11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
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domenica 22 aprile 2012

1555


P
er giungere alla conclusione di questa cronaca, o, meglio, di questa raccolta di testimonianze, avrei sinceramente apprezzato un intervento da parte di colei che, di tutti questi eventi, è stata protagonista assoluta e indiscussa, Midda Bontor. Purtroppo la Figlia di Marr'Mahew, ormai anche Campionessa di Kriarya, è tanto abile a rendersi protagonista di imprese incredibili, quanto a rifuggire a qualunque ricerca di personale enfasi attorno al proprio operato, glorificazione delle proprie vittorie, ragione per la quale solo a pochi fortunati è mai stato concesso di ascoltare dalle sue labbra la narrazione delle sue avventure, godendo, in ciò, del particolare punto di vista proprio dei suoi occhi color ghiaccio.
A me, ella ha voluto riconoscere solo poche righe, poche semplici frasi pur cariche di profonde emozioni, per apprezzare le quali, però, è necessario giungere con un certo ordine. Come sempre, pertanto, alla prosa del cronista di turno è obbligatoriamente affidato l'onere di riportare quanto più fedelmente possibile ciò che altri non hanno desiderio di raccontare… non che, in verità, vi sia molto altro da evidenziare.
Sarà forse diletto di qualcuno scoprire che, come già anticipato anche dalle parole della stessa mercenaria nel racconto degli ultimi eventi, Howe e Be'Wahr alla fine vollero concedersi una giornata di piacere presso la casa di Tahisea, qual reciproco riconoscimento di supremazia. Un giornata che costò loro decisamente caro, e che pur li vide più che soddisfatti nell'investire in tal senso una buona parte della ricompensa loro riconosciuta dai mecenati di Kriarya per mezzo, ovviamente, dell'intercessione Midda. A quanto mi è stato riferito, tale soddisfazione lì vide addirittura andare d'amore e d'accordo per almeno altre quarantotto ore; salvo poi trovarli impegnati a recuperare il tempo perduto in continui battibecchi e apparenti litigi.
Come loro, anche Av'Fahr ebbe modo di soddisfare le proprie brame mascoline in compagnia dell'affascinante Saha, fra le braccia della quale scomparve per più tempo del previsto, facendolo addirittura tardare, quasi in ottemperanza alle previsioni della donna guerriero. E, per gli animi più romantici, credo sia giusto sottolineare come effettivamente Saha riconobbe un prezzo di favore al mio buon amico al punto tale da suscitare un vero e proprio moto invidia dei due fratelli mercenari, i quali non lo risparmiarono di frecciatine e allusioni. Non che una sola fra le parole da loro pronunciate avrebbe potuto scalfire la dura scorza di Av'Fahr. In verità, non per gettare troppa carne sul fuoco, è giusto ricordare come nel mentre in cui egli si impegnò a narrare alcuni dettagli riguardo a Saha, nei suoi occhi potei cogliere un'emozione diversa da semplice lussuria, e tale da farmi credere che, malgrado tutto, quella visita a Kriarya, da parte sua, non sarebbe stata unica e irripetibile, malgrado la penalizzante lontananza della città del peccato da ogni mare.
Sempre qual giusta offerta in direzione degli animi più romantici, ancora, è da confermare il ricongiungimento fra Seem e la sua amata Arasha, da lui persino troppo a lungo bramata, e solo tardivamente stretta a sé. Non che egli sia sceso in dettagli intimi nel merito di come possa aver speso il proprio tempo insieme alla sua compagna; ma, come già per Av'Fahr, anche in lui non riuscii a riscontrare quanto altresì presente nello sguardo di Howe e Be'Wahr nel mentre dell'eccitata e trionfante cronaca delle loro gesta all'interno del lupanare più famoso di tutta Kriarya. E, nel sperare di poter un giorno riabbracciare anch'io il mio amato Hui-Wen, ora prigioniero di Nissa Bontor, non posso che dirmi lieto di tali emozioni, di tali sentimenti, forse l'unica realtà positiva offertaci in una vita altresì prima di qualunque significato.
Non eguale serenità, non tanta pace, purtroppo, fu offerta a Midda Bontor, alla protagonista di un pur incredibile trionfo, dal momento in cui l'unico uomo con il quale ella avrebbe avuto piacere di intrattenersi, suo malgrado, si trovava… e si trova ancora in una delle nostre brande, lì privo di coscienza sin dalla battaglia nella quale tutti i suoi sforzi sono stati spesi per la salvezza della propria compagna. Be'Sihl, che pur per lei era sempre stato un punto fermo, inamovibile, una piccola ma irrinunciabile certezza nella propria vita, nella sua costante presenza in quella locanda alla quale adorava far ritorno quasi come a una casa, in tale occasione non le fu concesso, non le fu garantito. E accanto ai suoi baci e alle sue carezze, a chi della guerra aveva fatto il proprio mestiere e la propria vocazione, venne meno, soprattutto, la sensazione di armonia che, nel dialogo e nel giuoco scherzoso con lui, le era sempre stata garantita e mai negata, mai rifiutata, anche a seguito di proprie, ingiustificabili assenze superiori a un intero ciclo di stagioni.
Non credo di potermi considerare in particolare confidenza con la Figlia di Marr'Mahew. Il mio predecessore, Salge Tresand, sicuramente lo era, essendo stato prima suo amico, quasi d'infanzia, e poi suo amante, ridonando vita, insieme a lei, a quella carcassa che, oggi, è una goletta meravigliosa, e il cui equipaggio mi onoro di comandare. Salge sicuramente avrebbe saputo individuare con precisione ogni suo pensiero, ogni sua idea, ogni sua pena, anche senza che una sola parola fosse pronunciata, fosse scandita. Ma già io, che a tal livello di confidenza non potrei giungere neppure in una vita intera, ebbi occasione di comprendere, di percepire nel profondo del mio cuore, la grande pena che, in quel paio di notti trascorse in Kriarya, avevano soffocato l'animo della donna guerriero più temibile di questo intero angolo di mondo, negandole ogni possibilità di apprezzamento nei riguardi di ciò che pur, in quelle ore, le era stato concesso quando ormai neppur più sperato: un bagno caldo e un morbido letto nel quale lasciarsi affondare. Un letto, tuttavia, troppo vuoto, troppo desolato, nel quale ella si trovò a essere troppo larga, ad avere troppo spazio a disposizione… di certo più di quanto non avrebbe gradito vedersi assegnato dal fato.
Ella, che pur sempre si era ribellata all'idea di un fato, di un destino ineluttabile e immodificabile, a una trama divina sconosciuta all'uomo e pur in grado di connettere tutti gli esseri umani gli uni agli altri, come una sola, grande, famiglia; in quelle ore si confrontò con un sentimento di impotenza come raramente le era stato concesso di provare, ovviamente reindirizzando ogni colpa, ogni responsabilità per quanto accaduto a sé, e solamente a se stessa.
Se solo Midda avesse ucciso Nissa, sua gemella, quando adolescente, quando già apparve evidente la sua rivolta in propria opposizione; o se solo, concedendole più tempo, l'avesse terminata nel momento in cui come pirata si era offerta al suo sguardo, minacciandone il presente e il futuro, e imponendole stupidi ricatti innanzi ai quali, peggio, ella aveva accettato di chinare mestamente il capo; tutto quello non sarebbe mai successo. E, anzi, probabilmente ella sarebbe stata ancora il secondo in comando a bordo della Jol'Ange, navigando per i mari del mondo accanto al suo primo, grande amore: Salge.
Ma questi era morto, tutto l'equipaggio da lei un tempo conosciuto era morto e, peggio, anche molti di noi, nuova generazione, erano già morti o sarebbero presto potuti morire. E a Midda solo l'esilio dal mare era stato concesso; l'esilio dalle acque da lei adorate ancor prima di imparare a camminare, come ogni figlia di Tranith; nonché l'esilio dalla sua isola natia e dalla sua famiglia, dalla quale si era sì allontanata di propria spontanea volontà e alla quale, pur, un giorno avrebbe apprezzato poter fare ritorno.
Proprio nel merito di queste possibili sue riflessioni, eventuali suoi pensieri, ha da considerarsi il solo intervento che ella mi ha voluto concedere per questa umile raccolta, per questo diario non di bordo e pur, egualmente, fondamentale per la vita della Jol'Ange e del suo equipaggio…

Non so dire se mai, in tutta la mia vita, abbia realmente preso in esame l'ipotesi del suicidio come via di fuga dalla realtà e dai suoi problemi.
So che molti sono stati i momenti in cui mi sono sentita debole, mi sono sentita sconfitta, osservando le persone attorno a me morire, una dopo l'altra. E non voglio negare che, in parte, dopo la morte di Salge, io abbia desiderato che il mare mi soffocasse, mi trascinasse verso la dimenticanza, allontanandomi da tutto il sangue innocente che, per mia causa, è stato versato.
Ma so anche che dopo ognuno di tali momenti di sconforto, sempre maggiore è stato in me il desiderio di una rivalsa, di una vendetta, verso mortali e dei. Con quella stessa energia che dopo la morte di Salge, credo, mi permise di salvarmi dal mare in tempesta nel quale effettivamente ero precipitata, o mi ero lasciata precipitare per obliare ogni dolore.
Quella notte, quella notte trascorsa da sola nella stanza che avevo voluto per me e Be'Sihl al momento della ricostruzione della locanda, non presi in esame alcuna idea suicida, non accarezzai alcuna ipotesi di resa, per quanto, in me, troppa era la desolazione conseguente a quell'assurda solitudine. Per tre lustri mi ero allontanata volontariamente da lui, cercando, in ciò, di non coinvolgermi nella sua vita e di non coinvolgerlo nella mia vita. E solo quando, alfine, avevo accettato l'idea di cercare, insieme con lui, di costruire quello che, oggettivamente parlando, sarebbe potuto essere l'ultimo rapporto stabile della mia vita, il mondo si era nuovamente ribellato contro di me, lasciandomi lì sola, in una stanza vuota.
Nelle lenzuola, pur lavate e profumate con fiori di lavanda dalla premura di Arasha, io cercai un barlume dell'odore di Be'Sihl, abbisognando di lui, in quel momento, come forse mai prima d'allora. E non riuscendo a trovarlo mia non fu mera disperazione, ma rabbia, incredibile ira contro la mia gemella, contro Nissa, e con lei contro tutti gli dei che al suo fianco si dovevano pur essere schierati, per permetterle tanta continua e irrefrenabile vittoria a mio discapito.
In tale rabbia, già vissuta, già provata in tale misura alla scoperta della morte della mia amica Nass'Hya, che attraverso di me aveva cercato la vita e la felicità, trovando purtroppo solo morte e disperazione; fu nuovamente palese, innanzi ai miei occhi, l'unico impegno verso il quale avrei dovuto destinare tutte le mie energie, senza esitazioni né condoni: uccidere Nissa. Veramente.

Con simile proposito, con tale intento già chiaro all'origine di questa disavventura, e pur, nel corso della medesima, rafforzatosi sino a divenire prossimo a un'ossessione; e sempre accompagnata dal gruppo che attorno a sé aveva involontariamente richiamato in quel viaggio, da Av'Fahr, da Howe e Be'Wahr, e dal suo scudiero Seem; la Figlia di Marr'Mahew ripartì il mattino seguente a tanto spiacevole notte, diretta all'eremo nel quale il suo mecenate, lord Brote, aveva scelto di nascondere il pastorale, affidandolo alla cura di una setta di monaci presso cui, si scoprì, egli aveva già dislocato in passato alcune fra le più pericolose reliquie che la sua mercenaria prediletta aveva recuperato in suo nome.
Una tappa, l'ennesima di un sin troppo lungo itinerario, che fu comunque consumata senza ulteriori, particolari complicazioni, ma che nonostante ciò non venne affrontata da alcuno con serenità, nella consapevolezza di quanto il tempo a noi tutti concesso fosse sempre più limitato e, di lì a breve, come precedentemente concordato, la Jol'Ange avrebbe dovuto partire alla volta di Rogautt con o senza di loro.
Retorica, in grazia a quanto qui riunito, a tutte le versioni qui riunite e riordinate, può solo intendersi la consapevolezza di come quel termine ultimo venne comunque e alfine rispettato: i due scettri del faraone furono nuovamente riuniti nelle mani di Midda Bontor; e la Jol'Ange, accogliendo tutti i protagonisti di questa vicenda, poté salpare verso l'ultima, temibile meta, nella speranza di salvare il mio adorato Hui-Wen e la brava Camne Marge, ma anche, di porre definitivamente termine alla vita di Nissa Bontor, regina dei pirati.

sabato 21 aprile 2012

1554


« U
n'altra possibilità è che tu possa prenderti qualche settimana, mese in effetti, di tempo per riflettere su cosa desideri veramente: seguire la via della vendetta, con ciò che essa comporta… » presentò la mia compagna, con tono nuovamente serio e, addirittura, mortalmente serio « … oppure lasciare i morti riposare sereni e vivere il resto della propria vita in pace. Con me, quanto meno. »
E prima che l'altra potesse prendere parola, ella proseguì nell'illustrare il perché delle proprie parole: « Il mio ritorno in Kriarya, come sempre, non ha da considerarsi qual evidenza di una rinuncia all'avventura. Questa volta, addirittura, ha da considerarsi qual una semplice tappa, nel compimento di una missione che mi deve veder ancora recuperare un oggetto e condurlo a una certa persona, al di là del mare. » esplicitò, con maggiore precisione di quanto non sarebbe mai stata costretta a offrire alla controparte « Entro il secondo mese della stagione autunnale, Khooc, io spero di poter fare ritorno in Kriarya, accompagnata, fra l'altro, dal mio socio Be'Sihl. »
« Dal tuo amante Be'Sihl… » propose maliziosamente la prostituta.
« Dal mio socio Be'Sihl… » insistette Midda, nella volontà di negare l'inalterata esistenza di un rapporto d'amore fra lei e il suo locandiere, ove questo avrebbe, altresì, potuto porre entrambi in pericolo « Entro la fine di Khooc, quindi, tu dovrai aver maturato una decisione attorno a questa questione: essermi avversaria, oppure no. » sancì « Ma rammenta… nei confronti dei miei avversari, non sono abituata a offrire particolare compassione o tolleranza, così come già in questi giorni, per troppe volte, ho riconosciuto a te. »

