11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

lunedì 3 dicembre 2018

2747


Prima di quell’obnubilante bagliore bianco nel quale le parole del proprio sposo la obbligarono a precipitare, l’ultimo ricordo proprio della Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto a doversi riferire a quella landa ghiacciata, e a quella landa ghiacciata nella quale, insieme a Be’Sihl e a Reel, ella si era sospinta nella volontà di salvare un bambino dall’infausto destino che avrebbe potuto essergli proprio come conseguenza non soltanto delle avverse condizioni metereologiche a sé circostanti, ma, ancor più, come conseguenza delle azioni di un, per lei, ignoto rapitore.
Ma dopo quell’esplosione di luce, e quell’esplosione di luce conseguente a quel divertito ammiccare del marito verso di lei, quanto ebbe faticosamente a ripresentarsi ai suoi occhi, alla sua attenzione, fu un ben diverso genere di ambiente: una stanza, in particolare… una stanza con pareti colorate a metà di bianco e di verde, all’interno della quale la presenza di un minimale arredo di plastica e metallo avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual predominato da strane apparecchiature non poté ovviare a suggerirle l’idea di una stanza di ospedale, o qualcosa di assimilabile a essa. E, in quella stessa stanza di ospedale, non lontano da lei, dandole le spalle, avrebbe avuto a dover essere identificato il profilo di un uomo, e di un uomo a lei contemporaneamente, e paradossalmente, noto e pur estraneo: un uomo lì intento a richiamare a gran voce qualcuno da oltre una tenda, e una tenda lì eretta a parete di quella stessa stanza…

« Qualcuno chiami un medico… presto! » stava gridando quell’uomo, con eccitata foga « Ha aperto gli occhi! Ha aperto gli occhi! » dichiarò, con quella gioiosa incredulità propria di chi, da sempre, doveva aver atteso quell’occorrenza, l’offrirsi di quell’evento e, ciò non di meno, di chi, allora, non avrebbe avuto a doversi neppur considerare realmente certo di quanto lì stesse effettivamente accadendo, nell’incredula e disarmata sorpresa obbligatoriamente derivante da tutto ciò « Un medico! Un medico, presto! »

Cosa stava accadendo…? Dove accidenti era finita…?! E, soprattutto, come ci era finita…?!
In passato, certamente, Desmair aveva offerto ampie riprove di possedere poteri straordinari, primo fra tutti il diretto controllo su intere legioni di spettri da poter impiegare a proprio piacimento al pari di un vero e proprio esercito regolare, e di un esercito regolare, tuttavia, in grado di spazzare via qualunque antagonista, qualunque avversario, senza che a questi potesse essere concessa la benché minima possibilità di opposizione,  di reazione, o, anche e soltanto, di effettiva consapevolezza nel merito di quanto, allora, stesse accadendo. Ma, a margine di ciò, e di una serie di altre mai piacevoli capacità, quel semidio non aveva mai dimostrato alcun particolare potere, e, soprattutto, alcun particolare potere che potesse suggerire la possibilità di privarla di coscienza con un semplice ammiccamento.
Be’Sihl… dove era finito Be’Sihl…? Forse dal lato opposto di quel tendaggio…?!
Se a suo discapito Desmair non avrebbe potuto permettersi alcuna diretta azione, tale per cui anche dopo la perdita di coscienza impostale, egli non avrebbe mai potuto aggredirla o peggio, altro discorso avrebbe avuto a dover essere giudicato nel confronto con Be’Sihl e con tutti i suoi cari. E se, fortunatamente, Tagae e Liagu, ma anche tutta la sua famiglia della Kasta Hamina, in quel momento avrebbero avuto a dover essere riconosciuti a chissà quante migliaia di anni luce da loro, l’insistenza del proprio amato shar’tiagho l’aveva spiacevolmente esposto a qualunque possibile ritorsione da parte del proprio odiato sposo, il quale, benché nei riguardi di Be’Sihl avrebbe avuto a dover accusare un certo debito, nell’essere potuto sopravvivere sino a quel momento solo per merito suo, avrebbe potuto comunque dimostrare sufficiente ingratitudine da ignorare simile verità e aggredirlo non appena ne avesse avuto la possibilità.

« … es… » cercò di invocare il nome del proprio amato, a cercarne conferma nel merito del suo stato di salute, rendendosi tuttavia conto di non essere allora in grado di pronunciare verbo, quasi le sue labbra, la sua lingua, e il suo intero volto, fossero lì ancora addormentati, o peggio, e, in tutto questo, spiacevolmente incapaci a rispondere ai suoi voleri.

