11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 20 giugno 2018

2583


Nell’ottica del più assoluto realismo in quella simulazione di guerra, anche la prospettiva di un pasto, e di un’occasione di riposo, avrebbero avuto lì a dover essere poste in una giusta prospettiva e una prospettiva che, se dal punto di vista della Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto a dover essere considerata sin troppo confortevole, o quantomeno tale nel confronto con quanto in una reale situazione di guerra l’aveva mai attesa nel proprio pianeta natale, meno tecnologicamente progredito rispetto al resto dell’universo, e se dal punto di vista di Duva o Lys’sh avrebbe avuto ad apparire persino divertente, nel confronto con la consapevolezza di quanto, pur, tutto quello altro non fosse che un semplice giuoco, dal punto di vista proprio di Rula, altresì, tutto ciò avrebbe avuto a dover essere giudicato, quantomeno problematico, nel proporsi a indubbia distanza da quanto, per lei, avrebbe avuto a doversi obiettivamente considerare il proprio consueto stile di vita. Uno stile di vita che, beninteso, non avrebbe avuto a dover essere erroneamente giudicato qual contraddistinto da inutile agiatezza o lusso, nel vivere, dopotutto, la propria quotidianità a bordo di una nave mercantile, e di una piccola nave mercantile, all’interno della quale, non avendo neppure un vero e proprio ruolo, un vero e proprio incarico, avrebbe avuto a doversi considerare pressoché una tuttofare, utile a coprire qualunque estemporanea esigenza del momento, in maniera non dissimile dal loro mozzo, l’anonimo Ragazzo. Ciò non di meno, il suo, uno stile di vita certamente meno spartano rispetto a quanto lì allora richiestole da quel contesto ipoteticamente bellico, nel doversi nutrire con pasti liofilizzati, nel dover scegliere quale albero eleggere a proprio gabinetto, e, ancora, nel dormire per terra, in mezzo alle foglie e a qualunque insetto che, ineluttabilmente, lungo il suo corpo avrebbe potuto decidere di avventurarsi in una qualche missione esplorativa… sperando sarebbero stati soltanto insetti.
E se, il pensiero che i propri lunghi e ricci capelli potessero trasformarsi in un nido per chissà quale creatura autoctona non avrebbe avuto, ovviamente, a esaltarla, a offrirle ragioni di soddisfazione, nel motivare, anzi, un ulteriore e sincero rimpianto all’idea di aver accettato di unirsi a quella missione; la giovane Rula Taliqua ebbe allora e nuovamente a dimostrarsi decisamente padrona delle proprie emozioni nel non lasciar trasparire il benché minimo disagio in ciò e, quietamente, nel prepararsi per la notte, non senza prima aver aiutato la propria compagna a disporre qualche sensore d’allarme lì attorno per poter essere all’occorrenza informata di eventuali pericoli in avvicinamento al punto che avevano così eletto a propria estemporanea base operativa. Non che, nel prepararsi per la notte, ella avesse in verità molto a cui badare, dovendo, semplicemente, limitarsi a definire il proprio più comodo incavo sul terreno e lì a lasciarsi giacere, aspettando di prendere sonno, in un’attesa che, comunque, non avrebbe avuto a doversi probabilmente considerare particolarmente impegnativa, nel ben considerare quanto, in quel frangente, ella avesse quindi a doversi considerare semplicemente stremata, arrivando addirittura, a margine di tutto ciò, a dimenticarsi persino di avere ancora a doversi nutrire.
Dimenticanza, la sua, che non mancò di esserle fatta notare da Lys’sh, nel momento in cui questa si rese conto che la sua compagna, l’unica rimastale, stava per impegnarsi con tutte le proprie energie a dormire, e a dormire rinunciando quietamente e quasi con indifferenza alla prospettiva di un utile, seppur forse discutibile, pasto…

« Ehy… pigrona. » la apostrofò, estraendo dal proprio zaino una razione di cibo e gettandola contro di lei, con un movimento privo di violenza e che pur conducesse quell’involucro argentato a impattare direttamente contro il suo petto, desiderando in tal senso volerle offrire disturbo prima ancora che ella potesse cedere al sonno « Comprendo bene che tu sia stanca, ma devi mangiare e devi bere prima di metterti a dormire… o domani non avrai le energie per proseguire oltre. » sottolineò, con fare decisamente premuroso verso di lei, quasi materno o, forse, da sorella maggiore, in un’inversione di ruolo rispetto a quello che ella stessa, abitualmente, avrebbe avuto a ricoprire innanzi alla sua sorellona Midda.
« Giuro che alla fine di questa avventura mi chiuderò in cucina insieme a Thaare e non uscirò di lì prima di essere ingrassata di almeno un paio di chili… » sbuffò, riferendosi alla loro cuoca di bordo e all’indubbia qualità della sua cucina, con fare necessariamente nostalgico nel confronto con quelle barrette di proteine, carboidrati, vitamine e quant’altro, compresse insieme in qualcosa di completamente insapore e inodore, utili certamente a soddisfare il loro fabbisogno energetico e, ciò nonostante, decisamente meno piacevoli rispetto ai manicaretti che sarebbe stata in grado di proporre loro la bravissima Thaare Kir Flann.
« … non so perché, ma il pensiero che tu possa ingrassare mi pare poco credibile! » ironizzò scherzosamente Lys’sh, scuotendo appena il capo, a escludere fermamente l’idea stessa di tale prospettiva, nel confronto con il fisico estremamente asciutto della propria interlocutrice.
« Non so se prenderlo come un complimento o un insulto… soprattutto detto da te! » replicò l’altra, aggrottando appena la fronte nel ricambiare quel riconoscimento, di qualunque natura esso avrebbe avuto a doversi considerare.

Se già, infatti, l’ofidiana non avrebbe potuto vantare le stesse curve proprie di Midda Bontor, e neppure quelle di Duva Nebiria, queste entrambe dotate di un fisico decisamente più pieno del suo, tanto dal punto di vista atletico, muscolare, quanto e non di meno sotto un profilo squisitamente femminile che, in particolare nella Figlia di Marr’Mahew, avrebbe avuto a proporre un’abbondanza persino eccessiva, in particolare all’altezza dei suoi seni e dei suoi fianchi, così tondi e pieni dal dover essere giudicati, razionalmente, per lei più un ostacolo che un vantaggio, per lo meno sotto un punto di vista squisitamente marziale; Rula Taliqua avrebbe avuto a poterla ampliamente battere in tal senso, con un fisico incredibilmente snello, slanciato, tale da rievocare necessariamente alla mente l’idea stessa di una silfide. Non che il resto dei suoi tratti caratteristici avrebbe potuto essere in alcuna maniera criticato…
Contraddistinta da una carnagione olivastra, da grandi occhi di un profondo verde scuro, a tratti tendente al castano, e da lunghi capelli neri e ricci, il suo volto si proponeva caratterizzato da carnose labbra scure nonché da un elegante profilo, dal da offrire la forma del naso a naturale proseguo rispetto alla linea della propria fronte. Un volto, il suo, che, al pari di quel corpo straordinariamente minuto, persino in apparenza fragile, in nulla avrebbe potuto tentare di dissimulare i propri venticinque anni, anzi, forse e persino lasciandola apparire addirittura più giovane, riconoscendole una fanciullezza che ormai non avrebbe più potuto vantare qual propria e che pur, molto facilmente, le sarebbe stata attribuita. Ma, al di là di quell’apparentemente prolungata adolescenza, nelle sue forme nulla avrebbe potuto in alcuna maniera offrire ragione a un qualsivoglia fraintendimento nel merito della sua natura femminile, suggerendo un’idea di androginia: i suoi seni, pur non più marcati rispetto a quelli di Lys’sh, e ben lontani tanto dalla media di Duva, quanto dall’eccesso di Midda, non avrebbero potuto ovviare a risultare forse ancor più marcati, nella propria presenza, proprio in grazia alla linearità del resto del suo addome, di quel fisico straordinariamente asciutto, così come, in contrapposizione, anche i suoi glutei, alti e sodi, non avrebbero probabilmente potuto vantare alcuna morbidezza ma, non per questo, sarebbero risultati meno che attraenti nella propria quieta ma appassionante promessa d’amore. E così, anche in quel momento, al termine di una dura, durissima giornata che alcuna occasione di riposo le aveva visto concessa, e anche laddove rivestita in abiti militari, con tessuto mimetico e forme tutt’altro che attillate, che alcuna sensualità avrebbero potuto garantirle, Rula Taliqua non si sarebbe potuta negare indubbio fascino e, ancor più, indiscutibile beltà: fascino e beltà, i suoi, che non avrebbero potuto, purtroppo, ovviare ad alimentare l’insofferenza propria di colei che, per motivi personali, non avrebbe potuto mancare di considerarla una propria rivale, addirittura una propria avversaria, nell’averla sostituita nelle attenzioni di quell’unico uomo da entrambe amato.

« Mangia, va… » ridacchiò la donna rettile, offrendo un morso a quella barretta, terribile nel proprio sapore, e, tuttavia, meno peggio di altri cibi, difficilmente definibili tali, con i quali era stata costretta a nutrirsi nel corso della propria esistenza « Non vorrei mai che questo splendido sapore di cartone compresso potesse guastarsi restando troppo esposto all’aria aperta. » soggiunse immediatamente, necessariamente sarcastica nel confronto con la delizia in tal modo loro offerta.

martedì 19 giugno 2018

2582


Come già pocanzi, Rula comprese allora di non potersi concedere il lusso della menzogna, giacché, se soltanto lì avesse mentito, e se ciò fosse stato da lei compreso, da lei colto, tutto ciò avrebbe semplicemente condotto a conseguenze peggiori di quelle proprie della verità. E così, a prescindere da quanto simile scelta avrebbe potuto riservarsi i propri rischi, le proprie possibilità di errore, ella preferì ovviare a qualunque falsa ipocrisia, a qualunque artefatto perbenismo, e limitarsi a parlare, a parlare sinceramente, esprimendo la propria posizione, il proprio pensiero, per così come dalla stessa ofidiana prima descritto qual requisito indispensabile fra vere amiche: vere amiche che, certamente, elle non avrebbero potuto lì vantare di essere, ma che, speranzosamente, dopo quell’avventura, dopo quelle vicende, avrebbero anche potuto sperare di divenire…

« Non ti conoscevo. E non ho fatto nulla per conoscerti, limitandomi a dar retta a chi mi ha consigliato di mantenere le distanze da te, da voi tutte in generale e da te in particolare, nel timore di quanto avrebbe potuto avvenire. E, in ciò, ho commesso un errore. » dichiarò pertanto, non negando le proprie responsabilità in quanto accaduto, nelle scelte delle quali non si era negata occasione di essere complice e, in ciò, non meno colpevole rispetto a chi malamente l’aveva consigliata « Sì. Ho avuto paura di te. Ho avuto paura di te nel vederti così umana, se mi passi il termine… e, al contempo, così diversa da tutto ciò che avrebbe potuto essere espresso come umanità. » ammise, con un lieve annuire « Ma oggi, quando hai preso le mie difese, prima, e quando finalmente mi sono concessa la possibilità di avere un dialogo con te, poi, tutta l’ignoranza propria del mio pregiudizio si è andata a infrangere in maniera violenta contro la realtà dei fatti… e contro l’evidenza di quanto sia stato stupido da parte mia avere timore di te per la tua umanità. Perché, a prescindere dalla tua specie di appartenenza, a prescindere dal colore della tua pelle o dalle forme del tuo volto, tu sei comunque una persona, una donna come me… con tutte le tue emozioni, tutti i tuoi dubbi, tutte le tue straordinarie qualità, probabilmente… sicuramente persino migliori di quanto io non potrei mai vantare di possedere. » argomentò, tutto d’un fiato, non cercando di dimostrare razionalità in quanto stava così spiegando, in quanto stava così sostenendo, quanto, e piuttosto, tutta la propria emotività, un’emotività in grazia alla quale l’onestà di quel pensiero, la sincerità di quelle parole, non avrebbe potuta essere posta in dubbio « Sì. Ho avuto paura di te. Ma oggi, ora, non ne ho più. Perché il pregiudizio è stato dissolto in grazia al giudizio… e, a confronto con questo giudizio, soltanto una sciocca, soltanto un’idiota, potrebbe avere paura di te in quanto ofidiana. Soltanto una sciocca, soltanto un’idiota, potrebbe non innamorarsi della tua bellezza, e della tua bellezza interiore ed esteriore. E, con tutti i difetti che sicuramente possiedo, credimi, vorrei evitare di considerarmi una sciocca o un’idiota! »

Un lungo monologo, quello con il quale Rula ebbe a rispondere a Lys’sh, che non venne da lei ignorato, che non venne da lei accolto con superficialità, limitandosi magari all’ascolto delle prime parole, delle prime sentenze e, con esse, di quelle dichiarazioni negative, ma che venne recepito per intero, e che venne valutato in tutte le sue parti, in tutti i suoi aspetti, offrendole certamente molto su cui riflettere, molto su cui soffermarsi a ponderare. Perché se pur quella giovane aveva sbagliato nel pregiudicarla, nel decidere di offrire ascolto a infondati pettegolezzi volti a considerarla un rischio solo in quanto chimera; quella stessa giovane aveva allor deciso non soltanto di ammettere il proprio sbaglio, ma, anche, di rivedere in maniera molto meno superficiale di quanto chiunque si sarebbe potuto attendere da lei la propria posizione, in un’analisi, in un giudizio che, a sua volta, non avrebbe potuto che far emergere l’eguale colpa inversa, l’eguale errore che Lys’sh aveva compiuto nei riguardi di Rula, concedendosi, suo pari, di dar retta a delle voci su di lei, ai pettegolezzi, ai pregiudizi propri di Duva nei confronti della nuova sposa del suo ex-marito, e atti a descriverla, a definirla come una poco di buono, un bel visetto privo di ogni qualità e utile soltanto a sollazzare gli istinti sessuali del capitano, senza, in ciò, riservarsi realmente occasione di conoscerla, di aprire un dialogo con lei.
Tale avrebbe avuto a doversi riconoscere l’orrore proprio del pregiudizio: la possibilità di esprimersi in molteplici forme diverse, in molteplici modi diversi, sovente così subdoli, e così quotidianamente diffusi, da non permettere ad alcuno di riconoscerli… non, almeno, nell’immediato. E se il pregiudizio razziale, la paura dimostrata da Rula nei riguardi di Lys’sh in quanto ofidiana, avrebbe avuto sicuramente a risultare un argomento più profondo, più incisivo, in quanto tema alla base di fin troppe guerre, di fin troppe stragi compiute in difesa dell’umanità contro la minaccia delle chimere; parimenti ogni altra forma di pregiudizio, come quello del quale Lys’sh non avrebbe potuto negarsi d’aver vissuto nei riguardi di Rula, limitandosi ad accettare per vere le voci a suo riguardo senza, in ciò, concedersi possibilità di maturare un propria valutazione a tal riguardo, avrebbe avuto a doversi considerare non meno pericoloso, non meno violento e, in questo, non meno condannabile rispetto all’altro. Ragione per la quale, dopo quella lunga argomentazione da parte della giovane umana, fu il turno dell’ofidiana a esprimersi, e a esprimersi in termini utili ad ammettere le proprie colpe e a proporre le proprie scuse…