Una dichiarazione ferma, inequivocabile e, in effetti, tutt'altro che rassicurante, quella che la Figlia di Marr'Mahew volle comunicare alla sua interlocutrice, nell'esistenza stessa della quale, tuttavia, avrebbe dovuto essere nuovamente riconosciuta compassione e tolleranza da parte sua nei confronti di quella giovane donna.
Al di là della propria fama, e delle centinaia, probabilmente migliaia di cadaveri con i quali ella aveva costellato il lungo cammino della propria vita, noialtri che con lei abbiamo avuto a che fare sappiamo bene come Midda sia ben lontana dall'essere considerabile una fiera assetata di sangue. Salvo ritrovarsi costretta ad agire in tal senso dalle circostanze, infatti, persino ai propri avversari ella era solita riconoscere più clemenza di quanto non fosse abituata a cercar vanto, non spingendo mai i propri attacchi a invocar, necessariamente, sangue e morte, quanto, piuttosto, a privarli di ogni possibilità di coscienza, nella speranza che, al loro risveglio, essi potessero maturare maggiore spirito di autoconservazione, ovviando a una nuova sfida in suo contrasto.
Di ciò, di tale personale politica della nostra amica, non voglio negarlo, in tale occasione non potei che essere sinceramente rasserenato, nel timore di poter vedere la sua spada levarsi con reali, negative intenzioni in contrasto alla bellezza di Saha. Lo so. Comprendo di essere ripetitivo. Ma quella donna, fra tutte le abitanti di Kriarya, fra tutte le meretrici della città del peccato, è stata l'unica a risvegliare in me determinate brame sino a quel momento obliate nella tensione necessariamente conseguente alla missione in corso. E vederle arrecato danno mi avrebbe contrariato… decisamente contrariato.

« Sarà così. » acconsenti la prostituta, evidentemente tutt'altro che ansiosa di porsi in reale sfida con la Figlia di Marr'Mahew, al di là dei propri due precedenti attentati, frutto dell'emotività più che di una reale pianificazione « Ci rivedremo alla fine di Khooc e, per allora, avrò deciso se riconoscerti ancora colpevole, o meno, per la morte di mio padre. »
« Bene… » annuì Midda, soddisfatta da quella risposta come da una vittoria, qual, probabilmente, già comprendeva essere propria in quel primo risultato « Non ti rubo, ulteriormente, del tempo. Non sia mai che i tuoi affari possano risentire in negativo della mia presenza al tuo tavolo. » sorrise, autoironica, sollevandosi in piedi e lasciando scomparire la propria spada nel rispettivo fodero.
« Per quanto riguarda te, mio bel marinaio… » prese voce Saha, appoggiandomi una mano sul polso prima che mi potessi rialzare a imitazione della mia compagna « … spero invece di rivederti ben prima dell'autunno. » mi guardò, suscitando pensieri che preferisco non riportare « Da quel che si dice, sei nuovo in città. E sarebbe un peccato che tu possa andartene senza un bel ricordo di Kriarya. A un prezzo di favore, s'intende. »

Imbarazzato come mai mi sarei atteso di poter essere con una donna, e con una professionista più in generale, mi rialzai in silenzio, senza comunque riuscire a staccare gli occhi dalla sua immagine, e mi sforzai di allontanarmi, sui passi di colei che mi ero assurdamente prefisso di proteggere e per la salvezza della quale, solo allora compresi, non avevo ancora battuto ciglio. In effetti, mi ero quasi preoccupato maggiormente per Saha che per lei… e questo, a tempo debito, avrebbe meritato delle scuse da parte mia.
Uscito dalla taverna, e allontanatomi dalla fonte di quella malia che mi aveva imprigionato ogni capacità di pensiero, parola o opinione, trasformandomi in un semplice spettatore, mi trovai inaspettatamente a confronto con il sorriso di Midda, che, per l'occasione, si aprì sornione a livelli ai quali mai, ancora, l'avevo vista arrivare.

« Cosa c'è?! » domandai, quasi di soprassalto, colto in contropiede da quell'espressione per così come concessami, come destinatami.
« Cosa ci fai qui? » questionò ella, per tutta risposta, formulando una domanda il cui significato, lo ammetto, mi fu subito chiaro ma che, al tempo stesso, mi impegnai a cercare di non comprendere.
« Cosa vuoi dire? » espressi pertanto il mio dubbio, pur inesistente, quasi come se la risposta alla domanda di lei, o, per meglio dire, il senso ultimo di quel suo invito, avesse sottinteso qualcosa di cui vergognarmi, anche ove, alla mia non più giovane età, sarebbe sufficientemente idiota trovare di che essere imbarazzato, soprattutto nel campo della sessualità.
« Av'Fahr… ti ricordo che sei un marinaio. » sorrise la donna, chiaramente divertita, forse e persino impegnata a cercare di non scoppiare a ridermi in faccia, sforzo per il quale non avrei potuto che esserle assolutamente e sinceramente grato « Vuoi davvero farmi credere che tutta la tua apparentemente straordinaria virilità sia semplice miraggio?! » mi canzonò ella, cercando di concedermi ancora occasione di riscattarmi prima di arrivare a ridere, apertamente, del mio evidente impaccio.
« Non vuol mica dire che mi debba buttare nel letto della prima prostituta che incontro. » protestai, con un argomento sufficientemente infantile, lo devo ammettere.
« Infatti non è la prima… ma è la prima che ti ha fatto sudare, per quanto eri… sei eccitato. » osservò ella, sospirando e allungando il proprio indice mancino a toccarmi il petto, per dimostrarmi quanto le sue parole non avessero da considerarsi prive di contenuto, essendo io, effettivamente, madido di sudore, per quanto non me ne fossi neppure reso conto e per quanto, nella taverna, il clima fosse addirittura fresco.
« Midda… » esitai, non sapendo più che dire a mia difesa, quasi avessi da difendermi innanzi a lei.
« Come ho già detto siete entrambi adulti e consenzienti… » scosse il capo, ponendomi a tacere « Se ti interessa, vai prima che qualcun altro la possa impegnare. Ma ricorda che le professioniste di Kriarya non fanno credito a nessuno, quindi controlla di avere oro a sufficienza prima di impegnarti in qualcosa più grande di te. » mi raccomando, con premura quasi materna.

Io esitai nuovamente, mi voltai per un momento indietro e poi tornai con lo sguardo a lei, cercando qualcosa di intelligente da dire. Tuttavia, ella mi anticipò ancora una volta, probabilmente nella volontà di togliermi da ogni imbarazzo…

« Corri idiota! » ridacchiò, spingendomi all'indietro « E tieni a mente che si parte domani mattina, un'ora dopo l'alba. » mi avvisò « Non farci aspettare. »

venerdì 20 aprile 2012

1553


« Mi fa piacere che qualcuno ricordi ancora questo simpatico soprannome… » ironizzò la mercenaria, qual reazione agli insulti dell'altra « Avevo iniziato a temere che dopo gli eventi dell'altro giorno, nessuno avrebbe ripreso a chiamarmi così… e sarebbe stato quasi spiacevole. » suggerì, sorridendo divertita nel mentre in cui, commettendo quello che per un istante ritenni qual un eccesso di fiducia, abbassò la spada e il braccio, liberando la propria interlocutrice da quella situazione di stallo.

Non per retrocedere, tuttavia, l'altra sembrò interessata a sfruttare l'occasione rivoltale, quanto, ancora una volta, per offendere colei evidentemente inquadrata qual propria antagonista. Se, infatti, per un primo istante la prostituta sembrò veramente intenzionata a recuperare la propria posizione iniziale; un attimo dopo ella tentò nuovamente di fiondarsi verso Midda, da una distanza e con una velocità tali che un mio intervento, fosse anche solo per afferrarla e sollevarla letteralmente dal tavolo e da terra, avrebbe comportato più rischi che vantaggi per la mia compagna.
A prescindere dal mio intervento, o meno, comunque, la Figlia di Marr'Mahew non sembrò particolarmente sorpresa dal nuovo attacco, al quale rispose ancora con apparente indifferenza, e pur con una velocità di esecuzione ancor maggiore della precedente. In questa occasione, la destra non si impegnò, meramente, a deviare con delicatezza il moto del pugnale dalla traiettoria iniziale; ma colpì la mano della giovane sua avversaria con energia tale da non romperle, dolorosamente, le ossa e pur da costringerla a lasciare la presa sulla propria arma, che ricadde senza eleganza alcuna sul pavimento accanto a me, senza ancor il benché minimo interesse da parte degli altri avventori della taverna. E la mancina della mia compagna, come già pocanzi, tornò all'impugnatura della spada bastarda, e la sollevò, nuovamente, quanto sufficiente per adagiarla sul collo della propria preda, supposta predatrice.

« Se vuoi possiamo continuare così tutto il giorno… » confermò la donna guerriero, dimostrandosi sempre più divertita dai vani tentativi della propria avversaria a suo discapito « Ti posso assicurare che dopo due caldi bagni e una giornata intera di sonno in un letto finalmente degno di essere definito qual tale, mi posso considerare completamente ritemprata da tutto ciò che è accaduto negli ultimi mesi. E, in ciò, non ho alcun problema a star dietro a ogni tuo stolido tentativo di farmi la pelle. »
« Cagna… » sussurrò, quasi sbuffò, la giovane donna, accettando ora di tornare realmente a sedere, sebbene, forse sopravvalutandola, io stesso fossi certo che quel pugnale non avrebbe dovuto considerarsi qual la sua unica risorsa offensiva… non, quanto meno, in attesa dell'arrivo della Figlia di Marr'Mahew al proprio tavolo.
« E' sufficiente così. » asserì l'altra, tornando ad appoggiare la spada sul tavolo e poi sollevando la mancina a supportare le proprie parole, facendo gesto di non proseguire oltre con gli insulti « I primi te li ho concessi gratuitamente, ma ognuno dei prossimi avrà il suo prezzo. » sottolineò, qual giusto avvertimento verso la controparte.

E Saha, carica di trasparente ostilità, ma non stupida, colse l'invito rivoltole e accettò di tacere, di non insistere ulteriormente con le proprie offese, quanto meno nel desiderio di non suscitare ritorsioni da parte di chi già dimostratasi più che efficiente.
Le parole scandite da Midda, invero, non avrebbero potuto essere riconosciute qual semplicemente fini a se stesse, dal momento in cui ella aveva effettivamente riposato per oltre una giornata intera, chiusasi all'interno delle stanze progettate per sé e per il proprio compagno, Be'Sihl, la mattina successiva alla vittoria contro i mahkra e da lì fuoriuscita solo poche ore prima di quell'incontro. Del resto, la sua stanchezza, più di quella di chiunque altro, anche della mia, avrebbe dovuto essere considerata qual giustificata da tutto ciò che ella aveva vissuto nel corso di quegli ultimi mesi appena citati: la cattura da parte di Nissa; la prigionia all'interno della Mera Namile, sua nave; e, poi, la lunga traversata dell'intera Tranith, da sud a nord e da ovest a est, prima alla ricerca di Howe, Be'Wahr e Seem, poi per la riconquista del flagello e, allora, del pastorale. Una serie di eventi a dir poco stremanti, in particolare i primi, che non avrebbero potuto accettare l'ipotesi di una ripresa tanto rapida, e che pur, trattandosi di lei e non di altri, avrebbe potuto anche essere accolta per vera, non più incredibile rispetto ad altri straordinari risultati da lei conseguiti in quegli stessi ultimi mesi. E dove neppur io mi sarei potuto dire in grado di comprendere quanta energia, effettivamente, ella avesse riguadagnato in quel giorno di riposo; impossibile sarebbe stato per Saha porre in dubbio quella dichiarazione, rifiutando di credere che chi aveva sconfitto i mahkra assedianti Kriarya, ora, non potesse essere in grado di farle pagare amaramente il prezzo della propria ostinazione.

« Puoi anche aver salvato Kriarya da quest'ultima minaccia… » premesse la giovane, ritrovando voce apparentemente con maggiore serenità « … ma ciò non cancella gli eventi della piana di Kruth, e tutti i suoi morti, tutti i valenti guerrieri che solo a te debbono la loro amara sconfitta. Fra i quali mio padre! » definì, cercando di trattenere l'impeto della propria ira, legittima o no che fosse.
« Tuo padre era un mercenario. Come tutti coloro lì presenti accanto a me. » sottolineò la mercenaria, con assoluta tranquillità « E come tutti coloro lì presenti accanto a me, ha deciso da solo il proprio destino. »
« Non è vero! » tentò di obiettare l'altra.
« Tuo padre ha deciso da solo il proprio destino in due momenti diversi… » riprese e proseguì la mia compagna, indifferente all'opposizione rivoltale « Innanzitutto quando ha accettato l'incarico in quella battaglia. E in secondo luogo quando ha rifiutato di ritrarsi malgrado il mio invito in tal senso. »
« Continui a insistere su questa versione, malgrado tu sappia che non è vero quanto stai dicendo! » sancì la prostituta, storcendo le labbra verso il basso.
« E tu continui a insistere nella tua visione dei fatti, malgrado tu non fossi lì e, in fondo, tu sia consapevole del fatto che io non sto mentendo. » negò la donna guerriero, scuotendo appena il capo.

