l’atteso arrivo dell’amato Be’Sihl, il quale, come previsto, lì sopraggiunse accompagnato dai loro squisiti figli: Tagae e Liagu.

« Mamma! Mamma! » la salutarono i due, in coro, correndo ad abbracciarla quasi non la vedessero da mesi, quasi ella avesse lì appena fatto ritorno da una lunga e pericolosa missione, missione in conseguenza alla quale essi avrebbero potuto serbarsi qualche timore, qualche paura di non poterla più stringere a sé, di non poterla più vedere, benché entrambi avrebbero avuto a dover essere considerati più che confidenti, più che fiduciosi, delle straordinarie capacità della loro madre, certi di quanto alcuno avrebbe mai potuto arrestarla, alcuno avrebbe mai potuto ostacolarla, non in quella realtà, non in alcun’altra realtà.

A dispetto di tanto entusiasmo, e di tanta apprensione, così da lor dimostrata, in verità, orologio alla mano, dal loro ultimo incontro, quella mattina, avrebbero avuto a dover essere riconosciute quali trascorse soltanto poche ore. Ore nel corso delle quali ella aveva voluto dedicarsi ancora una volta a un’attenta ispezione dell’unico container in quel momento concesso in coda alla Kasta Hamina, nave mercantile che, solitamente, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta impegnata a condurre seco un numero decisamente più importante, e più redditizio, di container e, in essi, di merce.
Un singolo container, quello lì concesso loro, il contenuto del quale non avrebbe avuto a dover essere frainteso di termini di mercanzie, o altri carichi consueti, e che, allorché essere stato allestito qual di consueto dall’attento giudizio del loro saggio capitano, era stato altresì attentamente organizzato dal loro improprio mecenate, includendo, all’atto pratico, all’interno del pur vasto spazio del medesimo, soltanto una cella, e una cella di massima sicurezza entro i confini della quale, al termine di quella missione, loro compito sarebbe stato quello di imprigionare il loro obiettivo, per poterlo ricondurre, in tutta comodità, sino a Loicare. In accordo alle parole di Pitra Zafral, quel container, e quella cella, avrebbero infatti avuto a dover essere considerati qual i più importanti ritrovati della tecnologia di Loicare nell’ambito carcerario, ragione per la quale soltanto uno sciocco avrebbe ignorato la fortuna concessagli nel poter analizzare tutto ciò con assoluta calma, con quieta attenzione, nella piena consapevolezza di quanto, presto o tardi, a sua volta avrebbe potuto finire per l’essere ospitato all’interno di una simile sistemazione, nel momento in cui la sorte fosse girata malamente. E giacché né Midda, né tantomeno Duva o Lys’sh, oltre a essere pienamente consapevoli di quanto avrebbero lì avuto a doversi considerare quali le prime tre sulla lista nera dell’accusatore, erano solite volersi considerare sciocche; in quegli ultimi giorni, una buona parte del rispettivo tempo a bordo della nave, nel corso di quel viaggio, non avrebbe potuto che essere destinato anche a quell’analisi, a quello studio, a tentare di carpire quanti maggiori segreti possibili da quella cella e dai suoi sistemi di sicurezza, nella speranza di individuarne eventuali debolezze e, in ciò, di avere possibilità di sfruttarle, al momento più opportuno.
Nulla di pericoloso, quindi, tale da giustificare tanta enfasi da parte dei pargoli. E, ciò non di meno, un’enfasi, quella così a lei offerta, verso di lei dimostrata, che non avrebbe potuto ovviare a compiacere la Figlia di Marr’Mahew, nel momento in cui, comunque, al pari di qualunque madre, mal avrebbe potuto sopportare, mal avrebbe potuto accettare, una qualunque, eventuale dimostrazione di disinteresse da parte dei due pargoli, di quei due figli che, pur entrati sol di recente nella propria esistenza quotidiana, sentiva di amare non meno di quanto mai avrebbe potuto amare il frutto del proprio grembo, se non, forse, persino di più. E, forse, persino di più non per una stereotipata ed egocentrica iperbole, tal da considerare necessariamente più importante, più rilevante, ogni evento della propria vita rispetto a quella propria di chiunque altro attorno a sé; quanto nella ferma consapevolezza di quanto, in effetti, le incredibili dinamiche alla base del loro incontro, e dello sviluppo di quel rapporto genitrice-figli, avrebbero avuto a doversi comunque considerare estranee a qualunque barlume di normalità, e necessariamente tali da caratterizzare ogni cosa, fra loro, da una forte componente di razionale decisione tal da rendere egualmente desiderata ella, qual madre, dai due bambini ed essi, qual figli, dalla donna… in termini allor abitualmente altresì estranei a quelli propri di una consueta gravidanza, fosse anche e soltanto per la reciprocità allor imprescindibile.

« Bambini! » sorrise quindi ella, richiamata a loro dalle loro voci, dal loro dolcissimo coretto inneggiate a quella maternità da lei mai sperata, nella quieta consapevolezza della sterilità del proprio stesso grembo, altro amabile dono della propria trapassata sorella « Come state? » domandò, appoggiando la forchetta a lato, pulendosi velocemente le labbra su un tovagliolo, per subito voltarsi ad accoglierli, nella volontà di stringerli a sé, a ricambiare, con sentimento sincero, tutto quell’incredibile amore incondizionato del quale essi l’avevano resa destinataria « Vi siete divertiti questa mattina con vostro padre…?! » soggiunse subito dopo, schioccando un bacione cadauno prima di ritrarsi appena per osservarli e per volgere, anche, lo sguardo al proprio amato ex-locandiere, da qualche mese promosso, quasi a propria insaputa, al ruolo di padre, in un’evoluzione che, ovviamente, alcuno di loro avrebbe mai potuto prevedere e che pur era così occorsa e occorsa per entrambi.
« E’ stata una mattina bellissima! » esclamò Tagae, il maschietto, quasi saltellando sul posto nella frenesia del momento, a dimostrare tutto il proprio entusiasmo per il tempo trascorso insieme alla propria nuova figura paterna « Papà ci ha raccontato tutto di Kriarya… della sua storia, dei suoi lord e lady, e delle loro dinamiche di potere interne. »
« Ci ha parlato anche della locanda! » incalzò Liagu, la femminuccia, non desiderando essere posta da parte in quel momento di confronto con loro madre « Ci ha disegnato la pianta originale, ci ha spiegato cosa è andato perduto quando tu le hai dato fuoco, e ci ha poi raccontato di tutte le nuove cose che potremo vedere quando, finalmente, torneremo a casa… »
« Ah… ma che bello! » sorrise, non senza una certa forzatura, la Figlia di Marr’Mahew, colta, in verità, un po’ in contropiede da quell’annuncio, e da quell’annuncio del tutto inatteso, non avendo mai affrontato prima quel discorso con Be’Sihl e, francamente, non desiderando avere a doverlo affrontare proprio in quel momento, proprio a confronto con la già pessima situazione nella quale avrebbero avuto a dover essere riconosciuti essere « Però vostro padre avrebbe dovuto continuare a proporvi i vostri esercizi di matematica… e non mettersi a parlare di storia, e della storia kofreyota. »
« Ehm… tutto è nato come un esercizio di matematica in effetti. » commentò Be’Sihl, decidendo di prendere voce prima che i due piccoli potessero scavargli involontariamente la fossa con le loro spiegazioni quantomeno imprecise « Dovevamo imparare a calcolare le superfici e i volumi… e, come fai sempre tu, ho voluto portare loro un esempio pratico. » spiegò o, per meglio dire, tentò di giustificarsi, prima di piegarsi in avanti per spingersi a ricercare quantomeno un fuggevole bacio sulle labbra di lei.
« Splendida idea, amore. » continuò a sorridere con fare straordinariamente forzato, che, allora, ebbe a risultare evidente non soltanto allo stesso Be’Sihl, il quale immediatamente aveva colto anche il precedente, ma anche a tutti gli altri presenti, ossia Thaare e i due bambini « Veramente una splendida idea. » ripeté, benché il tono della sua voce stesse suggerendo una declinazione meno positiva per la sua valutazione di merito su quanto così occorso in sua assenza.

martedì 14 agosto 2018

2637


« Senti… bambina. » prese quindi voce rivolgendosi all’attenzione della donna guerriero, non riuscendo più a mantenere il silenzio « Lunghi da me voler sollevare critica al nostro beneamato e indomito condottiero, ma credo proprio che sia sufficiente un comportamento infantile alla volta qui sulla Kasta Hamina. » dichiarò, in indiretto riferimento, e quieta critica, all’approccio proprio del capitano, in tal senso esprimendosi non per mancanza di coraggio ad affrontare direttamente la questione con lui, quanto e piuttosto per desiderio di coerenza, nel non volerla, anzi, affrontare in sua assenza « Quindi, per cortesia, fino a quando lui vorrà precettare l’opportunità di proseguire a muoverti in certi termini, potresti quantomeno tornare a comportarti come hai sempre fatto…? Perché questa tua nuova versione, timorosa di tutto e di tutti, francamente, si addice poco sia a una donna della tua età, sia, in particolare, a una donna tuo pari. »
« Sono confusa… » replicò Midda Bontor, aggrottando appena la fronte e accomodandosi a tavola, ad aver occasione di consumare il proprio pasto « … devo considerarmi una “donna della mia età” oppure una “bambina”? Perché le due questioni, credo, volgano in leggera contrapposizione. » sorrise appena ironica, ma mai sarcastica, qual non si sarebbe potuta permettere di essere nei confronti di Thaare, non in generale, e non, soprattutto, nel ben comprendere quanto ella, in tal senso, stesse allor impegnandosi a parlare soltanto per offrirle il proprio aiuto, il proprio sostegno, con una premura semplicemente adorabile.

In effetti, e a dispetto dell’asserzione appena promossa, la donna da dieci miliardi di crediti non avrebbe potuto in alcuna maniera fraintendere la volontà della propria interlocutrice nel definirla in tal modo, nel rivolgersi a lei chiamandola “bambina”.
Volontà, quella di Thaare, che, allora, non avrebbe avuto a celare un qualche tentativo volto a sminuirla nel proprio ruolo, e nella propria maturità, ma semplicemente motivata dal fatto di come, malgrado soltanto una decina d’anni le dividessero, la maggiore maturità della cuoca, sotto molti aspetti diversi, primo fra i quali il suo essere realmente madre benché ancora non avessero avuto occasione di conoscerne i figli, avrebbe avuto a poterle concedere di avere la possibilità di confrontarsi con lei quasi qual una madre con sua figlia. Un comportamento il quale, ovviamente, non avrebbe avuto a doversi lì riconoscere qual un’esclusiva a vantaggio, o discapito, della stessa donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, quanto e piuttosto un approccio comune, per così come Thaare non avrebbe mancato di offrire nei riguardi di ogni elemento dell’equipaggio, neppur escludendo l’anziano dottor Roro Ce’Shenn, sovente più immaturo rispetto a qualunque possibile interlocutore, soprattutto se di sesso femminile, e lo stesso capitan Rolamo, fondamentalmente suo coetaneo.
In ciò, quindi, complice il proprio ruolo, e complice la propria vita privata, Thaare avrebbe avuto, in buona sostanza, a potersi considerare la madre di tutti a bordo della Kasta Hamina, una madre, soprattutto, nei momenti in cui, come allora, sarebbe stato utile che qualcuno avesse a richiamare all’ordine qualcuno dei suoi figli, per ricondurlo al giusto giudizio…