« Non ti conoscevo. E non ho fatto nulla per conoscerti, limitandomi a dar retta a chi mi ha consigliato di mantenere le distanze da te. » premesse, riproponendole le medesime parole appena udite, non tanto per scimmiottarla, quanto e piuttosto per renderle omaggio, e per offrire una più chiara evidenza della reciproca colpa, della reciproca responsabilità in quanto accaduto « Mi eri stata descritta come una ragazzina sciocca, vanesia e arrivista, il cui unico interesse avrebbe avuto a doversi riconoscere quello di comportarsi come una sorta di reginetta della nave, priva d’ogni carisma e forte, soltanto, della capacità di soddisfare le fantasie più perverse del nostro capitano. E, forse senza neppure rendermene conto, ho accettato tale valutazione, ho accolto qual mio simile pregiudizio, rendendomene complice. » ammise, con tono contrito, dispiaciuto, nel dichiararsi, allora, alla stregua di coloro che pur, rabbiosamente, aveva sino a quel momento condannato, alla luce di quanto compiuto a proprio discapito, in proprio contrasto « Ma oggi, quando ti ho vista tanto crudelmente osteggiata da Duva, accusata di colpe inesistenti, criticata per mancanze mai occorse, mi sono resa conto di quanto si sbagliasse, decidendo di reagire, e di reagire contro di lei, per tentare impedirle di continuare a infierire a tuo discapito. Tuttavia, soltanto ora, soltanto sentendoti parlare in questo modo, e riconoscendomi sorpresa per la profondità delle tue parole, di quanto hai appena dichiarato, non ho potuto ovviare a pormi a sincero confronto con il pregiudizio a tua condanna intrinseco nel mio animo, e un pregiudizio non motivato dalla tua natura umana, in opposizione alla mia, quanto e peggio soltanto dal rancore di chi, avendo chiaramente personali questioni in sospeso con il proprio ex-marito, mi ha coinvolto nelle proprie gelosie, rendendomi complice di un’azione discriminatoria a tuo riguardo. E, mia colpa, non ho fatto nulla per impedirmi di essere complice… non ho fatto nulla per conoscerti e per maturare, autonomamente, una mia idea a tal riguardo. » scosse il capo, rammaricata per tale propria mancanza, e una mancanza che, per due anni, le aveva negato la possibilità di avere un’amica in più a bordo della Kasta Hamina, e un’amica probabilmente non meno straordinaria, nel proprio cuore, nel proprio animo, rispetto a Midda o Duva « Sì… mi sono tanto scandalizzata per quanto compiuto da te e da Lange a mio discapito, nel mentre in cui, tuttavia, non mi riservavo occasione di agire diversamente a vostro… a tuo discapito. E di questo non posso che dispiacermi. E invocare, sinceramente, una qualche possibilità di perdono da parte tua. » concluse, in ciò andandosi ad accomodare accanto a lei, e accanto a lei sedendosi, per cercare, in un gesto fisico, di palesare quella reciproca, conquistata vicinanza emotiva, intellettuale e spirituale.

Una vicinanza a cui, allora, Rula Taliqua non si sottrasse. E per quanto le parole appena udite avrebbero potuto, in lei, far crescere rabbia e rancore per quanto accaduto, per tutto ciò che era successo e che l’aveva vista descrivere in termini decisamente poco lusinghieri; in quel momento, in quella situazione, comprovando nuovamente una straordinaria maturità, e un cuore decisamente più grande di quanto le avrebbero mai attribuito, ella si limitò semplicemente a gettarsi contro quella nuova amica, per poterla abbracciare con sincero affetto e una malcelata lacrima di gioia.

lunedì 18 giugno 2018

2581


Per quanto, infatti, ella fosse ben consapevole del passato del loro capitano e di come la sua prima sposa, Kasta, fosse stata uccisa per mano di un gruppo di chimere, predoni spaziali che avevano assaltato la nave a bordo della quale egli era all’epoca impiegato come primo ufficiale, ponendo nel suo cuore il seme dell’odio, e dell’odio per qualunque esponente di una qualunque specie non umana; in quegli ultimi due anni, da parte di Lange Rolamo, non erano mai emerse evidenze di comportamenti discriminatori a suo riguardo, in quella che, da parte sua, era sembrata essere una più o meno quieta accettazione della loro presenza a bordo. Una presenza a bordo, in verità, inizialmente voluta da parte della stessa Duva Nebiria, e da lei imposta, dall’altro della propria partecipazione egualitaria alla proprietà della nave, forse e persino qual dispetto nei confronti del proprio ex-marito, nel condurgli a bordo due sue amiche, due donne espressione, dopotutto, di quanto egli avrebbe avuto ragione di non sopportare, nell’incarnare Midda un animo quietamente affine a Duva e, suo malgrado, nell’essere la stessa Lys’sh esponente di una razza non umana. Ma, a margine di ciò, di tale, probabilmente, non ottimale esordio, nei mesi successivi, nelle stagioni successive, nei cicli successivi, Lange Rolamo non aveva mai offerto evidenza di particolari intolleranze verso di loro. Cioè... verso Midda, e verso la sua innata predisposizione ai guai, egli non aveva mancato di esprimere una difficoltà di sopportazione, difficoltà che, tuttavia, avrebbe avuto poi a doversi riconoscere compensata dalla sua utile presenza a bordo, nel ruolo, per lei perfetto, di capo della sicurezza. Ma verso se stessa, Lys’sh non aveva mai colto, da parte sua, particolare alacrità.
Tuttavia, le parole lì pronunciate da Rula avrebbero avuto a doversi considerare troppo sincere, troppo spontanee, per non aversi a dover riconoscere sincere. E, nel confronto con tale sincerità, e con quanto in essa celato, Lys’sh non avrebbe potuto ovviare a ritrovarsi disorientata, nel dover, improvvisamente, rivalutare non soltanto Duva, ma, anche e più spiacevolmente, il loro capitano, quell’uomo che, brontolii a parte, al suo sguardo era sempre stato valutato qual espressione di saggezza, in quella che, purtroppo, avrebbe avuto a doversi intendere soltanto qual una romantica interpretazione di una più spiacevole realtà.

« … lo sai quello che gli è accaduto in passato. Sai di sua moglie e di suo figlio. » sussurrò con tono sinceramente contrito Rula, non desiderando giustificare il proprio sposo e, ciò non di meno, sperando in qualche modo di trovare, in Lys’sh, lo stesso approccio moderato che, sino a quel momento, le era stato proprio, e in sola grazia al quale, probabilmente, tutto quello non si sarebbe tradotto in una ragione di rabbiosa rottura fra lei e tutti loro « Non è un uomo cattivo: ha solo paura… »

Ma Lys’sh non rispose. Non rispose nella necessità di digerire tutto quello. Non rispose nella necessità di scendere a confronto con la verità dei fatti, e con la verità dei fatti in conseguenza alla quale, forse, a bordo della Kasta Hamina ella non avrebbe avuto a doversi considerare qual mai realmente accolta, qual mai effettivamente accetta o integrata, quanto e piuttosto, forse tollerata, forse sopportata, e, pur, guardata con una certa diffidenza, con un certo sospetto da parte di tutti.
No. Non tutti. Midda, Be’Sihl, Tagae e Liagu: almeno loro no. Non avrebbe potuto crederlo. Non avrebbe potuto accettarlo. Non che per gli altri se lo stesse attendendo, non che avrebbe potuto quietamente crederlo o accettarlo. Ma Midda, e il suo compagno… loro no. Anche loro, dopotutto, avrebbero avuto a doversi riconoscere probabilmente tanto alieni quanti lei rispetto al resto dell’equipaggio. Anche loro, dopotutto, avrebbero avuto a dover riconoscere il proprio passato in una diversa storia rispetto a quella di tutti gli altri, e una storia nella quale, forse, non avrebbero avuto ragione di riservarsi pregiudizi verso di lei. O forse… no?
Midda non aveva mai fatto segreto, dopotutto, di aver affrontato e ucciso delle creature simili a lei in passato, motivazione per quale, anzi, le aveva più volte chiesto scusa, con sincero rammarico, con sincero senso di colpa e di colpa non tanto per le loro morti, nell’essersi macchiata le mani di sangue in maniera dopotutto indiscriminata, a prescindere dalla specie, dalla razza, dal colore o dal sesso dei propri antagonisti, verso nessuno ponendo discriminazione alcuna, quanto e piuttosto senso di colpa per averli banalizzati qual semplici mostri, e, in ciò, nel non essersi mai riservata occasione per credere che, al contrario, dietro a essi avesse a doversi riconoscere qualcosa di più, qualcosa di più vasto. Non che questo, ovviamente, avrebbe poi fatto la differenza nel discriminare fra la vita e la morte, e fra la propria vita e la propria morte, scegliendo, in ciò, di abbattere quell’antagonista.
Realmente Midda e Be’Sihl avrebbero avuto a doversi considerare estranei a quel subdolo clima avvelenato, a quell’ambiente nel quale, nel corso di quegli ultimi due anni, ella aveva vissuto, aveva creduto di essersi integrata, salvo scoprire tardivamente di essere stata sempre mantenuta sotto osservazione, e sotto una lente volta a considerarla pericolosa per la propria semplice natura non umana?!
Lys’sh scosse ancora il capo, e lo scosse nel tentativo di allontanare da lei almeno quel pensiero, almeno quell’ultimo dubbio e quell’ultimo dubbio riferito alla sua sorellona. Dopo tutto quello che avevano vissuto insieme, anche nel tempo del sogno, ella non poteva ora concedersi occasione di essere così sospettosa verso di lei. Non sarebbe stato giusto. Non sarebbe stato corretto considerarla negativamente soltanto perché umana. Sarebbe stato un pregiudizio. E un pregiudizio non diverso da quello che, in quel momento, gli altri stavano destinandole… un pregiudizio che l’avrebbe condotta ad agire in maniera negativa verso di loro, semplicemente confermando il loro pregiudizio, alimentando le loro paure, e costringendola a essere sempre, a sua volta, più sospettosa verso di loro, fino a quando, in quel crescendo, in quel circolo vizioso, non si sarebbe giunti al punto di non ritorno…
Lys’sh non rispose. E Rula non insistette. Non insistette non per paura verso di lei, quanto per volerle offrire il proprio rispetto, e il proprio rispetto nel confronto con quella situazione, con quel momento, che, non avrebbe potuto ovviare a immaginare, non avrebbe avuto a dover essere semplice per lei. Una situazione a fronte della quale, ancora, ella non poté che sentirsi sempre più colpevole, sempre più responsabile, avendo inavvertitamente dato il via a tutto ciò, a quella spirale negativa. O forse… no?
Chi aveva dato realmente origine a tutto ciò? Rula nel parlare a Lys’sh della mancanza di fiducia di Lange verso di lei? Oppure Duva nel proprio astio per lei, astio in conseguenza al quale, a sua volta, si era rivoltata contro Lys’sh, creando quella situazione? O, ancor prima, l’avversione di Duva che l’aveva spinta a coinvolgere a bordo Midda e Lys’sh solo per indispettire il proprio ex-marito, alimentando il suo rancore e i suoi pregiudizi?... Difficile comprenderlo. O, forse e piuttosto, inutile. Perché se pur avrebbe avuto a doversi considerare sincero il suo giudizio sul suo sposo, nel definirlo come un uomo buono, altrettanto vero avrebbe avuto a doversi considerare l’errore da parte del medesimo nel cedere a quelle emozioni più primordiali di odio, e di odio generalizzato, di pregiudizio assoluto, nei confronti di qualunque chimera, attribuendo in maniera generalizzata a intere civiltà la colpa per la morte della propria famiglia.
“Ha solo paura…”: la paura alla base di tutto. La paura e la violenza. Violenza dalla quale avrebbe avuto a doversi considerare generata la paura. E la paura che, ineluttabilmente, avrebbe avuto ad alimentare la violenza. E, in pochi istanti, in poche semplici frasi, tre amiche che avevano affrontato insieme straordinarie sfide, incredibili avventure, si erano improvvisamente ritrovate separate fra loro, in contrasto fra loro. E, ancora, in pochi istanti, in poche semplici frasi, un equipaggio unito, forse, solidale, che aveva affrontato insieme straordinarie sfide, incredibili avventure, si era improvvisamente ritrovato infranto nella propria struttura fondamentale, in quell’ossatura della quale tutti loro facevano parte e che, pur resistendo nel confronto con terrificanti nemici, stava allor sbriciolandosi, polverizzandosi, innanzi ai loro più stupidi errori. Errori generati dalla paura.