Un lungo istante di silenzio riflessivo calò fra le due donne, nel mentre in cui, umanamente, il mio sguardo non poté che ritornare a contemplare quella giovane dalle forme tanto prosperose, capace, nel proprio aspetto, di stuzzicare le mie fantasie al pari di quelle di qualunque altro uomo, probabilmente.
Per un istante, con non poca arroganza, fui dominato dal desiderio di domandarle il perché avesse scelto una professione qual la sua, il perché non volesse cercare un altro stile di vita, magari fuggendo da Kriarya insieme a me. Ma dopo aver formulato tal pensiero mi resi conto di come la mia valutazione a suo riguardo, il mio giudizio su di lei, non avrebbe dovuto essere considerato diverso rispetto a quello di un qualunque altro suo cliente, eccitato alla visione di quel corpo e desideroso, in ciò, di possederlo, quasi fosse un oggetto e non una persona. Rimproverandomi per ciò, ma non escludendo l'eventualità di investire qualche risparmio per verificare la sua professionalità, tornai a rivolgere lo sguardo a Midda, in attesa di una qualunque ripresa di parola, e in ciò, di confronto.

« Quindi…?! » prese voce Saha, non riuscendo, chiaramente, a interpretare lo scopo ultimo di quella laconica parentesi.
« Dimmelo tu. » invitò la mercenaria, sollevando e riabbassando le spalle, a dimostrare la propria più assoluta indifferenza a tal riguardo « Cosa pensi di fare, ora? Cercherai, insistentemente, di uccidermi fino a quando non finirai per essere uccisa… oppure vivrai per il resto della tua vita rimproverandoti di non essere riuscita a farmi la pelle quando pensavi di averne l'opportunità?! »
« Un'altra opportunità…?! » domandò la prima, con tono quasi scherzoso, evidentemente non stuzzicata da alcuna delle due possibilità appena enunciate, dimostrando, in tal senso, un raziocinio maggiore rispetto a quello che non avrebbe potuto vantare pocanzi, nei suoi vani tentativi di assassinio della Figlia di Marr'Mahew.

giovedì 19 aprile 2012

1552


S
aha Daori, con questo nome si era già presentata due giorni addietro la giovane prostituta, era… è, spero per lei… quel genere di donna per la quale un uomo potrebbe volentieri perdere il senno, ragione per la quale, contemporaneamente e paradossalmente, non vi è, e vi è, ragione di stupirsi per la sua professione qual prostituta, consapevoli che tanta beltà non avrebbe potuto trovare un impiego migliore nella città del peccato ma, così facendo, sarebbe rimasta sprecata, quasi meravigliosa gemma trattata da semplice vetro. In effetti, non voglio negarlo, il livello di beltà e di sensualità delle professioniste di Kriarya, ai miei occhi estranei e stranieri, appariva indubbiamente superiore a quello di qualunque altro postribolo da me mai visitato prima di allora, tale da farmi sospettare come le più belle donne di tutta Kofreya si fossero ivi date appuntamento, invece di tentare di sfruttare tanta beltà in modi miglio…
… d'accordo. Credo di aver appena detto una fesseria. Dopotutto fra vendersi in un lupanare e vendersi nella camera da letto di un ricco mercante o di un nobile altolocato, se non qual cortigiana alla corte del sovrano, non ha molta differenza. E dove anche il compenso non viene elargito in base a un tariffario ben preciso, il concetto finale non può essere poi giudicato troppo differente.
Tornando ai fatti, e lasciando perdere inutili digressioni, permettimi di sottolineare, nuovamente, quanto Saha fosse effettivamente una donna sì ricca di fascino, e di bellezza, da pormi in sincero imbarazzo a quel nostro secondo incontro. Se, infatti, due giorni prima, carico di preoccupazioni e di responsabilità, quasi non avevo prestato effettivamente attenzione a quella giovane, se non per il suo ruolo a noi antagonista; in un clima più rilassato, più sereno, non potei fare a meno di rimanere incantato… invero eccitato, non posso negarlo non desiderando apparire qual falso e bugiardo… alla sua presenza.
La sua pelle, di color leggermente scuro, tradiva un'ascendenza di sangue misto, tale da poter generare, come la nostra cara e purtroppo defunta Berah ne era perfetto esempio, i risultati migliori, nel cogliere i pregi di ambo le parti. I suoi occhi, carichi di un blu intenso, sembravano una contrapposizione perfetta per quelli della Figlia di Marr'Mahew, altresì tendenti al freddo del ghiaccio. Il suo viso, a forma di cuore, era poi ornato da un piccolo naso e da labbra carnose, conformate in maniera naturale in una sorta di smorfia di contrarietà, forse a dimostrate tutta la propria insoddisfazione per il mondo. Il nero corvino dei suoi lunghi capelli, elegantemente composti attorno al capo e discendenti lungo la schiena, in quel giorno sembrava essere stato ripreso dai suoi abiti, per quanto minimali questi avessero da essere censiti: un bustino di pelle nera, legato sul busto, che quasi per nulla copriva i suoi seni, spingendoli altresì verso l'alto a enfatizzare la loro già generosa presenza; e una gonna completamente aperta sul fronte anteriore e composta, per il resto, da una moltitudine di veli sovrapposti, atti a creare un sensuale giuoco di visione celata. Ai suoi piedi, scuri anche i calzari, semplici sandali in tonalità rossastre, quasi a richiamare i rossi riflessi del braccio della sua interlocutrice. E, a completamento di tutto ciò, un'abbondanza di oro incredibile, al punto tale da poterla far sospettare qual shar'tiagha, sebbene nulla, nel resto del suo abbigliamento, lo avrebbe potuto confermare: una mezza dozzina di orecchini di ogni forma aggrappati alle sue piccole orecchie; una collana adagiata fra i suoi seni con un pendente rosso fuoco, una cintura adagiata fra la stretta vita e i generosi fianchi, lì posta senza alcuna funzione pratica; e poi, a conclusione, un bracciale e un gambale, l'uno sul braccio destro e l'altro sulla gamba sinistra.
In tal modo vestita e ornata, Saha ci accolse seduta al tavolo di una taverna, con innanzi a sé una brocca e un bicchiere di coccio, entrambi riempiti di rosso vino. E, vedendoci a lei sopraggiungere, ella non fece una piega, non dimostrò alcuno stupore o alcun timore, restando con lo sguardo rivolto al vino nel suo bicchiere, quasi nelle sue oscure profondità fosse celata la risposta a un qualche imperscrutabile mistero, sul perché della vita, della morte, dell'universo o di tutto il resto.

« Salute… » esordì Midda, accomodandosi pur senza invito innanzi a lei, ovviamente dopo aver sguainato la spada e averla appoggiata sul tavolo, innanzi a sé, non per una qualche ragione difensiva, quanto e piuttosto per mera comodità, ove improbabile sarebbe stato restare seduta con la spada pendente da un fianco e strisciante per terra « Sono lieta di trovarti qui… e di poter riprendere il discorso rimasto in sospeso due giorni fa. » precisò, riconoscendole maggiore cortesia di quanta le circostanze del nostro precedente incontro non avrebbero potuto giustificare.
« Hai portato con te i rinforzi temendo di non farcela altrimenti, o Campionessa di Kriarya?! » ironizzò la prostituta, in riferimento alla mia presenza accanto alla donna guerriero, ancora in piedi, lo ammetto, nell'essermi distratto a contemplare la nostra stessa interlocutrice « Osservando la sua reazione, tuttavia, temo che la tua scelta non sia stata delle più felici… » proseguì, non perdonando la mia evidente espressione, per così come purtroppo impressa sul mio volto.
« Un minimo di contegno, Av'Fahr… » mi rimproverò scherzosamente la Figlia di Marr'Mahew, sorridendo sorniona « Comprendo che dopo troppi mesi per mare tu possa avere delle naturali e legittime esigenze, ma, a questo punto, saresti potuto andare con Howe e Be'Wahr in trasferta alla casa di Tahisea. Ti avrei finanziato volentieri una giornata di riposo… »
« Vogliate perdonarmi. » chinai il capo, non sapendo quali altre parole poter asserire in un momento qual quello « E' che… sinceramente non ti ricordavo così. » ammisi, rivolgendomi a Saha nel contempo in cui presi posizione al tavolo, lateralmente rispetto a entrambe le donne.
« Se vuoi, per il giusto prezzo potresti ricordarmi anche in altri modi, mio bel marinaio. » commentò ella, ammaliatrice, cogliendo al balzo l'informazione a mio riguardo offertale dalla mia compagna.
« Siete adulti e consenzienti… quindi qualsiasi cosa vorrete fare dopo che io me ne sarò andata sarà affare vostro. » levo ambo le mani la mercenaria, quasi a difendersi dalla vista del nostro dialogo « Ora, però, credo che sarebbe opportuno tentare di chiarire quanto è avvenuto l'altro giorno, onde evitare nuovi moti di insurrezione in nome di un padre che ha deciso da solo il suo destino… »

Se fino a quel momento, il confronto si era sviluppato in termini sufficientemente cordiali, per non dire amichevoli, quasi fossimo un gruppo di vecchi amici riunitisi a quel tavolo dopo lungo tempo, l'accenno della donna guerriero al padre defunto della prostituta, stravolse completamente gli equilibri creatisi ed eliminò ogni genere di serenità.
Addirittura, facendo comparire un lungo stiletto da non so dove, forse addirittura da sotto il tavolo, lì affrancato prima del nostro arrivo, Saha tentò di rivoltarsi in contrato alla sua interlocutrice, allungandosi oltre il tavolo con velocità e agilità felina, mirando, in ciò, al suo collo. Ma Midda Bontor, Figlia di Marr'Mahew e ormai Campionessa di Kriarya, non era sopravvissuta a una vita intera di scontri e battaglie in grazia al suo bel volto: con un movimento apparentemente annoiato, e pur perfettamente ponderato, del suo braccio destro, ella deviò l'offensiva della propria antagonista, nel mentre in cui con la mancina tornò a sollevare la propria spada bastarda quanto sufficiente per appoggiarla, con delicatezza, contro il collo della medesima.
E in tal rapido tafferuglio, non uno solo fra tutti gli avventori della locanda batté un ciglio, nel ricordarci, con tanta indifferenza, come quella sarebbe sempre dovuta essere riconosciuta quale la città del peccato, ove una morte in più o una morte in meno, anche a seguito della battaglia unificatrice di due giorni prima, non avrebbe rappresentato per alcuno motivo di scandalo.

« Bel tentativo. E ottima esecuzione. » si complimentò Midda, rivolgendosi a Saha ancora mantenuta sotto il controllo della propria spada « Ma, non avertene a male, io non ho alcun interesse nei riguardi delle tue conturbanti forme, né, in generale, verso quelle di qualunque donna. Ragione per la quale non puoi sperare di cogliermi impreparata così come potresti essere abituata a fare con un interlocutore maschile… »
« Maledetta cagna! » ringhiò Saha, perdendo nella propria ira crescente ogni fascino prima dimostrato e ritornando, anche ai miei occhi, la donna che due pomeriggi prima era desiderosa di condannarci a morte, facendo rivoltare contro di noi l'intera Kriarya « Cagna maledetta! Maledetta! Maledetta! »

mercoledì 18 aprile 2012

1551


E
così, o lettore, trova conclusione la sfida fra Midda e i mahkra, la battaglia della città del peccato, Kriarya, per il proprio futuro, futuro che solo sarebbe potuto essere conquistato nell'unione e non nella separazione, nel ricongiungimento e non nell'allontanamento. Come la storia dell'intero regno di Tranith insegna, ancora una volta coloro che, divisi, avrebbero potuto essere vinti, qual alleati poterono trionfare, di una vittoria non priva di un proprio giusto prezzo di sangue, e pur, indubbiamente, una vittoria.
Se su un fronte, infatti, sarà già stato palese come la presa di posizione della Figlia di Marr'Mahew, in contrasto all'evocatore della Progenie della Fenice, riuscì a preservare in vita la coppia di fratelli mercenari successivamente testimoni di quegli eventi, ove altrimenti tragico fato sarebbe stato il loro, già catturati dal loro possibile boia; su un diverso fronte non ha da essere obliato come molti, e con molti non decine, ma addirittura centinaia di uomini e donne di Kriarya, caddero nel tentativo di difendere la propria città, l'unica casa che fosse mai stata loro concessa. E le vittime non si limitarono, semplicemente, alla cinta muraria, sulla quale lo scontro principale era stato volutamente ingaggiato, ma, anche, fra coloro rimasti ai piedi della medesima e, ancora, sparsi all'interno della città: ove, infatti, a nord e a sud le mura resistettero, forse sostenute emotivamente dalla presenza, in tali punti, della campionessa eletta dai signori della città e dei suoi delegati, i suoi luogotenenti, come vollero definirsi Howe e Be'Wahr; a est e a ovest la pietra non parve desiderosa di dimostrarsi tanto solida, tanto coesa come altrove, o, forse, coloro lì impegnati nel mantenimento di quelle mura non riuscirono a concedersi sufficiente sprone per restare egualmente unita come altrove; ragione per la quale i baluardi cedettero e almeno due mahkra ebbero libero accesso all'interno di quel perimetro geometrico.