« Non fare la furbetta…! » la rimproverò aggrottando appena fra fronte, e offrendo una piccola smorfia con le labbra, nel mentre in cui non mancò di porle innanzi un piatto di spezzatino caldo, accompagnato da morbide patate fumanti « Credi forse che i tuoi amichetti, nel tuo mondo, potrebbero ancora indicarti con un titolo altisonante come quello di “Figlia di Marr’Ma-coso”, innanzi al tuo comportamento in questi giorni?! » la volle provocare, tentando senza successo di scandire quell’appellativo comunque lì a bordo fondamentalmente privo di significato, ma che, nel mondo dal quale la donna guerriero proveniva, avrebbe avuto a dover essere considerato un importante riconoscimento per lei, nel suggerire un mitologico legame fra lei e la dea Marr’Mahew, signora della guerra.
« Marr’Mahew… » puntualizzò Midda, offrendole un tranquillo sorriso nel mentre di quella correzione, osservando il piatto e non potendo ovviare a domandarsi cosa avrebbe pensato Be’Sihl di quella dieta, a base di proteine e carboidrati, e del tutto priva delle verdure che, con tanta passione, egli aveva sempre cercato di aggiungere ai suoi pasti, almeno sino a quando non era stato costretto ad assumere il ruolo di padre e, in ciò, a doversi iniziare a preoccupare anche di qualcun altro oltre a lei… qualcun altro che, speranzosamente, avrebbe dovuto raggiungerla lì in mensa insieme allo stesso suo amato a breve.
« Marr’Mahew… Marr’Ma-coso… poco importa, tanto più che essere la figlia della dea della guerra, in questi giorni sembri la figlia della dea dell’imbarazzo. » semplificò l’altra, cercando di scuoterla da quell’insopportabile apatia « So bene che Lange ti considera responsabile per quanto sta accadendo… e so bene che tu stessa non puoi evitare di considerarti responsabile per quanto sta accadendo… ma, bambina, questa è la vita! » proseguì, nell’offrire la propria personale interpretazione, il proprio punto di vista, sugli eventi dei quali avrebbero lì avuto a doversi considerare tutti protagonisti, più o meno attivi « A volte si vince, altre si perde. A volte ci si può permettere di fare quello che si vuole, a volte si è costretti a fare qualcosa che non si vuole. I tuoi genitori non ti hanno mai imposto qualche divieto, quando eri piccola…?! » la domandò, a voler dimostrare l’esistenza di un precedente, e di un precedente utile a giustificare la possibilità di volgere buon viso a cattivo gioco anche in quel momento.
« Oh… sì. Non molti, devo essere sincera… ma le regole della casa c’erano anche nella mia famiglia. » sorrise l’altra, infilzando sulla punta della forchetta un pezzo di carne e soffiandoci sopra delicatamente, prima di accostarlo alle labbra a valutarne la temperatura e decidere, in ciò, di attendere, non potendo poi fare a meno di concedersi una piccola risatina nel ritrovarsi costretta ad aggiungere « … e le poche regole esistenti, in buona sostanza, le ho sempre infrante tutte. »
« Ah-ahh… ora capisco. » annuì Thaare, socchiudendo appena gli occhi « Una piccola ribelle a cui è sempre stato concesso di compiere tutto ciò che desiderava senza conseguenze. Ecco chi sei… »
« Beh… no. » cercò di giustificarsi l’altra, addentando il boccone e concedendosi, in tal maniera, tanto il tempo di masticare, quanto quello di elaborare una risposta adeguata « Se c’è una cosa che la vita mi ha insegnato a fare, è proprio quella di farmi carico delle conseguenze delle mie azioni. » puntualizzò, levando appena la mano destra, in freddo e insensibile metallo cromato, lì inutile nel confronto con le posate e con il pasto in generale, e, altresì, utile a esemplificare il suo intimo rapporto con l’idea di conseguenza negativa di una scelta sbagliata, qual, molti anni prima, decenni addirittura, era stata quella che l’aveva vista sottovalutare la reazione della propria gemella all’idea dell’abbandono impostole nel momento in cui, a soli dieci anni, era scappata di casa.
« Fole. » scosse il capo la cuoca, ritraendosi appena da lei solo per poter tornare in cucina a riempire la brocca del vino, nell’essersi resa conto di quanto, allora, avesse a doversi riconoscere spiacevolmente vuota « Se davvero fossi così abituata a farti carico delle conseguenze delle tue azioni, non reagiresti in questo modo. » dichiarò, alzando la voce e a lei rivolgendosi, in tal senso, dal locale attiguo « Il tuo è il comportamento di chi non ha mai avuto a doversi confrontare con un boccone amaro e che, ora, sta facendo di una banalità qual quella che ci è accaduta un dramma terrificante… »
« Magari il mio problema fosse quello… » sospirò Midda Bontor, escludendo tristemente quell’interpretazione degli eventi, che pur avrebbe potuto avere il proprio valore, almeno dal punto di vista della cuoca, e, ciò non di meno, cercando di far cadere lì il discorso, non desiderando andare a rivangare ricordi troppo negativi del proprio passato.

Proprio malgrado, la crisi che aveva colto la Figlia di Marr’Mahew in quegli ultimi giorni, sicuramente alimentata anche dal giusto comportamento di Lange a suo discapito, non avrebbe potuto che riconoscersi qual motivata dalla tragica memoria di tutto il dolore, e di tutta la morte, che, da sempre, aveva contraddistinto gli equipaggi dei quali si era mai voluta sentir parte, nel rispetto di quella maledizione un tempo a suo discapito scagliata dalla sua stessa gemella. Maledizione che, allora, non avrebbe potuto ovviare ad aver timore avrebbe iniziato ad agire anche in contrasto alla salute, all’esistenza in vita, dei membri della Kasta Hamina, conducendoli, uno a uno, a prematura morte.

lunedì 13 agosto 2018

2636


« Bontor… » salutò con apparente cortesia, ma sostanziale freddezza, il capitano Lange Rolamo, comproprietario della Kasta Hamina insieme alla propria ex-moglie Duva Nebiria, levandosi nel contempo di ciò in piedi e allontanandosi dalla mensa senza aggiungere altro, nel reiterare un comportamento con il quale, ormai, tutti a bordo della nave avrebbero avuto a doversi considerare purtroppo confidenti, e che, tuttavia, ogni volta non avrebbe potuto ovviare a risultare quantomeno infantile, se non, più direttamente, assurdo nel ben considerare quanto, in fondo, avessero a doversi considerare, metaforicamente e letteralmente, tutti a bordo della medesima barca… o nave, e, in questo, uniti in un comune destino, positivo o negativo esso avrebbe avuto a potersi dimostrare.
« … ancora…?! » sussurrò la cuoca Thaare Kir Flann, levando gli occhi al cielo a palesare sempre maggiore difficoltà di sopportazione di tutto ciò, soprattutto nel momento in cui, simile sceneggiata, avesse a prevedere la propria area di competenza qual passivo teatro.

Midda, cogliendo il commento della corpulenta cuoca, non poté che sorriderle, e chinare appena il capo, in una quieta dimostrazione di gratitudine verso di lei, in un sentimento più che doveroso laddove, in fondo, non soltanto non avrebbe potuto pretendere molto qual ultima arrivata a bordo della Kasta Hamina, ma, ancor peggio, avrebbe potuto essere giustificatamente osteggiata da tutti qual concreta responsabile di quanto accaduto, e di quanto imputatole, in tal silenzioso antagonismo, dal capitano. Osteggiata da tutti, e da tutti coloro i quali, al pari dello stesso Lange Rolamo, avrebbero avuto a doversi allor fondamentalmente considerare quali prigionieri a bordo della propria stessa nave, e avrebbero avuto a doversi considerare ciò soltanto per sua responsabilità. Fortunatamente per la donna dagli occhi color ghiaccio, e a dispetto di quanto altresì promosso da parte dello stesso Lange, Thaare non avrebbe avuto comunque a dover essere considerata la sola quietamente disposta a dimostrarle ancora fiducia e, in tal senso, a non imputarle alcuna colpa per quanto stava accadendo.
In effetti, anzi, solo Lange Rolamo aveva aderito a quella silenziosa iniziativa di antagonismo alla propria stessa responsabile della sicurezza, prima di tutto ovviando in ogni modo possibile a incrociare i propri passi con quelli di lei, benché le dimensioni della loro classe libellula avrebbero avuto a doversi considerare così contenute da non prevedere particolari margini di manovra a bordo della nave stessa, e, in secondo luogo, allontanandosi rapidamente da lei in quelle situazioni nelle quali fosse stato raggiunto da parte della medesima in contesti nei quali non avrebbe potuto rimproverarla di nulla, come, nella fattispecie, nell’arrivo della donna guerriero all’interno della mensa. Non che, in effetti, egli non avesse comunque cercato di minimizzare l’occorrenza di un incontro anche lì, modificando i propri orari e anticipando di quasi mezz’ora i pasti, in termini che non avrebbero potuto ovviare a innervosire ancor maggiormente l’unica signora e padrona della cambusa, delle cucine e della mensa della Kasta Hamina: Thaare Kir Flann.

« E dire che, con tutti quei capelli grigi e bianchi in testa, dovrebbe aversi ormai a potersi considerare un uomo sufficientemente saggio per non ricadere in tanto semplici, quanto stupide, perversioni mentali. » sospirò la cuoca, non negandosi la possibilità di commentare ancora, e commentare negativamente, quel comportamento « Al tuo posto, io un ceffone gliel’avrei già mollato… » soggiunse poi, strizzando l’occhio verso Midda Bontor.