« Anche tu hai paura di me…? » domandò Lys’sh, dopo un lungo intervallo di silenzio, ritrovando solo per esprimere quella semplice e diretta domanda, una semplice e diretta domanda in conseguenza alla quale, probabilmente, tutto sarebbe potuto cambiare, in un modo o nell’altro.

domenica 17 giugno 2018

2580


La situazione emotiva nella quale Rula Taliqua venne a ritrovarsi, a seguito del conflitto occorso con Duva Nebiria, fu quantomeno complessa. Se, infatti, da un lato ella non avrebbe potuto ovviare a considerarsi vittima innocente della folle gelosia dell’ex-moglie di proprio marito, nei riguardi della quale, obiettivamente, non avrebbe potuto considerare di aver mai agito nel volerle arrecare alcun torto, non potendo, anzi, evitare di provare un certo senso di ammirazione per lei, e per la straordinaria forza d’animo che ella era solita dimostrare anche nelle situazioni più avverse; su un fronte diverso, e proprio in conseguenza a quella sincera ammirazione verso di lei e, in generale, verso la piccola, compatta squadra da lei formata insieme a Midda Bontor e ad Har-Lys’sha, ella non avrebbe potuto mancare di percepire un certo senso di colpa, e un senso di colpa conseguente, allora, all’obiettiva consapevolezza di essere stata, fra di loro, ragione di discussione, di lite e, persino, di estemporanea rottura: senso di colpa che, comunque, avrebbe avuto a doversi lì riconoscere comunque posto in leggero secondo piano nel confronto con un’indubbia gratitudine che, parimenti, non avrebbe potuto mancare di provare nei riguardi proprio di Lys’sh, di colei che, pur senza una qualche reale motivazione, un qualche personale vantaggio, non si era negata possibilità di prendere le sue difese, di schierarsi in suo favore, al punto di arrivare alla rottura nei confronti di Duva. Una rottura che, lo comprendeva, ne era perfettamente consapevole, non avrebbe potuto che ferire entrambe le donne protagoniste di ciò, se pur in termini diversi, in maniera differente, e che, ancora una volta, non avrebbe potuto che alimentare quel controverso senso di colpa incompatibile con l’idea, con il pensiero pur fermo, pur assoluto, di non aver compiuto nulla di sbagliato, non in quella missione, non in senso più amplio, per attrarsi in tal maniera l’avversione di Duva.
Così internamente combattuta, quando, dopo qualche tempo trascorso a camminare in silenzio, e a prendere in tal maniera le distanze dall’altra metà della loro squadra, Lys’sh ebbe a suggerire di fermarsi, e di fermarsi, finalmente, a riposare per qualche ora, Rula non avrebbe potuto che dirsi concorde. Concorde nell’avere, innanzitutto, possibilità di riprendere le forze e, in secondo luogo, di dialogare con Lys’sh, a esprimerle la propria gratitudine per quanto accaduto…

« Ancora non ci credo… » sospirò con stanchezza, e pur con una certa soddisfazione personale, nel lasciarsi sedere a terra e, in effetti, persino sdraiare, nel non aver più a doversi negare tutta la stanchezza accumulata nel corso di quella lunga, lunghissima giornata, iniziata troppe ore prima.
« Neanche io. » commentò di risposta Lys’sh, fraintendendo tuttavia il senso di quanto la propria interlocutrice desiderava affermare, e considerandolo in riferimento agli avvenimento occorsi, alla lite accaduta e, in particolare, alle spiacevoli parole pronunciate da Duva a suo discapito « … mi ha dato della serpe. » soggiunse, a chiarire la propria interpretazione nel merito di tale sconcerto, scuotendo il capo e restando ancora in piedi, laddove, a sua volta obiettivamente stanca, avrebbe comunque avuto lì a doversi considerare alimentata, nei propri movimenti, nel proprio incedere, da quella rabbia interiore troppo a lungo trattenuta « E non tentare di difenderla sostenendo che il suo fosse un semplice modo di dire: l’ha detto con il chiaro intento di aggredirmi… e di aggredirmi in maniera becera in riferimento alla mia natura, al mio essere un’ofidiana. »
« … in verità io volevo riferirmi al fatto di aver camminato per quasi un’intera giornata praticamente senza soste, se togliamo quei pochi momenti di intervallo utile a mangiare che ci siamo riservate nelle ultime ventiquattro ore. » sorrise Rula rimettendosi a sedere, non senza un lieve imbarazzo, nel non tentare di dissimulare il proprio intento originale, non nel voler minimizzare l’importanza dello scandalo proprio della compagna, quanto e piuttosto per non alimentarlo inutilmente, in termini che, necessariamente, non avrebbero potuto che causare soltanto dolore alla medesima.
« Oh… » esitò l’altra, ritrovandosi per un istante quasi in imbarazzo per il fraintendimento occorso e, poi, riservandosi l’occasione di scoppiare in una lieve risata, in un fugace momento di ilarità, in conseguenza a quanto appena accaduto « … scusami! » soggiunse, a ennesima dimostrazione, a nuova riprova, della sensibilità del suo animo, pur disposta a riconoscere maggiore importanza a simile facezia malgrado il momento di rabbia « Credo che questa storia con Duva mi abbia ferito più di quanto non avrei piacere ad ammettere. » dichiarò, a esplicitare il perché di quella richiesta di scuse « Al punto tale che, se devo essere sincera, in questo momento preferirei percorrere altre ventiquattro ore di marcia piuttosto che affrontare nuovamente un dialogo con lei! »
« In effetti… » non poté che ammettere l’altra, aggrottando appena la fronte, nel ben comprendere le ragioni proprie di quella posizione, conoscendole molto bene « Quanto è accaduto è stato estremamente spiacevole… e mi dispiace esserne stata, seppur forse indirettamente, la causa. » volle scusarsi a sua volta, scuotendo appena il capo con evidente rammarico « In effetti, anzi, permettimi di esprimerti la mia più sincera gratitudine per aver voluto prendere le mie parti: comprendo bene quanto voi siate amiche, e quanto, probabilmente, questo non sia stato semplice o immediato… »
« Essere amiche non significa ignorare i difetti l’una dell’altra o viceversa. Né, tantomeno, limitarsi a restare in silenzio e rinunciare a esprimere la propria idea, quando questa abbia a scoprirsi diversa da quella della controparte. » puntualizzò, tuttavia, la giovane ofidiana, scuotendo appena il capo, a escludere la difficoltà così suggerita « Per quanto mi riguarda, essere amiche significa, anzi, essere pronte a esprimersi in maniera persino più diretta, più esplicita, se necessario, rispetto a quanto mai non ci si potrebbe sentire capaci di fare con un estraneo, in ciò animati dal desiderio di voler rendere quell’amicizia sempre più salda, sempre più solida e forte, nel lavorare insieme per farla crescere! »
« Parole straordinarie… » riconobbe sinceramente ammirata Rula, la quale, con un po’ di sorpresa, ebbe lì a iniziare a scoprire la profondità di quella giovane donna con la quale condivideva la propria quotidianità da più di due anni e nel confronto della quale, pur, non avrebbe potuto negare l’esistenza di un rapporto fondamentalmente superficiale, limitato alle minime interazioni sociali proprie di qualunque giornata a bordo di una nave mercantile.

Una sorpresa, uno stupore, che non passarono inosservati innanzi all’attenzione della giovane ofidiana, la quale, sforzandosi di offrire un sorriso tirato, o quanto, sul suo volto, avrebbe avuto a doversi considerare tale, non poté ovviare a intuire le ragioni dietro a tale sorpresa, a simile stupore, riconducendole, amaramente, alle quieta verità nel merito della propria stessa natura.
E se, in quel sorriso tirato, una certa amarezza non avrebbe potuto che essere in tal maniera espressa, malgrado la stanchezza, malgrado quelle ultime ventiquattro ore di veglia e di marcia, Rula si concesse opportunità di cercare immediato chiarimento nel confronto con tutto ciò, nel non voler reiterare nel proprio errore, nel non volersi permettere occasione alcuna per risultare nuovamente sgradevole nei suoi confronti, così come, purtroppo, era inconsapevolmente stata in tutto quel tempo…

 « Hai ragione. Non dovrei esserne così sorpresa. Né dovrei concedermi l’occasione, solo ora, di dialogare con te, a scoprire la meravigliosa profondità del tuo animo… » annuì in risposta a un’osservazione pur mai formulata a proprio discapito e che, ciò non di meno, in quel silenzio era riuscita a risultare estremamente palese « … e so che questo non potrà cancellare il mio errore, ma desidero chiederti scusa per aver prestato ascolto ai pregiudizi di Lange e, in questo, a non essermi concessa prima opportunità di confronto con te. »
« … Lange? » ripeté e domandò Lys’sh, cercando di non dissimulare quanto, allora, avrebbe avuto a doversi considerare da parte sua qual sorpresa, qual stupore, per quel nome, per quell’indicazione che, in tutta onestà, ella non si sarebbe mai attesa, e non si sarebbe mai attesa di veder associato a un qualche genere di pregiudizio, e, soprattutto, di pregiudizio negativo nei suoi confronti, avendo egli sempre incarnato, innanzi al suo sguardo, l’immagine di un saggio padre di famiglia, un patriarca di altri tempi, costantemente sopra le parti e mosso, nel proprio incedere, soltanto da equilibrio e moderazione.

sabato 16 giugno 2018

2579


Nello scoprirsi mossa, intimamente, a un inatteso senso di pietà per quei tre giovani, e quei tre giovani che, in maniera tanto inadeguata, stavano giocando alla guerra senza rendersi realmente conto di cosa la guerra avrebbe realmente potuto significare, per un istante la Figlia di Marr’Mahew si sentì prossima all’idea di non attaccarli, o, quantomeno, di non riservarsi troppo banale possibilità volta a sorprenderli, e a sorprenderli senza che neppure potessero riservarsi la benché minima opportunità di difesa nei suoi confronti, eliminandoli dal gioco così come, dalla propria posizione, ella avrebbe potuto facilmente compiere i non più di un paio di movimenti. Spinta da tale specie di rimorso, ella ebbe a ritrovarsi quasi prossima a creare, volontariamente, un suono, un qualche rumore, utile a porli in guardia e a concedere loro una qualche illusione di equa disfida nei suoi confronti, eventualità che, certamente, non avrebbero mai potuto riservarsi. Ciò nonostante, il loro numero, la loro formazione a tre, ebbe a spingerla a pensare, e a spingerla a pensare a quanto occorso all’obiettivo di quella loro missione, al giovane Comar Virto, il quale, forse proprio in quella stessa foresta, si era a sua volta avventurato insieme ad altri tre compagni, convinto di andare a divertirsi, salvo poi essere da questi essere semplicemente abbandonato, e abbandonato chissà dove, e chissà in quale condizione, senza neppur riportare alla famiglia del medesimo una qualche notizia, un qualche dettaglio nel merito del suo destino.
E qualunque cosa potesse essere allor accaduta a Comar Virto, qualunque verità mai tutte loro avrebbero potuto scoprire dietro la sua scomparsa, solo due inappellabili condanne avrebbero avuto a dover comunque esser mosse a margine di tutto ciò, al di là di quanto qualunque liberatoria firmata dallo stesso giovane avrebbe mai potuto dichiarare: una condanna nei confronti di quel pianeta e del suo assurdo giro d’affari, irrefrenabile e mai frenatosi neppure nel confronto con la scomparsa di qualcuno, nel merito del destino del quale, oltretutto, aveva elevato un muro di omertoso silenzio; e una condanna ancor maggiore nei confronti dei supposti amici dello stesso, i quali, ancor peggio, a quel muro di omertoso silenzio avevano deciso di contribuire, e di contribuire innanzi persino alla semplice e sacrosanta richiesta di un padre di conoscere la sorte di proprio figlio. Qual genere di persone avrebbero mai potuto, in fede, comportarsi così nei confronti di chi dichiarato proprio amico, proprio commilitone, proprio fratello d’armi? Qual genere di persone avrebbero mai potuto, con tanta superficialità, con tanta indifferenza, voltare le spalle a un loro pari al punto tale da accettare di dimenticarsi persino della sua esistenza, quasi egli non fosse mai entrato a far parte delle loro vite, della loro quotidianità?!
Invero, fosse dipeso da lei, quella loro missione, quel loro viaggio, non avrebbe veduto qual prima tappa il pianeta della guerra, quanto, e piuttosto, le abitazioni di quegli infami, supposti amici di Comar Virto, i quali, in un modo o nell’altro, sarebbero alfine stati persuasi a parlare, e a esprimersi nel merito del fato di quel giovane, soprattutto laddove da ciò avrebbero potuto direttamente dipendere le loro vite. Purtroppo, e per fortuna di tali disgraziati, l’indirizzo di tale missione non era dipeso da lei, giacché, nell’eccessivamente elevato lignaggio delle loro famiglie, impegnarsi immediatamente su tale fronte avrebbe avuto a doversi tradurre quanto di più prossimo a dichiarare guerra a qualche intero pianeta, prospettiva che, di certo, non avrebbe mai frenato la donna guerriero, ma che pur, parimenti, non avrebbe potuto volgere in favore dello scomparso, nella rara eventualità in cui, ancora, vi potesse essere una qualche possibilità di trovarlo ancora in vita, di poterlo salvare e riportare a casa, da suo padre.
Ciò non di meno, nel momento in cui, innanzi a lei, soltanto in tre avrebbero avuto a doversi considerare quel ben diverso gruppo di giovani allora ipoteticamente impegnato a offrirsi qual minaccia per lei e per Duva, necessariamente immediato ebbe a essere un collegamento mentale con le dirette ragioni della loro presenza in quel mondo, collegamento a fronte del quale, quindi, ella non ebbe a poter provare più alcuna pietà nei loro riguardi, nei riguardi di coloro i quali, forse, lì stavano agendo né più, né meno, come già aveva agito il gruppo al quale Comar Virto aveva affidato il proprio destino.
Così ella agì. E agì con la velocità di un fulmine e con la ferocia di una terrificante fiera.
Il primo dei tre giovani a essere da lei raggiunto fu un ragazzo di non più di venticinque anni, la cui unica parvenza di maturità avrebbe avuto a doversi riconoscere espressa da una barba incolta e, ciò non di meno, estremamente priva di costanza sul suo volto, di densità lungo il suo viso, tale da farlo apparire in verità più prossimo a un bambino desideroso di sembrare uomo che, effettivamente, a un uomo: egli, armato di tutto punto, con tanto di mimetica, equipaggiamento d’assalto e tutto l’occorrente che mai avrebbe potuto associare all’idea del perfetto soldato, venne da lei raggiunto alla propria gola da una lunga lama di luce, l’equivalente, in quel gioco, di una spada, che lo attraversò da parte a parte senza ferirlo, senza lederlo, e che pur ne sancì, in maniera rapida e indolore, la fine, e la fine per decapitazione, qual tale sarebbe necessariamente occorsa se soltanto, in luogo a quella semplice proiezione luminosa, ella avesse impugnato una vera lama, qual, fra tutte, la sua amata spada bastarda che, ancora una volta, suo malgrado, non aveva potuto accompagnarla in quella nuova missione. E se, quella morte, venne palesata in maniera inoppugnabile da un improvviso pulsare rosso di una luce sul braccio sinistro dello stesso giovane, all’altezza del bracciale di controllo che anche a lui, come a tutti, era stato fornito al momento dello sbarco sul pianeta della guerra; tutto accadde così rapidamente che egli ebbe occasione di rendersi conto di tale lampeggio ancor prima della ragione del medesimo, non avendo praticamente veduto giungere sino a lui né quella lama, né, tantomeno, colei che la stava impugnando.
Immediatamente a seguire, in un intervallo sì breve da poter far pensare all’effetto di un unico, semplice attacco, di un singolo continuo movimento, fu il successo che ella ebbe a riservarsi nel confronto con il secondo fra i tre protagonisti, un ragazzotto più tarchiato, e più muscoloso, rispetto all’amico dinoccolato, e apparentemente più maturo nei suo confronto in conseguenza del proprio cranio lì sfoggiato qual completamente rasato, benché, probabilmente, avrebbe avuto a dovergli essere considerato coetaneo o poco più. Questi, infatti, si poté rendere conto del pulsare del proprio bracciale, e, con esso, della propria avvenuta morte, solo un semplice battito di ciglia dopo a quella del compagno, ritrovandosi a essere, a sua volta, raggiunto dalla spada di luce della loro ancor non percepita avversaria, lama che, in tale occasione, in simile frangente, venne condotta non tanto al suo collo, quanto e piuttosto, a seguito di una rapida ed elegante piroletta da parte della Figlia di Marr’Mahew, a trapassare il suo intero torso, penetrando dalla sua schiena e fuoriuscendo dal suo torace, in un colpo assolutamente preciso, perfettamente mirato, che, se allora a offenderlo fosse stata una spada vera, essa gli avrebbe letteralmente spezzato il cuore, trafiggendolo da parte a parte e condannandolo, in ciò, a una fine pressoché istantanea, qual tale, del resto, venne quindi rilevata da parte del suo dispositivo di controllo.
Meno repentina, e pur estremamente ravvicinata, fu anche la morte del terzo elemento di quel ristretto contingente, il membro più maturo di quel gruppo, costituito da un individuo di media altezza e di media corporatura, e da corti capelli castano-biondicci, il quale, procedendo a lieve distanza rispetto ai primi due, ebbe così a essere il solo a cui venne concessa occasione utile per rendersi conto di quanto lì stesse accadendo, intravedendo, se pur per un tempo incredibilmente breve, per un’occasione straordinariamente fugace, quella figura, quella donna dai corti capelli rosso fuoco, la quale, emersa dal nulla, in due movimenti rapidi e decisi, aveva eliminato metà della sua squadra, e, ancora, stava lì proponendosi di dimezzarla ulteriormente, nel dirigersi verso di lui e verso di lui preparandosi a colpire. E se pur, in tutto ciò, Midda Bontor ebbe occasione di agire in maniera straordinariamente rapida, efficace ed efficiente, forse la paura, forse la sorpresa, ancor più che un reale controllo sulla situazione, videro allora quel terzo elemento riservarsi addirittura l’occasione di aprire il fuoco verso di lei o, quantomeno, di sperare di agire in tal senso, laddove, comunque, ella, pur dritta innanzi a lui, e alla bocca del suo fucile, non venne minimamente sfiorata dal colpo, in grazia a quello che, perfettamente tarato, fu un nuovo movimento rotatorio, e un movimento rotatorio che, se da un lato le permise di evadere da quell’attacco, sul fronte opposto le garantì anche di raggiungerlo, e di raggiungerlo con un perfetto affondo al suo ventre, con una traiettoria ascendente e che, da poco più in basso rispetto al suo ombelico, avrebbe nuovamente condotto la punta della sua spada a frantumare anche quel secondo cuore, senza alcuna possibilità di appello.

