11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

lunedì 25 novembre 2013

2110


« Che accade? » protestò qualcuno, attorno a me, invocando retorica spiegazione nel merito degli eventi che potevano aver condotto a quella situazione d’emergenza.
« C’è stato un incidente?! » ipotizzò qualcun altro, non tanto in risposta al primo interrogativo, quanto e piuttosto qual sviluppo del tutto autonomo e indipendente dal medesimo.
« Probabilmente il solito dannato suicida… ormai ce ne è almeno uno alla settimana di questi idioti. » argomentò una terza voce, dimostrandosi meno incuriosita e decisamente più arrogante, in una misura tale per cui, non lo nego, se non avessi avuto già i miei problemi, come un buco nel fianco, sarebbe stata sicuramente mia premura intervenire con qualche dolce parola volta all’invitarlo ad andare lui stesso a suicidarsi in contro al prossimo treno, dal momento in cui, chiaramente, anch’egli avrebbe avuto a doversi considerare un idiota per permettersi di parlare in tal maniera.
« Qualcuno ha sparato?! Mi è parso di vedere sparare! » suggerì un altro, fra il nostro pubblico, dimostrando, nostro malgrado, maggiore attenzione rispetto a tutti gli altri.
« Ehy… ma questo tizio è morto! » intervenne l’ennesimo, cogliendo, malgrado l’oscurità lì predominante, la presenza di un cadavere a bordo, impossibile a dirsi quale dei due… o forse tre?... da noi già prodotti.
« Muoviti, dannazione… da questa parte. »

L’ultima frase, che mi raggiunse fra le molteplici di un frastuono nuovamente crescente, al crescere delle ipotesi, e del panico, che di istante in istante si stava diffondendo fra tutti i presenti, non avrebbe avuto a doversi considerare qual scandita tuttavia da una voce a me estranea, quanto e piuttosto da quella sempre apprezzata di Duva, la quale, afferrandomi con fermezza per il mio mancino, mi trasse di lato, trascinandomi per un istante in maniera quasi inconsapevole, nel disordine di quella situazione.
… capiamoci.
In quel momento, oltre alla difficoltà propria del comprendere cosa fosse accaduto, e, soprattutto, perché ciò stesse accadendo, in una perdita di controllo sulla situazione a me circostante alla quale non avrei potuto considerarmi abituata, nell’essere, piuttosto, solita mantenere sempre massima padronanza sulla realtà al centro della quale mi ritrovo a operare, anche nelle situazioni più caotiche; stavo facendo i conti con la mia prima ferita d’arma laser, la quale, benché non sanguinante, nella cauterizzazione immediatamente imposta dal medesimo colpo sulle mie carni, non avrebbe potuto né evitare di impormi un dolore a dir poco lancinante, né, parimenti, evitare di garantirmi, comunque, in tempi più lenti ma non meno inesorabili, la morte dalla quale ero ipoteticamente scampata nel momento stesso in cui, allorché tranciare la mia colonna vertebrale, il fascio si era limitato ad attraversarmi le budella. Perché, e di ciò ne ero mio malgrado già consapevole, se non avessi ricevuto quanto prima adeguate cure, il tessuto circostante quel foro avrebbe iniziato a necrotizzarsi e, nel contempo di ciò, a rilasciare in circolo all’interno del mio corpo delle tossine che, fondamentalmente avvelenandomi, mi avrebbero comunque condotto alla gloria dei miei dei… o, quantomeno, a scoprire quale dio o dea mi stesse effettivamente attendendo dall’altra parte.
In tutto ciò, quindi, il fatto che non avessi reagito con straordinaria prontezza di riflessi, né assoluta predominio sul mio corpo, oltre che sull’intero ambiente lì confusamente presente, non avrebbe avuto a doversi considerare qual una mancanza, da parte mia, realmente ingiustificabile, benché, ciò non di meno, avrebbe avuto a doversi riconoscere comunque qual imperdonabile nel momento in cui, da parte mia, fosse stata sprecata l’occasione utile a cavarmi fuori da quell’impiccio, per così come, altresì, allora offertami dall’operato delle mie compagne, oltre che dal sacrificio stesso del mio addome.
Forte di tale consapevolezza, ossia della necessità a cavarmi, quanto prima, fuori da quello sgradevole impiccio e da tutto ciò che esso non avrebbe potuto evitare di comportare a mio discapito, non opposi ovviamente alcuna protesta in conseguenza alle maniere spicciole adottate dalla mia compagna, benché, a denti stretti, non potei evitare, ancora una volta, di imprecare il nome della mia dea, per le dolorose contrazioni addominali che, in conseguenza anche ai più semplici movimenti, mi stavano allora venendo imposte, con mio ineluttabile rammarico. Un’imprecazione che, tuttavia, ebbe a perdersi nel frastuono nuovamente crescente della folla attorno a noi, e che, per questo, non permise né a Duva, né tantomeno a Lys’sh, già più avanti rispetto a entrambe, di apprezzare la mia allora attuale condizione. Non che, in verità, qualunque loro interesse in tal senso avrebbe potuto mutare lo stato delle cose, limitandosi, forse e peggio, a fornire loro una ragione di preoccupazione che, invece di permettere a quegli eventi di volgere a nostro vantaggio, avrebbe condotto, al contrario, a un generale rallentamento del nostro progredire, della nostra fuga, in misura tale da risultare, alfine, per noi complessivamente compromettente.
Sforzandomi, quindi, di offrire riprova non soltanto di quanto, a prescindere, la soglia del dolore di noi donne abbia a doversi abitualmente considerare superiore a quella di qualunque uomo, ma anche, e ancor più, quanto io avessi a dovermi comunque riconoscere non qual una donna comune, ma qual un guerriero, e un guerriero formatosi in un numero tanto vasto di battaglie tale per cui anche il confronto con un po’ di dolore… un po’ tanto, nella fattispecie, non mi avrebbe comunque posta fuori gioco; mi lasciai condurre il più silenziosamente possibile dalle mie compagne, attraverso la folla del vagone e, ben oltre a essa, nella galleria all’esterno del medesimo, là dove fuoriuscimmo da una porta aperta, provvidenzialmente, dal un nuovo intervento della giovane ofidiana su un altro pulsante, interruttore, leva o quant’altro nel merito dell’esistenza del quale, ancora, io non avrei potuto vantare confidenza. E laddove, quando alfine uscite all’esterno del treno, e ritrovateci a correre lungo una stretta banchina d’emergenza segnalata da poche, fioche luci, avrei probabilmente avuto ragione di sentirmi autorizzata a informare le mie compagne nel merito della mia condizione fisica, non tanto per invocare da parte loro un qualche sentimento di compassione, quanto e piuttosto per condividere con entrambe la necessità, non trascurabile, di trovare al più presto occasione utile a curarmi, prima che le mie condizioni potessero divenire spiacevolmente irreversibili; il guizzare, attraverso l’aria attorno a noi, di nuovi, e fortunatamente imprecisi, colpi di laser, mi convinse della necessità a trattenere ancora il fiato, e a concentrarmi sul dolore che già stavo provando, e sull’adrenalina che da esso stava per me derivando, al fine di non permettere a nuove, sgradevoli, fenditure, di aprirsi lungo la mia schiena, in quello che, altrimenti, da semplice errore umano, avrebbe potuto tramutarsi in un imperdonabile vizio, nei termini del quale, pur, non avrei potuto vantare alcuna masochistica volontà.