E benché, ovviamente, simili commenti non avrebbero potuto rinfrancarle l’anima, nel confermarle, e nel confermarle in maniera esplicita e diretta, quel supporto, quel sostegno del quale, pur, non avrebbe potuto ovviare ad abbisognare per riuscire a mantenere ancora la schiena dritta e la fronte alta all’interno della Kasta Hamina; la donna da dieci miliardi di crediti non riuscì a fare altro che a sorridere imbarazzata in direzione di Thaare, dimostrando un pudore che, su di lei, avrebbe avuto a doversi considerare addirittura stonato. Perché se un qualche termine avesse avuto a non poter essere attribuito a Midda Namile Bontor, tale termine sarebbe certamente stato quello di vana pudicizia. E di una pudicizia, allora, volta a imporle di tacere, e di mostrarsi persino scandalizzata all’idea di poter reagire nei confronti di qualcuno… e di Lange Rolamo, nella fattispecie.
Nel corso della propria esistenza, infatti, Midda Bontor aveva sempre voluto vivere ogni singolo istante della propria vita seguendo soltanto una regola, ossia quella di vivere libera, e di vivere libera qual unica, reale padrona del proprio destino, qual unica, vera autrice della propria sorte. E in tal senso non si era mai riservata alcun genere di inibizione, fisica o mentale, innanzi a niente e a nessuno, amando chiunque desiderasse amare e agendo in qualunque maniera desiderasse agire, sino a spingersi a combattere letteralmente nuda, non animata da una qualche particolare velleità di provocazione, quanto e piuttosto perché, in quelle particolari situazioni, del tutto disinteressata a una banalità come il proprio vestiario, nell’avere piuttosto a dover concentrare i propri pensieri, i propri sforzi, soltanto sulla battaglia innanzi a sé.
Alla luce di tutto ciò, e nella consapevolezza di qual genere di persona normalmente ella fosse, l’essere allor vista, da parte dell’intero equipaggio della Kasta Hamina, in quell’inedita, e bizzarra versione di sé, non avrebbe potuto ovviare a risultare strano. Molto strano. Troppo strano per non risultare motivo di chiacchiera. A iniziare dalle persone a lei più vicine, come Be’Sihl, Duva e Lys’sh, e via via estendendosi al resto dell’intero equipaggio. Chiacchiere a confronto con le quali, tuttavia, ella non avrebbe potuto ancora che reagire con un mero sorriso, in un senso di frustrante sconfitta qual quello che, proprio malgrado, le era stato imposto da Pitra Zafral con il proprio sgradevole ricatto.
Non che l’accusatore dell’omni-governo di Loicare, in verità, fosse stato il primo a tentare di ricattarla, nell’essere stato preceduto, nel corso del tempo, in epoche estremamente recenti, così come in periodi decisamente più distanti nel tempo, da numerosi predecessori. Ciò non di meno, fra tutti, Pitra Zafral avrebbe avuto a dimostrare un sgradevole forza dalla propria parte: la forza di chi, per agire in tal senso, non aveva preso in ostaggio qualcuno di a lei vicino, minacciandolo di morte, ma, semplicemente, aveva interconnesso il suo fato a quello di tutte le persone a lei più prossime, legando, pertanto, il suo successo a un successo per tutti e il suo fallimento a un fallimento per tutti e, in ciò, vincolando come mai nessuno prima quell’irrinunciabile senso di libertà da lei da sempre promosso qual proprio. Così, nel momento in cui ella si ritrovò a essere silenziosamente accusata da buon capitano Rolamo di aver tradito, e di aver tradito tutti loro, la loro fiducia, nell’aver negato a tutti loro quella libertà a tutti cara, simile accusa, tale responsabilità, non avrebbe potuto essere da parte sua così semplicemente banalizzata come, per esempio, la stessa Thaare stava lì tentando di compiere, nel dimostrarsi a lei solidale.
E giacché, al di là del proprio ruolo di cuoca, Thaare Kir Flann avrebbe avuto a dover essere considerata, probabilmente, qual una delle persone con maggiore esperienza di vita, e di relazioni umane, rispetto a chiunque altro lì a bordo, quel donnone dal sorriso bonario, e dall’approccio a volte burbero e pur sempre materno, non avrebbe potuto in alcun modo fraintendere il senso di quell’assurdo pudore della donna guerriero. Motivo per il quale, stringendo le labbra e scuotendo appena il capo, ebbe a esprimere, in tal maniera, tutta la propria contrarietà anche verso di lei, e verso quella sua assurda rassegnazione, una rassegnazione che, allora, non avrebbe potuto che apparire priva di qualunque significato, giacché l’unica sconfitta che ella avrebbe potuto accusare di aver subito, in ciò, sarebbe stata quella con se stessa, nel starsi concedendo, proprio malgrado, di vivere tutto quello con tanta negatività, laddove, al più, avrebbe avuto soltanto a dover esservi rabbia, e rabbia a discapito di quell’arrogante di Pitra Zafral e di tutto l’omni-governo di Loicare alle sue spalle.
Ma se pur, sino a quel momento, ella aveva taciuto, innanzi a quell’ennesimo, ciclico, circolo vizioso fra le quiete aggressioni di Lange e i modesti ripieghi di Midda, quel giorno, evidentemente, Thaare ebbe a riconoscersi ormai ben oltre il proprio limite di sopportazione, al punto tale da non potersi più concedere opportunità alcuna di tacere…

domenica 12 agosto 2018

2635


La prima volta che Midda Namile Bontor, donna da dieci miliardi di crediti, aveva proprio malgrado incontrato Reel Bannihil era stato più di un anno prima, a Thermora, una fra le più importanti città del quarto pianeta del sistema binario di Fodrair.
Inizialmente presentatosi qual suo supposto alleato e ipotetico salvatore, avendola soccorsa quando ella si era ritrovata gravemente ferita in conseguenza a una vile aggressione a opera uomini appartenenti alla temibile Loor’Nos-Kahn, una vasta organizzazione pseudo-militare e criminale interplanetaria in contrasto alla quale si era allora inconsapevolmente posta per la salvezza di Tagae e Liagu, la coppia di orfani da essi trasformati in armi di distruzione di massa che, di lì a breve, avrebbe iniziato a considerare al pari di propri figli, finendo con l’adottarli; Reel si era poi dimostrato un traditore al soldo della stessa Loor’Nos-Kahn, avente il compito di tenerla sotto controllo e di aiutarli, a propria insaputa, a ritrovare i due piccoli fuggiaschi, imponendole di essere vittima del falso convincimento di una loro nuova ricattura e consegnando, in tal maniera, tanto ella, quanto i due pargoli da lei ritrovati, all’organizzazione criminale dalla quale tanto si erano impegnati per tentare di fuggire. Un tradimento, quello proprio dell’uomo dai folti e lunghi capelli castani, dagli occhi di intenso color blu e dal comportamento proprio di chi, in fondo, consapevole del proprio fascino, che pur da lei non venne ovviamente tollerato, e che lo vide, in tal maniera, essere da lei ucciso, ed essere ucciso in maniera freddamente rabbiosa, nel vedersi spezzare l’osso del collo da un movimento netto della sua destra in lucente metallo cromato, quella protesi in grazia alla quale ella avrebbe potuto essere in grado di sollevare persino mille libbre di peso e che non ebbe a provare pietà alcuna per quel viscido verme.
Fu proprio a seguito di quella cattura, e del trasporto della stessa Midda Bontor insieme ai due pargoli sino al Mercato Sotterraneo, laddove avrebbero avuto a dover essere venduti al miglior offerente, che alla donna guerriero dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco venne così imposto quello straordinario prezzo, dieci miliardi di crediti, tanto quanto un ignoto compratore sarebbe stato disposto a spendere per riservarsi i suoi servigi: servigi che, comunque, non ebbero a essere offerti, giacché, in tale occasione, proprio dallo stesso Reel Bannihil, misteriosamente redivivo, ella venne liberata, in uno sviluppo sicuramente piacevole degli eventi per il quale, tuttavia, non volle ringraziarlo se non con un lungo pugnale infilato a forza nel bel mezzo del suo cuore, nella sola speranza, in tal maniera, di avere una qualche possibilità di liberarsi definitivamente di lui. Speranza, tuttavia, rivelatasi vana, giacché, di lì a breve, egli avrebbe fatto la propria ricomparsa quasi nulla fosse accaduto, ancora una volta offrendosi di aiutarla, e, in tal maniera, di riservarsi possibilità di ammenda per il torto che egli le aveva così spiacevolmente imposto. Alla terza occasione, proprio malgrado, la donna guerriero aveva alfine accettato di concedere all’uomo una possibilità di espiazione, complice l’evidente impossibilità, per lei, di riuscire ad ammazzarlo o, quantomeno, ad ammazzarlo in maniera duratura, in un genere di frustrazione che, da parte propria, ella non aveva più provato dai tempi in cui il proprio mai amato sposo, il semidio immortale Desmair, avrebbe potuto vantare un proprio corpo distinto da quello del suo altresì estremamente amato Be’Sihl, nella mente del quale aveva trovato rifugio la sua malvagia coscienza un attimo prima della propria speranzosamente definitiva morte a opera della violenza dei colpi impostigli dal suo divino genitore Kah.
Con l’aiuto di Reel Bannihil, amico, nemico, e nuovamente amico, Midda Bontor era stata alfine effettivamente in grado di raggiungere i propri figli adottivi, in una sequenza complicata di sviluppi tali per cui, tuttavia, si era poi ritrovata costretta ad abbandonare rapidamente il Mercato Sotterraneo per sfuggire alla Loor’Nos-Kahn, evasione allora concessale da un’insana alleanza con il capitano di una nave pirata, la splendida Lles Vaherz.
Tale, quindi, era stato l’ultimo incontro che ella aveva avuto con Reel Bannihil, la reale natura del medesimo non le era mai stata realmente chiara, non soltanto in riferimento a quella sua ostinata avversione alla morte, quant’anche nel merito del proprio effettivo coinvolgimento con la Loor’Nos-Kahn, della quale era stato palese collaboratore, e, ciò non di meno, altrettanto palese avversario, nella bizzarra alternanza di alleanze che, in tutto ciò, aveva voluto rendere propria. Tale, ancora, era stato l’ultimo incontro che ella avrebbe voluto avere con Reel Bannihil, la fascinosa ambiguità del quale non avrebbe potuto ovviare a irretirla, in termini che, in tutta onestà con se stessa, sino a qualche anno l’avrebbero vista trascorrere ben volentieri qualche ora a letto insieme, e che pur, ora, non avrebbero potuto ovviare a infastidirla, e a infastidirla nella fedeltà che, altresì, ella desiderava tributare al buon Be’Sihl Ahvn-Qa, colui che, a lei, aveva votato tutta la propria esistenza, e che ella, obiettivamente, amava così come mai aveva avuto occasione di amare altri nel corso della propria vita, pur non essendosi fatta mancare, in esso, molteplici amanti.
Proprio malgrado, però, qualcosa era accaduto nelle ultime settimane. E, senza alcuna particolare ragione di entusiasmo da parte sua, ella aveva avuto a dover accettare l’idea che Reel Bannihil potesse tornare a far parte della propria esistenza. Giacché da lui, o, meglio, dalla sua cattura, sarebbe allor dipeso il destino proprio, del proprio amato, dei loro figli, e di tutti i loro amici, l’equipaggio della Kasta Hamina, la nave a bordo della quale, ormai, essi vivevano da più di due anni.
Il suo mai conosciuto acquirente, colui per acquisire la quale si era dimostrato disposto a spendere addirittura dieci miliardi di crediti, infatti, poche settimane prima si era premurato di rivelare la propria identità, e di rivelarla, addirittura, attraverso la voce dell’accusatore Pitra Zafral, uno dei più importanti, e temuti, magistrati del vasto dominio del sistema di Loicare: un intermediario, un ambasciatore, per quella rivelazione, tutt’altro che casuale, giacché, in effetti, a tentare di acquisire al Mercato Sotterraneo la donna guerriero era stato addirittura lo stesso omni-governo di Loicare. E benché Midda Bontor avesse lasciato la tranquillità dei confini del proprio pianeta meno di tre anni prima, o, per come si era soliti indicare da quelle parti, meno di tre cicli prima, la sua squisita attitudine ai guai non le avrebbe negato la possibilità di vantare dei trascorsi anche con lo stesso Pitra Zafral e con la giustizia di Loicare: giacché, proprio a Loicare giunta sulle ali della fenice all’inizio del proprio viaggio fra le stelle, ella aveva avuto immediatamente a venire alle mani con un gruppo di marinai ubriachi, i quali avevano spiacevolmente sottovalutato la pericolosità della prosperosa donna nuda in ciò apparsa improvvisamente innanzi ai loro sguardi, salvo, alfine, comprendere nella maniera più dolorosa possibile il proprio sbaglio.
Purtroppo, laddove nel proprio mondo nulla di tutto quello avrebbe avuto a interessare alcuno, tantomeno un magistrato, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco aveva presto avuto occasione di scoprire quanto, proprio malgrado, in pianeti soliti considerarsi civili e tecnologicamente progrediti, e tali da giudicarla, altresì, una violenta barbara ignorante, non sarebbe stato considerato ammissibile per una donna riempire di botte i propri potenziali stupratori, in un senso della giustizia che, dal proprio punto di vista, non avrebbe avuto a doversi riconoscere invero tanto civile. E così, la donna guerriero aveva esordito innanzi agli occhi della giustizia di Loicare nel peggiore dei modi possibili, trovando soltanto motivazione di peggiorare la propria posizione in quella che, subito dopo, ebbe a essere una reazione istintiva a discapito dello stesso Pitra Zafral, e del suo comportamento sempre più imperiosamente aggressivo nei propri confronti. Ragione per la quale, alla fine, ne era uscita con una condanna ai lavori forzati… condanna che, poi, paradossalmente aveva mutato il corso degli eventi soltanto in positivo, nel concederle, in maniera del tutto imprevista e imprevedibile, l’incontro con due donne straordinarie, Duva Nebiria e Har-Lys’sha, destinate a divenire le sue due nuove migliori amiche, sorelle d’arme, e, ancor più, destinate ad affrontare accanto a lei numerose, nuove avventure fra quelle infinite distese siderali.
Il ritorno di Pitra Zafral nella propria vita, tuttavia, non aveva soltanto e improvvisamente riportato al presente eventi passati, ma anche, e ancor più, imposto su di lei e sulle sue amiche, sulla sua famiglia, e sull’intero equipaggio della Kasta Hamina, uno sgradevole ricatto. E un ricatto volto ad assicurare la loro collaborazione o il loro ritorno, e questa volta per sempre, ai lavori forzati, in un crescendo di accuse, non tutte ingiustificate, che nel frattempo si erano aggiunte alle loro fedine penali.
E così, proprio l’omni-governo di Loicare avrebbe avuto a doversi considerare, paradossalmente, il nuovo mecenate di colei che, per gran parte della propria vita, aveva vissuto come mercenaria. E, nel proprio ruolo di mecenate, proprio l’omni-governo di Loicare aveva richiesto loro di rintracciare e di catturare l’uomo apparentemente incapace a morire… Reel Bannihil.