venerdì 15 giugno 2018

2578


« Duva…? » la apostrofò pertanto, ancora incerta nel merito dell’approccio migliore da rendere proprio, per quanto ormai sufficientemente certa di dover in qualche modo affrontare la questione e di doverlo fare prima che quell’occasione di riposo potesse iniziare a concretizzarsi, vedendo la controparte troppo desiderosa di dormire per poter ancora dialogare con lei e per poter dialogare in maniera efficace, qual allora sarebbe stato necessario nell’affrontare un tale discorso.
« Li ho sentiti. » rispose l’altra, con tono moderato e un lieve sorriso di complicità sul volto, fraintendendo chiaramente il senso di quel tentativo nei suoi confronti e, parimenti, per un istante facendosi fraintendere anche dall’interlocutrice, la quale non poté che temere di aver male interpretato quella frase e di averla declinata, erroneamente, al plurale, nel dover altresì intendere qualcosa come “Ti ho sentita.”.

Ciò non di meno, la traduzione che Midda si era riservata nella propria testa non avrebbe avuto a doversi considerare errata, giacché, così stimolata da quella frase, ella ebbe a prestare attenzione, in maniera decisamente tardiva, ai propri sensi e, in particolare, al proprio udito e al proprio olfatto, tali da suggerirle la presenza, in avvicinamento verso di loro, verso il loro supposto rifugio sicuro, di almeno un paio di persone, se non, forse, qualcuna di più. Persone che, concentrata qual ella avrebbe avuto a doversi considerare nel merito del discorso da affrontare con Duva, aveva totalmente e pericolosamente ignorato, in un errore che, nel proprio mondo, nel proprio pianeta natale, avrebbe potuto serenamente costarle la vita in termini decisamente più irrimediabili rispetto a qualunque possibile emulazione di uccisione che, in quell’enorme parco giochi avrebbe potuto esserle riservata, e che, proprio per questo, ella non avrebbe potuto facilmente perdonarsi, nel non avere a potersi permettere errori tanto sciocchi, sviste tanto banali, soprattutto alla luce degli avvenimenti propri di tutte le ultime avventure da lei vissute, di tutte le vicissitudini delle quali era stata protagonista.
Protagonista nell’affrontare una temibile organizzazione criminale interplanetaria per salvare, dalle grinfie della medesima, una coppia di bambini trasformati in un’arma di distruzione di massa. Protagonista nell’essere venduta all’asta presso il celebre Mercato Sotterraneo per la straordinaria somma di dieci miliardi di crediti, salvo poi sfuggire al proprio compratore o compratrice, chiunque egli o ella fossero stati.  Protagonista nel dichiarare guerra a un’intera, antica e temibile civiltà perduta, il risveglio della quale, da lei inavvertitamente provocato, avrebbe potuto spazzare via l’intero Creato per così come conosciuto. E, persino, protagonista nel porsi in contrasto a un nuovo vicario di Anmel Mal Toise… e neppure della propria Anmel Mal Toise, ma di una seconda Anmel, proveniente da un universo parallelo e all’inseguimento della quale, allora, avrebbe avuto a doversi riconoscere quella propria versione alternativa di qualche anno più giovane, quella misteriosa Maddie che, a quanto aveva inteso, stava occupando, in quel frangente, il posto da lei lasciato idealmente vacante nel proprio stesso pianeta natio.
Troppe, in tal senso, erano state le occasioni nelle quali, in maniera più o meno volontaria, solo nel corso di quell’ultimo anno ella aveva finito per lasciarsi coinvolgere in situazioni sufficientemente letali; in misura tale per cui, non solo nel proprio mondo d’origine ma anche lì fra le stelle, imperdonabile sarebbe stato, da parte sua, concedersi una qualunque possibilità di distrazione, qual quella che pur, ancora una volta, aveva lì spiacevolmente finito per riservarsi…

« Thyres… » imprecò a denti stretti il nome della propria dea, forse a bestemmiarlo o, forse, e più concretamente, a domandare perdono per quella propria mancanza, per essersi lasciata deviare dai propri pensieri al punto tale da non essersi neppure accorta del pericolo incombente.
« … non mi dire che ti preoccupa qualche scalzacane come quei figli di papà che normalmente vengono a cercare facili emozioni da queste parti. » commentò per tutta risposta Duva, con un lieve sorriso divertito, nel non poter comprendere le ragioni di quell’imprecazione e, in ciò, nel crederle in riferimento alla minaccia, dal loro punto di vista difficilmente intendibile qual tale, così lì riservata.
« Figurati. » replicò la Figlia di Marr’Mahew, sgranando per un istante i propri occhi color ghiaccio innanzi a quell’ipotesi provocatoria, il cui solo pensiero l’avrebbe potuta far ridere se soltanto non fosse lì troppo impegnata a incolparsi per la propria mancanza di attenzione « Questa nostra missione la considero pari a mero… come è la parola giusta…?... turismo! » puntualizzò, sincera a tal riguardo, e, in tal senso, domandandosi se, in fondo, il suo errore non fosse stato proprio quello, nel non riservare sufficiente attenzione a un mondo, a una situazione, che difficilmente avrebbe potuto percepire qual avversa, avendo avuto a che fare con troppe guerre per potersi preoccupare per qualcosa di simulato come quello.

Decisa a liberarsi, quanto prima, di quel nuovo gruppo di scocciatori, per avere occasione di prendere in esame il discorso riguardo a Lys’sh, Midda si riservò quindi occasione di agire, e di agire immediatamente, non attendendo l’arrivo di quel gruppo ma, al contrario, andando loro incontro, e andando loro incontro nei modi nei quali avrebbe potuto riservarsi maggiore confidenza di successo.

« … torno subito. » si limitò a sussurrare a Duva, strizzando verso di lei il proprio occhio sinistro con fare complice.

Perché se pur, ovviamente, ella non aveva potuto mancare a maturare confidenza con le armi tecnologiche vigenti in quella nuova e più amplia concezione della realtà, allo stesso modo non avrebbe potuto neppure realmente avere a vantare un qualunque senso di agio in tale confronto, ancor continuando a preferire le armi bianche con le quali, da sempre, aveva avuto occasione di destreggiarsi. E anche laddove, in quell’assurdo carosello, l’incolumità dei giocatori, dei concorrenti, avrebbe avuto a dover essere considerata prioritaria, nel negare l’impiego di qualunque reale arma in favore di alternative quanto più possibili inoffensive; accanto a fucili e pistole energetiche non volte a eliminare fisicamente l’antagonista, ma, semplicemente, a marcarne il danno o la sconfitta, e a marcarla in maniera incontrovertibile, tali da escludere qualunque possibilità di discussione a posteriori, non avrebbero potuto allor mancare anche alternative all’impiego di armi bianche che, in luogo a reali lame, avrebbero lì proposto ancora una volta semplici e inoffensivi simulacri energetici, atti, al pari dei falsi colpi delle armi da fuoco, semplicemente a definire il danno per lo sventurato senza realmente comportarlo.
Così, allorché limitare le proprie possibilità di azione a un qualche appostamento volto a sorprendere le proprie controparti con una serie di spari ben centrati, la Figlia di Marr’Mahew preferì muoversi fra le ombre di quella foresta con velocità, agilità e discrezioni quasi degni di un’ofidiana, per azzerare le distanze potenzialmente esistenti fra loro e porli letteralmente fuori da quel gioco prima che essi potessero anche solo comprendere quanto stesse accadendo.
Innanzi alla propria attenzione, allora, ebbero così a schierarsi tre giovani, di differenti età, intenti ad avanzare in maniera quanto più possibile cauta, quanto più possibile controllata, in termini nei quali, probabilmente, avrebbero potuto forse sorprendere altri loro pari, avrebbero potuto forse avere successo nel confronto con degli antagonisti al proprio stesso livello, ma, certamente, non con un gruppo del loro calibro. Anzi… probabilmente, fosse stata ancor presente fra le loro schiere Lys’sh, ella avrebbe avuto occasione di accorgersi della loro presenza già da qualche ulteriore centinaio di piedi di distanza rispetto a quella che era stata altresì necessaria a Duva, e a lei, per rendersi conto di loro, tanto il suo udito e il suo olfatto avrebbero avuto a doversi considerare privi di qualunque possibilità di paragone nel confronto con quello di due donne umane, a compensare una vista, altresì, leggermente meno efficace. Anche in assenza di Lys’sh, nel non voler necessariamente porre l’accento su quella mancanza, quei tre giovani non avrebbero comunque potuto riservarsi alcuna speranza di successo a loro discapito, non laddove, tanto per Duva, quanto per lei, riuscire a rendersi conto di tale minaccia, in ben diversi contesti, in passato, aveva sicuramente già rappresentato la differenza fra la vita e la morte… una differenza volta sempre in loro favore, così come la loro mera esistenza in vita avrebbe quindi avuto a testimoniare.