Alcuno dei miei testimoni, le cui cronache qui ho riportato, fu presente per assistere a quanto accadde in tali punti quando la tragedia si concretizzo, ma tutti loro ebbero la triste opportunità di godere, a posteriori, degli effetti di tale visita. Perché dove i mahkra avevano avuto occasione di accesso alla città, non semplicemente la morte si palesò, ma qualcosa di molto peggio, qualcosa simile a una vera e propria dannazione, ma nel merito degli effetti della quale solo il tempo saprà esprimere il giusto giudizio. Non tutti, infatti, morirono in conseguenza del passaggio dei mahkra, così come, altresì, era stato per gli sventurati impegnati a contrastarli in cima alle mura: una certa parte di loro, minima parte, sopravvisse, per quanto difficile la loro avrebbe potuto essere riconosciuta qual vita, nel permanere lì in stato catatonico, apparentemente privi di coscienza al pari di un gruppo di zombie, e come loro, tuttavia, capaci di deambulare senza un pur concreto scopo alla base di tale peregrinare.
Follia, forse, la loro. Follia per ciò con il quale si erano ritrovati a contatto, qualcosa di superiore a ogni loro possibilità di umana gestione, di mortale controllo. O, forse e altresì, qualcosa di diverso, qualcosa di più raccapricciante rispetto a quanto, comunque, non sarebbe potuta già essere considerata la loro condizione di non vivi. Perché, pur in vita, essi erano stati privati della possibilità di vivere; non diversamente da come agli zombie e alle altre creature loro paragonabili, ai non morti, pur già morti erano tragicamente stati privati della possibilità di godere della serenità propria della morte.
Proprio nella presenza di simili non vivi, ancora una volta, Kriarya riuscì a offrir ragione alla fiducia di Midda Bontor nella propria civiltà superiore, a dispetto di ogni insinuazione in senso contrario da parte del resto di Kofreya e, forse, di questo intero angolo di mondo, non comportandosi con stolido pregiudizio, ma accettando di onorare il sacrificio di quelli che, a tutti gli effetti, avrebbero dovuto essere apprezzati qual martiri per la salvezza della loro città. E, in ciò, ai non vivi non venne negato alcun diritto, non venne negato alcun privilegio, o, persino, la vita stessa, sebbene qualcuno avrebbe potuto ponderare su quanto sarebbe stato allora misericordioso concedere loro la morte; ma venne riconosciuto tutto il necessario rispetto, un rispetto del quale, purtroppo, alcuno fra loro avrebbe mai potuto realmente apprezzare. Così, addirittura ancor prima della partenza di Midda e dei suoi compagni, una voce ricorrente in città, e soprattutto fra i suoi legittimi dominatori, proclamò la ferma volontà di non abbandono di tali eroi, e vittime, così come chiunque si sarebbe potuto attendere non solo da Kriarya, ma da qualunque capitale kofreyota, preferendo la solidarietà all'oblio e alla dimenticanza. In ciò, quindi, già certa fu la necessità della riorganizzazione di una parte della città, di almeno un quartiere, per raggruppare e ospitare al suo interno tutti i non vivi, lì accolgiendoli e proteggendoli dai rischi che pur non sarebbero mai venuti meno all'interno della stessa capitale, soprattutto con l'aiuto di qualche pinta di buon alcool, ove non avrebbe dovuto essere dimenticato come, nella maggior parte, quell'intera popolazione fosse costituta pur sempre da mercenari e assassini, ladri e prostitute, e, in ciò, non esattamente gente estranea alla violenza, al sangue e alla morte.

Al di là di un così pur tragico prezzo, accanto al quale, come ho già sottolineato, non avrebbe dovuto essere dimenticato quello di coloro comunque morti nella sfida in contrasto ai mahkra, la vittoria non avrebbe potuto essere definita sì negativa da poter essere paragonata a una sconfitta: molti morti, molti non vivi, e pur ancor più, e in proporzione estremamente tranquillizzante, il numero dei sopravvissuti, di coloro che, un giorno, avrebbero potuto ricordare quegli eventi quasi con un sapore nostalgico, sicuramente arricchendoli, come sempre accade, di molti, troppi particolari fantasiosi e del tutto alieni alla realtà dei fatti. Sopravvissuti che, in gloria a tutti gli dei, non vollero disconoscere il giusto merito di Midda Bontor negli eventi appena vissuti e che, anzi, così come neppure era avvenuto in occasione della liberazione della città dalla negromantica minaccia che per mesi l'aveva tenuta assediata ogni notte, ella venne condotta in trionfo attraverso le vie di Kriarya, acclamata, per la prima volta, da tutti coloro che, abitualmente, preferivano definirla con termini meno cortesi, primo fra tutto quello di "cagna".
Ma di tale trionfo, la Figlia di Marr'Mahew non volle abusare, non volle cercare nulla di più di quanto non avrebbe dovuto, subito rimettendo il potere nelle mani dei mecenati che a lei lo avevano offerto, in ciò, modestamente ricercando un ritorno al proprio consueto ruolo da semplice mercenaria, seppure ella non fosse effettivamente mai stata una semplice mercenaria.
Fu pertanto da semplice mercenaria che, il giorno successivo a quello immediatamente conseguente alla battaglia, dopo una lunga e profonda notte di riposo all'interno della locanda di sua comproprietà, ella si recò là dove sapeva avrebbe trovato la giovane donna che, due pomeriggi prima, aveva scatenato in sua offesa un gruppo di stolidi malcapitati, accusandola della morte del proprio genitore.

Cedo la parola, per la narrazione di quest'ultima, e fondamentale, parte degli eventi che caratterizzarono quel ritorno di Midda alla città del peccato, nella ricerca di un allora ancora disperso scettro pastorale, al mio buon amico Av'Fahr, il quale insistette oltremodo per accompagnare la donna guerriero in quella sua breve missione. Una presenza che la stessa mercenaria dagli occhi di ghiaccio aveva definito del tutto superflua, ove alcuno scontro sarebbe occorso, e che pur egli non volle negarle, anzi, volle imporle, forse nell'imbarazzo per quanto era avvenuto durante la battaglia, per quel suo piede messo in fallo in conseguenza del quale, come uno sciocco, l'aveva abbandonata nel momento più difficile, allo scontro finale, alla resa dei conti.
Ovviamente, di tale espiazione, Midda Bontor non avrebbe mai espresso necessità, così come, in maniera estremamente diretta, le sue parole tentarono di definire…

« Se vuoi venire come mio pari, come mio amico, sei il benvenuto Av'Fahr. Sappi, però, che se tuo interesse è quello di tentare, in qualche modo, di offrire ammenda per quanto è accaduto due notti fa, per quello che continui, ostinatamente, a considerare un tuo errore, sarà mia premura spedirti al più vicino lupanare, dove qualche graziosa fanciulla sarà ben lieta di fustigarti per saziare la tua vena masochistica. Perché sebbene sia già in possesso del flagello del faraone, non è mia intenzione rovinarlo contro la tua schiena: è una reliquia e come tale merita un minimo di rispetto. » scandì, senza ricercare alcuna possibilità di diplomazia, e pur non rinunciando, in ciò, a suggerire anche una certa ironia « Spero di essere stata chiara. »

martedì 17 aprile 2012

1550


F
osse stato, il nostro confronto, parte di una narrazione epica, probabilmente sarebbe lì iniziato immediatamente un confronto a testa bassa, colpi su colpi, parate su parate, nella speranza per entrambi che a cadere per primo fosse l'altro, fosse l'altra parte. In tale sequenza incessante e sempre crescente di attacchi e difese, il mondo attorno a noi sarebbe annichilito e ad alcuno fra noi sarebbe interessato nulla né dei mahkra né di Kriarya, né di Midda né della Progenie.
Come già in troppe occasioni ho avuto tuttavia modo di rilevare, la realtà e la fantasia corrono lungo vie apparentemente parallele, e pur estremamente diverse, tali per cui nel rischiare entrambi l'osso del collo, alcuna premura si sarebbe dimostrata in me, o nel mio antagonista, per l'effettivo inizio di quel confronto; alcuna fretta avremmo potuto dimostrare innanzi all'idea di essere uccisi, al di là di ogni speranza volta all'uccidere ancor prima di tale eventualità. E così gli istanti iniziarono a trascorrere inesorabili fra noi, nell'attesa del momento in cui o io, o lui, avremmo perso il controllo e avremmo deciso di rendere nostro l'onere della prima mossa, una scelta tutt'altro che banale, che semplice, ove, se orchestrata malamente, avrebbe potuto condurre a una rapida dipartita in luogo a un più apprezzabile trionfo.
Se io avessi deciso di affondare con la lancia, sfruttando la maggiore lunghezza della medesima; il mio avversario avrebbe potuto reagire con una semplice evasione laterale, ricercando poi, con brama, la carne indifesa delle mie spalle con la lunghezza della propria lama, della propria spada. A quel punto, mio sarebbe dovuto essere l'impegno a ovviare a quella furia, scivolando rapidamente a terra e, nel contempo, ricercando con un colpo deciso le sue gambe. Ma suo sarebbe in conseguenza stato lo sforzo di saltare con destrezza verso il cielo, evadendo alla mia offensiva e, in ciò, nuovamente ricercando contatto con la mia carne, necessariamente di facile accesso in tale postura. Così, io avrei dovuto rotolare, evadendo la sua lama, e, magari, levando in risposta la lancia, per tentare di coglierlo a mia volta alla schiena, trapassandogli le reni e squarciandogli, alfine, il petto sorgendo dall'interno del suo busto. In tal modo, però, egli avrebbe potuto muovere banalmente la propria spada a spazzare via la punta in sua offesa e, nel contempo, lanciarmi contro il suo pugnale, uccidendomi sul colpo.
Diversamente, se egli avesse deciso di tentare un attacco a mio discapito, probabilmente avrebbe agito slanciando il suo pugnale verso di me, non nella volontà di ferirmi o uccidermi, quanto in quella di distrarmi per poter procedere con un affondo della propria spada. A ciò, quindi, io avrei risposto lasciandomi rotolare lateralmente, per poi sollevare la lancia nella speranza di infilzarlo da parte a parte. Motivo per il quale sarebbe stato a sua volta costretto a gettarsi a terra, chiudendosi al suolo per evadere la mia offensiva e, in ciò, non rinunciando tuttavia a tentare nuovamente di aggredirmi, con un movimento rotatorio della sua spada che, seppur non spedendomi in gloria agli dei, o forse nel nulla più assoluto, mi avrebbe sicuramente ferito le gambe al punto tale da non permettermi ulteriori possibilità di giuoco. Per ovviare a simile offensiva, pertanto, io sarei saltato in aria e, in tal movimento, avrei tentato di convogliare tutto il mio peso, nella ricaduta la suolo, sulla lancia di Av'Fahr, nella speranza di poterlo inchiodare al suolo quasi fosse uno scarafaggio. Intuendo il mio arrivo, egli sarebbe però rotolato via, rialzandosi con sufficiente prontezza di riflessi al punto tale da tentare di aggredirmi, ragione per la quale avrei dovuto anticipare ogni sua mossa con un rapido cambio di direzione della mia lancia, indirizzandola al suo petto e lì lasciandola penetrare quanto sufficiente da non permettergli alcun altro movimento.
In tali modi, in tali vie, avrebbe potuto svilupparsi il nostro confronto, così come in molti altri diversi, e pur, alfine, mai dissimili nelle proprie conclusioni, ove o io o lui avremmo dovuto morire. E a tali possibili sviluppi la mia mente si sforzo di dedicarsi prima di tentare qualunque approccio, prima di dare il via a qualunque fra quelle ipotesi alternative, nell'ubbidire agli insegnamenti del mio maestro, e del mio cavaliere, sull'importanza di ponderare le proprie mosse ancor prima di porle in essere.
Fortunatamente, o sfortunatamente, impossibile a definirsi, alcuno fra simili futuri prossimi ebbe ragione di concretizzarsi, di tramutarsi in realtà, dal momento che prima ancora che io, o il mio avversario, potessimo decidere una qualunque prima mossa, qualcun altro… anzi, qualcun'altra, prese la giusta decisione in nostra vece…

« Perché devo fare sempre tutto da sola? » esclamò la Figlia di Marr'Mahew, in quello che avrebbe potuto essere inteso quasi un sospiro, per quanto prossimo a un urlo.

E, nel mentre di tali parole, ella agì nell'unica via che, immagino, la vide certa della salvezza di Kriarya e del buon esito della missione di recupero degli scettri del faraone, per quanto, pur, un certo margine di rischio per la propria sopravvivenza non sarebbe stato ovviato: lanciò la propria lama con incredibile energia e assoluta precisione nella direzione dell'evocatore e, dopo una mezza dozzina di rapidi volteggi, questa si infilò profondamente nel petto del proprio bersaglio, stroncandolo senza, probabilmente, che questi potesse avere la benché minima percezione di quanto fosse accaduto.