sabato 11 agosto 2018

2634


Lange Rolamo era irrequieto. Era irrequieto ed era certo che una nuova ulcera stesse iniziando a bucargli lo stomaco, per effetto di quella straordinaria accoppiata che, proprio malgrado, avrebbe avuto a doversi riconoscere nella coppia formata fra la propria ex-moglie e la propria responsabile della sicurezza, quella donna che ormai, a distanza di due anni, non avrebbe più avuto senso a definire “nuova” responsabile della sicurezza per quanto, una parte di lui, non avrebbe potuto ovviare a continuare a considerarla qual di troppo su quella nave, sulla sua nave. Non che, in verità, il tempo da lei trascorso a bordo della stessa nave avesse a doversi riconoscere qual effettivamente incisivo per le dinamiche della vita di bordo, nell’aversi a riconoscere, obiettivamente, più sovente lontana dalla Kasta Hamina che realmente intenta a offrire servizio nel proprio supposto ruolo o, quantomeno, in quel ruolo che a lei era stato autonomamente affidato dall’unica, altra proprietaria della nave oltre a lui.
Lange Rolamo era irrequieto. Era irrequieto ed era arrabbiato con se stesso per essersi lasciato convincere proprio da Midda Bontor ad acconsentire alla partecipazione, a quella missione ipoteticamente innocua, di sua moglie, di sua moglie Rula, che, egoisticamente, avrebbe preferito potesse continuare a restare ben lontana da Duva e dall’influenza certamente nefasta del suo giro d’amiche, così come era stato sino a quel momento, e che pur, razionalmente, sapeva non avrebbe potuto escludere per sempre da ogni rapporto con loro, non, per lo meno, nel sin troppo ristretto spazio proprio della loro piccola nave classe libellula. Oltretutto, egli non avrebbe potuto che dirsi oggettivamente stremato dai continui atti di insubordinazione propri di Duva e, nella maggior parte dei casi, atti a recare offesa, in maniera più o meno esplicita, proprio a Rula e, in ciò, quando la propria responsabile della sicurezza era giunta a lui per proporgli quell’esperienza, e quell’esperienza di gruppo con il dichiarato intento di permettere, in tal maniera, di superare quell’assurda inimicizia esistente fra le sue due mogli, l’ex e l’attuale, il buon capitano non aveva potuto ovviare a lasciarsi tentare da tale prospettiva, e dalla prospettiva, in ciò, di poter iniziare a vivere più serenamente la propria quotidianità a bordo della Kasta Hamina, senza dover, in ciò, continuamente discutere con il proprio primo ufficiale al solo scopo di pretendere, da parte sua, un minimo di rispetto per la propria sposa. Ma quella che, nell’immediato, era apparsa una buona idea, con il passare del tempo non poté iniziare ad assumere i contorni di una pura e semplice idiozia, destinata a non condurre a nulla di buono… anzi.
Lange Rolamo era irrequieto. Era irrequieto ed era intimorito, e intimorito all’idea di cosa sarebbe potuto accadere, di cosa stava accadendo o, forse, era già accaduto, nel lasciare sole Duva e Midda, nonché la loro amica chimera, che pur fra tutte avrebbe avuto forse a doversi riconoscere qual la più equilibrata, e la propria piccola Rula. Così, nel mentre in cui una parte della sua mente, più timorosa e paranoica, non avrebbe potuto ovviare a suggerirgli scenari terrificanti di orridi scherzi orditi da parte delle tre a discapito dell’innocente loro affidata, in quello che avrebbe potuto rivelarsi essere semplicemente un malevolo piano ordito al solo scopo di liberarsi una volta per tutte di Rula; un’altra parte, più razionale, non avrebbe potuto che ricordargli quanto, malgrado ogni pur indiscutibile difetto, Midda Namile Bontor avrebbe avuto a doversi considerare una donna d’onore, e, in quanto tale, certamente mai si sarebbe potuta prestare a qualcosa del genere, non dopo aver dichiarato, in fede, di voler agire in direzione esattamente opposta. Ma qual avrebbe avuto a doversi considerare tale direzione…? E se, alla fine, per appianare le distanze fra Duva e Rula, quella barbara dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, null’altro avrebbe compiuto se non trasformare Rula nell’ennesima replica di quel medesimo modello di donna che già troppo sembrava star andando di moda a bordo della Kasta Hamina, e che avrebbe reso, di conseguenza, il suo terzo e attuale matrimonio qual un’orrenda rievocazione del suo secondo matrimonio?!
Lange Rolamo era irrequieto. Era irrequieto e nel momento in cui la voce di Ragazzo lo raggiunse nello sgabuzzino che egli era solito considerare il proprio ufficio personale, non poté ovviare a sobbalzare sulla propria poltrona, per quanto l’interfono ebbe allora a coglierlo di sorpresa…

« Capitano… qui plancia. » dichiarò il tuttofare della Kasta Hamina, l’elemento più giovane che tutti loro erano abituati da sempre ad apostrofare semplicemente come Ragazzo, al punto tale da essersi forse persino dimenticati del suo vero nome « Credo sia meglio che tu venga qui. » suggerì poi, non attendendo neppure la conferma, invero quasi sempre retorica, della disponibilità all’ascolto.
« Qui Rolamo. » rispose allora il capitano, ben lieto che nessuno fosse presente a vederlo reagire in tal scomposta maniera a quella semplice voce « Che accade…? » cercò dettagli, non volendo lasciar trasparire la propria irrequietezza e, ciò non di meno, non potendo ovviare a vivere negativamente quel richiamo, in una sorta di divina conferma dei propri dubbi, delle proprie perplessità, delle proprie paure.
« Vieni qui, per cortesia. » insistette Ragazzo, senza offrire maggiori dettagli nel merito della questione.

Lange Rolamo, già irrequieto di suo, non poté quindi accogliere con serenità quella richiesta, quell’invito perentorio a raggiungere il proprio mozzo al ponte di comando, ben consapevole di quanto, alla base di tutto ciò, non avrebbe potuto esservi nulla di buono. Anzi. Al di là, infatti, dell’appellativo di Ragazzo, e dell’inquadramento come mozzo, quel giovane avrebbe avuto a dover essere considerato, fra tutti i membri del suo equipaggio, l’unico ad avere una conoscenza della Kasta Hamina effettivamente paragonabile alla sua, dominando quella vecchia signora alla perfezione, in ogni proprio aspetto. Il fatto che, pertanto, durante il proprio turno in plancia, Ragazzo avesse a richiedere la sua presenza, il suo supporto, non avrebbe potuto preludere a nulla di positivo, aprendo scenari certamente più complicati, certamente più preoccupanti di quanto non avrebbe potuto essere una semplice lettura impropria da parte di un sensore.
Lasciando, quindi, il proprio sgabuzzino-ufficio, sito al secondo ponte del corpo centrale della nave, per muoversi confortevolmente attraverso gli stretti corridoi della Kasta Hamina sino a raggiungere la plancia, sita al primo ponte della zona di prua, nella testa della supposta libellula che quella nave avrebbe potuto idealmente rappresentare, in accordo con il nome della propria classe. Un percorso per completare il quale non più di un paio di minuti sarebbero stati necessari e che, nella tesa situazione emotiva così per lui allor presente, ebbe a concludere in meno di un minuto, raggiungendo con passo spedito e cipiglio serio ponte di comando e il proprio mozzo lì presente. Entrando in plancia, tuttavia, non fu necessario alcun interrogativo per comprendere, per apprezzare quanto lì stesse allor accadendo e, in particolare, le ragioni proprie di quel richiamo e di quel richiamo che non aveva potuto ovviare a interpretare qual allarmato e che, in effetti, non aveva sbagliato a interpretare qual allarmato…

« Apri tutti i canali di comunicazione interni… » comandò verso Ragazzo, recuperando rapidamente il proprio sangue freddo e, con estrema rapidità, ovviando a qualunque emotività, che, nella fattispecie propria di quel momento non avrebbe potuto per loro essere d’alcun aiuto.
Con un semplice gesto, e senza aggiungere inutili parole, Ragazzo obbedì.
« Qui Rolamo a tutta la Kasta Hamina. » dichiarò, con tono fermo « Rani, Ce’Shenn, Kir Flann… subito in armeria. Ahvn-Qa… la prego di accompagnare i suoi figli nei propri alloggi e di invitarli a restare lì tranquilli, qualunque cosa dovesse accadere. Poi vada ad armarsi a sua volta. » distribuì rapidamente ordini a tutti i membri rimasti a bordo del proprio equipaggio, rispettivamente il meccanico, il medico e la cuoca di bordo, nonché l’ex-locandiere compagno del proprio capo della sicurezza « Seguiranno ulteriori comunicazioni. » soggiunse, certo di come, uomini e donne tutt’altro che inesperti nel confronto con la vita a bordo di una nave spaziale, e con i pericoli a essa collegati, non avrebbero allora minimamente frainteso la serietà di quella richiesta e, soprattutto, non avrebbero sollevato alcuna domanda, alcun dubbio in risposta a essa, limitandosi a procedere, con maggiore serietà possibile nella direzione loro indicata.

Purtroppo, al di là dell’indubbio valore proprio di tutti i presenti a bordo della Kasta Hamina in quella particolare situazione, e di tutta la stima che Lange Rolamo avrebbe potuto riporre verso gli stessi; mai come in un momento del genere l’assenza delle ragioni delle sue ulcere, Duva e Midda, e anche della loro amica Lys’sh, non avrebbero potuto ovviare a pesare sul suo cuore, nella quieta consapevolezza di quanto, senza di loro, certamente la quasi totalità del loro effettivo potenziale bellico avrebbe avuto a doversi considerare spiacevolmente assente.
Potenziale bellico che, mai come in quel momento, avrebbe potuto essere loro necessario nello sgradevole confronto con una nave ammiraglia della flotta militare di Loicare, qual era stata immediatamente identificata quella allor presente su tutti gli schermi della plancia, nonché, semplicemente, innanzi al suo sguardo, in orbita geostazionaria, loro pari, attorno al pianeta della guerra e, soprattutto e peggio, dritti innanzi a loro, in una volontà di contatto, e di contatto anche solo visivo, tutt’altro che fraintendibile.

