11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

domenica 11 luglio 2010

912


« S
ono solo degli obelischi… » valutò Ma'Sheer, nel seguire lo sguardo di ghiaccio della propria compagna e nel giungere, attraverso di esso, all'obiettivo sul quale esso sembrava essersi prepotentemente focalizzato, negandole occasione di replica alle loro pur insistenti richieste di spiegazioni.

In apparenza, per quanto retorica, l'affermazione del figlio del deserto avrebbe dovuto essere giudicata qual effettivamente ponderata, là dove l'attenzione della propria compagna sembrava essersi incantata nel confronto con quei particolari elementi decorativi propri dell'architettura shar'tiagha e tutt'altro che assenti nelle città del popolo eletto, tanto in quel lontano passato, quanto nel futuro da cui tutti e tre provenivano. Tuttavia, là dove usualmente un obelisco si sarebbe mostrato qual dettaglio a sé stante, esterno a qualsiasi complesso coeso, a qualsiasi struttura maggiore, in quel determinato frangente i quattro grandi obelischi da lei così osservati, così seriamente analizzati, si presentavano connessi alla grande piramide centrale, o, più precisamente, al palazzo eretto alla base della medesima, all'altezza del terzo e ultimo livello del medesimo, mostrando degli alti archi lì ipoteticamente preposti a demarcare l'appartenenza degli obelischi alla struttura propria di quella dimora divina e non a qualsiasi altro edificio in città, soprattutto non quelli eretti in incredibile, quasi blasfema, prossimità a tali componenti più periferiche.
In simile visione d'insieme, nel confronto con un tale quadro, quei pilastri monolitici sarebbero potuti essere persino giudicati qual eretti al fine di delimitare il perimetro oltre al quale alcun semplice mortale avrebbe dovuto sospingere i propri passi nel non voler incorrere nell'ira del proprio dio, i confini del resto propri della vasta piazza sorvegliata con impiego forse smisurato di risorse. Ciò nonostante, forse qual conseguenza della propria esperienza, o forse, altresì, in virtù della propria concreta e costante paranoia, quel sentimento di sospetto e diffidenza continui che troppe volte le erano valse una flebile, e fondamentale, possibilità di sopravvivenza, Midda non avrebbe mai potuto accettare come tali forme, simili innalzamenti, fossero stati posti in tal modo per puro caso. Così come ella non avrebbe mai potuto prendere in seria considerazione che gli archi, persino antiestetici nella propria unicità, lì in comunione agli stessi obelischi, fossero stati così studiati per mere questioni architettoniche. O, ancora, allo stesso modo in cui ella non avrebbe mai potuto credere che una simile prossimità fra gli stessi e gli edifici circostanti fosse da considerarsi qual derivante da un erronea pianificazione dei medesimi o, peggio, della piramide al loro centro.

« Se c'è una cosa che ho appreso in oltre dieci anni di avventure all'interno di templi dimenticati e palazzi appartenenti a epoche perdute, è come, raramente, simili edifici rappresentativi di potere, e dimore di potenti, si offrano effettivamente pari alle prigioni a cui pur tendono usualmente ad assomigliare. » prese, alfine, voce, nel desiderio di esplicitare anche all'attenzione dei propri compagni le proprie deduzioni.
« Cosa intendi dire? » domandò Be'Tehel, cercando di cogliere il messaggio da lei così loro offerto, pur non negandosi una certa fatica a seguirla, non in conseguenza di un uso erroneo della lingua shar'tiagha, quanto, piuttosto, per l'essenza criptica onestamente propria di tali asserzioni.
« Qualsiasi sovrano o feudatario, nobile signore o capo criminale, al di là di quanto è solito lasciar intendere, vive la propria quotidianità immerso nel timore della possibile rivolta dei propri uomini più fidati, persino della propria famiglia… » iniziò a spiegare la mercenaria, con tono quieto.
« … e l'attuale esempio offerto dall'amorevole rapporto fra la nostra Amie e il suo genitore credo possa essere considerata riprova perfetta della ragionevolezza di tali timori… » commentò il figlio del deserto, non risparmiandosi quella pur semplice, ed estremamente veritiera, ironia.
« Esattamente. » concordò la Figlia di Marr'Mahew, annuendo a quella corretta osservazione « Convivendo con simili psicosi, alcuno fra loro si azzarderebbe mai a rinchiudersi volontariamente in quella che, per quanto dorata, potrebbe ugualmente risultare, a conti fatti, quale una prigione, una gabbia da cui non poter ritrovare occasione di scampo nel momento in cui gli eventi dovessero assumere una piega spiacevole. »
« Stai suggerendo la presenza di un passaggio segreto? » intuì lo shar'tiagho, cogliendo ora l'accenno della propria compagna e amante.
« Non uno… molteplici. Tali da concedere occasione al sovrano di dileguarsi senza rischio alcuno ove necessario. » confermò ancora una volta la donna guerriero, sorridendo sorniona « La maggior parte di queste vie, usualmente, si immergono nella profondità del sottosuolo, proponendosi del tutto impossibili da cogliere, da individuare, nonostante ogni impegno, ogni sforzo in tal senso. Ma altre, sporadicamente, si dipanano anche in superficie, celandosi dietro complesse statue in vasti giardini o… »
« … o in alti archi eretti a congiunzione di quattro dannati obelischi! » comprese Ma'Sheer, dovendosi sforzare per non esclamare nell'entusiasmo del momento, ora offrendo il proprio sguardo verso quelle medesime forme animato da sentimenti del tutto diversi dal disinteresse precedentemente dimostrato.
« Mi sento fiduciosa di ipotizzare l'esistenza di un accesso alla base di ognuno degli obelischi, una porta nascosta, forse addirittura impossibile da aprire dall'esterno, rivolta nell'esatta direzione degli antistanti edifici, che non esiterei a considerare di segreta proprietà dello stesso faraone, entro i quali poter trovare eventuale occasione di rifugio in caso di necessità. » concluse Midda, soddisfatta del riscontro ottenuto dai propri compagni « Ora, quel che ci resta da sperare è che tale accesso non sia realmente inviolabile dal nostro fronte... »
« Anche perché, in ogni caso, simile posizione ci condurrà a essere particolarmente esposti all'attenzione delle guardie di ronda. » non poté evitare di evidenziare Be'Tehel, storcendo le labbra « Il rischio di scontro non potrà essere comunque ovviato… neppure in questo caso. »

