11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Per le nostre Cronache è finalmente giunto il momento di spegnere undici candeline!
Tanti auguri, Midda's Chronicles!



E grazie a tutti coloro che, con il proprio affetto, hanno accompagnato il viaggio della Figlia di Marr'Mahew in questi primi undici anni!

Sean, 25 dicembre 2018

lunedì 24 dicembre 2018

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Quando i due stranieri avevano fatto la loro apparizione all’interno del locale, Mes’sh-Tah non aveva potuto ovviare a essere incuriosito da essi per molteplici ragioni, fra le quali, indubbiamente, l’evidenza dei fatti di quanto non avesse a doversi considerare sì consueto veder comparire volti nuovi da quelle parti, ma anche, e ancor più, una certa, naturale, e personalissima, ragione di interesse per una giovane ofidiana, suo pari. In verità, Mes’sh-Kah aveva immediatamente compreso quanto ella non avesse a doversi considerare propriamente una purosangue, ma, a tal riguardo, non si sarebbe riservato poi particolare ragione di discriminazione, non, soprattutto, a confronto con l’evidente beltà della quale ella avrebbe avuto a doversi considerare caratterizzata.
Quella giovane mezzosangue, infatti, non avrebbe potuto apparire meno che magnifica, pur lì presentandosi in abiti quantomeno privi di qualunque sofisticata ricercatezza, e tali, in ciò, da porre paradossalmente in maggiore risalto la sua genuina eleganza, senza, in ciò, forzarla ad risultare diversa da quanto avrebbe avuto a dover essere giudicata essere.
Con una squisita carnagione verde, in tonalità variabili da sfumature più scure sino a gradazioni smeraldine, la sua pelle si mostrava soavemente adornata da sottilissime, e quasi vellutate, scaglie, di dimensioni diverse a seconda della posizione occupata sul suo corpo, apparendo praticamente indistinguibili a occhio nudo all’altezza del volto, delle mani e del suo addome, e, altresì, più rilevanti, in un ordine di misura variabile fra i centesimi e i decimi di pollice, sul collo, sulle avanbraccia e, sicuramente, anche in altri punti purtroppo non ammirabili del suo corpo. Il suo volto, contraddistinto dal fiero rispetto del miglior canone ofidiano, avrebbe avuto a doversi rimirare così perfetto nella delicata sinuosità delle sue forme, nell’assenza di quegli orridi nasi propri della maggior parte delle altre specie o, peggio ancora, delle orecchie, lì, altresì, squisitamente sostituiti da quasi indistinguibili aperture che in alcun modo avrebbero avuto a turbare, quindi, la meravigliosa eleganza propria di cotale beltade. Così come, ancora, nella più pura natura ofidiana, avrebbe avuto a doversi riconoscere assente qualunque genere di chioma, o altra peluria, a disturbare l’altresì perfetta conformazione del suo piccolo ed elegante cranio o di altra parte del suo volto o del suo corpo. Ammalianti anche i suoi grandi occhi, di una sfumatura quasi dorata nel giallo dei propri bulbi, in fiero contrasto con il corvino altresì proprio delle sue pupille verticali, riflesse nelle quali, francamente, Mes’sh-Tah non avrebbe potuto ovviare a sperare di poter rimirare la propria immagine riflessa.
A quasi fastidioso involucro di tanta meraviglia, di un corpo sinuoso, elegante, costituito da forme slanciate, al contempo quasi delicate e pur straordinariamente atletiche, con ampie e fiere spalle, con seni piccoli e sodi, con una vita sottile, sottilissima, e fianchi altresì nuovamente larghi, a offrire spazio alle sue cosce e alle sue lunghe e tornite gambe, lì connesse al resto del corpo in grazia di una coppia di glutei semplicemente sublimi nella propria presenza; avrebbero avuto allora a doversi individuare i suoi abiti, e quegli abiti, appunto, privi di particolare ricercatezza e, pur, sostanzialmente perfetti per lei e per quelle sue forme. Lasciando, infatti, scoperta amplia parte del suo addome, di quel delizioso addome lievemente convesso, e scevra di quell’imperfezione propria di altre razze, volgarmente nota come ombelico, un nero e corto corpettino, privo d’ogni scollatura, appariva lì preposto a celarne, con pudore, le forme più femminili, quei dolcissimi seni appena accennati, accompagnato, all’altezza delle sue spalle, da un giubbetto di rossa pelle, in meraviglioso contrasto con quel verde smeraldo della propria pelle, di poco più lungo rispetto all’indumento sottostante e lì, sicuramente, utile a celare al di sotto della propria presenza, della propria lucida superficie, un qualche imbracatura, una qualche fondina ascellare, nella quale avrebbe avuto a doversi riconoscere celata l’arma da lei di lì a breve estratta. A completare, poi, il quadro d’insieme così delineato, non avrebbero avuto a dover mancare dei larghi e morbidi pantaloni di stoffa marroncino chiaro, chiarissimo, con grandi e comode tasche all’altezza delle sue cosce, e, ancora, più in basso, delle scarpe scamosciate di qualche sfumatura più scure rispetto ai pantaloni, a sicuramente morbida accoglienza per i suoi piedi.