« Come abbiamo potuto non accorgerci di quel bestione…?! » domandò sottovoce verso Ragazzo, o forse verso se stesso, nell’osservare le proporzioni di quella nave e nel constatare l’impossibilità per la stessa a passare inosservata, a meno di non essere improvvisamente ciechi e sordi al mondo a sé circostante.
« Probabilmente sono volutamente rimasti sino a ora in orbita opposta alla nostra… » suggerì il mozzo, scuotendo appena il capo. « Non appena hanno superato la linea dell’orizzonte, entrando a portata della nostra strumentazione, l’ho subito contattata, cap... » ma non ebbe neppure il tempo di concludere quella propria affermazione che un cicalio ben conosciuto ebbe a interromperlo, e a pretendere l’attenzione di entrambi i presenti in plancia « Comunicazione in ingresso dalla nave ammiraglia, capitano. » annunciò pertanto, sebbene probabilmente simile informazione avrebbe avuto a dover essere considerata quantomeno inutile in quello specifico frangente.
« Sullo schermo principale. » comandò Lange, appoggiandosi in avanti, quasi a sospingere in tal modo il proprio viso verso quel terminale, necessariamente curioso di comprendere con chi avesse allora a che fare e, ancor più, il perché di tutto ciò.

E se, a margine di tutto ciò, il volto dell’uomo che lì ebbe a comparire innanzi al suo non avrebbe avuto a considerarsi particolarmente noto, ben diverso fu il nome con il quale volle presentarsi… un nome che, a conferma di tutti i più intimi timori del capitano della Kasta Hamina, non avrebbe sottinteso a nulla di positivo.

« Capitano Lange Rolamo… » lo identificò quell’uomo dall’espressione seria e dallo sguardo annoiato, in una quieta dimostrazione di quanto, quell’incontro, non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual casuale « Il mio nome è Pitra Zafral… e, da questo momento, tutti voi potete considerarvi sotto la mia custodia. »

venerdì 10 agosto 2018

2633


« Credevo che ormai fosse chiaro… » commentò l’uomo, aggrottando appena la fronte « … ma se proprio vi servono delle didascalie per comprendere cosa sia successo, permettetemi di aiutarvi. » soggiunse poi, concedendosi un profondo sospiro atto a dimostrare tutta la propria infinita pazienza, prima di richiamare, con un cenno della mano, una coppia di altri uomini dall’interno dell’edificio, invitandoli ad avanzare e, implicitamente, a recare seco il proprio prigioniero.

E anche ammesso, ma non concesso, che delle didascalie sarebbero potute servire per meglio comprendere le dinamiche dell’accaduto, la comparsa in scena di quel nuovo personaggio, di quel prigioniero, avrebbe avuto a dissipare qualunque dubbio e ad accreditare soltanto un’interpretazione attorno a tali eventi: perché a essere spinto innanzi agli sguardi delle quattro donne, allora, avrebbe avuto a dover essere un ragazzotto mai incontrato prima dall’aspetto stanco e impaurito, il cui volto, pur inedito ai loro occhi, non avrebbe avuto a doversi considerare propriamente sconosciuto, nel combaciare alla perfezione con le sembianze proprie di colui per cercare il quale tutto ciò aveva avuto origine… 

« .. Comar Virto, suppongo. » commentò con tono sempre più basso, e sempre più ferino, la Figlia di Marr’Mahew, all’interno della mente della quale l’intera dinamica degli accadimenti aveva in tal modo finalmente assunto un significato, una ragione, ben diversa da quella propria dell’inizio di quel loro viaggio sino al pianeta della guerra, e una ragione volta a escludere un qualunque incidente occorso in un mondo in cui, comunque, gli incidenti avrebbero sì potuto avvenire, ma non sarebbero certamente passati in sordina così come altresì avevano tutti creduto, e a includere un ben diverso scenario, e uno scenario volto a dimostrare un’amplia premeditazione, e organizzazione, alla base di tutto ciò.

Il giovane annuì appena, incerto fra considerarsi più spaventato per la situazione dalla quale avrebbe potuto finalmente fuoriuscire o per quella nella quale avrebbe allora rischiato di precipitare, e di precipitare a causa di una decisione probabilmente troppo avventata.

« Signor Virto… lei è libero di andare. » annunciò Pitra, accompagnando tali parole con un esplicito gesto della mano volto ad allontanare dalla propria vista l’immagine stessa di quel ragazzo, il quale, per lui, era stato soltanto un mezzo volto a giungere sino al proprio obiettivo, a quelle tre donne già una volta fuggite dalla giustizia di Loicare e alle quali, ora, non sarebbero state concesse più altre occasioni simili « Inutile sottolineare come l’accredito della sua ricompensa stia già avvenendo, in ottemperanza ai nostri patti. » soggiunse, non senza una certa soddisfazione nel sottolineare, indirettamente, quanto colui per recuperare i resti del quale quelle quattro donne si erano andate a cacciare in quel guaio le avesse fondamentalmente vendute, e vendute a uno dei più severi accusatori di tutto quell’angolo di universo.

Nessuna risposta fu scandita, allora, dal giovane traditore, il quale, accennando appena un nuovo, lieve, annuire, si mosse timorosamente di lato, prima di iniziare a correre, e a correre via da lì, non volendo restare un solo istante in più né in compagnia dell’accusatore, né, tantomeno, in compagnia delle donne che, per sua indiretta colpa, stavano lì venendo arrestate.

« Quindi è stata tutta una trappola…? Sin dall’inizio…?! » cercò retorica conferma Duva, storcendo le labbra verso il basso, con palese rabbia nei propri stessi confronti, nei confronti del proprio ex-sposo, nei confronti di quell’antico commilitone e del suo dannatissimo figlio, in una catena di responsabilità che, più o meno colpevolmente, avevano dato vita a tutto quello « Non credevo che l’omni-governo avesse giurisdizione anche qui, nel sistema di Oh’Shar-An. »
« Non esattamente. » confermò il pubblico ufficiale, scuotendo appena il capo « Ma, per voi, abbiamo deciso di fare un’eccezione… »
« E quindi avete preso in ostaggio quel ragazzo, lasciando credere a suo padre che egli fosse morto, soltanto nella speranza di giungere sino a noi…?! » domandò Rula, che, all’interno di quel gruppo, forse avrebbe avuto a doversi considerare quella meno direttamente coinvolta nella questione in sospeso fra le amiche e Pitra, ma che, non per questo, ebbe a volersi tirare indietro, utilizzando con fierezza quella prima persona plurale nel volersi considerare, fermamente, parte di quel gruppo, qualunque cosa fosse occorsa.
« Nulla di così straordinario… mi creda, signora Taliqua. » minimizzò Pitra, banalizzando il valore di quanto accaduto « Era stato decisamente più difficile, per me, riuscire a ottenere l’autorizzazione per spendere dieci miliardi di crediti al Mercato Sotterraneo. Ma questa, credo, sia giusto considerarla un’altra storia… » sorrise ammiccando in direzione della Figlia di Marr’Mahew, nel suggerire, in termini tutt’altro che velati, un suo diretto coinvolgimento anche nell’asta che l’aveva veduta protagonista, nel ruolo di quel mai rivelato compratore proprio malgrado destinato a restare insoddisfatto, in conseguenza dell’evasione che, anche in quell’occasione, ella non aveva mancato di riservarsi, sfuggendo, quindi e inconsapevolmente, a un nuovo tentativo di cattura da parte sua.
« … lurido figlio di una grandissima… » sussurrò la donna guerriero, non riuscendo a ovviare a provare una certa rabbiosa ammirazione, o un’ammirata rabbia, per l’ostinazione così da lui dimostrata nei propri confronti, e nella volontà di ricondurla in carcere « Fammi capire… la tua ostinazione nei miei confronti ha da intendersi normale o è solo perché ti ho quasi soffocato al nostro primo incontro?! » cercò di trattenersi dall’insultarlo ulteriormente, tentando di continuare a farlo parlare per guadagnare tempo e per cercare di elaborare una qualche strategia utile a permettere loro di reagire a quella situazione, e a quella situazione che, purtroppo, avrebbe avuto a doversi considerare squisitamente a loro svantaggio, nell’ampio schieramento di guardie apparentemente pronte a esigere la loro vita.
« Nulla di tutto questo. » escluse tuttavia egli, scuotendo appena il capo « Fosse dipeso da me, non avrei speso un solo istante del mio prezioso tempo nel tentare di inseguirla attraverso mezzo universo, assistendo stancamente all’ostinato reiterarsi della sua ossessione per finire nei guai: certo, non mi ha fatto piacere scoprire che, evase dalla terza luna di Kritone, voi tre avete avuto l’ardire di ritornare a Loicare e di creare nuovi problemi… ma fino a quando foste rimaste lontane dal mio mondo, non avrei avuto alcun interesse nel merito del vostro fato. »
« Una frase un po’ incoerente, data la situazione attuale… » commentò Lys’sh, aggrottando appena la fronte nel non poter ovviare a quella modesta, e pur incontestabile, nota, offrendo riferimento all’evidenza della realtà dei fatti dei quali lì avrebbero avuto a dover essere considerati tutti protagonisti e, con essi, di un tutt’altro che banale interesse da parte dell’accusatore nei loro confronti, laddove, in caso contrario, nulla di tutto ciò avrebbe avuto ragione alcuna.
« Come ho detto, fosse dipeso da me, non avrei speso un solo istante del mio prezioso tempo in tutto ciò. » ripeté e ribadì Pitra Zafral, sospirando appena nel voler rendere evidente quanto, quella situazione, avrebbe avuto a doversi considerare altrettanto spiacevole per loro così come per lui, il quale non avrebbe potuto vantare, proprio malgrado, maggiore libertà di scelta rispetto a quella che, allora, avrebbe offrendo alle proprie prigioniere « Sfortunatamente per tutti noi, l’omni-governo ha sinceramente apprezzato le informazioni emerse a seguito delle analisi sui suoi dati genetici, signora Bontor, e l’identificazione a essi conseguente… il suo curriculum, se così volessimo chiamare una delle più incredibili fedine penali che abbiano mai avuto occasione di essere presentate alla mia attenzione. E, al sorgere di una particolare situazione, qualcuno al di sopra di me ha valutato che il coinvolgimento suo e delle sue compagne d’armi avrebbe avuto a doversi considerare quantomeno utile per il futuro di Loicare. » spiegò, stringendosi appena fra le spalle a ribadire, in tal senso, la propria assenza di libertà di scelta « Ergo… »
« Lei non è qui per catturarci… » commentò Duva, sgranando gli occhi in conseguenza alla sorpresa della comprensione di quanto stesse allor accadendo « … è qui per reclutarci! »

giovedì 9 agosto 2018

2632


Alto e grosso, e grosso al punto da risultare persino tarchiato, benché tarchiato non avrebbe mai potuto apparire nei propri sei piedi e più di altezza, con carnagione rosea, capelli mantenuti sostanzialmente rasati al di sopra del cranio e viso altrettanto tenuto pulito da qualunque parvenza di barba, pizzi, baffi o altro. Occhi piccoli, naso largo e schiacciato, labbra carnose, questi ultimi non troppo dissimili da quelli proprie di Be’Sihl, collo taurino tale da collegare il capo, tutt’altro che piccolo, a spalle di dimensioni più che proporzionate, così come più che proporzionate avrebbero avuto a doversi considerare tutte le altre sue membra, da lì in giù. Un’immagine a confronto con la quale, quindi, troppo semplice sarebbe stato attribuire a quell’uomo un incarico squisitamente fisico, un qualche mestiere di pura fatica, o, al più, un qualche palese presente militare, in caratteristiche così stereotipate che avrebbero potuto renderlo perfetto per qualunque campagna promozionale di arruolamento per giovani, nuove leve. Ma un’immagine, in verità, ben distante dal risultare effettivamente trasparente del ruolo di quell’uomo, o del suo mestiere, mestiere nel quale, tuttavia, egli avrebbe avuto a dover essere considerato decisamente famoso. E famoso nella misura tale da aver a essere lì immediatamente riconosciuto non soltanto dalla stessa Figlia di Marr’Mahew, con la quale avrebbe potuto avere a vantare un passato in comune, quant’anche da Duva e, con lei, da Lys’sh, le quali, pur mai avevano avuto a che fare direttamente con lui nel corso della propria esistenza.