Fu così che, sicuramente in maniera tardiva rispetto a quanto non avrebbe potuto immediatamente permettersi di rilevare, di constatare, ella ebbe occasione di maturare coscienza nel merito di uno sviluppo ancor più inquietante in tutta quella faccenda, e di uno sviluppo a confronto con il quale assolutamente legittimo, se non doveroso, avrebbe avuto a doversi riconoscere un crescente senso di ansia nel confronto con l’evolversi degli eventi per lei in quel momento ancora ignoti.
Giacché, allora, non soltanto il suo volto, ma il suo intero corpo, in ogni propria singola membra, avrebbe avuto a doversi riconoscere a lei fondamentalmente estraneo, quasi la sua mente fosse divenuta incapace a comandare sui suoi arti, sui suoi muscoli, costringendola, allora, a un’innaturale e preoccupante immobilità, e un’immobilità a confronto con la quale giustappunto i suoi stessi occhi avrebbero avuto a risultare esenti. Un’immobilità, la sua, che avrebbe avuto a dover essere considerata soltanto aggravata dall’evidenza di altri dettagli, di altri particolari a confronto con i quali solo allora ella ebbe a maturare coscienza, quali, primi fra tutti, la presenza di un gran numero di fili, tubi e tubicini che, partendo dai macchinari a lei circostanti, si andavano a ricollegare in maniera del tutto innaturale al suo corpo, al suo braccio mancino, al suo ventre e, non visibile ma, comunque, chiaramente percettibile, persino alla sua vescica, violandola impunemente nelle sue parti più intime. E, a proposito di braccia, con una certa contrarietà ella ebbe a rendersi lì conto di quanto, purtroppo, anche la sua protesi in lucente metallo cromato, preposta a sostituzione dell’arto destro, avrebbe avuto lì a doversi considerare scomparsa, rimossa completamente per così come, in effetti, non avrebbe neppure potuto credere sarebbe stato possibile avvenisse, nell’operazione non priva di invasività con la quale, tre anni prima, le era stato impiantato.

“Thyres…” pensò, limitandosi a invocare, o forse a bestemmiare, in tal modo il nome della propria dea, non potendo esprimersi in alcuna altra maniera, e non avendo certamente potersi considerare felice per nulla di tutto ciò “… cosa diamine sta accadendo?!”
« Dottore! Dottore! » venne tuttavia e nuovamente distratta dalla voce di quell’uomo, lì ancora di spalle verso di lei, e da quella voce che, al pari di quel profilo, avrebbe avuto a doversi giudicare al contempo estranea e pur estremamente familiare al proprio udito « Maddie! Maddie è sveglia! »
« Eccomi signor Mont-d'Orb… » intervenne una seconda voce, più quieta, più moderata rispetto alla prima, ancor provenendo da oltre quella tenda bianca e dimostrandosi « Si calmi, la prego: non desidero banalizzare l’accaduto, ma potrebbe essere stato un semplice spasmo incontrollato… » suggerì, nella volontà di smorzare quello che, dal proprio punto di vista, avrebbe avuto a dover giudicare, necessariamente, qual un’eccessiva e pericolosa eccitazione per l’uomo, soprattutto laddove, poi, quanto accaduto non avesse avuto a trovare alcuna occasione di positivo riscontro nell’evidenza dei fatti.
“Mont-d'Orb…?” ripeté la Figlia di Marr’Mahew nella propria mente, nel ben riconoscere quel nome e nel ricollegarlo a una propria versione alternativa, a un’altra se stessa di qualche anno più giovane rispetto a lei, che aveva avuto occasione di conoscere soltanto pochi mesi prima in una dimensione onirica ribattezzata dalla sorella della medesima, dalla versione alternativa della propria sorella, con il nome di tempo del sogno.
« Dottore… con tutto il dovuto rispetto, le dico che mia figlia è sveglia! » insistette il primo uomo, voltandosi, allora e verso di lei e mostrandole, in maniera probabilmente assolutamente prevedibile, e pur, in quel momento, in termini del tutto sorprendenti, l’amatissimo volto di suo padre, Nivre Bontor: un volto a confronto con il quale ella non aveva avuto possibilità di relazione per molti, troppi anni della sua vita e al quale, purtroppo, aveva nuovamente rinunciato nel giorno in cui aveva preso la decisione di partire, sulle ali della fenice, verso le stelle del firmamento, all’inseguimento della regina Anmel, e che, per questo, non avrebbe mai potuto illudersi di poter avere ancora una volta la possibilità di incontrare... non, quantomeno, entro il limitare di quella loro vita mortale.

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