« Diamine! » commentò la mia signora, sorridendo soddisfatta in conseguenza di quanto da lei così compiuto « Ci voleva tanto?! »

… quanto da lei così compiuto.
Diamine. Se ci penso, mentre lo dico, ancora non ci credo. Non tanto per l'abilità con la quale ella pose fine a quella storia, quanto per ciò che immediatamente dopo accadde e che vide, per un istante, anche la Progenie superstite, una decina fra uomini e donne ancor circondanti la mia signora, costretta a distrarsi per un fuggevole istante, offrendo attenzione agli eventi alle nostre spalle.
Perché Kriarya, la città del peccato asserragliata nelle proprie mura erette su dodici lati da forse dodici, forse ventiquattro o forse più, orrendi mahkra; improvvisamente sembrò rilucere di un'oscena luce nera, un non senso impossibile da apprezzare per chiunque non l'abbia vissuto in prima persona, luce che in verità non fu emessa dall'urbe stessa, quanto piuttosto dai suoi assedianti, i quali, pochi istanti dopo, parvero iniziare a tremare, e poi a rimpicciolirsi, o, per meglio dire, a restringersi, a ritirarsi, quasi risucchiati dal proprio stesso nucleo, dal proprio stesso cuore, ammessa l'esistenza di un tale organo per quegli incubi. E prima che chiunque fra noi potesse riservarsi l'occasione di un semplice singulto di sorpresa, nulla di loro rimase e, quasi fosse una diretta conseguenza di ciò, sebbene mai avrebbe potuto esserlo, dal profilo dei monti Rou'Farth, a levante, un primo, flebile raggio di sole rischiarò timidamente l'intera piana e sembrò riportare un senso di calore e di vita su tutti noi.
Calore e vita che, in effetti, non avrebbero potuto essere ancora considerati quali ovvi per colei responsabile di tanto trionfo. Non, per lo meno, dove ancora asserragliata da avversari in grado di sopravviverle abbastanza quanto già erano riusciti a compiere. Stanca. E priva della propria spada prediletta.

« Mia signora! » esclamai, preparando a offrirle la lancia di Av'Fahr, gettandola fra le sue mani dietro sua richiesta, per riuscire, con la stessa, a liberarsi dei propri antagonisti, purtroppo non ancora scomparsi al pari dei mahkra da loro lì condotti.

Tempismo, il mio, tutt'altro che perfetto, laddove, prima ancora che il mio sguardo potesse effettivamente ritornare a lei, e le mie braccia preparasi al passaggio; mi trovai a constatare come di tale supporto ella non avrebbe più abbisognato, già liberatasi di tutti i propri antagonisti, intenti a bruciare attorno alle sue spalle nel mentre in cui, addirittura, ella si ricollocò vicino a me, alle mie spalle.

« Ehy, piano con quello spiedo! » commentò, levando le proprie mani e mostrandole ancora colme delle maschere da lei evidentemente strappate ai corpi in fiamme a poca distanza da noi « Potresti altrimenti riuscire dove gli sforzi della Progenie della Fenice hanno fallito sino a oggi… »

lunedì 16 aprile 2012

1549


« S
ì, mia signora! » risposi, offrendo un ultimo sguardo nella sua direzione e, subito dopo, distraendomi da lei, nella speranza di riuscire a cogliere, nelle vicinanze, colei che ella mi aveva appena incaricato di uccidere e che, fosse stata l'ultima cosa che avrei fatto, così sarebbe stato.

Così nel mentre in cui numerose spade venivano arrestate dal suo destro, in nero metallo privato di ogni rosso riflesso da tutto quello che sullo stesso era stato riversato, e numerose gole venivano attentate dalla spada stretta nella sua mancina, proseguendo in quella battaglia apparentemente priva di possibilità di conclusione, e che pur, presto, molto presto, si sarebbe conclusa, nella morte di Midda, o nella strage dei suoi avversari, eventualità invero più probabile nel considerare, malgrado ogni loro preparazione all'arte della guerra, il ritmo con il quale sempre più corpi si stavano accumulando ai suoi piedi; il mio sguardo si obbligò a spaziare attorno a lei nella necessità di individuare il mio obiettivo. In tale ricerca, a essere onesti, mi venne concessa maggiore quiete di quanta non avrei mai potuto sperarne, dal momento in cui ogni forza lì presente sembrava essere concentrata sulla mia signora, senza concedersi il benché minimo interesse per me, evidentemente da tutti loro sottovalutato nella mia possibilità di danno, nella mia pericolosità a loro discapito, malgrado la splendida lancia da me stretta con vigore tale da sbiancarmi le nocche di entrambe le mani. Mio compito, in ciò, sarebbe stato così dimostrare a tutti loro, alla Progenie della Fenice e a chiunque altro loro pari, quanto minimizzare la mia pericolosità avrebbe dovuto essere riconosciuto quale un grave errore, un errore di quelli che, a ben vedere, non avrebbero ammesso alcuna possibilità di perdono.
Paradossalmente, malgrado il mio impegno a distrarmi dall'opera della mia signora, fu proprio un alto sprizzo di sangue, un getto violento e incontrollato conseguente a una nuova decapitazione, che mi indicò la giusta via, guidando il mio sguardo verso l'unico membro di quella strana setta mascherata non impegnato a tentare di uccidere colei eletta loro avversaria per una qualche non meglio precisata ragione. Al contrario, inginocchiato a terra di fronte a qualcosa che non riuscii meglio a riconoscere, sembrava intento in una qualche orazione, in una qualche preghiera, che, malgrado la mia scarsa confidenza con la stregoneria, non potei non considerare parte del rito utile a mantenere quelle creature sul nostro piano d'esistenza.
A quella distanza, in verità, avrei potuto tentare di gettare la lancia in mio possesso per trafiggerlo sul posto, essendo il mio avversario, un uomo, praticamente immobile, forse e persino a occhi chiusi, completamente isolato dal mondo a sé circostante, condizione nella quale solo sarebbe potuta essere considerata la sua serenità. Ciò nonostante, ove da troppo tempo non mi impegnato in una simile attività, ove poca confidenza avevo avuto modo di riservarmi con quel genere di arma e, soprattutto, con quella specifica arma, nella gestione della quale avrei potuto fallire clamorosamente, preferii evitare gesti inconsulti e, in ciò, sprecare in stolidamente la mia possibilità di compiere quanto assegnatomi. Ragione per la quale, inspirando profondamente quasi a caricarmi di energie, un istante dopo averlo individuato scattai rapido verso di lui, deciso a porre fine a tutto quello nei modi e nei tempi più rapidi possibili.

« Attento, Seem! »

L'avviso della mia signora, che pur sopraggiunse con l'intento di salvarmi la vita, risuonò nella mia mente quasi quanto un rimprovero, dal momento che, in quelle parole, ella mi volle porre in guardia dal pericolo che, disattento, avevo ignorato alle mie spalle, impegnato a guardarmi solo innanzi. Dietro di me, infatti, nel rendersi conto di quanto avrei potuto compromettere l'esito della loro missione, colsi tardivamente un uomo e una donna della Progenie separarsi dal resto del loro gruppo, dedito all'offensiva contro la mia signora, nella sola volontà di raggiungermi e di spezzarmi le gambe… nel migliore dei casi.
In sola grazia a quelle parole, senza rallentare la mia corsa verso il mio obiettivo, roteai istintivamente sul mio baricentro e mi ritrovai a delineare una semicirconferenza quasi perfetta con la punta della lancia di Av'Fahr, spazzando in tal cammino chiunque vi fosse. Azione che ottenne un successo quasi insperato e del tutto involontario: insperato ove fu tale solo in grazia all'evidenza di come, alcuno fra i due, mi aveva offerto reale fiducia, aveva creduto per un solo istante che io potessi effettivamente nuocere loro; involontario dal momento che la punta dell'arma da me impugnata non giunse a ferire le loro carni, non riuscì a dilaniare i loro corpi ma, in maniere molto più banale, colpi le loro maschere, strappandole dai loro volti e trascinandole con sé. Un risultato in conseguenza del quale, così come già in passato, i corpi della coppia presero improvvisamente e inspiegabilmente fuoco, vedendo tanto l'uomo quanto la donna levare verso il cielo le loro grida di dolore per l'orrenda morte alla quale, pur, si dovevano essere volontariamente destinati nel momento in cui avevano deciso di abbracciare la Progenie della Fenice, qualunque cosa fosse tale setta.
Ritornato, alla fine di quella piroletta, nuovamente con il volto nel medesimo verso del mio cammino, della mia corsa, mi ritrovai a solo pochi passi dall'uomo obiettivo della mia offensiva, della mia supposta aggressione, nel confronto del quale, già da quella distanza, avrei potuto scagliare la mia lancia senza alcun problema, senza alcuna fatica. Purtroppo per me, però, forse in conseguenza dell'aggressione dei suoi compagni a mio discapito, forse perché, a dispetto di quanto avrebbe potuto apparire, tutt'altro che incosciente della mia presenza, egli si levò agile in piedi, abbandonando quelle che solo allora ebbi occasione di riconoscere quali delle capre sgozzate là dove le aveva depositate, e lasciando comparire, nella destra una lunga spada, accompagnata da un corto pugnale nella mancina, con le quali accogliermi nei termini più corretti.

« Avanti, cucciolo. » mi schernì, evidentemente offrendo riferimento alla mia giovane età, per quanto, a conti fatti, non avrebbe più neppur dovuto essere considerata tanto giovane « A differenza dei mahkra io posso vederti perfettamente… e nulla mi impedirà di farti a pezzi! »
« Voglio la sua testa, Seem! La voglio! » mi incitò la voce della mia signora, dimostrando allora un desiderio di sangue per lei non abituale, per lei non proprio, e pur giustificato dal momento di crisi, dalla stanchezza che da un istante all'altro avrebbe potuto farla cadere sotto i colpi avversari, e contro la quale, ormai, ella stava combattendo solo in grazia all'azione dell'adrenalina nelle proprie vene « Portamela infissa sopra la cima di quella lancia! »

Anche io ero stanco, forse più di lei per quanto, in verità, facenti mie meno ragioni rispetto a quelle che ella avrebbe potuto elencare, sarei volentieri precipitato al suolo, perdendo i sensi e rinunciando alla lotta in favore dell'oblio eterno.
Ma, se anche un giorno sarei necessariamente dovuto giungere a tale conclusione, in quel contesto non desideravo ancora accettare la pace della morte, non, per lo meno, in misura minore di quella già propria della mia signora. E, così, malgrado la mia possibile inferiorità verso quell'uomo, lasciai nuovamente roteare la lancia attorno al mio corpo così come avevo già fatto innanzi alle guardie della porta meridionale di Kriarya, e, ponendomi in posizione di guarda, mossi la destra innanzi a me, piegando le dita ripetutamente in un trasparente invito a procedere, ad avanzare, un gesto che avevo visto più volte compiuto, sarcasticamente, dal mio maestro Degan, quasi a evocare, in ciò, la sua presenza in mio sostegno per quel combattimento, per quella sfida dalla quale, invero, sarebbe potuto dipendere anche il destino di sua figlia, della sua eredità e della sua speranza di immortalità in questo caduco mondo, in questa effimera realtà.

« Hai sentito cosa ha domandato il mio cavaliere?! » proclamai verso l'evocatore, facendo mia maggiore sicurezza di quanto non avrei potuto permettermene « Mi spiace per te, ma io non desidero tradirne le aspettative. E, per questa ragione, sarò costretto a piantare la tua testa sopra la punta della mia lancia! »

domenica 15 aprile 2012

1548


Q
uando riuscii a riveder le stelle, non mi trovai immediatamente innanzi alla mia signora.
Ingenuo, dopotutto, sarebbe stato supporre, tanto per me, quanto ancor più per lei, che il nostro avversario potesse trovarsi casualmente nell'esatto punto in cui ella, e io dopo di lei, ebbe occasione di emergere dalla selva oscura degli osceni corpi dei mahkra. Se pur in un'opera di fantasia, qual una ballata o una canzone, assolutamente perfetto, naturale, addirittura ovvio, sarebbe stato per l'eroica protagonista raggiungere il proprio avversario quasi egli fosse desideroso di riservarsi un'occasione di scontro con lei; nella realtà, nella vita concreta della mia signora e mia, mai una tale occasione si sarebbe presentata, se non per ragioni che avrebbero dovuto condurre a una condizione emotiva di maggior timore per quanto sarebbe potuto accadere, ancor prima che a una qualche espressione di gioia per la fortuna ottenuta.
Perso nella notte, e nella piana attorno alla città, non di meno di quanto non fossi stato sino a un istante prima fra i mahkra, mi ritrovai a confronto con la consapevolezza di non sapere da qual lato avrei dovuto svoltare per raggiungere il nostro avversario, il nostro obiettivo finale, né, tantomeno, per riconquistare il mio cavaliere, ovunque ella fosse andata.
Pari possibilità verso sinistra quanto verso destra, unite alle tenebre su di me imperanti e al frastuono della battaglia alle mie spalle, non mi avrebbe garantito alcuna possibilità di indovinare quale strada scegliere attraverso una qualche logica deduttiva, ragione per la quale l'unica speranza concessami sarebbe stata quella di azzeccare tale percorso per pura benevolenza divina. Conscio, tuttavia, di non potermi arrogare alcun aiuto divino nella mia totale mancanza di fede verso qualunque dio o dea, nel momento in cui estrassi a sorte la destra, imboccai, al contrario, la mancina, nella probabilmente stolida speranza di raggirare una qualche sventura altresì già garantitami.
In assoluta onestà, devo ammettere come neppur ora, a posteriori, a così tanti giorni da quegli eventi, io sia in grado di giudicare quanto la mia scelta fu azzardata e quanto, al contrario e paradossalmente, ponderata; non, per lo meno, consapevole di come quella svolta, quel cambio di via, mi concesse la possibilità di raggiungere la mia signora in meno di un miglio, ovviamente affrontato alla massima velocità concessami dalla mia corsa. Quanto certo è che la raggiunsi. E che quando ciò avvenne, non la trovai sola. Né, in effetti, in compagnia di un singolo, semplice avversario.