« Midda Namile Bontor… » volle omaggiarla egli, scandendo non senza un profondo senso di soddisfazione quel nome e, con esso, implicitamente assaporando la vittoria in tal maniera palesemente conseguita nei suoi confronti, una vittoria tanto a lungo posticipata, quanto, ora, indubbiamente piacevole da gustare.

E benché più di due cicli fossero ormai trascorsi dal loro primo, e unico, incontro, la donna guerriero così richiamata non avrebbe potuto ovviare a constatare quanto egli non fosse minimamente cambiato rispetto a quel giorno, quando, con la propria bianca camicia, e il proprio nero completo, si era presentato innanzi a lei inforcando piccoli occhiali rotondi e iniziando a compilare in maniera annoiata una serie di moduli, in grazia ai quali poterla schedare, nella propria identità, della propria biografia, e, soprattutto, nelle proprie colpe.
Ragione per la quale, improvvisamente, quegli ultimi due anni sembrarono essere cancellati di colpo, ed ella ebbe nuovamente a sentirsi imprigionata in un mondo estraneo, a lei sconosciuto, posta innanzi al giudizio di un perfetto estraneo che avrebbe avuto a dover decidere del proprio futuro, e, in ciò, impegnato a rivolgerle parole incomprensibili nell’attesa che ella si decidesse a parlare e a concedere al traduttore automatico una base linguistica sulla quale poter lavorare. Una regressione psicologica estremamente violenta, e inattesa, non conseguenza di un qualche trauma irrisolto, o di un qualche reverenziale timore nei confronti di quell’individuo, che già all’epoca era stata in grado di minacciare stupidamente di morte compromettendo maggiormente la propria già non semplice posizione, quanto e piuttosto perché, in fondo, egli era stato la prima persona con la quale aveva avuto a interagire al di fuori dei confini del proprio mondo e, più o meno direttamente, era stato anche la persona in grazia alla quale aveva avuto poi occasione di conoscere Duva e Lys’sh, nel comune periodo di soggiorno ai lavori forzati nelle miniere di idrargirio sulla terza luna di Kritone, ragione per la quale, nel bene o nel male, quell’uomo, quell’individuo, aveva avuto inconsapevole occasione di segnare profondamente il futuro della stessa così facendo. E così come, obiettivamente, tutto le era stato indirettamente concesso per grazia del suo intervento, or una parte del suo stomaco non poté ovviare a temere che tutto le sarebbe stato egualmente tolto in conseguenza a esso, nel ritrovarsi, ancora una volta, ipoteticamente inerme innanzi al suo giudizio.

« Pitra Zafral… » rispose ella, socchiudendo appena gli occhi, nelle glaciali iridi dei quali le pupille si erano allor contratte sino quasi a scomparire, a prepararla, psicologicamente, allo scontro e a uno scontro innanzi al quale non si sarebbe certamente tirata indietro, per la propria salvezza e per la salvezza delle proprie amiche, delle proprie sorelle d’arme.
« Accusatore Pitra Zafral, per cortesia. » la corresse egli, sollevando la destra a puntualizzare quello che avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il suo titolo, almeno innanzi al giudizio dell’omni-governo di Loicare, il pianeta a capo di uno dei maggiori sistemi di quel lato di universo, del quale egli, in quel frangente, rappresentava sostanzialmente la magistratura, nel proprio ruolo di pubblico accusatore « Direi che lei si è ambientata bene alla nostra realtà… » soggiunse poi, squadrandola con attenzione « Un nuovo colore e taglio di capelli, una luccicante protesi da lavoro che sembra giustamente pronta ad accompagnarla nuovamente ai lavori forzati, e non sta neppure usando il traduttore automatico… complimenti davvero. » osservò, accennando poi un lieve applauso nei suoi confronti.
« Ehy… » tentò di intervenire Duva, non apprezzando quel tono provocatorio a discapito dell’amica, nel temere allora l’evolversi peggiore di quella situazione, e l’evolversi peggiore della medesima in conseguenza alla ricca varietà di armi schierate a loro potenziale offesa, e a distanza così ravvicinata tale da negare loro qualunque ipotesi di fuga.
« La prego, signora Nebiria. » la zittì tuttavia egli, ancora levando la destra in un simbolico, e pur chiaro, gesto di controllo « Non si illuda che non sia perfettamente a conoscenza delle sue pendenze con la giustizia di Loicare. Sue e delle sue altre amiche qui presenti, così come di tutto il vostro folcloristico e variegato equipaggio… »
« Lasciale stare. » ordinò Midda, a denti stretti, quasi ringhiando non dissimile da una bestia feroce « E’ una questione fra noi due… loro non c’entrano nulla. »
« Inesatto. » scosse il capo Pitra, sorridendo appena « Innanzitutto anche la signora Nebiria, così come… Har-Lys’sha… » dichiarò, non potendo ovviare a lasciar trasparire un certo razzismo nei suoi confronti, per il tono con il quale ebbe a pronunciare quel nome « … stavano scontando la loro pena presso la nostra struttura detentiva sulla terza luna di Kritone, quando siete evase. » volle ricordare, e puntualizzare, non banalizzando la responsabilità delle loro colpe « E, comunque, anche il resto dell’equipaggio della Kasta Hamina ha infranto numerose leggi di Loicare nel momento in cui ha deciso di voler scatenare una vera e propria guerra urbana, una violenta battaglia all’interno del grattacielo di proprietà della defunta signorina Milah Rica Calahab… le dinamiche della morte della quale, per inciso, non sono mai state effettivamente chiarite. » soggiunse, sferrando, al contempo, una stoccata psicologica tanto in direzione dell’intera famiglia della Kasta Hamina quanto, e in particolare, della sua prima interlocutrice, nel suggerire, senza troppi sottintesi, una diretta connessione fra l’assassinio di Milah Rica Calahab e l’accreditata presenza della stessa donna guerriera in quell’edificio.
« Non c’entro nulla con la morte di quella cagnetta! » protestò la Figlia di Marr’Mahew, scuotendo il capo nel rifiutare quell’imputazione, non perché non avrebbe potuto o voluto farlo, quanto e semplicemente perché non aveva avuto alcuna possibilità di agire in tal senso, ritrovandola brutalmente assassinata nelle proprie stanze in un’inquietante déjà vu di un’altra, altrettanto violenta uccisione, e un’uccisione che aveva visto coinvolta un’altra donna che, in passato, esattamente come Milah Rica, aveva provato a controllarla… e un’altra donna che, in passato, esattamente come Milah Rica, era finita per essere coinvolta nei piani della regina Anmel Mal Toise, la malvagia e incorporea entità per inseguire la quale la stessa donna guerriero aveva lasciato i confini del proprio mondo, accettando di iniziare a vagare fra le stelle del firmamento.
« E, secondo lei, io dovrei veramente offrire fiducia alle ragioni proprie di una pluriomicida conclamata suo pari? » si concesse occasione di scoppiare a ridere l’accusatore, scuotendo appena il capo « La donna da dieci miliardi di crediti rifiuta di ammettere un semplice omicidio…?! » dichiarò, dimostrando di essere ben aggiornato nel merito delle ultime evoluzioni della sua preda.
« Proprio perché non ho mai fatto mistero di non avere problemi a uccidere, non avrei ragione di rifiutarmi di ammettere un semplice omicidio… laddove lo avessi realmente commesso! » protestò l’altra, storcendo le labbra verso il basso « Che accidenti vuoi, Pitra? Cosa ci fai qui…?! »

mercoledì 8 agosto 2018

2631


La prima a sollevare un allarme, ovviamente, non poté che essere la giovane ofidiana. E non perché, fra tutte, fosse la meno convinta dell’assenza di strategia con la quale avevano scelto di affrontare quella situazione, quanto e piuttosto perché contraddistinta da un olfatto e da un udito superiori a quelli delle compagne, e di qualunque altro essere umano, tali da permetterle, innanzi all’ingresso di quei ruderi, di rendersi conto di qualcosa di strano, di qualcosa di incoerente e, soprattutto, di qualcosa di pericoloso lì dentro. Laddove, infatti, quell’intero mondo avrebbe avuto a doversi considerare contraddistinto da una certa varietà di odori, a partire da quelli propri del contesto naturale, sino a spingersi, poi a quelli propri dei partecipanti di quel giuoco, questi ultimi certamente non caratterizzati da un piacevole profumo di pulito, quanto e piuttosto di sudore, di sporcizia e di stanchezza, qual quella che, dopotutto, non avrebbe potuto ovviare a contraddistinguerli a confronto con quanto, pur, avrebbe avuto a dover essere giudicato qual un semplice giuoco; dall’interno del perimetro proprio dei resti di quelle mura, di quel rudere, un ben diverso genere di fragranza avrebbe avuto ineluttabilmente a raggiungere il suo attento naso, o per meglio dire le sue sensibili narici, nell’assenza di un vero e proprio naso sul suo volto ofidiano, suggerendo, piuttosto, un livello di igiene necessariamente superiore a quello di cui mai chiunque, su quel pianeta, avrebbe potuto usufruire. E se questo non avrebbe avuto a poter essere considerato qual sufficiente per garantirle ragione di allarme, a incalzarla in tal direzione volle riservarsi occasione anche l’aspetto sonoro della faccenda, tale da presentare al suo fine udito molteplici rumori, respiri, indistinti chiacchiericci sommessi, tali da non suggerirle, allora, la presenza di un singolo uomo all’interno di quelle mura, quanto qualcosa di più, un gruppo maggiore, per lo meno di una dozzina, o forse ancor più, in quieta attesa del primo idiota che si sarebbe riservato l’opportunità di passare oltre: idiota che, allora, avrebbe avuto necessariamente a essere la sua amica Duva se soltanto, proiettandosi in avanti e afferrandole fermamente l’avambraccio, non l’avesse allor fermata nel proprio impegno nel confronto con l’uscio chiuso presente innanzi a loro, che, di lì a un istante dopo, avrebbe altresì aperto.