giovedì 14 giugno 2018

2577


Crescendo e vivendo, ogni giorno della propria esistenza, in un contesto spiacevolmente intriso di pregiudizio, di xenofobia, anche le persone più miti, anche le persone più semplici e prive di qualunque malignità nelle proprie idee o di qualunque cattiveria nelle proprie azioni, non avrebbero potuto considerarsi, proprio malgrado, scevre da qualsiasi possibilità di negativa influenza da parte dell’ambiente circostante a proprio discapito, da parte della realtà nella quale avrebbero avuto a doversi riconoscere inseriti e integrati. Una negativa influenza che, se pur, razionalmente, sarebbe ovviamente rimasta contenuta nelle proprie conseguenze, moderata nelle proprie possibilità di espressione, in momenti di particolare emotività, positiva o, ancor peggio, negativa, avrebbe potuto facilmente trovare occasione di liberarsi, e di concretizzarsi in qualcosa di violento: verbale, certamente, e pur, non per questo, giudicabile meno che violento. Non necessariamente per una reale cattiveria, non obbligatoriamente per un’effettiva malignità, e, ciò non di meno, espressione di quello stesso pregiudizio, di quella stessa xenofobia, che, in altri contesti, in altri momenti, a mente lucida, sarebbero stati condannati e, in ciò, avrebbero avuto poi a pesare sulla propria coscienza, sul proprio animo e sul proprio cuore, qual un macigno, nel peso della colpa e nella consapevolezza, dopotutto, di non potersi considerare diversi da tutti gli altri.
Che Duva potesse mal giudicare Lys’sh per la propria natura di ofidiana, né Midda, né la stessa Lys’sh, avrebbero mai avuto a poterlo credere, nel ben sapere quanto, altresì, se ella avrebbe mai avuto a dover scegliere fra la propria incolumità, e la possibilità di intervenire qual scudo umano in difesa dell’amica, alcuna esitazione, alcun dubbio, alcun freno l’avrebbero mai potuta vedere protagonista, avrebbero mai potuto rallentare il suo incedere in tal senso. Che Duva, tuttavia, potesse essere stata inconsciamente traviata dal pregiudizio e dalla xenofobia propria della maggior parte degli umani nell’universo, altresì, non avrebbe potuto essere tanto fermamente negato, tanto impetuosamente confutato, nell’obiettiva impossibilità, per la medesima, di isolarsi, di impermeabilizzarsi da quel sottile veleno di odio razziale che, al di là di qualunque perbenismo, non avrebbe potuto mancare di contraddistinguere la propria stessa civiltà. Così, tutti gli storici conflitti fra umani e ofidiani, e più in generale fra umani e chimere, non avrebbero potuto che riemergere in facili battute, forse e persino ipotizzare qual divertenti, qual spiritose, e, ciò non di meno, tutt’altro che concepite per essere tali.
Dopotutto, sin dal momento del loro primo incontro, in quel carcere lunare che le aveva riunite tutte e tre e aveva loro permesso di conoscersi reciprocamente, era stata Midda colei che, sin da subito, si era lasciata sospingere dalla curiosità di porsi a confronto con le cosiddette chimere, cercando un’occasione di contatto, di dialogo, di rapporto con esse, nel mentre in cui, con più diffidenza, in maniera più scostante, Duva le aveva suggerito di evitare di avventurarsi nelle aree a esse riservate, zone nelle quali, dal suo personale punto di vista, solo dei guai, solo dei problemi, avrebbero potuto attenderle. Un consiglio, il suo, che in altra maniera, in altri termini, avrebbe avuto a dover essere considerato se non espressione di un pregiudizio volto a ritenere, all’interno di quel campo di lavoro, i detenuti non umani qual più pericolosi rispetto ai detenuti umani, più avvezzi alla violenza, più intolleranti nel confronto con gli estranei o, in quel caso in particolare, con la curiosità di una singola sconosciuta, altresì desiderosa soltanto di comprendere se davvero, fra le stelle, creature non così dissimili rispetto a quelle contro le quali aveva da sempre combattuto nel proprio mondo, considerandole soltanto dei mostri, avrebbero avuto a doversi considerare altresì espressione di altre civiltà. E per quanto, in effetti, dopo due anni la Figlia di Marr’Mahew non fosse ancora riuscita a trovare risposta a quel proprio dubbio, a quel proprio interrogativo, che, sotto certi aspetti, non avrebbe neppure potuto ovviare a tormentarla, nel timore di aver massacrato creature non umane in tal senso animata solo dalla propria incapacità a comprenderne l’effettiva natura; dopo due anni ella si era nuovamente ritrovata a confronto con quel latente razzismo nella propria amica, nella propria compagna d’arme e sorella, un razzismo che, in quell’apparentemente banale frase non si era negata di discriminare brutalmente Lys’sh, a dimostrare quanto, al di là di tutto l’affetto, di tutta la stima, di tutta la fiducia che, in quei due cicli, si era potuta a venire a creare fra loro, comunque, con troppa semplicità, con troppa ovvietà, Duva avrebbe potuto tornare a considerare quella loro pari qual una comune chimera, e, in quanto tale, meritevole soltanto di diffidenza e sospetto.
E se pur, razionalmente, Midda non avrebbe potuto illudersi di risolvere quel problema, quella questione, con quattro semplici chiacchiere, nell’aver più o meno involontariamente scelto di restare accanto a Duva, null’altro avrebbe potuto allora animarla, avrebbe potuto motivarne l’incedere, nella consapevolezza di quanto solo attraverso la comprensione di quella situazione, avrebbe potuto concedere alla loro famiglia di sopravvivere a quel terrificante veleno chiamato razzismo…

Ovviamente, prima di potersi permettere di prendere parola verso Duva, o, quantomeno, di potersi permettere di prendere parola verso di lei sperando realmente di riservarsi una qualunque occasione di successo in tale dialogo, Midda Bontor, confidente con quel carattere così simile al proprio, non avrebbe potuto mancare di attendere il tempo sufficiente a permetterle di riappropriarsi della propria lucidità e, con essa, delle proprie capacità di confronto, e di confronto costruttivo attraverso un qualunque genere di dialogo. Tempo sufficiente che comprese essere trascorso nel momento in cui, alla fine, il primo ufficiale della Kasta Hamina ebbe a concedere, indirettamente, ragione a Lys’sh nel confermare l’esigenza di un momento di bisogno, e di un momento di bisogno dopo quasi più di un’intera giornata di incessante cammino attraverso il territorio sconosciuto di quel pianeta della guerra.

« … che ne dici…? » riprese inaspettatamente voce Duva, dopo quasi un’altra ora di marcia, carburante della quale, probabilmente, era risultata essere più la rabbia per quanto accaduto che altro, incluso un sostanzialmente inesistente desiderio volto a ritrovare lo scomparso Comar Virto, il fato del quale, suo malgrado, non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto fondamentalmente in cima alla lista di priorità della medesima « Potrebbe essere il caso di fermarci e di riposarci per qualche ora…?! » propose, stando ben attenta a ovviare a citare le parole adoperate da Lys’sh, pur, in tal maniera, chiaramente ricollegandosi alle medesime e all’ottimo consiglio da lei offerto prima dello scisma del loro gruppo.
« Considerando che non ho più vent’anni, e neppure trenta a dirla tutta… credo sinceramente che un po’ di sonno non ci guasterebbe. » approvò la Figlia di Marr’Mahew, la quale, in verità, nel proprio passato, nel corso della propria vita, aveva affrontato marce di gran lunga peggiori, e periodi di veglia estremamente più lunghi rispetto a quello, e che pur, allora, non avrebbe certamente rifiutato l’occasione offerta da quel freno, anche nella speranza di non accrescere ulteriormente la distanza che, in quell’ultima ora, dovevano aver posto fra loro e la coppia Lys’sh-Rula.

Individuando, pertanto, un anfratto in cui potersi accampare, e nel quale aversi a poter considerare al riparo da eventuali aggressori, le due donne guerriero ebbero a mantenere ancora un certo, imbarazzato silenzio per tutto il tempo che fu loro necessario a organizzarsi e, successivamente, a consumare un pasto frugale e pur completo. Se, infatti, l’una non avrebbe probabilmente avuto ancor piacere a conversare, nel timore di doversi ritrovare costretta ad ammettere l’idiozia della quale si era appena resa protagonista; la sua controparte non avrebbe potuto mancare di ritrovarsi obiettivamente confusa nel proprio supposto ruolo di mediatrice, laddove, obiettivamente, per quel genere di cose avrebbero avuto a doversi riconoscere più bravi di lei molti altri… se non, probabilmente, chiunque altro.
Nel confronto, ciò non di meno, con la quieta evidenza di quanto, allora, ella avrebbe avuto a doversi riconoscere qual obiettivamente l’unica lì presente, Midda Bontor non poté tirarsi indietro da quella prova, in tal senso sospinta da tutta la propria più sincera volontà di concedere, al loro gruppo, alla loro famiglia, di riservarsi al più presto occasione di riconciliazione.

mercoledì 13 giugno 2018

2576


« Ritengo sia opportuno per il bene di tutti, che tu e io, ora, si abbandoni il gruppo per qualche tempo, fosse anche per qualche ora di sonno… » dichiarò, cercando di risultare quanto più possibile fredda e distaccata nello scandire quelle parole, aggrappandosi alla consapevolezza, o forse e più probabilmente alla speranza, di quanto Duva non avrebbe consapevolmente espresso nulla di tutto ciò, in tal senso soltanto soffocata, nelle proprie capacità intellettuali, da quell’assurda, insensata e infondata, gelosia provata verso l’attuale moglie del proprio ex-marito « In fondo sono più di venti ore che stiamo camminando in maniera quasi ininterrotta all’interno di questa foresta… e, per quanto a volte possa essere difficile da ammettere, tutte noi abbiamo i nostri limiti. E non pochi… » concluse, in una frase che, in tale occasione, avrebbe sì voluto risuonare simile a una critica, e a una critica utile a enfatizzare tutto il proprio disappunto, se non tutta la propria delusione, per quanto facilmente ella potesse essersi concessa opportunità di scadere in tal maniera, in simile modo.

Tutto, in effetti, ebbe a consumarsi così rapidamente innanzi all’attenzione semplicemente stupita di Midda Bontor, e nella sua obiettiva difficoltà a seguire, in quel momento, l’evoluzione del discorso in tempo reale, tale per cui, quando fu in grado di raccapezzarsi effettivamente sul senso di quanto aveva appena udito, già Lys’sh stava guidando Rula lontana da Duva e, in conseguenza, anche da lei, lì rimasta più o meno consapevolmente, immobile. E se, da un lato, ella non avrebbe potuto ovviare a riflettere su quanto probabilmente stupida fosse stata nel volersi riservare quello qual primo, reale terreno di prova nel rinunciare al supporto offertole in passato dal traduttore automatico, per raffinare ulteriormente la propria crescente confidenza con la lingua franca parlata a bordo della Kasta Hamina e in gran parte dei porti spaziali dell’universo conosciuto; anche laddove, in quel momento, avesse avuto occasione di comprendere istantaneamente l’evolversi di quel discorso, di quel breve contrasto verbale fra le due amiche, probabilmente ella avrebbe comunque deciso di restare lì accanto a Duva, se pur per ragioni diverse rispetto a quelle che, allora, la medesima non si fece mancare occasione di fraintendere, e di fraintendere nel confronto con la sua immobile presenza al proprio fianco…

« Massì… che vadano pure a sbollentare i propri spiriti altrove. » borbottò il primo ufficiale della Kasta Hamina, scuotendo appena il capo e rinunciando a replicare in maniera diretta verso Lys’sh, probabilmente, in cuor suo, più che consapevole dell’errore commesso e di quell’ingiustificabile volgarità concessasi in maniera assolutamente gratuita « Tanto tu e io non abbiamo bisogno di niente e di nessuno… non è vero, sorella?! » apostrofò all’indirizzo della Figlia di Marr’Mahew, nel cercare, in tal maniera, una qualche occasione di solidarietà, di cameratismo, forse utile a ottenere un qualche implicito avallo per quanto tanto emotivamente, e forse stupidamente, compiuto.

In verità, benché Midda avrebbe comunque scelto di restare accanto alla propria amica, tale decisione, simile risoluzione, non avrebbe avuto a dover essere mal interpretata qual un voto in favore alla medesima, o, peggio, in contrasto alla cara Lys’sh, verso la quale non avrebbe potuto ovviare a provare meno che affetto e, in ciò, per alcuna ragione, e in alcuna maniera, riservandosi opportunità utile a ferirla o, anche e soltanto, a dimostrarsi indifferente all’eventualità che potesse essere ferita da chiunque altro, fosse anche un’amica, come, in quel momento, era così appena accaduto: assolutamente fiduciosa nei confronti delle capacità della giovane ofidiana di affrontare qualunque eventuale problema, difficile a definirsi pericolo, quella foresta, o quell’intero mondo, avrebbe potuto loro riservare, e, ancor più, fiduciosa nel merito della maturità della medesima in termini tali per cui ella avrebbe sicuramente ben compreso le sue motivazioni più di quanto, parimenti, non avrebbe potuto compiere Duva; Midda sarebbe lì rimasta accanto a quest’ultima nel tentativo di affrontare, con lei, l’evidente problema represso che la stava allor tormentando, e che, se non affrontato, e se non affrontato in maniera adeguata, avrebbe potuto porre persino in discussione, in pericolo, la solidità del loro altresì splendido rapporto.

« .. diciamo così. » si limitò a commentare in un lieve sospiro e un sorriso tirato, ben comprendendo quanto, qualunque diverso intervento, in quel momento, altro non avrebbe potuto che complicare ulteriormente l’intera faccenda.