Impossibile, dinnanzi a tutto ciò, sarebbe stato per Mes’sh-Tah ignorare quella straniera. E sicuramente comprensibile, in tutto ciò, avrebbe avuto a doversi anche riconoscere, quantomeno da parte sua, il buon gusto proprio di quei due stolidi esseri umani che con troppo poco rispetto avevano approcciato tanto divina visione, salvo essere poi, in ciò, puniti dall’intervento del suo compagno, lì forse sospinto da un qualche sentimento di gelosia che, ineluttabilmente, non avrebbe potuto ovviare a suscitare invidia anche da parte dello stesso ofidiano, se non addirittura rabbia nel confronto con il senso di spreco che, allora, avrebbe rappresentato innanzi al suo giudizio l’esistenza di un qualsivoglia genere di relazione fra loro, sottraendo simile incanto alle proprie possibilità d’ambizione.
Cosa, in tale ipotesi, simile ofidiana bellezza avrebbe potuto trovare, poi, in quell’uomo, avrebbe avuto a dover essere giudicato di difficile valutazione, nell’offrirsi di un essere così oscenamente simile a una scimmia, almeno ai suoi occhi, il cui unico pregio, a margine di tutto ciò, avrebbe avuto a doversi considerare un certo qual buon gusto nell’ovviare a presentare troppi capelli al di sopra del suo capo, lì rasati tanto corti da risultare, in verità, più simili a una sfumatura di colore, ancor prima che a un qualche genere di capigliatura, di chioma. Al di là di ciò, tuttavia, quell’osceno naso, quelle orecchie ai lati del suo volto, quelle labbra oscenamente carnose, non avrebbero potuto che disgustare il senso estetico di Mes’sh-Tah, trovando giustappunto una qualche tolleranza da parte sua nella sfumatura della sua pelle, in quella tonalità piacevolmente scura e, in effetti, quasi simile a quella della propria, per quanto, altresì, non contraddistinta da un manto di vellutate scaglie suo pari. E se, a confronto con tutto ciò, inutile sarebbe stato per lui soffermarsi sui suoi abiti, i quali non avrebbero potuto suscitare in lui il benché minimo interesse, l’attenzione dell’ofidiano non avrebbe potuto ovviare a scendere incuriosita verso i suoi piedi, e quei piedi lì presentatisi nudi, privi di qualsivoglia genere di calzare, in una scelta quantomeno stravagante.
Umanità a parte, difetto del quale non avrebbe potuto essergliene fatta alcuna colpa, Mes’sh-Tah non avrebbe, e non aveva, potuto comunque ovviare a trovare quantomeno interessante la sua audacia nel confronto con i due nerboruti, così come la sua particolare tecnica di combattimento, apparentemente mutuata dal pugilato, ancor prima che da un qualche particolare addestramento marziale, con effetti tuttavia così efficaci da meritare sicuramente un indubbio plauso, per quanto, ancor più meritevole d’attenzione avrebbe avuto, poi, a doversi riconoscere la fermezza con la quale l’altra l’aveva ricondotto all’ordine, riportandolo accanto a sé non dissimile da un cagnolino fedele o, forse, da una qualche bizzarra guardia del corpo. E se, in tutto ciò, il suo interesse per quella coppia non avrebbe potuto che continuare a crescere, quasi effetto di una qualche benevolenza divina egli ebbe a dover allor considerare la grazia propria dell’interrogativo che, con il suo fine udito, non ebbe difficoltà di sentir proposto da parte della mezzosangue al garzone, e di un interrogativo nel merito del quale, in effetti, egli avrebbe saputo offrir risposta.
Fu così che, dal posto da lui precedentemente occupato, egli ebbe a levarsi e a muoversi con quieta discrezione verso il tavolo nel quale si erano accomodati i due, lasciandosi introdurre da un lieve e quasi inudibile suono ofidiano, in un quantomeno rispettoso approccio nei confronti della propria desiderata interlocutrice. E quand’ella ebbe a rispondergli, ricambiandogli la cortesia, egli non ebbe più alcuna esitazione a giungere sino a loro e, in ciò, a introdursi apertamente alla loro attenzione…

« Vogliate scusarmi… » sorrise, rivolto in direzione della coppia e, ovviamente e in particolare, in quella della giovane donna « … non era mia intenzione impicciarmi di affari a me estranei, ma non ho potuto fare a meno di cogliere la domanda che, pocanzi, è stata formulata all’attenzione di quel ragazzo e, per la quale, non avete ottenuto alcuna ragione di soddisfazione. »
« … e immagino sarà lei a volercela concedere… » suggerì la giovane ofidiana, sorridendo con sorniona malizia verso il nuovo giunto e squadrandolo, con discreta attenzione, da capo a piedi, per meglio poter giudicare con chi, in quel frangente, potessero starsi ritrovando ad avere a che fare.

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