« Che accade…? » domandò sottovoce Duva, non fraintendendo le ragioni di quel gesto, di quel movimento a proprio freno, e cogliendo immediatamente l’implicito allarme in esso posto, un allarme a confronto con il quale, necessariamente, non avrebbe potuto ovviare ad arrestarsi e a invocare un aggiornamento, per essere pronta ad agire, o reagire, nella maniera più opportuna.
« Qualcosa non va. » suggerì Lys’sh, scuotendo appena il capo « Dietro quella porta… sono in tanti. E non sono certamente degli altri giocatori come tutti coloro che abbiamo incontrato sino a ora. »
« Mmm… » rifletté Midda, così motivata da quelle parole a prestare maggiore attenzione ai ruderi dell’enorme edificio che lì, un tempo, doveva essere presente, e, in particolare, quella grande porta di legno che, in assenza di quel freno, avrebbero aperto, prendendola al vaglio con sguardo or necessariamente critico « … in effetti qualcosa non va. » confermò, annuendo appena e indicando la medesima porta innanzi a loro, quasi fosse comparsa allora per la prima volta innanzi al logo sguardo, benché, in verità, l’avessero avuta davanti al proprio naso sino a quel momento « Questa porta è praticamente nuova. Cioè: chiunque l’abbia messa qui ha sicuramente prestato attenzione a farla apparire vecchia e logora… ma quei cardini risplendono ancora di grasso, così come, certamente, non potrebbero essere se avessero a doversi considerare antichi quanto il resto della città. »
« Quindi…? » esitò Rula, cercando di offrire un’interpretazione a tutto ciò, per quanto, allora, l’unico significato attribuibile a quanto così evidenziato avrebbe ineluttabilmente suggerito la presenza di un piano a loro potenziale discapito, così come pur non avrebbe avuto ragion di poter essere.
« … è una trappola. » confermò Duva, raggiungendo la medesima conclusione della propria ex-rivale e, in tal senso, confermandone l’intima analisi, per così come, pur, avrebbe avuto a dover essere giudicata assurda in quel luogo, in quel contesto, in quel momento.
« Ma chi potrebbe…? » tentò di questionare Lys’sh, non riuscendo a sua volta a dare un senso a tutto ciò, per quanto, anche lei, fondamentalmente concorde con le altre, salvo essere interrotta prima di poter concludere simile interrogativo.
« Leviamoci di torno. » ordinò allora la Figlia di Marr’Mahew, tagliando breve la questione, nel lasciar prevalere, in tutto ciò, quel proprio pragmatismo conseguente alla propria straordinaria esperienza guerriera, un pragmatismo sino a quel momento superficialmente accantonato nel confronto con un innocuo gioco qual tutto quello avrebbe avuto a dover essere considerato ma, alfine, lì tornato in auge, nella necessità di fronteggiare quella situazione inattesa « Prima ci allontaniamo da qui… e, poi, potremo metterci a disquisire amabilmente del chi, del come e del perché. » esplicitò, a scanso di equivoci, benché, comunque, non una fra le proprie compagne avrebbe potuto fraintendere il senso di quell’invito.

Purtroppo per tutte loro, tale opportunità non avrebbe più avuto a dover essere considerata nel loro ventaglio di possibilità. Non laddove, quantomeno, lo sguardo di Rula, allor intento a osservare con diffidenza quella porta e la parete innanzi a loro, ebbe a ricadere su un flebile scintillio, e, ciò non di meno, uno scintillio che non poté ovviare a cogliere, e a cogliere nella forma del minuscolo obiettivo di una microcamera, accuratamente celata in una fessura del muro.

« Ragazze… » esitò, nel voler indicare loro quella presenza e, tuttavia, nel ritrovarsi altresì anticipata da un nuovo allarme, questa volta decisamente più impetuoso rispetto al precedente.
« … troppo tardi! » esclamò, infatti, la voce di Lys’sh, nel mentre in cui, con un balzo, ebbe a retrocedere e a trascinare seco Duva, nell’aver colto del preoccupante movimento oltre quella soglia.

E quella porta di legno, innanzi al loro sguardo, ebbe quindi a spalancarsi e a spalancarsi soltanto per lasciar fuoriuscire, dalla stessa, una mezza dozzina di uomini armati. E non armati di armi giocattolo, come quelle che tutte loro avrebbero potuto vantare, quanto e piuttosto veri fucili, vere pistole, vere daghe volte a promettere, nella fattispecie, una vera morte se soltanto uno fra quelle dita fosse scattato sul corrispettivo grilletto, aprendo un fuoco troppo potente, e da una distanza troppo ravvicinata, per potersi riservare l’occasione di sbagliare.

« Thyres! » imprecò la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, assumendo una postura di guardia e, malgrado la netta minoranza, preparandosi, ove necessario, alla pugna, giacché mai avrebbe ceduto gratuitamente la propria vita a chicchessia.

Quell’invocazione alla sua dea prediletta, tuttavia, non poté che apparire sostanzialmente sprecata nel confronto con quanto, di lì a un attimo, ebbe ad accadere innanzi ai loro sguardi o, per meglio dire, con chi, di lì a un attimo, ebbe ad apparire innanzi ai loro sguardi. E che la costrinse, proprio malgrado, a ripetersi.
Un volto tutt’altro che inedito nel confronto con la memoria della stessa Figlia di Marr’Mahew, la quale, in maniera assolutamente inedita per lei in quella nuova e più amplia visione della realtà, del Creato stesso, avrebbe potuto allor vantare dei trascorsi con quell’individuo, in passato con lui, e, proprio malgrado, una spiacevole questione in sospeso, laddove pur, fra tutte e quattro, ella avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual colei contraddistinta da minore opportunità, rispetto a chiunque altro, di riservarsi una simile occasione. Un’occasione che, comunque, non avrebbe certamente avuto a gradire.

« … Thyres… » ripeté, non potendo celare tutto il proprio stupore nel confronto con l’identità dell’uomo allor presente innanzi a loro, con aria tronfia nell’evidenza della vittoria della quale, legittimamente, non avrebbe potuto riservarsi dubbio alcuno.

martedì 7 agosto 2018

2630


« … e chi sarebbe la brutale primitiva, scusami tanto…?! » prese voce Midda, avendo ben colto l’implicito riferimento alla propria figura e, ciò non di meno, non potendo apprezzare di essere in tal maniera indicata, osservando con aria decisamente critica la propria compagna che, in tal maniera, l’aveva appena descritta, l’aveva tanto impunemente definita.
« Ah… sì. Scusami. » volle immediatamente correggersi la prima, scuotendo appena il capo a escludere l’attribuzione di un qualunque genere di valore alle proprie ultime parole « Mi correggo. » anticipò poi, soffermandosi un attimo a ripensare alle parole appena pronunciate e a come rettificare la frase ragione della contesta « La nostra strategia deve essere quella di entrare, catturarlo, lasciarlo chiacchierare qualche minuto con la nostra brutale responsabile della sicurezza qui presente e attendere che abbia a cantare come un usignolo… eccetera, eccetera, eccetera. » riformulò, correggendo in tal maniera l’appellativo di “primitiva”, ma lasciando assolutamente inalterato l’aggettivo accompagnante lo stesso, il quale, in effetti, avrebbe avuto a doversi considerare forse obiettivamente più critico, laddove, nell’incomparabile diversità del progresso tecnologico esistente fra il suo mondo d’origine e il resto dell’universo, probabilmente, per quanto spiacevole, giudicarla una primitiva non sarebbe stato poi così errato « Va meglio in questo modo…?! »
« Perfetto! » annuì tuttavia la Figlia di Marr’Mahew, sufficientemente onesta nel confronto con se stessa da non poter certamente rifiutare l’aggettivo di “brutale”, il quale, anzi, avrebbe probabilmente avuto a doversi persino considerare una mera banalizzazione nel merito della propria indole, di quel proprio approccio squisitamente diretto alla risoluzione di un problema.

E se, quel dialogo, avrebbe avuto a dover lasciare quantomeno interdetti eventuali spettatori, eventuali testimoni, né Lys’sh, né Rula avrebbero potuto in fede considerarsi sorpresi dalla paradossale evoluzione che si era riservato, a propria volta confidenti non tanto con l’ipotetica brutalità della loro amica e compagna d’arme, quanto e piuttosto con l’autoironia della quale ella avrebbe saputo dirsi capace, un’autoironia utile, in quel frangente, a non offrire valor d’offesa alle parole di Duva, così come, del resto, tali non avrebbero voluto certamente risultare.
Più discutibile, dal loro punto di vista, ebbe allora a dover certamente risultare la proposta di strategia suggerita da parte della stessa Duva, la quale, minimizzando qualunque possibile ostacolo sul loro cammino, stava così invitandole a proseguire a testa bassa, in termini certamente distanti dal non aver giudicarsi quali brutali o primitivi. E se pur, tutto ciò, avrebbe potuto essere così accolto con un indubbio approccio critico, nell’incertezza nel merito di quanto, effettivamente, ella avesse o meno riflettuto nell’elaborare una tanto banale soluzione, considerando o meno tutti i pericoli del caso; la consapevole evidenza di quanto, sino a quel momento, nessuno avesse potuto rappresentare per loro una qualunque reale ragione di sfida, non avrebbe potuto ovviare a veder riconosciuto un legittimo beneficio del dubbio alla stessa, laddove, per quanta prudenza avrebbero potuto adoperare, per quanto timore avrebbero potuto riservarsi, tutte loro avevano offerto ormai ampia riprova di non aver a poter fallire in qualunque genere di disfida quel carosello avrebbe potuto loro riservare.

« D’accordo… facciamolo! » approvò Rula, fidandosi del giudizio di Duva e dell’esperienza di Midda, così come, del resto, aveva sempre fatto in quegli ultimi anni, nella loro comune vita a bordo della Kasta Hamina, e così come, quindi, non avrebbe avuto ragioni per smettere di compiere proprio in quel momento, proprio in quella situazione, giunte, qual ormai avrebbero avuto a dover essere considerate, in ottimistica prossimità alla conclusione del loro cammino.
« Siete sicure…? » volle concedersi l’opportunità di esitare, altresì, la giovane ofidiana, non perché non avesse fiducia nelle amiche, in quelle sorelle d’armi al fianco delle quali già tante sfide aveva affrontato, ma, al contrario, perché da parte loro non avrebbe potuto ovviare ad attendersi qualcosa di più, un’organizzazione maggiore rispetto a quella mera irruzione che, allora, stavano suggerendo, un’irruzione certamente non priva di giustificazioni e, ciò non di meno, troppo semplice, troppo banale, per avere a funzionare, fosse anche e soltanto lì, su quel pianeta della guerra.
« Proposte alternative…? » sorrise Duva, stringendosi fra le spalle, non con fare provocatorio, quanto e piuttosto per invitare, in tutta franchezza, l’altra a esprimersi laddove avesse desiderio di elaborare un approccio più complesso a quel problema da lei giudicato, in fondo, assolutamente semplice, per non dire banale, a fronte del quale già quella stessa conversazione avrebbe avuto a doversi considerare un assurdo spreco di tempo e di risorse.
« … scherzi? » replicò tuttavia Lys’sh, quasi a sua imitazione, nel riproporle la medesima replica da lei stessa offertale all’inizio di quel confronto.

Una richiesta, invero, più che legittima quella propria dell’ofidiana, laddove, in quel frangente, non una, non due, non tre, o cinque, o dieci proposte avrebbero potuto essere valide alternative alla strategia suggerita, ma, probabilmente, qualunque idea, per quanto apparentemente stolida, avrebbe potuto riservarsi un qualche fugace barlume di ragionevolezza, e di ragionevolezza nel confronto con la banalità intrinseca in quanto sino a quel momento proposto. Assurdo, in ciò, sarebbe stato per chiunque provare a sprecare un solo istante a enunciare le decine, le dozzine di vie alternative in grazia alle quali quel problema avrebbe potuto essere affrontato, in qualcosa di non più costruttivo rispetto a tentare di illustrare i benefici degli usi alternativi di un ardente fuoco rispetto a addormentarcisi con i piedi appoggiati sopra.