Per fortuna, o proprio malgrado, a seconda dei punti di vista, Midda Namile Bontor non avrebbe avuto difficoltà a comprendere cosa potesse star animando, in quel momento, la mente e il cuore della propria amica, della propria compagna d’arme, di quella sorella che, a tutti gli effetti, al di là delle innumerevoli differenze fisiche fra loro, avrebbe avuto forse a doversi considerare una sua versione alternativa in misura decisamente maggiore rispetto all’ultima da lei conosciuta in una recente, folle esperienza metafisica. Perché se la giovane presentatasi come Madailéin Mont-d'Orb, pur a lei fisicamente identica malgrado qualche anno in meno sulle spalle e almeno un braccio in carne e ossa in più attaccato al corpo, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual pur contraddistinta da palesi differenze caratteriali, comprensibile conseguenza di due esperienze di vita fra loro estremamente diverse; Duva Nebiria, al contrario, avrebbe avuto a dover essere considerata tanto identica a lei, nei modi di pensare, nei modi di agire e, in quel particolare caso, nei modi di reagire, tale per cui, obiettivamente, ella non avrebbe potuto negarsi una facile interpretazione delle emozioni più profondamente annidate nel suo animo, e quelle emozioni che, probabilmente, anche ella stessa non avrebbe saputo cogliere, nella passione del momento, o, peggio, non avrebbe voluto cogliere.
Così, provando a ripensare al proprio passato, alle vicende della propria storia personale, pur non avendo avuto occasione di vivere un’esperienza simile a quella che Duva, nella propria vita, si era ritrovata a dover affrontare, nella discutibile scelta di continuare a convivere a bordo della medesima nave con il proprio ex-marito e, in ciò, di doverlo osservare, addirittura, risposarsi e condurre a bordo la propria nuova, e più giovane, sposa; Midda non avrebbe potuto, in fede, ipotizzare di reagire in maniera particolarmente diversa rispetto a lei… anzi. Forse, con maggiore malizia, con maggiore crudeltà rispetto a quanto Duva non aveva mai dimostrato, ella avrebbe fatto di tutto per rendere la propria presenza nella vita di quei due coniugi praticamente insostenibile, al punto tale da costringerli a lasciarle la nave e a cercare altrove la propria quotidianità, certi che ovunque sarebbero potuti essere più felici rispetto a lì.
Nulla di incomprensibile, nulla di inaccettabile, quindi, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto nel comportamento di Duva, da parte sua… nulla, o quasi, giacché, in effetti, la Figlia di Marr’Mahew non si sarebbe mai concessa occasione di reagire tanto malamente nei riguardi di Lys’sh, scadendo in maniera così facile e gratuita in una battuta razzista, la comprensione della quale, pur, era stata per lei quanto di più difficile da intendere in quello spiacevole scambio verbale. Ma Midda, a differenza di Duva e di chiunque altro appartenente a quella più amplia concezione della propria consueta realtà, non avrebbe avuto a veder gravare, sulla propria storia, sul proprio passato, gli stessi problemi di integrazione che, altresì, aveva scoperto sussistere lassù, nello spazio siderale, fra una tanto variegata pletora di specie diverse, di civiltà diverse e, in particolar luogo, fra gli umani e qualunque specie non umana, gli appartenenti alle quali soventi erano indicati in maniera generalista e dispregiativa con il termine di chimere. Non che nel proprio mondo natale non esistessero problemi di pregiudizi razziali… anzi: ciò non di meno, almeno dal proprio personale punto di vista, Midda aveva avuto da sempre l’opportunità, l’occasione, come figlia del mare, di crescere e di vivere in un ambiente estremamente multietnico, che l’aveva così abituata a rapportarsi con gli altri valutando ognuno soltanto nel merito dei propri pensieri, delle proprie parole e delle proprie azioni, e non, altresì, per il colore della propria pelle o il proprio regno d’origine. Un’opportunità, un’occasione, che, probabilmente, a molti, fra le stelle del firmamento, era altresì mancata…

martedì 12 giugno 2018

2575


E se, nella propria esperienza guerriera, la Figlia di Marr’Mahew era stata in grado di notare tale strategia, simile parallelismo fra le proprie strategie fisiche e quella strategia psicologica, altrettanto non ebbe difficoltà a compiere, malgrado l’emotività del momento, la stessa Duva, probabilmente nella sua mente, nell’intimo del suo intelletto, già visualizzando quel conflitto, quello scontro verbale, al pari di uno scontro fisico, laddove, altrettanto probabilmente, ella null’altro avrebbe potuto desiderare se non venire alle mani con lei, nella quieta consapevolezza di essere a lei superiore da tale punto di vista. Ciò non di meno, e proprio innanzi a quella reazione, ella, veterana di molte battaglie, non avrebbe potuto concedersi un approccio tanto sciocco, tanto banale, proseguendo a testa bassa secondo i termini con i quali si era già espressa, termini tali da poterla spiacevolmente esporre a una possibilità di sconfitta nei confronti con quella giovane innanzi alla quale già avrebbe avuto ad accusare troppe spiacevoli sconfitte per potergliene regalare tanto gratuitamente ancora una.

« Vediamo di proseguire oltre, piuttosto… » decise, pertanto, di eludere la questione invitando a continuare  all’interno di quella foresta, di quel territorio per loro ancor inesplorato, sulle orme del loro obiettivo, di quel giovane sperduto da qualche parte in quel pianeta della guerra « Non siamo venute fino a qui per semplici motivazioni turistiche. E prima riusciremo a trovare questo Comar Virto, prima potremo tornare alla nostra quotidianità, sciogliendo quest’assurda congrega. » sancì, obiettivamente null’altro desiderando se non liberarsi della presenza, accanto a sé, di Rula Taliqua.

Ma anche laddove Midda Bontor ebbe allora a pensare di sottolineare, in maniera ironica, la maturità propria di quel comportamento, di quell’inutile tentativo di elusione della questione, banalmente posticipando al futuro lo scontro, e uno scontro che, presto o tardi, avrebbe avuto a pretendere di poter occorrere, nella chiara esistenza di troppe questioni in sospeso, soprattutto sul fronte di Duva; il proprio buon senso decise, in maniera rara e sorprendente, se non, addirittura, quantomeno ammirevole, almeno per lei stessa, innanzi al proprio stesso giudizio, di imporle di tacere e di non contribuire, involontariamente, ad alimentare le braci di quel conflitto nel fuoco del quale, altrimenti, troppo facilmente anche Lys’sh o lei avrebbero potuto finire per essere proprio malgrado trascinate, e, in ciò, sgradevolmente bruciate.
Di diverso avviso, tuttavia, ebbe a essere, forse e ingenuamente, la giovane Lys’sh, la quale, evidentemente, al di là del sincero affetto che non avrebbe potuto ovviare a provare verso Duva, per qualche personale ragione di principio non avrebbe potuto neppur gradire permettere a quella questione di essere in tal maniera tanto superficialmente superata, non, quantomeno, in assenza di una qualche ipotetica richiesta di scuse nei riguardi di Rula, la quale, al di là di qualunque reale colpa avrebbe potuto esserle attribuita nel corso della propria vita, sino a quel momento, in quel contesto, questa non aveva pur compiuto nulla di più, né nulla di meno, che cercare di mantenere il loro passo, seguire il tempo di marcia da loro imposto, senza in ciò sollevare il benché minimo cenno di protesta. In un comportamento quantomeno ineccepibile innanzi al suo giudizio, al di là dei possibili, e naturali, passi falsi che una principiante avrebbe potuto ineluttabilmente compiere…

« Eh no… » esclamò, scuotendo il capo e levando entrambe le braccia, aprendole a negare, allora, a chiunque altro possibilità di incedere oltre, di proseguire secondo quanto in tal maniera proposto, incalzato, se non, quasi, ordinato, da parte del loro primo ufficiale « … questo non è corretto da parte tua, Duva! » definì, in maniera forse sin troppo diretta « Sei sempre stata una donna straordinaria, con una forza d’animo seconda a nessuno, con un senso dell’onore e dell’amicizia incommensurabili. E, proprio per tale ragione, non posso ora accettare che tu abbia a svilire te stessa in questa maniera. » dichiarò, ferma nella propria posizione, e in quella posizione così assunta non tanto in contrasto all’amica, quanto in sua difesa, nel non voler permettere a nessuno, neppure a lei stessa, di agire in termini tali per cui la sua immagine avrebbe potuto uscirne in termini meno che ammirevoli, tanto il sincero affetto da lei provato nei suoi confronti.

Ciò non di meno, e benché, appunto, simili parole avrebbero dovuto essere intese non tanto in difesa, in sostegno di Rula, quanto e piuttosto in proprio stesso favore, Duva, negativamente animata a livello emotivo da quell’ultimo scambio di battute, non avrebbe potuto ovviare, purtroppo, a fraintendere, e a fraintendere spiacevolmente, il senso delle medesime, declinandole, ingiustamente, in un’aggressione a proprio stesso discapito, quasi Lys’sh, in tutto ciò, avesse deciso di tradire la sua fiducia, tradire tutto ciò che sino a quel momento le aveva unite, le aveva legate, solo al fine di cedere, come già il fedifrago Lange, alle lusinghe dell’affascinante Rula, a quelle lunghe e suadenti ciglia e a quegli occhioni scuri da innocente cerbiatta qual pur, dal proprio punto di vista, non avrebbe mai potuto essere fraintesa, nel giudicarla, piuttosto, prossima a una cagna maledetta. E se un tanto errato cortocircuito ebbe a generarsi nella mente della comproprietaria della Kasta Hamina, tale errato cortocircuito ebbe, purtroppo, a essere immediatamente tradotto in parole dalle sue labbra, vedendo irrimediabilmente perduta un’ottima occasione per tacere e, in ciò, per lasciar sgonfiare quell’assurda questione fondata sul nulla…

« Non è corretto da parte mia… cosa?! » protestò, storcendo le labbra verso il basso, con aria disgustata da tutto ciò, da quella psicologica pugnalata alle spalle offerta da colei che aveva sempre ritenuto al pari di una sorella minore, e che, pur, non aveva minimamente esitato nell’esprimere una tanto critica condanna a suo proposito alla prima occasione disponibile « Se non vuoi spingermi a impegnarmi in qualche becero commento razzista sull’allevare una serpe in seno, piccola Lys’sh, forse è meglio che tu abbia a evitare di prendere posizione in argomenti che non conosci… » sancì, forse con maggiore severità rispetto a quanto ella stessa non avrebbe lì realmente desiderato rivolgerle, in tal direzione animata soltanto dall’emotività del momento, e non da una qualche reale avversione, e, peggio ancora, da una qualche reale avversione di razza, in contrasto all’ofidiana.

E se Lys’sh ebbe a essere ferita da quelle parole, da quella minaccia di insulto che, a tutti gli effetti, avrebbe avuto a dover essere già intesa qual un insulto, e un insulto razziale a proprio discapito; ella ebbe a dimostrare sufficiente autocontrollo, sufficiente maturità, dal non palesarlo e, soprattutto, dal non rispondere a tono a quelle parole, in un crescendo che, troppo facilmente, avrebbe potuto condurre a vette estremamente spiacevoli per chiunque.
Seria in viso, e nel proprio sguardo che solo fugace istante ebbe a fremere, e fremere in una contrazione delle sue pupille verticali, ella inspirò ed espirò profondamente per qualche eterno istante, attraverso quelle due sottili fessure che, sul suo volto privo di naso, fungevano da narici, prima di concedersi nuovamente una qualunque occasione di interazione con il mondo a se circostante. Per un’ofidiana suo pari, essere esposta alle più sciocche critiche da parte di stolidi umani avrebbe avuto a doversi considerare quasi normale, persino preventivabile, nella non facile convivenza fra le rispettive specie, fondamentalmente predominanti, rispetto a qualunque altra, nell’universo conosciuto, e, in questo, ella non avrebbe potuto certamente considerarsi ferita per un commento razzista da parte di un’umana: quanto, altresì, non avrebbe potuto ovviare a ferirla, e ferirla più profondamente di quanto non avrebbe probabilmente preferito scoprirsi essere, non avrebbe potuto che ritrovarsi destinataria di un commento razzista da parte di quell’umana in particolare, l’ammirazione verso la quale non avrebbe potuto essere giudicata seconda a nessuno, se non, forse, a quella egualmente provata nei riguardi della loro comune amica, compagna e sorella, Midda Bontor.
Ma tutta la sua maturità, tutto il suo autocontrollo, utili a impedirle di reagire nell’immediato a quella provocazione, e a quel mistificato insulto, non le impedirono di voltarsi verso Rula, e di condividere, con lei, la propria decisione per l’immediato futuro di entrambe…

lunedì 11 giugno 2018

2574


« Senza contare che, in questo modo, ti eviterai di sborsare un singolo credito… soluzione decisamente più economica rispetto a contribuire in maniera alternativa alle necessità del tuo vecchio amico. » non si era negata occasione di ironizzare Duva, sorridendo sorniona e provocatoria verso il proprio ex-marito, nel non rinunciare all’occasione di una gratuita polemica verso di lui.