« Mia signora! » esclamai, con un grido sinceramente involontario, dove avrei desiderato spingermi alla pugna con la maggior discrezione possibile, ma dove, al confronto con quell'immagine, non riuscii a trattenermi, a mantenere il silenzio « Giungo a te, mia signora! »

Ti prego di non chiedermi quale genere di conforto avrei mai potuto offrirle con quella mia presa di posizione, con quel mio annuncio, innanzi al quale, al contrario, ella avrebbe avuto solo ragioni per preoccuparsi, per alzare gli occhi al cielo e rivolgere un pensiero, o magari un'imprecazione, alla sua dea prediletta, quasi colpa della stessa avesse da considerarsi la mia presenza in quel luogo, in quel momento. Ciò nonostante, al confronto con l'assedio impostole, improvvisamente, mi sembrò quanto di più logico da asserire, da affermare, da gridare addirittura, così come, del resto, feci.
Innanzi al mio sguardo, infatti, ella si presentò al centro di una vera e propria bolgia, leggermente sollevata rispetto agli uomini e alle donne a lei circostanti probabilmente in conseguenza del suo sostare al di sopra di altri appartenenti alla Progenie della Fenice già caduti, altri loro compagni sue vittime e da lei già accumulate al di sotto dei propri piedi. E malgrado il dramma intrinseco in una tale visione, nonché al di là di mahkra e angeli, di zombie e legioni, di ippocampi e scultoni, dubito che un'immagine più epica della mia signora sarebbe mai potuta essere offerta in un momento diverso da quello allora attuale, con ella in parte intrisa della stessa melma nerastra spalmata sul mio corpo, e in parte già lavata dalla medesima in conseguenza del sangue dei propri avversari riversatosi violente in suo contrasto, qual conseguenza dell'impeto da lei posto in loro opposizione.
Con una sproporzione di una sola donna a una trentina fra uomini e donne, armati di spade e scudi, e assolutamente non improvvisatisi guerrieri, qual già avevamo avuto ragione di rilevare in passato, Midda Bontor non avrebbe avuto alcuna ragione di frenare i propri colpi, alcuna ragione di arrestare la propria violenza, non dove in giuoco, in quel momento, non avrebbe dovuto essere considerata solo la sua esistenza, ma anche e ancor più l'esito di una missione accettata qual propria, nella salvezza dell'intera città del peccato di cui ella era stata eletta campionessa. Forte il suo braccio menava contro i corpi dei propri avversari, forte la sua spada tuonava contro le loro protezioni, le loro spade e i loro scudi, talvolta riuscendo ad avere la meglio e a penetrare in profondità, nelle loro carne, nelle loro ossa, infrangendole, mutilandole e strappando loro la vita senza il benché minimo rimorso, senza alcuna esitazione, certa di come alcuno fra i suoi avversari ne avrebbe dimostrata verso di lei. E sebbene non era stata mia prerogativa essere presente nel famoso giorno in cui ella, sola contro ottanta pirati, era riuscita a dominare sugli stessi con quella che sarebbe poi diventata la sua spada nella mancina, e un martello da fabbro nella destra, guadagnandosi il nome di Figlia di Marr'Mahew; nell'essere inatteso spettatore di quel momento, di quello spettacolo, non potei che apprezzare il perché di tanta gloria, di tanta fama, soprattutto ricordandomi quanto, necessariamente, ella avrebbe dovuto essere allora stanca, forse addirittura stremata, e pur ancora capace di resistere a un piccolo esercito da sola, senza alcun aiuto, senza alcun supporto.

« Non mi serve il tuo aiuto, Seem! » ringhiò ella, mulinando la spada attorno al proprio corpo, allora, incredibilmente, reggendola persino con due mani, come raramente, o forse mai, le avevo visto compiere, malgrado la natura bastarda della sua lama e, in ciò, la possibilità di gestirla anche in tal modo « Uccidi l'evocatore! »
« Mia signora… » gemetti, non riuscendo a comprendere la ragione della sua richiesta, nel coglierla troppo assediata, così chiusa in una letale morsa umana, da non apprezzare il perché non avrebbe potuto accogliere con gioia una mia azione di soccorso, di sostegno.
« Per Thyres… Seem! » gridò, volgendo per un fugace istante i suoi occhi color ghiaccio verso di me e, malgrado l'oscurità, quasi ferendomi con l'intensità di tale gelo « Se vuoi fare una cosa utile al mio servizio, ubbidiscimi! E trasforma il cranio di quel dannato evocatore in un pitale per il tuo cavaliere! »

L'evocatore. Quale evocatore?!
Giunto a lei, avevo avuto modo solo di cogliere la violenza di quella pugna, di quella piccola ma importante battaglia alle spalle della più grande e apparentemente terribile guerra. Ma nessun evocatore. Eppure doveva esserci un evocatore. Doveva esserci perché ella me lo aveva appena indicato e perché quei mostri, quei colossali mahkra da qualche parte dovevano essere usciti, dovevano essere stati richiamati. E così come già era accaduto con gli angeli, giustificata speranza della mia signora doveva essere quella che, ucciso l'evocatore, le creature evocate sarebbero scomparse con la stessa repentinità con la quale erano apparse.
Ma dove accidenti era quell'evocatore?!

« Seem! » sbraitò ella il mio nome, nel contempo infrangendo ben tre crani con un unico tondo dritto e spargendo verso l'alto dei cieli, verso la luna e tutte le stelle, i frammenti dei loro cervelli, insieme alle ossa che un tempo li avevano contenuti « Muoviti, maledizione! »

Il mio cavaliere mi aveva appena destinato un incarico e se io non avessi ubbidito, se io non avessi ottemperato alle sue parole, non solo, probabilmente, avrei condannato a morte l'intera Kriarya, la mia città natale, ma, peggio, avrei disonorato il mio nome e quello del mio maestro, il defunto padre della mia adorata Arasha. Eventualità che mai, e poi mai, avrei voluto prendere in considerazione. E ragione per la quale, ovunque fosse, quell'evocatore sarebbe presto morto. Morto per mia mano!

sabato 14 aprile 2012

1547


G
li eventi secondo Be'Wahr


Eravamo stanchi. Anzi, stremati. E qualunque cosa avrebbe potuto compiere Midda, avrebbe allora dovuto compierla quanto prima, o alcuno, fra noi, fra Howe e me, sarebbe sopravvissuto abbastanza per godere di tale trionfo, di simile traguardo anche ove fosse stato raggiunto.
Io, per ovvie ragioni, avrei dovuto essere allora il più stremato, ma, forse proprio in conseguenza alla ferita riportata e all'adrenalina da essa derivata, ero perfettamente consapevole di essere paradossalmente il più lucido, il più controllato fra noi due. Ragione per la quale i miei timori per l'incolumità di Howe avrebbero dovuto essere riconosciuti quali tutt'altro che superficiali. Un solo piede posto in fallo, un solo movimento non sufficientemente rapido, una sola distrazione, qual quella che io stesso mi ero spiacevolmente concesso, lo avrebbe condotto a morte certa; eventualità che non desideravo tollerare, che non volevo accettare qual conclusione di quella folle battaglia.
Quella pugna, che ci aveva visto posti a capo di metà Kriarya, metà città del peccato, avrebbe potuto essere il nostro massimo trionfo, avrebbe potuto rappresentare l'apice della nostra carriera, nonché l'inizio di una nuova vita. Ma, anche e parimenti, la nostra più colossale disfatta, la nostra fine certa, in una sconfitta che oltre a condurci a morte certa avrebbe infangato per sempre i nostri nomi, marchiandoli nella Storia come coloro che avevano fallito in una battaglia sì impossibile, ma con un esercito sconfinato alle proprie spalle. Non che, in verità, in quel momento l'opinione dei posteri avrebbe potuto interessarci maggiormente rispetto alla nostra possibilità di godere di un qualche futuro.
Impegnato, pertanto, a tentare di mantenere al proprio posto tanto la mia pellaccia quanto quella del mio compare, fu mio l'errore che pose entrambi in uno sgradevole scacco e che, se non fosse stato in grazia a quanto di lì a breve, brevissimo, avvenne, ci avrebbe veduti sicuramente incontrare i nostri dei e, scoprire, in ciò, quanto avessimo avuto ragione nello scegliere di venerare quel pantheon invece di un altro qualsiasi fra i molti esistenti al mondo. L'errore, nella fattispecie, fu quello di non ritenere possibile l'eventualità di un attacco dal basso, da sotto i nostri piedi, dando per certa la solidità delle mura attorno alla città. La sfortuna, in ciò, fu di scoprire che, malgrado tutto, le imponenti mura di Kriarya non avrebbero dovuto essere considerate così solide come sarebbe stato opportuno per respingere l'offensiva dei mahkra e, in particolare, per resistere a un loro attacco. Attacco che si concretizzò in un'apparente scatto d'ira del nostro avversario in conseguenza all'ennesima offensiva fallita, e che esso riversò con incredibile violenza contro le mura sotto ai nostri piedi, negandoci l'unica certezza che, sino a quel momento, ci eravamo concessi.
Così, dove un istante prima eravamo entrambi intenti a cercare di sfidare quel mostro, evadendo ai movimenti dei suoi attacchi, un attimo dopo ci ritrovammo catapultati in aria, come in conseguenza a una violenta deflagrazione, separati l'uno dall'altro e diretti, sgradevolmente, verso altri tentacoli pronti ad accoglierci e a stringerci con maggiore vigore e fermezza di quanto mai alcuna prostituta della casa di Tahisea avrebbe mai avuto la possibilità di fare.

Gli eventi secondo Howe

Salta, colpisci, scappa. Rotola, affonda, schiva. Corri, fendi, scivola. E ancora salta, affonda, scivola. Rotola, fendi, scappa. Corri, colpisci, schiva. E di nuovo, ancora da capo. In nuove combinazioni, tuttavia inesorabilmente uguali, sempre costanti, ove, parliamoci chiaro, solo in un canto, in una ballata, l'eroe di turno può concedersi colpi sempre nuovi, mosse sempre inedite: due gambe, due braccia, una testa e una spada… quante dannate possibilità potrebbe avere qualcuno?! Malgrado ciò, malgrado la ripetitività di tali movimenti, costretta tanto per me, quanto per Be'Wahr e, sicuramente, anche per Midda, Av'Fahr e Seem dall'altro capo della città, nulla di diverso avrei potuto inventare in quel momento, né avrei avuto ragione di tentare di inventare, ove un solo movimento errato, un solo pensiero impreciso, avrebbe potuto sancire la nostra condanna, la nostra impietosa fine.
Una sequenza di movimenti, una costante cadenza di azioni, che sebbene io avrei potuto continuare a proporre in maniera inesorabile sino all'alba e oltre ancora, assolutamente rilassato qual ero in quel frangente; al contrario mai avrebbe potuto sopportare ancora a lungo il mio compare, il mio fratellino, già sufficientemente provato dalla ferita alla testa. Conscio di ciò, e tutt'altro che bramoso di perderlo prematuramente, privandomi di uno degli obiettivi preferiti di ogni mio giuoco, mio impegno, in quel frangente, in quel contesto, non avrebbe dovuto essere riconosciuto semplicemente quello di preservare il mio domani, quant'anche quello del mio compare, proteggendolo da ogni male, difendendolo dalle troppe offensive del nostro antagonista.
Fosse stato il mahkra, tuttavia, un avversario comune, o quantomeno non immortale, non invincibile e, soprattutto, non dotato di dozzine, forse centinaia di enormi tentacoli da comandare in totale autonomia l'uno dall'altro, quasi ognuno fosse dotato di una mente propria; nel prefiggermi un tale impegno, una simile prerogativa, avrei forse potuto concedermi non dico una straordinaria vittoria, ma, almeno, una dignitosa situazione di stallo reciproco, di pareggio per meglio dire, tale per cui alcuno fra noi avrebbe potuto prevalere, ma, al tempo stesso, alcuno fra noi avrebbe potuto essere tragicamente sconfitto. Purtroppo per me, per noi, il mahkra avrebbe dovuto essere riconosciuto quale un concetto del tutto antitetico a quello di normalità; ragione per la quale solo chi abituata a spingersi sempre al di sopra della normalità e del possibile, tramutato in realtà quanto abitualmente neppur immaginato attuabile… solo Midda Bontor, la Figlia di Marr'Mahew, avrebbe potuto permettersi una qualunque speranza di trionfo.
E a noi? A noi l'impegno di una continua evasione, di un continuo impegno e disimpegno, nella speranza di concedere alla nostra compagna tempo utile per elaborare una soluzione, per migliorare la propria strategia e comprendere come porre fine a tutto quello.
Drammaticamente, e di lì a breve anche tragicamente, però, il tempo che noi avremmo dovuto assicurare alla nostra amica ci venne inaspettatamente sottratto, negato; in un modo che mai avremmo potuto attenderci anche se, in verità, avremmo dovuto attenderci, avremmo dovuto prevedere. Perché l'attacco che ci pose alfine non in stallo, ma in scacco, fu quello che, straordinario, emerse da sotto i nostri piedi, dalla solidità delle mura di Kriarya, improvvisamente non più tanto solide, non più tanto ferme, al punto tale da scaraventarci violentemente in aria e, in meno di un istante, renderci partecipi di quanto la nostra vita avesse da doversi considerare allora compiuta, alfine terminata.