« Quindi…?! » incalzò il primo ufficiale della Kasta Hamina, attendendo una proposta alternativa o, eventualmente, la quieta accettazione di quanto sino a quel momento loro suggerito.
« Andiamo… » sbuffò l’ofidiana, irrequieta, ancor distante dal potersi considerare convinta da quell’approccio, da quella soluzione, e, ciò non di meno, non volendo riservarsi il ruolo della pessimista, forse e anche, a livello scaramantico, nel non voler essere additata qual possibile responsabile dell’accaduto nel momento in cui, alla fine, qualcosa fosse andato storto e quel magnifico piano finemente elaborato avesse avuto l’occasione di dimostrare tutti i propri limiti, tutte le proprie debolezze « … ma cerchiamo, quantomeno, di stare attente. »

Così allineatesi, le quattro donne non ebbero ulteriori motivazioni utili a posticipare l’attacco, a rimandare al giorno seguente quell’assalto, anzi nulla potendo bramare di averlo a concludere nel minor tempo possibile, per sperare di ottenere, in ciò, tutte le informazioni loro necessarie e, soprattutto, per poter porre fine, quanto prima, a quella missione, a quel viaggio che, sicuramente, aveva avuto il suo valore, aveva avuto i suoi pregi, nel ricucire uno strappo da troppo tempo esistente a bordo della Kasta Hamina, fra Duva e Rula, e nel rafforzare, più in generale, tutti i loro rapporti interpersonali, ma che, a margine di ciò, non avrebbe avuto certamente a doversi ricordare, in futuro, qual una fra le loro sfide più ardue, fra le loro imprese più leggendarie… anzi.
Purtroppo per tutte loro, qualcun altro avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual intenzionato a porre un ben diverso genere di conclusione a tutto ciò, e, anzi, in verità, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual desideroso di trasformare tutto quello in un mero antefatto, in una semplice, seppur probabilmente eccessivamente lunga, premessa a un ben altro genere di missione, e a un genere di missione per la quale il rischio sarebbe stato sicuramente più concreto, indubbiamente più reale, e un’eventuale sconfitta non avrebbe avuto a doversi semplicemente ridurre a una mera spia lampeggiante e a un leggero cicalio elettronico di sottofondo. Qualcuno che, in quel momento, le stava allor pazientemente attendendo all’interno di quelle rovine… e le stava attendendo da molto più tempo rispetto a quanto tutte loro non avrebbero potuto riservarsi occasione di immaginare.

lunedì 6 agosto 2018

2629


La fine delle ostilità fra Duva e Rula e la riunificazione del gruppo a seguito dello scisma che tanto, troppo a lungo le aveva mantenute separate, ebbe a imporre impreviste conseguenze su tutto il pianeta della guerra… o, quantomeno, su quella specifica area del medesimo nella quale, allora, le quattro donne avrebbero avuto a dover essere riconosciute qual presenti. Giacché se già temibili esse erano riuscite a essere nell’unitarietà delle loro coppie, nel momento in cui, allora, ebbero finalmente a offrirsi nuovamente qual un unico gruppo, qual un’unica squadra, qual un’unica, devastante entità, improbabile, per non dire impossibile, sarebbe stato per chiunque riuscire a ipotizzare di sconfiggerle, di abbatterle, fosse anche e soltanto nelle logiche artefatte di quell’innocuo gioco.
Nei due giorni che ebbero a seguire quella riconciliazione, pertanto, l’intera periferia occidentale di quella vasta città venne sistematicamente ripulita della maggior parte dei gruppi lì presenti, a opera di quelle quattro donne obiettivamente inarrestabili. A chiunque avesse avuto la fortuna, o la sfortuna, di incontrarle, in tutto ciò, sarebbero state offerte soltanto due possibilità: dialogare pacificamente con Lys’sh e Rula, ancor speranzose di poter ottenere informazioni nel merito del loro obiettivo iniziale, o cadere per mano di Duva e Midda, le quali, meno pietosamente, si erano convinte di quanto, ormai, non avrebbero avuto a poter ottenere collaborazione alcuna dagli altri concorrenti, per il semplice fatto che, comunque, alcuno avrebbe potuto vantare più tempo di presenza su quel mondo rispetto a loro. E se, per quei primi due giorni, i risultati parvero voler offrire ragione soltanto alle seconde, incontrando anche diversi gruppi disponibili al dialogo e, ciò non di meno, nessuno che avesse realmente qualcosa di utile a poter condividere; nell’approssimarsi al centro della città, o, quantomeno, di ciò che in un lontano passato avrebbe avuto a dover essere intesa come una città, gli equilibri sino a quel momento definitisi iniziarono impercettibilmente a modificarsi, con la presenza di qualche piccolo, ma resistente, gruppo di giocatori che, lì, avrebbero potuto iniziare a vantare una permanenza maggiore, nella misura di una decina, forse e persino di una dozzina di giorni. Non tanto, e pur quanto sufficiente a illudersi di poter raggiungere, presto o tardi, un qualche risultato.
A margine di tutto ciò, anche l’approvvigionamento alimentare iniziò a dimostrarsi, in particolar modo per la Figlia di Marr’Mahew, uno spiacevole problema. L’alta presenza di persone all’interno di quei ruderi, infatti, aveva reso quella zona un terreno inadatto alla presenza di fauna locale, ragione per la quale, con la morte nel cuore, ella ebbe a dover fare ritorno alle razioni militari fermamente rifiutate sino a quel momento. A differenza, infatti, rispetto alla selvaggina purtroppo scomparsa, tanto il cibo, quanto l’acqua, in una versione idonea rispetto al contesto proprio di quel gioco, non avrebbero avuto a doversi considerare per loro, o per alcun altro, un problema, nell’esistenza di diverse aree, diversi punti in cui, regolarmente, erano garantiti per tutti i giocatori nuovi rifornimenti, lì condotti a opera di droni automatizzati. E se pur, in contrasto all’acqua, Midda Bontor non avrebbe avuto nulla di che recriminare, a discapito di quell’orrido cibo dal sapor di cartone avrebbe avuto certamente molto da dire… e nulla di positivo. Tuttavia, la leggera crescita dell’anzianità di permanenza nel pianeta della guerra da parte dei nuovi gruppi da loro incontrati e interrogati, non avrebbe potuto ovviare a rendere più sopportabile anche quell’alimentazione, nella prospettiva di quanto, presto, avrebbero potuto tornare a deliziarsi dei manicaretti preparati da Thaare e, almeno nel caso specifico della donna dagli occhi color ghiaccio, dei vizi alimentari propri del suo amato Be’Sihl, tali da cancellare per sempre, dalla sua mente, il ricordo di quelle oscene barrette avvolte in involucri argentati.
La vera svolta nella prospettiva propria della loro missione ebbe, tuttavia, a giungere soltanto al terzo giorno dalla riunificazione, il giorno in cui, un gruppetto di tre ebbe ad accettare il dialogo con Lys’sh e Rula e a suggerire loro come, verso il centro della città la media di permanenza avrebbe avuto a doversi considerare ancor più elevata, e più elevata nell’ordine di misura persino del mese, in termini che, quindi, avrebbero potuto garantire loro tutte le informazioni desiderate.

« Si dice persino che, fra i ruderi di un’antica costruzione nel centro esatto della città, ci sia un individuo chiamato l’Eterno… in quanto qui presente sin dall’inizio dei giochi. » suggerì loro una giovane feriniana « Se c’è qualcuno che potrebbe sapere qualcosa del ragazzo che state cercando, probabilmente è proprio lui… »
« L’Eterno… eh? » osservò divertita la Figlia di Marr’Mahew, non riuscendo a trattenere una risatina a confronto con un tanto altisonante e immeritato appellativo, forse adatto all’assurdo contesto proprio di quel gioco, ma certamente assurdo nel confronto con la verità dell’interno Creato là fuori, a confronto con il quale, probabilmente, quell’Eterno sarebbe stato squisitamente Caduco « Ne ho incontrati alcuni nel corso della mia esistenza… e, forse dovrei sentirmi in colpa per questo, nessuno di essi è sopravvissuto a tale incontro. Quindi… »

Indirizzate, in tal maniera, verso il centro della città, e verso i resti di quella che, un tempo, avrebbe dovuto essere un grandissima costruzione ornata nella propria parte anteriore, o forse posteriore, da una coppia di alte torri quadrate, le quattro donne della Kasta Hamina ebbero ad aprirsi sistematicamente il passaggio, la via, in grazia alla propria sempre crescente sinergia guerriera, una sinergia all’interno della quale, ormai, anche Rula avrebbe avuto a poter vantare una propria meritata posizione, tal da non poterla più rendere oggetto di critica alcuna da parte di nessuno… non che qualcuno, ancora, avrebbe voluto procedere in tal direzione a suo contrasto.
E fu prima della sera del terzo giorno che le quattro donne giunsero a confronto con la propria estemporanea meta, l’ipotetica dimora di quell’Eterno, nel dialogo con il quale, speranzosamente, sarebbe stata loro concessa anche qualche informazione utile a conseguire anche la loro reale, ultima meta, la scoperta del fato del giovane Virto e, con esso, l’eventuale recupero dei suoi resti, per poterli riaffidare all’afflitto genitore, il quale, per il resto della propria esistenza, avrebbe così avuto a doversi interrogare nel merito del perché, un semplice gioco, aveva avuto a privarlo del proprio figliolo.
Una prospettiva di epilogo tutt’altro che allegro, tutt’altro che felice, quella propria di quella loro missione sin dall’inizio della medesima, a confronto con la quale, tuttavia, nessuna di loro si era concessa particolare occasione di riflessione, non per disinteresse nel merito del dolore, della tragedia che avrebbe quindi avuto a essere propria per quel padre, quanto e piuttosto nella necessità di mantenersi lucide nel proprio operato, e, in ciò, di non permettere ad alcuna empatia di animarle in altre direzioni che non fossero, semplicemente, quelle proprie del loro obiettivo. O, in caso contrario, probabilmente allorché sbarcare sul pianeta della guerra, esse avrebbero di gran lunga preferito andare a bussare all’uscio dei proprietari dello stesso, per esprimere, in maniera tutt’altro che garbata o indolore, tutta la propria più sincera critica a quanto, lì sotto, avevano stolidamente posto in essere.

« Avete già in mente una strategia, vero, su come approcciarci a questo Eterno…? » domandò Lys’sh, con tono proprio malgrado retorico, giacché, in cuor suo, ella avrebbe avuto a doversi considerare sufficientemente sicura del fatto che né Duva, né tantomeno Midda, avrebbero voluto riconoscere a quell’individuo importanza tale da renderlo meritevole di un piano d’attacco, per così come pur da lei altresì suggerito, altresì richiesto.
« … scherzi? » replicò Duva, aggrottando la fronte con aria sorpresa e vagamente divertita da quella prospettiva, ai limiti del paradosso « Non crederai veramente che, là dentro, si annidi chissà qual pericoloso signore della guerra, pronto a falciarci non appena faremo capolino al suo uscio…?! » commentò, con tono vagamente canzonatorio, nel non poter ovviare a banalizzare tutto ciò, stanca qual, ormai e obiettivamente, avrebbe avuto a dover essere considerata di quell’intero mondo, oltre che di quella missione « La nostra strategia deve essere quella di entrare, catturarlo, lasciarlo chiacchierare qualche minuto con la nostra brutale primitiva qui presente e attendere che abbia a cantare come un usignolo, raccontandoci tutto quello che può sapere nel merito del nostro ragazzo scomparso. » chiarì, suggerendo l’unico approccio che avrebbe potuto considerare applicabile in quel frangente.