Impossibile a definirsi, tanto per Duva, quanto e altrettanto per la povera Rula, qual assurdo ragionamento avesse spinto Lange a richiedere, a margine di tutto ciò, alla propria sposa di aggregarsi alle tre guerriere in quella missione, laddove alcun precedente avrebbe obiettivamente avuto a dover essere ricordato non solo entro i confini temporali di quegli ultimi due anni, nel corso dei quali Midda e Lys’sh avevano avuto occasione di unirsi a quell’eterogeneo equipaggio, e in questo di farsi carico di un determinato genere di incombenze, ma anche in tempi antecedenti, quando, al più, a prendere parte a quel genere di avventure accanto a Duva avrebbero avuto a dover essere riconosciuti proprio lo stesso Lange o, al più, Mars Rani, il loro meccanico. Ciò non meno, e per quanto, in termini tutt’altro che di difficile previsione, avrebbero visto venirsi a formare un composto a dir poco instabile, se non addirittura esplosivo, nella coesistenza, in missione, e in una missione per conto del medesimo Lange, della sua ex-moglie e dell’attuale sposa, a seguito di un breve colloquio privato fra il capitano e il responsabile della sicurezza della Kasta Hamina, la stessa Midda Bontor, in qualità di più rilevante esperta sotto simile punto di vista, proprio Rula Taliqua era stata quindi identificata come quarto membro di quel contingente, a soddisfare il numero minimo di partecipanti all’interno di una squadra secondo le regole proprie del pianeta della guerra.
Con buona pace tanto per la giovane malcapitata, quanto per il primo ufficiale della Kasta Hamina, le quali, in tal maniera, si erano ritrovate a essere reciprocamente incastrate in quella strana missione. E se pur, inizialmente, il favore di Midda e Lys’sh non avrebbe potuto ovviare a essere rivolto in direzione della loro amica, non per una qualche concreta ragione di avversione verso Rula, quanto e piuttosto nel rispetto di quelle semplici regole sociali tali per cui questa non avrebbe potuto che essere avvertita quasi al pari di un’intrusa fra loro; già al termine di quella loro prima giornata insieme, le ragioni proprie di Duva non avrebbero potuto che iniziare ad apparire chiaramente futili anche all’attenzione delle proprie due compagne, delle proprie due complici, soprattutto nel ritrovarsi poste a confronto con critiche del tutto prive di fondamento espresse dalla medesima a discapito dell’altra, lì chiaramente colpevole soltanto di essersi innamorata di Lange Rolamo, e di aver deciso di sposarlo malgrado ogni sua precedente travagliata vicissitudine sentimentale.
In ciò, e a seguito di quell’ennesima, e ultima, critica gratuita proposta a discapito di Rula, anche la stessa Lys’sh, che pur mai avrebbe voluto riservarsi occasione di discussione con alcuna fra le proprie amiche, fra quelle proprie sorelle, non riuscì a restare in silenzio, non ebbe cuore di tacere, prendendo emotivamente le parti di quella giovane non nel desiderio di aggredire la propria sodale, quanto e più semplicemente nella volontà di non continuare ad assistere passivamente alle aggressioni di quest’ultima a discapito della propria antagonista, alimentando la negatività di una situazione che, di tal passo, non avrebbe potuto ovviare a farsi quantomeno insostenibile per tutti loro…

« Lunghi da me la volontà di criticarti, Duva… ma… » prese voce la giovane ofidiana, nel mentre in cui l’amica, soddisfatta dall’ultima metaforica stoccata diretta a discapito di Rula, stava ancor concludendo la propria replica in direzione del loro capo della sicurezza, in un’implicita critica, forse involontaria, o forse no, anche al ruolo che questa aveva avuto nel definire l’organico di quel loro piccolo gruppo, di quella loro compatta squadra, offrendo il proprio voto in favore all’includere, in termini per lei incomprensibili, anche la sua avversaria fra le loro fila « … non credi che potrebbe essere meglio per tutti se tu allentassi un po’ la presa…? » le domandò, cercando di impegnarsi in un sorriso, per quanto il suo particolare volto rettile, privo di labbra, avrebbe reso meno evidente quel gesto « Senza entrare nel merito delle questioni in sospeso fra voi, in questo momento, forse, sarebbe meglio se ci potessimo concentrare soltanto sull’obiettivo di questa missione, posticipando a un momento migliore ogni diatriba… »
« … un momento migliore?! » ridacchiò Duva, cercando di minimizzare la propria contrarietà nel confronto con quell’intervento da parte dell’amica a proprio freno, un intervento che, nell’emotività del momento, non avrebbe potuto ovviare a reputare comunque a lei avverso, benché razionalmente fosse consapevole di quanto Lys’sh avrebbe potuto essere tante cose, ma mai una sua antagonista « In effetti, ora che mi ci fai pensare, in tanti anni di convivenza a bordo della Kasta Hamina non credo che vi sia mai stato un momento migliore rispetto a quello attuale per poter cercare occasione di confronto con lei. » osservò, apparendo maliziosamente deliziata da quell’occasione, da quella possibilità alla quale non aveva sinceramente pensato prima di quel vano tentativo di pacificazione.

A risponderle, tuttavia, in tale occasione fu la stessa Rula. Benché, infatti, ad animare sino a quel momento le sue azioni e le sue parole fosse stato un forte desiderio di pace e di sereno confronto con tutte loro e, in particolare, proprio con la stessa Duva, in contrasto alla quale non avrebbe voluto aversi a ritrovare, nella semplice, mera assenza di qualunque possibile ragione utile a tal riguardo, a giustificare un eventuale scontro con lei; ella non avrebbe egualmente potuto accettare passivamente, o eventualmente ignorare, un comportamento tanto apertamente avverso nei propri confronti, proprio e soprattutto nel non riconoscere allor esistente la pur minima ragione per la quale, allora Duva avrebbe potuto vantare, a proprio discapito, un qualche torto da parte sua.

« Non credo di essermi mai nascosta a bordo della Kasta Hamina… né, tantomeno, credo che vi sia effettivamente possibilità di nascondersi a bordo della Kasta Hamina, nelle contenute dimensioni della stessa. » puntualizzò pertanto, ovviando alla tentazione di risponderle a tono, ma, ciò non di meno, neppur tacendo, neppur incassando quietamente quegli attacchi da parte di chi, allora, avrebbe dovuto essere una sua alleata, una sua compagna, una sua sorella d’arme, innanzi alle insidie che, allora, avrebbero dovuto affrontare insieme « Se ti posso aver offerto tale sensazione, mi dispiace, e sono pronta a compiere ammenda anche immediatamente, se questo potrà risparmiarci nuove, assurde ragioni di conflitto… quindi: avanti! Chiedimi tranquillamente tutto ciò che desideri… e, ti assicuro, che non esiterò a rispondere a qualunque tuo dubbio. »

Una reazione composta, estremamente moderata, quella che Rula volle così concedersi, a fronte della quale, obiettivamente, né Lys’sh, né Midda avrebbero potuto sollevare la benché minima obiezione, la più effimera critica, dimostrazione di quella stessa vivace intelligenza che, già in altre occasioni, ella aveva avuto passata volontà di palesare: avendo a disposizione molteplici possibilità diverse di intervenire, e di intervenire in replica a Duva, ricorrendo, eventualmente, a modi aggressivi, persino a insulti, per difendere la propria posizione, ella aveva altresì preferito lasciare che potesse essere la sua stessa controparte ad agire, e ad agire per come meglio avrebbe potuto preferire, forte, in tal senso, della consapevolezza di essere dalla parte della ragione e, in ciò, di non potersi vedere addebitare alcuna colpa, alcuna particolare responsabilità, laddove la discussione fosse stata mantenuta su un piano razionale, allorché emotivo. E se, psicologicamente, quello ipotizzato da Duva avrebbe avuto a doversi considerare un conflitto, nella reazione di Rula, Midda, esperta guerriera al punto tale, nel proprio mondo, da essersi guadagnata il titolo di Figlia di Marr’Mahew, in riferimento a una divinità della guerra, altro non avrebbe potuto leggere, non avrebbe potuto interpretare se non la propria reazione tipica innanzi alla proposta di un duello da parte di un qualunque avversario, di un qualunque antagonista, fosse questi riconosciuto migliore o peggiore rispetto a lei, nel non desiderare concedergli opportunità alcuna di valutare le sue risorse, di anticipare le sue mosse, nel negarsi semplicemente qualunque mossa, in quieta attesa sino all’ultimo istante, sino a quando, ormai, sarebbe stato troppo tardi per reagire opportunatamente.

domenica 10 giugno 2018

2573


Benché fossero trascorse meno di ventiquattro ore dall’inizio di quella missione, dal personale punto di vista di Rula Taliqua avrebbero potuto essere trascorsi ventiquattro giorni, ventiquattro settimane o ventiquattro mesi, a confronto con quanto Duva Nebiria si stava lì impegnando a rendere tutto ciò a dir poco insopportabile per lei. E non che, in verità, alla povera Rula avrebbero potuto essere addebitate scelte o responsabilità a tal fine, non avendo certamente richiesto lei di poter essere assegnata a quell’incarico, né avendo mai desiderato aversi a ritrovare in balia delle isteriche frustrazioni dell’ex-moglie di suo marito. Marito, nonché loro comune capitano, al quale, altresì, soltanto avrebbe avuto a dover essere imputata ogni responsabilità a tal fine, nel merito di una simile scelta, nonché della necessità stessa di tutto ciò, benché indiretta, benché fondamentalmente riflessa.
Non più di un mese prima, infatti, il giovane figlio di un ex-camerata di Lange Rolamo, un vecchio amico dei tempi della propria giovinezza, di quegli anni felici antecedenti al brutale omicidio di sua moglie Kasta, era improvvisamente scomparso nel nulla durante un fine settimana di svago con gli amici, motivo per il quale suo padre, Dahab Virto, aveva deciso di prendere contatto proprio con il loro capitano per domandare il suo aiuto, a riscuotere, in ciò, un antico favore. Benché, difatti, alcuna indagine ufficiale avrebbe potuto essere condotta a tal riguardo, nel rispetto di particolari convenzioni locali dello scenario proprio della scomparsa del ragazzo, e benché egli fosse stato persino interdetto fisicamente dall’accesso a tale luogo, a quell’intero mondo, nel clamore che, altrimenti, avrebbe potuto conseguire da ciò; Dahab non avrebbe mai potuto arrendersi, non avrebbe mai potuto accettare l’idea di abbandonare la propria progenie a un qualche ignoto fato, a un qualche macabro destino, entro i confini propri del sesto pianeta del sistema di Oh’Shar-An, conosciuto in tutta la galassia come il pianeta della guerra.

Per quanto, nelle vastità siderali, l’esistenza di un numero sempre troppo elevato di conflitti, tanto all’interno di singoli mondi, quanto, in situazioni meno diffuse, anche fra diversi pianeti e sistemi, avrebbe potuto spingere a credere che la gente comune, coloro i quali della guerra non avevano reso la propria ragione di vita o il proprio mestiere, non avrebbe potuto riservarsi il benché minimo piacere all’idea di lasciarsi coinvolgere in un qualche genere di battaglia, di scontro armato; ancora molta, persino troppa, avrebbe avuto a doversi riconoscere altresì proprio la gente comune, coloro i quali della guerra non avevano reso la propria ragione di vita o il proprio mestiere, altresì assurdamente interessati a vivere l’ebrezza di prendere parte a un conflitto, fosse anche e soltanto per semplice giuoco.
Così, a partire da banali giochi elettronici volti a simulare, in un comodo contesto domestico, le dinamiche proprie della guerra con il maggior realismo possibile, il mercato era giunto a offrire la possibilità di vivere in prima persona, in un’esperienza quasi assoluta, le dinamiche proprie della guerra, concedendo a chi la volesse sperimentare la possibilità di affrontare diverse varietà di esperienze belliche, con ambientazioni, armi ed equipaggiamenti volti a riproporre, con efficacia, quella tutt’altro che gradevole realtà, ovviamente garantendo a tutti i partecipanti di riportare a casa quantomeno la pelle. Perché se pur in molti avrebbero avuto piacere a provare l’ebrezza di qualche ora, qualche giorno, trascorsi come un militare, come un guerrigliero, mettendosi alla prova per senso di sfida, o per semplice divertimento; ovviamente nessuno avrebbe desiderato rischiare la propria vita in tal maniera, o l’aspetto ludico della questione sarebbe stato posto seriamente in dubbio.
Per tutti loro, per tutte queste persone, molte avrebbero avuto a dover essere considerate le possibilità utili per porsi alla prova, le strutture realizzate allo scopo di permettere loro di vivere la propria giornata di gloria in maniera comunque sicura e protetta, ovviamente dietro il pagamento di un giusto prezzo. Ciò non di meno, in mezzo a tanta abbondanza, in mezzo a tanta varietà di possibili scelte, soltanto una avrebbe potuto vantare di offrire un intero, incontaminato mondo a tal fine, un piccolo, ma completo pianeta, con mari, montagne, fiumi, valli, e anche città abbandonate, sulla vastità del quale porsi alla prova nel confronto con migliaia, milioni di sfidanti provenienti da ogni parte dell’universo, e tutti egualmente animati dalla volontà di dimostrare di essere i migliori, dimostrare di essere i soldati perfetti per quanto, soldati, probabilmente mai lo erano realmente stati: e quest’unica possibilità, quest’unica scelta, ovunque sarebbe stata conosciuta con l’altisonante, e pur semplice, nome de… il pianeta della guerra!