« Lohr… » gemetti, soffocato, vedendomi allontanato da mio fratello, dal mio compagno di mille avventure, proiettato lontano da me, quasi una bambola di pezza alle prese con i capricci di un infante, e nulla più.

E in quel frangente, in quello che sarebbe potuto essere in momento conclusivo della mia esistenza terrena, mi resi conto come ogni pensiero, straordinariamente, non fosse rivolto né al mio fato, né a quello di Kriarya o del mondo intero, ma solo a quello del mio compare, e a ciò che mai le nostre famiglie avrebbero potuto pensare di quello che stava accadendo, di quello che sarebbe accaduto.
Quasi la mia stessa vita non avesse la benché minima importanza, e con essa, mi si possa perdonare, anche quella di Midda, di Seem, di Av'Fahr o di chiunque altro; l'unica mia preoccupazione fu per il mio compare, per quel fratello minore, in realtà non tale né anagraficamente né fisicamente, che da sempre avevo pur considerato qual tale e che non avrei mai dovuto perdere, impedendo, a suo discapito ogni male. Purtroppo così non era stato, né allora, né in passato, ove, a ben vedere, sin da bambini ero sempre stato io a coinvolgere Be'Wahr in ogni guaio, trascinandolo spesso controvoglia nelle più folli, e infantili, avventure.
Ma se la marachella di un bimbo avrebbe potuto essere perdonata e ricordata con un sorriso, quanto con quel mio fallimento, con quel nostro ultimo volo, avevo appena decretato, non sarebbe più potuto essere perdonato da alcuno… mortale o immortale.

venerdì 13 aprile 2012

1546


L
iberata la via verso l'esterno di Kriarya, per un istante esitai a proseguire non perché umanamente impaurito, non perché legittimamente timoroso di ciò che mi avrebbe potuto attendere al di là di quelle mura, quanto più nel dubbio sul condividere o meno le informazioni in mio possesso, per così come ereditate da Av'Fahr. Il maturare coscienza di un modo per sopravvivere agli attacchi di mahkra, ovviando agli stessi, avrebbe potuto infatti concedere un indubbio vantaggio ai figli e alle figlie della città del peccato, evitando loro di aggiungere altri cadaveri alle dozzine già accumulate ai piedi delle mura o, peggio, nei ventri dei nostri avversari. Ciò nonostante, offrire loro tale informazione, avrebbe significato privare la mia signora di un evidente vantaggio, non diversamente da così come sarebbe potuto essere, per lei, rendere pubblica la formula della potente polvere esplosiva che avevo visto all'opera qualche tempo prima nella città di Kirsnya, probabilmente ancor non completamente ripresasi dal suo fenomenale attacco.
E così come ella aveva preferito rinunciare all'utilizzo di tale risorsa in quel contesto presente, per quanto disperato, non svendendo gratuitamente la più importante fra le sue proprietà, la propria esperienza; per la stessa ragione, io non mi sarei dovuto allora permettere di diffondere quell'informazione, anche ove lo spirito di cameratismo improvvisamente esploso in tutta Kriarya sembrava bramoso di invitarmi ad agire in senso contrario. Dopotutto, se la mia signora avesse voluto diffondere simile novella, l'avrebbe fatto agendo in prima persona, e non lasciando, senza spiegazione alcuna, la città.
Forse, ovviamente e inevitabilmente, qualcuna fra le guardie che ci avevano temporaneamente impedito di uscire, sarebbe giunto a ricollegare la presenza di quello schifo nero alla nostra sopravvivenza, ma anche se ciò fosse successo, alcuna informazione nel merito della sua origine sarebbe così stata concessa.

« Che gli dei siano con voi… » li salutai muovendomi verso la porta, apparentemente benedicendoli in tale invocazione ove pur blasfema sarebbe potuta apparire, nell'assenza di fiducia, da parte mia, in un qualche dio o dea.

Ma nell'ipotesi in cui una qualche divinità esista davvero, e si fosse allora dedicata ad ascoltare le mie parole in quel momento, non alla salvezza di coloro lasciati dietro di me avrebbe potuto riservarsi ragione di guardare, e di distendere una mano misericordiosa, quanto alla mia… così come ebbi modo di comprendere, e di rimproverarmi in ciò, dopo un solo fugace istante all'esterno di Kriarya, nel momento in cui venni a confronto con ciò che mi avrebbe inesorabilmente atteso. E sebbene io non ritenga di essere in grado di riproporre con precisione ciò con cui mi confrontai, desidero comunque provarci nella volontà di non lasciar trasparire le mie parole qual mera conseguenza di un'inutile enfatizzazione..
Innanzitutto, al di là di ogni possibile retorica, permettetemi di sottolineare come notte o giorno, in quel contesto, non avrebbero potuto dimostrare alcuna differenza l'una dall'altro. La presenza di quelle montagne cariche di follia sopra di me, sopra la mia testa, infatti, mi avrebbe ineluttabilmente privato della luce del sole anche ove questo fosse stato esattamente allo zenit, assorbendola completamente nella propria straordinaria, e oscena, mole. E sotto quella mole, chiunque, io per primo, si sarebbe sentito solamente annichilire, improvvisamente priva di ogni possibile speranza rivolta al domani.
In secondo luogo, tanto estesi in altezza, quei mostri, i mahkra, erano anche estesi in larghezza e profondità, al punto tale, necessariamente, da negarmi qualunque concezione di orizzonte oltre la loro presenza. Quasi non solo io, ma anche il mondo intero, fosse annichilito al loro cospetto; mi trovai allora a dubitare persino della pur palese presenza delle mura alle mie spalle, quelle mura dalle quali tanto avevo voluto uscire ed entro le quali, ormai, non avrei più potuto ritornare. Eravamo rimasti solo io e i mahkra. E null'altro. Io e loro, senza un cielo sopra la testa, una terra sotto i piedi, o un traguardo da raggiungere, uno scopo da perseguire.
In terzo luogo, ultimo ma non meno importante, innanzi ai miei occhi, innanzi al mio sguardo, non fu un sereno passaggio verso l'esterno, seguendo i passi della mia signora, quanto, peggio, una nauseante e pericolosa selva di enormi tentacoli, come quelli contro i quali stavano impegnandosi a combattere migliaia di uomini sopra le mura e ai suoi piedi. E se quei tentacoli, lassù, erano nemici terribili, innanzi alla vista dei quali porsi necessariamente in comunione con i propri dei; essi, laggiù, apparivano quale dimostrazione di morte certa, di un'azione stolidamente suicida della quale mi ero allora voluto rendere partecipe e protagonista. E al confronto con tale pensiero, il respiro mi venne meno e, con esso, anche il mio cuore non parve voler più ottemperare al proprio compito, interrompendo ogni battito, ogni movimento, quasi come se in tal gesto sarebbe potuto essere inteso un invito verso quell'orrore, in nostra offensiva.

« … Midda… » sussurrai, o, per lo meno, tentai di sussurrare, quasi in quel nome avesse da intendersi il mio richiamo verso il divino, verso una qualche figura onnipotente alla quale affidare la mia anima immortale.

Ma proprio la Figlia di Marr'Mahew, che pur non rispose a quell'invito, non mi tradì, non permettendo a quei tentacoli di fiondarsi verso di me così come, probabilmente, avrebbero compiuto con chiunque altro.
Lo schifo nerastro, con il quale Av'Fahr mi aveva completamente inzaccherato, si dimostrò allora effettivamente in grado di rendermi invisibile al mio avversario, ai miei avversari ove impossibile sarebbe stato definire il numero di mahkra con il quale mi stavo ponendo a confronto, concedendomi di restare innanzi a loro, praticamente indifeso ove a poco o a nulla avrebbe potuto quella lancia contro tali avversari, senza, in ciò, attrarli verso di me, verso le mie carni. E per quanto, in quel frangente, avrei potuto essere descritto al pari di un coniglio indifeso circondato da volpi fameliche, la mia sorte non fu pari a quella di tal piccolo roditore, ove i predatori in questione, in grazia a quanto scoperto dalla mia signora, e concessomi attraverso l'intercessione di Av'Fahr, si offrirono ciechi attorno a me.

« … grazie… » sussurrai ancora, riuscendo a imporre la mia voce con maggiore convinzione rispetto a pocanzi, e offrendo il mio giusto tributo verso colei che, dea o non dea, in quel momento si era dimostrata responsabile per la mia sopravvivenza.

Così rinfrancato, quasi e persino galvanizzato dalla possibilità di affrontare i responsabili di troppa morte senza rischiare in prima persona, strinsi innanzi a me la lancia di Av'Fahr e mi incamminai, a testa bassa, verso quei tentacoli, imponendomi di tentare di mantenere la direzione più rettilinea possibile nella consapevolezza di come, certamente, anche la mia signora avesse preso tale decisione, a minimizzare gli sforzi e a massimizzare la resa finale.
Impossibilitato, del resto, a definire l'allora attuale posizione di Midda, dovetti dare per scontato che ella fosse già riuscita a superare la cinta di mahkra e, in ciò, fosse già giunta a confronto con il nostro reale avversario, ovunque esso fosse. Partendo da tale presupposto, pertanto, ogni istante che io avessi perso in quella traversata, sarebbe stato un istante perduto nell'aiutare la mia signora. E per quanto ordinatomi da Av'Fahr, ciò non sarebbe dovuto essere tollerato, laddove un solo istante perduto nell'aiutarla, avrebbe potuto comportare la tragica sconfitta della medesima e, con lei, la sconfitta di tutti noi nella lotta contro Nissa Bontor, eventualità che neppure ella avrebbe potuto tollerare.

« Sto arrivando, mia signora. » sussurrai per la terza volta, impegnandomi a scavalcare un tentacolo più alto di me, strusciandomi sgradevolmente addosso allo stesso « Sto arrivando. Ti prego… aspettami. » insistetti, nel mentre in cui, malgrado ogni richiesta, malgrado ogni preghiera, nel profondo del mio cuore ero certo che ella non l'avrebbe mai fatto, non mi avrebbe mai aspettato, in ciò, forse, decretando il mio intervento qual del tutto inutile, o, forse e peggio, qual utile e purtroppo tardivo.

giovedì 12 aprile 2012

1545


« C
-come?! » balbettai, colto di sorpresa da quell'affermazione, da quella presa di posizione di Av'Fahr su di me e, ancor più, dai suoi gesti, apparentemente volti a trasferire tutta quella melma nerastra dal suo corpo al mio, quasi come se tutto ciò avesse un qualche valore in una sorta d'investitura.
« Nissa… deve essere lei ad… affrontarla e a vincerla. » mi spiegò Av'Fahr, rivelando con assoluta sincerità la ragione alla base della sua precedente richiesta, del suo ordine facente proprio troppa premura nei riguardi della mia signora, superiore a quella che ci si sarebbe potuti attendere da parte sua in assenza di quel particolare, di quel dettaglio così introdotto « Midda è la sola… che può farcela. Non noi… non altri. Solo… lei. » insistette, a non permettermi di fraintendere il senso delle sue affermazioni « Deve vivere… per combattere ancora. Ancora contro… Nissa. »
« Ma io… cosa posso fare?! » esitai, non riuscendo a immaginare cosa mai avrei potuto compiere io per proteggere la mia signora, laddove, a essere onesti, malgrado il mio ruolo, era quasi sempre ella a salvarmi dalle situazioni più spiacevoli, e mai viceversa « Io… »
« Questo umor vitreo ti proteggerà… » mi interruppe egli, ormai intento a impiastricciarmi braccia e gambe, quasi completamente libero a sua volta da quel liquido viscoso, qualunque cosa esso fosse, riversato completamente su di me « … e la mia lancia… ti aiuterà. » soggiunse, facendo cenno con gli occhi alla propria arma, caduta a pochi piedi da lui « Sai usarla… vero?! »
« S-sì… » annuii incerto, dal momento in cui, sebbene addestrato all'uso di quasi ogni arma esistente in circolazione, non avevo mai rivolto particolare dedizione a bastoni, lance o picche.
« Allora vai… corri! » esclamò, respingendomi violentemente all'indietro, con più energia di quanta non gliene avrei mai potuta attribuire in quel momento, in quel contesto « Proteggi la tua padrona… il tuo cavaliere! » mi spronò, rammentandomi in tali parole il mio ruolo da scudiero, il mio impegno di vita preso con Midda, per la quale sarei dovuto essere disposto a morire e, in ciò, sui passi della quale non avrei mai dovuto temere di muovermi, nel seguirla o nell'accompagnarla.

Raccogliendo, non con particolare fermezza, lo ammetto, la lancia di Av'Fahr da terra, mi confrontai, per un momento, con il non indifferente peso della medesima, prima di riuscire a rivolgere lo sguardo in direzione della porta meridionale della città, verso la quale la mia signora aveva pocanzi rivolto la propria attenzione.
Mio malgrado, tuttavia, il mio tempismo non si riuscì a dimostrare così competitivo come avrebbe dovuto essere per restare al passo con la Figlia di Marr'Mahew, ragione per la quale, in quel momento, ella non aveva semplicemente convinto coloro a custodia di quella soglia ad aprirle il passaggio ma, anche e peggio, per me, aveva già oltrepassato tale uscio, e le guardie, pertanto, si erano mobilitate allo scopo di sigillare nuovamente quella via, prima di spiacevoli sorprese.