« Diamine… i tuoi amici hanno il grilletto facile, vecchia mia! » commentò Duva, cercando di sdrammatizzare la faccenda, nel mentre in cui, malgrado l’evidenza di tale offensiva, non contemplò neppure per un istante l’idea di rallentare il passo, per concedersi occasione di meglio analizzare la questione, incalzando, ulteriormente, il già rapido procedere di Lys’sh innanzi a lei e trascinando, parimenti, la sottoscritta, sempre dietro di lei « Si può sapere a chi altro hai pestato i calli in tempi recenti?! »

Dal momento in cui stava risultando sufficientemente evidente quanto alcuno di quei bei tipi alle nostre spalle fosse intenzionato a intavolare un qualche sereno dialogo con noi, preferendo prima sparare e poi concedersi, eventualmente, occasione di parlare; la scelta promossa all’unisono dalle mie compagne avrebbe avuto, allora, a doversi considerare la migliore, soprattutto nel confronto con l’evidenza di quanto, nostro malgrado, avessimo per inciso avuto a doverci considerare purtroppo disarmate.
Oltre a questo, poi, nella scelta compiuta da parte dei nostri antagonisti di compatte, e pur letali, armi laser, in luogo a più ingombranti armi al plasma o soniche; la precisione di tiro pretesa da una simile classe di fuoco non avrebbe potuto che volgere a nostro vantaggio nel momento in cui non avessimo concesso alle nostre stesse controparti occasione utile a concedersi un colpo accuratamente mirato, così come già, in quello stesso inseguimento, li stavamo costringendo a rinunciare, e così come già, nel crescere frenetico di raggi sempre meno prossimi alle nostre carni, alle nostre forme, si stava chiaramente dimostrando avvenire… per nostra fortuna!

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