A differenza di suo padre Dahab, che della guerra, e non soltanto, aveva proprio malgrado vissuto in prima persona gli orrori, il giovane Comar Virto, appena vent’enne, era cresciuto in un ambiente quanto più possibile sereno, tranquillo, pacifico, entrando a contatto con tale realtà, con simile idea, soltanto attraverso evidentemente troppi pochi racconti da parte di suo padre, e troppa viziata cultura popolare, quali innanzitutto opere cinematografiche e quant’altro, sovente volte a porre più l’accento sull’aspetto eroico della questione rispetto a ogni altra sfaccettatura, rispetto a ogni altra pur sacrosanta considerazione. In ciò, quindi, per Comar la guerra, pur avendo a doversi intendere qual qualcosa di serio e a confronto con la quale mai avrebbe desiderato ritrovarsi veramente posto, avrebbe avuto anche a doversi riconoscere qual ammantata da un certo fascino, da un qualche insano romanticismo, tale da spingerlo a ben apprezzare non soltanto l’idea di porsi alla prova attraverso semplici giochi elettronici, o esperienze simulate, ma, anche e ancor più, attraverso qualcosa di più reale, più concreto, nel quale potersi immergere realmente e potersi sentire al pari di molti eroi cinematografici da lui allor ammirati: qualcosa come ciò che lo avrebbe atteso sul pianeta della guerra.
In ciò, quando un suo gruppo di amici, figli di famiglie benestanti e facoltose, l’aveva invitato a unirsi a loro in un’esperienza bellica sul sesto pianeta del sistema di Oh’Shar-An, Comar non aveva esitato, non aveva rifiutato tale opportunità, ben conscio di quanto non ne avrebbe potuto probabilmente avere alcun’altra simile nel corso della propria vita. E a nulla, a confronto con simile occasione, avevano avuto possibilità di riservarsi valore le proteste del suo genitore, del padre, soprattutto a confronto con alcune clausole che, obbligatoriamente, qualunque visitatore del pianeta della guerra avrebbe dovuto accettare e sottoscrivere, a titolo di liberatoria per la società imprenditoriale che non soltanto lo gestiva ma che, in effetti, lo possedeva legalmente, avendolo di fatto acquistato al solo scopo di dar vita a tutto ciò: liberatoria che, ovviamente, escludeva qualunque possibilità di responsabilità per la medesima società nel confronto con quanto lì avrebbe potuto accadere e che, in buona sostanza, avrebbe reso quel mondo una sorta di porto franco, estraneo a qualunque possibilità di controllo, a qualunque interferenza da parte delle autorità, anche nelle eventualità peggiori… eventualità quali, non a caso, la totale scomparsa di un visitatore.
Rimasto senza alcuna autorità nella grazia quale poter sperare, e impossibilitato a recarsi, personalmente, sino al pianeta della guerra, Dahab Virto aveva così deciso di iniziare a riscuotere tutti i favori di una vita intera, tutti i crediti, economici e non, accumulati nel corso del tempo, per riservarsi il denaro sufficiente a permettere a una squadra di nuovi visitatori, mercenari se necessario, di raggiungere il sesto pianeta del sistema di Oh’Shar-An non per svago, non per diletto, ma con il chiaro incarico di ritrovare suo figlio, vivo o morto che egli fosse. E quando Dahab aveva contattato Lange, il capitano della Kasta Hamina non aveva semplicemente deciso di rispondere alla sua richiesta di aiuto offrendo denaro, ma, in maniera decisamente più concreta, aveva deciso di impegnare, in suo aiuto, le tre migliori guerriere che avrebbe potuto vantare al proprio servizio, nonché, abitualmente, per lui, fonte di preoccupazioni, problemi e, addirittura, guai…

« Dal momento che a te e alle tue amiche piace tanto cercar rogne, per una volta le cercherete per me, a permettermi di dare una mano a un vecchio amico. » aveva quindi annunciato, in termini forse non proprio diplomatici, rivolgendosi alla propria ex-moglie, nonché primo ufficiale, dopo averle presentato i termini di quel loro nuovo incarico, di quel compito che avrebbero avuto a dover portare a termine.

sabato 9 giugno 2018

2572


Un semplice sguardo d’intesa fu quanto occorse alle tre sorelle d’arme per comprendersi, in grazia all’intesa fra loro esistente: un’intesa, la loro, non conseguenza di una qualche banale predestinazione, quanto e piuttosto frutto di un già discreto numero di avventure, di imprese, fra loro condivise in quegli ultimi due anni. Non che, in verità, fosse fra loro mai mancata una palese complicità sin dall’epoca del loro primo incontro, in quel carcere lunare nel quale, tutte e tre, si erano ritrovate allor rinchiuse per diverse ragioni, per diverse storie, provenendo da diversi, turbolenti passati. In effetti, sin dal primo giorno, sin da primo momento, Midda, Duva e Lys’sh avevano avuto ottime ragioni per percepirsi reciprocamente quali anime affini. E quegli ultimi due anni nel corso del quali avevano avuto occasione di vivere insieme, di lottare insieme, di crescere insieme, ineluttabilmente aveva trasformato quella potenzialità in una concreta forza, in una reale sinergia, e una sinergia straordinaria fra straordinarie donne guerriere.
Così, quasi membra di un unico corpo, quasi diverse espressioni di un un’unica entità, tutte e tre avanzarono, e avanzarono in maniera silenziosa e compatta, ovviando alle trappole che, lungo il loro cammino, lungo il percorso innanzi a loro, erano così state disseminate, e disseminate nella volontà di arrestarle, ed escluderle, in maniera definitiva, da quella sfida, dal completamento di quella missione, di quell’impresa.
Dietro di loro, esclusa da simile sinergia, da una tale comunione d’intenti e d’azione, proprio malgrado non avrebbe potuto che essere considerata, riconosciuta, la giovane Rula: non per qualche intrinseca e imperdonabile colpa, non per una sua particolare mancanza, non per un’oggettiva responsabilità a lei imputabile, quanto e semplicemente per una semplice, spiacevole fatalità, e una fatalità che, pochi anni prima, l’aveva veduta divenire la nuova sposa, la terza moglie, dell’ex-marito di Duva, nonché capitano e comproprietario, insieme a quest’ultima, della Kasta Hamina, la piccola nave mercantile di classe libellula equipaggio della quale tutti loro avrebbero avuto a dover essere annoverati. Proprio malgrado, per l’appunto, in conseguenza a simile qualifica, a tale definizione, la giovane, e indubbiamente bella, Rula, non avrebbe mai potuto incontrare, per ovvie ragioni, la simpatia, il sostegno, il supporto della propria predecessora, e, nel vincolo di amicizia che si era venuto a creare fra Duva e le altre due donne, anche Midda e Lys’sh non avrebbero avuto possibilità alcuna di avvicinarsi particolarmente a lei, senza definire alcuna faida, senza tracciare barriere, ma in conseguenza, semplicemente, a quelle regole non scritte atte a guidare le relazioni sociali, e a guidarle ovunque nel Creato, a prescindere dal pianeta, a prescindere dalla civiltà, e a prescindere dal progresso tecnologico di quest’ultima. Né Midda, né Lys’sh, quindi, avrebbero potuto vantare una qualche reale ragione di avversione nei riguardi di Rula. E, a voler essere onesta con se stessa, neppure Duva avrebbe potuto addebitarle qualche particolare colpa: il suo matrimonio con Lange Rolamo, dopotutto, non era stato certamente posto in crisi da lei, e, anzi, il loro divorzio era già divenuto una realtà assodata da tempo, da anni, prima che Lange incontrasse Rula e decidesse di rimettersi in giuoco con lei. Ma, in simili circostanze, in tali situazioni, la razionalità avrebbe avuto ben minimo ruolo, ben minimo spazio di manovra sulle menti delle persone coinvolte in quella situazione, soprattutto laddove, in verità, fra Lange e Duva le questioni in sospeso avrebbero avuto a dover essere riconosciute quali in numero nettamente superiore a quelle effettivamente chiuse. Così, che Rula Taliqua potesse avere colpe oppure no, poco avrebbe effettivamente avuto valore… tanto per Duva Nebiria, quanto, di riflesso, per le sue amiche, Midda Namile Bontor e Har-Lys’sha.
In conseguenza a tutto ciò, alle spalle di quel trio perfetto, di quella sostanziale trinità, costituita dal primo ufficiale della Kasta Hamina, dal suo responsabile alla sicurezza e dalla loro terza miglior risorsa tattica, in maniera meno naturale, meno spontanea, e, necessariamente, affaticata, non avrebbe potuto che concedersi l’immagine propria di Rula, obiettivamente meno a proprio agio, rispetto alle ipotetiche alleate, alle supposte compagne di squadra, con tutto quello, con simile scenario bellico e, ciò non di meno, forse ancor più motivata, rispetto a tutte loro, a non restare indietro, a non concedersi opportunità di errore, non soltanto per il successo della loro missione, quanto e piuttosto per dimostrare definitivamente a tutte loro quanto ella non avesse a dover essere considerata soltanto l’ultima concubina del capitano, ma, senza recriminazione alcuna, membro effettivo di quella famiglia e, in questo, capace di agire loro pari, in qualunque sfida fosse stata loro presentata innanzi.
Purtroppo, per quanto sincero impegno, per quanta assolutamente buona volontà, per quanta concreta passione, ella non avrebbe potuto mancare di presentare loro, e di dedicare a quanto lì in atto, ella non avrebbe avuto a poter vantare né un passato militare all’interno di una fazione ribelle dei sistemi periferici, come Duva, né un passato da avventuriera mercenaria in un mondo apparentemente uscito da un racconto fantastico, come Midda, né, tantomeno, un passato da sopravvissuta al genocidio della propria città natale, e della propria famiglia, e, in ciò, cresciuta nell’unico desiderio di ottenere vendetta per sé e per i propri cari perduti, come Lys’sh. Ragione per la quale, a dispetto di tutto il proprio impegno, di tutta la propria buona volontà, di tutta la propria passione, Rula non avrebbe potuto ovviare a risultare spiacevolmente sconfitta nel confronto con tutte loro e, peggio ancora, sgradevolmente di peso nel loro progresso.

« Fermati! » la invitò, con un sussurro appena udibile e un più chiaro gesto della mano, Lys’sh, in un comando netto che la vide arrestarsi di colpo, restando, addirittura, in equilibrio su una sola gamba, la sinistra, nel timore di proseguire anche solo di un passo e, in ciò, di violare l’ordine ricevuto, timore che, invero, ebbe lì a concederle inattesa grazia, per così come, immediatamente, le successive parole della giovane ofidiana, ebbero a chiarire « Devi cambiare direzione, a meno che tu non voglia attivare la trappola celata lì sotto… » le suggerì, senza rimprovero, senza volontà di critica nei suoi confronti e, anzi, di evidente premura, nel chinarsi elegantemente innanzi a lei e nell’indicare un preciso punto nel terreno a lei innanzi, un preciso punto nel quale, se solo non fosse stata così arrestata nel proprio incedere, certamente avrebbe appoggiato il proprio piede destro.

Subito, a quell’invito, Rula mutò direzione e, sempre guidata da un quieto gesto della propria compagna d’arme, ebbe allora a posare il piede in un punto più sicuro, in un’area scevra da pericoli, e pericoli che, purtroppo, non avrebbero condotto soltanto lei a pagare pegno, quanto e peggio tutte loro, nel danno che, da ciò, sarebbe derivato per l’intera squadra.

« Perdonatemi… » sussurrò rammaricata per quanto avrebbe potuto accadere, scuotendo appena il capo nel confronto con il proprio potenziale, drammatico errore « … credevo di star seguendo le vostre orme. »
« Fra credere di fare qualcosa, e farla effettivamente, vi è un abisso, dolcezza. » commentò Duva, con tono di voce normale, nel sollevare il proprio fucile e nell’aprire, contemporaneamente a ciò, fuoco in una direzione non meglio precisata all’attenzione della stessa Rula e, ciò non di meno, in un gesto che, necessariamente, non avrebbe avuto a doversi considerare gratuito, non da parte sua, non in un momento come quello, non a confronto, soprattutto, con il silenzio nel quale avevano cercato di permanere sino a quell’istante « Un abisso nel quale avresti potuto precipitare, se non fosse stato per il buon cuore di Lys’sh. » puntualizzò, facendo rapidamente fuoco altre due… tre volte, in un minimo movimento della canna del fucile così saldamente impugnato « Vedi di ricordartelo… »
« Complimenti per la mira. » apprezzò Midda, priva di qualunque ironia, nel riferirsi, in tal senso, a quegli ultimi quattro spari, quattro colpi che, facilmente, dovevano essere andati a segno contro quattro diversi bersagli innanzi a loro, probabilmente un gruppo avversario là innanzi celato nella boscaglia attraverso la quale, non senza difficoltà, stavano così lentamente procedendo « Però, se mi posso permettere, non credo che ci sia bisogno di essere tanto aggressive verso Rula: in fondo si stava già scusando. »
« Peccato che, nel dover essere salvata da Lys’sh, abbia offerto ai nostri amici là davanti una chiara informazione sulla nostra posizione. » replicò tuttavia l’altra, evidentemente non desiderando concedere la benché minima possibilità di sconto all’attuale moglie del proprio ex-marito, non allora così come mai in passato « Ancora mi domando perché abbiamo dovuto proprio portarcela dietro… »

Per quanto, personalmente, Rula avrebbe avuto piacere a protestare, e a protestare per l’ingiusta aggressione del proprio primo ufficiale, lì più che chiaramente motivata dalla loro particolare situazione personale, e una situazione personale che, malgrado il passare del tempo, addirittura dei cicli, non stava riservandosi la benché minima possibilità di migliorare; in quel frangente, in quella situazione, ella ebbe forse a dimostrare maggiore maturità rispetto alla propria accusatrice, a dispetto di un’età quasi dimezzata, nell’accettare, comunque, la concretezza delle critiche a lei rivolte entro i limiti della loro attuale missione, e, soprattutto, alla luce del mortificante sbaglio da lei commesso. Uno sbaglio che, in effetti, solo in grazia alla premura di Lys’sh, e alla rapidità e alla precisione di fuoco della stessa Duva, non aveva comportato per loro conseguenze alcune.
Così, ingoiando qualunque barlume di orgoglio, ella ebbe a restare in silenzio, e a subire quell’ennesima aggressione verbale, tutt’altro che inedita anche e soltanto dal loro arrivo sul sesto pianeta del sistema di Oh’Shar-An, a prendere parte a quel carosello bellico…

« Perché la nostra squadra aveva bisogno di un quarto elemento… e Mars si sarebbe distratto troppo, in nostra compagnia, per poter essere realmente utile allo scopo, mentre Ragazzo è ancora troppo giovane e inesperto per poter prendere parte a qualcosa di simile. » replicò Midda, per tutta risposta, offrendo riferimento, in tal senso, rispettivamente al meccanico della Kasta Hamina e al mozzo, concedendosi, a margine di ciò, un profondo sospiro utile a evidenziare quanto simile argomentazione non fosse lì più inedita rispetto alla domanda proposta, in un botta e risposta già più volte occorso fra loro « Quante altre volte mi costringerai a ricordartelo…?! »
« Ogni qual volta la principessina lì dietro farà un errore, portandomi a riproporre simile interrogativo. » sorrise, non senza una certa malevola gioia, la stessa Duva, sollevando il fucile, sorretto con la destra, solo per appoggiarlo, con aria quasi distratta, a metà fra la spalla e il collo, a riservarsi un’estemporanea occasione di riposo « Dovresti sapere, ormai, quanto io sia una persona straordinariamente ostinata! » soggiunse, in quella che avrebbe avuto a dover essere considerata un’ammissione di colpa, per quanto, in simile contesto, non avrebbe potuto che risultare simile a un vanto « Senza contare che, francamente, non mi sembra poi così più matura o esperta rispetto a Ragazzo… » concluse, non negandosi l’occasione per quell’ultimo, gratuito affondo in replica al vano tentativo di giustificazione offerto dal proprio ufficiale tattico.