« Aspettate! » gridai, correndo verso di loro, con passo più deciso di quanto non avrei mai potuto attribuirmi in un momento qual quello « Aspettate, vi prego! » richiesi verso quegli uomini e quelle donne, lì dediti a ristabilire un saldo perimetro di difesa attorno alla città « Devo uscire anch'io… »
« Sei impazzito come la tua padrona?! » mi apostrofò un nel gruppo, dimostrandosi tutt'altro che convinto da quella mia richiesta e dalle conseguenze della medesima, sottintese qual positive nel confronto con la mia invocazione, ed esplicitamente negative innanzi allo sguardo, alle possibilità di valutazione di chiunque lì presente, verso il quale, o la quale, potevo allora rivolgermi « Non puoi uscire là fuori… morirai! »
« Di lei avete avuto fiducia, aprendole le porte: concedetene anche per me, sebbene non mi possa porre in sua competizione, ovviamente. » richiesi, raggiungendoli e mostrando loro la lancia da me impugnata, quasi nella presenza di quell'arma avesse dovuto essere intesa una migliore possibilità di sopravvivenza per me, seppur in contrasto a mostri che mai avrebbero conosciuto una qualunque possibilità di sconfitta « Devo seguirla… per il bene di tutti noi! »
« Morirai! » mi intimò il mio interlocutore.
« Moriremo tutti se ella non riuscirà a salvarci! » protestai, con tono ormai fermo, saldo, così come mai avrei potuto ritenere possibile arrivare a utilizzare « Fatemi passare, per la bontà di tutti i vostri dei! »

Un lungo momento di silenzio caratterizzò, allora, il nostro confronto, mio e di quel gruppo di guardie, nel mentre in cui entrambe le parti in causa si impegnarono a valutare le rispettive posizioni e le possibilità di evoluzione per tutto ciò. Se, da un lato, nella loro ritrosia ad aprirmi la porta, avrei dovuto solamente interpretare un incredibile brama di protezione in mio favore, un interesse quasi fraterno per la mia salute così come mai alcuno avrebbe potuto attendersi all'interno della città del peccato, o di qualunque altra urbe kofreyota; essi, sul fronte opposto, nella mia insistenza a ottenere una via verso l'esterno della capitale, non avrebbero avuto la benché minima ragione per dubitare dei miei valori, delle mie intenzioni, ove, al di là di quanto Av'Fahr mi aveva appena comunicato, impossibile avrebbe dovuto essere ritenuta una mia possibilità di fuga da lì, ove entrare a confronto diretto con i mahkra, per quanto armato di una splendida lancia, avrebbe allora solo significato individuare un modo particolarmente violento per suicidarsi.
Posti pertanto in apparente stallo, fu, per mia e loro fortuna, la consueta natura di Kriarya a permettermi di poter proseguire nel mio cammino, riemergendo, per un istante, nel comportamento delle mie controparti…

« Se il moccioso ha deciso di morire, che sia libero di farlo… » sentenziò la voce di una delle donne lì presenti « Ma che la sua arma resti a noi, affinché ci sia data possibilità di impiegarla per la nostra salvezza, dal momento che non è ancora nostra volontà quella di morire. »

E, prima che il moto di assensi subito levatosi in replica a quella decisione potesse ritrovare i miei interlocutori tramutarsi in miei avversari, presi nuovamente parola, ora, tuttavia, non con tono di supplica, non con tono di umile richiesta, ma con volontà d'intimidazione, ponendomi in posizione di guardia e impugnando la lancia così come il mio maestro Degan mi aveva insegnato tempo prima.

« Spiacente per voi, ma io non ho alcuna volontà di morire… » asserii, lasciando roteare la lunga e lucente arma a dimostrare tutta la mia familiarità con la medesima, in termini che, probabilmente, solo l'adrenalina conseguente alla follia di quel momento mi permise di gestire « … a differenza di chiunque fra voi deciderà di porsi fra me e la mia signora, la Figlia di Marr'Mahew, campionessa di Kriarya! » esclamai, definendo nei termini più altisonanti possibili Midda non in grazia a una qualche accurata scelta strategica, ma solo perché ritenuto corretto, in quel momento, rivolgermi a ognuno con il proprio corretto nome, ricordando a me stesso, in primo luogo, colei della quale avrei dovuto dimostrarmi degno.
« Sei pazzo a sfidarci tutti quanti?! » mi domandò la donna già ragione di quel negativo sviluppo « Morirai ancor prima di poter comprendere per mano di chi ciò sarò accaduto. »
« Potrebbe essere. » annuii a quelle parole, non negandole ma, neppure, offrendo loro ragione « Così come potrebbe essere il contrario… e c'è un solo modo per accertarcene. »

Ripensandoci ora, non riesco sinceramente a comprendere in nome di quale follia, effettivamente, io sia riuscito a esprimermi in tali termini: al di là di tutti gli insegnamenti di Degan, e del mio ruolo da scudiero di Midda Bontor, tutta la fiducia da me allora proclamata nei riguardi delle mie possibilità in loro contrasto non avrebbe potuto vantare alcuna solida base sulla quale fondarsi.
Ma, di questo, i miei quasi antagonisti non avrebbero potuto avere la benché minima percezione...

« Lasciamolo andare. » decretò sempre la donna estemporaneamente autoproclamatasi coscienza di quel gruppo « Una lancia in più, o in meno, non cambierà la nostra sorte… »

mercoledì 11 aprile 2012

1544


N
on ho difficoltà a comprendere la ragione per la quale la mia signora preferì delegarmi un compito di sorveglianza alla base delle mura, invece di salire, accanto a lei e ad Av'Fahr sino alla cima delle medesime: se già contro gli angeli avevo goduto di un'assurda fortuna, nel concedermi occasione di sopravvivere contro chi non avrebbe potuto tollerare avversario vivo; spingermi ad affrontare direttamente quei mahkra sarebbe equivalso a volermi condannare a morte, così come già molti guerrieri più valorosi di me stavano loro malgrado subendo.
In oltre un migliaio erano stati richiesti dal mio cavaliere sull'alto di quelle mura e il ricambio allora necessario, per sopperire alle sempre più tragiche disfatte, aveva allora veduto oltre un altro migliaio risalire rapidamente quelle alte mura in pietra, con la consapevolezza, nel profondo del proprio cuore, di star risalendo le scale del proprio patibolo. Consapevolezza che pur non aveva, sino ad allora, rallentato alcun figlio di Kriarya, permettendo loro di conquistarsi, per lo meno in morte, quell'onore e quel rispetto a cui mai avrebbero potuto ambire in vita: chi, sino a poche ora prima, sarebbe stato al più considerabile quale un deprecabile pendaglio da forca, me incluso ovviamente ove nel mio passato non solo azioni gloriose erano contemplabili, stava al termine della propria esistenza, innanzi alla certezza della propria morte, dimostrando valore qual mai sarebbe potuto esser loro supposto.
E io? Io, dal basso della mia posizione, stavo cercando come tutti di darmi da fare, sebbene, oggettivamente, ritengo che avrei potuto serbarmi maggiore utilità nel gettarmi fra le fauci di uno di quei colossi, sacrificandomi sì, ma concedendo, in ciò, a qualcun altro un istante in più di vita.
Tuttavia, al di là di tali autodistruttive considerazioni, non postume ma vissute istante per istante nel corso di quegli eventi, il mio fato, il mio destino, concetto pur tanto ripudiato e combattuto dalla mia signora, non avrebbe dovuto evidentemente essere associato a quanto da me allora supposto; ove, di lì a breve, un ben diverso compito mi venne riconosciuto, mi venne assegnato, non per voce di colei alla quale avevo pur giurato la mia vita, ma da un'entità superiore, forse da un dio o una dea a cui pur non ho mai voluto offrir fede, che al momento più opportuno soffiò delicatamente sul mio cuore, concedendomi la certezza di quanto avrei dovuto compiere e il coraggio per compierlo.
Ma, nella volontà di non rendere confusa questa cronaca con troppe considerazioni personali, permettimi di andare con ordine e di riprendere dall'inizio del mio reale intervento nella storia, non più qual semplice comparsa sullo sfondo di eventi a me esterni ma come protagonista attivo, indegno di tanto onore e pur presente e partecipe a tutto ciò.

« Av'Fahr! » riuscii a distinguere, nella confusione assordante di quel contesto, qual intenta a gridare la voce della mia signora, dall'alto delle mura sopra la mia testa.

Alzando lo sguardo, verso le tenebre della notte appena scalfite dalle numerose lampade, torce e bracieri disposti lungo il perimetro superiore delle mura e a contorno delle scalinate conducenti allo stesso, potei allora rendermi conto di come il vigoroso marinaio comparso inaspettatamente al fianco di Midda a metà di questa lunga avventura, di questa spossante guerra contro Nissa, sua gemella, stesse allora precipitando in maniera confusa lungo una di quelle scale in pietra, fortunatamente mantenendo una traiettoria sufficientemente regolare da impedirgli una più sgradevole caduta oltre il margine dei gradini, e pur non definendo alcunché di positivo in tal immagine.
Immediatamente, a tal immagine, corsi così verso quel nuovo compagno di ventura, con il quale ancor non avrei potuto vantare il rapporto già, lentamente e pur solidamente, instaurato con Howe o con Be'Wahr; ma in contrasto al quale non avrei potuto vantare alcuna emozione, alcun rancore, tale da impedirmi di provare timore per la sua sorte, per il suo fato, così in apparenza tragicamente segnato…

« Av'Fahr… per Thyres! » imprecò la mia signora, elegantemente planando lungo la superficie delle scale, tanto rapido e tanto leggero fu allora il suo passo a condurla sino al muscoloso figlio dei regni desertici centrali « Stai bene? Sei ancora vivo?! »
« Mia signora… » ansimai, accorrendole al fianco, e, in ciò, offrendomi implicitamente per qualunque compito ella avesse voluto assegnarmi.
« Sto… bene… » sussurrò Av'Fahr, provato dalla caduta e pur vivo, ancora cosciente, almeno in parte « Non è colpa… tua… se sono tanto maldestro. »
« Stavamo discendendo lungo le scale e ha posto un piede in fallo… » mi spiegò Midda, rendendomi in tal modo partecipe delle ragioni che avevano condotto a quella quasi tragedia, fortunatamente ovviata qual tale.

Solo in quel momento, tardivamente lo ammetto, mi resi conto di come tanto la mia signora quanto il suo compare fossero ricoperti da capo a piedi di una sostanza nerastra, forse catrame, forse pece, e pur ancor lontana dalla consistenza di entrambi, e in ciò proponendosi a me qual sinceramente sconosciuta. E, se me ne accorsi, non fu per una qualche mia acuta capacità d'osservazione, ma per l'osceno tanfo che da entrambi, in grazia di tal nera coperta, sorse, colpendo il mio olfatto e quasi privandomi di lucidità.
Non voglio negare come, se in quel momento non mi ritrassi nauseato, disgustato, fu solo per l'infinito rispetto, per la totale, assoluta ammirazione da me costantemente vissuta verso la Figlia di Marr'Mahew, che avrei potuto, e voluto, venerare anche in quelle sgradevoli condizioni. Ciò nonostante, te lo assicuro, fu realmente complesso per me riuscire ad abituarmi a quanto impostomi e ancor non conosciuto nella propria natura, seppur, ovviamente, già sospettato.

« Midda… dobbiamo andare. » gemette il marinaio, cercando di risollevarsi, di recuperare una qualunque postura eretta, seppur provando evidentemente immensa pena in conseguenza di tale sforzo « Non possiamo perdere… tempo. » definì, purtroppo impossibilitato a tradurre in azioni concrete tale proposito.
« Tu non vai da nessuna parte… » obiettò ella, scuotendo il capo « E' già un miracolo che tu sia ancora vivo dopo questa caduta, maldestro o non maldestro. » sottolineò, con tono tutt'altro che severo, qual pur ci si sarebbe potuti attendere da lei in un momento qual quello, quanto estremamente dolce, quasi materno « A quei mostri ci penserò io: sono più che abituata a condurre a termine le mie missioni da sola… »
« Non… dire idiozie. » protestò Av'Fahr, in verità tutt'altro che in grado di dimostrarsi fermo in tal posizione psicologica, ove incapace, in quel momento, a rendere propria un'equivalente fermezza fisica.
« Non dico mai idiozie. » sorrise ella, accarezzandogli il volto con la mancina « Al più le faccio… » minimizzò, con evidente autoironia « E ora, dormi Av'Fahr. Quando ti sveglierai sarà tutto finito! »

E prima che egli potesse anche solo ipotizzare di scandire una nuova parola in sua opposizione, ella si allontanò rapida da lui, e da noi, per dirigersi verso la porta meridionale della città, comandando a gran voce di rimuovere i fermi sulla soglia minore ricavata all'interno del pesante legno, a permetterle, in tal modo, un passaggio verso l'esterno.
Non a lei, tuttavia, mi fu concesso di rivolgere la mia attenzione, ma al suo compare, abbandonato ai miei piedi, o, meglio, davanti a me ove già inginocchiatomi vicino a lui; il quale, senza alcun preavviso, mi pose una delle sue grosse e pesanti mani sul volto, in un gesto non violento ma pur utile a inzaccherarmi di quell'osceno composto nerastro con il quale lui e la mia signora erano ridiscesi dalle mura…

« Devi… seguirla. » mi ordinò, lasciando scorrere via la sua mano dal mio volto e subito tornando a posarla ora sul mio petto, dopo aver raccolto un'altra manciata di quella schifezza dal proprio « Devi seguirla… e devi sostenerla. Non possiamo… permetterci… che le accada qualcosa! »