Ponendo a confronto, su contrapposti piatti di una bilancia, la certezza di sanguinaria e letale battaglia, qual solo sarebbe potuta essere loro promessa dall'ipotesi di impegnarsi in una via diretta attraverso le schiere lì preposte a sorveglianza del palazzo reale, e la certezza di un quieto ritorno alla loro cittadella ai confini di Shar'Tiagh, in attesa di una migliore occasione di offesa in contrasto al faraone, solo un folle avrebbe abbracciato la prima alternativa, votandosi, in essa, a un fato praticamente certo, in nome di un obiettivo probabilmente irraggiungibile. Scegliendo, poi, quali pesi contrapposti, l'immutata certezza di una sanguinaria e letale battaglia promessa dall'ipotesi precedente, e la speranza di una pur remota occasione di successo, qual quella che, allora, sarebbe per loro potuta derivare nella ricerca dell'ingresso all'ipotetico passaggio segreto così individuato, ancora semplice, praticamente ovvia, sarebbe stata la scelta in contrasto alla prima opportunità, al suicidio da essa purtroppo rappresentato. Meno prevedibile, meno naturale, in tal discorso, sarebbe dovuta altresì essere giudicato il possibile risultato di una comparazione fra il pur allettate pensiero di un quieto ritorno alla loro cittadella, e la sfida rappresentata dall'ipotetico passaggio segreto, così come giustamente sottolineato dalle parole dello shar'tiagho: parole non conseguenti a un qualche dubbio nel merito delle capacità del loro comandante, e sua appassionata complice d'amore, quanto, piuttosto, da un pur umano e naturale timore per la morte che, arrischiandosi nel tentativo di non rinunciare all'obiettivo prefisso, avrebbero tanto apertamente sfidato.
Dopotutto, però, non avrebbe dovuto essere considerata proprio quella la sola opportunità di vita che tutti loro avevano ricercato, avevano scelto di far propria, nell'abbracciare la particolare professione che li accomunava? Forse, Be'Tehel e Ma'Sheer si erano illusi di essere posti a confronto con sfide minori a quella ora lì presentata, nel momento in cui si erano gettati, uno dopo l'altro, alle spalle della Figlia di Marr'Mahew, nel mentre in cui ogni loro pari aveva altresì preferito rinunciare all'impresa? O, forse e peggio ancora, i due fratelli d'arme avevano frainteso la reale pericolosità della spedizione della loro compagna, il giorno, estremamente più recente, in cui avevano prepotentemente deciso di accompagnarla?

« Io vado. » definì la donna guerriero, non concedendo in ciò alcuna possibilità di argomentazione nel merito del proprio destino così stabilito, dell'impegno, per lei immutato e immutabile, a concludere, entro quella stessa notte, la propria missione « Scegliete liberamente il vostro fato. E qualsiasi cosa accada, che gli dei si possano dimostrare sempre benevoli verso di voi… »

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